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Cyber warfare nel conflitto russo-ucraino: strategie cyber, lessons learned e implicazioni per il futuro

di Matteo Testa

Articolo originale pubblicato su IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali

Il conflitto russo-ucraino è stato definito in parte come la prima guerra del futuro, a causa della centralità della dimensione digitale e del nuovo cyber warfare. Come si è applicato al contesto bellico questa nuovo dominio e quali sono le maggiori implicazioni per il futuro dell’internet e dei conflitti armati?

Il 24 febbraio 2022 la Russia ha ufficialmente dato il via all’invasione su larga scala del territorio sovrano ucraino, con lo scopo di liberare (secondo la narrativa di Mosca) le regioni del Donbass, la cui popolazione si sentirebbe di appartenere più alla Russia che all’Ucraina, in una sorta di lotta, si direbbe in altri casi, per l’autodeterminazione dei popoli. La guerra è stata dunque cominciata con pretesti visti e rivisti nel corso della storia, con mezzi e strategie militari tipiche del più classico warfare e, almeno nella mente dei russi, con delle tempistiche di completamento decisamente brevi; se l’ultimo punto si è rivelato drasticamente errato, ai primi due si è aggiunto un elemento che permette di classificare il conflitto russo ucraino come il primo esempio di guerra del futuro.

La dimensione cyber dello scontro armato, infatti, rappresenta un fattore di significativa novità e soprattutto di enorme centralità nelle dinamiche della guerra: oltre a essere il primo caso dove gli attacchi cibernetici sono molto sofisticati e diretti alle infrastrutture sensibili di entrambe le parti in causa, il moderno cyber warfare aggiunge un nuovo dominio a quelli classici della terra, dell’aria e del mare, spostando in maniera decisiva l’asse delle forze in gioco. Le battaglie non si combatteranno più unicamente sul terreno, anzi, gli attacchi decisivi per determinare l’esito di un conflitto armato potrebbero avvenire senza sparare più un singolo proiettile.

Questo è quanto avvenuto, chiaramente solo in parte, nel caso russo ucraino. Proprio il giorno prima dell’inizio delle ostilità da parte di Mosca, infatti, il Cremlino ha attaccato la rete digitale infrastrutturale ucraina con un malware che è stato indicato da Microsoft, in uno studio redatto dalla stessa compagnia pochi giorni dopo l’inizio del conflitto, con il nome di FOXBLADE; senza entrare nelle specifiche del malware (anche perché Microsoft non le ha rilasciate per ragioni di sicurezza), FOXBLADE rappresenta una cyberweapon in grado di far partire attacchi DDoS dal proprio computer senza che l’utilizzatore ne sia a conoscenza. La sigla DDos sta per Distributed Denial of Service, si tratta di un’arma di sicurezza informatica che mira a interrompere le attività aziendali o a estorcere denaro alle organizzazioni prese di mira e che agisce utilizzando enormi volumi di traffico digitale sovraccaricando così i server o le connessioni di rete, rendendoli inutilizzabili. La dimensione dei cyber attacchi ha dunque giocato un ruolo primario fin dall’inizio del conflitto armato ed ha continuato a ricoprire una funzione centrale anche nelle fasi successive. Come riportato da Stas Prybytko, il responsabile dello sviluppo della banda larga mobile nel Ministero della trasformazione digitale ucraino, il modus operandi dei russi una volta conquistati ed occupati nuovi territori prevedeva una priorità su tutte: tagliare e sconnettere le reti digitali della regione occupata, così che le persone residenti in quell’area non potessero sapere cosa succedeva nelle zone circostanti e non potessero descrivere la reale situazione nei territori occupati.

Dall’altra parte, l’Ucraina del Presidente Zelensky ha cercato di rispondere alle minacce e agli attacchi digitali russi cercando, in primo luogo, di estromettere la Russia dall’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), entità che rappresenta sostanzialmente la governance internazionale di internet. Questa richiesta è arrivata praticamente all’inizio della guerra, il 28 febbraio, a testimonianza di come anche gli ucraini avessero bene in mente il ruolo fondamentale del dominio digitale fin dalle primissime fasi dello scontro. La richiesta ucraina è stata tuttavia respinta al mittente dal Presidente dell’ICANN Goran Murphy, con la motivazione che tale organizzazione non detiene l’autorità di esprimere sanzioni in materia e che il compito di ICANN è semplicemente sorvegliare che il funzionamento dell’internet rimanga esterno alle dinamiche politiche; accogliere l’istanza ucraina, secondo la visione di Murphy, avrebbe dunque significato andare contro i principi base dell’ICANN stessa.

Fra le due parti in conflitto Mosca è sicuramente quella che dispone delle maggiori capacità di sferrare cyber attacchi significativi. Questo è dovuto sicuramente alla grande rete di hacker russi ma anche alla tendenza del Cremlino di manipolare le informazioni, sia a livello domestico sia quelle dirette al mondo esterno, che ha fornito ai russi una notevole expertise in questo campo. Il già citato studio svolto da Microsoft, dal nome “Defending Ukraine: Early Lesson from the Cyber War”, evidenzia come la Russia abbia utilizzato una sofisticata strategia cyber che si compone di tre sforzi principali, distinti ma utilizzati anche simultaneamente. Si tratta nello specifico di attacchi informatici di tipo distruttivo rivolti all’interno dell’Ucraina, di operazioni di penetrazione e spionaggio all’esterno dell’Ucraina e infine di azioni di cyber-influenza che prendono di mira le persone di tutto il globo. Alcuni esempi lampanti di tale strategia sono state sicuramente le campagne di disinformazione e di manipolazione della narrativa sul conflitto operata da Mosca fin dall’inizio della guerra; ma anche attacchi concreti alle infrastrutture vitali ucraine, come quello del 28 febbraio, definito da alcuni analisti come il più severo dall’inizio della guerra. Questo cyber attacco ha colpito Ukrtelecom, la compagnia di telecomunicazioni nazionale ucraina, ed ha portato a delle significative interruzioni di internet nel paese per circa 15 ore che hanno colpito principalmente gli utenti privati e le aziende.

Kiev, dal canto suo, ha potuto contare praticamente dall’inizio degli scontri su uno strumento che si è rivelato essenziale finora per la resistenza dell’esercito ucraino, ovvero il sistema Starlink, offerto gratuitamente dal magnate Elon Musk su richiesta del Primo Ministro ucraino Mykhaylo Fedorov. Il ruolo giocato da Starlink testimonia una volta di più la centralità dei sistemi tecnologici-cibernetici applicati ai moderni contesti bellici: senza il supporto di Starlink, infatti, l’Ucraina molto probabilmente sarebbe già caduta sotto i colpi dei carri armati russi. Starlink è un complesso sistema che fornisce Internet alle regioni con scarse infrastrutture di telecomunicazioni, come in mare aperto, in aree remote lontane dalle città o in regioni in cui l’accesso a Internet è limitato dai governi e che funziona grazie a una vera e propria costellazione di satelliti (circa 3000) che SpaceX, la società aerospaziale privata di Elon Musk, ha rilasciato nella parte bassa dell’orbita terrestre. L’utilizzo di Starlink in Ucraina, dunque, ha avuto importanti applicazioni sia in ambito civile, in quanto ha permesso che le reti di comunicazioni venissero ripristinate in tempi record, ma soprattutto in ambito militare: grazie all’enorme numero di terminali Starlink dispiegati sul territorio ucraino, ad esempio, l’esercito ha potuto utilizzare droni da ricognizione collegati ai terminali Starlink per inviare informazioni di puntamento all’artiglieria, è riuscito ad individuare l’esatta posizione di mezzi pesanti russi ed è stato in grado di mantenere le comunicazioni aperte anche con propri soldati che si trovavano in prima linea durante uno scontro con i russi. Analizzate le principali caratteristiche e strategie cyber utilizzate nei primi 8 mesi di guerra, è possibile trarre qualche indicazioni per il futuro dei conflitti armati e del ruolo della dimensione digitale applicato alle guerre. In primis si può affermare come la strada intrapresa con l’inizio del conflitto russo-ucraino è destinata a diventare la tendenza preponderante per le guerre che verranno: il classico warfare rimarrà sicuramente al centro delle strategie e delle considerazioni militari, ma sarà accompagnato sempre di più dalle cyber weapon e dagli attacchi cibernetici, che potrebbero diventare l’arma decisiva nelle sorti di un conflitto armato. Sarà necessario inoltre rafforzare i sistemi di intelligence, con l’obiettivo di creare dei team di professionisti che sappiano valutare le reali capacità cyber di un determinato attore: nel caso russo, ad esempio, la maggior parte degli analisti politici aveva sovrastimato le capacità militari russe ed è possibile che lo stesso sia successo con le capacità cibernetiche attribuite a Mosca, che non è riuscita nel lungo periodo a causare danni significativi alle reti ucraine. Infine, stiamo assistendo a un significativo cambiamento strutturale di quelle che sono le front lines di uno scontro armato: non più solamente soldati con fucili impegnati al fronte, ma orde di hacker e informatici devono rappresentare ormai una priorità per i governi quando si discute di sicurezza nazionale. Investire in questa nuova tipologia di “addestramento” digitale può prefigurarsi dunque come la strategia madre per arrivare preparati alle guerre del futuro, che sono molto più prossime e vicine di quanto si creda.


Ucraina: la mobilitazione dei russi. Come leggere il discorso di Putin? (TeleTicino)

Il commento del Direttore Claudio Bertolotti a TeleTicino (edizione del 21.09.2022, ore 18.25)

L’intervento del Direttore Claudio Bertolotti in apertura del TG TeleTicino News

Come dobbiamo leggere il discorso di Putin? 

La presa di posizione di Putin è coerente con quella di un leader sotto pressione che cerca di mantenere un equilibrio tra le istanze dei falchi intransigenti, il voler compiacere i militari, dare l’impressione di non perdere la guerra e la necessità di rafforzare il consenso interno che tende sempre più a essere precario e ad indebolirsi con il progredire della guerra in Ucraina.  Il presidente russo ha parlato della necessità di difendere i confini della Madrepatria presentando la guerra di aggressione in una guerra per la difesa della Russia, di fatto attribuendone la responsabilità agli ucraini e ai loro alleati occidentali, in primo luogo agli Stati Uniti e alla Nato. Di fatto Putin ha adottato un cambio di tono più che di retorica ribadendo il concetto di “difesa del popolo e della sovranità territoriale”, che è il tema ricorrente nella narrativa russa, e lo ha fatto nel tentativo di rafforzare una posizione politica che si è notevolmente indebolita.

Con i referendum di Putin cresce la minaccia di una guerra nucleare?

Quella di Putin è una scelta strategicamente cinica, quasi diabolica perché Le autoproclamate repubbliche autonome del Donbass, Lugansk e Donetsk, e le province di Kherson e Zaporizhzhia quando saranno annesse alla Russia, di fatto saranno territorio nazionale russo e dunque, qualunque azione militare contro di essi sarebbe considerata un’aggressione diretta a Mosca: una circostanza che, secondo la dottrina militare russa prevede l’impiego dell’arsenale nucleari per difendere “l’esistenza dello Stato, la sovranità e l’integrità territoriale del Paese”. Dunque ci troviamo di fronte a un’opzione molto pericolosa

Il discorso di stamattina mostra un Putin in difficoltà?

Putin è in oggettiva difficoltà, la Russia sta pagando un prezzo altissimo sia sul fronte ucraino, in termini di risorse umane e materiali, sia sul fronte interno dove si sta facendo ogni sforzo per contenere gli effetti deleteri di un’economia di guerra e di una finanza che sono di fatto fortemente limitate e che stanno avendo un impatto rilevante sulla quotidianità dei russi. Ora, a fronte di questa scelta di forza dobbiamo però prendere atto del fatto che – dal punto di vista della leadership russa – forse non c’erano molte altre alternative. Un passo indietro significherebbe ammettere la sconfitta e questo determinerebbe la fine politica di Putin. Da qui la necessità di aumentare la pressione, seguendo i consigli dei falchi del Cremlino, e tentare la carta della mobilitazione generale per la difesa dei confini che, tra qualche giorno, si estenderanno ai territori ucraini attualmente tenuti dalle forze russe.

C’è la famosa immagine del topo nell’angolo, non è rischioso avere Putin con le spalle al muro?

Un Putin con le spalle al muro è certamente lo scenario peggiore che potrebbe prospettarsi le cui conseguenze andrebbero ben oltre i confini ucraini. Putin in questo momento è in una posizione estremamente precaria e qualunque azione di forza che possa consentirgli di uscire dal pantano ucraino verrà perseguita. L’annessione via referendum e la minaccia nucleare sono un’opzione che Putin ha perseguito a causa della mancanza di tutte le opzioni a lui favorevoli: l’assenza di una vittoria lampo su Kiev, il mancato collasso delle forze armate ucraine, la divisione dell’occidente a supporto dell’ucraina. Putin non ha ottenuto nulla di tutto ciò, e dunque si prepara ad attuare l’unica opzione perseguibile, in alternativa alla sua non del tutto impossibile uscita di scena.

Settimana scorsa c’è stato il vertice di Samarcanda. E anche qui la Russia non sembra aver trovato appoggi incondizionati da parte di Cina e India.

L’india e la Cina sono state elegantemente perentorie nella presa di posizione nei confronti della guerra di Putin in Ucraina: Pechino ha negato la possibilità di aiuti militari alla Russia in Ucraina, tanto che si è parlato di richieste di Mosca alla Corea del Nord (per razzi e proiettili) e all’Iran (per i droni); e Nuova Dehli, storicamente molto vicina alla Russia, non ha lasciato adito a dubbi nell’affermare che questo non è il momento della guerra e la pace deve essere l’obiettivo primario. Dunque Putin, che guardava a Samarcanda come a un’occasione per cercare di rafforzare la propria posizione ha invece incassato un risultato molto più negativo di quanto non si aspettasse. È forse l’inizio di un isolamento che sino a poche settimane fa vedeva solo l’Occidente chiudere lo scambio commerciale e la collaborazione con Mosca ma che ora comincia a interessare anche quegli storici alleati e amici che dalla guerra sono toccati in termini economici, commerciali e finanziari.


Ucraina, Afghanistan: facciamo il punto – RADIO 24

L’analisi del Direttore Claudio Bertolotti a Radio 24 – Nessun luogo è Lontano, ospite di Giampaolo Musumeci (puntata del 7 settembre 2022)

Ieri l’Aiea ha pubblicato il rapporto sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Dal documento si evince che nonostante i diversi danni alla struttura, i livelli di radiazione nella zona sono “rimasti normali”. Ciononostante l’agenzia è “gravemente preoccupata per la situazione”. Ne abbiamo parlato con Marco Sumini, professore di Fisica dei reattori nucleari all’Università di Bologna.

A poco più di un anno dalla presa del potere da parte dei talebani, torniamo a Kabul con voci esclusive per raccontare ancora un paese che sembra essere nuovamente dimenticato dalla maggior parte dei media e dell’opinione pubblica. Il racconto con Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight, e con le voci raccolte da Morteza Pajhwok, giornalista a Kabul.


Ascolta il Commento di C. Bertolotti a Radio 24 – Nessun luogo è lontano (dal minuto 25)
Possibile intesa sul Nucleare con cappello ONU come accordo sul grano? Di necessità virtù? E forse prodromo a un ulteriore tassello di pace? Cioè singoli dossier molto verticali sui quali si trova accordo (grano, nucleare, ecc) e che magari sommati alla lunga portano verso la pace

Ecco, questo è certamente un fatto di importanza rilevante. Il Segretario generale dell’Onu António Guterres, di fatto ha ribadito in forma edulcorata e accettabile per i russi, quanto già aveva auspicato all’inizio di agosto, e lo ha fatto definendo una precisa priorità, ossia che: “Le forze russe e ucraine debbano impegnarsi a non intraprendere alcuna operazione militare verso o dal sito della centrale. Come secondo passo, dovrebbe essere garantito un accordo su un perimetro smilitarizzato“. Il fatto interessante è che come nel primo passo auspicato non sia fatto esplicito riferimento all’abbandono dell’area da parte delle forze russe che, sì, non potrebbero usare l’area per intraprendere attività offensive ma potrebbero collocarvi, o mantenervi, all’interno assetti importanti per le attività di comando, controllo e comunicazione. Il che sarebbe un grande vantaggio per la Russia, non per l’Ucraina, ma che tranquillizzerebbe le opinioni pubbliche occidentali e dunque le cancellerie europee. E forse sarebbe l’unica opzione accettabile dalla Russia che in questo momento continua a mantenere, come ha fatto per tutta la guerra, il vantaggio tattico pur a fronte di grandi perdite, umane e materiali. Può essere un tassello verso un possibile negoziato, a piccolissimi passi.

Un suo personale bilancio su questo primo anno di governo talebano in Afghanistan

A un anno dalla presa del potere da parte dei talebani, l’Afghanistan è un paese fallito, in preda a una crisi alimentare ed agricola senza precedenti e con un governo incapace di rispondere alle più elementari necessità del suo popolo, dalla salute alla sicurezza, e che, nonostante la crisi economica e sociale, impone un’economia di guerra e una sempre più severa restrizione dei diritti individuali, a partire dalle donnesempre più a margine della vita sociale. Però va detto che l’Afghanistan è oggi un paese sostanzialmente più sicuro di quanto non lo fosse un anno fa. Una sicurezza che si traduce in numeri di vittime civili e militari che si sono ridotti a una minima frazione di quelli registrati durante la guerra dei vent’anni. Ma non per questo l’Afghanistan è divenuto un posto migliore in cui vivere, anzi… è divenuto un incubatore di realtà jihadiste, nuove e vecchie, che hanno la possibilità di collaborare o anche di combattersi a vicenda. Dunque parliamo di una sicurezza relativa e di breve durata. E le premesse non aprono ad alcuna prospettiva di miglioramento nel breve periodo; al contrario, aumenta la presenza, l’attivismo, la capacità organizzativa e operativa dei gruppi jihadisti che in questo paese hanno ritrovato una base sicura per colpire all’interno dei confini afghani (dove si impone la competizione tra i talebani al governo e il gruppo terrorista “Stato islamico Khorasan”), nei paesi della regione (i talebani pakistani, il movimento islamico dell’Uzbekistan, i jihadisti uiguri che guardano alla Cina come obiettivo da colpire) ma anche più lontano, in Occidente, in Africa e nel Sud-Est asiatico. Una situazione dinamica che ci consegna un paese più pericoloso e fertile per il jihadismo internazionale di quanto non lo fosse prima dell’intervento statunitense contro al-Qa’ida, responsabile degli attacchi agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001 e ospitata dai talebani afghani.

Dopo la presa del potere dei Talebani, in molti temevano una ondata di profughi afghani cercare rifugio in Europa. Così non è stato; come mai?

L’unica certezza per poter espatriare dall’Afghanistan è quella irregolare, o illegale, dal momento che i talebani hanno vietato l’espatrio se non per motivi particolari, con esclusione delle donne che non possono lasciare il paese se non accompagnate da un uomo. Una situazione in cui aumentano dunque i pericoli di un viaggio che non garantisce certezze ma che ha costi molto elevati in pochi possono permettersi. Due le rotte migratorie principali: l’Iran e il Pakistan, dove da ottobre a gennaio il numero di attraversamenti sarebbe quadruplicato rispetto ai dati dell’anno precedenti. E parliamo di cifre che si attestano a 4/5000 persone al giorno. Il fatto che non arrivino profughi afghani in Europa non significa che non ci siano afghani che vogliano raggiungerla, bensì è conseguenza della determinazione dell’Unione europea a contenere i migranti nella regione. Unione europea che lo scorso autunno ha promesso oltre 1 miliardo di dollari in aiuti umanitari per l’Afghanistan e i paesi vicini che ospitano gli afghani che sono fuggiti.

L’Afghanistan dei Talebani continua ad essere isolato dal punto di vista diplomatico; la situazione è destinata a rimanere la stessa?

L’isolamento diplomatico è solamente una questione di prospettiva. Se guardiamo con lo sguardo da occidente sì, l’Afghanistan è isolato sul piano formale, anche se su quello sostanziale non mancano gli indizi che suggeriscono un dialogo costante con gli Stati Uniti – dialogo che ha avuto un momento di tensione con l’uccisione del capo di al-Qa’ida, ayman al-Zawairi, proprio nel centro di Kabul, con questo confermando il solido legame con la frangia talebana più estremista, quella del gruppo Haqqani il cui leader è oggi il potente ministro degli interni. Ma di isolamento non possiamo proprio parlare se guardiamo da una prospettiva orientale e mediorientale. Palista, Uzbekistan, Qatar, Arabia Saudita sono paesi che hanno avviato rapporti sempre più intensi con l’Emirato talebano, in particolare in tema di scambi commerciali e supporto. Ma oltre a questi paesi di medio e piccolo peso se uniscono die pesi massimi: la Cina e la Russia. La prima interessata a tutelare i propri investimenti fatti in Afghanistan nel settore estrattivo minerario, la seconda, Mosca, che ospita i talebani a tutti gli eventi di natura commerciale che organizza. Dunque attenzione a parlare di isolamento, perché questo in realtà è sempre meno concreto ed efficace.

La guerra in Ucraina ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e delle cancellerie internazionali; l’Afghanistan è destinato a scivolare sempre più al margine dello scacchiere internazionale?

Purtroppo sì. Quella afghana è una guerra che l’Occidente guidato dagli Stati Uniti ha perso. E le sconfitte devono essere dimenticate, chiuse negli archivi della storia e lontane dall’opinione pubblica. Si guarda oltre, alle priorità immediate: ora è la guerra in Ucraina che focalizza la nostra attenzione, ma un giorno tornerà l’Afghanistan, insieme al sahel, all’Africa sub sahariana ad attirare la nostra attenzione su conflitti che sono già in corso ma che sono fuori dall’attenzione massmediatica e politica.


La guerra in Ucraina arriva fino in Africa. Il commento di M. Cochi a RaiNews24

Mosca ha costruito nel tempo una rete di relazioni economiche e politiche con molti paesi del continente africano che non prendono posizione contro l’aggressione russa

Il servizio originale di RaiNews24 del 20 agosto 2022

https://youtu.be/NMKFP4BsmkQ

Se l’Occidente si è apertamente schierato contro l’invasione russa, nel continente africano Mosca continua a raccogliere consensi, rafforza i legami economici e politici e costruisce una strategia di pressione anche verso l’Europa. Ne abbiamo ripercorso le tappe e le ragioni con Marco Cochi, giornalista esperto di Africa. Insieme ad Andrea Segré, docente di Politiche Agrarie Internazionali all’Università di Bologna abbiamo spiegato come il cibo – i cereali, in questo caso – possa essere utilizzato come un’arma geopolitica e cercato di capire se le istituzioni sovranazionali hanno il potere di invertire la rotta. Leila Belhadj Mohamed, che si occupa di geopolitica per Life Gate, ha analizzato il ruolo della Turchia e l’importanza, per questi temi, di Paesi come il Mali e il Sudan. Conduce Veronica Fernandes


Guerra russo-ucraina: da Kiev al Donbas. Seconda parte: la battaglia del Donbas.

di Fabio Riggi, Analista indipendente

Key Takeaways:

  • Il doppio avvolgimento subito dalle forze ucraine;
  • Il fronte navale: l’affondamento del “Moskva” come effetto morale;
  • Mariupol: dalla resistenza a oltranza alla caduta;
  • La “presa di contatto” russa, male interpretata come disorganizzazione, è il supporto della manovra con il fuoco;
  • Donbas: progressi russi, ma lenti;
  • Nonostante i rallentamenti, i russi mantengono il vantaggio tattico e l’iniziativa;
  • Una parziale pausa operativa nel Donbas

Keywords: Himars, Kiev,Russia, Ukraine

Il doppio avvolgimento subito dalle forze ucraine e la presa di Izium

A partire dai primi giorni di aprile, i lineamenti della battaglia del Donbas hanno iniziato a prendere chiaramente forma. Sin dalle prime fasi del conflitto, su questo scacchiere la manovra offensiva a livello operativo che si è sviluppata da parte delle forze russe è stata quella di un doppio avvolgimento delle forze ucraine poste a difesa della linea di contatto, che corre lungo il margine orientale delle due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk, ed è quella scaturita dal conflitto del 2014-15. I due bracci di questa “tenaglia”, di ampio respiro, sembravano essere costituiti da quello sud-ovest, costituito dalle forze provenienti dalla Crimea e dirette sulle città di Zaporozhie e Dnipro (due fondamentali punti di attraversamento sul Dnepr) e da quello nord-est, lungo la direttrice d’attacco seguita dalle unità russe che stavano investendo Kharkiv. In questo modo, se la manovra a così largo raggio fosse riuscita, tutta l’ampia aliquota di forze dell’esercito ucraino schierate nel Donbas, tra le migliori disponibili nell’esercito di Kiev, sarebbe stata tagliata fuori dai fondamentali punti di attraversamento del Dnepr, in direzione ovest, e circondate. Tuttavia, la forte resistenza incontrata, soprattutto lungo la direttrice di Zaporozhie e, presumibilmente, la necessità di impegnare forze consistenti nel protratto assedio di Mariupol (fino a un totale stimato di 12 BTG – Batal’onnaya Takticheskaya Gruppa, Gruppi tattici a livello battaglione), ha di fatto frenato, fino ad annullarla, la “tenaglia meridionale” dell’iniziale avvolgimento. Quella settentrionale è invece rimasta attiva, seppur anch’essa molto rallentata, e in questo settore, comunque, il 1° aprile, a seguito di reiterati e violenti attacchi, le unità attaccanti riuscivano a conquistare la posizione chiave rappresentata dalla città di Izium, località ben nota già nella storia delle campagne condotte in quei luoghi durante la seconda guerra mondiale.

Il fronte navale: l’affondamento del “Moskva” come effetto morale

Intanto, sul versante navale, il 13 aprile gli ucraini infliggevano un duro colpo, soprattutto dal punto di vista morale e psicologico, agli avversari, riuscendo ad affondare, con l’utilizzo di missili antinave “Neptune” (secondo quanto comunicato da fonti ufficiali di Kiev) l’incrociatore lanciamissili Moskva, nave ammiraglia della flotta del Mar Nero. In realtà, con un conflitto che si sta svolgendo in prevalenza sui fronti terrestri – vista la scarsissima consistenza della marina ucraina, neutralizzata dagli attacchi iniziali russi entro le prime ore di ostilità – questo seppur significativo episodio non si è mostrato certo passibile di modificarne sostanzialmente l’esito. Tuttavia, la perdita di un’unità che, oltre a un potente armamento missilistico anti-nave – 12 contenitori/lanciatori per missili P-500 “Bazalt” (SS-N-12 “Sandbox” in codice NATO) – disponeva anche di un capace sistema per la difesa aerea di zona – S-300F (SA-N-6 “Grumble” in codice NATO, versione navale del noto S-300 terrestre) – ha rappresentato senz’altro per le forze navali di Mosca una perdita molto grave, anche e soprattutto in termini di copertura anti-aerea sulle acque prospicienti il teatro di operazioni. Peraltro, anche in questo caso, è facile ipotizzare il decisivo supporto, in termini di ricerca e acquisizione di un obiettivo così pagante, fornito agli ucraini da assetti della NATO e di USA e UK.

Mariupol: dalla resistenza a oltranza alla caduta

Intanto, nei primi giorni di aprile le forze terrestri di Mosca continuavano ad effettuare una serie di attacchi su piccola scala lungo la linea di contatto, molto probabilmente volti a saggiarne la consistenza delle difese – le quali, dopo essere state preparate per otto anni, sono ancora molto robuste, organizzate e articolate in profondità su tre linee successive, in alcuni tratti anche con opere permanenti in cemento – e a riconoscerne le posizioni. Intanto, tra il 16 e il 17 aprile la guarnigione assediata di Mariupol, rappresentata dal reggimento “Azov” e dalla 36a brigata di fanteria di Marina, veniva costretta a ripiegare nella grande acciaieria “Azovstal”, perdendo così il controllo del centro abitato della città. Il 18 aprile, il presidente ucraino Zelensky ha annunciato che la nuova offensiva russa nel Donbas era iniziata, indicatore che il ridispiegamento delle forze russe precedentemente impegnate nel nord-est del paese era stato completato (in particolare, diverse unità pesanti della 1a armata carri della guardia rischierate nel settore di Izium). Nel contempo, però, l’esercito ucraino iniziava proprio in quei giorni la sua prima controffensiva di un certo respiro. Ciò avveniva nel settore di Kharkiv, a sud-est della città, dove la 92 brigata meccanizzata ucraina, rivelatasi tra le più efficienti e combattive, sferrava un robusto contrattacco in direzione est, iniziando a guadagnare rapidamente terreno, e riconquistando sin dalle prime fasi l’insediamento di Chuhuiv. Entro la fine del mese di aprile, in quel quadrante diversi villaggi sono stati riconquistati e le truppe di Kiev hanno continuato a spingere le unità avversarie verso la frontiera, mentre sull’altro lato di Kharkiv, a nord della città, anche la 72a brigata meccanizzata ucraina sferrava un attacco in direzione nord e nord-est, anche in questo caso verso il confine originario con la federazione russa, riuscendo ad avanzare con una certa rapidità. L’obiettivo di questa controffensiva dell’esercito di Kiev era duplice: innanzitutto allontanare le truppe avversarie da Kharkiv, in modo tale da porla al di fuori della portata delle artiglierie, dopodiché, con l’azione della  92a brigata a sud-est, tagliare, o quantomeno minacciare, le linee di comunicazione delle forze russe impegnate nella “tenaglia” settentrionale che premeva sul Donbas, nell’area di Izium, collegamenti rappresentati dalla rotabile che, da nord a sud,  partendo da Belgorod, in territorio russo, passa per Vovchansk, Velykyi Burluk e il vitale snodo di Kupiansk.

La “presa di contatto” russa, male interpretata come disorganizzazione, è il supporto della manovra con il fuoco

Sempre nel mese di aprile, nonostante la crescente pressione della controffensiva ucraina su Kharkiv, le operazioni delle forze russe nel Donbas iniziavano ad assumere carattere di maggiore intensità e sistematicità. A partire dai giorni 20-21 aprile, oltre a una serie di attacchi a sud Izium, le unità russe e dei separatisti si impegnavano in una serie di azioni, su ampio fronte, lungo la linea di contatto tra Orikhiv, Hulyapole, Marinka e Avdiivka, con le ultime due località situate in prossimità di Donetsk. Inoltre, all’estremità orientale del fronte, nel quadrante di Izium – dove gli attaccanti avevano ora concentrato una massa di 25 BTG tra questo settore e Popasna, all’estremità meridionale del saliente venutosi a creare – altre azioni offensive su piccola scala venivano effettuate portando, tra il 19 e il 21 aprile, alla conquista di Kremmina. Tuttavia, il carattere apparentemente frammentario di questi attacchi, tutti valutati come “falliti” dalle analisi occidentali, e il fatto che fossero condotti da forze di modesta entità, hanno spinto molti commentatori ha trarre la conclusione che fossero l’indicatore, ancora una volta, di una scarsa capacità da parte della catena di comando russa di impostare operazioni offensive di ampia portata. In realtà, osservazioni più attente, e lo sviluppo successivo delle operazioni, ci indicano che molto probabilmente si trattava di azioni di “localizzazione” e “presa di contatto” delle principali posizioni difensive ucraine, al fine di poterle battere con maggiore efficacia con il fuoco di artiglieria. Questa ricostruzione, peraltro, è coerente al ben noto assioma tattico, riguardante la dottrina d’impiego delle forze terrestri russe, secondo il quale, contrariamente alla maggior parte degli eserciti che “supportano la manovra con il fuoco”, esse invece “supportano il fuoco con la manovra”. Si tratta di un gioco di parole solo apparente, che spiega bene invece la tradizionale importanza che la “scuola russa” attribuisce all’artiglieria, un elemento di carattere addirittura storico, in quanto risalente ai tempi dello Zar Pietro il Grande, personaggio che può essere ritenuto il vero padre fondatore delle moderne istituzioni militari russe.

Ed è proprio con il sistematico martellamento delle posizioni avversarie con la propria artiglieria, integrata da continue missioni di appoggio tattico ravvicinato dell’aviazione e delle unità di elicotteri da combattimento, che a partire dalla seconda metà di aprile le forze russo-separatiste hanno iniziato a esercitare una crescente pressione, inizialmente lungo tutta la linea di contatto della regione del Donbas. Nell’ultima settimana di quel mese, alcuni limitati successi nel settore di Izium, con la conquista della località di Lozove e la realizzazione di una testa di ponte oltre il fiume Krasna, a ovest di Severodonetsk, unitamente all’andamento delle restanti operazioni, facevano apparire più chiaramente il nuovo disegno di manovra degli attaccanti. L’iniziale ampia manovra di doppio avvolgimento si stava ora sviluppando in un raggio più ristretto, con la direttrice settentrionale che partiva da Izium, verso sud, e quella meridionale che invece spingeva da Donetsk, con l’obiettivo di chiudere in una sacca le forze ucraine che difendevano le aree di Sloviansk, Kramatorsk, Severodonetsk, Rubizhne, Lysychansk e Popasna, stimate, nelle varie fasi, dalle 7 alle 11 brigate, tra quelle regolari e di difesa territoriale. In particolare, proprio la “cerniera”, rappresentata dal settore Sloviansk-Kramatorsk, rappresenta a tutt’oggi un obiettivo di valore operativo che potrebbe spalancare, qualora conseguito, alle forze russo-separatiste attaccanti la strada verso la riva sinistra del Dnepr e i fondamentali punti di attraversamento di Zaporozhie e Dnipro. Nel contempo, altri attacchi lungo la porzione sud-occidentale della linea di contatto del Donbas, tra Zaporozhie e Velyka Novosilka, erano probabilmente condotti dai russi per agganciare le maggiori forze avversarie possibili, impedendogli di essere rispiegate nei settori più a est.

Donbas: progressi russi, ma lenti

Nondimeno, giunti ai primi giorni di maggio, quando l’offensiva russa nel Donbas era a due settimane dal suo inizio effettivo, è apparso chiaro che i progressi compiuti dalle unità attaccanti erano estremamente lenti. A tal proposito, diverse analisi compiute sul decorso delle operazioni hanno evidenziato due principali fattori condizionanti, o per meglio dire limitanti, dello slancio offensivo dei reparti russo-separatisti. Oltre alla consueta tenacia e abilità mostrate dagli ucraini, il primo di questi è stato, ancora una volta, quello relativo al rapporto di forze in atto. In quel momento, su tutto il teatro operativo, risultavano operanti un totale stimato di 93 BTG russo-separatisti, contro un totale stimato di 81 unità di manovra a livello battaglione ucraine (derivanti dal calcolo di 27 brigate identificate, ma probabilmente approssimate per difetto, in quanto risulterebbe che le brigate meccanizzate ucraine dovrebbero avere in organico 4-5 battaglioni di manovra). Nello scacchiere del Donbas, dopo che anche gli ucraini, dopo l’abbandono da parte russa delle regioni settentrionali, vi hanno rischierato prontamente quello che è stato stimato come un totale di 7 brigate aggiuntive (in primo luogo della difesa territoriale), la proporzione è rimasta la medesima: a fronte di 68 BTG russi-filorussi se ne contrapponevano 48 ucraini, un rapporto di forze che si aggira sul 1,5:1, e che è ben lontano da quello ritenuto sufficiente dalla dottrina tattica russa per l’esecuzione di un attacco con ragionevole probabilità di successo, la quale indica un rapporto di forze di 4:1 per questo scopo. Inoltre, un elemento aggiuntivo estremamente importante è relativo al fatto che le unità ucraine erano (e sono tutt’ora) schierate su posizioni fortemente organizzate a difesa, notevole fattore incrementale del già intrinseco vantaggio tattico di chi esegue operazioni difensive nei confronti dell’attaccante. Il secondo elemento che ha contribuito a rendere lenti e difficoltosi gli attacchi russi sul fronte del Donbas è quello da riferirsi alla natura del terreno. Come già esposto in una precedente valutazione, l’alto tasso di urbanizzazione dell’area ha consentito agli ucraini di incentrare le proprie azioni difensive su una molteplicità di centri abitati, non ultimi quelli di dimensioni non trascurabili di Severodonetsk e Lysychansk, rendendo così una regione solo apparentemente pianeggiante e “a elevato indice di scorrimento” tutt’altro che favorevole alle operazioni offensive di forze pesanti. Inoltre, ai numerosi insediamenti urbani del Donbas si aggiungono, in special modo nei settori di Izium e Severodonetsk, fitte aree boscose e una nutrita idrografia, con zone acquitrinose e corsi d’acqua anche di significativa importanza, come il fiume Siversky Donets, che ha rappresentato invariabilmente, in diverse fasi, come si vedrà, un ostacolo di notevole valore impeditivo.

Nonostante i rallentamenti, i russi mantengono il vantaggio tattico e l’iniziativa

Nonostante le summenzionate difficoltà e svantaggi di ordine tattico e ambientale, nel mese di maggio le operazioni offensive russe nel Donbas sono proseguite, mostrando la volontà, e la capacità, di mantenere un elemento che è in modo unanime riconosciuto come uno dei prìncipi cardine dell’arte militare: quello dell’iniziativa. Inizialmente, gli sforzi principali russi si sono concentrati sulla porzione nord della “tenaglia”, con reiterati tentativi di realizzare delle teste di ponte sulla riva meridionale del fiume Siversky Donets, da aggiungere a quella già realizzata a sud di Izium, dove però l’ulteriore progressione delle loro forze verso sud era stata arrestata nel corso del mese di aprile. In particolare, proprio lungo l’asse settentrionale nei primi giorni di maggio gli attacchi russi attraverso il Siversky Donets sono stati condotti più a est, nelle aree subito a ovest di Severodonetsk. Il 2 maggio un primo tentativo è stato effettuato a ovest di Rubizhne, ma è fallito a causa della pronta reazione ucraina con artiglieria e contrattacchi delle riserve tattiche nel settore. Il 4 maggio una seconda azione russa di forzamento è stata eseguita più a ovest, nei pressi di Yampil, ma anche in questo caso un contrattacco ucraino ha respinto le unità russe sulla riva opposta. Il 9 maggio, un ulteriore sforzo per passare il fiume è stato lanciato dai russi in corrispondenza di Bilohorivka, più o meno al centro del settore interessato da queste azioni, ma ancora una volta il risultato è stato un costoso insuccesso, a seguito del quale i due BTG impegnati avrebbero riportato perdite tali da risultarne quasi annientati. Tutti questi eventi hanno ben presto indicato una ulteriore modifica al “raggio” della manovra di avvolgimento perseguita dai comandi russi nel Donbas: ora questa si stava svolgendo, con una portata ancora più ridotta, ancora più ad est, per la riduzione ed eliminazione del saliente di Severodonetsk, e il controllo di quest’ultima e del poco distante insediamento di Lysychansk. Proprio in questo settore, mentre i tentativi di forzamento del Siversky Donets, sul lato nord del saliente, venivano frustrati dalle forze ucraine, il 5-6 maggio le forze russo-separatiste attaccanti ottenevano il successo che si rivelerà essere il più importante del ciclo operativo, conquistando la cittadina di Popasna (già lungamente contesa e teatro di aspri combattimenti nelle settimane precedenti) e realizzando un vero e proprio sfondamento di quel tratto di fronte, posto a sud-ovest di Severodonetsk. A partire da quel momento, la battaglia per il possesso di quest’ultima città ha iniziato a prendere una piega favorevole per gli attaccanti. Dall’8 al 24 maggio, concentrando gli sforzi nel settore di Popasna, le unità russo-separatiste, sempre appoggiate da un massiccio fuoco di artiglieria, sono riuscite a espandere il settore di sfondamento, ottenendo il risultato di minacciare – fino, nelle fasi finali dell’operazione, a tagliare del tutto – la strada T 1302 (da alcuni romanzescamente battezzata “la strada della vita”), una vitale arteria di comunicazione che correndo da Artemivsk in direzione nord-est assicurava l’alimentazione tattica e logistica delle unità ucraine poste a difesa del saliente di Severodonetsk, collegandole al resto del Donbas, e mettendo sotto pressione (soprattutto con l’artiglieria) una seconda rotabile utilizzata a questo scopo, la T0513. A tutto questo si aggiungeva, sul lato nord del saliente, con la conquista di un’altra posizione chiave, quella di Lyman, che ha avvicinato i reparti russi al lato nord-est di Sloviansk.   

A seguito della perdita di Popasna, e della penetrazione realizzata dagli avversari, che è andata a cadere sul tergo dell’organizzazione difensiva ucraina a Severodonetsk, quest’ultima ha iniziato a entrare lentamente, ma inesorabilmente, in crisi. Pur potendo contare sul vantaggio di chi difende un saliente, ossia la “manovra per linee interne”, le forze ucraine si sono ritrovate a dover impiegare consistenti rinforzi per contenere l’avanzata da Popasna, trovandosi così iper-estese e vulnerabili all’azione di quella che poi è stata una vera e propria “masse de décision”, che ha iniziato a premere direttamente su Severodonetsk. Il termine francese utilizzato è di origine napoleonica, ricordando come il grande condottiero corso aveva proprio nella “manouvre sur le derriéres” uno dei suoi più ricorrenti ed efficaci schemi di manovra, che culminavano proprio con il colpo sferrato da una forza d’attacco che colpiva l’avversario impegnato, e soprattutto “sbilanciato”, nel fronteggiare l’avvolgimento di cui era stato fatto oggetto nella prima fase dell’operazione. Pur adottando la dovuta prudenza nel tracciare un simile parallelo, questo sviluppo è proprio quello che si è visto materializzarsi poi nel mese di giugno nella battaglia di Severodonetsk. Sempre più pressate dalle “ganasce” degli attaccanti, rappresentate dalle direttrici d’attacco da nord, da sud, e poi direttamente anche sull’abitato di Severodonetsk, e sempre più a rischio di rimanere tagliate fuori definitivamente dal resto delle forze amiche, alla fine, dopo una strenua difesa, le unità ucraine sono state costrette a ritirarsi, e il 24 giugno i russo-separatisti hanno completato la conquista della città, seguita, solo pochi giorni dopo, il 3 luglio, da quella di Lysychansk. Attualmente non è chiaro in che circostanze sia avvenuto il ripiegamento dei reparti di Kiev dal “calderone” di Severodonetsk, ma alcuni rapporti indicano che le perdite sarebbero risultate elevate, con alcune unità – tra le quali la 24a brigata meccanizzata, la quale operava a difesa di Popasna e che ha rischiato di essere completamente circondata – che ne sarebbero uscite gravemente logorate, e in alcuni casi non più in grado di combattere.

La controffensiva ucraina a Kharkiv ha continuato a guadagnare terreno

Mentre tutto ciò accadeva nel Donbas e nella battaglia di Severodonetsk, la controffensiva ucraina a Kharkiv – condotta a sud e sud-est della città in primo luogo dalla ormai famosa 92a brigata meccanizzata, e a nord dalla 72a brigata meccanizzata (seppur entrambe coadiuvate da numerosi battaglioni della difesa territoriale e reparti di volontari mobilitati) – tra la fine di aprile e la prima metà di maggio ha continuato a guadagnare terreno, riconquistando diversi insediamenti, e, soprattutto a nord, avvicinandosi alla frontiera con la Federazione Russa. Tuttavia, con il passare dei giorni, la resistenza delle forze russe nel settore, stimate in circa 7 BTG, ha iniziato a irrigidirsi, e soprattutto ha potuto contare sul consueto massiccio supporto del fuoco di artiglieria. Ciò ha portato al progressivo rallentamento e allo smorzarsi dello slancio delle forze ucraine, le quali alla fine, nel quadrante sud-est sono rimaste lontane dall’obiettivo di interdire, o quantomeno minacciare, le linee di comunicazione russe da Belgorod a Kupiansk fino a Izium e nel resto del Donbas. Inoltre, anche l’altro obiettivo tattico dell’operazione, quello di costringere i russi a distogliere forze dalle operazioni nel Donbas, non è stato evidentemente conseguito, e anche il terzo, quello minimo di allontanare gli schieramenti di artiglieria russi da Kharkiv, al fine di porre la città fuori dalla loro portata, pare lungi dall’essere raggiunto, nel momento in cui questa risulta ancora a tutt’oggi sottoposta alla loro azione, seppur con le sorgenti di fuoco a più lunga gittata.

Intanto, il 20 maggio, cessava ogni ulteriore resistenza ucraina nell’assediata Mariupol, la cui definitiva caduta ha sancito il raggiungimento di uno degli obiettivi fissati dai vertici del Cremlino per l’“operazione militare speciale”, ossia il collegamento terrestre tra le aree occupate del Donbas e la Crimea, l’acquisizione di un importante porto, e con esso il controllo di tutta la sponda meridionale del Mar d’Azov. Sempre sul fronte sud, oltre alla controffensiva su Kharkiv, lo stato maggiore ucraino ha cercato di strappare l’iniziativa all’avversario anche con un’operazione analoga sulla testa di ponte di Kherson. Questa, iniziata il 23 maggio, ha avuto un avvio promettente, con le unità di Kiev che sono riuscite a stabilire una testa di ponte sulla riva sud del fiume Inhulets, nell’area di Davydiv Brid, e ha visto impegnate da parte ucraina forze considerevoli, rappresentate dalla 14a, 60a, e 63a brigata meccanizzata, dalla 80a brigata d’assalto aereo, e dalla 108a brigata di difesa territoriale. Tuttavia, anche in questo caso, dovendosi confrontare con forze russe che da tempo si erano attestate a difesa con un dispositivo articolato in profondità organizzato su più linee difensive, e sottoposte alle onnipresenti azioni di fuoco di sbarramento e repressione dell’artiglieria russa, nel corso del mese di giugno le unità ucraine impegnate in questa controffensiva sono state arrestate a diversi chilometri dall’area di Kherson, giungendo alla fine a una situazione di sostanziale stallo. Inoltre, al momento, oltre al cruciale obiettivo rappresentato da Kherson e dalla relativa testa di ponte russa sulla riva destra del Dnepr, anche questa controffensiva ucraina nel settore più meridionale del fronte non è riuscita nell’intento di attrarre forze russe importanti dall’area del Donbas, non riuscendo così a rovesciare il bilancio dell’iniziativa a proprio favore.

Una parziale pausa operativa nel Donbas

In questo momento, a seguito dell’esito favorevole della battaglia di Severodonetsk – e nonostante quelli che sono stati riportati come duri colpi subiti per opera delle azioni di fuoco di interdizione in profondità dell’artiglieria ucraina, che ha celermente impiegato i lanciarazzi multipli M-142 HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System) appena ricevuti dagli Stati Uniti – le forze russe nel Donbas risultano impegnate in una parziale pausa operativa e di riorganizzazione, ma nello stesso tempo un’aliquota di esse è impiegata nella prosecuzione dello sforzo offensivo verso ovest, e starebbe già operando nei confronti della nuova linea difensiva ucraina tra Siversk e Bakhmut. Qualora fossero in grado di superarla, potrebbero giungere agli approcci occidentali della “cerniera” del Donbas, rappresentata dall’area Sloviansk-Kramatorsk, e ipotecare così la possibilità di proseguire verso il conseguimento di obiettivi di livello operativo, sempre rappresentati dalla sponda orientale del basso Dnepr e dei suoi fondamentali punti di attraversamento di Zaporozhie e Dnipro. Infine, sempre riguardo al fondamentale aspetto dei rapporti di forza, tra la fine di giungo e i primi giorni di luglio questi sarebbero cambiati, indicando un marcato logoramento delle forze ucraine, che sarebbero scese a un totale di 60 battaglioni di manovra, di fronte a un totale di BTG dei russo-separatisti che invece avrebbero incrementato il totale fino a 108 unità.

Da ultimo, sul versante delle operazioni nello scacchiere marittimo del Mar Nero, c’è da registrare l’evacuazione, eseguita il 30 giugno da parte dei russi dell’isola dei serpenti, precedentemente occupata nelle prime fasi dell’invasione. Nonostante i notevoli sforzi per rinforzare questa posizione, posta nel Mar Nero nord-occidentale, a circa 18 miglia nautiche dalla costa ucraina, e non lontano da quella della Romania (si trova anche a meno di 100 miglia nautiche dal porto di Costanza), i continui attacchi condotti dagli ucraini con UAS (droni) e aerei, e parrebbe anche artiglieria a lunga gittata, su questo isolotto dalle ridottissime dimensioni (è caratterizzato da una larghezza massima di meno di 700 metri) ha reso impossibile per le forze di Mosca continuare a mantenervi una guarnigione. In effetti, nelle settimane precedenti la pressione sull’isola aveva assunto i caratteri di un vero e proprio martellamento, e l’afflusso di forze e assetti (in primo luogo sistemi controaerei) su di essa era diventata proibitiva, anche e soprattutto per la minaccia rappresentata dai sistemi missilistici antinave ucraini in installazione costiera (sembrerebbe anche di tipo RGM-84 Harpoon di fornitura occidentale) che hanno agito con una significativa funzione che la moderna terminologia militare definisce, nell’ambito delle operazioni navali, di “Sea Denial”. A tutti gli effetti, e seppure nel contesto di una netta superiorità delle forze navali russe nel teatro marittimo del conflitto, la perdita dell’Isola dei Serpenti rappresenta di certo un nuovo scacco, che fa il paio con la perdita dell’incrociatore Moskva, e che ne limita in modo marcato le capacità di controllo delle aree costiere, in particolar modo nel Mar Nero nord-occidentale e nella regione di Odessa.

(Segue da: “Guerra russo-ucraina: da Kiev al Donbas. Prima parte: la battaglia di Kiev”)


#Ucraina. L’accordo per il grano: i vantaggi per la Russia e le incognite dei costi

Intervista e commento tratti dall’articolo di Lorenzo Santucci per Huffington Post

A muovere Mosca sul grano sono interessi che vanno al di fuori dei confini ucraini

Il commento di Claudio Bertolotti

Sabato 23 luglio la firma dell’accordo per il grano ucraino, e poi l’attacco missilistico sulle infrastrutture portuali di Odessa, da dove quel grano dovrebbe salpare alla volta del mercato internazionale.

Il grano è destinato soprattutto all’Africa, dal Nord fino all’area subsahariana, dove la Russia ha grandi interessi e dove quei cereali erano originariamente destinati. E a ben guardare, questo accordo non vede le parti sullo stesso livello poiché si impone in tutto e per tutto come una concessione da parte della Russia, motivata dalle necessità del Cremlino. Necessità che vanno ritrovate anche nel continente africano dove in questi giorni si trova il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, impegnato in un’importante partita diplomatica per allineare i vari Stati sull’asse russo, in un’ottica di attiva espansione.

In quelle aree, il Cremlino si sta espandendo in termini non solo economici ma anche di influenza., portando avanti quella che viene definita sharp power, ossia l’uso di politiche manipolative per influenzare e minare il sistema politico di paesi bersaglio per manipolarne i governi, in questo modo presentandosi come risolutrice dei problemi. Il discorso vale anche per i cereali ucraini, su cui Mosca potrà rivendicare il fatto di aver “ottenuto” e “garantito” lo sblocco delle esportazioni. In questo modo, potrà presentarsi come la potenza (non occidentale) che ha salvato il mondo dalla fame, lasciando in secondo piano le responsabilità dirette che invece ha nell’aver alimentato una crisi alimentare di ampia portata. Credo che questo sia l’aspetto più importante, che ci permette di pensare che non butterà via questa opportunità, anche se bisogna vedere se logisticamente sarà sostenibile. Si tratta di una questione di numeri. Per il commercio dei cereali dall’Ucraina vengono utilizzate mediamente 400 navi cargo. Ad oggi ne sono disponibili 100, mentre le restanti sono impegnate in altre attività. La domanda da porsi è se basterà la capacità ucraina o dovrà intervenire la Russia mettendo a disposizione le sue navi. In tal caso, Mosca non se lo farà ripetere due volte perché, sebbene abbia creato lei stessa questa situazione, sarà ben felice di mostrarsi come risolutrice.

È bene però tenere a mente un aspetto rilevante, ossia l’affidabilità della Russia, che spesso si scontra con la sua opportunità: è dall’inizio del conflitto che dice di non fare una cosa e poi la fa. Non scordiamoci l’ironia utilizzata dalla diplomazia russa quando gli Stati Uniti parlavano di una sua possibile invasione in Ucraina. Oggi ci troviamo in una situazione simile. La Russia gioca le sue carte anche in maniera subdola. Tecnicamente, infatti, i missili di sabato non vanno a inficiare l’accordo. In primis perché si parla ancora di una prima fase per garantire l’apertura dei corridoi. E poi perché vanno a colpire quelli che Mosca definisce obiettivi militari, quindi leciti. Così facendo, Putin dimostra di poter far quel che vuole, colpendo il porto di Odessa senza problemi. Ma dal nostro punto di vista può anche essere interpretata come un punto di forza nella sua debolezza generale. Mosca, ad esempio, non è stata così forte da raggiungere i propri obiettivi in Ucraina, a partire dalla caduta del governo di Kiev o l’abbattimento del suo Stato per poi chiudere la guerra in tempi brevi.

E l’ipotesi di deviare i flussi di cereali verso le vie di comunicazione terrestre e fluviale verso l’Europa? Certamente non conveniente da un punto di vista economico e logistico, forse opportuno sul piano politico, ammesso che ci sia una strategia di fondo strutturata da parte dell’Unione Europea per sottrarre quelle derrate alla volontà Russia. per poi reimmetterle sul mercato internazionale a favore dei paesi africani. Ma è bene evidenziare che rispetto alle tratte marittime, questa opzione avrebbe costi superiori: meno grano viene trasportato, più alti sono i costi per le spedizioni, più elevato è il prezzo finale. Senza contare che i trasporti in Ucraina non sono agevoli a causa della guerra. Le oscillazioni dei prezzi di mercato, inoltre, non lasciano prospettive ottimistiche dovendo fare i conti con la realtà: d’altronde riflettono le scelte politiche e solo nel tempo vedremo come si aggiusterà il prezzo del grano, che molto probabilmente tornerà ad essere comunque superiore a quello pre-guerra.

Intervista e commento tratti dall’articolo di Lorenzo Santucci per Huffington Post


Ucraina: 5 mesi di guerra e 1 (debole) accordo sul grano. Radio 1 “Voci dal Mondo”

Il prezzo del grano e le conseguenze politiche e sociali dall’Ucraina, al Nord Africa, all’Afghanistan


Radio 1 – Voci dal Mondo, Puntata del 24 luglio 2022. Ospiti Azzurra Meringolo e Claudio Bertolotti

LINK ALL’AUDIO

Grano in fumo

Con Alba Arcuri A cura di Laura Pepe L’accordo di Istanbul e i missili su Odessa. Ascoltiamo la nostra inviata a Dnipro, Azzurra Meringolo. Seconda parte, dedicata all’Afghanistan, ad un anno dal ritorno dei talebani. L’ospite di oggi è Claudio Bertolotti, Direttore di Start Insight, osservatorio di analisi strategica

#UCRAINA – Accordo sui corridoi sicuri per l’esportazione dei cereali: sarà realizzabile?

Pur con grandi limiti, gli accordi potranno proseguire. Questo non per una generosità da parte di Mosca, ma per una questione di opportunità: in primo luogo per dimostrare all’opinione pubblica russa e a quella ucraina che Putin ha a cuore le sorti delle popolazioni civili dell’una e dell’altra parte. E questo ovviamente ha una finalità propagandistica. Dall’altro lato la Russia guarda con grande interesse all’influenza che potrà acquisire nel continente africano, presentandosi come risolutrice di una crisi alimentare di cui è in gran parte responsabile.

In primo luogo dobbiamo guardare l’aspetto operativo: la Russia avrà ben chiari quelli che sono i corridoi di sicurezza per entrare e uscire dai porti ucraini. In secondo luogo l’aspetto comunicativo e diplomatico di una Russia che si propone di fronte e all’opinione pubblica interna, ma anche quella internazionale e alle cancellerie occidentali e dei paesi africani, come risolutrice che trova una soluzione e la concede sia al popolo ucraino sia ai paesi africani che sono i maggiori beneficiari di questa apertura e su cui la Russia sta investendo moltissimo in termini di influenza e presenza. Ora, che la Russia voglia e riesca a proporsi come elemento risolutore potrà apparire paradossale se si osservano superficialmente le dinamiche della guerra russo-ucraina, ma in realtà è una strategia che rientra in uno schema di guerra parallela combattuta sul piano mediatico e propagandistico. Ed è questo un ambito della guerra dove entrambi gli attori, Kiev e Mosca, sono molto attivi ed efficaci. Il vantaggio ovviamente lo ha la Russia che, negli anni ha investito moltissimo nello strumento di guerra d’influenza attraverso l’utilizzo del web, ormai divenuto un campo di battaglia spietato per la diffusione di notizie false e funzionali a influenzare le opinioni pubbliche dei paesi ostili che colpiti da questa tipologia di arma insieme ai paesi occidentali, o alcuni partiti politici, per spingerli ad avere posizioni non ostili quando non addirittura a sostegno della politica estera di Mosca. È la strategia dello Sharp Power: l’uso di politiche (diplomatiche) manipolative da parte di un paese per influenzare e minare il sistema politico di un paese bersaglio.

#AFGHANISTAN: la crisi alimentare, economica e sociale

L’Afghanistan è sempre più preda di una grave crisi umanitaria. E da gennaio ad oggi si è registrato un aumento della grave insicurezza alimentare a cui si sommano la siccità, i terremoti e le epidemie di malattie trasmesse dall’acqua contaminata, con un aumento significativo dei casi di colera, e un netto deterioramento delle condizioni complessive nelle aree urbane. L’inizio della primavera, che tradizionalmente porta sollievo dalla carenza di cibo, ha però dovuto fare i conti con la siccità – la peggiore degli ultimi trent’anni – che ha di fatto peggiorato le condizioni di vulnerabilità delle popolazioni più povere ed esposte.

In questo quadro già drammatico le ricadute della guerra in Ucraina hanno contribuito ad aggravare la crisi, portando a un aumento dei prezzi di cibo e carburante e a indebolire le catene di approvvigionamento. Prezzi della farina di grano a Kabul che sono ad oggi superiori dell’90% rispetto alla media quinquennale e difficilmente torneranno ai livelli pre-guerra dato l’aumento dei costi di trasporto e gestione delle merci.

Viene naturale chiedersi se, di fronte a una drammatica fotografia del genere, non debbano essere riconsiderate le posizioni della Comunità internazionale, in primo luogo gli Stati Uniti, in termini di possibilità e libertà d’intervento a favore delle popolazioni afghane, e questo indipendentemente dalla gestione politica talebana che ogni giorno si fa più opprimente e violenta nei confronti degli afghani stessi.  


Guerra russo-ucraina: da Kiev al Donbas. Parte prima: la battaglia di Kiev e le ragioni del suo fallimento

di Fabio Riggi

La battaglia del Donbas ha raggiunto il suo apice

A quasi quattro mesi dall’inizio del conflitto, con gli sviluppi delle operazioni per il controllo delle località di Severodonetsk e Lysychansk la battaglia del Donbas, che si è confermata la regione dove si concentrano gli sforzi principali di entrambi i contendenti, ha raggiunto il suo apice. Quest’ultimo ciclo operativo si è concluso, alla fine, nella giornata del 24 giugno con l’annuncio delle autorità ucraine del definitivo ritiro delle proprie forze dal pericolo saliente che si era venuto a creare, e che vedeva alla sua estremità orientale proprio la città industriale di Severodonetsk, uno dei maggiori centri urbani della regione. Nei giorni successivi, mantenendo il loro “momentum” offensivo, le forze russe hanno continuato i loro attacchi in direzione ovest, riuscendo il 3 luglio a conquistare anche la cittadina di Lysychansk, completando così di fatto l’occupazione del territorio della repubblica separatista di Lugansk. In questo momento, le forze russe attaccanti nel Donbas sembrano aver intrapreso una pausa operativa, in previsione di ulteriori operazioni volte all’acquisizione della parte restante della repubblica separatista di Donetsk, e in particolare a superare l’allineamento Sloviansk-Kramatorsk-Toretsk, a ovest del quale il terreno potrebbe risultare maggiormente favorevole per una prosecuzione dell’offensiva in direzione del Dnepr.

Le quattro fasi della guerra

Oggi, al punto in cui è giunta la guerra, è possibile ripartirne il corso seguito finora in quattro fasi principali. La prima è stata caratterizzata dalle iniziali operazioni offensive russe, altamente dinamiche, con profonde avanzate nelle regioni nord-orientali e meridionali del paese, e ha interessato il periodo compreso tra il 24 febbraio e la prima decade del mese di marzo. La seconda, a partire dalla seconda decade di marzo e fino alla fine dello stesso mese, ha visto il raggiungimento del cosiddetto “punto culmine” (parametro concettuale che definisce il momento nel quale, specie in attacco, uno dei due contendenti non dispone più del potenziale necessario per il conseguimento dei suoi obiettivi, a causa del tendere di quest’ultimo a equivalersi con quello dell’avversario) degli sforzi offensivi delle forze di Mosca, a fronte di un’efficace e abile difesa delle unità ucraine, specie nei settori nord-orientali, e si è conclusa con l’ordinato ripiegamento di tutte le Grandi Unità russe impiegate negli attacchi alle regioni settentrionali di Kiev, Chernihiv e Sumy. La terza, iniziata i primi giorni di aprile, e protrattasi per tutto quello stesso mese, ha visto il complesso e articolato rischieramento di buona parte delle forze russe utilizzate nelle operazioni nell’Ucraina nord-orientale nei settori a est e sud-est, gravitando definitivamente, con il rinforzo di queste, per iniziare un nuovo ciclo operativo volto al completamento dell’occupazione dell’intera regione del Donbas. Contestualmente, nel quadrante orientale di Kharkiv, e in quello meridionale di Kherson, le forze russe hanno assunto una postura difensiva, configurando conseguentemente il proprio dispositivo, e fronteggiando, nel contempo, contrattacchi ucraini di una certa importanza e consistenza. La quarta fase, iniziata tra la seconda metà di aprile e i primi giorni di maggio, e che si può considerare tutt’ora in corso, ha visto l’inizio dell’offensiva russa nel Donbas, il termine dell’assedio di Mariupol con la definitiva conquista di questa città da parte dei russi, e ha poi avuto il suo apice con la caduta di Severodonetsk e Lysychansk, e parrebbe ora volgere al termine con l’inizio di una pausa operativa del grosso delle forze russe attaccanti che vi hanno partecipato.

La battaglia di Kiev: le forze russe non erano sufficienti per realizzare un’offensiva

Il ripiegamento russo dalle aree nord-orientali ucraine attaccate inizialmente – e in particolare da quella di Kiev, dove l’ampia manovra di accerchiamento tentata sin dalle prime ore del conflitto non è mai giunta al suo effettivo compimento – è iniziato tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, e ha rappresentato un vero spartiacque nello sviluppo del conflitto. Sulle reali motivazioni di quello che appare innegabilmente come un insuccesso delle operazioni russe nell’Ucraina nord-orientale, è ora possibile iniziare a formulare delle prime valutazioni, per quanto ancora parziali a causa della perdurante mancanza di informazioni e di dati consolidati e verificati. Innanzitutto, da un punto di vista generale, alcune fonti accreditate stanno iniziando a riportare notizie, corredate da alcuni dettagli, su quella che è riconosciuta in modo unanime come “l’assumption” posta alla base della decisione da parte di Mosca di procedere con una serie di offensive anche nei quadranti settentrionali e della regione di Kiev, a fronte di obiettivi politico-strategici chiari e dichiarati posti in realtà nelle aree meridionali, corrispondenti alle regioni della Crimea e del Donbas, e soprattutto nonostante un rapporto di forze del tutto sfavorevole per una campagna offensiva di questa portata. Secondo questa ipotesi, la Russia avrebbe agito con queste modalità in virtù di informazioni e attività riguardanti una presunta “quinta colonna” presente in seno alle forze armate ucraine, con un certo numero di elementi che sarebbero stati pronti a passare dalla parte di quelle di Mosca, o quantomeno a non opporre resistenza all’invasione. In questo quadro potrebbe inserirsi anche l’invito rivolto espressamente ai militari ucraini, a poche ore dall’inizio delle ostilità, dallo stesso presidente Putin, affinché deponessero le armi o contribuissero addirittura a rovesciare il governo del primo ministro Zelensky.  Come noto ciò non è avvenuto, e anzi le truppe russe hanno da subito incontrato una forte resistenza, complice, sempre secondo la citata ricostruzione, una rapidissima epurazione degli elementi sospettati di collusione con il Cremlino, eseguita anche grazie al supporto dei servizi di Intelligence occidentali.

In ogni caso, dal punto di vista squisitamente militare, è ancora il caso di sottolineare come dal punto di vista quantitativo le forze schierate dalla federazione russa non erano sufficienti per realizzare un rapporto di forze favorevole per un’offensiva di queste proporzioni. È ormai chiaro a tutti che, già da 24 febbraio, l’Ucraina era lungi dall’essere quella nazione inerme e pronta a soccombere descritta da alcuni media generalisti. Nonostante ciò, nella prima settimana di operazioni le forze russe sono riuscite a realizzare rapide e profonde avanzate su diverse delle loro molteplici direttrici d’attacco. Subito dopo però, l’insufficienza delle forze impiegate, in primo luogo, e altri fattori quali l’efficace difesa opposta dagli ucraini e l’arrivo del disgelo primaverile, con la conseguente presenza del fango che rendeva difficoltosa, se non proibitiva, la manovra di grandi formazioni pesanti in campo aperto, ha condotto l’offensiva russa al raggiungimento del summenzionato punto culmine. In quei giorni, probabilmente condizionati dalla forte emotività scaturita dalla drammaticità degli eventi in corso, la maggior parte degli analisti occidentali si sono soffermati nel sottolineare la presunta incompetenza di quadri e truppe delle forze armate di Mosca, tralasciando così di valutare compiutamente elementi quali il contesto ambientale e operativo, e soprattutto le azioni e i risultati ottenuti da quelle ucraine, che solo ora vengono descritti con la dovuta attenzione.

La riorganizzazione della difesa ucraina: ristrutturazione, ammodernamento, nuove dottrina e procedure tecnico-tattiche

Secondo gli osservatori più attenti, i comandi di Kiev, all’indomani dell’amara esperienza del conflitto del 2014-15, oltre ad aver avviato un programma di ristrutturazione e ammodernamento dello strumento militare, ne hanno anche in parte modificato la dottrina e le procedure tecnico-tattiche. Facendo tesoro di quei costosi insegnamenti (scaturiti dalle dolorose sconfitte subite per opera delle stesse forze russe, soprattutto quando queste ultime entrarono direttamente in azione a partire dal settembre 2014), a partire dai primi giorni di marzo le forze ucraine si sarebbero concentrate particolarmente in una serie di attacchi alle iper-estese linee di comunicazione logistiche delle unità russe, irrigidendo la propria resistenza in corrispondenza dei principali centri urbani, realizzando così delle “istrici” difensive che reiteravano la difesa anche dopo essere state isolate dalle unità avanzanti. Questo è ciò che è accaduto in primo luogo nei settori dell’Ucraina nord-orientale, dove risulterebbe che per l’attacco ai convogli di rifornimenti avversari gli ucraini abbiano impiegato in ruolo tattico anche elementi delle proprie preparate e capaci forze speciali (che sono state lungamente addestrate secondo gli standard e con il pieno supporto occidentale) coadiuvate da numerosi distaccamenti dei reparti della difesa territoriale, conoscitori del terreno e dei luoghi in cui agivano. Operando disperse, queste unità sono riuscite ad annullare virtualmente la minaccia della potente artiglieria russa, che peraltro nel dinamico contesto di profonde operazioni offensive non era nella condizione migliore per poter ammassarsi e ottenere così la massima efficacia. Con il passare delle settimane di marzo, a nord, la protratta resistenza delle “istrici” di Chernihiv, Sumy, Konotop, e soprattutto della grande piazza di Kiev, dove l’accerchiamento della città non si completerà mai, ha trascinato le operazioni delle unità russe a un sanguinoso stallo.

Le cinque ragioni del fallimento nella battaglia per Kiev

In sintesi, il fallimento delle offensive delle forze di Mosca in Ucraina nord-orientale, e lo speculare successo di quelle ucraine, in modo particolare nella battaglia di Kiev, può essere attribuito essenzialmente a cinque fattori:

  • In primo luogo, il mancato verificarsi dell’ipotesi operativa di base iniziale (“assumption”) sulla base della quale gli attaccanti avevano basato la loro pianificazione, andando ad agire in presenza di un rapporto di forze non favorevole per un’offensiva da condurre contro un avversario ben organizzato, equipaggiato, addestrato e determinato a resistere, come hanno dimostrato di essere le forze armate ucraine;
  • Le condizioni ambientali e di terreno hanno visto l’avvio (deciso presumibilmente in quella data dall’imprescindibile volontà del livello politico-strategico) della campagna russa all’approssimarsi della stagione del disgelo (la celebre “rasputitsa”), elemento che ha creato tutta una serie di problemi alla manovra in campo aperto delle grandi unità pesanti (meccanizzate/”motorizzate” e corazzate). E quest’ultimo fattore, anche tenendo conto del fatto che il movimento su strada è ancora espressamente previsto dalla dottrina tattica russa per le operazioni offensive, ha molto probabilmente giocato un suo ruolo nello smorzare l’impeto e il ritmo delle forze di Mosca. Inoltre, il terreno lungo l’asse a occidente di Kiev, sulla sponda destra del Dnepr, su una delle due direttrici seguite per ottenere l’accerchiamento della capitale ucraina, è punteggiato da fitte aree boscose e acquitrinose, corsi d’acqua (si tratta in buona sostanza della propaggine meridionale della vasta regione delle paludi del Prjpiat, che si estende verso nord in territorio bielorusso) e vede la presenza di importanti centri abitati, tutti elementi che hanno ostacolato le azioni delle unità attaccanti e favorito quelle dei difensori; questi ultimi, alla fine, sono riusciti a irrigidire la propria difesa lungo il fiume Irpin, un affluente del Dnepr che scorre lungo una diagonale a sud-ovest di Kiev, e appoggiandosi su questo ostacolo hanno inflitto una battuta d’arresto definitiva al braccio occidentale della “tenaglia” che minacciava di chiudersi sulla capitale ucraina;
  • Il sapiente utilizzo da parte ucraina di efficaci tattiche per l’attacco alle linee di comunicazione dell’avversario, che ne hanno resa difficoltosa, se non proibitiva, l’alimentazione tattica e logistica delle forze, unitamente all’elevato spirito combattivo e all’eccellente addestramento di buona parte delle proprie truppe;
  • Il significativo contributo apportato al potenziale di combattimento delle unità ucraine dalle forniture di armi occidentali, in modo particolare per ciò che riguarda i moderni sistemi controcarro, con le quali hanno avuto modo di imporre un non trascurabile tasso di attrito ai veicoli da combattimento russi;
  • Da ultimo, ma non certo per ordine di importanza, il sostanziale “dominio informativo” appannaggio degli ucraini, conseguito grazie al fondamentale supporto in termini di assetti ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) e di Target Acquisition (TA) messi a disposizione dalla NATO (e in primis da Stati Uniti e Regno Unito). 

Ripiegamento da Kiev e rischieramento sul fronte meridionale

Nelle prime settimane di guerra, mentre gli attacchi delle forze russe giungevano a un irreparabile situazione di stallo nei quadranti settentrionali e a Kiev, nelle regioni del sud, le offensive russe erano condotte dalle unità del distretto militare meridionale (in primo luogo appartenenti alla 58a e 49a armata combinata e del comando delle forze aviotrasportate), descritte da più fonti come le più pronte e addestrate, e avevano conseguito i maggiori successi, in particolare la conquista dell’importantissima città di Kherson e, in corrispondenza di questa, la realizzazione di una testa di ponte oltre il Dnepr, unitamente all’accerchiamento della città costiera e industriale di Mariupol. Tuttavia, anche in questi settori meridionali, nel corso del mese di marzo il tentativo successivo di puntare su Odessa, tentato dalle forze che avevano realizzato la testa di ponte di Kherson, dovette arrestarsi di fronte alle munite difese di Mykolaiv, anche in questo caso soprattutto grazie alla tenacia dimostrata dai difensori e alla scarsità delle forze attaccanti.

Completato in relativamente poco tempo il ripiegamento delle forze impegnate nei settori nord-orientali – e dimostrando nel far questo comunque una notevole perizia nel condurre una manovra in ritirata, da sempre la più complessa e pericolosa da eseguire tra tutte le attività tattiche – le forze russe hanno iniziato a il rischieramento di buona parte di quelle stesse unità nelle aree a sud e sud-est di Kharkiv, iniziando a  gravitare con esse in quella direzione al fine di impostare un nuovo ciclo operativo, finalizzato all’esecuzione di nuove offensive aventi lo scopo di completare la conquista delle regioni del Donbas. In tale contesto, è importante sottolineare come a un innegabile successo ottenuto dagli ucraini nello stroncare il tentativo delle forze russe nell’assumere il controllo delle province settentrionali e orientali – e anche impedendogli di completare l’isolamento di Kiev – non è corrisposto un efficace inseguimento del nemico in ritirata, perdendo così probabilmente l’occasione per infliggere perdite che avrebbero potuto essere pesantissime a un avversario che si trovava con linee di comunicazione fatalmente allungate e molto vulnerabili. Una verosimile spiegazione di ciò può essere ricercata nella mancanza da parte ucraina di forze adeguate, e di un potenziale di combattimento idoneo al raggiungimento di un risultato che avrebbe potuto essere molto probabilmente decisivo, stante anche il logoramento e le perdite subite, di certo, dalla maggior parte di quelle stesse unità che avevano condotto una difficile difesa nel corso di dure e prolungate azioni di combattimento. Sono innumerevoli gli esempi, nell’ampio panorama della storia militare, nei quali un mancato inseguimento del nemico in ritirata non ha tardato di produrre negative conseguenze sugli sviluppi successivi delle operazioni. Uno dei più celebri, riguarda ciò che accadde all’indomani della battaglia di Ligny, del 16 giugno 1815, quando la sostanziale inazione di Napoleone nello sfruttare il successo ottenuto sull’armata prussiana del maresciallo Blucher non mancò di avere un effetto quasi certamente decisivo su ciò che accadde due giorni dopo, nella famosa e fatale giornata di Waterloo. Su ciò che accadrà, invece, a seguito di questa importante fase della guerra, sarà solo il successivo andamento, dal punto di vista strategico e operativo, del conflitto a svelarlo completamente.

(Segue: “Guerra russo-ucraina: da Kiev al Donbas. Seconda parte: la battaglia del Donbas”)


La crisi Ucraina e le nuove prospettive della geospatial intelligence (Formiche)

di Piero Boccardo, DIST/Ithaca, Politecnico di Torino

Articolo originale pubblicato su Formiche n. 180, maggio 2022

Il recente e perdurante conflitto Ucraino ha mostrato in tutta la sua crudezza una serie di conseguenze su di cui è opportuno porre la massima attenzione e proporre, nel contempo, qualche spunto di riflessione. Nell’analisi preliminare e nel monitoraggio giornaliero del teatro bellico, un ruolo fondamentale viene giocato dalla cosiddetta GEOspatial INTelligence (GEOINT) intesa come la disciplina che, mediante l’utilizzo di dati georeferenziati, rappresenta, descrive e analizza fenomeni che si sviluppano in determinate aree geografiche. Nata in un contesto prettamente militare, la GEOINT nel corso degli ultimi anni, si è estremamente sviluppata anche ad altri differenti ambiti di applicazione, dall’energia ai trasporti, dall’agricoltura alle risorse minerarie.

Occorre analizzare i fenomeni complessi

Questa tecnica, caratterizzata dall’impiego massiccio di dati di osservazione della terra acquisiti da sensori posti a bordo delle più svariate piattaforme (satelliti, aerei, droni, veicoli vari), ha permesso, di fornire dati oggettivi da cui potere ricavare informazioni incontrovertibili in modo semplice ed efficace anche da soggetti senza una specifica preparazione nel campo.

Le immagini satellitari ad alta risoluzione geometrica pubblicate dalla quasi totalità dei media, hanno mostrato in un primo momento la concentrazione di mezzi e forze militari lungo le aree di confine Ucraine e poi l’invasione, la documentazione della distruzione (Fig. 1) e delle possibili prove di eccidi di massa a danno dei civili. Questa manifestazione di tipo prettamente documentaristico, in cui l’oggettività del dato (l’immagine satellitare) è facilmente comprensibile a qualsiasi fruitore del dato stesso, non comporta alcuno sforzo di analisi se non una generica localizzazione dell’acquisizione; pochi toponimi, l’indicazione di qualche strada e semplici strumenti di fotointerpretazione, si mostrano molto efficaci nel veicolare l’informazione.

Il problema però si manifesta nel momento in cui si voglia cercare di analizzare fenomeni complessi, in cui i dati necessari per una loro comprensione non siano semplici “frame” che, seppur lecitamente, documentino le atrocità di un conflitto anche per compiacere il voyeurismo del pubblico, ma fonti più complete e stabili nel tempo. In questo caso gli open data che derivano da iniziative nazionali ed internazionali possono giocare un ruolo fondamentale nella comprensione delle reali cause e possibili effetti del conflitto.

Due aspetti chiave: multispettralità e multitemporalità

Tra le diverse fonti, i dati acquisiti nell’ambito del programma europeo Copernicus, è forse la più interessante. La componente upstream, ovvero le diverse costellazioni di satelliti Sentinel che imbarcano sensori sia attivi (radar ad apertura sintetica) che passivi (scanner mutispettrali a diverse risoluzioni geometriche), garantisce l’acquisizione del dato con forti rivisitazioni temporali (da poche ore a qualche giorno); la componente downstream, ossia i servizi basati sui dati satellitari e quelli in-situ, elabora e distribuisce gratuitamente servizi relativi a sei diversi domini di applicazione: atmosfera, ambiente marino, territorio, cambiamenti climatici, emergenze e sicurezza.

Grazie quindi alle diverse tipologie di dati disponibili (sensori in grado di acquisire in tutte le condizioni atmosferiche), alla loro multispettralità (che consente di caratterizzare contenuti tematici quali vegetazione, acqua, incendi, emissioni, ecc.) e la multitemporalità (l’acquisizione ripetuta sulle stesse aree geografiche) è possibile produrre contenuti analitici estremamente interessanti che consentono analisi estremamente efficaci.

Nel caso del conflitto Ucraino, quindi non solo mere documentazioni fotografiche della presenza di mezzi militari o degli effetti della devastazione, ma anche analisi dinamiche relative alle condizioni al contorno; dalla dinamica della vegetazione agricola (che costituirà uno dei più grandi problemi nel corso dei prossimi 2-3 anni, vista la leadership della produzione cerealicola, di girasoli, patate, ecc.), della sicurezza relativa alle infrastrutture di trasporto energetico e della produzione di minerali (con particolare attenzione all’area russofona del Dombass), ma anche alle condizioni dei principali impianti industriali e di produzione di energia da fonte nucleare (fig. 2), non dimenticando tutta la parte relativa alla mobilità sia di merci che di persone (corridoi umanitari).

L’osservazione della terra è uno strumento maturo che permette di estrarre dagli open data disponibili informazione ad alto valore aggiunto; il nostro compito è quello di farlo maturare e divulgarlo con la consapevolezza che guardare dal buco della serratura (semplicemente osservare immagini) può essere utile, ma ciò che veramente risulta indispensabile è avere la chiave per aprire la porta alla geospatial intelligence.


Inchiesta sull’insurrezione al CapitolHill / aggiornamento sul conflitto ucraino

Dalla serie di LIVE streamings a cura del team di analisti di START InSight. 20 minuti di approfondimento sui fatti d’attualità.
In questo video:
Insurrezione del 6 gennaio al Capitol Hill: cosa sta emergendo dall’inchiesta e dalle audizioni? Take-aways nella corrispondenza dagli States di Andrea Molle.
Segue un aggiornamento sul conflitto in Ucraina con Claudio Bertolotti.
Conduce Chiara Sulmoni
Tutte le puntata si possono rivedere per intero sul canale YOUTUBE di START InSight

Aggiornamenti al 17 giugno 2022
(Photo by little plant on Unsplash)