Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale
Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”, Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)
La minaccia dal Medioriente all’Europa
di Claudio Bertolotti
Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.
La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.
Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.
Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.
Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.
Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.
Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.
Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.
Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.
Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.
Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.
Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.
In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.
La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.
GEOPOLITICA, RELIGIONE E LA TENTAZIONE DELLO SCONTRO DI CIVILTÀ
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato.
Lo scontro evidente e continuo che attraversa oggi molte società
occidentali – sia in Europa sia negli Stati Uniti – attorno alla presenza
islamica e alla sua integrazione politica, sociale e culturale non nasce nel
vuoto. In parallelo, la guerra in Iran contro una classe politica religiosa che
da decenni governa il Paese con un sistema teocratico e repressivo riporta al
centro del dibattito una domanda antica: fino a che punto i conflitti
contemporanei possono essere letti anche come conflitti di natura religiosa o civilizzazionale?
Il concetto di guerra religiosa appartiene a una lunga tradizione storica.
Senza tornare alle Crociate o ai grandi conflitti medievali tra cristianità e
mondo islamico, è negli anni Novanta che la contrapposizione tra Occidente e
civiltà islamica entra con forza nel dibattito strategico contemporaneo.
Fu il politologo americano Samuel Huntington a formulare la teoria destinata a segnare profondamente il dibattito geopolitico degli ultimi decenni. Nella sua visione del mondo post-Guerra Fredda, Huntington sosteneva che le principali linee di frattura della politica globale non sarebbero state più ideologiche – come durante il confronto tra capitalismo e comunismo – ma culturali e civilizzazionali.
Secondo Huntington, gli individui e le società tendono a definire la
propria identità attraverso elementi profondi come religione, storia, lingua e
tradizioni. In questo quadro, le relazioni internazionali sarebbero sempre più
influenzate dalle affinità culturali tra Stati e dalle differenze tra grandi
civiltà.
“I musulmani combattono contro i non-musulmani più di chiunque altro,
probabilmente. La singola frase del mio articolo su Foreign Affairs del 1993
che ha suscitato le critiche più vigorose è stata il mio riferimento ai ‘confini
sanguinosi dell’Islam’. Tuttavia, questo è un dato di fatto contemporaneo e
il mio libro espone prove statistiche piuttosto massicce provenienti da fonti
imparziali — il lavoro di altri studiosi — che dimostrano come la situazione
sia tale.
Inoltre, facendo ricerca per il libro, ho scoperto che le prove dimostrano
anche che l’interno dell’Islam è sanguinoso, perché allo stato attuale i
musulmani si combattono tra loro molto più spesso di quanto non facciano le
persone di altre civiltà.
Perché accade questo? Riguardo a questa propensione musulmana verso la
violenza, alcuni hanno sostenuto che sia insita nella natura dell’Islam come
religione, che l’Islam sia intrinsecamente una religione militarista. Io non
sono d’accordo. Penso che se si volesse assegnare un ‘punto’ per la
violenza tra le religioni mondiali, i cristiani probabilmente ne uscirebbero
vincitori.
Tuttavia, abbiamo questo fenomeno contemporaneo che riguarda la violenza
musulmana. Una possibile causa, credo, è che dal declino dell’Impero Ottomano non
è esistito alcuno ‘Stato guida’ (core state) nell’Islam capace di
esercitare la leadership, mantenere l’ordine e imporre disciplina.
Una seconda causa, e credo più importante, riguarda gli alti tassi di
natalità nei paesi musulmani, che hanno creato un massiccio ‘youth
bulge’ (surplus di giovani): persone tra i 15 e i 25 anni. La storia
dimostra che quando le persone in quella fascia d’età superano il 20% della
popolazione di una società, l’instabilità, la violenza e i conflitti tendono a
intensificarsi.
In molti paesi musulmani, questo surplus giovanile ha raggiunto la soglia
del 20%, dando origine alla militanza islamica, alla migrazione musulmana e
alla pressione delle società musulmane in rapida crescita sui loro vicini. Per
il prossimo futuro, quindi, le relazioni tra l’Occidente e l’Islam saranno
probabilmente distanti e acrimoniose, e talvolta conflittuali e violente. Nel
lungo periodo…” Huntington ha letto brillantemente il
nostro futuro. Era il 1997.
Una delle differenze fondamentali tra il modello politico occidentale e
quello di molte società islamiche riguarda il rapporto tra religione e potere.
In Europa, dopo secoli di guerre religiose, si è progressivamente affermato il
principio della separazione tra Stato e Chiesa.
A partire dalla Pace di Westfalia (1648), che pose fine alla Guerra
dei Trent’anni, si consolidò il principio cuius regio, eius religio —
“di chi è il territorio, di lui sia la religione” — riconoscendo ai sudditi
appartenenti a confessioni diverse il diritto di praticare il proprio culto in
forma privata. Da quel momento iniziò in Europa un lungo processo storico che
avrebbe progressivamente portato alla distinzione tra potere religioso e potere
politico, uno dei pilastri delle democrazie occidentali contemporanee.
Il caso dell’Iran rappresenta invece un modello opposto: dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha costruito un sistema politico in cui l’autorità religiosa non è separata dallo Stato ma ne costituisce il fondamento. È proprio questa differenza strutturale – più che una semplice contrapposizione religiosa – che aiuta a comprendere molte delle tensioni tra Iran e Occidente.
Un altro elemento che alimenta la percezione di un confronto più ampio tra
Iran e Occidente riguarda la strategia regionale di Teheran. Da decenni la
Repubblica islamica ha costruito una rete di alleanze con movimenti armati e
milizie in diverse aree del Medio Oriente, spesso definita dagli analisti come “Axis
of Resistance”. Questa rete include gruppi come Hezbollah in Libano, Hamas
nei territori palestinesi, milizie sciite in Iraq e il movimento Houthi nello Yemen.
Secondo numerosi studi di politica internazionale, l’Iran
utilizza questi gruppi come strumenti di proiezione strategica: attraverso
finanziamenti, addestramento militare e supporto logistico, Teheran riesce a
esercitare influenza regionale senza entrare direttamente in conflitto con gli
Stati occidentali o con Israele. Il caso di Hezbollah è particolarmente
emblematico. Il gruppo sciita libanese è stato per anni uno dei principali
beneficiari del sostegno iraniano, con stime che indicano trasferimenti di
centinaia di milioni di dollari l’anno per il suo apparato politico e militare. Allo stesso modo, Teheran ha
sostenuto nel tempo anche organizzazioni palestinesi come Hamas e la Jihad islamica, fornendo risorse finanziarie,
armi e addestramento.
Nel Golfo e nel Mar Rosso, il movimento Houthi nello Yemen rappresenta un
ulteriore tassello di questo sistema di alleanze, che consente all’Iran di
influenzare equilibri strategici cruciali come le rotte marittime e i conflitti
regionali.
Attraverso questa rete di attori non statali, spesso definita dagli
analisti come “Axis of Resistance”, Teheran ha costruito nel tempo una
forma di guerra indiretta che permette di esercitare pressione sull’ordine
regionale e sugli interessi occidentali senza un confronto militare diretto.
Questo confronto, tuttavia, non rimane confinato al Medio Oriente: negli
ultimi decenni esso ha iniziato a riflettersi anche all’interno delle stesse
società occidentali.
La crescente presenza di cittadini di origine e fede musulmana nelle
istituzioni politiche occidentali riflette trasformazioni demografiche e
sociali profonde. Negli Stati Uniti, figure politiche come Zohran Mamdani
rappresentano una nuova generazione politica emersa in società sempre più
pluralistiche.
Per alcuni osservatori, queste dinamiche rappresentano un naturale sviluppo delle democrazie liberali. Per altri, invece, riflettono una tensione crescente tra modelli di pluralismo culturale promossi da parte delle élite politiche occidentali e identità storiche percepite come parte integrante delle società europee e nord-americane.
In questo contesto, la religione diventa spesso uno strumento di
mobilitazione politica e culturale. Più che uno scontro lineare tra civiltà, il
quadro che emerge è quello di società occidentali attraversate da un confronto
interno sempre più acceso su identità, pluralismo e sul futuro delle proprie
istituzioni democratiche.
Il Regno Unito rappresenta oggi uno dei casi più emblematici di questa
dinamica. Nel paese operano da oltre vent’anni organismi di arbitrato islamico
utilizzati da alcune comunità musulmane per controversie familiari e civili,
che secondo uno studio della House of Commons Library non fanno parte del
sistema giudiziario statale ma funzionano come strutture di mediazione
religiosa. Parallelamente, come osserva il Pew Research Center, la presenza
musulmana in Europa è destinata a continuare a crescere nei prossimi decenni,
rendendo inevitabile un confronto politico e culturale sempre più intenso sul
rapporto tra pluralismo religioso e istituzioni democratiche.
Fra tutti i paesi europei, il peso della presenza musulmana nel Regno Unito
rappresenta oggi un fattore non secondario anche nelle scelte di politica
interna ed estera del governo guidato da Keir Starmer. L’atteggiamento
ambivalente o oscillante del Primo Ministro è la causa prima del raffreddamento
delle relazioni USA-UK.
Da un lato vi è una dimensione elettorale e sociale. La comunità musulmana
britannica costituisce una componente rilevante dell’elettorato urbano e
tradizionalmente vicino al Partito Laburista. Per questo motivo, l’appoggio a
politiche o leader percepiti come ostili al mondo musulmano – come nel caso del
controverso Muslim Ban promosso dall’amministrazione Trump – potrebbe
generare forti tensioni politiche e sociali all’interno del paese.
Vi è poi una dimensione ideologica. Il governo Starmer ha ribadito
un’impostazione che si richiama alla tradizione pluralista della democrazia
britannica, fondata sulla tutela delle minoranze e sulla convivenza tra
comunità religiose e culturali diverse. In questa prospettiva, un allineamento
con una retorica politica percepita come identitaria o esclusiva entrerebbe in
tensione con il modello multiculturale sviluppato nel Regno Unito negli ultimi
decenni.
Infine, esiste anche una dimensione internazionale. Il Regno Unito ospita
una vasta diaspora proveniente da paesi a maggioranza musulmana e mantiene
relazioni economiche e diplomatiche significative con numerosi stati del Medio
Oriente e dell’Asia meridionale. Per questo motivo, la leadership britannica
sembra essere posizionata tra l’incudine e il martello. Le scelte di Starmer
riflettono una realtà politica ormai evidente: nel Regno Unito contemporaneo,
la presenza islamica detta, dietro le quinte, visioni e decisioni lontane dalla
Britannia di Churchill, come Trump ha ricordato nella sua recente conferenza
stampa.
Ecco che la realtà britannica e non
solo, ci fa pensare a quale sarà il futuro dell’Occidente, che, apparentemente
si gioca su uno snodo cruciale: da un lato la fermezza delle istituzioni,
dall’altro la capacità di esercitare quel soft power culturale che
potremmo paragonare alla saggezza dei nonni. Se alcune correnti dell’Islam
politico stanno vivendo una fase di espansione demografica e fervore radicale —
che per certi aspetti ricorda i periodi più bui della storia europea —
l’Occidente possiede un vantaggio decisivo: l’esperienza storica. La consapevolezza,
maturata attraverso secoli di conflitti religiosi, che il potere della forza è
sempre effimero rispetto alla forza della cultura.
L’Iran, o meglio la Persia ha influenzato il mondo anche attraverso il
potere politico e militare, ma soprattutto grazie a una raffinatezza estetica,
poetica e filosofica che ha finito per trasformare persino i suoi
conquistatori, dai Mongoli agli stessi dominatori arabi. In questo senso,
l’Occidente potrebbe proporsi non tanto come un antagonista militare, quanto
come un mentore civile, capace di offrire un modello in cui libertà
individuale, creatività e pluralismo risultano più attraenti del dogma.
Il futuro dipenderà dalla capacità
delle società occidentali di muoversi lungo tre direttrici fondamentali.
Riscoprire la propria identità.
Non si può trasmettere nulla se non si
è consapevoli di ciò che si è. L’Occidente non deve rinunciare ai propri
principi di libertà, pluralismo e separazione tra religione e Stato, ma
presentarli come conquiste storiche maturate attraverso conflitti e trasformazioni.
Valorizzare le voci moderate e
intellettuali.
Come la cultura persiana seppe mitigare
l’impeto guerriero di epoche turbolente, anche oggi le correnti riformiste e
intellettuali del mondo islamico — spesso marginalizzate o perseguitate nei
propri paesi — rappresentano interlocutori fondamentali per costruire un
terreno di dialogo e stabilità.
Affrontare la pressione demografica
giovanile.
Senza opportunità educative, culturali
ed economiche capaci di sostituire la retorica del martirio con quella del
progresso e della dignità individuale, il cosiddetto youth bulge
continuerà ad alimentare tensioni e radicalizzazioni.
In definitiva, se alcune correnti del
mondo islamico rappresentano oggi l’energia turbolenta della giovinezza,
l’Occidente potrebbe incarnare l’autorità dell’esperienza: quella di una
civiltà che ha attraversato l’Inquisizione, le guerre di religione e le
tragedie del Novecento, trasformando gradualmente quei conflitti in istituzioni
fondate sul diritto, sulla scienza e sulla libertà.
Il futuro, quindi, non sarà un’omologazione delle civiltà, ma una convivenza inevitabilmente complessa. In questo equilibrio fragile, la vera forza dell’Occidente potrebbe non essere la superiorità militare, ma la sua inesauribile capacità di attrarre attraverso la cultura, la ragione e la libertà.
Investimenti nella Difesa – analisi della situazione in Italia
di Andrea Molle
Negli ultimi mesi
la discussione sulla spesa militare italiana è tornata al centro del dibattito
internazionale, soprattutto dopo che il governo ha comunicato un significativo
aumento del bilancio della difesa per il futuro. Secondo un’analisi pubblicata
da Defense News, il documento previsionale porterebbe la spesa
complessiva a circa 45,3 miliardi di euro, con un incremento netto superiore ai
14 miliardi rispetto all’anno precedente e un apparente raggiungimento del 2%
del PIL raccomandato dalla NATO. Tuttavia, l’osservazione più rilevante
sollevata da molti economisti riguarda la mancanza di chiarezza su come tale
obiettivo sia stato effettivamente realizzato: buona parte dell’aumento
sembrerebbe derivare da una riclassificazione di voci di bilancio
precedentemente allocate ad altri settori, incluse spese per personale in
quiescenza, attività di sicurezza interna, programmi di cooperazione e capitoli
relativi al cyber e allo spazio. Il rischio è che, senza una riforma
complessiva del comparto Difesa, la crescita nominale della spesa non
corrisponda a un incremento reale delle capacità operative.
La questione deve
essere comunque contestualizzata all’interno di una tendenza più ampia. Negli
ultimi dieci anni l’Italia ha progressivamente aumentato gli investimenti in
difesa, passando da un livello stabile intorno all’1,2–1,3% del PIL a una
crescita costante dopo il 2020. Le pressioni internazionali – dalla guerra in
Ucraina al deterioramento delle condizioni di sicurezza nel Mediterraneo
allargato – hanno spinto l’intero continente europeo verso un riarmo
generalizzato. In questo quadro, l’Italia è chiamata a colmare un gap
accumulato per decenni, soprattutto in termini di ammodernamento degli
equipaggiamenti, manutenzione, munizionamento e prontezza operativa. La
partecipazione continuativa a missioni NATO, UE e ONU – dai Balcani al Libano,
dal Corno d’Africa al Mediterraneo centrale – richiede mezzi e capacità
adeguati, mentre la crescente instabilità nel Sahel e le dinamiche migratorie
rendono sempre più complessa la gestione del fronte meridionale della NATO, di
cui l’Italia è attore centrale.
L’analisi delle fonti disponibili suggerisce però che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese. Il nodo principale riguarda la qualità della spesa. Secondo le stime del SIPRI e dei principali osservatori internazionali, l’Italia continua a investire una quota relativamente limitata in procurement e ricerca e sviluppo, mentre una parte significativa del bilancio è assorbita dal personale, una voce strutturalmente difficile da comprimere. Gli alleati tendono a valutare non soltanto la percentuale del PIL investita, ma soprattutto la capacità di generare effetti militari concreti: interoperabilità, mobilità, logistica, forza aerea pienamente operativa, sistemi di difesa integrata, dotazioni navali moderne. In assenza di una strategia chiara su come allocare le nuove risorse, il rischio è che lo scatto al 2% rimanga, almeno in parte, un esercizio contabile.
L’analisi delle fonti disponibili suggerisce che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese.
Il margine di incertezza cresce se consideriamo l’evoluzione della dottrina NATO. Dopo il cambio di postura internazionale di Washington, l’Alleanza ha identificato la soglia del 2% non più come un traguardo finale, ma come un livello minimo, con la proiezione verso una difesa europea più autonoma e capace di assorbire i costi di un conflitto ad alta intensità. Alcune analisi prospettano che, entro il 2035, la spesa combinata in difesa e resilienza debba avvicinarsi al 3,5–4% del PIL per molti Paesi europei, soprattutto se l’industria dovrà supportare un ciclo di produzione continuo. In questo scenario, la sostenibilità del modello italiano diventa un tema cruciale. Con un debito pubblico elevato e una pressione costante sulla spesa sociale, un incremento permanente della spesa militare richiede una programmazione trasparente e politicamente condivisa.
La nuova fase geopolitica mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale
Il tema è particolarmente urgente per un Paese che, negli ultimi vent’anni, ha interpretato il proprio ruolo internazionale soprattutto attraverso missioni di stabilizzazione, cooperazione civile-militare e diplomazia preventiva. L’Italia ha puntato tradizionalmente su capacità leggere, proiezione navale, operazioni di polizia internazionale e un impegno costante in aree come il Libano, il Mediterraneo centrale e i Balcani occidentali. La nuova fase geopolitica, tuttavia, mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale. Il passaggio da un modello a “bassa intensità” a uno orientato alla deterrenza ad alta intensità implica investimenti diversi, più costosi, più rapidi e tecnicamente più complessi. È lecito chiedersi se l’attuale riallocazione di fondi rifletta davvero questa trasformazione.
Al di là del
dibattito tecnico, la questione dell’aumento della spesa militare solleva
interrogativi politici e sociali che non possono essere elusi. In quale misura
l’Italia vuole e può assumere un ruolo più incisivo nella NATO? Quali capacità
desidera prioritizzare nei prossimi dieci anni? E soprattutto: è possibile
garantire trasparenza, responsabilità e coerenza strategica in un settore che,
per sua natura, rischia spesso di sfuggire al controllo dell’opinione pubblica?
Finché non verranno pubblicati documenti più chiari sulla composizione della
spesa, sugli obiettivi capacitivi e sulle eventuali ricadute industriali, il
dibattito resterà inevitabilmente sbilanciato tra annunci politici e
valutazioni tecniche parziali.
Ciò che è certo è
che l’Italia si trova all’inizio di un percorso e non alla fine. La pressione
internazionale non diminuirà, la competizione globale continuerà a crescere e
il Mediterraneo rimarrà un teatro centrale di instabilità. La differenza tra
una spesa militare sostenibile e una spesa puramente apparente dipenderà dalla
capacità del Paese di trasformare i numeri di bilancio in strumenti reali di
sicurezza, deterrenza e credibilità. Per ora siamo di fronte a un segnale
forte, forse necessario, ma ancora privo di quella trasparenza e quella
coerenza strategica che un alleato pienamente affidabile della NATO dovrebbe
poter mostrare.
L’America torna a casa
di Melissa de Tefféda
Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di
politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di
Stato (US)
PRIMA PARTE
Ieri
La
nuova politica estera del Presidente Trump appare oggi molto più liberale di
quanto la vecchia Dottrina Monroe avesse dichiarato agli inizi dell’Ottocento,
e molti osservatori applaudono questa svolta. Per capire perché, occorre
tornare alle origini. La Dottrina Monroe si fondava su due principi cardine: impedire
ogni ulteriore colonizzazione europea nel continente americano e, allo stesso
tempo, escludere qualsiasi intervento reciproco tra le potenze europee e
gli Stati Uniti. “L’America agli americani”: niente colonialismo, niente
ingerenze. Una visione che, almeno in teoria, includeva anche il Canada, dove
il sistema parlamentare limitava l’influenza diretta britannica.
Eppure,
già nel 1833, questo ideale mostrava la sua fragilità. Quando il Regno Unito
riaffermò la sovranità sulle isole Falkland, Washington non intervenne,
lasciando che l’Argentina gestisse da sola la contesa. Un’azione di
rioccupazione, non di colonizzazione, certo, ma sufficiente a segnalare i
limiti dell’ambizioso principio Monroe.
Le contraddizioni esplosero con maggiore evidenza durante la Guerra Civile americana. La corona spagnola approfittò del conflitto interno per riprendere il controllo della Repubblica Dominicana, mentre Napoleone III invase il Messico e installò Massimiliano d’Asburgo come sovrano fantoccio. Ma il punto di rottura arrivò il 15 febbraio 1898: la USS Maine, incrociatore corazzato tra i più moderni dell’epoca, saltò in aria nel porto dell’Avana durante una rivolta tra indigeni e sudditi spagnoli. La nave era ormeggiata lì per proteggere gli interessi americani; il suo affondamento scatenò un’ondata di indignazione negli Stati Uniti. “Remember the Maine, the hell with Spain”: in pochi mesi scoppiò la guerra ispano-americana, che pose fine alla presenza coloniale spagnola nel continente. Le Filippine avrebbero ottenuto l’indipendenza solo dopo la Seconda guerra mondiale; Cuba, invece, diventò formalmente indipendente nel 1934, ad eccezione di Guantánamo Bay, ancora oggi sotto controllo statunitense.
Il Novecento segnò il passaggio definitivo
da un principio difensivo a una politica interventista. Gli Stati Uniti non
si limitarono più a fare pressione diplomatica: entrarono nelle dinamiche
interne di numerosi Paesi dell’America Latina, sostenendo o ostacolando governi
a seconda della loro utilità strategica. Emblematica la vicenda del Cile: il
progetto di Salvador Allende di nazionalizzare l’industria del
rame—fondamentale per le multinazionali statunitensi—e il suo mancato
allineamento ai modelli economici
promossi da Washington crearono le premesse per il golpe di Augusto Pinochet,
apertamente appoggiato dagli Stati Uniti. Fu solo uno dei molti episodi in cui
la Dottrina Monroe si trasformò da scudo anticoloniale in un vero dispositivo
di ingegneria politica regionale.
Parallelamente,
le economie latino-americane furono vincolate a un rapporto monetario
sbilanciato con il dollaro. I regimi di cambio fisso adottati da molti Paesi
soffocarono le loro capacità di reagire agli shock esterni. Quando l’Argentina
decise di rompere il legame con il dollaro, la moneta crollò e i titoli di
Stato si azzerarono in poche settimane: un caso emblematico di come la
dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti potesse diventare una trappola
economica e sociale.
Da
questa lunga traiettoria emerge un monito ancora attuale. Ogni volta che una
grande potenza assume il ruolo di tutore esclusivo di una regione, imponendo
modelli politici ed economici dall’alto, lo fa per proteggere sé stessa, non
gli altri. Indipendentemente dalle simpatie geopolitiche—che siano
filoamericane, filoeuropee o filocinesi—resta evidente che ogni forma di tutela
unilaterale genera instabilità, dipendenza e nuove forme di neocolonialismo.
Questa, più di ogni altra, è la lezione della storia: un potere che non
incontra limiti finisce sempre per erodere se stesso e l’ordine che pretende
proteggere.
Oggi
Il 4 dicembre 2025, il Presidente
Donald J. Trump ha
pubblicato la nuova National Security Strategy, il documento che
definisce la visione statunitense nelle relazioni internazionali ed espone ciò
che la sua amministrazione considera essenziale per la sicurezza e la
prosperità del Paese. Intitolata “America in a Dangerous World”, la
strategia segna l’avvio formale della dottrina con cui gli Stati Uniti
intendono confrontarsi con un mondo percepito come instabile e sempre più
competitivo.
Nella sua nota introduttiva, Trump
riassume in poche righe ciò che viene poi dettagliato nelle sezioni successive:
una lettura del sistema internazionale suddivisa per aree geografiche, ciascuna
valutata secondo la misura degli interessi vitali americani. Non più un approccio
universale o missionario, ma una classificazione del mondo orientata alla
protezione economica, alla deterrenza militare e alla riduzione degli impegni
considerati secondari o non redditizi per la nazione.
Questa
dottrina rappresenta una svolta importantissima rispetto alle amministrazioni
precedenti. Da Bush senior a Clinton, da Obama fino a Biden, la politica estera
degli Stati Uniti è stata guidata dall’idea che Washington dovesse assumere un
ruolo di garante dell’ordine globale, intervenendo nelle crisi regionali,
sostenendo la diffusione dei valori democratici e assicurando stabilità ai
mercati internazionali. Trump capovolge questa logica e afferma che l’impegno
americano deve concentrarsi esclusivamente su ciò che incide in modo diretto e
tangibile sulla sicurezza, sull’economia e sulla sovranità nazionale.
In sostanza, la nuova strategia sostiene che gli Stati Uniti non debbano più farsi carico di ogni crisi del pianeta, ma selezionare con rigore priorità e risorse: un’impostazione che trasforma l’“America First” da slogan politico a principio operativo nella gestione delle relazioni internazionali.
Europa – NSS 2025
Nella
nuova strategia di sicurezza nazionale, l’Europa non è più il fulcro
dell’architettura internazionale degli Stati Uniti, ma una regione da valutare
in funzione del contributo che può offrire alla sicurezza americana. La
dottrina afferma che, dopo decenni in cui Washington ha sostenuto i costi
principali della difesa europea, gli alleati devono ora assumersi una parte
molto più significativa delle responsabilità. L’era in cui gli Stati Uniti si
consideravano il pilastro indispensabile della sicurezza del continente è
presentata come un modello obsoleto, nato dalla Guerra Fredda e mantenuto per
inerzia politica.
Il documento sottolinea che la NATO conserva un valore strategico, ma solo se gli alleati europei dimostrano di essere capaci di contribuire realmente al mantenimento della sicurezza comune. L’obiettivo non è più la proiezione collettiva verso l’esterno, ma la riduzione dei costi americani e la riallocazione delle risorse verso priorità interne. L’Europa viene così invitata — con insistenza — a raggiungere e superare la soglia del 2% del PIL per la difesa, condizioni minime per continuare a beneficiare del legame transatlantico.
In
questa visione, le relazioni USA-UE si spostano dal terreno dei valori
condivisi a quello degli scambi equilibrati: partnership sì, ma solo se
reciprocamente vantaggiosa. Gli Stati Uniti dichiarano esplicitamente di non
voler più sostenere il peso finanziario della difesa europea, né di intervenire
automaticamente nelle crisi regionali del continente. Il messaggio, pur non
espresso in termini conflittuali, è chiaro: l’Europa deve dimostrare di essere
un attore autonomo, capace di difendere i propri confini e di contribuire alla
stabilità internazionale con mezzi propri.
Sarebbe utile vedere un’Europa che
finalmente decide quale identità indossare. Per quanto riguarda la Russia, la
strategia è quella di cautela e deterrenza. Il sostegno all’Ucraina non viene
presentato come un impegno indefinito: l’aiuto americano deve essere
circoscritto, controllato e valutato sulla base di un ritorno diretto per la
sicurezza degli Stati Uniti. L’obiettivo non è più “rimodellare” l’Est
europeo, ma impedire che la crisi si trasformi in un costo strategico e
finanziario eccessivo per Washington. (Trump, nonostante le buone notizie di miglioramenti, ha
troppi fronti aperti, e quello interno è il più gravoso in questo momento di
crisi finanziaria, inflazione, e licenziamenti massivi).
Nel complesso, l’Europa appare nella dottrina come una regione importante ma non più prioritaria: un partner utile, non un progetto da guidare. La stabilità del continente viene considerata desiderabile, ma non al punto da giustificare interventi americani illimitati o investimenti senza ritorno. È la fine dell’Europa come “alleato privilegiato” degli Stati Uniti e l’inizio di una relazione più transazionale, in cui la continuità dell’alleanza dipende dall’impegno europeo nel garantirne il peso militare ed economico.
Medio Oriente – NSS 2025
Nella nuova strategia, il Medio Oriente
non è più il teatro privilegiato della proiezione militare americana come lo è
stato per oltre vent’anni dopo l’11 settembre. Trump afferma che gli Stati
Uniti non devono più sostenere conflitti prolungati, né impegnarsi in
operazioni di “nation building” che non portino benefici diretti alla
sicurezza nazionale. L’obiettivo principale diventa evitare che la regione
torni a essere una fonte di minacce terroristiche e proteggere gli interessi
energetici americani, oggi però ridimensionati dall’autosufficienza interna.
Il
sostegno tradizionale a Israele rimane fermo, ma viene descritto come parte di
una partnership strategica, non come un impegno aperto e illimitato. Nei
confronti dell’Iran, la strategia si concentra sulla deterrenza e sulla
pressione economica, più che sul coinvolgimento militare diretto. L’approccio
ai Paesi arabi è pragmatico: cooperazione dove utile agli interessi americani,
nessuna ambizione di rimodellare la regione dal punto di vista politico o
democratico. Prendiamo come esempio la Siria, ultimo dei paesi ad aver trovato
un inizio di stabilità. Washington chiarisce di non voler riaprire un capitolo
di intervento militare diretto nel Paese, in linea con il rifiuto più ampio di
impegnarsi in conflitti prolungati. Nonostante la presenza russa e iraniana sia
riconosciuta come un fattore di instabilità, non giustifica un maggiore
coinvolgimento americano. La Siria diventa dunque un caso emblematico: una
minaccia da contenere a distanza, non una crisi da affrontare con operazioni
sul campo o strategie di ricostruzione politica.
Nel complesso, il Medio Oriente passa da
priorità assoluta a regione da stabilizzare con il minimo costo possibile,
evitando nuove guerre e puntando a contenere le minacce senza espandere il
ruolo militare degli Stati Uniti.
La nuova NSS non lascia spazio a
interpretazioni: il baricentro della politica estera americana si sposta
ufficialmente nel suo emisfero occidentale, e diventa priorità assoluta. È un
cambiamento atteso da anni, che riflette l’idea — cara all’amministrazione
Trump — che gli interessi strategici debbano essere difesi innanzitutto nel
proprio vicinato. La strategia formalizza ciò che già si era intravisto
nell’azione di governo: l’approccio “Enlist and Expand”, volto a
controllare i flussi migratori, frenare l’espansione dei cartelli della droga,
contenere l’influenza di attori ostili e rafforzare le catene di
approvvigionamento critiche. Ma soprattutto introduce una dimensione economica
ambiziosa, che mira a stimolare nuovi investimenti americani nella regione,
riconoscendo che una solida base economica interna è parte integrante della
sicurezza nazionale. La NSS
fornisce dunque una cornice strategica per un ruolo più attivo del governo
statunitense in questi settori e invita a una mobilitazione coordinata di tutte
le istituzioni federali per tradurre questa visione in azione concreta.
Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.
Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.
Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.
Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.
Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.
A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.
In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.
La cooperazione UE-Kazakistan per un futuro sostenibile
di Francesco Lombardi.
Il Kazakhstan guarda all’UE come un partner affidabile per una crescente cooperazione che presenti aspetti di rilievo per ambo le parti. Un pensiero messo nero su bianco dal ministro degli Esteri Yermek Kosherbayev in un articolo di opinione per Euronews.
Il ministro kazako, infatti, sottolinea il valore
che un approvvigionamento sicuro e continuo di energia e di minerali critici
può avere per lo sviluppo tecnologico del vecchio continente e dare piena
possibilità di realizzazione alla trasformazione digitale ed ambientale che
rappresenta uno dei principali obiettivi del Vecchio Continente. Gli
avvenimenti recenti hanno evidenziato il pericolo per l’Europa costituito dalla
dipendenza per i propri approvvigionamenti (in particolare di prodotti
energetici e di altri minerali critici) da pochi fornitori; inoltre, l’incertezza
relativa alla percorribilità di taluni importanti corridoi logistici in ragione
dell’accresciuta e generale instabilità di molte aree non garantisce la
continuità delle forniture, aspetto di importanza capitale nel quadro della
programmazione ed esecuzione delle attività industriali.
Le parole del ministro
kazako rivelano come l’obiettivo
del Paese sia quello di diventare un hub logistico, commerciale e finanziario
nell’Asia centrale, avvalendosi della sua posizione geografica nel cuore dell’Eurasia.
Il Kazakhstan costituisce infatti, per dimensione e posizione geografica,
disponibilità di riserve energetiche, tassi di crescita economica e riforme in
senso liberale della società e dell’economia, uno degli attori chiave della
regione centro-asiatica. Negli ultimi anni, le relazioni e le cooperazioni tra
l’Unione nel suo insieme (ma anche tra il nostro Paese) ed il Kazakhstan sono
cresciute e si sono approfondite estendendosi a vari campi: i due Attori hanno
istituito un dialogo politico, istituzionale e commerciale che, pur oramai abbastanza
consolidato, presenta ancora margini di implementazione. L’UE è la maggiore
controparte commerciale del Kazakhstan e il livello degli investimenti europei
nel Paese è in costante crescita. Come ricorda il ministro Kosherbayev al riguardo,nell’ultimo
decennio, da quando cioè il Kazakhstan e l’Unione Europea hanno firmato l’Accordo
di partenariato e cooperazione rafforzato (EPCA), pietra miliare per un impegno
comune verso una partnership ampia e lungimirante, la cooperazione si è
ampliata e con oltre 200 miliardi di euro investiti dal 2005, l’UE è oggi il
principale partner commerciale e di investimento del Kazakhstan.
Da
parte europea vi è la necessità di approvvigionarsi di materiali critici (terre
rare in particolare) così indispensabili all’industria tecnologica, militare
oltre che civile, che in tempi di riarmo assumono ulteriore valore, affrancandosi,
per quanto possibile, dal quasi monopolio cinese, utilizzato da questi ultimi
talvolta come leva negoziale; il Kazakhstan, il cui
sottosuolo è ricco di tali prodotti, necessita di investimenti, infrastrutture
e know-how per dare un buster alla propria economia. I materiali in questione sono essenziali
per le tecnologie energetiche, in particolare quelle green, e la domanda
mondiale, già oggi consistente, è destinata a quadruplicare da qui al 2040. Il
Kazakhstan è il principale produttore mondiale di uranio e uno dei primi dieci
esportatori di rame e zinco. Esso è tra i primi 20 Paesicon riserve
provate di cromo, zinco, piombo, rame, oro, titanio, ferro, manganese, cadmio e
bauxite.Oltre la metà dei materiali considerati critici dall’UE
sono già prodotti in Kazakistan cui va aggiunta la recente scoperta, annunciata la
scorsa primavera, di un grande giacimento di terre rare a Karagandy, che
pare accreditato di quasi un milione di tonnellatedi cerio, lantanio, neodimio,
ittrio ed altri materiali appetibili. Come riporta l’ONU, poi:
“Il Kazakhstan è
un importante produttore di energia a livello mondiale. Si colloca tra i primi quindici Paesi
al mondo per le sue riserve di petrolio, carbone e uranio, e
tra i primi venti per l’estrazione di gas naturale….I principali partner di
esportazione del Paese sono Italia (19%), Cina (10%), Paesi Bassi (10%)”.
Gia’ nel 2020 l’UE aveva avviato il proprio Piano d’azione
per i materiali critici. In esso, l’obiettivo d’azione 9 prevedeva l’incremento della collaborazione con
Paesi affini e ricchi di risorse per rafforzare la resilienza dell’industria
verde dell’Unione Europea. E quindi l’incremento della collaborazione
UE-Kazakhstan, auspicata dal ministro degli esteri di Astana, pare perfettamente inserirsi in tale quadro.
Al momento, nonostante la ricchezza del sottosuolo, il Paese necessita di investimenti ed infrastrutture. E’ interesse di Astana attivare investimenti e partnership per realizzare l’estrazione ed il trattamento in loco dei minerali in questione onde favorire l’economia domestica, pur con una spiccata attenzione ai processi di raffinazione che rischiano di aggravare precarie situazioni ambientali ereditate dalla dominazione sovietica. Inoltre, un aumento della produzione potrebbe comportare investimenti in logistica, con un ampliamento delle potenzialità del Corridoio di Mezzo, una rotta commerciale che, attraverso il Mar Caspio e la Turchia, evita di intrecciare la Russia e risulta ora molto più agevole e sicura dopo l’accordo Armenia-Azerbaijan. Le risorse e più in generale lo sviluppo che deriveranno da un uso sostenibile delle risorse minerarie kazake potranno contribuire a realizzare l’ambizioso programma di riforme lanciato dal Presidente Kassym-Jomart Tokayev ed incentrato sulla trasformazione digitale, la modernizzazione degli investimenti, la connettività globale e il rinnovamento istituzionale. Il programma vuole fare del Kazakhstan un paese leader nell’era dell’intelligenza artificiale. E’ prevista al riguardo la creazione di un nuovo Ministero dell’Intelligenza Artificiale e dello Sviluppo Digitale che sarà guidato da uno esperto del settore. Il nuovo organismo guiderà la transizione del Kazakhstan verso quella che il Presidente ha descritto come una “nazione completamente digitale entro tre anni”. Questi cambiamenti, uniti al prossimo snellimento di una folta burocrazia ancora presente, consentiranno al Paese di essere ancor più attrattivo di quanto registrato fino ad ora. Cinque anni orsono, il rapporto Doing Business 2020 della Banca Mondiale poneva il Kazakistan al quarto posto per il rispetto degli accordi contrattuali e al ventiduesimo posto per facilità nell’avvio di un’impresa. Passi avanti ne sono già stati fatti ed altri di certo ne saranno realizzati. Ci sono quindi tutti i presupposti dunque affinché le parole del ministro degli esteri kazako diventino una positiva realtà in cui UE e Kazakhstan possano costruire un partenariato forte e resiliente per trasformare le sfide comuni in punti di forza condivisi.
Radicalizzazione 2025: l’estremismo giovanile violento a dieci anni dalla tragedia del Bataclan
di Chiara Sulmoni, presidente di START InSight
Dieci anni dopo gli attacchi terroristici che
hanno colpito Parigi il 13 novembre 2015, di cui il Bataclan rappresenta la
triste memoria collettiva, l’Europa si trova a fare i conti con una
trasformazione profonda della minaccia radicale. Non si tratta più del
terrorismo organizzato e delle azioni coordinate dello Stato Islamico
dell’epoca, ma di una galassia di gesti, simboli e linguaggi violenti che
nascono ai margini della rete e coinvolgono un numero crescente di adolescenti.
Il Rapporto 2025 sulla sicurezza della Svizzera lo afferma con chiarezza: “i casi di minori e giovani adulti che si radicalizzano online e sviluppano intenzioni terroristiche continueranno ad aumentare”. Dall’Europa all’Australia, dagli Stati Uniti all’Asia, la radicalizzazione giovanile si manifesta come un’epidemia sociale che attraversa confini, culture e matrici ideologiche.
Nel Michigan e nel New Jersey, a novembre 2025, sono stati arrestati diversi adolescenti in contatto fra loro — inclusi dei minorenni e alcuni provenienti da contesti familiari privilegiati — accusati di pianificare un attacco terroristico in nome dell’ISIS durante il weekend di Halloween. Negli stessi giorni a Canberra (Australia), un diciassettenne è stato fermato e accusato di aver progettato attacchi ispirati a ideologie razziste ed estremiste: avrebbe dichiarato che questi piani gli davano uno scopo durante la depressione[1].
Il direttore dell’intelligence australiana ha parlato recentemente di una
deriva preoccupante: minorenni che condividono video di decapitazioni nel
cortile della scuola e un dodicenne che avrebbe manifestato l’intenzione di far
esplodere un luogo di culto. L’età media in cui i minori entrano per la prima
volta nel radar dei servizi di intelligence australiani è oggi di 15 anni.
Inoltre, ha sottolineato che, secondo le previsioni interne, nei prossimi
anni raggiungerà l’età più esposta alla radicalizzazione una generazione
cresciuta interamente online. Per molti di questi giovani, il mondo digitale
rappresenta ormai il principale riferimento per costruire la propria identità,
il senso di appartenenza e la percezione della realtà[2].
In Inghilterra e Galles, la fascia fra gli 11 e i 15 anni occupa il primo posto nelle segnalazioni per sospetta radicalizzazione. Il programma nazionale di prevenzione nel 2024 ha dovuto aggiornare le categorie in cui suddivide i casi, includendo voci come “fascinazione per la violenza estrema o per gli attacchi di massa” per descrivere moventi privi di motivazioni ideologiche ma caratterizzati da ossessione per la violenza.
La Francia registra 17 minori incriminati per reati collegati al terrorismo tra gennaio e novembre 2025[3], due dei quali avrebbero pianificato attacchi contro la Torre Eiffel e sinagoghe parigine. Tre giovani donne fra i 18 e i 21 anni, sono state fermate e accusate di preparare un attentato jihadista nella capitale. Di fronte a questa tendenza, all’inizio dell’anno la Procura nazionale antiterrorismo ha pensato ad istituire una sezione dedicata ai minori, per studiare e prevenire in modo più efficacie la radicalizzazione precoce[4].
Circa un terzo delle persone arrestate per
reati di terrorismo nell’Unione Europea nel 2024 aveva meno di 20 anni.
In Belgio, un terzo circa dei soggetti che negli ultimi tre anni hanno pianificato attacchi non aveva ancora raggiunto la maggiore età.
In Italia, nel luglio 2025, la Polizia di Stato ha eseguito ventidue perquisizioni nei confronti di adolescenti tra i 13 e i 17 anni legati a contesti estremisti di diversa matrice.
Nella Svizzera tedesca, nella primavera del 2025 sarebbe stato sventato un attentato di matrice islamista da parte di un 18enne[5]. Nel Canton Vaud, i casi di minori seguiti dall’unità di prevenzione delle radicalizzazioni -un servizio attivo dal 2018[6]-, costituiscono quasi la metà del totale, con bambini che sono rimasti coinvolti già a partire dai 10 anni. Per la metà, si tratta di ragazze[7]. Questa percentuale paritaria non è frequente.
Il servizio di mentoring del Canton Berna, nel 2024, ha accompagnato 12 persone radicalizzate, di età compresa tra 11 e 20 anni.[8] Lo scorso anno l’allora capo dell’intelligence aveva dichiarato che la svizzera è toccata dal fenomeno della radicalizzazione dei minori più di altri paesi europei. Nella Confederazione, lo jihadismo rimane in testa alle preoccupazioni.
La salute
mentale come nuova frontiera della sicurezza
Secondo Europol, la combinazione fra isolamento sociale, disagio psicologico e uso intensivo delle tecnologie digitali costituisce oggi il terreno più fertile per la radicalizzazione precoce. La salute mentale, in questo contesto, non è un tema secondario: ansia, depressione, solitudine e senso di inutilità rappresentano oggi fattori chiave che possono spingere i giovani verso narrative polarizzanti e totalizzanti.
Come ricorda Clare Allely nel suo libro The Psychology of Extreme Violence, “la violenza nasce spesso dal tentativo dell’individuo di recuperare un senso di valore o significato personale perduto o minacciato”. La radicalizzazione, allora, non è solo una questione di ideologia, ma un meccanismo di compensazione.
Alcune ricerche e dati statistici evidenziano che nei processi di radicalizzazione individuale, in particolare tra adolescenti, possono essere presenti condizioni neurodivergenti (come i disturbi dello spettro autistico) o difficoltà di regolazione emotiva e sociale. Non si tratta di una relazione causale, ma di una vulnerabilità specifica: chi fatica a decodificare norme sociali o emozioni altrui può essere più esposto a comunità online che offrono identità rigide, appartenenza immediata e linguaggi semplificati.
Per tutti questi motivi, da tempo ormai si parla della necessità di un approccio di salute pubblica alla prevenzione della radicalizzazione: non più solo sicurezza e intelligence, ma benessere mentale, sostegno psicologico e resilienza comunitaria.
L’ecosistema
digitale come “camera dell’identità”
L’estremismo contemporaneo è autonomo e reticolare. Non risponde più a una leadership gerarchica, ma vive in una rete di simboli e riferimenti che mutano in continuazione. La propaganda si diffonde attraverso linguaggi emotivi e visivi — meme, video brevi, canzoni, influencer — in grado di catturare bisogni identitari e compensare la mancanza di riconoscimento nella vita reale.
Le piattaforme digitali diventano spazi di appartenenza emotiva, dove la socializzazione avviene in modo nuovo e frammentato. Qui la radicalizzazione non si costruisce più solo attraverso legami ideologici tradizionali, ma tramite interazioni online, imitazione di modelli violenti e partecipazione a comunità che mescolano jihadismo, suprematismo, incel (i cosiddetti celibi involontari, una sottocultura digitale con un proprio linguaggio e vari gradi di misoginia), complottismi e derive esoteriche. Questa ibridazione di ideologie fluide sostituisce spesso la religione o la politica con la promessa di significato personale, mentre i giovani osservano attentatori precedenti, come esempi da cui trarre insegnamenti.
In questo ecosistema, chi compie atti di violenza può quindi diventare fonte d’ispirazione per altri: come Brenton Tarrant, che nel 2019 a Christchurch uccise oltre 50 persone in due moschee; oppure Elliott Rodger, che nel 2014 in California, a 22 anni, realizzò una strage ispirata a ideologie misogine e oggi è idolatrato da comunità incel violente; fino al quindicenne svizzero autore dell’accoltellamento di un ebreo ortodosso a Zurigo il 2 marzo del 2024, il cui gesto è stato celebrato dai sostenitori dello Stato Islamico. Pochi giorni dopo l’evento, il Counter Extremism Project individuò sei profili su TikTok che esaltavano l’azione dello jihadista svizzero[9].
T-shirt con l’iconografia di Luigi Mangione in vendita su una piattaforma d’acquisti
O ancora, Luigi Mangione, il giovane che nel
2024 uccise a New York un dirigente della compagnia assicurativa sanitaria
United Healthcare, e che oggi per parte della generazione Z americana è
diventato un’icona pop ribattezzata “San Luigi”. La violenza viene
reinterpretata come atto di giustizia alternativa, risposta alla frustrazione
collettiva e alla perdita di fiducia nelle istituzioni.
L’atto estremo funziona come uno “schermo” si
cui proiettare rabbia e impotenza.
Il ricercatore John
Richardson, autore di Luigi: The Making and Meaning, citato dal New York
Post: “Cercare di individuare il movente di Luigi è fuorviante. Ciò che conta è la sua elusività. Per un numero crescente di giovani che vibrano di ansie esistenziali, è diventato uno schermo su cui proiettano le proprie paure e i propri sogni”.
Emblematico è anche il caso di Axel Rudakubana, il diciassettenne (autistico) che nel 2024 a Southport, in Gran Bretagna, accoltellò e uccise tre bambine in una scuola di danza. Il ragazzo non agiva in nome di un’ideologia, ma di un malessere personale. Il caso di due adolescenti britannici arrestati nei mesi successivi e sospettati di volerlo emulare, conferma come oggi la violenza si diffonda anche per imitazione, ispirazione o ricerca di visibilità.
Va sottolineato che gli attacchi effettivamente portati a termine restano prevalentemente opera di adulti. Secondo il database di START InSight, che monitora i profili degli jihadisti entrati in azione in Europa, l’età mediana degli autori degli attacchi tra il 2014 e il 2023 è di 26 anni, con fluttuazioni nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 anni nel 2019, e 28,5 anni nel 2023.
Tuttavia, “ “Childhood Innocence? Mapping Trends in Teenage Terrorism Offenders”, uno studio pubblicato dall’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) del King’s College di Londra, che ha preso in esame le attività di 43 minorenni condannati per reati collegati al terrorismo, sempre in Inghilterra e Galles, dal 2016 al 2023 (13), invita a non sottovalutare il ruolo dei ragazzi; sebbene nel periodo preso in considerazione nessun bambino sia riuscito a commettere un attentato e il reato più comune sia consistito nel possesso di materiale estremista, dalla ricerca emerge come un terzo sia stato condannato per la preparazione di atti di terrorismo, e come i ragazzi abbiano agito da “amplificatori” e “innovatori”, in grado di produrre materiali di propaganda, di reclutare altri e di pianificare attacchi. A fare deragliare i loro piani, potrebbero essere stati fattori legati all’età, come l’ingenuità e l’incapacità organizzativa.” (Estratto da Estremismo giovane, autonomo ed emancipato, in: Rapporto ReaCT2024)
Conclusione
A dieci anni dagli attentati del Bataclan, la radicalizzazione giovanile non si limita a rappresentare una minaccia ideologica: riflette una profonda crisi esistenziale. Solitudine, perdita di fiducia nelle istituzioni e percezione di un futuro chiuso alimentano un vuoto di senso, appartenenza e riconoscimento, che l’estremismo riesce a occupare. Investire in salute mentale, educazione relazionale e comunità vive non è solo un bene sociale, ma un elemento di sicurezza nazionale. Prevenire il radicalismo significa ricostruire legami, dare voce ai giovani e offrire prospettive concrete, restituendo loro la possibilità di sentirsi parte di qualcosa che meriti di essere costruito.
Sei linee
di intervento
1️⃣ Ridefinire i criteri di rischio Andare oltre le tradizionali etichette ideologiche e considerare segnali di fragilità psicologica: isolamento, attrazione per la violenza, imitazione di gesti estremi e ossessione per figure violente o “giustizialiste”.
2️⃣ Formazione multidisciplinare Educatori (scuola, associazioni giovanili), psicologi, operatori sociali e forze dell’ordine devono condividere linguaggi, strumenti e protocolli comuni.
3️⃣ Intervento precoce e
coordinato
Ogni segnalazione deve tradursi in un percorso di supporto, anche in assenza di
elementi ideologici espliciti.
4️⃣ Comunicazione e
contro-narrative credibili
Valorizzare il pensiero critico e proporre modelli simbolici alternativi e
positivi.
5️⃣ Ricerca e monitoraggio
continuo
Investire in studi interdisciplinari e nel monitoraggio delle piattaforme
digitali emergenti, per intercettare segnali di “fissazioni violente” prima che
degenerino in atti concreti.
6️⃣ Ruolo di educatori e genitori Agire prima che compaiano segnali d’allarme, formando e sensibilizzando insegnanti e famiglie su manifestazioni di rischio, fattori di protezione e canali di aiuto. La prevenzione efficace è sempre multidisciplinare, territoriale e in rete.
Dieci anni ci separano dal più grande attentato terroristico in Europa. L’attacco al “Bataclan” rappresenta infatti un evento eccezionale in termini di impatto emotivo, mediatico e operativo. Al tempo stesso quel terribile evento dimostra come un’azione a basso costo in termini di realizzazione possa ottenere un risultato dalle drammatiche conseguenze sul piano operativo e strategico. In particolare l’utilizzo all’interno della realtà europea, delle sue città, contro i suoi cittadini, di tecniche, tattiche e procedure militari acquisite dai terroristi jihadisti sui campi di battaglia mediorientali – in particolare la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan – ha dimostrato di saper mettere in crisi la sicurezza interna degli stati europei.
Oggi, a dieci anni da
quell’evento straordinario, riproponiamo la lettura analitica su quanto accadde
nella drammatica notte del 13 novembre 2015, e nei giorni successivi.
Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti,
Commando suicidi’: dopo gli attacchi di
Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo
Terrorismo Insurrezionale’, Speciale
terrorismo, in Osservatorio
Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.
Cosa accadde
in quei giorni di dieci anni fa? L’arco operativo degli attentati di Parigi si
articolò in più fasi, distribuite su un periodo di cinque giorni, tra il 13 e
il 18 novembre; un’operazione pianificata con logica militare, caratterizzata
da un’elevata coordinazione e da una precisa volontà strategica: colpire il
cuore simbolico e politico dell’Europa.
La sera del 13 novembre, a
partire dalle 21:16, prese avvio
una sequenza di attacchi simultanei
che investì tre aree della capitale francese: lo Stade de France, alcuni bistrot
e ristoranti nei quartieri orientali e, infine, il teatro Bataclan. In meno di tre ore,
tra le 21:16 e le 00:20, le cellule jihadiste misero in atto un’azione
coordinata e ad altissima letalità, colpendo
obiettivi civili, simbolici e mediaticamente sensibili. Il bilancio fu
devastante: 130 vittime, oltre 350 feriti e un’intera città
paralizzata dal terrore.
Il giorno successivo, 14 novembre,
lo Stato francese reagì con una misura d’emergenza senza precedenti dalla
Seconda guerra mondiale. Fu dichiarato lo stato d’emergenza nazionale, vennero sospese alcune garanzie
costituzionali e si avviò una vasta operazione
di intelligence e controterrorismo mirata all’identificazione dei
responsabili, dei fiancheggiatori e della rete logistica che aveva consentito
la pianificazione dell’attacco.
L’epilogo giunse all’alba del 18
novembre, quando le forze speciali francesi (RAID e BRI) circondarono un
edificio nel quartiere di Saint-Denis,
dove si nascondeva Abdelhamid Abaaoud,
considerato il cervello operativo dell’attentato. Dopo un prolungato scontro a
fuoco, Abaaoud e due suoi complici vennero uccisi. L’operazione segnò la
conclusione della fase operativa del più grave attentato jihadista mai compiuto
in Francia.
Dall’articolo
originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi
della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione
Speciale, CeMiSS, CASD 2016.
Introduzione
A meno di un anno di distanza dal terribile attacco a
Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, il terrore ha investito nuovamente il cuore
dell’Europa attraverso una serie di azioni spettacolari.
E proprio l’attacco alla Francia del 13 novembre 2015,
proseguito con i violenti
scontri del giorno 18 nel quartiere di Saint Denis, – spartiacque sostanziale
nell’evoluzione del fenomeno terroristico contemporaneo –
evidenzia come il fondamentalismo jihadista, che si diffonde dal Medio Oriente,
attraverso il Nord Africa, fino ad arrivare a colpire il cuore della Europa,
sia una minaccia concreta e crescente: una minaccia che è conseguenza
dell’avanzata neo-jihadista del gruppo Stato
islamico (IS/Daesh) in combinazione con le dinamiche conflittuali locali
(interne all’area MENA) e con il disagio sociale di una parte della comunità musulmana,
sia dell’area MENA (in particolare Tunisia, Libia, area del Syraq) sia europea,
quest’ultima spesso di
seconda, o terza, generazione.
Un’imposizione di violenza che, con i suoi 130 morti, 350
feriti – almeno cento in modo grave –, e 11 jihadisti caduti nei due giorni di
combattimento a Parigi (13 e 18 novembre), ha portato a compimento con successo
una serie di
operazioni coordinate e simultanee. Ciò che è avvenuto è stato un classico esempio
di trasferimento di capacità tattica da un teatro operativo a un altro.
Ma a differenza del passato, dove le tecniche, tattiche e
procedure venivano trasferite dall’Iraq all’Afghanistan, alla Siria, o alla
Libia, oggi l’evoluzione di una tecnica di combattimento maturata e collaudata
nell’area del Grande-Medioriente – dal sub-continente indiano al Maghreb – si è
imposta in Francia,
uno Stato europeo, e potrà verosimilmente espandersi ad altri stati
dell’Unione,
e l’Italia rappresenta un obiettivo significativo sul cui territorio vi sono molteplici
target di alto valore (HVT – High Value Target),
materiale e
simbolico.
È la tecnica del ‘commando suicida’, largamente
utilizzata e affinata, che ha
fatto la sua comparsa per la prima volta nel 2008.
Oggi, esportando questa tecnica, il gruppo Stato islamico ha dimostrato di essere
in grado, direttamente o indirettamente – di minacciare realmente l’Europa e i
suoi cittadini.
E lo ha fatto dimostrando di disporre di ‘combattenti’ in
grado di costituire nuclei di individui determinati, con adeguato livello di
addestramento e Commando suicidi’: coordinamento e con buona capacità operativa
in un contesto urbano; il livello delle capacità logistiche e intelligence è
valutato come adeguato, per quanto minimale. Si tratta di capacità procedurali
già applicate in Afghanistan, prima,
e nei teatri operativi del Syraq (Siria e Iraq) e della Libia, più
recentemente.
1. La dinamica dell’attacco
Un attacco senza precedenti è stato portato, quello del
13 novembre, a cui ha fatto seguito, il successivo 18 novembre, la reazione al
blitz delle forze di sicurezza francesi nel quartiere Saint Denis.
Giorno 13 novembre
Un commando di attaccanti suicidi ha colpito sei volte in
meno di mezz’ora. Un’azione propriamente militare sviluppatasi, per la prima
volta in Europa, attraverso la tecnica del ‘commando suicida’.
7 gli attaccanti suicidi, affiancati da elementi di
supporto al combattimento, equipaggiati con armi da guerra (AK47 e fucili shotgun a pompa), bombe a mano e giubbotti
esplosivi individuali.
– Obiettivo ‘uno’:
Stade de France’ porta ‘B’, colpito alle 21.20 da un attaccante suicida fermato
mentre tentava di accedere allo stadio (con regolare biglietto acquistato);
riconosciuto si è dato alla fuga facendosi esplodere e
provocando la morte di un passante. Un secondo attaccante suicida si è fatto esplodere
alla porta ‘H’, senza provocare ulteriori vittime.
Nel complesso, le azioni sono state due, entrambe
all’esterno della struttura; di queste una in fase di penetrazione (sventata
dal sistema di sicurezza).
– Obiettivo ‘due’:
locali pubblici (ristoranti e bistrot) collocati all’interno del XII
arrondissement. La tecnica è quella del fuoco di saturazione contro i ristoranti
Carillon e Petit Cambodge, dove sono state uccise complessivamente 15 persone
(altre 10 gravemente ferite); segue un altro attacco con fuoco di saturazione
al locale Bonne Biere (19 vittime) e poi un’altra azione viene portata a
compimento da un attaccante suicida in boulevard Voltaire.
– Obiettivo ‘tre’:
teatro-sala concerti ‘Bataclan’, dove il commando principale (composto da 4
attaccanti) ha fatto irruzione nel locale sparando sulla folla e tenuto la
posizione per circa tre ore provocando 89 morti. L’azione si è conclusa con la
morte (autoindotta per esplosione) di tre attaccanti e l’uccisione di uno di
questi da parte delle forze di sicurezza.
Giorno 18 novembre
Quartiere di Saint Denis, nel corso di un blitz da parte
delle forze di sicurezza francesi finalizzato alla neutralizzazione/cattura degli
altri elementi componenti il gruppo di terroristi,
– un uomo si è fatto esplodere attaccando le forze di
sicurezza;
– gli altri elementi del nucleo hanno opposto resistenza
cercando di contrastare il blitz dall’interno di un appartamento condominiale,
provocando il ferimento di 5 elementi della squadra d’intervento.
Equipaggiamentoutilizzato:
– armi individuali: fucili d’assalto AK47, fucili a pompa
tipo;
– giubbotti esplosivi: tritolo rafforzato da perossido di
idrogeno con chiodi e bulloni per creare l’effetto shrapnel;
– veicoli: due auto noleggiate (Seat ‘Leon’ colore nero,
e Volkswagen ‘Polo’).
La
natura degli obiettivi colpiti
Si tratta di obiettivi dal forte impatto emotivo e
simbolico poiché rappresentano i simboli quotidiani della società occidentale:
stadio, teatro, ristoranti.
– L’obiettivo ‘uno’ è tecnicamente un hard-target, con un medio livello di sicurezza,
ad elevata concentrazione di popolazione – tra queste il presidente Francois
Hollande. L’obiettivo presunto era il pubblico presente alla
manifestazione sportiva che avrebbe dovuto, nei piani dell’organizzazione, essere
coinvolto sfruttando gli effetti del panico generale, prevedendone una fuga di massa che avrebbe provocato ancora
più vittime dello stesso attacco.
– Gli obiettivi ‘due’ e ‘tre’ (locali XII arrondissement
e teatro ‘Bataclan’) sono di tipo soft target, caratterizzati da un basso
livello di sicurezza e alta concentrazione di popolazione.
Tutti gli obiettivi sono di natura puntiforme,
distanziati sul piano spaziale al fine di imporre la dispersione sul terreno
delle forze di sicurezza, un aumento delle unità impiegate, di quelle di pronto
impiego e riserva.
Il risultato, a fronte di un costo ridotto per la condotta
degli attacchi, è stata l’imposizione di significativi costi, in termini di
risorse materiali e umane, sforzi logistico-operativi, difficoltà di coordinamento,
ritardo nell’intervento da parte dell’apparato di sicurezza francese.
2.
Tattica, tecnica e procedura
La tattica utilizzata è il raid condotto da ‘commando
suicidi’ affiancati da elementi di supporto operativo convenzionale (tiratori
dotati di armi automatiche individuali) attraverso fasi successive. Le tre
singole azioni prese
in esame sono vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi
dei combattenti-suicidi si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei
combattenti. In particolare, per l’obiettivo ‘tre’, le fasi operative si sono
così succedute: movimento verso l’obiettivo, penetrazione, uccisione indiscriminata,
ricerca del panico, ostaggi, uccisione selettiva, conclusione con la morte
autoindotta degli attaccanti (giubbotti esplosivi).
Ha fatto la sua comparsa, dunque anche in Europa, la
tecnica di attacco delle unità commando composte da più combattenti-suicidi
affiancati e sostenuti da elementi operativi. Una tecnica che ha dato prova di
efficacia in Afghanistan e successivamente anche nel teatro operativo del
Syraq. Il primo episodio di questo tipo ad aver ottenuto un’attenzione
mediatica globale è quello di Mumbai nel novembre del 2008.
Inoltre, nella sua variante europea, si è manifestato
come azione inserita in un contesto esclusivamente urbano, e per questo ascrivibile
ad operazione dello urban warfare
contemporaneo: l’evoluzione del combattimento nei centri abitati, difficile da
contrastare, a rischio coinvolgimento di attori non-combattenti (popolazione
civile), caratterizzato dall’imprevedibilità della minaccia e dall’elevato
numero di target potenziali.
Si tratta di una tattica efficace – frutto della commistione
dei due metodi classici veicolo-bomba[1] e uomo-bomba[2] uniti alla tecnica
dell’assalto armato convenzionale – basata sul coordinamento di uno o più
combattenti-suicidi
(spesso divisi in sotto-unità o scaglioni) sostenuti da nuclei di «sicurezza vicina»
e finalizzata alla massimizzazione dell’opera di distruzione in funzione della
penetrazione delle linee difensive e a sostegno dell’attacco suicida principale.
Una tecnica che si è sviluppata e affinata attraverso il tempo grazie alla
capacità di information-sharing tra i
gruppi di opposizione armata e l’influenza diretta del conflitto iracheno; tecnica
utilizzata ed evolutasi nel conflitto del Kashmir e applicata da quei gruppi
insurrezionali kashmiri e pakistani, in primis il Lashkar-e-Taiba.
Questa tipologia di azione ottiene il risultato di un
elevato numero di vittime provocate per singolo attacco, maggiore che non per
le azioni condotte da singoli attaccanti, e maggiore attenzione mediatica.
E Parigi – come altre capitali o principali città europee
– rappresenta un importante obiettivo, strategico e simbolico al tempo stesso;
qui, le opportunità di colpire obiettivi di alto profilo sono elevate e
garantiscono proprio quella eco mediatica amplificata che viene ricercata dai
gruppi di opposizione armata: è l’opportunità a dettare la scelta per la
condotta dei cosiddetti «attacchi spettacolari», al fine di spettacolarizzare
la violenza.
Il successo del terrorismo è a livello operativo.
Come abbiamo avuto modo di evidenziare in #ReaCT2024 – 5°
Rapporto sul radicalismo e il terrorismo in Europa, anche quando un attacco
terroristico non riesce, produce comunque un risultato significativo: impegna
pesantemente le forze armate e di polizia, distraendole dalle loro normali
attività o impedendo loro di intervenire a favore della collettività. Inoltre,
può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari, limitare, rallentare,
deviare o fermare la mobilità urbana, aerea e navale, e ostacolare il regolare
svolgimento delle attività quotidiane, commerciali e professionali,
danneggiando le comunità colpite. Questo riduce efficacemente il vantaggio
tecnologico e il potenziale operativo, nonché la capacità di resilienza. In
generale, infligge danni diretti e indiretti, indipendentemente dalla capacità
di provocare vittime. La limitazione della libertà dei cittadini è un risultato
misurabile ottenuto attraverso queste azioni.
In sostanza, il successo del terrorismo, anche senza causare vittime, risiede nell’imporre costi economici e sociali alla collettività e nel condizionare i comportamenti nel tempo in relazione alle misure di sicurezza o limitazioni imposte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. Questo fenomeno è noto come “blocco funzionale”. Nonostante la capacità operativa del terrorismo sia sempre più ridotta, il “blocco funzionale” rimane uno dei risultati più importanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Questo risultato impressionante, ottenuto con risorse limitate, conferma il vantaggioso rapporto costo-beneficio a favore del terrorismo, pur a fronte di una rilevata perdita progressiva di capacità che ha visto diminuire l’ottenimento del “blocco funzionale”, sceso al 78% nel 2022 e al 67% nel 2023.
Il terrorismo jihadista si impone come una minaccia ideologica diffusa, collegata alle dinamiche storiche, conflittuali, delle relazioni internazionali e della competizione in Medio Oriente, in Africa e alla violenza discendente dalla lettura radicale dell’Islam; una dinamica conflittuale che oggi si associa sempre più spesso alla ricerca di identità di gruppi e individui attraverso l’opposizione culturale di una componente non marginale degli immigrati maghrebini di seconda e terza generazione in Europa, ma con una crescente componente di immigrati di prima generazione, spesso giunti in Europa da poco tempo. E parliamo di una galassia jihadista frammentata e caratterizzata da diverse ideologie e approcci pratici, tanto da indurre una riflessione sul concetto di terrorismo contemporaneo che si impone come fenomeno sociale molto diverso dai terrorismi che lo hanno preceduto; con ciò invitando a un cambio di paradigma nella stessa definizione di terrorismo: non più un’azione volta ad ottenere risultati politici attraverso la violenza, dunque nelle intenzioni; bensì intesa come l’effetto della violenza applicata. È così il terrorismo diviene manifestazione di violenza, priva di un’organizzazione alle spalle: è terrorismo nella manifestazione, non nell’organizzazione.
All’interno della stessa galassia jihadista, il terrorismo si impone come strumento di lotta, e lo fa con diversi gradi e modelli di violenza: da quella individuale, a quella organizzata, a quella ispirata e ancora al terrorismo insurrezionale che ben abbiamo conosciuto in Afghanistan, in Iraq.
Italia: il Documento Programmatico della Difesa (2025-2027)
Orientamenti strategici e sfide per la sicurezza nazionale
di Andrea Molle
Il Documento
Programmatico Pluriennale della Difesa 2025–2027 si colloca in una fase di
transizione geopolitica e strategica di grande complessità per l’Italia e per
l’Europa. Dopo il consolidamento della postura NATO in Europa orientale e la
crescente instabilità in Africa e nel Mediterraneo allargato, la Difesa italiana
punta a un rafforzamento complessivo della propria capacità di deterrenza,
interoperabilità e resilienza. Il DPP 2025 non introduce discontinuità rispetto
agli anni precedenti, ma consolida una traiettoria già avviata: una
modernizzazione graduale, tecnologicamente avanzata e sempre più interconnessa
con l’industria nazionale della difesa.
Il documento
insiste sulla necessità di mantenere una proiezione credibile e autonoma
nel quadro europeo, pur riconoscendo la centralità del legame atlantico.
L’obiettivo è duplice: rafforzare la partecipazione italiana ai programmi di
difesa comuni UE (come l’EDF e il PESCO) e, al tempo stesso, garantire la
coerenza con le esigenze operative NATO. Questa duplice appartenenza implica un
aumento della spesa in conto capitale — non tanto in nuovi fondi, quanto nella
stabilizzazione di quelli già approvati — destinata a piattaforme ad alta
tecnologia, capacità cyber e spaziali, e infrastrutture di comando e controllo
integrate.
Sotto il profilo
economico, il DPP conferma un bilancio della Difesa che nel 2025 supera i 31
miliardi di euro, con una ripartizione che tende a privilegiare
investimenti piuttosto che spese correnti. Tuttavia, dietro questo apparente
consolidamento si cela una tensione tra necessità di sostenibilità
finanziaria e ambizione strategica: la crescita della spesa militare
resta ancorata a vincoli di bilancio complessivi, e gran parte dei programmi
dipende dal mantenimento dei fondi già autorizzati dal Parlamento. La
prospettiva di raggiungere il 5% del PIL richiesto dalla NATO è evocata come
obiettivo politico, ma appare ancora più una traiettoria che un traguardo
immediato.
L’accento sulla trasformazione
digitale è un tratto distintivo del documento. Le Forze Armate vengono
descritte come attori in un processo di “digitalizzazione operativa”, che
comprende l’adozione di sistemi C4ISR avanzati, capacità di difesa cibernetica
e integrazione dei domini spaziale e marittimo. In questo senso, il DPP
prosegue nel solco dell’“integrazione multidominio”, non solo tecnologica ma
anche concettuale: il futuro della difesa italiana passa per la capacità di
agire simultaneamente su più teatri — terrestre, navale, aereo, cibernetico,
cognitivo e spaziale — con coerenza dottrinale.
Sul piano
politico, il DPP 2025 mostra un forte allineamento con la strategia del governo
nel Mediterraneo e in Africa. L’Italia intende rafforzare la sua presenza
militare e diplomatica nel “Mediterraneo allargato”, da Gibilterra al Mar
Rosso, quale area vitale per la sicurezza energetica, le rotte commerciali e la
stabilità regionale. Le missioni in Libano, Iraq, Sahel e Corno d’Africa sono
confermate, ma con un progressivo riequilibrio in funzione della disponibilità
di forze e risorse.
Non mancano però
le ambiguità. Diverse analisi sottolineano che il DPP 2025 risulta meno
trasparente dei precedenti: fornisce meno dettagli sulle allocazioni specifiche
e riduce la granularità informativa sui singoli programmi d’armamento. Questa
scelta, interpretata da alcuni come volontà di semplificare la comunicazione
pubblica, è letta da altri come un passo indietro nella rendicontazione
democratica della spesa militare.
L’Allegato
tecnico, parte integrante del DPP, completa il quadro offrendo una
mappatura dei programmi in corso e futuri. Vi si trovano i piani di sviluppo
per l’Esercito (nuovi veicoli da combattimento e capacità anti-drone), la
Marina (modernizzazione delle FREMM, sottomarini U212NFS, nuovi pattugliatori e
unità anfibie) e l’Aeronautica (potenziamento della componente F-35, droni MALE
e capacità di difesa aerea). A questi si aggiungono i programmi spaziali, in
particolare per la sorveglianza e il posizionamento satellitare, ambiti in cui
l’Italia mira a consolidare un’autonomia strategica parziale ma significativa.
In termini di
filosofia generale, il DPP 2025 conferma la tendenza della Difesa italiana a
considerarsi non solo strumento militare ma infrastruttura nazionale di
sicurezza integrata, in grado di operare anche in ambiti civili (protezione
civile, sanità, emergenze ambientali). Questa impostazione “dual use” risponde
sia a esigenze di efficienza interna sia al tentativo di accrescere il consenso
sociale verso la spesa militare, legittimandola come investimento per la
collettività.
Nel complesso, il
DPP 2025–2027 rappresenta dunque un documento di continuità e consolidamento,
più che di rottura. Ambizioso nelle intenzioni, prudente nelle allocazioni, e
orientato a mantenere l’Italia nel gruppo di testa europeo in termini di
capacità tecnologiche e industriali della difesa. Resta aperta, tuttavia, la
questione della trasparenza e del controllo democratico su una spesa che si
muove ormai verso livelli strutturalmente elevati, e la cui giustificazione
dipende sempre più da una narrativa di “emergenza permanente” nel contesto
internazionale.
Il DPP
2025–2027 conferma dunque la tendenza della politica della difesa italiana
a essere al tempo stesso reattiva e conservatrice piuttosto che pienamente
strategica. È reattiva perché si adatta alle nuove minacce — guerra ibrida,
cyber-attacchi, competizione nello spazio e nei mari — ma è conservatrice nella
struttura decisionale e nei meccanismi di allocazione delle risorse. La
pianificazione resta in larga misura incrementale, cioè basata
sull’aggiustamento di programmi pluriennali già avviati più che su una
ridefinizione strategica delle priorità. In questo senso, il DPP 2025 è più un
documento di gestione che di visione.
Dal punto di
vista strategico, la Difesa italiana continua invece a muoversi su un
doppio binario: da un lato la piena integrazione nella NATO e nel suo
dispositivo orientato alla deterrenza convenzionale verso la Russia;
dall’altro, la volontà di preservare una specificità mediterranea che
consenta all’Italia di restare un attore di primo piano nel Nord Africa e nel
Medio Oriente. Questa duplice direttrice produce talvolta un effetto di
dispersione: le forze e i bilanci vengono divisi tra teatri lontani e missioni
di natura diversa (proiezione, stabilizzazione, deterrenza, sostegno civile).
Il risultato è una postura globale coerente ma non sempre efficace in termini
di concentrazione dello sforzo.
Dal punto di
vista industriale, il DPP prosegue nella strategia di integrazione tra
sistema militare e sistema produttivo nazionale. Il complesso della difesa
viene descritto come un “ecosistema tecnologico” in cui le grandi imprese
(Leonardo, Fincantieri, MBDA, Iveco Defence) assumono un ruolo di cerniera tra
capacità operative e innovazione industriale. Questa scelta è coerente con la
logica europea dell’EDF e della PESCO, ma comporta un rischio crescente di dipendenza
politica dalle esigenze di mantenimento delle filiere e dei distretti
industriali, più che dalle reali priorità strategiche. In altre parole, la
pianificazione rischia di essere guidata dalla “logica dell’offerta”
industriale piuttosto che da una domanda operativa chiara.
Un secondo
elemento critico, che emerge in filigrana nel DPP 2025–2027, riguarda la
persistente assenza di un paradigma di “difesa totale” o di sicurezza
nazionale integrata, sul modello nordico. Nonostante la crescente
consapevolezza delle minacce ibride — cyber, infrastrutturali, cognitive e
sociali — il documento continua a leggere la resilienza quasi esclusivamente in
chiave militare o tecnico-istituzionale, trascurando la dimensione sociale e
civile della difesa. In altri termini, manca una visione che concepisca il
cittadino, l’impresa e il territorio come parte attiva del sistema di sicurezza
nazionale. In questo senso, gli investimenti restano concentrati sullo
strumento militare e sulla sua proiezione esterna, ma poco si fa per costruire
una resilienza diffusa, capace di rendere la società italiana meno
vulnerabile alle crisi energetiche, informative e logistiche. Il riferimento al
modello “total defense” — che in Paesi come Svezia, Finlandia o Norvegia
integra difesa, protezione civile, comunicazione strategica e formazione civica
— evidenzia quanto l’Italia sia ancora ancorata a una concezione verticale
della sicurezza, affidata allo Stato più che condivisa con la società. Il
rischio è quello di un sistema di difesa moderno, dual use, ma isolato dal
suo tessuto civile, incapace di trasformare la sicurezza in una cultura
collettiva.
Un terzo elemento
critico riguarda la trasparenza e la legittimazione democratica.
Rispetto ai DPP precedenti, quello del 2025 riduce il livello di dettaglio
pubblico sulle spese e sui singoli programmi, rendendo più difficile un
controllo parlamentare e civico. Ciò potrebbe derivare da ragioni tecniche — la
semplificazione della comunicazione — ma sul piano politico è sintomo di un
trend più generale: la normalizzazione di un livello di spesa elevato,
giustificato dal contesto geopolitico, ma sottratto in parte al dibattito
pubblico o da una strategia di resilienza diffusa. La difesa tende così a
diventare un “ambito protetto” del bilancio, in cui il consenso viene costruito
più attraverso la retorica della sicurezza che attraverso la verifica dei
risultati.
Sotto il profilo europeo,
il DPP 2025 riflette un tentativo di allineamento con il paradigma emergente
del “re-armamento europeo” (ReArm Europe), ma resta timido nel promuovere una
vera integrazione industriale o operativa. L’Italia si presenta come un
contributore affidabile ma non come un leader concettuale: segue la traiettoria
franco-tedesca, adattandola ai propri interessi nel Mediterraneo e nel settore
navale-aerospaziale.
Nel complesso, il
documento esprime un equilibrio pragmatico: un compromesso fra vincoli di
bilancio, esigenze di interoperabilità e aspirazioni di autonomia strategica.
Tuttavia, l’impressione generale è che manchi una visione coerente del ruolo
dell’Italia nel sistema internazionale della sicurezza. L’aumento della
spesa, la digitalizzazione e la cooperazione industriale sono strumenti, non
fini: e il DPP 2025, pur ben strutturato tecnicamente, non articola in modo
convincente quale debba essere il fine politico — se deterrenza, stabilità
regionale, proiezione globale o solo continuità istituzionale.
In questo senso, il DPP 2025–2027 è un documento necessario, ma non ancora sufficiente. Segna il consolidamento di una politica di difesa moderna, tecnologicamente avanzata e integrata con l’Europa, ma lascia aperta la domanda più profonda: quale modello di potenza l’Italia intende essere nel mondo che si prepara alla competizione permanente tra grandi attori?
📌#ReaCT2023 The 4th annual Report on Terrorism and Radicalisation in Europe ⬇📈launches on 23rd May. Don't miss it! 📊📚Numbers, trends, analyses, books, interviews👇 pic.twitter.com/KLIWWlrJXS
🔴📚 OUT SOON! #ReaCT2023 Annual Report on Terrorism and Radicalisation in Europe | Start Insight ⬇ 16 articles by different authors discuss current trends and numbers. Available in Italian and English startinsight.eu/en/out-soon-r…
🔴@cbertolotti1 a FanPage sulle varie ipotesi dell'attacco👉"(...) non si tratterebbe di droni in grado di fare danni significativi, ma piuttosto di una tipologia di equipaggiamento in grado di fare danni limitati con l'obiettivo di portare l'attenzione mediatica sulla questione" twitter.com/cbertolotti1/s…
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.