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STATI UNITI -DISINFORMAZIONE, PAURA E POTERE

Quando la Politica Trasforma le Istituzioni in Minacce

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Oramai sembra di vivere solo di politica e interpretazioni. La politica ha debordato i suoi ruoli e funzioni, pervadendo tutti i nostri spazi e in un’era dove l’IA può riprodurre la realtà falsandola perfettamente è ancora più arduo separare il falso dal vero.

La scorsa settimana, ascoltando trasmissioni italiane autorevoli, dove ospiti di prima levatura hanno fatto dichiarazioni “assolutamente false” su quanto sta succedendo qui negli USA, ho deciso di affrontare alcuni argomenti per trasmettere la verità supportata da fatti e non da opinioni.

1. “ICE ai seggi”? La Politica dell’Allarme e la Disinformazione

La prima crisi di sfiducia nel sistema elettorale americano nasce nel 2000, quando Al Gore perde la presidenza per poche centinaia di voti della Florida contro George W. Bush.  Dopo settimane di riconteggi, schede perforate (“hanging chads”) e dispute legali, la Corte Suprema degli Stati Uniti interviene, fermando il riconteggio delle schede e con una decisione di 5-4. Bush diventa presidente con un margine di 537 voti in quello Stato. Formalmente, la Corte applica un principio di uniformità costituzionale nel conteggio. Politicamente, però, milioni di americani percepirono la decisione come un atto di interferenza giudiziaria nel processo democratico.

La Corte Suprema si basò sul principio di “eguale protezione” (Equal Protection Clause) sancito dal XIV Emendamento. In Florida, ogni contea stava usando criteri diversi per decidere quali schede contare: in alcune si accettavano le schede forate a metà, in altre solo quelle completamente bucate. La Corte stabilì che non si poteva dare un valore diverso al voto di un cittadino a seconda della contea di residenza. L’assenza quindi di uno standard unico avrebbe violato il diritto costituzionale degli elettori ad essere trattati tutti egualmente.

Sul piano politico, tuttavia, la percezione fu ben diversa. Milioni di americani erano convinti che la Corte Suprema non stesse proteggendo la Costituzione, bensì scegliendo il vincitore. Inoltre, il fatto che la decisione sia stata presa con una maggioranza di 5 voti contro 4 — ha confermato l’impressione di una sentenza di parte. L’intervento della magistratura “a gamba tesa” fischiando la fine della partita mentre il risultato era ancora in bilico scioccò molti se non tutti.

Da quel momento, la Corte Suprema ha smesso di essere vista come un arbitro imparziale super partes ed è diventata l’ultima istanza del potere politico. È qui che nasce l’idea moderna che un’elezione non si vinca solo ai seggi, ma anche (e soprattutto) attraverso la battaglia legale e la nomina di giudici favorevoli.  A distanza di venticinque anni da Bush v. Gore, il sistema elettorale statunitense resta profondamente decentrato. Negli Stati Uniti non esiste un’autorità elettorale nazionale con competenze operative uniformi. Ogni Stato – e spesso ogni contea – gestisce in modo diverso: registrazioni, liste elettorali, modalità di voto anticipato, voto per corrispondenza e requisiti di identificazione. Il risultato è un mosaico normativo:

  • Stati che richiedono un documento con foto.
  • Stati che accettano documenti non fotografici.
  • Stati che consentono il voto con semplice dichiarazione giurata.
  • Stati che verificano l’identità tramite firma comparata.

Non esiste una tessera elettorale federale. Non esiste un database nazionale unico. Non esiste una carta d’identità obbligatoria per tutti i cittadini americani.

Dopo le elezioni del 2016 e soprattutto dopo quelle del 2020, il tema della verifica del voto è entrato stabilmente nel dibattito pubblico. Accuse di irregolarità, errori nei registri, contestazioni sul voto per corrispondenza hanno alimentato una narrazione di vulnerabilità sistemica – spesso amplificata dai social media e da dichiarazioni politiche polarizzate.

Tanto per inserire una nota personale, alcuni anni fa, proprio durante il periodo critico delle elezioni del 2016, scoprii per caso che sia io che mia figlia — entrambe cittadine statunitensi — risultavamo registrate come affiliate a un partito politico in uno Stato in cui non abbiamo mai risieduto. Non avevamo mai presentato alcuna richiesta in tal senso. Nessuna comunicazione preventiva. Nessuna spiegazione immediata. Una cara amica, invece, il giorno delle elezioni si sentì dire al seggio che il suo voto risultava già registrato. Ma se tre rondini non fanno primavera, è legittimo essere consapevoli di quanto si potrebbe migliorare il clima di fiducia elettorale con una semplice carta elettorale e d’identità.

Trump, però, nel suo stile negoziale ha già iniziato a tastare il terreno dicendo che potrebbe dispiegare agenti ICE ai seggi elettorali. È una dinamica ricorrente: alzare l’asticella per capire quali le reazioni. Possiamo solo augurarci che, invece di percorrere la strada simbolica della forza, se davvero l’obiettivo è rafforzare la fiducia nel sistema, la via non sia la presenza di agenti armati ai seggi, ma una proposta legislativa seria che uniformi i criteri di verifica dell’identità su tutto il territorio nazionale — come avviene in gran parte del mondo democratico. Le istituzioni si consolidano con regole chiare e condivise.

2. INSIDER TRADING AL CONGRESSO: ricchezza, privilegi e sfiducia

Uno degli elementi che più ha contribuito all’erosione della fiducia nelle istituzioni americane riguarda le attività finanziarie dei membri del Congresso, in particolare il loro coinvolgimento nel mercato azionario e i sospetti di insider trading o vantaggi derivanti dall’accesso a informazioni privilegiate.

Un quadro legale debole

Nel 2012 il Congresso approvò lo STOCK Act, una legge pensata per proibire ai legislatori di usare informazioni non pubbliche ottenute durante il loro mandato per trarne un vantaggio finanziario diretto tramite operazioni in borsa. La norma impone anche che i parlamentari rendano pubbliche le loro transazioni finanziarie entro 30 giorni, aumentando la trasparenza.

Tuttavia, l’applicazione pratica della legge si è rivelata insoddisfacente. Nessun membro del Congresso è mai stato perseguito penalmente sotto lo STOCK Act, nonostante l’evidente accumulo di profitti e le numerose segnalazioni pubbliche di presunte violazioni.

In molti casi, le infrazioni vengono trattate come ritardi burocratici o errori di rendicontazione, e le sanzioni sono minime (una multa standard di poche centinaia di dollari), insufficienti rispetto alle possibilità di guadagno che politicamente informati possono ottenere con una strategia di trading efficace. Negli ultimi anni sono emersi numerosi episodi che hanno alimentato dubbi, critiche e richieste di riforma più radicale: alcuni membri hanno acquistato o venduto titoli di società collegate direttamente alle loro responsabilità legislative o a decisioni politiche imminenti, suscitando domande sul possibile uso di informazioni privilegiate.

  • Secondo analisi giornalistiche e dataset pubblici, una parte significativa dei legislatori effettua transazioni in settori che sono collegati alle commissioni di cui fanno parte, suggerendo un vantaggio informato anche se non sempre provato come illegale.
  • Anche episodi recenti come quelli che hanno visto membri del Congresso comprare azioni poco prima di annunci politici importanti — come sospensioni tariffarie o integrazioni tecnologiche — hanno riacceso il dibattito pubblico sulle potenziali asimmetrie informative.

Questi casi, spesso non sfociano in condanne penali, ma alimentano una percezione potente: che alcuni parlamentari possano trarre vantaggio personale dal loro ruolo, anche se formalmente non violano la legge. Secondo una revisione delle disclosure finanziarie condotta dal Campaign Legal Center,

  • 12 senatori avrebbero effettuato almeno 227 operazioni di acquisto o vendita, con profitti stimati pari a 98,3 milioni di dollari;
  • alla Camera, 37 rappresentanti avrebbero realizzato 1.358 transazioni, con benefici complessivi stimati intorno a 60,5 milioni di dollari.

Questi numeri non dimostrano automaticamente attività illegali. Le transazioni possono essere formalmente lecite. Ma alimentano una domanda politica e morale: è opportuno che chi legifera su mercati, regolazioni e politiche fiscali possa contemporaneamente operare attivamente in quei mercati?

3. L’ASSENZA DI UNA NUOVA LEADERSHIP DEMOCRATICA

Se il bullismo politico di Donald Trump rappresenta un’ottima occasione per catalizzare nuove energie democratiche in vista delle elezioni di mid-term al Congresso, la realtà appare più complessa e deludente.

In teoria, la situazione potrebbe far nascere una nuova leadership polarizzante e muscolare attraverso candidati preparati, proposte articolate, una piattaforma soprattutto riformista capace di intercettare il malcontento generale e trasformarlo in un progetto politico di successo, più moderato, ma necessario.

In pratica, però, si ha l’impressione che il Partito Democratico fatichi a proporre volti realmente nuovi e contenuti strutturali altrettanto nuovi. Molti dei nomi che emergono nel dibattito pubblico sono già figure consolidate nel panorama nazionale — potenziali candidati per le prossime presidenziali — più che espressione di un rinnovamento generazionale e programmatico. Il problema non è la visibilità.  È la sostanza.

La presenza di Alexandria Ocasio-Cortez alla Munich Security Conference è stata letta da molti osservatori come un banco di prova internazionale in vista di ambizioni presidenziali. Monaco non è un palco qualunque: è un contesto dove la preparazione storica, la padronanza della politica estera e la capacità di muoversi tra riferimenti geopolitici complessi vengono osservate con attenzione. Proprio per questo ha suscitato sorpresa e rammarico il suo intervento critico nei confronti di Marco Rubio, accusato di aver utilizzato citazioni storiche scorrette nel suo discorso. Peccato che lui ha studiato e lei no, rendendo la contestazione di Ocasio uno scivolone alla Petrecca.

In un contesto internazionale di alto livello, la differenza tra critica politica e contestazione imprecisa diventa rilevante. Monaco non è un’arena da social media: è un luogo in cui la credibilità si misura nella precisione dei riferimenti e nella solidità dell’argomentazione. Se l’obiettivo era dimostrare statura presidenziale, l’episodio ha sollevato interrogativi sulla profondità dell’elaborazione strategica più che sulla forza retorica.

Allo stesso modo, la partecipazione di Gavin Newsom è stata interpretata come una prova generale per il pubblico americano. Il governatore californiano ha usato la platea internazionale per criticare Donald Trump, una scelta politicamente comprensibile in chiave domestica, ma che pone una questione di opportunità: quando le divisioni interne vengono proiettate su un palco globale, il confine tra legittima opposizione ed esposizione delle fragilità interne diventa sottile.

L’intervento di Newsom è stato descritto come un “tour anti-Trump” in Europa. Ha rassicurato gli alleati internazionali dichiarando che l’attuale corso della politica estera americana è “temporaneo” (affermando testualmente: “Se ne andrà tra tre anni”), esortando i leader mondiali e i vertici aziendali a non cedere alle pressioni e a rimanere fedeli ai valori democratici e scientifici. Peccato che i conti della California come abbiamo raccontato la settimana scorsa, non tornino.

Quanto a Hillary Clinton, la sua presenza a Monaco rappresenta continuità dell’establishment democratico in materia di politica estera. Tuttavia, proprio questa continuità riapre il tema del rinnovamento. In un’epoca segnata da sfiducia verso le élite tradizionali, la riproposizione degli stessi volti rischia di rafforzare la percezione di immobilismo più che di stabilità.

Il momento più duro della Clinton è stato il suo affondo contro la politica estera della Casa Bianca. Ha definito “vergognosa” la pressione esercitata su Kyiv per accettare un accordo di pace con la Russia, arrivando a dichiarare che l’attuale amministrazione sta “tradendo l’Occidente” e i valori umani fondamentali. Se Newsom ha usato toni sarcastici (“Trump è temporaneo”), la Clinton ha usato toni morali e storici, dipingendo l’attuale corso come un errore epocale e corrotto. Però ha ammesso che l’immigrazione negli Stati Uniti “è andata troppo oltre”, definendola un fattore “dirompente e destabilizzante” per la tenuta delle democrazie occidentali. Clinton ha agito come una consulente strategica per i leader europei (incontrando Macron e il Cancelliere Merz), suggerendo che l’imprevedibilità di Washington può essere “neutralizzata” se gli alleati mantengono una posizione ferma e unita., ma se per Newsom i conti della California non tornano, per Hillary Clinton il problema è la distanza tra la sua retorica e la sua percezione interna: basti citare i file di Epstein (ma sappiamo tutti molto bene delle scappatelle di Bill senza dover leggere le email di Epstein).

In sintesi, se Newsom è andato a Monaco per costruire il suo domani, Hillary è andata per difendere il suo ieri (l’ordine atlantista), finendo però per confermare l’immagine di una leadership democratica che si sente più a casa tra le élite di Monaco che tra gli elettori della Rust Belt.

Se Monaco doveva essere l’occasione per presentare una visione rinnovata interessante e preparata, della futura leadership democratica statunitense a un pubblico internazionale, l’unico ad uscirne gloriato è Rubio.

In un’epoca in cui la politica ha debordato dai suoi confini naturali per invadere ogni ambito della nostra vita, persino quello dell’intrattenimento — dove figure come Stephen Colbert hanno trasformato la satira in un esercizio di “io ho ragione e tu no” che non fa più ridere nessuno — è diventato urgente invertire la rotta. Non basta più semplicemente abbassare i toni; serve avviare una modernizzazione radicale delle istituzioni che ne ripristini la funzione originaria. Bisogna arginare quell’avidità di potere e denaro che ha penetrato i gangli dello Stato, trasformando il servizio pubblico in un’opportunità di arricchimento personale per pochi. Quando le istituzioni smettono di eseguire il mandato per cui sono nate, perdendo credibilità giorno dopo giorno, non è più solo una crisi politica, ma un fallimento del patto sociale. La via d’uscita non passa attraverso nuovi slogan o agenti armati ai seggi, ma attraverso il ritorno a regole chiare, all’onestà dei numeri e a una leadership che senta nuovamente il peso della responsabilità verso il cittadino, prima ancora che verso il proprio tornaconto o la propria bolla ideologica.




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