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Europa e Stati Uniti si comprendono davvero? Arriva Mind the Gap, il podcast che mette in dialogo le due sponde dell’Atlantico

Questo nuovo prodotto editoriale, che sarà disponibile in due versioni -italiana e inglese- nasce per colmare il divario tra percezione e realtà, aiutando europei e americani a comprendersi meglio al di là di stereotipi, semplificazioni e pregiudizi. Vi prendono parte membri del team di START InSight che risiedono negli Stati Uniti.
Melissa de Teffé, giornalista, esperta di politica americana e nostra corrispondente accreditata presso il Dipartimento di Stato USA
Andrea Molle, docente di relazioni internazionali alla Chapman University, nostro Senior Research Fellow ed esperto di violenza politica, estremismi e radicalizzazione

Conduce Chiara Sulmoni, presidente di START InSight

Mind the Gap – Episodio 1: L’America reale oltre gli stereotipi

Nel primo episodio di Mind the Gap, in occasione dei 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, questa è la domanda centrale: quanto l’America che immaginiamo corrisponde all’America reale?

Il punto di partenza è la constatazione che gli Stati Uniti continuano a essere raccontati attraverso stereotipi e semplificazioni.

Da un lato esiste ancora una forte fiducia individuale nel cosiddetto American Dream: la convinzione che impegno, merito e sacrificio possano consentire a ciascuno di migliorare la propria condizione di vita. Dall’altro, emerge una crescente sfiducia collettiva verso le istituzioni, la politica e la capacità del sistema di garantire opportunità per tutti.

Tra le osservazioni più importanti emerse nel dibattito vi è la distinzione tra l’America come idea e l’America come realtà. Gli americani continuano in larga misura a credere nei valori fondanti del paese, ma mostrano una fiducia sempre più ridotta nelle istituzioni federali. Un dato emblematico: la fiducia nel governo federale è passata da circa l’80% negli anni Sessanta a meno del 20% oggi.

Un altro tema centrale riguarda la difficoltà, soprattutto in Europa, di comprendere la natura profondamente federale degli Stati Uniti. Secondo Andrea Molle, uno degli errori più frequenti è considerare l’America come un blocco uniforme, ignorando le enormi differenze culturali, sociali e politiche che esistono tra stati, regioni e comunità. Comprendere la tensione storica tra governo federale e stati è essenziale per interpretare molti dei conflitti politici contemporanei.

La conversazione affronta inoltre le conseguenze della perdita di fiducia nelle istituzioni: aumento dell’astensionismo, crescita del consenso verso posizioni politiche radicali e maggiore disponibilità, soprattutto tra alcuni segmenti della popolazione più giovane, a considerare legittimo il ricorso alla violenza politica. Un fenomeno che non riguarda solo gli Stati Uniti ma molte democrazie occidentali.

Particolarmente interessante è la riflessione sul presunto declino americano. Sia Melissa de Teffé sia Andrea Molle invitano alla cautela: nella storia degli Stati Uniti le previsioni di declino si sono ripetute ciclicamente, dalla guerra del Vietnam alla Guerra Fredda, fino all’ascesa della Cina. Eppure il paese ha spesso dimostrato una notevole capacità di adattamento e reinvenzione. Più che una fase di declino irreversibile, quella attuale viene interpretata come una fase di trasformazione profonda.

Le testimonianze raccolte tra cittadini americani rafforzano questa lettura. Pur riconoscendo divisioni e tensioni, molti continuano a identificare l’essenza dell’America nei valori di libertà, opportunità, iniziativa individuale e responsabilità personale che hanno accompagnato la nascita del paese.

In conclusione, il primo episodio di Mind the Gap propone una lettura dell’America lontana tanto dall’idealizzazione quanto dal catastrofismo. Gli Stati Uniti appaiono oggi come una nazione attraversata da profonde contraddizioni: fiducia negli ideali ma sfiducia nelle istituzioni, polarizzazione politica ma straordinaria capacità di adattamento, crisi ricorrenti ma persistente attrazione esercitata sul resto del mondo. Comprendere queste tensioni significa comprendere non soltanto l’America contemporanea, ma anche una delle forze che continuano a influenzare gli equilibri politici, economici e culturali globali.


LO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE: LA NATO SECONDO TRUMP

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

La testa di Trump si muove su binari lontani da quelli politici tradizionali, per essere miti, e quando giorni fa Axios lo intervista su come “vive, vede” l’esercizio del potere e “chi” lo esercita, secondo lui, fra tutti i leader mondiali, mi sarei aspettata che qualche nome europeo fosse elencato. Invece no: Trump parla solo di Xi Jinping e di Modi, commentando: “molto intelligenti e in gamba”. Ma perché Trump non parla di Europa e di europei?

La risposta sta nel fatto che, per l’attuale inquilino della Casa Bianca, il Vecchio Continente ha smesso di essere un partner politico strategico paritario per diventare un mero mercato di sbocco commerciale. Nella sua visione transazionale del potere, le relazioni transatlantiche non si misurano più in valori condivisi o allineamento strategico, ma si riducono a un rapporto contabile di dare e avere — lo dice lui stesso, parlando della Spagna ad Ankara: “They don’t participate, they don’t pay. I don’t want anything to do with Spain.”

Walter Russell Mead, il teorico del “Jacksonianismo” trumpiano (Hudson Institute), la inquadra con precisione: “Trump likes allies, but only of a certain type” — alleati utili nella misura in cui si accollano rischio e costo, non partner da trattare alla pari.”

Se la richiesta di Trump del 5% regala qualche miliardo alle casse dello stato americano, sembra però essere uno specchietto per le allodole, visto il suo non interesse a investire soldi, tempo ed energie con la nostra Europa.

Il traguardo del 5% del PIL, in realtà, non nasce ad Ankara: Trump lo aveva già strappato agli alleati al vertice dell’Aia nel giugno 2025. Quello che porta a casa dalla Turchia è piuttosto la sua monetizzazione industriale: 3 miliardi di dollari in nuovi accordi, dalla manutenzione dei sistemi Patriot di Lockheed Martin ai droni da sorveglianza marittima di Northrop Grumman, dai missili Stinger prodotti in Europa da RTX fino alle bombe di piccolo diametro che Boeing svilupperà con Rheinmetall in Italia. Nel solo 2025 gli alleati hanno acquistato 54 miliardi di dollari in equipaggiamento americano, sostenendo quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati Uniti — il vero “Trump Trillion”, 1.210 miliardi accumulati dal primo mandato. La sicurezza europea, insomma, si converte in export manifatturiero a stelle e strisce: l’Europa paga di più, l’industria della difesa americana incassa, e Washington nel frattempo restituisce le proprie truppe “ai livelli pre-2022” — un modo elegante per certificare, nel linguaggio stesso della Casa Bianca, il ritiro parziale che i think tank chiamano invece il più grande cambiamento nella postura di difesa del continente dalla Guerra Fredda.

IL “TEST DI LEALTÀ” GEOPOLITICO

A Trump, in fondo, non interessano i calcoli percentuali quanto la sottomissione politica. Le sue accuse nascono dal fatto che l’Europa ha storicamente limitato l’uso delle proprie basi e si è rifiutata di sposare senza condizioni le operazioni unilaterali americane — come la guerra preventiva contro l’Iran, quando alleati come la Spagna hanno negato l’uso delle piste di decollo. La richiesta di fondi maschera così una pretesa più profonda: lealtà geopolitica incondizionata, non un bilancio in regola.

LA CRITICA DEGLI ESPERTI: PERCENTUALI SENZA STRATEGIA

Il sospetto che gli obiettivi in percentuale contino meno della sostanza militare non è nuovo — anzi, precede Trump stesso. Già nel 2018, durante il primo mandato, l’analista Anthony Cordesman del CSIS bollava il target del 2% come un “obiettivo percentuale privo di significato” (meaningless percentage goal), sostenendo che concentrarsi sui numeri distraesse dal vero problema: una pianificazione di forza coerente e una strategia di difesa comune reale. Otto anni e un target quasi raddoppiato dopo, l’obiezione resta intatta e forse ancora più calzante: rincorrere il 5% del PIL dice poco su quali capacità l’Alleanza costruisca davvero, e quanto queste rispondano a una strategia condivisa piuttosto che a una lista della spesa imposta da Washington.

L’EUROPA, LONTANA DALLA REALTÀ AMERICANA

Le diverse costituzioni che compongono i paesi europei, una Bruxelles claudicante senza veri poteri e senza unità, in un periodo di guerra, fanno capire a Trump soprattutto una cosa: che il tempo stringe. Meglio investirlo altrove — in Sud America e nel Sud-est asiatico — piuttosto che aspettare che 27 capitali trovino una linea comune. E i motivi non sono solo commerciali, ma includono anche la corsa sia alle famigerate terre rare, che alla creazione dei data centers per l’AI.

Mentre l’Europa discute, Washington firma. A maggio Trump riceve alla Casa Bianca il presidente brasiliano Lula — e firma un’intesa commerciale, nata dalla necessità americana di diversificare l’accesso a questi minerali strategici prima del vertice con Xi Jinping.  Questa intesa sarebbe impensabile visto che proprio nell’intervista con  Axios, qualche giorno fa, ha dichiarato che Lula è un uomo volubile. Quasi contemporaneamente la società USA Rare Earth annuncia l’acquisizione del gruppo brasiliano Serra Verde, una delle poche miniere al mondo fuori dalla Cina capaci di fornire terre rare pesanti e che possiede anche un ottimo impianto di lavorazione. Sul fronte asiatico, la Lynas Advanced Material Plant in Malesia — il più grande impianto di raffinazione di terre rare al mondo al di fuori della Cina, esteso quanto 220 campi da calcio — è già diventata il fulcro della strategia di Washington per spezzare il monopolio cinese, che controlla ancora oltre il 90% della lavorazione globale. Il Giappone, parallelamente, si assicura l’accesso al nichel e alle terre rare dell’Indonesia. Il messaggio è chiaro: se l’Europa offre trattati e burocrazia, Sud America e Sud-est asiatico offrono le materie prime del futuro — e Trump, che ha fretta, va dove trova entrambe le cose insieme: velocità di decisione e sottosuolo.

LA GROENLANDIA, LA PERIFERIA CHE NON È MAI STATA EUROPEA

Sulla carta la Groenlandia appartiene al Regno di Danimarca, e dunque all’Unione Europea per interposta persona — ma nella testa di Trump, e in una certa misura nella geografia stessa, l’isola sta dall’altra parte dell’Atlantico. Geologicamente è parte della placca nordamericana, non di quella eurasiatica; strategicamente ospita l’unica base statunitense nell’Artico, la Pituffik Space Base, che fornisce l’allerta missilistica per l’intero Nord America e non per l’Europa. È lo stesso principio di homeland esteso all’intero Emisfero Occidentale — che la National Defense Strategy formalizza a gennaio, e che i commentatori americani hanno già ribattezzato “Donroe Doctrine“, fondendo il nome di Trump con la dottrina Monroe: la stessa logica invocata dopo la cattura del leader venezuelano Maduro, e ora, estesa fino al circolo polare artico. Non stupisce che ad Ankara Trump abbia rilanciato la pretesa più esplicita di sempre — “deve essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca” — mentre, contestualmente, minaccia di ritirare altre truppe dall’Europa. Nella sua mappa mentale, la Groenlandia non è un possedimento europeo, è un avamposto occidentale-americano da riportare a casa. La premier danese Mette Frederiksen ha risposto senza esitazioni che l’isola resta “non in vendita”, pronta a difendere “ogni centimetro” del proprio territorio; il segretario NATO Rutte, dal canto suo, si è trovato nella scomoda posizione di dare ragione a Trump sul pericolo — tenere Cina e Russia fuori dall’Artico — pur senza avallarne la soluzione, certificando così quanto la sovranità danese sia oggi più formale che sostanziale.

SOTTO IL GHIACCIO, LE TERRE RARE

Se la cornice militare spiega perché Trump voglia la Groenlandia, è la geologia a spiegare la fretta. Sotto la calotta polare del sud dell’isola giace il giacimento di Tanbreez, una risorsa da 4,7 miliardi di tonnellate che contiene tutti e otto gli elementi delle terre rare pesanti, disprosio e terbio inclusi — i materiali critici per i magneti dei sistemi d’arma di ultima generazione, dai caccia ai droni. Ed è così che Trump arriva in Groenlandia attraverso Wall Street. La società americana Critical Metals Corp.  (Nasdaq: CRML), dopo una rastrellata di successo, controlla oggi il 92,5% del progetto. Il governo groenlandese ha già approvato il trasferimento definitivo lo scorso aprile. È lo stesso schema che si osserva in Brasile con Serra Verde e in Malesia con l’impianto Lynas: Washington non aspetta più che Bruxelles negozi trattati commerciali quinquennali, compra direttamente le quote delle società che possiedono il sottosuolo strategico. La Groenlandia, in questo senso, non è un’anomalia artica nella strategia americana verso le Americhe e il Sud-est asiatico — ne è semmai il tassello più settentrionale, unito dagli stessi due fili conduttori: sicurezza militare diretta e corsa alle materie prime critiche, entrambi elementi che l’Europa, con la sua architettura istituzionale lenta e frammentata, non riesce a offrire nella stessa valuta.

Il quadro che emerge da Ankara, dall’intervista Axios e dai dossier sulle terre rare non descrive un disimpegno americano dal mondo, ma una ridefinizione delle priorità strategiche in base a un criterio preciso: dove si trova il vantaggio competitivo più immediato. La NATO resta formalmente intatta — la Section 1250A del NDAA (National Defense Authorization Act) blinda comunque il ruolo del Congresso su qualsiasi ipotesi di uscita — ma la sua funzione nella gerarchia trumpiana si è ridimensionata da alleanza di valori condivisi a strumento di burden-sharing industriale, in cui la sicurezza europea si converte in ordini per l’industria della difesa americana e la componente valoriale, se mai è esistita nella sua forma originaria, passa in secondo piano rispetto al criterio della reciprocità economica.

Resta aperta, e probabilmente lo sarà ancora per lungo tempo, la domanda se questo riposizionamento risponda a un disegno strategico coerente — la tesi di chi lo inquadra nella tradizione Jacksoniana teorizzata da Mead, o nella priorità sequenziale della National Defense Strategy — oppure sia il risultato di una serie di decisioni transazionali prese caso per caso, senza una dottrina unificante alle spalle. Le due letture non sono necessariamente incompatibili: è possibile che una logica di fondo — massimizzare il ritorno immediato, minimizzare l’impegno vincolante — generi, nella pratica, esattamente lo stesso pattern di comportamento che una strategia elaborata a tavolino produrrebbe. Per l’Europa, la distinzione tra le due ipotesi ha conseguenze pratiche identiche: in entrambi i casi, la garanzia di sicurezza americana andrà commisurata sempre più a ciò che il continente è disposto — e in grado — di offrire in cambio, non a un’appartenenza valoriale data per acquisita.

L’America di Trump ridisegna il mondo attorno a un asse che va dalle Americhe al Sud-est asiatico, passando per l’Artico: ovunque ci siano terre rare, minerali critici, o semplicemente un interlocutore disposto a trattare da pari a pari senza il fastidio di ventisette parlamenti da consultare.

Per l’Europa, la lezione più amara non è che Trump minacci di andarsene. È che, quando gli conviene, se ne sia già andato — e se ne sia accorta per ultima.


Geopolitica della nota: soft power, trauma acustico e guerra cognitiva

di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

Quando analizziamo le direttrici del potere globale, la nostra attenzione si rivolge quasi istintivamente ai palazzi della politica, agli spiegamenti militari e ai flussi macroeconomici. Esiste tuttavia una sfera dell’influenza strategica più sottile e meno visibile, capace di agire sulla regolazione emotiva, sul sistema nervoso autonomo e sulla disposizione interiore delle collettività: il dominio acustico.

L’apparato uditivo, a differenza di quello visivo, non può essere semplicemente sottratto al mondo esterno attraverso un gesto volontario. Anche quando non ascoltiamo intenzionalmente, restiamo immersi in un ambiente sonoro che ci attraversa, orienta la vigilanza, può modificare il ritmo respiratorio e contribuisce a delineare un orizzonte affettivo. La ricerca sull’esperienza musicale ha mostrato come i suoni organizzati possano indurre risposte emotive attraverso diversi meccanismi: riflessi del tronco encefalico, contagio emotivo, immaginazione visiva, aspettativa musicale, memoria episodica e condizionamento valutativo (Juslin & Västfjäll, 2008).

Dietro la parvenza innocente dell’intrattenimento estetico, il suono opera come uno dei più raffinati strumenti di orientamento delle preferenze comunitarie, collocandosi nel cuore del soft power codificato da Joseph Nye (1990). Questo vettore comunicativo seduce prima di spiegare e genera familiarità psicologica prima di produrre un’adesione razionale. Modellando un paesaggio mentale entro cui un popolo percepisce sé stesso, la musica non impone ordini, ma traduce una matrice culturale in una visione del mondo avvertita come spontanea e desiderabile.

Il suono del “noi”: melodramma, egemonia e mente collettiva

La convergenza tra strutture musicali, senso di appartenenza e proiezione geopolitica non è un fenomeno della contemporaneità digitale. Secoli prima delle moderne strategie di influenza, il teatro lirico italiano ha funzionato come una vera e propria fucina della memoria collettiva, capace di esportare il patrimonio culturale del Paese ben oltre i suoi limiti territoriali.

L’opera ha compreso precocemente che l’egemonia, per sedimentarsi, deve anche farsi suono. Il coro operistico rappresenta in questo senso una figura psichica della coesione del gruppo: dà forma acustica a un “noi”, traducendo sulla scena una mente di gruppo in cui il sentimento del singolo si dissolve nell’affetto comune. È un meccanismo potente, capace di generare solidarietà e riti comuni, ma anche di irrigidirsi in conformismo, pressione sociale e totale abdicazione del pensiero critico individuale.

In Giuseppe Verdi questa dinamica trova il suo paradigma. Il “Va, pensiero” del Nabucco ne è la dimostrazione più nota: è stato spesso letto come una forma sonora di appartenenza collettiva, capace di trasformare perdita e nostalgia in immaginario politico condiviso. Ma è in Aida che questo processo rivela la sua sfaccettatura più interessante. Se la “Marcia trionfale” magnifica il potere faraonico trasformandolo in uno splendore solenne e inevitabile, la sensibilità verdiana lascia emergere i costi psichici latenti del dominio. Dietro la gloria della facciata pubblica coesistono prigionieri, sacrifici e lacerazioni esistenziali.

Nel “Te Deum” della Tosca di Giacomo Puccini, questo chiaroscuro si sposta sul piano religioso: la maestosità della liturgia diventa lo sfondo sonoro entro cui si inscrive la strategia predatoria di Scarpia. La musica si trasforma in uno spazio di ambiguità politica, dove l’elevazione spirituale della massa fa da paravento alla violenza del sopruso sul singolo.

Nella tradizione tedesca, Richard Wagner sposta il baricentro dal coro al tessuto orchestrale attraverso l’impiego sistemico del leitmotiv. Il motivo ricorrente non è un mero espediente formale, bensì una traccia mnestica che orienta associazioni, anticipazioni e riconoscimenti nell’ascoltatore. La percezione viene così guidata all’interno di una narrazione ideologica strutturata attorno a precise tensioni mitologiche e simboliche.

Il suono della Guerra Fredda: jazz, disciplina e desiderio d’Occidente

La forza del melodramma di generare collettività attorno a specifiche visioni del mondo è uscita dai teatri d’opera nel corso del Novecento per integrarsi stabilmente nelle agende di sicurezza e politica estera delle superpotenze. Durante lo scontro bipolare, il palcoscenico è divenuto a tutti gli effetti un’estensione del confronto globale.

Nonostante i contrasti logistici e ideologici con i singoli musicisti – come Duke Ellington e Louis Armstrong –, la jazz diplomacy avviata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1956 con Dizzy Gillespie (Castagneto, 2014) si rivelò un’efficace operazione di diplomazia culturale e orientamento simbolico. L’assolo jazzistico si trasformò nella metafora perfetta dell’Occidente: l’espressione di un soggetto libero, in grado di improvvisare dentro una struttura condivisa senza venire assorbito dallo Stato.

A questa flessibilità della narrazione statunitense, l’Unione Sovietica oppose una strategia di prestigio culturale basata sulla monumentalità, sul rigore e sulla superiorità tecnica della musica classica e del balletto del Bol’šoj. L’obiettivo di Mosca era dimostrare l’eccellenza del sistema socialista nel produrre una disciplina collettiva impeccabile, destinata a tradursi in prestigio formale e a contrapporre la solidità della tradizione alla fluidità occidentale.

Un esempio emblematico della capacità del suono di scavalcare i confini fisici e simbolici fu il concerto dei Depeche Mode a Berlino Est nel marzo del 1988. La sensibilità elettronica e malinconica della band britannica generò una perturbazione culturale di natura peculiare: in assenza di proclami ideologici espliciti, quella musica fece percepire la tangibilità di un “altrove” desiderabile. Si tratta di una forma specifica di soft power acustico che potremmo definire “nostalgia anticipata”: la capacità di un suono di agire sull’immaginario evocando come familiare un modello di esistenza non ancora vissuto. Non è la promessa di un manifesto programmatico, ma qualcosa di più sottile e difficile da neutralizzare: l’intima certezza che una vita alternativa appartenga già all’ascoltatore.

Il suono come assedio: droni, trauma acustico e guerra cognitiva

Nelle asimmetrie contemporanee, il dominio acustico esce dalle sale d’opera e dagli spazi della diplomazia culturale per entrare direttamente nelle dinamiche tattiche della guerra cognitiva, fino a configurare una vera e propria militarizzazione del suono. L’impiego massiccio e pervasivo dei sistemi aerei senza pilota nei teatri bellici attuali ha ridefinito in profondità l’orizzonte sensoriale dei combattenti e delle popolazioni civili (Pino & Pettigrew, 2024).

Il ronzio continuo e ad alta frequenza dei droni, storicamente indicato nel conflitto a Gaza con il termine zanzana, compone un paesaggio sonoro permanente, una sorta di assedio acustico in cui il rumore non accompagna soltanto la minaccia, ma diventa esso stesso minaccia (Ahmed & González Paz, 2024). In questo ambiente percettivo alterato, persino l’improvvisa cessazione del suono non coincide con il sollievo. Al contrario, può aprire a un’angoscia più intensa: l’assenza del sibilo elettronico viene interpretata come il segnale che il bersaglio sia stato individuato e che, alla perturbazione acustica, possa seguire di lì a poco l’impatto missilistico.

L’esposizione prolungata a questa minaccia sonora agisce allora come un innesco psicologico profondo. Riattiva forme latenti di ansia anticipatoria, che richiamano lo shell shock della Prima guerra mondiale, e alimenta stati di ipervigilanza cronica, fino a incidere anche sul piano biologico. È il caso di una sorta di alert sleep (Ahmed & González Paz, 2024): un sonno vigile e abitato dalla paura. Dal punto di vista clinico, ciò riflette uno stato di iperattivazione cronica in cui il sistema nervoso resta in sorveglianza, faticando ad accedere alle fasi più profonde e realmente riparative del riposo (Pace-Schott et al., 2015).

Nell’epoca dei conflitti digitali, questa dimensione acustica non resta confinata al campo di battaglia, ma viene scomposta, rilanciata e amplificata dai social network. Come suggerisce il caso ucraino, analizzato attraverso dataset di contenuti TikTok, la rappresentazione della guerra può essere rapidamente riconfigurata in formati brevi, emotivamente densi e facilmente condivisibili (Steel et al., 2023).

I video ripresi dalla visuale soggettiva dei droni, così come quelli dei grandi esacotteri notturni, vengono montati e diffusi online con colonne sonore cupe e minacciose. Non documentano soltanto la guerra: ne amplificano l’effetto psicologico. La loro circolazione porta la minaccia oltre la linea del fronte, alimentando la percezione che anche le retrovie siano esposte e che nessun riparo sia davvero sicuro.

Il digitale si appropria così del suono della guerra e lo trasforma in uno strumento di condizionamento diffuso. L’orrore acustico non resta più confinato al luogo dell’evento, ma diventa un ambiente virtuale e pervasivo, capace di attraversare lo schermo e raggiungere anche chi osserva da lontano.

L’ecosistema digitale come cassa di risonanza: K-pop, canzoni di rivolta e nasheed jihadisti

Il medesimo ecosistema digitale che amplifica e diffonde il trauma acustico della guerra non è però uno spazio monofunzionale. Accanto alle colonne sonore della violenza circolano flussi sonori di tutt’altra natura, ugualmente capaci di attraversare confini, plasmare identità e mobilitare collettività. La differenza non è nel mezzo, ma nell’intenzione e nell’effetto.

Un uso diverso di questa forza si ritrova nella Hallyu, l’onda culturale coreana, e nel K-pop, sostenuti dal governo di Seul come strumenti di diplomazia pubblica e soft power. Attraverso YouTube, X e TikTok, il K-pop ha costruito una connettività globale fondata sui fandom, capace di incidere sull’immaginario giovanile in Occidente e nei mercati emergenti (Zulkifli, 2025). Questa partecipazione diffusa mostra però che lo stesso ambiente digitale può veicolare emozioni molto diverse.

Nel settembre 2022, il brano Baraye del musicista Shervin Hajipour si è diffuso rapidamente nell’ecosistema digitale iraniano. Costruita a partire dai tweet dei cittadini che protestavano dopo la morte della giovane curda Jina Mahsa Amini, la canzone è diventata in quarantotto ore un inno transnazionale delle proteste. Ha mostrato così come testo, memoria personale e ambiente digitale possano raccogliere rivendicazioni diverse – dalla repressione religiosa alle crisi ecologiche ed economiche – in un oggetto sonoro capace di aggirare la censura di Stato e alimentare la memoria collettiva anche dopo l’arresto dell’autore (Olszewska, 2022).

La capacità del suono di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore e di attenuarne la distanza critica trova una delle sue espressioni più estreme nell’uso dei nasheed da parte dello Stato Islamico: inni religiosi a cappella trasformati in strumenti di mobilitazione ideologica. A differenza della propaganda visiva o testuale, i nasheed non cercano di convincere attraverso l’argomentazione, ma agiscono per via ritmica, ripetitiva e mnestica. La guerra, la brutalità, il riscatto dall’umiliazione e la promessa di una gloria terrena e ultraterrena ne costituiscono i nuclei tematici ricorrenti. La loro forza risiede anche nella forma: le strutture ritmiche della poesia araba tradizionale e l’uso della monorima favoriscono la memorizzazione e l’interiorizzazione del messaggio. Attraverso immagini potenti – il sangue, i leoni, il martirio – il nasheed non si limita a comunicare un’idea ma interviene sulla dimensione identitaria profonda dell’ascoltatore. La rete, in questo quadro, non si limita a distribuire contenuti. Diventa una cassa di risonanza psicologica, nella quale il suono, inserito nel flusso multimediale digitale, sostiene una mobilitazione emotiva e ideologica diffusa, decentralizzata e globale (Gråtrud, 2016).

Pur nella loro radicale eterogeneità, K-pop, Baraye e nasheed jihadisti condividono un medesimo meccanismo di fondo: il suono non veicola un contenuto ideologico solo attraverso la persuasione razionale, ma costruisce un ambiente emotivo nel quale una determinata visione del mondo può apparire naturale, desiderabile o necessaria. La trasparenza del processo e la sua direzione etica cambiano profondamente da caso a caso; la struttura psicologica sottostante, tuttavia, rimane riconoscibile.

In ultima analisi, si ritorna alla logica del “Te Deum” di Tosca: il suono non accompagna semplicemente il potere. Lo mette in scena, lo sacralizza e lo rende emotivamente familiare.

Conclusioni

Il punto di caduta decisivo nell’analisi del potere sonoro risiede proprio in questa modificazione preventiva della disposizione affettiva dell’individuo affinché quella specifica conclusione appaia, in un secondo momento, del tutto naturale. Ciò che viene assimilato tramite il canale sensoriale ed emotivo tende a essere interiorizzato, memorizzato e difeso con maggiore vigore.

Eppure il dominio acustico non è esclusivo appannaggio di chi detiene il potere. Nei contesti attraversati dalla guerra, dal trauma collettivo e dalla frammentazione dell’esperienza, cantare, suonare o riconoscersi in una traccia condivisa può diventare un gesto minimo ma decisivo di resistenza alla disgregazione. Questa funzione controegemonica del suono rivela l’ambivalenza profonda del dominio acustico. Lo stesso mezzo impiegato per radicalizzare, anestetizzare o manipolare può diventare, nelle mani di chi resiste, una trama attraverso cui una comunità ferita continua a riconoscersi e a immaginare sopravvivenza.

La linea di demarcazione tra la diplomazia culturale legittima e la manipolazione percettiva risiede nel grado di trasparenza, nell’intenzionalità dell’attore e nello spazio di dissenso e riflessione critica concesso all’ascoltatore.

L’opera lirica ha codificato e reso visibile questa intrinseca ambivalenza prima di ogni altro medium. Una medesima partitura possiede la facoltà di unire ed elevare le coscienze, ma può parimenti esasperare il nazionalismo escludente, anestetizzare la distanza critica del pubblico e rendere esteticamente affascinante ciò che sul piano della realtà oggettiva risulterebbe intollerabile.

Riferimenti bibliografici

Ahmed, K., & González Paz, A. L. (2024, October 17). I hate the night: Life in Gaza amid the incessant sounds of war. The Guardian.

Castagneto, P. (2014). Ambassador Dizzy: Jazz diplomacy in the Cold War era. AMERICANA: E-Journal of American Studies in Hungary, 10. https://americanaejournal.hu/index.php/americanaejournal/article/view/45154.

Gråtrud, H. (2016). Islamic State nasheeds as messaging tools. Studies in Conflict & Terrorism, 39(12), 1050–1070. https://doi.org/10.1080/1057610X.2016.1159429

Juslin, P. N., & Västfjäll, D. (2008). Emotional responses to music: The need to consider underlying mechanisms. Behavioral and Brain Sciences, 31(5), 559–575. https://doi.org/10.1017/S0140525X08005293

Nye, J. S. (1990). Soft power. Foreign Policy, 80, 153–171. https://doi.org/10.2307/1148580

Olszewska, Z. (2022). An anthem from the Iranian protests. Middle East Research and Information Project. https://www.merip.org/2022/10/an-anthem-from-the-iranian-protests/

Pace-Schott, E. F., Germain, A., & Milad, M.R. (2015). Sleep and REM sleep disturbance in the pathophysiology of PTSD: the role of extinction memory. Biology of Mood & Anxiety Disorders, 5(1),3. http://dx.doi.org/10.1186/s13587-015-0018-9

Pino, A., & Pettigrew, S. (2024). Drones having psychological impact on soldiers. Red Diamond,  U.S. Army Training and Doctrine Command, G-2.

Steel, B., Parker, S., & Ruths, D. (2023). The invasion of Ukraine viewed through TikTok: A dataset. Research Square. https://doi.org/10.21203/rs.3.rs-3374063/v1

Zulkifli, N. (2025). K-Pop as a Diplomatic Tool in the Creation of Global Connectivity. American Research Journal of Humanities & Social Science, 8(6), 107–113.


La propaganda si fa gioco: i meme LEGO dell’Iran

di Claudio Bertolotti

Negli ultimi anni, accanto ai tradizionali strumenti di propaganda — discorsi ufficiali, televisione di stato, comunicati — l’Iran ha sviluppato una presenza sempre più sofisticata nel mondo dei social media. Reti di account e canali Telegram producono e diffondono contenuti digitali pensati per raggiungere il pubblico occidentale: non con messaggi ideologici espliciti, ma con meme, video brevi e immagini ironiche capaci di circolare autonomamente online.

Tra questi contenuti ha attirato l’attenzione degli analisti un formato insolito: scene di conflitto geopolitico — attacchi, scontri, simboli militari — reinterpretate con l’estetica dei mattoncini LEGO. Il risultato è straniante: immagini che parlano di guerra appaiono rassicuranti, quasi divertenti, e per questo più facili da condividere senza troppa riflessione critica. Il messaggio raramente è esplicito: questi contenuti non celebrano l’Iran, ma attaccano governi occidentali, istituzioni e operazioni militari in Medio Oriente — alimentando sfiducia e cinismo nelle società bersaglio, spesso senza che chi li ricondivide sappia o si chieda da dove vengano.

L’utilizzo di meme in stile LEGO associati all’ecosistema informativo iraniano non va interpretato, però, come una semplice innovazione estetica della propaganda digitale. Il fenomeno segnala una trasformazione più profonda: il passaggio dalla comunicazione politica tradizionale a forme di influenza fondate su intrattenimento, partecipazione, adattamento culturale e circolazione transnazionale delle narrazioni.

Il punto centrale non è stabilire soltanto cosa dicano questi contenuti, ma comprendere come funzionino: quali emozioni attivino, quali cornici interpretative propongano, quali pubblici raggiungano, attraverso quali reti vengano amplificati e in che misura possano tradursi in comportamenti online o offline. In questa prospettiva, il meme diventa una tecnologia narrativa, un vero e proprio strumento capace di semplificare il conflitto, renderlo emotivamente accessibile e trasformarlo in contenuto condivisibile.

L’elemento decisivo è la convergenza tra gamification e narrative warfare, dove la prima rende il messaggio più familiare, meno minaccioso e più adatto alle logiche delle piattaforme, mentre la seconda sposta l’obiettivo dalla persuasione diretta alla costruzione di ambienti narrativi nei quali il pubblico non è più soltanto destinatario, ma vettore attivo della diffusione.

1. Decostruire il meme: oltre il contenuto, la struttura narrativa

L’analisi dei meme LEGO collegati all’ecosistema informativo iraniano richiede un cambio di prospettiva in cui la domanda tradizionale, «cosa dice questo contenuto?», è insufficiente. Occorre chiedersi quale emozione venga attivata per prima, quale storia politica venga raccontata, quali elementi siano omessi, perché un utente dovrebbe condividere quel contenuto e quale comportamento esso possa incoraggiare.

In questo modo l’attenzione si sposta dalla sola veridicità del messaggio al suo funzionamento cognitivo. E qui il meme non è soltanto un oggetto comunicativo leggero o ironico, ma assume la consistenza di una struttura narrativa progettata per orientare l’attenzione e l’interpretazione degli eventi. L’estetica LEGO riduce la complessità del conflitto trasformandolo in una rappresentazione semplificata, riconoscibile e culturalmente familiare.

Osservando da questa prospettiva il fenomeno, la dimensione ludica non ne elimina il contenuto politico, ma lo rende più assimilabile. La guerra, la crisi geopolitica e la contrapposizione tra attori statuali vengono riformulate attraverso un linguaggio visivo associato al gioco, all’infanzia e all’intrattenimento. In questo modo il contenuto abbassa le difese cognitive dell’utente e lo predispone all’interazione.

2. Le narrazioni strategiche costruite dai meme

Le immagini analizzate suggeriscono che il messaggio non sia finalizzato principalmente a promuovere l’Iran come attore geopolitico. L’obiettivo appare più indiretto, teso ad alimentare sfiducia verso istituzioni, élite politiche, media tradizionali e interventismo occidentale; dall’altro lato, la narrazione non chiede al pubblico di sostenere l’Iran, ma chiede piuttosto di mettere in discussione il proprio sistema politico e informativo.

Le cornici principali in cui tale fenomeno si sta sviluppando possono essere ricondotte a quattro aree. La prima è anti-élite, in cui leader politici, governi e classi dirigenti vengono rappresentati come corrotti, autoreferenziali e distanti dai cittadini. La seconda è anti-establishment, dove istituzioni, media mainstream e partiti sono descritti come manipolatori o strutturalmente inaffidabili. La terza è anti-intervento, dove le operazioni militari occidentali vengono presentate come imposizioni esterne ai danni di popolazioni che non le avrebbero richieste. La quarta, infine, è identitaria e morale: qui l’Iran viene raffigurato meno come potenza regionale e più come soggetto che rivela verità nascoste e denuncia ipocrisie sistemiche.

Un quadro complessivo, quello che viene a crearsi e consolidarsi in cui emerge la differenza tra propaganda classica e narrative warfare, dove la propaganda tradizionale tende a costruire consenso verso sé stessa; la guerra delle narrazioni lavora invece sulla delegittimazione dell’avversario, sull’erosione della fiducia e sulla moltiplicazione di dubbi interpretativi.

3. Gamification della guerra e trasformazione della percezione

L’estetica LEGO modifica radicalmente il modo in cui il conflitto viene percepito. La comunicazione bellica tradizionale si fonda su paura, realismo, osservazione e distanza emotiva e, coerentemente, le immagini di guerra mostrano distruzione, vittime e devastazione, collocando lo spettatore in una posizione di osservatore esterno.

La trasposizione del conflitto nell’universo LEGO produce invece effetti opposti basati su familiarità, astrazione, partecipazione e accessibilità emotiva in cui le immagini perdono parte della loro crudezza e vengono reinterpretate attraverso un codice visivo rassicurante e immediatamente riconoscibile, dove il conflitto non scompare, ma diventa più guardabile, più commentabile e più condivisibile.

In questo senso la gamification non è un semplice espediente grafico ma una tecnologia narrativa che trasforma la guerra in contenuto in cui le persone incontrano sempre più spesso i conflitti geopolitici attraverso meme, video brevi, contenuti generati dall’intelligenza artificiale, influencer e piattaforme social, piuttosto che attraverso notizie, reportage o documentari. Il mutamento non riguarda soltanto il formato, ma il modo in cui gli individui costruiscono la propria comprensione della realtà internazionale.

4. Dalla propaganda alla distribuzione

La comunicazione tradizionale iraniana si è storicamente fondata su risentimento, martirio e argomentazione morale. Al contrario, le forme emergenti di comunicazione digitale mantengono obiettivi strategici simili, ma modificano il linguaggio operativo ponendo al centro, non più soltanto ideologia e persuasione, ma humour, viralità, competenza culturale, partecipazione e storytelling nativo delle piattaforme.

Il punto decisivo è che l’obiettivo non è semplicemente persuadere, ma è la condivisione. Se nel paradigma tradizionale il successo di una campagna veniva misurato in termini di cambiamento delle opinioni, nel paradigma emergente il successo si misura attraverso la sequenza reach, amplification, participation, narrative penetration.

Osservando il panorama comunicativo nel suo complesso emergono limitate conferme su un cambiamento diretto delle convinzioni politiche profonde degli utenti, ma vi sono invece segnali più consistenti della capacità di amplificare specifiche narrazioni, aumentarne la visibilità e favorirne l’ingresso in comunità normalmente esterne alla comunicazione politica. L’obiettivo non è necessariamente creare sostenitori dell’Iran, ma utenti disposti a far circolare contenuti coerenti con interessi narrativi favorevoli all’Iran: un vero e proprio cambiamento di paradigma.

5. La circolazione transnazionale delle narrazioni

Una delle dinamiche più rilevanti è la diffusione internazionale delle narrazioni e l’aspetto più rilevante ad emergere è il fatto che il pubblico occidentale raramente interpreta questi contenuti come messaggi iraniani, ma li percepisce piuttosto come risposte a problemi locali: corruzione, disuguaglianza, crisi della rappresentanza, sfiducia nei media, opposizione agli interventi militari.

In questo modo la narrazione segue un percorso articolato: produzione, distribuzione, attraversamento dei confini, interpretazione locale e adattamento locale (coerente con le agende dei gruppi politici, di opposizione al sistema o ideologici locali). Durante questo processo il contenuto viene progressivamente separato dalla sua origine poiché non arriva in Europa come narrazione iraniana, ma come cornice compatibile con sensibilità e frustrazioni già presenti nei contesti nazionali.

E dunque, le narrazioni non vengono semplicemente esportate; vengono tradotte culturalmente. Atterrano, si adattano e mettono radici nei contesti locali. E così, l’attribuzione a un attore straniero diventa più difficile, mentre cresce l’importanza dell’analisi dei percorsi di circolazione, degli intermediari e dei pubblici che conferiscono significato al messaggio.

6. Influenza, identità e mobilitazione

La mobilitazione contemporanea passa sempre meno attraverso istruzioni esplicite e sempre più attraverso l’identificazione: nei contenuti analizzati non emergono necessariamente inviti diretti alla protesta o all’azione politica, emergono piuttosto segnali di consapevolezza, resistenza, amplificazione e identità.

L’obiettivo non è dire alle persone cosa fare, ma suggerire chi esse siano. Gli utenti condividono un contenuto perché esso conferma una posizione identitaria: da cittadino europeo, da britannico, da norvegese, da americano, da membro di una comunità percepita come minacciata o tradita. La sequenza rilevante diventa narrative adoption, identity signalling, amplification in cui l’azione collettiva può seguire, ma non è necessariamente il primo obiettivo.

La partecipazione assume così un ruolo centrale dove il pubblico non deve essere d’accordo con il messaggio, ma deve interagire attraverso like, commenti, condivisioni e remix, che così divengono indicatori più rilevanti dell’adesione ideologica: l’engagement diventa così la soglia minima della mobilitazione narrativa.

7. L’architettura dell’influenza gamificata

La cosiddetta Lego Influence Architecture può essere descritta come un processo in cinque fasi. 1. La prima è la produzione, costituita da piccoli team, supportati dall’intelligenza artificiale, che possono generare grandi quantità di contenuti a costi ridotti.

2. La seconda è l’adattamento narrativo in cui i messaggi vengono tradotti in linguaggi culturalmente familiari e inseriti in frame no-war, anti-elite, anti-establishment, humanitarian e anti-intervention.

3. La terza fase è la distribuzione, costruita per circolare in modo nativo su Telegram, TikTok, Instagram e X.

4. La quarta è l’amplificazione, realizzata attraverso influencer, media alternativi, celebrità, utenti ordinari e comunità digitali.

5. La quinta, infine, è la mobilitazione, quando le narrazioni diventano linguaggio identitario, discussione pubblica, partecipazione sociale o protesta.

In questa architettura non esiste un unico canale decisivo. Alcuni attori producono “copertura”, rendendo visibile il messaggio; altri generano “legittimazione”, conferendo credibilità; altri ancora facilitano la “mobilitazione”, trasformando discussione e coinvolgimento in comportamento (le manifestazioni di piazza, spesso caratterizzate da violenza. Le campagne più efficaci distribuiscono queste funzioni tra attori diversi, spesso apparentemente indipendenti.

8. Il laundering effect: quando la fonte scompare

Un aspetto cruciale è il narrative laundering, o lavaggio della narrazione; che può strutturarsi seguendo un percorso definito e semplice: contenuto iraniano, rilancio da parte di influencer, ripresa mediatica, circolazione interna (allo stato, regione), scomparsa della fonte originaria, permanenza della narrazione.

Il meccanismo ricorda in effetti il principio fondante del fenomeno del riciclaggio in l’origine del contenuto viene progressivamente occultata attraverso passaggi intermedi che ne aumentano accettabilità e credibilità. Alla fine del processo l’utente non si chiede più chi abbia prodotto il contenuto, ma se esso sia coerente con la propria visione del mondo.

Questo passaggio riduce la centralità dell’attribuzione. Certo, l’attribuzione resta importante, ma non basta a spiegare l’impatto poiché ciò che conta è la circolazione, la capacità del contenuto di attraversare reti, comunità e piattaforme fino a diventare parte di un discorso pubblico più ampio.

9. Dalle Information Operations alle Attention Operations

Il caso dei meme LEGO evidenzia il passaggio dalle Information Operations alle Attention Operations. Per decenni le operazioni di influenza si sono fondate sul controllo dell’informazione: gestire il flusso delle notizie, produrre messaggi ideologici, comunicare in modo stato-centrico, persuadere attraverso formati lunghi e concentrare l’attenzione sull’attribuzione.

Oggi si è imposto un cambiamento e il centro di gravità si è spostato. Le campagne emergenti privilegiano messaggi nativi dei meme, amplificazione reticolare, engagement breve, partecipazione dell’audience e competizione per l’attenzione. Non conta più soltanto chi produce il contenuto, ma chi riesce a renderlo visibile, condivisibile e culturalmente compatibile con i pubblici di riferimento.

E così, la sequenza operativa può essere sintetizzata in quattro passaggi: attention, emotion, participation, mobilisation. La mobilitazione non è più necessariamente il risultato diretto della persuasione ideologica, ma si impone come conseguenza indiretta della capacità di catturare attenzione, generare coinvolgimento emotivo e trasformare il pubblico in distributore volontario della narrazione.

10. Indicatori di monitoraggio e strumenti analitici

Per analisti, ricercatori e decisori pubblici la domanda operativa non è più soltanto come una narrazione venga costruita, ma come possa essere identificata e monitorata. Il modello proposto individua cinque categorie di indicatori.

  • Gli indicatori narrativi riguardano la storia che viene promossa: quale cornice interpretativa viene costruita e quali messaggi coerenti orientano la percezione degli eventi.
  • Gli indicatori emotivi riguardano i sentimenti attivati: rabbia, paura, umiliazione, ingiustizia, solidarietà o appartenenza.
  • Gli indicatori di amplificazione osservano chi condivide il contenuto e attraverso quali reti.
  • Gli indicatori di adattamento analizzano come la narrativa cambi tra pubblici diversi.
  • Gli indicatori di mobilitazione valutano quali comportamenti online o offline siano incoraggiati.

Questo approccio sposta l’analisi dalla singola fonte al sistema di propagazione. Non basta contare visualizzazioni o identificare contenuti problematici, ma occorre comprendere come il messaggio si adatti, chi lo legittimi, quali emozioni produca e se generi effetti sociali o politici concreti.

11. Principi interpretativi e implicazioni di policy

Possiamo concludere che almeno quattro principi ci consentono di interpretare il fenomeno.

  1. Il primo è che l’influenza è adattiva, non statica: le narrazioni cambiano in funzione di crisi, opportunità politiche e vulnerabilità locali.
  2. Il secondo è che le emozioni contano spesso più dei fatti: rabbia, paura, umiliazione e senso di ingiustizia possono essere più mobilitanti dell’adesione ideologica.
  3. Il terzo è che gli ecosistemi ibridi contano: le narrazioni online acquisiscono credibilità quando vengono rinforzate offline da media, influencer, manifestazioni o attori politici.
  4. Il quarto è che una reazione sproporzionata può rafforzare la narrazione che si intende contrastare, alimentando vittimizzazione, sospetti di censura e sfiducia.

Le risposte tradizionali, basate su attribuzione, rimozione dei contenuti e fact-checking, restano necessarie ma non sono più sufficienti – sempre ammesso che possano esserlo stati in passato. L’influenza contemporanea opera attraverso emozione, identità, partecipazione e amplificazione, e per questo motivo le politiche pubbliche non possono escludere la conoscenza approfondita dei pubblici target, il monitoraggio cross-platform, il rafforzamento della resilienza sociale, la valorizzazione di comunicatori locali credibili e le strategie comunicative che evitino di amplificare la polarizzazione.

È inoltre essenziale distinguere tra attivismo legittimo, lealtà transnazionale e operazioni di influenza. Non ogni amplificazione è manipolazione; l’attivismo legittimo si fonda su mobilitazione autentica, organizzazione trasparente e autonomia decisionale mentre la lealtà transnazionale può derivare da legami identitari, familiari, diasporici o religiosi senza coordinamento esterno. Invece, le operazioni di influenza implicano manipolazione strategica delle narrazioni, amplificazione coordinata e sponsorizzazione o attribuzione ingannevole.

12. Conclusioni sul caso LEGO

Il caso iraniano-LEGO non è importante perché riguarda i LEGO, ma lo è perché illustra una trasformazione più ampia delle dinamiche di influenza contemporanee che muove dalla persuasione alla partecipazione, dalla propaganda alla cultura, dalle campagne informative agli ecosistemi di influenza.

L’influenza opera sempre più attraverso la cultura, mentre la sola attribuzione è ormai di per sé insufficiente. La fiducia emerge come una risorsa strategica: un fatto confermato dalle narrazioni che si diffondono più facilmente laddove esista una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni, dei media o delle élite politiche. Per questo occorre monitorare non soltanto i contenuti, ma l’adattamento delle narrazioni, i percorsi di amplificazione e la traduzione dall’online all’offline.

La sfida per ricercatori, analisti e decisori politici non consiste più soltanto nell’identificare messaggi ostili o manipolativi, ma nel comprendere come le narrazioni acquisiscano legittimità, attraversino comunità differenti, si adattino ai contesti locali e si traducano in mobilitazione sociale e politica. La domanda strategica non sarà più soltanto «chi produce una narrazione?», ma soprattutto «come una narrazione diventa credibile, circola tra comunità diverse e si trasforma in comportamento collettivo?».


Il laboratorio identitario della destra europea

di Andrea Molle

Negli ultimi dieci anni i movimenti identitari di destra si sono affermati come una delle componenti più dinamiche – e controverse – dell’ecosistema della destra radicale europea. Nati all’incrocio tra attivismo politico, sottoculture giovanili e mobilitazione digitale, questi gruppi si definiscono come difensori dell’“identità” culturale, etnica e civile dell’Europa, presentata come minacciata da immigrazione, multiculturalismo e globalizzazione. A differenza delle tradizionali formazioni dell’estrema destra novecentesca, gli identitari tendono a rifiutare simboli e linguaggi apertamente nostalgici o neofascisti, privilegiando invece una comunicazione moderna, estetizzata e pensata per la circolazione sui social media.

Il concetto chiave attorno a cui ruota la loro visione è quello di remigrazione, intesa non solo come contrasto all’immigrazione irregolare, ma come progetto politico di inversione dei flussi migratori e di espulsione di soggetti ritenuti “non assimilabili”. Questa proposta viene spesso presentata come soluzione pragmatica e necessaria a una presunta crisi demografica e identitaria dell’Europa, ed è accompagnata da narrazioni cospirative come la cosiddetta “grande sostituzione”, secondo cui élite politiche, economiche e culturali favorirebbero deliberatamente il declino delle popolazioni europee autoctone.

Un tratto distintivo dei movimenti identitari è la centralità della comunicazione digitale. Piattaforme come Telegram, X, Instagram e servizi di video-sharing vengono utilizzate non solo per diffondere messaggi ideologici, ma per costruire un immaginario visivo coerente: video curati, azioni dimostrative spettacolari, raduni filmati come eventi epici, attenzione all’abbigliamento e allo stile. L’attivismo offline – flash mob, manifestazioni simboliche, incontri transnazionali – è spesso pensato in funzione della sua successiva amplificazione online. In questo senso, gli identitari agiscono come moltiplicatori culturali più che come movimenti di massa tradizionali.

Dal punto di vista sociologico, la base militante appare composta prevalentemente da giovani adulti, in larga maggioranza uomini ma con una presenza femminile non marginale, anche attraverso collettivi che rivendicano una forma di “femminismo identitario”. L’estetica e l’autonarrazione puntano alla rispettabilità: abiti eleganti, linguaggio formalmente misurato, rifiuto esplicito della violenza come strumento politico diretto. Questa scelta non implica una moderazione delle posizioni, ma risponde piuttosto a una strategia di normalizzazione, volta a rendere socialmente e politicamente accettabili idee radicali, spostando gradualmente i confini del dibattito pubblico.

Un altro elemento rilevante è la dimensione transnazionale del fenomeno. I movimenti identitari europei operano come una rete fluida, in cui attivisti, influencer e ideologi si muovono tra Paesi diversi, partecipano a eventi comuni e condividono repertori simbolici e narrativi. Questa cooperazione informale contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza a una causa continentale e a superare i tradizionali confini nazionali, pur mantenendo declinazioni locali delle stesse istanze.

Nel complesso, i movimenti identitari di destra rappresentano meno una forza elettorale autonoma e più un laboratorio ideologico e comunicativo capace di influenzare partiti, media e dibattito pubblico. La loro rilevanza non risiede tanto nei numeri quanto nella capacità di immettere concetti, slogan e cornici interpretative che, una volta sdoganate, vengono riprese anche da attori politici istituzionali. Comprendere il funzionamento di questi movimenti è dunque essenziale per analizzare le trasformazioni contemporanee della destra europea e le nuove forme di radicalizzazione politica nell’era digitale.

Il Remigration Summit 2025 si è tenuto a Gallarate

In Europa, i movimenti identitari di destra operano come una galassia fluida: pochi “militanti” altamente connessi, capaci però di moltiplicare la propria presenza attraverso estetica, contenuti digitali e reti transnazionali. La loro forza non sta tanto nei numeri assoluti, quanto nella capacità di trasformare parole d’ordine radicali in lessico “presentabile”, spingendo alcuni temi (soprattutto sull’immigrazione) dal margine al centro del dibattito. Un tratto ricorrente è l’uso della comunicazione come strumento politico primario: azioni piccole e simboliche vengono progettate per essere filmate, montate e rilanciate come “epica” di gruppo, più che come mobilitazione di massa.

Sul piano della sicurezza, le istituzioni europee e nazionali segnalano un contesto in cui estremismo violento e polarizzazione online crescono di importanza. Nel quadro UE, l’EU Terrorism Situation and Trend Report (TE-SAT) 2025 di Europol registra nel 2024 un totale di 58 attacchi terroristici (completati/falliti/sventati) nell’Unione; l’Italia è indicata come il Paese che ha riportato un attacco di matrice right-wing (completato) e, nello stesso anno, un forte volume di attacchi attribuiti all’area left-wing/anarchica (Europol). Sul versante repressivo, Europol riporta 449 arresti per reati legati al terrorismo nel 2024 nei Paesi UE che hanno fornito dati, con 47 arresti riferiti al terrorismo di destra (in aumento rispetto all’anno precedente). Questi numeri non “misurano” direttamente i movimenti identitari (che non coincidono automaticamente con terrorismo), ma descrivono un ambiente in cui l’ecosistema radicale, soprattutto online, è parte della traiettoria di rischio.

Il caso svizzero è particolarmente istruttivo perché mostra come la dimensione transfrontaliera e la radicalizzazione digitale possano interagire con un territorio “cerniera”. Nel rapporto ufficiale «La sicurezza della Svizzera 2024» del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) si sottolinea che i contatti degli ambienti dell’estremismo violento di destra con “colleghi dei Paesi vicini” sono noti e che alcuni membri di gruppi tedeschi potrebbero valutare di spostare parte delle attività in Svizzera, anche come conseguenza di divieti in Germania; il SIC indica misure come respingimenti e divieti di manifestazione per ridurre questo rischio di “trasferimento”. Nello stesso documento, il SIC dedica attenzione al tema dell’accelerazionismo come ideologia estremista di destra che mira a spingere verso atti terroristici, diffusa principalmente online e particolarmente rilevante nella radicalizzazione dei minori, con riferimento a dinamiche di auto-radicalizzazione digitale e fascinazione per la violenza. In altre parole: la minaccia non è solo “organizzativa”, ma anche “di ecosistema”, dove contenuti, estetiche e reti virtuali possono rendere scalabile un estremismo che sul terreno resta numericamente contenuto.

In Italia e in area alpina, la dimensione transnazionale è un moltiplicatore: pochi attivisti che si conoscono e si muovono tra Paesi diversi possono creare l’impressione di un fronte più vasto, soprattutto quando ogni evento diventa materiale audiovisivo e “prova” di crescita. La stima che circola nelle osservazioni di chi monitora questi ambienti parla di “qualche centinaio” di attivisti realmente operativi a livello europeo, giovani e mobili, capaci di fare rete e di presentare come “onda” ciò che spesso è una costellazione di nuclei coordinati. In questo senso, l’obiettivo strategico non è solo aumentare i ranghi, ma contaminare il linguaggio pubblico: spostare la finestra di ciò che è dicibile, presentando come “realismo” ciò che fino a poco tempo fa sarebbe stato percepito come estremismo.


Le infiltrazioni “Pro-pal” e del “pacifismo antagonista”: uno strumento di influenza di Iran e Russia?

di Claudio Bertolotti

Dalla disinformazione alla guerra cognitiva: influenza esterna, polarizzazione dell’opinione pubblica e resilienza della coesione nazionale

La disinformazione non va più letta come semplice diffusione di «notizie false», ma come componente di una strategia più ampia di influenza, finalizzata a modificare percezioni, emozioni collettive, fiducia istituzionale e coesione sociale. Russia e Iran operano con modelli diversi ma convergenti: Mosca attraverso una diplomazia pubblica strutturata, culturale, digitale e istituzionale; Teheran attraverso una strategia «a spettro completo» che combina narrazione emotiva, infrastrutture religiose e associative, reti digitali, plausibile negabilità e, nei casi più critici, interfacce criminali o micro-proxy locali.

1. Il nuovo campo di battaglia è la percezione

La coesione nazionale non è oggetto di aggressioni solamente con attacchi informatici, pressioni energetiche o minacce militari, ma viene erosa più lentamente, e spesso più efficacemente, attraverso la manipolazione della percezione pubblica, la polarizzazione del dibattito e la delegittimazione delle istituzioni.

La guerra cognitiva agisce su informazione, emozione, identità e fiducia, con l’obiettivo – non di convincere tutti – di frammentare il campo sociale, creare dubbio, moltiplicare narrazioni incompatibili e rendere più difficile una risposta pubblica condivisa. Nel caso russo – come ho avuto modo di approfondire nel mio articolo “La diplomazia pubblica russa nella guerra cognitiva: attori, narrazioni e strumenti digitali” – questa dinamica si colloca all’interno della conflittualità ibrida, nella quale informazione, percezione e influenza culturale assumono valore strategico.

2. La Russia e la diplomazia pubblica come influenza ibrida

La Russia non usa soltanto propaganda bensì un ecosistema che sfrutta le dimensioni identitaria, della memoria storica, culturale, istituzionale, mediatica, dei social network, della diplomazia digitale e delle narrazioni anti-occidentali.

Il concetto di Russkij Mir – il «Mondo Russo» – opera come dispositivo ideologico che tende non solo a una promozione culturale, ma a creare e consolidare una cornice geopolitica che legittimi la protezione delle comunità russofone e, in prospettiva, l’intervento politico o militare narrativamente a tutela delle stesse. A questo si affiancano strumenti istituzionali come la Fondazione Russkij Mir, Rossotrudnichestvo, il Gorchakov Fund, la Chiesa ortodossa russa, i media statali e le piattaforme digitali.

La diplomazia digitale russa sfrutta così i social media, crea e diffonde i contenuti di portali informativi alternativi e piattaforme digitali per veicolare narrazioni filo-russe, per alimentare il dubbio, per polarizzare l’opinione pubblica e per delegittimare le narrazioni occidentali. Il caso italiano dell’operazione «Dalla Russia con amore» è utile come esempio di convergenza fra assistenza umanitaria, propaganda, disinformazione e potenziale raccolta informativa in un contesto di emergenza.

La Russia, così facendo, non cerca soltanto di raccontare una versione alternativa dei fatti ma cerca di costruire un ambiente informativo nel quale la verità diventa negoziabile, la fiducia istituzionale diventa fragile e la coesione democratica diventa vulnerabile.

3. L’Iran e la strategia d’influenza «a spettro completo»

L’Iran, dopo il 7 ottobre 2023, ha aggiornato il proprio repertorio di influenza, saldando la guerra di Gaza a un meta-frame emotivo basato sui concetti di «Occidente contro Islam», «genocidio», «ipocrisia occidentale», vittimizzazione dei musulmani, delegittimazione di Israele e degli oppositori in esilio, erosione della fiducia civica e della coesione sociale europea.

Ne ho parlato in maniera dettagliata nel mio articolo “Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea” in cui evidenzio l’esistenza di tre livelli: il primo, la costruzione di una narrazione emotiva; il secondo, l’uso selettivo di infrastrutture religiose e associative; il terzo, l’esternalizzazione tattica della coercizione a reti criminali locali. L’obiettivo è polarizzare il discorso pubblico europeo, alimentare l’antisemitismo, delegittimare oppositori in esilio ed erodere fiducia civica e coesione sociale, mantenendo la plausibile negabilità.

La componente mediatico-digitale è centrale: PressTV e HispanTV producono contenuti multilingue, poi distribuiti su piattaforme più permissive come Telegram e Rumble, amplificati da reti inautentiche, siti proxy e adattamenti linguistici alle diverse audience europee.

4. Il nodo pro-Pal: protesta legittima, sfruttamento ostile e radicalizzazione del frame

È essenziale distinguere fra protesta legittima, critica politica, mobilitazione pro-palestinese e sfruttamento ostile di quelle mobilitazioni da parte di attori statali o para-statali. Il problema non è l’esistenza del dissenso di per sè, ma la sua cattura narrativa, la sua amplificazione artificiale e, in alcuni casi, il suo legame a reti radicali, antagoniste, comunitarie o criminali.

Quello che pongo in evidenza nel mio articolo è che il fatto che il caso iraniano non si limiti alla propaganda su Gaza, ma cerchi di trasformare un conflitto esterno portandolo verso una polarizzazione interna europea seguendo una chiara e definita sequenza che parte dalla costruzione della cornice emotiva, passa attraverso il radicamento attraverso reti comunitarie e piattaforme digitali e arriva all’eventuale impiego di micro-proxy locali per azioni dimostrative o violente. In questa prospettiva, la narrazione non rimane online ma tende a trasformarsi in mobilitazione, pressione sociale, intimidazione, radicalizzazione identitaria e, nei casi più estremi, violenza.

Il punto non è più, dunque, criminalizzare la protesta, bensì impedire che la protesta si imponga come un’infrastruttura inconsapevole di una strategia ostile di influenza.

5. Russia e Iran: due modelli diversi, una convergenza strategica

Schema comparativo, che evidenzia la convergenza dei due approcci: entrambi gli attori, Russia e Iran, operano su quella che possiamo identificare come la vulnerabilità più rilevante dei paesi democratici, ossia la fiducia: nelle istituzioni, nei media, nella comunità nazionale, nella legittimità dell’azione pubblica e nella possibilità stessa di distinguere tra informazione, propaganda e manipolazione.

Elemento Russia Iran
Leva principale Diplomazia pubblica, cultura, memoria, identità, media, istituzioni. Frame emotivo-religioso-politico, Gaza, anti-occidentalismo, antisemitismo, diaspora, reti comunitarie, piattaforme digitali.
Obiettivo Legittimare la postura geopolitica russa, delegittimare l’Occidente, alimentare sfiducia verso istituzioni democratiche. Polarizzare il discorso pubblico europeo, delegittimare oppositori, rafforzare la proiezione ideologica e ridurre i costi di attribuzione.
Metodo Soft power ibridato con disinformazione, diplomazia digitale e, in contesti di crisi, penetrazione informativa. Influenza «a spettro completo», con narrazione, reti associative, media statali, piattaforme permissive e potenziale outsourcing criminale.

6. Il rischio principale: erosione della coesione nazionale

La minaccia non è soltanto informativa. È sociale, politica e istituzionale poiché la disinformazione produce effetti cumulativi: sfiducia nelle istituzioni, radicalizzazione delle identità, delegittimazione dell’avversario, frammentazione del dibattito pubblico, sospetto permanente verso media e autorità, vulnerabilità delle comunità diasporiche, normalizzazione dell’odio politico o religioso.

Nel modello iraniano, la minaccia emerge quando propaganda, economie criminali e nodi comunitari si fondono; per questo occorre separare narrazione e coercizione, tagliando l’accesso ai «fornitori» di violenza e delegittimando le interfacce organizzative che trasformano il frame in azione.

7. Risposta strategica: dalla contro-disinformazione alla resilienza cognitiva

Non basta smontare le fake news una per una. Occorre rafforzare la resilienza cognitiva del sistema democratico. Come è dunque possibile definire le possibili linee di risposta? Proviamo a identificare alcune opzioni rilevanti.

  • L’alfabetizzazione informativa, non intesa come educazione generica ai media, ma come capacità di riconoscere frame ostili, manipolazione emotiva, falsi dilemmi, contenuti coordinati e amplificazione artificiale.
  • La trasparenza istituzionale rapida. Il vuoto informativo è lo spazio operativo della disinformazione.
  • La protezione delle comunità vulnerabili. Diaspore, minoranze religiose, giovani e ambienti digitali polarizzati non vanno trattati come minacce, ma come spazi da proteggere da infiltrazione, radicalizzazione e sfruttamento.
  • L’integrazione fra sicurezza interna, intelligence, diplomazia pubblica, scuola, università, media e società civile.
  • La risposta europea coordinata. Le reti di influenza non rispettano confini nazionali; una risposta solo nazionale rischia di essere tardiva, frammentata e facilmente aggirabile.

L’osservazione dello scenario sociale, politico e informativo, ci propone un fenomeno in via di evoluzione e trasformazione. La disinformazione è solo la superficie visibile di un fenomeno più profondo, cioè la competizione per il controllo razionale dell’informazione. Russia e Iran non cercano semplicemente di convincere le opinioni pubbliche europee, ma cercano di dividere, disorientare e rendere più costosa e lenta ogni decisione collettiva. La difesa della coesione nazionale, dunque, non è censura, non è propaganda di segno opposto, non è repressione del dissenso; al contrario, è capacità democratica di distinguere tra conflitto politico legittimo e manipolazione ostile, tra protesta e strumentalizzazione, tra pluralismo e frammentazione indotta. In questo spazio si misura oggi la vera resilienza delle democrazie europee.


Tik Tok, social media, radicalizzazione

di Chiara Sulmoni

In questa pagina trovate: “Intrappolati dall’algoritmo di Tik Tok”, la puntata della trasmissione Patti Chiari (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI) che indaga a 360 gradi sulla piattaforma digitale, con servizi di Nicola Agostinetti e Valerio Scheggia e vari ospiti in studio
Include un contributo di Chiara Sulmoni, START InSight sui contenuti estremisti (da 23′ c.)

Piattaforme, algoritmi e adesione emotiva
Negli ultimi anni, piattaforme quali TikTok si sono affermate come ambienti centrali nella costruzione dell’identità giovanile. Non sono semplici canali di comunicazione, ma spazi in cui i giovani interpretano il mondo, ampliano le relazioni e danno significato alla propria esperienza. In questo contesto, anche i contenuti estremisti si trasformano: non più solo propaganda esplicita, ma narrazioni integrate nei codici culturali della piattaforma, progettate per colpire l’emotività prima della riflessione critica.

Le logiche degli algoritmi hanno un ruolo decisivo: i sistemi di raccomandazione privilegiano contenuti capaci di catturare immediatamente l’attenzione, favorendo emozioni forti come rabbia, paura, indignazione o orgoglio. Questo meccanismo premia anche contenuti controversi, indipendentemente dalla loro natura, contribuendo alla loro diffusione e visibilità. Su TikTok, in particolare, la fruizione continua e automatica — un video dopo l’altro — riduce la scelta intenzionale e accelera l’esposizione, lasciando poco spazio alla riflessione.

Estetiche e codici dell’estremismo digitale
La forma dei contenuti è altrettanto determinante. Sequenze rapide, immagini suggestive (spesso create con l’apporto dell’IA), storytelling personale, domande e risposte, discorsi motivazionali: tutti formati familiari al pubblico giovane. Politica, religione, identità e intrattenimento si mescolano in un flusso continuo in cui i confini tra contenuto ideologico e contenuto neutro diventano sempre più sfumati. Tecniche come il bait-and-switch — contenuti virali usati come esca — o l’uso di audio di tendenza per “coprire” o rendere più allettanti messaggi problematici, permettono di inserire progressivamente narrazioni radicali all’interno di contenuti apparentemente innocui.

Un elemento centrale è la musica. Nei contesti islamisti, i nasheed — canti a cappella della tradizione religiosa islamica — creano un senso di solennità, comunità e destino condiviso, talvolta accompagnando richiami alla jihad. Negli ambienti della destra radicale, invece, si ricorre a generi vicini alle sottoculture giovanili — rap, pop, folk o elettronica — frequentemente remixati con meme e contenuti virali. In entrambi i casi, la musica diventa uno strumento di adesione identitaria, capace di alimentare un senso di appartenenza a realtà collettive che oltrepassano i confini geografici.

L’estetica è altamente curata e svolge anch’essa una funzione cruciale. Simboli, abbigliamento, gestualità, iconografie, codici visivi e lessico di sottoculture digitali come quello legato alla manosfera trasformano l’estremismo in un fenomeno non solo ideologico, ma anche culturale ed estetico. All’interno di questi ambienti, ad esempio, circolano espressioni e simboli tipici del gergo incel e della manosfera più ampia, come riferimenti alla “red pill”, alla “black pill” o categorie identitarie quali “alpha” e “beta”, che strutturano narrazioni semplificate delle relazioni sociali e di genere. Questa estetica non ha solo una funzione codificata, ma anche una forte capacità attrattiva: rende i contenuti immediatamente riconoscibili, visivamente coinvolgenti e spesso emotivamente seducenti, facilitandone la diffusione. Il linguaggio condiviso è immediatamente comprensibile per chi ne conosce le chiavi di lettura, ma opaco per genitori, insegnanti ed educatori. Le nuove generazioni partecipano attivamente a questa evoluzione, attribuendo continuamente nuovi significati a simboli e parole, e contribuiscono in modo diretto alla costruzione della propria esperienza algoritmica, orientando attraverso le proprie interazioni — like, commenti, condivisioni e tempi di visualizzazione — ciò che viene progressivamente mostrato sullo schermo.

In questo contesto, anche le cosiddette logiche di gamification assumono un ruolo rilevante. La violenza è spesso attenuata, simbolica o inserita in una cornice ludica. Può essere presentata come una “sfida” o una “missione”, secondo schemi tipici dei videogiochi, in cui azioni e obiettivi sono organizzati in livelli e ricompense. Questo produce uno slittamento percettivo: la violenza non è più percepita come evento reale, ma come prestazione o prova di valore, creando una distanza dalle sue conseguenze.

Particolarmente insidiosi sono i messaggi stratificati e subliminali. Meme, ironia e ambiguità consentono una fruizione inizialmente leggera, che può però normalizzare progressivamente contenuti polarizzanti. L’esposizione ripetuta orienta la percezione del mondo senza che l’utente ne sia pienamente consapevole. Fenomeni come l’“Alt-Jihad” o “Islamogram” – mutuati dall’“Alt-right” e dal “Terrorgram” nell’universo della destra radicale – rappresentano un esempio emblematico: contenuti nativi digitali che fondono narrativa jihadista, cultura memetica, estetiche da videogiochi e riferimenti anime, creando una forma di propaganda ibrida adattata ai codici della Generazione Z.

Confine tra digitale e reale
Questo ecosistema estetico e narrativo non resta confinato allo spazio simbolico. In alcuni casi, infatti, può contribuire a orientare percezioni e comportamenti nel mondo reale, soprattutto quando si innesta su condizioni di isolamento e vulnerabilità individuale. In questa prospettiva si inserisce il caso del quindicenne che, nel marzo 2024 a Zurigo, ha accoltellato un ebreo ortodosso. Il ragazzo, descritto come fortemente attivo online, soprattutto su TikTok e Instagram, interagiva con ambienti riconducibili a una subcultura islamista digitale, dove consumava e contribuiva alla circolazione di contenuti estremisti.

Dinamiche simili emergono anche in contesti differenti e su scala più ampia, a conferma della natura multipiattaforma dei percorsi di esposizione. Un caso emblematico è quello di un adolescente nel Regno Unito condannato per terrorismo nel 2026, che faceva parte di 25 diverse chat online di estrema destra su piattaforme come Telegram, Snapchat, TikTok e Wire. Il ragazzo ha descritto questa attività di costruzione della propria identità digitale come una forma di evasione dalla realtà.

Un ulteriore esempio, sempre nel 2024, proviene da alcuni cantoni svizzeri, dove si sono verificate minacce di attentati o stragi nelle scuole, spesso tramite scritte sui muri degli edifici scolastici. Secondo autorità e direzioni degli istituti, nella maggior parte dei casi non si trattava di intenzioni reali, ma di episodi legati a un trend circolato su TikTok, una sorta di sfida virale tra giovani. Nonostante l’assenza di un progetto concreto, questi episodi hanno comunque richiesto interventi della polizia ed evacuazioni preventive. Il punto critico sta nello scarto tra gesto e intenzione: anche azioni nate come imitazione o gioco virale producono effetti reali, generano allarme e contribuiscono ad abbassare la soglia di tolleranza verso l’idea di violenza, rendendola più presente e “normale” nello spazio sociale.

Fenomeni di questo tipo non restano isolati. In modo più ampio, dinamiche simili emergono quando eventi globali — come conflitti internazionali o crisi geopolitiche — vengono reinterpretati in chiave personale, trasformandosi in possibili “chiamate all’azione”. In questi casi, la distanza tra dimensione globale ed esperienza individuale si accorcia, e ciò che accade altrove può essere percepito come un impulso diretto all’azione nel proprio contesto.

Le analisi più recenti indicano che i casi di radicalizzazione online tra minori sono destinati ad aumentare; anche in Svizzera, le autorità segnalano una crescita del fenomeno. Questo sviluppo va letto in un contesto più ampio: i social media non sono solo canali di trasmissione, ma ambienti formativi in cui si intrecciano esposizione ai contenuti, dinamiche algoritmiche e bisogni identitari.

Contrastare queste dinamiche richiede un approccio realistico e multidisciplinare. Eliminare completamente i contenuti estremisti è impraticabile: i messaggi sono spesso ambigui e in grado di cambiare forma e linguaggio per rimanere efficaci e visibili dentro ambienti digitali in continua evoluzione. Allo stesso tempo, demonizzare le piattaforme è controproducente, poiché esse rappresentano anche spazi di creatività e partecipazione. Le strategie di moderazione e deplatforming sono necessarie, ma mostrano limiti evidenti e possono spingere gli utenti verso ambienti meno regolati.

In definitiva, la radicalizzazione online non è il prodotto di un singolo contenuto, ma di un ecosistema complesso e cumulativo. Comprenderlo significa riconoscere l’intreccio tra tecnologia, società e vulnerabilità individuale — ed è proprio in questo spazio che si gioca una delle sfide più rilevanti del presente.

Per approfondire i casi svizzeri summenzionati:
https://ctc.westpoint.edu/from-tiktok-to-terrorism-the-online-radicalization-of-european-lone-attackers-since-october-7-2023/
https://www.srf.ch/news/schweiz/amokdrohungen-an-schulen-ein-tiktok-trend-der-fuer-aufwand-und-aerger-sorgt



Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale

Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”,
Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)

La minaccia dal Medioriente all’Europa

di Claudio Bertolotti

Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.

La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.

Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.

Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.

Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.

Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.

Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.

Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.

Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.

Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.

Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.

Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.

In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.

La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.


GEOPOLITICA, RELIGIONE E LA TENTAZIONE DELLO SCONTRO DI CIVILTÀ

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato.

Lo scontro evidente e continuo che attraversa oggi molte società occidentali – sia in Europa sia negli Stati Uniti – attorno alla presenza islamica e alla sua integrazione politica, sociale e culturale non nasce nel vuoto. In parallelo, la guerra in Iran contro una classe politica religiosa che da decenni governa il Paese con un sistema teocratico e repressivo riporta al centro del dibattito una domanda antica: fino a che punto i conflitti contemporanei possono essere letti anche come conflitti di natura religiosa o civilizzazionale?

Il concetto di guerra religiosa appartiene a una lunga tradizione storica. Senza tornare alle Crociate o ai grandi conflitti medievali tra cristianità e mondo islamico, è negli anni Novanta che la contrapposizione tra Occidente e civiltà islamica entra con forza nel dibattito strategico contemporaneo.

Fu il politologo americano Samuel Huntington a formulare la teoria destinata a segnare profondamente il dibattito geopolitico degli ultimi decenni. Nella sua visione del mondo post-Guerra Fredda, Huntington sosteneva che le principali linee di frattura della politica globale non sarebbero state più ideologiche – come durante il confronto tra capitalismo e comunismo – ma culturali e civilizzazionali.

Secondo Huntington, gli individui e le società tendono a definire la propria identità attraverso elementi profondi come religione, storia, lingua e tradizioni. In questo quadro, le relazioni internazionali sarebbero sempre più influenzate dalle affinità culturali tra Stati e dalle differenze tra grandi civiltà.

“I musulmani combattono contro i non-musulmani più di chiunque altro, probabilmente. La singola frase del mio articolo su Foreign Affairs del 1993 che ha suscitato le critiche più vigorose è stata il mio riferimento ai ‘confini sanguinosi dell’Islam’. Tuttavia, questo è un dato di fatto contemporaneo e il mio libro espone prove statistiche piuttosto massicce provenienti da fonti imparziali — il lavoro di altri studiosi — che dimostrano come la situazione sia tale.

Inoltre, facendo ricerca per il libro, ho scoperto che le prove dimostrano anche che l’interno dell’Islam è sanguinoso, perché allo stato attuale i musulmani si combattono tra loro molto più spesso di quanto non facciano le persone di altre civiltà.

Perché accade questo? Riguardo a questa propensione musulmana verso la violenza, alcuni hanno sostenuto che sia insita nella natura dell’Islam come religione, che l’Islam sia intrinsecamente una religione militarista. Io non sono d’accordo. Penso che se si volesse assegnare un ‘punto’ per la violenza tra le religioni mondiali, i cristiani probabilmente ne uscirebbero vincitori.

Tuttavia, abbiamo questo fenomeno contemporaneo che riguarda la violenza musulmana. Una possibile causa, credo, è che dal declino dell’Impero Ottomano non è esistito alcuno ‘Stato guida’ (core state) nell’Islam capace di esercitare la leadership, mantenere l’ordine e imporre disciplina.

Una seconda causa, e credo più importante, riguarda gli alti tassi di natalità nei paesi musulmani, che hanno creato un massiccio ‘youth bulge’ (surplus di giovani): persone tra i 15 e i 25 anni. La storia dimostra che quando le persone in quella fascia d’età superano il 20% della popolazione di una società, l’instabilità, la violenza e i conflitti tendono a intensificarsi.

In molti paesi musulmani, questo surplus giovanile ha raggiunto la soglia del 20%, dando origine alla militanza islamica, alla migrazione musulmana e alla pressione delle società musulmane in rapida crescita sui loro vicini. Per il prossimo futuro, quindi, le relazioni tra l’Occidente e l’Islam saranno probabilmente distanti e acrimoniose, e talvolta conflittuali e violente. Nel lungo periodo…” Huntington ha letto brillantemente il nostro futuro.  Era il 1997.

Una delle differenze fondamentali tra il modello politico occidentale e quello di molte società islamiche riguarda il rapporto tra religione e potere. In Europa, dopo secoli di guerre religiose, si è progressivamente affermato il principio della separazione tra Stato e Chiesa.

A partire dalla Pace di Westfalia (1648), che pose fine alla Guerra dei Trent’anni, si consolidò il principio cuius regio, eius religio — “di chi è il territorio, di lui sia la religione” — riconoscendo ai sudditi appartenenti a confessioni diverse il diritto di praticare il proprio culto in forma privata. Da quel momento iniziò in Europa un lungo processo storico che avrebbe progressivamente portato alla distinzione tra potere religioso e potere politico, uno dei pilastri delle democrazie occidentali contemporanee.

Il caso dell’Iran rappresenta invece un modello opposto: dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha costruito un sistema politico in cui l’autorità religiosa non è separata dallo Stato ma ne costituisce il fondamento. È proprio questa differenza strutturale – più che una semplice contrapposizione religiosa – che aiuta a comprendere molte delle tensioni tra Iran e Occidente.

Un altro elemento che alimenta la percezione di un confronto più ampio tra Iran e Occidente riguarda la strategia regionale di Teheran. Da decenni la Repubblica islamica ha costruito una rete di alleanze con movimenti armati e milizie in diverse aree del Medio Oriente, spesso definita dagli analisti come “Axis of Resistance”. Questa rete include gruppi come Hezbollah in Libano, Hamas nei territori palestinesi, milizie sciite in Iraq e il movimento Houthi nello Yemen.

Secondo numerosi studi di politica internazionale, l’Iran utilizza questi gruppi come strumenti di proiezione strategica: attraverso finanziamenti, addestramento militare e supporto logistico, Teheran riesce a esercitare influenza regionale senza entrare direttamente in conflitto con gli Stati occidentali o con Israele. Il caso di Hezbollah è particolarmente emblematico. Il gruppo sciita libanese è stato per anni uno dei principali beneficiari del sostegno iraniano, con stime che indicano trasferimenti di centinaia di milioni di dollari l’anno per il suo apparato politico e militare. Allo stesso modo, Teheran ha sostenuto nel tempo anche organizzazioni palestinesi come Hamas e la Jihad islamica, fornendo risorse finanziarie, armi e addestramento.

Nel Golfo e nel Mar Rosso, il movimento Houthi nello Yemen rappresenta un ulteriore tassello di questo sistema di alleanze, che consente all’Iran di influenzare equilibri strategici cruciali come le rotte marittime e i conflitti regionali.

Attraverso questa rete di attori non statali, spesso definita dagli analisti come “Axis of Resistance”, Teheran ha costruito nel tempo una forma di guerra indiretta che permette di esercitare pressione sull’ordine regionale e sugli interessi occidentali senza un confronto militare diretto.

Questo confronto, tuttavia, non rimane confinato al Medio Oriente: negli ultimi decenni esso ha iniziato a riflettersi anche all’interno delle stesse società occidentali.

La crescente presenza di cittadini di origine e fede musulmana nelle istituzioni politiche occidentali riflette trasformazioni demografiche e sociali profonde. Negli Stati Uniti, figure politiche come Zohran Mamdani rappresentano una nuova generazione politica emersa in società sempre più pluralistiche.

Per alcuni osservatori, queste dinamiche rappresentano un naturale sviluppo delle democrazie liberali. Per altri, invece, riflettono una tensione crescente tra modelli di pluralismo culturale promossi da parte delle élite politiche occidentali e identità storiche percepite come parte integrante delle società europee e nord-americane.

In questo contesto, la religione diventa spesso uno strumento di mobilitazione politica e culturale. Più che uno scontro lineare tra civiltà, il quadro che emerge è quello di società occidentali attraversate da un confronto interno sempre più acceso su identità, pluralismo e sul futuro delle proprie istituzioni democratiche.

Il Regno Unito rappresenta oggi uno dei casi più emblematici di questa dinamica. Nel paese operano da oltre vent’anni organismi di arbitrato islamico utilizzati da alcune comunità musulmane per controversie familiari e civili, che secondo uno studio della House of Commons Library non fanno parte del sistema giudiziario statale ma funzionano come strutture di mediazione religiosa. Parallelamente, come osserva il Pew Research Center, la presenza musulmana in Europa è destinata a continuare a crescere nei prossimi decenni, rendendo inevitabile un confronto politico e culturale sempre più intenso sul rapporto tra pluralismo religioso e istituzioni democratiche.

Fra tutti i paesi europei, il peso della presenza musulmana nel Regno Unito rappresenta oggi un fattore non secondario anche nelle scelte di politica interna ed estera del governo guidato da Keir Starmer. L’atteggiamento ambivalente o oscillante del Primo Ministro è la causa prima del raffreddamento delle relazioni USA-UK.

Da un lato vi è una dimensione elettorale e sociale. La comunità musulmana britannica costituisce una componente rilevante dell’elettorato urbano e tradizionalmente vicino al Partito Laburista. Per questo motivo, l’appoggio a politiche o leader percepiti come ostili al mondo musulmano – come nel caso del controverso Muslim Ban promosso dall’amministrazione Trump – potrebbe generare forti tensioni politiche e sociali all’interno del paese.

Vi è poi una dimensione ideologica. Il governo Starmer ha ribadito un’impostazione che si richiama alla tradizione pluralista della democrazia britannica, fondata sulla tutela delle minoranze e sulla convivenza tra comunità religiose e culturali diverse. In questa prospettiva, un allineamento con una retorica politica percepita come identitaria o esclusiva entrerebbe in tensione con il modello multiculturale sviluppato nel Regno Unito negli ultimi decenni.

Infine, esiste anche una dimensione internazionale. Il Regno Unito ospita una vasta diaspora proveniente da paesi a maggioranza musulmana e mantiene relazioni economiche e diplomatiche significative con numerosi stati del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. Per questo motivo, la leadership britannica sembra essere posizionata tra l’incudine e il martello. Le scelte di Starmer riflettono una realtà politica ormai evidente: nel Regno Unito contemporaneo, la presenza islamica detta, dietro le quinte, visioni e decisioni lontane dalla Britannia di Churchill, come Trump ha ricordato nella sua recente conferenza stampa.

Ecco che la realtà britannica e non solo, ci fa pensare a quale sarà il futuro dell’Occidente, che, apparentemente si gioca su uno snodo cruciale: da un lato la fermezza delle istituzioni, dall’altro la capacità di esercitare quel soft power culturale che potremmo paragonare alla saggezza dei nonni. Se alcune correnti dell’Islam politico stanno vivendo una fase di espansione demografica e fervore radicale — che per certi aspetti ricorda i periodi più bui della storia europea — l’Occidente possiede un vantaggio decisivo: l’esperienza storica. La consapevolezza, maturata attraverso secoli di conflitti religiosi, che il potere della forza è sempre effimero rispetto alla forza della cultura.

L’Iran, o meglio la Persia ha influenzato il mondo anche attraverso il potere politico e militare, ma soprattutto grazie a una raffinatezza estetica, poetica e filosofica che ha finito per trasformare persino i suoi conquistatori, dai Mongoli agli stessi dominatori arabi. In questo senso, l’Occidente potrebbe proporsi non tanto come un antagonista militare, quanto come un mentore civile, capace di offrire un modello in cui libertà individuale, creatività e pluralismo risultano più attraenti del dogma.

Il futuro dipenderà dalla capacità delle società occidentali di muoversi lungo tre direttrici fondamentali.

Riscoprire la propria identità.

Non si può trasmettere nulla se non si è consapevoli di ciò che si è. L’Occidente non deve rinunciare ai propri principi di libertà, pluralismo e separazione tra religione e Stato, ma presentarli come conquiste storiche maturate attraverso conflitti e trasformazioni.

Valorizzare le voci moderate e intellettuali.

Come la cultura persiana seppe mitigare l’impeto guerriero di epoche turbolente, anche oggi le correnti riformiste e intellettuali del mondo islamico — spesso marginalizzate o perseguitate nei propri paesi — rappresentano interlocutori fondamentali per costruire un terreno di dialogo e stabilità.

Affrontare la pressione demografica giovanile.

Senza opportunità educative, culturali ed economiche capaci di sostituire la retorica del martirio con quella del progresso e della dignità individuale, il cosiddetto youth bulge continuerà ad alimentare tensioni e radicalizzazioni.

In definitiva, se alcune correnti del mondo islamico rappresentano oggi l’energia turbolenta della giovinezza, l’Occidente potrebbe incarnare l’autorità dell’esperienza: quella di una civiltà che ha attraversato l’Inquisizione, le guerre di religione e le tragedie del Novecento, trasformando gradualmente quei conflitti in istituzioni fondate sul diritto, sulla scienza e sulla libertà.

Il futuro, quindi, non sarà un’omologazione delle civiltà, ma una convivenza inevitabilmente complessa. In questo equilibrio fragile, la vera forza dell’Occidente potrebbe non essere la superiorità militare, ma la sua inesauribile capacità di attrarre attraverso la cultura, la ragione e la libertà.

Foto di copertina di tetracarbon da Pixabay