Il nemico nella cabina. Il caso Flydubai e la vulnerabilità indicibile
di Claudio Bertolotti.
Quanto accaduto
il 30 settembre 2026 a bordo del volo Flydubai FZ1073, decollato da Dubai e
diretto a Tel Aviv, impone una riflessione che va oltre la drammaticità
dell’episodio e oltre la sua ancora incerta classificazione come atto terroristico,
perché ciò che emerge dalla dinamica dell’evento è, prima ancora della
possibile matrice ideologica, l’esistenza di una vulnerabilità strutturale: la
minaccia interna, l’insider threat,
quando il soggetto potenzialmente ostile è qualcuno al quale il sistema concede
accesso, fiducia e capacità operative.
Pur lasciando
aperta la questione fondamentale del movente, i dati oggi disponibili
consentono di ricostruire con maggiore precisione quanto avvenuto: secondo le
autorità israeliane, il copilota del Boeing 737 MAX 8, cittadino omanita,
avrebbe aggredito con un coltello il comandante, identificato da fonti indiane
come Smit Machchhar, cittadino indiano e comandante Flydubai dal 2022. Stando
alla ricostruzione israeliana, il copilota avrebbe tentato di assumere il
controllo dell’aeromobile e di provocarne la caduta; la compagnia aerea ha sì confermato
che nella cabina di pilotaggio si sia verificata una colluttazione, pur non
avendo attribuito pubblicamente un movente all’aggressore.
I dati di volo
aggiungono un elemento particolarmente significativo in quanto l’aereo, che
viaggiava a oltre 30.000 piedi, avrebbe perso più di 14.000 piedi di quota in
circa trenta secondi. Flightradar24 ha poi registrato il codice transponder
7700, indicativo di un’emergenza generale, e successivamente il codice 7500,
utilizzato internazionalmente per segnalare un’interferenza illecita a bordo
dell’aeromobile; segnale che è poi tornato al 7700 durante la deviazione verso
l’Arabia Saudita.
È in quella
manciata di secondi che la natura dell’evento pare essere cambiata poiché sposta
l’ipotesi di una mera aggressione tra due membri dell’equipaggio a quella in
cui la violenza esercitata all’interno della cabina di pilotaggio ha
direttamente compromesso la sicurezza dell’aeromobile e di tutti coloro che si
trovavano a bordo.
Secondo le
testimonianze raccolte da Reuters, il comandante ferito sarebbe riuscito ad
aprire la porta della cabina prima di collassare e qui, alcuni passeggeri
sarebbero intervenuti riuscendo a neutralizzare il copilota. Un equipaggio
Flydubai di riserva presente sull’aereo ha successivamente assunto il controllo
del velivolo riportandolo a terra all’aeroporto di Tabuk, in Arabia Saudita. I
filmati successivi all’aggressione, sempre secondo Reuters, mostrano entrambi i
piloti feriti e insanguinati.
Terrorismo o altro?
Il presunto
aggressore, sopravvissuto e arrestato dalle autorità saudite è l’elemento da
cui deve partire l’analisi di quanto avvenuto, al fine di comprendere se si sia
trattato di terrorismo o di una forma di violenza individuali diversamente
motivata. Il movente non è stato reso pubblico dalle autorità saudite e
Flydubai non ha confermato l’esistenza di una motivazione politica, religiosa o
ideologica.
Il ministro
della Difesa israeliano Israel Katz ha però definito quanto accaduto come un attentato
terroristico di matrice jihadista jihadista; un’ipotesi sostenuta anche dal primo
ministro Benjamin Netanyahu. È possibile, certo, per quanto non vi siano
elementi, al momento disponibili da fonti aperte, che possano confermare tale
ipotesi, al vaglio delle autorità israeliane.
Ora, la domanda cardine
del ragionamento non è se il copilota abbia tentato di provocare la caduta
dell’aereo, ma perché avrebbe voluto farlo.
Il fatto che il
volo fosse diretto a Tel Aviv, che a bordo vi fossero oltre 170 cittadini
israeliani e che l’aggressore fosse un cittadino di un Paese, l’Oman, che non
intrattiene relazioni diplomatiche con Israele sono elementi di rilievo in un
processo di analisi. E lo sono ancora di più sul piano investigativo; possono
sì suggerire una spinta ideologica di matrice jihadista, o antisionista, ma non
sono prove concrete in grado di dimostrarlo. Ma nulla può ad oggi essere
escluso.
Non abbiamo
informazioni che ci possano indicare se l’aggressore fosse in qualche modo
legato ad organizzazioni terroristiche o se avesse manifestato posizioni
ideologicamente definite o, ancora, se fosse in atto un processo di
radicalizzazione. Nulla di nulla: ma non perché non si sia trovato nulla, più
semplicemente perché è troppo presto. Nessun messaggio, nessuna rivendicazione;
e ricordo che il gruppo Stato islamico
rivendica solamente operazioni terroristiche di successo, e questa non lo è
stata.
E dunque, essere
tentati dall’attribuire prematuramente l’attacco allo Stato Islamico, ad al-Qa’ida o
a un più generico jihadismo significherebbe confondere un’ipotesi con un fatto.
Non lo esclude, ma non lo conferma.
Quel che è certo
è che, al di là delle ipotesi di adesione ideologica, quello a cui abbiamo assistito
è un chiaro esempio di insider threat
dove il sistema di sicurezza viene aggirato dall’interno. E allora, se
l’intenzionalità dell’azione fosse confermata, il dato strategicamente più
importante non sarebbe però rappresentato dal coltello utilizzato, bensì
dall’identità di chi lo impugnava, perché l’aggressore non era un passeggero
che aveva superato illegalmente i controlli aeroportuali. Era il copilota. Ed è
proprio questo fatto a far emergere la principale delle vulnerabilità.
Dopo l’11
settembre 2001, gran parte dell’architettura della sicurezza aeronautica
occidentale è stata costruita attorno al principio di separazione tra passeggeri
e cabina di pilotaggio, con porte rinforzate, procedure di accesso, controlli
dei passeggeri, limitazioni al trasporto di oggetti e liquidi, screening sempre più sofisticati, con lo
scopo di impedire all’aggressore di raggiungere il centro decisionale e
operativo dell’aeromobile.
Nel caso
Flydubai la dinamica è inversa in quanto il soggetto ostile era già all’interno
della cabina, aveva accesso ai comandi, conosceva il funzionamento
dell’aeromobile, le procedure e le vulnerabilità operative, e non aveva bisogno
di superare una barriera, poiché quella barriera era alle sue spalle, e lo
proteggeva da eventuali azioni esterne tese a neutralizzare la sua azione. E proprio
quella barriera fisica, progettata per proteggere il velivolo da un aggressore
esterno avrebbe contribuito, almeno nella fase iniziale, a separare
l’aggressore da coloro che avrebbero potuto impedirgli di agire.
È proprio questo
il paradosso dell’insider threat
quando, quanto più elevato è il livello di fiducia attribuito a una funzione,
tanto maggiore può essere il danno prodotto nel momento in cui quella fiducia viene
tradita. Così il sistema non viene penetrato, ma utilizzato contro se stesso.
E se fosse davvero terrorismo?
In questo caso
ci sarebbe una coerenza cristallina con l’evoluzione ormai consolidata della
minaccia rappresentata dal terrorismo contemporaneo in cui emerge la
progressiva riduzione della complessità tattico-operativa necessaria per
produrre conseguenze potenzialmente strategiche. È così da molti anni, è un
assunto ormai consolidato che abbiamo posto in evidenza nel corso del tempo
attraverso l’annuale rapporto
sul radicalismo e il contrasto al terrorismo dell’Osservatorio #ReaCT.
Un attacco a un
aereo di linea non richiede necessariamente esplosivi sofisticati, cellule
strutturate, infiltrazione di squadre operative o mesi di preparazione quando può
essere sufficiente un individuo e, nel caso specifico, un individuo collocato
nel luogo giusto, nel momento giusto, con accesso privilegiato a un sistema
complesso. Qui si pone il concetto di massimizzazione dell’effetto attraverso la
minimizzazione delle risorse; una dinamica che ritroviamo in molte manifestazioni
del terrorismo contemporaneo e che ho ricondotto al processo di progressiva individualizzazione
della violenza in cui l’organizzazione tende a perdere centralità operativa
mentre aumenta la capacità del singolo di trasformare strumenti ordinari,
accessi professionali o semplici opportunità in capacità offensive.
Ma ciò non
significa che il terrorismo organizzato sia scomparso, significa piuttosto che
il rapporto tra organizzazione, ideologia e attore operativo sia diventato più
elastico, non più concreto nella maggior parte dei casi. L’organizzazione può sì
dirigere un attacco, può favorirlo, può ispirarlo, oppure può non avere alcun
rapporto diretto con l’autore, limitandosi a fornire un’idea di appartenenza,
un immaginario ideologico all’interno del quale l’individuo legittima
autonomamente la propria azione, si riconosce nell’organizzazione (o nell’ideologia)
e l’organizzazione stessa lo riconosce come proprio “soldato”, un mujaheddin: un testimonial in altri termini. Ed è precisamente questo rapporto che
l’indagine sul copilota dovrà chiarire.
L’obiettivo: Israele?
Perché proprio
quel volo? Se fosse dimostrato che il copilota ha scelto deliberatamente il
volo FZ1073 perché diretto a Tel Aviv e perché trasportava in prevalenza
cittadini israeliani, l’elemento ideologico acquisirebbe un peso completamente
diverso in quanto l’obiettivo non sarebbe più semplicemente un aeromobile
civile, ma un obiettivo israeliano per destinazione e composizione dei passeggeri.
Il fatto che la compagnia aerea sia emiratina sarebbe solamente un elemento
secondario. E allora, in questo scenario, l’aereo assumerebbe la doppia
funzione di obiettivo materiale e simbolico.
E proprio la
dimensione simbolica è essenziale per comprendere e tracciare i confini del
terrorismo, in cui il terrorista non colpisce soltanto ciò che vuole distruggere,
ma ciò che vuole rappresentare. E proprio l’aviazione civile conserva, venticinque
anni dopo l’11 settembre, uno straordinario valore simbolico poiché l’aereo
è uno spazio chiuso, incontrollabile per chi viaggia, tecnologicamente
complesso e vulnerabile all’azione di pochissimi individui; ed è soprattutto
uno strumento capace di trasformare un numero limitato di vittime potenziali in
un pubblico globale composto da milioni di spettatori. In questa prospettiva l’attacco
diventa strumento di comunicazione e condizionamento psicologico con evidenti
ripercussioni in termini di percezione della minaccia, paura, e anche eccesso
di reazione.
L’effetto strategico di un attacco fallito:
il blocco funzionale
Quando il
terrorismo fallisce ottiene comunque un risultato. Qualunque esso sia, gioca a
favore del terrore. Il fatto che l’aereo non sia precipitato non significa che
l’eventuale attentato, qualora ne fosse confermata la natura terroristica, sia
stato completamente inefficace: il successo o il fallimento di un atto
terroristico non possono essere misurati soltanto attraverso il numero delle
vittime ma è necessario osservare gli effetti prodotti, il cui esito è il “blocco
funzionale”, il concetto che ho voluto introdurre nell’ambito dell’analisi del
terrorismo e che si conferma sempre più come determinante e forse vero
risultato perseguito e ottenuto dal terrorismo. Il blocco funzionale è
l’effetto attraverso il quale un’azione terroristica, indipendentemente dal suo
successo tattico, determina una riduzione, interruzione o alterazione delle
normali funzioni del sistema colpito, imponendo costi, modificazioni
comportamentali, nuove misure di sicurezza e una riallocazione delle risorse
L’episodio ha
determinato l’attivazione delle procedure di emergenza, il decollo di velivoli
militari israeliani, il coinvolgimento delle autorità saudite, l’intervento dei
servizi di sicurezza israeliani, una crisi diplomatica e operativa
potenzialmente complessa e, soprattutto, una immediata revisione delle
procedure di sicurezza. Israele ha già annunciato l’intenzione di rafforzare i
controlli sui piloti dei voli diretti verso il Paese. E questo è proprio il blocco
funzionale: la capacità di un’azione violenta di imporre modificazioni del
comportamento, dei protocolli e dell’allocazione delle risorse anche senza
raggiungere pienamente l’obiettivo tattico.
Il terrorismo funziona quando obbliga il
sistema colpito a reagire.
Ogni nuovo
controllo ha un costo, così come ogni procedura aggiuntiva richiede personale,
tempo, infrastrutture e, ancora, ogni percezione di vulnerabilità modifica il
comportamento del pubblico. In questo senso, persino un attentato materialmente
fallito può produrre un risultato funzionale.
Ma è insito anche
un effetto sul fronte opposto, in cui una reazione sproporzionata può
amplificare indirettamente gli effetti dell’azione; e una delle sfide della
sicurezza contemporanea consiste precisamente nel rafforzare la capacità di
prevenzione senza trasformare ogni vulnerabilità in un moltiplicatore
permanente della paura.
E qui non
possiamo che evidenziare il peso crescente proprio della vulnerabilità
cognitiva, che si colloca sul piano informativo e comunicativo. Nelle prime ore
successive all’incidente sono circolate interpretazioni molto differenti tra le
quali una lite tra piloti, uno russo e l’altro ucraino, un tentato
dirottamento, attacco suicida, terrorismo jihadista.
È una dinamica
prevedibile quando l’informazione viaggia più velocemente dell’investigazione. E
quando l’evento contiene elementi fortemente simbolici quali un aereo, Israele,
un aggressore musulmano, l’ipotesi di un tentativo di schianto, il processo
attraverso il quale l’opinione pubblica costruisce una spiegazione tende
inevitabilmente a precedere quello attraverso il quale gli investigatori
raccolgono le prove.
E questa
vulnerabilità cognitiva sposta il suo baricentro dal controllo dell’aeromobile
a quello della narrazione.
In questa
prospettiva, accettare immediatamente la natura dell’aggressore come «terrorista
jihadista» prima che ne siano note le motivazioni, è comprensibile sul piano dell’opportunità
(opportunismo) politico o emotivo, ma analiticamente rischia di anticipare le
conclusioni. Ma attenzione, perchè vale anche il contrario: escludere
aprioristicamente il terrorismo sarebbe altrettanto metodologicamente scorretto,
prima che un grande errore in termini di prevenzione e contrasto della minaccia
terroristica.
La risposta forse
sta nella capacità di mantenere separate le tre dimensioni di ciò che sappiamo,
di ciò che riteniamo probabile e di ciò che dobbiamo ancora dimostrare.
Ciò che sappiamo
è che un copilota ha aggredito violentemente il comandante di un volo diretto a
Tel Aviv, che l’aeromobile ha subito una perdita di quota estremamente rapida,
che è stato trasmesso il codice previsto per un’interferenza illecita, che l’aggressore
è stato neutralizzato, che un equipaggio di riserva ha ripreso il controllo del
velivolo e che l’uomo è ora sotto custodia saudita. Ciò che le autorità
israeliane sostengono è che l’uomo abbia deliberatamente tentato di far
precipitare il velivolo e che possa essersi trattato di terrorismo jihadista:
attendiamo la conferma.
La questione non
è dunque come sia stato possibile introdurre un coltello in una cabina di pilotaggio,
ma e qualcosa di più complesso, ossia come si possa garantire, nel tempo, l’affidabilità
di un individuo al quale viene affidato il controllo di un sistema capace, se
utilizzato deliberatamente in modo ostile, di trasformarsi in un’arma? Forse è
opportuno cominciare a ragionare su questa domanda.
PETROLIO E SANZIONI
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
WASHINGTON – Gli Stati
Uniti si preparano a sferrare un colpo durissimo al trasporto aereo di Teheran.
Il Segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha annunciato lunedì ai
microfoni della CNBC che tutte le compagnie aeree iraniane saranno
bloccate in tutto il mondo a partire da mercoledì 23 settembre.
La mossa di
Washington punta a isolare completamente i vettori della Repubblica Islamica
sfruttando il meccanismo delle sanzioni secondarie, che colpiranno direttamente
qualsiasi entità internazionale offra loro supporto tecnico o commerciale
all’estero.
L’avvertimento del capo del Tesoro
statunitense è perentorio: «Se atterrano, non potete dar loro carburante,
non potete fornire servizi di atterraggio, non potete vendere biglietti, o
sarete espulsi dal sistema del dollaro».
Il braccio di ferro di “Operation
Economic Outcast”
Il nuovo provvedimento non è isolato,
ma va a innestarsi sul massiccio pacchetto di designazioni contro il settore
dell’aviazione iraniana già varato all’inizio del mese nell’ambito della più
ampia strategia di pressione economica denominata “Operation Economic
Outcast”. L’obiettivo della Casa Bianca resta quello di azzerare i
canali finanziari e logistici a disposizione del regime.
L’ASSE WASHINGTON-PECHINO E IL FATTORE
TRUMP-XI
A rendere lo scenario ancora più
rilevante sotto il profilo geopolitico sono le dichiarazioni di Bessent in
merito al ruolo della Cina. Il Segretario ha riferito che i funzionari di
Pechino si sono mostrati «molto coinvolti» nella campagna di pressione
commerciale.
L’apertura segue un delicato faccia a
faccia avvenuto la sera precedente tra Bessent e il vicepremier cinese He
Lifeng. Si tratta di un dettaglio diplomatico cruciale e di forte peso
politico, che giunge proprio alla vigilia dell’attesissimo incontro bilaterale
tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping giovedì.
IL
“D-DAY ECONOMICO” DI WASHINGTON E IL FATTORE GREGGIO
La cornice in cui si inserisce
quest’ennesima sanzione sui cieli è “Operation Economic Outcast”, la
maxioperazione lanciata lo scorso 24 agosto. Non si tratta di un provvedimento
isolato, ma dell’ultimo tassello di quella che lo stesso Bessent ha definito
senza giri di parole un «D-Day economico». L’obiettivo della Casa Bianca
è chirurgico: prosciugare ogni singola riserva valutaria residua del regime di
Teheran, stringendo il cappio attorno al petrolio, al sistema bancario e, da
ultimo, al trasporto aereo.
La forza d’urto
del piano risiede interamente nella logica delle sanzioni secondarie.
Washington non ha bisogno di colpire direttamente il territorio iraniano: le
basta minacciare l’immediata estromissione dal sistema finanziario globale in
dollari di chiunque, in qualunque angolo del pianeta, continui a fare affari
con la Repubblica Islamica.
LA
DIPLOMAZIA DEL PETROLIO: IL PRESSING SU PECHINO
È su questo terreno che la partita
incrocia inevitabilmente la Cina. Prima del conflitto, oltre il 95% del greggio
esportato da Teheran prendeva la rotta dei mercati cinesi. Perfino nel 2025, in
piena escalation sanzionatoria, la quota è rimasta stabilmente sopra l’80%, assorbita
in gran parte dalle raffinerie indipendenti dello Shandong – le cosiddette “teapot”
– attraverso transazioni a forte sconto e il supporto logistico della
“flotta ombra”.
Consapevole di
questo canale sotterraneo, Washington ha deciso di affiancare alla forza delle
sanzioni una fitta rete diplomatica. Il bilaterale tra Bessent e il vicepremier
He Lifeng, unito all’attesissima visita di Xi Jinping negli Stati Uniti nelle
prossime settimane – la prima di un leader cinese in oltre un decennio –, offre
alla Casa Bianca una leva politica senza precedenti.
I segnali di
allentamento delle tensioni tra le due superpotenze sono tangibili: non a caso,
il Presidente Donald Trump ha recentemente congelato una vendita di armi a
Taiwan da 14 miliardi di dollari in seguito alle proteste di Pechino. Una mossa
che conferma come sul tavolo negoziale ci siano contropartite commerciali molto
più ampie del solo dossier mediorientale.
IL
NODO IRRISOLTO DELLO SHANDONG: LO SCUDO NORMATIVO CINESE
Tuttavia, dietro l’ottimismo di
facciata mostrato da Bessent, resta un profondo punto di attrito che rischia di
far fallire l’enforcement americano. Lo scorso maggio, il Ministero del
Commercio cinese ha varato un ordine esecutivo che vieta esplicitamente alle
proprie aziende di riconoscere o rispettare le sanzioni dell’OFAC (l’ufficio
del Tesoro USA per il controllo dei beni stranieri) contro cinque raffinerie teapot.
Rivendicando la propria sovranità
normativa contro quelle che Pechino definisce «sanzioni unilaterali prive di
mandato ONU», la Cina ha già gettato le basi per neutralizzare le restrizioni
statunitensi. È questo il precedente che ridimensiona l’apparente cooperazione
descritta dal Tesoro USA: se da un lato la diplomazia cinese si mostra aperta
al dialogo, dall’altro lo Stato ha già predisposto gli scudi legali per
proteggere i propri interessi energetici ed economici quando lo riterrà
necessario.
L’INCROCIO DEI CALENDARI
Il tempismo di questa mossa è
tutt’altro che casuale. La scadenza tassativa fissata da Bessent per il blocco
globale dei voli iraniani scatta infatti mercoledì 23 settembre, lo stesso
giorno in cui Xi Jinping atterrerà a Washington per la prima visita di
Stato formale di un leader cinese negli Stati Uniti in oltre dieci anni.
Il faccia a faccia cruciale con Donald
Trump è in agenda per giovedì 24. Sul tavolo dei negoziati non ci saranno solo
i tradizionali “tre pilastri” del contenzioso bilaterale – Taiwan,
tecnologia e tariffe – ma anche l’esplicita richiesta americana di un
drastico taglio agli acquisti cinesi di greggio iraniano. Una pressione,
quest’ultima, che il presidente statunitense sta esercitando da settimane
proprio in funzione di questo vertice.
MANHATTAN: L’AGENDA SOMMERSA DI BESSENT
E HE LIFENG
Dietro l’ostentato ottimismo del
Segretario al Tesoro, tuttavia, i segnali emersi dal vertice preparatorio di
domenica a Manhattan tra Bessent e il vicepremier He Lifeng invitano alla
cautela. Secondo le ricostruzioni disponibili, i due alti funzionari hanno
approfondito dossier caldi come le terre rare, l’intelligenza artificiale, i
dazi doganali e la creazione di un meccanismo bilaterale di notifica per
gli incidenti legati alla sicurezza nazionale nell’IA. Sul nodo iraniano, al
contrario, non sarebbe stato siglato alcun impegno specifico.
Questa discrepanza rappresenta il vero
punto interrogativo della vigilia: mentre Washington vincola l’esito del summit
politico alle concessioni su Teheran, l’unico vero incontro tecnico già andato
in porto sembra aver aggirato la questione nel merito. Sullo sfondo continua a
pesare lo scudo normativo eretto da Pechino a maggio, con cui è stato vietato
alle aziende cinesi di piegarsi ai diktat dell’OFAC (Office of Foreign Assets
Control) sulle raffinerie teapot.
IL GRANDE BARATTO GEOPOLITICO: PETROLIO
CONTRO TERRE RARE
Il vertice di giovedì chiarirà se Xi
Jinping sia realmente disposto a sacrificare parte del petrolio iraniano
sull’altare dell’interesse nazionale, magari in cambio di un allentamento delle
restrizioni statunitensi sui semiconduttori di Taiwan o di un’intesa strategica
sulle terre rare. Su questo fronte, Pechino detiene una formidabile leva
negoziale: la sospensione dei controlli cinesi sulle esportazioni di terre
rare scadrà il prossimo 10 novembre. (La Cina controlla oltre il 70%
dell’estrazione e della raffinazione globale delle terre rare).
Nei prossimi giorni sapremo se la
diplomazia del dollaro riuscirà a imporre un compromesso o se la Cina
continuerà, in linea con i precedenti di maggio, a considerare le sanzioni
secondarie americane come un vincolo valido per il resto del mondo, ma non per
sé stessa.
LE IMPLICAZIONI
PER L’EUROPA
Sul fronte
specifico del trasporto aereo, la nuova stretta della Casa Bianca non produrrà
alcun caos operativo immediato nei cieli europei. Il motivo risiede sul fatto
che il terreno è già stato completamente sgombrato fin dall’ottobre del 2024,
quando l’Unione Europea ha vietato l’accesso al proprio spazio aereo a
IranAir, Mahan Air e Saha Airlines, interrompendo di fatto gli ultimi
collegamenti diretti rimasti con la Repubblica Islamica. Aeroporti, società di handling
e fornitori di carburante europei non hanno più, nei propri scali, velivoli
iraniani da assistere.
Per l’Europa,
l’impatto di questa mossa non è dunque logistico, ma squisitamente politico e
normativo. Il provvedimento di Washington consolida un precedente pesantissimo:
l’utilizzo del sistema finanziario del dollaro come un’arma globale per punire
chiunque, in qualsiasi angolo del pianeta, presti assistenza a un’entità
sanzionata. Il messaggio della Casa Bianca è chiaro: chiunque utilizzi il
dollaro per i propri scambi commerciali deve piegarsi alle leggi americane,
pena l’esclusione dai mercati mondiali.
Si tratta dello stesso meccanismo punitivo che nel 2014 colpì il colosso bancario francese BNP Paribas, condannato dagli USA a una maximulta da 8,9 miliardi di dollari e al blocco temporaneo delle transazioni in valuta americana per aver semplicemente autorizzato pagamenti in dollari legati a paesi sotto embargo, tra cui proprio l’Iran. Quella storica sanzione finanziaria oggi si sposta dalle banche alla logistica reale: l’escalation sui cieli dimostra nei fatti la pervasività di un’operazione che fin dal suo debutto ad agosto prende di mira l’intera catena di trasporto e fornitura globale. Il recente caso della raffineria francese La Nivernaise de Raffinage, colpita dai provvedimenti statunitensi a inizio settembre, rappresenta il primo, durissimo segnale che la macchina sanzionatoria americana è già a pieno regime e non intende fare sconti all’industria europea. (Il 24 agosto 2026, nell’ambito dell’Operation Economic Outcast, l’OFAC ha imposto sanzioni secondarie alla raffineria francese La Nivernaise de Raffinage SAS. Secondo il Tesoro statunitense, la società madre Wellbred Trading SA, con sede in Svizzera, è riconducibile al magnate petrolifero Hossein Shamkhani, associato dalle autorità americane a una rete di commercio illecito di petrolio iraniano. Le misure isolano così l’azienda dai mercati e dal sistema bancario internazionale.)
Otto mesi per raccontare l’America: il nuovo visto stagionale per la stampa estera
Dal 15 settembre i corrispondenti esteri sono ammessi negli Stati Uniti per 240 giorni. Il rinnovo dipende da un ufficio con 11,3 milioni di pratiche arretrate.
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Da metà settembre finisce
l’entrata in territorio statunitense senza data di scadenza, nota anche come “duration
of status”. Studenti, ricercatori e giornalisti stranieri potevano
storicamente restare fino alla fine del corso di laurea, del programma di
ricerca o dell’incarico come corrispondente estero. Il Foreign Press Center
(FPC) dello State Department rilascia le tessere da Foreign Correspondent: la
mia ha una validità di 4 anni, ma questi titoli di accreditamento stampa non
regolano in alcun modo la permanenza legale. Per restare oltre gli otto mesi
(240 giorni) fissati al momento dell’ingresso sul territorio, un giornalista
deve ora richiedere una proroga di soggiorno al Department of Homeland Security
e attendere che venga concessa. Non è un automatismo. Questa non rientra fra le
leggi sui flussi migratori permanenti: è una norma tecnica focalizzata
specificatamente sui visti temporanei e, in questo caso, su chi racconta
l’America a chi la guarda da fuori.
IL CALENDARIO
Questa
nuova regola riguarda tre categorie: i visti F degli studenti, i visti J degli
scambi accademici e i visti I dei rappresentanti dei media stranieri. Per i
giornalisti l’ammissione viene legata alla durata dell’incarico e non può
superare i 240 giorni, con il tetto ridotto a 90 per i giornalisti cinesi,
escluse Hong Kong e Macao, ma qui è un do ut des con la Cina.
Fino ad oggi il visto poteva arrivare a cinque anni e comunque il Congresso avrà l’ultima parola essendo uno di quei cambiamenti che cadono sotto la definizione di major rule, quindi soggette a vaglio e il Dipartimento è tenuto a pubblicare un avviso se la revisione dovesse spostare la data o annullare il provvedimento. Finché ciò non accade, il calendario è quello.
IL LIMBO
Qui il provvedimento smette di essere una scelta politica e diventa un problema di numeri. Chi vuole restare oltre il periodo assegnato deve chiedere una proroga, presentarla in tempo utile, il che vorrà dire quasi il giorno dopo essere atterrati, visto che gli uffici preposti hanno 11,3 milioni di pratiche da evadere, e questo provvedimento, ne aggiungerà 414mila l’anno secondo la stima del Dipartimento stesso. Certamente un sistema costruito su queste basi, produce ritardi, e il ritardo produce persone che restano in un limbo, senza sapere se possono restare o meno.
Per il governo si tratta di una misura necessaria a sanare una falla nel
sistema, ripristinando verifiche regolari su chi risiede nel Paese anche a
costo di sovraccaricare gli uffici immigrazione. La regola non riduce i diritti di nessuno:
introduce una scadenza e una verifica, come avviene per quasi tutte le altre
categorie di visto. Chi lavora davvero, e lavora per quello che ha dichiarato,
ottiene il rinnovo.
LE PROTESTE
Il
Reporters Committee for Freedom of the Press sostiene che una modifica
apparentemente tecnica sulla durata dei visti abbia conseguenze profonde sulla
libertà di stampa. L’obiezione riguarda chi decide il
rinnovo. Chi si oppone teme che un corrispondente critico verso
l’amministrazione possa trovarsi la proroga negata, e che nessuno sia in grado
di dimostrarlo.
Quando la norma era ancora allo stadio di proposta, il senatore democratico
dell’Oregon Ron Wyden scrisse al Dipartimento chiedendone il ritiro. Il
provvedimento, secondo lui, avrebbe soffocato il giornalismo di merito,
raffreddato la libertà di stampa, ridotto l’influenza americana nel mondo e
sprecato risorse pubbliche in procedure inutili, con il rischio concreto di
provocare ritorsioni contro i giornalisti americani che lavorano all’estero.
Nella lettera osservava anche che il vecchio sistema consentiva ai
corrispondenti di costruire una conoscenza profonda del paese, e che 240 giorni
non bastano per un’inchiesta su una vicenda complessa o in evoluzione.
UN MILIONE IN MENO
La norma non riguarda solo qualche migliaio di corrispondenti, colpisce
anche gli studenti stranieri, che nell’anno accademico 2024-25 erano oltre 1,1
milioni e hanno prodotto 42,9 miliardi di dollari e 356mila posti di lavoro. Il
calo è già cominciato: nell’autunno 2025 le nuove iscrizioni erano scese del 17
per cento. L’11 agosto NAFSA – National Association of Foreign Student Advisers
– ha proiettato per quest’ autunno fino a 111mila studenti in meno, pari a $3,4 miliardi e quasi 40.000 posti di
lavoro a rischio. Il 63% degli 585 atenei interpellati si aspetta un forte calo.
Il giorno stesso della pubblicazione della nuova norma, gli atenei si sono mossi. Ad esempio, l’ufficio internazionale di Harvard ha diffuso un avviso ai propri studenti e ricercatori stranieri pregandoli di trovarsi fisicamente negli Stati Uniti prima del 15 settembre: chi è sul territorio quando la norma entra in vigore conserva lo status fino alla fine del programma, chi esce e rientra dopo riceve un modulo I-94 con una data di scadenza. Ma Harvard è andata oltre, infatti già l’anno scorso vista la presa di posizione della Casa Bianca, quando l’amministrazione Trump tentò di impedire a Harvard di immatricolare studenti stranieri, la Business School si è data da fare e ha iniziato ad esplorare alternative, facendo accordi con altri istituti affinché questi ultimi ospitassero i suoi alunni ricevendo comunque il diploma di Harvard. Questi erano: la Nova School of Business and Economics di Lisbona, l’IMD di Losanna, la London Business School e l’Università di Toronto. Harvard comunque attraverso Mariano-Florentino Cuéllar, membro dell’organo di governo dell’ateneo e presidente del Carnegie Endowment, dice che l’ateneo sta esplorando l’apertura di sedi all’estero.
Ma gli atenei, pur di non vedere i loro ingenti profitti ridursi drasticamente, in coalizione con associazioni accademiche hanno depositato il 18 agosto un ricorso contro il Dipartimento davanti alla corte federale del Massachusetts. Nel 2025 questa scelta aveva dato i suoi frutti e i giudici bloccarono il divieto di immatricolazione e Harvard chiuse l’anno con la quota più alta di studenti stranieri dal 2002. Ma l’anno scorso si trattava di una proclamazione presidenziale, mentre questo è un regolamento adottato con procedura ordinaria, e per sospenderlo è tutta un’altra storia, assai complessa.
In sostanza gli studenti sono più fortunati, hanno rettori, associazioni,
cifre economiche e un ricorso attivo, i corrispondenti hanno solamente una
lettera dell’editore.
UN BOOMERANG
I visti non viaggiano su principi astratti, ma su regole, e le regole hanno
la forma di una tabella. Si chiama Reciprocity and Civil Documents by
Country, la pubblica il Dipartimento di Stato, e per ogni paese e ogni
categoria di visto fissa tre numeri: costo, ingressi consentiti, mesi di
validità. Sono numeri specchio, calibrati su quello che ciascun governo concede
ai cittadini americani. Per decenni Washington ha negoziato a favore dei propri
corrispondenti sfruttando un’asimmetria: gli Stati Uniti trattavano i
giornalisti stranieri meglio di quanto molti paesi trattassero gli americani, e
da lì partiva la richiesta di adeguamento. Quell’asimmetria era una carta di
scambio che ora non c’è più. In questo
scambio di “do ut des”, per esempio, Washington aveva limitato il personale
delle testate statali cinesi negli Stati Uniti, Pechino quindi, revocò le
credenziali ai corrispondenti di New York Times, Wall Street Journal e
Washington Post, e Washington rispose riducendo a novanta giorni i visti dei
giornalisti cinesi. Quella misura di rappresaglia diventa ora regola generale.
E quando un governo straniero deciderà di ridurre il permesso di un
corrispondente americano a pochi mesi rinnovabili, Washington non avrà più molto
da obiettare, perché si sentirà rispondere che è la stessa durata che concede.
Infine, dal primo luglio, è stata introdotta una sorta di “corsia preferenziale a pagamento”: $750 aggiuntivi per fissare un colloquio entro dieci giorni. Una tassa che compra una data, ma non il lasciapassare, poiché l’istruttoria non viene accorciata, ma segue il suo normale iter. A coronare questa linea dura, il 6 agosto un ordine esecutivo ha formalizzato la caccia al “turismo delle nascite”, blindando i visti temporanei per evitare che vengano usati al solo scopo di partorire sul suolo americano. Messi tutti in fila, questi atti, delineano una chiara traiettoria: l’accesso agli Stati Uniti è temporaneo, rinnovabile su domanda e, in parte, acquistabile. Non è più una condizione: è una concessione.
CHI RACCONTA L’AMERICA
Per il lettore la questione non è la sorte di qualche centinaio di
giornalisti. La norma non tocca quello che un corrispondente può scrivere, ma
per quanto tempo può restare — e la permanenza è l’unica cosa che distingue un
corrispondente da un inviato. Le conferenze stampa sono pubbliche e accessibili a
tutti. Il vero valore sta nel retroscena: sapere chi chiamare quando esce un
provvedimento e capire quali annunci di Washington non diventeranno mai realtà.
È un’esperienza che si acquisisce solo restando sul campo, e che nessuna
testata può comprare. Chi lavora con visti di appena otto mesi non farà mai in
tempo a possederla.
Resta un effetto impossibile da misurare. Oggi non esistono casi di corrispondenti stranieri a cui sia stato negato il rinnovo a causa delle proprie opinioni, e non possono esistere: la norma entra in vigore tra pochi giorni. Il timore sollevato da chi si oppone è strutturale, e infatti non porta precedenti. Chi deve rinnovare la propria permanenza ogni otto mesi finisce per dipendere burocraticamente dall’amministrazione che costituisce il suo stesso oggetto di lavoro. Se questo vincolo cambierà il modo di fare informazione, nessuno lo ammetterà e nessuno potrà provarlo: un rifiuto può sempre essere motivato con l’arretrato o con un requisito ritenuto non dimostrato. Gli effetti che non lasciano tracce sono quelli su cui nessun controllo è possibile.
Venticinque anni dopo l’11 settembre: al‑Qaida non ha vinto, ma il jihadismo è diventato globale.
di Claudio Bertolotti.
Momento di bilanci: l’11 settembre e la guerra al terrore sono stati un fallimento? E, se l’Occidente ha fallito, al‑Qaida ha vinto?
Io parlerei di un fallimento strategico parziale, perché occorre distinguere
i diversi livelli. Sul piano tattico e operativo, l’Occidente ha ottenuto
risultati rilevanti: ha distrutto santuari, eliminato leader, smantellato
catene di comando, impedito ad al‑Qaida di replicare un’operazione della
portata dell’11 settembre e, successivamente, ha abbattuto il califfato
territoriale dello Stato islamico.
Il fallimento è stato politico e strategico. Si è pensato di poter
sconfiggere militarmente non soltanto un’organizzazione, ma un fenomeno
ideologico e sociale. E si è finito per sovrapporre lotta al terrorismo,
cambiamento di regime e costruzione dello Stato. L’Iraq ha creato il vuoto nel
quale è cresciuto lo Stato islamico; l’Afghanistan si è concluso con il ritorno
al potere dei talebani.
Ma il fallimento dell’Occidente non coincide automaticamente con la vittoria di al‑Qaida. Al‑Qaida non ha rovesciato i regimi arabi, non ha espulso l’Occidente dal mondo musulmano e non ha costruito il califfato universale. Bin Laden ha però ottenuto un risultato indiretto: trascinare gli Stati Uniti in guerre lunghe e costose, polarizzare le società e trasformare il jihad da progetto di un’organizzazione in un fenomeno globale. Al‑Qaida non ha vinto la guerra, ma l’Occidente è entrato, almeno in parte, nella trappola strategica preparata da al‑Qaida.
El Difraoui sostiene che il jihadismo non sia mai stato così diffuso, pur non essendo necessariamente più forte. Sei d’accordo? Qual è il pericolo?
Sì, sono d’accordo, purché non si confonda la diffusione con la forza. Nel
2001 il jihadismo era concentrato in pochi teatri e dipendeva maggiormente da
organizzazioni, leader e santuari. Oggi è molto meno centralizzato, ma è
presente dall’Afghanistan al Sahel, dal Corno d’Africa allo Yemen, fino alle
comunità virtuali e agli individui radicalizzati in Europa.
Il paradosso è evidente anche nei numeri: secondo ReaCT, il nostro rapporto
annuale, nel 2025 il 92 per cento delle azioni jihadiste in Europa è stato
compiuto da individui e la metà ha avuto carattere emulativo; allo stesso
tempo, dal 2022 nessun attentato ha conseguito un vero successo strategico. Il
jihadismo è dunque più diffuso, ma non necessariamente più capace.
Ed è proprio questa dispersione a rappresentare il pericolo. Una minaccia diffusa è meno visibile, più resiliente e non ha bisogno di una grande organizzazione centrale. È sufficiente una narrazione globale che un gruppo locale possa adattare alla propria guerra o che un singolo individuo possa trasformare in violenza di prossimità. Non dobbiamo quindi lasciarci rassicurare dall’assenza di grandi attentati coordinati: la minaccia contemporanea è meno spettacolare, ma più ubiqua, frammentata e difficile da anticipare.
.Quale eredità ritroviamo nei gruppi jihadisti contemporanei? Che cosa hanno imparato in questi venticinque anni?
Hanno imparato, anzitutto, che sopravvivere è più importante che controllare
un territorio. I grandi campi di addestramento, le gerarchie rigide e le
strutture visibili possono essere individuati e distrutti. Una rete
clandestina, un sistema di franchising o una costellazione di cellule autonome,
invece, può perdere i propri leader e continuare a operare.
Hanno poi imparato a collegare l’ideologia globale alle rivendicazioni
locali. Al‑Qaida ha progressivamente affidato il proprio marchio a gruppi
radicati nei conflitti africani, mediorientali e asiatici; lo Stato islamico ha
perfezionato l’esternalizzazione della violenza, trasformando simpatizzanti e
individui radicalizzati in strumenti tattici autonomi.
La terza lezione riguarda il tempo. Le democrazie ragionano sulla durata dei
governi e delle missioni militari; i movimenti jihadisti possono attendere
anni. Il ritorno dei talebani a Kabul, pur appartenendo a una prospettiva
prevalentemente nazionale, è stato utilizzato dalla propaganda jihadista come
dimostrazione che la perseveranza può logorare anche una potenza superiore.
Infine, hanno compreso che l’obiettivo dell’attentato non è soltanto uccidere.
È provocare una reazione, alimentare paura, polarizzazione e ostilità verso le
comunità musulmane, rendendo credibile la narrativa del “noi contro loro”. In
sintesi, l’Occidente ha imparato a decapitare le organizzazioni; i jihadisti
hanno imparato a sopravvivere alla decapitazione. Ed è questo il lascito più
insidioso dei venticinque anni successivi all’11 settembre.
Droni, sabotaggi e voto: la guerra ibrida russa si avvicina all’Italia?
Il 1° settembre 2026 il
governo tedesco ha attribuito alla Russia il tentato attacco del 4 agosto
all’aeroporto di Lipsia/Halle, dove un drone dotato di esplosivo e sistema di
detonazione è stato rinvenuto nell’area di sicurezza, in prossimità di velivoli
cargo ucraini. Berlino ha indicato come base dell’attribuzione la convergenza
tra indagini di polizia, modalità operative e risultanze d’intelligence. Mosca
respinge l’accusa. La Germania ha annunciato misure diplomatiche e ulteriori
iniziative in sede europea.
Questo evento segna un
possibile salto di qualità nella pressione ibrida attribuita alla Russia. Ma
quanto è distante quel fronte dall’Italia? Dai sabotaggi alle operazioni cyber,
fino alla manipolazione informativa e alle possibili interferenze elettorali,
Claudio Bertolotti analizza una minaccia che tende a muoversi deliberatamente
sotto la soglia della guerra convenzionale. Il vero obiettivo di Mosca non
sarebbe lo scontro diretto con la NATO, quanto aumentare vulnerabilità, costi e
divisioni interne all’Europa. E l’Italia, per peso politico e infrastrutture
strategiche, non può considerarsi al riparo.
La Germania accusa la Russia del lancio di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Cosa possiamo aspettarci?
Credo
che quanto accaduto a Lipsia non debba essere letto soltanto per quello che
materialmente è, ma soprattutto per quello che avrebbe potuto produrre. Un
drone non ha provocato l’esplosione prevista e, dunque, sul piano tattico
l’azione è fallita. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo dato. Sul piano
strategico, invece, l’episodio ha già prodotto un effetto perchè ha dimostrato,
almeno secondo l’attribuzione formulata dal governo tedesco, che un attore
ostile è in grado di portare un dispositivo esplosivo all’interno di un’infrastruttura
critica europea e di avvicinarlo a velivoli inseriti nella catena logistica di
sostegno all’Ucraina. E questo è un problema, quasi scontato, ma che non ha
destato preoccupazione fin quando la vulnerabilità non è stata resa palese;
così cambia la prospettiva. Lipsia/Halle non è un aeroporto qualsiasi, ma è un
grande nodo logistico europeo, elemento della capacità di trasporto strategico
utilizzata dalla NATO. E colpire, o tentare di colpire, quel sistema significa
agire contro uno degli elementi che consentono all’Europa di sostenere
materialmente Kiev, ma senza attaccare direttamente un comando o
un’infrastruttura direttamente della NATO. È quella zona grigia in cui la
competizione ibrida trova la propria convenienza.
Cosa
succederà adesso? Probabile aspettarsi una risposta calibrata. Berlino ha già
scelto la strada diplomatica, delle restrizioni, delle sanzioni e del
rafforzamento della sicurezza. Non credo che la Germania abbia interesse a
trasformare automaticamente l’episodio in una crisi militare con Mosca, poiché
non c’è convenienza, né capacità in questo senso. C’è un però: il problema sarà
dimostrare che un’azione sotto la soglia della guerra non sia un’azione priva
di costo, ed è qui che si gioca la credibilità europea: rispondere senza offrire
alla Russia il vantaggio dell’escalation, ma facendo aumentare progressivamente
il costo politico, diplomatico, economico e operativo di simili iniziative.
Il
vero rischio non è tanto ciò che accadrà domani mattina, quanto la
normalizzazione di episodi di questo tipo. Se un tentativo di sabotaggio contro
un’infrastruttura strategica viene assorbito come uno dei tanti incidenti della
guerra in Ucraina, allora la soglia di ciò che diventa politicamente
accettabile tende inevitabilmente a spostarsi. E quando la soglia si sposta,
aumenta lo spazio per l’azione successiva. È un problema tutto nostro, non
della Russia.
Per alcuni analisti la Russia ha dichiarato
la guerra (ibrida) ad uno dei Paesi europei più importanti. Ma è una
dichiarazione di guerra all’Europa intera oppure nulla di tutto ciò?
Dobbiamo
essere realisti: non è una “dichiarazione di guerra”, e non userei nemmeno il
termine perché rischia di farci interpretare con le categorie della guerra
convenzionale un fenomeno che, per sua natura, tende proprio a sottrarsi a
quelle categorie. La guerra ibrida funziona perché consente di esercitare
pressione sull’avversario senza assumersi formalmente la responsabilità
politica e giuridica di una guerra: è la “plausibile negabilità” dell’atto, e
in questo la Russia (come l’Iran e la Corea del Nord) è maestra. Sabotaggio,
cyber-attacchi, disinformazione, interferenze, ricorso a intermediari e agenti
sacrificabili hanno in comune il vantaggio comune di rendere più complessa
l’attribuzione e, conseguentemente, più difficile la risposta.
Direi
quindi che, se l’attribuzione tedesca verrà consolidata dalle risultanze
investigative, Lipsia rappresenterà un ulteriore salto di qualità in una
campagna di pressione che l’Europa considera già in corso. Non è necessario che
Mosca “dichiari” una guerra ibrida alla Germania, perché la caratteristica
della competizione ibrida è esattamente l’assenza di quella dichiarazione. È
così, lo è da tempo.
E non
parlerei neppure di una dichiarazione di guerra all’Europa intera. Parlerei,
piuttosto, di un messaggio rivolto all’intero sistema europeo in cui nessun
Paese che contribuisca in maniera significativa al sostegno dell’Ucraina può
più considerarsi esterno al conflitto. Questo non significa che la Russia
voglia combattere militarmente contro l’Europa o contro la NATO, anzi è
esattamente il contrario e io continuo a ritenere che Mosca abbia tutto
l’interesse a evitare un confronto militare diretto con l’Alleanza. Il
paradosso però è evidente in quanto, nel tentativo di aumentare la pressione
sull’Europa senza arrivare alla guerra, la Russia tende a moltiplicare le
occasioni nelle quali un errore, una vittima, un sabotaggio riuscito o una
reazione non prevista potrebbero avvicinare proprio quel confronto che avrebbe
interesse a evitare.
La
Germania, poi, ha un valore particolare perché è una potenza economica,
industriale e logistica centrale, oltre ad essere uno dei principali
sostenitori europei dell’Ucraina, ed è politicamente determinante per la tenuta
della risposta europea. Fare pressione sulla Germania significa quindi tentare
di produrre un effetto che va ben oltre i confini tedeschi, significa influire
sulla percezione del rischio, sul consenso interno, sui costi del sostegno a
Kiev e, in ultima analisi, sulla coesione europea.
E la Nato?
La
NATO è di fronte a uno scenario che si basa sull’accettazione di una
distinzione fondamentale. La posizione dell’Alleanza è complessa perché deve
garantire deterrenza senza trasformare automaticamente ogni azione ibrida in un
casus belli.
L’Articolo
5 non è un interruttore che scatta automaticamente ogni volta che si verifica
un sabotaggio, un cyber-attacco o un’incursione con un drone. La valutazione
dipende dalla natura dell’azione, dagli effetti prodotti, dalla sua
attribuzione e dalla gravità complessiva e per questo, nel caso di Lipsia, il
punto più importante non è chiedersi se debba essere invocato l’Articolo 5, ma
comprendere come l’Alleanza possa impedire che la fascia al di sotto di quella
soglia diventi uno spazio operativo nel quale l’avversario possa agire quasi
impunemente.
Il
punto, a mio avviso, è che la deterrenza deve funzionare anche sotto la soglia
dell’Articolo 5, e se funziona soltanto quando siamo già di fronte a un attacco
armato convenzionale, allora lasciamo all’avversario uno spazio enorme nel
quale operare. Ed è precisamente quello spazio che oggi deve essere ridotto.
In Europa agirebbero molti agenti al
servizio della Federazione Russa. Dovremmo aspettarci un’intensificazione delle
azioni di sabotaggio?
È uno
scenario plausibile, e direi che dobbiamo prepararci a un aumento della
pressione, senza però trasformare una valutazione di rischio in una certezza
predittiva. Il punto che più trovo interessante è che il modello operativo che
le autorità europee stanno descrivendo non è necessariamente costituito da
agenti professionisti inviati da Mosca, ma da reti molto più flessibili,
composte da intermediari, criminali, soggetti reclutati attraverso piattaforme
digitali e quelli che i tedeschi definiscono, con un’espressione efficace,
“agenti usa e getta”: e anche qui ci vedo un parallelo con quanto starebbe
facendo l’Iran attraverso il reclutamento delle gang giovanili di immigrati per
destabilizzare la sicurezza (o la percezione di sicurezza) dei paesi europei
target.
E
questo avviene perché è un modello particolarmente conveniente che riduce il
costo dell’operazione, aumenta la distanza tra mandante ed esecutore e rende
più difficile ottenere una prova giudiziaria capace di ricondurre l’intera catena
di comando allo Stato che avrebbe promosso l’azione. L’esecutore può sapere
pochissimo del committente e persino ignorare la finalità strategica
dell’incarico, e proprio questa frammentazione è la forza del sistema.
Per
questo mi aspetto che la minaccia evolva più in termini di quantità,
diversificazione e imprevedibilità che attraverso operazioni necessariamente
spettacolari: depositi, ferrovie, aeroporti, reti energetiche, aziende della
difesa, sistemi informatici e infrastrutture legate al sostegno all’Ucraina
costituiscono obiettivi potenzialmente vulnerabili. Non tutti gli episodi
saranno riconducibili alla Russia e sarebbe metodologicamente sbagliato
attribuire automaticamente a Mosca ogni incendio, guasto o sabotaggio. Ma è
proprio la moltiplicazione degli eventi ambigui a produrre uno degli effetti
desiderati dalla guerra ibrida: rendere più difficile distinguere il caso, il
crimine comune, l’attivismo politico e l’operazione coordinata da un servizio
d’intelligence.
La
risposta europea dovrà quindi essere prima di tutto di metodo perchè occorre
mettere in relazione gli episodi, condividere intelligence e indicatori,
seguire i flussi finanziari e le modalità di reclutamento, proteggere le
infrastrutture e, soprattutto, evitare due errori opposti: sottovalutare il
fenomeno e attribuire alla Russia qualunque evento anomalo.
E
dunque sì, ritengo probabile un’intensificazione della competizione ibrida
nella misura in cui questa continuerà a offrire a Mosca risultati politici e
psicologici a costi relativamente contenuti, per quanto, proprio per questo, la
risposta più efficace non può essere quella emotivamente più forte, bensì
quella capace di ridurre progressivamente il tornaconto strategico di queste
operazioni, rendendole più difficili da organizzare, più facili da attribuire
e, soprattutto, più costose da promuovere.
Quanto è distante Lipsia dall’Italia? È un
campanello d’allarme anche per noi?
Non è
così distante, perché Lipsia dimostra che la minaccia ibrida non riguarda più
soltanto cyber-attacchi o propaganda, ma può tradursi in azioni fisiche contro
infrastrutture critiche, nodi logistici, trasporti ed energia. L’Italia dispone
di porti, aeroporti, reti ferroviarie e infrastrutture militari che hanno un
ruolo rilevante anche nel sostegno all’Ucraina: quindi il rischio non è
teorico. Il campanello d’allarme è proprio questo: la guerra può entrare nello
spazio europeo senza assumere la forma della guerra convenzionale. E la
presenza di gruppi o movimenti antagonisti o di estrema sinistra e destra
vicini alla Russia non può che aumentare la probabilità di tali azioni.
Il ministro degli Esteri italiano,
Antonio Tajani, parla di possibili interferenze russe nelle elezioni. Perché è importante
non sottovalutare?
Perché
l’obiettivo non è necessariamente “far vincere” un partito, ma alterare il
contesto nel quale gli elettori maturano le proprie decisioni, polarizzare,
amplificare le divisioni esistenti, delegittimare le istituzioni e il processo
elettorale e, ancora, esasperare le masse, o porzioni di elettorato su temi
sensibili, di fatto creando una polarizzazione sociale e politica. Tajani ha
ragione quando sottolinea la necessità di intervenire prima, perché le
operazioni di influenza funzionano soprattutto quando riescono a confondersi
con il normale dibattito politico e informativo.
In che
modo le interferenze russe si sono intensificate sull’Italia dal 2022 a oggi?
Quali i settori più sensibili?
Dal
2022 il salto di qualità riguarda soprattutto la convergenza tra strumenti diversi,
dalla disinformazione, alla manipolazione informativa, alle cyber-attività,
reti di influenza e al potenziale sabotaggio di obiettivi industriali o
infrastrutturali. E in questo quadro evolutivo non dobbiamo porre in secondo
piano la possibile convergenza dei gruppi antagonisti. I settori più sensibili
sono quelli che incidono direttamente sulla resilienza dello Stato, come il
sistema politico-elettorale, lo spazio informativo e i social media, così come
le infrastrutture energetiche e digitali, i trasporti, porti, aeroporti e
filiera industriale della difesa. Il punto, però, è non leggere questi
strumenti separatamente, in quanto la forza della strategia ibrida sta proprio
nella loro combinazione perché consente di produrre un effetto strategico senza
superare apertamente la soglia della guerra.
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