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Otto mesi per raccontare l’America: il nuovo visto stagionale per la stampa estera

Dal 15 settembre i corrispondenti esteri sono ammessi negli Stati Uniti per 240 giorni. Il rinnovo dipende da un ufficio con 11,3 milioni di pratiche arretrate.

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Da metà settembre finisce l’entrata in territorio statunitense senza data di scadenza, nota anche come “duration of status”. Studenti, ricercatori e giornalisti stranieri potevano storicamente restare fino alla fine del corso di laurea, del programma di ricerca o dell’incarico come corrispondente estero. Il Foreign Press Center (FPC) dello State Department rilascia le tessere da Foreign Correspondent: la mia ha una validità di 4 anni, ma questi titoli di accreditamento stampa non regolano in alcun modo la permanenza legale. Per restare oltre gli otto mesi (240 giorni) fissati al momento dell’ingresso sul territorio, un giornalista deve ora richiedere una proroga di soggiorno al Department of Homeland Security e attendere che venga concessa. Non è un automatismo. Questa non rientra fra le leggi sui flussi migratori permanenti: è una norma tecnica focalizzata specificatamente sui visti temporanei e, in questo caso, su chi racconta l’America a chi la guarda da fuori.

IL CALENDARIO

Questa nuova regola riguarda tre categorie: i visti F degli studenti, i visti J degli scambi accademici e i visti I dei rappresentanti dei media stranieri. Per i giornalisti l’ammissione viene legata alla durata dell’incarico e non può superare i 240 giorni, con il tetto ridotto a 90 per i giornalisti cinesi, escluse Hong Kong e Macao, ma qui è un do ut des con la Cina.

Fino ad oggi il visto poteva arrivare a cinque anni e comunque il Congresso avrà l’ultima parola essendo uno di quei cambiamenti che cadono sotto la definizione di major rule, quindi soggette a vaglio e il Dipartimento è tenuto a pubblicare un avviso se la revisione dovesse spostare la data o annullare il provvedimento. Finché ciò non accade, il calendario è quello.

IL LIMBO

Qui il provvedimento smette di essere una scelta politica e diventa un problema di numeri. Chi vuole restare oltre il periodo assegnato deve chiedere una proroga, presentarla in tempo utile, il che vorrà dire quasi il giorno dopo essere atterrati, visto che gli uffici preposti hanno 11,3 milioni di pratiche da evadere, e questo provvedimento, ne aggiungerà 414mila l’anno secondo la stima del Dipartimento stesso. Certamente un sistema costruito su queste basi, produce ritardi, e il ritardo produce persone che restano in un limbo, senza sapere se possono restare o meno.

Per il governo si tratta di una misura necessaria a sanare una falla nel sistema, ripristinando verifiche regolari su chi risiede nel Paese anche a costo di sovraccaricare gli uffici immigrazione. La regola non riduce i diritti di nessuno: introduce una scadenza e una verifica, come avviene per quasi tutte le altre categorie di visto. Chi lavora davvero, e lavora per quello che ha dichiarato, ottiene il rinnovo.

LE PROTESTE

Il Reporters Committee for Freedom of the Press sostiene che una modifica apparentemente tecnica sulla durata dei visti abbia conseguenze profonde sulla libertà di stampa. L’obiezione riguarda chi decide il rinnovo. Chi si oppone teme che un corrispondente critico verso l’amministrazione possa trovarsi la proroga negata, e che nessuno sia in grado di dimostrarlo.

Quando la norma era ancora allo stadio di proposta, il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyden scrisse al Dipartimento chiedendone il ritiro. Il provvedimento, secondo lui, avrebbe soffocato il giornalismo di merito, raffreddato la libertà di stampa, ridotto l’influenza americana nel mondo e sprecato risorse pubbliche in procedure inutili, con il rischio concreto di provocare ritorsioni contro i giornalisti americani che lavorano all’estero. Nella lettera osservava anche che il vecchio sistema consentiva ai corrispondenti di costruire una conoscenza profonda del paese, e che 240 giorni non bastano per un’inchiesta su una vicenda complessa o in evoluzione.

UN MILIONE IN MENO

La norma non riguarda solo qualche migliaio di corrispondenti, colpisce anche gli studenti stranieri, che nell’anno accademico 2024-25 erano oltre 1,1 milioni e hanno prodotto 42,9 miliardi di dollari e 356mila posti di lavoro. Il calo è già cominciato: nell’autunno 2025 le nuove iscrizioni erano scese del 17 per cento. L’11 agosto NAFSA – National Association of Foreign Student Advisers – ha proiettato per quest’ autunno fino a 111mila studenti in meno,  pari a $3,4 miliardi e quasi 40.000 posti di lavoro a rischio. Il 63% degli 585 atenei interpellati si aspetta un forte calo.

Il giorno stesso della pubblicazione della nuova norma, gli atenei si sono mossi. Ad esempio, l’ufficio internazionale di Harvard ha diffuso un avviso ai propri studenti e ricercatori stranieri pregandoli di trovarsi fisicamente negli Stati Uniti prima del 15 settembre: chi è sul territorio quando la norma entra in vigore conserva lo status fino alla fine del programma, chi esce e rientra dopo riceve un modulo I-94 con una data di scadenza.  Ma Harvard è andata oltre, infatti già l’anno scorso vista la presa di posizione della Casa Bianca,  quando l’amministrazione Trump tentò di impedire a Harvard di immatricolare studenti stranieri, la Business School si è data da fare e ha iniziato ad esplorare alternative, facendo accordi con altri istituti affinché questi ultimi ospitassero i suoi alunni ricevendo comunque il diploma di Harvard. Questi erano: la Nova School of Business and Economics di Lisbona, l’IMD di Losanna, la London Business School e l’Università di Toronto. Harvard comunque attraverso Mariano-Florentino Cuéllar, membro dell’organo di governo dell’ateneo e presidente del Carnegie Endowment, dice che l’ateneo sta esplorando l’apertura di sedi all’estero.

Ma gli atenei, pur di non vedere i loro ingenti profitti ridursi drasticamente, in coalizione con associazioni accademiche hanno depositato il 18 agosto un ricorso contro il Dipartimento davanti alla corte federale del Massachusetts. Nel 2025 questa scelta aveva dato i suoi frutti e i giudici bloccarono il divieto di immatricolazione e Harvard chiuse l’anno con la quota più alta di studenti stranieri dal 2002. Ma l’anno scorso si trattava di una proclamazione presidenziale, mentre questo è un regolamento adottato con procedura ordinaria, e per sospenderlo è tutta un’altra storia, assai complessa.

In sostanza gli studenti sono più fortunati, hanno rettori, associazioni, cifre economiche e un ricorso attivo, i corrispondenti hanno solamente una lettera dell’editore.

UN BOOMERANG

I visti non viaggiano su principi astratti, ma su regole, e le regole hanno la forma di una tabella. Si chiama Reciprocity and Civil Documents by Country, la pubblica il Dipartimento di Stato, e per ogni paese e ogni categoria di visto fissa tre numeri: costo, ingressi consentiti, mesi di validità. Sono numeri specchio, calibrati su quello che ciascun governo concede ai cittadini americani. Per decenni Washington ha negoziato a favore dei propri corrispondenti sfruttando un’asimmetria: gli Stati Uniti trattavano i giornalisti stranieri meglio di quanto molti paesi trattassero gli americani, e da lì partiva la richiesta di adeguamento. Quell’asimmetria era una carta di scambio che ora non c’è più. In questo scambio di “do ut des”, per esempio, Washington aveva limitato il personale delle testate statali cinesi negli Stati Uniti, Pechino quindi, revocò le credenziali ai corrispondenti di New York Times, Wall Street Journal e Washington Post, e Washington rispose riducendo a novanta giorni i visti dei giornalisti cinesi. Quella misura di rappresaglia diventa ora regola generale. E quando un governo straniero deciderà di ridurre il permesso di un corrispondente americano a pochi mesi rinnovabili, Washington non avrà più molto da obiettare, perché si sentirà rispondere che è la stessa durata che concede.

Infine, dal primo luglio, è stata introdotta una sorta di “corsia preferenziale a pagamento”: $750 aggiuntivi per fissare un colloquio entro dieci giorni. Una tassa che compra una data, ma non il lasciapassare, poiché l’istruttoria non viene accorciata, ma segue il suo normale iter. A coronare questa linea dura, il 6 agosto un ordine esecutivo ha formalizzato la caccia al “turismo delle nascite”, blindando i visti temporanei per evitare che vengano usati al solo scopo di partorire sul suolo americano. Messi tutti in fila, questi atti, delineano una chiara traiettoria: l’accesso agli Stati Uniti è temporaneo, rinnovabile su domanda e, in parte, acquistabile. Non è più una condizione: è una concessione.

CHI RACCONTA L’AMERICA

Per il lettore la questione non è la sorte di qualche centinaio di giornalisti. La norma non tocca quello che un corrispondente può scrivere, ma per quanto tempo può restare — e la permanenza è l’unica cosa che distingue un corrispondente da un inviato. Le conferenze stampa sono pubbliche e accessibili a tutti. Il vero valore sta nel retroscena: sapere chi chiamare quando esce un provvedimento e capire quali annunci di Washington non diventeranno mai realtà. È un’esperienza che si acquisisce solo restando sul campo, e che nessuna testata può comprare. Chi lavora con visti di appena otto mesi non farà mai in tempo a possederla.

Resta un effetto impossibile da misurare. Oggi non esistono casi di corrispondenti stranieri a cui sia stato negato il rinnovo a causa delle proprie opinioni, e non possono esistere: la norma entra in vigore tra pochi giorni. Il timore sollevato da chi si oppone è strutturale, e infatti non porta precedenti. Chi deve rinnovare la propria permanenza ogni otto mesi finisce per dipendere burocraticamente dall’amministrazione che costituisce il suo stesso oggetto di lavoro. Se questo vincolo cambierà il modo di fare informazione, nessuno lo ammetterà e nessuno potrà provarlo: un rifiuto può sempre essere motivato con l’arretrato o con un requisito ritenuto non dimostrato. Gli effetti che non lasciano tracce sono quelli su cui nessun controllo è possibile.

Fonti

Federal Register, 17 luglio 2026 — testo integrale della norma
Ogletree Deakins — durate di ammissione
Fragomen — proroghe e permanenza irregolare
Murthy Law Firm — regime transitorio per i visti I
Ron Wyden — lettera al Dipartimento
Reporters Committee — libertà di stampa
Time — cronaca del provvedimento
Washington Times — tetto dei 90 giorni

Financial Times, 27 agosto 2026 — i colloqui e la dichiarazione di Cuéllar
Harvard International Office — l’avviso del 17 luglio
NAFSA — proiezioni sulle iscrizioni, 11 agosto 2026


Venticinque anni dopo l’11 settembre: al‑Qaida non ha vinto, ma il jihadismo è diventato globale.

di Claudio Bertolotti.

Momento di bilanci: l’11 settembre e la guerra al terrore sono stati un fallimento? E, se l’Occidente ha fallito, al‑Qaida ha vinto?

Io parlerei di un fallimento strategico parziale, perché occorre distinguere i diversi livelli. Sul piano tattico e operativo, l’Occidente ha ottenuto risultati rilevanti: ha distrutto santuari, eliminato leader, smantellato catene di comando, impedito ad al‑Qaida di replicare un’operazione della portata dell’11 settembre e, successivamente, ha abbattuto il califfato territoriale dello Stato islamico.

Il fallimento è stato politico e strategico. Si è pensato di poter sconfiggere militarmente non soltanto un’organizzazione, ma un fenomeno ideologico e sociale. E si è finito per sovrapporre lotta al terrorismo, cambiamento di regime e costruzione dello Stato. L’Iraq ha creato il vuoto nel quale è cresciuto lo Stato islamico; l’Afghanistan si è concluso con il ritorno al potere dei talebani.

Ma il fallimento dell’Occidente non coincide automaticamente con la vittoria di al‑Qaida. Al‑Qaida non ha rovesciato i regimi arabi, non ha espulso l’Occidente dal mondo musulmano e non ha costruito il califfato universale. Bin Laden ha però ottenuto un risultato indiretto: trascinare gli Stati Uniti in guerre lunghe e costose, polarizzare le società e trasformare il jihad da progetto di un’organizzazione in un fenomeno globale. Al‑Qaida non ha vinto la guerra, ma l’Occidente è entrato, almeno in parte, nella trappola strategica preparata da al‑Qaida.

El Difraoui sostiene che il jihadismo non sia mai stato così diffuso, pur non essendo necessariamente più forte. Sei d’accordo? Qual è il pericolo?

Sì, sono d’accordo, purché non si confonda la diffusione con la forza. Nel 2001 il jihadismo era concentrato in pochi teatri e dipendeva maggiormente da organizzazioni, leader e santuari. Oggi è molto meno centralizzato, ma è presente dall’Afghanistan al Sahel, dal Corno d’Africa allo Yemen, fino alle comunità virtuali e agli individui radicalizzati in Europa.

Il paradosso è evidente anche nei numeri: secondo ReaCT, il nostro rapporto annuale, nel 2025 il 92 per cento delle azioni jihadiste in Europa è stato compiuto da individui e la metà ha avuto carattere emulativo; allo stesso tempo, dal 2022 nessun attentato ha conseguito un vero successo strategico. Il jihadismo è dunque più diffuso, ma non necessariamente più capace.

Ed è proprio questa dispersione a rappresentare il pericolo. Una minaccia diffusa è meno visibile, più resiliente e non ha bisogno di una grande organizzazione centrale. È sufficiente una narrazione globale che un gruppo locale possa adattare alla propria guerra o che un singolo individuo possa trasformare in violenza di prossimità. Non dobbiamo quindi lasciarci rassicurare dall’assenza di grandi attentati coordinati: la minaccia contemporanea è meno spettacolare, ma più ubiqua, frammentata e difficile da anticipare.

.Quale eredità ritroviamo nei gruppi jihadisti contemporanei? Che cosa hanno imparato in questi venticinque anni?

Hanno imparato, anzitutto, che sopravvivere è più importante che controllare un territorio. I grandi campi di addestramento, le gerarchie rigide e le strutture visibili possono essere individuati e distrutti. Una rete clandestina, un sistema di franchising o una costellazione di cellule autonome, invece, può perdere i propri leader e continuare a operare.

Hanno poi imparato a collegare l’ideologia globale alle rivendicazioni locali. Al‑Qaida ha progressivamente affidato il proprio marchio a gruppi radicati nei conflitti africani, mediorientali e asiatici; lo Stato islamico ha perfezionato l’esternalizzazione della violenza, trasformando simpatizzanti e individui radicalizzati in strumenti tattici autonomi.

La terza lezione riguarda il tempo. Le democrazie ragionano sulla durata dei governi e delle missioni militari; i movimenti jihadisti possono attendere anni. Il ritorno dei talebani a Kabul, pur appartenendo a una prospettiva prevalentemente nazionale, è stato utilizzato dalla propaganda jihadista come dimostrazione che la perseveranza può logorare anche una potenza superiore.

Infine, hanno compreso che l’obiettivo dell’attentato non è soltanto uccidere. È provocare una reazione, alimentare paura, polarizzazione e ostilità verso le comunità musulmane, rendendo credibile la narrativa del “noi contro loro”. In sintesi, l’Occidente ha imparato a decapitare le organizzazioni; i jihadisti hanno imparato a sopravvivere alla decapitazione. Ed è questo il lascito più insidioso dei venticinque anni successivi all’11 settembre.



Droni, sabotaggi e voto: la guerra ibrida russa si avvicina all’Italia?

di Claudio Bertolotti.

Il 1° settembre 2026 il governo tedesco ha attribuito alla Russia il tentato attacco del 4 agosto all’aeroporto di Lipsia/Halle, dove un drone dotato di esplosivo e sistema di detonazione è stato rinvenuto nell’area di sicurezza, in prossimità di velivoli cargo ucraini. Berlino ha indicato come base dell’attribuzione la convergenza tra indagini di polizia, modalità operative e risultanze d’intelligence. Mosca respinge l’accusa. La Germania ha annunciato misure diplomatiche e ulteriori iniziative in sede europea.

Questo evento segna un possibile salto di qualità nella pressione ibrida attribuita alla Russia. Ma quanto è distante quel fronte dall’Italia? Dai sabotaggi alle operazioni cyber, fino alla manipolazione informativa e alle possibili interferenze elettorali, Claudio Bertolotti analizza una minaccia che tende a muoversi deliberatamente sotto la soglia della guerra convenzionale. Il vero obiettivo di Mosca non sarebbe lo scontro diretto con la NATO, quanto aumentare vulnerabilità, costi e divisioni interne all’Europa. E l’Italia, per peso politico e infrastrutture strategiche, non può considerarsi al riparo.

La Germania accusa la Russia del lancio di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Cosa possiamo aspettarci?

Credo che quanto accaduto a Lipsia non debba essere letto soltanto per quello che materialmente è, ma soprattutto per quello che avrebbe potuto produrre. Un drone non ha provocato l’esplosione prevista e, dunque, sul piano tattico l’azione è fallita. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo dato. Sul piano strategico, invece, l’episodio ha già prodotto un effetto perchè ha dimostrato, almeno secondo l’attribuzione formulata dal governo tedesco, che un attore ostile è in grado di portare un dispositivo esplosivo all’interno di un’infrastruttura critica europea e di avvicinarlo a velivoli inseriti nella catena logistica di sostegno all’Ucraina. E questo è un problema, quasi scontato, ma che non ha destato preoccupazione fin quando la vulnerabilità non è stata resa palese; così cambia la prospettiva. Lipsia/Halle non è un aeroporto qualsiasi, ma è un grande nodo logistico europeo, elemento della capacità di trasporto strategico utilizzata dalla NATO. E colpire, o tentare di colpire, quel sistema significa agire contro uno degli elementi che consentono all’Europa di sostenere materialmente Kiev, ma senza attaccare direttamente un comando o un’infrastruttura direttamente della NATO. È quella zona grigia in cui la competizione ibrida trova la propria convenienza.

Cosa succederà adesso? Probabile aspettarsi una risposta calibrata. Berlino ha già scelto la strada diplomatica, delle restrizioni, delle sanzioni e del rafforzamento della sicurezza. Non credo che la Germania abbia interesse a trasformare automaticamente l’episodio in una crisi militare con Mosca, poiché non c’è convenienza, né capacità in questo senso. C’è un però: il problema sarà dimostrare che un’azione sotto la soglia della guerra non sia un’azione priva di costo, ed è qui che si gioca la credibilità europea: rispondere senza offrire alla Russia il vantaggio dell’escalation, ma facendo aumentare progressivamente il costo politico, diplomatico, economico e operativo di simili iniziative.

Il vero rischio non è tanto ciò che accadrà domani mattina, quanto la normalizzazione di episodi di questo tipo. Se un tentativo di sabotaggio contro un’infrastruttura strategica viene assorbito come uno dei tanti incidenti della guerra in Ucraina, allora la soglia di ciò che diventa politicamente accettabile tende inevitabilmente a spostarsi. E quando la soglia si sposta, aumenta lo spazio per l’azione successiva. È un problema tutto nostro, non della Russia.

Per alcuni analisti la Russia ha dichiarato la guerra (ibrida) ad uno dei Paesi europei più importanti. Ma è una dichiarazione di guerra all’Europa intera oppure nulla di tutto ciò?

Dobbiamo essere realisti: non è una “dichiarazione di guerra”, e non userei nemmeno il termine perché rischia di farci interpretare con le categorie della guerra convenzionale un fenomeno che, per sua natura, tende proprio a sottrarsi a quelle categorie. La guerra ibrida funziona perché consente di esercitare pressione sull’avversario senza assumersi formalmente la responsabilità politica e giuridica di una guerra: è la “plausibile negabilità” dell’atto, e in questo la Russia (come l’Iran e la Corea del Nord) è maestra. Sabotaggio, cyber-attacchi, disinformazione, interferenze, ricorso a intermediari e agenti sacrificabili hanno in comune il vantaggio comune di rendere più complessa l’attribuzione e, conseguentemente, più difficile la risposta.

Direi quindi che, se l’attribuzione tedesca verrà consolidata dalle risultanze investigative, Lipsia rappresenterà un ulteriore salto di qualità in una campagna di pressione che l’Europa considera già in corso. Non è necessario che Mosca “dichiari” una guerra ibrida alla Germania, perché la caratteristica della competizione ibrida è esattamente l’assenza di quella dichiarazione. È così, lo è da tempo.

E non parlerei neppure di una dichiarazione di guerra all’Europa intera. Parlerei, piuttosto, di un messaggio rivolto all’intero sistema europeo in cui nessun Paese che contribuisca in maniera significativa al sostegno dell’Ucraina può più considerarsi esterno al conflitto. Questo non significa che la Russia voglia combattere militarmente contro l’Europa o contro la NATO, anzi è esattamente il contrario e io continuo a ritenere che Mosca abbia tutto l’interesse a evitare un confronto militare diretto con l’Alleanza. Il paradosso però è evidente in quanto, nel tentativo di aumentare la pressione sull’Europa senza arrivare alla guerra, la Russia tende a moltiplicare le occasioni nelle quali un errore, una vittima, un sabotaggio riuscito o una reazione non prevista potrebbero avvicinare proprio quel confronto che avrebbe interesse a evitare.

La Germania, poi, ha un valore particolare perché è una potenza economica, industriale e logistica centrale, oltre ad essere uno dei principali sostenitori europei dell’Ucraina, ed è politicamente determinante per la tenuta della risposta europea. Fare pressione sulla Germania significa quindi tentare di produrre un effetto che va ben oltre i confini tedeschi, significa influire sulla percezione del rischio, sul consenso interno, sui costi del sostegno a Kiev e, in ultima analisi, sulla coesione europea.

E la Nato?

La NATO è di fronte a uno scenario che si basa sull’accettazione di una distinzione fondamentale. La posizione dell’Alleanza è complessa perché deve garantire deterrenza senza trasformare automaticamente ogni azione ibrida in un casus belli.

L’Articolo 5 non è un interruttore che scatta automaticamente ogni volta che si verifica un sabotaggio, un cyber-attacco o un’incursione con un drone. La valutazione dipende dalla natura dell’azione, dagli effetti prodotti, dalla sua attribuzione e dalla gravità complessiva e per questo, nel caso di Lipsia, il punto più importante non è chiedersi se debba essere invocato l’Articolo 5, ma comprendere come l’Alleanza possa impedire che la fascia al di sotto di quella soglia diventi uno spazio operativo nel quale l’avversario possa agire quasi impunemente.

Il punto, a mio avviso, è che la deterrenza deve funzionare anche sotto la soglia dell’Articolo 5, e se funziona soltanto quando siamo già di fronte a un attacco armato convenzionale, allora lasciamo all’avversario uno spazio enorme nel quale operare. Ed è precisamente quello spazio che oggi deve essere ridotto.

In Europa agirebbero molti agenti al servizio della Federazione Russa. Dovremmo aspettarci un’intensificazione delle azioni di sabotaggio?

È uno scenario plausibile, e direi che dobbiamo prepararci a un aumento della pressione, senza però trasformare una valutazione di rischio in una certezza predittiva. Il punto che più trovo interessante è che il modello operativo che le autorità europee stanno descrivendo non è necessariamente costituito da agenti professionisti inviati da Mosca, ma da reti molto più flessibili, composte da intermediari, criminali, soggetti reclutati attraverso piattaforme digitali e quelli che i tedeschi definiscono, con un’espressione efficace, “agenti usa e getta”: e anche qui ci vedo un parallelo con quanto starebbe facendo l’Iran attraverso il reclutamento delle gang giovanili di immigrati per destabilizzare la sicurezza (o la percezione di sicurezza) dei paesi europei target.

E questo avviene perché è un modello particolarmente conveniente che riduce il costo dell’operazione, aumenta la distanza tra mandante ed esecutore e rende più difficile ottenere una prova giudiziaria capace di ricondurre l’intera catena di comando allo Stato che avrebbe promosso l’azione. L’esecutore può sapere pochissimo del committente e persino ignorare la finalità strategica dell’incarico, e proprio questa frammentazione è la forza del sistema.

Per questo mi aspetto che la minaccia evolva più in termini di quantità, diversificazione e imprevedibilità che attraverso operazioni necessariamente spettacolari: depositi, ferrovie, aeroporti, reti energetiche, aziende della difesa, sistemi informatici e infrastrutture legate al sostegno all’Ucraina costituiscono obiettivi potenzialmente vulnerabili. Non tutti gli episodi saranno riconducibili alla Russia e sarebbe metodologicamente sbagliato attribuire automaticamente a Mosca ogni incendio, guasto o sabotaggio. Ma è proprio la moltiplicazione degli eventi ambigui a produrre uno degli effetti desiderati dalla guerra ibrida: rendere più difficile distinguere il caso, il crimine comune, l’attivismo politico e l’operazione coordinata da un servizio d’intelligence.

La risposta europea dovrà quindi essere prima di tutto di metodo perchè occorre mettere in relazione gli episodi, condividere intelligence e indicatori, seguire i flussi finanziari e le modalità di reclutamento, proteggere le infrastrutture e, soprattutto, evitare due errori opposti: sottovalutare il fenomeno e attribuire alla Russia qualunque evento anomalo.

E dunque sì, ritengo probabile un’intensificazione della competizione ibrida nella misura in cui questa continuerà a offrire a Mosca risultati politici e psicologici a costi relativamente contenuti, per quanto, proprio per questo, la risposta più efficace non può essere quella emotivamente più forte, bensì quella capace di ridurre progressivamente il tornaconto strategico di queste operazioni, rendendole più difficili da organizzare, più facili da attribuire e, soprattutto, più costose da promuovere.

Quanto è distante Lipsia dall’Italia? È un campanello d’allarme anche per noi?

Non è così distante, perché Lipsia dimostra che la minaccia ibrida non riguarda più soltanto cyber-attacchi o propaganda, ma può tradursi in azioni fisiche contro infrastrutture critiche, nodi logistici, trasporti ed energia. L’Italia dispone di porti, aeroporti, reti ferroviarie e infrastrutture militari che hanno un ruolo rilevante anche nel sostegno all’Ucraina: quindi il rischio non è teorico. Il campanello d’allarme è proprio questo: la guerra può entrare nello spazio europeo senza assumere la forma della guerra convenzionale. E la presenza di gruppi o movimenti antagonisti o di estrema sinistra e destra vicini alla Russia non può che aumentare la probabilità di tali azioni.

Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, parla di possibili interferenze russe nelle elezioni. Perché è importante non sottovalutare?

Perché l’obiettivo non è necessariamente “far vincere” un partito, ma alterare il contesto nel quale gli elettori maturano le proprie decisioni, polarizzare, amplificare le divisioni esistenti, delegittimare le istituzioni e il processo elettorale e, ancora, esasperare le masse, o porzioni di elettorato su temi sensibili, di fatto creando una polarizzazione sociale e politica. Tajani ha ragione quando sottolinea la necessità di intervenire prima, perché le operazioni di influenza funzionano soprattutto quando riescono a confondersi con il normale dibattito politico e informativo.

In che modo le interferenze russe si sono intensificate sull’Italia dal 2022 a oggi? Quali i settori più sensibili?

Dal 2022 il salto di qualità riguarda soprattutto la convergenza tra strumenti diversi, dalla disinformazione, alla manipolazione informativa, alle cyber-attività, reti di influenza e al potenziale sabotaggio di obiettivi industriali o infrastrutturali. E in questo quadro evolutivo non dobbiamo porre in secondo piano la possibile convergenza dei gruppi antagonisti. I settori più sensibili sono quelli che incidono direttamente sulla resilienza dello Stato, come il sistema politico-elettorale, lo spazio informativo e i social media, così come le infrastrutture energetiche e digitali, i trasporti, porti, aeroporti e filiera industriale della difesa. Il punto, però, è non leggere questi strumenti separatamente, in quanto la forza della strategia ibrida sta proprio nella loro combinazione perché consente di produrre un effetto strategico senza superare apertamente la soglia della guerra.