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Una NATO senza NATO: il Patto della Mecca e il nuovo ordine della sicurezza regionale

di Claudio Bertolotti.

Turchia, Arabia Saudita e Pakistan costruiscono un nuovo polo di deterrenza tra Medio Oriente e Asia. Più che un’alleanza alternativa all’Occidente, il Patto della Mecca è il segnale di un ordine multipolare nel quale le potenze regionali vogliono passare da consumatori a produttori di sicurezza.

Il Mecca Joint Defence Agreement sottoscritto il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, è certamente un evento strategicamente significativo, pur essendo lontano dall’essere un’alleanza paragonabile per capacità, struttura e coesione alla NATO.

Partirei da un dato che considero essenziale, ossia il fatto che il testo integrale dell’accordo non è stato ancora reso pubblico. Disponiamo delle dichiarazioni dei governi e delle indicazioni successive fornite in particolare da Ankara, sappiamo che un attacco armato contro uno dei tre firmatari viene considerato un attacco contro tutti, sappiamo, inoltre, che sono previsti meccanismi di coordinamento politico-militare ai massimi livelli, esercitazioni congiunte, cooperazione industriale e tecnologica e attività nei domini terrestre, marittimo e aereo, oltre che nei settori della difesa aerea, dei sistemi unmanned, della guerra elettronica e dell’intelligenza artificiale. È dunque qualcosa di più di una dichiarazione politica, ma non sappiamo ancora fino a che punto l’obbligo di mutua assistenza sia automatico né quale forma debba assumere concretamente la risposta militare. Ed è proprio qui che, a mio avviso, occorre iniziare l’analisi.

L’Articolo 5 non fa, da solo, una NATO

La formula «un attacco contro uno è un attacco contro tutti» è evocativo e porta a un’immediata associazione all’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. Ma sarebbe un errore confondere il principio politico della difesa collettiva con la capacità militare di esercitarla.

La NATO non è semplicemente una promessa di solidarietà, ma è il risultato di oltre settant’anni di integrazione militare, strutture permanenti di comando, pianificazione operativa, procedure comuni, standardizzazione, interoperabilità, intelligence condivisa, logistica integrata, esercitazioni continuative e una cultura strategico-militare consolidata. Il vero valore intrinseco dell’Articolo 5 deriva dal fatto che dietro quella dichiarazione politica esiste una macchina militare in grado di trasformarla in azione.

Il Mecca Joint Defence Agreement non è nulla di tutto ciò, poiché deve ancora costruire le basi di un’ipotetica infrastruttura integrata.

È significativo che la stessa Turchia abbia indicato come prossimo passaggio proprio l’istituzionalizzazione dell’iniziativa che prevede la creazione di un’agenda di incontri dei ministri della Difesa e degli Esteri, il coinvolgimento dei capi di Stato maggiore, le esercitazioni congiunte e i programmi comuni nel settore industriale e tecnologico, con ciò significando che i tre firmatari sono consapevoli del problema e stanno cercando di passare dalla prima e generica dichiarazione di solidarietà a una capacità di cooperazione militare strutturata. E proprio per questo sarei – come sono – cauto nel considerare l’iniziativa come una NATO alternativa ma parlerei piuttosto di un embrione di architettura di sicurezza collettiva.

La chiave interpretativa: non rottura, ma hedging

Trovo particolarmente convincente la lettura proposta da Tim Chattell di Chatham House, che già prima della firma dell’accordo interpretava il possibile ingresso turco nel sistema saudita-pakistano come una strategia di hedging, ossia la creazione di una “ridondanza nelle proprie garanzie di sicurezza senza abbandonare quelle esistenti”. Chattell osservava correttamente che Ankara non otterrebbe dal Pakistan e dall’Arabia Saudita una protezione militare migliore di quella offerta dalla NATO, ma acquisirebbe maggiore flessibilità strategica, peso regionale, possibilità di espansione industriale e un ulteriore strumento negoziale.[1]

È un’interpretazione alla quale mi sento molto vicino, perché non credo che Turchia, Arabia Saudita e Pakistan stiano scegliendo tra Stati Uniti e un nuovo ordine regionale, bensì ritengo più probabile che stiano cercando di non dover scegliere.

Questo è uno degli elementi caratterizzanti dell’attuale sistema multipolare, in cui le potenze regionali non costruiscono più necessariamente alleanze esclusive, ma accumulano relazioni, partenariati e garanzie differenti, a volte anche contraddittorie, così da aumentare la propria libertà d’azione.

La Turchia può così rimanere nella NATO e contemporaneamente costruire una rete militare con Riyadh e Islamabad, mentre il Pakistan può mantenere la propria relazione strategica con la Cina, dialogare con Washington e contemporaneamente diventare garante della sicurezza saudita, e Riyadh può continuare ad acquistare equipaggiamenti militari statunitensi e allo stesso tempo costruire un’alternativa parziale alla dipendenza dagli Stati Uniti.

Non vedo incoerenza, anzi, rilevo un’autonomia strategica attraverso lo strumento della ridondanza strategica (strategic redundancy).

Burcu Ozcelik del RUSI aggiunge un elemento interessante valutando l’accordo come fattore compatibile anche con la richiesta americana di maggiore burden-sharing, cioè che gli alleati regionali assumano direttamente una parte crescente dei costi e delle responsabilità della propria sicurezza. E questa può essere letto come una scelta che si sposa alla concezione turca delle «soluzioni regionali ai problemi regionali».[2] Da questo punto di vista, l’accordo potrebbe paradossalmente essere sia un sintomo della ridotta fiducia nell’ombrello statunitense, sia una risposta coerente alle richieste americane di maggiore autonomia degli alleati.

La complementarità: denaro, capacità convenzionale, deterrenza

La forza potenziale dell’intesa risiede nella complementarità dei tre firmatari. Se da un lato, l’Arabia Saudita dispone di risorse finanziarie straordinarie, centralità energetica, capacità di investimento e crescente ambizione politico-diplomatica, dall’altro la Turchia mette sul tavolo ciò che Riyadh non possiede nella stessa misura: un grande apparato militare, esperienza operativa, una base industriale della difesa sempre più autonoma e competenze consolidate nei droni, nei sistemi navali, nella missilistica, nell’elettronica e nelle piattaforme terrestri. Infine, il Pakistan aggiunge una grande forza armata, esperienza operativa, una posizione strategica tra Medio Oriente, Asia meridionale e Cina e, soprattutto, il fattore nucleare (da non confondere però con l’ipotesi di un “ombrello nucleare” pakistano a sostegno degli alleati, come ho voluto approfondire nel successivo paragrafo).

È così quasi inevitabile sintetizzare la relazione secondo una formula strutturata su capitale saudita, tecnologia e capacità operativa turca, massa militare e deterrenza pakistana. Ma proprio sull’ultima componente occorre la maggiore prudenza.

L’ombrello nucleare pakistano: deterrenza reale o ambiguità strategica?

Una parte del dibattito internazionale tende a considerare il Pakistan come il potenziale fornitore di un’extended nuclear deterrence all’Arabia Saudita e, ora, almeno teoricamente, anche alla Turchia. Io invece credo che questa conclusione sia ampiamente azzardata, o quantomeno prematura.

Samir Puri e Marion Messmer di Chatham House hanno poi osservato, analizzando il precedente accordo bilaterale saudita-pakistano del settembre 2025, che l’intesa non menzionava esplicitamente né armi nucleari né cooperazione nucleare. Allora come oggi,  Islamabad non aveva formalmente offerto a Riyadh il proprio deterrente e non esistevano indicazioni di un possibile dispiegamento fisico di testate sul territorio saudita.[3]

Sameer Ali Khan, nel Nuclear Network del CSIS, va ancora oltre e mette in evidenza il rischio di un’ambiguità di fondo dove il deterrente nucleare pakistano, sviluppato essenzialmente in funzione dell’India, se esteso al Medioriente comporterebbe una radicale revisione della dottrina pakistana della Credible Minimum Deterrence, di fatto aumentando requisiti di comando e controllo, capacità C4ISR, vettori e numero delle forze disponibili. Islamabad rischierebbe cioè di promettere una garanzia che potrebbe non essere in grado di rendere pienamente credibile.[4] E questo sarebbe un rischio eccessivo che Islamabad non accetterebbe sul serio.

La prudenza è dunque d’obbligo perché la deterrenza nucleare non consiste nel possedere una bomba e dichiararsi disponibili a proteggere un alleato, ma è soprattutto credibilità della volontà politica di utilizzarla.

Dobbiamo allora porci un paio di domande molto semplice: il Pakistan sarebbe realmente disposto a rischiare un’escalation nucleare per difendere Riyadh? E sarebbe disposto a farlo per Ankara?

Oggi non abbiamo elementi sufficienti per rispondere affermativamente, ma l’ambiguità può però essere deliberata in quanto il semplice dubbio sulla possibilità di un coinvolgimento nucleare pakistano aumenta l’incertezza dell’eventuale aggressore e produce, entro certi limiti, un effetto deterrente. Ma il problema è che l’ambiguità strategica funziona finché non viene messa alla prova.

Tre alleati, ma tre mappe delle minacce

Qui arriviamo, a mio avviso, al principale punto di fragilità in quanto le alleanze diventano solide quando i membri condividono una percezione relativamente omogenea della minaccia, e Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non hanno questa omogeneità.

Per Islamabad, l’India rimane il riferimento strategico fondamentale. Per Riyadh, le priorità sono la sicurezza del Golfo, la stabilità delle rotte energetiche, l’Iran, le capacità missilistiche e le minacce provenienti dagli attori non statali regionali. Per Ankara, lo spazio strategico è molto più esteso: Siria, Mediterraneo orientale, Caucaso, Mar Nero, Russia, dinamiche curde, Israele e competizione per il ruolo di potenza regionale.

Carnegie pone correttamente il problema in termini molto concreti guardando alle dinamiche dei singoli attori e ponendo legittimi dubbi di concretezza sull’ipotesi più estrema: se l’Arabia Saudita fosse attaccata dall’Iran, Ankara e Islamabad entrerebbero realmente in guerra al suo fianco? La risposta non è automatica poiché un eventuale attacco determinerebbe consultazioni tra i tre governi per stabilire la risposta.[5] Questo aspetto è rilevante perché il patto stabilisce una solidarietà politica automatica, ma non è ancora chiaro se stabilisca un intervento militare automatico. È una differenza sostanziale.

Contenere l’Iran oppure contenere Israele?

Un’altra semplificazione che eviterei è interpretare il patto esclusivamente come una «NATO sunnita» costruita contro l’Iran in quanto la realtà regionale del 2026 è molto più complessa. Certamente la pressione militare iraniana e la vulnerabilità degli Stati del Golfo hanno accelerato la ricerca di nuove garanzie di sicurezza, ma l’accordo credo vada interpretato come un tentativo di evitare un vuoto di sicurezza prodotto dall’indebolimento dell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti.

Emerge però una dinamica differente basata su una convergenza tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan finalizzata anche a limitare l’espansione dell’influenza israeliana nella regione e, secondo questa lettura, l’aggregazione non sarebbe semplicemente anti-iraniana, ma risponderebbe all’esigenza di impedire che una sola potenza regionale – Israele – possa acquisire una posizione egemonica approfittando dell’indebolimento iraniano.

Le due ipotesi non sono necessariamente alternative, direi, anzi, che è proprio questa ambivalenza a rendere interessante il patto.

Riyadh e Ankara non vogliono un Iran egemone, ma non vogliono neppure un Israele egemone, e la loro preferenza sembra orientarsi verso un equilibrio regionale nel quale nessuna potenza possa imporre unilateralmente le proprie condizioni. Quindi non parlerei di un’alleanza «contro» qualcuno, almeno nella sua fase iniziale, ma la leggo piuttosto come uno strumento volto a impedire che gli equilibri regionali vengano definiti da altri.

Il fattore India

Il problema indiano è forse quello più sottovalutato da una lettura esclusivamente mediorientale dell’accordo in quanto il Pakistan entra nell’intesa portando con sé una rivalità strategica che non appartiene naturalmente agli altri due firmatari.

L’Arabia Saudita mantiene importanti relazioni economiche con l’India mentre la Turchia ha assunto in diverse occasioni posizioni vicine a Islamabad sulla questione del Kashmir; in questo quadro il rischio è che una crisi indo-pakistana possa mettere alla prova una clausola di solidarietà concepita principalmente per altre minacce.

Anche qui emerge una domanda di credibilità, ossia se Riyadh sarebbe realmente disposta a considerare un attacco indiano al Pakistan come un attacco contro l’Arabia Saudita.

È proprio questo tipo di scenario, che distingue tra un’alleanza dichiarata e un’alleanza politicamente consolidata, che spiega perché considero l’attuale fase soprattutto come costruzione di deterrenza attraverso l’incertezza, più che come automatismo militare.

Una NATO islamica? La definizione è sbagliata anche per un’altra ragione

C’è poi la componente «islamica», che considero poco utile dal punto di vista analitico.

La maggior parte dei Paesi musulmani non appartiene all’accordo: Iran, Indonesia, Algeria, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Malaysia e numerosi altri attori rimangono fuori, e soprattutto la religione non rappresenta oggi il principale criterio attraverso il quale questi Paesi definiscono le proprie alleanze. E dunque, parlare di «NATO islamica» è fuorviante perché la maggior parte degli Stati musulmani resta esterna e la religione ha un peso limitato nell’effettiva determinazione delle politiche regionali, contrariamente alla lettura superficiale che riconduce la competizione regionale a un confronto ideologico-settario tra sciiti e sunniti.

Lo dimostra bene la situazione degli Emirati Arabi Uniti, come rilevato da Cinzia Bianco, analista dell’ECFR la quale, in un’analisi sul tema, descrive una possibile configurazione regionale concorrente, con Abu Dhabi maggiormente orientata verso una costellazione di sicurezza con Stati Uniti e Israele e, dall’altra parte, un blocco emergente imperniato su Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Ma la stessa analisi pone il dubbio sul fatto che quest’ultimo possa trasformarsi facilmente in un’alleanza coesa, proprio perché persistono interessi divergenti e relazioni trasversali.[6] È un’ulteriore conferma del fatto che non stiamo assistendo alla ricomposizione geopolitica del mondo islamico ma, al contrario, siamo testimoni di una frammentazione competitiva del Medio Oriente in reti di sicurezza differenti e sovrapposte.

L’Egitto sarebbe il vero salto di qualità

La possibilità che l’accordo venga esteso è, a mio avviso, uno degli indicatori da osservare con maggiore attenzione: Ankara ha esplicitamente indicato l’Egitto come potenziale partecipante e l’ingresso del Cairo cambierebbe significativamente la natura del progetto in quanto porterebbe massa militare, posizione geografica, controllo del canale di Suez, accesso strategico al Mediterraneo e al Mar Rosso e soprattutto una legittimità politica araba che né Turchia né Pakistan possono offrire.

Passeremmo così da una triangolazione molto singolare – una potenza del Golfo, una potenza anatolica e una potenza sudasiatica – a una struttura capace di collegare Mediterraneo orientale, Mar Rosso, Golfo e Asia meridionale: è a quel punto che la definizione di nuova architettura regionale di sicurezza diventerebbe più convincente.

Il vero obiettivo: diventare produttori di sicurezza

Arrivo così a quello chè è, a mio avviso, il punto centrale. Per decenni Arabia Saudita, Pakistan e, in modo diverso, anche Turchia hanno operato all’interno di un sistema di sicurezza nel quale gli Stati Uniti rappresentavano l’ultimo garante; un modello che, pur non essendo necessariamente terminato, vede gli Stati Uniti mantenere il ruolo di maggiore potenza militare esterna presente nella regione a fronte di uno scenario in cui nessuno dei tre firmatari dispone singolarmente di equivalenti capacità: ma la fiducia nell’automatismo della protezione americana si è ridotta.

Avevo già valutato come l’accordo saudita-pakistano fosse il segnale della volontà di Riyadh di non affidarsi esclusivamente a Washington e ciò può oggi essere interpretato come risposta alla percezione di un possibile vuoto di sicurezza, evidenziando l’affermazione del citato principio delle «regional solutions to regional problems».

Letture e prospettive differenti, ma che convergono su uno stesso processo. Le potenze regionali stanno cercando di trasformarsi da consumatori di sicurezza a produttori di sicurezza, ed è proprio su questo aspetto che colloco il significato strategico dell’accordo della Mecca. Non vedo la nascita di una NATO islamica, anzi contesto tale affermazione, e vedo qualcosa di forse più interessante come la costruzione progressiva di un sistema nel quale le medie potenze cercano di ridurre la distanza tra la propria ambizione geopolitica e la propria capacità di garantirsi autonomamente la sicurezza.

Quale orizzonte strategico?

La mia valutazione guarda a tre livelli temporali.

Nel breve periodo, il Mecca Joint Defence Agreement è soprattutto uno strumento di deterrenza politica e di signalling strategico che aumenta il costo potenziale di un’aggressione introducendo l’incertezza sulla possibile risposta degli altri firmatari.

Nel medio periodo, potrebbe trasformarsi in una piattaforma di integrazione militare e industriale, soprattutto nei settori nei quali i tre Paesi sono maggiormente complementari come la difesa aerea e missilistica, i droni, la guerra elettronica, il cyber, l’intelligence, la produzione congiunta e la logistica, e i programmi annunciati dopo la firma dimostrano che questa dimensione è già presente.

Nel lungo periodo, tutto dipenderà invece dalla capacità di costruire credibilità dell’impegno collettivo, e la credibilità non si misura attraverso le dichiarazioni, bensì chiedendosi cosa succederebbe alle tre del mattino di un venerdì in cui uno dei firmatari venisse realmente attaccato: esisterebbe un comando capace di reagire? Esisterebbero piani militari già predisposti? Le forze sarebbero interoperabili? L’intelligence verrebbe condivisa immediatamente? Gli altri due governi sarebbero politicamente disposti a entrare in una guerra che potrebbe non coincidere con i loro interessi nazionali?

Sono queste le domande che distinguono un’alleanza dalla dichiarazione di un’alleanza, e per questo ritengo prematuro parlare oggi di «NATO islamica», per quanto sarebbe comunque sbagliato liquidare l’accordo come una costruzione propagandistica.

Il processo che vediamo svilupparsi tra Ankara, Riyadh e Islamabad è parte di un cambiamento più ampio in cui l’ordine internazionale sta passando da sistemi di alleanze relativamente rigidi a reti di sicurezza sovrapposte, flessibili e transazionali. E in questo nuovo ambiente le medie potenze non vogliono più limitarsi a scegliere da quale grande potenza farsi proteggere, ma vogliono accumulare opzioni, costruire capacità autonome e diventare esse stesse poli di deterrenza.

Il Mecca Joint Defence Agreement potrebbe fallire, rimanere una struttura prevalentemente politica oppure evolvere in qualcosa di molto più ambizioso, e per capire quale delle tre possibilità prevarrà, più che il nome che gli attribuiamo oggi, dovremo osservare cinque principali indicatori, che sono l’istituzionalizzazione del comando, la pianificazione militare comune, l’interoperabilità reale, la definizione – anche implicita – della deterrenza nucleare pakistana e, infine, la capacità di allargamento ad altri attori regionali.

Se questi cinque elementi dovessero convergere, allora non avremmo semplicemente una «NATO islamica», ma avremmo qualcosa di strategicamente più rilevante, ossia un nuovo polo militare autonomo tra Mediterraneo, Medio Oriente e Asia meridionale, capace di incidere simultaneamente sugli equilibri con Iran, Israele e India e, soprattutto, di ridefinire il rapporto tra le potenze regionali e gli Stati Uniti. È questo, a mio avviso, il punto sul quale vale realmente la pena concentrare l’attenzione.


[1] Chattel T., Talk of a Turkish military alliance with Saudi Arabia and Pakistan reflects Ankara’s opportunistic ‘hedging’ strategy, Chatam House, 30 gennaio 2026, in https://www.chathamhouse.org/2026/01/talk-turkish-military-alliance-saudi-arabia-and-pakistan-reflects-ankaras-opportunistic.

[2] RUSI, Saudi Arabia, Turkey and Pakistan sign defence pact in Mecca, Financial Times, 7 agosto 2026, in https://www.rusi.org/news-and-comment/in-the-news/saudi-arabia-turkey-and-pakistan-sign-defence-pact-mecca.

[3] Puri S., Messmer M., Saudi Arabia and Pakistan’s mutual defence pact sets a precedent for extended deterrence, Chatam House, 23 settembre 2025, in: https://www.chathamhouse.org/2025/09/saudi-arabia-and-pakistans-mutual-defence-pact-sets-precedent-extended-deterrence.

[4] Khan S. A., All Military Means? Pakistan, Saudi Arabia, and the Risks of Nuclear Ambiguity, CSIS – Nuclear Network, in: https://nuclearnetwork.csis.org/all-military-means-pakistan-saudi-arabia-and-the-risks-of-nuclear-ambiguity/.

[5] Cheema A., Hage M.A., The Mecca Agreement Unpacked, Canergie, 7 agosto 2026, in https://carnegieendowment.org/middle-east/diwan/2026/08/the-mecca-agreement-unpacked.

[6] Bianco C., The postwar UAE and the remaking of Gulf politics, ECFR, 15 maggio 2026, in https://ecfr.eu/article/the-postwar-uae-and-the-remaking-of-gulf-politics/.


Un confronto tra la Russia e la NATO? È un (pericoloso) rischio non calcolato da Mosca.

di Claudio Bertolotti.

Le recenti dichiarazioni di Vladimir Putin dal Pacifico, dove il presidente russo ha minacciato ritorsioni in caso di sequestro di navi mercantili della Federazione e ha evocato un rischio di confronto con la NATO, si inseriscono in una fase di crescente pressione militare e strategica sulla Russia. Quasi contemporaneamente, l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro obiettivi in Crimea e contro il porto di Novorossiysk, rivendicando un’operazione definita “senza precedenti” e sostenendo di aver compromesso in modo sostanziale la capacità russa di utilizzare la Crimea come base navale.

Sono eventi distinti, ma non necessariamente scollegati poiché la questione su cui tutto si incardina è comprendere se essi rappresentino segmenti di una stessa dinamica di escalation.

A guardare lo scenario che si sta prospettando, non credo che gli ultimi eventi indichino una maggiore volontà russa di arrivare a un conflitto con la NATO. Anzi, partirei dall’assunto opposto: Mosca non vuole una guerra diretta con l’Alleanza, perché ne conosce costi, rischi e soprattutto l’imprevedibilità. Il problema, però, è che molte delle mosse che la Russia sta compiendo sembrano spingerla proprio nella direzione che vorrebbe evitare, ed è questo, a mio avviso, l’elemento più preoccupante.

E, dunque, le dichiarazioni di Putin sui possibili sequestri di navi mercantili russe vanno lette in questa prospettiva, ma non sono necessariamente il preludio a una decisione di confronto con la NATO, quanto piuttosto un tentativo di ristabilire una capacità di deterrenza che Mosca percepisce come progressivamente erosa. In questa prospettiva, credo che il messaggio voglia essere: “se colpite i nostri interessi, noi allargheremo lo spazio nel quale siamo disposti a rispondere”. Ma proprio qui nasce il rischio.

Gli attacchi ucraini contro la Crimea e, soprattutto, contro Novorossiysk accentuano questa dinamica poichè Kiev sta progressivamente riducendo gli spazi di sicurezza operativa della Russia nel Mar Nero. Sebastopoli è diventata molto più vulnerabile e parte delle capacità navali russe è stata trasferita verso Novorossiysk, e colpire anche quest’ultima significa cercare di dimostrare che non esiste più un retroterra realmente sicuro per la Flotta del Mar Nero.

Questo non implica che la Russia abbia “perso” la Crimea in senso militare. Sarebbe un grave errore di analisi poiché la Russia, nonostante questi eventi emotivamente coinvolgenti, mantiene il vantaggio tattico su tutti i fronti del campo di battaglia. Ma la penisola rimane fondamentale come piattaforma logistica, aerea e missilistica, per quanto la sua funzione di santuario navale sia stata seriamente compromessa. E quando una grande potenza vede restringersi i propri margini di manovra tende a cercare compensazioni altrove. È un bilanciamento lineare, quasi scontato.

È qui che collegherei gli attacchi ucraini alle parole di Putin. Non attraverso una relazione immediata di causa ed effetto, ma attraverso una più ampia dinamica di azione, reazione e compensazione. L’Ucraina aumenta la pressione nel Mar Nero, mentre Mosca, dal canto suo, cerca di ampliare lo spazio della propria deterrenza, prospettando ritorsioni anche lontano da quel teatro. E così il conflitto tende ad allargarsi sul piano geografico senza che nessuno dei principali attori dichiari di volerlo allargare su quello politico.

E qui si impone il paradosso in cui la Russia non vuole provocare la NATO per trascinarla deliberatamente in guerra sebbene, nel tentativo di dimostrare di non essere vulnerabile, moltiplichi le occasioni nelle quali potrebbe verificarsi un confronto con un Paese dell’Alleanza: una nave intercettata, una scorta militare che interviene, un’azione interpretata come ostile, una risposta sproporzionata, un errore di valutazione.

Per questo sarei prudente nell’affermare che «stanno crescendo le possibilità di una guerra Russia-NATO». Non cresce necessariamente la volontà politica di quella guerra, quanto piuttosto cresce la probabilità che si creino le condizioni perché essa possa iniziare senza essere stata realmente scelta.

Ed è forse questo l’aspetto più grave perché, lo sappiamo dalla lettura storica dei conflitti, le guerre non cominciano sempre perché qualcuno decide consapevolmente di iniziarle, ma possono cominciare anche attraverso una successione di decisioni razionali prese singolarmente, ma che, sommandosi, producono un risultato irrazionale nel suo insieme.

E così, oggi vediamo qualcosa di simile, in cui Mosca cerca di evitare di apparire debole, Kiev cerca di ampliare la vulnerabilità russa, i Paesi europei cercano di restringere ulteriormente gli spazi economici e marittimi della Russia. Insomma, ognuno cerca di controllare l’escalation, ma contemporaneamente contribuisce ad alimentarla.

Il punto, dunque, non è che Putin voglia la guerra con la NATO, ma è che la Russia continua a compiere mosse che possono avvicinarla a quella guerra senza volerla, e forse senza essere pienamente in grado di governare il processo che sta mettendo in moto. Ed è proprio questa perdita progressiva di controllo sull’escalation, più che una deliberata volontà di confronto, ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente.


La propaganda si fa gioco: i meme LEGO dell’Iran

di Claudio Bertolotti

Negli ultimi anni, accanto ai tradizionali strumenti di propaganda — discorsi ufficiali, televisione di stato, comunicati — l’Iran ha sviluppato una presenza sempre più sofisticata nel mondo dei social media. Reti di account e canali Telegram producono e diffondono contenuti digitali pensati per raggiungere il pubblico occidentale: non con messaggi ideologici espliciti, ma con meme, video brevi e immagini ironiche capaci di circolare autonomamente online.

Tra questi contenuti ha attirato l’attenzione degli analisti un formato insolito: scene di conflitto geopolitico — attacchi, scontri, simboli militari — reinterpretate con l’estetica dei mattoncini LEGO. Il risultato è straniante: immagini che parlano di guerra appaiono rassicuranti, quasi divertenti, e per questo più facili da condividere senza troppa riflessione critica. Il messaggio raramente è esplicito: questi contenuti non celebrano l’Iran, ma attaccano governi occidentali, istituzioni e operazioni militari in Medio Oriente — alimentando sfiducia e cinismo nelle società bersaglio, spesso senza che chi li ricondivide sappia o si chieda da dove vengano.

L’utilizzo di meme in stile LEGO associati all’ecosistema informativo iraniano non va interpretato, però, come una semplice innovazione estetica della propaganda digitale. Il fenomeno segnala una trasformazione più profonda: il passaggio dalla comunicazione politica tradizionale a forme di influenza fondate su intrattenimento, partecipazione, adattamento culturale e circolazione transnazionale delle narrazioni.

Il punto centrale non è stabilire soltanto cosa dicano questi contenuti, ma comprendere come funzionino: quali emozioni attivino, quali cornici interpretative propongano, quali pubblici raggiungano, attraverso quali reti vengano amplificati e in che misura possano tradursi in comportamenti online o offline. In questa prospettiva, il meme diventa una tecnologia narrativa, un vero e proprio strumento capace di semplificare il conflitto, renderlo emotivamente accessibile e trasformarlo in contenuto condivisibile.

L’elemento decisivo è la convergenza tra gamification e narrative warfare, dove la prima rende il messaggio più familiare, meno minaccioso e più adatto alle logiche delle piattaforme, mentre la seconda sposta l’obiettivo dalla persuasione diretta alla costruzione di ambienti narrativi nei quali il pubblico non è più soltanto destinatario, ma vettore attivo della diffusione.

1. Decostruire il meme: oltre il contenuto, la struttura narrativa

L’analisi dei meme LEGO collegati all’ecosistema informativo iraniano richiede un cambio di prospettiva in cui la domanda tradizionale, «cosa dice questo contenuto?», è insufficiente. Occorre chiedersi quale emozione venga attivata per prima, quale storia politica venga raccontata, quali elementi siano omessi, perché un utente dovrebbe condividere quel contenuto e quale comportamento esso possa incoraggiare.

In questo modo l’attenzione si sposta dalla sola veridicità del messaggio al suo funzionamento cognitivo. E qui il meme non è soltanto un oggetto comunicativo leggero o ironico, ma assume la consistenza di una struttura narrativa progettata per orientare l’attenzione e l’interpretazione degli eventi. L’estetica LEGO riduce la complessità del conflitto trasformandolo in una rappresentazione semplificata, riconoscibile e culturalmente familiare.

Osservando da questa prospettiva il fenomeno, la dimensione ludica non ne elimina il contenuto politico, ma lo rende più assimilabile. La guerra, la crisi geopolitica e la contrapposizione tra attori statuali vengono riformulate attraverso un linguaggio visivo associato al gioco, all’infanzia e all’intrattenimento. In questo modo il contenuto abbassa le difese cognitive dell’utente e lo predispone all’interazione.

2. Le narrazioni strategiche costruite dai meme

Le immagini analizzate suggeriscono che il messaggio non sia finalizzato principalmente a promuovere l’Iran come attore geopolitico. L’obiettivo appare più indiretto, teso ad alimentare sfiducia verso istituzioni, élite politiche, media tradizionali e interventismo occidentale; dall’altro lato, la narrazione non chiede al pubblico di sostenere l’Iran, ma chiede piuttosto di mettere in discussione il proprio sistema politico e informativo.

Le cornici principali in cui tale fenomeno si sta sviluppando possono essere ricondotte a quattro aree. La prima è anti-élite, in cui leader politici, governi e classi dirigenti vengono rappresentati come corrotti, autoreferenziali e distanti dai cittadini. La seconda è anti-establishment, dove istituzioni, media mainstream e partiti sono descritti come manipolatori o strutturalmente inaffidabili. La terza è anti-intervento, dove le operazioni militari occidentali vengono presentate come imposizioni esterne ai danni di popolazioni che non le avrebbero richieste. La quarta, infine, è identitaria e morale: qui l’Iran viene raffigurato meno come potenza regionale e più come soggetto che rivela verità nascoste e denuncia ipocrisie sistemiche.

Un quadro complessivo, quello che viene a crearsi e consolidarsi in cui emerge la differenza tra propaganda classica e narrative warfare, dove la propaganda tradizionale tende a costruire consenso verso sé stessa; la guerra delle narrazioni lavora invece sulla delegittimazione dell’avversario, sull’erosione della fiducia e sulla moltiplicazione di dubbi interpretativi.

3. Gamification della guerra e trasformazione della percezione

L’estetica LEGO modifica radicalmente il modo in cui il conflitto viene percepito. La comunicazione bellica tradizionale si fonda su paura, realismo, osservazione e distanza emotiva e, coerentemente, le immagini di guerra mostrano distruzione, vittime e devastazione, collocando lo spettatore in una posizione di osservatore esterno.

La trasposizione del conflitto nell’universo LEGO produce invece effetti opposti basati su familiarità, astrazione, partecipazione e accessibilità emotiva in cui le immagini perdono parte della loro crudezza e vengono reinterpretate attraverso un codice visivo rassicurante e immediatamente riconoscibile, dove il conflitto non scompare, ma diventa più guardabile, più commentabile e più condivisibile.

In questo senso la gamification non è un semplice espediente grafico ma una tecnologia narrativa che trasforma la guerra in contenuto in cui le persone incontrano sempre più spesso i conflitti geopolitici attraverso meme, video brevi, contenuti generati dall’intelligenza artificiale, influencer e piattaforme social, piuttosto che attraverso notizie, reportage o documentari. Il mutamento non riguarda soltanto il formato, ma il modo in cui gli individui costruiscono la propria comprensione della realtà internazionale.

4. Dalla propaganda alla distribuzione

La comunicazione tradizionale iraniana si è storicamente fondata su risentimento, martirio e argomentazione morale. Al contrario, le forme emergenti di comunicazione digitale mantengono obiettivi strategici simili, ma modificano il linguaggio operativo ponendo al centro, non più soltanto ideologia e persuasione, ma humour, viralità, competenza culturale, partecipazione e storytelling nativo delle piattaforme.

Il punto decisivo è che l’obiettivo non è semplicemente persuadere, ma è la condivisione. Se nel paradigma tradizionale il successo di una campagna veniva misurato in termini di cambiamento delle opinioni, nel paradigma emergente il successo si misura attraverso la sequenza reach, amplification, participation, narrative penetration.

Osservando il panorama comunicativo nel suo complesso emergono limitate conferme su un cambiamento diretto delle convinzioni politiche profonde degli utenti, ma vi sono invece segnali più consistenti della capacità di amplificare specifiche narrazioni, aumentarne la visibilità e favorirne l’ingresso in comunità normalmente esterne alla comunicazione politica. L’obiettivo non è necessariamente creare sostenitori dell’Iran, ma utenti disposti a far circolare contenuti coerenti con interessi narrativi favorevoli all’Iran: un vero e proprio cambiamento di paradigma.

5. La circolazione transnazionale delle narrazioni

Una delle dinamiche più rilevanti è la diffusione internazionale delle narrazioni e l’aspetto più rilevante ad emergere è il fatto che il pubblico occidentale raramente interpreta questi contenuti come messaggi iraniani, ma li percepisce piuttosto come risposte a problemi locali: corruzione, disuguaglianza, crisi della rappresentanza, sfiducia nei media, opposizione agli interventi militari.

In questo modo la narrazione segue un percorso articolato: produzione, distribuzione, attraversamento dei confini, interpretazione locale e adattamento locale (coerente con le agende dei gruppi politici, di opposizione al sistema o ideologici locali). Durante questo processo il contenuto viene progressivamente separato dalla sua origine poiché non arriva in Europa come narrazione iraniana, ma come cornice compatibile con sensibilità e frustrazioni già presenti nei contesti nazionali.

E dunque, le narrazioni non vengono semplicemente esportate; vengono tradotte culturalmente. Atterrano, si adattano e mettono radici nei contesti locali. E così, l’attribuzione a un attore straniero diventa più difficile, mentre cresce l’importanza dell’analisi dei percorsi di circolazione, degli intermediari e dei pubblici che conferiscono significato al messaggio.

6. Influenza, identità e mobilitazione

La mobilitazione contemporanea passa sempre meno attraverso istruzioni esplicite e sempre più attraverso l’identificazione: nei contenuti analizzati non emergono necessariamente inviti diretti alla protesta o all’azione politica, emergono piuttosto segnali di consapevolezza, resistenza, amplificazione e identità.

L’obiettivo non è dire alle persone cosa fare, ma suggerire chi esse siano. Gli utenti condividono un contenuto perché esso conferma una posizione identitaria: da cittadino europeo, da britannico, da norvegese, da americano, da membro di una comunità percepita come minacciata o tradita. La sequenza rilevante diventa narrative adoption, identity signalling, amplification in cui l’azione collettiva può seguire, ma non è necessariamente il primo obiettivo.

La partecipazione assume così un ruolo centrale dove il pubblico non deve essere d’accordo con il messaggio, ma deve interagire attraverso like, commenti, condivisioni e remix, che così divengono indicatori più rilevanti dell’adesione ideologica: l’engagement diventa così la soglia minima della mobilitazione narrativa.

7. L’architettura dell’influenza gamificata

La cosiddetta Lego Influence Architecture può essere descritta come un processo in cinque fasi. 1. La prima è la produzione, costituita da piccoli team, supportati dall’intelligenza artificiale, che possono generare grandi quantità di contenuti a costi ridotti.

2. La seconda è l’adattamento narrativo in cui i messaggi vengono tradotti in linguaggi culturalmente familiari e inseriti in frame no-war, anti-elite, anti-establishment, humanitarian e anti-intervention.

3. La terza fase è la distribuzione, costruita per circolare in modo nativo su Telegram, TikTok, Instagram e X.

4. La quarta è l’amplificazione, realizzata attraverso influencer, media alternativi, celebrità, utenti ordinari e comunità digitali.

5. La quinta, infine, è la mobilitazione, quando le narrazioni diventano linguaggio identitario, discussione pubblica, partecipazione sociale o protesta.

In questa architettura non esiste un unico canale decisivo. Alcuni attori producono “copertura”, rendendo visibile il messaggio; altri generano “legittimazione”, conferendo credibilità; altri ancora facilitano la “mobilitazione”, trasformando discussione e coinvolgimento in comportamento (le manifestazioni di piazza, spesso caratterizzate da violenza. Le campagne più efficaci distribuiscono queste funzioni tra attori diversi, spesso apparentemente indipendenti.

8. Il laundering effect: quando la fonte scompare

Un aspetto cruciale è il narrative laundering, o lavaggio della narrazione; che può strutturarsi seguendo un percorso definito e semplice: contenuto iraniano, rilancio da parte di influencer, ripresa mediatica, circolazione interna (allo stato, regione), scomparsa della fonte originaria, permanenza della narrazione.

Il meccanismo ricorda in effetti il principio fondante del fenomeno del riciclaggio in l’origine del contenuto viene progressivamente occultata attraverso passaggi intermedi che ne aumentano accettabilità e credibilità. Alla fine del processo l’utente non si chiede più chi abbia prodotto il contenuto, ma se esso sia coerente con la propria visione del mondo.

Questo passaggio riduce la centralità dell’attribuzione. Certo, l’attribuzione resta importante, ma non basta a spiegare l’impatto poiché ciò che conta è la circolazione, la capacità del contenuto di attraversare reti, comunità e piattaforme fino a diventare parte di un discorso pubblico più ampio.

9. Dalle Information Operations alle Attention Operations

Il caso dei meme LEGO evidenzia il passaggio dalle Information Operations alle Attention Operations. Per decenni le operazioni di influenza si sono fondate sul controllo dell’informazione: gestire il flusso delle notizie, produrre messaggi ideologici, comunicare in modo stato-centrico, persuadere attraverso formati lunghi e concentrare l’attenzione sull’attribuzione.

Oggi si è imposto un cambiamento e il centro di gravità si è spostato. Le campagne emergenti privilegiano messaggi nativi dei meme, amplificazione reticolare, engagement breve, partecipazione dell’audience e competizione per l’attenzione. Non conta più soltanto chi produce il contenuto, ma chi riesce a renderlo visibile, condivisibile e culturalmente compatibile con i pubblici di riferimento.

E così, la sequenza operativa può essere sintetizzata in quattro passaggi: attention, emotion, participation, mobilisation. La mobilitazione non è più necessariamente il risultato diretto della persuasione ideologica, ma si impone come conseguenza indiretta della capacità di catturare attenzione, generare coinvolgimento emotivo e trasformare il pubblico in distributore volontario della narrazione.

10. Indicatori di monitoraggio e strumenti analitici

Per analisti, ricercatori e decisori pubblici la domanda operativa non è più soltanto come una narrazione venga costruita, ma come possa essere identificata e monitorata. Il modello proposto individua cinque categorie di indicatori.

  • Gli indicatori narrativi riguardano la storia che viene promossa: quale cornice interpretativa viene costruita e quali messaggi coerenti orientano la percezione degli eventi.
  • Gli indicatori emotivi riguardano i sentimenti attivati: rabbia, paura, umiliazione, ingiustizia, solidarietà o appartenenza.
  • Gli indicatori di amplificazione osservano chi condivide il contenuto e attraverso quali reti.
  • Gli indicatori di adattamento analizzano come la narrativa cambi tra pubblici diversi.
  • Gli indicatori di mobilitazione valutano quali comportamenti online o offline siano incoraggiati.

Questo approccio sposta l’analisi dalla singola fonte al sistema di propagazione. Non basta contare visualizzazioni o identificare contenuti problematici, ma occorre comprendere come il messaggio si adatti, chi lo legittimi, quali emozioni produca e se generi effetti sociali o politici concreti.

11. Principi interpretativi e implicazioni di policy

Possiamo concludere che almeno quattro principi ci consentono di interpretare il fenomeno.

  1. Il primo è che l’influenza è adattiva, non statica: le narrazioni cambiano in funzione di crisi, opportunità politiche e vulnerabilità locali.
  2. Il secondo è che le emozioni contano spesso più dei fatti: rabbia, paura, umiliazione e senso di ingiustizia possono essere più mobilitanti dell’adesione ideologica.
  3. Il terzo è che gli ecosistemi ibridi contano: le narrazioni online acquisiscono credibilità quando vengono rinforzate offline da media, influencer, manifestazioni o attori politici.
  4. Il quarto è che una reazione sproporzionata può rafforzare la narrazione che si intende contrastare, alimentando vittimizzazione, sospetti di censura e sfiducia.

Le risposte tradizionali, basate su attribuzione, rimozione dei contenuti e fact-checking, restano necessarie ma non sono più sufficienti – sempre ammesso che possano esserlo stati in passato. L’influenza contemporanea opera attraverso emozione, identità, partecipazione e amplificazione, e per questo motivo le politiche pubbliche non possono escludere la conoscenza approfondita dei pubblici target, il monitoraggio cross-platform, il rafforzamento della resilienza sociale, la valorizzazione di comunicatori locali credibili e le strategie comunicative che evitino di amplificare la polarizzazione.

È inoltre essenziale distinguere tra attivismo legittimo, lealtà transnazionale e operazioni di influenza. Non ogni amplificazione è manipolazione; l’attivismo legittimo si fonda su mobilitazione autentica, organizzazione trasparente e autonomia decisionale mentre la lealtà transnazionale può derivare da legami identitari, familiari, diasporici o religiosi senza coordinamento esterno. Invece, le operazioni di influenza implicano manipolazione strategica delle narrazioni, amplificazione coordinata e sponsorizzazione o attribuzione ingannevole.

12. Conclusioni sul caso LEGO

Il caso iraniano-LEGO non è importante perché riguarda i LEGO, ma lo è perché illustra una trasformazione più ampia delle dinamiche di influenza contemporanee che muove dalla persuasione alla partecipazione, dalla propaganda alla cultura, dalle campagne informative agli ecosistemi di influenza.

L’influenza opera sempre più attraverso la cultura, mentre la sola attribuzione è ormai di per sé insufficiente. La fiducia emerge come una risorsa strategica: un fatto confermato dalle narrazioni che si diffondono più facilmente laddove esista una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni, dei media o delle élite politiche. Per questo occorre monitorare non soltanto i contenuti, ma l’adattamento delle narrazioni, i percorsi di amplificazione e la traduzione dall’online all’offline.

La sfida per ricercatori, analisti e decisori politici non consiste più soltanto nell’identificare messaggi ostili o manipolativi, ma nel comprendere come le narrazioni acquisiscano legittimità, attraversino comunità differenti, si adattino ai contesti locali e si traducano in mobilitazione sociale e politica. La domanda strategica non sarà più soltanto «chi produce una narrazione?», ma soprattutto «come una narrazione diventa credibile, circola tra comunità diverse e si trasforma in comportamento collettivo?».


Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale

Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”,
Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)

La minaccia dal Medioriente all’Europa

di Claudio Bertolotti

Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.

La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.

Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.

Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.

Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.

Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.

Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.

Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.

Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.

Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.

Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.

Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.

In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.

La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.


Il popolo kazako approva la sua nuova Costituzione

di Francesco Lombardi.

A metà dello scorso mese di marzo, in Kazakhstan, un referendum popolare, largamente partecipato (hanno votato più di 8 milioni di elettori pari al 73,12 % degli aventi diritto) ha approvato, con l’87,15% dei Si, la nuova Costituzione della più estesa e prosperosa tra le repubbliche centroasiatiche. Un cambiamento fortemente voluto dall’attuale Presidente, Kassym-Jomart Tokayev, che ha rivendicato il lavoro svolto per realizzare una Costituzione “che rispecchia le vere aspirazioni del popolo kazako a vivere in un Paese giusto ed equo, fondato sui principi di legge e ordine, sul rispetto e la tutela incondizionati dei diritti umani e delle libertà fondamentali, su una società modernizzata e su un forte impegno a promuovere l’istruzione, la scienza, la tecnologia, la cultura, l’ecologia, il volontariato e il patriottismo”. La modifica, che ha avuto l’imprimatur popolare qualche settimana orsono, è la seconda variante alla Costituzione negli ultimi quattro anni. Si inserisce nel solco di cambiamenti nella struttura istituzionale volti a dare un assetto più moderno al Paese, a renderlo competitivo in un mondo in continuo cambiamento e a liberare le energie economiche ed organizzative che sono ancora sopite. La riforma, infatti, riflette anni di graduale modernizzazione politica per rispondere alle nuove sfide come i diritti digitali e la protezione dei dati. La consultazione ha visto, tra l’altro, l’impegno di osservatori provenienti da 34 Paesi i quali hanno giudicato il processo elettorale, articolato su 10.000 seggi, in Kazakhstan ed all’estero, trasparente e conforme agli standard internazionali. Accanto agli osservatori internazionali, si è segnalata una considerevole partecipazione di rappresentanti della società civile e di liberi cittadini che hanno monitorato la corretta esecuzione delle procedure; se ne sono contati fino a 10 per ogni seggio. Non sono poche infatti, le aspettative della leadership e del popolo kazako per questi significativi cambiamenti. Questa nuova Costituzione è la naturale prosecuzione di un cambiamento avviatosi nel 2019, con una iniziale procedura che intendeva modificare solo meno del 40% dell’articolato precedente ma, nel corso dei lavori, è emerso che per dare una struttura coerente ed efficiente alla nuova legge, necessitavano modifiche a circa l’80% del testo iniziale. Un lavoro che ha impegnato una Commissione costituzionale con una rappresentanza senza precedenti di 129 cittadini, che ha esaminato ogni dettaglio, ha valutato circa 12.000 proposte di vari esperti e organizzazioni della società civile e ha supervisionato sei mesi di dibattiti pubblici. Il tutto per arrivare ad un modello che lo stesso Presidente Tokayev ha definito: “Presidente forte, Parlamento influente e Governo responsabile“.

La Costituzione precedente è stata in vigore per circa 30 anni. Per allontanarsi dal passato sovietico una prima Costituzione fu adottata nel 1993 e poi modificata nel 1995. Ora il Paese ha deciso di effettuare un deciso salto verso la modernità e la democrazia per poter meglio affrontare le sfide del momento e del futuro.

Una delle principali modifiche introdotte dalla nuova Costituzione è l’abolizione del parlamento bicamerale a favore di un parlamento unicamerale, che si chiamerà Kurultai. Viene abolita una quota presidenziale onde rafforzare l’indipendenza del potere legislativo. Il passaggio a un parlamento monocamerale consentirà un processo legislativo più rapido e trasparente. Le elezioni per i 145 seggi del parlamento riorganizzato si terranno quest’estate, ha dichiarato Tokayev ai giornalisti dopo aver votato ad Astana.

Vi è, inoltre, la reintroduzione della vicepresidenza, anche allo scopo di agevolare la pianificazione della successione. Un nuovo Consiglio popolare consultivo (il Khalyk Kenesi) amplierà la partecipazione e il dialogo pubblico.

Le riforme istituzionali previste dal nuovo quadro costituzionale rafforzano anche lo sviluppo della governance e garantiscono un regolare ricambio dei vertici. Nel contempo si definiscono limiti di mandato per i principali funzionari statali.

Questa riforma, poi, rende il kazako la principale e unica lingua di Stato, declassando la lingua russa. Un ulteriore gesto finalizzato a rafforzare il sentimento di identità e costruzione nazionale di un Paese articolato su centinaia di etnie la cui convivenza, però, è sempre stata un esempio di rispetto e tolleranza.

La riforma costituzionale rappresenta uno dei principali momenti della presidenza Tokayev in cui ha riversato tutta la sua esperienza ed il suo background diplomatico e politico. Ha svolto, in precedenza due mandati come ministro degli Esteri (1994-1999 e 2002-2007). Nel corso della sua presidenza, poi, Tokayev ha promosso la politica estera multidirezionale del Kazakhstan e ne ha rafforzato l’indipendenza. Ha ricoperto posizioni di alto livello e ha guidato gli sforzi per assicurare al Kazakhstan la guida di varie organizzazioni regionali e intergovernative, gestendo complesse relazioni tra interessi contrastanti all’interno e all’esterno della regione.

A seguito dell’esito referendario, il presidente Tokayev ha anche ricevuto i messaggi di congratulazioni di diversi leader regionali e mondiali. Diverse capitali e capi di Stato hanno inviato messaggi di congratulazioni ad Astana, leggendo l’esito del voto come un fattore di stabilità per il Kazakhstan e per l’intera regione. Le reazioni positive di partner regionali e di grandi attori vicini mostrano quanto il Kazakhstan sia percepito come un perno strategico dell’Asia Centrale. Trattandosi di un Paese di grandi dimensioni, ricco di risorse naturali, collocato tra Russia, Cina e attraversato da corridoi commerciali eurasiatici, ogni sua trasformazione costituzionale ha inevitabilmente una risonanza almeno regionale. Il Kazakhstan è il nono paese più grande al mondo per superficie. Ha ottenuto l’indipendenza dall’URSS il 16 dicembre 1991. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, nel 2025 il Kazakhstan ha superato la Cina in termini di crescita del PIL pro capite, affermandosi non solo come il paese economicamente più prospero dell’Asia centrale, ma anche come un’economia in costante crescita a livello globale. Il Kazakhstan ha inoltre mostrato una crescita costante nell’Indice di Sviluppo Umano (ISU), valutato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), con un aumento del 21,5% (da 0,689 a 0,837) tra il 1990 e il 2023, ed è stato riconosciuto per il suo approccio lungimirante in materia di istruzione, economia, tecnologia e finanza.

Il Paese entra ora in una nuova fase politica, con nuove elezioni previste nei prossimi mesi al fine di dare concretezza alla nuova legge fondamentale. Una nuova fase che converrà seguire con attenzione viste anche le tante (e in crescita) relazioni economiche e commerciali con il nostro Paese.


La propaganda bellica iraniana: il ruolo della famiglia come arma nel dominio cognitivo

di Nicola Cristadoro.

1. Premessa

Leggendo alcuni documenti ufficiali divulgati dal governo iraniano nei primi giorni del conflitto contro la coalizione israelo – americana, colpisce in modo particolare la ridondanza del concetto del martirio ascritto non solo ai rappresentanti della leadership politico-militare eliminati nell’immediato dei primi attacchi subiti, ma soprattutto ai “figli” della nazione, strettamente correlati alla figura delle “madri”. La narrazione sottende un messaggio orientato a conquistare e consolidare l’accettazione di gravi lutti dovuti alla guerra da parte delle famiglie. Le “madri”, metonimia di forte impatto emotivo, assurgono a simboli della resilienza del popolo iraniano, presentato come coeso e monolitico contro l’odiato nemico. Accanto alle madri troviamo i “figli”, il cui destino escatologico eleva il sacrificio dei caduti iraniani alla dimensione religiosa, rafforzata dal concetto del martirio. Tutto questo per far metabolizzare l’idea che i morti dalla parte di Teheran sono destinati ad essere tanti, come sempre è stato nei conflitti che hanno visto coinvolto il regime degli ayatollah. Nella propaganda bellica iraniana, dunque, la famiglia non è solo un’unità sociale, ma un pilastro ideologico utilizzato per mobilitare la nazione, giustificare il sacrificio e consolidare l’identità rivoluzionaria. Il regime modella i ruoli familiari per servire gli obiettivi dello Stato attraverso diversi meccanismi.

Il primo è proprio l’idealizzazione del martirio e il ruolo della madre: la propaganda eleva la figura della “madre del martire” come l’ideale supremo di cittadinanza femminile. Le donne sono ritratte come madri o mogli che spingono con orgoglio i propri cari verso il fronte, trasformando il dolore privato in onore pubblico. Spesso raffigurate con simboli religiosi (come il Corano), le donne fungono da àncora morale che legittima la “guerra santa”. Il secondo riguarda la formazione del “cittadino guerriero” secondo cui il ruolo maschile nella famiglia è strettamente legato alla difesa della patria e dei valori islamici. Ai bambini viene insegnato fin da piccoli che la protezione dell’onore familiare coincide con la difesa dello Stato. La propaganda utilizza sovente immagini di fratelli maggiori o padri eroici per spingere i giovani a unirsi a forze paramilitari come i Basij. Un terzo aspetto è riferito all’istruzione e alla trasmissione culturale. Lo Stato integra la narrazione bellica direttamente nella vita domestica e scolastica.  Recentemente, sono stati introdotti compiti che richiedono agli studenti di discutere la preparazione alle crisi con i genitori, normalizzando il conflitto come parte della realtà familiare. Il cinema e i media di stato, poi, lavorano per colmare il “divario generazionale”, presentando i valori dei combattenti degli anni Ottanta come il modello da seguire per i giovani di oggi. 

Nella propaganda del regime, la dimensione vulnerabile della patria viene rappresentata in modo paradigmatico dalla rilevante immagine femminile della “madre del martire”, spesso raffigurata mentre tiene in mano l’immagine di un martire, lo seppellisce o gli rende omaggio. La “madre del martire” compare ripetutamente in una serie di materiali visivi, già a partire dalla guerra Iran-Iraq. La rappresentazione di questa figura e la volontà del regime di riconoscerla e promuoverla come icona-chiave dello Stato sono in linea con il trattamento che le viene riservato nella realtà: lo Stato fornisce alle famiglie dei martiri benefici sociali ed economici e capitale culturale, riconoscendole come una classe sociale a pieno titolo. Spesso beneficiano di agevolazioni fiscali, alloggi riservati e quote di ammissione all’università. Si tratta di una tendenza che si è estesa persino alle famiglie dei martiri della Brigata Fatemiyoun, l’unità interamente afghana che ha combattuto in Siria su mandato iraniano, nonostante né i combattenti né le loro famiglie possiedano la cittadinanza iraniana[1]. La campagna sviluppata nel 2022 dall’agenzia di produzione audiovisiva e di design Khatt Media, intitolata Madri e mogli dei martiri, rappresenta un tipico esempio della continua promozione dell’importante ruolo svolto dalle donne come sostenitrici e persone in lutto per i martiri maschi[2].

In tempi di dissenso interno o conflitti recenti, lo Stato utilizza le famiglie per scopi tattici.  Il dolore delle famiglie vittime degli attacchi esterni viene amplificato dai media statali per alimentare il sentimento nazionalista e la ritorsione in forma di vendetta. L’aspetto peggiore del confezionamento della propaganda pro-regime, tuttavia, riguarda le autorità accusate di forzare i familiari di vittime a rilasciare interviste televisive in cui negano la responsabilità dello Stato nelle morti, attribuendole a cause accidentali. Va anche detto che, mentre la propaganda ufficiale promuove l’immagine una famiglia unita e devota, esiste una crescente frattura sociale tra i valori predicati dall’élite governativa e lo stile di vita occidentale dei loro stessi figli all’estero, un fenomeno spesso criticato come ipocrisia dai cittadini comuni. 

2. Evoluzione del modello familiare in Iran

In Iran, il modello familiare dominante era quello della famiglia allargata patriarcale. I suoi membri, legati da vincoli di sangue e di alleanza, comprendevano la coppia iniziale, i figli e le famiglie di questi ultimi. Questo modello familiare era caratterizzato dal potere assoluto del padre, capofamiglia, da una forte solidarietà tra i figli maschi, che godevano di pari diritti di successione e da un’elevata frequenza di endogamia, solitamente tra cugini di primo grado, con l’ideale rappresentato dal matrimonio tra i figli di due fratelli.

I compiti e le responsabilità della famiglia tradizionale erano molteplici e sostanziali. La famiglia si occupava del benessere dei suoi membri dalla nascita alla morte, coprendo tutti gli aspetti della vita sociale. Oltre a fornire supporto emotivo, la famiglia provvedeva anche all’istruzione, all’assistenza medica e al sostegno finanziario dei suoi membri. Tra i molteplici incarichi nel nucleo famigliare vi erano anche quelli di trovare un impiego, di organizzare le nozze e di provvedere all’accumulo dei fondi pensionistici per i propri propri appartenenti. Il coinvolgimento familiare si basava sul primato della solidarietà di lignaggio e richiedeva una continua interdipendenza tra i suoi membri. Negli ultimi decenni, tuttavia, si è assistito a una modernizzazione delle condizioni socio-economiche in Iran, legata allo sviluppo di un’economia di mercato e del lavoro salariato, all’urbanizzazione e all’accesso all’istruzione e ai servizi sociali finanziati dallo Stato. Ciò sembra aver indotto cambiamenti sostanziali nelle dimensioni e nella struttura della famiglia, nonché nelle sue funzioni sociali.

In seguito alla Rivoluzione del 1979, furono create diverse fondazioni per sostenere e migliorare le condizioni di vita dei più indigenti, noti come mostaz’afin (espropriati). Queste fondazioni disponevano di considerevoli risorse finanziarie, derivanti in gran parte da sovvenzioni governative, tasse e donazioni religiose. Dopo i tumulti dei primi anni del nuovo regime – esacerbati dall’inizio della guerra contro l’Iraq e dal nuovo peso imposto dal conflitto – il Comitato di Soccorso Imam Khomeini (IKRC, fondato nel 1979) organizzò le proprie attività in servizi distinti. I più importanti erano l’assistenza finanziaria a individui o famiglie senza risorse, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza medica, prestiti senza interessi, aiuti finanziari per la ristrutturazione di abitazioni, borse di studio e piccole pensioni concesse a persone di età pari o superiore a 60 anni residenti in zone rurali. Diversi milioni di persone appartenenti ai settori più svantaggiati della popolazione hanno beneficiato e continuano a beneficiare delle diverse forme di aiuto e dei servizi forniti da questa fondazione. La Fondazione è legata ad enti come la Setad (Esecutivo dell’Ordine dell’Imam) un colosso commerciale sotto la supervisione diretta della “guida suprema”, con una partecipazione in quasi tutti i settori dell’economia iraniana, inclusi quello energetico, quello delle telecomunicazioni e quello dei servizi finanziari. L’istituzione opera all’interno del sistema teocratico iraniano, caratterizzato da un’impronta fondamentalista sciita e, sebbene si presenti come un ente benefico, viene descritta come uno strumento di “espansione ideologica” e soft power, con attività che talvolta si estendono ad altre aree di influenza iraniana[3]. Nel marzo 2026, si sono verificate segnalazioni di attacchi (inclusa un’esplosione) contro le sedi del Comitato di Soccorso Khomeini a Chenaran, nel Razavi Khorasan, da parte di unità di resistenza che avversano il regime khomeinista[4]. Altri importanti enti sono la Fondazione dei Martiri (creata nel 1980) e la Fondazione 15 Khordad (creata nel 1981), che si occupano delle famiglie di coloro che sono morti per la Repubblica Islamica, intese come vittime del periodo rivoluzionario e della guerra contro l’Iraq, degli ex militari disabili, dei prigionieri di guerra e dei dispersi, nonché dei bisognosi. Il sostegno finanziario e le pensioni erogate da queste fondazioni sono estremamente modesti, ma tale assistenza ai più bisognosi, soprattutto nelle aree rurali, ha sancito il loro diritto alla protezione sociale.

Se ipotizziamo che queste fondazioni abbiano sostituito i gruppi familiari e le reti locali, assistiamo ad una graduale riduzione del ruolo della famiglia nel sostegno ai propri componenti. Con la loro influenza sull’organizzazione tradizionale della solidarietà familiare, queste fondazioni hanno certamente contribuito a minare il principio di interdipendenza familiare e hanno favorito l’emergere dell’autonomia individuale[5].

3. Donne e bambini icone della propaganda

Nel precedente paragrafo abbiamo detto delle vittime della Rivoluzione e della guerra contro l’Iraq. Vediamo, allora, in riferimento alla guerra, situazione che oggi si riproponte prepotentemente sullo scenario mediorientale, in che modo la narrazione propagandistica di Teheran già negli anni Ottanta confezionasse messaggi tesi ad esaltare la sacralità della figura femminile e dei giovanissimi descritti come eroi votati al martirio per il neonato Stato teocratico.

Mentre i combattimenti infuriavano, l’intera società iraniana fu esortata a partecipare allo sforzo bellico. I manifesti giocarono un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nel conforto del popolo iraniano, comprese donne e bambini. Ragazzi iraniani anche di soli dodici anni venivano reclutati nei Basij, forze paramilitari volontarie che combattevano al fianco dell’esercito nazionale. I Basij sono ricordati soprattutto per i loro assalti a ondate umane, in cui gruppi di ragazzi attraversavano a piedi i campi di battaglia disseminati di mine per consentire il passaggio successivo di altre unità dell’esercito. In questo atto mortale di indipendenza, sfida e fervore salvifico si celava il reale desiderio dei giovani iraniani di proteggere la propria patria e le proprie famiglie con ogni mezzo necessario, inclusa la perdita degli arti e il sacrificio della vita.

Gli artisti commemoravano il coraggio dei bambini in guerra, lamentando al contempo la loro tragica e prematura morte. Ad esempio, un manifesto, intitolato Questi sono i nostri eroi, raffigura un ragazzino che si prepara a unirsi alla battaglia; le granate legate alla sua cintura simboleggiano la sua inevitabile autodistruzione in un assalto di massa, mentre la sorella in lacrime stringe il Corano. Una scritta graffitata sul muro dietro le due figure esalta altri ragazzi come “guide” che si sono già sacrificati per la causa. Il manifesto simboleggia la perdita dell’innocenza per la giovane generazione, così come per la stessa nascente Repubblica Islamica.

Anche le donne furono sfruttate per la propaganda bellica. La Repubblica Islamica incoraggiò le donne a seguire i modelli islamici di femminilità e umiltà. Come osserva Shirin Saeidi, “la descrizione di genere dei cittadini ideali da parte della Repubblica Islamica durante la guerra Iran-Iraq… raffigurava il cittadino maschio ideale come un guerriero e la donna ideale come una moglie o una madre che mandava volontariamente i propri cari in guerra[6]. Nonostante la molteplicità dei ruoli svolti dalle donne durante la guerra, che hanno sfidato e al contempo minato i binarismi e le norme di genere promossi dallo Stato, le raffigurazioni delle donne nell’iconografia del regime postbellico si sono concentrate principalmente sul loro ruolo di testimoni, sostenitrici e generatrici di combattenti e martiri[7]. Tali raffigurazioni sono in linea con la classica rappresentazione sciita delle donne, che incarnano i ruoli svolti da Fatima (figlia del Profeta, moglie di Ali e madre di Husayn e Hasan) e da sua figlia Zaynab[8]. Fatima è un archetipo della virtù femminile sciita. Venerata come simbolo di rettitudine, pazienza, pietà e come madre del più importante martire sciita, l’Imam Husayn, Fatima è esaltata come madre di tutti i martiri. Per queste ragioni, i cimiteri creati per i soldati iraniani caduti durante la guerra Iran-Iraq portano il suo nome. Zaynab, invece, viene ricordata per il suo coraggio e la sua resilienza, dovuti alla sua leggendaria sfida a Yazid I dopo il massacro della sua famiglia nella battaglia di Karbala (680 d.C.). Come donna attiva e persino combattiva, il suo esempio ispirò le donne iraniane durante la Rivoluzione. Anche durante la guerra, i programmi artistici della Repubblica Islamica diffondevano l’immagine di Zaynab come donna a sostegno dei soldati sciiti.

L’artista di guerra Nasser Palangi realizzò degli schizzi di donne iraniane durante le prime fasi dell’invasione irachena della città iraniana di Khorramshahr. Intitolando uno dei suoi disegni Le eredi di Zaynab, Palangi mette in luce il legame tra l’eroina del VII secolo e le donne di Khorramshahr, che combatterono in difesa della città. La battaglia di Karbala si trasformò ancora una volta in un paradigma attraverso il quale anche le combattenti potevano emulare le eroine della storia sacra sciita. Vale la pena raccontare che nel 2021, in occasione della Giornata degli Infermieri in Iran, è stato presentato un murale intitolato L’esercito degli infermieri, che mostrava operatori sanitari uomini e donne nella lotta contro il COVID-19. Celebrata annualmente per riconoscere il contributo e i sacrifici degli iraniani che lavorano nel settore sanitario, la Giornata degli Infermieri cade nell’anniversario della nascita di Zaynab, nipote del Profeta, ricordata soprattutto per aver assistito, come detto, al martirio di suo fratello Husayn e di altri famigliari nella battaglia di Karbala. La coincidenza della Giornata degli Infermieri con il compleanno di Zaynab non è casuale: questo allineamento intende collegare le azioni degli operatori sanitari iraniani di oggi alla memoria e all’eredità di Zaynab, che non solo fu testimone della battaglia, ma si prese anche cura delle donne e dei bambini sopravvissuti dopo il conflitto[9]. Il murale in questione è un esempio di soft propaganda la cui peculiarità è quella di sovvertirele consolidate rappresentazioni delle norme di genere nella Repubblica Islamica. Mentre le rappresentazioni classiche enfatizzano il martirio e il sacrificio per la nazione come un’impresa prevalentemente maschile, questo murale si distingue per la presenza di un uomo che regge l’immagine di una martire . Tale inversione dei ruoli di genere indica come la posizione assegnata a uomini e donne nella produzione culturale statale incentrata sul martirio e sull’eroizzazione sia soggetta a una forma di rinegoziazione. La logica sostantiva a questa rinegoziazione risiede nella realtà delle donne che hanno prestato servizio in prima linea e sacrificato la propria vita durante la pandemia di COVID-19 nella Repubblica Islamica. Non riconoscere il loro ruolo nella protezione della patria e nel loro sacrificio significherebbe sminuire questa realtà. In altre parole, in Iran la “gerarchia del martirio” basata sul genere è stata adattata alle reali condizioni della pandemia di COVID-19, quando le donne hanno dovuto pagare un prezzo di sangue sempre più elevato.

Tra i tanti manifesti, appare particolarmente toccante quello della Ragazza che imbraccia un fucile (1979). Una fotografia ritrae una bambina con il chador completo che impugna un fucile Kalashnikov con un fiore infilato nella canna. La didascalia del poster riporta una citazione dell’Ayatollah Taleqani: “Il nostro esercito non appartiene solo ai nostri fratelli nelle forze armate. Uomini e donne, giovani e anziani del nostro Paese sono membri dell’Esercito Islamico e sono i custodi dell’Islam“. La Repubblica Islamica incoraggiava tutti gli iraniani a condividere la responsabilità di salvaguardare il proprio Paese, sia combattendo in guerra, sia sostenendo lo sforzo bellico, sia difendendo l’Islam di fronte all’aggressione straniera. Mentre la ragazzina si prepara a difendere la sua patria, il gruppo di soldati alle sue spalle rimanda alla prontezza dei soldati iraniani a combattere per la Repubblica Islamica[10].

In generale, tuttavia, nonostante la capacità della propaganda di Stato di rinegoziare le norme di genere, questo processo rimane circoscritto dai meccanismi di costruzione del mito maschile e dall’archetipo maschile del martire. Di fatto, tali processi non implicano l’uguaglianza di genere, bensì rivelano come i discorsi sul martirio femminile siano ambivalenti: se da un lato alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro viene ribadita la logica della gerarchia di genere. Tali osservazioni sull’iconografia visiva promossa dallo Stato nell’Iran contemporaneo contribuiscono allo studio delle tecniche di propaganda utilizzate dai regimi autoritari.

4. Conclusioni. Figli e figliastri

A partire dalla conclusione della guerra Iran-Iraq, i prototipi di genere del “fratello guerriero e della sorella velata” sono stati costantemente raffigurati e diffusi nell’iconografia della Repubblica islamica[11]. Questi prototipi appaiono come un insieme semi-fisso di motivi a cui gli organi di propaganda del regime attingono regolarmente e continuano a permeare il discorso quotidiano. Quando si parla di martirio e sacrificio, i prototipi di genere si distinguono tra l’atto maschile di combattere e morire e l’atto femminile di sostenere, assistere e infine piangere il martire. Queste rappresentazioni dicotomiche possono essere definite Husayn-ingeZaynab-ing, che, va notato, non sono solo rappresentazioni nella propaganda di stato iraniana, ma si allineano strettamente alla realtà della guerra stessa, quando le donne non venivano ufficialmente reclutate per combattere. L’esempio classico a questo proposito è quello dell’infermiera che sostiene il martire, spesso utilizzato per rendere visibile il contributo delle donne nei processi storici. L’effetto è duplice: da un lato, alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro vengono ridotte a figure di supporto[12]

       Il legame di lunga data tra norme di genere, martirio e protezione della patria permea l’iconografia odierna della Repubblica islamica. Nel dicembre 2021, un murale è apparso sul cartellone pubblicitario Vali Asr di Teheran raffigurante il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassam Soleimani e il segretario generale di Katai’b Hezbollah iracheno Abu Mahdi al-Muhandis al centro, affiancati da un lato da un gruppo di bambini e dall’altro da un gruppo di soldati. Occupando ciascuna metà separata del murale, ogni gruppo intende simboleggiare un diverso elemento della nazione. I bambini, che appaiono in un verdeggiante paesaggio urbano, stringendo le immagini dei martiri, rappresentano l’idilliaca patria; i soldati, ritratti in piedi nell’arido paesaggio di battaglia mentre esprimono con gioia il cameratismo marziale, rappresentano l’idealizzata comunità di fratellanza desiderosa di proteggere la patria in territorio nemico. Mostrato una settimana prima del secondo anniversario dell’assassinio di Soleimani e Muhandis da parte di un attacco di droni statunitensi, il murale reca la didascalia: “La rabbia verso il nemico e l’amore per la patria, ecco cosa porta sicurezza alla tua casa[13]. La rabbia e la lotta contro il nemico sono un’impresa esclusivamente maschile. Le donne sono le destinatarie di questi valorosi sforzi e hanno il solo compito di sostenerle. In quanto membri femminili della famiglia dei martiri, è loro dovere mantenere viva la memoria degli uomini defunti e del loro sacrificio. Il modello storico-mistico di questi ruoli di genere prototipici, lo ribadiamo,si trova nella coppia di fratelli martiri Husayn e Zaynab. È a Zaynab, dopotutto, che si dice derivino i rituali di lutto sciiti che commemorano la morte di Husayn nel 680 d.C. a Karbala[14], di cui abbiamo parlato in precedenza. Nelle raffigurazioni celebrative della battaglia di Karbala, sono gli uomini a combattere per un giusto ordine sociale, mentre le donne fungono da sostenitrici e testimoni delle loro gesta eroiche in battaglia.

Arriviamo a tempi più recenti. Nelle settimane successive alla guerra dei dodici giorni, il Ministero dell’Istruzione iraniano ha distribuito nuovi libri di testo alle scuole di tutto il paese, con l’obiettivo di introdurre gli studenti delle scuole elementari e medie a quelle che i funzionari definiscono lezioni fondamentali di difesa nazionale e resistenza. Il libro di testo per le elementari si apre con una citazione del 1980 dell’ayatollah Khomeini: “Vi prometto la vittoria. Non temete alcuna superpotenza e non abbiate paura di alcuna propaganda. Seguiremo la nostra strada, e quella strada è quella di Dio“. Tale operazione rappresenta l’impegno del Ministero nel plasmare la comprensione del conflitto da parte delle nuove generazioni attraverso storie, attività didattiche e immagini incentrate su missili, droni e prontezza militare. Dopo la fine del conflitto, i funzionari del ministero hanno dichiarato che “Il messaggio della guerra e le azioni del sistema politico devono essere trasmessi alle scuole il più rapidamente possibile[15]. Nel testo, concepito nell’ambito del pacchetto didattico “Il nostro Iran” e integrato nei programmi scolastici obbligatori, roviamo dei capitoli intitolati “Eroe di quartiere“, “Soldato della patria“, “Solidarietà nei momenti difficili” e “Nemico comune“. Secondo i documenti del Ministero, l’obiettivo principale è quello di fornire “opportunità educative agli alunni di seconda elementare” per comprendere “i fattori determinanti per la vittoria in guerra e le sue diverse dimensioni” attraverso situazioni di apprendimento, dialogo e attività congiunte. Le istruzioni rivolte agli insegnanti sottolineano che l’obiettivo finale va oltre la semplice spiegazione di un singolo evento militare[16].

Fin qui appare tutto coerente con le narrazioni storico-propagandistiche del regime degli ayatollah. Tuttavia se guardiamo alla progenie dell’élite governativa iraniana qualcosa non torna. Una narrazione così pervasiva del tessuto sociale e così orientata alla vocazione al martirio, in linea di principio dovrebbe far vibrare nel cuore dei leader iraniani l’orgoglio di avere figli e figlie pronti a immolarsi per la patria e per la causa anti-sionista e anti-americana. La leadership di Teheran continua a insistere sul fatto che il sistema instaurato dopo la rivoluzione del 1979 sia giusto, indipendente e moralmente superiore all’Occidente. Proclamano che l’Iran è autosufficiente e culturalmente immune all’influenza straniera. Pretendono che i cittadini comuni rimangano leali, sopportino le difficoltà e considerino l’isolamento una virtù. Eppure, quando si tratta delle loro famiglie, la narrazione crolla. I figli delle figure politiche, militari e religiose più potenti dell’Iran scelgono in stragrande maggioranza di vivere all’estero, il più delle volte negli Stati Uniti, in Canada, in Europa o in Australia. Studiano nelle università occidentali, lavorano in aziende occidentali e godono delle libertà occidentali. Non si tratta né di un caso né di un’anomalia. È uno schema talmente ricorrente che gli iraniani gli hanno dato un nome: la “diaspora del privilegio”[17]. Mentre i comuni cittadini iraniani si trovano ad affrontare sanzioni, inflazione, disoccupazione e severe limitazioni alla libertà di movimento e alle opportunità, i figli degli alti funzionari aggirano agevolmente questi ostacoli. Passaporti occidentali, visti di lunga durata, titoli di studio prestigiosi e lavori ben retribuiti diventano accessibili grazie al denaro, all’influenza e alla protezione politica. Non si tratta della diaspora generata dalla repressione o dal collasso economico, il percorso intrapreso da milioni di iraniani comuni per necessità. Si tratta di qualcosa di completamente diverso: una diaspora della classe dirigente, nata dal privilegio e dalla contraddizione.


[1] K. L. Schwartz, “Citizen Martyrs”: The Afghan Fatemiyoun Brigade in Iran, Afghanistan 5, n. 1, 2022.

[2] دیوارنگاره میدان ولیعصر (عج) به پیشواز روز مادر رفت (Il murale di Piazza Vali Asr (A.S.) è stato inaugurato in occasione della Festa della Mamma), Agenzia di stampa Mehr, 14/01/2022. https://www.mehrnews.com/news/.

[3] S. Cegalin, Iran, il soft power in Medio Oriente, la Redazione, 21/11/2023. https://www.laredazione.net/iran-il-soft-power-in-medio-oriente/#:~:text=Iran%2C%20il%20soft%20power%20in%20Medio%20Oriente.

[4] Unità di Resistenza Colpiscono IRGC e Basij in 20 Città Iraniane, CNRI, 05/03/2026. https://it.ncr-iran.org/notizie/resistenza-iraniana/unita-di-resistenza-colpiscono-irgc-e-basij-in-20-citta-iraniane/#:~:text=%E2%80%93%20Incendio%20di%20una%20base%20IRGC%20Basij,Khorasan%20%E2%80%93%20Attacco%20a%20un%20seminario%20del.

[5] M. Ladier-Fouladi, Iranian Families between Demographic Change and the Birth of the Welfare State, Population (English edition), 57ᵉ année, n°2, 2002. pp. 361-370.

[6] S. Saeidi, Women and the Islamic Republic: How Gendered Citizenship Conditions the Iranian State, Cambridge University Press, 2022.

[7] E. Koolaee, The Impact of the Iraq-Iran War on Social Roles of Iranian Women, Middle East Critique 23, n. 3, 2014.

[8] R. Wellman, Feeding IranShiʿi Families and the Making of the Islamic Republic, Berkeley University of California Press, 2021.

[9] P. J. Chelkowski, The Iconography of the Women of Karbala: Tiles, Stamps, and Posters, in The Women of Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʿi Islam, University of Texas Press, Austin, 2005.

[10] https://www.lib.uchicago.edu/collex/exhibits/graphics-revolution-and-war-iranian-poster-arts/women-and-children/.

[11] M. Moallem, Between Warrior Brother and Veiled Sister: Islamic Fundamentalism and the Politics of Patriarchy in Iran, Berkeley University of California Press, 2005.

[12] S. Saeidi, op. cit..

[13]بیلبورد «ولی عصر» با شعار «افتخار برای میهن» رونمایی شد (È stato inaugurato il cartellone pubblicitario “Vali Asr” con lo slogan Onore alla Patria), Mizan News, 28/12/2021. https://www.mizanonline.ir/003IDN 

[14] K. Scot Aghaie, Gendered Aspects of the Emergence and Historical Development of Shiʻi Symbols and Rituals, in The Women of Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʻi Islam, University of Texas Press, Austin, 2005.

[15] M. Tabriz, Iran introduces war curriculum to elementary students following 12 days conflict, Iran International, 25/11/2025. https://iranwire.com/en/features/146547-iran-introduces-war-curriculum-to-elementary-students-following-12-day-conflict/.

[16] Ibid.

[17] L. Bazargan, Iran’s rulers don’t mind the ship sinking, their brood jumped long ago, Iran International, 15/11/2025. https://www.iranintl.com/en/202511134705.


Kazakhstan, al via nuove riforme costituzionali per rendere ancora più attrattivo il Paese

di Francesco Lombardi, Generale di Divisione, già Vice-Direttore dello IASD.

Il Presidente del Kazakhstan, Kassym-Jomart Tokayev, intende proseguire nel suo progetto di riforma della repubblica attraverso importanti innovazioni costituzionali oltre che ambiziosi progetti economici, industriali e commerciali, peraltro già tracciati in suoi precedenti interventi pubblici.

Nel suo recente discorso al Congresso, infatti, ha delineato una serie di proposte che intende portare avanti per modernizzare la governance del Paese ed assicurare stabilità politica ed istituzionale, avvicinando ulteriormente la grande repubblica centroasiatica alle più avanzate democrazie del pianeta. Il Presidente ha poi sottolineato una serie di priorità che guideranno la sua politica nel breve e medio termine, per favorire lo sviluppo economico nel solco dei mutamenti tecnologici e digitali che stanno influenzando moltissimi aspetti del vivere moderno.

Il Presidente Tokayev deve aver ben chiaro che i grandi investitori internazionali sono alla ricerca di nazioni caratterizzate da stabilità istituzionale ed infrastrutture efficienti dove far confluire i loro capitali, vieppiù in un periodo come l’attuale, caratterizzato da terremoti geopolitici non registrati nei decenni passati. Pertanto, intende presentare alla comunità internazionale, nel volgere di pochi anni, un paese istituzionalmente saldo, ancorato a principi liberali e certezza del diritto, rispettoso delle regole democratiche, con efficienti infrastrutture normative, materiali ed organizzative.

Più nello specifico, il leader kazako ha presentato un pacchetto di riforme costituzionali e istituzionali volte a modernizzare il sistema statale, chiarire l’architettura di governance e rafforzare la stabilità politica a lungo termine. Al centro del discorso vi sono state le proposte per formalizzare le regole di successione presidenziale, istituire la carica di Vicepresidente e passare a un modello costituzionale fondamentalmente nuovo, da ratificare comunque con referendum.

Tra le innovazioni istituzionali di maggior rilievo, prossime venture, un nuovo Parlamento unicamerale, definito Congresso (Qurultay), che dovrà essere “snello e funzionale”, composto di 145 seggi complessivi, tre vicepresidenti e non più di otto commissioni parlamentari. Oggi, il Parlamento kazakho è strutturato su un’Assemblea di 98 deputati e un Senato di 40 (questi ultimi eletti dalle regioni, dai comuni di Almaty, Astana e Shymkent e nominati per un quarto dal Presidente). Il nuovo Congresso dovrebbe avere una durata di cinque anni. Tokayev ha spiegato che tale configurazione consentirebbe un funzionamento più efficace dell’organo legislativo e una maggiore attenzione sulle priorità di sviluppo del Paese. L’elezione dei deputati su base proporzionale mira, inoltre, a responsabilizzare i partiti, avvicinandoli alle effettive esigenze dei cittadini.

Il nuovo Congresso sarà affiancato da un Consiglio del Popolo finalizzato a dare rappresentatività ai gruppi etnici e alle principali comunità sociali del Paese. Tale Consiglio sarà composto da 126 membri: 42 rappresentanti delle associazioni etno-culturali, 42 rappresentanti delle amministrazioni locali e 42 rappresentanti organizzazioni pubbliche. Nel nuovo organismo non ci sarà più una quota di membri riservata al Presidente.

Queste preannunciate riforme fanno seguito a quelle del 2022 (tra cui l’istituzione della Corte costituzionale, la creazione di corti di cassazione e il riconoscimento dello status costituzionale al Commissario per i diritti umani – Ombudsman) che, ha tenuto a precisare il Presidente Tokayev, hanno rafforzato lo Stato di diritto, potenziato la tutela delle prerogative dei cittadini, chiarito le responsabilità delle istituzioni ed accresciuto il senso di partecipazione.

Di rilievo anche la prossima istituzione dell’Ufficio del Vicepresidente, nominato dal Presidente con il consenso del Parlamento. La nuova figura sarebbe il naturale sostituto in caso di impedimenti del Presidente, occupandosi comunque di materie e tematiche a lui delegate. Quest’ultima innovazione, unitamente alla definizione in Costituzione delle regole per la successione presidenziale, mirano a dare stabilità alla governance della Repubblica evitando, anche in situazioni di crisi, problematiche sul lineare passaggio di poteri e responsabilità. Modifiche che saranno inserite in una nuova Costituzione, la cui scrittura sarà affidata ad una specifica Commissione, per poi essere sottoposta al voto popolare.

Emerge, tra l’altro, nelle riforme annunciate, la ricerca di un sistema di check and balance come nelle più avanzate democrazie, dando centralità alla Costituzione da un lato e rassicurando quegli investitori attirati da istituzioni stabili e chiaramente regolamentate, dall’altro. Infatti, un sistema politico che distribuisce il potere tra diversi rami di governo (esecutivo, legislativo, giudiziario) previene abusi, garantisce che ogni istituzione possa mitigare derive autoritarie di altre, assicurando responsabilità e stabilità.

Accanto a queste proposte, Tokayev ha annunciato una serie di politiche che intende da subito avviare od implementare, in linea con lo spirito dei mutamenti costituzionali suindicati. Vuole, al riguardo, perseguire una politica estera, equilibrata, saldamente ancorata agli interessi nazionali, finalizzata alla ricerca di soluzioni diplomatiche non conflittuali.

Enfasi particolare alle politiche ambientali ed idriche. Le scelte del periodo sovietico hanno lasciato al Kazakhstan in eredità problemi di non facile soluzione, in particolare per quel che attiene alla disponibilità di acque per usi civili ed agricoli. L’intera regione è attraversata da contese tra i Paesi coinvolti nel controllo delle disponibilità idriche. Il Presidente Tokayev, identificando l’acqua come una risorsa strategica nazionale e regionale, intende avviare politiche da condividere con le repubbliche confinanti per soluzioni valide ed efficaci. Ha proposto, in proposito, l’istituzione di un’Organizzazione Internazionale per l’Acqua nell’ambito delle Nazioni Unite.

Le scelte del Presidente che da 7 anni governa la più estesa delle Repubbliche centroasiatiche evidenziano la volontà di guidare il Paese verso istituzioni moderne con interventi ambiziosi e significativi, talvolta repentini, ma allo stesso tempo senza scossoni. Una transizione altamente rispettosa della storia del Kazakhstan, delle sue tradizioni e della pluralità delle culture. Infatti, il discorso del Presidente si è concluso con le necessità dello sviluppo culturale e spirituale della nazione. Il successo delle riforme politiche ed economiche dipende anche dalla trasformazione della coscienza pubblica e dal rafforzamento dei valori nazionali. La scelta di utilizzare il termine Qurultay per il prossimo Congresso Nazionale, come nel medioevo era chiamato il concilio politico militare dell’aristocrazia mongola ed altaica, intende certamente realizzare un legame con le radici del popolo kazako. La ricerca storica e culturale, unitamente a una maggiore conoscenza, anche in ambito internazionale, del passato kazako contribuirà a cementare l’identità nazionale e legare popolo e istituzioni. 


Nuova guerra tra Pakistan e Afghanistan talebano? La preoccupazione di Russia e Cina (SKY TG24).

di Claudio Bertolotti.


Il commento di C. Bertolotti a SKY TG24 MONDO (Puntata dell’11 dicembre 2025)

Il punto di partenza è lo scontro diplomatico andato in scena all’ONU: da un lato il Pakistan che rivendica i propri raid “antiterrorismo” in Afghanistan; dall’altro l’India che, rompendo gli schemi, difende apertamente i talebani, condanna i bombardamenti pakistani e denuncia il “trade and transit terrorism”, cioè l’uso politico dei valichi e dei transiti commerciali per mettere Kabul in ginocchio. È il segnale plastico di un ribaltamento: il vecchio asse talebani–Islamabad scricchiola, mentre il baricentro si sposta, gradualmente, verso Nuova Delhi.

Perché i talebani si sono avvicinati all’India e non al Pakistan?

I talebani non stanno “scegliendo” semplicemente l’India contro il Pakistan: stanno cercando di massimizzare margini di manovra tra tutti gli attori regionali. Ma oggi il pendolo pende chiaramente più verso Nuova Delhi che verso Islamabad. Dal loro punto di vista, è razionale: chi li difende al Consiglio di Sicurezza e promette di riaprire l’ambasciata è più utile di chi bombarda il loro territorio e chiude i valichi. Non è una storia di affinità politiche, è puro calcolo di potere.

Per decenni la relazione con il Pakistan è stata quella classica tra “sponsor” e proxy: l’ISI offriva santuari, logistica, sostegno politico; i talebani garantivano profondità strategica verso l’Afghanistan e influenza sul dossier afgano. Dopo il 2021, però, il rapporto si è rapidamente deteriorato. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non proteggere – il Tehrik-e-Taliban Pakistan, responsabile di una lunga serie di attentati sul territorio pakistano. I raid aerei condotti in questi anni dentro l’Afghanistan, ufficialmente contro il TTP, hanno prodotto vittime civili e umiliazioni pubbliche per il governo talebano. Sullo sfondo, le tensioni croniche sulla Durand Line, che i talebani non riconoscono come confine legittimo, e sul muro eretto dal Pakistan lungo la frontiera alimentano una narrazione anti–ingerenza pakistana che a Kabul è ormai dominante.

Da qui il secondo movimento: la ricerca di autonomia e legittimità. I talebani sanno che restare inchiodati all’immagine di “braccio armato del Pakistan” li condanna all’irrilevanza diplomatica e all’isolamento economico. Per questo provano a costruire una politica estera autonoma, che includa India, Iran, Russia, Cina e i Paesi del Golfo. La logica è semplice: diversificare i partner per non restare ostaggio né di Islamabad né di Pechino, che utilizza il Pakistan come cerniera strategica verso l’Oceano Indiano e l’Afghanistan.

Su questo terreno si inserisce l’offerta indiana. Nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan, l’India ha investito miliardi in infrastrutture, scuole, dighe, edifici simbolici, costruendosi un capitale di simpatia soprattutto nelle aree urbane. Dopo il ritorno dei talebani al potere, Nuova Delhi ha scelto una linea di cautela pragmatica: nessun riconoscimento formale, ma riapertura di una presenza tecnica a Kabul, contatti politici e, nell’autunno 2025, l’annuncio della riapertura dell’ambasciata in occasione della visita del ministro degli Esteri talebano. In sede ONU, l’India ha articolato una posizione che parla direttamente agli interessi di Kabul: condanna dei raid pakistani, denuncia delle pressioni economiche sui transiti, proposta di un engagement “pragmatico e basato su incentivi” con il governo talebano. In altre parole: niente lezioni sui diritti, ma una disponibilità a trattare da attore a attore.

Che ruolo hanno Russia e Cina?

In questo quadro, Russia e Cina sono i veri garanti esterni del nuovo equilibrio intorno all’Afghanistan. Mosca è stata la prima a rompere il tabù, riconoscendo formalmente il governo talebano e accettandone l’ambasciatore: un gesto politico che vale molto più di tanti comunicati. Gli obiettivi russi sono triplici: evitare che l’Afghanistan si trasformi in una piattaforma per ISKP e altre sigle jihadiste capaci di proiettare violenza verso la Russia e l’Asia Centrale; riaffermare il proprio ruolo di “stabilizzatore” nello spazio ex sovietico dopo il ritiro NATO; aprire canali di scambio, energia e accesso alle risorse minerarie afgane, in un’ottica di lungo termine.

La Cina, dal canto suo, ha scelto una continuità prudente ma molto concreta: ambasciata sempre aperta, accreditamento dell’ambasciatore talebano a Pechino, visite di alto livello, inclusa quella del ministro degli Esteri cinese a Kabul. Pechino punta a blindare i propri corridoi strategici – in particolare la Belt and Road e il CPEC – estendendoli all’Afghanistan per trasformarlo in un nodo di transito sino–centrico, riducendo al minimo il fattore di rischio. Al tempo stesso, esige garanzie dure contro ETIM e gruppi uiguri, temendo che l’Afghanistan torni a essere un retrovia jihadista anti–cinese. L’accesso alle risorse minerarie e a progetti infrastrutturali è un obiettivo reale, ma da perseguire – nella logica cinese – senza impantanarsi in costose missioni militari o in avventure di nation building.

Russia e Cina convergono quindi su tre linee: limitare l’instabilità e le infiltrazioni jihadiste, ridurre gli spazi di influenza occidentale e, in misura diversa, contenere anche il protagonismo indiano; evitare un’escalation incontrollata tra Pakistan e talebani che metterebbe a rischio investimenti, corridoi e la sicurezza dei loro partner in Asia Centrale.

Rischio che scoppi una vera e propria guerra?

Resta la domanda cruciale: c’è il rischio che lo scontro degeneri in una vera e propria guerra? Dipende da cosa intendiamo per guerra. Quella a bassa intensità è già in corso: raid aerei e colpi d’artiglieria pakistani in territorio afghano, attacchi del TTP e di altri gruppi armati dal lato afgano verso il Pakistan, scontri di frontiera e chiusure intermittenti dei valichi. Questo livello di conflitto “caldo ma gestito” è ormai la normalità lungo il confine.

Una guerra apertamente dichiarata è meno probabile, ma non impossibile. Il Pakistan resta militarmente superiore, con capacità convenzionali e arsenale nucleare, ma vive una crisi economica e politica profonda che limita drasticamente la possibilità di sostenere una campagna prolungata in Afghanistan senza pagare un prezzo interno altissimo. I talebani, dal canto loro, non hanno alcun interesse a una guerra totale: perderebbero infrastrutture, consenso e, soprattutto, la possibilità di capitalizzare il riconoscimento russo, l’apertura cinese e il canale indiano. Attori come Cina, Russia, Iran e Qatar lavorano – ciascuno per i propri calcoli – a contenere l’escalation, anche tramite l’idea di integrare l’Afghanistan nell’estensione del CPEC e in altri corridoi regionali. Il risultato è un quadro in cui il rischio maggiore è la cronicizzazione di un conflitto a bassa intensità, fatto di raid, attentati e guerre per procura; il rischio di una guerra convenzionale dichiarata resta più basso, ma potrebbe impennarsi in caso di attentato spettacolare in Pakistan attribuito direttamente a Kabul o di bombardamento su larga scala con centinaia di vittime in Afghanistan.

Chi avrà la meglio e chi rischia di più?

Chi ha più da guadagnare – e chi rischia di più – in questo gioco? Non c’è un vero vincitore possibile. Il Pakistan, sulla carta, può infliggere danni enormi: superiorità convenzionale, capacità missilistiche, arma nucleare. Ma è anche l’anello più fragile: un conflitto aperto contro un vicino ostile e imprevedibile, mentre il Paese è economicamente in ginocchio e politicamente polarizzato, rischia di minare la legittimità dell’establishment militare e aprire fronti interni difficilmente gestibili.

I talebani, d’altra parte, dispongono della profondità territoriale, della mobilità insurrezionale e del vantaggio di combattere “in casa”. Possono usare il TTP e reti jihadiste come leva contro Islamabad, ma ogni passo in quella direzione li allontana da India, Russia e Cina sul dossier terrorismo. Il loro rischio maggiore è strategico: bruciare i ponti con il Pakistan senza riuscire a soddisfare le aspettative di sicurezza dei nuovi partner significherebbe ritrovarsi isolati, poveri, e con un Paese sempre più vicino alla definizione di “buco nero” regionale. Nel breve periodo il soggetto più esposto è il Pakistan; nel medio periodo, la sopravvivenza del regime talebano dipende dalla capacità di non trasformare l’Afghanistan in un problema ingestibile per tutti i vicini.

Che impatto nella regione?

L’impatto sulla regione è già visibile. La “questione afghana” torna a essere una vera arena di competizione regionale: India, Pakistan, Iran, Russia, Cina, i Paesi del Golfo e quelli dell’Asia Centrale cercano, ciascuno con strumenti diversi – aiuti, riconoscimento, corridoi energetici, progetti infrastrutturali – di legare a sé Kabul e di condizionare le scelte talebane. Se il rapporto Kabul–Islamabad resta conflittuale, aumentano di peso le alternative: l’asse con l’Iran (porto di Chabahar e corridoi verso l’Asia Centrale), i progetti sino–russi, eventuali iniziative indiane pensate per bypassare il territorio pakistano.

Un Afghanistan progressivamente integrato nel dispositivo di sicurezza russo–cinese può ridurre alcuni rischi immediati (in primis ISKP e traffici incontrollati), ma al prezzo di aumentare la dipendenza dei Paesi centroasiatici dall’asse Mosca–Pechino. In controluce, si profila una normalizzazione “non occidentale” dei talebani: se India, Russia e Cina consolidano i rapporti con Kabul senza reali miglioramenti sul piano dei diritti umani, si consolida il messaggio che stabilità, corridoi e risorse pesano più di inclusività, diritti delle donne e libertà civili.

Che interesse per l’Occidente?

Per l’Occidente, la posta in gioco è tutt’altro che marginale. La priorità immediata resta il contro–terrorismo: impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per minacce dirette verso Europa e Nord America. Su questo terreno, esiste una convergenza di interessi oggettiva con India, Russia e Cina nel contenere jihadismo transnazionale; si potrebbero aprire spazi di cooperazione tecnica (intelligence, controllo delle frontiere, scambio di informazioni), anche in assenza di un riconoscimento politico del regime talebano.

La stabilità del Pakistan, Stato nucleare in crisi strutturale, è un altro punto critico: ogni dinamica che indebolisca ulteriormente Islamabad, tra nuova ondata terroristica, crisi economica aggravata e tensione militare con Kabul, è un problema diretto per Stati Uniti ed Europa, non soltanto per l’India.

C’è poi il livello strategico più ampio: lasciare la partita afghana interamente nelle mani di India, Russia e Cina significa rinunciare a qualsiasi leva su un nodo che collega Medio Oriente, Asia Centrale e Indo–Pacifico. Per l’Unione Europea, in particolare, l’Afghanistan pesa in termini di migrazioni, narcotraffico, sicurezza energetica e rapporti con l’Iran e lo spazio centroasiatico. Infine, si apre il solito dilemma tra valori e realpolitik: più gli attori regionali normalizzano i rapporti con i talebani, più USA e UE saranno costretti a scegliere se mantenere una linea di isolamento fondata sui diritti – soprattutto quelli delle donne – oppure accettare forme di engagement limitato per non essere espulsi dal tavolo. In mezzo, c’è un Afghanistan che prova a sopravvivere, oscillando tra vecchi sponsor e nuovi partner, e un Pakistan che rischia di pagare il prezzo più alto di un equilibrio che, oggi, è tutt’altro che stabile.


𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨? 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?

di Claudio Bertolotti.

Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.

Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.

Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.

Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.

Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.

A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.

In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.