R24_UCRAINA, AFGHANISTAN

Ucraina, Afghanistan: facciamo il punto – RADIO 24

L’analisi del Direttore Claudio Bertolotti a Radio 24 – Nessun luogo è Lontano, ospite di Giampaolo Musumeci (puntata del 7 settembre 2022)

Ieri l’Aiea ha pubblicato il rapporto sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Dal documento si evince che nonostante i diversi danni alla struttura, i livelli di radiazione nella zona sono “rimasti normali”. Ciononostante l’agenzia è “gravemente preoccupata per la situazione”. Ne abbiamo parlato con Marco Sumini, professore di Fisica dei reattori nucleari all’Università di Bologna.

A poco più di un anno dalla presa del potere da parte dei talebani, torniamo a Kabul con voci esclusive per raccontare ancora un paese che sembra essere nuovamente dimenticato dalla maggior parte dei media e dell’opinione pubblica. Il racconto con Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight, e con le voci raccolte da Morteza Pajhwok, giornalista a Kabul.


Ascolta il Commento di C. Bertolotti a Radio 24 – Nessun luogo è lontano (dal minuto 25)
Possibile intesa sul Nucleare con cappello ONU come accordo sul grano? Di necessità virtù? E forse prodromo a un ulteriore tassello di pace? Cioè singoli dossier molto verticali sui quali si trova accordo (grano, nucleare, ecc) e che magari sommati alla lunga portano verso la pace

Ecco, questo è certamente un fatto di importanza rilevante. Il Segretario generale dell’Onu António Guterres, di fatto ha ribadito in forma edulcorata e accettabile per i russi, quanto già aveva auspicato all’inizio di agosto, e lo ha fatto definendo una precisa priorità, ossia che: “Le forze russe e ucraine debbano impegnarsi a non intraprendere alcuna operazione militare verso o dal sito della centrale. Come secondo passo, dovrebbe essere garantito un accordo su un perimetro smilitarizzato“. Il fatto interessante è che come nel primo passo auspicato non sia fatto esplicito riferimento all’abbandono dell’area da parte delle forze russe che, sì, non potrebbero usare l’area per intraprendere attività offensive ma potrebbero collocarvi, o mantenervi, all’interno assetti importanti per le attività di comando, controllo e comunicazione. Il che sarebbe un grande vantaggio per la Russia, non per l’Ucraina, ma che tranquillizzerebbe le opinioni pubbliche occidentali e dunque le cancellerie europee. E forse sarebbe l’unica opzione accettabile dalla Russia che in questo momento continua a mantenere, come ha fatto per tutta la guerra, il vantaggio tattico pur a fronte di grandi perdite, umane e materiali. Può essere un tassello verso un possibile negoziato, a piccolissimi passi.

Un suo personale bilancio su questo primo anno di governo talebano in Afghanistan

A un anno dalla presa del potere da parte dei talebani, l’Afghanistan è un paese fallito, in preda a una crisi alimentare ed agricola senza precedenti e con un governo incapace di rispondere alle più elementari necessità del suo popolo, dalla salute alla sicurezza, e che, nonostante la crisi economica e sociale, impone un’economia di guerra e una sempre più severa restrizione dei diritti individuali, a partire dalle donnesempre più a margine della vita sociale. Però va detto che l’Afghanistan è oggi un paese sostanzialmente più sicuro di quanto non lo fosse un anno fa. Una sicurezza che si traduce in numeri di vittime civili e militari che si sono ridotti a una minima frazione di quelli registrati durante la guerra dei vent’anni. Ma non per questo l’Afghanistan è divenuto un posto migliore in cui vivere, anzi… è divenuto un incubatore di realtà jihadiste, nuove e vecchie, che hanno la possibilità di collaborare o anche di combattersi a vicenda. Dunque parliamo di una sicurezza relativa e di breve durata. E le premesse non aprono ad alcuna prospettiva di miglioramento nel breve periodo; al contrario, aumenta la presenza, l’attivismo, la capacità organizzativa e operativa dei gruppi jihadisti che in questo paese hanno ritrovato una base sicura per colpire all’interno dei confini afghani (dove si impone la competizione tra i talebani al governo e il gruppo terrorista “Stato islamico Khorasan”), nei paesi della regione (i talebani pakistani, il movimento islamico dell’Uzbekistan, i jihadisti uiguri che guardano alla Cina come obiettivo da colpire) ma anche più lontano, in Occidente, in Africa e nel Sud-Est asiatico. Una situazione dinamica che ci consegna un paese più pericoloso e fertile per il jihadismo internazionale di quanto non lo fosse prima dell’intervento statunitense contro al-Qa’ida, responsabile degli attacchi agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001 e ospitata dai talebani afghani.

Dopo la presa del potere dei Talebani, in molti temevano una ondata di profughi afghani cercare rifugio in Europa. Così non è stato; come mai?

L’unica certezza per poter espatriare dall’Afghanistan è quella irregolare, o illegale, dal momento che i talebani hanno vietato l’espatrio se non per motivi particolari, con esclusione delle donne che non possono lasciare il paese se non accompagnate da un uomo. Una situazione in cui aumentano dunque i pericoli di un viaggio che non garantisce certezze ma che ha costi molto elevati in pochi possono permettersi. Due le rotte migratorie principali: l’Iran e il Pakistan, dove da ottobre a gennaio il numero di attraversamenti sarebbe quadruplicato rispetto ai dati dell’anno precedenti. E parliamo di cifre che si attestano a 4/5000 persone al giorno. Il fatto che non arrivino profughi afghani in Europa non significa che non ci siano afghani che vogliano raggiungerla, bensì è conseguenza della determinazione dell’Unione europea a contenere i migranti nella regione. Unione europea che lo scorso autunno ha promesso oltre 1 miliardo di dollari in aiuti umanitari per l’Afghanistan e i paesi vicini che ospitano gli afghani che sono fuggiti.

L’Afghanistan dei Talebani continua ad essere isolato dal punto di vista diplomatico; la situazione è destinata a rimanere la stessa?

L’isolamento diplomatico è solamente una questione di prospettiva. Se guardiamo con lo sguardo da occidente sì, l’Afghanistan è isolato sul piano formale, anche se su quello sostanziale non mancano gli indizi che suggeriscono un dialogo costante con gli Stati Uniti – dialogo che ha avuto un momento di tensione con l’uccisione del capo di al-Qa’ida, ayman al-Zawairi, proprio nel centro di Kabul, con questo confermando il solido legame con la frangia talebana più estremista, quella del gruppo Haqqani il cui leader è oggi il potente ministro degli interni. Ma di isolamento non possiamo proprio parlare se guardiamo da una prospettiva orientale e mediorientale. Palista, Uzbekistan, Qatar, Arabia Saudita sono paesi che hanno avviato rapporti sempre più intensi con l’Emirato talebano, in particolare in tema di scambi commerciali e supporto. Ma oltre a questi paesi di medio e piccolo peso se uniscono die pesi massimi: la Cina e la Russia. La prima interessata a tutelare i propri investimenti fatti in Afghanistan nel settore estrattivo minerario, la seconda, Mosca, che ospita i talebani a tutti gli eventi di natura commerciale che organizza. Dunque attenzione a parlare di isolamento, perché questo in realtà è sempre meno concreto ed efficace.

La guerra in Ucraina ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e delle cancellerie internazionali; l’Afghanistan è destinato a scivolare sempre più al margine dello scacchiere internazionale?

Purtroppo sì. Quella afghana è una guerra che l’Occidente guidato dagli Stati Uniti ha perso. E le sconfitte devono essere dimenticate, chiuse negli archivi della storia e lontane dall’opinione pubblica. Si guarda oltre, alle priorità immediate: ora è la guerra in Ucraina che focalizza la nostra attenzione, ma un giorno tornerà l’Afghanistan, insieme al sahel, all’Africa sub sahariana ad attirare la nostra attenzione su conflitti che sono già in corso ma che sono fuori dall’attenzione massmediatica e politica.


Attacco all’ambasciata russa di Kabul: quali le ragioni?

Il commento del Direttore Claudio Bertolotti a Radio24 – Effetto Notte, ospite di Roberta Giordano


Ascolta il commento di Claudio Bertolotti a radio 24, puntata del 5 settembre 2022 (dal minuto 48).

L’entità e la portata degli eventi che abbiamo registrato nell’ultimo anno, cioè da quando i talebani hanno provocato il collasso dello stato afghano, è marginale e rappresenta una minima parte degli attacchi che i talebani hanno storicamente condotto contro le forze afghane e quelle occidentali. Dunque lo Stato islamico Khorasan, che ha rivendicato l’attacco contro l’ambasciata russa di Kabul, ad oggi è ancora una minaccia limitata.


i terroristi di al-Qa’ida, legati indissolubilmente ai talebani

Il problema è però spostato avanti nel tempo in quanto il gruppo terrorista e gli altri gruppi regionali si stanno rafforzando sempre più: da una parte ci sono i terroristi di al-Qa’ida, legati indissolubilmente ai talebani, dall’altra parte ci sono i gruppi del jihad globalista che guardano ai talebani come dei traditori da colpire e che auspicano una guerra settaria, in primo luogo contro la minoranza hazara di confessione sciita.

Sullo specifico attacco alla sede diplomatica russa a Kabul, sono due gli aspetti che devono essere considerati per valutarne la portata e la volontà di compierlo. Il primo è dimostrare che i talebani, che da forza insurrezionale e terrorista hanno assunto il ruolo di forza di governo, sono incapaci di garantire un minimo livello di sicurezza in un paese già sostanzialmente fallito e che non è in grado di garantire nulla ai propri cittadini e, come in questo caso, non è in grado di garantire la sicurezza agli stranieri.


la volontà di colpire, simbolicamente, quella Russia che i talebani cerca di coinvolgerli sul piano politico

Dall’altro lato vi è poi la volontà di colpire, simbolicamente, quella Russia che con i talebani non solo dialoga ma coerentemente con la propria visione cerca di coinvolgerli sul piano politico, ma ancor prima economico, commerciale e di ricostruzione infrastrutturale in linea con quanto cercò di fare la stessa Unione Sovietica nel 1989 quando cercò il dialogo e la collaborazione del leader della resistenza afghana Ahmad Shah Massoud.


Afghanistan, l’esperto: “Rischio diventi trampolino jihadismo globale” (ADNKRONOS)

di Alessia Virdis, ADNKRONOS

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Bertolotti (Ispi): “Il paradosso di al-Qaeda in parte rappresentata all’interno del governo talebani. Vede i Talebani come modello di riferimento per gruppi insurrezionali, jihadisti e radicali dall’Africa subsahariana al Sudest asiatico”.

‘Ruolo chiave al-Qaeda che considera i Talebani come modello di riferimento per gruppi insurrezionali, jihadisti e radicali dall’Africa subsahariana al Sudest asiatico’

Passato un anno dal ritiro delle forze internazionali e dal ritorno al potere dei Talebani, l’Afghanistan è “di fatto una terra in cui vi è assenza di comando e controllo da parte dell’autorità centrale”, che “addirittura tollera, quando non sostiene direttamente, la presenza di gruppi jihadisti radicali che potrebbero trasformare” il Paese “in un trampolino del jihadismo globale”. Risponde così Claudio Bertolotti, ricercatore associato Ispi e direttore di Start InSight, se gli si chiede quali siano i rischi per un Paese martoriato da decenni di guerre e di nuovo in mano ai Talebani.

Con un passato di missioni in terra afghana, quando “tra il 2003 e il 2008 era a capo della sezione contro-intelligence e sicurezza della Nato”, è stato “uno dei 500 italiani che ha fatto parte dell’operazione Usa ‘Enduring Freedom'” e oggi in un’intervista all’Adnkronos sottolinea la “presenza, non solo indisturbata ma addirittura come ospite formale di Sirajuddin Haqqani, in Afghanistan di Aymar Al-Zawahiri“, il numero uno di al-Qaeda la cui uccisione a Kabul è stata annunciata nei giorni scorsi dagli Usa. Quel Sirajuddin, comandante della ‘rete Haqqani’, vicina ad al-Qaeda, figlio del defunto Jalaluddin Haqqani e da un anno ministro degli Interni del governo talebano.

Bertolotti parla del “ruolo chiave attribuito” ad al-Qaeda in questo Afghanistan, della “presenza nel Paese di un gruppo terroristico con una visione globale”, un gruppo che “nelle parole di Al-Zawahiri ha definito i Talebani come i portatori dell’interpretazione corretta della sharia, che dovrebbe essere applicata a livello globale”, quindi “indicando i Talebani come modello di riferimento per tutti quei gruppi insurrezionali, jihadisti e radicali che dall’Africa subsahariana fino al Sudest asiatico si stanno diffondendo e addirittura consolidando”.

‘minaccia crescente Stato islamico Khorasan, aumenta conflittualità all’interno della compagine talebana’

Al-Qaeda, rileva, “è il principale attore a cui si associa il suo competitor per eccellenza, lo Stato islamico Khorasan”, la “variante” nella regione dello Stato islamico, uno “Stato islamico regionale che si è consolidato territorialmente, compete con il governo talebano e si è trasformato in una minaccia concreta, crescente alla sicurezza stessa dell’Afghanistan inteso come Emirato islamico e ma anche dei suoi cittadini”. La componente sciita in particolare. Quella che, sottolinea, lo “Stato islamico Khorasan ha indicato come principale obiettivo insieme ai Talebani”, considerati dal gruppo “come apostati, corrotti, come coloro che hanno accettato un compromesso con l’Occidente”. E’ in questo ‘quadro’ che si inserisce la notizia della morte in un attacco di un attentatore suicida a Kabul, rivendicato dall’Is-K, di Rahimullah Haqqani, figura influente che sosteneva il governo talebano e si era pronunciato a favore del diritto all’istruzione delle donne.

E, prosegue, “la solidità di questo trampolino del jihad globale accresce col tempo a mano a mano che aumenta la conflittualità all’interno della stessa compagine talebana”. Perché, osserva Bertolotti, “il rischio è che le correnti all’interno del movimento talebano possano trasformare questa competizione per il potere in un confronto armato”. E all’interno di questo possibile confronto armato si inserirebbero “tre variabili”, che l’esperto indica nello Stato islamico Khorasan, nella “galassia di gruppi più o meno piccoli di jihadisti che in Afghanistan si stanno consolidando” e nella “cosiddetta resistenza afghana” – quella identificata con il Panjshir che è diventata il ‘Fronte nazionale di resistenza’ e che è guidata da Ahmad Massoud, il figlio del ‘Leone del Panjshir’ – che “si inserisce in un contesto conflittuale amplificandolo”, pur “non avendo la capacità di poter sconfiggere i Talebani”.

Quello della resistenza afghana, sottolinea Bertolotti, è un “elemento importante, non numericamente, ma da un punto vista politico” in un Afghanistan in cui i “Talebani hanno preso il potere, hanno posto un governo di fatto che però nel concreto non è in grado gestire la cosa pubblica afghana né di garantire quella minima cornice di sicurezza fisica ma anche economica di cui la popolazione ha bisogno”. A questo si aggiunge, rimarca, l’elemento di “‘esclusività” del governo talebano “in contrapposizione all’auspicata inclusività”. Di fatto, osserva, “si è assistito a una presa e consolidamento del potere da parte della forte componente della Shura di Quetta”, la storica leadership talebana “che si è di fatto trasformata in forza di governo esclusiva dell’Emirato islamico dell’Afghanistan”.

‘il paradosso di al-Qaeda in parte rappresentata all’interno del governo talebano’

Escluse dalla spartizione del potere, sottolinea, “le molteplici e variegate realtà talebane che nel corso degli anni e in particolar modo nell’ultimo periodo si sono coalizzate attorno al principale e storico nucleo talebano”. Esclusi in particolare “i Talebani del nord e dell’ovest, la componente uzbeka”. Un governo quello talebano, dice Bertolotti, che “non risponde in toto a quelle che erano le premesse dell’Accordo di Doha” del febbraio 2020 tra i Talebani e gli Usa e che “prevedeva tra i punti i principali l’esclusione dell’influenza ma anche della presenza fisica di associati ad al-Qaeda in territorio afghano”. Il raid Usa contro al-Zawahiri nel centro di Kabul.

E oggi siamo con il “paradosso” di “vedere al-Qaeda in parte rappresentata all’interno” del governo talebano e “con un ruolo di consulenza e confronto, in particolar modo con l’ala più oltranzista legata alla rete Haqqani, alla figura di Sirajuddin Haqqani”, che “si contrappone, un po’ anche in competizione interna, all’altra ala più ‘pragmatica’” quella del malawi Yaqoob – figlio del mullah Omar, il fondatore dei Talebani, e oggi ministro della Difesa dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, fresco di ‘promozione’ da mullah a malawi – e degli “associati” al mullah Baradar, vice premier del governo talebano e di fatto con un’autorità ridimensionata dopo essere stato il protagonista degli Accordi di Doha. E, conclude, “Sirajuddin e Yaqoob sono di fatto i due uomini di fiducia del malawi Haibatullah Akhundzada“, leader supremo dei Talebani.

Vai all’articolo originale di Alessia Virdis su ADNKRONOS


Ucciso Al-Zawahiri: cosa accadrà ad al-Qa’ida? Rispondono Bertolotti e Vidino (Adnkronos)

Per analisti al-Qaeda forte dopo al-Zawahiri, successore dall’Africa?

di Melissa Bertolotti, ADNKRONOS

Intervista originale pubblicata su ADNKRONOS

Per Bertolotti dell’Ispi è ”verosimile aspettarsi una reazione contro gli Usa”. Vidino vede tra i possibili successori l’egiziano Saif al-Adel o Abdal-Rahman al-Maghrebi, ma anche leader di gruppi in Africa dove il jihad si sta espandendo.

”Per al-Qaeda non cambia nulla” con l’uccisione del suo leader, l’ideologo egiziano Ayman al-Zawahiri, ”non è che la morte di un vecchio leader carismatico”. Perché ”oggi finisce la guerra al terrore, ma non finisce il terrore”, e a livello politico ”si chiude un’epoca storica, un capitolo importante già chiuso con il ritiro fallimentare dall’Afghanistan”. Ma sul terreno ”al-Qaeda è più forte che mai”, perché abbandonato ”l’idealismo e la visione globale di Osama Bin Laden” si è trasformata in ”una realtà regionale più concreta sul campo proprio grazie a Zawahiri”. Ne è convinto Claudio Bertolotti, analista dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), che con l’Adnkronos riflette invece su come l’uccisione di al-Zawhiri ”cambi le cose per Biden. Tra tre mesi ci sono le elezioni e i democratici hanno bisogno di avere un presidente che abbia ottenuto dei risultati”.

Al contrario, la morte del successore di Osama Bin Laden ”non avrà un impatto diretto sulle capacità di al-Qaeda”. Anzi, ”ogni volta che un leader del movimento jihadista viene colpito, la reazione non si fa attendere”, così come non tarda ad arrivare ”un nuovo capo che in genere cerca di imporsi con la pianificazione nuovi attentati”. E’ quindi è ”verosimile aspettarsi una reazione di al-Qaeda contro gli Stati Uniti”, afferma Bertolotti, che ricorda come al-Zawahiri considerasse ”controproducente il jihad globale e idealista voluto da Bin Laden, criticava la sua volontà di colpire il Grande Satana, gli Stati Uniti, ovunque, anche in casa sua. Perché ogni azione provoca una reazione”.

La ”rivoluzione” che al-Zawahiri attua dal 2014 porta al-Qaeda a legarsi sempre più a gruppi di opposizione armata, ricorda Bertolotti, citando gli al-Shabab in Somalia e al-Qaeda nel Maghreb islamico nel Nord Africa, la presenza della Rete nell’Africa Sub sahariana e quella nel continente indiano. ”Tutte realtà che si rafforzano e fondano le loro radici con le istanze locali”, creando ”generazioni di combattenti che daranno il via in un futuro ipotetico alla nuova al-Qaeda”, spiega.

Su chi prenderà il posto di Zawahiri alla guida di al-Qaeda, l’analista esclude che possa essere l’attuale ministro degli Interni del governo dei Talebani, Sirajuddin Haqqani, che ospitava il leader terroristico nella sua casa in centro a Kabul dove è stato ucciso. ”Troppo furbo per prendere il posto di al-Zawahiri – spiega Bertolotti – Resterà leader dell’Haqqani network, organizzazione interna ai Talebani, ma autonoma. Non ha alcun interesse a diventare il nuovo capo al-Qaeda”.

Piuttosto, a succedere ad al-Zawahiri potrebbe essere un ”suo amico fraterno, l’ex colonnello egiziano Saif al-Adel”. Oppure Abdal-Rahman ”al-Maghrebi, capo della comunicazione mediatica di al-Qaeda” e genero di al-Zawahiri. In ogni caso si parla di ”un nuovo ideologo, di qualcuno che tenga viva l’al-Qaeda idealista e che non si occupi di far operare le truppe sul territorio”.

”Il futuro di al-Qaeda potrebbe essere in Africa”. E’ lì che si sta rafforzando ed è da lì, probabilmente, che arriverà il nuovo leader dopo l’uccisione di Ayman al-Zawahiri. Anche perché la rete fondata da Osama Bin Laden ”ha perso molto valore sullo scenario globale”, anche se ”ne ha guadagnato con l’ascesa dei Talebani in Afghanistan”. E ”il fatto che Zawahiri sia stato ucciso in centro a Kabul in una casa di proprietà del braccio destro del ministro degli Interni del governo dei Talebani lo dimostra, dimostra che al-Qaeda può operare liberamente nel Paese e ha un suo santuario in Afghanistan”. E’ quanto spiega all’Adnkronos Lorenzo Vidino, direttore del Program on Extremism della George Washington University. ‘

‘Il luogo dove Zawahiri è stato ucciso dimostra che sono veri i timori legati al fatto che il governo dei Talebani avrebbe fatto operare liberamente al-Qaeda”, afferma Vidino, notando ”le implicazioni di policy che questo comporta” anche per il fatto che ”i Talebani vogliamo ricevere fondi dalla comunità internazionale…”.

Insomma, è ”un deja vu, come era successo undici anni fa con Bin Laden ucciso in una villa a poche centinaia di metri da una caserma dell’esercito pachistano”. Ma è anche ”una prova schiacciante, ma non sconvolgente” della protezione che i Talebani forniscono ad al-Qaeda. E’ una ”chiara violazione degli accordi di Doha” perché la casa in cui viveva Zawahiri era di proprietà della rete Haqqani ”che fa da trait d’union tra i Talebani e al-Qaeda”. Ora ”bisognerà vedere questo cosa comporterà, anche se la situazione non cambia. A comandare sono i Talebani e se bisogna interagire con loro alla fine bisogna farlo”, al di là delle ”evidenze di supporto al terrorismo o delle violazioni dei diritti umani e delle donne”.

Sul ”toto candidati per la leadership” di al-Qaeda Vidino vede ”varie possibilità” a partire da ”un paio di candidati interni, il numero 2 Saif al Adel e il numero tre al-Maghrebi, genero di Zawahiri, entrambi pare siano in Iran”. Ma Vidino sottolinea anche che ”negli ultimi anni c’è stato un trend di crescita potenziale di alcuni affiliati, come gli al-Shabab in Somalia, e una perdita di valore di al-Qaeda globale”. Quindi ”potrebbe anche essere possibile che il nuovo leader del gruppo venga dalle affiliazioni”, considerato anche ”il riposizionamento jihadista globale sullo scenario africano”. L’analista spiega come ”il mondo jihadista e al-Qaeda stiano guadagnando terreno in Africa e meno sugli scenari classici come il Medio Oriente”. In ogni caso occorre ”in tempi rapidi trovare un successore” per dimostrare che ”il colpo inferto non sia letale” e ”lo spin che daranno è lo stesso del post morte Bin Laden, ovvero che la scomparsa di un leader non cambia nulla nell’importanza del concetto di Jihad, perché quello che conta sono gli obiettivi e non le persone”.

Comunque sia, al-Qaeda perde ”un suo personaggio importante, leader per 11 anni nonché uno dei fondatori”. Notizia accolta positivamente anche in Arabia Saudita, dove Vidino si trova. ”Nel Golfo, a livello governativo, è cambiato molto rispetto a 20 anni – spiega – Quasi tutti i Paesi del Medio Oriente e del Golfo non hanno più le ambiguità forti del passato per quanto riguarda il jihadismo. Anche se sicuramente esistono sacche di simpatia”. A fare eccezione è ”il Qatar, non a caso è un tramite con i Talebani e gli accordi sono stati firmati a a Doha”. Ma in Arabia Saudita ”la notizia della morte di Zawahiri è stata data dai telegiornali, come notizia di un giorno e nulla di eclatante”.

Vai all’intervista originale su ADNKRONOS


Guerra russo-ucraina: da Kiev al Donbas. Seconda parte: la battaglia del Donbas.

di Fabio Riggi, Analista indipendente

Key Takeaways:

  • Il doppio avvolgimento subito dalle forze ucraine;
  • Il fronte navale: l’affondamento del “Moskva” come effetto morale;
  • Mariupol: dalla resistenza a oltranza alla caduta;
  • La “presa di contatto” russa, male interpretata come disorganizzazione, è il supporto della manovra con il fuoco;
  • Donbas: progressi russi, ma lenti;
  • Nonostante i rallentamenti, i russi mantengono il vantaggio tattico e l’iniziativa;
  • Una parziale pausa operativa nel Donbas

Keywords: Himars, Kiev,Russia, Ukraine

Il doppio avvolgimento subito dalle forze ucraine e la presa di Izium

A partire dai primi giorni di aprile, i lineamenti della battaglia del Donbas hanno iniziato a prendere chiaramente forma. Sin dalle prime fasi del conflitto, su questo scacchiere la manovra offensiva a livello operativo che si è sviluppata da parte delle forze russe è stata quella di un doppio avvolgimento delle forze ucraine poste a difesa della linea di contatto, che corre lungo il margine orientale delle due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk, ed è quella scaturita dal conflitto del 2014-15. I due bracci di questa “tenaglia”, di ampio respiro, sembravano essere costituiti da quello sud-ovest, costituito dalle forze provenienti dalla Crimea e dirette sulle città di Zaporozhie e Dnipro (due fondamentali punti di attraversamento sul Dnepr) e da quello nord-est, lungo la direttrice d’attacco seguita dalle unità russe che stavano investendo Kharkiv. In questo modo, se la manovra a così largo raggio fosse riuscita, tutta l’ampia aliquota di forze dell’esercito ucraino schierate nel Donbas, tra le migliori disponibili nell’esercito di Kiev, sarebbe stata tagliata fuori dai fondamentali punti di attraversamento del Dnepr, in direzione ovest, e circondate. Tuttavia, la forte resistenza incontrata, soprattutto lungo la direttrice di Zaporozhie e, presumibilmente, la necessità di impegnare forze consistenti nel protratto assedio di Mariupol (fino a un totale stimato di 12 BTG – Batal’onnaya Takticheskaya Gruppa, Gruppi tattici a livello battaglione), ha di fatto frenato, fino ad annullarla, la “tenaglia meridionale” dell’iniziale avvolgimento. Quella settentrionale è invece rimasta attiva, seppur anch’essa molto rallentata, e in questo settore, comunque, il 1° aprile, a seguito di reiterati e violenti attacchi, le unità attaccanti riuscivano a conquistare la posizione chiave rappresentata dalla città di Izium, località ben nota già nella storia delle campagne condotte in quei luoghi durante la seconda guerra mondiale.

Il fronte navale: l’affondamento del “Moskva” come effetto morale

Intanto, sul versante navale, il 13 aprile gli ucraini infliggevano un duro colpo, soprattutto dal punto di vista morale e psicologico, agli avversari, riuscendo ad affondare, con l’utilizzo di missili antinave “Neptune” (secondo quanto comunicato da fonti ufficiali di Kiev) l’incrociatore lanciamissili Moskva, nave ammiraglia della flotta del Mar Nero. In realtà, con un conflitto che si sta svolgendo in prevalenza sui fronti terrestri – vista la scarsissima consistenza della marina ucraina, neutralizzata dagli attacchi iniziali russi entro le prime ore di ostilità – questo seppur significativo episodio non si è mostrato certo passibile di modificarne sostanzialmente l’esito. Tuttavia, la perdita di un’unità che, oltre a un potente armamento missilistico anti-nave – 12 contenitori/lanciatori per missili P-500 “Bazalt” (SS-N-12 “Sandbox” in codice NATO) – disponeva anche di un capace sistema per la difesa aerea di zona – S-300F (SA-N-6 “Grumble” in codice NATO, versione navale del noto S-300 terrestre) – ha rappresentato senz’altro per le forze navali di Mosca una perdita molto grave, anche e soprattutto in termini di copertura anti-aerea sulle acque prospicienti il teatro di operazioni. Peraltro, anche in questo caso, è facile ipotizzare il decisivo supporto, in termini di ricerca e acquisizione di un obiettivo così pagante, fornito agli ucraini da assetti della NATO e di USA e UK.

Mariupol: dalla resistenza a oltranza alla caduta

Intanto, nei primi giorni di aprile le forze terrestri di Mosca continuavano ad effettuare una serie di attacchi su piccola scala lungo la linea di contatto, molto probabilmente volti a saggiarne la consistenza delle difese – le quali, dopo essere state preparate per otto anni, sono ancora molto robuste, organizzate e articolate in profondità su tre linee successive, in alcuni tratti anche con opere permanenti in cemento – e a riconoscerne le posizioni. Intanto, tra il 16 e il 17 aprile la guarnigione assediata di Mariupol, rappresentata dal reggimento “Azov” e dalla 36a brigata di fanteria di Marina, veniva costretta a ripiegare nella grande acciaieria “Azovstal”, perdendo così il controllo del centro abitato della città. Il 18 aprile, il presidente ucraino Zelensky ha annunciato che la nuova offensiva russa nel Donbas era iniziata, indicatore che il ridispiegamento delle forze russe precedentemente impegnate nel nord-est del paese era stato completato (in particolare, diverse unità pesanti della 1a armata carri della guardia rischierate nel settore di Izium). Nel contempo, però, l’esercito ucraino iniziava proprio in quei giorni la sua prima controffensiva di un certo respiro. Ciò avveniva nel settore di Kharkiv, a sud-est della città, dove la 92 brigata meccanizzata ucraina, rivelatasi tra le più efficienti e combattive, sferrava un robusto contrattacco in direzione est, iniziando a guadagnare rapidamente terreno, e riconquistando sin dalle prime fasi l’insediamento di Chuhuiv. Entro la fine del mese di aprile, in quel quadrante diversi villaggi sono stati riconquistati e le truppe di Kiev hanno continuato a spingere le unità avversarie verso la frontiera, mentre sull’altro lato di Kharkiv, a nord della città, anche la 72a brigata meccanizzata ucraina sferrava un attacco in direzione nord e nord-est, anche in questo caso verso il confine originario con la federazione russa, riuscendo ad avanzare con una certa rapidità. L’obiettivo di questa controffensiva dell’esercito di Kiev era duplice: innanzitutto allontanare le truppe avversarie da Kharkiv, in modo tale da porla al di fuori della portata delle artiglierie, dopodiché, con l’azione della  92a brigata a sud-est, tagliare, o quantomeno minacciare, le linee di comunicazione delle forze russe impegnate nella “tenaglia” settentrionale che premeva sul Donbas, nell’area di Izium, collegamenti rappresentati dalla rotabile che, da nord a sud,  partendo da Belgorod, in territorio russo, passa per Vovchansk, Velykyi Burluk e il vitale snodo di Kupiansk.

La “presa di contatto” russa, male interpretata come disorganizzazione, è il supporto della manovra con il fuoco

Sempre nel mese di aprile, nonostante la crescente pressione della controffensiva ucraina su Kharkiv, le operazioni delle forze russe nel Donbas iniziavano ad assumere carattere di maggiore intensità e sistematicità. A partire dai giorni 20-21 aprile, oltre a una serie di attacchi a sud Izium, le unità russe e dei separatisti si impegnavano in una serie di azioni, su ampio fronte, lungo la linea di contatto tra Orikhiv, Hulyapole, Marinka e Avdiivka, con le ultime due località situate in prossimità di Donetsk. Inoltre, all’estremità orientale del fronte, nel quadrante di Izium – dove gli attaccanti avevano ora concentrato una massa di 25 BTG tra questo settore e Popasna, all’estremità meridionale del saliente venutosi a creare – altre azioni offensive su piccola scala venivano effettuate portando, tra il 19 e il 21 aprile, alla conquista di Kremmina. Tuttavia, il carattere apparentemente frammentario di questi attacchi, tutti valutati come “falliti” dalle analisi occidentali, e il fatto che fossero condotti da forze di modesta entità, hanno spinto molti commentatori ha trarre la conclusione che fossero l’indicatore, ancora una volta, di una scarsa capacità da parte della catena di comando russa di impostare operazioni offensive di ampia portata. In realtà, osservazioni più attente, e lo sviluppo successivo delle operazioni, ci indicano che molto probabilmente si trattava di azioni di “localizzazione” e “presa di contatto” delle principali posizioni difensive ucraine, al fine di poterle battere con maggiore efficacia con il fuoco di artiglieria. Questa ricostruzione, peraltro, è coerente al ben noto assioma tattico, riguardante la dottrina d’impiego delle forze terrestri russe, secondo il quale, contrariamente alla maggior parte degli eserciti che “supportano la manovra con il fuoco”, esse invece “supportano il fuoco con la manovra”. Si tratta di un gioco di parole solo apparente, che spiega bene invece la tradizionale importanza che la “scuola russa” attribuisce all’artiglieria, un elemento di carattere addirittura storico, in quanto risalente ai tempi dello Zar Pietro il Grande, personaggio che può essere ritenuto il vero padre fondatore delle moderne istituzioni militari russe.

Ed è proprio con il sistematico martellamento delle posizioni avversarie con la propria artiglieria, integrata da continue missioni di appoggio tattico ravvicinato dell’aviazione e delle unità di elicotteri da combattimento, che a partire dalla seconda metà di aprile le forze russo-separatiste hanno iniziato a esercitare una crescente pressione, inizialmente lungo tutta la linea di contatto della regione del Donbas. Nell’ultima settimana di quel mese, alcuni limitati successi nel settore di Izium, con la conquista della località di Lozove e la realizzazione di una testa di ponte oltre il fiume Krasna, a ovest di Severodonetsk, unitamente all’andamento delle restanti operazioni, facevano apparire più chiaramente il nuovo disegno di manovra degli attaccanti. L’iniziale ampia manovra di doppio avvolgimento si stava ora sviluppando in un raggio più ristretto, con la direttrice settentrionale che partiva da Izium, verso sud, e quella meridionale che invece spingeva da Donetsk, con l’obiettivo di chiudere in una sacca le forze ucraine che difendevano le aree di Sloviansk, Kramatorsk, Severodonetsk, Rubizhne, Lysychansk e Popasna, stimate, nelle varie fasi, dalle 7 alle 11 brigate, tra quelle regolari e di difesa territoriale. In particolare, proprio la “cerniera”, rappresentata dal settore Sloviansk-Kramatorsk, rappresenta a tutt’oggi un obiettivo di valore operativo che potrebbe spalancare, qualora conseguito, alle forze russo-separatiste attaccanti la strada verso la riva sinistra del Dnepr e i fondamentali punti di attraversamento di Zaporozhie e Dnipro. Nel contempo, altri attacchi lungo la porzione sud-occidentale della linea di contatto del Donbas, tra Zaporozhie e Velyka Novosilka, erano probabilmente condotti dai russi per agganciare le maggiori forze avversarie possibili, impedendogli di essere rispiegate nei settori più a est.

Donbas: progressi russi, ma lenti

Nondimeno, giunti ai primi giorni di maggio, quando l’offensiva russa nel Donbas era a due settimane dal suo inizio effettivo, è apparso chiaro che i progressi compiuti dalle unità attaccanti erano estremamente lenti. A tal proposito, diverse analisi compiute sul decorso delle operazioni hanno evidenziato due principali fattori condizionanti, o per meglio dire limitanti, dello slancio offensivo dei reparti russo-separatisti. Oltre alla consueta tenacia e abilità mostrate dagli ucraini, il primo di questi è stato, ancora una volta, quello relativo al rapporto di forze in atto. In quel momento, su tutto il teatro operativo, risultavano operanti un totale stimato di 93 BTG russo-separatisti, contro un totale stimato di 81 unità di manovra a livello battaglione ucraine (derivanti dal calcolo di 27 brigate identificate, ma probabilmente approssimate per difetto, in quanto risulterebbe che le brigate meccanizzate ucraine dovrebbero avere in organico 4-5 battaglioni di manovra). Nello scacchiere del Donbas, dopo che anche gli ucraini, dopo l’abbandono da parte russa delle regioni settentrionali, vi hanno rischierato prontamente quello che è stato stimato come un totale di 7 brigate aggiuntive (in primo luogo della difesa territoriale), la proporzione è rimasta la medesima: a fronte di 68 BTG russi-filorussi se ne contrapponevano 48 ucraini, un rapporto di forze che si aggira sul 1,5:1, e che è ben lontano da quello ritenuto sufficiente dalla dottrina tattica russa per l’esecuzione di un attacco con ragionevole probabilità di successo, la quale indica un rapporto di forze di 4:1 per questo scopo. Inoltre, un elemento aggiuntivo estremamente importante è relativo al fatto che le unità ucraine erano (e sono tutt’ora) schierate su posizioni fortemente organizzate a difesa, notevole fattore incrementale del già intrinseco vantaggio tattico di chi esegue operazioni difensive nei confronti dell’attaccante. Il secondo elemento che ha contribuito a rendere lenti e difficoltosi gli attacchi russi sul fronte del Donbas è quello da riferirsi alla natura del terreno. Come già esposto in una precedente valutazione, l’alto tasso di urbanizzazione dell’area ha consentito agli ucraini di incentrare le proprie azioni difensive su una molteplicità di centri abitati, non ultimi quelli di dimensioni non trascurabili di Severodonetsk e Lysychansk, rendendo così una regione solo apparentemente pianeggiante e “a elevato indice di scorrimento” tutt’altro che favorevole alle operazioni offensive di forze pesanti. Inoltre, ai numerosi insediamenti urbani del Donbas si aggiungono, in special modo nei settori di Izium e Severodonetsk, fitte aree boscose e una nutrita idrografia, con zone acquitrinose e corsi d’acqua anche di significativa importanza, come il fiume Siversky Donets, che ha rappresentato invariabilmente, in diverse fasi, come si vedrà, un ostacolo di notevole valore impeditivo.

Nonostante i rallentamenti, i russi mantengono il vantaggio tattico e l’iniziativa

Nonostante le summenzionate difficoltà e svantaggi di ordine tattico e ambientale, nel mese di maggio le operazioni offensive russe nel Donbas sono proseguite, mostrando la volontà, e la capacità, di mantenere un elemento che è in modo unanime riconosciuto come uno dei prìncipi cardine dell’arte militare: quello dell’iniziativa. Inizialmente, gli sforzi principali russi si sono concentrati sulla porzione nord della “tenaglia”, con reiterati tentativi di realizzare delle teste di ponte sulla riva meridionale del fiume Siversky Donets, da aggiungere a quella già realizzata a sud di Izium, dove però l’ulteriore progressione delle loro forze verso sud era stata arrestata nel corso del mese di aprile. In particolare, proprio lungo l’asse settentrionale nei primi giorni di maggio gli attacchi russi attraverso il Siversky Donets sono stati condotti più a est, nelle aree subito a ovest di Severodonetsk. Il 2 maggio un primo tentativo è stato effettuato a ovest di Rubizhne, ma è fallito a causa della pronta reazione ucraina con artiglieria e contrattacchi delle riserve tattiche nel settore. Il 4 maggio una seconda azione russa di forzamento è stata eseguita più a ovest, nei pressi di Yampil, ma anche in questo caso un contrattacco ucraino ha respinto le unità russe sulla riva opposta. Il 9 maggio, un ulteriore sforzo per passare il fiume è stato lanciato dai russi in corrispondenza di Bilohorivka, più o meno al centro del settore interessato da queste azioni, ma ancora una volta il risultato è stato un costoso insuccesso, a seguito del quale i due BTG impegnati avrebbero riportato perdite tali da risultarne quasi annientati. Tutti questi eventi hanno ben presto indicato una ulteriore modifica al “raggio” della manovra di avvolgimento perseguita dai comandi russi nel Donbas: ora questa si stava svolgendo, con una portata ancora più ridotta, ancora più ad est, per la riduzione ed eliminazione del saliente di Severodonetsk, e il controllo di quest’ultima e del poco distante insediamento di Lysychansk. Proprio in questo settore, mentre i tentativi di forzamento del Siversky Donets, sul lato nord del saliente, venivano frustrati dalle forze ucraine, il 5-6 maggio le forze russo-separatiste attaccanti ottenevano il successo che si rivelerà essere il più importante del ciclo operativo, conquistando la cittadina di Popasna (già lungamente contesa e teatro di aspri combattimenti nelle settimane precedenti) e realizzando un vero e proprio sfondamento di quel tratto di fronte, posto a sud-ovest di Severodonetsk. A partire da quel momento, la battaglia per il possesso di quest’ultima città ha iniziato a prendere una piega favorevole per gli attaccanti. Dall’8 al 24 maggio, concentrando gli sforzi nel settore di Popasna, le unità russo-separatiste, sempre appoggiate da un massiccio fuoco di artiglieria, sono riuscite a espandere il settore di sfondamento, ottenendo il risultato di minacciare – fino, nelle fasi finali dell’operazione, a tagliare del tutto – la strada T 1302 (da alcuni romanzescamente battezzata “la strada della vita”), una vitale arteria di comunicazione che correndo da Artemivsk in direzione nord-est assicurava l’alimentazione tattica e logistica delle unità ucraine poste a difesa del saliente di Severodonetsk, collegandole al resto del Donbas, e mettendo sotto pressione (soprattutto con l’artiglieria) una seconda rotabile utilizzata a questo scopo, la T0513. A tutto questo si aggiungeva, sul lato nord del saliente, con la conquista di un’altra posizione chiave, quella di Lyman, che ha avvicinato i reparti russi al lato nord-est di Sloviansk.   

A seguito della perdita di Popasna, e della penetrazione realizzata dagli avversari, che è andata a cadere sul tergo dell’organizzazione difensiva ucraina a Severodonetsk, quest’ultima ha iniziato a entrare lentamente, ma inesorabilmente, in crisi. Pur potendo contare sul vantaggio di chi difende un saliente, ossia la “manovra per linee interne”, le forze ucraine si sono ritrovate a dover impiegare consistenti rinforzi per contenere l’avanzata da Popasna, trovandosi così iper-estese e vulnerabili all’azione di quella che poi è stata una vera e propria “masse de décision”, che ha iniziato a premere direttamente su Severodonetsk. Il termine francese utilizzato è di origine napoleonica, ricordando come il grande condottiero corso aveva proprio nella “manouvre sur le derriéres” uno dei suoi più ricorrenti ed efficaci schemi di manovra, che culminavano proprio con il colpo sferrato da una forza d’attacco che colpiva l’avversario impegnato, e soprattutto “sbilanciato”, nel fronteggiare l’avvolgimento di cui era stato fatto oggetto nella prima fase dell’operazione. Pur adottando la dovuta prudenza nel tracciare un simile parallelo, questo sviluppo è proprio quello che si è visto materializzarsi poi nel mese di giugno nella battaglia di Severodonetsk. Sempre più pressate dalle “ganasce” degli attaccanti, rappresentate dalle direttrici d’attacco da nord, da sud, e poi direttamente anche sull’abitato di Severodonetsk, e sempre più a rischio di rimanere tagliate fuori definitivamente dal resto delle forze amiche, alla fine, dopo una strenua difesa, le unità ucraine sono state costrette a ritirarsi, e il 24 giugno i russo-separatisti hanno completato la conquista della città, seguita, solo pochi giorni dopo, il 3 luglio, da quella di Lysychansk. Attualmente non è chiaro in che circostanze sia avvenuto il ripiegamento dei reparti di Kiev dal “calderone” di Severodonetsk, ma alcuni rapporti indicano che le perdite sarebbero risultate elevate, con alcune unità – tra le quali la 24a brigata meccanizzata, la quale operava a difesa di Popasna e che ha rischiato di essere completamente circondata – che ne sarebbero uscite gravemente logorate, e in alcuni casi non più in grado di combattere.

La controffensiva ucraina a Kharkiv ha continuato a guadagnare terreno

Mentre tutto ciò accadeva nel Donbas e nella battaglia di Severodonetsk, la controffensiva ucraina a Kharkiv – condotta a sud e sud-est della città in primo luogo dalla ormai famosa 92a brigata meccanizzata, e a nord dalla 72a brigata meccanizzata (seppur entrambe coadiuvate da numerosi battaglioni della difesa territoriale e reparti di volontari mobilitati) – tra la fine di aprile e la prima metà di maggio ha continuato a guadagnare terreno, riconquistando diversi insediamenti, e, soprattutto a nord, avvicinandosi alla frontiera con la Federazione Russa. Tuttavia, con il passare dei giorni, la resistenza delle forze russe nel settore, stimate in circa 7 BTG, ha iniziato a irrigidirsi, e soprattutto ha potuto contare sul consueto massiccio supporto del fuoco di artiglieria. Ciò ha portato al progressivo rallentamento e allo smorzarsi dello slancio delle forze ucraine, le quali alla fine, nel quadrante sud-est sono rimaste lontane dall’obiettivo di interdire, o quantomeno minacciare, le linee di comunicazione russe da Belgorod a Kupiansk fino a Izium e nel resto del Donbas. Inoltre, anche l’altro obiettivo tattico dell’operazione, quello di costringere i russi a distogliere forze dalle operazioni nel Donbas, non è stato evidentemente conseguito, e anche il terzo, quello minimo di allontanare gli schieramenti di artiglieria russi da Kharkiv, al fine di porre la città fuori dalla loro portata, pare lungi dall’essere raggiunto, nel momento in cui questa risulta ancora a tutt’oggi sottoposta alla loro azione, seppur con le sorgenti di fuoco a più lunga gittata.

Intanto, il 20 maggio, cessava ogni ulteriore resistenza ucraina nell’assediata Mariupol, la cui definitiva caduta ha sancito il raggiungimento di uno degli obiettivi fissati dai vertici del Cremlino per l’“operazione militare speciale”, ossia il collegamento terrestre tra le aree occupate del Donbas e la Crimea, l’acquisizione di un importante porto, e con esso il controllo di tutta la sponda meridionale del Mar d’Azov. Sempre sul fronte sud, oltre alla controffensiva su Kharkiv, lo stato maggiore ucraino ha cercato di strappare l’iniziativa all’avversario anche con un’operazione analoga sulla testa di ponte di Kherson. Questa, iniziata il 23 maggio, ha avuto un avvio promettente, con le unità di Kiev che sono riuscite a stabilire una testa di ponte sulla riva sud del fiume Inhulets, nell’area di Davydiv Brid, e ha visto impegnate da parte ucraina forze considerevoli, rappresentate dalla 14a, 60a, e 63a brigata meccanizzata, dalla 80a brigata d’assalto aereo, e dalla 108a brigata di difesa territoriale. Tuttavia, anche in questo caso, dovendosi confrontare con forze russe che da tempo si erano attestate a difesa con un dispositivo articolato in profondità organizzato su più linee difensive, e sottoposte alle onnipresenti azioni di fuoco di sbarramento e repressione dell’artiglieria russa, nel corso del mese di giugno le unità ucraine impegnate in questa controffensiva sono state arrestate a diversi chilometri dall’area di Kherson, giungendo alla fine a una situazione di sostanziale stallo. Inoltre, al momento, oltre al cruciale obiettivo rappresentato da Kherson e dalla relativa testa di ponte russa sulla riva destra del Dnepr, anche questa controffensiva ucraina nel settore più meridionale del fronte non è riuscita nell’intento di attrarre forze russe importanti dall’area del Donbas, non riuscendo così a rovesciare il bilancio dell’iniziativa a proprio favore.

Una parziale pausa operativa nel Donbas

In questo momento, a seguito dell’esito favorevole della battaglia di Severodonetsk – e nonostante quelli che sono stati riportati come duri colpi subiti per opera delle azioni di fuoco di interdizione in profondità dell’artiglieria ucraina, che ha celermente impiegato i lanciarazzi multipli M-142 HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System) appena ricevuti dagli Stati Uniti – le forze russe nel Donbas risultano impegnate in una parziale pausa operativa e di riorganizzazione, ma nello stesso tempo un’aliquota di esse è impiegata nella prosecuzione dello sforzo offensivo verso ovest, e starebbe già operando nei confronti della nuova linea difensiva ucraina tra Siversk e Bakhmut. Qualora fossero in grado di superarla, potrebbero giungere agli approcci occidentali della “cerniera” del Donbas, rappresentata dall’area Sloviansk-Kramatorsk, e ipotecare così la possibilità di proseguire verso il conseguimento di obiettivi di livello operativo, sempre rappresentati dalla sponda orientale del basso Dnepr e dei suoi fondamentali punti di attraversamento di Zaporozhie e Dnipro. Infine, sempre riguardo al fondamentale aspetto dei rapporti di forza, tra la fine di giungo e i primi giorni di luglio questi sarebbero cambiati, indicando un marcato logoramento delle forze ucraine, che sarebbero scese a un totale di 60 battaglioni di manovra, di fronte a un totale di BTG dei russo-separatisti che invece avrebbero incrementato il totale fino a 108 unità.

Da ultimo, sul versante delle operazioni nello scacchiere marittimo del Mar Nero, c’è da registrare l’evacuazione, eseguita il 30 giugno da parte dei russi dell’isola dei serpenti, precedentemente occupata nelle prime fasi dell’invasione. Nonostante i notevoli sforzi per rinforzare questa posizione, posta nel Mar Nero nord-occidentale, a circa 18 miglia nautiche dalla costa ucraina, e non lontano da quella della Romania (si trova anche a meno di 100 miglia nautiche dal porto di Costanza), i continui attacchi condotti dagli ucraini con UAS (droni) e aerei, e parrebbe anche artiglieria a lunga gittata, su questo isolotto dalle ridottissime dimensioni (è caratterizzato da una larghezza massima di meno di 700 metri) ha reso impossibile per le forze di Mosca continuare a mantenervi una guarnigione. In effetti, nelle settimane precedenti la pressione sull’isola aveva assunto i caratteri di un vero e proprio martellamento, e l’afflusso di forze e assetti (in primo luogo sistemi controaerei) su di essa era diventata proibitiva, anche e soprattutto per la minaccia rappresentata dai sistemi missilistici antinave ucraini in installazione costiera (sembrerebbe anche di tipo RGM-84 Harpoon di fornitura occidentale) che hanno agito con una significativa funzione che la moderna terminologia militare definisce, nell’ambito delle operazioni navali, di “Sea Denial”. A tutti gli effetti, e seppure nel contesto di una netta superiorità delle forze navali russe nel teatro marittimo del conflitto, la perdita dell’Isola dei Serpenti rappresenta di certo un nuovo scacco, che fa il paio con la perdita dell’incrociatore Moskva, e che ne limita in modo marcato le capacità di controllo delle aree costiere, in particolar modo nel Mar Nero nord-occidentale e nella regione di Odessa.

(Segue da: “Guerra russo-ucraina: da Kiev al Donbas. Prima parte: la battaglia di Kiev”)


Guerra russo-ucraina: da Kiev al Donbas. Parte prima: la battaglia di Kiev e le ragioni del suo fallimento

di Fabio Riggi

La battaglia del Donbas ha raggiunto il suo apice

A quasi quattro mesi dall’inizio del conflitto, con gli sviluppi delle operazioni per il controllo delle località di Severodonetsk e Lysychansk la battaglia del Donbas, che si è confermata la regione dove si concentrano gli sforzi principali di entrambi i contendenti, ha raggiunto il suo apice. Quest’ultimo ciclo operativo si è concluso, alla fine, nella giornata del 24 giugno con l’annuncio delle autorità ucraine del definitivo ritiro delle proprie forze dal pericolo saliente che si era venuto a creare, e che vedeva alla sua estremità orientale proprio la città industriale di Severodonetsk, uno dei maggiori centri urbani della regione. Nei giorni successivi, mantenendo il loro “momentum” offensivo, le forze russe hanno continuato i loro attacchi in direzione ovest, riuscendo il 3 luglio a conquistare anche la cittadina di Lysychansk, completando così di fatto l’occupazione del territorio della repubblica separatista di Lugansk. In questo momento, le forze russe attaccanti nel Donbas sembrano aver intrapreso una pausa operativa, in previsione di ulteriori operazioni volte all’acquisizione della parte restante della repubblica separatista di Donetsk, e in particolare a superare l’allineamento Sloviansk-Kramatorsk-Toretsk, a ovest del quale il terreno potrebbe risultare maggiormente favorevole per una prosecuzione dell’offensiva in direzione del Dnepr.

Le quattro fasi della guerra

Oggi, al punto in cui è giunta la guerra, è possibile ripartirne il corso seguito finora in quattro fasi principali. La prima è stata caratterizzata dalle iniziali operazioni offensive russe, altamente dinamiche, con profonde avanzate nelle regioni nord-orientali e meridionali del paese, e ha interessato il periodo compreso tra il 24 febbraio e la prima decade del mese di marzo. La seconda, a partire dalla seconda decade di marzo e fino alla fine dello stesso mese, ha visto il raggiungimento del cosiddetto “punto culmine” (parametro concettuale che definisce il momento nel quale, specie in attacco, uno dei due contendenti non dispone più del potenziale necessario per il conseguimento dei suoi obiettivi, a causa del tendere di quest’ultimo a equivalersi con quello dell’avversario) degli sforzi offensivi delle forze di Mosca, a fronte di un’efficace e abile difesa delle unità ucraine, specie nei settori nord-orientali, e si è conclusa con l’ordinato ripiegamento di tutte le Grandi Unità russe impiegate negli attacchi alle regioni settentrionali di Kiev, Chernihiv e Sumy. La terza, iniziata i primi giorni di aprile, e protrattasi per tutto quello stesso mese, ha visto il complesso e articolato rischieramento di buona parte delle forze russe utilizzate nelle operazioni nell’Ucraina nord-orientale nei settori a est e sud-est, gravitando definitivamente, con il rinforzo di queste, per iniziare un nuovo ciclo operativo volto al completamento dell’occupazione dell’intera regione del Donbas. Contestualmente, nel quadrante orientale di Kharkiv, e in quello meridionale di Kherson, le forze russe hanno assunto una postura difensiva, configurando conseguentemente il proprio dispositivo, e fronteggiando, nel contempo, contrattacchi ucraini di una certa importanza e consistenza. La quarta fase, iniziata tra la seconda metà di aprile e i primi giorni di maggio, e che si può considerare tutt’ora in corso, ha visto l’inizio dell’offensiva russa nel Donbas, il termine dell’assedio di Mariupol con la definitiva conquista di questa città da parte dei russi, e ha poi avuto il suo apice con la caduta di Severodonetsk e Lysychansk, e parrebbe ora volgere al termine con l’inizio di una pausa operativa del grosso delle forze russe attaccanti che vi hanno partecipato.

La battaglia di Kiev: le forze russe non erano sufficienti per realizzare un’offensiva

Il ripiegamento russo dalle aree nord-orientali ucraine attaccate inizialmente – e in particolare da quella di Kiev, dove l’ampia manovra di accerchiamento tentata sin dalle prime ore del conflitto non è mai giunta al suo effettivo compimento – è iniziato tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, e ha rappresentato un vero spartiacque nello sviluppo del conflitto. Sulle reali motivazioni di quello che appare innegabilmente come un insuccesso delle operazioni russe nell’Ucraina nord-orientale, è ora possibile iniziare a formulare delle prime valutazioni, per quanto ancora parziali a causa della perdurante mancanza di informazioni e di dati consolidati e verificati. Innanzitutto, da un punto di vista generale, alcune fonti accreditate stanno iniziando a riportare notizie, corredate da alcuni dettagli, su quella che è riconosciuta in modo unanime come “l’assumption” posta alla base della decisione da parte di Mosca di procedere con una serie di offensive anche nei quadranti settentrionali e della regione di Kiev, a fronte di obiettivi politico-strategici chiari e dichiarati posti in realtà nelle aree meridionali, corrispondenti alle regioni della Crimea e del Donbas, e soprattutto nonostante un rapporto di forze del tutto sfavorevole per una campagna offensiva di questa portata. Secondo questa ipotesi, la Russia avrebbe agito con queste modalità in virtù di informazioni e attività riguardanti una presunta “quinta colonna” presente in seno alle forze armate ucraine, con un certo numero di elementi che sarebbero stati pronti a passare dalla parte di quelle di Mosca, o quantomeno a non opporre resistenza all’invasione. In questo quadro potrebbe inserirsi anche l’invito rivolto espressamente ai militari ucraini, a poche ore dall’inizio delle ostilità, dallo stesso presidente Putin, affinché deponessero le armi o contribuissero addirittura a rovesciare il governo del primo ministro Zelensky.  Come noto ciò non è avvenuto, e anzi le truppe russe hanno da subito incontrato una forte resistenza, complice, sempre secondo la citata ricostruzione, una rapidissima epurazione degli elementi sospettati di collusione con il Cremlino, eseguita anche grazie al supporto dei servizi di Intelligence occidentali.

In ogni caso, dal punto di vista squisitamente militare, è ancora il caso di sottolineare come dal punto di vista quantitativo le forze schierate dalla federazione russa non erano sufficienti per realizzare un rapporto di forze favorevole per un’offensiva di queste proporzioni. È ormai chiaro a tutti che, già da 24 febbraio, l’Ucraina era lungi dall’essere quella nazione inerme e pronta a soccombere descritta da alcuni media generalisti. Nonostante ciò, nella prima settimana di operazioni le forze russe sono riuscite a realizzare rapide e profonde avanzate su diverse delle loro molteplici direttrici d’attacco. Subito dopo però, l’insufficienza delle forze impiegate, in primo luogo, e altri fattori quali l’efficace difesa opposta dagli ucraini e l’arrivo del disgelo primaverile, con la conseguente presenza del fango che rendeva difficoltosa, se non proibitiva, la manovra di grandi formazioni pesanti in campo aperto, ha condotto l’offensiva russa al raggiungimento del summenzionato punto culmine. In quei giorni, probabilmente condizionati dalla forte emotività scaturita dalla drammaticità degli eventi in corso, la maggior parte degli analisti occidentali si sono soffermati nel sottolineare la presunta incompetenza di quadri e truppe delle forze armate di Mosca, tralasciando così di valutare compiutamente elementi quali il contesto ambientale e operativo, e soprattutto le azioni e i risultati ottenuti da quelle ucraine, che solo ora vengono descritti con la dovuta attenzione.

La riorganizzazione della difesa ucraina: ristrutturazione, ammodernamento, nuove dottrina e procedure tecnico-tattiche

Secondo gli osservatori più attenti, i comandi di Kiev, all’indomani dell’amara esperienza del conflitto del 2014-15, oltre ad aver avviato un programma di ristrutturazione e ammodernamento dello strumento militare, ne hanno anche in parte modificato la dottrina e le procedure tecnico-tattiche. Facendo tesoro di quei costosi insegnamenti (scaturiti dalle dolorose sconfitte subite per opera delle stesse forze russe, soprattutto quando queste ultime entrarono direttamente in azione a partire dal settembre 2014), a partire dai primi giorni di marzo le forze ucraine si sarebbero concentrate particolarmente in una serie di attacchi alle iper-estese linee di comunicazione logistiche delle unità russe, irrigidendo la propria resistenza in corrispondenza dei principali centri urbani, realizzando così delle “istrici” difensive che reiteravano la difesa anche dopo essere state isolate dalle unità avanzanti. Questo è ciò che è accaduto in primo luogo nei settori dell’Ucraina nord-orientale, dove risulterebbe che per l’attacco ai convogli di rifornimenti avversari gli ucraini abbiano impiegato in ruolo tattico anche elementi delle proprie preparate e capaci forze speciali (che sono state lungamente addestrate secondo gli standard e con il pieno supporto occidentale) coadiuvate da numerosi distaccamenti dei reparti della difesa territoriale, conoscitori del terreno e dei luoghi in cui agivano. Operando disperse, queste unità sono riuscite ad annullare virtualmente la minaccia della potente artiglieria russa, che peraltro nel dinamico contesto di profonde operazioni offensive non era nella condizione migliore per poter ammassarsi e ottenere così la massima efficacia. Con il passare delle settimane di marzo, a nord, la protratta resistenza delle “istrici” di Chernihiv, Sumy, Konotop, e soprattutto della grande piazza di Kiev, dove l’accerchiamento della città non si completerà mai, ha trascinato le operazioni delle unità russe a un sanguinoso stallo.

Le cinque ragioni del fallimento nella battaglia per Kiev

In sintesi, il fallimento delle offensive delle forze di Mosca in Ucraina nord-orientale, e lo speculare successo di quelle ucraine, in modo particolare nella battaglia di Kiev, può essere attribuito essenzialmente a cinque fattori:

  • In primo luogo, il mancato verificarsi dell’ipotesi operativa di base iniziale (“assumption”) sulla base della quale gli attaccanti avevano basato la loro pianificazione, andando ad agire in presenza di un rapporto di forze non favorevole per un’offensiva da condurre contro un avversario ben organizzato, equipaggiato, addestrato e determinato a resistere, come hanno dimostrato di essere le forze armate ucraine;
  • Le condizioni ambientali e di terreno hanno visto l’avvio (deciso presumibilmente in quella data dall’imprescindibile volontà del livello politico-strategico) della campagna russa all’approssimarsi della stagione del disgelo (la celebre “rasputitsa”), elemento che ha creato tutta una serie di problemi alla manovra in campo aperto delle grandi unità pesanti (meccanizzate/”motorizzate” e corazzate). E quest’ultimo fattore, anche tenendo conto del fatto che il movimento su strada è ancora espressamente previsto dalla dottrina tattica russa per le operazioni offensive, ha molto probabilmente giocato un suo ruolo nello smorzare l’impeto e il ritmo delle forze di Mosca. Inoltre, il terreno lungo l’asse a occidente di Kiev, sulla sponda destra del Dnepr, su una delle due direttrici seguite per ottenere l’accerchiamento della capitale ucraina, è punteggiato da fitte aree boscose e acquitrinose, corsi d’acqua (si tratta in buona sostanza della propaggine meridionale della vasta regione delle paludi del Prjpiat, che si estende verso nord in territorio bielorusso) e vede la presenza di importanti centri abitati, tutti elementi che hanno ostacolato le azioni delle unità attaccanti e favorito quelle dei difensori; questi ultimi, alla fine, sono riusciti a irrigidire la propria difesa lungo il fiume Irpin, un affluente del Dnepr che scorre lungo una diagonale a sud-ovest di Kiev, e appoggiandosi su questo ostacolo hanno inflitto una battuta d’arresto definitiva al braccio occidentale della “tenaglia” che minacciava di chiudersi sulla capitale ucraina;
  • Il sapiente utilizzo da parte ucraina di efficaci tattiche per l’attacco alle linee di comunicazione dell’avversario, che ne hanno resa difficoltosa, se non proibitiva, l’alimentazione tattica e logistica delle forze, unitamente all’elevato spirito combattivo e all’eccellente addestramento di buona parte delle proprie truppe;
  • Il significativo contributo apportato al potenziale di combattimento delle unità ucraine dalle forniture di armi occidentali, in modo particolare per ciò che riguarda i moderni sistemi controcarro, con le quali hanno avuto modo di imporre un non trascurabile tasso di attrito ai veicoli da combattimento russi;
  • Da ultimo, ma non certo per ordine di importanza, il sostanziale “dominio informativo” appannaggio degli ucraini, conseguito grazie al fondamentale supporto in termini di assetti ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) e di Target Acquisition (TA) messi a disposizione dalla NATO (e in primis da Stati Uniti e Regno Unito). 

Ripiegamento da Kiev e rischieramento sul fronte meridionale

Nelle prime settimane di guerra, mentre gli attacchi delle forze russe giungevano a un irreparabile situazione di stallo nei quadranti settentrionali e a Kiev, nelle regioni del sud, le offensive russe erano condotte dalle unità del distretto militare meridionale (in primo luogo appartenenti alla 58a e 49a armata combinata e del comando delle forze aviotrasportate), descritte da più fonti come le più pronte e addestrate, e avevano conseguito i maggiori successi, in particolare la conquista dell’importantissima città di Kherson e, in corrispondenza di questa, la realizzazione di una testa di ponte oltre il Dnepr, unitamente all’accerchiamento della città costiera e industriale di Mariupol. Tuttavia, anche in questi settori meridionali, nel corso del mese di marzo il tentativo successivo di puntare su Odessa, tentato dalle forze che avevano realizzato la testa di ponte di Kherson, dovette arrestarsi di fronte alle munite difese di Mykolaiv, anche in questo caso soprattutto grazie alla tenacia dimostrata dai difensori e alla scarsità delle forze attaccanti.

Completato in relativamente poco tempo il ripiegamento delle forze impegnate nei settori nord-orientali – e dimostrando nel far questo comunque una notevole perizia nel condurre una manovra in ritirata, da sempre la più complessa e pericolosa da eseguire tra tutte le attività tattiche – le forze russe hanno iniziato a il rischieramento di buona parte di quelle stesse unità nelle aree a sud e sud-est di Kharkiv, iniziando a  gravitare con esse in quella direzione al fine di impostare un nuovo ciclo operativo, finalizzato all’esecuzione di nuove offensive aventi lo scopo di completare la conquista delle regioni del Donbas. In tale contesto, è importante sottolineare come a un innegabile successo ottenuto dagli ucraini nello stroncare il tentativo delle forze russe nell’assumere il controllo delle province settentrionali e orientali – e anche impedendogli di completare l’isolamento di Kiev – non è corrisposto un efficace inseguimento del nemico in ritirata, perdendo così probabilmente l’occasione per infliggere perdite che avrebbero potuto essere pesantissime a un avversario che si trovava con linee di comunicazione fatalmente allungate e molto vulnerabili. Una verosimile spiegazione di ciò può essere ricercata nella mancanza da parte ucraina di forze adeguate, e di un potenziale di combattimento idoneo al raggiungimento di un risultato che avrebbe potuto essere molto probabilmente decisivo, stante anche il logoramento e le perdite subite, di certo, dalla maggior parte di quelle stesse unità che avevano condotto una difficile difesa nel corso di dure e prolungate azioni di combattimento. Sono innumerevoli gli esempi, nell’ampio panorama della storia militare, nei quali un mancato inseguimento del nemico in ritirata non ha tardato di produrre negative conseguenze sugli sviluppi successivi delle operazioni. Uno dei più celebri, riguarda ciò che accadde all’indomani della battaglia di Ligny, del 16 giugno 1815, quando la sostanziale inazione di Napoleone nello sfruttare il successo ottenuto sull’armata prussiana del maresciallo Blucher non mancò di avere un effetto quasi certamente decisivo su ciò che accadde due giorni dopo, nella famosa e fatale giornata di Waterloo. Su ciò che accadrà, invece, a seguito di questa importante fase della guerra, sarà solo il successivo andamento, dal punto di vista strategico e operativo, del conflitto a svelarlo completamente.

(Segue: “Guerra russo-ucraina: da Kiev al Donbas. Seconda parte: la battaglia del Donbas”)


La crisi Ucraina e le nuove prospettive della geospatial intelligence (Formiche)

di Piero Boccardo, DIST/Ithaca, Politecnico di Torino

Articolo originale pubblicato su Formiche n. 180, maggio 2022

Il recente e perdurante conflitto Ucraino ha mostrato in tutta la sua crudezza una serie di conseguenze su di cui è opportuno porre la massima attenzione e proporre, nel contempo, qualche spunto di riflessione. Nell’analisi preliminare e nel monitoraggio giornaliero del teatro bellico, un ruolo fondamentale viene giocato dalla cosiddetta GEOspatial INTelligence (GEOINT) intesa come la disciplina che, mediante l’utilizzo di dati georeferenziati, rappresenta, descrive e analizza fenomeni che si sviluppano in determinate aree geografiche. Nata in un contesto prettamente militare, la GEOINT nel corso degli ultimi anni, si è estremamente sviluppata anche ad altri differenti ambiti di applicazione, dall’energia ai trasporti, dall’agricoltura alle risorse minerarie.

Occorre analizzare i fenomeni complessi

Questa tecnica, caratterizzata dall’impiego massiccio di dati di osservazione della terra acquisiti da sensori posti a bordo delle più svariate piattaforme (satelliti, aerei, droni, veicoli vari), ha permesso, di fornire dati oggettivi da cui potere ricavare informazioni incontrovertibili in modo semplice ed efficace anche da soggetti senza una specifica preparazione nel campo.

Le immagini satellitari ad alta risoluzione geometrica pubblicate dalla quasi totalità dei media, hanno mostrato in un primo momento la concentrazione di mezzi e forze militari lungo le aree di confine Ucraine e poi l’invasione, la documentazione della distruzione (Fig. 1) e delle possibili prove di eccidi di massa a danno dei civili. Questa manifestazione di tipo prettamente documentaristico, in cui l’oggettività del dato (l’immagine satellitare) è facilmente comprensibile a qualsiasi fruitore del dato stesso, non comporta alcuno sforzo di analisi se non una generica localizzazione dell’acquisizione; pochi toponimi, l’indicazione di qualche strada e semplici strumenti di fotointerpretazione, si mostrano molto efficaci nel veicolare l’informazione.

Il problema però si manifesta nel momento in cui si voglia cercare di analizzare fenomeni complessi, in cui i dati necessari per una loro comprensione non siano semplici “frame” che, seppur lecitamente, documentino le atrocità di un conflitto anche per compiacere il voyeurismo del pubblico, ma fonti più complete e stabili nel tempo. In questo caso gli open data che derivano da iniziative nazionali ed internazionali possono giocare un ruolo fondamentale nella comprensione delle reali cause e possibili effetti del conflitto.

Due aspetti chiave: multispettralità e multitemporalità

Tra le diverse fonti, i dati acquisiti nell’ambito del programma europeo Copernicus, è forse la più interessante. La componente upstream, ovvero le diverse costellazioni di satelliti Sentinel che imbarcano sensori sia attivi (radar ad apertura sintetica) che passivi (scanner mutispettrali a diverse risoluzioni geometriche), garantisce l’acquisizione del dato con forti rivisitazioni temporali (da poche ore a qualche giorno); la componente downstream, ossia i servizi basati sui dati satellitari e quelli in-situ, elabora e distribuisce gratuitamente servizi relativi a sei diversi domini di applicazione: atmosfera, ambiente marino, territorio, cambiamenti climatici, emergenze e sicurezza.

Grazie quindi alle diverse tipologie di dati disponibili (sensori in grado di acquisire in tutte le condizioni atmosferiche), alla loro multispettralità (che consente di caratterizzare contenuti tematici quali vegetazione, acqua, incendi, emissioni, ecc.) e la multitemporalità (l’acquisizione ripetuta sulle stesse aree geografiche) è possibile produrre contenuti analitici estremamente interessanti che consentono analisi estremamente efficaci.

Nel caso del conflitto Ucraino, quindi non solo mere documentazioni fotografiche della presenza di mezzi militari o degli effetti della devastazione, ma anche analisi dinamiche relative alle condizioni al contorno; dalla dinamica della vegetazione agricola (che costituirà uno dei più grandi problemi nel corso dei prossimi 2-3 anni, vista la leadership della produzione cerealicola, di girasoli, patate, ecc.), della sicurezza relativa alle infrastrutture di trasporto energetico e della produzione di minerali (con particolare attenzione all’area russofona del Dombass), ma anche alle condizioni dei principali impianti industriali e di produzione di energia da fonte nucleare (fig. 2), non dimenticando tutta la parte relativa alla mobilità sia di merci che di persone (corridoi umanitari).

L’osservazione della terra è uno strumento maturo che permette di estrarre dagli open data disponibili informazione ad alto valore aggiunto; il nostro compito è quello di farlo maturare e divulgarlo con la consapevolezza che guardare dal buco della serratura (semplicemente osservare immagini) può essere utile, ma ciò che veramente risulta indispensabile è avere la chiave per aprire la porta alla geospatial intelligence.


Nrc: le 10 crisi più trascurate al mondo sono tutte africane

di Marco Cochi

L’autorevole Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc) ha pubblicato l’annuale rapporto che elenca le dieci crisi di sfollamento più trascurate, sia a livello politico che mediatico, dalla comunità internazionale. Scorrendo l’infausta graduatoria riferita al 2021, non costituisce una novità che molti paesi africani siano in cima alla lista.

Come dimostra la crisi più dimenticata in assoluto, quella della Repubblica democratica del Congo (RdC), ormai diventata un esempio da manuale di abbandono con una presenza fissa nelle precedenti cinque edizioni del report dell’Ong di Oslo (La RdC è stata in cima alla classifica già due volte nel 2017 e 2020, mentre si è classificata seconda nel 2016, 2018 e 2019).

Il nord-est della RdC è afflitto da tensioni e conflitti intercomunitari, con un drammatico aumento degli attacchi ai campi profughi dal novembre 2021, che uniti all’insicurezza alimentare, che ha raggiunto il livello più alto mai registrato, hanno causato lo sfollamento di oltre 5,5 milioni di persone all’interno del paese.

Secondo lo studio, l’aiuto fornito lo scorso anno alla RdC è stato pari a meno di un dollaro a settimana per persona bisognosa e l’appello umanitario è stato finanziato per meno della metà, non consentendo agli operatori sul campo di decidere a cosa e a chi dare la priorità. Al contrario, l’appello umanitario lanciato dall’Ucraina lo scorso primo marzo è stato quasi interamente finanziato lo stesso giorno.

Non vanno meglio le cose per gli altri paesi africani: in Burkina Faso, seconda nazione della graduatoria, nonostante un forte aumento di persone che fuggono dalle loro case, durante l’intero 2021 la crisi degli sfollati burkinabe ha ricevuto una copertura mediatica sostanzialmente inferiore, rispetto alla media che la guerra in Ucraina ha ricevuto quotidianamente durante i primi tre mesi del conflitto. 

Nella speciale classifica stilata dall’Nrc, la RdC e il Burkina Faso, sono seguite da Camerun, Sud Sudan, Ciad, Mali, Sudan, Nigeria, Burundi ed Etiopia. Così, per la prima volta, tutte e dieci le crisi più neglette dalla comunità internazionale sono nel continente africano. Un triste primato che indica il fallimento cronico dei decisori, dei donatori e dei media nell’affrontare i conflitti e le sofferenze umane nel continente.

L’Nrc ha sviluppato la lista delle dieci crisi più trascurate basandosi su tre criteri. In primo luogo, ha tenuto conto del numero di iniziative politiche e diplomatiche internazionali in corso per trovare soluzioni durature.

Per esempio, negli ultimi quattro anni, il Camerun è sempre nei primi posti della classifica a causa della mancanza di impegno da parte della comunità internazionale per risolvere gli annosi problemi, che affliggono la popolazione della parte anglofona del paese africano.

Un altro criterio su cui i ricercatori della Ong norvegese hanno basato lo studio è la mancanza di attenzione riservata alle crisi dai media internazionali, che coprono raramente questi paesi, al di là di rapporti ad hoc su nuovi focolai di violenza o malattie. Mentre in diversi Stati africani la mancanza di libertà di stampa aggrava la carenza di attenzione mediatica. 

Per indicare un esempio, dal 2019 i media hanno citato i quasi due milioni gli sfollati in Burkina Faso causati dagli attacchi dei gruppi islamisti, lo stesso numero di volte dei profughi ucraini durante i primi tre mesi del conflitto.

Infine, l’Nrc si è concentrato sulla carenza di aiuti finanziari internazionali caratterizzata da una certa stanchezza dei donatori e il fatto che molti paesi africani sono considerati di limitato interesse geopolitico.

Il basso livello di finanziamento limita un adeguato soccorso

Senza tralasciare, che il basso livello di finanziamento limita in maniera significativa la capacità delle organizzazioni umanitarie sia di fornire un adeguato soccorso alle popolazioni sia di svolgere un’efficace attività di advocacy e comunicazione per queste crisi, attivando un circolo vizioso. 

Le conseguenze sono ben descritte dai numeri, che raccontano come nel 2021, nella RdC erano necessari due miliardi di dollari per coprire i bisogni primari del paese, di cui solo il 44% è stato coperto e nel 2022 si stima che la copertura sarà limitata al 10%.

In risposta alla tragica crisi in Ucraina, abbiamo assistito a un’imponente dimostrazione di umanità e solidarietà, sostenuta dalla rapidità di azione da parte della politica. I paesi donatori, le aziende private e le opinioni pubbliche hanno tutti contribuito generosamente, mentre i media hanno seguito ininterrottamente lo scoppio della guerra prodotta dall’aggressione militare della Russia. Allo stesso tempo, la situazione si sta deteriorando per milioni di persone afflitte da crisi, che si stanno profilando all’ombra del conflitto in corso in Ucraina.

I livelli di malnutrizione sono in aumento nella maggior parte dei dieci paesi presenti nell’elenco delle crisi trascurate, aggravate dall’aumento dei prezzi del grano e del carburante causati dalla guerra in Ucraina. Le organizzazioni umanitarie hanno lanciato costantemente l’allarme dall’inizio del 2022, ma la comunità internazionale stenta a intraprendere l’azione necessaria.

Inoltre, i finanziamenti per queste crisi trascurate sono in pericolo. Diversi paesi donatori stanno ora decidendo di ridurre gli aiuti all’Africa e di reindirizzare i finanziamenti verso la risposta dell’Ucraina e l’accoglienza dei rifugiati in Europa.

Una situazione perfettamente descritta dal segretario generale dell’Nrc, Jan Egeland, che alla presentazione del report ha affermato che «la guerra in Ucraina ha dimostrato l’immenso divario tra ciò che è possibile fare quando la comunità internazionale si unisce e la realtà quotidiana di milioni di persone che soffrono in silenzio nel continente africano, che il mondo ha scelto di ignorare».


Ucraina: Generali sotto tiro e “terminator” in azione in Donbass (D+87)

di Luigi Chiapperini*

Punto di situazione sul conflitto russo-ucraino al D+87

La fase più critica del conflitto in Ucraina si sarebbe forse potuta chiudere in due o tre giorni solo se il presidente Zelensky fosse fuggito e il governo ucraino fosse crollato. A quel punto si sarebbe assistito all’inizio dell’occupazione russa con il molto probabile avvio della resistenza ucraina sotto forma di guerriglia.

Ma tutto ciò non è avvenuto e la situazione sul terreno è quella che un po’ tutti abbiamo imparato a conoscere: il tentativo fallito di assedio a Kiev e la penetrazione nell’est con attacchi reiterati su Kharkiv dall’esito anch’esso non positivo mentre a sud la situazione, che ha visto le forze russe provenienti dalla Crimea e quelle filo-russe del Donbass chiudere l’Ucraina in una sorta di enclave terrestre (ad esclusione al momento di Odessa il cui porto peraltro è chiuso con conseguenze drammatiche per l’approvvigionamento di cereali nel mondo), sembra essersi cristallizzata da qualche settimana.

Colpa dei generali russi che avrebbero pianificato male e condotto peggio l’operazione?

In un ambiente permeato dalla cultura del capro espiatorio è stato alquanto normale “silurare” un certo numero di vertici militari, tra i quali il generale Serhiy Kisel, che sarebbe stato sospeso “per non essere riuscito a conquistare Karkhiv”, e il vice ammiraglio Igor Osipov, che sarebbe stato licenziato “a seguito dell’affondamento dell’incrociatore Moskva”. Probabilmente anche il capo di stato maggiore russo, il Gen. Valeriy Gerasimov, non avrebbe più la totale fiducia di Putin ma al momento sembra essere rimasto al suo posto.

Lo scopo dell’attacco, ma anche il modo con il quale l’Ucraina è stata invasa il 24 febbraio scorso, ha fatto partorire discussioni e teorie più o meno valide tra vecchi e nuovi geo-strateghi e analisti militari (affidabili o presunti tali).

A nostro avviso quella russa è stata una penetrazione su un fronte troppo ampio (ben 1.500 km. circa) verosimilmente non per un errore operativo da parte dei decisori militari russi (sarebbe stato veramente imperdonabile) ma per una scelta strategica da parte del vertice politico ben precisa ancorché azzardata: indurre il panico nella popolazione e nelle istituzioni e costringere il governo ucraino a capitolare in pochi giorni. O almeno così si sperava.

Come sappiamo, ciò non è avvenuto e pertanto i russi hanno dovuto dapprima, ma senza successo e con non pochi problemi di natura essenzialmente logistica, immettere le seconde schiere e le unità in riserva e successivamente riarticolare l’intero dispositivo abbandonando gli sforzi su Kiev e più recentemente su Karkiv per assicurare una sufficiente gravitazione delle forze nelle aree che possono essere considerate gli obiettivi territoriali minimi di Putin: la regione completa del Donbass e l’area costiera meridionale dell’Ucraina.

Il tutto naturalmente in funzione delle richieste russe al tavolo delle trattative che si rifanno verosimilmente al discorso del presidente Putin del 22 febbraio 2022: Ucraina neutrale, Crimea russa, Donbass “libero”.

In realtà il numero dei cosiddetti BTG (Batalonnaja Takticheskaja Gruppa), cioè delle Task Force russe di livello battaglione impiegate (ognuna costituita da circa 800-1.000 soldati), è stato sinora di circa 90 su 180 totali teoricamente disponibili nella Federazione russa. Le sole forze di manovra russe in Ucraina sono pertanto formate da circa 80-90.000 soldati mentre il totale impiegato, comprese le milizie delle autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk, raggiunge verosimilmente le 150.000 unità. Le forze armate ucraine dovrebbero invece aver ormai toccato, tra forze regolari e milizie territoriali, le 200-250.000 unità dislocate però sull’intero territorio nazionale, naturalmente con una maggiore concentrazione nelle aree a contatto con quelle russe dove si presume siano impiegati circa 150.000 soldati e miliziani (non tutti impiegabili in un combattimento ad alta intensità). Da questi numeri si può dedurre pertanto un rapporto di forza che solo attualmente è di 1:1 mentre a inizio conflitto, stante la eccessiva lunghezza del fronte, era verosimilmente sfavorevole alle forze attaccanti russe la cui superiorità aerea e qualitativa di alcuni degli equipaggiamenti non sembra peraltro essere stata decisiva. Se infatti esaminiamo quello che nelle scuole di guerra si definisce “rapporto di spazio”, si scopre che a inizio operazione, con il numero disponibile di BTG, che teoricamente avrebbero potuto coprire circa 600 (massimo 900) km. sulla fronte, i russi hanno dovuto invece attaccare gli ucraini su un’ampiezza non sostenibile in quanto pari quasi al doppio di quanto previsto dalla dottrina.

Da qui, oltre ad altri fattori come l’ottima performance dell’esercito ucraino (quadri preparati, soldati motivati, piani predisposti) e l’aiuto che si è rivelato fondamentale da parte occidentale (in particolare la presunta “assistenza” all’intelligence ucraina, armi controcarro e sistemi d’arma contraerei moderni ed efficaci), è scaturito il mancato raggiungimento di tutti gli obiettivi iniziali auspicati dalla leadership russa.

La seconda fase, in atto, delle operazioni russe

Alla prima fase dell’attacco “generalizzato” che ha coinvolto quasi la metà dell’intera frontiera terrestre ucraina, parzialmente fallito, è seguita la fase attuale che vede i russi combattere su un fronte molto più ristretto a sud-est e a sud. Ma le notizie che pervengono dalla linea di contatto ci raccontano di una avanzata che, pur con successi locali, continua ad essere ancora relativamente lenta. Molti commentatori ritengono che anche in questa seconda fase l’offensiva russa abbia raggiunto il culminating point (punto culmine), cioè una situazione in cui non sarebbe più in grado di operare avendo immesso in combattimento tutto il suo potenziale bellico senza aver completato la missione.

È veramente così? Probabilmente no. Bisogna tener conto del fatto che siamo di fronte ad un conflitto che almeno inizialmente aveva natura simmetrica, intesa come confronto tra forze convenzionali di qualità e consistenza pressoché similari e che grazie agli aiuti occidentali continuerà ancora ad essere tale. È vero che anche in questo quadrante le truppe russe hanno subito pesanti perdite come ad esempio nel tentativo di forzare il fiume Siverskyi Donets, ma è d’uopo evidenziare che oltre alla sin qui efficace resistenza degli ucraini che, non dimentichiamolo, conoscono molto bene l’area avendo operato negli ultimi otto anni contro i separatisti russofoni, l’offensiva delle forze russe e filo-russe risente negativamente di orografia, idrografia e presenza antropica che non consentono una agevole manovra, manovra che grazie ad alcuni importanti successi locali solo ora sembra iniziare a produrre risultati positivi in particolare a Izyum, a Popasna e nella stessa Severodonetsk.

Inoltre i russi possono contare ora non solo sulle forze recuperate e già immesse nuovamente in combattimento dalle direttrici non più operative del nord (Kiev) e del nord est (Sumy), ma anche sui circa 10 BTG che erano impegnati a Mariupol. Questi ultimi, dopo un adeguato ricondizionamento, potranno andare a rafforzare la gravitazione esercitata su Severodonetsk dando la spallata decisiva alle forze ucraine in difesa oppure per andare a ristabilire una linea del fronte che a Kherson-Mykolayiv continua a presentare non pochi problemi. 

Comunque lo sforzo principale in questa fase sembra essere proprio quello in Donbass dove i BTG russi, come detto, operano nelle aree di Izyum (per sfondare a sud-est verso Slovyansk) e di Popasna (per raggiungere verso nord Severodonetsk e nord-ovest Kramatorsk), allo scopo di assumere il controllo dell’autostrada M3 (E-40). Questa manovra di accerchiamento chiuderebbe in una sacca i reparti ucraini (probabilmente una ventina di BTG) impegnati nel saliente di Izyum-Lyman-Severodonetsk-Hirske-Popasna.

Se la manovra di accerchiamento tra Izyum e Popasna dovesse avere successo, sarebbe indubbiamente raggiunto e superato un punto decisivo della linea di operazione il cui obiettivo è la conquista dell’intero Donbass.

Sempre a sud, dopo ben 84 giorni di resistenza nelle locali acciaierie, divenute ormai un ammasso di macerie, Mariupol è stata definitivamente conquistata. I russi e le milizie del Donbass, oltre ad aver liberato forze da poter impiegare altrove, hanno così assicurato quel continuum territoriale con la penisola di Crimea che riveste grandissimo valore simbolico oltre che economico. Inoltre, mentre continua lo sforzo verso nord per raggiungere l’importante città di Zaporizhzia, a nord-ovest della penisola si continua a combattere lungo la linea Kherson – Mykolayiv con esito alterno sin dall’inizio del conflitto. La mancata acquisizione completa di questa area, oltre alle perdite dell’incrociatore lanciamissili Moskva e di alcune navi anfibie, è uno dei motivi per i quali i russi non sono ancora riusciti ad attaccare Odessa, altra città simbolo dell’Ucraina e “porta da sfondare” per congiungere la Russia alla Transnistria, regione moldava dichiaratasi anch’essa autonoma e che nel 2014 ha chiesto l’adesione a quella che considerano la loro “madrepatria”.

Riassumendo, concentrando l’attenzione agli “oblast” meridionali dell’Ucraina, i russi intendono finalmente impiegare in maniera più consona e rispondente ai principi basilari della dottrina militare le proprie unità, almeno per quanto riguarda il giusto rapporto di forze e spazio. Il fronte ha ora una lunghezza tale da poter essere investito con maggiore efficacia dai BTG disponibili.

I russi hanno sicuramente subito perdite considerevoli, ma gli ucraini hanno visto le proprie componenti corazzata e aerea quasi completamente distrutte e una parte consistente del proprio territorio cadere in mani russe. Solo i citati aiuti militari occidentali, compresi i carri armati T-72 polacchi, e la loro grandissima motivazione, hanno consentito agli ucraini di continuare a porre in atto una difesa alquanto efficace che potrebbe portare eventualmente a un conflitto di attrito e quindi di lunga durata. Ecco che per i russi potrebbe essere necessario passare alla fase 2.1, cioè vincere in Donbass e nell’area di Odessa nel più breve tempo possibile impiegando nuovi micidiali mezzi.

I possibili nuovi protagonisti dei campi di battaglia in Ucraina

Per detti motivi, oltre a un impiego ancora più massiccio dei migliori sistemi d’arma come i missili ipersonici ad alta precisione aria-terra Khinzal e terra-terra Iskander con gittate rispettivamente di 2.000 e 500 km. o i micidiali TOS-1 (Buratino), sistemi montati su telai di carri armati T-72 in grado di lanciare missili con testate termobariche, alcuni ritengono che stiano per comparire sul campo di battaglia altri sistemi d’arma russi modernissimi che per una serie di motivi, primo tra tutti proprio perché da poco usciti dalle linee di montaggio, non sono stati ancora impiegati.

Ecco alcuni di questi nuovi mezzi, limitandoci a quelli operanti nell’ambiente terrestre che è risultato essere stato sinora quello più sanguinoso e che sarà decisivo per le sorti del conflitto.

Come detto, fondamentale risulta la capacità di acquisire informazioni su entità, dislocazione natura e atteggiamento del nemico. Per fare questo anche gli ucraini dispongono di droni (alcuni dei quali probabilmente forniti dalle nazioni che stanno contribuendo alla sua difesa) contro i quali sembra che negli ultimi giorni i russi abbiano utilizzato un sistema d’arma laser, lo Zadira, che secondo il vice premier russo Yuri Borisov è “capace di incenerire un drone ma anche altri mezzi a 5 km di distanza”.

Relativamente ai mezzi più “convenzionali”, sin dall’inizio delle operazioni i russi impiegano i carri armati T-72B3M e quelli delle serie T-80 e T-90, i quali sono equipaggiati con sistemi di protezione ERA (Explosive Reactive Armour, cioè corazzature reattive esplosive) del tipo Kontakt-5 e Relikt, considerate fino a febbraio molto avanzate ma che sono risultate non sufficientemente idonee a fronteggiare le nuove minacce dei temibili missili controcarri occidentali, ad esempio i Javelin.

Ecco perché la Russia potrebbe inviare in Ucraina i mastodontici (rispetto agli standard dei veicoli sinora prodotti in oriente) T-14 Armata, mezzi con caratteristiche similari a quelle dei carri occidentali sia in termini di dimensioni che di utilizzo esteso dell’elettronica ma che avrebbero la capacità di sparare fino a dieci colpi da 125 mm. al minuto e colpire bersagli a una distanza di sette chilometri.

Per dare un’idea di quanto sia potente l’ultimo nato in casa russa, il carro armato statunitense M1 Abrams può sparare “solo” tre colpi al minuto e ha una portata di “appena” 4.500 metri. Inoltre, il nuovo carro dispone di corazza reattiva Malachit e di un sistema di protezione attiva Afganit che include un radar a onde millimetriche per rilevare, monitorare e intercettare munizioni anticarro in arrivo a similitudine dell’avanzatissimo sistema israeliano Trophy. Di MBT (Main Battle Tank) T-14, che ha avuto una genesi a dir poco travagliata proprio a causa della sua complessità e dei costi di sviluppo e produzione molto elevati, ce ne sono al momento disponibili relativamente pochi (alcune decine) nelle disponibilità di una delle divisioni di punta dell’esercito russo, la 2^ Divisone della Guardia “Tamanskaya”. La domanda è se i russi si fideranno ad immettere in combattimento un veicolo sicuramente mobile, protetto e potente ma verosimilmente non ancora maturo in quanto non testato a sufficienza.

Sui campi di battaglia dell’Ucraina potrebbe comparire anche il nuovo mezzo da combattimento per la fanteria da affiancare al T-14. Avendo la stessa piattaforma ha lo stesso nome, Armata, ma con codice identificativo diverso: T-15. I fanti russi, che hanno subìto pesanti perdite a seguito della distruzione di mezzi scarsamente protetti come i BMP-2 e 3, non vedono l’ora di riceverli ma non sarà così semplice. Come per i T-14, ne sarebbero disponibili al momento poche decine di unità. Anche questo mezzo, inoltre, potrebbe avere gli stessi problemi di “maturità” del fratello maggiore T-14.

Un altro mezzo micidiale che è già stato dispiegato verso la metà del mese di maggio 2022 in Donbass è il BMPT Terminator-2, un veicolo idoneo ad affiancare i carri armati in particolare nei centri abitati in quanto dispone di un set di armi composito: una mitragliatrice cal. 7,62 e due lanciagranate anti personale, due cannoni da 30 mm contro veicoli blindati e 4 lanciatori per missili guidati contro carri. Il modello che viene già impiegato è su scafo T-72, quindi risalente all’epoca sovietica ancorché migliorato. Un nuovo modello molto più protetto, più automatizzato e anche con capacità contraerea è il BMPT-15 Terminator-3, un sistema d’arma su scafo del citato Armata.

Grazie alla disponibilità di detti mezzi, i russi potrebbero costituire alcuni BTG modernissimi con i quali dare l’ultima spallata alla resistenza ucraina in Donbass e a Odessa.

* Generale di Corpo d’Armata dei lagunari Luigi Chiapperini, già pianificatore nel comando Kosovo Force della NATO, comandante dei contingenti nazionali NATO in Kosovo nel 2001 e ONU in Libano nel 2006 e del contingente multinazionale NATO in Afghanistan tra il 2012 e il 2013, Vice Capo del Reparto Pianificazione Generale e Direzione Strategica / Politica delle Alleanze presso lo Stato Maggiore Difesa, Capo Ufficio Generale del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, attualmente membro del Centro Studi dell’Esercito e collaboratore del Campus universitario CIELS di Padova.


La nuova guerra dell’acqua in Burkina Faso. Nel Sahel al-Qaeda ora avvelena i pozzi


▶ Ascolta l’intervista di Marco Cochi: “La nuova guerra dell’acqua in Burkina Faso. Nel Sahel al-Qaeda ora avvelena i pozzi”. (“Africa oggi”, in collaborazione con Nigrizia).

di Marco Cochi

Dall’inizio dell’anno, i gruppi jihadisti attivi in Burkina Faso hanno distrutto o sabotato 32 impianti idrici nel nord. Tredici organizzazioni nazionali e internazionali, che forniscono assistenza umanitaria nel paese, hanno rilevato che gli attentati ai pozzi d’acqua e alle autocisterne hanno un grave impatto su 290mila persone. I ripetuti attacchi ai servizi idrici non costituiscono una conseguenza del conflitto, ma sono ormai un’arma di guerra che segna una nuova e spregevole svolta nelle violenze. La maggior parte delle distruzioni è avvenuta a Djibo, la città che ospita il maggior numero di sfollati in tutto il Paese, dove adesso la popolazione civile ha singolarmente accesso a meno di tre litri di acqua al giorno per coprire tutti i propri bisogni, dal bere all’igiene e alla cucina. Una disponibilità irrisoria rispetto agli almeno 50 litri a persona consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per garantire condizioni di vita accettabili.



Ascolta l’intervista di Marco Cochi: “La nuova guerra dell’acqua in Burkina Faso. Nel Sahel al-Qaeda ora avvelena i pozzi”. (“Africa oggi”, in collaborazione con Nigrizia).