Droni, sabotaggi e voto: la guerra ibrida russa si avvicina all’Italia?
di Claudio Bertolotti.
Il 1° settembre 2026 il governo tedesco ha attribuito alla Russia il tentato attacco del 4 agosto all’aeroporto di Lipsia/Halle, dove un drone dotato di esplosivo e sistema di detonazione è stato rinvenuto nell’area di sicurezza, in prossimità di velivoli cargo ucraini. Berlino ha indicato come base dell’attribuzione la convergenza tra indagini di polizia, modalità operative e risultanze d’intelligence. Mosca respinge l’accusa. La Germania ha annunciato misure diplomatiche e ulteriori iniziative in sede europea.
Questo evento segna un possibile salto di qualità nella pressione ibrida attribuita alla Russia. Ma quanto è distante quel fronte dall’Italia? Dai sabotaggi alle operazioni cyber, fino alla manipolazione informativa e alle possibili interferenze elettorali, Claudio Bertolotti analizza una minaccia che tende a muoversi deliberatamente sotto la soglia della guerra convenzionale. Il vero obiettivo di Mosca non sarebbe lo scontro diretto con la NATO, quanto aumentare vulnerabilità, costi e divisioni interne all’Europa. E l’Italia, per peso politico e infrastrutture strategiche, non può considerarsi al riparo.
La Germania accusa la Russia del lancio di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Cosa possiamo aspettarci?
Credo che quanto accaduto a Lipsia non debba essere letto soltanto per quello che materialmente è, ma soprattutto per quello che avrebbe potuto produrre. Un drone non ha provocato l’esplosione prevista e, dunque, sul piano tattico l’azione è fallita. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo dato. Sul piano strategico, invece, l’episodio ha già prodotto un effetto perchè ha dimostrato, almeno secondo l’attribuzione formulata dal governo tedesco, che un attore ostile è in grado di portare un dispositivo esplosivo all’interno di un’infrastruttura critica europea e di avvicinarlo a velivoli inseriti nella catena logistica di sostegno all’Ucraina. E questo è un problema, quasi scontato, ma che non ha destato preoccupazione fin quando la vulnerabilità non è stata resa palese; così cambia la prospettiva. Lipsia/Halle non è un aeroporto qualsiasi, ma è un grande nodo logistico europeo, elemento della capacità di trasporto strategico utilizzata dalla NATO. E colpire, o tentare di colpire, quel sistema significa agire contro uno degli elementi che consentono all’Europa di sostenere materialmente Kiev, ma senza attaccare direttamente un comando o un’infrastruttura direttamente della NATO. È quella zona grigia in cui la competizione ibrida trova la propria convenienza.
Cosa succederà adesso? Probabile aspettarsi una risposta calibrata. Berlino ha già scelto la strada diplomatica, delle restrizioni, delle sanzioni e del rafforzamento della sicurezza. Non credo che la Germania abbia interesse a trasformare automaticamente l’episodio in una crisi militare con Mosca, poiché non c’è convenienza, né capacità in questo senso. C’è un però: il problema sarà dimostrare che un’azione sotto la soglia della guerra non sia un’azione priva di costo, ed è qui che si gioca la credibilità europea: rispondere senza offrire alla Russia il vantaggio dell’escalation, ma facendo aumentare progressivamente il costo politico, diplomatico, economico e operativo di simili iniziative.
Il vero rischio non è tanto ciò che accadrà domani mattina, quanto la normalizzazione di episodi di questo tipo. Se un tentativo di sabotaggio contro un’infrastruttura strategica viene assorbito come uno dei tanti incidenti della guerra in Ucraina, allora la soglia di ciò che diventa politicamente accettabile tende inevitabilmente a spostarsi. E quando la soglia si sposta, aumenta lo spazio per l’azione successiva. È un problema tutto nostro, non della Russia.
Per alcuni analisti la Russia ha dichiarato la guerra (ibrida) ad uno dei Paesi europei più importanti. Ma è una dichiarazione di guerra all’Europa intera oppure nulla di tutto ciò?
Dobbiamo essere realisti: non è una “dichiarazione di guerra”, e non userei nemmeno il termine perché rischia di farci interpretare con le categorie della guerra convenzionale un fenomeno che, per sua natura, tende proprio a sottrarsi a quelle categorie. La guerra ibrida funziona perché consente di esercitare pressione sull’avversario senza assumersi formalmente la responsabilità politica e giuridica di una guerra: è la “plausibile negabilità” dell’atto, e in questo la Russia (come l’Iran e la Corea del Nord) è maestra. Sabotaggio, cyber-attacchi, disinformazione, interferenze, ricorso a intermediari e agenti sacrificabili hanno in comune il vantaggio comune di rendere più complessa l’attribuzione e, conseguentemente, più difficile la risposta.
Direi quindi che, se l’attribuzione tedesca verrà consolidata dalle risultanze investigative, Lipsia rappresenterà un ulteriore salto di qualità in una campagna di pressione che l’Europa considera già in corso. Non è necessario che Mosca “dichiari” una guerra ibrida alla Germania, perché la caratteristica della competizione ibrida è esattamente l’assenza di quella dichiarazione. È così, lo è da tempo.
E non parlerei neppure di una dichiarazione di guerra all’Europa intera. Parlerei, piuttosto, di un messaggio rivolto all’intero sistema europeo in cui nessun Paese che contribuisca in maniera significativa al sostegno dell’Ucraina può più considerarsi esterno al conflitto. Questo non significa che la Russia voglia combattere militarmente contro l’Europa o contro la NATO, anzi è esattamente il contrario e io continuo a ritenere che Mosca abbia tutto l’interesse a evitare un confronto militare diretto con l’Alleanza. Il paradosso però è evidente in quanto, nel tentativo di aumentare la pressione sull’Europa senza arrivare alla guerra, la Russia tende a moltiplicare le occasioni nelle quali un errore, una vittima, un sabotaggio riuscito o una reazione non prevista potrebbero avvicinare proprio quel confronto che avrebbe interesse a evitare.
La Germania, poi, ha un valore particolare perché è una potenza economica, industriale e logistica centrale, oltre ad essere uno dei principali sostenitori europei dell’Ucraina, ed è politicamente determinante per la tenuta della risposta europea. Fare pressione sulla Germania significa quindi tentare di produrre un effetto che va ben oltre i confini tedeschi, significa influire sulla percezione del rischio, sul consenso interno, sui costi del sostegno a Kiev e, in ultima analisi, sulla coesione europea.
E la Nato?
La NATO è di fronte a uno scenario che si basa sull’accettazione di una distinzione fondamentale. La posizione dell’Alleanza è complessa perché deve garantire deterrenza senza trasformare automaticamente ogni azione ibrida in un casus belli.
L’Articolo 5 non è un interruttore che scatta automaticamente ogni volta che si verifica un sabotaggio, un cyber-attacco o un’incursione con un drone. La valutazione dipende dalla natura dell’azione, dagli effetti prodotti, dalla sua attribuzione e dalla gravità complessiva e per questo, nel caso di Lipsia, il punto più importante non è chiedersi se debba essere invocato l’Articolo 5, ma comprendere come l’Alleanza possa impedire che la fascia al di sotto di quella soglia diventi uno spazio operativo nel quale l’avversario possa agire quasi impunemente.
Il punto, a mio avviso, è che la deterrenza deve funzionare anche sotto la soglia dell’Articolo 5, e se funziona soltanto quando siamo già di fronte a un attacco armato convenzionale, allora lasciamo all’avversario uno spazio enorme nel quale operare. Ed è precisamente quello spazio che oggi deve essere ridotto.
In Europa agirebbero molti agenti al servizio della Federazione Russa. Dovremmo aspettarci un’intensificazione delle azioni di sabotaggio?
È uno scenario plausibile, e direi che dobbiamo prepararci a un aumento della pressione, senza però trasformare una valutazione di rischio in una certezza predittiva. Il punto che più trovo interessante è che il modello operativo che le autorità europee stanno descrivendo non è necessariamente costituito da agenti professionisti inviati da Mosca, ma da reti molto più flessibili, composte da intermediari, criminali, soggetti reclutati attraverso piattaforme digitali e quelli che i tedeschi definiscono, con un’espressione efficace, “agenti usa e getta”: e anche qui ci vedo un parallelo con quanto starebbe facendo l’Iran attraverso il reclutamento delle gang giovanili di immigrati per destabilizzare la sicurezza (o la percezione di sicurezza) dei paesi europei target.
E questo avviene perché è un modello particolarmente conveniente che riduce il costo dell’operazione, aumenta la distanza tra mandante ed esecutore e rende più difficile ottenere una prova giudiziaria capace di ricondurre l’intera catena di comando allo Stato che avrebbe promosso l’azione. L’esecutore può sapere pochissimo del committente e persino ignorare la finalità strategica dell’incarico, e proprio questa frammentazione è la forza del sistema.
Per questo mi aspetto che la minaccia evolva più in termini di quantità, diversificazione e imprevedibilità che attraverso operazioni necessariamente spettacolari: depositi, ferrovie, aeroporti, reti energetiche, aziende della difesa, sistemi informatici e infrastrutture legate al sostegno all’Ucraina costituiscono obiettivi potenzialmente vulnerabili. Non tutti gli episodi saranno riconducibili alla Russia e sarebbe metodologicamente sbagliato attribuire automaticamente a Mosca ogni incendio, guasto o sabotaggio. Ma è proprio la moltiplicazione degli eventi ambigui a produrre uno degli effetti desiderati dalla guerra ibrida: rendere più difficile distinguere il caso, il crimine comune, l’attivismo politico e l’operazione coordinata da un servizio d’intelligence.
La risposta europea dovrà quindi essere prima di tutto di metodo perchè occorre mettere in relazione gli episodi, condividere intelligence e indicatori, seguire i flussi finanziari e le modalità di reclutamento, proteggere le infrastrutture e, soprattutto, evitare due errori opposti: sottovalutare il fenomeno e attribuire alla Russia qualunque evento anomalo.
E dunque sì, ritengo probabile un’intensificazione della competizione ibrida nella misura in cui questa continuerà a offrire a Mosca risultati politici e psicologici a costi relativamente contenuti, per quanto, proprio per questo, la risposta più efficace non può essere quella emotivamente più forte, bensì quella capace di ridurre progressivamente il tornaconto strategico di queste operazioni, rendendole più difficili da organizzare, più facili da attribuire e, soprattutto, più costose da promuovere.
Quanto è distante Lipsia dall’Italia? È un campanello d’allarme anche per noi?
Non è così distante, perché Lipsia dimostra che la minaccia ibrida non riguarda più soltanto cyber-attacchi o propaganda, ma può tradursi in azioni fisiche contro infrastrutture critiche, nodi logistici, trasporti ed energia. L’Italia dispone di porti, aeroporti, reti ferroviarie e infrastrutture militari che hanno un ruolo rilevante anche nel sostegno all’Ucraina: quindi il rischio non è teorico. Il campanello d’allarme è proprio questo: la guerra può entrare nello spazio europeo senza assumere la forma della guerra convenzionale. E la presenza di gruppi o movimenti antagonisti o di estrema sinistra e destra vicini alla Russia non può che aumentare la probabilità di tali azioni.
Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, parla di possibili interferenze russe nelle elezioni. Perché è importante non sottovalutare?
Perché l’obiettivo non è necessariamente “far vincere” un partito, ma alterare il contesto nel quale gli elettori maturano le proprie decisioni, polarizzare, amplificare le divisioni esistenti, delegittimare le istituzioni e il processo elettorale e, ancora, esasperare le masse, o porzioni di elettorato su temi sensibili, di fatto creando una polarizzazione sociale e politica. Tajani ha ragione quando sottolinea la necessità di intervenire prima, perché le operazioni di influenza funzionano soprattutto quando riescono a confondersi con il normale dibattito politico e informativo.
In che modo le interferenze russe si sono intensificate sull’Italia dal 2022 a oggi? Quali i settori più sensibili?
Dal 2022 il salto di qualità riguarda soprattutto la convergenza tra strumenti diversi, dalla disinformazione, alla manipolazione informativa, alle cyber-attività, reti di influenza e al potenziale sabotaggio di obiettivi industriali o infrastrutturali. E in questo quadro evolutivo non dobbiamo porre in secondo piano la possibile convergenza dei gruppi antagonisti. I settori più sensibili sono quelli che incidono direttamente sulla resilienza dello Stato, come il sistema politico-elettorale, lo spazio informativo e i social media, così come le infrastrutture energetiche e digitali, i trasporti, porti, aeroporti e filiera industriale della difesa. Il punto, però, è non leggere questi strumenti separatamente, in quanto la forza della strategia ibrida sta proprio nella loro combinazione perché consente di produrre un effetto strategico senza superare apertamente la soglia della guerra.