Otto mesi per raccontare l’America: il nuovo visto stagionale per la stampa estera
Dal 15 settembre i corrispondenti esteri sono ammessi negli Stati Uniti per 240 giorni. Il rinnovo dipende da un ufficio con 11,3 milioni di pratiche arretrate.
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Da metà settembre finisce
l’entrata in territorio statunitense senza data di scadenza, nota anche come “duration
of status”. Studenti, ricercatori e giornalisti stranieri potevano
storicamente restare fino alla fine del corso di laurea, del programma di
ricerca o dell’incarico come corrispondente estero. Il Foreign Press Center
(FPC) dello State Department rilascia le tessere da Foreign Correspondent: la
mia ha una validità di 4 anni, ma questi titoli di accreditamento stampa non
regolano in alcun modo la permanenza legale. Per restare oltre gli otto mesi
(240 giorni) fissati al momento dell’ingresso sul territorio, un giornalista
deve ora richiedere una proroga di soggiorno al Department of Homeland Security
e attendere che venga concessa. Non è un automatismo. Questa non rientra fra le
leggi sui flussi migratori permanenti: è una norma tecnica focalizzata
specificatamente sui visti temporanei e, in questo caso, su chi racconta
l’America a chi la guarda da fuori.
IL CALENDARIO
Questa
nuova regola riguarda tre categorie: i visti F degli studenti, i visti J degli
scambi accademici e i visti I dei rappresentanti dei media stranieri. Per i
giornalisti l’ammissione viene legata alla durata dell’incarico e non può
superare i 240 giorni, con il tetto ridotto a 90 per i giornalisti cinesi,
escluse Hong Kong e Macao, ma qui è un do ut des con la Cina.
Fino ad oggi il visto poteva arrivare a cinque anni e comunque il Congresso avrà l’ultima parola essendo uno di quei cambiamenti che cadono sotto la definizione di major rule, quindi soggette a vaglio e il Dipartimento è tenuto a pubblicare un avviso se la revisione dovesse spostare la data o annullare il provvedimento. Finché ciò non accade, il calendario è quello.
IL LIMBO
Qui il provvedimento smette di essere una scelta politica e diventa un problema di numeri. Chi vuole restare oltre il periodo assegnato deve chiedere una proroga, presentarla in tempo utile, il che vorrà dire quasi il giorno dopo essere atterrati, visto che gli uffici preposti hanno 11,3 milioni di pratiche da evadere, e questo provvedimento, ne aggiungerà 414mila l’anno secondo la stima del Dipartimento stesso. Certamente un sistema costruito su queste basi, produce ritardi, e il ritardo produce persone che restano in un limbo, senza sapere se possono restare o meno.
Per il governo si tratta di una misura necessaria a sanare una falla nel
sistema, ripristinando verifiche regolari su chi risiede nel Paese anche a
costo di sovraccaricare gli uffici immigrazione. La regola non riduce i diritti di nessuno:
introduce una scadenza e una verifica, come avviene per quasi tutte le altre
categorie di visto. Chi lavora davvero, e lavora per quello che ha dichiarato,
ottiene il rinnovo.
LE PROTESTE
Il
Reporters Committee for Freedom of the Press sostiene che una modifica
apparentemente tecnica sulla durata dei visti abbia conseguenze profonde sulla
libertà di stampa. L’obiezione riguarda chi decide il
rinnovo. Chi si oppone teme che un corrispondente critico verso
l’amministrazione possa trovarsi la proroga negata, e che nessuno sia in grado
di dimostrarlo.
Quando la norma era ancora allo stadio di proposta, il senatore democratico
dell’Oregon Ron Wyden scrisse al Dipartimento chiedendone il ritiro. Il
provvedimento, secondo lui, avrebbe soffocato il giornalismo di merito,
raffreddato la libertà di stampa, ridotto l’influenza americana nel mondo e
sprecato risorse pubbliche in procedure inutili, con il rischio concreto di
provocare ritorsioni contro i giornalisti americani che lavorano all’estero.
Nella lettera osservava anche che il vecchio sistema consentiva ai
corrispondenti di costruire una conoscenza profonda del paese, e che 240 giorni
non bastano per un’inchiesta su una vicenda complessa o in evoluzione.
UN MILIONE IN MENO
La norma non riguarda solo qualche migliaio di corrispondenti, colpisce
anche gli studenti stranieri, che nell’anno accademico 2024-25 erano oltre 1,1
milioni e hanno prodotto 42,9 miliardi di dollari e 356mila posti di lavoro. Il
calo è già cominciato: nell’autunno 2025 le nuove iscrizioni erano scese del 17
per cento. L’11 agosto NAFSA – National Association of Foreign Student Advisers
– ha proiettato per quest’ autunno fino a 111mila studenti in meno, pari a $3,4 miliardi e quasi 40.000 posti di
lavoro a rischio. Il 63% degli 585 atenei interpellati si aspetta un forte calo.
Il giorno stesso della pubblicazione della nuova norma, gli atenei si sono mossi. Ad esempio, l’ufficio internazionale di Harvard ha diffuso un avviso ai propri studenti e ricercatori stranieri pregandoli di trovarsi fisicamente negli Stati Uniti prima del 15 settembre: chi è sul territorio quando la norma entra in vigore conserva lo status fino alla fine del programma, chi esce e rientra dopo riceve un modulo I-94 con una data di scadenza. Ma Harvard è andata oltre, infatti già l’anno scorso vista la presa di posizione della Casa Bianca, quando l’amministrazione Trump tentò di impedire a Harvard di immatricolare studenti stranieri, la Business School si è data da fare e ha iniziato ad esplorare alternative, facendo accordi con altri istituti affinché questi ultimi ospitassero i suoi alunni ricevendo comunque il diploma di Harvard. Questi erano: la Nova School of Business and Economics di Lisbona, l’IMD di Losanna, la London Business School e l’Università di Toronto. Harvard comunque attraverso Mariano-Florentino Cuéllar, membro dell’organo di governo dell’ateneo e presidente del Carnegie Endowment, dice che l’ateneo sta esplorando l’apertura di sedi all’estero.
Ma gli atenei, pur di non vedere i loro ingenti profitti ridursi drasticamente, in coalizione con associazioni accademiche hanno depositato il 18 agosto un ricorso contro il Dipartimento davanti alla corte federale del Massachusetts. Nel 2025 questa scelta aveva dato i suoi frutti e i giudici bloccarono il divieto di immatricolazione e Harvard chiuse l’anno con la quota più alta di studenti stranieri dal 2002. Ma l’anno scorso si trattava di una proclamazione presidenziale, mentre questo è un regolamento adottato con procedura ordinaria, e per sospenderlo è tutta un’altra storia, assai complessa.
In sostanza gli studenti sono più fortunati, hanno rettori, associazioni,
cifre economiche e un ricorso attivo, i corrispondenti hanno solamente una
lettera dell’editore.
UN BOOMERANG
I visti non viaggiano su principi astratti, ma su regole, e le regole hanno
la forma di una tabella. Si chiama Reciprocity and Civil Documents by
Country, la pubblica il Dipartimento di Stato, e per ogni paese e ogni
categoria di visto fissa tre numeri: costo, ingressi consentiti, mesi di
validità. Sono numeri specchio, calibrati su quello che ciascun governo concede
ai cittadini americani. Per decenni Washington ha negoziato a favore dei propri
corrispondenti sfruttando un’asimmetria: gli Stati Uniti trattavano i
giornalisti stranieri meglio di quanto molti paesi trattassero gli americani, e
da lì partiva la richiesta di adeguamento. Quell’asimmetria era una carta di
scambio che ora non c’è più. In questo
scambio di “do ut des”, per esempio, Washington aveva limitato il personale
delle testate statali cinesi negli Stati Uniti, Pechino quindi, revocò le
credenziali ai corrispondenti di New York Times, Wall Street Journal e
Washington Post, e Washington rispose riducendo a novanta giorni i visti dei
giornalisti cinesi. Quella misura di rappresaglia diventa ora regola generale.
E quando un governo straniero deciderà di ridurre il permesso di un
corrispondente americano a pochi mesi rinnovabili, Washington non avrà più molto
da obiettare, perché si sentirà rispondere che è la stessa durata che concede.
Infine, dal primo luglio, è stata introdotta una sorta di “corsia preferenziale a pagamento”: $750 aggiuntivi per fissare un colloquio entro dieci giorni. Una tassa che compra una data, ma non il lasciapassare, poiché l’istruttoria non viene accorciata, ma segue il suo normale iter. A coronare questa linea dura, il 6 agosto un ordine esecutivo ha formalizzato la caccia al “turismo delle nascite”, blindando i visti temporanei per evitare che vengano usati al solo scopo di partorire sul suolo americano. Messi tutti in fila, questi atti, delineano una chiara traiettoria: l’accesso agli Stati Uniti è temporaneo, rinnovabile su domanda e, in parte, acquistabile. Non è più una condizione: è una concessione.
CHI RACCONTA L’AMERICA
Per il lettore la questione non è la sorte di qualche centinaio di
giornalisti. La norma non tocca quello che un corrispondente può scrivere, ma
per quanto tempo può restare — e la permanenza è l’unica cosa che distingue un
corrispondente da un inviato. Le conferenze stampa sono pubbliche e accessibili a
tutti. Il vero valore sta nel retroscena: sapere chi chiamare quando esce un
provvedimento e capire quali annunci di Washington non diventeranno mai realtà.
È un’esperienza che si acquisisce solo restando sul campo, e che nessuna
testata può comprare. Chi lavora con visti di appena otto mesi non farà mai in
tempo a possederla.
Resta un effetto impossibile da misurare. Oggi non esistono casi di corrispondenti stranieri a cui sia stato negato il rinnovo a causa delle proprie opinioni, e non possono esistere: la norma entra in vigore tra pochi giorni. Il timore sollevato da chi si oppone è strutturale, e infatti non porta precedenti. Chi deve rinnovare la propria permanenza ogni otto mesi finisce per dipendere burocraticamente dall’amministrazione che costituisce il suo stesso oggetto di lavoro. Se questo vincolo cambierà il modo di fare informazione, nessuno lo ammetterà e nessuno potrà provarlo: un rifiuto può sempre essere motivato con l’arretrato o con un requisito ritenuto non dimostrato. Gli effetti che non lasciano tracce sono quelli su cui nessun controllo è possibile.
Casse piene, maggioranza nelle Camere, ma tutti appesi a un filo, quello di Trump ovviamente.
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
La scorsa settimana sono stata al comizio di Donald Trump a sostegno di
Darline Graham. Darline è la sorella del celebre senatore Lindsey Graham, morto
improvvisamente per un malore dopo un viaggio in Ucraina. Com’è consuetudine negli
USA quando un seggio si rende vacante, un familiare stretto viene designato per
completare il mandato: in questo caso la sorella ne ha preso il posto per i
cinque mesi rimanenti, con il pieno appoggio dei vertici del partito. Poi ha
deciso di candidarsi davvero, e a novembre ci sarà il suo nome sulla scheda per
i repubblicani.
In questo contesto ho potuto analizzare nuovamente la politica dei
Repubblicani oggi, con i mid-term in arrivo e le presidenziali dietro l’angolo.
Se da un lato abbiamo i Democratici che litigano fra di loro per la nascita di
una seconda corrente molto di sinistra e contraria ai fondamentali americani
(come visto nell’articolo “Tra i due litiganti“), i Repubblicani hanno a loro volta una serie di
problemi non indifferenti.
Sul fronte finanziario non c’è partita: il comitato nazionale repubblicano
(RNC) ha 129 milioni in cassa e zero debiti, mentre quello democratico (DNC) è
ufficialmente in rosso con 16 milioni in cassa e 18 milioni di debiti. Eppure,
il denaro non compra il consenso: a luglio il 43% degli elettori registrati
dichiarava che avrebbe votato un candidato democratico al Congresso, contro il
37% per un repubblicano.
Tuttavia, la decisione di Trump di combattere contemporaneamente su così
tanti fronti — economico, giudiziario, interno e internazionale — sta logorando
la coesione stessa del Partito Repubblicano. Dal punto di vista interno, non
sarà probabilmente possibile veder passare il SAVE America Act: il
provvedimento che introduce l’obbligo di documentare la cittadinanza al momento
dell’iscrizione alle liste elettorali e di esibire un documento con fotografia
per votare alle elezioni federali, ha superato la Camera per 218 voti contro
213, ma è bloccato al Senato per la mancanza dei 60 voti necessari. Il
capogruppo repubblicano John Thune ripete da mesi che quei voti non esistono, e
il suo gruppo si è persino rifiutato di abolire il filibuster come chiesto da
Trump per sbloccarlo.
Questo stallo legislativo costringe il partito a muoversi per decreti e vie
legali, esponendosi alle decisioni della Corte Suprema. Se il 24 agosto la
Corte ha dato via libera alle restrizioni sul voto per posta, lo scorso 29
giugno ha invece inflitto una dura sconfitta a Trump, stabilendo che gli Stati
possono validare le schede spedite entro il giorno del voto anche se arrivano
dopo. A pesare, in quella decisione, non è stata la minoranza liberal ma la
defezione dei giudici Roberts e Barrett: la seconda nominata da Trump stesso.
Il presidente l’ha definita una sconfitta enorme.
Poi ci sono i prezzi. A luglio l’inflazione è al 3,4%, in leggero calo, ma
i salari crescono meno: 3,2%. Tradotto, da quattro mesi gli aumenti di
stipendio spariscono prima di arrivare in tasca, e la benzina costa ancora un
quarto in più rispetto a un anno fa. Ecco perché il messaggio sul carovita non
attecchisce: gli americani non leggono le statistiche, guardano lo scontrino.
Scott Bessent, il segretario al Tesoro, ripete che il carovita l’amministrazione
l’ha ereditato, non creato. Intanto però il debito pubblico ha superato i
40.000 miliardi di dollari, e i soli interessi sono costati 963 miliardi in
dieci mesi: un dollaro ogni sette spesi dal governo federale serve a pagare gli
interessi sul debito, prima di qualunque politica. Alla domanda su come se ne
esca, Bessent risponde che gli Stati Uniti cresceranno abbastanza da rendere
quel debito sostenibile: non ripagandolo, ma facendo crescere l’economia più in
fretta di quanto cresce il debito, così che il peso relativo si riduca da solo.
La frattura più profonda si consuma però sulla politica estera, dove il
Partito Repubblicano si spacca letteralmente in tre.
L’accordo con l’Iran ha infranto la coalizione che portò Trump alla Casa
Bianca. Da una parte si schierano gli isolazionisti del “basta guerre
altrui“, contrari al conflitto fin dal principio. Dall’altra
scalpitano i falchi, che vedono nell’intesa una resa incondizionata: sanzioni
allentate, fondi scongelati, 300 miliardi concessi per la ricostruzione e
sessanta giorni di trattative senza alcuna contropartita. Nel mezzo restano i
fedelissimi, pronti ad approvare ogni decisione presidenziale. La vera novità è
che gli ultimi a muoversi contro Trump sono stati proprio i falchi filo israeliani, ovvero i suoi storici alleati, come
ho già raccontato in La Vittoria di Pirro. Tre anime, quindi,
che sull’unica domanda che conta — quando vale la pena combattere — rispondono
in tre modi opposti.
Sulla difesa, la contraddizione emerge dritta dagli atti del Congresso. La
strategia militare approvata quest’anno stabilisce che la priorità assoluta
dell’America sia la Cina e che il teatro principale resti il Pacifico. Durante
un’audizione alla Camera, la deputata Marilyn Strickland ha domandato a
Elbridge Colby, il sottosegretario autore di quel documento, se la linea fosse
ancora quella: Cina al primo posto, Pacifico prioritario e risorse limitate da
gestire con rigida disciplina. Colby ha risposto di sì per tre volte. Peccato
che la domanda successiva riguardasse le operazioni navali e aeree condotte
contro l’Iran nella settimana precedente. È l’esatta misurazione del vuoto
strategico: una dottrina scritta che punta in una direzione e una flotta reale
che naviga da tutt’altra parte.
Il nodo, tuttavia, non è esclusivamente militare. Come fa notare Rahm
Emanuel — ex capo di gabinetto di Obama, poi sindaco di Chicago e ambasciatore
a Tokyo, che non ha escluso una candidatura democratica alle presidenziali del
2028 — Trump sta sprecando la grande occasione di isolare Pechino. La mossa
corretta sarebbe unire in un solo blocco economico Giappone, Corea, Australia,
Taiwan, Unione Europea e America Latina, anziché colpire indistintamente tutti
con i dazi.
La strategia cinese punta a rendere il mondo dipendente da Pechino e la
Cina indipendente dal mondo. Se Washington blocca le esportazioni di soia,
Pechino si limita a comprarla in Brasile o in Argentina. Se un singolo Paese
alza la voce, viene punito economicamente in isolamento, senza che nessuno lo
difenda. È un gioco che alla Cina riesce facile, finché tratta con un
avversario alla volta. Un grande blocco alleato toglierebbe a Pechino proprio
questo potere: la possibilità di scegliersi la vittima. Inoltre, offrirebbe
all’Occidente il tempo necessario per ricostruire la capacità industriale e tecnologica
persa negli ultimi trent’anni. Emanuel la definisce la strategia di “
isolate the isolator “. I dazi di Trump ottengono l’effetto
opposto: colpiscono gli alleati insieme ai rivali, costringendo ogni singola
nazione a negoziare per conto proprio.
Nel frattempo, la Cina alza il livello dello scontro con le Filippine nel
Mar Cinese Meridionale e attorno alle isole Senkaku, dove conduce
manovre militari congiunte con la Russia senza alcuna reazione visibile da
parte americana. Il Giappone si ritrova così sotto una fortissima pressione
economica, politica e militare. Questo accade proprio mentre Sanae Takaichi,
prima donna alla guida del governo di Tokyo, ha pronunciato ad alta voce ciò
che Washington chiedeva invano da tre decenni: che un attacco a Taiwan
rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza nazionale giapponese. Ma
dopo averlo dichiarato, Pechino si è infuriata e il più cruciale alleato
asiatico degli Stati Uniti è solo.
In questo scenario si inserisce l’Europa nel ruolo del classico vaso di
coccio. Nessuna delle tre correnti politiche americane la considera una
priorità. La dottrina attuale la relega a teatro secondario. C’è chi difende lo
storico impegno statunitense nel Vecchio Continente, ma è ormai in netta
minoranza tra i Repubblicani: Mitch McConnell, che ha guidato il partito al
Senato per vent’anni, ha votato contro la nomina di Colby e ha definito la sua
linea un vero e proprio autolesionismo geostrategico: abbandonare l’Europa e
l’Ucraina per concentrarsi solo sull’Asia non è una mossa astuta sullo
scacchiere, ha avvertito, ma un autolesionismo che rende gli avversari più
arditi e apre crepe fra l’America e i suoi alleati. McConnell, senatore del
Kentucky dal 1985, ha guidato i repubblicani al Senato dal 2007 al 2025.
D’altra parte, sappiamo bene in che acque noi europei stiamo navigando, e
le critiche da oltre oceano su Bruxelles, come troppo burocratica, non ci
vengono risparmiate. L’unico a essere citato con favore è Mario Draghi, il cui
rapporto sulla competitività viene riconosciuto come il tentativo più serio di
mettere a fuoco il problema. L’Europa, sostiene Emanuel, ha partecipato alla
propria asfissia soffocando innovazione e competitività sotto il peso delle
regole. Lui però smonta anche la tesi corrente secondo cui i guai europei
nascerebbero da politiche di sinistra: la cancelliera che dopo Fukushima chiude
le centrali nucleari, rendendo la Germania dipendente dal gas russo, e nel 2015
apre le frontiere, è Angela Merkel, e viene dalla CDU. Oggi l’industria tedesca
perde 10.000 posti di lavoro al mese sotto i colpi della concorrenza cinese,
124.000 nel solo 2025, per metà nell’automotive. Washington, in tutto questo,
invece di offrire sostegno, alimenta le tensioni interne europee.
Ultimo argomento, non certo per importanza: le presidenziali. Il partito ha
un favorito ma non un erede. Trump
indica JD Vance come successore naturale, salvo poi citare anche Marco Rubio
nella stessa frase, e ventilare che si presentino insieme: una benedizione
tenuta volutamente ambigua, perché finché non si pronuncia resta lui il centro
di gravità del partito. Vance ha i vantaggi che contano — è presidente del
comitato finanziario repubblicano, quindi in contatto quotidiano con i grandi
donatori, e ha già dalla sua l’organizzazione giovanile più influente della
destra americana — e ha fatto sapere che del proprio futuro parlerà con il
presidente dopo il voto di novembre.
Ma la successione non è affatto chiusa. Il 21 agosto Ted Cruz ha dichiarato
che i repubblicani non si sono compattati su Vance e ha chiesto un dibattito
per capire quale direzione prendere. In New Hampshire, primo Stato a votare
nelle primarie, il vicepresidente è dato al 36% contro il 26% di Rubio, che
sale. Ken Griffin, tra i maggiori finanziatori del partito, ha fatto sapere che
in una primaria sosterrebbe il segretario di Stato. Infine, c’è l’Iran, il
dossier che nella corsa al 2028 pesa più di tutti: Vance viene dall’ala che le
guerre altrui non le voleva, e sarà costretto a scegliere tra quella base e i
falchi che finanziano le campagne.
Il punto è un altro, e guarda più lontano delle urne di novembre. I
democratici litigano perché hanno due anime e prima o poi dovranno sceglierne
una. I repubblicani gli aspiranti alla successione ce li hanno eccome, ma
nessuno di loro propone una direzione diversa: aspettano tutti che sia Trump a
indicare il nome. Rubio ripete che non correrà contro Vance, e
ha ragione a farlo: da segretario di Stato costruisce un profilo senza
logorarsi, mentre una primaria persa lo brucerebbe. Nel 2028
Trump non potrà ricandidarsi, e quel giorno il partito dovrà decidere da solo
che cosa vuole essere. La domanda di novembre, in fondo, non è chi vince, ma
quale America uscirà da questa presidenza: o quella che manda le portaerei nel
Golfo o quella che aveva promesso di non mandarle più.
Fonti: rendiconti FEC di luglio, RNC e DNC; Bureau of Labor
Statistics, indice dei prezzi al consumo di luglio; Congressional Budget Office
sugli interessi netti; NPR, 29 giugno, sulla sentenza relativa alle schede per
posta; Axios, 24 agosto, sull’ordine esecutivo e, 2 agosto, sul rapporto
Vance-Rubio; CNBC, 19 e 20 agosto, sui riacquisti del Tesoro; Washington Post,
20 agosto; audizione Strickland-Colby, atti della Camera; statement di Colby
alla commissione Forze armate del Senato; The Diplomat e USNI News, 14 agosto,
sul discorso di Manila; Fox News sulle dichiarazioni di McConnell e sul
sondaggio UNH in New Hampshire; The Hill, 21 agosto, su Cruz; All-In, 13
agosto, intervista a Rahm Emanuel; EY su dati Destatis per l’industria tedesca;
Pew Research Center, 23 luglio, sulle intenzioni di voto.
USA: IL NODO DEI DEM. FRA I DUE LITIGANTI FORSE IL TERZO VINCE
Democratici e social-democratici ai ferri corti, ma la borsa è in mano alla vecchia guardia. E i soldi, alla fine, contano sempre.
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Dall’insediamento di Zohran Mamdani a
New York abbiamo scoperto che in America esiste un filone politico che nessuno
aveva davvero misurato: quello dei millennial e della generazione successiva,
che per la prima volta dal dopoguerra si trovano economicamente peggio dei
propri genitori e hanno cominciato a considerare la politica non come
amministrazione ma come riscatto. Non è un’intuizione da commentatori: è nei
sondaggi ed è nei numeri delle primarie. Il Cato Institute, think tank
libertario e dunque il meno sospettabile di simpatie collettiviste, rileva che
il sessantadue per cento degli americani tra i diciotto e i ventinove anni ha
un’opinione favorevole del socialismo. Una rilevazione di Heartland con
Rasmussen, fotografa la premessa materiale di quel dato: 44% dei giovani
ritiene che il proprio futuro economico sarà peggiore di quello dei genitori,
soltanto 22% crede che sarà migliore, e 3/4 considerano il costo della casa una
vera emergenza nazionale.
In questo quadro l’America si sveglia scoprendo il socialismo. Quella
strega orribile, demonizzata per un secolo, evocata dai tempi di McCarthy come
lo spettro contro cui serrare i ranghi, oggi si presenta vestita di bianco: non
più maledizione da esorcizzare, ma promessa da sposare. E chi la porta
all’altare non è il proletariato di sempre, ma la gioventù laureata delle
grandi città, quella cresciuta aspettandosi il sogno americano e ritrovatasi
senza casa. È una sinistra bianca, urbana e istruita, e proprio qui sta il suo
limite: le rilevazioni del Pew Research Center registrano tra i democratici
afroamericani una diffidenza persistente verso i candidati socialisti. Un
movimento che parla in nome della classe lavoratrice avanza nella parte più
istruita dell’elettorato e arretra in quella storicamente più fedele al
partito. È la contraddizione che i suoi dirigenti non hanno ancora affrontato,
ed è la ragione per cui i moderati sono convinti di poter reggere l’urto.
Novecento
persone a Chicago
A cavallo tra luglio e agosto, mentre
l’Italia si preparava alle ferie, il Democratic Socialists of America si è
riunito a Chicago per tre giorni. Non un congresso deliberativo — quello si
terrà nel 2027 — ma la conferenza nazionale di organizzazione: formazione,
addestramento, sessioni parallele. Novecento partecipanti in tutto, contando il
raduno giovanile in contemporanea. Una cifra minuscola per un movimento che
dichiara oltre centomila iscritti ed è la più grande organizzazione socialista
della storia americana; microscopica rispetto allo spazio che quelle
settantadue ore hanno occupato sui giornali del Paese. Non era previsto neppure
il catering: agli ammessi era stato chiesto di portarsi acqua e cibo da casa e
un test COVID negativo.
Quello che ha lasciato molti sorpresi, e non pochi allibiti, è stato leggere che cosa quelle novecento persone avessero messo per iscritto. Il programma, riscritto alla vigilia e intitolato ‘Workers Deserve More’, chiede l’abolizione dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, la legalizzazione della migrazione e un’amnistia per chi si trova già nel Paese. Chiede la cancellazione del Senato, giudicato antidemocratico perché assegna a ogni Stato la stessa rappresentanza a prescindere dalla popolazione. Chiede un embargo sulle armi verso Israele e la fine del sostegno americano. Chiede una settimana lavorativa di trentadue ore a parità di salario. E in materia di sicurezza pubblica mantiene formulazioni che nella traduzione politica quotidiana significano meno soldi alla polizia e meno carcere. Rispetto alla versione del 2024 il testo ha perso la richiesta di fermare ogni espulsione e guadagnato quella di abolire il Senato: arretra dove la piattaforma diventa un’arma in mano agli avversari, rilancia dove non costa nulla.
I tre giorni traducevano l’agenda in
tecnica. Cinque percorsi paralleli, ciascun partecipante ammesso al massimo a
due. Il primo insegnava a governare da socialisti, cioè a mantenere il
controllo sui propri eletti una volta arrivati nelle istituzioni. Il secondo,
curato dalla commissione sindacale, aveva un obiettivo dichiarato tutt’altro
che retorico — lo sciopero generale — e partiva dal Primo Maggio scorso, quando
oltre centosettanta sezioni locali sono scese in piazza chiedendo tassazione
dei patrimoni, abolizione dell’ICE ed embargo sulle armi. Il terzo era
interamente dedicato alla Palestina e all’attivismo antimperialista. Il quarto,
il più operativo, insegnava a ostacolare l’ICE nei luoghi di lavoro e nei
campus, a costruire reti locali di risposta rapida, a esercitare pressione
sulle aziende che forniscono servizi all’agenzia federale. Il quinto era un corso
per formatori: come si conduce una riunione, come si imposta una conversazione
porta a porta, come si addestra il quadro successivo.
La stampa è stata ammessa col
contagocce: quindici testate accreditate, accesso limitato a dieci sole
sessioni, divieto di interviste a sorpresa ai partecipanti. Un’organizzazione
che sa di essere osservata da chi spera di coglierla in fallo davanti a una
telecamera.
L’assente
Il grande protagonista non c’era.
Mamdani ha disertato Chicago, e non per una banale sovrapposizione di agenda. A
giugno, sette mesi dopo l’insediamento, il movimento che lo aveva portato in
carica lo ha sconfessato pubblicamente. Il motivo: il sindaco aveva appoggiato
un piano per assumere cinquecentottanta nuovi agenti di polizia. La sezione newyorkese
del DSA ha dichiarato che la misura contraddiceva i valori del movimento
operaio e socialista che lo aveva eletto e gli ha chiesto di ritirarla. Mamdani
ha fatto marcia indietro.
Cinquantamila volontari e un milione e seicentomila porte bussate lo
avevano portato al Municipio, con quasi l’ottanta per cento degli under trenta.
Poi si è insediato, e i suoi lo hanno condannato non per aver tradito il
socialismo, ma per aver governato.
Nella sala accanto l’ala studentesca votava l’ipotesi
opposta: un candidato presidenziale socialista nel 2028 e un partito
indipendente dai democratici. Deliberazioni senza peso — i giovani non
controllano il comitato nazionale — ma con un nome preciso, coniato dai
fondatori del movimento: dirty break, servirsi dell’infrastruttura
democratica finché conviene, poi abbandonarla.
Nel frattempo, a New York, mentre Mamdani rilancia la tassa sui pied-à-terre che dovrebbe colpire i proprietari di seconde case di lusso e alimentare casse comunali risanate da poco grazie a un intervento del governatore dello Stato — pagato con i soldi dei contribuenti di tutto lo Stato — la Camera di Commercio della Florida gli dedica un cartellone a Times Square. Lo ringrazia sarcasticamente e gli assegna il premio di Economic Developer of the Year, promotore dello sviluppo economico dell’anno, per aver spinto aziende, posti di lavoro, residenti abbienti e acquirenti di immobili a trasferirsi altrove. È satira, certo, ma è satira che seppur comprata a peso d’oro nel punto pubblicitario più caro del pianeta, evidentemente ha dei ritorni moltiplicati.
I veterani non si sono tolti di mezzo:
sono stati tolti di mezzo. Sette deputati democratici uscenti hanno perso le
primarie, cinque oltre l’età pensionabile, quasi tutti battuti da sfidanti
molto più giovani e in buona parte socialisti.
Ma non è monopolio della sinistra: nove
deputati sconfitti in tutto contando le vittime del trumpismo, il numero più
alto dal 1970, più sessantadue rinunce e due senatori repubblicani battuti in
casa. Non una faglia ideologica: una sostituzione generazionale che entrambe le
basi impongono ai rispettivi apparati.
Chi tiene la
borsa
Qui però la storia cambia direzione,
perché nelle primarie contano i volontari e nelle elezioni generali contano i
bonifici. E i bonifici non passano dalle sezioni locali.
Il 9 agosto Bernie Sanders scrive ai
tre vertici del partito — Chuck Schumer al Senato, Hakeem Jeffries alla Camera,
Ken Martin al comitato nazionale — chiedendo di vietare ai super PAC, i comitati
di raccolta fondi indipendenti che possono spendere somme illimitate purché non
si coordinino con i candidati, di intervenire nelle primarie democratiche.
L’argomento del senatore del Vermont non è morale ma aritmetico: quei comitati
hanno già speso oltre cinquecento milioni di dollari in questo ciclo, e quando
la loro scelta perde le primarie passano a finanziare il repubblicano nella
corsa generale. Il partito, sostiene, ha già oggi il potere di escluderli dalle
proprie consultazioni interne: non serve una riforma federale, serve una
decisione. Che la decisione spetti proprio ai tre destinatari della lettera, e
che nessuno dei tre abbia interesse a prenderla, è il punto che rende
l’iniziativa più simbolica che operativa.
Il caso è il Michigan. Nelle primarie
senatoriali AIPAC e gruppi collegati hanno speso oltre trenta milioni per
impedire al progressista Abdul El-Sayed di diventare il candidato democratico,
sostenendo la moderata Haley Stevens. Hanno perso: El-Sayed è il nome ufficiale
del partito. Ma l’organizzazione ha subito fatto sapere che continuerà a
lavorare perché gli elettori lo respingano a novembre. In un sistema a due
partiti, osserva Sanders, questo significa una cosa sola: chi spende dentro il
partito per sceglierne il candidato e poi si adopera per farlo perdere nella
corsa generale lavora, di fatto, per l’avversario.
Ma un’inchiesta di Fox News sui
rendiconti federali, uscita all’indomani delle primarie, individua oltre
$115.000 da diverse persone legate a CAIR (Council on American-Islamic Relations) — l’organizzazione musulmano-americana che Texas e Florida hanno
etichettato come terroristica e che nel 2007 la procura federale indicò come
co-cospiratrice non incriminata in un processo per finanziamento del
terrorismo, senza che ne seguisse mai un’imputazione e con la smentita costante
dell’organizzazione. Tra i donatori, i vertici nazionali del gruppo. El-Sayed
aveva promesso una campagna finanziata dai cittadini e non dalle lobby, e si
ritrova sostenuto da una rete organizzata pari a quella che ha finanziato la
sua avversaria per batterlo. È il paradosso che condanna la proposta di
Sanders: giusta, in linea di principio, impraticabile nei fatti, perché nessuno
può permettersi il disarmo unilaterale.
La risposta dell’establishment va nella direzione esattamente opposta a
quella auspicata da Sanders. Invece di rinunciare al denaro esterno, ne mette
altro sul tavolo: Third Way, think tank centrista di lunga tradizione
democratica, ha annunciato una campagna da quindici milioni di dollari da qui
al 2028 per screditare il socialismo democratico, definito un pericolo mortale
per il partito. Non contro i repubblicani: contro la propria ala sinistra.
E qui l’aritmetica diventa impietosa. Il comitato nazionale democratico ha
chiuso giugno con circa $16 milioni in cassa e oltre $18 di debiti — in parte
per un prestito da $15 milioni acceso dopo il ciclo presidenziale del 2024 e
garantito dalla sede di Washington. Il comitato repubblicano, alla stessa data,
dispone di oltre $128 milioni e nessuna esposizione. Ken Martin difende la
scelta sostenendo di aver investito in anticipo in infrastruttura permanente
anziché in campagne mordi e fuggi, e rivendica la migliore raccolta mai
realizzata da un partito privo della Casa Bianca.
Ed è qui che la partita si decide
davvero. La sinistra ha i militanti e non ha i soldi; la vecchia guardia ha i
soldi e non ha più i militanti. E i soldi, alla fine, si spostano dove
vogliono: possono premiare un candidato in primavera o abbandonarlo in autunno.
La quadratura
del cerchio
Il 16 agosto, negli studi della NBC,
Hakeem Jeffries, leader della minoranza dem alla Camera, ha tentato
l’impossibile: elenca ciò che non condivide del programma socialista — taglio
dei fondi alla polizia, frontiere aperte, abolizione del Senato — ma alla domanda
se ci sia posto per i socialisti sotto il tetto democratico non dice no. Chi
vince una primaria e poi vince a novembre entrerà nel gruppo parlamentare, e
quel gruppo sarà largo. Sul denaro dei comitati esterni, otto giorni dopo la
lettera di Sanders, non una parola: la posizione di chi ha contato i seggi e ha
capito di non poter espellere nessuno né sposarne il programma.
Hillary Clinton è più esplicita.
Avverte che l’etichetta comunista e socialista sarà un’arma micidiale nelle
mani repubblicane, osserva che le stesse accuse non hanno fermato l’ascesa di
Mamdani, e rinfaccia alla sinistra un rapporto a senso unico: i moderati si
allineano dietro i vincitori progressisti, il contrario accade di rado. La
conclusione è un appello all’unità che suona come una resa: divisi, i
repubblicani non si battono.
Che cosa
sostengono i due campi
La destra ha un suo precedente, quando
nel 2010, visse una sua rivolta interna populista, detta Tea party, contro i
dirigenti di partito. Ne risultarono candidati impresentabili, seggi regalati
ai Dem. persero il Senato, in un anno per altro positivo. La morale è, se hai
l’entusiasmo di solo una metà del partito, anche se i candidati sono eletti
internamente finiranno per perdere con l’elettorato pubblico.
Infine, aggiunge sempre la destra secondo un dato dello stesso Cato, che
l’entusiasmo giovanile per il socialismo è più che altro semantico: quando si
chiede ai ragazzi che cosa intendano, parlano di sanità pubblica e tasse sui
ricchi, non di collettivizzare le fabbriche, rimanendo affezionati alla libera
impresa.
La sinistra risponde con l’unica cosa che
conta in una primaria: i voti. Oltre trentacinque vittorie, sette deputati
uscenti abbattuti, un candidato al Senato che resiste a $30 milioni di
pubblicità ostile. Non stiamo importando un’ideologia, dice, stiamo dando un
nome a un problema — e il problema è che una generazione cresciuta aspettandosi
il sogno americano non riesce a pagare l’affitto. Che il partito non l’abbia
capito lo dicono gli stessi giovani: un sondaggio di Harvard li fotografa
convinti che la loro opposizione sia debole.
E il terzo….
Restano tre mesi. E restano due partiti che, per ragioni opposte, arrivano
al voto senza controllo sui rispettivi candidati. I repubblicani difendono un
presidente che non sarà sulla scheda e le cui scelte più costose dovranno
spiegarle altri. Storicamente, il partito della Casa Bianca perde le elezioni
di metà mandato, dispone di $128 milioni, nessun debito, e ha un avversario che
sta bruciando le proprie risorse in una faida interna. I democratici sono da
decenni i meglio equipaggiati sul terreno, con una rete di volontari efficientissima
nonostante le casse vuote, e un programma che, per quanto terrorizzi i
moderati, ha portato al partito elettori nuovi sotto i trent’anni. Manca però
l’ultimo anello: un gruppo dirigente capace di decidere se quel programma sia
il proprio o quello di qualcun altro. Ad ogni modo 900 persone in una sala di
Chicago sono poche, eppure hanno dettato l’agenda mediatica di un partito che
ne rappresenta decine di milioni.
Il 3 novembre non stabilirà quale delle
due correnti abbia ragione. Stabilirà soltanto se, mentre litigavano, qualcun
altro si sia portato via la posta.
Fonti: sito ufficiale DSA; CNN, 3 agosto; Semafor, 31 luglio; CBS Face the Nation, 9 agosto; NBC Meet the Press, 16 agosto; Fox News Digital, 5 agosto, sui donatori di El-Sayed; Washington Free Beacon; NBC e Washington Examiner sui deputati sconfitti; Fortune, 23 luglio; Cato Institute, Heartland/Rasmussen e Pew Research Center sui giovani; AEI e Harvard Youth Poll; rendiconti FEC al 30 giugno.
Trump e i missili “Patriot” all’Ucraina
di Claudio Bertolotti.
Trump: è un’apertura?
Sui Patriot all’Ucraina possiamo dire che il presidente statunitense Donald Trump non “regali” all’Ucraina la vittoria ma le conceda strumenti per non perdere troppo velocemente, mantenendo nelle sue mani la leva degli aiuti come strumento negoziale. In questo quadro l’apertura di Trump sui Patriot possiamo leggerla su due piani, operativo e politico. Sul piano operativo, la riattivazione del flusso di sistemi e munizioni per la difesa aerea significa, per Kiev, la possibilità di ridurre – non annullare – la vulnerabilità rispetto alla campagna missilistica e di droni della Russia. I Patriot non cambiano l’esito della guerra, ma incidono sulla soglia del dolore riducendo il numero delle infrastrutture distrutte, dei centri urbani colpiti, consentendo una maggiore capacità di tenuta dello Stato mentre la guerra continua. Sul piano politico interno, Trump ha bisogno di presentare all’elettorato una “vittoria” spendibile, che non è la vittoria dell’Ucraina, ma la vittoria del presidente che “mette ordine” nel dossier ucraino, dosando gli aiuti, mostrando forza verso Mosca e, al tempo stesso, controllo della spesa militare. Questa apertura è una concessione estremamente misurata che consente a Trump di non apparire arrendevole e di non compromettere un eventuale piano di pace basato su concessioni territoriali ucraine, che lui considera realistiche (e che tali sono, al di là delle buone intenzioni e delle visioni ideali). Però…
Quali criticità?
Ci sono delle criticità oggettive, che possiamo riassumere in quantità, tempo, coesione politica. Sulla quantità, è un fatto che la difesa aerea sia un sistema, non un singolo pezzo. E dunque i Patriot, da soli, non bastano poiché servono munizioni, integrazione con altri sistemi, capacità di manutenzione e addestramento. Se la fornitura sarà limitata o intermittente, si creerà un “effetto vetrina”, basata su una “capacità” non strutturale. Sul tempo, che per me è l’elemento cardine, la Russia lo usa come arma strategica. Ogni giorno guadagna qualche chilometro di fronte, li consolida, non li perde. L’Ucraina, invece, dipende dal ritmo politico delle decisioni occidentali. Ogni ritardo negli aiuti si traduce in terreno perso e in capacità offensiva ridotta. Infine, la coesione politica occidentale su cui grava l’umore di Trump, la cui apertura può accentuare le divergenze tra alleati, soprattutto se viene percepita come parte di un disegno più ampio di “chiusura” del conflitto a condizioni sfavorevoli per Kiev. Se gli europei vogliono sostenere l’Ucraina nel lungo periodo e Washington punta a una soluzione rapida, magari a costo di concessioni territoriali, il rischio è una NATO formalmente unita ma strategicamente disallineata.
Cosa cambia nei calcoli di Putin?
Cambia la gestione del rischio, non l’obiettivo strategico perché il presidente russo Vladimir Putin ha mantenuto, e mantiene, il vantaggio tattico sul campo: più uomini, più tempo, più capacità di assorbire perdite. I Patriot complicano la sua campagna aerea, ma non la rendono impossibile sapendo che la contraerea ucraina non intercetterà tutto; e, dunque, sa che può continuare a logorare infrastrutture e morale, e lo farà sempre di più spostando il peso su droni e missili meno costosi (e sui droni l’Ucraina ne sa qualcosa. anche di più della Russia). Qualcosa però cambia in termini di risorse, o meglio, in termini di costi. La questione è appunto la curva del costo dove, per la Russia, ogni attacco diventa un po’ più costoso in termini di vettori persi e di pianificazione, ma rientra nella logica di una guerra lunga, dove il tempo gioca a favore di Mosca (così è stato finora e così è ancora). Per l’Ucraina, invece, ogni Patriot in più è un giorno in più di resilienza, ma non un passo verso la vittoria, semmai un passo lontano dalla sconfitta immediata. Nei calcoli di Putin, credo, l’invio di ulteriori Patriot non è un game changer, ma un fattore da assorbire dentro una strategia già chiara che si fonda sulla volontà di consolidare il vantaggio tattico, sfruttare la stanchezza occidentale, attendere che la politica statunitense (e non solo Trump) cerchi una “pace” che sarà nel concreto una resa negoziata di Kiev, e mai una vittoria militare ucraina (a quella non crede più nessuno).
NEW YORK COME LABORATORIO DELLA NUOVA SINISTRA AMERICANA
LA GEN Z TRA DOMANDA DI EQUITÀ E CONTI CHE NON TORNANO
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Nel golfo che separa europei e americani, e che è la causa prima di
infinite incomprensioni reciproche, matura da qualche anno un’esigenza che
sembrava sepolta per sempre: nelle generazioni più giovani degli Stati Uniti
riaffiora il desiderio di guardare al socialismo come alla risposta più
corretta per debellare i problemi della vita quotidiana. Non è un vezzo da
campus, è diventato un voto legittimo. Martedì 23 giugno a New York, gli
elettori della Generazione Z e dei Millennial si sono presentati ai seggi in
numeri sorprendenti e hanno consegnato tre seggi congressuali all’ala più
radicale del Partito Democratico, spazzando via l’establishment di Washington.
Dietro questo voto, c’è una storia, lunga un secolo, e una parola che gli
americani non hanno mai smesso di intendere interpretandola alla lettera:
“Socialismo”.
Tra Ottocento e Novecento il socialismo americano vive una traiettoria
unica, segnata da brevi momenti di crescita e da repressioni sistemiche che ne
impediscono la radicalizzazione. Movimenti come il Socialist Party of
America, guidato da figure iconiche come Eugene Debs, ottengono un discreto successo elettorale a livello locale e
presidenziale nei primi del Novecento, promuovendo riforme del lavoro e il
suffragio femminile. Quello slancio viene però stroncato dalle ondate di panico
anticomunista note come Red Scare, dal clima patriottico delle due
guerre mondiali e dalla successiva Guerra Fredda: eventi che associano
stabilmente, nell’immaginario collettivo, qualsiasi forma di collettivismo a
una minaccia esistenziale per la sicurezza e l’identità nazionale.
Perché, allora, quella parola torna oggi a mobilitare i più giovani? La
risposta sta in un lento slittamento semantico. Quando un americano di
vent’anni dice “socialismo”, quasi mai intende la nazionalizzazione
dell’industria o la pianificazione centralizzata. Se nel 1949 la definizione
più comune del termine, secondo Gallup, era “proprietà o controllo
statale” (34%), nel 2018 quella quota era scesa al 17%, mentre la
definizione più diffusa era diventata “uguaglianza“. È la
differenza tra Marx e Bernie Sanders. E i numeri della conversione
generazionale sono imponenti: un sondaggio Cato Institute/YouGov del marzo 2025
rileva che il 62% degli americani tra i 18 e i 29 anni dichiara una
“visione favorevole” del socialismo, contro il 43% della popolazione
totale. Già una rilevazione Pew del 2022 registrava che i 18-29enni erano l’unica fascia d’età in cui il
socialismo (44%) superava il capitalismo (40%), mentre la quota di giovani con
un giudizio positivo sul capitalismo, secondo Gallup, era crollata da circa due
terzi nel 2010 a poco meno della metà a fine decennio.
Sotto la spinta di questi dati c’è un vissuto, non un manuale. Lo Harvard
Youth Poll della primavera 2025 fotografa che solo il 15% dei giovani ritiene che il
Paese stia andando “nella direzione giusta”: una generazione
cresciuta tra la crisi del 2008, l’emergenza climatica, gli affitti fuori scala
e un mercato del lavoro instabile traduce quel disagio in richiesta di equità.
Come argomenta Samuel Abrams dell’American Enterprise Institute, quando i
giovani americani dicono di sostenere il “socialismo” raramente
auspicano la fine del mercato: chiedono più equità, protezioni sociali più
solide e responsabilità delle istituzioni, e in concreto favoriscono sanità
universale, investimenti sul clima, case accessibili e alleggerimento del
debito.
È in questo spazio che opera l’attivismo militante. I Democratic Socialists
of America definiscono la propria missione come il tentativo di democratizzare
l’economia e garantire i diritti fondamentali; l’organizzazione dichiara di
rifiutare i modelli totalitari e centralizzati, concentrando gli sforzi sulla
tutela dei lavoratori e sulla sottrazione di beni primari, come l’energia e la
casa, alle sole logiche del profitto. A differenza dei partiti della sinistra
europea, questa forza opera come corrente di pressione interna al Partito
Democratico, cercando di orientarne l’agenda attraverso l’elezione di propri
rappresentanti a livello locale e federale.
Sul fronte opposto, i think tank di area conservatrice e libertaria come la
Heritage Foundation e il Cato Institute conducono una ferma opposizione ideologica in difesa del libero mercato. I
loro analisti sostengono che le politiche di stampo socialista violino i valori
costituzionali fondanti della nazione, storicamente basati sull’individualismo
e sui diritti di proprietà; l’espansione dello Stato sociale, in questa
prospettiva, non solo mina la libertà personale e la responsabilità
individuale, ma rischia di frenare l’innovazione e di gravare in modo
insostenibile sulle finanze pubbliche.
Perché, allora, l’America non ha mai avuto un grande partito socialista di
massa? L’analisi strutturale dello storico Eric Foner lo attribuisce alle barriere istituzionali e sociali proprie del sistema.
Il meccanismo elettorale maggioritario a turno unico ha storicamente soffocato
la crescita di formazioni terze, costringendo i movimenti progressisti ad
essere assorbiti dalle coalizioni dei due schieramenti principali, come avvenne
con il New Deal. A questo ostacolo si sono aggiunte le profonde divisioni
razziali, etniche e linguistiche all’interno della forza lavoro immigrata, che
hanno frammentato sul nascere la coscienza di classe in un mercato che, rispetto
all’Europa dell’epoca, offriva comunque standard di vita e salari reali
mediamente più elevati.
Nella New York di oggi vediamo cosa accade quando quelle barriere si
abbassano. Il sindaco Zohran Mamdani, iscritto ai DSA, (Democrat Socialist of
America) non è più un teorico: nei sondaggi pre-elettorali aveva conquistato
l’elettorato della Gen Z con uno scarto di 57 punti. È lui il mentore
dell’armata che ora punta su Washington.
LE PRIMARIE CHE VALGONO UN’ELEZIONE
Vincere le primarie del Partito Democratico a New York City equivale, di
fatto, ad essere eletti al Congresso a novembre. I distretti della metropoli
sono talmente sbilanciati a sinistra che il voto vero si è consumato martedì
scorso, lasciando le elezioni generali come una pura formalità. A trionfare è
stato il “trio radicale” sostenuto da Mamdani: i tre candidati da lui
appoggiati hanno vinto le rispettive primarie, con l’Associated Press a
dichiararli vincitori nella nottata. Analizzandoli da vicino si capiscono molte
cose, a cominciare da un cambio generazionale più che dovuto.
Brad Lander (10° Distretto – Manhattan/Brooklyn).Lander non è un attivista alle prime armi, ma un politico scafato che conosce a
fondo i meccanismi di potere di New York, avendo ricoperto il ruolo di Comptroller,
il controllore finanziario della metropoli. Ex Comptroller cittadino, si è
aggiudicato la candidatura democratica nel 10° Distretto, scalzando il deputato
uscente Dan Goldman, erede di un patrimonio e volto della linea moderata e
pro-Israele del partito. Lander, ebreo, ha saputo intercettare il voto dei
quartieri più gentrificati e radicali di Manhattan e Brooklyn, trasformando le
primarie in un referendum contro l’establishment di Washington. Sul fronte
interno propone una tassazione aggressiva sui patrimoni e un intervento della
mano pubblica nel mercato immobiliare tramite il blocco coercitivo degli affitti; in politica estera, il suo cavallo di battaglia è il disallineamento
dalla linea tradizionale americana, con la promessa di leggi per vincolare
duramente gli aiuti militari a Israele e un attacco frontale a lobby storiche
come l’AIPAC. Una retorica massimalista che segnala la sua prossimità alle
posizioni dei DSA, dove l’ideologia identitaria — buoni contro cattivi — prende
il posto della complessa realtà geopolitica ed economica.
Darializa Avila Chevalier (13° Distretto – Harlem, Washington Heights,
Bronx). Trentadue anni, è l’autrice del ribaltone più clamoroso di queste primarie. Politica esordiente, ha
superato di circa duemila voti Adriano Espaillat, deputato uscente e presidente
del Congressional Hispanic Caucus, che ha ammesso la sconfitta poco dopo le
22:30. Cresciuta tra le fila dei DSA, la Chevalier ha capitalizzato il risentimento
generazionale delle minoranze e delle comunità immigrate, presentandosi come il
volto del cambiamento contro una vecchia guardia accusata di eccessiva
vicinanza alla finanza di Wall Street e ai grandi costruttori. Con Espaillat lo
scontro si è consumato soprattutto sulla guerra a Gaza, con la sfidante che
accusava il candidato uscente, di essere ostaggio dell’AIPAC. La sua
piattaforma richiama il dirigismo più rigido: invoca l’intervento coercitivo
dello Stato nel mercato immobiliare, con il passaggio di intere aree
residenziali a “collettivi pubblici”, e un sistema sanitario
interamente statalizzato sul modello Medicare for All, da finanziare con
un prelievo mirato sui grandi capitali.
Claire Valdez (7° Distretto – Queens/Brooklyn).Deputata all’Assemblea statale, ha conquistato la nomination nel 7° Distretto — un
seggio lasciato libero dalla deputata uscente Nydia Velázquez — battendo il
presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso e altri sfidanti.
Organizzatrice sindacale di professione e militante di punta dei DSA, Valdez ha
capitalizzato il voto dei lavoratori precari e dei giovani attivisti del clima,
presentandosi come paladina di uno scontro frontale con il sistema corporativo
americano. Ha chiuso il discorso della vittoria con lo slogan
“Solidarietà, abolire l’ICE, Palestina libera, organizza il tuo sindacato,
iscriviti ai DSA”. Il suo cavallo di battaglia è una versione
ultra-radicale del Green New Deal: non incentivi alle rinnovabili, ma una
riconversione ecologica totale di New York pianificata dallo Stato, con posti
di lavoro “verdi” creati per decreto e vincoli ambientali stringenti
alle imprese.
IL BLOCCO DEGLI AFFITTI E LA FUGA DEI
CAPITALI
Il trio e il loro mentore invocano il blocco coercitivo dei canoni come
panacea contro il caro-vita. La ricerca economica statunitense dimostra
l’esatto contrario. In una vasta meta-analisi sul controllo dei prezzi, il Cato
Institute mostra come il blocco degli affitti riduca drasticamente l’offerta di
alloggi: bloccati i prezzi, i costruttori smettono di investire e la qualità
del patrimonio crolla. L’American Enterprise Institute rincara la dose, dimostrando
che il controllo dei canoni spinge i proprietari a convertire gli appartamenti in alloggi
di lusso o in immobili in vendita, riducendo l’offerta per le fasce deboli e
aumentando, paradossalmente, il rischio di senzatetto. Il Manhattan Institute liquida la misura come la politica abitativa “più miope che
esista”, rilevando come la letteratura economica sia pressoché unanime.
Lo slogan del “tassare i super-ricchi” si scontra a sua
volta con le leggi della mobilità dei capitali in un sistema federale. I dati
sulle dichiarazioni dei redditi, analizzati dal Wall Street Journal,
mostrano una tendenza inconfutabile: quando la pressione fiscale statale
diventa punitiva, i grandi patrimoni e i fondi d’investimento votano con i
piedi, trasferendo sedi legali in Stati fiscalmente attrattivi come Florida e
Texas. Il rapporto annuale Rich States, Poor States documenta empiricamente la
correlazione tra carico fiscale elevato, contrazione degli investimenti privati
e crescita salariale più lenta.
IL PARADOSSO DEL “VOLO DI
STATO”
Non paga di voler pianificare mercato immobiliare ed energia, è proprio
Claire Valdez ad aver spinto l’acceleratore ideologico più a fondo. In un
podcast del 1° maggio — clip riemersa dopo la vittoria — ha definito una sua
“hot take” l’abolizione del programma TSA PreCheck, la corsia
prioritaria a pagamento negli aeroporti, e la nazionalizzazione dell’intera
industria aerea americana, motivandola con profitti, sovrapprezzi e tutele
deboli per i passeggeri. Secondo la visione dei DSA, il trasporto aereo non
dovrebbe rispondere a logiche di profitto ma essere gestito come un servizio
pubblico universale.
La proposta si scontra con una realtà economica insostenibile. David J.
Bier del Cato Institute ha osservato che nazionalizzare un’industria significa
affidarla all’amministrazione in carica: “If we nationalize industries, it
means putting Donald Trump in charge of those industries” (se
nazionalizziamo le industrie, significa metterle nelle mani di Donald Trump).
Rilevare i colossi dei cieli caricherebbe lo Stato di un settore ad altissimo
rischio finanziario — la sola capitalizzazione di Delta e United supera i 100 miliardi di dollari — mentre eliminare la concorrenza
finirebbe per burocratizzare gli scali e allungare le code. Va detto, per
correttezza, che la piattaforma ufficiale di Valdez sui trasporti non contempla
né l’abolizione del PreCheck né la nazionalizzazione: parla di spostare fondi
federali dalle strade al trasporto pubblico, alla mobilità pedonale e
ciclabile.
DAI PADRI FONDATORI A JFK: LA LEZIONE
DIMENTICATA DAI DON CHISCIOTTE DI NEW YORK
La storia degli Stati Uniti dimostra che, dai Padri Fondatori fino alla
Nuova Frontiera di John F. Kennedy, la ricerca del benessere collettivo è
sempre passata attraverso il pragmatismo, l’espansione delle opportunità e
la tutela della libertà economica. Perfino nei momenti di massima riforma
sociale, i grandi leader americani hanno cercato soluzioni capaci di far
prosperare la maggioranza senza soffocare lo spirito d’impresa. Questi tre
moderni Don Chisciotte della sinistra newyorkese sembrano invece aver
dimenticato che per governare la complessità non bastano gli slogan: servono la
storia, l’economia e la fiscalità reale. Vale la pena rileggere John Locke, che
ricordava come “the end of law is not to abolish or restrain, but to
preserve and enlarge freedom” (il fine della legge non è abolire o
limitare la libertà, ma preservarla e ampliarla), aggiungendo che nessun uomo è
libero se lo Stato gli sottrae il diritto di godere dei frutti del proprio
lavoro.
E qui si chiude il cerchio con cui questa storia si è aperta. La stessa
Generazione Z che riempie i comizi di Mamdani, che nei sondaggi preferisce il
socialismo al capitalismo, quasi mai sa dire cosa quella parola abbia
significato per chi l’ha vissuta.
Nessuno, ad essere onesti, discute il fine. Che ognuno abbia una casa
dignitosa, un lavoro, la possibilità di sedersi a tavola senza far di conto, è
un desiderio che attraversa destra e sinistra, e che nessuna statistica potrà
mai far apparire ingenua. La domanda che questa generazione lascia aperta non
riguarda il fine, ma i mezzi, e la lucidità con cui li sceglie. Quando Gallup
chiede agli americani cosa intendano per “socialismo”, la risposta
più diffusa non è più “proprietà o controllo statale”, come nel 1949,
ma “uguaglianza”: segno che la parola, per chi ha votato il trio di
New York, evoca un sentimento di equità più che un programma economico. È
esattamente lì che si misura la distanza tra l’aspirazione e la sua
applicazione. Provate a chiedere agli stessi elettori che invocano la
redistribuzione dei grandi patrimoni se sarebbero disposti a cedere (per fargli
“sentire” le loro scelte) mezzo punto della propria media universitaria —
sudata, tolta al sonno e alle serate mancate — a un compagno che ne ha meno. La
risposta, quasi sempre, è un NO istintivo, perché quel voto hanno guadagnato. È
lo stesso no del contribuente davanti alla wealth tax, ed è il punto
cieco di un’idea generosa: l’equità che si pretende per la società cessa di
apparire equa nell’istante preciso in cui tocca ciò che si ritiene meritato. Se
questo scarto sia soltanto un’ingenuità dell’età, o il sintomo di un’incapacità
più profonda di collegare lo slogan alle sue conseguenze, è la domanda con cui
li lasciamo alle urne.
LA FENICE DI LOS ANGELES: SPENCER PRATT RISCRIVE LA POLITICA AMERICANA
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Le primarie a Los Angeles
Il panorama
politico nella seconda città più grande degli Stati Uniti si trova a un bivio
decisivo mentre si chiudono i seggi per le elezioni primarie a sindaco di Los
Angeles. Quella che inizialmente era stata liquidata come una semplice mossa
pubblicitaria sui social media, la campagna ribelle dell’ex star del reality
The Hills, Spencer Pratt, si è trasformata in un dirompente movimento
populista. Questa dinamica ha spinto il sindaco uscente Karen Bass e il membro
del consiglio progressista Nithya Raman in una lotta serrata a tre per il
futuro della città.
Tra cenere e protesta
La transizione di
Pratt da personaggio controverso della TV a concreto contendente politico è
iniziata a gennaio. Ha lanciato la sua candidatura durante una manifestazione
dal titolo “Ci hanno lasciato bruciare”, a un anno esatto dalla
perdita della sua casa a Pacific Palisades a causa dei devastanti incendi
boschivi di Los Angeles del 2025.
Accusando l’amministrazione del sindaco Karen Bass per la distruzione e la
lentezza nella ricostruzione, Pratt ha costruito una campagna basata sulla
riforma delle infrastrutture e su una retorica di ordine pubblico. Nonostante i
critici sottolineino la sua totale mancanza di esperienza
politica e il massiccio uso di materiali generati dall’intelligenza
artificiale, il suo messaggio ha trovato terreno fertile in un elettorato
stanco della burocrazia locale e della crisi economica.
I pilastri della piattaforma
elettorale di Pratt includono:
Potenziamento
delle Infrastrutture di Emergenza: Aumento delle riserve idriche regionali per
combattere gli incendi boschivi e accelerazione delle assunzioni nei vigili del
fuoco.
Riforma per
l’Emergenza Abitativa: Fondi privati da grandi investitori per costruire
comunità di case prefabbricate su terreni federali, vincolate a programmi di
riabilitazione obbligatori.
Controllo della
Spesa Pubblica: Avvio di un audit completo sulle finanze del Comune per
bloccare quello che definisce lo spreco del denaro dei contribuenti.
L’isolamento e il boom dei finanziamenti
La vera sorpresa
della campagna elettorale riguarda la straordinaria macchina da guerra
finanziaria costruita da Pratt. Nonostante l’establishment lo considerasse un
candidato marginale, i dati ufficiali della L.A. Ethics Commission pubblicati a
fine maggio hanno rivelato un sorpasso sbalorditivo: Pratt ha raccolto ben 3,25
milioni di dollari complessivi, superando i 3,21 milioni della sindaca uscente
Karen Bass. Solo nell’ultimo mese utile, la sua campagna ha registrato un’impennata
record di 2,72 milioni di dollari, quasi dieci volte tanto la raccolta della
Bass nello stesso periodo.
Questo fiume di denaro è arrivato nonostante una precisa strategia di
rottura: Pratt ha dichiarato pubblicamente di non volere l’endorsement o il
sostegno politico di nessuno, affermando di non aver bisogno dei vecchi
apparati di partito o delle élites tradizionali. Ha ironicamente affermato che
gli unici endorsement che gli interessano sono quelli delle “mamme di Los
Angeles e degli amanti degli animali”. Gran parte della sua raccolta fondi
record, è composta sia da micro-donazioni di cittadini comuni frustrati sia da
ex residenti che hanno lasciato la California a causa del degrado e sperano di
potervi fare ritorno.
Cosa dicono i miliardari californiani
Mentre la sinistra
cittadina accusa Pratt di cavalcare l’onda del populismo di destra, i grandi
titani della tecnologia e i miliardari della Silicon Valley e di Los Angeles
hanno iniziato ad aprire massicciamente i loro portafogli per sostenerlo.
Secondo i registri
finanziari ufficiali, figure del calibro del co-fondatore di Google Sergey
Brin (che ha staccato l’assegno massimo consentito dalla legge elettorale),
i gemelli Winklevoss, l’ex CEO di Activision Blizzard Bobby
Kotick e la presidente dei Los Angeles Lakers Jeanie
Buss si sono mossi concretamente per finanziarlo. I miliardari californiani
vedono in Pratt un’opportunità di rottura radicale: sono profondamente
frustrati dal fallimento delle politiche progressiste sulla gestione della
sicurezza e dei senzatetto, e temono che la continua fuga di capitali e lo
stato d’emergenza permanente causato dagli incendi stiano svalutando
permanentemente l’economia di Los Angeles.
Il meccanismo elettorale americano
Per capire come
Spencer Pratt possa concretamente puntare alla guida della città, è necessario
comprendere la particolare legge elettorale della California, nota come “Top-Two Nonpartisan Primary” . A differenza delle classiche primarie italiane o dei sistemi di partito
tradizionali, questo meccanismo prevede regole molto specifiche:
Unica scheda per tutti: Tutti i candidati (democratici, repubblicani e indipendenti)
competono nello stesso identico elenco.
Voto aperto: Qualsiasi cittadino iscritto alle liste elettorali può votare per
qualsiasi candidato, indipendentemente dalla propria affiliazione politica.
Nessun obbligo di Documento
d’Identità: Un aspetto peculiare del sistema
californiano è che gli elettori non devono mostrare un documento d’identità con
foto per votare. Nella stragrande maggioranza dei casi, basta firmare il
registro al seggio; i funzionari verificheranno l’identità in un secondo momento,
confrontando la firma con quella depositata all’atto dell’iscrizione
elettorale.
La Regola del 50%: Se un candidato riesce a ottenere la maggioranza assoluta dei voti
(50% + 1) già in questo primo turno, viene eletto sindaco direttamente.
Il Ballottaggio obbligatorio: Poiché la presenza di tre candidati forti (Bass, Raman e Pratt)
rende quasi impossibile il raggiungimento del 50%, la legge stabilisce che i
primi due candidati più votati — i “Top Two” — accederanno
direttamente al ballottaggio finale del 3 novembre 2026, azzerando tutti gli
altri sfidanti.
Proprio per questo
motivo, la strategia di Spencer Pratt non punta necessariamente a vincere
subito, ma a superare uno dei due candidati dell’establishment per conquistare
il secondo posto utile e blindare il suo nome per la sfida decisiva di
novembre.
La posta in gioco
I sondaggi della
vigilia (pubblicati da UC Berkeley/Los Angeles Times) mostravano un testa a
testa statistico: Bass in leggero vantaggio con il 26%, seguita da Raman al 25% e Pratt
subito dietro al 22%. Poiché il sistema elettorale prevede un voto unico non
partitico, se nessun candidato supererà il 50% delle preferenze, i primi due
classificati accederanno al ballottaggio decisivo il prossimo 3 novembre. La
sfida di oggi è quindi una pura corsa per conquistare i primi due posti in
classifica.
Un posizionamento
utile per il ballottaggio sancirebbe una delle più grandi sorprese politiche
nella storia municipale moderna degli Stati Uniti. Al contrario, un terzo posto
metterebbe fine alla corsa di Pratt, che lascerebbe comunque il segno per aver
spostato l’asse del dibattito pubblico su temi come la sicurezza e la gestione
delle emergenze.
In base ai dati quasi definitivi diffusi
dal City Clerk di Los Angeles, gli elettori si sono così espressi:
Il verdetto: Pratt ce l’ha fatta
Con i dati in via di
consolidamento dal Registrar-Recorder della Contea di Los Angeles, emerge un
esito clamoroso: Spencer Pratt ha raggiunto il 30% delle preferenze,
assicurandosi il secondo posto e l’accesso diretto al ballottaggio del 3
novembre. La sindaca uscente Karen Bass, pur mantenendo il primo posto, non ha
raggiunto la soglia del 50% necessaria per vincere al primo turno, spianando
così la strada a uno scontro inatteso.
Nithya Raman, la terza
candidata della coalizione progressista, è rimasta esclusa dal ballottaggio
decisivo.
La corsa di novembre
Los Angeles si
prepara ora a cinque mesi di intensa campagna elettorale che metterà a
confronto l’outsider populista Pratt con l’establishment democratico
rappresentato da Bass. Una dinamica raramente vista nella politica municipale
americana contemporanea, dove la frustrazione per la gestione della sicurezza e
degli incendi ha spalancato le porte a una candidatura ritenuta impossibile solo
sei mesi fa.
Il fenomeno Pratt,
tuttavia, non va letto come la nascita di una nuova corrente ideologica
strutturata, bensì come il trionfo di un pragmatismo radicale. Il suo leitmotiv
– basato su soluzioni di buon senso che scavalcano le rigide barriere
partitiche – delinea un nuovo modo di fare politica. È una formula
post-ideologica che, con ogni probabilità, farà scuola ben oltre i confini
della California. Questo modello è destinato ad
attecchire non solo in altri contesti, ma soprattutto in quei territori dove la
distanza tra l’establishment e i bisogni reali della popolazione ha creato un
vuoto di leadership, lasciando i cittadini privi di una guida capace di
rispondere alle necessità primarie.
In quest’anno, dove l’America festeggia i suoi 250 anni di repubblica, ecco
che Los Angeles ci racconta come ci si può rinnovare, e non solo attraverso una
campagna elettorale un po’ cinematografica, e sicuramente poco dispendiosa, ma
come recuperare sovranità quando l’establishment tecnocratico ha perso
credibilità sulla sicurezza e la gestione del territorio.
A Los Angeles, oggi, gli americani ci rammentano che la democrazia non
muore per incompetenza—si rinnova nonostante essa.
I dati definitivi del
City Clerk verranno certificati nei prossimi giorni. Il ballottaggio è fissato
per il 3 novembre 2026.
L’orizzonte spezzato: la Cuba di Leonardo Padura e l’esodo verso l’America Latina
Corrispondenza di Martino Rigacci da Buenos Aires/Montevideo
BUENOS
AIRES – “Mi chiedete cosa può succedere a Cuba? Di tutto!”. E’ un Leonardo
Padura lucido come sempre, e preoccupato per il destino del suo paese, quello
che lo scorso 29 aprile ha risposto alla stampa al termine di uno dei numerosi
eventi organizzati dal ‘Salone del libro di Buenos Aires’.
Il tema in programma era ‘La
letteratura nei Caraibi’ ma è stato proprio l’aggravarsi della crisi cubana a
rubare spesso la scena. Padura ha evitato voli pindarici o macro-analisi,
ricordando per esempio la situazione “di chi a sessanta e passa anni, o a
settanta, prende la pensione e si trova ad affrontare una vulnerabilità davvero
molto grande. Mia madre ha 98 anni e la sua pensione è di 1500 pesos: per
comprare 30 uova di pesos ne servono 3000”.
L’analisi del giornalista e
scrittore nato nel tradizionale quartiere Mantilla dell’Avana non si ferma qua:
“il mio ultimo romanzo, ‘Morire nella sabbia’, racconta il destino di
una generazione a cui era promesso un futuro. Guardate a cosa siamo
arrivati…”.
Il tracollo di Cuba colpisce
interi strati sociali e fasce d’età: i piu’ anziani e indifesi, l’infanzia, gli
impiegati pubblici, gli insegnanti, gli studenti e chi lavora nel turismo,
settore ai minimi storici, da decenni traino dell’economia e controllato con
mano ferma dalla holding militare GAESA.
“Sul tavolo ci sono diversi scenari,
può cambiare tutto affinchè non cambi niente, o che non cambi niente, oppure
che ci sia un’invasione americana e invece cambi appunto tutto… ”, ha
aggiunto Padura e quel “tutto può capitare” di fine aprile detto a Buenos Aires
ancora non comprendeva le tante novità degli ultimi giorni: l’incursione nelle
acque caraibiche della portaerei monstre Nimitz, le bellicose
prese di posizioni del presidente Donald Trump e, soprattutto, la ‘spada di
Damocle’ rappresentata da un blitz militare.
Sullo sfondo rimangono la
recente incriminazione inflitta dal Dipartimento di giustizia statunitense a
Raul Castro e la minacciosa ombra dell’operazione all’alba dello scorso 3
gennaio a Caracas con la quale le forze USA hanno portato a termine la
cinematografica cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro. Tuttavia, le
differenze tra i due casi sono tante e consistenti: Cuba non ha infatti le
riserve petrolifere –nè le dimensioni- del Venezuela e il potere del ‘chavismo’
era meno concentrato, e organizzato, di quello cubano.
Il paese è a un passo da una crisi terminale. Il post-castrismo avulso da ogni riforma significativa promosso in questi anni dal presidente Miguel Diaz Canel appare isolato in un contesto internazionale dove, al netto degli aiuti e la retorica, Russia e Cina si mantengono lontane dallAvana e guardano ad altri orizzonti geopolitici ben più strategici.
Intanto, la diaspora non si ferma: i cubani continuano ad andarsene e a imboccare le infinite vie che da sempre accompagnano le migrazioni. In realtà, certo non da ora, esistono due Cuba, l’isola e quella dell’esodo, che ha storicamente puntato sulla vicina Florida. Chi decide di partire scommette ancora sull’America intesa quale USA ma negli ultimi tempi è spuntata ‘l’altr’ America, quella Latina. E’ da queste parti che si cercano, e si trovano, nuovi approdi.
Per i cubani l’area latinoamericana
“ha smesso di essere un corridoio di migranti e ogni giorno di più è un
focolare”, sottolinea Maria Moita, responsabile per l’area dell’Organizzazione
mondiale dei migranti (OIM). Le rotte più battute per la fuga passano dal
Venezuela o dalla Guyana –dove non sono richiesti visti- per poi proseguire in
terra brasiliana attraverso lo stato settentrionale del Roraima.
Tra le mete sudamericane più
ambite è spuntato a sorpresa uno dei paesi confinanti con il Brasile, il
piccolo l’Uruguay, e non solo la capitale, Montevideo, ma anche altre località,
per es. Punta del Este, oggi paradiso del turismo vip, che in un lontano
passato si era già incrociato con il destino di Cuba: fu infatti qui dove nel
1961 l’inviato di Fidel Castro, Ernesto ‘Che’ Guevara, pronunciò un duro
discorso contro l’Alleanza per il Progresso promossa dall’amministrazione Kennedy
che segnò il definitivo divorzio tra l’Avana e Washington.
La lunga strada per raggiungere la nuova meta ‘uruguaya’ è un’ odissea. Si viaggia in
aereo, in auto, via bus, qualche tratto anche a piedi. E ovviamente ai posti di
frontiera, soprattutto quelli meno controllati, prolifera il business dei coyotes, mediatori e agenzie di viaggio
spesso farlocchi ma inevitabili per chi non ha tutti i documenti necessari.
Come in ogni fenomeno migratorio il
primo passo è trovare lavoro e casa. E si parte lo stesso anche se le distanze
sono significative, come nel caso appunto L’Avana-Montevideo.
“In arrivo intere famiglie con nonni e
bambini denutriti”, ha intitolato lo scorso 16 marzo in un lungo articolo
El Pais, principale quotidiano di Montevideo. La scommessa cubana sull’Uruguay ha una sua logica: il paese è un
modello di stabilità, ha un alto PIL pro-capite, non ci sono ovviamente
problemi di lingua e gli uruguaiani non sono certo xenofobi. I tempi di attesa
per avere i documenti e regolarizzare la propria situazione sono inoltre minori
rispetto ad altre nazioni del continente.
Nel 2025 il bilancio dei migranti
giunti dall’isola ha avuto un’ impennata, circa 15 mila persone a fronte dei
5900 nel 2024. E la situazione non è molto diversa in Brasile, i cui controlli
sono però più severi. L’altra faccia della medaglia dei tanti ‘adios a Cuba’ di questi anni è quello
che gli esperti definiscono lo “svuotamento del paese”: la popolazione ha avuto
un forte calo, è infatti passata dagli 11,2 milioni del 2020 ai 9,4 milioni del
2024. Qualsiasi sia il futuro dell’isola il forte calo demografico sarà un dato
chiave e condizionerà la crescita.
Ieri come oggi, non sono certo un
mistero le ragioni per le quali si scappa. La situazione è al limite su tanti
fronti, anche se c’è un settore, quello dell’energia elettrica, che racchiude
gran parte dei problemi di fondo, una vulnerabilità alla Padura.
Avviato
nei primi anni ’60, l’embargo americano anti-Cuba ha aggiunto un nuovo e
strategico capitolo nella sua lunga storia a seguito del blocco petrolifero
imposto a gennaio da Washington, un nuovo fronte del devastante e ormai quasi
eterno bloqueo USA. A mancare sono
non solo gli alimenti e l’acqua (a causa dei tanti problemi della rete idrica)
ma anche l’energia, fatto che ha una ricaduta concreta e pesante sui mille
fronti della vita quotidiana.
Da anni
nell’isola circola la seguente battuta: “En Cuba no hay apagones, hay
alumbrones” (A Cuba non ci sono black out, ci sono bagliori). Uno
humor, quello degli habaneros, senza dubbio graffiante, ma che ha anche
il sapore di una inconsolabile e crescente disperazione.-
Cuba alla resa dei conti
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Avevamo lasciato il Segretario di Stato Marco Rubio a Roma che rassicurava
tutti, ma soprattutto il Papa, che gli Stati Uniti, nonostante i profondi tagli
al dipartimento USAID, avrebbero allocato 100 milioni di dollari per aiutare la
popolazione di Cuba attraverso la potente mano della Caritas Cattolica. Questo gesto umanitario, a ridosso sia della guerra in Iran
sia della situazione venezuelana — con il blocco delle forniture di petrolio e
quindi di energia a Cuba — dimostrerebbe buona volontà.
Ed ecco che il 20 maggio, giorno della festa d’indipendenza di Cuba, Rubio -figlio di esuli cubani- non perde l’occasione per rivolgersi direttamente ai cittadini dell’isola con parole dal forte impatto emotivo, che vogliono spiegare la posizione americana e scardinare la narrativa del regime:
“La
ragione per cui siete costretti a sopravvivere 22 ore al giorno senza
elettricità non è dovuta a un “blocco” petrolifero da parte degli
Stati Uniti. Come sapete meglio di chiunque altro, soffrite di blackout da
anni.
La
vera ragione per cui non avete elettricità, carburante o cibo è che coloro che
controllano il vostro Paese hanno saccheggiato miliardi di dollari, ma nulla è
stato utilizzato per aiutare il popolo.
Trent’anni
fa, Raúl Castro fondò una società chiamata GAESA. Questa società è di proprietà
delle Forze Armate, che la gestiscono, e ha entrate pari a tre volte il budget
del vostro attuale governo. Oggi, mentre voi soffrite, questi uomini d’affari
possiedono 18 miliardi di dollari in beni e controllano il 70% dell’economia di
Cuba. Traggono profitto da hotel, edilizia, banche, negozi e persino dal denaro
che i vostri parenti vi inviano dagli Stati Uniti; tutto, tutto passa dalle
loro mani. Da queste rimesse trattengono una percentuale, ma dai profitti di
GAESA a voi non arriva nulla.
Invece
di usare il denaro per comprare petrolio, come tutti gli altri Paesi del mondo,
dipendevano dal petrolio gratuito di Hugo Chávez e Maduro per tenersi i soldi.
Ma ora che il petrolio gratuito ha smesso di arrivare, comprano il carburante
per i loro generatori e i loro veicoli, mentre al popolo viene chiesto di fare
sacrifici.
Invece
di usare il denaro per mantenere e modernizzare le centrali elettriche
danneggiate, usano i soldi per costruire altri hotel per stranieri e per
mandare i loro parenti a vivere nel lusso a Madrid e persino qui negli Stati
Uniti.
Oggi
Cuba non è controllata da alcuna “rivoluzione”. Cuba è controllata da
GAESA. Uno “Stato nello Stato” che non rende conto a nessuno e
accaparra i profitti delle sue attività a beneficio di una ristretta élite. E
l’unico ruolo svolto dal cosiddetto “governo” è quello di esigere che
continuiate a fare “sacrifici” e di reprimere chiunque osi
lamentarsi.
Il
Presidente Trump offre una nuova relazione tra gli Stati Uniti e Cuba. Ma deve
essere direttamente con voi, il popolo cubano, non con GAESA.
In
primo luogo, offriamo 100 milioni di dollari in cibo e medicine per voi, il
popolo. Ma devono essere distribuiti direttamente al popolo cubano dalla Chiesa
cattolica o da altri gruppi caritativi di fiducia. Non rubati da GAESA per
essere venduti in uno dei loro negozi.
Tuttavia,
al popolo cubano non interessa la carità permanente. Voi volete l’opportunità
di vivere nel vostro Paese così come i vostri parenti vivono negli Stati Uniti
o in altri Paesi del mondo….
Oggi a Cuba, solo chi è vicino all’élite di GAESA o ne fa parte può avere attività redditizie….Una nuova Cuba in cui voi, e non solo GAESA, potrete aprire una banca o avere un’impresa edile….Una nuova Cuba in cui voi, e non solo il Partito Comunista di Cuba, potrete possedere una stazione televisiva o un giornale…..E una nuova Cuba in cui avrete la reale opportunità di scegliere chi governa il vostro Paese e votare per sostituirlo se non sta facendo un buon lavoro…..E, attualmente, l’unica cosa che si frappone alla strada verso un futuro migliore sono coloro che controllano il vostro Paese.”
Il
colpo di scena giudiziario
Quasi contemporaneamente, in un ennesimo colpo di scena, mentre Rubio termina il suo discorso, l’Acting Attorney General Todd Blanche apre una conferenza stampa nella storica Freedom Tower di Miami — l’edificio simbolo dell’esilio cubano che tra il 1962 e il 1974 ospitò il Cuban Assistance Center, accogliendo centinaia di migliaia di profughi in fuga dal regime di Fidel Castro. Il motivo della convocazione è la presentazione ufficiale di un clamoroso atto d’accusa sostitutivo (superseding indictment) per omicidio e cospirazione contro Raúl Castro, oggi 94enne, i cui dettagli erano finora secretati. Le accuse si riferiscono all’abbattimento, avvenuto il 24 febbraio 1996, di due aerei civili disarmati dell’organizzazione umanitaria Brothers to the Rescue, costato la vita a quattro persone. La mossa coordinata punta a sfruttare il momento di estrema fragilità dell’isola, colpita da una gravissima crisi energetica. L’amministrazione USA sta mandando un messaggio chiaro ai quadri intermedi del governo e dell’esercito cubano: la leadership storica è formalmente incriminata dalla giustizia internazionale, mentre per il popolo c’è un pacchetto di aiuti pronto e la fine dell’isolamento economico.
La pressione politica e la svolta
Sempre quasi in un afflato armonico, alcune ore prima dell’annuncio di Blanche, quattro deputati repubblicani di origine cubana — Mario Díaz-Balart, Carlos Gimenez, Nicole Malliotakis e Maria Elvira Salazar — hanno tenuto una conferenza stampa a Capitol Hill, chiedendo l’incriminazione di Castro. Gimenez ha ricordato come quegli aerei stessero solo cercando persone in mare, definendole “solo quattro delle probabilmente migliaia di persone che Raúl Castro ha ucciso”. La deputata Salazar ha evocato il duro precedente del leader venezuelano: «Pensavano che il presidente Trump non fosse serio, e guardate dove si trova ora Maduro — in una prigione federale a New York».
Il comunicato del Dipartimento di Giustizia convalida formalmente queste dichiarazioni, specificando che l’organizzazione operava nello Stretto della Florida per “cercare migranti cubani in difficoltà” e che i due Cessna sono stati distrutti senza preavviso “al di fuori del territorio cubano, nello spazio aereo internazionale”. L’imputazione non ammette sconti legati al ruolo politico e prevede come pena massima l’ergastolo o la pena di morte. Tra i co-imputati, il pilota Luis Raúl González-Pardo Rodríguez si trova sorprendentemente già in custodia negli Stati Uniti, dopo essere caduto in trappola da solo a causa di dichiarazioni mendaci sui suoi documenti di immigrazione.
L’ombra della tempesta militare
La tensione è ormai
giunta al punto di rottura. Di recente, Axios ha riportato che Cuba avrebbe acquisito centinaia di droni
militari per l’eventualità di un’invasione USA. Molti analisti di sicurezza
nazionale hanno interpretato quel reportage come una fuga di notizie mirata a
costruire “il” caso per un attacco militare statunitense.
Questo scenario sembra trovare parziale conferma nei movimenti sul campo. I tracciamenti radar indicano un’intensa attività di ricognizione da parte del Pentagono a ridosso delle coste cubane. Brian Fonseca, direttore del Jack D. Gordon Institute for Public Policy, inquadra così la situazione: «Gli Stati Uniti stanno inviando un messaggio inequivocabile all’Avana. Più che un’operazione imminente, si stanno ponendo in modo metodico le basi logistiche e il pretesto legale per un potenziale intervento armato sull’isola, mantenendo l’uso della forza come ultima, letale risorsa sul tavolo».
Tuttavia, l’ipotesi
di uno scontro frontale solleva dubbi tra gli strateghi di Washington. Daniel
DePetris, analista del think tank Defense Priorities, invita alla
prudenza indicando i rischi strutturali di un’invasione: «Non c’è dubbio che
l’amministrazione Trump stia esaminando l’azione militare a Cuba come
un’opzione concreta del Pentagono. Tuttavia, il fatto di vantare un netto
vantaggio tecnologico non si traduce automaticamente in una vittoria
strategica». L’apparato difensivo e la
militarizzazione interna rischiano infatti di impantanare le forze americane in
una logorante guerriglia urbana.
La linea geopolitica più accreditata suggerisce quindi che l’incriminazione
formale di Raúl Castro punti a una strategia di soffocamento totale per
provocare un collasso dall’interno. Come osservato da Lee Schlenker del Quincy
Institute for Responsible Statecraft, i nuovi decreti americani mirano a
isolare lo “Stato nello Stato” gestito dalla holding militare GAESA, tagliando
fuori ogni partner commerciale straniero.
Tra la promessa di
aiuti alla popolazione, la pressione legale sui leader storici e lo spettro dei
droni nei cieli dei Caraibi, la tragedia cubana è giunta all’ultimo atto: per l’élite dell’Avana il tempo è scaduto, e la scelta
rimasta è ormai solo tra una transizione forzata o il rischio reale di un
conflitto aperto.
Pubblicità, politica e supereroi: l’America sempre un passo avanti
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Anche questa volta gli Stati Uniti fanno da apriporta con umorismo,
sarcasmo e tante verità nella nuova campagna elettorale per il posto di sindaco
di Los Angeles che non solo rivoluzionerà il mondo delle campagne elettorali ma
che per noi europei rappresenta, al di là dell’AI, l’America che abbiamo sempre
conosciuto e ammirato.
Spencer Pratt, attore televisivo nella serie di reality The Hills, sposato con una cantante con la quale ha avuto due figli, viveva a Palisades, il noto sobborgo di Los Angeles devastato completamente dall’incendio del 2025.
Pratt rivela di non aver mai voluto fare il sindaco, ma di essersi candidato perché nessun altro con esperienza si è fatto avanti per sfidare Karen Bass. Il suo mantra è quello di voler ricostruire Los Angeles per i suoi figli, trasformandola in una città migliore e più sicura, libera dalla droga e dalla quantità di senza tetto che hanno reso diverse zone infrequentabili e poco sane. Sogna di trasformarla in una città bella, sicura, pulita. Pratt sottolinea che le sue idee non hanno partito ma si basano sul buon senso. Infatti, ha ottenuto il sostegno di molti elettori sia democratici che indipendenti. Il suo messaggio è locale, scevro da paragoni con altri stati o città o allineato a politiche e ideologie nazionali. Facendo un parallelismo ironico con New York, promette che sotto la sua guida la metropolitana non sarà gratuita (free) ma sicuramente libera dal degrado e dalla criminalità. Los Angeles ha lo status di “città santuario” che per legge vieta la collaborazione diretta con l’ICE e dà rifugio a immigrati illegali, ma Pratt assicura che combatterà duramente i criminali più pericolosi per toglierli dalle strade. Dichiara inoltre di voler collaborare attivamente con agenzie federali come l’FBI, la DEA e il CDC per ripulire le strade dallo spaccio di fentanyl e dalle emergenze sanitarie.
La crisi dei senzatetto
Sotto la guida di Karen Bass, la crisi dei senzatetto a Los Angeles è
rimasta un punto critico fortemente contestato. Nonostante il lancio di
programmi ad alto budget come Inside Safe, i critici accusano
l’amministrazione di aver sprecato miliardi di dollari dei contribuenti per un
numero irrisorio di sistemazioni definitive. I detrattori evidenziano la
mancanza di sicurezza all’interno delle strutture stesse, dove spesso vengono
fatti convivere senza adeguati servizi di supporto madri single, veterani e persone
con precedenti penali, trasformando i rifugi in zone franche pericolose sia per
chi ci vive dentro sia per i quartieri circostanti. Secondo l’ultimo censimento
ufficiale della Los Angeles Homeless Services Authority
(LAHSA):
43.695 persone vivono in stato
di totale indigenza all’interno dei soli confini della City of Los Angeles.
Sebbene i dati di LAHSA mostrino una leggera flessione percentuale rispetto
agli anni passati, il numero di persone che vivono in auto, tende o ripari di
fortuna sui marciapiedi rimane tra i più alti degli Stati Uniti.
Le cifre del “fallimento” di Inside Safe
Il programma Inside Safe, lanciato a fine 2022 con l’obiettivo di ripulire gli accampamenti e spostare le persone in alloggi temporanei (principalmente motel), è finito al centro di dure polemiche finanziarie e strutturali. Ma il tasso di ritorno in strada è del 40%. Un’analisi dettagliata pubblicata dal Los Angeles Times ha rivelato che circa 2.300 persone su 5.800 assistite sono ritornate a vivere per strada a causa della mancanza di tutele, sicurezza e alloggi permanenti. La spesa totale: oltre 300 milioni di dollari dal suo avvio. Il costo è per una singola stanza è esorbitante, secondo un rapporto del City Administrative Officer; mantenere un singolo senzatetto in una stanza di motel convenzionata costa ai contribuenti una media di 82.421 dollari all’anno (circa 226 dollari a notte). Altre stime diffuse durante i dibattiti elettorali calcolano che il costo complessivo per persona assistita (inclusi i servizi sociali fallimentari) vanta cifre ancora superiori, denunciate in termini di sprechi anche dal New York Post.
Il piano originario prevedeva lo spostamento in alloggi permanenti entro un massimo di 6 mesi. I dati attuali mostrano invece che il tempo medio di permanenza nei motel “temporanei” è schizzato a ben 362 giorni. A fronte di centinaia di milioni spesi complessivamente ogni anno, appena il 10% dei fondi si traduce in un effettivo ricollocamento stabile e permanente dei senzatetto, lasciando il restante 90% bloccato in una gestione burocratica e assistenziale d’emergenza.
Fentanyl e crisi sanitaria
La gestione della sicurezza pubblica e della crisi degli oppioidi è
considerata uno dei fallimenti più evidenti. Gli oppositori sottolineano come
le risorse delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco siano totalmente
assorbite dall’enorme mole di chiamate legate alle overdosi da super-meth e
fentanyl, ampiamente documentate nei report territoriali del Los Angeles Times, con il risultato di tempi di risposta
al 911 drasticamente dilatati per i normali cittadini.
L’amministrazione Bass viene accusata di adottare un approccio esclusivamente focalizzato sull’aumento dei posti letto, ignorando la necessità di trattamenti medici obbligatori per una popolazione di strada e drogata. I dati epidemiologici del Los Angeles County Department of Public Health confermano l’impatto letale delle sostanze stupefacenti, e le linee guida della Drug Enforcement Administration (DEA) indicano come circa il 90% della popolazione tossicodipendente sul territorio necessiti di cure sanitarie urgenti e coattive, e non di semplice assistenza abitativa.
Screenshot da un documentario di PBS sulla crisi del fentanyl a Los Angeles
Il “caso Ghana” e la gestione delle emergenze
Ma la critica più dura rivolta alla sindaca Karen Bass riguarda la sua
assenza fisica durante lo scoppio dei devastanti incendi Palisades Fire
ed Eaton Fire del gennaio 2025. Mentre la città affrontava uno dei roghi
più distruttivi della sua storia, Karen Bass si trovava in Ghana per una
missione diplomatica presidenziale. Come riportato dal Los Angeles Times, la sindaca partecipava a un
ricevimento ufficiale mentre scattavano le evacuazioni.
All’epoca dei fatti, il ruolo istituzionale di Sindaco Facente Funzioni
venne assunto dal Presidente del Consiglio Comunale Marqueece Harris-Dawson. Tuttavia, sul piano operativo della
sicurezza, emerse un enorme scandalo legato al braccio destro di Bass, il
Vicesindaco alla Sicurezza Pubblica Brian Williams. Poche settimane prima dell’incendio,
Williams era stato messo in congedo d’urgenza poiché indagato dall’FBI per aver
inventato e simulato una minaccia bomba contro il Municipio di Los Angeles
usando una app sul suo telefono, al fine di evitare una riunione di lavoro
stressante. Di conseguenza, nel momento di massima emergenza, il dipartimento
chiave di coordinamento era decapitato. Inoltre, come svelato da inchieste
giornalistiche riprese da YouTube, l’amministrazione è stata accusata di
aver fatto pressioni per modificare i report ufficiali dei vigili del fuoco per
nascondere i difetti organizzativi.
I dati e i numeri del fallimento della ricostruzione
A distanza di oltre un anno dal disastro, i dati analizzati da testate
internazionali come The Guardian rivelano una realtà drammatica: a
fronte di oltre 4.000 case completamente distrutte nella sola area residenziale
di Pacific Palisades, appena 10 abitazioni sono state effettivamente
ricostruite e completate a causa delle lungaggini burocratiche dei permessi
comunali e della crisi dei risarcimenti assicurativi. Sul fronte della pulizia
iniziale dei detriti tossici, i portali dello Stato su CA.gov certificano la rimozione delle macerie su oltre 9.000 lotti idonei, ma la
realtà sul campo tracciata dai servizi di NBC Los Angeles / YouTube evidenzia una forte preoccupazione sociale: con la fine
dei sussidi temporanei, circa 300 lotti vuoti sono stati messi in vendita dai
vecchi proprietari impossibilitati a ricostruire, alimentando il rischio di
speculazioni edilizie.
L’arrivo quindi di Pratt come candidato sindaco viene percepito dai
sostenitori come una ventata d’aria fresca che vuole ristabilire ordine,
pulizia, case ai residenti e affrontare il grave problema dei tossicodipendenti
e dei senzatetto che occupano la città rendendola insicura.
Il fenomeno virale dell’AI generativa
Ma a rendere davvero popolare la candidatura di Pratt è stato un primo
video, seguito poi da altri, ideato e orchestrato da Charles Curran, regista
specializzato in contenuti satirici iper-virali realizzati con l’Intelligenza
Artificiale e noto online per i suoi meme digitali
da decine di milioni di visualizzazioni. Non appena ha visto il video in cui
Spencer Pratt annunciava di volersi candidare a sindaco, Curran ha colto
l’attimo: un personaggio iconico dei reality (il celebre “cattivo” di
The Hills) che si trasformava in un candidato furioso contro
l’establishment democratico era il materiale perfetto per un esperimento di
cultura pop di massa.
che ride davanti ai problemi — con estratti video ripresi da network televisivi come la NBC News,CBS News — o raffigurare il governatore Gavin Newsom nei panni di un Luigi XVI (il riferimento a Maria Antonietta è ovvio) che offre donne a transessuali mentre la città brucia, costituisce una metafora visiva spietata ma efficace del presunto distacco della classe politica attuale dai problemi reali dei cittadini. Il fenomeno ha assunto una tale rilevanza nazionale da spingere testate di primo piano come The Hill a monitorarne l’impatto sul voto, mentre case di produzione cinematografiche importanti hanno già avviato lo sviluppo di progetti legati a questa corsa elettorale, come confermato da The Hollywood Reporter.
In questo cortocircuito perfetto tra finzione digitale e cruda realtà, la
corsa alla poltrona di Los Angeles smette di essere una noiosa sequenza di
comizi per trasformarsi in un vero blockbuster hollywoodiano.
La provocazione visiva di Curran e la discesa in campo di Pratt non sono solo fenomeni passeggeri da scorrere sullo schermo di uno smartphone, ma il manifesto di un nuovo modo di fare propaganda. Nel frattempo, l’America ci dimostra ancora una volta la sua straordinaria capacità di fare qualsiasi cosa, quando decide davvero di farla . Ecco che questa volta la politica diventa narrazione cinematografica, dove persino i supereroi della porta accanto viaggiano a colpi di algoritmo e intelligenza artificiale.
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