Nuova guerra tra Pakistan e Afghanistan talebano? La preoccupazione di Russia e Cina (SKY TG24).

di Claudio Bertolotti.


Il commento di C. Bertolotti a SKY TG24 MONDO (Puntata dell’11 dicembre 2025)

Il punto di partenza è lo scontro diplomatico andato in scena all’ONU: da un lato il Pakistan che rivendica i propri raid “antiterrorismo” in Afghanistan; dall’altro l’India che, rompendo gli schemi, difende apertamente i talebani, condanna i bombardamenti pakistani e denuncia il “trade and transit terrorism”, cioè l’uso politico dei valichi e dei transiti commerciali per mettere Kabul in ginocchio. È il segnale plastico di un ribaltamento: il vecchio asse talebani–Islamabad scricchiola, mentre il baricentro si sposta, gradualmente, verso Nuova Delhi.

Perché i talebani si sono avvicinati all’India e non al Pakistan?

I talebani non stanno “scegliendo” semplicemente l’India contro il Pakistan: stanno cercando di massimizzare margini di manovra tra tutti gli attori regionali. Ma oggi il pendolo pende chiaramente più verso Nuova Delhi che verso Islamabad. Dal loro punto di vista, è razionale: chi li difende al Consiglio di Sicurezza e promette di riaprire l’ambasciata è più utile di chi bombarda il loro territorio e chiude i valichi. Non è una storia di affinità politiche, è puro calcolo di potere.

Per decenni la relazione con il Pakistan è stata quella classica tra “sponsor” e proxy: l’ISI offriva santuari, logistica, sostegno politico; i talebani garantivano profondità strategica verso l’Afghanistan e influenza sul dossier afgano. Dopo il 2021, però, il rapporto si è rapidamente deteriorato. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non proteggere – il Tehrik-e-Taliban Pakistan, responsabile di una lunga serie di attentati sul territorio pakistano. I raid aerei condotti in questi anni dentro l’Afghanistan, ufficialmente contro il TTP, hanno prodotto vittime civili e umiliazioni pubbliche per il governo talebano. Sullo sfondo, le tensioni croniche sulla Durand Line, che i talebani non riconoscono come confine legittimo, e sul muro eretto dal Pakistan lungo la frontiera alimentano una narrazione anti–ingerenza pakistana che a Kabul è ormai dominante.

Da qui il secondo movimento: la ricerca di autonomia e legittimità. I talebani sanno che restare inchiodati all’immagine di “braccio armato del Pakistan” li condanna all’irrilevanza diplomatica e all’isolamento economico. Per questo provano a costruire una politica estera autonoma, che includa India, Iran, Russia, Cina e i Paesi del Golfo. La logica è semplice: diversificare i partner per non restare ostaggio né di Islamabad né di Pechino, che utilizza il Pakistan come cerniera strategica verso l’Oceano Indiano e l’Afghanistan.

Su questo terreno si inserisce l’offerta indiana. Nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan, l’India ha investito miliardi in infrastrutture, scuole, dighe, edifici simbolici, costruendosi un capitale di simpatia soprattutto nelle aree urbane. Dopo il ritorno dei talebani al potere, Nuova Delhi ha scelto una linea di cautela pragmatica: nessun riconoscimento formale, ma riapertura di una presenza tecnica a Kabul, contatti politici e, nell’autunno 2025, l’annuncio della riapertura dell’ambasciata in occasione della visita del ministro degli Esteri talebano. In sede ONU, l’India ha articolato una posizione che parla direttamente agli interessi di Kabul: condanna dei raid pakistani, denuncia delle pressioni economiche sui transiti, proposta di un engagement “pragmatico e basato su incentivi” con il governo talebano. In altre parole: niente lezioni sui diritti, ma una disponibilità a trattare da attore a attore.

Che ruolo hanno Russia e Cina?

In questo quadro, Russia e Cina sono i veri garanti esterni del nuovo equilibrio intorno all’Afghanistan. Mosca è stata la prima a rompere il tabù, riconoscendo formalmente il governo talebano e accettandone l’ambasciatore: un gesto politico che vale molto più di tanti comunicati. Gli obiettivi russi sono triplici: evitare che l’Afghanistan si trasformi in una piattaforma per ISKP e altre sigle jihadiste capaci di proiettare violenza verso la Russia e l’Asia Centrale; riaffermare il proprio ruolo di “stabilizzatore” nello spazio ex sovietico dopo il ritiro NATO; aprire canali di scambio, energia e accesso alle risorse minerarie afgane, in un’ottica di lungo termine.

La Cina, dal canto suo, ha scelto una continuità prudente ma molto concreta: ambasciata sempre aperta, accreditamento dell’ambasciatore talebano a Pechino, visite di alto livello, inclusa quella del ministro degli Esteri cinese a Kabul. Pechino punta a blindare i propri corridoi strategici – in particolare la Belt and Road e il CPEC – estendendoli all’Afghanistan per trasformarlo in un nodo di transito sino–centrico, riducendo al minimo il fattore di rischio. Al tempo stesso, esige garanzie dure contro ETIM e gruppi uiguri, temendo che l’Afghanistan torni a essere un retrovia jihadista anti–cinese. L’accesso alle risorse minerarie e a progetti infrastrutturali è un obiettivo reale, ma da perseguire – nella logica cinese – senza impantanarsi in costose missioni militari o in avventure di nation building.

Russia e Cina convergono quindi su tre linee: limitare l’instabilità e le infiltrazioni jihadiste, ridurre gli spazi di influenza occidentale e, in misura diversa, contenere anche il protagonismo indiano; evitare un’escalation incontrollata tra Pakistan e talebani che metterebbe a rischio investimenti, corridoi e la sicurezza dei loro partner in Asia Centrale.

Rischio che scoppi una vera e propria guerra?

Resta la domanda cruciale: c’è il rischio che lo scontro degeneri in una vera e propria guerra? Dipende da cosa intendiamo per guerra. Quella a bassa intensità è già in corso: raid aerei e colpi d’artiglieria pakistani in territorio afghano, attacchi del TTP e di altri gruppi armati dal lato afgano verso il Pakistan, scontri di frontiera e chiusure intermittenti dei valichi. Questo livello di conflitto “caldo ma gestito” è ormai la normalità lungo il confine.

Una guerra apertamente dichiarata è meno probabile, ma non impossibile. Il Pakistan resta militarmente superiore, con capacità convenzionali e arsenale nucleare, ma vive una crisi economica e politica profonda che limita drasticamente la possibilità di sostenere una campagna prolungata in Afghanistan senza pagare un prezzo interno altissimo. I talebani, dal canto loro, non hanno alcun interesse a una guerra totale: perderebbero infrastrutture, consenso e, soprattutto, la possibilità di capitalizzare il riconoscimento russo, l’apertura cinese e il canale indiano. Attori come Cina, Russia, Iran e Qatar lavorano – ciascuno per i propri calcoli – a contenere l’escalation, anche tramite l’idea di integrare l’Afghanistan nell’estensione del CPEC e in altri corridoi regionali. Il risultato è un quadro in cui il rischio maggiore è la cronicizzazione di un conflitto a bassa intensità, fatto di raid, attentati e guerre per procura; il rischio di una guerra convenzionale dichiarata resta più basso, ma potrebbe impennarsi in caso di attentato spettacolare in Pakistan attribuito direttamente a Kabul o di bombardamento su larga scala con centinaia di vittime in Afghanistan.

Chi avrà la meglio e chi rischia di più?

Chi ha più da guadagnare – e chi rischia di più – in questo gioco? Non c’è un vero vincitore possibile. Il Pakistan, sulla carta, può infliggere danni enormi: superiorità convenzionale, capacità missilistiche, arma nucleare. Ma è anche l’anello più fragile: un conflitto aperto contro un vicino ostile e imprevedibile, mentre il Paese è economicamente in ginocchio e politicamente polarizzato, rischia di minare la legittimità dell’establishment militare e aprire fronti interni difficilmente gestibili.

I talebani, d’altra parte, dispongono della profondità territoriale, della mobilità insurrezionale e del vantaggio di combattere “in casa”. Possono usare il TTP e reti jihadiste come leva contro Islamabad, ma ogni passo in quella direzione li allontana da India, Russia e Cina sul dossier terrorismo. Il loro rischio maggiore è strategico: bruciare i ponti con il Pakistan senza riuscire a soddisfare le aspettative di sicurezza dei nuovi partner significherebbe ritrovarsi isolati, poveri, e con un Paese sempre più vicino alla definizione di “buco nero” regionale. Nel breve periodo il soggetto più esposto è il Pakistan; nel medio periodo, la sopravvivenza del regime talebano dipende dalla capacità di non trasformare l’Afghanistan in un problema ingestibile per tutti i vicini.

Che impatto nella regione?

L’impatto sulla regione è già visibile. La “questione afghana” torna a essere una vera arena di competizione regionale: India, Pakistan, Iran, Russia, Cina, i Paesi del Golfo e quelli dell’Asia Centrale cercano, ciascuno con strumenti diversi – aiuti, riconoscimento, corridoi energetici, progetti infrastrutturali – di legare a sé Kabul e di condizionare le scelte talebane. Se il rapporto Kabul–Islamabad resta conflittuale, aumentano di peso le alternative: l’asse con l’Iran (porto di Chabahar e corridoi verso l’Asia Centrale), i progetti sino–russi, eventuali iniziative indiane pensate per bypassare il territorio pakistano.

Un Afghanistan progressivamente integrato nel dispositivo di sicurezza russo–cinese può ridurre alcuni rischi immediati (in primis ISKP e traffici incontrollati), ma al prezzo di aumentare la dipendenza dei Paesi centroasiatici dall’asse Mosca–Pechino. In controluce, si profila una normalizzazione “non occidentale” dei talebani: se India, Russia e Cina consolidano i rapporti con Kabul senza reali miglioramenti sul piano dei diritti umani, si consolida il messaggio che stabilità, corridoi e risorse pesano più di inclusività, diritti delle donne e libertà civili.

Che interesse per l’Occidente?

Per l’Occidente, la posta in gioco è tutt’altro che marginale. La priorità immediata resta il contro–terrorismo: impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per minacce dirette verso Europa e Nord America. Su questo terreno, esiste una convergenza di interessi oggettiva con India, Russia e Cina nel contenere jihadismo transnazionale; si potrebbero aprire spazi di cooperazione tecnica (intelligence, controllo delle frontiere, scambio di informazioni), anche in assenza di un riconoscimento politico del regime talebano.

La stabilità del Pakistan, Stato nucleare in crisi strutturale, è un altro punto critico: ogni dinamica che indebolisca ulteriormente Islamabad, tra nuova ondata terroristica, crisi economica aggravata e tensione militare con Kabul, è un problema diretto per Stati Uniti ed Europa, non soltanto per l’India.

C’è poi il livello strategico più ampio: lasciare la partita afghana interamente nelle mani di India, Russia e Cina significa rinunciare a qualsiasi leva su un nodo che collega Medio Oriente, Asia Centrale e Indo–Pacifico. Per l’Unione Europea, in particolare, l’Afghanistan pesa in termini di migrazioni, narcotraffico, sicurezza energetica e rapporti con l’Iran e lo spazio centroasiatico. Infine, si apre il solito dilemma tra valori e realpolitik: più gli attori regionali normalizzano i rapporti con i talebani, più USA e UE saranno costretti a scegliere se mantenere una linea di isolamento fondata sui diritti – soprattutto quelli delle donne – oppure accettare forme di engagement limitato per non essere espulsi dal tavolo. In mezzo, c’è un Afghanistan che prova a sopravvivere, oscillando tra vecchi sponsor e nuovi partner, e un Pakistan che rischia di pagare il prezzo più alto di un equilibrio che, oggi, è tutt’altro che stabile.


𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨? 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?

di Claudio Bertolotti.

Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.

Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.

Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.

Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.

Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.

A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.

In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.


Il piano di pace di Trump per l’Ucraina? Una resa senza condizioni.

di Claudio Bertolotti.

Il piano in 28 punti proposto da Trump, se confermato così come annunciato, sarebbe inaccettabile da parte dell’Ucraina, a meno di non dichiarare contestualmente la capitolazione di fronte all’aggressione della Russia.

E dico questo perché la cessione territoriale è un’accettazione della sconfitta. Oggi l’Ucraina non è sconfitta, semplicemente non è nelle condizioni di poter vincere la guerra e, con il passare del tempo, potrebbe non essere in grado di tenere il fronte.

Sì, perché l’Ucraina resiste solamente grazie al supporto militare, tecnologico e di intelligence occidentale. Senza di quello avrebbe già perso. E forse questo potrebbe essere l’asso nella manica di un Trump determinato a porre fine al conflitto: non dare all’Ucraina la possibilità di scelta togliendo o riducendo al minimo gli aiuti militari di Washington e lasciando che il tempo giochi a favore della Russia. Ma Trump non vuole che la Russia prosegua la guerra, perché sa che non si fermerebbe al limite del Donbass, ma andrebbe oltre con il tempo.

E il tempo è il fattore determinante a favore di una Russia che mantiene il vantaggio tattico ormai da due anni e mezzo. In questo momento, direi che quel “piano di pace” è politicamente quasi impossibile da realizzare, almeno nelle forme trapelate sui media.

Il piano punterebbe innanzitutto a una cessione a Mosca dell’intero Donbas, comprese le aree ancora controllate da Kiev, al riconoscimento definitivo della Crimea e dei territori occupati, e al congelamento delle linee sul resto del fronte. A ciò si aggiungerebbero la riduzione significativa delle forze armate ucraine e limiti stringenti alle capacità d’attacco a lungo raggio, in cambio di garanzie di sicurezza occidentali e della fine delle ostilità. Si tratterebbe, però, di una bozza informale: non è un accordo ufficiale e non ha finora ricevuto l’assenso né del governo ucraino né degli alleati europei.

Per Kiev, l’accettazione di un simile compromesso risulta quasi impossibile. La Costituzione ucraina stabilisce che qualsiasi modifica territoriale debba passare attraverso un referendum nazionale, e vieta emendamenti che compromettano l’integrità dello Stato. Un referendum, peraltro, non è praticabile sotto legge marziale. Inoltre, significherebbe chiedere alla popolazione di approvare la rinuncia definitiva a territori che il Paese considera parte integrante della sua sovranità. Anche l’opinione pubblica resta, nella sua maggioranza, contraria a concessioni territoriali: pur stanca del conflitto, una parte significativa degli ucraini teme che un accordo affrettato possa trasformarsi in una resa mascherata. Per Zelensky, già indebolito internamente, firmare un’intesa percepita come capitolazione equivarrebbe ad affrontare una crisi politica potenzialmente devastante, con il rischio concreto di fratture interne e radicalizzazione.

Europa e Stati Uniti?

Neppure dal lato occidentale il piano appare realmente sostenibile. Le principali capitali europee hanno reagito in modo critico, definendo l’impostazione come una forma di “capitolazione” e ricordando che una pace stabile non può basarsi sulla legittimazione dell’aggressione. Senza il consenso di Kiev e dell’Unione Europea, un’intesa scritta tra Washington e Mosca avrebbe pochissime possibilità di reggere; anzi, rischierebbe di dividere ulteriormente il fronte occidentale anziché avvicinare la fine della guerra.

La Russia?

Dal punto di vista russo, la proposta sarebbe indubbiamente conveniente: consoliderebbe gli attuali guadagni territoriali, ridurrebbe la forza militare ucraina e limiterebbe l’arrivo di armi occidentali. Proprio per questo, tuttavia, il Cremlino potrebbe ritenere opportuno proseguire le operazioni militari nella convinzione di poter ottenere ancora di più, soprattutto nelle zone dove mantiene l’iniziativa.

Nel complesso, la fattibilità immediata del piano è estremamente bassa. È percepito come una resa da Kiev e da buona parte dell’Europa, e urta contro vincoli costituzionali difficilmente superabili. Nel medio periodo potrebbe però influenzare il dibattito politico, ridefinendo ciò che una parte dell’establishment occidentale considera negoziabile. Tuttavia, difficilmente sarà questo il documento che chiuderà il conflitto: una vera intesa richiederà il pieno coinvolgimento dell’Ucraina e dell’UE, garanzie di sicurezza molto più solide e, soprattutto, un formato negoziale che non somigli a una capitolazione unilaterale.


Hezbollah oggi: dopo la guerra con Israele. La metamorfosi tra deterrenza, profondità e resilienza

di Claudio Bertolotti.

Questa analisi è parte di una serie di valutazioni frutto di dialogo e confronto con gli esperti dei principali centri di ricerca e analisi israeliani e di osservazione sul campo dei settori critici del fronte di guerra israeliano (Gaza e fronte settentrionale).

Dal Litani alla Beqaa: la strategia della sopravvivenza di Hezbollah dal punto di vista israeliano.

L’analisi fornita dall’Alma Research and Education Center israeliano – in occasione di una recente visita del direttore di START InSight, Claudio Bertolotti, – rivela, con chiarezza e coerenza, la logica militare che guida l’attuale fase di riorganizzazione e rafforzamento di Hezbollah. L’organizzazione è stata colpita negli ultimi anni da perdite materiali e logistiche pari all’85% in termini di capacita’ operativa, in conseguenza dell’intervento israeliano in territorio libanese del 2024 che, nella prima notte di operazioni ha colpito e distrutto circa 1400 obiettivi di Hezbollah, comprensivi di strutture militari e quadri dal livello di plotone a livello di corpo d’armata . Oggi, terminata la fase più intensa dell’operazione militare, Israele è impegnato a contenere, con azioni mirate, la riorganizzazione di Hezbollah che, seppure a fatica, ha avviato un prevedibile processo sistematico di riorganizzazione militare che si fonda su tre principali assi strategici: la ridislocazione territoriale, la profondità difensiva e la sopravvivenza operativa attraverso infrastrutture sotterranee.

Dalla linea del Litani alla profondità della Beqaa

Il primo elemento di rilievo è la trasformazione della geografia militare di Hezbollah. Dopo il 2006, e più ancora dopo le campagne aeree israeliane del 2020–2023, l’asse meridionale a sud del fiume Litani — tradizionalmente sede delle unità Nasr e Aziz — ha perso parte della sua funzione strategica diretta. Oggi è considerato come “ex centro di potere militare” per il fronte sud, dove la presenza del movimento resta ma con finalità più difensive e limitate.
Parallelamente, Hezbollah ha avviato una nuova ridislocazione a nord del Litani, costruendo infrastrutture e depositi per armi e missili. Questa scelta risponde a due obiettivi complementari: ridurre l’esposizione al fuoco israeliano e mantenere capacità di lancio strategico a media e lunga gittata: un adattamento coerente alla natura ibrida di un’organizzazione che opera tra logiche convenzionali e clandestine.

Beirut e la centralità del “comando urbano”

Beirut resta il centro nevralgico di comando e controllo. Qui Hezbollah concentra la sua struttura di comando strategico, le sale operative e parte dei depositi di armi più sensibili. È la dimensione politico-militare dell’organizzazione: la prossimità a infrastrutture civili e la densità urbana offrono una duplice protezione – sul piano fisico e su quello della narrazione – poiché ogni attacco israeliano in questo contesto, coinvolgendo l’opinione pubblica occidentale – sia le frange ideologizzate estremiste sia quelle moderate – produce inevitabilmente conseguenze mediatiche e diplomatiche. La capitale libanese è, in altri termini, il simbolo del “fronte politico armato” di Hezbollah: un centro di potere che fonde capacità militare e deterrenza psicologica.

L’unità Badr e la resilienza tattica del fronte montano

Come rilevato in occasione del briefing da parte del Centro Alma, la Badr Unit nell’area di Hatzbaya riveste il ruolo di nodo cruciale per la difesa del fronte meridionale. Essa coordina quattro elementi tattici fondamentali:

  1. schieramenti difensivi e sistemi antiaerei;
  2. batterie di lancio e unità di fuoco;
  3. depositi e sistemi di stoccaggio;
  4. infrastrutture sotterranee.

L’obiettivo è garantire continuità operativa anche in condizioni di attacco massiccio. La presenza di tunnel e bunker non è più solo una misura difensiva: è un dispositivo di sopravvivenza che consente a Hezbollah di mantenere capacità di comando, controllo e fuoco anche dopo un attacco israeliano di grande scala.

La valle della Beqaa: profondità strategica e capacità missilistica

La valle della Beqaa rappresenta la retrovia strategica del sistema impostato da Hezbollah. Qui si concentra la produzione, l’assemblaggio e lo stoccaggio di armamenti, oltre alle basi di addestramento. È qui anche la sede dei missili balistici e da crociera a lungo raggio, destinati a garantire la capacità di colpire in profondità il territorio israeliano.
Tra i vettori disponibili: Fateh-110 (gittata di 300 km), SCUD (700 km), Abu Mahdi (1000 km, stimata) e Hoveyzeh (1300 km, stimata). A questi si aggiungono sistemi antinave (C-802, Yakhont, Khalij Fars) e antiaerei (Sayyad-2C, Pantsir, SA-17).
La logica è quella di una deterrenza multilivello: colpire dal profondo, proteggere la costa, garantire una copertura antiaerea parziale e saturare la capacità di difesa israeliana con un numero elevato di colpi sparati.

Il fronte sud: la prima linea di “resistenza”

Nel sud del Libano, Hezbollah mantiene una struttura articolata su armi a corto e medio raggio: razzi Burkan, Falaq, Grad e Fajr-5, con gittate tra 10 e 75 km. È una forza prevalentemente offensiva a livello tattico, pensata per saturare le difese del nord di Israele nei primi giorni di conflitto.
Completano lo schieramento i sistemi anticarro guidati ATGM (Kornet, Dehlaviyeh, Almas, Milan) e le difese a corto raggio contro droni ed elicotteri (Igla, Strela, Verba). L’obiettivo di questa “first line of defense” non è tanto arrestare un’avanzata israeliana, quanto ritardarla e infliggerle perdite significative, mantenendo al contempo una primaria pressione psicologica sulle comunità di confine israeliane.

Conclusioni: la strategia della sopravvivenza

Hezbollah sta trasformando il proprio dispositivo da forza di resistenza territoriale a sistema missilistico integrato a più livelli. La ridislocazione verso nord e la dispersione delle capacità in infrastrutture sotterranee testimoniano una chiara evoluzione dottrinale:

  • passaggio dalla logica della “difesa di posizione” alla difesa in profondità;
  • ibridazione tra forze convenzionali, strutture clandestine e funzioni di deterrenza strategica;
  • costruzione di un ombrello missilistico a lungo raggio in grado di compensare la superiorità aerea israeliana.
    Guardando in prospettiva, possiamo vedere uno scenario in cui il Libano meridionale diviene campo di battaglia multilivello, dove la distinzione tra front line e rear area tende a dissolversi.
    Israele, da parte sua, è consapevole che un futuro scontro con Hezbollah non sarà più un conflitto localizzato, ma una guerra di logoramento sistemica, nella quale l’infrastruttura sotterranea (la rete dei tunnel, analogamente a quanto avviene nella Striscia di Gaza), la resilienza delle catene logistiche e la gestione del fronte interno diventeranno i fattori decisivi di sopravvivenza nazionale.

Questo quadro conferma la transizione di Hezbollah verso un modello operativo asimmetrico-strategico, più vicino a quello di un attore statale ibrido che a una milizia. E, a conferma della capacità di valutazione israeliana, già classificato come “piccolo esercito regionale” nella vigente dottrina strategica israeliana. Una trasformazione strutturale che Israele osserva con preoccupazione e che, inevitabilmente, ridefinisce la postura difensiva dell’intero fronte nord di Israele.


Ricostruire Gaza: costi, attori e implicazioni strategiche. 80 miliardi e dieci anni di tempo.

di Claudio Bertolotti.

La ricostruzione della Striscia di Gaza rappresenta una delle operazioni post-conflitto più complesse del XXI secolo. Dopo due anni di guerra e devastazione, il territorio affronta un piano di ricostruzione stimato in 80 miliardi di dollari – pari a circa 46.000 dollari per abitante – che intreccia dimensioni ingegneristiche, politiche e di sicurezza. Con il 78% del patrimonio edilizio distrutto o danneggiato e oltre 40 milioni di tonnellate di macerie, il processo di ricostruzione si configura come un’impresa sistemica in cui il debris management diviene la variabile critica che condiziona tempi, costi e sicurezza operativa. La rimozione delle macerie, la riattivazione dei corridoi logistici e il ripristino delle reti vitali (acqua, energia, viabilità, sanità) costituiscono le precondizioni per qualsiasi strategia di stabilizzazione. Al contempo, la ricostruzione diventa un’arena di competizione geopolitica e industriale: il coordinamento tra la Banca Mondiale e l’Unione Europea – attraverso il Palestinian Health System Reform Project e la EU Gaza Facility – segnala l’intreccio tra governance economica e influenza politica. In questo scenario, la sicurezza è fattore abilitante e moltiplicatore di resilienza: senza corridoi protetti e standard di trasparenza, la ricostruzione rischia di rimanere un esercizio contabile, incapace di trasformarsi in capacità territoriale.

La ricostruzione della Striscia di Gaza è una delle sfide più complesse del dopoguerra contemporaneo. Dopo due anni di conflitto e devastazione, la regione si prepara a un piano di ricostruzione da 80 miliardi di dollari, con un costo stimato di 46mila dollari per abitante. L’entità dei danni e la quantità di risorse necessarie rendono l’impresa non solo un grande sforzo economico ma anche politico, poiché il processo di “ricostruzione” (a cui si associa quello di “stabilizzazione”) si configura come terreno di competizione tra attori internazionali, governi e imprese.

Il bilancio della distruzione

Secondo l’analisi satellitare di UNOSAT, consolidata da OCHA, a inizio luglio 2025 risultano distrutte o danneggiate 192.812 strutture nella Striscia di Gaza: il 78% del patrimonio edilizio complessivo. Nel dettaglio: 102.067 edifici distrutti, 17.421 gravemente danneggiati, 41.895 moderatamente danneggiati e 31.429 con danni potenziali. Si tratta di una stima frutto di un’analisi eterogenea in termini di fonti e sulla base di serie temporali di immagini a diversa risoluzione; il dato, per natura, è ovviamente dinamico e tende a crescere con l’aggiornamento delle acquisizioni e della possibilità di effettuare sopraluoghi (ad oggi ancora molto limitata). L’ordine di grandezza, tuttavia, si presenta come consolidato e coerente con le ultime sintesi OCHA basate sui rilevamenti UNOSAT pubblicati nell’estate 2025.[1]

Il bilancio umano rispecchia l’entità della distruzione, sebbene con numeri che sul piano meramente statistico sono i più bassi di tutti i conflitti urbani degli ultimi decenni, comparati ad analoghi casi come Mosul e Falluja in Iraq e Grozny in Cecenia. Le principali fonti che riportano il numero delle vittime palestinesi – in gran parte riconducibili alle autorità sanitarie di Gaza, cui fanno riferimento anche le agenzie ONU – indicano, alla metà di settembre 2025, 65.062 morti (di cui circa la metà appartenenti o affiliati a Hamas) e 165.697 feriti; valori ripresi da più testate internazionali e aggiornamenti d’agenzia, pur senza una piena possibilità di verifica indipendente. La forbice d’incertezza resta ampia: una quota dei decessi non è stata identificata, parte delle vittime è presumibilmente ancora sotto le macerie e alcuni decessi per cause indirette potrebbero essere sottostimati. Pur in un contesto di guerra, la continuità del sistema sanitario locale consente di considerare i dati raccolti come relativamente affidabili e coerenti nel confronto con gli anni precedenti. 100.000 le nascite riportate durante il periodo in esame, con un saldo finale positivo.

L’impatto territoriale non è omogeneo. Le distruzioni più estese si concentrano nelle aree urbane a più alta densità – Gaza City e Khan Yunis – dove il tessuto urbano compatto e la prossimità di nodi logistici e di infrastrutture militari sotterranee utilizzate da Hamas hanno alimentato cicli ripetuti di combattimento, di fatto imponendo un rallentamento della manovra militare israeliana. Le rilevazioni satellitari UNOSAT sulla rete viaria segnalano migliaia di chilometri di strade distrutte o gravemente compromesse, un fattore che condiziona tanto l’accesso umanitario quanto la futura cantierizzazione dei lavori di rimozione macerie e ricostruzione. In assenza di corridoi terrestri sicuri e di capacità meccaniche adeguate, la finestra temporale per la gestione delle macerie (debris management) si estende oltre il decennio stimato dalle principali valutazioni internazionali.

Da un punto di vista metodologico, le categorie di danno utilizzate da UNOSAT distinguono tra “distrutto”, “gravemente”, “moderatamente” e “potenzialmente” danneggiato, con margini d’errore variabili a seconda della prospettiva e della limitazione di acquisizione immagini. Per questo, i conteggi dovrebbero essere letti come baseline operativa per priorità di intervento: stabilizzazione delle macerie e safety clearance; ripristino dei corridoi stradali primari per la logistica umanitaria; riabilitazione dei servizi essenziali (acqua-energia-sanità) in prossimità degli insediamenti di sfollati. L’insieme dei dati converge su un quadro: devastazione sistemica dell’ambiente antropico e pressione prolungata sulle infrastrutture civili, con conseguenze cumulative sulla capacità di gestione degli aiuti.

In termini di policy, questa fotografia, seppur parziale, non descrive solo l’entità del danno ma anche mappa delle priorità. La densità delle strutture distrutte, la segmentazione della rete viaria e l’elevato numero di feriti impongono una sequenza di interventi che privilegi sicurezza dei cantieri, corridoi logistici e ripristino minimo funzionale degli ospedali. Ogni ritardo nella rimozione delle macerie e nel ripristino delle arterie principali amplifica le difficoltà delle comunità e deprime la resilienza sociale, prolungando la dipendenza dagli aiuti e alzando i costi futuri di ricostruzione.

I costi e i tempi della ricostruzione: dieci anni e 80 miliardi

La stima congiunta di Banca Mondiale e UNDP – circa 80 miliardi di dollari – non è solo un mero dato numerico: è la misura di uno sforzo sistemico. All’interno di quella cifra si collocano tre livelli di intervento che si sostengono a vicenda: messa in sicurezza e rimozione delle macerie; ripristino funzionale delle reti vitali (acqua, elettricità, sanità, viabilità primaria); ricostruzione del tessuto residenziale, scolastico e produttivo. Senza il primo livello, gli altri due non partono; senza il secondo, il terzo non è sostenibile nel tempo.

La variabile che determina tempi e costi è il debris management. Oltre 40 milioni di tonnellate di macerie equivalgono a un’operazione civile-militare continuativa, soggetta a vincoli di sicurezza, carburante, accessi di frontiera, disponibilità di mezzi pesanti e siti di conferimento. Una stima “di banco” aiuta a capire gli ordini di grandezza: se un autocarro trasporta 20 tonnellate a viaggio, per spostare 40.000.000 tonnellate servono 2.000.000 di viaggi. Con 500 camion operativi che effettuano 2 viaggi al giorno, si ottengono 1.000 viaggi/giorno; 1.000 moltiplicato 20 tonnellate fa 20.000 tonnellate/giorno. Dividendo 40.000.000 per 20.000 si ottengono 2.000 giorni di lavoro netto, ossia circa 5 anni e mezzo in condizioni ideali. Ogni attrito reale – strade interrotte, bonifica da ordigni inesplosi, soste ai valichi, guasti, indisponibilità di carburante – allunga il cronoprogramma verso l’ordine del decennio. Ecco perché le valutazioni proiettano un orizzonte temporale superiore a dieci anni.

In più va tenuto conto del fatto che non tutte le macerie sono uguali. Una quota rilevante è mista (cemento, metallo, legno, plastica, amianto), con rischi ambientali e sanitari che impongono triage, frantumazione controllata e riciclo in aggregati per sottofondi stradali. Una gestione “circolare” riduce i costi logistici e di importazione dei materiali, ma richiede impianti mobili di frantumazione, aree sicure di stoccaggio e una rete viaria praticabile. In assenza di questi fattori, i costi unitari aumentano e il cronoprogramma slitta.

7 i miliardi indicati per il ripristino dei servizi militari e di sicurezza vanno letti come componente abilitante. Sicurezza del cantiere, scorta ai convogli, bonifica EOD/UXO, controllo degli accessi, protezione di ospedali e snodi logistici sono prerequisiti; senza di essi, assicurazioni e appalti non partono, i premi di rischio lievitano e la filiera resta incompleta. In tutti i teatri post-bellici, la sicurezza è un moltiplicatore: abbassa i costi indiretti, accelera i flussi e riduce la mortalità evitabile.

Sul piano finanziario, gli 80 miliardi dovranno essere investiti in fasi e strumenti diversi.

  • La fase 0-1 (0–12 mesi) assorbe le donazioni per stabilizzazione, macerie e servizi essenziali;
  • la fase 2 (12–36 mesi) richiede blending tra donatori, banche multilaterali e garanzie per lavori su reti idriche, elettriche e trasporti;
  • la fase 3 (oltre 36 mesi) apre a PPP mirati su edilizia sociale, energia distribuita e waste management.

Qui si giocheranno le partite dei grandi appalti: procurement trasparente, antifrode, clausole sociali minime, filiere locali e indicatori di performance misurabili (giorni-uomo in sicurezza, chilometri di arterie viarie riaperte, megawatt ripristinati, metri cubi d’acqua trattati).

Tre rischi possono erodere la stima iniziale: inflazione dei materiali e della logistica (cemento, acciaio, bitume), colli di bottiglia ai valichi e volatilità del cambio per gli input importati. Tre leve, al contrario, possono contenerla: riciclo degli inerti in situ, micro-reti elettriche modulari per ridurre perdite e furti, standardizzazione dei moduli abitativi e sanitari per economie di scala.

In estrema sintesi: gli 80 miliardi descrivono la dimensione di un progetto di ricostruzione che è insieme ingegneristico e politico. Senza un corridoio di sicurezza stabile, la bonifica delle oltre 40 milioni di tonnellate di macerie resterà il collo di bottiglia che congela il resto. L’allocazione di 7 miliardi alla funzione sicurezza non sottrae risorse: le abilita, perché consente a cantieri, assicurazioni e supply chain di operare con continuità e a costi prevedibili.

La dimensione infrastrutturale

L’impatto sulle infrastrutture civili è sistemico e spezza la continuità funzionale del territorio. La rete viaria – 3.479 chilometri tra distrutti e gravemente danneggiati – non è solo un’informazione ingegneristica: è l’indicatore che misura la capacità del sistema di respirare. Dove le strade non esistono o sono interrotte, l’assistenza non arriva, i cantieri non si aprono, i materiali non si trasferiscono né distribuiscono. La geografia del danno è asimmetrica: i picchi di distruzione si addensano nei nodi urbani e logistici a maggiore densità, con 442 km distrutti a Khan Yunis e 363 km nell’area di Gaza City. Qui, il tessuto urbano compatto, la sovrapposizione tra tessuto residenziale e infrastrutture critiche, e l’uso militare del sottosuolo da parte di Hamas hanno moltiplicato la vulnerabilità.

La cifra di 30 miliardi di dollari per il ripristino delle reti idriche, elettriche e viarie va letta come costo di ri-funzionalizzazione del sistema, non come semplice somma di lavori pubblici. Idrico, elettrico e stradale sono sottosistemi interdipendenti: senza viabilità primaria non si posano condotte e cavi; senza energia non si pompano acqua e reflui; senza acqua non regge l’igiene dei campi e degli ospedali. Il primo obiettivo non è dunque “ricostruire tutto”, ma ristabilire corridoi di servizio minimi che garantiscano una capacità operativa di base al territorio. In termini operativi, significa riaprire in sequenza le arterie A-B (corridoi est–ovest e nord–sud), creare hub di logistica in aree relativamente indenni, e collegare a stella gli insediamenti più popolati, anche con soluzioni provvisorie (ponti bailey, bypass su sottofondi stabilizzati, pavimentazioni temporanee).

Sul fronte idrico, la perdita fisica e commerciale (NRW) tenderà a esplodere per rotture diffuse, furti e mancanza di telemetria. Il ripristino “a parità” sarebbe inefficiente: conviene procedere per distretti idrici (DMA), con riduzioni di pressione, valvole di settore e misurazione a monte, privilegiando la riattivazione dei pozzi e delle condotte che alimentano ospedali, strutture collettive e scuole. Per l’elettrico, la priorità è la maglia di media tensione, i centri di trasformazione e le protezioni: linee provvisorie aeree, micro-reti modulari in prossimità degli insediamenti, generazione ibrida (diesel+fotovoltaico) per ridurre la dipendenza dal carburante e limitare le perdite di rete.

Sulle strade, i 3.479 km danneggiati non hanno lo stesso peso strategico. Un chilometro di arteria primaria riaperta vale più di dieci di strade locali se consente il transito di convogli pesanti e il trasporto di inerti riciclati dalle macerie. La logica deve essere quella della rete essenziale: clearance EOD/UXO, ripristino delle pavimentazioni collassate, posa di griglie e sottofondi riciclati, bitumatura a caldo solo dove la portanza lo richiede; altrove, trattamenti superficiali a freddo. In parallelo, ponti e tombini: sono i colli di bottiglia che, se non trattati, interrompono catene logistiche altrimenti funzionanti. La ricostruzione “perfetta” viene dopo: prima serve la transitabilità sicura, con standard uniformi di segnaletica e controllo accessi.

La dimensione economica conferma questa sequenza. Dentro i 30 miliardi, le voci che pesano sono gli impianti di trattamento acqua e reflui, i trasformatori e gli switchgear di media tensione, gli aggregati per pavimentazioni e la meccanizzazione leggera per cantieri diffusi. Qui si vincono o si perdono anni e miliardi: standardizzare capitolati, favorire il riuso in situ degli inerti, centralizzare gli acquisti di componentistica elettrica, suddividere i lotti stradali in pacchetti cantierabili da imprese locali supervisionate da prime contractor. Una governance chiara – corridoi sicuri, assicurazioni accessibili, pagamenti certi, anticorruzione – riduce il premio di rischio e sposta risorse dal “costo della frizione” al “costo del risultato”.

In sintesi: i numeri descrivono una devastazione estesa, ma soprattutto indicano una rotta. Ripartire dalle arterie vitali, dai distretti idrici e dalle micro-reti elettriche non è un compromesso al ribasso: è la condizione per evitare che la ricostruzione resti ostaggio della geografia del danno. Se i corridoi logistici reggono, i 30 miliardi diventano investimento in resilienza; se saltano, si trasformano in spesa ciclica, destinata a inseguire emergenze senza chiuderne nessuna.

Gli attori economici

Tra le imprese potenzialmente coinvolte nella ricostruzione figurano grandi gruppi internazionali, tra cui: Orascom e Arab Contractors (Egitto), CCC (Grecia), Organi, Limak e Tekfen (Turchia), Webuild, Cementir e Buzzi (Italia), Vinci, Bouygues, Saint-Gobain, Holcim, Heidelberg Materials, Vicat, Imerys, Veolia, Suez, EDF (Francia e Germania), e Siemens Energy, RWE (Germania). Nel settore energetico e delle risorse naturali sono coinvolte compagnie come Amar, Leviathan, Karish e Newmed (Israele), Chevron (USA), Energean (Regno Unito), Eni (Italia), British Petroleum (Regno Unito), Socar (Azerbaijan), Dana Petroleum (Scozia) e Ratio Energies (Israele).

Governance e finanziamenti internazionali

La scansione temporale conta. Il 13 ottobre 2025 la Banca Mondiale ha reso operativo il quadro di gara del Palestinian Health System Reform Project (PHSRP) pubblicando il Procurement Plan 2025-2027 (codice P508917): attuatore il Ministero della Salute palestinese, strumentazione STEP e capitolati standard WB, con prima tornata di lotti su apparecchiature mediche, cliniche mobili e servizi consulenziali per la riorganizzazione della medicina di famiglia e della farmacovigilanza. È il “capo-ponte” sanitario della ricostruzione: non solo acquisti, ma architettura di spesa e governance (procurement centralizzato, criteri di trasparenza, calendario lotti) per trasformare fondi eterogenei in servizi effettivi.

Sul lato europeo, Bruxelles ha valutato un investimento triennale fino a 1,6 miliardi di euro (2025-2027): sovvenzioni dirette alla PA (circa 620 mln), dotazione per progetti di resilienza e recovery in Cisgiordania e Gaza (circa 580 mln, “quando le condizioni lo consentiranno”) e una facility EIB da 400 mln in prestiti garantiti dalla Commissione, dedicata al tessuto produttivo. Non è un fondo unico, ma un programma a “tre tasche” che chiede coordinamento: BEI (Banca europea per gli investimenti) per credito e garanzie, DG (Direzione generale) vicinato per le sovvenzioni, agenzie nazionali per l’esecuzione nei settori energia, acqua e rifiuti. La logica è di blending sequenziale: donazioni per l’avvio (stabilizzazione e servizi minimi), poi leva creditizia per scalare investimenti con ritorno.

Il nesso strategico tra i due pilastri è evidente. Sanità: il Palestinian Health System Reform Project (PHSRP) agisce sulla “funzionalità di base” (procurement sanitario, cliniche mobili, percorsi di cura) che permette di assorbire meglio i flussi infrastrutturali futuri. Infrastrutture: la EU Gaza Facility – nel suo disegno – alloca capitali verso reti idriche, elettriche e gestione rifiuti, precondizione per far funzionare ospedali, catene del freddo e impianti di trattamento. Quando il piano sanitario dispone acquisti e standard, l’infrastrutturale può agganciarsi con cantieri compatibili, evitando i “progetti orfani” (ospedali senza energia o acqua). È la differenza tra spesa e capacità: senza programmazione congiunta, gli euro e i dollari evaporano in attriti logistici.

Tre elementi meritano attenzione operativa:

  1. Sequenziamento. Il calendario gare WB (ott-dic 2025) va sincronizzato con corridoi logistici, clearance EOD/UXO e ripristino MT/BT, per non immobilizzare forniture negli hub di ingresso.
  2. Trasparenza e rischio. L’uso di STEP e dei documenti standard WB riduce il premio di rischio per i fornitori; sul versante UE-EIB, le garanzie di Bruxelles de-rischizzano i prestiti alle PMI locali, ampliando la platea di esecutori e manutentori.
  3. Allineamento settoriale. Acquisti in sanità (diagnostica, mobilità clinica, farmaci essenziali) devono riflettere la gerarchia infrastrutturale UE: priorità a strutture coperte da micro-reti e da distretti idrici funzionanti, per massimizzare l’uptime dei servizi.

In sintesi, PHSRP e EU Gaza Facility non sono “due notizie”, ma i due lati della stessa strategia: lo standard di spesa (WB) che rende sostenibile l’investimento (UE-EIB) e, viceversa, la massa critica finanziaria europea che rende scalabile la riforma sanitaria. Dove i due flussi si incrociano – procurement trasparente e capitale a lungo termine – la ricostruzione smette di essere un elenco di progetti e diventa capability territoriale.

Le gare di ricostruzione

La Striscia di Gaza beneficia dello status “special conflict-affected” della Banca Mondiale, che consente l’accesso agevolato di imprese europee ai bandi multilaterali. L’UNDP/PAPP, programma ONU per l’assistenza al popolo palestinese, ha avviato una gara internazionale per la fornitura e installazione di unità prefabbricate (scadenza: 20 ottobre 2025). L’OMS ha aperto un bando per apparecchiature mediche destinate agli ospedali palestinesi (scadenza: 15 ottobre 2025).

Considerazioni strategiche: la ricostruzione come strumento d’influenza

La ricostruzione di Gaza non può essere ovviamente letta solo in termini economici; al contrario, rappresenta un banco di prova per la governance internazionale e per la cooperazione tra istituzioni multilaterali e Stati. Il coinvolgimento di attori privati, la competizione per i contratti e la presenza di fondi congiunti UE–World Bank indicano una dimensione geopolitica emergente in cui la ricostruzione diviene strumento di influenza. In questo quadro, l’Italia potrebbe giocare un ruolo significativo attraverso le proprie imprese e l’esperienza maturata nei contesti di post-conflitto, in particolare con le proprie capacità militare (in particolare le capacità Stability & Reconstruction, e Security Force Assistance) e di cooperazione internazionale, rafforzando la propria presenza strategica nel Mediterraneo allargato.

È inoltre fondamentale sottolineare che le implicazioni strategiche e le dinamiche economiche fanno parte di un quadro più ampio; resta il dato umano di una popolazione chiamata a ricominciare in condizioni di profonda fragilità. La ricostruzione di Gaza non sarà solo una questione di risorse o governance, ma anche di capacità collettiva di restituire normalità, sicurezza e prospettive di vita a una comunità duramente colpita. La stabilità futura dell’area passerà dalla capacità di integrare sicurezza, sviluppo e dignità umana in un unico percorso sostenibile.


[1] Fonti principali: UNOSAT/OCHA damage assessment e road network (luglio–settembre 2025).


Gaza: il punto di C. Bertolotti a SKY TG24.

di Claudio Bertolotti.

VAI ALL’INTERVISTA DI C. BERTOLOTTI A SKY TG 24 (Puntata dell’8 settembre 2025): https://video.sky.it/news/mondo/video/sky-tg24-mondo-puntata-dell8-agosto-1028275

L’operazione israeliana a Gaza City, così come delineata dalle autorità di Tel Aviv, si muove in un territorio grigio in cui il diritto alla difesa si scontra con il dovere di limitare l’impatto sulla popolazione civile. Sul piano strettamente legale e strategico, le misure proposte possono essere considerate legittime, a condizione che vengano adottati tutti gli strumenti possibili per ridurre il numero delle vittime innocenti e prevenire danni sproporzionati. È questa, però, una condizione tanto chiara in teoria quanto difficile da realizzare nella pratica.

La realtà operativa è che Hamas non rinuncerà alla propria strategia di utilizzare la popolazione come scudo umano. Ospedali, scuole e asili resteranno obiettivi ambigui, luoghi in cui l’infrastruttura civile si sovrappone a funzioni militari. Ciò crea un contesto urbano in cui la distinzione tra combattenti e civili è volutamente confusa, trasformando ogni intervento militare in un dilemma etico e operativo.

In questo scenario, il rischio principale per Israele non è solo il costo immediato dell’operazione, ma la sua trasformazione in un pantano prolungato. La guerra urbana, con il suo logoramento quotidiano, può diventare il preludio a una fase insurrezionale in cui il conflitto si estende oltre il controllo territoriale, alimentato da risentimento, vendetta e un senso diffuso di occupazione.

A ciò si aggiunge una questione logistica e umanitaria di proporzioni imponenti: la gestione del deflusso e dell’assistenza a un milione di abitanti di Gaza. Fornire loro servizi minimi essenziali – acqua, elettricità, assistenza medica – in un contesto di distruzione infrastrutturale è un compito che metterebbe a dura prova qualsiasi forza armata o amministrazione civile. Per Israele, sarà un banco di prova quasi impossibile da superare senza il sostegno di attori esterni, sia sul piano umanitario che politico.

E allora, che accadrà? Con ogni probabilità, vedremo un’escalation lenta ma inesorabile, in cui l’obiettivo di neutralizzare Hamas rischia di cedere il passo alla gestione di una crisi umanitaria e di sicurezza sempre più complessa. La legittimità dell’operazione, pur riconosciuta in termini giuridici, sarà giudicata dall’opinione pubblica internazionale e regionale non solo dai risultati militari, ma dalla capacità – o incapacità – di Israele di garantire la sopravvivenza e la dignità della popolazione civile.

In definitiva, è in questo equilibrio precario tra forza e responsabilità che si giocherà il futuro della Striscia (e dell’intera regione).


Da Kiev al Medioriente: il commento di C. Bertolotti a SKY TG 24 TIMELINE.

di Claudio Bertolotti.

Da Kiev al Medioriente: il commento di C. Bertolotti a SKY TG 24 TIMELINE (puntata del 4 luglio 2025).

Dopo la telefonata Trump-Putin
A conversazione conclusa, il presidente statunitense Donal J. Trump ha ammesso di non aver ottenuto “alcun passo avanti” verso il cessate-il-fuoco, lasciando trapelare delusione e irritazione. Pochi minuti dopo, dal Cremlino filtrava la ferma linea di Mosca: “gli obiettivi militari resteranno immutati” e i negoziati dovranno svolgersi «solo fra Mosca e Kyiv, senza mediatori».

L’ondata di missili e droni
Le parole hanno trovato immediata conferma nei fatti: fra la notte del 3 e l’alba del 4 luglio la Russia ha scatenato la più massiccia offensiva aerea dall’inizio della guerra — circa 550 vettori tra droni Shahed e missili balistici, diretti soprattutto su Kyiv ma anche su diverse città dell’ovest ucraino — un segnale assai eloquente di continuità bellica reuters.com.

La chiave di lettura
Putin sta usando la pressione militare come leva negoziale: più alza la soglia del dolore ucraino, più indebolisco la loro resilienza politica e la loro fiducia nelle difese occidentali». Quando lancia centinaia di droni e missili, il presidente russo Vladimir Putin sa che la contraerea ucraina non potrà intercettarli tutti. È una dimostrazione pratica del vantaggio tattico e operativo mantenuto da Mosca in questo conflitto e degli effetti in termini di vulnerabilità psicologica ucraina.

Non si tratta soltanto di terrorizzare i civili; la campagna aerea serve a preparare l’offensiva estiva: «la Russia chiama i coscritti due volte l’anno, in aprile e novembre; dopo due mesi d’addestramento sono pronti. Siamo esattamente all’apice di quel ciclo: da un momento all’altro Mosca potrebbe puntare su Odessa per chiudere l’accesso ucraino al Mar Nero

L’arma-tempo e il nodo degli aiuti USA
Il fattore decisivo è la pazienza strategica di Mosca: «Più il tempo passa, più Kiev dipende dagli arsenali occidentali, mentre la Russia rigenera continuamente le proprie riserve umane». In questo quadro, la decisione di Washington di sospendere parte delle forniture — in particolare i Patriot e le munizioni guidate — pesa in modo sproporzionato: «Kyiv non può permettersi buchi di poche settimane, figuriamoci di mesi».

Trump nega che si tratti di un vero “congelamento” e insiste sulla necessità di salvaguardare le scorte interne, ma il messaggio politico che arriva in Ucraina (e in Russia) è chiaro: la protezione USA non è più illimitata. Ma, a ben guardare i precedenti, è più probabile che tale scelta sia una concessione indiretta a Putin, con la clausola non scritta di riprendere la fornitura di equipaggiamenti militari all’Ucraina nel momento in cui Putin non dovesse aprire a una qualunque ipotesi negoziale.

Che cosa vedo all’orizzonte

  • Un’escalation “controllata”: Mosca continuerà a colpire infrastrutture civili e militari per logorare la rete di difesa aerea e mostrare l’impotenza di Kyiv.
  • Pressione su Odessa: il rafforzamento russo a sud fa pensare a un tentativo di sigillare definitivamente la costa ucraina.
  • Diplomazia in stallo: finché nell’arco atlantico non si chiarirà l’entità reale dello stop agli aiuti, qualunque negoziato resterà intrappolato in un gioco di specchi.
  • Fragilità europea: l’UE dipende dalla linea di Washington; senza un piano alternativo, rischia di trovarsi spettatrice di un accordo imposto dal terreno di battaglia.

Per concludere
La sequenza telefonata-bombardamenti mostra come Putin utilizzi sistematicamente l’azione militare per dettare i tempi politici, contando sul logoramento del sostegno occidentale. Se Washington non riattiverà in fretta la filiera degli armamenti — o se Mosca non incapperà in un errore strategico — le prossime settimane potrebbero segnare un ulteriore peggioramento per l’Ucraina, con un tavolo negoziale sempre più sbilanciato a favore del Cremlino.


L’arsenale militare iraniano: potenza apparente, limiti strutturali, minaccia asimmetrica

di Claudio Bertolotti, dall’intervista a Lorenzo Santucci, per Huffington Post Italia.

Il commento di C. Bertolotti per START InSight e Huffington Post.

Nonostante una narrazione che tende a enfatizzarne la forza, l’arsenale militare iraniano è segnato da forti limiti strutturali, in particolare nel dominio della guerra convenzionale. Il comparto aeronautico, ad esempio, si basa ancora in gran parte su tecnologie risalenti agli anni ’70, risalenti al periodo pre-rivoluzionario e acquisite durante il regno dello Scià. Ne fanno parte aerei da combattimento come gli F-4 Phantom, gli F-5 e alcuni F-14 Tomcat, mantenuti operativi con difficoltà grazie a reverse engineering, cannibalizzazione di pezzi di ricambio e una rete industriale interna che ha cercato di supplire alla mancanza di accesso ai mercati globali per via dell’embargo.

La potenza missilistica: la vera carta strategica

Il vero elemento di deterrenza e di proiezione di forza per Teheran risiede nella componente missilistica. Secondo stime attendibili, l’Iran dispone di oltre 3.000 missili balistici, il che ne fa una delle più imponenti potenze missilistiche del Medio Oriente. Questi vettori includono una gamma diversificata di missili a corto e medio raggio (come i Fateh-110, Zolfaghar, Shahab-3 e Sejjil), capaci di colpire bersagli a distanze comprese tra i 300 e i 2.000 km.

Dal punto di vista tecnico, questi missili sono spesso alimentati nella fase iniziale tramite razzi a propellente solido o liquido, ma non sono dotati di sistemi di guida o propulsione terminale, il che significa che, una volta raggiunto l’apogeo della traiettoria, ricadono “a caduta libera” sull’obiettivo. Questa caratteristica riduce la precisione rispetto ai più sofisticati sistemi occidentali o russi, ma resta comunque efficace se usata su obiettivi di area o in una logica di saturazione.

Tecnologia obsoleta, ma strategia moderna

A dispetto dell’obsolescenza tecnologica in molte componenti convenzionali (carri armati, aerei, difesa antiaerea), l’Iran ha saputo adattarsi a una logica di guerra asimmetrica e ibrida. Il know-how sviluppato sul terreno (soprattutto in Siria, Iraq, Libano e Yemen) e il ricorso a proxy armati ben addestrati e forniti, ha trasformato il potenziale militare iraniano in una minaccia diluita, flessibile e difficilmente neutralizzabile con la sola superiorità aerea.

In particolare, i programmi missilistici sono accompagnati dallo sviluppo di droni d’attacco e di sorveglianza (come i Mohajer e i Shahed), utilizzati sia direttamente sia forniti a forze alleate (Hezbollah, Hamas, milizie sciite irachene, Houthi). Questi strumenti hanno dimostrato una crescente efficacia, sia in termini tattici che simbolici.

Conclusione: una minaccia non convenzionale

L’Iran non può competere direttamente con le potenze regionali o globali sul piano convenzionale, ma ha saputo sviluppare un arsenale che, sebbene basato in larga parte su tecnologia obsoleta, rappresenta una minaccia significativa in chiave asimmetrica e strategica. I suoi missili balistici, in particolare, costituiscono un elemento chiave nella dottrina della deterrenza offensiva, in grado di colpire obiettivi critici in tutta la regione. La crescente interconnessione tra capacità missilistiche, droni e rete di proxy regionali moltiplica il potenziale distruttivo dell’Iran, compensando in parte le lacune della sua forza convenzionale.


Attacco (preventivo) all’Iran: il commento di C. Bertolotti a SKY TG24.

di Claudio Bertolotti.

Dall’intervento di C. Bertolotti a SKY TG 24 (puntata del 14 giugno 2025)

Il commento di C. Bertolotti e B. Valensise.

Il contesto strategico: tra minaccia esistenziale e deterrenza nucleare

Il quadro delle tensioni tra Iran e Israele è definito, da anni, da un equilibrio instabile in cui la minaccia percepita e quella effettiva si sovrappongono. Il primo elemento essenziale riguarda la strategia iraniana: Teheran ha come obiettivo dichiarato la distruzione dello Stato di Israele. Per perseguirlo, ha costruito nel tempo un doppio pilastro offensivo. Da un lato, il potenziamento di un arsenale missilistico che mira alla saturazione delle difese israeliane, e che — secondo diverse fonti — potrebbe in prospettiva integrare anche capacità nucleari. Dall’altro lato, l’Iran ha consolidato una rete regionale di alleati e milizie, il cosiddetto “Asse della Resistenza”, che include attori come Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad Islamica Palestinese a Gaza, oltre ai proxy operativi in Siria, Iraq e Yemen. Questo dispositivo consente a Teheran di minacciare Israele da più direzioni in modo simultaneo, accrescendo il rischio strategico percepito da Gerusalemme.

Israele e la dottrina dell’attacco preventivo

Di fronte a questa minaccia multiforme e crescente, Israele si muove secondo una dottrina strategica che interpreta la propria sopravvivenza come una condizione esistenziale da tutelare con ogni mezzo disponibile. Ne deriva un principio operativo chiaro: la difesa preventiva, o “preemptive strike”. Israele ritiene infatti di non potersi permettere un conflitto totale innescato da un attacco combinato dell’asse sciita guidato da Teheran. In tale ottica, l’azione militare israeliana non è solo una reazione, ma un gesto strategicamente anticipatorio, finalizzato a neutralizzare — o almeno degradare — le capacità offensive del nemico prima che queste siano effettivamente impiegate.

Il ruolo degli Stati Uniti e la pressione regionale sull’Iran

Il terzo elemento che struttura questo equilibrio è rappresentato dalla posizione americana. Gli Stati Uniti sostengono in modo pressoché incondizionato Israele, ritenendolo non solo un alleato storico, ma anche uno strumento per contenere l’influenza regionale dell’Iran. Washington, inoltre, mira a rafforzare il blocco sunnita, in particolare l’Arabia Saudita, come contrappeso strategico all’espansionismo iraniano. Questo approccio ha avuto ripercussioni anche sul dossier nucleare, in particolare sul futuro del JCPOA, il patto di non proliferazione con l’Iran. Se fino a pochi giorni prima degli eventi del 13–14 giugno i negoziati erano tecnicamente ancora aperti, dopo l’attacco israeliano e la reazione iraniana, la situazione è precipitata, con la sospensione ufficiale dei colloqui da parte di Teheran.

In tale contesto, hanno assunto particolare rilevanza gli allarmi lanciati dal Direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), Rafael Grossi. Grossi ha infatti denunciato il continuo arricchimento dell’uranio da parte iraniana a livelli del tutto incompatibili con un uso civile dell’energia nucleare. L’arricchimento a concentrazioni elevate di U-235 — più complesse da ottenere e più onerose in termini tecnici e logistici — non trova giustificazione nel contesto energetico dichiarato da Teheran, rafforzando i sospetti sulla volontà di sviluppare una capacità nucleare a fini militari.

Non si tratterebbe, dunque, di una mera strategia di deterrenza, ma piuttosto di uno strumento di minaccia diretta, coerente con la retorica iraniana di distruzione di Israele. In questo scenario, il ruolo degli alleati di prossimità dell’Iran — da Hezbollah a Hamas, fino ai ribelli Houthi in Yemen — si configura come parte integrante di una strategia offensiva regionale multilivello. È proprio per questo che Israele ha colpito duramente non solo le infrastrutture iraniane, ma anche i terminali operativi di questa rete di proxy armati, interpretandoli come appendici militari funzionali alla strategia nucleare e missilistica di Teheran.

Dall’attacco del 13 giugno alla nuova normalità della guerra sotto soglia

L’operazione israeliana del 13 giugno 2025, denominata “Rising Lion”, ha segnato un salto di qualità nella dottrina dell’attacco preventivo. Circa 200 velivoli, tra caccia e droni, hanno colpito più di cento obiettivi in Iran, tra cui impianti nucleari (Natanz, Fordow, Arak), centri di comando dei Pasdaran e residenze di scienziati legati al programma atomico. Il bilancio è stato pesante: decine di vittime civili e la morte di figure chiave come il comandante della Guardia Rivoluzionaria Hossein Salami. In risposta, Teheran ha lanciato l’operazione “True Promise III”, con oltre 150 missili e un centinaio di droni diretti verso Israele. Le difese israeliane e americane (Iron Dome e THAAD) sono riuscite a intercettare la maggior parte delle minacce, ma alcuni ordigni hanno colpito Tel Aviv e Gerusalemme, causando danni e vittime.

La dinamica che si è delineata rappresenta una tipica forma di “competizione strategica” nella regione, le cui prospettive guardano a una sostanziale ridefinizione degli equilibri di potere.