https://www.startinsight.eu/wp-content/uploads/2024/02/2024.02.24_g7_kiev.jpg

Due anni di guerra russo-ucraina

di Claudio Bertolotti

Abstract

A due anni dall’inizio del conflitto russo-ucraino, la situazione rimane critica, con un apparente stallo sul campo di battaglia che cela complesse dinamiche e gravi conseguenze. La Russia ha mantenuto il vantaggio tattico acquisito, consolidando il controllo sui territori occupati e mostrando disinteresse per le proprie perdite, in una strategia che privilegia le vittorie di grande risonanza mediatica. Al contrario, l’Ucraina, nonostante l’aiuto occidentale sotto forma di equipaggiamenti avanzati, si trova in difficoltà a causa della quantità insufficiente di sostegni, limitando la sua capacità di recuperare i territori occupati. La stanchezza dell’Occidente rischia di minare il supporto all’Ucraina, ignorando le implicazioni strategiche di lungo termine e potenzialmente consentendo alla Russia di usare i successi ottenuti per rafforzare le sue ambizioni future. Il conflitto sottolinea l’importanza di un impegno rinnovato e di una riflessione strategica per preservare l’ordine internazionale.

Due anni di guerra russo-ucraina

All’alba del secondo anniversario della guerra russo-ucraina, il conflitto rimane una ferita aperta nell’ordine mondiale. Nonostante gli sforzi incessanti e gli appelli internazionali alla pace, la situazione sul campo di battaglia riflette una realtà segnata da un apparente stallo operativo che, tuttavia, nasconde dinamiche complesse e conseguenze profonde.

Il vantaggio tattico inizialmente guadagnato dalla Russia è stato mantenuto nel corso di questi due anni, evidenziando una strategia militare che, nonostante le gravi perdite, ha permesso a Mosca di consolidare le sue posizioni nei territori occupati. Questo dominio tattico si è manifestato non solo attraverso la conquista territoriale ma anche tramite la capacità russa di infliggere significative perdite all’Ucraina, pur mostrando un disinteresse quasi totale per le proprie perdite. Questa indifferenza verso le perdite tra i soldati si inserisce in una narrazione più ampia che privilegia la vittoria in battaglie di alto impatto simbolico ed emotivo, mirando a rafforzare il sostegno interno e a intimidire la comunità internazionale.

Dall’altro lato, l’Ucraina, sostenuta da equipaggiamenti e munizioni di alto livello qualitativo forniti dall’Occidente, si trova di fronte a un’amara realtà. Nonostante la superiorità tecnologica di alcuni degli armamenti ricevuti, la quantità di questi sostegni si è rivelata insufficiente per ribaltare le sorti del conflitto. La scarsità di risorse ha limitato le capacità ucraine di lanciare offensive significative per liberare i territori occupati, congelando di fatto il conflitto in una logorante guerra di posizione.

L’impossibilità dell’Ucraina di avanzare significativamente sul campo di battaglia solleva ampi interrogativi sulla sostenibilità del sostegno occidentale. La stanchezza dei Paesi europei e dei contribuenti statunitensi si manifesta in una crescente riluttanza a investire in un conflitto che appare senza fine e, in ultima analisi, a svantaggio dell’Ucraina. Questa visione, seppur comprensibile alla luce degli ingenti costi umani ed economici, rischia di trascurare le implicazioni strategiche di lungo termine. La Russia, interpretando ogni cedimento o concessione occidentale come una vittoria, potrebbe utilizzare i successi territoriali e politici ottenuti per alimentare le sue future ambizioni, modificando irreversibilmente l’equilibrio geopolitico a suo favore.

Il fronte

Le truppe russe hanno intrapreso un’azione offensiva coordinata su vari fronti per raggiungere un traguardo operativamente significativo in Ucraina, un evento che non si verificava da oltre diciotto mesi. L’esito di questa avanzata nel settore Kharkiv-Luhansk rimane incerto, tuttavia, la pianificazione e l’implementazione iniziale di questa offensiva indicano cambiamenti importanti nella strategia operativa russa (Fonte ISW).

Fin dalla primavera del 2022, gli sforzi russi volti a conquistare città e villaggi di dimensioni ridotte nell’est dell’Ucraina non hanno raggiunto traguardi operativi di rilievo, nonostante tali azioni abbiano causato intensi combattimenti e gravi perdite sia per l’Ucraina che per la Russia. Durante l’offensiva di inverno-primavera del 2023, le forze russe hanno apparentemente puntato a obiettivi operativamente più ambiziosi, ma l’inefficacia della pianificazione e della realizzazione di tale offensiva ha impedito progressi significativi, di fatto non raggiungendo la maggior parte degli obiettivi prefissati.

Il disegno dell’offensiva russa

Fino ad ora, le offensive russe si sono concentrate sullo sforzo di grandi quantità di truppe contro singoli obiettivi (come Bakhmut e Avdiivka) o hanno compreso attacchi simultanei lungo linee di avanzamento troppo distanti per fornire reciproco sostegno e/o divergenti tra di loro. Al contrario, l’offensiva in atto nel settore Kharkiv-Luhansk si è sviluppata su attacchi lungo quattro direttrici parallele, strutturate in maniera coordinata al fine di collaborare vicendevolmente per raggiungere obiettivi multipli che, se conseguiti, potrebbero portare a vantaggi operativi determinanti per il proseguimento dell’azione offensiva. In particolare, il processo di pianificazione operativa di questa offensiva merita un’attenzione particolare poiché confermerebbe la capacità dei comandi russi di far tesoro delle lezioni apprese nelle più recenti battaglie, sia di successo che fallimentari (Fonte ISW). Tuttavia, le abilità tattiche russe in questa area non sembrano aver subito miglioramenti sostanziali rispetto al passato, almeno dal punto di vista tattico; un elemento che potrebbe contribuire, non tanto al fallimento dell’operazione complessiva, ma ad aumentarne i già elevati costi in termini di risorse materiali e umane.

Avdiivka: quanto è grave la caduta di questa cittadina?

Avdiivka non è mai stata un obiettivo strategico, lo è su quello della propaganda strategica come lo è sul piano operativo e tattico. La sua caduta in mano russa ha avuto un forte impatto emotivo per gli ucraini, poiché è la prima città conquistata dai russi dopo Bakhmut, e segue la sfortunata offensiva ucraina lanciata prima dell’estate dello scorso anno. La sua conquista ha richiesto circa 4 mesi ai russi, a fronte di un elevato dispendio di risorse: ma è comunque una vittoria russa e una sconfitta ucraina e questo peserà sia sull’opinione pubblica russa, sia sul morale dei soldati ucraini.

L’importanza tattica di Avdiivka sta nell’essere a pochi chilometri dalla città di Donetsk, e da li le forze ucraine potevano colpire con l’artiglieria il capoluogo del bacino minerario del Donbass, di fatto rendendo la città il perno di manovra del dispositivo militare ucraino sul fronte di Donetsk. Ora questo è venuto meno, e le posizioni arretrate che le forze di Kiev hanno dovuto assumere sono sia uno svantaggio tattico per gli ucraini sia, e questo deve preoccuparci, la conferma di un indebolimento progressivo del fronte ucraino, anche in conseguenza delle disponibilità in termini di uomini e munizioni.

Potrebbe essere l’inizio di un’offensiva più vasta?

È la lenta avanzata russa, che non si è mai fermata e che concentra in punti chiave il proprio sforzo. I russi sono numericamente superiori in termini di personale, artiglieria e aviazione. La quantità russa prevale sulla qualità ucraina.

Il nord è un fronte che almeno al momento non sembra essere interessato dall’ipotesi di una nuova offensiva. Ma non si può escluderlo, e questo per la Russia è un vantaggio perché l’Ucraina è obbligata a tenere truppe ferme in attesa di contenere una qualsiasi minaccia su quel settore del fronte.

Oggi però la grande offensiva russa è duplice: comunicativa e sul campo di battaglia. In entrambi gli ambiti la Russia è molto aggressiva e capace di ottenere risultati favorevoli. La disinformazione, la propaganda, il fatto che intellettuali e giornalisti occidentali facciano da cassa di risonanza alla propaganda russa sono elementi che confermano la scelta vincente di Mosca. Poi c’è l’offensiva sul campo di battaglia: l’obiettivo primario di Mosca è l’Oblast’ di Luhansk, per poi spingersi verso ovest nell’Oblast’ di Kharkiv orientale e, da qui, circondare l’Oblast’ di Donetsk settentrionale e occuparlo.

Le direttrici dell’offensiva russa

La campagna offensiva russa sta procedendo attualmente su quattro assi, da nord a sud, includendo le aree intorno a Kupyansk e Synkivka; da Tabaivka a Kruhlyakivka; da Makiivka a Raihorodka e/o Borova; e da Kreminna a Drobysheve e/o Lyman.

Il contingente militare russo dislocato nella regione occidentale ha amplificato le sue attività offensive lungo l’asse Kupyansk-Svatove-Kreminna, concentrando i suoi sforzi su quattro principali direzioni di movimento. Queste forze stanno avanzando in maniera offensiva a nord-est di Kupyansk, a nord-ovest e a sud-ovest di Svatove, nonché a ovest di Kreminna. Il raggruppamento occidentale russo, che si compone principalmente di unità del distretto militare occidentale (WMD), ha assunto la responsabilità dell’asse Kharkiv-Luhansk dopo che la linea del fronte si è stabilizzata a seguito della riuscita controffensiva ucraina nell’area di Kharkiv nell’autunno del 2022 (Fonte ISW).

Il comando centrale delle forze (prevalentemente costituito da unità del Distretto Militare Centrale [CMD]) ha gestito la sezione meridionale di questo fronte in direzione di Lyman fino all’autunno del 2023, momento in cui il WMD avrebbe preso il comando della zona settentrionale vicino a Lyman, a seguito del trasferimento di un significativo contingente di truppe del CMD per supportare, all’inizio di ottobre 2023, l’attacco offensivo su Avdiivka nella regione di Donetsk.

Il 6 ottobre 2023, la 6ª Armata Combinata (CAA) e la 1ª Armata Corazzata della Guardia (1ª GTA) del WMD hanno rilanciato un’offensiva localizzata a nord-est di Kupyansk, incrementando sporadicamente le operazioni in altre aree vicino a Kupyansk. Questo tentativo offensivo russo di avanzare verso Kupyansk da nord-est ha tuttavia portato solamente a modesti successi tattici entro gennaio 2024 (Fonte ISW).

A gennaio 2024, le autorità ucraine hanno segnalato con crescente frequenza che le forze russe stavano preparando il terreno per un’offensiva di più ampia portata sia nella direzione di Kupyansk che di Lyman. Le unità WMD hanno iniziato a intensificare le operazioni su quattro fronti lungo l’asse all’inizio di gennaio, e il capo della Direzione principale dell’intelligence militare (GUR) ucraina, il tenente generale Kyrylo Budanov, ha confermato l’inizio dell’offensiva russa d’inverno-primavera 2024 sull’asse Kharkiv-Luhansk, scattata il 30 gennaio (Fonte ISW).

Il tema delle armi: forniture di aerei F16 e mancanza munizioni.

Dopo aver superato le varie linee rosse rispetto alle quali inizialmente era stato detto che non si sarebbe mai andati oltre, dalla fornitura prima di artiglieria, poi dei sistemi missilistici a medio raggio, e poi ancora i carri armati pesanti, è giunta l’ora degli aerei da caccia F16, che saranno un sollievo per Kiev, ma non determinanti se non accompagnati da un massiccio rifornimento di munizioni ed equipaggiamenti pesanti.

Se Fino allo scorso anno la qualità degli equipaggiamenti militari forniti dall’Occidente e l’addestramento fornito ai soldati ucraini hanno compensato la quantità degli arsenali russi che, per quanto obsoleti hanno comunque ottenuto lo scopo di garantire alla Russia un vantaggio tattico pressoché costante in questa lenta guerra di attrito e logoramento.

Ad oggi l’Ucraina non ha più le forze sufficienti per la condotta di operazioni offensive su media e larga scala. Di fatto archiviando qualunque ipotesi di liberazione dei territori ucraini occupati dalla Russia. Gli aiuti militari occidentali, che fino a oggi hanno consentito a Kiev di tenere il fronte, conducendo una controffensiva lo scorso anno che si è rivelata molto sfortunata, ma non sotto le aspettative

Quanto pesa non ricevere armi a sufficienza?

Gli aiuti Occidentali sono stati e sono determinanti per l’esito della guerra. Se proseguisse l’aiuto occidentale in maniera coerente con quanto fatto nei due anni appena trascorsi, l’Ucraina potrebbe continuare a difendersi, tenendo le attuali posizioni, ma nulla di più. Se diminuissero anche solo di poco, l’Ucraina sarebbe destinata a soccombere alla pressione Russa, con un pericolo concreto di crollo del fronte e avanzata di Mosca. Per consentire all’Ucraina di imporre la propria volontà sul campo di battaglia e anche per non uscire sconfitta all’eventuale tavolo negoziale, è necessario uno sforzo di molto superiore a quanto fatto sino a oggi.

Gli avvicendamenti allo stato maggiore: indicatore di forza o debolezza della politica di Zelensky?

Il cambio ai vertici della difesa ucraina imposto da Zelensky è frutto di un braccio di ferro tra due gruppi di pensiero. Da una parte l’entourage presidenziale che insiste sul cambiamento, ad uso e consumo dell’opinione pubblica interna e degli alleati all’estero, con un “cambiamento” da realizzare. E dall’altra parte c’è “l’entourage della Difesa, che insieme alla massa dei soldati, guardava a Valerii Zaluzhny come punto di riferimento importante”, un “uomo straordinario perché è riuscito a fare moltissimo con poco” ed è “riuscito a impiegare in maniera estremamente razionale le truppe sul terreno nonostante le direttive politiche a cui si è dovuto piegare” archiviando “la dottrina militare ereditata dall’Unione sovietica e sposando fin da subito l’approccio occidentale della Nato, anche rispetto alla struttura delle Forze Armate ucraine”. Con la nomina a capo di stato maggiore della difesa del generale Oleksandr Syrsky, appartenente alla generazione precedente rispetto Zaluzhny, il rischio è quello di tornare a vedere meno innovazione ma, elemento di maggior conto, vedere diminuire l’entusiasmo dei soldati così come lo abbiamo visto con il suo predecessore. Ma un cambiamento, almeno sul piano politico, era opportuno, e così è stato.

Lotte intestine sul reclutamento di migliaia di giovani che Zelensky a quanto pare non vuole.

La mancanza di armi e munizioni è un problema, ma oggi, a due anni dall’inizio della guerra, il problema più grande è la diminuzione del potenziale umano. Mancano i soldati, specialmente i giovani. Chi è al fronte ha un’età media molto elevata, con soldati di 45 anni che combattono da due anni, molti con brevi periodi di riposo, altri senza mai essere stati sostituiti.

Preoccupa l’elevato dato di possibili renitenti alla leva tra i più giovani, forse 800.000, molti dei quali fuggiti all’estero. Una chiamata di massa potrebbe rivelarsi un boomerang per un Zelensky nei confronti del quale il sostegno entusiastico dell’opinione pubblica, ucraina e straniera, ha cominciato a ridursi progressivamente. Lo scontro è prevalentemente politico, tra chi spinge per un accordo negoziale e chi invece vuole proseguire la guerra a oltranza.

In conclusione, il secondo anniversario della guerra russo-ucraina non è soltanto un tragico promemoria della persistente violenza e instabilità nella regione, ma anche un monito sulle sfide future che attendono la comunità internazionale. Affrontare queste sfide richiederà non solo un rinnovato impegno verso l’Ucraina ma anche una riflessione strategica più ampia su come preservare l’ordine internazionale di fronte a un aggressore determinato a riscrivere le regole attraverso la forza.


Il petrolio ombra di Mosca: il segreto della buona economia russa.

di Andrea Molle

Abstract (Italian)

Questo articolo esamina l’origine della robusta condizione finanziaria della Russia alle soglie del terzo anno del conflitto in Ucraina, rilevando come il sostanziale afflusso di denaro dalle esportazioni di petrolio, in particolare all’India, abbia rafforzato le casse dello Stato russo. L’Autore, discute inoltre sul ruolo della Flotta Ombra del Cremlino, una forza marittima clandestina che elude le normative internazionali, facilitando il commercio di petrolio e oro insanguinato e contribuendo a mantenere il flusso di entrate verso la Russia. Infine, viene analizzata la dipendenza dell’India dal petrolio russo come strategia per mantenere stabili i prezzi globali del petrolio, nonostante le critiche internazionali.

Keywords: Petrolio, flotta ombra, economia russa

L’economia russa è robusta

La Russia, nel terzo anno del conflitto in Ucraina, si trova in una posizione finanziaria robusta, con le casse dello Stato rifornite da un notevole afflusso di denaro. Nel 2023, le entrate federali della Russia hanno raggiunto un record di 320 miliardi di dollari e si prevede che continueranno ad aumentare. Secondo alcuni analisti, circa un terzo di queste entrate è stato destinato alla guerra in Ucraina l’anno precedente, mentre una percentuale ancora maggiore finanzierà il conflitto nel 2024. I notevoli fondi a disposizione del Cremlino posizionano Mosca in una posizione più favorevole per sostenere una guerra prolungata rispetto a Kiev, che lotta per mantenere il vitale flusso di denaro occidentale.

Oltre all’oro insanguinato proveniente dall’Africa, questo incremento di entrate è stato alimentato dalle vendite eccezionali di petrolio grezzo all’India. Transazioni che hanno generato introiti stimati intorno ai 37 miliardi di dollari a cui si aggiungono circa 1 miliardo di dollari provienienti dal petrolio raffinato in India e poi esportato negli Stati Uniti. Tale flusso di entrate è il risultato diretto dell’aumento degli acquisti di petrolio russo da parte di Delhi, che secondo un’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), riportata di recente dalla CNN, ora superano di 13 volte i livelli prebellici.

L’analisi delle rotte di trasporto del greggio

L’analisi delle rotte di trasporto del greggio suggerisce inoltre un coinvolgimento della cosiddetta Flotta Ombra del Cremlino. Con questo termine ci si riferisce a una forza marittima clandestina russa, composta da navi che operano al di fuori delle norme marittime internazionali. L’indagine sulla Flotta Ombra è iniziata nei primi anni 2010, quando le principali agenzie di intelligence occidentali e diversi analisti marittimi hanno notato comportamenti sospetti in navi russe o battenti bandiere di paradisi fiscali. Queste navi sono spesso osservate ad operare in aree strategicamente significative, come vicino a cavi di comunicazione sottomarini e installazioni militari, spesso spegnendo i loro sistemi di identificazione automatica per sfuggire al monitoraggio. Le implicazioni della Flotta Ombra russa sono molteplici e tutte potenzialmente pericolose. In primo luogo, c’è preoccupazione per il suo ruolo nel sostenere le operazioni militari russe e nel violare le norme internazionali e le leggi marittime. La presenza di questa flotta mina la sicurezza e la stabilità marittime globali, complicando gli sforzi affinchè la Russia sia tenuta a rispondere delle sue azioni illegali in mare. Una delle attività tipiche della Flotta Ombra nel settore petrolifero è lo scambio di greggio tra due navi con l’obiettivo di mascherarne l’origine e la destinazione finale, confondendo le autorità riguardo alla provenienza e all’acquirente finale. Decine di tali trasferimenti avvengono ad esempio ogni settimana nel Golfo Laconico in Grecia, un punto di passaggio strategico verso il Canale di Suez e i mercati asiatici. Alla fine del 2022, con il supporto di diversi paesi, gli Stati Uniti hanno imposto un limite di prezzo, impegnandosi a non acquistare petrolio russo oltre i 60 dollari al barile.

La flotta ombra

Questi paesi hanno anche vietato alle proprie compagnie di navigazione e di assicurazione, attori chiave nel trasporto marittimo globale, di facilitare il commercio di petrolio russo oltre tale prezzo. Tuttavia, questo limite di prezzo ha paradossalmente alimentato la creazione della Flotta Ombra. Con catene di approvvigionamento più lunghe, è infatti più difficile individuare i trasferimenti da nave a nave e determinare il costo effettivo di un barile di petrolio russo e diventa facile aggirare le sanzioni. La Flotta Ombra ha pertanto consentito alla Russia di creare una rete di navigazione fantasma parallela a quella legale, in grado di eludere il monitoriaggio e aggirare le sanzioni occidentali, con centinaia di petroliere la cui proprietà non è chiara e che seguono rotte così complicate da risultare impossibili da seguire. Secondo le analisi effettuate grazie all’intelligenza artificiale della società di analisi marittima Windward, questa flotta è cresciuta fino a includere nel 2023 circa 1.800 navi.

In questo quadro, gli acquisti di petrolio da parte dell’India hanno avuto l’effetto di alleviare la pressione delle sanzioni sulla Russia. L’India difende le sue politiche di approvvigionamento energetico da Mosca come un modo per mantenere i prezzi globali del petrolio più stabili, evitando di competere con le nazioni occidentali per il petrolio del Medio Oriente. Il governo di Delhi ha dichiarato che qualora l’India dovesse smettere di comprare greggio da Mosca e più petrolio dal Medio Oriente, il prezzo del petrolio salirebbe a 150 dollari avviando una spirale di aumento dei costi che il mondo non può permettersi. Ma una parte di questo petrolio grezzo viene raffinato nelle raffinerie lungo la costa occidentale dell’India e successivamente esportato negli Stati Uniti e in altri paesi che hanno imposto sanzioni sul petrolio russo. Questi prodotti raffinati, non essendo soggetti a sanzioni, costituiscono ciò che gli analisti chiamano la “scappatoia delle raffinerie”. Sempre secondo l’analisi del CREA, gli Stati Uniti sono stati il principale acquirente di prodotti raffinati dall’India derivati dal petrolio grezzo russo nel 2023, per un valore di 1,3 miliardi di dollari. E il valore di queste esportazioni di prodotti petroliferi aumenta notevolmente quando si considerano anche gli alleati degli Stati Uniti che applicano sanzioni contro la Russia. Il CREA ha stimato che questi paesi abbiano importato prodotti petroliferi dal petrolio grezzo russo per un valore di 9,1 miliardi di dollari nel 2023, registrando un aumento del 44% rispetto all’anno precedente.

Mosca ha beneficiato di questo processo sia attraverso la tassazione diretta delle esportazioni che attraverso i profitti ottenuti da Rosneft, la società petrolifera di stato russa, nell’ambito della raffinazione e dalla rivendita ai paesi occidentali.

Entrate e spese russe: un record

Secondo un’analisi condotta dal think tank RAND sui conti del Ministero delle Finanze russo, nel 2023 le entrate e le spese federali della Russia hanno raggiunto entrambe livelli record. Sebbene per adesso Mosca non sia ancora arrivata al pareggio di bilancio, a causa del pesante costo della guerra e delle perdite di entrate dovute in generale alle sanzioni il deficit di bilancio federale è in tendenza decrescente. Le imposte interne sulla produzione e sull’importazione sono entrambe significative ed efficienti, il che implica che la popolazione russa è pesantemente tassata per finanziare il conflitto. Tuttavia, gli analisti avvertono che in questo quadro economico anche la più piccola violazione delle sanzioni contro la Russia può generare ingenti profitti, date le enormi somme coinvolte nel commercio petrolifero e dell’oro, e questo potrebbe portare il regime a diminuire la pressione fiscale generando un maggior supporto per le operazioni militari correnti e future. Per questo è di primaria importanza affrontare efficacemente questa minaccia con una maggiore vigilanza, cooperazione e impegno diplomatico internazionale che includa nuove misure contro le navi della Flotta Ombra e le aziende sospettate di agevolare il trasporto illegale del petrolio e dell’oro russo.


Migrazioni: conflitti e soluzioni. Giornata di studio a Roma

Segnaliamo la
quinta edizione de “La Comunicazione su migranti e rifugiati tra solidarietà e paura” promossa dall’Associazione ISCOM insieme con il Comitato “Informazione, migranti e rifugiati” e la collaborazione della Pontificia Università della Santa Croce

mercoledì 21 febbraio 2024 dalle 9.30 alle 13.30
aula magna “Giovanni Paolo II” (piano -1)
Pontificia Università della Santa Croce
Piazza di Sant’Apollinare 49, Roma
link

Contatti
info@iscom.info
tel. 06.6867522

“La giornata offre una nuova occasione di confronto tra autorità, accademici, giornalisti e responsabili di organizzazioni umanitarie per mettere a fuoco le sfide del sistema dei media e per contribuire a una informazione più accurata nella lettura e nella rappresentazione del fenomeno migratorio. Con particolare attenzione all’etica e alla deontologia della professione giornalistica, l’iniziativa si rivolge in primo luogo agli operatori dell’informazione e ai responsabili della comunicazione di istituzioni ecclesiali ed educative impegnate sul tema.
L’iniziativa è valida ai fini della formazione professionale continua dei giornalisti.”

Programma

Presenta Antonino Piccione, Comitato “Informazione, migranti e rifugiati”

9.30 Saluti istituzionali
S.E. Mons. Gian Carlo Perego, Presidente Commissione per le Migrazioni, Conferenza Episcopale Italiana

9.45 Relazione introduttiva
“Liberi di scegliere se migrare o restare”
Padre Fabio Baggio, Sottosegretario Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale

10.00 Guerre, terrorismo, lavoro
– Laurence Hart, Direttore OIM Italia
– Rocco Iodice, Università di Napoli Federico II
– Claudio Bertolotti, ISPI
Modera Francesca Cuomo, Centro Astalli

11.00 Pausa

11.30 L’umanità dei Corridoi
– Cesare Giacomo Zucconi, Segretario generale Comunità di Sant’Egidio
– Alessandra Trotta, Moderatora della Tavola Valdese, Unione delle chiese valdesi e metodiste
– Riccardo Noury, Amnesty International Italia
Modera Vincenzo Lino, Harambee Africa International

12.30 Il racconto giornalistico del fenomeno migratorio: linguaggio, tono, deontologia
– Anna Maria Pozzi, giornalista e scrittrice
– Luigi Ferrarella, Corriere della Sera
– Giulia Tornari, Presidente Zona
Modera Raffaele Iaria, Fondazione Migrantes


Proxy War: il ruolo di Teheran nello scacchiere mediorientale

di Andrea Molle

La teoria della guerra per procura, o Proxy War Theory, si basa sull’idea che gli attori statali egemoni, noti come “mandanti” o “principali”, possano perseguire i propri interessi attraverso attori non statali, chiamati “agenti”, che agiscono come intermediari per conto dei mandanti. Questo modello è spesso associato alle guerre, dove gli attori principali cercano di raggiungere i propri obiettivi senza coinvolgimento diretto in azioni ostili. Tuttavia, questa dinamica può estendersi anche a periodi di pace relativa, evidenziando la complessità delle relazioni internazionali. La teoria mette in luce il ruolo degli attori intermediari nel facilitare o esacerbare le tensioni internazionali. Gli Stati possono influenzare gli eventi globali attraverso questi proxies, che possono essere gruppi ribelli, milizie o altre entità non statali. L’approccio analitico implicito a questa teoria offre una prospettiva approfondita sulla natura delle alleanze, dei conflitti e delle strategie di potere a livello globale. In sostanza, la Proxy War Theory fornisce un quadro concettuale per comprendere come gli attori statali possano agire indirettamente attraverso terze parti per perseguire i propri interessi, sia durante i periodi di conflitto aperto che in tempi di relativa pace. La sua applicazione consente di esaminare in modo critico le dinamiche complesse delle relazioni internazionali, evidenziando le connessioni e le influenze nascoste che possono sfuggire a una visione superficiale degli eventi globali.

Sotto il profilo formale, un elemento cruciale della Proxy War Theory è la complessità delle relazioni tra gli agenti e i principali. A un livello di base, gli Stati detti principali possono fornire sostegno finanziario, militare o politico agli agenti non statali, consentendo loro di operare più efficacemente sul territorio. Tuttavia, questa dinamica è spesso caratterizzata da un’asimmetria di potere e di informazioni, creando un contesto in cui il principale cerca di massimizzare il proprio controllo, guidando le azioni dell’agente in linea con i propri interessi. In generale, la decisione di impiegare proxy può derivare da diverse decisioni o condizioni strategiche. Ciò può includere il desiderio di mantenere una certa distanza da azioni dirette, come quelle di natura militare, o risolvere impasse diplomatiche. L’utilizzo di agenti non statali può anche offrire l’opportunità di sfruttare risorse locali e competenze specifiche dei gruppi coinvolti, consentendo al principale di perseguire obiettivi attraverso terzi attori senza esporsi direttamente. Inoltre, situazioni in cui il principale non dispone delle risorse necessarie per perseguire autonomamente i propri obiettivi possono motivare l’adozione di questa strategia indiretta.

Attualmente, chiunque osservi il coinvolgimento dell’Iran nel Medio Oriente non può ignorare le complesse dinamiche in atto. Nel corso degli anni, Teheran ha sostenuto diversi gruppi regionali, influenzando gli sviluppi nel teatro mediorientale senza farsi coinvolgere direttamente in operazioni militari. Con astuzia, l’Iran ha tessuto una rete intricata di proxies in vari paesi, utilizzandoli come strumenti per perseguire i propri interessi strategici a medio e lungo termine. Questi intermediari, costituiscono attualmente un elemento cruciale nella politica estera iraniana, permettendo a Teheran di estendere la sua influenza e avere un impatto significativo sulle dinamiche regionali senza esporsi direttamente o impegnare risorse che attualmente potrebbero non essere disponibili.

Tra i gruppi attualmente controllati a diversi livelli dalla Repubblica Islamica, è importante menzionare innanzitutto Hezbollah. Fondato nel 1982 durante l’occupazione israeliana del Libano, il movimento sciita Hezbollah è attualmente il principale agente dell’Iran. Questa organizzazione è nota sia per le sue capacità militari che per la sua ostilità verso Israele ed ha guadagnato notevole sostegno, sia politico che sociale, in Libano. Hezbollah è stato coinvolto direttamente in conflitti regionali, incluso il sostegno al regime di Bashar al-Assad nella guerra in Siria. Le milizie Houthi, conosciute anche come Ansar Allah, sono anch’esse sostenute dall’Iran nella lotta contro il governo yemenita appoggiato dall’Arabia Saudita. Il sostegno iraniano include forniture di armi e addestramento, alimentando oggi il conflitto nello Yemen e le tensioni nel Mar Rosso. In Iraq, diverse milizie paramilitari sostenute dall’Iran operano con una certa autonomia, emergendo durante l’occupazione statunitense e consolidando la loro presenza nel tempo, partecipando anche alle operazioni in Siria e in altri contesti regionali. In Siria, l’Iran ha offerto sostegno a diverse milizie e gruppi armati locali che combattono al fianco del regime di Bashar al-Assad nella guerra civile. Infine, Hamas. La relazione tra l’Iran e Hamas è complessa. Nonostante il sostegno finanziario e logistico evidente, la natura di questa connessione non è così chiara come nei casi di altri gruppi. Mentre ci sono prove di un livello di supporto iraniano, la relazione non è così diretta come nel caso di Hezbollah o dei gruppi in Iraq e Yemen. Alcuni analisti notano variazioni nel sostegno iraniano a Hamas nel tempo, con fasi di collaborazione e distanziamento. Pertanto, la definizione di Hamas come proxy dell’Iran richiede un approccio più sfumato rispetto ad altri gruppi nella regione.

Mentre l’Iran vede indubbiamente in questi gruppi lo strumento ideale per perseguire i propri interessi strategici in Medio Oriente, l’analisi di queste relazioni rivela dinamiche complesse e sfide legate alla gestione delle alleanze e alla ricerca di una coerenza di obiettivi tra Teheran e i suoi proxies. La presenza e l’azione di questi proxies contribuiscono certamente a ridefinire gli equilibri di potere nella regione e ad influenzare le dinamiche geopolitiche su scala globale. Tuttavia, sottostà a un rapporto complesso in cui Teheran, nonostante il sostegno finanziario e militare fornito ai suoi proxies, sembra non poter contare sul loro completo controllo. L’intelligence statunitense stima infatti che diversi gruppi, tra cui le milizie Houthi e quelle operanti in Iraq e Siria, agiscano ormai in modo relativamente autonomo, mostrando interessi e ambizioni divergenti da quelli di Teheran e rischiando di portare il paese sull’orlo di un conflitto che non può certamente permettersi.

Chi si avvicina a queste problematiche con l’idea che esista una relazione deterministica e gerarchica esclusiva tra il principale e l’agente fatica a comprendere le ragioni di questa contingenza, ma per la Scienza Politica, ciò non rappresenta certo una novità. L’emergere di conflitti di interessi tra il principale e i proxies può generare divergenze operative e decisioni autonome da parte di questi ultimi. Inoltre, informazioni asimmetriche e mancanza di controllo sui processi decisionali possono complicare la gestione delle esigenze operative a breve termine e generare incertezze nelle risposte di tutti gli attori coinvolti, compresa la comunità internazionale.

Questa situazione è conosciuta in Economia come il “problema principale-agente”, in cui possono emergere conflitti di interessi dovuti a divergenze di priorità che portano gli agenti a agire in modo autonomo e indipendente dal principale. Le potenziali implicazioni della mancanza di controllo sono significative sia per la situazione geopolitica della regione che per determinare i parametri di risposta delle potenze occidentali, ad esempio nel caso degli attacchi alle imbarcazioni commerciali o contro le loro truppe presenti nel teatro operativo.

L’intelligence americana e dei paesi NATO, pur riconoscendo il sostegno iraniano e la natura della relazione principale-agente, non attribuisce pertanto direttamente a Teheran la progettazione e l’esecuzione di tali attacchi. Ciò genera incertezza sulle contromisure da adottare, poiché non è chiaro fino a che punto l’Iran sia coinvolto o responsabile, ma allo stesso tempo riduce la probabilità di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e dell’Europa in un conflitto aperto con l’Iran. Questo scenario complica comunque la reazione politica e le decisioni operative degli attori occidentali, che devono considerare la disparità di interessi tra Teheran e i suoi proxies. Infine, la mancanza di un controllo totale su gruppi come gli Houthi suggerisce che la cessazione di conflitti specifici, come quello a Gaza, potrebbe non portare automaticamente a una pausa delle ostilità da parte dei proxies iraniani.

Questa riflessione è di estrema importanza poiché mette in discussione alcuni concetti consolidati diventati dogmi nell’analisi geopolitica dei conflitti in Medio Oriente. Un’applicazione accorta della Proxy War Theory mina in particolare la presunta relazione causale tra gli attacchi nel Mar Rosso e in Iraq e la guerra tra Israele e Hamas. Sebbene l’avvio delle operazioni dell’IDF nella Striscia di Gaza abbia probabilmente contribuito all’estensione del conflitto, l’idea che la fine delle ostilità tra Israele e i palestinesi porti automaticamente alla cessazione dei conflitti nelle zone circostanti è ingenua e priva di fondamento. Esistono diversi motivi per questa conclusione.

Innanzitutto, il contesto delle operazioni di questi agenti nel teatro precede gli eventi del 7 ottobre 2023, sebbene l’intensità e la natura dei loro obiettivi siano cambiate. Inoltre, non si può escludere che l’Iran abbia interesse a prolungare gli scontri per creare un nuovo status quo che gli permetta maggior spazio di manovra sulla sua politica nucleare. È importante considerare anche che altri attori internazionali, come Russia o Cina, che sono in qualche modo “principali” dell’Iran, potrebbero trovare la situazione utile per raggiungere i propri obiettivi strategici, come ad esempio indebolire le economie occidentali o testare/erodere le capacità militari della NATO. Infine, come emerge dalla discussione precedente, non è scontato che siano solo i proxies iraniani a non essere influenzati da ragioni diplomatiche.