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Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale

Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”,
Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)

La minaccia dal Medioriente all’Europa

di Claudio Bertolotti

Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.

La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.

Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.

Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.

Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.

Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.

Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.

Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.

Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.

Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.

Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.

Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.

In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.

La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.


GEOPOLITICA, RELIGIONE E LA TENTAZIONE DELLO SCONTRO DI CIVILTÀ

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato.

Lo scontro evidente e continuo che attraversa oggi molte società occidentali – sia in Europa sia negli Stati Uniti – attorno alla presenza islamica e alla sua integrazione politica, sociale e culturale non nasce nel vuoto. In parallelo, la guerra in Iran contro una classe politica religiosa che da decenni governa il Paese con un sistema teocratico e repressivo riporta al centro del dibattito una domanda antica: fino a che punto i conflitti contemporanei possono essere letti anche come conflitti di natura religiosa o civilizzazionale?

Il concetto di guerra religiosa appartiene a una lunga tradizione storica. Senza tornare alle Crociate o ai grandi conflitti medievali tra cristianità e mondo islamico, è negli anni Novanta che la contrapposizione tra Occidente e civiltà islamica entra con forza nel dibattito strategico contemporaneo.

Fu il politologo americano Samuel Huntington a formulare la teoria destinata a segnare profondamente il dibattito geopolitico degli ultimi decenni. Nella sua visione del mondo post-Guerra Fredda, Huntington sosteneva che le principali linee di frattura della politica globale non sarebbero state più ideologiche – come durante il confronto tra capitalismo e comunismo – ma culturali e civilizzazionali.

Secondo Huntington, gli individui e le società tendono a definire la propria identità attraverso elementi profondi come religione, storia, lingua e tradizioni. In questo quadro, le relazioni internazionali sarebbero sempre più influenzate dalle affinità culturali tra Stati e dalle differenze tra grandi civiltà.

“I musulmani combattono contro i non-musulmani più di chiunque altro, probabilmente. La singola frase del mio articolo su Foreign Affairs del 1993 che ha suscitato le critiche più vigorose è stata il mio riferimento ai ‘confini sanguinosi dell’Islam’. Tuttavia, questo è un dato di fatto contemporaneo e il mio libro espone prove statistiche piuttosto massicce provenienti da fonti imparziali — il lavoro di altri studiosi — che dimostrano come la situazione sia tale.

Inoltre, facendo ricerca per il libro, ho scoperto che le prove dimostrano anche che l’interno dell’Islam è sanguinoso, perché allo stato attuale i musulmani si combattono tra loro molto più spesso di quanto non facciano le persone di altre civiltà.

Perché accade questo? Riguardo a questa propensione musulmana verso la violenza, alcuni hanno sostenuto che sia insita nella natura dell’Islam come religione, che l’Islam sia intrinsecamente una religione militarista. Io non sono d’accordo. Penso che se si volesse assegnare un ‘punto’ per la violenza tra le religioni mondiali, i cristiani probabilmente ne uscirebbero vincitori.

Tuttavia, abbiamo questo fenomeno contemporaneo che riguarda la violenza musulmana. Una possibile causa, credo, è che dal declino dell’Impero Ottomano non è esistito alcuno ‘Stato guida’ (core state) nell’Islam capace di esercitare la leadership, mantenere l’ordine e imporre disciplina.

Una seconda causa, e credo più importante, riguarda gli alti tassi di natalità nei paesi musulmani, che hanno creato un massiccio ‘youth bulge’ (surplus di giovani): persone tra i 15 e i 25 anni. La storia dimostra che quando le persone in quella fascia d’età superano il 20% della popolazione di una società, l’instabilità, la violenza e i conflitti tendono a intensificarsi.

In molti paesi musulmani, questo surplus giovanile ha raggiunto la soglia del 20%, dando origine alla militanza islamica, alla migrazione musulmana e alla pressione delle società musulmane in rapida crescita sui loro vicini. Per il prossimo futuro, quindi, le relazioni tra l’Occidente e l’Islam saranno probabilmente distanti e acrimoniose, e talvolta conflittuali e violente. Nel lungo periodo…” Huntington ha letto brillantemente il nostro futuro.  Era il 1997.

Una delle differenze fondamentali tra il modello politico occidentale e quello di molte società islamiche riguarda il rapporto tra religione e potere. In Europa, dopo secoli di guerre religiose, si è progressivamente affermato il principio della separazione tra Stato e Chiesa.

A partire dalla Pace di Westfalia (1648), che pose fine alla Guerra dei Trent’anni, si consolidò il principio cuius regio, eius religio — “di chi è il territorio, di lui sia la religione” — riconoscendo ai sudditi appartenenti a confessioni diverse il diritto di praticare il proprio culto in forma privata. Da quel momento iniziò in Europa un lungo processo storico che avrebbe progressivamente portato alla distinzione tra potere religioso e potere politico, uno dei pilastri delle democrazie occidentali contemporanee.

Il caso dell’Iran rappresenta invece un modello opposto: dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha costruito un sistema politico in cui l’autorità religiosa non è separata dallo Stato ma ne costituisce il fondamento. È proprio questa differenza strutturale – più che una semplice contrapposizione religiosa – che aiuta a comprendere molte delle tensioni tra Iran e Occidente.

Un altro elemento che alimenta la percezione di un confronto più ampio tra Iran e Occidente riguarda la strategia regionale di Teheran. Da decenni la Repubblica islamica ha costruito una rete di alleanze con movimenti armati e milizie in diverse aree del Medio Oriente, spesso definita dagli analisti come “Axis of Resistance”. Questa rete include gruppi come Hezbollah in Libano, Hamas nei territori palestinesi, milizie sciite in Iraq e il movimento Houthi nello Yemen.

Secondo numerosi studi di politica internazionale, l’Iran utilizza questi gruppi come strumenti di proiezione strategica: attraverso finanziamenti, addestramento militare e supporto logistico, Teheran riesce a esercitare influenza regionale senza entrare direttamente in conflitto con gli Stati occidentali o con Israele. Il caso di Hezbollah è particolarmente emblematico. Il gruppo sciita libanese è stato per anni uno dei principali beneficiari del sostegno iraniano, con stime che indicano trasferimenti di centinaia di milioni di dollari l’anno per il suo apparato politico e militare. Allo stesso modo, Teheran ha sostenuto nel tempo anche organizzazioni palestinesi come Hamas e la Jihad islamica, fornendo risorse finanziarie, armi e addestramento.

Nel Golfo e nel Mar Rosso, il movimento Houthi nello Yemen rappresenta un ulteriore tassello di questo sistema di alleanze, che consente all’Iran di influenzare equilibri strategici cruciali come le rotte marittime e i conflitti regionali.

Attraverso questa rete di attori non statali, spesso definita dagli analisti come “Axis of Resistance”, Teheran ha costruito nel tempo una forma di guerra indiretta che permette di esercitare pressione sull’ordine regionale e sugli interessi occidentali senza un confronto militare diretto.

Questo confronto, tuttavia, non rimane confinato al Medio Oriente: negli ultimi decenni esso ha iniziato a riflettersi anche all’interno delle stesse società occidentali.

La crescente presenza di cittadini di origine e fede musulmana nelle istituzioni politiche occidentali riflette trasformazioni demografiche e sociali profonde. Negli Stati Uniti, figure politiche come Zohran Mamdani rappresentano una nuova generazione politica emersa in società sempre più pluralistiche.

Per alcuni osservatori, queste dinamiche rappresentano un naturale sviluppo delle democrazie liberali. Per altri, invece, riflettono una tensione crescente tra modelli di pluralismo culturale promossi da parte delle élite politiche occidentali e identità storiche percepite come parte integrante delle società europee e nord-americane.

In questo contesto, la religione diventa spesso uno strumento di mobilitazione politica e culturale. Più che uno scontro lineare tra civiltà, il quadro che emerge è quello di società occidentali attraversate da un confronto interno sempre più acceso su identità, pluralismo e sul futuro delle proprie istituzioni democratiche.

Il Regno Unito rappresenta oggi uno dei casi più emblematici di questa dinamica. Nel paese operano da oltre vent’anni organismi di arbitrato islamico utilizzati da alcune comunità musulmane per controversie familiari e civili, che secondo uno studio della House of Commons Library non fanno parte del sistema giudiziario statale ma funzionano come strutture di mediazione religiosa. Parallelamente, come osserva il Pew Research Center, la presenza musulmana in Europa è destinata a continuare a crescere nei prossimi decenni, rendendo inevitabile un confronto politico e culturale sempre più intenso sul rapporto tra pluralismo religioso e istituzioni democratiche.

Fra tutti i paesi europei, il peso della presenza musulmana nel Regno Unito rappresenta oggi un fattore non secondario anche nelle scelte di politica interna ed estera del governo guidato da Keir Starmer. L’atteggiamento ambivalente o oscillante del Primo Ministro è la causa prima del raffreddamento delle relazioni USA-UK.

Da un lato vi è una dimensione elettorale e sociale. La comunità musulmana britannica costituisce una componente rilevante dell’elettorato urbano e tradizionalmente vicino al Partito Laburista. Per questo motivo, l’appoggio a politiche o leader percepiti come ostili al mondo musulmano – come nel caso del controverso Muslim Ban promosso dall’amministrazione Trump – potrebbe generare forti tensioni politiche e sociali all’interno del paese.

Vi è poi una dimensione ideologica. Il governo Starmer ha ribadito un’impostazione che si richiama alla tradizione pluralista della democrazia britannica, fondata sulla tutela delle minoranze e sulla convivenza tra comunità religiose e culturali diverse. In questa prospettiva, un allineamento con una retorica politica percepita come identitaria o esclusiva entrerebbe in tensione con il modello multiculturale sviluppato nel Regno Unito negli ultimi decenni.

Infine, esiste anche una dimensione internazionale. Il Regno Unito ospita una vasta diaspora proveniente da paesi a maggioranza musulmana e mantiene relazioni economiche e diplomatiche significative con numerosi stati del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. Per questo motivo, la leadership britannica sembra essere posizionata tra l’incudine e il martello. Le scelte di Starmer riflettono una realtà politica ormai evidente: nel Regno Unito contemporaneo, la presenza islamica detta, dietro le quinte, visioni e decisioni lontane dalla Britannia di Churchill, come Trump ha ricordato nella sua recente conferenza stampa.

Ecco che la realtà britannica e non solo, ci fa pensare a quale sarà il futuro dell’Occidente, che, apparentemente si gioca su uno snodo cruciale: da un lato la fermezza delle istituzioni, dall’altro la capacità di esercitare quel soft power culturale che potremmo paragonare alla saggezza dei nonni. Se alcune correnti dell’Islam politico stanno vivendo una fase di espansione demografica e fervore radicale — che per certi aspetti ricorda i periodi più bui della storia europea — l’Occidente possiede un vantaggio decisivo: l’esperienza storica. La consapevolezza, maturata attraverso secoli di conflitti religiosi, che il potere della forza è sempre effimero rispetto alla forza della cultura.

L’Iran, o meglio la Persia ha influenzato il mondo anche attraverso il potere politico e militare, ma soprattutto grazie a una raffinatezza estetica, poetica e filosofica che ha finito per trasformare persino i suoi conquistatori, dai Mongoli agli stessi dominatori arabi. In questo senso, l’Occidente potrebbe proporsi non tanto come un antagonista militare, quanto come un mentore civile, capace di offrire un modello in cui libertà individuale, creatività e pluralismo risultano più attraenti del dogma.

Il futuro dipenderà dalla capacità delle società occidentali di muoversi lungo tre direttrici fondamentali.

Riscoprire la propria identità.

Non si può trasmettere nulla se non si è consapevoli di ciò che si è. L’Occidente non deve rinunciare ai propri principi di libertà, pluralismo e separazione tra religione e Stato, ma presentarli come conquiste storiche maturate attraverso conflitti e trasformazioni.

Valorizzare le voci moderate e intellettuali.

Come la cultura persiana seppe mitigare l’impeto guerriero di epoche turbolente, anche oggi le correnti riformiste e intellettuali del mondo islamico — spesso marginalizzate o perseguitate nei propri paesi — rappresentano interlocutori fondamentali per costruire un terreno di dialogo e stabilità.

Affrontare la pressione demografica giovanile.

Senza opportunità educative, culturali ed economiche capaci di sostituire la retorica del martirio con quella del progresso e della dignità individuale, il cosiddetto youth bulge continuerà ad alimentare tensioni e radicalizzazioni.

In definitiva, se alcune correnti del mondo islamico rappresentano oggi l’energia turbolenta della giovinezza, l’Occidente potrebbe incarnare l’autorità dell’esperienza: quella di una civiltà che ha attraversato l’Inquisizione, le guerre di religione e le tragedie del Novecento, trasformando gradualmente quei conflitti in istituzioni fondate sul diritto, sulla scienza e sulla libertà.

Il futuro, quindi, non sarà un’omologazione delle civiltà, ma una convivenza inevitabilmente complessa. In questo equilibrio fragile, la vera forza dell’Occidente potrebbe non essere la superiorità militare, ma la sua inesauribile capacità di attrarre attraverso la cultura, la ragione e la libertà.

Foto di copertina di tetracarbon da Pixabay


Investimenti nella Difesa – analisi della situazione in Italia

di Andrea Molle

Negli ultimi mesi la discussione sulla spesa militare italiana è tornata al centro del dibattito internazionale, soprattutto dopo che il governo ha comunicato un significativo aumento del bilancio della difesa per il futuro. Secondo un’analisi pubblicata da Defense News, il documento previsionale porterebbe la spesa complessiva a circa 45,3 miliardi di euro, con un incremento netto superiore ai 14 miliardi rispetto all’anno precedente e un apparente raggiungimento del 2% del PIL raccomandato dalla NATO. Tuttavia, l’osservazione più rilevante sollevata da molti economisti riguarda la mancanza di chiarezza su come tale obiettivo sia stato effettivamente realizzato: buona parte dell’aumento sembrerebbe derivare da una riclassificazione di voci di bilancio precedentemente allocate ad altri settori, incluse spese per personale in quiescenza, attività di sicurezza interna, programmi di cooperazione e capitoli relativi al cyber e allo spazio. Il rischio è che, senza una riforma complessiva del comparto Difesa, la crescita nominale della spesa non corrisponda a un incremento reale delle capacità operative.

La questione deve essere comunque contestualizzata all’interno di una tendenza più ampia. Negli ultimi dieci anni l’Italia ha progressivamente aumentato gli investimenti in difesa, passando da un livello stabile intorno all’1,2–1,3% del PIL a una crescita costante dopo il 2020. Le pressioni internazionali – dalla guerra in Ucraina al deterioramento delle condizioni di sicurezza nel Mediterraneo allargato – hanno spinto l’intero continente europeo verso un riarmo generalizzato. In questo quadro, l’Italia è chiamata a colmare un gap accumulato per decenni, soprattutto in termini di ammodernamento degli equipaggiamenti, manutenzione, munizionamento e prontezza operativa. La partecipazione continuativa a missioni NATO, UE e ONU – dai Balcani al Libano, dal Corno d’Africa al Mediterraneo centrale – richiede mezzi e capacità adeguati, mentre la crescente instabilità nel Sahel e le dinamiche migratorie rendono sempre più complessa la gestione del fronte meridionale della NATO, di cui l’Italia è attore centrale.

L’analisi delle fonti disponibili suggerisce però che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese. Il nodo principale riguarda la qualità della spesa. Secondo le stime del SIPRI e dei principali osservatori internazionali, l’Italia continua a investire una quota relativamente limitata in procurement e ricerca e sviluppo, mentre una parte significativa del bilancio è assorbita dal personale, una voce strutturalmente difficile da comprimere. Gli alleati tendono a valutare non soltanto la percentuale del PIL investita, ma soprattutto la capacità di generare effetti militari concreti: interoperabilità, mobilità, logistica, forza aerea pienamente operativa, sistemi di difesa integrata, dotazioni navali moderne. In assenza di una strategia chiara su come allocare le nuove risorse, il rischio è che lo scatto al 2% rimanga, almeno in parte, un esercizio contabile.

L’analisi delle fonti disponibili suggerisce che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese.

Il margine di incertezza cresce se consideriamo l’evoluzione della dottrina NATO. Dopo il cambio di postura internazionale di Washington, l’Alleanza ha identificato la soglia del 2% non più come un traguardo finale, ma come un livello minimo, con la proiezione verso una difesa europea più autonoma e capace di assorbire i costi di un conflitto ad alta intensità. Alcune analisi prospettano che, entro il 2035, la spesa combinata in difesa e resilienza debba avvicinarsi al 3,5–4% del PIL per molti Paesi europei, soprattutto se l’industria dovrà supportare un ciclo di produzione continuo. In questo scenario, la sostenibilità del modello italiano diventa un tema cruciale. Con un debito pubblico elevato e una pressione costante sulla spesa sociale, un incremento permanente della spesa militare richiede una programmazione trasparente e politicamente condivisa.

La nuova fase geopolitica mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale

Il tema è particolarmente urgente per un Paese che, negli ultimi vent’anni, ha interpretato il proprio ruolo internazionale soprattutto attraverso missioni di stabilizzazione, cooperazione civile-militare e diplomazia preventiva. L’Italia ha puntato tradizionalmente su capacità leggere, proiezione navale, operazioni di polizia internazionale e un impegno costante in aree come il Libano, il Mediterraneo centrale e i Balcani occidentali. La nuova fase geopolitica, tuttavia, mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale. Il passaggio da un modello a “bassa intensità” a uno orientato alla deterrenza ad alta intensità implica investimenti diversi, più costosi, più rapidi e tecnicamente più complessi. È lecito chiedersi se l’attuale riallocazione di fondi rifletta davvero questa trasformazione.

Al di là del dibattito tecnico, la questione dell’aumento della spesa militare solleva interrogativi politici e sociali che non possono essere elusi. In quale misura l’Italia vuole e può assumere un ruolo più incisivo nella NATO? Quali capacità desidera prioritizzare nei prossimi dieci anni? E soprattutto: è possibile garantire trasparenza, responsabilità e coerenza strategica in un settore che, per sua natura, rischia spesso di sfuggire al controllo dell’opinione pubblica? Finché non verranno pubblicati documenti più chiari sulla composizione della spesa, sugli obiettivi capacitivi e sulle eventuali ricadute industriali, il dibattito resterà inevitabilmente sbilanciato tra annunci politici e valutazioni tecniche parziali.

Ciò che è certo è che l’Italia si trova all’inizio di un percorso e non alla fine. La pressione internazionale non diminuirà, la competizione globale continuerà a crescere e il Mediterraneo rimarrà un teatro centrale di instabilità. La differenza tra una spesa militare sostenibile e una spesa puramente apparente dipenderà dalla capacità del Paese di trasformare i numeri di bilancio in strumenti reali di sicurezza, deterrenza e credibilità. Per ora siamo di fronte a un segnale forte, forse necessario, ma ancora privo di quella trasparenza e quella coerenza strategica che un alleato pienamente affidabile della NATO dovrebbe poter mostrare.


L’America torna a casa

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

PRIMA PARTE

Ieri

La nuova politica estera del Presidente Trump appare oggi molto più liberale di quanto la vecchia Dottrina Monroe avesse dichiarato agli inizi dell’Ottocento, e molti osservatori applaudono questa svolta. Per capire perché, occorre tornare alle origini. La Dottrina Monroe si fondava su due principi cardine: impedire ogni ulteriore colonizzazione europea nel continente americano e, allo stesso tempo, escludere qualsiasi intervento reciproco tra le potenze europee e gli Stati Uniti. “L’America agli americani”: niente colonialismo, niente ingerenze. Una visione che, almeno in teoria, includeva anche il Canada, dove il sistema parlamentare limitava l’influenza diretta britannica.

Eppure, già nel 1833, questo ideale mostrava la sua fragilità. Quando il Regno Unito riaffermò la sovranità sulle isole Falkland, Washington non intervenne, lasciando che l’Argentina gestisse da sola la contesa. Un’azione di rioccupazione, non di colonizzazione, certo, ma sufficiente a segnalare i limiti dell’ambizioso principio Monroe.

Le contraddizioni esplosero con maggiore evidenza durante la Guerra Civile americana. La corona spagnola approfittò del conflitto interno per riprendere il controllo della Repubblica Dominicana, mentre Napoleone III invase il Messico e installò Massimiliano d’Asburgo come sovrano fantoccio. Ma il punto di rottura arrivò il 15 febbraio 1898: la USS Maine, incrociatore corazzato tra i più moderni dell’epoca, saltò in aria nel porto dell’Avana durante una rivolta tra indigeni e sudditi spagnoli. La nave era ormeggiata lì per proteggere gli interessi americani; il suo affondamento scatenò un’ondata di indignazione negli Stati Uniti. “Remember the Maine, the hell with Spain”: in pochi mesi scoppiò la guerra ispano-americana, che pose fine alla presenza coloniale spagnola nel continente. Le Filippine avrebbero ottenuto l’indipendenza solo dopo la Seconda guerra mondiale; Cuba, invece, diventò formalmente indipendente nel 1934, ad eccezione di Guantánamo Bay, ancora oggi sotto controllo statunitense.

Il Novecento segnò il passaggio definitivo da un principio difensivo a una politica interventista. Gli Stati Uniti non si limitarono più a fare pressione diplomatica: entrarono nelle dinamiche interne di numerosi Paesi dell’America Latina, sostenendo o ostacolando governi a seconda della loro utilità strategica. Emblematica la vicenda del Cile: il progetto di Salvador Allende di nazionalizzare l’industria del rame—fondamentale per le multinazionali statunitensi—e il suo mancato allineamento ai modelli economici promossi da Washington crearono le premesse per il golpe di Augusto Pinochet, apertamente appoggiato dagli Stati Uniti. Fu solo uno dei molti episodi in cui la Dottrina Monroe si trasformò da scudo anticoloniale in un vero dispositivo di ingegneria politica regionale.

Parallelamente, le economie latino-americane furono vincolate a un rapporto monetario sbilanciato con il dollaro. I regimi di cambio fisso adottati da molti Paesi soffocarono le loro capacità di reagire agli shock esterni. Quando l’Argentina decise di rompere il legame con il dollaro, la moneta crollò e i titoli di Stato si azzerarono in poche settimane: un caso emblematico di come la dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti potesse diventare una trappola economica e sociale.

Da questa lunga traiettoria emerge un monito ancora attuale. Ogni volta che una grande potenza assume il ruolo di tutore esclusivo di una regione, imponendo modelli politici ed economici dall’alto, lo fa per proteggere sé stessa, non gli altri. Indipendentemente dalle simpatie geopolitiche—che siano filoamericane, filoeuropee o filocinesi—resta evidente che ogni forma di tutela unilaterale genera instabilità, dipendenza e nuove forme di neocolonialismo. Questa, più di ogni altra, è la lezione della storia: un potere che non incontra limiti finisce sempre per erodere se stesso e l’ordine che pretende proteggere.

Oggi

Il 4 dicembre 2025, il Presidente Donald J. Trump ha pubblicato la nuova National Security Strategy, il documento che definisce la visione statunitense nelle relazioni internazionali ed espone ciò che la sua amministrazione considera essenziale per la sicurezza e la prosperità del Paese. Intitolata “America in a Dangerous World”, la strategia segna l’avvio formale della dottrina con cui gli Stati Uniti intendono confrontarsi con un mondo percepito come instabile e sempre più competitivo.

Nella sua nota introduttiva, Trump riassume in poche righe ciò che viene poi dettagliato nelle sezioni successive: una lettura del sistema internazionale suddivisa per aree geografiche, ciascuna valutata secondo la misura degli interessi vitali americani. Non più un approccio universale o missionario, ma una classificazione del mondo orientata alla protezione economica, alla deterrenza militare e alla riduzione degli impegni considerati secondari o non redditizi per la nazione.

Questa dottrina rappresenta una svolta importantissima rispetto alle amministrazioni precedenti. Da Bush senior a Clinton, da Obama fino a Biden, la politica estera degli Stati Uniti è stata guidata dall’idea che Washington dovesse assumere un ruolo di garante dell’ordine globale, intervenendo nelle crisi regionali, sostenendo la diffusione dei valori democratici e assicurando stabilità ai mercati internazionali. Trump capovolge questa logica e afferma che l’impegno americano deve concentrarsi esclusivamente su ciò che incide in modo diretto e tangibile sulla sicurezza, sull’economia e sulla sovranità nazionale.

In sostanza, la nuova strategia sostiene che gli Stati Uniti non debbano più farsi carico di ogni crisi del pianeta, ma selezionare con rigore priorità e risorse: un’impostazione che trasforma l’“America First” da slogan politico a principio operativo nella gestione delle relazioni internazionali.

Europa – NSS 2025

Nella nuova strategia di sicurezza nazionale, l’Europa non è più il fulcro dell’architettura internazionale degli Stati Uniti, ma una regione da valutare in funzione del contributo che può offrire alla sicurezza americana. La dottrina afferma che, dopo decenni in cui Washington ha sostenuto i costi principali della difesa europea, gli alleati devono ora assumersi una parte molto più significativa delle responsabilità. L’era in cui gli Stati Uniti si consideravano il pilastro indispensabile della sicurezza del continente è presentata come un modello obsoleto, nato dalla Guerra Fredda e mantenuto per inerzia politica.

Il documento sottolinea che la NATO conserva un valore strategico, ma solo se gli alleati europei dimostrano di essere capaci di contribuire realmente al mantenimento della sicurezza comune. L’obiettivo non è più la proiezione collettiva verso l’esterno, ma la riduzione dei costi americani e la riallocazione delle risorse verso priorità interne. L’Europa viene così invitata — con insistenza — a raggiungere e superare la soglia del 2% del PIL per la difesa, condizioni minime per continuare a beneficiare del legame transatlantico.

In questa visione, le relazioni USA-UE si spostano dal terreno dei valori condivisi a quello degli scambi equilibrati: partnership sì, ma solo se reciprocamente vantaggiosa. Gli Stati Uniti dichiarano esplicitamente di non voler più sostenere il peso finanziario della difesa europea, né di intervenire automaticamente nelle crisi regionali del continente. Il messaggio, pur non espresso in termini conflittuali, è chiaro: l’Europa deve dimostrare di essere un attore autonomo, capace di difendere i propri confini e di contribuire alla stabilità internazionale con mezzi propri.

Sarebbe utile vedere un’Europa che finalmente decide quale identità indossare. Per quanto riguarda la Russia, la strategia è quella di cautela e deterrenza. Il sostegno all’Ucraina non viene presentato come un impegno indefinito: l’aiuto americano deve essere circoscritto, controllato e valutato sulla base di un ritorno diretto per la sicurezza degli Stati Uniti. L’obiettivo non è più “rimodellare” l’Est europeo, ma impedire che la crisi si trasformi in un costo strategico e finanziario eccessivo per Washington. (Trump, nonostante le buone notizie di miglioramenti, ha troppi fronti aperti, e quello interno è il più gravoso in questo momento di crisi finanziaria, inflazione, e licenziamenti massivi).

Nel complesso, l’Europa appare nella dottrina come una regione importante ma non più prioritaria: un partner utile, non un progetto da guidare. La stabilità del continente viene considerata desiderabile, ma non al punto da giustificare interventi americani illimitati o investimenti senza ritorno. È la fine dell’Europa come “alleato privilegiato” degli Stati Uniti e l’inizio di una relazione più transazionale, in cui la continuità dell’alleanza dipende dall’impegno europeo nel garantirne il peso militare ed economico.

Medio Oriente – NSS 2025

Nella nuova strategia, il Medio Oriente non è più il teatro privilegiato della proiezione militare americana come lo è stato per oltre vent’anni dopo l’11 settembre. Trump afferma che gli Stati Uniti non devono più sostenere conflitti prolungati, né impegnarsi in operazioni di “nation building” che non portino benefici diretti alla sicurezza nazionale. L’obiettivo principale diventa evitare che la regione torni a essere una fonte di minacce terroristiche e proteggere gli interessi energetici americani, oggi però ridimensionati dall’autosufficienza interna.

Il sostegno tradizionale a Israele rimane fermo, ma viene descritto come parte di una partnership strategica, non come un impegno aperto e illimitato. Nei confronti dell’Iran, la strategia si concentra sulla deterrenza e sulla pressione economica, più che sul coinvolgimento militare diretto. L’approccio ai Paesi arabi è pragmatico: cooperazione dove utile agli interessi americani, nessuna ambizione di rimodellare la regione dal punto di vista politico o democratico. Prendiamo come esempio la Siria, ultimo dei paesi ad aver trovato un inizio di stabilità. Washington chiarisce di non voler riaprire un capitolo di intervento militare diretto nel Paese, in linea con il rifiuto più ampio di impegnarsi in conflitti prolungati. Nonostante la presenza russa e iraniana sia riconosciuta come un fattore di instabilità, non giustifica un maggiore coinvolgimento americano. La Siria diventa dunque un caso emblematico: una minaccia da contenere a distanza, non una crisi da affrontare con operazioni sul campo o strategie di ricostruzione politica.

Nel complesso, il Medio Oriente passa da priorità assoluta a regione da stabilizzare con il minimo costo possibile, evitando nuove guerre e puntando a contenere le minacce senza espandere il ruolo militare degli Stati Uniti.

La nuova NSS non lascia spazio a interpretazioni: il baricentro della politica estera americana si sposta ufficialmente nel suo emisfero occidentale, e diventa priorità assoluta. È un cambiamento atteso da anni, che riflette l’idea — cara all’amministrazione Trump — che gli interessi strategici debbano essere difesi innanzitutto nel proprio vicinato. La strategia formalizza ciò che già si era intravisto nell’azione di governo: l’approccio “Enlist and Expand”, volto a controllare i flussi migratori, frenare l’espansione dei cartelli della droga, contenere l’influenza di attori ostili e rafforzare le catene di approvvigionamento critiche. Ma soprattutto introduce una dimensione economica ambiziosa, che mira a stimolare nuovi investimenti americani nella regione, riconoscendo che una solida base economica interna è parte integrante della sicurezza nazionale. La NSS fornisce dunque una cornice strategica per un ruolo più attivo del governo statunitense in questi settori e invita a una mobilitazione coordinata di tutte le istituzioni federali per tradurre questa visione in azione concreta.


𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨? 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?

di Claudio Bertolotti.

Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.

Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.

Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.

Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.

Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.

A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.

In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.


La cooperazione UE-Kazakistan per un futuro sostenibile

di Francesco Lombardi.

Il Kazakhstan guarda all’UE come un partner affidabile per una crescente cooperazione che presenti aspetti di rilievo per ambo le parti. Un pensiero messo nero su bianco dal ministro degli Esteri Yermek Kosherbayev in un articolo di opinione per Euronews.

Il ministro kazako, infatti, sottolinea il valore che un approvvigionamento sicuro e continuo di energia e di minerali critici può avere per lo sviluppo tecnologico del vecchio continente e dare piena possibilità di realizzazione alla trasformazione digitale ed ambientale che rappresenta uno dei principali obiettivi del Vecchio Continente. Gli avvenimenti recenti hanno evidenziato il pericolo per l’Europa costituito dalla dipendenza per i propri approvvigionamenti (in particolare di prodotti energetici e di altri minerali critici) da pochi fornitori; inoltre, l’incertezza relativa alla percorribilità di taluni importanti corridoi logistici in ragione dell’accresciuta e generale instabilità di molte aree non garantisce la continuità delle forniture, aspetto di importanza capitale nel quadro della programmazione ed esecuzione delle attività industriali.

Le parole del ministro kazako rivelano come l’obiettivo del Paese sia quello di diventare un hub logistico, commerciale e finanziario nell’Asia centrale, avvalendosi della sua posizione geografica nel cuore dell’Eurasia. Il Kazakhstan costituisce infatti, per dimensione e posizione geografica, disponibilità di riserve energetiche, tassi di crescita economica e riforme in senso liberale della società e dell’economia, uno degli attori chiave della regione centro-asiatica. Negli ultimi anni, le relazioni e le cooperazioni tra l’Unione nel suo insieme (ma anche tra il nostro Paese) ed il Kazakhstan sono cresciute e si sono approfondite estendendosi a vari campi: i due Attori hanno istituito un dialogo politico, istituzionale e commerciale che, pur oramai abbastanza consolidato, presenta ancora margini di implementazione. L’UE è la maggiore controparte commerciale del Kazakhstan e il livello degli investimenti europei nel Paese è in costante crescita. Come ricorda il ministro Kosherbayev al riguardo,nell’ultimo decennio, da quando cioè il Kazakhstan e l’Unione Europea hanno firmato l’Accordo di partenariato e cooperazione rafforzato (EPCA), pietra miliare per un impegno comune verso una partnership ampia e lungimirante, la cooperazione si è ampliata e con oltre 200 miliardi di euro investiti dal 2005, l’UE è oggi il principale partner commerciale e di investimento del Kazakhstan.

Da parte europea vi è la necessità di approvvigionarsi di materiali critici (terre rare in particolare) così indispensabili all’industria tecnologica, militare oltre che civile, che in tempi di riarmo assumono ulteriore valore, affrancandosi, per quanto possibile, dal quasi monopolio cinese, utilizzato da questi ultimi talvolta come leva negoziale; il Kazakhstan, il cui sottosuolo è ricco di tali prodotti, necessita di investimenti, infrastrutture e know-how per dare un buster alla propria economia. I materiali in questione sono essenziali per le tecnologie energetiche, in particolare quelle green, e la domanda mondiale, già oggi consistente, è destinata a quadruplicare da qui al 2040. Il Kazakhstan è il principale produttore mondiale di uranio e uno dei primi dieci esportatori di rame e zinco. Esso è tra i primi 20 Paesi con riserve provate di cromo, zinco, piombo, rame, oro, titanio, ferro, manganese, cadmio e bauxite. Oltre la metà dei materiali considerati critici dall’UE sono già prodotti in Kazakistan cui va aggiunta la recente scoperta, annunciata la scorsa primavera, di un grande giacimento di terre rare a Karagandy, che pare accreditato di quasi un milione di tonnellatedi cerio, lantanio, neodimio, ittrio ed altri materiali appetibili. Come riporta l’ONU, poi: “Il Kazakhstan è un importante produttore di energia a livello mondiale. Si colloca tra i primi quindici Paesi al mondo per le sue riserve di petrolio, carbone e uranio, e tra i primi venti per l’estrazione di gas naturale….I principali partner di esportazione del Paese sono Italia (19%), Cina (10%), Paesi Bassi (10%)”.

Gia’ nel 2020 l’UE aveva avviato il proprio Piano d’azione per i materiali critici. In esso, l’obiettivo d’azione 9 prevedeva l’incremento della collaborazione con Paesi affini e ricchi di risorse per rafforzare la resilienza dell’industria verde dell’Unione Europea. E quindi l’incremento della collaborazione UE-Kazakhstan, auspicata dal ministro degli esteri di Astana, pare perfettamente inserirsi in tale quadro.

Al momento, nonostante la ricchezza del sottosuolo, il Paese necessita di investimenti ed infrastrutture. E’ interesse di Astana attivare investimenti e partnership per realizzare l’estrazione ed il trattamento in loco dei minerali in questione onde favorire l’economia domestica, pur con una spiccata attenzione ai processi di raffinazione che rischiano di aggravare precarie situazioni ambientali ereditate dalla dominazione sovietica. Inoltre, un aumento della produzione potrebbe comportare investimenti in logistica, con un ampliamento delle potenzialità del Corridoio di Mezzo, una rotta commerciale che, attraverso il Mar Caspio e la Turchia, evita di intrecciare la Russia e risulta ora molto più agevole e sicura dopo l’accordo Armenia-Azerbaijan. Le risorse e più in generale lo sviluppo che deriveranno da un uso sostenibile delle risorse minerarie kazake potranno contribuire a realizzare l’ambizioso programma di riforme lanciato dal Presidente Kassym-Jomart Tokayev ed incentrato sulla trasformazione digitale, la modernizzazione degli investimenti, la connettività globale e il rinnovamento istituzionale. Il programma vuole fare del Kazakhstan un paese leader nell’era dell’intelligenza artificiale. E’ prevista al riguardo la creazione di un nuovo Ministero dell’Intelligenza Artificiale e dello Sviluppo Digitale che sarà guidato da uno esperto del settore. Il nuovo organismo guiderà la transizione del Kazakhstan verso quella che il Presidente ha descritto come una “nazione completamente digitale entro tre anni”. Questi cambiamenti, uniti al prossimo snellimento di una folta burocrazia ancora presente, consentiranno al Paese di essere ancor più attrattivo di quanto registrato fino ad ora. Cinque anni orsono, il rapporto Doing Business 2020 della Banca Mondiale poneva il Kazakistan al quarto posto per il rispetto degli accordi contrattuali e al ventiduesimo posto per facilità nell’avvio di un’impresa. Passi avanti ne sono già stati fatti ed altri di certo ne saranno realizzati. Ci sono quindi tutti i presupposti dunque affinché le parole del ministro degli esteri kazako diventino una positiva realtà in cui UE e Kazakhstan possano costruire un partenariato forte e resiliente per trasformare le sfide comuni in punti di forza condivisi.


Radicalizzazione 2025: l’estremismo giovanile violento a dieci anni dalla tragedia del Bataclan

di Chiara Sulmoni, presidente di START InSight

Dieci anni dopo gli attacchi terroristici che hanno colpito Parigi il 13 novembre 2015, di cui il Bataclan rappresenta la triste memoria collettiva, l’Europa si trova a fare i conti con una trasformazione profonda della minaccia radicale. Non si tratta più del terrorismo organizzato e delle azioni coordinate dello Stato Islamico dell’epoca, ma di una galassia di gesti, simboli e linguaggi violenti che nascono ai margini della rete e coinvolgono un numero crescente di adolescenti.

Il Rapporto 2025 sulla sicurezza della Svizzera lo afferma con chiarezza: “i casi di minori e giovani adulti che si radicalizzano online e sviluppano intenzioni terroristiche continueranno ad aumentare”. Dall’Europa all’Australia, dagli Stati Uniti all’Asia, la radicalizzazione giovanile si manifesta come un’epidemia sociale che attraversa confini, culture e matrici ideologiche.

Nel Michigan e nel New Jersey, a novembre 2025, sono stati arrestati diversi adolescenti in contatto fra loro — inclusi dei minorenni e alcuni provenienti da contesti familiari privilegiati — accusati di pianificare un attacco terroristico in nome dell’ISIS durante il weekend di Halloween. Negli stessi giorni a Canberra (Australia), un diciassettenne è stato fermato e accusato di aver progettato attacchi ispirati a ideologie razziste ed estremiste: avrebbe dichiarato che questi piani gli davano uno scopo durante la depressione[1].

Il direttore dell’intelligence australiana ha parlato recentemente di una deriva preoccupante: minorenni che condividono video di decapitazioni nel cortile della scuola e un dodicenne che avrebbe manifestato l’intenzione di far esplodere un luogo di culto. L’età media in cui i minori entrano per la prima volta nel radar dei servizi di intelligence australiani è oggi di 15 anni.

Inoltre, ha sottolineato che, secondo le previsioni interne, nei prossimi anni raggiungerà l’età più esposta alla radicalizzazione una generazione cresciuta interamente online. Per molti di questi giovani, il mondo digitale rappresenta ormai il principale riferimento per costruire la propria identità, il senso di appartenenza e la percezione della realtà[2].

In Inghilterra e Galles, la fascia fra gli 11 e i 15 anni occupa il primo posto nelle segnalazioni per sospetta radicalizzazione. Il programma nazionale di prevenzione nel 2024 ha dovuto aggiornare le categorie in cui suddivide i casi, includendo voci come “fascinazione per la violenza estrema o per gli attacchi di massa” per descrivere moventi privi di motivazioni ideologiche ma caratterizzati da ossessione per la violenza.

La Francia registra 17 minori incriminati per reati collegati al terrorismo tra gennaio e novembre 2025[3], due dei quali avrebbero pianificato attacchi contro la Torre Eiffel e sinagoghe parigine. Tre giovani donne fra i 18 e i 21 anni, sono state fermate e accusate di preparare un attentato jihadista nella capitale. Di fronte a questa tendenza, all’inizio dell’anno la Procura nazionale antiterrorismo ha pensato ad istituire una sezione dedicata ai minori, per studiare e prevenire in modo più efficacie la radicalizzazione precoce[4].

Circa un terzo delle persone arrestate per reati di terrorismo nell’Unione Europea nel 2024 aveva meno di 20 anni.

In Belgio, un terzo circa dei soggetti che negli ultimi tre anni hanno pianificato attacchi non aveva ancora raggiunto la maggiore età.

In Italia, nel luglio 2025, la Polizia di Stato ha eseguito ventidue perquisizioni nei confronti di adolescenti tra i 13 e i 17 anni legati a contesti estremisti di diversa matrice.

Nella Svizzera tedesca, nella primavera del 2025 sarebbe stato sventato un attentato di matrice islamista da parte di un 18enne[5]. Nel Canton Vaud, i casi di minori seguiti dall’unità di prevenzione delle radicalizzazioni -un servizio attivo dal 2018[6]-, costituiscono quasi la metà del totale, con bambini che sono rimasti coinvolti già a partire dai 10 anni. Per la metà, si tratta di ragazze[7]. Questa percentuale paritaria non è frequente.  

Il servizio di mentoring del Canton Berna, nel 2024, ha accompagnato 12 persone radicalizzate, di età compresa tra 11 e 20 anni.[8] Lo scorso anno l’allora capo dell’intelligence aveva dichiarato che la svizzera è toccata dal fenomeno della radicalizzazione dei minori più di altri paesi europei. Nella Confederazione, lo jihadismo rimane in testa alle preoccupazioni.


La salute mentale come nuova frontiera della sicurezza

Secondo Europol, la combinazione fra isolamento sociale, disagio psicologico e uso intensivo delle tecnologie digitali costituisce oggi il terreno più fertile per la radicalizzazione precoce.
La salute mentale, in questo contesto, non è un tema secondario: ansia, depressione, solitudine e senso di inutilità rappresentano oggi fattori chiave che possono spingere i giovani verso narrative polarizzanti e totalizzanti.

The Psychology of Extreme Violence: A Case Study Approach to Serial Homicide, Mass Shooting, School Shooting and Lone-actor Terrorism book cover

Come ricorda Clare Allely nel suo libro The Psychology of Extreme Violence, “la violenza nasce spesso dal tentativo dell’individuo di recuperare un senso di valore o significato personale perduto o minacciato”. La radicalizzazione, allora, non è solo una questione di ideologia, ma un meccanismo di compensazione.


Alcune ricerche e dati statistici evidenziano che nei processi di radicalizzazione individuale, in particolare tra adolescenti, possono essere presenti condizioni neurodivergenti (come i disturbi dello spettro autistico) o difficoltà di regolazione emotiva e sociale. Non si tratta di una relazione causale, ma di una vulnerabilità specifica: chi fatica a decodificare norme sociali o emozioni altrui può essere più esposto a comunità online che offrono identità rigide, appartenenza immediata e linguaggi semplificati.

Per tutti questi motivi, da tempo ormai si parla della necessità di un approccio di salute pubblica alla prevenzione della radicalizzazione: non più solo sicurezza e intelligence, ma benessere mentale, sostegno psicologico e resilienza comunitaria.


L’ecosistema digitale come “camera dell’identità”

L’estremismo contemporaneo è autonomo e reticolare. Non risponde più a una leadership gerarchica, ma vive in una rete di simboli e riferimenti che mutano in continuazione. La propaganda si diffonde attraverso linguaggi emotivi e visivi — meme, video brevi, canzoni, influencer — in grado di catturare bisogni identitari e compensare la mancanza di riconoscimento nella vita reale.

Le piattaforme digitali diventano spazi di appartenenza emotiva, dove la socializzazione avviene in modo nuovo e frammentato. Qui la radicalizzazione non si costruisce più solo attraverso legami ideologici tradizionali, ma tramite interazioni online, imitazione di modelli violenti e partecipazione a comunità che mescolano jihadismo, suprematismo, incel (i cosiddetti celibi involontari, una sottocultura digitale con un proprio linguaggio e vari gradi di misoginia), complottismi e derive esoteriche. Questa ibridazione di ideologie fluide sostituisce spesso la religione o la politica con la promessa di significato personale, mentre i giovani osservano attentatori precedenti, come esempi da cui trarre insegnamenti.

In questo ecosistema, chi compie atti di violenza può quindi diventare fonte d’ispirazione per altri: come Brenton Tarrant, che nel 2019 a Christchurch uccise oltre 50 persone in due moschee; oppure Elliott Rodger, che nel 2014 in California, a 22 anni, realizzò una strage ispirata a ideologie misogine e oggi è idolatrato da comunità incel violente; fino al quindicenne svizzero autore dell’accoltellamento di un ebreo ortodosso a Zurigo il 2 marzo del 2024, il cui gesto è stato celebrato dai sostenitori dello Stato Islamico. Pochi giorni dopo l’evento, il Counter Extremism Project individuò sei profili su TikTok che esaltavano l’azione dello jihadista svizzero[9].

T-shirt con l’iconografia di Luigi Mangione in vendita su una piattaforma d’acquisti

O ancora, Luigi Mangione, il giovane che nel 2024 uccise a New York un dirigente della compagnia assicurativa sanitaria United Healthcare, e che oggi per parte della generazione Z americana è diventato un’icona pop ribattezzata “San Luigi”. La violenza viene reinterpretata come atto di giustizia alternativa, risposta alla frustrazione collettiva e alla perdita di fiducia nelle istituzioni.

L’atto estremo funziona come uno “schermo” si cui proiettare rabbia e impotenza.

Il ricercatore John Richardson, autore di Luigi: The Making and Meaning, citato dal New York Post: “Cercare di individuare il movente di Luigi è fuorviante. Ciò che conta è la sua elusività. Per un numero crescente di giovani che vibrano di ansie esistenziali, è diventato uno schermo su cui proiettano le proprie paure e i propri sogni”.  

Emblematico è anche il caso di Axel Rudakubana, il diciassettenne (autistico) che nel 2024 a Southport, in Gran Bretagna, accoltellò e uccise tre bambine in una scuola di danza. Il ragazzo non agiva in nome di un’ideologia, ma di un malessere personale. Il caso di due adolescenti britannici arrestati nei mesi successivi e sospettati di volerlo emulare, conferma come oggi la violenza si diffonda anche per imitazione, ispirazione o ricerca di visibilità.

Va sottolineato che gli attacchi effettivamente portati a termine restano prevalentemente opera di adulti. Secondo il database di START InSight, che monitora i profili degli jihadisti entrati in azione in Europa, l’età mediana degli autori degli attacchi tra il 2014 e il 2023 è di 26 anni, con fluttuazioni nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 anni nel 2019, e 28,5 anni nel 2023.

Tuttavia, “ “Childhood Innocence? Mapping Trends in Teenage Terrorism Offenders”, uno studio pubblicato dall’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) del King’s College di Londra, che ha preso in esame le attività di 43 minorenni condannati per reati collegati al terrorismo, sempre in Inghilterra e Galles, dal 2016 al 2023 (13), invita a non sottovalutare il ruolo dei ragazzi; sebbene nel periodo preso in considerazione nessun bambino sia riuscito a commettere un attentato e il reato più comune sia consistito nel possesso di materiale estremista, dalla ricerca emerge come un terzo sia stato condannato per la preparazione di atti di terrorismo, e come i ragazzi abbiano agito da “amplificatori” e “innovatori”, in grado di produrre materiali di propaganda, di reclutare altri e di pianificare attacchi. A fare deragliare i loro piani, potrebbero essere stati fattori legati all’età, come l’ingenuità e l’incapacità organizzativa.” (Estratto da Estremismo giovane, autonomo ed emancipato, in: Rapporto ReaCT2024)


Conclusione

A dieci anni dagli attentati del Bataclan, la radicalizzazione giovanile non si limita a rappresentare una minaccia ideologica: riflette una profonda crisi esistenziale. Solitudine, perdita di fiducia nelle istituzioni e percezione di un futuro chiuso alimentano un vuoto di senso, appartenenza e riconoscimento, che l’estremismo riesce a occupare. Investire in salute mentale, educazione relazionale e comunità vive non è solo un bene sociale, ma un elemento di sicurezza nazionale. Prevenire il radicalismo significa ricostruire legami, dare voce ai giovani e offrire prospettive concrete, restituendo loro la possibilità di sentirsi parte di qualcosa che meriti di essere costruito.

Sei linee di intervento

1️⃣ Ridefinire i criteri di rischio
Andare oltre le tradizionali etichette ideologiche e considerare segnali di fragilità psicologica: isolamento, attrazione per la violenza, imitazione di gesti estremi e ossessione per figure violente o “giustizialiste”.

2️⃣ Formazione multidisciplinare
Educatori (scuola, associazioni giovanili), psicologi, operatori sociali e forze dell’ordine devono condividere linguaggi, strumenti e protocolli comuni.

3️⃣ Intervento precoce e coordinato
Ogni segnalazione deve tradursi in un percorso di supporto, anche in assenza di elementi ideologici espliciti.

4️⃣ Comunicazione e contro-narrative credibili
Valorizzare il pensiero critico e proporre modelli simbolici alternativi e positivi.

5️⃣ Ricerca e monitoraggio continuo
Investire in studi interdisciplinari e nel monitoraggio delle piattaforme digitali emergenti, per intercettare segnali di “fissazioni violente” prima che degenerino in atti concreti.

6️⃣ Ruolo di educatori e genitori
Agire prima che compaiano segnali d’allarme, formando e sensibilizzando insegnanti e famiglie su manifestazioni di rischio, fattori di protezione e canali di aiuto. La prevenzione efficace è sempre multidisciplinare, territoriale e in rete.


[1] https://www.abc.net.au/news/2025-11-06/act-teen-behind-bars-over-detailed-plans-for-public-attacks/105980252

[2] https://www.intelligence.gov.au/news/asio-annual-threat-assessment-2025#:~:text=Fewer%20than%2017%25%20of%20the,backs%20on%20violence%20and%20extremism

[3] https://www.lematin.ch/story/alerte-la-menace-terroriste-reste-vive-en-france-103445118

[4] https://fr.euronews.com/2025/08/27/deux-adolescents-mis-en-examen-pour-des-projets-dattentats-contre-la-tour-eiffel-et-des-sy

[5] https://www.rts.ch/info/suisse/2025/article/attentat-terroriste-dejoue-en-suisse-un-jeune-de-18-ans-arrete-29026118.html

[6] https://www.letemps.ch/suisse/vaud/depuis-les-attaques-du-7-octobre-les-cas-de-radicalisation-ont-double-dans-le-canton-de-vaud?srsltid=AfmBOoov6l8-sx8pIqaN4AC8bR89XmB0G90A-l5cKZUcvHc3-e-BnnGo

[7] https://radiochablais.ch/infos/100576-lutte-contre-les-extremismes-violents-vaud-veut-renforcer-la-prevention?utm_source=chatgpt.com

[8] https://www.bern.ch/politik-und-verwaltung/stadtverwaltung/sue/amt-fur-erwachsenen-und-kindesschutz/fachstelle-radikalisierung-und-gewaltpraevention

[9]https://www.startinsight.eu/estremismo-giovane-autonomo-ed-emancipato/


Bataclan: a dieci anni dal più grande attentato terroristico in Europa.

di Claudio Bertolotti.

Dieci anni ci separano dal più grande attentato terroristico in Europa. L’attacco al “Bataclan” rappresenta infatti un evento eccezionale in termini di impatto emotivo, mediatico e operativo. Al tempo stesso quel terribile evento dimostra come un’azione a basso costo in termini di realizzazione possa ottenere un risultato dalle drammatiche conseguenze sul piano operativo e strategico. In particolare l’utilizzo all’interno della realtà europea, delle sue città, contro i suoi cittadini, di tecniche, tattiche e procedure militari acquisite dai terroristi jihadisti sui campi di battaglia mediorientali – in particolare la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan – ha dimostrato di saper mettere in crisi la sicurezza interna degli stati europei.

Oggi, a dieci anni da quell’evento straordinario, riproponiamo la lettura analitica su quanto accadde nella drammatica notte del 13 novembre 2015, e nei giorni successivi.

Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.

Keywords: Bataclan, jihadismo, radicalizzazione, terrorismo.

Sintesi dell’evento

Cosa accadde in quei giorni di dieci anni fa? L’arco operativo degli attentati di Parigi si articolò in più fasi, distribuite su un periodo di cinque giorni, tra il 13 e il 18 novembre; un’operazione pianificata con logica militare, caratterizzata da un’elevata coordinazione e da una precisa volontà strategica: colpire il cuore simbolico e politico dell’Europa.

La sera del 13 novembre, a partire dalle 21:16, prese avvio una sequenza di attacchi simultanei che investì tre aree della capitale francese: lo Stade de France, alcuni bistrot e ristoranti nei quartieri orientali e, infine, il teatro Bataclan. In meno di tre ore, tra le 21:16 e le 00:20, le cellule jihadiste misero in atto un’azione coordinata e ad altissima letalità, colpendo

obiettivi civili, simbolici e mediaticamente sensibili. Il bilancio fu devastante: 130 vittime, oltre 350 feriti e un’intera città paralizzata dal terrore.

Il giorno successivo, 14 novembre, lo Stato francese reagì con una misura d’emergenza senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale. Fu dichiarato lo stato d’emergenza nazionale, vennero sospese alcune garanzie costituzionali e si avviò una vasta operazione di intelligence e controterrorismo mirata all’identificazione dei responsabili, dei fiancheggiatori e della rete logistica che aveva consentito la pianificazione dell’attacco.

L’epilogo giunse all’alba del 18 novembre, quando le forze speciali francesi (RAID e BRI) circondarono un edificio nel quartiere di Saint-Denis, dove si nascondeva Abdelhamid Abaaoud, considerato il cervello operativo dell’attentato. Dopo un prolungato scontro a fuoco, Abaaoud e due suoi complici vennero uccisi. L’operazione segnò la conclusione della fase operativa del più grave attentato jihadista mai compiuto in Francia.

Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.

Introduzione

A meno di un anno di distanza dal terribile attacco a Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, il terrore ha investito nuovamente il cuore dell’Europa attraverso una serie di azioni spettacolari.

E proprio l’attacco alla Francia del 13 novembre 2015, proseguito con i violenti
scontri del giorno 18 nel quartiere di Saint Denis, – spartiacque sostanziale nell’evoluzione del fenomeno terroristico contemporaneo –
evidenzia come il fondamentalismo jihadista, che si diffonde dal Medio Oriente, attraverso il Nord Africa, fino ad arrivare a colpire il cuore della Europa, sia una minaccia concreta e crescente: una minaccia che è conseguenza
dell’avanzata neo-jihadista del gruppo Stato islamico (IS/Daesh) in combinazione con le dinamiche conflittuali locali (interne all’area MENA) e con il disagio sociale di una parte della comunità musulmana, sia dell’area MENA (in particolare Tunisia, Libia, area del Syraq) sia europea, quest’ultima spesso di
seconda, o terza, generazione.

Un’imposizione di violenza che, con i suoi 130 morti, 350 feriti – almeno cento in modo grave –, e 11 jihadisti caduti nei due giorni di combattimento a Parigi (13 e 18 novembre), ha portato a compimento con successo una serie di
operazioni coordinate e simultanee. Ciò che è avvenuto è stato un classico esempio di trasferimento di capacità tattica da un teatro operativo a un altro.

Ma a differenza del passato, dove le tecniche, tattiche e procedure venivano trasferite dall’Iraq all’Afghanistan, alla Siria, o alla Libia, oggi l’evoluzione di una tecnica di combattimento maturata e collaudata nell’area del Grande-Medioriente – dal sub-continente indiano al Maghreb – si è imposta in Francia,
uno Stato europeo, e potrà verosimilmente espandersi ad altri stati dell’Unione,
e l’Italia rappresenta un obiettivo significativo sul cui territorio vi sono molteplici target di alto valore (HVT – High Value Target), materiale e
simbolico.

È la tecnica del ‘commando suicida’, largamente utilizzata e affinata, che ha
fatto la sua comparsa per la prima volta nel 2008.

Oggi, esportando questa tecnica, il gruppo Stato islamico ha dimostrato di essere in grado, direttamente o indirettamente – di minacciare realmente l’Europa e i suoi cittadini.

E lo ha fatto dimostrando di disporre di ‘combattenti’ in grado di costituire nuclei di individui determinati, con adeguato livello di addestramento e Commando suicidi’: coordinamento e con buona capacità operativa in un contesto urbano; il livello delle capacità logistiche e intelligence è valutato come adeguato, per quanto minimale. Si tratta di capacità procedurali già applicate in Afghanistan, prima,
e nei teatri operativi del Syraq (Siria e Iraq) e della Libia, più recentemente.

1. La dinamica dell’attacco

Un attacco senza precedenti è stato portato, quello del 13 novembre, a cui ha fatto seguito, il successivo 18 novembre, la reazione al blitz delle forze di sicurezza francesi nel quartiere Saint Denis.

Giorno 13 novembre

Un commando di attaccanti suicidi ha colpito sei volte in meno di mezz’ora. Un’azione propriamente militare sviluppatasi, per la prima volta in Europa, attraverso la tecnica del ‘commando suicida’.

7 gli attaccanti suicidi, affiancati da elementi di supporto al combattimento, equipaggiati con armi da guerra (AK47 e fucili shotgun a pompa), bombe a mano e giubbotti esplosivi individuali.

Obiettivo ‘uno’: Stade de France’ porta ‘B’, colpito alle 21.20 da un attaccante suicida fermato mentre tentava di accedere allo stadio (con regolare biglietto acquistato); riconosciuto si è dato alla fuga facendosi esplodere e
provocando la morte di un passante. Un secondo attaccante suicida si è fatto esplodere alla porta ‘H’, senza provocare ulteriori vittime.

Nel complesso, le azioni sono state due, entrambe all’esterno della struttura; di queste una in fase di penetrazione (sventata dal sistema di sicurezza).

Obiettivo ‘due’: locali pubblici (ristoranti e bistrot) collocati all’interno del XII arrondissement. La tecnica è quella del fuoco di saturazione contro i ristoranti Carillon e Petit Cambodge, dove sono state uccise complessivamente 15 persone (altre 10 gravemente ferite); segue un altro attacco con fuoco di saturazione al locale Bonne Biere (19 vittime) e poi un’altra azione viene portata a compimento da un attaccante suicida in boulevard Voltaire.

Obiettivo ‘tre’: teatro-sala concerti ‘Bataclan’, dove il commando principale (composto da 4 attaccanti) ha fatto irruzione nel locale sparando sulla folla e tenuto la posizione per circa tre ore provocando 89 morti. L’azione si è conclusa con la morte (autoindotta per esplosione) di tre attaccanti e l’uccisione di uno di questi da parte delle forze di sicurezza.

Giorno 18 novembre

Quartiere di Saint Denis, nel corso di un blitz da parte delle forze di sicurezza francesi finalizzato alla neutralizzazione/cattura degli altri elementi componenti il gruppo di terroristi,

– un uomo si è fatto esplodere attaccando le forze di sicurezza;

– gli altri elementi del nucleo hanno opposto resistenza cercando di contrastare il blitz dall’interno di un appartamento condominiale, provocando il ferimento di 5 elementi della squadra d’intervento.

Equipaggiamento utilizzato:

– armi individuali: fucili d’assalto AK47, fucili a pompa tipo;

– giubbotti esplosivi: tritolo rafforzato da perossido di idrogeno con chiodi e bulloni per creare l’effetto shrapnel;

– veicoli: due auto noleggiate (Seat ‘Leon’ colore nero, e Volkswagen ‘Polo’).

La natura degli obiettivi colpiti

Si tratta di obiettivi dal forte impatto emotivo e simbolico poiché rappresentano i simboli quotidiani della società occidentale: stadio, teatro, ristoranti.

– L’obiettivo ‘uno’ è tecnicamente un hard-target, con un medio livello di sicurezza, ad elevata concentrazione di popolazione – tra queste il presidente Francois Hollande. L’obiettivo presunto era il pubblico presente alla
manifestazione sportiva che avrebbe dovuto, nei piani dell’organizzazione, essere coinvolto sfruttando gli effetti del panico generale, prevedendone  una fuga di massa che avrebbe provocato ancora più vittime dello stesso attacco.

– Gli obiettivi ‘due’ e ‘tre’ (locali XII arrondissement e teatro ‘Bataclan’) sono di tipo soft target, caratterizzati da un basso livello di sicurezza e alta concentrazione di popolazione.

Tutti gli obiettivi sono di natura puntiforme, distanziati sul piano spaziale al fine di imporre la dispersione sul terreno delle forze di sicurezza, un aumento delle unità impiegate, di quelle di pronto impiego e riserva.

Il risultato, a fronte di un costo ridotto per la condotta degli attacchi, è stata l’imposizione di significativi costi, in termini di risorse materiali e umane, sforzi logistico-operativi, difficoltà di coordinamento, ritardo nell’intervento da parte dell’apparato di sicurezza francese.

2. Tattica, tecnica e procedura

La tattica utilizzata è il raid condotto da ‘commando suicidi’ affiancati da elementi di supporto operativo convenzionale (tiratori dotati di armi automatiche individuali) attraverso fasi successive. Le tre singole azioni prese
in esame sono vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi dei combattenti-suicidi si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei combattenti. In particolare, per l’obiettivo ‘tre’, le fasi operative si sono così succedute: movimento verso l’obiettivo, penetrazione, uccisione indiscriminata, ricerca del panico, ostaggi, uccisione selettiva, conclusione con la morte autoindotta degli attaccanti (giubbotti esplosivi).

Ha fatto la sua comparsa, dunque anche in Europa, la tecnica di attacco delle unità commando composte da più combattenti-suicidi affiancati e sostenuti da elementi operativi. Una tecnica che ha dato prova di efficacia in Afghanistan e successivamente anche nel teatro operativo del Syraq. Il primo episodio di questo tipo ad aver ottenuto un’attenzione mediatica globale è quello di Mumbai nel novembre del 2008.

Inoltre, nella sua variante europea, si è manifestato come azione inserita in un contesto esclusivamente urbano, e per questo ascrivibile ad operazione dello urban warfare contemporaneo: l’evoluzione del combattimento nei centri abitati, difficile da contrastare, a rischio coinvolgimento di attori non-combattenti (popolazione civile), caratterizzato dall’imprevedibilità della minaccia e dall’elevato numero di target potenziali.

Si tratta di una tattica efficace – frutto della commistione dei due metodi classici veicolo-bomba[1] e uomo-bomba[2] uniti alla tecnica dell’assalto armato convenzionale – basata sul coordinamento di uno o più combattenti-suicidi
(spesso divisi in sotto-unità o scaglioni) sostenuti da nuclei di «sicurezza vicina» e finalizzata alla massimizzazione dell’opera di distruzione in funzione della penetrazione delle linee difensive e a sostegno dell’attacco suicida principale. Una tecnica che si è sviluppata e affinata attraverso il tempo grazie alla capacità di information-sharing tra i gruppi di opposizione armata e l’influenza diretta del conflitto iracheno; tecnica utilizzata ed evolutasi nel conflitto del Kashmir e applicata da quei gruppi insurrezionali kashmiri e pakistani, in primis il Lashkar-e-Taiba.

Questa tipologia di azione ottiene il risultato di un elevato numero di vittime provocate per singolo attacco, maggiore che non per le azioni condotte da singoli attaccanti, e maggiore attenzione mediatica.

E Parigi – come altre capitali o principali città europee – rappresenta un importante obiettivo, strategico e simbolico al tempo stesso; qui, le opportunità di colpire obiettivi di alto profilo sono elevate e garantiscono proprio quella eco mediatica amplificata che viene ricercata dai gruppi di opposizione armata: è l’opportunità a dettare la scelta per la condotta dei cosiddetti «attacchi spettacolari», al fine di spettacolarizzare la violenza.

Il successo del terrorismo è a livello operativo.

Come abbiamo avuto modo di evidenziare in #ReaCT2024 – 5° Rapporto sul radicalismo e il terrorismo in Europa, anche quando un attacco terroristico non riesce, produce comunque un risultato significativo: impegna pesantemente le forze armate e di polizia, distraendole dalle loro normali attività o impedendo loro di intervenire a favore della collettività. Inoltre, può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari, limitare, rallentare, deviare o fermare la mobilità urbana, aerea e navale, e ostacolare il regolare svolgimento delle attività quotidiane, commerciali e professionali, danneggiando le comunità colpite. Questo riduce efficacemente il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo, nonché la capacità di resilienza. In generale, infligge danni diretti e indiretti, indipendentemente dalla capacità di provocare vittime. La limitazione della libertà dei cittadini è un risultato misurabile ottenuto attraverso queste azioni.

In sostanza, il successo del terrorismo, anche senza causare vittime, risiede nell’imporre costi economici e sociali alla collettività e nel condizionare i comportamenti nel tempo in relazione alle misure di sicurezza o limitazioni imposte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. Questo fenomeno è noto come “blocco funzionale”. Nonostante la capacità operativa del terrorismo sia sempre più ridotta, il “blocco funzionale” rimane uno dei risultati più importanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Questo risultato impressionante, ottenuto con risorse limitate, conferma il vantaggioso rapporto costo-beneficio a favore del terrorismo, pur a fronte di una rilevata perdita progressiva di capacità che ha visto diminuire l’ottenimento del “blocco funzionale”, sceso al 78% nel 2022 e al 67% nel 2023.

Il terrorismo oggi: opportuna riflessione (dall’originale articolo per Formiche)

Il terrorismo jihadista si impone come una minaccia ideologica diffusa, collegata alle dinamiche storiche, conflittuali, delle relazioni internazionali e della competizione in Medio Oriente, in Africa e alla violenza discendente dalla lettura radicale dell’Islam; una dinamica conflittuale che oggi si associa sempre più spesso alla ricerca di identità di gruppi e individui attraverso l’opposizione culturale di una componente non marginale degli immigrati maghrebini di seconda e terza generazione in Europa, ma con una crescente componente di immigrati di prima generazione, spesso giunti in Europa da poco tempo. E parliamo di una galassia jihadista frammentata e caratterizzata da diverse ideologie e approcci pratici, tanto da indurre una riflessione sul concetto di terrorismo contemporaneo che si impone come fenomeno sociale molto diverso dai terrorismi che lo hanno preceduto; con ciò invitando a un cambio di paradigma nella stessa definizione di terrorismo: non più un’azione volta ad ottenere risultati politici attraverso la violenza, dunque nelle intenzioni; bensì intesa come l’effetto della violenza applicata. È così il terrorismo diviene manifestazione di violenza, priva di un’organizzazione alle spalle: è terrorismo nella manifestazione, non nell’organizzazione.

All’interno della stessa galassia jihadista, il terrorismo si impone come strumento di lotta, e lo fa con diversi gradi e modelli di violenza: da quella individuale, a quella organizzata, a quella ispirata e ancora al terrorismo insurrezionale che ben abbiamo conosciuto in Afghanistan, in Iraq.


[1] SVBIED: suicide vehicle-borne improvised explosive Device.

[2] SBBIED: suicide body-borne improvised explosive Device.


Italia: il Documento Programmatico della Difesa (2025-2027)

Orientamenti strategici e sfide per la sicurezza nazionale

di Andrea Molle

Il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025–2027 si colloca in una fase di transizione geopolitica e strategica di grande complessità per l’Italia e per l’Europa. Dopo il consolidamento della postura NATO in Europa orientale e la crescente instabilità in Africa e nel Mediterraneo allargato, la Difesa italiana punta a un rafforzamento complessivo della propria capacità di deterrenza, interoperabilità e resilienza. Il DPP 2025 non introduce discontinuità rispetto agli anni precedenti, ma consolida una traiettoria già avviata: una modernizzazione graduale, tecnologicamente avanzata e sempre più interconnessa con l’industria nazionale della difesa.

Il documento insiste sulla necessità di mantenere una proiezione credibile e autonoma nel quadro europeo, pur riconoscendo la centralità del legame atlantico. L’obiettivo è duplice: rafforzare la partecipazione italiana ai programmi di difesa comuni UE (come l’EDF e il PESCO) e, al tempo stesso, garantire la coerenza con le esigenze operative NATO. Questa duplice appartenenza implica un aumento della spesa in conto capitale — non tanto in nuovi fondi, quanto nella stabilizzazione di quelli già approvati — destinata a piattaforme ad alta tecnologia, capacità cyber e spaziali, e infrastrutture di comando e controllo integrate.

Sotto il profilo economico, il DPP conferma un bilancio della Difesa che nel 2025 supera i 31 miliardi di euro, con una ripartizione che tende a privilegiare investimenti piuttosto che spese correnti. Tuttavia, dietro questo apparente consolidamento si cela una tensione tra necessità di sostenibilità finanziaria e ambizione strategica: la crescita della spesa militare resta ancorata a vincoli di bilancio complessivi, e gran parte dei programmi dipende dal mantenimento dei fondi già autorizzati dal Parlamento. La prospettiva di raggiungere il 5% del PIL richiesto dalla NATO è evocata come obiettivo politico, ma appare ancora più una traiettoria che un traguardo immediato.

L’accento sulla trasformazione digitale è un tratto distintivo del documento. Le Forze Armate vengono descritte come attori in un processo di “digitalizzazione operativa”, che comprende l’adozione di sistemi C4ISR avanzati, capacità di difesa cibernetica e integrazione dei domini spaziale e marittimo. In questo senso, il DPP prosegue nel solco dell’“integrazione multidominio”, non solo tecnologica ma anche concettuale: il futuro della difesa italiana passa per la capacità di agire simultaneamente su più teatri — terrestre, navale, aereo, cibernetico, cognitivo e spaziale — con coerenza dottrinale.

Sul piano politico, il DPP 2025 mostra un forte allineamento con la strategia del governo nel Mediterraneo e in Africa. L’Italia intende rafforzare la sua presenza militare e diplomatica nel “Mediterraneo allargato”, da Gibilterra al Mar Rosso, quale area vitale per la sicurezza energetica, le rotte commerciali e la stabilità regionale. Le missioni in Libano, Iraq, Sahel e Corno d’Africa sono confermate, ma con un progressivo riequilibrio in funzione della disponibilità di forze e risorse.

Non mancano però le ambiguità. Diverse analisi sottolineano che il DPP 2025 risulta meno trasparente dei precedenti: fornisce meno dettagli sulle allocazioni specifiche e riduce la granularità informativa sui singoli programmi d’armamento. Questa scelta, interpretata da alcuni come volontà di semplificare la comunicazione pubblica, è letta da altri come un passo indietro nella rendicontazione democratica della spesa militare.

L’Allegato tecnico, parte integrante del DPP, completa il quadro offrendo una mappatura dei programmi in corso e futuri. Vi si trovano i piani di sviluppo per l’Esercito (nuovi veicoli da combattimento e capacità anti-drone), la Marina (modernizzazione delle FREMM, sottomarini U212NFS, nuovi pattugliatori e unità anfibie) e l’Aeronautica (potenziamento della componente F-35, droni MALE e capacità di difesa aerea). A questi si aggiungono i programmi spaziali, in particolare per la sorveglianza e il posizionamento satellitare, ambiti in cui l’Italia mira a consolidare un’autonomia strategica parziale ma significativa.

In termini di filosofia generale, il DPP 2025 conferma la tendenza della Difesa italiana a considerarsi non solo strumento militare ma infrastruttura nazionale di sicurezza integrata, in grado di operare anche in ambiti civili (protezione civile, sanità, emergenze ambientali). Questa impostazione “dual use” risponde sia a esigenze di efficienza interna sia al tentativo di accrescere il consenso sociale verso la spesa militare, legittimandola come investimento per la collettività.

Nel complesso, il DPP 2025–2027 rappresenta dunque un documento di continuità e consolidamento, più che di rottura. Ambizioso nelle intenzioni, prudente nelle allocazioni, e orientato a mantenere l’Italia nel gruppo di testa europeo in termini di capacità tecnologiche e industriali della difesa. Resta aperta, tuttavia, la questione della trasparenza e del controllo democratico su una spesa che si muove ormai verso livelli strutturalmente elevati, e la cui giustificazione dipende sempre più da una narrativa di “emergenza permanente” nel contesto internazionale.

Il DPP 2025–2027 conferma dunque la tendenza della politica della difesa italiana a essere al tempo stesso reattiva e conservatrice piuttosto che pienamente strategica. È reattiva perché si adatta alle nuove minacce — guerra ibrida, cyber-attacchi, competizione nello spazio e nei mari — ma è conservatrice nella struttura decisionale e nei meccanismi di allocazione delle risorse. La pianificazione resta in larga misura incrementale, cioè basata sull’aggiustamento di programmi pluriennali già avviati più che su una ridefinizione strategica delle priorità. In questo senso, il DPP 2025 è più un documento di gestione che di visione.

Dal punto di vista strategico, la Difesa italiana continua invece a muoversi su un doppio binario: da un lato la piena integrazione nella NATO e nel suo dispositivo orientato alla deterrenza convenzionale verso la Russia; dall’altro, la volontà di preservare una specificità mediterranea che consenta all’Italia di restare un attore di primo piano nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Questa duplice direttrice produce talvolta un effetto di dispersione: le forze e i bilanci vengono divisi tra teatri lontani e missioni di natura diversa (proiezione, stabilizzazione, deterrenza, sostegno civile). Il risultato è una postura globale coerente ma non sempre efficace in termini di concentrazione dello sforzo.

Dal punto di vista industriale, il DPP prosegue nella strategia di integrazione tra sistema militare e sistema produttivo nazionale. Il complesso della difesa viene descritto come un “ecosistema tecnologico” in cui le grandi imprese (Leonardo, Fincantieri, MBDA, Iveco Defence) assumono un ruolo di cerniera tra capacità operative e innovazione industriale. Questa scelta è coerente con la logica europea dell’EDF e della PESCO, ma comporta un rischio crescente di dipendenza politica dalle esigenze di mantenimento delle filiere e dei distretti industriali, più che dalle reali priorità strategiche. In altre parole, la pianificazione rischia di essere guidata dalla “logica dell’offerta” industriale piuttosto che da una domanda operativa chiara.

Un secondo elemento critico, che emerge in filigrana nel DPP 2025–2027, riguarda la persistente assenza di un paradigma di “difesa totale” o di sicurezza nazionale integrata, sul modello nordico. Nonostante la crescente consapevolezza delle minacce ibride — cyber, infrastrutturali, cognitive e sociali — il documento continua a leggere la resilienza quasi esclusivamente in chiave militare o tecnico-istituzionale, trascurando la dimensione sociale e civile della difesa. In altri termini, manca una visione che concepisca il cittadino, l’impresa e il territorio come parte attiva del sistema di sicurezza nazionale. In questo senso, gli investimenti restano concentrati sullo strumento militare e sulla sua proiezione esterna, ma poco si fa per costruire una resilienza diffusa, capace di rendere la società italiana meno vulnerabile alle crisi energetiche, informative e logistiche. Il riferimento al modello “total defense” — che in Paesi come Svezia, Finlandia o Norvegia integra difesa, protezione civile, comunicazione strategica e formazione civica — evidenzia quanto l’Italia sia ancora ancorata a una concezione verticale della sicurezza, affidata allo Stato più che condivisa con la società. Il rischio è quello di un sistema di difesa moderno, dual use, ma isolato dal suo tessuto civile, incapace di trasformare la sicurezza in una cultura collettiva.

Un terzo elemento critico riguarda la trasparenza e la legittimazione democratica. Rispetto ai DPP precedenti, quello del 2025 riduce il livello di dettaglio pubblico sulle spese e sui singoli programmi, rendendo più difficile un controllo parlamentare e civico. Ciò potrebbe derivare da ragioni tecniche — la semplificazione della comunicazione — ma sul piano politico è sintomo di un trend più generale: la normalizzazione di un livello di spesa elevato, giustificato dal contesto geopolitico, ma sottratto in parte al dibattito pubblico o da una strategia di resilienza diffusa. La difesa tende così a diventare un “ambito protetto” del bilancio, in cui il consenso viene costruito più attraverso la retorica della sicurezza che attraverso la verifica dei risultati.

Sotto il profilo europeo, il DPP 2025 riflette un tentativo di allineamento con il paradigma emergente del “re-armamento europeo” (ReArm Europe), ma resta timido nel promuovere una vera integrazione industriale o operativa. L’Italia si presenta come un contributore affidabile ma non come un leader concettuale: segue la traiettoria franco-tedesca, adattandola ai propri interessi nel Mediterraneo e nel settore navale-aerospaziale.

Nel complesso, il documento esprime un equilibrio pragmatico: un compromesso fra vincoli di bilancio, esigenze di interoperabilità e aspirazioni di autonomia strategica. Tuttavia, l’impressione generale è che manchi una visione coerente del ruolo dell’Italia nel sistema internazionale della sicurezza. L’aumento della spesa, la digitalizzazione e la cooperazione industriale sono strumenti, non fini: e il DPP 2025, pur ben strutturato tecnicamente, non articola in modo convincente quale debba essere il fine politico — se deterrenza, stabilità regionale, proiezione globale o solo continuità istituzionale.

In questo senso, il DPP 2025–2027 è un documento necessario, ma non ancora sufficiente. Segna il consolidamento di una politica di difesa moderna, tecnologicamente avanzata e integrata con l’Europa, ma lascia aperta la domanda più profonda: quale modello di potenza l’Italia intende essere nel mondo che si prepara alla competizione permanente tra grandi attori?

Foto di Slim MARS su Unsplash