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Droni, sabotaggi e voto: la guerra ibrida russa si avvicina all’Italia?

di Claudio Bertolotti.

Il 1° settembre 2026 il governo tedesco ha attribuito alla Russia il tentato attacco del 4 agosto all’aeroporto di Lipsia/Halle, dove un drone dotato di esplosivo e sistema di detonazione è stato rinvenuto nell’area di sicurezza, in prossimità di velivoli cargo ucraini. Berlino ha indicato come base dell’attribuzione la convergenza tra indagini di polizia, modalità operative e risultanze d’intelligence. Mosca respinge l’accusa. La Germania ha annunciato misure diplomatiche e ulteriori iniziative in sede europea.

Questo evento segna un possibile salto di qualità nella pressione ibrida attribuita alla Russia. Ma quanto è distante quel fronte dall’Italia? Dai sabotaggi alle operazioni cyber, fino alla manipolazione informativa e alle possibili interferenze elettorali, Claudio Bertolotti analizza una minaccia che tende a muoversi deliberatamente sotto la soglia della guerra convenzionale. Il vero obiettivo di Mosca non sarebbe lo scontro diretto con la NATO, quanto aumentare vulnerabilità, costi e divisioni interne all’Europa. E l’Italia, per peso politico e infrastrutture strategiche, non può considerarsi al riparo.

La Germania accusa la Russia del lancio di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Cosa possiamo aspettarci?

Credo che quanto accaduto a Lipsia non debba essere letto soltanto per quello che materialmente è, ma soprattutto per quello che avrebbe potuto produrre. Un drone non ha provocato l’esplosione prevista e, dunque, sul piano tattico l’azione è fallita. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo dato. Sul piano strategico, invece, l’episodio ha già prodotto un effetto perchè ha dimostrato, almeno secondo l’attribuzione formulata dal governo tedesco, che un attore ostile è in grado di portare un dispositivo esplosivo all’interno di un’infrastruttura critica europea e di avvicinarlo a velivoli inseriti nella catena logistica di sostegno all’Ucraina. E questo è un problema, quasi scontato, ma che non ha destato preoccupazione fin quando la vulnerabilità non è stata resa palese; così cambia la prospettiva. Lipsia/Halle non è un aeroporto qualsiasi, ma è un grande nodo logistico europeo, elemento della capacità di trasporto strategico utilizzata dalla NATO. E colpire, o tentare di colpire, quel sistema significa agire contro uno degli elementi che consentono all’Europa di sostenere materialmente Kiev, ma senza attaccare direttamente un comando o un’infrastruttura direttamente della NATO. È quella zona grigia in cui la competizione ibrida trova la propria convenienza.

Cosa succederà adesso? Probabile aspettarsi una risposta calibrata. Berlino ha già scelto la strada diplomatica, delle restrizioni, delle sanzioni e del rafforzamento della sicurezza. Non credo che la Germania abbia interesse a trasformare automaticamente l’episodio in una crisi militare con Mosca, poiché non c’è convenienza, né capacità in questo senso. C’è un però: il problema sarà dimostrare che un’azione sotto la soglia della guerra non sia un’azione priva di costo, ed è qui che si gioca la credibilità europea: rispondere senza offrire alla Russia il vantaggio dell’escalation, ma facendo aumentare progressivamente il costo politico, diplomatico, economico e operativo di simili iniziative.

Il vero rischio non è tanto ciò che accadrà domani mattina, quanto la normalizzazione di episodi di questo tipo. Se un tentativo di sabotaggio contro un’infrastruttura strategica viene assorbito come uno dei tanti incidenti della guerra in Ucraina, allora la soglia di ciò che diventa politicamente accettabile tende inevitabilmente a spostarsi. E quando la soglia si sposta, aumenta lo spazio per l’azione successiva. È un problema tutto nostro, non della Russia.

Per alcuni analisti la Russia ha dichiarato la guerra (ibrida) ad uno dei Paesi europei più importanti. Ma è una dichiarazione di guerra all’Europa intera oppure nulla di tutto ciò?

Dobbiamo essere realisti: non è una “dichiarazione di guerra”, e non userei nemmeno il termine perché rischia di farci interpretare con le categorie della guerra convenzionale un fenomeno che, per sua natura, tende proprio a sottrarsi a quelle categorie. La guerra ibrida funziona perché consente di esercitare pressione sull’avversario senza assumersi formalmente la responsabilità politica e giuridica di una guerra: è la “plausibile negabilità” dell’atto, e in questo la Russia (come l’Iran e la Corea del Nord) è maestra. Sabotaggio, cyber-attacchi, disinformazione, interferenze, ricorso a intermediari e agenti sacrificabili hanno in comune il vantaggio comune di rendere più complessa l’attribuzione e, conseguentemente, più difficile la risposta.

Direi quindi che, se l’attribuzione tedesca verrà consolidata dalle risultanze investigative, Lipsia rappresenterà un ulteriore salto di qualità in una campagna di pressione che l’Europa considera già in corso. Non è necessario che Mosca “dichiari” una guerra ibrida alla Germania, perché la caratteristica della competizione ibrida è esattamente l’assenza di quella dichiarazione. È così, lo è da tempo.

E non parlerei neppure di una dichiarazione di guerra all’Europa intera. Parlerei, piuttosto, di un messaggio rivolto all’intero sistema europeo in cui nessun Paese che contribuisca in maniera significativa al sostegno dell’Ucraina può più considerarsi esterno al conflitto. Questo non significa che la Russia voglia combattere militarmente contro l’Europa o contro la NATO, anzi è esattamente il contrario e io continuo a ritenere che Mosca abbia tutto l’interesse a evitare un confronto militare diretto con l’Alleanza. Il paradosso però è evidente in quanto, nel tentativo di aumentare la pressione sull’Europa senza arrivare alla guerra, la Russia tende a moltiplicare le occasioni nelle quali un errore, una vittima, un sabotaggio riuscito o una reazione non prevista potrebbero avvicinare proprio quel confronto che avrebbe interesse a evitare.

La Germania, poi, ha un valore particolare perché è una potenza economica, industriale e logistica centrale, oltre ad essere uno dei principali sostenitori europei dell’Ucraina, ed è politicamente determinante per la tenuta della risposta europea. Fare pressione sulla Germania significa quindi tentare di produrre un effetto che va ben oltre i confini tedeschi, significa influire sulla percezione del rischio, sul consenso interno, sui costi del sostegno a Kiev e, in ultima analisi, sulla coesione europea.

E la Nato?

La NATO è di fronte a uno scenario che si basa sull’accettazione di una distinzione fondamentale. La posizione dell’Alleanza è complessa perché deve garantire deterrenza senza trasformare automaticamente ogni azione ibrida in un casus belli.

L’Articolo 5 non è un interruttore che scatta automaticamente ogni volta che si verifica un sabotaggio, un cyber-attacco o un’incursione con un drone. La valutazione dipende dalla natura dell’azione, dagli effetti prodotti, dalla sua attribuzione e dalla gravità complessiva e per questo, nel caso di Lipsia, il punto più importante non è chiedersi se debba essere invocato l’Articolo 5, ma comprendere come l’Alleanza possa impedire che la fascia al di sotto di quella soglia diventi uno spazio operativo nel quale l’avversario possa agire quasi impunemente.

Il punto, a mio avviso, è che la deterrenza deve funzionare anche sotto la soglia dell’Articolo 5, e se funziona soltanto quando siamo già di fronte a un attacco armato convenzionale, allora lasciamo all’avversario uno spazio enorme nel quale operare. Ed è precisamente quello spazio che oggi deve essere ridotto.

In Europa agirebbero molti agenti al servizio della Federazione Russa. Dovremmo aspettarci un’intensificazione delle azioni di sabotaggio?

È uno scenario plausibile, e direi che dobbiamo prepararci a un aumento della pressione, senza però trasformare una valutazione di rischio in una certezza predittiva. Il punto che più trovo interessante è che il modello operativo che le autorità europee stanno descrivendo non è necessariamente costituito da agenti professionisti inviati da Mosca, ma da reti molto più flessibili, composte da intermediari, criminali, soggetti reclutati attraverso piattaforme digitali e quelli che i tedeschi definiscono, con un’espressione efficace, “agenti usa e getta”: e anche qui ci vedo un parallelo con quanto starebbe facendo l’Iran attraverso il reclutamento delle gang giovanili di immigrati per destabilizzare la sicurezza (o la percezione di sicurezza) dei paesi europei target.

E questo avviene perché è un modello particolarmente conveniente che riduce il costo dell’operazione, aumenta la distanza tra mandante ed esecutore e rende più difficile ottenere una prova giudiziaria capace di ricondurre l’intera catena di comando allo Stato che avrebbe promosso l’azione. L’esecutore può sapere pochissimo del committente e persino ignorare la finalità strategica dell’incarico, e proprio questa frammentazione è la forza del sistema.

Per questo mi aspetto che la minaccia evolva più in termini di quantità, diversificazione e imprevedibilità che attraverso operazioni necessariamente spettacolari: depositi, ferrovie, aeroporti, reti energetiche, aziende della difesa, sistemi informatici e infrastrutture legate al sostegno all’Ucraina costituiscono obiettivi potenzialmente vulnerabili. Non tutti gli episodi saranno riconducibili alla Russia e sarebbe metodologicamente sbagliato attribuire automaticamente a Mosca ogni incendio, guasto o sabotaggio. Ma è proprio la moltiplicazione degli eventi ambigui a produrre uno degli effetti desiderati dalla guerra ibrida: rendere più difficile distinguere il caso, il crimine comune, l’attivismo politico e l’operazione coordinata da un servizio d’intelligence.

La risposta europea dovrà quindi essere prima di tutto di metodo perchè occorre mettere in relazione gli episodi, condividere intelligence e indicatori, seguire i flussi finanziari e le modalità di reclutamento, proteggere le infrastrutture e, soprattutto, evitare due errori opposti: sottovalutare il fenomeno e attribuire alla Russia qualunque evento anomalo.

E dunque sì, ritengo probabile un’intensificazione della competizione ibrida nella misura in cui questa continuerà a offrire a Mosca risultati politici e psicologici a costi relativamente contenuti, per quanto, proprio per questo, la risposta più efficace non può essere quella emotivamente più forte, bensì quella capace di ridurre progressivamente il tornaconto strategico di queste operazioni, rendendole più difficili da organizzare, più facili da attribuire e, soprattutto, più costose da promuovere.

Quanto è distante Lipsia dall’Italia? È un campanello d’allarme anche per noi?

Non è così distante, perché Lipsia dimostra che la minaccia ibrida non riguarda più soltanto cyber-attacchi o propaganda, ma può tradursi in azioni fisiche contro infrastrutture critiche, nodi logistici, trasporti ed energia. L’Italia dispone di porti, aeroporti, reti ferroviarie e infrastrutture militari che hanno un ruolo rilevante anche nel sostegno all’Ucraina: quindi il rischio non è teorico. Il campanello d’allarme è proprio questo: la guerra può entrare nello spazio europeo senza assumere la forma della guerra convenzionale. E la presenza di gruppi o movimenti antagonisti o di estrema sinistra e destra vicini alla Russia non può che aumentare la probabilità di tali azioni.

Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, parla di possibili interferenze russe nelle elezioni. Perché è importante non sottovalutare?

Perché l’obiettivo non è necessariamente “far vincere” un partito, ma alterare il contesto nel quale gli elettori maturano le proprie decisioni, polarizzare, amplificare le divisioni esistenti, delegittimare le istituzioni e il processo elettorale e, ancora, esasperare le masse, o porzioni di elettorato su temi sensibili, di fatto creando una polarizzazione sociale e politica. Tajani ha ragione quando sottolinea la necessità di intervenire prima, perché le operazioni di influenza funzionano soprattutto quando riescono a confondersi con il normale dibattito politico e informativo.

In che modo le interferenze russe si sono intensificate sull’Italia dal 2022 a oggi? Quali i settori più sensibili?

Dal 2022 il salto di qualità riguarda soprattutto la convergenza tra strumenti diversi, dalla disinformazione, alla manipolazione informativa, alle cyber-attività, reti di influenza e al potenziale sabotaggio di obiettivi industriali o infrastrutturali. E in questo quadro evolutivo non dobbiamo porre in secondo piano la possibile convergenza dei gruppi antagonisti. I settori più sensibili sono quelli che incidono direttamente sulla resilienza dello Stato, come il sistema politico-elettorale, lo spazio informativo e i social media, così come le infrastrutture energetiche e digitali, i trasporti, porti, aeroporti e filiera industriale della difesa. Il punto, però, è non leggere questi strumenti separatamente, in quanto la forza della strategia ibrida sta proprio nella loro combinazione perché consente di produrre un effetto strategico senza superare apertamente la soglia della guerra.


Un confronto tra la Russia e la NATO? È un (pericoloso) rischio non calcolato da Mosca.

di Claudio Bertolotti.

Le recenti dichiarazioni di Vladimir Putin dal Pacifico, dove il presidente russo ha minacciato ritorsioni in caso di sequestro di navi mercantili della Federazione e ha evocato un rischio di confronto con la NATO, si inseriscono in una fase di crescente pressione militare e strategica sulla Russia. Quasi contemporaneamente, l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro obiettivi in Crimea e contro il porto di Novorossiysk, rivendicando un’operazione definita “senza precedenti” e sostenendo di aver compromesso in modo sostanziale la capacità russa di utilizzare la Crimea come base navale.

Sono eventi distinti, ma non necessariamente scollegati poiché la questione su cui tutto si incardina è comprendere se essi rappresentino segmenti di una stessa dinamica di escalation.

A guardare lo scenario che si sta prospettando, non credo che gli ultimi eventi indichino una maggiore volontà russa di arrivare a un conflitto con la NATO. Anzi, partirei dall’assunto opposto: Mosca non vuole una guerra diretta con l’Alleanza, perché ne conosce costi, rischi e soprattutto l’imprevedibilità. Il problema, però, è che molte delle mosse che la Russia sta compiendo sembrano spingerla proprio nella direzione che vorrebbe evitare, ed è questo, a mio avviso, l’elemento più preoccupante.

E, dunque, le dichiarazioni di Putin sui possibili sequestri di navi mercantili russe vanno lette in questa prospettiva, ma non sono necessariamente il preludio a una decisione di confronto con la NATO, quanto piuttosto un tentativo di ristabilire una capacità di deterrenza che Mosca percepisce come progressivamente erosa. In questa prospettiva, credo che il messaggio voglia essere: “se colpite i nostri interessi, noi allargheremo lo spazio nel quale siamo disposti a rispondere”. Ma proprio qui nasce il rischio.

Gli attacchi ucraini contro la Crimea e, soprattutto, contro Novorossiysk accentuano questa dinamica poichè Kiev sta progressivamente riducendo gli spazi di sicurezza operativa della Russia nel Mar Nero. Sebastopoli è diventata molto più vulnerabile e parte delle capacità navali russe è stata trasferita verso Novorossiysk, e colpire anche quest’ultima significa cercare di dimostrare che non esiste più un retroterra realmente sicuro per la Flotta del Mar Nero.

Questo non implica che la Russia abbia “perso” la Crimea in senso militare. Sarebbe un grave errore di analisi poiché la Russia, nonostante questi eventi emotivamente coinvolgenti, mantiene il vantaggio tattico su tutti i fronti del campo di battaglia. Ma la penisola rimane fondamentale come piattaforma logistica, aerea e missilistica, per quanto la sua funzione di santuario navale sia stata seriamente compromessa. E quando una grande potenza vede restringersi i propri margini di manovra tende a cercare compensazioni altrove. È un bilanciamento lineare, quasi scontato.

È qui che collegherei gli attacchi ucraini alle parole di Putin. Non attraverso una relazione immediata di causa ed effetto, ma attraverso una più ampia dinamica di azione, reazione e compensazione. L’Ucraina aumenta la pressione nel Mar Nero, mentre Mosca, dal canto suo, cerca di ampliare lo spazio della propria deterrenza, prospettando ritorsioni anche lontano da quel teatro. E così il conflitto tende ad allargarsi sul piano geografico senza che nessuno dei principali attori dichiari di volerlo allargare su quello politico.

E qui si impone il paradosso in cui la Russia non vuole provocare la NATO per trascinarla deliberatamente in guerra sebbene, nel tentativo di dimostrare di non essere vulnerabile, moltiplichi le occasioni nelle quali potrebbe verificarsi un confronto con un Paese dell’Alleanza: una nave intercettata, una scorta militare che interviene, un’azione interpretata come ostile, una risposta sproporzionata, un errore di valutazione.

Per questo sarei prudente nell’affermare che «stanno crescendo le possibilità di una guerra Russia-NATO». Non cresce necessariamente la volontà politica di quella guerra, quanto piuttosto cresce la probabilità che si creino le condizioni perché essa possa iniziare senza essere stata realmente scelta.

Ed è forse questo l’aspetto più grave perché, lo sappiamo dalla lettura storica dei conflitti, le guerre non cominciano sempre perché qualcuno decide consapevolmente di iniziarle, ma possono cominciare anche attraverso una successione di decisioni razionali prese singolarmente, ma che, sommandosi, producono un risultato irrazionale nel suo insieme.

E così, oggi vediamo qualcosa di simile, in cui Mosca cerca di evitare di apparire debole, Kiev cerca di ampliare la vulnerabilità russa, i Paesi europei cercano di restringere ulteriormente gli spazi economici e marittimi della Russia. Insomma, ognuno cerca di controllare l’escalation, ma contemporaneamente contribuisce ad alimentarla.

Il punto, dunque, non è che Putin voglia la guerra con la NATO, ma è che la Russia continua a compiere mosse che possono avvicinarla a quella guerra senza volerla, e forse senza essere pienamente in grado di governare il processo che sta mettendo in moto. Ed è proprio questa perdita progressiva di controllo sull’escalation, più che una deliberata volontà di confronto, ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente.


𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨? 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?

di Claudio Bertolotti.

Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.

Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.

Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.

Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.

Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.

A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.

In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.


Il piano di pace di Trump per l’Ucraina? Una resa senza condizioni.

di Claudio Bertolotti.

Il piano in 28 punti proposto da Trump, se confermato così come annunciato, sarebbe inaccettabile da parte dell’Ucraina, a meno di non dichiarare contestualmente la capitolazione di fronte all’aggressione della Russia.

E dico questo perché la cessione territoriale è un’accettazione della sconfitta. Oggi l’Ucraina non è sconfitta, semplicemente non è nelle condizioni di poter vincere la guerra e, con il passare del tempo, potrebbe non essere in grado di tenere il fronte.

Sì, perché l’Ucraina resiste solamente grazie al supporto militare, tecnologico e di intelligence occidentale. Senza di quello avrebbe già perso. E forse questo potrebbe essere l’asso nella manica di un Trump determinato a porre fine al conflitto: non dare all’Ucraina la possibilità di scelta togliendo o riducendo al minimo gli aiuti militari di Washington e lasciando che il tempo giochi a favore della Russia. Ma Trump non vuole che la Russia prosegua la guerra, perché sa che non si fermerebbe al limite del Donbass, ma andrebbe oltre con il tempo.

E il tempo è il fattore determinante a favore di una Russia che mantiene il vantaggio tattico ormai da due anni e mezzo. In questo momento, direi che quel “piano di pace” è politicamente quasi impossibile da realizzare, almeno nelle forme trapelate sui media.

Il piano punterebbe innanzitutto a una cessione a Mosca dell’intero Donbas, comprese le aree ancora controllate da Kiev, al riconoscimento definitivo della Crimea e dei territori occupati, e al congelamento delle linee sul resto del fronte. A ciò si aggiungerebbero la riduzione significativa delle forze armate ucraine e limiti stringenti alle capacità d’attacco a lungo raggio, in cambio di garanzie di sicurezza occidentali e della fine delle ostilità. Si tratterebbe, però, di una bozza informale: non è un accordo ufficiale e non ha finora ricevuto l’assenso né del governo ucraino né degli alleati europei.

Per Kiev, l’accettazione di un simile compromesso risulta quasi impossibile. La Costituzione ucraina stabilisce che qualsiasi modifica territoriale debba passare attraverso un referendum nazionale, e vieta emendamenti che compromettano l’integrità dello Stato. Un referendum, peraltro, non è praticabile sotto legge marziale. Inoltre, significherebbe chiedere alla popolazione di approvare la rinuncia definitiva a territori che il Paese considera parte integrante della sua sovranità. Anche l’opinione pubblica resta, nella sua maggioranza, contraria a concessioni territoriali: pur stanca del conflitto, una parte significativa degli ucraini teme che un accordo affrettato possa trasformarsi in una resa mascherata. Per Zelensky, già indebolito internamente, firmare un’intesa percepita come capitolazione equivarrebbe ad affrontare una crisi politica potenzialmente devastante, con il rischio concreto di fratture interne e radicalizzazione.

Europa e Stati Uniti?

Neppure dal lato occidentale il piano appare realmente sostenibile. Le principali capitali europee hanno reagito in modo critico, definendo l’impostazione come una forma di “capitolazione” e ricordando che una pace stabile non può basarsi sulla legittimazione dell’aggressione. Senza il consenso di Kiev e dell’Unione Europea, un’intesa scritta tra Washington e Mosca avrebbe pochissime possibilità di reggere; anzi, rischierebbe di dividere ulteriormente il fronte occidentale anziché avvicinare la fine della guerra.

La Russia?

Dal punto di vista russo, la proposta sarebbe indubbiamente conveniente: consoliderebbe gli attuali guadagni territoriali, ridurrebbe la forza militare ucraina e limiterebbe l’arrivo di armi occidentali. Proprio per questo, tuttavia, il Cremlino potrebbe ritenere opportuno proseguire le operazioni militari nella convinzione di poter ottenere ancora di più, soprattutto nelle zone dove mantiene l’iniziativa.

Nel complesso, la fattibilità immediata del piano è estremamente bassa. È percepito come una resa da Kiev e da buona parte dell’Europa, e urta contro vincoli costituzionali difficilmente superabili. Nel medio periodo potrebbe però influenzare il dibattito politico, ridefinendo ciò che una parte dell’establishment occidentale considera negoziabile. Tuttavia, difficilmente sarà questo il documento che chiuderà il conflitto: una vera intesa richiederà il pieno coinvolgimento dell’Ucraina e dell’UE, garanzie di sicurezza molto più solide e, soprattutto, un formato negoziale che non somigli a una capitolazione unilaterale.


Perché il vertice di Budapest è destinato a saltare?

di Claudio Bertolotti.

Il vertice di Budapest, annunciato come possibile occasione di incontro tra Trump e Putin, si sta progressivamente svuotando di sostanza politica. Le ragioni sono tre.
La prima è l’asimmetria negoziale: Mosca non accetta l’idea di un cessate il fuoco immediato e continua a proporre scambi territoriali che congelerebbero i propri vantaggi sul terreno; Washington, consapevole di questo squilibrio, ha deciso di rinviare qualsiasi summit fino a quando non si intravedrà un terreno comune.
La seconda è di natura giuridico-politica: il mandato della Corte penale internazionale nei confronti di Putin rende logisticamente complessa e diplomaticamente tossica qualsiasi sua visita in territorio dell’Unione Europea.
La terza ragione è l’ambiguità ungherese. Orbán, da un lato, proclama di lavorare per la pace; dall’altro, usa l’ipotesi del vertice per fini di politica interna, ben sapendo che né Washington né Mosca intendono legittimare un’iniziativa fuori dal loro controllo. In sintesi, Budapest è oggi più uno strumento narrativo che una reale agenda diplomatica.

Trump e Putin: chi domina il braccio di ferro?

Lo scontro tra Trump e Putin è un confronto tra due poteri diversi: quello della coercizione e quello dell’agenda. Putin controlla la dimensione tattica del conflitto — il terreno, il tempo strategico, la capacità di escalation — e per questo appare più forte nel breve periodo. Trump, invece, esercita un potere strategico: dispone delle leve sanzionatorie, dell’influenza sul sistema finanziario internazionale e della capacità di guidare o rallentare la coalizione occidentale.
Si tratta dunque di due forze che si bilanciano. Putin può imporre fatti compiuti, ma Trump controlla il ritmo e i margini della trattativa. In questo equilibrio instabile, la forza non è solo militare: è anche comunicativa, economica e simbolica.

Come si muovono Zelensky e gli europei?

Zelensky mantiene una doppia linea d’azione: da un lato si dichiara disponibile al dialogo, dall’altro rifiuta qualsiasi riconoscimento delle conquiste territoriali russe. Sul piano operativo punta a mantenere la pressione sul fronte e a garantire continuità nei flussi di armi e finanziamenti occidentali.
Gli europei, invece, mostrano stanchezza strategica. L’obiettivo comune è ottenere un cessate il fuoco “line-of-contact” che fermi i combattimenti senza tradursi in concessioni politiche. Dietro le quinte, Bruxelles lavora su un meccanismo che potremmo definire “freeze & fund”: congelare il fronte militare e finanziare la resilienza e la ricostruzione ucraina con gli asset russi congelati. È un compromesso di gestione, non ancora di pace.

Trump riuscirà davvero a mediare?

È possibile, ma alle sue condizioni. Trump potrà presentarsi come mediatore solo se riuscirà a ottenere un risultato spendibile sul piano interno: uno stop temporaneo ai combattimenti, uno scambio di prigionieri, o un accordo umanitario che possa rivendicare come “vittoria americana”.
Un vero accordo politico, invece, richiederebbe concessioni territoriali che nessuna delle due parti è oggi disposta ad accettare. L’esito più probabile, nel breve periodo, è un cessate il fuoco imperfetto: fragile, reversibile, ma utile a entrambi per guadagnare tempo e consenso.

Perché Trump ha ottenuto una tregua in Medio Oriente ma non in Ucraina?

Le differenze strutturali sono evidenti.
Primo, la natura della mediazione: in Medio Oriente esiste un triangolo operativo stabile — Stati Uniti, Egitto e Qatar — che funziona su logiche transazionali, scambiando ostaggi e tregue in modo sequenziale. In Ucraina, invece, manca un broker accettato da entrambe le parti e non c’è un “bene scambiabile” immediato.
Secondo, l’oggetto del conflitto: a Gaza si tratta di gestire il fuoco e il flusso umanitario; in Ucraina si tratta dell’architettura di sicurezza europea, una questione sistemica e non episodica.
Terzo, i vincoli legali e di coalizione: il mandato ICC su Putin e la natura interstatuale del conflitto limitano margini e formati negoziali.
Infine, la stabilità del cessate il fuoco: in Medio Oriente la tregua è fragile ma replicabile; in Ucraina, un congelamento della linea di contatto creerebbe nuove frontiere armate e un conflitto “ibernato” ma non risolto.

In conclusione

Budapest, oggi, è il simbolo di una diplomazia sospesa: un negoziato ancora senza negoziato.
Mosca guadagna tempo, Washington costruisce pressione finanziaria e militare, l’Europa tenta di reggere la linea del “freeze & fund”. Trump potrebbe ancora imporsi come mediatore “a modo suo”, ma solo se riuscirà a trasformare l’apparenza di una pausa tattica in un successo politico immediato.
Il Medio Oriente gli ha offerto un terreno di scambio; l’Ucraina, invece, richiede un’architettura di sicurezza. E quella non si improvvisa: richiede tempo, compromessi e la rinascita di una volontà politica che, per ora, nessuno dei protagonisti sembra voler realmente esercitare.


Da Kiev al Medioriente: il commento di C. Bertolotti a SKY TG 24 TIMELINE.

di Claudio Bertolotti.

Da Kiev al Medioriente: il commento di C. Bertolotti a SKY TG 24 TIMELINE (puntata del 4 luglio 2025).

Dopo la telefonata Trump-Putin
A conversazione conclusa, il presidente statunitense Donal J. Trump ha ammesso di non aver ottenuto “alcun passo avanti” verso il cessate-il-fuoco, lasciando trapelare delusione e irritazione. Pochi minuti dopo, dal Cremlino filtrava la ferma linea di Mosca: “gli obiettivi militari resteranno immutati” e i negoziati dovranno svolgersi «solo fra Mosca e Kyiv, senza mediatori».

L’ondata di missili e droni
Le parole hanno trovato immediata conferma nei fatti: fra la notte del 3 e l’alba del 4 luglio la Russia ha scatenato la più massiccia offensiva aerea dall’inizio della guerra — circa 550 vettori tra droni Shahed e missili balistici, diretti soprattutto su Kyiv ma anche su diverse città dell’ovest ucraino — un segnale assai eloquente di continuità bellica reuters.com.

La chiave di lettura
Putin sta usando la pressione militare come leva negoziale: più alza la soglia del dolore ucraino, più indebolisco la loro resilienza politica e la loro fiducia nelle difese occidentali». Quando lancia centinaia di droni e missili, il presidente russo Vladimir Putin sa che la contraerea ucraina non potrà intercettarli tutti. È una dimostrazione pratica del vantaggio tattico e operativo mantenuto da Mosca in questo conflitto e degli effetti in termini di vulnerabilità psicologica ucraina.

Non si tratta soltanto di terrorizzare i civili; la campagna aerea serve a preparare l’offensiva estiva: «la Russia chiama i coscritti due volte l’anno, in aprile e novembre; dopo due mesi d’addestramento sono pronti. Siamo esattamente all’apice di quel ciclo: da un momento all’altro Mosca potrebbe puntare su Odessa per chiudere l’accesso ucraino al Mar Nero

L’arma-tempo e il nodo degli aiuti USA
Il fattore decisivo è la pazienza strategica di Mosca: «Più il tempo passa, più Kiev dipende dagli arsenali occidentali, mentre la Russia rigenera continuamente le proprie riserve umane». In questo quadro, la decisione di Washington di sospendere parte delle forniture — in particolare i Patriot e le munizioni guidate — pesa in modo sproporzionato: «Kyiv non può permettersi buchi di poche settimane, figuriamoci di mesi».

Trump nega che si tratti di un vero “congelamento” e insiste sulla necessità di salvaguardare le scorte interne, ma il messaggio politico che arriva in Ucraina (e in Russia) è chiaro: la protezione USA non è più illimitata. Ma, a ben guardare i precedenti, è più probabile che tale scelta sia una concessione indiretta a Putin, con la clausola non scritta di riprendere la fornitura di equipaggiamenti militari all’Ucraina nel momento in cui Putin non dovesse aprire a una qualunque ipotesi negoziale.

Che cosa vedo all’orizzonte

  • Un’escalation “controllata”: Mosca continuerà a colpire infrastrutture civili e militari per logorare la rete di difesa aerea e mostrare l’impotenza di Kyiv.
  • Pressione su Odessa: il rafforzamento russo a sud fa pensare a un tentativo di sigillare definitivamente la costa ucraina.
  • Diplomazia in stallo: finché nell’arco atlantico non si chiarirà l’entità reale dello stop agli aiuti, qualunque negoziato resterà intrappolato in un gioco di specchi.
  • Fragilità europea: l’UE dipende dalla linea di Washington; senza un piano alternativo, rischia di trovarsi spettatrice di un accordo imposto dal terreno di battaglia.

Per concludere
La sequenza telefonata-bombardamenti mostra come Putin utilizzi sistematicamente l’azione militare per dettare i tempi politici, contando sul logoramento del sostegno occidentale. Se Washington non riattiverà in fretta la filiera degli armamenti — o se Mosca non incapperà in un errore strategico — le prossime settimane potrebbero segnare un ulteriore peggioramento per l’Ucraina, con un tavolo negoziale sempre più sbilanciato a favore del Cremlino.


Da Kiev e Mosca, passando per Istanbul e Teheran e guardando a Gerusalemme.

di Claudio Bertolotti.

Dall’intervista a Irene Cosul Cuffaro, per il quotidiano La Verità del 19 maggio 2025.

Il commento per Officina Geopolitica di START InSight

Si è conclusa la prima sessione dei negoziati tra Russia e Ucraina a Istanbul: colloqui che si sono limitati allo scambio di prigionieri. Un flop, o attorno a questo summit c’erano aspettative troppo alte?

Quelli di Istanbul sono i primi formali tra delegazioni russe e ucraine dal 2022, e se non possono essere letti come un fallimento non possono altrettanto essere considerati un progresso sostanziale. L’unico risultato concreto – lo scambio di 1.000 prigionieri per parte – è un segnale limitato ma significativo. Non tanto per il contenuto, quanto per il fatto che certifica l’apertura di un canale diplomatico tra Kiev e Mosca. E, in un contesto di guerra convenzionale prolungata e simmetrica, ciò rappresenta già un dato politico rilevante.

Le aspettative attorno al summit erano indubbiamente elevate, e forse mal calibrate. È utile ricordare che nei conflitti armati i leader non si incontrano per definire un accordo, ma per formalizzare intese già costruite a monte, nelle sedi tecniche. La mancata partecipazione di Putin e Zelensky ha confermato la natura interlocutoria dell’incontro: un primo contatto operativo, non ancora un terreno di mediazione strategica.

Dal punto di vista russo, l’iniziativa risponde a una logica di lungo periodo: Mosca è consapevole di poter mantenere un vantaggio sia sul piano militare – consolidando le linee di contatto – sia su quello diplomatico, sfruttando la fatica dell’Occidente e la crescente ambivalenza di alcune cancellerie europee. In questo scenario, la disponibilità al dialogo si traduce in uno strumento di pressione, utile a presentare l’immagine di un attore razionale e disposto al compromesso, senza in realtà cedere nulla sul terreno.

In sintesi, lo scambio di prigionieri è un passo modesto, ma simbolicamente importante. È la conferma che un canale diretto esiste, e che il confronto non è solo militare ma anche – e sempre più – politico. Nulla di risolutivo, certo. Ma in una guerra di logoramento, anche le aperture minime vanno lette come indicatori di una possibile, futura transizione negoziale.

Evocare ulteriori sanzioni contro Mosca a tavoli aperti, come fatto da Ursula von der Leyen e Donald Trump, non è una mossa controproducente?

Evocare l’ipotesi di nuove sanzioni contro Mosca nel pieno di un tentativo di apertura negoziale – come hanno fatto Ursula von der Leyen e Donald Trump – rappresenta una mossa che rischia di rivelarsi, nel migliore dei casi, sterile. Nel peggiore, profondamente controproducente. È ormai un dato consolidato: il sistema sanzionatorio occidentale, per quanto articolato e pervasivo, non ha prodotto gli effetti strategici attesi. La Russia non ha subito un reale depotenziamento della propria capacità militare, né si è ritrovata isolata sul piano internazionale.

Mosca ha saputo dimostrarsi resiliente, ricalibrando le proprie linee di approvvigionamento e proiettandosi verso mercati alternativi, dalla Cina all’Iran, fino a partner africani e latinoamericani. Sul piano politico-diplomatico, la narrazione russa non solo non si è indebolita, ma ha saputo trovare nuove sponde, mantenendo margini di manovra significativi nei principali teatri internazionali. E anche sul fronte militare-industriale, nonostante le restrizioni, il sistema ha retto: adattamento, riconversione e triangolazioni commerciali hanno garantito continuità operativa. Il danno d’immagine, pur presente, non ha intaccato in modo decisivo la postura strategica del Cremlino.

In questo contesto, la minaccia di nuove sanzioni, soprattutto se lanciata mentre si tenta di aprire un canale diplomatico, rischia di generare l’effetto opposto: irrigidire le posizioni, rafforzare la retorica interna russa dell’accerchiamento, e offrire pretesti utili alla propaganda. Si tratta di un’iniziativa che – anche qualora non intenzionale – riduce lo spazio negoziale. Quando si parla di diplomazia, il tempismo è parte della strategia: e in questo caso, la dichiarazione arriva fuori tempo massimo.

A ottobre ci sarà un vertice russo con la Lega araba. Putin si è  detto fiducioso  che l’incontro contribuirà a  “garantire la pace, la sicurezza e la stabilità nelle regioni del Medio Oriente e del Nord Africa”. Una contromossa in risposta all’avvicinamento di Trump ai Paesi sunniti del Golfo?

L’annuncio del vertice tra Russia e Lega araba previsto per ottobre, accompagnato dalle dichiarazioni di Vladimir Putin sull’obiettivo di rafforzare “pace, sicurezza e stabilità” in Medio Oriente e Nord Africa, va letto attraverso una lente strategica che tiene conto del posizionamento russo nella regione e delle dinamiche competitive in atto – su tutte, quelle con gli Stati Uniti e la Turchia.

Più che una semplice iniziativa diplomatica, si tratta di una contromossa calibrata, in risposta al rinnovato attivismo americano sotto la guida di Donald Trump, che ha ripreso l’opera di ricompattamento con le monarchie sunnite del Golfo. In questo contesto, la Russia intende riaffermare il proprio ruolo di potenza extraregionale capace di interloquire con tutti gli attori – inclusi quelli arabi – senza vincoli ideologici o storici, come ha già dimostrato in Siria dove la competizione con la Turchia ha dato ragione a quest’ultima, con cui Mosca ora deve scendere a compromessi. Con Ankara, infatti, la relazione è ambivalente: cooperazione tattica in alcuni ambiti (come Astana), ma competizione strategica sul controllo delle leve di influenza regionali, dalla Libia al Caucaso, fino al Sahel.

Il vertice con la Lega araba è dunque un’operazione a doppio livello: da un lato, consolidare l’immagine di Mosca come attore di equilibrio in uno scenario mediorientale frammentato; dall’altro, sottrarre spazio all’influenza turca e americana, proponendosi come partner credibile in ambito sicurezza, energia e gestione delle crisi. Non è un progetto nuovo, ma oggi si rafforza nella consapevolezza che l’assenza di un chiaro ordine regionale postamericano apre margini d’azione a chi, come la Russia, ha saputo investire in modo opportunistico ma costante.

In definitiva, più che un vertice, quello di ottobre è un atto di posizionamento. Un segnale, indirizzato a Washington e Ankara, che il vuoto di potere nel mondo arabo è uno spazio ancora contendibile – e che Mosca non ha alcuna intenzione di lasciarlo agli altri.

Erdogan non resterà a guardare…

Il rapporto tra Erdogan e Putin è un esempio di realismo politico applicato: una relazione ibrida, fatta di cooperazione tattica e competizione strategica. Ankara e Mosca si trovano spesso su fronti opposti – dalla Siria al Caucaso – ma sanno riconoscere, e talvolta sfruttare, convergenze di breve periodo funzionali ai rispettivi interessi.

In Siria, la Turchia ha sostenuto l’opposizione armata, mentre la Russia ha salvaguardato la sopravvivenza del regime di Assad. Eppure, attraverso i processi di Astana e Soči, i due Paesi hanno costruito una coesistenza operativa: Ankara ha ottenuto libertà d’azione contro le milizie curde nel nord della Siria, mentre Mosca ha preservato l’integrità del proprio alleato a Damasco. Una logica di scambio, fondata sul rispetto delle rispettive aree di influenza, ma priva di una reale fiducia reciproca.

Sul piano energetico, il partenariato è più strutturato: gas, nucleare e infrastrutture rafforzano l’interdipendenza, ma non eliminano la volontà turca di affermarsi come attore autonomo, capace di giocare su più tavoli, compreso quello occidentale. Erdogan persegue una strategia multilivello che lo posiziona al centro delle dinamiche regionali, senza mai vincolarsi del tutto a un solo partner.

In questo senso, il rapporto con la Russia non è né alleanza né ostilità, ma una forma di equilibrio instabile e adattivo, dove Ankara si muove con audace lucidità, trasformando le ambiguità in leva politica.

Il presidente americano ha dichiarato che Usa  e Iran si stanno avvicinando a un’intesa sul nucleare.  Scenario plausibile, al di là delle dichiarazioni?

Tra calcolo tattico e sfiducia strategica, l’intesa nucleare USA-Iran resta possibile, ma sarà fragile, temporanea e priva di solide basi.

Dal punto di vista strategico, un riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran sul tema del nucleare non può essere escluso, ma va inquadrato con attenzione. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca costituisce un elemento chiave: è stato proprio lui, nel 2018, a ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare (JCPOA), firmato tre anni prima dall’amministrazione Obama. Se oggi si aprisse un nuovo negoziato sotto la sua presidenza, difficilmente si tratterebbe di un ritorno a quell’intesa. Più probabilmente, si punterebbe su un accordo parziale o temporaneo, finalizzato a obiettivi tattici – come porre limiti provvisori all’arricchimento dell’uranio o favorire scambi umanitari – piuttosto che su un’intesa strutturata e duratura.

Poi, ci sono motivazioni contingenti che potrebbero spingere entrambi i Paesi verso una forma di dialogo. Da un lato, l’Iran è sempre più sotto pressione a causa della crisi economica interna e del crescente malcontento popolare, e potrebbe considerare un’intesa come una boccata d’ossigeno, anche solo momentanea. Dall’altro lato, gli Stati Uniti potrebbero essere interessati a ridurre le tensioni in Medio Oriente per concentrare risorse e attenzione sul quadrante indo-pacifico, dove la sfida strategica con la Cina continua ad ampliarsi.

Rimangono però ostacoli concreti. La sfiducia reciproca è ancora elevata, il programma nucleare iraniano ha fatto notevoli progressi ed è oggi molto più vicino alla soglia militare rispetto al passato, e l’establishment conservatore di Teheran appare poco incline a fare concessioni che potrebbero essere percepite come un segno di debolezza interna.

Pertanto, ritengo che l’ipotesi di una “de-escalation negoziata” non sia fuori dalla realtà, ma più che un accordo organico e stabile, si tratterebbe verosimilmente di una soluzione limitata, fragile e potenzialmente reversibile.

E con che conseguenze per i rapporti tra Stati Uniti e Israele?

Ogni passo verso Teheran rischia di allontanare Washington da Gerusalemme, riaprendo una frattura strategica che Israele potrebbe colmare con azioni unilaterali. Perché giungo a questa conclusione?

Perché un possibile riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran sul nucleare rischierebbe di inasprire le tensioni con Israele, che considera Teheran una minaccia esistenziale. Anche un’intesa limitata verrebbe vista da Gerusalemme come una pericolosa concessione, capace di rafforzare l’Iran e le sue milizie alleate nella regione. Un allentamento della pressione americana potrebbe inoltre compromettere la capacità deterrente israeliana e incrinare ulteriormente la fiducia tra Washington e Gerusalemme. Già in passato, la relazione privilegiata tra Trump e Israele ha mostrato crepe ogni volta che si è affacciata l’ipotesi di un dialogo con l’Iran. Oggi, un’intesa – verosimilmente fragile e circoscritta – avrebbe conseguenze profonde, spingendo Israele verso un approccio sempre più autonomo, anche sul piano militare.


La diplomazia pubblica russa nella guerra cognitiva: attori, narrazioni e strumenti digitali.

di Claudio Bertolotti.

Introduzione

Nel contesto della competizione geopolitica contemporanea, la guerra cognitiva si configura come una dimensione emergente della conflittualità ibrida, in cui l’informazione, la percezione e l’influenza culturale assumono un ruolo strategico. In questo ambito, la Federazione Russa ha sviluppato una complessa architettura di diplomazia pubblica orientata non solo alla promozione dell’immagine nazionale, ma alla produzione intenzionale di narrazioni che favoriscano i propri interessi strategici e delegittimino quelli dei competitor internazionali. Analizziamo qui i principali strumenti e attori della diplomazia pubblica russa, con particolare attenzione al ruolo svolto dal concetto di “Mondo Russo”, dagli istituti statali di proiezione culturale e dall’impiego della diplomazia digitale nel contesto pandemico. Particolare attenzione sarà dedicata al caso italiano, con riferimento all’operazione “Dalla Russia con amore”, emblematica per comprendere la sovrapposizione tra assistenza umanitaria e strumenti di guerra informativa.

1. Il “Mondo Russo” come dispositivo ideologico

Il concetto di Russkij Mir (Mondo Russo) rappresenta un pilastro fondamentale nella strategia comunicativa e geopolitica della Federazione Russa. Questa ideologia combina elementi di identità linguistica, memoria storica e solidarietà diasporica per consolidare l’influenza di Mosca sulle comunità russofone nel mondo. Non si tratta solo di un collante culturale, ma di un paradigma geopolitico che giustifica l’intervento e la presenza russa nei Paesi ex sovietici e oltre. 

Origini e Sviluppo del Concetto di Russkij Mir

Il termine Russkij Mir ha radici storiche profonde, ma è stato rilanciato nel discorso politico russo contemporaneo a partire dagli anni 2000. Nel 2007, il presidente Vladimir Putin ha istituito la Fondazione Russkij Mir con l’obiettivo di promuovere la lingua e la cultura russa all’estero. Questo concetto è stato ulteriormente sviluppato per includere una visione del mondo in cui la Russia si presenta come protettrice dei russofoni ovunque essi si trovino, giustificando così interventi politici e militari in nome della difesa dei “compatrioti”. 

Strumenti di Promozione del Russkij Mir

La promozione del Russkij Mir avviene attraverso una serie di strumenti istituzionali e narrativi:

  • Fondazione Russkij Mir: organizzazione che finanzia progetti culturali e educativi per diffondere la lingua e la cultura russa.
  • Rossotrudničestvo: agenzia governativa che coordina la cooperazione umanitaria internazionale e sostiene le comunità russofone all’estero.
  • Chiesa Ortodossa Russa: istituzione che svolge un ruolo chiave nel rafforzare l’identità spirituale e culturale russa, spesso in sinergia con le politiche statali.
  • Media e Diplomazia Pubblica: utilizzo di media statali e social media per diffondere narrazioni favorevoli alla Russia e per influenzare l’opinione pubblica internazionale.

Implicazioni Geopolitiche

Il Russkij Mir funge da giustificazione ideologica per le politiche espansionistiche della Russia. È stato utilizzato per legittimare l’annessione della Crimea nel 2014 e il sostegno ai separatisti nelle regioni orientali dell’Ucraina. La narrativa del Russkij Mir sostiene che la Russia ha il diritto e il dovere di proteggere i russofoni ovunque si trovino, anche attraverso l’intervento militare .

Critiche e Controversie

Il concetto di Russkij Mir è stato oggetto di critiche sia interne che internazionali. Molti lo vedono come una forma di neo-imperialismo che mina la sovranità degli Stati vicini. Inoltre, l’uso della lingua e della cultura come strumenti di influenza politica solleva preoccupazioni riguardo alla manipolazione dell’identità culturale per fini geopolitici.

2. Gli attori istituzionali: Gorchakov Fund e Rossotrudnichestvo

Due istituzioni svolgono un ruolo cardinale nella diplomazia pubblica russa: il “Gorchakov Fund for Public Diplomacy” e Rossotrudnichestvo.

Il Gorchakov Fund for Public Diplomacy

Istituito nel 2010 su iniziativa del Ministero degli Affari Esteri russo, il Gorchakov Fund ha l’obiettivo di promuovere la visione geopolitica del Cremlino nel contesto internazionale. Finanzia progetti, conferenze e programmi accademici mirati a consolidare l’influenza russa all’estero, in particolare nei Paesi dell’ex Unione Sovietica. Il Fondo sostiene organizzazioni non profit russe e straniere, nonché centri di ricerca orientati alla politica estera, attraverso l’erogazione di sovvenzioni. Inoltre, implementa programmi scientifici ed educativi per giovani esperti, figure pubbliche e giornalisti, come il “Dialogue for the Future” e il “Diplomatic Seminar of Young Specialists”

Rossotrudnichestvo

Fondata nel 2008, Rossotrudnichestvo è l’agenzia federale russa incaricata di gestire le relazioni con la diaspora e sviluppare iniziative di cooperazione umanitaria, educazione e promozione linguistica. Opera in oltre 80 Paesi attraverso i Centri Russi di Scienza e Cultura, promuovendo la lingua e la cultura russa, e organizzando programmi educativi e culturali. Tra le sue attività principali vi sono il programma “New Generation”, che offre viaggi di studio in Russia per giovani leader stranieri, e “Hello, Russia!”, rivolto ai giovani compatrioti all’estero. Rossotrudnichestvo svolge un ruolo attivo nella politica estera russa, consolidando le attività dei sostenitori pro-Russia nella regione post-sovietica e diffondendo la narrativa del Cremlino.

Entrambe le istituzioni sono strumenti chiave della strategia di soft power russa, mirata a rafforzare l’influenza culturale e politica di Mosca a livello globale.

3. Diplomazia digitale, disinformazione e il caso italiano

Uno degli elementi più innovativi della strategia russa è l’adozione della diplomazia digitale, intesa come utilizzo sistematico delle tecnologie informatiche per finalità di influenza politica e manipolazione dell’informazione. Le piattaforme digitali, i social media e i portali informativi alternativi vengono impiegati per veicolare narrazioni filo-russe, alimentare il dubbio e polarizzare le opinioni pubbliche, sfruttando spesso il meccanismo della disinformazione e delle fake news.

Durante la pandemia da Covid-19, la Russia ha intensificato tali operazioni, presentandosi come attore responsabile e solidale (si pensi agli aiuti medici inviati in Italia), mentre diffondeva contenuti che screditavano i sistemi sanitari e politici dei Paesi occidentali. Questo approccio ha trovato espressione nell’operazione “Dalla Russia con amore”, che ha visto il dispiegamento di personale militare russo in Lombardia nel 2020, ufficialmente per attività di sanificazione. Tuttavia, numerose fonti italiane ed europee hanno sollevato preoccupazioni in merito al potenziale utilizzo di tale missione come strumento di spionaggio e raccolta informativa su infrastrutture sensibili. Come ho avuto modo di approfondire in un mio precedente articolo, tale operazione rappresenta un esempio concreto di applicazione della guerra ibrida russa, in cui propaganda, disinformazione e attività di intelligence convergono nel contesto di una crisi umanitaria.

Conclusioni

La diplomazia pubblica russa si configura come uno strumento strutturato e deliberatamente orientato alla proiezione di influenza, parte integrante di una più ampia strategia di guerra cognitiva. Essa si fonda su una combinazione di dispositivi simbolici (come il “Mondo Russo”), istituzioni statali operative (come il Gorchakov Fund e Rossotrudnichestvo), e tecnologie comunicative digitali sofisticate. Il caso dell’operazione “Dalla Russia con amore” dimostra come, in contesti di emergenza, la cooperazione umanitaria possa trasformarsi in un’occasione di penetrazione informativa e di influenza strategica. Comprendere tali dinamiche è oggi essenziale per proteggere la resilienza cognitiva delle democrazie e prevenire l’erosione della fiducia pubblica nelle istituzioni.

Bibliografia

  • Bertolotti, C. (2025). Dalla Russia con amore: le nuove minacce per l’Italia e il ruolo della Russia tra cyberspazio, salute pubblica, disinformazione e spionaggio. START InSight.
  • EUvsDisinfo. (2020). Coronavirus: Disinformation Can Kill. European External Action Service.
  • Kuznetsova, I., & Mikhelidze, N. (2020). Russian Public Diplomacy: Instruments and Narratives. Istituto Affari Internazionali.
  • Laruelle, M. (2015). Russian World: Russia’s Soft Power and Geopolitical Imagination. Center on Global Interests.
  • Pomerantsev, P. (2019). This Is Not Propaganda: Adventures in the War Against Reality. Faber & Faber.

La telefonata Trump-Zelensky sulla pace in Ucraina: leggiamo tra le righe

di Claudio Bertolotti.

Dall’intervista a “Effetto Notte” – Radio24, ospite di Roberta Giordano (puntata del 19 marzo 2025).

La dichiarazione al termine della conversazione telefonica è stata concordata e allineata, una copia l’una dell’altra. Dalla convergenza sulla riconosciuta importanza degli incontri negoziali di Gedda alla decisione di accettare un cessate il fuoco incondizionato, il che equivale a cedere alla Russia. Quello di un’Ucraina provata dei territori conquistati da Mosca è lo scenario che prospettiamo da almeno due anni ma di cui si è preferito non parlare prediligendo una narrazione ideale e non realistica volta alla liberazione dell’Ucraina tout court. Purtroppo.

C’è una differenza sottile però nelle dichiarazioni di Washington e Kiev: Zelensky ha ribadito la necessità di rinforzare la difesa contraerea. Trump ha concordato su questa necessità, evidenziando però che farà il possibile per trovare in Europa la risposta a tale necessità. Dunque passando la palla agli europei, o quantomeno richiamando l’UE a un ruolo che, a parole, pretende ma che nella pratica ha giocato Washington fo dal principio. Forse non in termini economici, ma certamente in termini di forniture materiali di armi ed equipaggiamenti. Inoltre, Zelensky non l’ha fatto, Trump si, è stata ventilata l’ipotesi di un passaggio di proprietà del settore energetico ucraino a favore di aziende statunitensi. Interessante, poiché questo potrebbe essere un limite all’eventuale aggressiva pretesa futura da parte di Mosca.

Di fatto l’Ucraina ha incassato il colpo piegandosi alla volontà statunitense, non potendo fare altrimenti e non essendoci una reale alternativa.

Dunque l’opzione che si prospetta all’orizzonte è quella di un’Ucraina ridimensionata, territorialmente, in termini di risorse naturali, e privata di un eventuale possibilità di inclusione all’interno dell’Alleanza atlantica, ma non dell’Unione europea: un’opzione che, però, sarebbe molto vantaggiosa per la Russia che, nell’Europa, non intravede un baluardo invalicabile.