di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Sicuramente è tempo di spegnere le
fanfare trumpiane, perché questa è una vittoria di Pirro. Per chi non
ricordasse la storia, la rammento: nel 279 a.C., in Puglia, Pirro, re
dell’Epiro — sbarcato l’anno precedente con 19 elefanti indiani come arma segreta
per terrorizzare i Romani — è sicuro di piegare la formidabile macchina bellica
della Repubblica. Pirro stravince la battaglia, ma a un costo umano devastante:
sul campo muore la stragrande maggioranza dei suoi soldati scelti e dei suoi
generali più fidati. I Romani, dal canto loro, giocano in casa e applicano la
spietata logica dei numeri. Sfruttando la leva di massa tra i propri cittadini
e l’obbligo dei popoli alleati di fornire contingenti, Roma riesce a
rimpiazzare le perdite nel giro di poche settimane.
Ma allora viene spontaneo chiedersi: a
Washington qualcuno ha fatto i conti prima di compiere questa mossa? La
risposta è imbarazzante, perché i conti li avevano fatti tutti, in anticipo,
per iscritto e ad alta voce. Già a inizio marzo 2026, sul nascere della crisi,
gli analisti di ING avvertivano
che chiudere lo Stretto di Hormuz avrebbe potuto spingere il greggio fino a 140
dollari al barile nello scenario peggiore. Bloomberg, dopo aver interpellato
oltre tre dozzine di trader, scriveva che il mondo non aveva ancora colto la
gravità della situazione, evocando lo shock petrolifero degli anni Settanta e
un prezzo che poteva toccare i 200 dollari. A maggio è entrata in scena
l’artiglieria delle istituzioni: JPMorgan vedeva le scorte globali toccare
livelli critici entro settembre; Rapidan Energy le dava
per esaurite già tra luglio e agosto, prospettando un’economia destinata a
“incepparsi”, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia metteva in
guardia su rincari in arrivo proprio alla vigilia del picco estivo. Persino il
servizio studi del Congresso aveva acceso un faro, ricordando l’ovvio: per la
gran parte del greggio che attraversa lo Stretto non esiste una via d’uscita
alternativa. Il preventivo, insomma, era sul tavolo, firmato e controfirmato.
Allora dov’è l’errore? Non nel calcolo,
ma in due scommesse perse. La prima: tutti davano per scontato che la chiusura
sarebbe stata breve. Homayoun Falakshahi, capo
dell’analisi sul greggio di Kpler, aveva avvertito che con lo Stretto chiuso il
barile poteva volare a 120-130 dollari, ma “at
least temporarily” (almeno temporaneamente), poiché si assumeva che
nessuno potesse reggere a lungo quel blocco, che avrebbe ritorto il colpo
contro Teheran tagliandole l’export e i legami con la Cina. Si era preventivato
uno shock-lampo; è arrivato un
logorìo di quattro mesi. Ed è qui che la pazienza del bazaar ha fatto la
differenza.
L’Iran ha rovesciato proprio la
premessa dei modelli occidentali: ha tenuto duro per mesi accettando di
rimetterci in prima persona — meno greggio venduto, clienti spazientiti — ma
sapendo di poter sopportare la ferita più a lungo di Washington. E mentre i
serbatoi americani si svuotavano sul serio, l’allarme ha cambiato tempo
verbale, passando dal futuro al presente. “We have to solve this
problem in the Strait of Hormuz” (Dobbiamo risolvere questo problema
nello Stretto di Hormuz), ha ammesso Mike Sommers, presidente
dell’American Petroleum Institute, mentre le scorte statunitensi viaggiavano
verso i minimi storici. Vince chi regge l’attrito, non chi colpisce più forte:
l’aritmetica romana, misurata in barili anziché in legioni.
La seconda scommessa persa è
l’illusione dell’insularità. Gli Stati Uniti importano pochissimo dal Golfo
Persico e a Washington la batosta sembrava un guaio confinato ad asiatici ed
europei. Salvo poi riscoprire che il prezzo del petrolio è globale e che lo
Stretto da cui passa circa il 20% del commercio mondiale di greggio e gas non
manda il conto solo a Pechino. Il conto è arrivato puntuale alla pompa
dell’Ohio: benzina a 4,11 dollari al gallone contro i 3,12 dell’anno prima e
inflazione al 4,2%, la più alta in tre anni. Il peggio doveva ancora venire,
perché le scorte usate per tamponare i prezzi rischiavano di prosciugarsi nel
giro di settimane, proprio nel pieno della stagione dei viaggi estivi.
Ecco perché Trump è corso al tavolo
delle trattative con il cronometro in mano. Nonostante la sfoggiata forza
militare, si è ritrovato con una pistola economica puntata alla tempia, il cui
grilletto è mosso dal calendario elettorale: a Teheran si contratta con la
flemma del mercante, mentre a Washington i serbatoi si svuotano e le elezioni
di metà mandato si avvicinano. La firma del memorandum d’intesa non spegne
l’incendio: anche a Stretto riaperto, gli analisti avvertono che i flussi
globali si normalizzeranno solo verso il quarto trimestre. Tra petroliere
bloccate, scorte da ricostituire e infrastrutture danneggiate, l’inflazione
continuerà a cavalcare le nostre vite.
Nessuno, dunque, potrà dire di non aver
saputo. Pirro, almeno, poteva giurare di non aver previsto la tenacia di Roma;
qui il preventivo lo avevano scritto gli analisti, mese per mese, cifra per
cifra. Oltre alla beffa, però, rimane l’inganno. Infatti, dopo aver fatto
credere per anni, a suon di dichiarazioni altisonanti, che il regime iraniano
andasse radicalmente debellato in quanto minaccia globale — si ricordi l’8
aprile 2019, quando il New York Times titolava “Trump
Designates Iran’s Revolutionary Guards a Foreign Terrorist Group”,
riportando la storica decisione di bollare un’intera branca militare statale
come organizzazione terroristica — ieri il presidente ha liquidato la questione
dicendo: “I
never cared about regime change. It was never a part” (Non mi è mai
importato del cambio di regime. Non ne ha mai fatto parte).
Eppure, come in ogni accordo, il diavolo si
nasconde nei dettagli. E i dettagli raccontano una storia diversa dalle
fanfare. Il memorandum apre una finestra negoziale di sessanta giorni e
promette, a regime, la fine dell’embargo: la rimozione di tutte le sanzioni,
comprese quelle delle Nazioni Unite e quelle unilaterali americane sull’export
di greggio. In cambio, Teheran ribadisce l’impegno a non dotarsi di armi atomiche, mentre il nodo
dell’arricchimento viene rinviato al tavolo finale.
Il punto più clamoroso, però, riguarda i soldi. Il testo
prevede la creazione di un fondo di 300 miliardi di dollari per la
“ricostruzione e lo sviluppo economico” dell’Iran, da finanziare
insieme ai partner regionali, le monarchie arabe del Golfo. Qui Washington
gioca una partita sottile, perché non spende un dollaro. JD Vance, lo precisa in
conferenza stampa, bollando come falsa la notizia di un investimento americano
e giurando di “non investire nemmeno 10 cents”. Il ruolo degli Stati
Uniti è quello di revocare tutte le sanzioni e consentire anche ad altri paesi d’investire. “Permetteremo
investimenti nella ricostruzione del loro Paese”, spiega Vance, evocando
l’immagine di una centrale elettrica costruita dagli Emirati in territorio
iraniano. Il tutto, solo se ad accordi conclusi Teheran rispetta le condizioni.
Una finestra di sessanta giorni e un
sollievo economico condizionato sono, in fondo, il terreno ideale per questi
maestri dell’attesa. L’Iran porta a casa la firma, l’embargo cade, il greggio
torna a fluire, e i dettagli che contano davvero — l’arricchimento, i missili,
i tempi — restano consegnati a un negoziato futuro, dove la flemma del mercante
può lavorare indisturbata.
Washington, dal canto suo, si prepara a
rimuovere l’embargo, spalanca le casseforti delle monarchie del Golfo e rischia
così di contribuire alla stabilizzazione economica di un regime che per anni
aveva indicato come una minaccia da contenere. Un’altra voce, anch’essa, nel
bilancio della vittoria di Pirro.
Questo quadro di condizioni storiche
presenta analogie con la consolidata prassi diplomatica persiana, storicamente
imperniata sulla dilazione temporale e sulla condotta ambigua. Nel corso del
XIX secolo, la dinastia Qajar, minacciata dalle opposte pressioni degli imperi
russo e britannico, garantì la propria continuità istituzionale attraverso una
strategia di bilanciamento geopolitico, alternando concessioni asimmetriche a
tattiche dilatorie. Il caso della crisi del tabacco del 1890,
culminato nella rescissione formale della concessione britannica a seguito di
pressioni interne, evidenzia come per Teheran i vincoli contrattuali
rappresentino storicamente variabili negoziali e non esiti definitivi. Tale
approccio traspone i meccanismi del bazar nelle relazioni internazionali: si
formalizzano tempestivamente le intese utili a ottenere benefici immediati —
quali l’allentamento del regime sanzionatorio e il ripristino delle transazioni
finanziarie — differendo sine die i restanti impegni gravosi.
Questo drastico voltafaccia ha lasciato
la popolazione e la diaspora iraniana intrappolate in un profondo dilemma
emotivo e politico. Se da un lato gli iraniani in patria esprimono sollievo per
lo scampato pericolo di una guerra totale con la possibilità di vedere nuovi
investimenti senza embarghi, dall’altro vivono questo accordo come un doloroso
tradimento. La decisione di Washington di abbandonare la linea del “cambio
di regime” e di sbloccare miliardi di dollari in asset congelati è vista
dagli attivisti come una formale legittimazione della teocrazia di Teheran,
spegnendo le speranze di una svolta vicina e alimentando la convinzione che il
futuro della transizione democratica dipenderà esclusivamente dalle forze della
resistenza interna.
Di fronte alle trasformazioni violente
dello scacchiere mediorientale, l’Unione Europea ha allineato la propria
condotta a una logica di laissez-faire geopolitico: un
non-intervento calcolato, che tollera le sistematiche violazioni dei diritti
umani di attori chiave come l’Iran pur di salvaguardare una parvenza di
stabilità nei mercati regionali. La rinuncia ai princìpi fondativi nasce da una
fragilità anteriore alla crisi mediorientale: l’Europa è già claudicante,
segnata dalla frattura — energetica, commerciale, geopolitica — consumatasi con
la Federazione Russa. Ne deriva un’asimmetria etica evidente, in cui la difesa
dei diritti universali cede il passo alle urgenze della sicurezza economica.
È in questa asimmetria etica che si
consuma il declassamento delle cancellerie del vecchio continente, ridotte al
rango di moderni valvassori della geopolitica contemporanea. Sospesa
tra subalternità e realpolitik, Bruxelles si confronta intanto con l’amara
consapevolezza di non poter azzerare i rapporti con Vladimir Putin. La
necessità di riaprire canali diretti è emersa chiaramente anche nei recenti
contatti diplomatici promossi dal Consiglio Europeo guidato da
António Costa, mentre resta ancora l’incognita su chi assumerà formalmente il
ruolo di emissario ufficiale.
Questa medesima urgenza costringe
l’Europa a subire le decisioni unilaterali delle grandi potenze a scapito della
propria autonomia strategica; il continente abdica così alla propria funzione
di garante internazionale, accettando una marginalità destinata a eroderne, nel
lungo periodo, la forza negoziale. La stabilità energetica temporanea rischia
di pagare il prezzo di un’irrimediabile irrilevanza storica.
Negli ultimi anni, accanto ai tradizionali strumenti di propaganda — discorsi ufficiali, televisione di stato, comunicati — l’Iran ha sviluppato una presenza sempre più sofisticata nel mondo dei social media. Reti di account e canali Telegram producono e diffondono contenuti digitali pensati per raggiungere il pubblico occidentale: non con messaggi ideologici espliciti, ma con meme, video brevi e immagini ironiche capaci di circolare autonomamente online.
Tra questi contenuti ha attirato l’attenzione degli analisti un formato insolito: scene di conflitto geopolitico — attacchi, scontri, simboli militari — reinterpretate con l’estetica dei mattoncini LEGO. Il risultato è straniante: immagini che parlano di guerra appaiono rassicuranti, quasi divertenti, e per questo più facili da condividere senza troppa riflessione critica. Il messaggio raramente è esplicito: questi contenuti non celebrano l’Iran, ma attaccano governi occidentali, istituzioni e operazioni militari in Medio Oriente — alimentando sfiducia e cinismo nelle società bersaglio, spesso senza che chi li ricondivide sappia o si chieda da dove vengano.
L’utilizzo di meme in stile LEGO associati all’ecosistema informativo iraniano non va interpretato, però, come una semplice innovazione estetica della propaganda digitale. Il fenomeno segnala una trasformazione più profonda: il passaggio dalla comunicazione politica tradizionale a forme di influenza fondate su intrattenimento, partecipazione, adattamento culturale e circolazione transnazionale delle narrazioni.
Il
punto centrale non è stabilire soltanto cosa dicano questi contenuti, ma
comprendere come funzionino: quali emozioni attivino, quali cornici
interpretative propongano, quali pubblici raggiungano, attraverso quali reti
vengano amplificati e in che misura possano tradursi in comportamenti online o
offline. In questa prospettiva, il meme diventa una tecnologia narrativa, un
vero e proprio strumento capace di semplificare il conflitto, renderlo
emotivamente accessibile e trasformarlo in contenuto condivisibile.
L’elemento
decisivo è la convergenza tra gamification
e narrative warfare, dove la prima
rende il messaggio più familiare, meno minaccioso e più adatto alle logiche
delle piattaforme, mentre la seconda sposta l’obiettivo dalla persuasione
diretta alla costruzione di ambienti narrativi nei quali il pubblico non è più
soltanto destinatario, ma vettore attivo della diffusione.
1. Decostruire il meme: oltre il contenuto, la struttura narrativa
L’analisi
dei meme LEGO collegati all’ecosistema informativo iraniano richiede un cambio
di prospettiva in cui la domanda tradizionale, «cosa dice questo contenuto?», è
insufficiente. Occorre chiedersi quale emozione venga attivata per prima, quale
storia politica venga raccontata, quali elementi siano omessi, perché un utente
dovrebbe condividere quel contenuto e quale comportamento esso possa
incoraggiare.
In
questo modo l’attenzione si sposta dalla sola veridicità del messaggio al suo
funzionamento cognitivo. E qui il meme non è soltanto un oggetto comunicativo
leggero o ironico, ma assume la consistenza di una struttura narrativa
progettata per orientare l’attenzione e l’interpretazione degli eventi.
L’estetica LEGO riduce la complessità del conflitto trasformandolo in una
rappresentazione semplificata, riconoscibile e culturalmente familiare.
Osservando
da questa prospettiva il fenomeno, la dimensione ludica non ne elimina il
contenuto politico, ma lo rende più assimilabile. La guerra, la crisi
geopolitica e la contrapposizione tra attori statuali vengono riformulate
attraverso un linguaggio visivo associato al gioco, all’infanzia e
all’intrattenimento. In questo modo il contenuto abbassa le difese cognitive
dell’utente e lo predispone all’interazione.
2. Le narrazioni strategiche costruite dai meme
Le
immagini analizzate suggeriscono che il messaggio non sia finalizzato
principalmente a promuovere l’Iran come attore geopolitico. L’obiettivo appare
più indiretto, teso ad alimentare sfiducia verso istituzioni, élite politiche,
media tradizionali e interventismo occidentale; dall’altro lato, la narrazione
non chiede al pubblico di sostenere l’Iran, ma chiede piuttosto di mettere in
discussione il proprio sistema politico e informativo.
Le
cornici principali in cui tale fenomeno si sta sviluppando possono essere
ricondotte a quattro aree. La prima è anti-élite,
in cui leader politici, governi e classi dirigenti vengono rappresentati come
corrotti, autoreferenziali e distanti dai cittadini. La seconda è anti-establishment, dove istituzioni, media mainstream e partiti sono
descritti come manipolatori o strutturalmente inaffidabili. La terza è
anti-intervento, dove le operazioni militari occidentali vengono presentate
come imposizioni esterne ai danni di popolazioni che non le avrebbero
richieste. La quarta, infine, è identitaria e morale: qui l’Iran viene
raffigurato meno come potenza regionale e più come soggetto che rivela verità
nascoste e denuncia ipocrisie sistemiche.
Un
quadro complessivo, quello che viene a crearsi e consolidarsi in cui emerge la
differenza tra propaganda classica e narrative
warfare, dove la propaganda tradizionale tende a costruire consenso verso
sé stessa; la guerra delle narrazioni lavora invece sulla delegittimazione
dell’avversario, sull’erosione della fiducia e sulla moltiplicazione di dubbi
interpretativi.
3. Gamification della guerra e trasformazione della percezione
L’estetica
LEGO modifica radicalmente il modo in cui il conflitto viene percepito. La
comunicazione bellica tradizionale si fonda su paura, realismo, osservazione e
distanza emotiva e, coerentemente, le immagini di guerra mostrano distruzione,
vittime e devastazione, collocando lo spettatore in una posizione di
osservatore esterno.
La
trasposizione del conflitto nell’universo LEGO produce invece effetti opposti basati
su familiarità, astrazione, partecipazione e accessibilità emotiva in cui le
immagini perdono parte della loro crudezza e vengono reinterpretate attraverso
un codice visivo rassicurante e immediatamente riconoscibile, dove il conflitto
non scompare, ma diventa più guardabile, più commentabile e più condivisibile.
In
questo senso la gamification non è un
semplice espediente grafico ma una tecnologia narrativa che trasforma la guerra
in contenuto in cui le persone incontrano sempre più spesso i conflitti
geopolitici attraverso meme, video brevi, contenuti generati dall’intelligenza
artificiale, influencer e piattaforme
social, piuttosto che attraverso
notizie, reportage o documentari. Il
mutamento non riguarda soltanto il formato, ma il modo in cui gli individui
costruiscono la propria comprensione della realtà internazionale.
4. Dalla propaganda alla distribuzione
La
comunicazione tradizionale iraniana si è storicamente fondata su risentimento,
martirio e argomentazione morale. Al contrario, le forme emergenti di
comunicazione digitale mantengono obiettivi strategici simili, ma modificano il
linguaggio operativo ponendo al centro, non più soltanto ideologia e
persuasione, ma humour, viralità,
competenza culturale, partecipazione e storytelling
nativo delle piattaforme.
Il
punto decisivo è che l’obiettivo non è semplicemente persuadere, ma è la
condivisione. Se nel paradigma tradizionale il successo di una campagna veniva
misurato in termini di cambiamento delle opinioni, nel paradigma emergente il
successo si misura attraverso la sequenza reach,
amplification, participation, narrative
penetration.
Osservando
il panorama comunicativo nel suo complesso emergono limitate conferme su un
cambiamento diretto delle convinzioni politiche profonde degli utenti, ma vi
sono invece segnali più consistenti della capacità di amplificare specifiche
narrazioni, aumentarne la visibilità e favorirne l’ingresso in comunità
normalmente esterne alla comunicazione politica. L’obiettivo non è
necessariamente creare sostenitori dell’Iran, ma utenti disposti a far
circolare contenuti coerenti con interessi narrativi favorevoli all’Iran: un
vero e proprio cambiamento di paradigma.
5. La circolazione transnazionale delle narrazioni
Una
delle dinamiche più rilevanti è la diffusione internazionale delle narrazioni e
l’aspetto più rilevante ad emergere è il fatto che il pubblico occidentale
raramente interpreta questi contenuti come messaggi iraniani, ma li percepisce piuttosto
come risposte a problemi locali: corruzione, disuguaglianza, crisi della
rappresentanza, sfiducia nei media,
opposizione agli interventi militari.
In
questo modo la narrazione segue un percorso articolato: produzione,
distribuzione, attraversamento dei confini, interpretazione locale e
adattamento locale (coerente con le agende dei gruppi politici, di opposizione
al sistema o ideologici locali). Durante questo processo il contenuto viene
progressivamente separato dalla sua origine poiché non arriva in Europa come
narrazione iraniana, ma come cornice compatibile con sensibilità e frustrazioni
già presenti nei contesti nazionali.
E
dunque, le narrazioni non vengono semplicemente esportate; vengono tradotte
culturalmente. Atterrano, si adattano e mettono radici nei contesti locali. E
così, l’attribuzione a un attore straniero diventa più difficile, mentre cresce
l’importanza dell’analisi dei percorsi di circolazione, degli intermediari e
dei pubblici che conferiscono significato al messaggio.
6. Influenza, identità e mobilitazione
La
mobilitazione contemporanea passa sempre meno attraverso istruzioni esplicite e
sempre più attraverso l’identificazione: nei contenuti analizzati non emergono
necessariamente inviti diretti alla protesta o all’azione politica, emergono
piuttosto segnali di consapevolezza, resistenza, amplificazione e identità.
L’obiettivo
non è dire alle persone cosa fare, ma suggerire chi esse siano. Gli utenti
condividono un contenuto perché esso conferma una posizione identitaria: da
cittadino europeo, da britannico, da norvegese, da americano, da membro di una
comunità percepita come minacciata o tradita. La sequenza rilevante diventa narrative adoption, identity signalling, amplification
in cui l’azione collettiva può seguire, ma non è necessariamente il primo
obiettivo.
La
partecipazione assume così un ruolo centrale dove il pubblico non deve essere
d’accordo con il messaggio, ma deve interagire attraverso like, commenti, condivisioni e remix, che così divengono indicatori
più rilevanti dell’adesione ideologica: l’engagement
diventa così la soglia minima della mobilitazione narrativa.
7. L’architettura dell’influenza gamificata
La
cosiddetta Lego Influence Architecture
può essere descritta come un processo in cinque fasi. 1. La prima è la
produzione, costituita da piccoli team,
supportati dall’intelligenza artificiale, che possono generare grandi quantità
di contenuti a costi ridotti.
2. La
seconda è l’adattamento narrativo in cui i messaggi vengono tradotti in
linguaggi culturalmente familiari e inseriti in frame no-war, anti-elite, anti-establishment, humanitarian e anti-intervention.
3. La
terza fase è la distribuzione, costruita per circolare in modo nativo su Telegram,
TikTok, Instagram e X.
4. La
quarta è l’amplificazione, realizzata attraverso influencer, media
alternativi, celebrità, utenti ordinari e comunità digitali.
5. La
quinta, infine, è la mobilitazione, quando le narrazioni diventano linguaggio
identitario, discussione pubblica, partecipazione sociale o protesta.
In
questa architettura non esiste un unico canale decisivo. Alcuni attori
producono “copertura”, rendendo visibile il messaggio; altri generano “legittimazione”,
conferendo credibilità; altri ancora facilitano la “mobilitazione”,
trasformando discussione e coinvolgimento in comportamento (le manifestazioni
di piazza, spesso caratterizzate da violenza. Le campagne più efficaci
distribuiscono queste funzioni tra attori diversi, spesso apparentemente
indipendenti.
8. Il laundering effect: quando
la fonte scompare
Un
aspetto cruciale è il narrative
laundering, o lavaggio della narrazione; che può strutturarsi seguendo un
percorso definito e semplice: contenuto iraniano, rilancio da parte di influencer, ripresa mediatica, circolazione
interna (allo stato, regione), scomparsa della fonte originaria, permanenza
della narrazione.
Il
meccanismo ricorda in effetti il principio fondante del fenomeno del
riciclaggio in l’origine del contenuto viene progressivamente occultata
attraverso passaggi intermedi che ne aumentano accettabilità e credibilità.
Alla fine del processo l’utente non si chiede più chi abbia prodotto il
contenuto, ma se esso sia coerente con la propria visione del mondo.
Questo
passaggio riduce la centralità dell’attribuzione. Certo, l’attribuzione resta
importante, ma non basta a spiegare l’impatto poiché ciò che conta è la
circolazione, la capacità del contenuto di attraversare reti, comunità e
piattaforme fino a diventare parte di un discorso pubblico più ampio.
9. Dalle Information Operations
alle Attention Operations
Il
caso dei meme LEGO evidenzia il passaggio dalle Information Operations alle Attention
Operations. Per decenni le operazioni di influenza si sono fondate sul
controllo dell’informazione: gestire il flusso delle notizie, produrre messaggi
ideologici, comunicare in modo stato-centrico, persuadere attraverso formati
lunghi e concentrare l’attenzione sull’attribuzione.
Oggi
si è imposto un cambiamento e il centro di gravità si è spostato. Le campagne
emergenti privilegiano messaggi nativi dei meme, amplificazione reticolare, engagement breve, partecipazione dell’audience e competizione per
l’attenzione. Non conta più soltanto chi produce il contenuto, ma chi riesce a
renderlo visibile, condivisibile e culturalmente compatibile con i pubblici di
riferimento.
E
così, la sequenza operativa può essere sintetizzata in quattro passaggi: attention, emotion, participation, mobilisation. La mobilitazione non è più
necessariamente il risultato diretto della persuasione ideologica, ma si impone
come conseguenza indiretta della capacità di catturare attenzione, generare
coinvolgimento emotivo e trasformare il pubblico in distributore volontario
della narrazione.
10. Indicatori di monitoraggio e strumenti analitici
Per
analisti, ricercatori e decisori pubblici la domanda operativa non è più
soltanto come una narrazione venga costruita, ma come possa essere identificata
e monitorata. Il modello proposto individua cinque categorie di indicatori.
Gli indicatori narrativi riguardano la storia che viene promossa:
quale cornice interpretativa viene costruita e quali messaggi coerenti orientano
la percezione degli eventi.
Gli indicatori emotivi riguardano i sentimenti attivati:
rabbia, paura, umiliazione, ingiustizia, solidarietà o appartenenza.
Gli indicatori di amplificazione osservano chi condivide
il contenuto e attraverso quali reti.
Gli indicatori di adattamento analizzano come la narrativa
cambi tra pubblici diversi.
Gli indicatori di mobilitazione valutano quali
comportamenti online o offline siano incoraggiati.
Questo
approccio sposta l’analisi dalla singola fonte al sistema di propagazione. Non
basta contare visualizzazioni o identificare contenuti problematici, ma occorre
comprendere come il messaggio si adatti, chi lo legittimi, quali emozioni
produca e se generi effetti sociali o politici concreti.
11. Principi interpretativi e implicazioni di policy
Possiamo
concludere che almeno quattro principi ci consentono di interpretare il
fenomeno.
Il primo è che l’influenza è adattiva, non statica: le
narrazioni cambiano in funzione di crisi, opportunità politiche e vulnerabilità
locali.
Il secondo è che le
emozioni contano spesso più dei fatti: rabbia, paura, umiliazione e senso di
ingiustizia possono essere più mobilitanti dell’adesione ideologica.
Il terzo è che gli
ecosistemi ibridi contano: le narrazioni online
acquisiscono credibilità quando vengono rinforzate offline da media, influencer, manifestazioni o attori
politici.
Il quarto è che una reazione sproporzionata può
rafforzare la narrazione che si intende contrastare, alimentando
vittimizzazione, sospetti di censura e sfiducia.
Le
risposte tradizionali, basate su attribuzione, rimozione dei contenuti e fact-checking, restano necessarie ma non
sono più sufficienti – sempre ammesso che possano esserlo stati in passato.
L’influenza contemporanea opera attraverso emozione, identità, partecipazione e
amplificazione, e per questo motivo le politiche pubbliche non possono
escludere la conoscenza approfondita dei pubblici target, il monitoraggio cross-platform,
il rafforzamento della resilienza sociale, la valorizzazione di comunicatori
locali credibili e le strategie comunicative che evitino di amplificare la
polarizzazione.
È
inoltre essenziale distinguere tra attivismo legittimo, lealtà transnazionale e
operazioni di influenza. Non ogni amplificazione è manipolazione; l’attivismo
legittimo si fonda su mobilitazione autentica, organizzazione trasparente e
autonomia decisionale mentre la lealtà transnazionale può derivare da legami
identitari, familiari, diasporici o religiosi senza coordinamento esterno. Invece,
le operazioni di influenza implicano manipolazione strategica delle narrazioni,
amplificazione coordinata e sponsorizzazione o attribuzione ingannevole.
12. Conclusioni sul caso LEGO
Il
caso iraniano-LEGO non è importante perché riguarda i LEGO, ma lo è perché
illustra una trasformazione più ampia delle dinamiche di influenza
contemporanee che muove dalla persuasione alla partecipazione, dalla propaganda
alla cultura, dalle campagne informative agli ecosistemi di influenza.
L’influenza
opera sempre più attraverso la cultura, mentre la sola attribuzione è ormai di
per sé insufficiente. La fiducia emerge come una risorsa strategica: un fatto
confermato dalle narrazioni che si diffondono più facilmente laddove esista una
crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni, dei media o delle élite politiche. Per questo occorre
monitorare non soltanto i contenuti, ma l’adattamento delle narrazioni, i
percorsi di amplificazione e la traduzione dall’online all’offline.
La
sfida per ricercatori, analisti e decisori politici non consiste più soltanto
nell’identificare messaggi ostili o manipolativi, ma nel comprendere come le narrazioni
acquisiscano legittimità, attraversino comunità differenti, si adattino ai
contesti locali e si traducano in mobilitazione sociale e politica. La domanda
strategica non sarà più soltanto «chi produce una narrazione?», ma soprattutto
«come una narrazione diventa credibile, circola tra comunità diverse e si
trasforma in comportamento collettivo?».
Negli ultimi
dieci anni i movimenti identitari di destra si sono affermati come una delle
componenti più dinamiche – e controverse – dell’ecosistema della destra
radicale europea. Nati all’incrocio tra attivismo politico, sottoculture
giovanili e mobilitazione digitale, questi gruppi si definiscono come difensori
dell’“identità” culturale, etnica e civile dell’Europa, presentata come
minacciata da immigrazione, multiculturalismo e globalizzazione. A differenza
delle tradizionali formazioni dell’estrema destra novecentesca, gli identitari
tendono a rifiutare simboli e linguaggi apertamente nostalgici o neofascisti,
privilegiando invece una comunicazione moderna, estetizzata e pensata per la
circolazione sui social media.
Il concetto chiave attorno a cui ruota la loro visione è quello di remigrazione, intesa non solo come contrasto all’immigrazione irregolare, ma come progetto politico di inversione dei flussi migratori e di espulsione di soggetti ritenuti “non assimilabili”. Questa proposta viene spesso presentata come soluzione pragmatica e necessaria a una presunta crisi demografica e identitaria dell’Europa, ed è accompagnata da narrazioni cospirative come la cosiddetta “grande sostituzione”, secondo cui élite politiche, economiche e culturali favorirebbero deliberatamente il declino delle popolazioni europee autoctone.
Un tratto distintivo dei movimenti identitari è la centralità della comunicazione digitale. Piattaforme come Telegram, X, Instagram e servizi di video-sharing vengono utilizzate non solo per diffondere messaggi ideologici, ma per costruire un immaginario visivo coerente: video curati, azioni dimostrative spettacolari, raduni filmati come eventi epici, attenzione all’abbigliamento e allo stile. L’attivismo offline – flash mob, manifestazioni simboliche, incontri transnazionali – è spesso pensato in funzione della sua successiva amplificazione online. In questo senso, gli identitari agiscono come moltiplicatori culturali più che come movimenti di massa tradizionali.
Dal punto di vista sociologico, la base militante appare composta prevalentemente da giovani adulti, in larga maggioranza uomini ma con una presenza femminile non marginale, anche attraverso collettivi che rivendicano una forma di “femminismo identitario”. L’estetica e l’autonarrazione puntano alla rispettabilità: abiti eleganti, linguaggio formalmente misurato, rifiuto esplicito della violenza come strumento politico diretto. Questa scelta non implica una moderazione delle posizioni, ma risponde piuttosto a una strategia di normalizzazione, volta a rendere socialmente e politicamente accettabili idee radicali, spostando gradualmente i confini del dibattito pubblico.
Un altro elemento rilevante è la dimensione transnazionale del fenomeno. I movimenti identitari europei operano come una rete fluida, in cui attivisti, influencer e ideologi si muovono tra Paesi diversi, partecipano a eventi comuni e condividono repertori simbolici e narrativi. Questa cooperazione informale contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza a una causa continentale e a superare i tradizionali confini nazionali, pur mantenendo declinazioni locali delle stesse istanze.
Nel complesso, i movimenti identitari di destra rappresentano meno una forza elettorale autonoma e più un laboratorio ideologico e comunicativo capace di influenzare partiti, media e dibattito pubblico. La loro rilevanza non risiede tanto nei numeri quanto nella capacità di immettere concetti, slogan e cornici interpretative che, una volta sdoganate, vengono riprese anche da attori politici istituzionali. Comprendere il funzionamento di questi movimenti è dunque essenziale per analizzare le trasformazioni contemporanee della destra europea e le nuove forme di radicalizzazione politica nell’era digitale.
Il Remigration Summit 2025 si è tenuto a Gallarate
In Europa, i
movimenti identitari di destra operano come una galassia fluida: pochi
“militanti” altamente connessi, capaci però di moltiplicare la propria presenza
attraverso estetica, contenuti digitali e reti transnazionali. La loro forza
non sta tanto nei numeri assoluti, quanto nella capacità di trasformare parole
d’ordine radicali in lessico “presentabile”, spingendo alcuni temi (soprattutto
sull’immigrazione) dal margine al centro del dibattito. Un tratto ricorrente è
l’uso della comunicazione come strumento politico primario: azioni piccole e
simboliche vengono progettate per essere filmate, montate e rilanciate come
“epica” di gruppo, più che come mobilitazione di massa.
Sul piano della sicurezza, le istituzioni europee e nazionali segnalano un contesto in cui estremismo violento e polarizzazione online crescono di importanza. Nel quadro UE, l’EU Terrorism Situation and Trend Report (TE-SAT) 2025 di Europol registra nel 2024 un totale di 58 attacchi terroristici (completati/falliti/sventati) nell’Unione; l’Italia è indicata come il Paese che ha riportato un attacco di matrice right-wing (completato) e, nello stesso anno, un forte volume di attacchi attribuiti all’area left-wing/anarchica (Europol). Sul versante repressivo, Europol riporta 449 arresti per reati legati al terrorismo nel 2024 nei Paesi UE che hanno fornito dati, con 47 arresti riferiti al terrorismo di destra (in aumento rispetto all’anno precedente). Questi numeri non “misurano” direttamente i movimenti identitari (che non coincidono automaticamente con terrorismo), ma descrivono un ambiente in cui l’ecosistema radicale, soprattutto online, è parte della traiettoria di rischio.
Il caso svizzero è particolarmente istruttivo perché mostra come la dimensione transfrontaliera e la radicalizzazione digitale possano interagire con un territorio “cerniera”. Nel rapporto ufficiale «La sicurezza della Svizzera 2024» del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) si sottolinea che i contatti degli ambienti dell’estremismo violento di destra con “colleghi dei Paesi vicini” sono noti e che alcuni membri di gruppi tedeschi potrebbero valutare di spostare parte delle attività in Svizzera, anche come conseguenza di divieti in Germania; il SIC indica misure come respingimenti e divieti di manifestazione per ridurre questo rischio di “trasferimento”. Nello stesso documento, il SIC dedica attenzione al tema dell’accelerazionismo come ideologia estremista di destra che mira a spingere verso atti terroristici, diffusa principalmente online e particolarmente rilevante nella radicalizzazione dei minori, con riferimento a dinamiche di auto-radicalizzazione digitale e fascinazione per la violenza. In altre parole: la minaccia non è solo “organizzativa”, ma anche “di ecosistema”, dove contenuti, estetiche e reti virtuali possono rendere scalabile un estremismo che sul terreno resta numericamente contenuto.
In Italia e in
area alpina, la dimensione transnazionale è un moltiplicatore: pochi attivisti
che si conoscono e si muovono tra Paesi diversi possono creare l’impressione di
un fronte più vasto, soprattutto quando ogni evento diventa materiale
audiovisivo e “prova” di crescita. La stima che circola nelle osservazioni di
chi monitora questi ambienti parla di “qualche centinaio” di attivisti
realmente operativi a livello europeo, giovani e mobili, capaci di fare rete e
di presentare come “onda” ciò che spesso è una costellazione di nuclei
coordinati. In questo senso, l’obiettivo strategico non è solo aumentare i
ranghi, ma contaminare il linguaggio pubblico: spostare la finestra di ciò che
è dicibile, presentando come “realismo” ciò che fino a poco tempo fa sarebbe
stato percepito come estremismo.
LA FENICE DI LOS ANGELES: SPENCER PRATT RISCRIVE LA POLITICA AMERICANA
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Le primarie a Los Angeles
Il panorama
politico nella seconda città più grande degli Stati Uniti si trova a un bivio
decisivo mentre si chiudono i seggi per le elezioni primarie a sindaco di Los
Angeles. Quella che inizialmente era stata liquidata come una semplice mossa
pubblicitaria sui social media, la campagna ribelle dell’ex star del reality
The Hills, Spencer Pratt, si è trasformata in un dirompente movimento
populista. Questa dinamica ha spinto il sindaco uscente Karen Bass e il membro
del consiglio progressista Nithya Raman in una lotta serrata a tre per il
futuro della città.
Tra cenere e protesta
La transizione di
Pratt da personaggio controverso della TV a concreto contendente politico è
iniziata a gennaio. Ha lanciato la sua candidatura durante una manifestazione
dal titolo “Ci hanno lasciato bruciare”, a un anno esatto dalla
perdita della sua casa a Pacific Palisades a causa dei devastanti incendi
boschivi di Los Angeles del 2025.
Accusando l’amministrazione del sindaco Karen Bass per la distruzione e la
lentezza nella ricostruzione, Pratt ha costruito una campagna basata sulla
riforma delle infrastrutture e su una retorica di ordine pubblico. Nonostante i
critici sottolineino la sua totale mancanza di esperienza
politica e il massiccio uso di materiali generati dall’intelligenza
artificiale, il suo messaggio ha trovato terreno fertile in un elettorato
stanco della burocrazia locale e della crisi economica.
I pilastri della piattaforma
elettorale di Pratt includono:
Potenziamento
delle Infrastrutture di Emergenza: Aumento delle riserve idriche regionali per
combattere gli incendi boschivi e accelerazione delle assunzioni nei vigili del
fuoco.
Riforma per
l’Emergenza Abitativa: Fondi privati da grandi investitori per costruire
comunità di case prefabbricate su terreni federali, vincolate a programmi di
riabilitazione obbligatori.
Controllo della
Spesa Pubblica: Avvio di un audit completo sulle finanze del Comune per
bloccare quello che definisce lo spreco del denaro dei contribuenti.
L’isolamento e il boom dei finanziamenti
La vera sorpresa
della campagna elettorale riguarda la straordinaria macchina da guerra
finanziaria costruita da Pratt. Nonostante l’establishment lo considerasse un
candidato marginale, i dati ufficiali della L.A. Ethics Commission pubblicati a
fine maggio hanno rivelato un sorpasso sbalorditivo: Pratt ha raccolto ben 3,25
milioni di dollari complessivi, superando i 3,21 milioni della sindaca uscente
Karen Bass. Solo nell’ultimo mese utile, la sua campagna ha registrato un’impennata
record di 2,72 milioni di dollari, quasi dieci volte tanto la raccolta della
Bass nello stesso periodo.
Questo fiume di denaro è arrivato nonostante una precisa strategia di
rottura: Pratt ha dichiarato pubblicamente di non volere l’endorsement o il
sostegno politico di nessuno, affermando di non aver bisogno dei vecchi
apparati di partito o delle élites tradizionali. Ha ironicamente affermato che
gli unici endorsement che gli interessano sono quelli delle “mamme di Los
Angeles e degli amanti degli animali”. Gran parte della sua raccolta fondi
record, è composta sia da micro-donazioni di cittadini comuni frustrati sia da
ex residenti che hanno lasciato la California a causa del degrado e sperano di
potervi fare ritorno.
Cosa dicono i miliardari californiani
Mentre la sinistra
cittadina accusa Pratt di cavalcare l’onda del populismo di destra, i grandi
titani della tecnologia e i miliardari della Silicon Valley e di Los Angeles
hanno iniziato ad aprire massicciamente i loro portafogli per sostenerlo.
Secondo i registri
finanziari ufficiali, figure del calibro del co-fondatore di Google Sergey
Brin (che ha staccato l’assegno massimo consentito dalla legge elettorale),
i gemelli Winklevoss, l’ex CEO di Activision Blizzard Bobby
Kotick e la presidente dei Los Angeles Lakers Jeanie
Buss si sono mossi concretamente per finanziarlo. I miliardari californiani
vedono in Pratt un’opportunità di rottura radicale: sono profondamente
frustrati dal fallimento delle politiche progressiste sulla gestione della
sicurezza e dei senzatetto, e temono che la continua fuga di capitali e lo
stato d’emergenza permanente causato dagli incendi stiano svalutando
permanentemente l’economia di Los Angeles.
Il meccanismo elettorale americano
Per capire come
Spencer Pratt possa concretamente puntare alla guida della città, è necessario
comprendere la particolare legge elettorale della California, nota come “Top-Two Nonpartisan Primary” . A differenza delle classiche primarie italiane o dei sistemi di partito
tradizionali, questo meccanismo prevede regole molto specifiche:
Unica scheda per tutti: Tutti i candidati (democratici, repubblicani e indipendenti)
competono nello stesso identico elenco.
Voto aperto: Qualsiasi cittadino iscritto alle liste elettorali può votare per
qualsiasi candidato, indipendentemente dalla propria affiliazione politica.
Nessun obbligo di Documento
d’Identità: Un aspetto peculiare del sistema
californiano è che gli elettori non devono mostrare un documento d’identità con
foto per votare. Nella stragrande maggioranza dei casi, basta firmare il
registro al seggio; i funzionari verificheranno l’identità in un secondo momento,
confrontando la firma con quella depositata all’atto dell’iscrizione
elettorale.
La Regola del 50%: Se un candidato riesce a ottenere la maggioranza assoluta dei voti
(50% + 1) già in questo primo turno, viene eletto sindaco direttamente.
Il Ballottaggio obbligatorio: Poiché la presenza di tre candidati forti (Bass, Raman e Pratt)
rende quasi impossibile il raggiungimento del 50%, la legge stabilisce che i
primi due candidati più votati — i “Top Two” — accederanno
direttamente al ballottaggio finale del 3 novembre 2026, azzerando tutti gli
altri sfidanti.
Proprio per questo
motivo, la strategia di Spencer Pratt non punta necessariamente a vincere
subito, ma a superare uno dei due candidati dell’establishment per conquistare
il secondo posto utile e blindare il suo nome per la sfida decisiva di
novembre.
La posta in gioco
I sondaggi della
vigilia (pubblicati da UC Berkeley/Los Angeles Times) mostravano un testa a
testa statistico: Bass in leggero vantaggio con il 26%, seguita da Raman al 25% e Pratt
subito dietro al 22%. Poiché il sistema elettorale prevede un voto unico non
partitico, se nessun candidato supererà il 50% delle preferenze, i primi due
classificati accederanno al ballottaggio decisivo il prossimo 3 novembre. La
sfida di oggi è quindi una pura corsa per conquistare i primi due posti in
classifica.
Un posizionamento
utile per il ballottaggio sancirebbe una delle più grandi sorprese politiche
nella storia municipale moderna degli Stati Uniti. Al contrario, un terzo posto
metterebbe fine alla corsa di Pratt, che lascerebbe comunque il segno per aver
spostato l’asse del dibattito pubblico su temi come la sicurezza e la gestione
delle emergenze.
In base ai dati quasi definitivi diffusi
dal City Clerk di Los Angeles, gli elettori si sono così espressi:
Il verdetto: Pratt ce l’ha fatta
Con i dati in via di
consolidamento dal Registrar-Recorder della Contea di Los Angeles, emerge un
esito clamoroso: Spencer Pratt ha raggiunto il 30% delle preferenze,
assicurandosi il secondo posto e l’accesso diretto al ballottaggio del 3
novembre. La sindaca uscente Karen Bass, pur mantenendo il primo posto, non ha
raggiunto la soglia del 50% necessaria per vincere al primo turno, spianando
così la strada a uno scontro inatteso.
Nithya Raman, la terza
candidata della coalizione progressista, è rimasta esclusa dal ballottaggio
decisivo.
La corsa di novembre
Los Angeles si
prepara ora a cinque mesi di intensa campagna elettorale che metterà a
confronto l’outsider populista Pratt con l’establishment democratico
rappresentato da Bass. Una dinamica raramente vista nella politica municipale
americana contemporanea, dove la frustrazione per la gestione della sicurezza e
degli incendi ha spalancato le porte a una candidatura ritenuta impossibile solo
sei mesi fa.
Il fenomeno Pratt,
tuttavia, non va letto come la nascita di una nuova corrente ideologica
strutturata, bensì come il trionfo di un pragmatismo radicale. Il suo leitmotiv
– basato su soluzioni di buon senso che scavalcano le rigide barriere
partitiche – delinea un nuovo modo di fare politica. È una formula
post-ideologica che, con ogni probabilità, farà scuola ben oltre i confini
della California. Questo modello è destinato ad
attecchire non solo in altri contesti, ma soprattutto in quei territori dove la
distanza tra l’establishment e i bisogni reali della popolazione ha creato un
vuoto di leadership, lasciando i cittadini privi di una guida capace di
rispondere alle necessità primarie.
In quest’anno, dove l’America festeggia i suoi 250 anni di repubblica, ecco
che Los Angeles ci racconta come ci si può rinnovare, e non solo attraverso una
campagna elettorale un po’ cinematografica, e sicuramente poco dispendiosa, ma
come recuperare sovranità quando l’establishment tecnocratico ha perso
credibilità sulla sicurezza e la gestione del territorio.
A Los Angeles, oggi, gli americani ci rammentano che la democrazia non
muore per incompetenza—si rinnova nonostante essa.
I dati definitivi del
City Clerk verranno certificati nei prossimi giorni. Il ballottaggio è fissato
per il 3 novembre 2026.
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