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Il nemico nella cabina. Il caso Flydubai e la vulnerabilità indicibile

di Claudio Bertolotti.

Quanto accaduto il 30 settembre 2026 a bordo del volo Flydubai FZ1073, decollato da Dubai e diretto a Tel Aviv, impone una riflessione che va oltre la drammaticità dell’episodio e oltre la sua ancora incerta classificazione come atto terroristico, perché ciò che emerge dalla dinamica dell’evento è, prima ancora della possibile matrice ideologica, l’esistenza di una vulnerabilità strutturale: la minaccia interna, l’insider threat, quando il soggetto potenzialmente ostile è qualcuno al quale il sistema concede accesso, fiducia e capacità operative.

Pur lasciando aperta la questione fondamentale del movente, i dati oggi disponibili consentono di ricostruire con maggiore precisione quanto avvenuto: secondo le autorità israeliane, il copilota del Boeing 737 MAX 8, cittadino omanita, avrebbe aggredito con un coltello il comandante, identificato da fonti indiane come Smit Machchhar, cittadino indiano e comandante Flydubai dal 2022. Stando alla ricostruzione israeliana, il copilota avrebbe tentato di assumere il controllo dell’aeromobile e di provocarne la caduta; la compagnia aerea ha sì confermato che nella cabina di pilotaggio si sia verificata una colluttazione, pur non avendo attribuito pubblicamente un movente all’aggressore.

I dati di volo aggiungono un elemento particolarmente significativo in quanto l’aereo, che viaggiava a oltre 30.000 piedi, avrebbe perso più di 14.000 piedi di quota in circa trenta secondi. Flightradar24 ha poi registrato il codice transponder 7700, indicativo di un’emergenza generale, e successivamente il codice 7500, utilizzato internazionalmente per segnalare un’interferenza illecita a bordo dell’aeromobile; segnale che è poi tornato al 7700 durante la deviazione verso l’Arabia Saudita.

È in quella manciata di secondi che la natura dell’evento pare essere cambiata poiché sposta l’ipotesi di una mera aggressione tra due membri dell’equipaggio a quella in cui la violenza esercitata all’interno della cabina di pilotaggio ha direttamente compromesso la sicurezza dell’aeromobile e di tutti coloro che si trovavano a bordo.

Secondo le testimonianze raccolte da Reuters, il comandante ferito sarebbe riuscito ad aprire la porta della cabina prima di collassare e qui, alcuni passeggeri sarebbero intervenuti riuscendo a neutralizzare il copilota. Un equipaggio Flydubai di riserva presente sull’aereo ha successivamente assunto il controllo del velivolo riportandolo a terra all’aeroporto di Tabuk, in Arabia Saudita. I filmati successivi all’aggressione, sempre secondo Reuters, mostrano entrambi i piloti feriti e insanguinati.

Terrorismo o altro?

Il presunto aggressore, sopravvissuto e arrestato dalle autorità saudite è l’elemento da cui deve partire l’analisi di quanto avvenuto, al fine di comprendere se si sia trattato di terrorismo o di una forma di violenza individuali diversamente motivata. Il movente non è stato reso pubblico dalle autorità saudite e Flydubai non ha confermato l’esistenza di una motivazione politica, religiosa o ideologica.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha però definito quanto accaduto come un attentato terroristico di matrice jihadista jihadista; un’ipotesi sostenuta anche dal primo ministro Benjamin Netanyahu. È possibile, certo, per quanto non vi siano elementi, al momento disponibili da fonti aperte, che possano confermare tale ipotesi, al vaglio delle autorità israeliane.

Ora, la domanda cardine del ragionamento non è se il copilota abbia tentato di provocare la caduta dell’aereo, ma perché avrebbe voluto farlo.

Il fatto che il volo fosse diretto a Tel Aviv, che a bordo vi fossero oltre 170 cittadini israeliani e che l’aggressore fosse un cittadino di un Paese, l’Oman, che non intrattiene relazioni diplomatiche con Israele sono elementi di rilievo in un processo di analisi. E lo sono ancora di più sul piano investigativo; possono sì suggerire una spinta ideologica di matrice jihadista, o antisionista, ma non sono prove concrete in grado di dimostrarlo. Ma nulla può ad oggi essere escluso.

Non abbiamo informazioni che ci possano indicare se l’aggressore fosse in qualche modo legato ad organizzazioni terroristiche o se avesse manifestato posizioni ideologicamente definite o, ancora, se fosse in atto un processo di radicalizzazione. Nulla di nulla: ma non perché non si sia trovato nulla, più semplicemente perché è troppo presto. Nessun messaggio, nessuna rivendicazione; e ricordo che il gruppo Stato islamico rivendica solamente operazioni terroristiche di successo, e questa non lo è stata.

E dunque, essere tentati dall’attribuire prematuramente l’attacco allo Stato Islamico, ad al-Qa’ida o a un più generico jihadismo significherebbe confondere un’ipotesi con un fatto. Non lo esclude, ma non lo conferma.

Quel che è certo è che, al di là delle ipotesi di adesione ideologica, quello a cui abbiamo assistito è un chiaro esempio di insider threat dove il sistema di sicurezza viene aggirato dall’interno. E allora, se l’intenzionalità dell’azione fosse confermata, il dato strategicamente più importante non sarebbe però rappresentato dal coltello utilizzato, bensì dall’identità di chi lo impugnava, perché l’aggressore non era un passeggero che aveva superato illegalmente i controlli aeroportuali. Era il copilota. Ed è proprio questo fatto a far emergere la principale delle vulnerabilità.

Dopo l’11 settembre 2001, gran parte dell’architettura della sicurezza aeronautica occidentale è stata costruita attorno al principio di separazione tra passeggeri e cabina di pilotaggio, con porte rinforzate, procedure di accesso, controlli dei passeggeri, limitazioni al trasporto di oggetti e liquidi, screening sempre più sofisticati, con lo scopo di impedire all’aggressore di raggiungere il centro decisionale e operativo dell’aeromobile.

Nel caso Flydubai la dinamica è inversa in quanto il soggetto ostile era già all’interno della cabina, aveva accesso ai comandi, conosceva il funzionamento dell’aeromobile, le procedure e le vulnerabilità operative, e non aveva bisogno di superare una barriera, poiché quella barriera era alle sue spalle, e lo proteggeva da eventuali azioni esterne tese a neutralizzare la sua azione. E proprio quella barriera fisica, progettata per proteggere il velivolo da un aggressore esterno avrebbe contribuito, almeno nella fase iniziale, a separare l’aggressore da coloro che avrebbero potuto impedirgli di agire.

È proprio questo il paradosso dell’insider threat quando, quanto più elevato è il livello di fiducia attribuito a una funzione, tanto maggiore può essere il danno prodotto nel momento in cui quella fiducia viene tradita. Così il sistema non viene penetrato, ma utilizzato contro se stesso.

E se fosse davvero terrorismo?

In questo caso ci sarebbe una coerenza cristallina con l’evoluzione ormai consolidata della minaccia rappresentata dal terrorismo contemporaneo in cui emerge la progressiva riduzione della complessità tattico-operativa necessaria per produrre conseguenze potenzialmente strategiche. È così da molti anni, è un assunto ormai consolidato che abbiamo posto in evidenza nel corso del tempo attraverso l’annuale rapporto sul radicalismo e il contrasto al terrorismo dell’Osservatorio #ReaCT.

Un attacco a un aereo di linea non richiede necessariamente esplosivi sofisticati, cellule strutturate, infiltrazione di squadre operative o mesi di preparazione quando può essere sufficiente un individuo e, nel caso specifico, un individuo collocato nel luogo giusto, nel momento giusto, con accesso privilegiato a un sistema complesso. Qui si pone il concetto di massimizzazione dell’effetto attraverso la minimizzazione delle risorse; una dinamica che ritroviamo in molte manifestazioni del terrorismo contemporaneo e che ho ricondotto al processo di progressiva individualizzazione della violenza in cui l’organizzazione tende a perdere centralità operativa mentre aumenta la capacità del singolo di trasformare strumenti ordinari, accessi professionali o semplici opportunità in capacità offensive.

Ma ciò non significa che il terrorismo organizzato sia scomparso, significa piuttosto che il rapporto tra organizzazione, ideologia e attore operativo sia diventato più elastico, non più concreto nella maggior parte dei casi. L’organizzazione può sì dirigere un attacco, può favorirlo, può ispirarlo, oppure può non avere alcun rapporto diretto con l’autore, limitandosi a fornire un’idea di appartenenza, un immaginario ideologico all’interno del quale l’individuo legittima autonomamente la propria azione, si riconosce nell’organizzazione (o nell’ideologia) e l’organizzazione stessa lo riconosce come proprio “soldato”, un mujaheddin: un testimonial in altri termini. Ed è precisamente questo rapporto che l’indagine sul copilota dovrà chiarire.

L’obiettivo: Israele?

Perché proprio quel volo? Se fosse dimostrato che il copilota ha scelto deliberatamente il volo FZ1073 perché diretto a Tel Aviv e perché trasportava in prevalenza cittadini israeliani, l’elemento ideologico acquisirebbe un peso completamente diverso in quanto l’obiettivo non sarebbe più semplicemente un aeromobile civile, ma un obiettivo israeliano per destinazione e composizione dei passeggeri. Il fatto che la compagnia aerea sia emiratina sarebbe solamente un elemento secondario. E allora, in questo scenario, l’aereo assumerebbe la doppia funzione di obiettivo materiale e simbolico.

E proprio la dimensione simbolica è essenziale per comprendere e tracciare i confini del terrorismo, in cui il terrorista non colpisce soltanto ciò che vuole distruggere, ma ciò che vuole rappresentare. E proprio l’aviazione civile conserva, venticinque anni dopo l’11 settembre, uno straordinario valore simbolico poiché l’aereo è uno spazio chiuso, incontrollabile per chi viaggia, tecnologicamente complesso e vulnerabile all’azione di pochissimi individui; ed è soprattutto uno strumento capace di trasformare un numero limitato di vittime potenziali in un pubblico globale composto da milioni di spettatori. In questa prospettiva l’attacco diventa strumento di comunicazione e condizionamento psicologico con evidenti ripercussioni in termini di percezione della minaccia, paura, e anche eccesso di reazione.

L’effetto strategico di un attacco fallito: il blocco funzionale

Quando il terrorismo fallisce ottiene comunque un risultato. Qualunque esso sia, gioca a favore del terrore. Il fatto che l’aereo non sia precipitato non significa che l’eventuale attentato, qualora ne fosse confermata la natura terroristica, sia stato completamente inefficace: il successo o il fallimento di un atto terroristico non possono essere misurati soltanto attraverso il numero delle vittime ma è necessario osservare gli effetti prodotti, il cui esito è il “blocco funzionale”, il concetto che ho voluto introdurre nell’ambito dell’analisi del terrorismo e che si conferma sempre più come determinante e forse vero risultato perseguito e ottenuto dal terrorismo. Il blocco funzionale è l’effetto attraverso il quale un’azione terroristica, indipendentemente dal suo successo tattico, determina una riduzione, interruzione o alterazione delle normali funzioni del sistema colpito, imponendo costi, modificazioni comportamentali, nuove misure di sicurezza e una riallocazione delle risorse

L’episodio ha determinato l’attivazione delle procedure di emergenza, il decollo di velivoli militari israeliani, il coinvolgimento delle autorità saudite, l’intervento dei servizi di sicurezza israeliani, una crisi diplomatica e operativa potenzialmente complessa e, soprattutto, una immediata revisione delle procedure di sicurezza. Israele ha già annunciato l’intenzione di rafforzare i controlli sui piloti dei voli diretti verso il Paese. E questo è proprio il blocco funzionale: la capacità di un’azione violenta di imporre modificazioni del comportamento, dei protocolli e dell’allocazione delle risorse anche senza raggiungere pienamente l’obiettivo tattico.

Il terrorismo funziona quando obbliga il sistema colpito a reagire.

Ogni nuovo controllo ha un costo, così come ogni procedura aggiuntiva richiede personale, tempo, infrastrutture e, ancora, ogni percezione di vulnerabilità modifica il comportamento del pubblico. In questo senso, persino un attentato materialmente fallito può produrre un risultato funzionale.

Ma è insito anche un effetto sul fronte opposto, in cui una reazione sproporzionata può amplificare indirettamente gli effetti dell’azione; e una delle sfide della sicurezza contemporanea consiste precisamente nel rafforzare la capacità di prevenzione senza trasformare ogni vulnerabilità in un moltiplicatore permanente della paura.

E qui non possiamo che evidenziare il peso crescente proprio della vulnerabilità cognitiva, che si colloca sul piano informativo e comunicativo. Nelle prime ore successive all’incidente sono circolate interpretazioni molto differenti tra le quali una lite tra piloti, uno russo e l’altro ucraino, un tentato dirottamento, attacco suicida, terrorismo jihadista.

È una dinamica prevedibile quando l’informazione viaggia più velocemente dell’investigazione. E quando l’evento contiene elementi fortemente simbolici quali un aereo, Israele, un aggressore musulmano, l’ipotesi di un tentativo di schianto, il processo attraverso il quale l’opinione pubblica costruisce una spiegazione tende inevitabilmente a precedere quello attraverso il quale gli investigatori raccolgono le prove.

E questa vulnerabilità cognitiva sposta il suo baricentro dal controllo dell’aeromobile a quello della narrazione.

In questa prospettiva, accettare immediatamente la natura dell’aggressore come «terrorista jihadista» prima che ne siano note le motivazioni, è comprensibile sul piano dell’opportunità (opportunismo) politico o emotivo, ma analiticamente rischia di anticipare le conclusioni. Ma attenzione, perchè vale anche il contrario: escludere aprioristicamente il terrorismo sarebbe altrettanto metodologicamente scorretto, prima che un grande errore in termini di prevenzione e contrasto della minaccia terroristica.

La risposta forse sta nella capacità di mantenere separate le tre dimensioni di ciò che sappiamo, di ciò che riteniamo probabile e di ciò che dobbiamo ancora dimostrare.

Ciò che sappiamo è che un copilota ha aggredito violentemente il comandante di un volo diretto a Tel Aviv, che l’aeromobile ha subito una perdita di quota estremamente rapida, che è stato trasmesso il codice previsto per un’interferenza illecita, che l’aggressore è stato neutralizzato, che un equipaggio di riserva ha ripreso il controllo del velivolo e che l’uomo è ora sotto custodia saudita. Ciò che le autorità israeliane sostengono è che l’uomo abbia deliberatamente tentato di far precipitare il velivolo e che possa essersi trattato di terrorismo jihadista: attendiamo la conferma.

La questione non è dunque come sia stato possibile introdurre un coltello in una cabina di pilotaggio, ma e qualcosa di più complesso, ossia come si possa garantire, nel tempo, l’affidabilità di un individuo al quale viene affidato il controllo di un sistema capace, se utilizzato deliberatamente in modo ostile, di trasformarsi in un’arma? Forse è opportuno cominciare a ragionare su questa domanda.


PETROLIO E SANZIONI

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

WASHINGTON – Gli Stati Uniti si preparano a sferrare un colpo durissimo al trasporto aereo di Teheran. Il Segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha annunciato lunedì ai microfoni della CNBC che tutte le compagnie aeree iraniane saranno bloccate in tutto il mondo a partire da mercoledì 23 settembre.

La mossa di Washington punta a isolare completamente i vettori della Repubblica Islamica sfruttando il meccanismo delle sanzioni secondarie, che colpiranno direttamente qualsiasi entità internazionale offra loro supporto tecnico o commerciale all’estero.

L’avvertimento del capo del Tesoro statunitense è perentorio: «Se atterrano, non potete dar loro carburante, non potete fornire servizi di atterraggio, non potete vendere biglietti, o sarete espulsi dal sistema del dollaro».

Il braccio di ferro di “Operation Economic Outcast”

Il nuovo provvedimento non è isolato, ma va a innestarsi sul massiccio pacchetto di designazioni contro il settore dell’aviazione iraniana già varato all’inizio del mese nell’ambito della più ampia strategia di pressione economica denominata “Operation Economic Outcast”. L’obiettivo della Casa Bianca resta quello di azzerare i canali finanziari e logistici a disposizione del regime.

L’ASSE WASHINGTON-PECHINO E IL FATTORE TRUMP-XI

A rendere lo scenario ancora più rilevante sotto il profilo geopolitico sono le dichiarazioni di Bessent in merito al ruolo della Cina. Il Segretario ha riferito che i funzionari di Pechino si sono mostrati «molto coinvolti» nella campagna di pressione commerciale.

L’apertura segue un delicato faccia a faccia avvenuto la sera precedente tra Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng. Si tratta di un dettaglio diplomatico cruciale e di forte peso politico, che giunge proprio alla vigilia dell’attesissimo incontro bilaterale tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping giovedì.

IL “D-DAY ECONOMICO” DI WASHINGTON E IL FATTORE GREGGIO

La cornice in cui si inserisce quest’ennesima sanzione sui cieli è “Operation Economic Outcast”, la maxioperazione lanciata lo scorso 24 agosto. Non si tratta di un provvedimento isolato, ma dell’ultimo tassello di quella che lo stesso Bessent ha definito senza giri di parole un «D-Day economico». L’obiettivo della Casa Bianca è chirurgico: prosciugare ogni singola riserva valutaria residua del regime di Teheran, stringendo il cappio attorno al petrolio, al sistema bancario e, da ultimo, al trasporto aereo.

La forza d’urto del piano risiede interamente nella logica delle sanzioni secondarie. Washington non ha bisogno di colpire direttamente il territorio iraniano: le basta minacciare l’immediata estromissione dal sistema finanziario globale in dollari di chiunque, in qualunque angolo del pianeta, continui a fare affari con la Repubblica Islamica.

LA DIPLOMAZIA DEL PETROLIO: IL PRESSING SU PECHINO

È su questo terreno che la partita incrocia inevitabilmente la Cina. Prima del conflitto, oltre il 95% del greggio esportato da Teheran prendeva la rotta dei mercati cinesi. Perfino nel 2025, in piena escalation sanzionatoria, la quota è rimasta stabilmente sopra l’80%, assorbita in gran parte dalle raffinerie indipendenti dello Shandong – le cosiddette “teapot” – attraverso transazioni a forte sconto e il supporto logistico della “flotta ombra”.

Consapevole di questo canale sotterraneo, Washington ha deciso di affiancare alla forza delle sanzioni una fitta rete diplomatica. Il bilaterale tra Bessent e il vicepremier He Lifeng, unito all’attesissima visita di Xi Jinping negli Stati Uniti nelle prossime settimane – la prima di un leader cinese in oltre un decennio –, offre alla Casa Bianca una leva politica senza precedenti.

I segnali di allentamento delle tensioni tra le due superpotenze sono tangibili: non a caso, il Presidente Donald Trump ha recentemente congelato una vendita di armi a Taiwan da 14 miliardi di dollari in seguito alle proteste di Pechino. Una mossa che conferma come sul tavolo negoziale ci siano contropartite commerciali molto più ampie del solo dossier mediorientale.

IL NODO IRRISOLTO DELLO SHANDONG: LO SCUDO NORMATIVO CINESE

Tuttavia, dietro l’ottimismo di facciata mostrato da Bessent, resta un profondo punto di attrito che rischia di far fallire l’enforcement americano. Lo scorso maggio, il Ministero del Commercio cinese ha varato un ordine esecutivo che vieta esplicitamente alle proprie aziende di riconoscere o rispettare le sanzioni dell’OFAC (l’ufficio del Tesoro USA per il controllo dei beni stranieri) contro cinque raffinerie teapot.

Rivendicando la propria sovranità normativa contro quelle che Pechino definisce «sanzioni unilaterali prive di mandato ONU», la Cina ha già gettato le basi per neutralizzare le restrizioni statunitensi. È questo il precedente che ridimensiona l’apparente cooperazione descritta dal Tesoro USA: se da un lato la diplomazia cinese si mostra aperta al dialogo, dall’altro lo Stato ha già predisposto gli scudi legali per proteggere i propri interessi energetici ed economici quando lo riterrà necessario.

L’INCROCIO DEI CALENDARI

Il tempismo di questa mossa è tutt’altro che casuale. La scadenza tassativa fissata da Bessent per il blocco globale dei voli iraniani scatta infatti mercoledì 23 settembre, lo stesso giorno in cui Xi Jinping atterrerà a Washington per la prima visita di Stato formale di un leader cinese negli Stati Uniti in oltre dieci anni.

Il faccia a faccia cruciale con Donald Trump è in agenda per giovedì 24. Sul tavolo dei negoziati non ci saranno solo i tradizionali “tre pilastri” del contenzioso bilaterale – Taiwan, tecnologia e tariffe – ma anche l’esplicita richiesta americana di un drastico taglio agli acquisti cinesi di greggio iraniano. Una pressione, quest’ultima, che il presidente statunitense sta esercitando da settimane proprio in funzione di questo vertice.

MANHATTAN: L’AGENDA SOMMERSA DI BESSENT E HE LIFENG

Dietro l’ostentato ottimismo del Segretario al Tesoro, tuttavia, i segnali emersi dal vertice preparatorio di domenica a Manhattan tra Bessent e il vicepremier He Lifeng invitano alla cautela. Secondo le ricostruzioni disponibili, i due alti funzionari hanno approfondito dossier caldi come le terre rare, l’intelligenza artificiale, i dazi doganali e la creazione di un meccanismo bilaterale di notifica per gli incidenti legati alla sicurezza nazionale nell’IA. Sul nodo iraniano, al contrario, non sarebbe stato siglato alcun impegno specifico.

Questa discrepanza rappresenta il vero punto interrogativo della vigilia: mentre Washington vincola l’esito del summit politico alle concessioni su Teheran, l’unico vero incontro tecnico già andato in porto sembra aver aggirato la questione nel merito. Sullo sfondo continua a pesare lo scudo normativo eretto da Pechino a maggio, con cui è stato vietato alle aziende cinesi di piegarsi ai diktat dell’OFAC (Office of Foreign Assets Control) sulle raffinerie teapot.

IL GRANDE BARATTO GEOPOLITICO: PETROLIO CONTRO TERRE RARE

Il vertice di giovedì chiarirà se Xi Jinping sia realmente disposto a sacrificare parte del petrolio iraniano sull’altare dell’interesse nazionale, magari in cambio di un allentamento delle restrizioni statunitensi sui semiconduttori di Taiwan o di un’intesa strategica sulle terre rare. Su questo fronte, Pechino detiene una formidabile leva negoziale: la sospensione dei controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare scadrà il prossimo 10 novembre. (La Cina controlla oltre il 70% dell’estrazione e della raffinazione globale delle terre rare).

Nei prossimi giorni sapremo se la diplomazia del dollaro riuscirà a imporre un compromesso o se la Cina continuerà, in linea con i precedenti di maggio, a considerare le sanzioni secondarie americane come un vincolo valido per il resto del mondo, ma non per sé stessa.

LE IMPLICAZIONI PER L’EUROPA

Sul fronte specifico del trasporto aereo, la nuova stretta della Casa Bianca non produrrà alcun caos operativo immediato nei cieli europei. Il motivo risiede sul fatto che il terreno è già stato completamente sgombrato fin dall’ottobre del 2024, quando l’Unione Europea ha vietato l’accesso al proprio spazio aereo a IranAir, Mahan Air e Saha Airlines, interrompendo di fatto gli ultimi collegamenti diretti rimasti con la Repubblica Islamica. Aeroporti, società di handling e fornitori di carburante europei non hanno più, nei propri scali, velivoli iraniani da assistere.

Per l’Europa, l’impatto di questa mossa non è dunque logistico, ma squisitamente politico e normativo. Il provvedimento di Washington consolida un precedente pesantissimo: l’utilizzo del sistema finanziario del dollaro come un’arma globale per punire chiunque, in qualsiasi angolo del pianeta, presti assistenza a un’entità sanzionata. Il messaggio della Casa Bianca è chiaro: chiunque utilizzi il dollaro per i propri scambi commerciali deve piegarsi alle leggi americane, pena l’esclusione dai mercati mondiali.

Si tratta dello stesso meccanismo punitivo che nel 2014 colpì il colosso bancario francese BNP Paribas, condannato dagli USA a una maximulta da 8,9 miliardi di dollari e al blocco temporaneo delle transazioni in valuta americana per aver semplicemente autorizzato pagamenti in dollari legati a paesi sotto embargo, tra cui proprio l’Iran. Quella storica sanzione finanziaria oggi si sposta dalle banche alla logistica reale: l’escalation sui cieli dimostra nei fatti la pervasività di un’operazione che fin dal suo debutto ad agosto prende di mira l’intera catena di trasporto e fornitura globale. Il recente caso della raffineria francese La Nivernaise de Raffinage, colpita dai provvedimenti statunitensi a inizio settembre, rappresenta il primo, durissimo segnale che la macchina sanzionatoria americana è già a pieno regime e non intende fare sconti all’industria europea. (Il 24 agosto 2026, nell’ambito dell’Operation Economic Outcast, l’OFAC ha imposto sanzioni secondarie alla raffineria francese La Nivernaise de Raffinage SAS. Secondo il Tesoro statunitense, la società madre Wellbred Trading SA, con sede in Svizzera, è riconducibile al magnate petrolifero Hossein Shamkhani, associato dalle autorità americane a una rete di commercio illecito di petrolio iraniano. Le misure isolano così l’azienda dai mercati e dal sistema bancario internazionale.)

FONTI

State Department — quadro delle sanzioni USA in vigore

 State Department, settembre 2026 — comunicato su Operation Economic Outcast

 OFAC — architettura giuridica del programma sanzionatorio

 OFAC — elenco aggiornato delle designazioni

 OFAC, 4 settembre 2026 — designazione delle tre banche turche Golden Global

 Skadden, settembre 2026 — nuove misure sanzionatorie

 Skadden, settembre 2025 — meccanismo di snapback ONU

 Orrick, settembre 2026 — dettaglio di Operation Economic Outcast

 Paul Hastings — licenze generali sospese e nuovi settori colpiti

 Debevoise & Plimpton, novembre 2025 — ripristino delle sanzioni ONU, UE e UK

 Steptoe — rilancio della Maximum Pressure a inizio secondo mandato

 CFR — cronologia dello scontro USA-Iran

 CFR — la risposta divisa dei paesi europei

 NPR, 28 febbraio 2026 — uccisione di Khamenei negli attacchi USA-Israele

 Newsweek — dipendenza cinese dal petrolio iraniano e leva del vertice Trump-Xi

 Bloomberg, 15 settembre 2026 — annuncio dell’incontro Bessent-He Lifeng

 CBS News, 21 settembre 2026 — esito del colloquio Bessent-He Lifeng

 U.S. News, 20 settembre 2026 — agenda dei colloqui su AI, tariffe e terre rare

 CNN, 13 novembre 2023 — precedenti visite di Xi negli USA (Mar-a-Lago 2017, APEC San Francisco 2023)

https://www.state.gov/iran-sanctions

https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/09/u-s-sanctions-dismantle-the-iranian-regimes-revenue-streams

US Government Announces New Iran Sanctions Measures | Insights | Skadden, Arps, Slate, Meagher & Flom LLP

https://www.npr.org/2026/02/28/nx-s1-5730158/israel-iran-strikes-trump-us

https://www.newsweek.com/trump-iran-war-sanctions-china-xi-12362333

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-15/bessent-says-he-ll-meet-with-chinese-counterpart-this-weekend

https://www.cbsnews.com/news/scott-bessent-meeting-china-he-lifeng-ahead-trump-xi-summit/

https://www.usnews.com/news/top-news/articles/2026-09-20/us-treasurys-bessent-chinas-he-to-launch-talks-on-ai-trade-critical-minerals

https://www.cnn.com/2023/11/13/asia/china-us-xi-visit-history-intl-hnk

https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/confrontation-between-united-states-and-iran

https://www.cfr.org/articles/europes-disjointed-response-to-the-u-s-israeli-war-with-iran


Otto mesi per raccontare l’America: il nuovo visto stagionale per la stampa estera

Dal 15 settembre i corrispondenti esteri sono ammessi negli Stati Uniti per 240 giorni. Il rinnovo dipende da un ufficio con 11,3 milioni di pratiche arretrate.

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Da metà settembre finisce l’entrata in territorio statunitense senza data di scadenza, nota anche come “duration of status”. Studenti, ricercatori e giornalisti stranieri potevano storicamente restare fino alla fine del corso di laurea, del programma di ricerca o dell’incarico come corrispondente estero. Il Foreign Press Center (FPC) dello State Department rilascia le tessere da Foreign Correspondent: la mia ha una validità di 4 anni, ma questi titoli di accreditamento stampa non regolano in alcun modo la permanenza legale. Per restare oltre gli otto mesi (240 giorni) fissati al momento dell’ingresso sul territorio, un giornalista deve ora richiedere una proroga di soggiorno al Department of Homeland Security e attendere che venga concessa. Non è un automatismo. Questa non rientra fra le leggi sui flussi migratori permanenti: è una norma tecnica focalizzata specificatamente sui visti temporanei e, in questo caso, su chi racconta l’America a chi la guarda da fuori.

IL CALENDARIO

Questa nuova regola riguarda tre categorie: i visti F degli studenti, i visti J degli scambi accademici e i visti I dei rappresentanti dei media stranieri. Per i giornalisti l’ammissione viene legata alla durata dell’incarico e non può superare i 240 giorni, con il tetto ridotto a 90 per i giornalisti cinesi, escluse Hong Kong e Macao, ma qui è un do ut des con la Cina.

Fino ad oggi il visto poteva arrivare a cinque anni e comunque il Congresso avrà l’ultima parola essendo uno di quei cambiamenti che cadono sotto la definizione di major rule, quindi soggette a vaglio e il Dipartimento è tenuto a pubblicare un avviso se la revisione dovesse spostare la data o annullare il provvedimento. Finché ciò non accade, il calendario è quello.

IL LIMBO

Qui il provvedimento smette di essere una scelta politica e diventa un problema di numeri. Chi vuole restare oltre il periodo assegnato deve chiedere una proroga, presentarla in tempo utile, il che vorrà dire quasi il giorno dopo essere atterrati, visto che gli uffici preposti hanno 11,3 milioni di pratiche da evadere, e questo provvedimento, ne aggiungerà 414mila l’anno secondo la stima del Dipartimento stesso. Certamente un sistema costruito su queste basi, produce ritardi, e il ritardo produce persone che restano in un limbo, senza sapere se possono restare o meno.

Per il governo si tratta di una misura necessaria a sanare una falla nel sistema, ripristinando verifiche regolari su chi risiede nel Paese anche a costo di sovraccaricare gli uffici immigrazione. La regola non riduce i diritti di nessuno: introduce una scadenza e una verifica, come avviene per quasi tutte le altre categorie di visto. Chi lavora davvero, e lavora per quello che ha dichiarato, ottiene il rinnovo.

LE PROTESTE

Il Reporters Committee for Freedom of the Press sostiene che una modifica apparentemente tecnica sulla durata dei visti abbia conseguenze profonde sulla libertà di stampa. L’obiezione riguarda chi decide il rinnovo. Chi si oppone teme che un corrispondente critico verso l’amministrazione possa trovarsi la proroga negata, e che nessuno sia in grado di dimostrarlo.

Quando la norma era ancora allo stadio di proposta, il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyden scrisse al Dipartimento chiedendone il ritiro. Il provvedimento, secondo lui, avrebbe soffocato il giornalismo di merito, raffreddato la libertà di stampa, ridotto l’influenza americana nel mondo e sprecato risorse pubbliche in procedure inutili, con il rischio concreto di provocare ritorsioni contro i giornalisti americani che lavorano all’estero. Nella lettera osservava anche che il vecchio sistema consentiva ai corrispondenti di costruire una conoscenza profonda del paese, e che 240 giorni non bastano per un’inchiesta su una vicenda complessa o in evoluzione.

UN MILIONE IN MENO

La norma non riguarda solo qualche migliaio di corrispondenti, colpisce anche gli studenti stranieri, che nell’anno accademico 2024-25 erano oltre 1,1 milioni e hanno prodotto 42,9 miliardi di dollari e 356mila posti di lavoro. Il calo è già cominciato: nell’autunno 2025 le nuove iscrizioni erano scese del 17 per cento. L’11 agosto NAFSA – National Association of Foreign Student Advisers – ha proiettato per quest’ autunno fino a 111mila studenti in meno,  pari a $3,4 miliardi e quasi 40.000 posti di lavoro a rischio. Il 63% degli 585 atenei interpellati si aspetta un forte calo.

Il giorno stesso della pubblicazione della nuova norma, gli atenei si sono mossi. Ad esempio, l’ufficio internazionale di Harvard ha diffuso un avviso ai propri studenti e ricercatori stranieri pregandoli di trovarsi fisicamente negli Stati Uniti prima del 15 settembre: chi è sul territorio quando la norma entra in vigore conserva lo status fino alla fine del programma, chi esce e rientra dopo riceve un modulo I-94 con una data di scadenza.  Ma Harvard è andata oltre, infatti già l’anno scorso vista la presa di posizione della Casa Bianca,  quando l’amministrazione Trump tentò di impedire a Harvard di immatricolare studenti stranieri, la Business School si è data da fare e ha iniziato ad esplorare alternative, facendo accordi con altri istituti affinché questi ultimi ospitassero i suoi alunni ricevendo comunque il diploma di Harvard. Questi erano: la Nova School of Business and Economics di Lisbona, l’IMD di Losanna, la London Business School e l’Università di Toronto. Harvard comunque attraverso Mariano-Florentino Cuéllar, membro dell’organo di governo dell’ateneo e presidente del Carnegie Endowment, dice che l’ateneo sta esplorando l’apertura di sedi all’estero.

Ma gli atenei, pur di non vedere i loro ingenti profitti ridursi drasticamente, in coalizione con associazioni accademiche hanno depositato il 18 agosto un ricorso contro il Dipartimento davanti alla corte federale del Massachusetts. Nel 2025 questa scelta aveva dato i suoi frutti e i giudici bloccarono il divieto di immatricolazione e Harvard chiuse l’anno con la quota più alta di studenti stranieri dal 2002. Ma l’anno scorso si trattava di una proclamazione presidenziale, mentre questo è un regolamento adottato con procedura ordinaria, e per sospenderlo è tutta un’altra storia, assai complessa.

In sostanza gli studenti sono più fortunati, hanno rettori, associazioni, cifre economiche e un ricorso attivo, i corrispondenti hanno solamente una lettera dell’editore.

UN BOOMERANG

I visti non viaggiano su principi astratti, ma su regole, e le regole hanno la forma di una tabella. Si chiama Reciprocity and Civil Documents by Country, la pubblica il Dipartimento di Stato, e per ogni paese e ogni categoria di visto fissa tre numeri: costo, ingressi consentiti, mesi di validità. Sono numeri specchio, calibrati su quello che ciascun governo concede ai cittadini americani. Per decenni Washington ha negoziato a favore dei propri corrispondenti sfruttando un’asimmetria: gli Stati Uniti trattavano i giornalisti stranieri meglio di quanto molti paesi trattassero gli americani, e da lì partiva la richiesta di adeguamento. Quell’asimmetria era una carta di scambio che ora non c’è più. In questo scambio di “do ut des”, per esempio, Washington aveva limitato il personale delle testate statali cinesi negli Stati Uniti, Pechino quindi, revocò le credenziali ai corrispondenti di New York Times, Wall Street Journal e Washington Post, e Washington rispose riducendo a novanta giorni i visti dei giornalisti cinesi. Quella misura di rappresaglia diventa ora regola generale. E quando un governo straniero deciderà di ridurre il permesso di un corrispondente americano a pochi mesi rinnovabili, Washington non avrà più molto da obiettare, perché si sentirà rispondere che è la stessa durata che concede.

Infine, dal primo luglio, è stata introdotta una sorta di “corsia preferenziale a pagamento”: $750 aggiuntivi per fissare un colloquio entro dieci giorni. Una tassa che compra una data, ma non il lasciapassare, poiché l’istruttoria non viene accorciata, ma segue il suo normale iter. A coronare questa linea dura, il 6 agosto un ordine esecutivo ha formalizzato la caccia al “turismo delle nascite”, blindando i visti temporanei per evitare che vengano usati al solo scopo di partorire sul suolo americano. Messi tutti in fila, questi atti, delineano una chiara traiettoria: l’accesso agli Stati Uniti è temporaneo, rinnovabile su domanda e, in parte, acquistabile. Non è più una condizione: è una concessione.

CHI RACCONTA L’AMERICA

Per il lettore la questione non è la sorte di qualche centinaio di giornalisti. La norma non tocca quello che un corrispondente può scrivere, ma per quanto tempo può restare — e la permanenza è l’unica cosa che distingue un corrispondente da un inviato. Le conferenze stampa sono pubbliche e accessibili a tutti. Il vero valore sta nel retroscena: sapere chi chiamare quando esce un provvedimento e capire quali annunci di Washington non diventeranno mai realtà. È un’esperienza che si acquisisce solo restando sul campo, e che nessuna testata può comprare. Chi lavora con visti di appena otto mesi non farà mai in tempo a possederla.

Resta un effetto impossibile da misurare. Oggi non esistono casi di corrispondenti stranieri a cui sia stato negato il rinnovo a causa delle proprie opinioni, e non possono esistere: la norma entra in vigore tra pochi giorni. Il timore sollevato da chi si oppone è strutturale, e infatti non porta precedenti. Chi deve rinnovare la propria permanenza ogni otto mesi finisce per dipendere burocraticamente dall’amministrazione che costituisce il suo stesso oggetto di lavoro. Se questo vincolo cambierà il modo di fare informazione, nessuno lo ammetterà e nessuno potrà provarlo: un rifiuto può sempre essere motivato con l’arretrato o con un requisito ritenuto non dimostrato. Gli effetti che non lasciano tracce sono quelli su cui nessun controllo è possibile.

Fonti

Federal Register, 17 luglio 2026 — testo integrale della norma
Ogletree Deakins — durate di ammissione
Fragomen — proroghe e permanenza irregolare
Murthy Law Firm — regime transitorio per i visti I
Ron Wyden — lettera al Dipartimento
Reporters Committee — libertà di stampa
Time — cronaca del provvedimento
Washington Times — tetto dei 90 giorni

Financial Times, 27 agosto 2026 — i colloqui e la dichiarazione di Cuéllar
Harvard International Office — l’avviso del 17 luglio
NAFSA — proiezioni sulle iscrizioni, 11 agosto 2026


Venticinque anni dopo l’11 settembre: al‑Qaida non ha vinto, ma il jihadismo è diventato globale.

di Claudio Bertolotti.

Momento di bilanci: l’11 settembre e la guerra al terrore sono stati un fallimento? E, se l’Occidente ha fallito, al‑Qaida ha vinto?

Io parlerei di un fallimento strategico parziale, perché occorre distinguere i diversi livelli. Sul piano tattico e operativo, l’Occidente ha ottenuto risultati rilevanti: ha distrutto santuari, eliminato leader, smantellato catene di comando, impedito ad al‑Qaida di replicare un’operazione della portata dell’11 settembre e, successivamente, ha abbattuto il califfato territoriale dello Stato islamico.

Il fallimento è stato politico e strategico. Si è pensato di poter sconfiggere militarmente non soltanto un’organizzazione, ma un fenomeno ideologico e sociale. E si è finito per sovrapporre lotta al terrorismo, cambiamento di regime e costruzione dello Stato. L’Iraq ha creato il vuoto nel quale è cresciuto lo Stato islamico; l’Afghanistan si è concluso con il ritorno al potere dei talebani.

Ma il fallimento dell’Occidente non coincide automaticamente con la vittoria di al‑Qaida. Al‑Qaida non ha rovesciato i regimi arabi, non ha espulso l’Occidente dal mondo musulmano e non ha costruito il califfato universale. Bin Laden ha però ottenuto un risultato indiretto: trascinare gli Stati Uniti in guerre lunghe e costose, polarizzare le società e trasformare il jihad da progetto di un’organizzazione in un fenomeno globale. Al‑Qaida non ha vinto la guerra, ma l’Occidente è entrato, almeno in parte, nella trappola strategica preparata da al‑Qaida.

El Difraoui sostiene che il jihadismo non sia mai stato così diffuso, pur non essendo necessariamente più forte. Sei d’accordo? Qual è il pericolo?

Sì, sono d’accordo, purché non si confonda la diffusione con la forza. Nel 2001 il jihadismo era concentrato in pochi teatri e dipendeva maggiormente da organizzazioni, leader e santuari. Oggi è molto meno centralizzato, ma è presente dall’Afghanistan al Sahel, dal Corno d’Africa allo Yemen, fino alle comunità virtuali e agli individui radicalizzati in Europa.

Il paradosso è evidente anche nei numeri: secondo ReaCT, il nostro rapporto annuale, nel 2025 il 92 per cento delle azioni jihadiste in Europa è stato compiuto da individui e la metà ha avuto carattere emulativo; allo stesso tempo, dal 2022 nessun attentato ha conseguito un vero successo strategico. Il jihadismo è dunque più diffuso, ma non necessariamente più capace.

Ed è proprio questa dispersione a rappresentare il pericolo. Una minaccia diffusa è meno visibile, più resiliente e non ha bisogno di una grande organizzazione centrale. È sufficiente una narrazione globale che un gruppo locale possa adattare alla propria guerra o che un singolo individuo possa trasformare in violenza di prossimità. Non dobbiamo quindi lasciarci rassicurare dall’assenza di grandi attentati coordinati: la minaccia contemporanea è meno spettacolare, ma più ubiqua, frammentata e difficile da anticipare.

.Quale eredità ritroviamo nei gruppi jihadisti contemporanei? Che cosa hanno imparato in questi venticinque anni?

Hanno imparato, anzitutto, che sopravvivere è più importante che controllare un territorio. I grandi campi di addestramento, le gerarchie rigide e le strutture visibili possono essere individuati e distrutti. Una rete clandestina, un sistema di franchising o una costellazione di cellule autonome, invece, può perdere i propri leader e continuare a operare.

Hanno poi imparato a collegare l’ideologia globale alle rivendicazioni locali. Al‑Qaida ha progressivamente affidato il proprio marchio a gruppi radicati nei conflitti africani, mediorientali e asiatici; lo Stato islamico ha perfezionato l’esternalizzazione della violenza, trasformando simpatizzanti e individui radicalizzati in strumenti tattici autonomi.

La terza lezione riguarda il tempo. Le democrazie ragionano sulla durata dei governi e delle missioni militari; i movimenti jihadisti possono attendere anni. Il ritorno dei talebani a Kabul, pur appartenendo a una prospettiva prevalentemente nazionale, è stato utilizzato dalla propaganda jihadista come dimostrazione che la perseveranza può logorare anche una potenza superiore.

Infine, hanno compreso che l’obiettivo dell’attentato non è soltanto uccidere. È provocare una reazione, alimentare paura, polarizzazione e ostilità verso le comunità musulmane, rendendo credibile la narrativa del “noi contro loro”. In sintesi, l’Occidente ha imparato a decapitare le organizzazioni; i jihadisti hanno imparato a sopravvivere alla decapitazione. Ed è questo il lascito più insidioso dei venticinque anni successivi all’11 settembre.



Droni, sabotaggi e voto: la guerra ibrida russa si avvicina all’Italia?

di Claudio Bertolotti.

Il 1° settembre 2026 il governo tedesco ha attribuito alla Russia il tentato attacco del 4 agosto all’aeroporto di Lipsia/Halle, dove un drone dotato di esplosivo e sistema di detonazione è stato rinvenuto nell’area di sicurezza, in prossimità di velivoli cargo ucraini. Berlino ha indicato come base dell’attribuzione la convergenza tra indagini di polizia, modalità operative e risultanze d’intelligence. Mosca respinge l’accusa. La Germania ha annunciato misure diplomatiche e ulteriori iniziative in sede europea.

Questo evento segna un possibile salto di qualità nella pressione ibrida attribuita alla Russia. Ma quanto è distante quel fronte dall’Italia? Dai sabotaggi alle operazioni cyber, fino alla manipolazione informativa e alle possibili interferenze elettorali, Claudio Bertolotti analizza una minaccia che tende a muoversi deliberatamente sotto la soglia della guerra convenzionale. Il vero obiettivo di Mosca non sarebbe lo scontro diretto con la NATO, quanto aumentare vulnerabilità, costi e divisioni interne all’Europa. E l’Italia, per peso politico e infrastrutture strategiche, non può considerarsi al riparo.

La Germania accusa la Russia del lancio di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Cosa possiamo aspettarci?

Credo che quanto accaduto a Lipsia non debba essere letto soltanto per quello che materialmente è, ma soprattutto per quello che avrebbe potuto produrre. Un drone non ha provocato l’esplosione prevista e, dunque, sul piano tattico l’azione è fallita. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo dato. Sul piano strategico, invece, l’episodio ha già prodotto un effetto perchè ha dimostrato, almeno secondo l’attribuzione formulata dal governo tedesco, che un attore ostile è in grado di portare un dispositivo esplosivo all’interno di un’infrastruttura critica europea e di avvicinarlo a velivoli inseriti nella catena logistica di sostegno all’Ucraina. E questo è un problema, quasi scontato, ma che non ha destato preoccupazione fin quando la vulnerabilità non è stata resa palese; così cambia la prospettiva. Lipsia/Halle non è un aeroporto qualsiasi, ma è un grande nodo logistico europeo, elemento della capacità di trasporto strategico utilizzata dalla NATO. E colpire, o tentare di colpire, quel sistema significa agire contro uno degli elementi che consentono all’Europa di sostenere materialmente Kiev, ma senza attaccare direttamente un comando o un’infrastruttura direttamente della NATO. È quella zona grigia in cui la competizione ibrida trova la propria convenienza.

Cosa succederà adesso? Probabile aspettarsi una risposta calibrata. Berlino ha già scelto la strada diplomatica, delle restrizioni, delle sanzioni e del rafforzamento della sicurezza. Non credo che la Germania abbia interesse a trasformare automaticamente l’episodio in una crisi militare con Mosca, poiché non c’è convenienza, né capacità in questo senso. C’è un però: il problema sarà dimostrare che un’azione sotto la soglia della guerra non sia un’azione priva di costo, ed è qui che si gioca la credibilità europea: rispondere senza offrire alla Russia il vantaggio dell’escalation, ma facendo aumentare progressivamente il costo politico, diplomatico, economico e operativo di simili iniziative.

Il vero rischio non è tanto ciò che accadrà domani mattina, quanto la normalizzazione di episodi di questo tipo. Se un tentativo di sabotaggio contro un’infrastruttura strategica viene assorbito come uno dei tanti incidenti della guerra in Ucraina, allora la soglia di ciò che diventa politicamente accettabile tende inevitabilmente a spostarsi. E quando la soglia si sposta, aumenta lo spazio per l’azione successiva. È un problema tutto nostro, non della Russia.

Per alcuni analisti la Russia ha dichiarato la guerra (ibrida) ad uno dei Paesi europei più importanti. Ma è una dichiarazione di guerra all’Europa intera oppure nulla di tutto ciò?

Dobbiamo essere realisti: non è una “dichiarazione di guerra”, e non userei nemmeno il termine perché rischia di farci interpretare con le categorie della guerra convenzionale un fenomeno che, per sua natura, tende proprio a sottrarsi a quelle categorie. La guerra ibrida funziona perché consente di esercitare pressione sull’avversario senza assumersi formalmente la responsabilità politica e giuridica di una guerra: è la “plausibile negabilità” dell’atto, e in questo la Russia (come l’Iran e la Corea del Nord) è maestra. Sabotaggio, cyber-attacchi, disinformazione, interferenze, ricorso a intermediari e agenti sacrificabili hanno in comune il vantaggio comune di rendere più complessa l’attribuzione e, conseguentemente, più difficile la risposta.

Direi quindi che, se l’attribuzione tedesca verrà consolidata dalle risultanze investigative, Lipsia rappresenterà un ulteriore salto di qualità in una campagna di pressione che l’Europa considera già in corso. Non è necessario che Mosca “dichiari” una guerra ibrida alla Germania, perché la caratteristica della competizione ibrida è esattamente l’assenza di quella dichiarazione. È così, lo è da tempo.

E non parlerei neppure di una dichiarazione di guerra all’Europa intera. Parlerei, piuttosto, di un messaggio rivolto all’intero sistema europeo in cui nessun Paese che contribuisca in maniera significativa al sostegno dell’Ucraina può più considerarsi esterno al conflitto. Questo non significa che la Russia voglia combattere militarmente contro l’Europa o contro la NATO, anzi è esattamente il contrario e io continuo a ritenere che Mosca abbia tutto l’interesse a evitare un confronto militare diretto con l’Alleanza. Il paradosso però è evidente in quanto, nel tentativo di aumentare la pressione sull’Europa senza arrivare alla guerra, la Russia tende a moltiplicare le occasioni nelle quali un errore, una vittima, un sabotaggio riuscito o una reazione non prevista potrebbero avvicinare proprio quel confronto che avrebbe interesse a evitare.

La Germania, poi, ha un valore particolare perché è una potenza economica, industriale e logistica centrale, oltre ad essere uno dei principali sostenitori europei dell’Ucraina, ed è politicamente determinante per la tenuta della risposta europea. Fare pressione sulla Germania significa quindi tentare di produrre un effetto che va ben oltre i confini tedeschi, significa influire sulla percezione del rischio, sul consenso interno, sui costi del sostegno a Kiev e, in ultima analisi, sulla coesione europea.

E la Nato?

La NATO è di fronte a uno scenario che si basa sull’accettazione di una distinzione fondamentale. La posizione dell’Alleanza è complessa perché deve garantire deterrenza senza trasformare automaticamente ogni azione ibrida in un casus belli.

L’Articolo 5 non è un interruttore che scatta automaticamente ogni volta che si verifica un sabotaggio, un cyber-attacco o un’incursione con un drone. La valutazione dipende dalla natura dell’azione, dagli effetti prodotti, dalla sua attribuzione e dalla gravità complessiva e per questo, nel caso di Lipsia, il punto più importante non è chiedersi se debba essere invocato l’Articolo 5, ma comprendere come l’Alleanza possa impedire che la fascia al di sotto di quella soglia diventi uno spazio operativo nel quale l’avversario possa agire quasi impunemente.

Il punto, a mio avviso, è che la deterrenza deve funzionare anche sotto la soglia dell’Articolo 5, e se funziona soltanto quando siamo già di fronte a un attacco armato convenzionale, allora lasciamo all’avversario uno spazio enorme nel quale operare. Ed è precisamente quello spazio che oggi deve essere ridotto.

In Europa agirebbero molti agenti al servizio della Federazione Russa. Dovremmo aspettarci un’intensificazione delle azioni di sabotaggio?

È uno scenario plausibile, e direi che dobbiamo prepararci a un aumento della pressione, senza però trasformare una valutazione di rischio in una certezza predittiva. Il punto che più trovo interessante è che il modello operativo che le autorità europee stanno descrivendo non è necessariamente costituito da agenti professionisti inviati da Mosca, ma da reti molto più flessibili, composte da intermediari, criminali, soggetti reclutati attraverso piattaforme digitali e quelli che i tedeschi definiscono, con un’espressione efficace, “agenti usa e getta”: e anche qui ci vedo un parallelo con quanto starebbe facendo l’Iran attraverso il reclutamento delle gang giovanili di immigrati per destabilizzare la sicurezza (o la percezione di sicurezza) dei paesi europei target.

E questo avviene perché è un modello particolarmente conveniente che riduce il costo dell’operazione, aumenta la distanza tra mandante ed esecutore e rende più difficile ottenere una prova giudiziaria capace di ricondurre l’intera catena di comando allo Stato che avrebbe promosso l’azione. L’esecutore può sapere pochissimo del committente e persino ignorare la finalità strategica dell’incarico, e proprio questa frammentazione è la forza del sistema.

Per questo mi aspetto che la minaccia evolva più in termini di quantità, diversificazione e imprevedibilità che attraverso operazioni necessariamente spettacolari: depositi, ferrovie, aeroporti, reti energetiche, aziende della difesa, sistemi informatici e infrastrutture legate al sostegno all’Ucraina costituiscono obiettivi potenzialmente vulnerabili. Non tutti gli episodi saranno riconducibili alla Russia e sarebbe metodologicamente sbagliato attribuire automaticamente a Mosca ogni incendio, guasto o sabotaggio. Ma è proprio la moltiplicazione degli eventi ambigui a produrre uno degli effetti desiderati dalla guerra ibrida: rendere più difficile distinguere il caso, il crimine comune, l’attivismo politico e l’operazione coordinata da un servizio d’intelligence.

La risposta europea dovrà quindi essere prima di tutto di metodo perchè occorre mettere in relazione gli episodi, condividere intelligence e indicatori, seguire i flussi finanziari e le modalità di reclutamento, proteggere le infrastrutture e, soprattutto, evitare due errori opposti: sottovalutare il fenomeno e attribuire alla Russia qualunque evento anomalo.

E dunque sì, ritengo probabile un’intensificazione della competizione ibrida nella misura in cui questa continuerà a offrire a Mosca risultati politici e psicologici a costi relativamente contenuti, per quanto, proprio per questo, la risposta più efficace non può essere quella emotivamente più forte, bensì quella capace di ridurre progressivamente il tornaconto strategico di queste operazioni, rendendole più difficili da organizzare, più facili da attribuire e, soprattutto, più costose da promuovere.

Quanto è distante Lipsia dall’Italia? È un campanello d’allarme anche per noi?

Non è così distante, perché Lipsia dimostra che la minaccia ibrida non riguarda più soltanto cyber-attacchi o propaganda, ma può tradursi in azioni fisiche contro infrastrutture critiche, nodi logistici, trasporti ed energia. L’Italia dispone di porti, aeroporti, reti ferroviarie e infrastrutture militari che hanno un ruolo rilevante anche nel sostegno all’Ucraina: quindi il rischio non è teorico. Il campanello d’allarme è proprio questo: la guerra può entrare nello spazio europeo senza assumere la forma della guerra convenzionale. E la presenza di gruppi o movimenti antagonisti o di estrema sinistra e destra vicini alla Russia non può che aumentare la probabilità di tali azioni.

Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, parla di possibili interferenze russe nelle elezioni. Perché è importante non sottovalutare?

Perché l’obiettivo non è necessariamente “far vincere” un partito, ma alterare il contesto nel quale gli elettori maturano le proprie decisioni, polarizzare, amplificare le divisioni esistenti, delegittimare le istituzioni e il processo elettorale e, ancora, esasperare le masse, o porzioni di elettorato su temi sensibili, di fatto creando una polarizzazione sociale e politica. Tajani ha ragione quando sottolinea la necessità di intervenire prima, perché le operazioni di influenza funzionano soprattutto quando riescono a confondersi con il normale dibattito politico e informativo.

In che modo le interferenze russe si sono intensificate sull’Italia dal 2022 a oggi? Quali i settori più sensibili?

Dal 2022 il salto di qualità riguarda soprattutto la convergenza tra strumenti diversi, dalla disinformazione, alla manipolazione informativa, alle cyber-attività, reti di influenza e al potenziale sabotaggio di obiettivi industriali o infrastrutturali. E in questo quadro evolutivo non dobbiamo porre in secondo piano la possibile convergenza dei gruppi antagonisti. I settori più sensibili sono quelli che incidono direttamente sulla resilienza dello Stato, come il sistema politico-elettorale, lo spazio informativo e i social media, così come le infrastrutture energetiche e digitali, i trasporti, porti, aeroporti e filiera industriale della difesa. Il punto, però, è non leggere questi strumenti separatamente, in quanto la forza della strategia ibrida sta proprio nella loro combinazione perché consente di produrre un effetto strategico senza superare apertamente la soglia della guerra.