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Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale

Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”,
Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)

La minaccia dal Medioriente all’Europa

di Claudio Bertolotti

Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.

La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.

Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.

Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.

Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.

Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.

Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.

Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.

Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.

Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.

Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.

Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.

In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.

La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.


La propaganda bellica iraniana: il ruolo della famiglia come arma nel dominio cognitivo

di Nicola Cristadoro.

1. Premessa

Leggendo alcuni documenti ufficiali divulgati dal governo iraniano nei primi giorni del conflitto contro la coalizione israelo – americana, colpisce in modo particolare la ridondanza del concetto del martirio ascritto non solo ai rappresentanti della leadership politico-militare eliminati nell’immediato dei primi attacchi subiti, ma soprattutto ai “figli” della nazione, strettamente correlati alla figura delle “madri”. La narrazione sottende un messaggio orientato a conquistare e consolidare l’accettazione di gravi lutti dovuti alla guerra da parte delle famiglie. Le “madri”, metonimia di forte impatto emotivo, assurgono a simboli della resilienza del popolo iraniano, presentato come coeso e monolitico contro l’odiato nemico. Accanto alle madri troviamo i “figli”, il cui destino escatologico eleva il sacrificio dei caduti iraniani alla dimensione religiosa, rafforzata dal concetto del martirio. Tutto questo per far metabolizzare l’idea che i morti dalla parte di Teheran sono destinati ad essere tanti, come sempre è stato nei conflitti che hanno visto coinvolto il regime degli ayatollah. Nella propaganda bellica iraniana, dunque, la famiglia non è solo un’unità sociale, ma un pilastro ideologico utilizzato per mobilitare la nazione, giustificare il sacrificio e consolidare l’identità rivoluzionaria. Il regime modella i ruoli familiari per servire gli obiettivi dello Stato attraverso diversi meccanismi.

Il primo è proprio l’idealizzazione del martirio e il ruolo della madre: la propaganda eleva la figura della “madre del martire” come l’ideale supremo di cittadinanza femminile. Le donne sono ritratte come madri o mogli che spingono con orgoglio i propri cari verso il fronte, trasformando il dolore privato in onore pubblico. Spesso raffigurate con simboli religiosi (come il Corano), le donne fungono da àncora morale che legittima la “guerra santa”. Il secondo riguarda la formazione del “cittadino guerriero” secondo cui il ruolo maschile nella famiglia è strettamente legato alla difesa della patria e dei valori islamici. Ai bambini viene insegnato fin da piccoli che la protezione dell’onore familiare coincide con la difesa dello Stato. La propaganda utilizza sovente immagini di fratelli maggiori o padri eroici per spingere i giovani a unirsi a forze paramilitari come i Basij. Un terzo aspetto è riferito all’istruzione e alla trasmissione culturale. Lo Stato integra la narrazione bellica direttamente nella vita domestica e scolastica.  Recentemente, sono stati introdotti compiti che richiedono agli studenti di discutere la preparazione alle crisi con i genitori, normalizzando il conflitto come parte della realtà familiare. Il cinema e i media di stato, poi, lavorano per colmare il “divario generazionale”, presentando i valori dei combattenti degli anni Ottanta come il modello da seguire per i giovani di oggi. 

Nella propaganda del regime, la dimensione vulnerabile della patria viene rappresentata in modo paradigmatico dalla rilevante immagine femminile della “madre del martire”, spesso raffigurata mentre tiene in mano l’immagine di un martire, lo seppellisce o gli rende omaggio. La “madre del martire” compare ripetutamente in una serie di materiali visivi, già a partire dalla guerra Iran-Iraq. La rappresentazione di questa figura e la volontà del regime di riconoscerla e promuoverla come icona-chiave dello Stato sono in linea con il trattamento che le viene riservato nella realtà: lo Stato fornisce alle famiglie dei martiri benefici sociali ed economici e capitale culturale, riconoscendole come una classe sociale a pieno titolo. Spesso beneficiano di agevolazioni fiscali, alloggi riservati e quote di ammissione all’università. Si tratta di una tendenza che si è estesa persino alle famiglie dei martiri della Brigata Fatemiyoun, l’unità interamente afghana che ha combattuto in Siria su mandato iraniano, nonostante né i combattenti né le loro famiglie possiedano la cittadinanza iraniana[1]. La campagna sviluppata nel 2022 dall’agenzia di produzione audiovisiva e di design Khatt Media, intitolata Madri e mogli dei martiri, rappresenta un tipico esempio della continua promozione dell’importante ruolo svolto dalle donne come sostenitrici e persone in lutto per i martiri maschi[2].

In tempi di dissenso interno o conflitti recenti, lo Stato utilizza le famiglie per scopi tattici.  Il dolore delle famiglie vittime degli attacchi esterni viene amplificato dai media statali per alimentare il sentimento nazionalista e la ritorsione in forma di vendetta. L’aspetto peggiore del confezionamento della propaganda pro-regime, tuttavia, riguarda le autorità accusate di forzare i familiari di vittime a rilasciare interviste televisive in cui negano la responsabilità dello Stato nelle morti, attribuendole a cause accidentali. Va anche detto che, mentre la propaganda ufficiale promuove l’immagine una famiglia unita e devota, esiste una crescente frattura sociale tra i valori predicati dall’élite governativa e lo stile di vita occidentale dei loro stessi figli all’estero, un fenomeno spesso criticato come ipocrisia dai cittadini comuni. 

2. Evoluzione del modello familiare in Iran

In Iran, il modello familiare dominante era quello della famiglia allargata patriarcale. I suoi membri, legati da vincoli di sangue e di alleanza, comprendevano la coppia iniziale, i figli e le famiglie di questi ultimi. Questo modello familiare era caratterizzato dal potere assoluto del padre, capofamiglia, da una forte solidarietà tra i figli maschi, che godevano di pari diritti di successione e da un’elevata frequenza di endogamia, solitamente tra cugini di primo grado, con l’ideale rappresentato dal matrimonio tra i figli di due fratelli.

I compiti e le responsabilità della famiglia tradizionale erano molteplici e sostanziali. La famiglia si occupava del benessere dei suoi membri dalla nascita alla morte, coprendo tutti gli aspetti della vita sociale. Oltre a fornire supporto emotivo, la famiglia provvedeva anche all’istruzione, all’assistenza medica e al sostegno finanziario dei suoi membri. Tra i molteplici incarichi nel nucleo famigliare vi erano anche quelli di trovare un impiego, di organizzare le nozze e di provvedere all’accumulo dei fondi pensionistici per i propri propri appartenenti. Il coinvolgimento familiare si basava sul primato della solidarietà di lignaggio e richiedeva una continua interdipendenza tra i suoi membri. Negli ultimi decenni, tuttavia, si è assistito a una modernizzazione delle condizioni socio-economiche in Iran, legata allo sviluppo di un’economia di mercato e del lavoro salariato, all’urbanizzazione e all’accesso all’istruzione e ai servizi sociali finanziati dallo Stato. Ciò sembra aver indotto cambiamenti sostanziali nelle dimensioni e nella struttura della famiglia, nonché nelle sue funzioni sociali.

In seguito alla Rivoluzione del 1979, furono create diverse fondazioni per sostenere e migliorare le condizioni di vita dei più indigenti, noti come mostaz’afin (espropriati). Queste fondazioni disponevano di considerevoli risorse finanziarie, derivanti in gran parte da sovvenzioni governative, tasse e donazioni religiose. Dopo i tumulti dei primi anni del nuovo regime – esacerbati dall’inizio della guerra contro l’Iraq e dal nuovo peso imposto dal conflitto – il Comitato di Soccorso Imam Khomeini (IKRC, fondato nel 1979) organizzò le proprie attività in servizi distinti. I più importanti erano l’assistenza finanziaria a individui o famiglie senza risorse, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza medica, prestiti senza interessi, aiuti finanziari per la ristrutturazione di abitazioni, borse di studio e piccole pensioni concesse a persone di età pari o superiore a 60 anni residenti in zone rurali. Diversi milioni di persone appartenenti ai settori più svantaggiati della popolazione hanno beneficiato e continuano a beneficiare delle diverse forme di aiuto e dei servizi forniti da questa fondazione. La Fondazione è legata ad enti come la Setad (Esecutivo dell’Ordine dell’Imam) un colosso commerciale sotto la supervisione diretta della “guida suprema”, con una partecipazione in quasi tutti i settori dell’economia iraniana, inclusi quello energetico, quello delle telecomunicazioni e quello dei servizi finanziari. L’istituzione opera all’interno del sistema teocratico iraniano, caratterizzato da un’impronta fondamentalista sciita e, sebbene si presenti come un ente benefico, viene descritta come uno strumento di “espansione ideologica” e soft power, con attività che talvolta si estendono ad altre aree di influenza iraniana[3]. Nel marzo 2026, si sono verificate segnalazioni di attacchi (inclusa un’esplosione) contro le sedi del Comitato di Soccorso Khomeini a Chenaran, nel Razavi Khorasan, da parte di unità di resistenza che avversano il regime khomeinista[4]. Altri importanti enti sono la Fondazione dei Martiri (creata nel 1980) e la Fondazione 15 Khordad (creata nel 1981), che si occupano delle famiglie di coloro che sono morti per la Repubblica Islamica, intese come vittime del periodo rivoluzionario e della guerra contro l’Iraq, degli ex militari disabili, dei prigionieri di guerra e dei dispersi, nonché dei bisognosi. Il sostegno finanziario e le pensioni erogate da queste fondazioni sono estremamente modesti, ma tale assistenza ai più bisognosi, soprattutto nelle aree rurali, ha sancito il loro diritto alla protezione sociale.

Se ipotizziamo che queste fondazioni abbiano sostituito i gruppi familiari e le reti locali, assistiamo ad una graduale riduzione del ruolo della famiglia nel sostegno ai propri componenti. Con la loro influenza sull’organizzazione tradizionale della solidarietà familiare, queste fondazioni hanno certamente contribuito a minare il principio di interdipendenza familiare e hanno favorito l’emergere dell’autonomia individuale[5].

3. Donne e bambini icone della propaganda

Nel precedente paragrafo abbiamo detto delle vittime della Rivoluzione e della guerra contro l’Iraq. Vediamo, allora, in riferimento alla guerra, situazione che oggi si riproponte prepotentemente sullo scenario mediorientale, in che modo la narrazione propagandistica di Teheran già negli anni Ottanta confezionasse messaggi tesi ad esaltare la sacralità della figura femminile e dei giovanissimi descritti come eroi votati al martirio per il neonato Stato teocratico.

Mentre i combattimenti infuriavano, l’intera società iraniana fu esortata a partecipare allo sforzo bellico. I manifesti giocarono un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nel conforto del popolo iraniano, comprese donne e bambini. Ragazzi iraniani anche di soli dodici anni venivano reclutati nei Basij, forze paramilitari volontarie che combattevano al fianco dell’esercito nazionale. I Basij sono ricordati soprattutto per i loro assalti a ondate umane, in cui gruppi di ragazzi attraversavano a piedi i campi di battaglia disseminati di mine per consentire il passaggio successivo di altre unità dell’esercito. In questo atto mortale di indipendenza, sfida e fervore salvifico si celava il reale desiderio dei giovani iraniani di proteggere la propria patria e le proprie famiglie con ogni mezzo necessario, inclusa la perdita degli arti e il sacrificio della vita.

Gli artisti commemoravano il coraggio dei bambini in guerra, lamentando al contempo la loro tragica e prematura morte. Ad esempio, un manifesto, intitolato Questi sono i nostri eroi, raffigura un ragazzino che si prepara a unirsi alla battaglia; le granate legate alla sua cintura simboleggiano la sua inevitabile autodistruzione in un assalto di massa, mentre la sorella in lacrime stringe il Corano. Una scritta graffitata sul muro dietro le due figure esalta altri ragazzi come “guide” che si sono già sacrificati per la causa. Il manifesto simboleggia la perdita dell’innocenza per la giovane generazione, così come per la stessa nascente Repubblica Islamica.

Anche le donne furono sfruttate per la propaganda bellica. La Repubblica Islamica incoraggiò le donne a seguire i modelli islamici di femminilità e umiltà. Come osserva Shirin Saeidi, “la descrizione di genere dei cittadini ideali da parte della Repubblica Islamica durante la guerra Iran-Iraq… raffigurava il cittadino maschio ideale come un guerriero e la donna ideale come una moglie o una madre che mandava volontariamente i propri cari in guerra[6]. Nonostante la molteplicità dei ruoli svolti dalle donne durante la guerra, che hanno sfidato e al contempo minato i binarismi e le norme di genere promossi dallo Stato, le raffigurazioni delle donne nell’iconografia del regime postbellico si sono concentrate principalmente sul loro ruolo di testimoni, sostenitrici e generatrici di combattenti e martiri[7]. Tali raffigurazioni sono in linea con la classica rappresentazione sciita delle donne, che incarnano i ruoli svolti da Fatima (figlia del Profeta, moglie di Ali e madre di Husayn e Hasan) e da sua figlia Zaynab[8]. Fatima è un archetipo della virtù femminile sciita. Venerata come simbolo di rettitudine, pazienza, pietà e come madre del più importante martire sciita, l’Imam Husayn, Fatima è esaltata come madre di tutti i martiri. Per queste ragioni, i cimiteri creati per i soldati iraniani caduti durante la guerra Iran-Iraq portano il suo nome. Zaynab, invece, viene ricordata per il suo coraggio e la sua resilienza, dovuti alla sua leggendaria sfida a Yazid I dopo il massacro della sua famiglia nella battaglia di Karbala (680 d.C.). Come donna attiva e persino combattiva, il suo esempio ispirò le donne iraniane durante la Rivoluzione. Anche durante la guerra, i programmi artistici della Repubblica Islamica diffondevano l’immagine di Zaynab come donna a sostegno dei soldati sciiti.

L’artista di guerra Nasser Palangi realizzò degli schizzi di donne iraniane durante le prime fasi dell’invasione irachena della città iraniana di Khorramshahr. Intitolando uno dei suoi disegni Le eredi di Zaynab, Palangi mette in luce il legame tra l’eroina del VII secolo e le donne di Khorramshahr, che combatterono in difesa della città. La battaglia di Karbala si trasformò ancora una volta in un paradigma attraverso il quale anche le combattenti potevano emulare le eroine della storia sacra sciita. Vale la pena raccontare che nel 2021, in occasione della Giornata degli Infermieri in Iran, è stato presentato un murale intitolato L’esercito degli infermieri, che mostrava operatori sanitari uomini e donne nella lotta contro il COVID-19. Celebrata annualmente per riconoscere il contributo e i sacrifici degli iraniani che lavorano nel settore sanitario, la Giornata degli Infermieri cade nell’anniversario della nascita di Zaynab, nipote del Profeta, ricordata soprattutto per aver assistito, come detto, al martirio di suo fratello Husayn e di altri famigliari nella battaglia di Karbala. La coincidenza della Giornata degli Infermieri con il compleanno di Zaynab non è casuale: questo allineamento intende collegare le azioni degli operatori sanitari iraniani di oggi alla memoria e all’eredità di Zaynab, che non solo fu testimone della battaglia, ma si prese anche cura delle donne e dei bambini sopravvissuti dopo il conflitto[9]. Il murale in questione è un esempio di soft propaganda la cui peculiarità è quella di sovvertirele consolidate rappresentazioni delle norme di genere nella Repubblica Islamica. Mentre le rappresentazioni classiche enfatizzano il martirio e il sacrificio per la nazione come un’impresa prevalentemente maschile, questo murale si distingue per la presenza di un uomo che regge l’immagine di una martire . Tale inversione dei ruoli di genere indica come la posizione assegnata a uomini e donne nella produzione culturale statale incentrata sul martirio e sull’eroizzazione sia soggetta a una forma di rinegoziazione. La logica sostantiva a questa rinegoziazione risiede nella realtà delle donne che hanno prestato servizio in prima linea e sacrificato la propria vita durante la pandemia di COVID-19 nella Repubblica Islamica. Non riconoscere il loro ruolo nella protezione della patria e nel loro sacrificio significherebbe sminuire questa realtà. In altre parole, in Iran la “gerarchia del martirio” basata sul genere è stata adattata alle reali condizioni della pandemia di COVID-19, quando le donne hanno dovuto pagare un prezzo di sangue sempre più elevato.

Tra i tanti manifesti, appare particolarmente toccante quello della Ragazza che imbraccia un fucile (1979). Una fotografia ritrae una bambina con il chador completo che impugna un fucile Kalashnikov con un fiore infilato nella canna. La didascalia del poster riporta una citazione dell’Ayatollah Taleqani: “Il nostro esercito non appartiene solo ai nostri fratelli nelle forze armate. Uomini e donne, giovani e anziani del nostro Paese sono membri dell’Esercito Islamico e sono i custodi dell’Islam“. La Repubblica Islamica incoraggiava tutti gli iraniani a condividere la responsabilità di salvaguardare il proprio Paese, sia combattendo in guerra, sia sostenendo lo sforzo bellico, sia difendendo l’Islam di fronte all’aggressione straniera. Mentre la ragazzina si prepara a difendere la sua patria, il gruppo di soldati alle sue spalle rimanda alla prontezza dei soldati iraniani a combattere per la Repubblica Islamica[10].

In generale, tuttavia, nonostante la capacità della propaganda di Stato di rinegoziare le norme di genere, questo processo rimane circoscritto dai meccanismi di costruzione del mito maschile e dall’archetipo maschile del martire. Di fatto, tali processi non implicano l’uguaglianza di genere, bensì rivelano come i discorsi sul martirio femminile siano ambivalenti: se da un lato alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro viene ribadita la logica della gerarchia di genere. Tali osservazioni sull’iconografia visiva promossa dallo Stato nell’Iran contemporaneo contribuiscono allo studio delle tecniche di propaganda utilizzate dai regimi autoritari.

4. Conclusioni. Figli e figliastri

A partire dalla conclusione della guerra Iran-Iraq, i prototipi di genere del “fratello guerriero e della sorella velata” sono stati costantemente raffigurati e diffusi nell’iconografia della Repubblica islamica[11]. Questi prototipi appaiono come un insieme semi-fisso di motivi a cui gli organi di propaganda del regime attingono regolarmente e continuano a permeare il discorso quotidiano. Quando si parla di martirio e sacrificio, i prototipi di genere si distinguono tra l’atto maschile di combattere e morire e l’atto femminile di sostenere, assistere e infine piangere il martire. Queste rappresentazioni dicotomiche possono essere definite Husayn-ingeZaynab-ing, che, va notato, non sono solo rappresentazioni nella propaganda di stato iraniana, ma si allineano strettamente alla realtà della guerra stessa, quando le donne non venivano ufficialmente reclutate per combattere. L’esempio classico a questo proposito è quello dell’infermiera che sostiene il martire, spesso utilizzato per rendere visibile il contributo delle donne nei processi storici. L’effetto è duplice: da un lato, alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro vengono ridotte a figure di supporto[12]

       Il legame di lunga data tra norme di genere, martirio e protezione della patria permea l’iconografia odierna della Repubblica islamica. Nel dicembre 2021, un murale è apparso sul cartellone pubblicitario Vali Asr di Teheran raffigurante il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassam Soleimani e il segretario generale di Katai’b Hezbollah iracheno Abu Mahdi al-Muhandis al centro, affiancati da un lato da un gruppo di bambini e dall’altro da un gruppo di soldati. Occupando ciascuna metà separata del murale, ogni gruppo intende simboleggiare un diverso elemento della nazione. I bambini, che appaiono in un verdeggiante paesaggio urbano, stringendo le immagini dei martiri, rappresentano l’idilliaca patria; i soldati, ritratti in piedi nell’arido paesaggio di battaglia mentre esprimono con gioia il cameratismo marziale, rappresentano l’idealizzata comunità di fratellanza desiderosa di proteggere la patria in territorio nemico. Mostrato una settimana prima del secondo anniversario dell’assassinio di Soleimani e Muhandis da parte di un attacco di droni statunitensi, il murale reca la didascalia: “La rabbia verso il nemico e l’amore per la patria, ecco cosa porta sicurezza alla tua casa[13]. La rabbia e la lotta contro il nemico sono un’impresa esclusivamente maschile. Le donne sono le destinatarie di questi valorosi sforzi e hanno il solo compito di sostenerle. In quanto membri femminili della famiglia dei martiri, è loro dovere mantenere viva la memoria degli uomini defunti e del loro sacrificio. Il modello storico-mistico di questi ruoli di genere prototipici, lo ribadiamo,si trova nella coppia di fratelli martiri Husayn e Zaynab. È a Zaynab, dopotutto, che si dice derivino i rituali di lutto sciiti che commemorano la morte di Husayn nel 680 d.C. a Karbala[14], di cui abbiamo parlato in precedenza. Nelle raffigurazioni celebrative della battaglia di Karbala, sono gli uomini a combattere per un giusto ordine sociale, mentre le donne fungono da sostenitrici e testimoni delle loro gesta eroiche in battaglia.

Arriviamo a tempi più recenti. Nelle settimane successive alla guerra dei dodici giorni, il Ministero dell’Istruzione iraniano ha distribuito nuovi libri di testo alle scuole di tutto il paese, con l’obiettivo di introdurre gli studenti delle scuole elementari e medie a quelle che i funzionari definiscono lezioni fondamentali di difesa nazionale e resistenza. Il libro di testo per le elementari si apre con una citazione del 1980 dell’ayatollah Khomeini: “Vi prometto la vittoria. Non temete alcuna superpotenza e non abbiate paura di alcuna propaganda. Seguiremo la nostra strada, e quella strada è quella di Dio“. Tale operazione rappresenta l’impegno del Ministero nel plasmare la comprensione del conflitto da parte delle nuove generazioni attraverso storie, attività didattiche e immagini incentrate su missili, droni e prontezza militare. Dopo la fine del conflitto, i funzionari del ministero hanno dichiarato che “Il messaggio della guerra e le azioni del sistema politico devono essere trasmessi alle scuole il più rapidamente possibile[15]. Nel testo, concepito nell’ambito del pacchetto didattico “Il nostro Iran” e integrato nei programmi scolastici obbligatori, roviamo dei capitoli intitolati “Eroe di quartiere“, “Soldato della patria“, “Solidarietà nei momenti difficili” e “Nemico comune“. Secondo i documenti del Ministero, l’obiettivo principale è quello di fornire “opportunità educative agli alunni di seconda elementare” per comprendere “i fattori determinanti per la vittoria in guerra e le sue diverse dimensioni” attraverso situazioni di apprendimento, dialogo e attività congiunte. Le istruzioni rivolte agli insegnanti sottolineano che l’obiettivo finale va oltre la semplice spiegazione di un singolo evento militare[16].

Fin qui appare tutto coerente con le narrazioni storico-propagandistiche del regime degli ayatollah. Tuttavia se guardiamo alla progenie dell’élite governativa iraniana qualcosa non torna. Una narrazione così pervasiva del tessuto sociale e così orientata alla vocazione al martirio, in linea di principio dovrebbe far vibrare nel cuore dei leader iraniani l’orgoglio di avere figli e figlie pronti a immolarsi per la patria e per la causa anti-sionista e anti-americana. La leadership di Teheran continua a insistere sul fatto che il sistema instaurato dopo la rivoluzione del 1979 sia giusto, indipendente e moralmente superiore all’Occidente. Proclamano che l’Iran è autosufficiente e culturalmente immune all’influenza straniera. Pretendono che i cittadini comuni rimangano leali, sopportino le difficoltà e considerino l’isolamento una virtù. Eppure, quando si tratta delle loro famiglie, la narrazione crolla. I figli delle figure politiche, militari e religiose più potenti dell’Iran scelgono in stragrande maggioranza di vivere all’estero, il più delle volte negli Stati Uniti, in Canada, in Europa o in Australia. Studiano nelle università occidentali, lavorano in aziende occidentali e godono delle libertà occidentali. Non si tratta né di un caso né di un’anomalia. È uno schema talmente ricorrente che gli iraniani gli hanno dato un nome: la “diaspora del privilegio”[17]. Mentre i comuni cittadini iraniani si trovano ad affrontare sanzioni, inflazione, disoccupazione e severe limitazioni alla libertà di movimento e alle opportunità, i figli degli alti funzionari aggirano agevolmente questi ostacoli. Passaporti occidentali, visti di lunga durata, titoli di studio prestigiosi e lavori ben retribuiti diventano accessibili grazie al denaro, all’influenza e alla protezione politica. Non si tratta della diaspora generata dalla repressione o dal collasso economico, il percorso intrapreso da milioni di iraniani comuni per necessità. Si tratta di qualcosa di completamente diverso: una diaspora della classe dirigente, nata dal privilegio e dalla contraddizione.


[1] K. L. Schwartz, “Citizen Martyrs”: The Afghan Fatemiyoun Brigade in Iran, Afghanistan 5, n. 1, 2022.

[2] دیوارنگاره میدان ولیعصر (عج) به پیشواز روز مادر رفت (Il murale di Piazza Vali Asr (A.S.) è stato inaugurato in occasione della Festa della Mamma), Agenzia di stampa Mehr, 14/01/2022. https://www.mehrnews.com/news/.

[3] S. Cegalin, Iran, il soft power in Medio Oriente, la Redazione, 21/11/2023. https://www.laredazione.net/iran-il-soft-power-in-medio-oriente/#:~:text=Iran%2C%20il%20soft%20power%20in%20Medio%20Oriente.

[4] Unità di Resistenza Colpiscono IRGC e Basij in 20 Città Iraniane, CNRI, 05/03/2026. https://it.ncr-iran.org/notizie/resistenza-iraniana/unita-di-resistenza-colpiscono-irgc-e-basij-in-20-citta-iraniane/#:~:text=%E2%80%93%20Incendio%20di%20una%20base%20IRGC%20Basij,Khorasan%20%E2%80%93%20Attacco%20a%20un%20seminario%20del.

[5] M. Ladier-Fouladi, Iranian Families between Demographic Change and the Birth of the Welfare State, Population (English edition), 57ᵉ année, n°2, 2002. pp. 361-370.

[6] S. Saeidi, Women and the Islamic Republic: How Gendered Citizenship Conditions the Iranian State, Cambridge University Press, 2022.

[7] E. Koolaee, The Impact of the Iraq-Iran War on Social Roles of Iranian Women, Middle East Critique 23, n. 3, 2014.

[8] R. Wellman, Feeding IranShiʿi Families and the Making of the Islamic Republic, Berkeley University of California Press, 2021.

[9] P. J. Chelkowski, The Iconography of the Women of Karbala: Tiles, Stamps, and Posters, in The Women of Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʿi Islam, University of Texas Press, Austin, 2005.

[10] https://www.lib.uchicago.edu/collex/exhibits/graphics-revolution-and-war-iranian-poster-arts/women-and-children/.

[11] M. Moallem, Between Warrior Brother and Veiled Sister: Islamic Fundamentalism and the Politics of Patriarchy in Iran, Berkeley University of California Press, 2005.

[12] S. Saeidi, op. cit..

[13]بیلبورد «ولی عصر» با شعار «افتخار برای میهن» رونمایی شد (È stato inaugurato il cartellone pubblicitario “Vali Asr” con lo slogan Onore alla Patria), Mizan News, 28/12/2021. https://www.mizanonline.ir/003IDN 

[14] K. Scot Aghaie, Gendered Aspects of the Emergence and Historical Development of Shiʻi Symbols and Rituals, in The Women of Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʻi Islam, University of Texas Press, Austin, 2005.

[15] M. Tabriz, Iran introduces war curriculum to elementary students following 12 days conflict, Iran International, 25/11/2025. https://iranwire.com/en/features/146547-iran-introduces-war-curriculum-to-elementary-students-following-12-day-conflict/.

[16] Ibid.

[17] L. Bazargan, Iran’s rulers don’t mind the ship sinking, their brood jumped long ago, Iran International, 15/11/2025. https://www.iranintl.com/en/202511134705.


L’AMERICA AL CHECKPOINT: ICE NEGLI AEROPORTI, VOTO SOTTO ATTACCO E UN SISTEMA IN STALLO

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Se pensavamo che la guerra contro il regime fondamentalista iraniano fosse al centro delle problematiche di Trump, le divisioni politiche interne si sono rivelate altrettanto urgenti. Così mentre salgono le pressioni esterne perché il presidente fermi il prima possibile questa guerra, in casa si è aperta una vera e propria “caccia all’uomo”.

Mentre gli americani si preparano a consegnare entro il 15 aprile il loro 730, a ridosso della Santa Pasqua siamo al secondo shutdown parziale più lungo della storia degli Stati Uniti. Questo blocco, iniziato lo scorso 14 febbraio, ha superato la durata di quasi tutte le precedenti interruzioni amministrative, lasciando migliaia di dipendenti federali, in particolare quelli del Dipartimento della Sicurezza Internazionale (DHS), senza stipendio proprio mentre le famiglie pianificano le spese per le festività e le scadenze fiscali.

La paralisi nasce da uno scontro frontale al Congresso riguardo ai finanziamenti per la lotta all’immigrazione illegale e alle richieste dei Democratici di limitare i poteri operativi dell’ICE. Con il Senato che fatica a raggiungere i 60 voti necessari per sbloccare i fondi, la crisi si è spostata dai palazzi di Washington alla vita quotidiana dei cittadini: la carenza di personale della TSA (La Transportation Security Administration è l’agenzia governativa statunitense responsabile della sicurezza dei trasporti pubblici negli USA –  vedi aeroporti, guardie costiere ecc.), sta causando code chilometriche e ritardi senza precedenti negli aeroporti, trasformando i viaggi in un vero e proprio percorso a ostacoli per milioni di viaggiatori.

L’amministrazione Trump ha deciso di dispiegare agenti dell’ICE in diversi aeroporti statunitensi per far fronte al caos generato dallo shutdown del Dipartimento per la Sicurezza Interna, che ha lasciato migliaia di agenti TSA senza stipendio e ha provocato un forte aumento delle assenze e delle dimissioni. Gli agenti ICE sono stati inviati in oltre una decina di aeroporti con il compito di supportare la gestione delle code e delle operazioni logistiche, al fine di liberare personale TSA per le attività di screening, ma senza svolgere direttamente controlli di sicurezza o attività di immigrazione. La misura ha però generato forti critiche e preoccupazioni, sia per la mancanza di formazione specifica degli agenti ICE in ambito aeroportuale sia per il rischio di confusione tra funzioni di sicurezza e di immigrazione, con alcuni osservatori che la definiscono una soluzione temporanea e più politica che strutturale rispetto alla necessità di risolvere il blocco dei finanziamenti.

Mentre circa 50.000 agenti si apprestano a saltare il loro secondo stipendio consecutivo il prossimo 27 marzo, Everett Kelley, presidente del sindacato AFGE, ha denunciato con forza la situazione: «Non si può gestire un governo moderno sulle incertezze e sulle promesse di arretrati. Questa è una crisi creata artificialmente che tratta i lavoratori come sacrificabili».

Il dibattito si è infiammato ulteriormente dopo l’intervento di Elon Musk, che su X ha offerto di coprire personalmente i 23,6 milioni di dollari al giorno necessari per gli stipendi TSA, una mossa definita dai critici come uno stunt politico, ma che evidenzia l’incapacità del Congresso di agire. Mentre il leader della maggioranza al Senato, John Thune, accusa l’opposizione di «voler trascinare questa questione politica», i Democratici restano fermi nel negare i fondi per l’ICE in assenza di riforme strutturali dopo i tragici fatti di Minneapolis. Come osservato dal politologo Thomas Friedman sul New York Times, la vera crisi non è solo nei numeri del bilancio, ma in una «polarizzazione estrema che rende il sistema funzionalmente incapace di governare».

«Vorrei offrirmi di pagare gli stipendi del personale della TSA durante questo stallo sui finanziamenti, che sta avendo un impatto così negativo sulla vita di moltissimi americani negli aeroporti di tutto il Paese», ha dichiarato Musk in un post su X sabato mattina.

Questa mossa di Musk ha sollevato un acceso dibattito legale a Washington. Molti costituzionalisti citano l’Anti-Deficiency Act, una legge federale che impedisce al governo di accettare servizi volontari o finanziamenti privati non autorizzati dal Congresso.

Questa norma proibisce categoricamente al governo degli Stati Uniti di accettare servizi volontari o finanziamenti privati che non siano stati preventivamente autorizzati e stanziati dal Congresso. In sostanza, il sistema costituzionale americano prevede che solo il potere legislativo abbia il “potere della borsa”; permettere a un singolo cittadino, per quanto facoltoso, di pagare gli stipendi di un’agenzia federale creerebbe un precedente pericoloso, subordinando la sicurezza nazionale alla volontà di un privato.

Inoltre, l’accettazione di tali fondi solleverebbe enormi questioni etiche e di conflitto di interessi. Essendo Musk un importante contrattista governativo attraverso SpaceX e Tesla, il Dipartimento di Giustizia e l’Ufficio per l’Etica Governativa (OGE) dovrebbero valutare se questo “dono” possa essere interpretato come un modo per esercitare un’influenza indebita sulle future decisioni politiche. Senza un atto d’emergenza approvato dal Senato per bypassare queste restrizioni, la proposta di Musk rischia di rimanere una potente mossa di comunicazione politica piuttosto che una soluzione logistica immediata per i checkpoint della TSA.

Nel frattempo, il Partito Democratico, ha iniziato un’azione legale contro Trump proprio per l’utilizzo di agenti ICE. Il ricorso legale, sostenuto con forza dal DNC e da una coalizione di Stati a guida democratica, contesta la legittimità costituzionale dell’impiego degli agenti ICE nei checkpoint aeroportuali, sostenendo che tale misura vìoli il principio della separazione delle funzioni federali. L’azione legale punta a dimostrare che l’amministrazione stia operando un vero e proprio “sviamento di potere”, utilizzando risorse destinate all’enforcement migratorio per compiti di sicurezza civile per i quali il personale non è né addestrato né legalmente autorizzato. Secondo i legali dei ricorrenti, questa sovrapposizione non solo aggrava il rischio di profilazione razziale e violazioni del Quarto Emendamento, ma crea un clima di intimidazione che trasforma gli hub di trasporto in zone di controllo migratorio de facto. La battaglia in tribunale si concentra sulla richiesta di un’ingiunzione d’emergenza, sostenendo che l’ordine esecutivo supera i limiti della discrezionalità presidenziale in assenza di uno stato di emergenza nazionale formalmente dichiarato che giustifichi la militarizzazione dei servizi aeroportuali. Ovviamente si parla di “emergenza” nazionale non funzionale. Quella nostra, da passeggeri, 3 ore di coda sono un’emergenza, ma nel contesto giuridico deve esserci un’emergenza del tipo sanitario, o un’invasione di extraterrestri.

L’azione legale contro l’impiego dell’ICE negli aeroporti non è un caso isolato, ma si inserisce in una più ampia strategia del Partito Democratico di contrasto alle iniziative dell’amministrazione Trump, già visibile nelle cause avviate su altri fronti, come le restrizioni sull’identificazione al voto, considerate discriminatorie e potenzialmente lesive dei diritti costituzionali. Trump come già scritto ha richiesto l’introduzione della nostra Tessera elettorale, per intenderci, oltre a un documento d’identità per poter votare. I democratici in questa azione legale, affermano che questo sistema discriminerebbe persone come ex mogli che continuano a portare il nome del marito creando confusione, o la difficoltà a mostrare due documenti d’identità, in quanto qui non esiste la carta d’identità, e non tutti hanno un passaporto, e altri ancora non hanno il certificato di nascita. A differenza dell’Italia o della Francia, gli Stati Uniti non hanno un’anagrafe centrale. Il diritto di voto è gestito dai singoli 50 Stati, ognuno con le sue regole. Introdurre una “tessera federale” obbligatoria è visto dai critici come un tentativo del governo centrale di scavalcare l’autonomia degli Stati, un tema sensibilissimo per la Costituzione americana. In molti paesi europei i documenti sono economici o gratuiti. In America, ottenere i documenti necessari per una tessera federale (come certificati di nascita originali) può costare tempo e denaro. La Corte Suprema ha storicamente vietato le “tasse sul voto” (Poll Taxes, abrogate nel 1966 con il 24mo emendamento); i Democratici sostengono che obbligare qualcuno a pagare per ottenere documenti per la tessera elettorale sia una forma illegale di tassa sul voto.

Mentre in Europa la tessera elettorale è un simbolo di cittadinanza, ordine e inclusione garantito dallo Stato, nel caos amministrativo americano del 2026 rischia di trasformarsi in un’arma di esclusione. Senza un’anagrafe nazionale centralizzata, l’imposizione di un documento unico federale finisce per scontarsi con la realtà di milioni di cittadini che si ritrovano intrappolati in discrepanze burocratiche impossibili da sanare mentre gli uffici del DHS restano paralizzati dallo shutdown.


2026: THE STATE OF THE UNION

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Se John F. Kennedy — insieme al suo speechwriter Ted Sorensen — ha rubato la scena a tutti i presidenti che gli sono susseguiti, per aver creato le più belle frasi mai composte nella retorica politico-diplomatica, Donald Trump è impareggiabile per i colpi di scena che, come questo, strappano quantomeno un sorriso.

La sorpresa è stata quella di invitare in galleria come ospiti speciali il team olimpico di hockey, reduce da una storica medaglia d’oro contro l’acerrimo avversario, il Canada.  Quale miglior augurio, volutamente apolitico, da regalare al Paese! La celebrazione di una vittoria sportiva: una condivisione tipicamente americana di unità e gioia — soprattutto in un frangente storico particolarmente complesso.

Dall’altra sponda politica invece diversi esponenti democratici hanno scelto di boicottare il discorso presidenziale, in un gesto simbolico che riflette il clima politico particolarmente teso di Washington. Secondo le stime, sono una trentina i rappresentanti che hanno annunciato la loro assenza, preferendo partecipare a eventi alternativi come il “People’s State of the Union o restando nei propri distretti. Tra i nomi più visibili figurano Chris Murphy, Jeff Merkley, Adam Schiff, e Katherine Clark, (House minority whip) quest’ultima la più alta esponente della leadership democratica a dichiarare apertamente che non avrebbe partecipato. Non si tratta tuttavia di un boicottaggio compatto di partito: molti democratici saranno comunque in aula, scegliendo forme di dissenso più discrete. Fra le critiche silenziose dei democratici presenti in aula, a spiccare è stato il cartellino bianco appuntato sui baveri delle giacche con la scritta “Release the Files”,riferendosi ai documenti di Epstein, che secondo loro mancano di parti pertinenti a Trump direttamente.

I temi affrontati da Trump sono stati molti — e tutt’altro che semplici: inflazione, costi energetici; poi l’immigrazione e il ruolo dell’ICE, il voto. Sullo sfondo, la guerra in Ucraina, il rischio di un’escalation con l’Iran e molti momenti emotivi dove sono stati ricordati oltre che ad eroi e sopravvissuti anche Charlie Kirk con la presenza della vedova.

Ma il momento centrale — e forse il più sorprendente — è arrivato a metà discorso, quando Trump, con una premessa che qui parafraso, ha detto: “Questa è una fantastica occasione per i cittadini americani di vedere cosa votano i loro rappresentanti. Chiedo a chi è d’accordo con me di alzarsi se crede che il primo dovere sia difendere i cittadini americani e non gli immigrati illegali.”

A quel punto, metà dell’aula è rimasta seduta, mentre l’altra metà — presumibilmente repubblicana — si è alzata in piedi ad applaudire. Da lì Trump ha incalzato con la proposta di introdurre l’uso della tessera elettorale per soli cittadini americani e di vietare il voto per posta, se non per pochissime eccezioni. Anche su questo passaggio, i democratici non hanno dato sostegno. Ironia della sorte — come lo stesso Trump ha evidenziato — proprio oggi Mamdani richiede a chi desideri essere assunto temporaneamente per spalare la neve, nel pieno dell’ondata di maltempo, ben due documenti d’identità per lavorare per l’amministrazione cittadina a 19 dollari l’ora. (Nota bene, in America quasi nessuno ha due documenti d’identità, si usa generalmente la patente, non esistendo la carta di identità in generale e pochi hanno il passaporto).

Ma entriamo nel merito del discorso.

ECONOMIA

Sul fronte economico, Trump ha costruito una narrativa fortemente numerica per sostenere la tesi della svolta. Ha rivendicato un’inflazione core scesa all’1,7% negli ultimi mesi del 2025, il prezzo della benzina sotto i 2,30 dollari al gallone nella maggior parte degli Stati — con punte, ha detto, fino a 1,85 dollari in Iowa — e tassi sui mutui ai minimi degli ultimi quattro anni, con un risparmio medio di quasi 5.000 dollari annui per i nuovi contraenti. A rafforzare il quadro, il presidente ha citato 53 nuovi record storici del mercato azionario dall’elezione, sostenendo che pensioni, 401(k) e conti pensionistici degli americani sarebbero “tutti in forte crescita”. Sul piano degli investimenti, Trump ha contrapposto meno di 1.000 miliardi raccolti dall’amministrazione precedente in quattro anni a oltre 18.000 miliardi di impegni annunciati — a suo dire — nei primi dodici mesi del suo mandato.

Parallelamente, il presidente ha intrecciato la lettura economica con una nuova offensiva fiscale e regolatoria. Ha rivendicato tagli alle imposte — incluse “no tasse sulle mance”, “no tasse per gli straordinari” e l’azzeramento delle tasse sulla Social Security per gli anziani — insieme a una sua iniziativa: la possibilità di aprire conti bancari d’investimento per bambini, (trust funds) sostenuti anche da donazioni private come i 6,25 miliardi citati da Michael e Susan Dell. Poi è velocemente scivolato a parlare dei “dannati” dazi che hanno apportato alle casse dello stato centinaia di miliardi di entrate e ha rilanciato la prospettiva, già evocata in passato, che le tariffe possano nel tempo sostituire in parte l’attuale sistema di imposta sul reddito. Il messaggio politico è stato chiaro: meno tasse interne, più entrate dall’estero e un mercato — nelle sue parole — “più forte che mai”.

POLTICA ESTERA

Sul piano internazionale, Trump ha riportato al centro del discorso la linea di massima pressione sull’Iran, riaffermando come “dottrina storica” degli Stati Uniti l’impegno a impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. Il presidente ha descritto il regime iraniano come il principale sponsor globale del terrorismo, rivendicando l’eliminazione del generale Qassem Soleimani durante il suo primo mandato e sostenendo che, nonostante operazioni recenti — tra cui quella che ha definito “Midnight Hammer” — l’Iran starebbe nuovamente tentando di ricostruire il proprio programma nucleare e missilistico. Pur dichiarando di preferire una soluzione diplomatica, Trump ha scandito con fermezza la linea rossa americana: Washington, ha detto, non permetterà mai a Teheran di ottenere l’arma atomica.  Grazie alla minaccia di un intervento militare statunitense ha contribuito a fermare ulteriori esecuzioni in Iran, affermando che Washington è intervenuta “con la minaccia di una seria forza” per impedire che venissero impiccati altri manifestanti, in un contesto in cui — secondo le sue parole — il regime avrebbe già ucciso circa 32.000 persone.

Il passaggio si è inserito in una più ampia narrativa di “peace through strength”, accompagnata dall’annuncio di un budget militare da 1.000 miliardi di dollari e da un richiamo pressante agli alleati NATO. Trump ha rivendicato il successo per aver ottenuto che i partner europei aumentassero la spesa per la difesa fino al 5% del PIL — ben oltre la storica soglia del 2% — presentando il risultato come una vittoria negoziale personale. Il messaggio strategico è apparso chiaro: deterrenza militare rafforzata, pressione economico-diplomatica sugli avversari e una richiesta esplicita agli alleati di condividere in misura molto più ampia il peso della sicurezza occidentale.

Il presidente ha inoltre ribadito che gli aiuti militari diretti all’Ucraina verrebbero oggi incanalati attraverso acquisti degli alleati, i quali acquistano armi statunitensi per poi trasferirle a Kiev, riducendo l’esposizione diretta di Washington.

Parallelamente, Trump ha rafforzato la narrativa di potenza militare e coesione interna, annunciando un “warrior dividend” simbolico da 1.776 dollari per tutti i militari e rivendicando livelli record di reclutamento nelle forze armate. Nel contesto della politica estera, il presidente si è focalizzato nella designazione dei cartelli della droga come organizzazioni terroristiche e la classificazione del fentanyl come arma di distruzione di massa. Nella sua politica estera si intrecciano sempre deterrenza militare, condivisione di responsabilità con gli alleati e sicurezza interna in un’unica cornice: un’America più forte, meno disposta a farsi carico di tutti i costi e determinata — nelle sue parole — a ristabilire la propria “dominance” regionale e globale.

Nel corso del discorso, numerosi ospiti sono stati onorati con medaglie del Congresso per i loro risultati, in particolare in ambito militare. Tra i momenti più toccanti, la consegna dell’onorificenza a un veterano centenario che ha servito nella Seconda guerra mondiale, in Corea e in Vietnam — una presenza che ha attraversato, in una sola vita, alcune delle pagine più decisive della storia contemporanea. Con questo gesto, Trump ha voluto portare simbolicamente “a casa”, nel momento più solenne dell’anno presidenziale, una cerimonia dal forte valore commemorativo, riecheggiando quello spirito di riconoscimento pubblico del servizio e del sacrificio che in Europa associamo a momenti come Dunkerque.

Chiudo questo articolo con le ultime parole tradotte del discorso, perché anche in questo passaggio emerge con chiarezza il divario tra le due ali dell’aula. Da un lato, Trump insiste passo dopo passo sulla centralità della storia americana come collante identitario e leva politica; dall’altro, dall’emiciclo democratico arriva un silenzio assordante che colpisce per la sua intensità. Un contrasto che sorprende profondamente chi, come molti osservatori internazionali, ha avuto modo di constatare quanto gli americani — al di là delle divisioni politiche — attribuiscano tradizionalmente un valore quasi sacrale alla loro, pur giovane, storia nazionale.

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Thomas Jefferson esalò il suo ultimo respiro. Solo una singola lunga vita umana separa i giganti che dichiararono e conquistarono la nostra indipendenza dagli eroi che sono tra noi questa sera. Tutto ciò che la nostra nazione ha fatto, tutto ciò che abbiamo raggiunto, è stato opera di quelle poche grandi vite. In quei brevi capitoli, gli americani hanno costruito questa nazione da 13 umili colonie fino al culmine della civiltà umana e della libertà umana, la nazione più forte, più ricca, più potente, più di successo di tutta la storia. Gli americani si avventurarono attraverso il continente arduo e pericoloso.

Abbiamo tracciato sentieri in una natura selvaggia e implacabile, colonizzato una frontiera sconfinata e domato il bellissimo ma molto, molto pericoloso Far West. Da paludi deserte e vaste pianure abbiamo innalzato le più grandi città del mondo. Insieme, abbiamo dominato le industrie più potenti del pianeta, abbattuto le mostruose tirannie della storia e liberato milioni di persone dalle catene del fascismo, del comunismo, dell’oppressione e del terrore.

Gli americani hanno sollevato l’umanità nei cieli sulle ali di alluminio e acciaio. E poi abbiamo lanciato il genere umano tra le stelle su razzi alimentati dalla pura volontà americana e dall’orgoglio americano incrollabile. Abbiamo cablato il globo con il nostro ingegno, abbiamo affascinato il pianeta con la cultura americana e ora stiamo aprendo la strada alle prossime grandi innovazioni americane che cambieranno il mondo intero.

Tutto questo e molto altro è l’eredità duratura, la gloria senza eguali dei patrioti laboriosi che hanno costruito e difeso questo Paese e che ancora oggi portano sulle proprie spalle le speranze e le libertà di tutta l’umanità. Per anni sono stati dimenticati, traditi e messi da parte, ma quel grande tradimento è finito e non saranno mai più dimenticati, perché quando il mondo ha bisogno di coraggio, di visione audace e di ispirazione, continua a rivolgersi all’America.

E quando Dio ha bisogno di una nazione per compiere i Suoi miracoli, sa esattamente chi chiamare. Non esiste sfida che gli americani non possano superare, nessuna frontiera troppo vasta da conquistare, nessun sogno troppo audace da inseguire, nessun orizzonte troppo lontano da raggiungere. Perché il nostro destino è scritto dalla mano della Provvidenza e questi primi 250 anni sono stati solo l’inizio.

Dalle aspre città di confine del Texas ai villaggi del cuore dell’America in Michigan. Dalle coste baciate dal sole della Florida agli infiniti campi delle Dakota. E dalle storiche strade di Philadelphia fino a qui, nella capitale della nostra nazione, Washington DC, l’Età dell’Oro dell’America è su di noi.

La rivoluzione iniziata nel 1776 non è finita; continua ancora oggi, perché la fiamma della libertà e dell’indipendenza arde ancora nel cuore di ogni patriota americano. E il nostro futuro sarà più grande, migliore, più luminoso, più audace e più glorioso che mai.

Grazie. Dio vi benedica e Dio benedica l’America.


STATI UNITI -DISINFORMAZIONE, PAURA E POTERE

Quando la Politica Trasforma le Istituzioni in Minacce

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Oramai sembra di vivere solo di politica e interpretazioni. La politica ha debordato i suoi ruoli e funzioni, pervadendo tutti i nostri spazi e in un’era dove l’IA può riprodurre la realtà falsandola perfettamente è ancora più arduo separare il falso dal vero.

La scorsa settimana, ascoltando trasmissioni italiane autorevoli, dove ospiti di prima levatura hanno fatto dichiarazioni “assolutamente false” su quanto sta succedendo qui negli USA, ho deciso di affrontare alcuni argomenti per trasmettere la verità supportata da fatti e non da opinioni.

1. “ICE ai seggi”? La Politica dell’Allarme e la Disinformazione

La prima crisi di sfiducia nel sistema elettorale americano nasce nel 2000, quando Al Gore perde la presidenza per poche centinaia di voti della Florida contro George W. Bush.  Dopo settimane di riconteggi, schede perforate (“hanging chads”) e dispute legali, la Corte Suprema degli Stati Uniti interviene, fermando il riconteggio delle schede e con una decisione di 5-4. Bush diventa presidente con un margine di 537 voti in quello Stato. Formalmente, la Corte applica un principio di uniformità costituzionale nel conteggio. Politicamente, però, milioni di americani percepirono la decisione come un atto di interferenza giudiziaria nel processo democratico.

La Corte Suprema si basò sul principio di “eguale protezione” (Equal Protection Clause) sancito dal XIV Emendamento. In Florida, ogni contea stava usando criteri diversi per decidere quali schede contare: in alcune si accettavano le schede forate a metà, in altre solo quelle completamente bucate. La Corte stabilì che non si poteva dare un valore diverso al voto di un cittadino a seconda della contea di residenza. L’assenza quindi di uno standard unico avrebbe violato il diritto costituzionale degli elettori ad essere trattati tutti egualmente.

Sul piano politico, tuttavia, la percezione fu ben diversa. Milioni di americani erano convinti che la Corte Suprema non stesse proteggendo la Costituzione, bensì scegliendo il vincitore. Inoltre, il fatto che la decisione sia stata presa con una maggioranza di 5 voti contro 4 — ha confermato l’impressione di una sentenza di parte. L’intervento della magistratura “a gamba tesa” fischiando la fine della partita mentre il risultato era ancora in bilico scioccò molti se non tutti.

Da quel momento, la Corte Suprema ha smesso di essere vista come un arbitro imparziale super partes ed è diventata l’ultima istanza del potere politico. È qui che nasce l’idea moderna che un’elezione non si vinca solo ai seggi, ma anche (e soprattutto) attraverso la battaglia legale e la nomina di giudici favorevoli.  A distanza di venticinque anni da Bush v. Gore, il sistema elettorale statunitense resta profondamente decentrato. Negli Stati Uniti non esiste un’autorità elettorale nazionale con competenze operative uniformi. Ogni Stato – e spesso ogni contea – gestisce in modo diverso: registrazioni, liste elettorali, modalità di voto anticipato, voto per corrispondenza e requisiti di identificazione. Il risultato è un mosaico normativo:

  • Stati che richiedono un documento con foto.
  • Stati che accettano documenti non fotografici.
  • Stati che consentono il voto con semplice dichiarazione giurata.
  • Stati che verificano l’identità tramite firma comparata.

Non esiste una tessera elettorale federale. Non esiste un database nazionale unico. Non esiste una carta d’identità obbligatoria per tutti i cittadini americani.

Dopo le elezioni del 2016 e soprattutto dopo quelle del 2020, il tema della verifica del voto è entrato stabilmente nel dibattito pubblico. Accuse di irregolarità, errori nei registri, contestazioni sul voto per corrispondenza hanno alimentato una narrazione di vulnerabilità sistemica – spesso amplificata dai social media e da dichiarazioni politiche polarizzate.

Tanto per inserire una nota personale, alcuni anni fa, proprio durante il periodo critico delle elezioni del 2016, scoprii per caso che sia io che mia figlia — entrambe cittadine statunitensi — risultavamo registrate come affiliate a un partito politico in uno Stato in cui non abbiamo mai risieduto. Non avevamo mai presentato alcuna richiesta in tal senso. Nessuna comunicazione preventiva. Nessuna spiegazione immediata. Una cara amica, invece, il giorno delle elezioni si sentì dire al seggio che il suo voto risultava già registrato. Ma se tre rondini non fanno primavera, è legittimo essere consapevoli di quanto si potrebbe migliorare il clima di fiducia elettorale con una semplice carta elettorale e d’identità.

Trump, però, nel suo stile negoziale ha già iniziato a tastare il terreno dicendo che potrebbe dispiegare agenti ICE ai seggi elettorali. È una dinamica ricorrente: alzare l’asticella per capire quali le reazioni. Possiamo solo augurarci che, invece di percorrere la strada simbolica della forza, se davvero l’obiettivo è rafforzare la fiducia nel sistema, la via non sia la presenza di agenti armati ai seggi, ma una proposta legislativa seria che uniformi i criteri di verifica dell’identità su tutto il territorio nazionale — come avviene in gran parte del mondo democratico. Le istituzioni si consolidano con regole chiare e condivise.

2. INSIDER TRADING AL CONGRESSO: ricchezza, privilegi e sfiducia

Uno degli elementi che più ha contribuito all’erosione della fiducia nelle istituzioni americane riguarda le attività finanziarie dei membri del Congresso, in particolare il loro coinvolgimento nel mercato azionario e i sospetti di insider trading o vantaggi derivanti dall’accesso a informazioni privilegiate.

Un quadro legale debole

Nel 2012 il Congresso approvò lo STOCK Act, una legge pensata per proibire ai legislatori di usare informazioni non pubbliche ottenute durante il loro mandato per trarne un vantaggio finanziario diretto tramite operazioni in borsa. La norma impone anche che i parlamentari rendano pubbliche le loro transazioni finanziarie entro 30 giorni, aumentando la trasparenza.

Tuttavia, l’applicazione pratica della legge si è rivelata insoddisfacente. Nessun membro del Congresso è mai stato perseguito penalmente sotto lo STOCK Act, nonostante l’evidente accumulo di profitti e le numerose segnalazioni pubbliche di presunte violazioni.

In molti casi, le infrazioni vengono trattate come ritardi burocratici o errori di rendicontazione, e le sanzioni sono minime (una multa standard di poche centinaia di dollari), insufficienti rispetto alle possibilità di guadagno che politicamente informati possono ottenere con una strategia di trading efficace. Negli ultimi anni sono emersi numerosi episodi che hanno alimentato dubbi, critiche e richieste di riforma più radicale: alcuni membri hanno acquistato o venduto titoli di società collegate direttamente alle loro responsabilità legislative o a decisioni politiche imminenti, suscitando domande sul possibile uso di informazioni privilegiate.

  • Secondo analisi giornalistiche e dataset pubblici, una parte significativa dei legislatori effettua transazioni in settori che sono collegati alle commissioni di cui fanno parte, suggerendo un vantaggio informato anche se non sempre provato come illegale.
  • Anche episodi recenti come quelli che hanno visto membri del Congresso comprare azioni poco prima di annunci politici importanti — come sospensioni tariffarie o integrazioni tecnologiche — hanno riacceso il dibattito pubblico sulle potenziali asimmetrie informative.

Questi casi, spesso non sfociano in condanne penali, ma alimentano una percezione potente: che alcuni parlamentari possano trarre vantaggio personale dal loro ruolo, anche se formalmente non violano la legge. Secondo una revisione delle disclosure finanziarie condotta dal Campaign Legal Center,

  • 12 senatori avrebbero effettuato almeno 227 operazioni di acquisto o vendita, con profitti stimati pari a 98,3 milioni di dollari;
  • alla Camera, 37 rappresentanti avrebbero realizzato 1.358 transazioni, con benefici complessivi stimati intorno a 60,5 milioni di dollari.

Questi numeri non dimostrano automaticamente attività illegali. Le transazioni possono essere formalmente lecite. Ma alimentano una domanda politica e morale: è opportuno che chi legifera su mercati, regolazioni e politiche fiscali possa contemporaneamente operare attivamente in quei mercati?

3. L’ASSENZA DI UNA NUOVA LEADERSHIP DEMOCRATICA

Se il bullismo politico di Donald Trump rappresenta un’ottima occasione per catalizzare nuove energie democratiche in vista delle elezioni di mid-term al Congresso, la realtà appare più complessa e deludente.

In teoria, la situazione potrebbe far nascere una nuova leadership polarizzante e muscolare attraverso candidati preparati, proposte articolate, una piattaforma soprattutto riformista capace di intercettare il malcontento generale e trasformarlo in un progetto politico di successo, più moderato, ma necessario.

In pratica, però, si ha l’impressione che il Partito Democratico fatichi a proporre volti realmente nuovi e contenuti strutturali altrettanto nuovi. Molti dei nomi che emergono nel dibattito pubblico sono già figure consolidate nel panorama nazionale — potenziali candidati per le prossime presidenziali — più che espressione di un rinnovamento generazionale e programmatico. Il problema non è la visibilità.  È la sostanza.

La presenza di Alexandria Ocasio-Cortez alla Munich Security Conference è stata letta da molti osservatori come un banco di prova internazionale in vista di ambizioni presidenziali. Monaco non è un palco qualunque: è un contesto dove la preparazione storica, la padronanza della politica estera e la capacità di muoversi tra riferimenti geopolitici complessi vengono osservate con attenzione. Proprio per questo ha suscitato sorpresa e rammarico il suo intervento critico nei confronti di Marco Rubio, accusato di aver utilizzato citazioni storiche scorrette nel suo discorso. Peccato che lui ha studiato e lei no, rendendo la contestazione di Ocasio uno scivolone alla Petrecca.

In un contesto internazionale di alto livello, la differenza tra critica politica e contestazione imprecisa diventa rilevante. Monaco non è un’arena da social media: è un luogo in cui la credibilità si misura nella precisione dei riferimenti e nella solidità dell’argomentazione. Se l’obiettivo era dimostrare statura presidenziale, l’episodio ha sollevato interrogativi sulla profondità dell’elaborazione strategica più che sulla forza retorica.

Allo stesso modo, la partecipazione di Gavin Newsom è stata interpretata come una prova generale per il pubblico americano. Il governatore californiano ha usato la platea internazionale per criticare Donald Trump, una scelta politicamente comprensibile in chiave domestica, ma che pone una questione di opportunità: quando le divisioni interne vengono proiettate su un palco globale, il confine tra legittima opposizione ed esposizione delle fragilità interne diventa sottile.

L’intervento di Newsom è stato descritto come un “tour anti-Trump” in Europa. Ha rassicurato gli alleati internazionali dichiarando che l’attuale corso della politica estera americana è “temporaneo” (affermando testualmente: “Se ne andrà tra tre anni”), esortando i leader mondiali e i vertici aziendali a non cedere alle pressioni e a rimanere fedeli ai valori democratici e scientifici. Peccato che i conti della California come abbiamo raccontato la settimana scorsa, non tornino.

Quanto a Hillary Clinton, la sua presenza a Monaco rappresenta continuità dell’establishment democratico in materia di politica estera. Tuttavia, proprio questa continuità riapre il tema del rinnovamento. In un’epoca segnata da sfiducia verso le élite tradizionali, la riproposizione degli stessi volti rischia di rafforzare la percezione di immobilismo più che di stabilità.

Il momento più duro della Clinton è stato il suo affondo contro la politica estera della Casa Bianca. Ha definito “vergognosa” la pressione esercitata su Kyiv per accettare un accordo di pace con la Russia, arrivando a dichiarare che l’attuale amministrazione sta “tradendo l’Occidente” e i valori umani fondamentali. Se Newsom ha usato toni sarcastici (“Trump è temporaneo”), la Clinton ha usato toni morali e storici, dipingendo l’attuale corso come un errore epocale e corrotto. Però ha ammesso che l’immigrazione negli Stati Uniti “è andata troppo oltre”, definendola un fattore “dirompente e destabilizzante” per la tenuta delle democrazie occidentali. Clinton ha agito come una consulente strategica per i leader europei (incontrando Macron e il Cancelliere Merz), suggerendo che l’imprevedibilità di Washington può essere “neutralizzata” se gli alleati mantengono una posizione ferma e unita., ma se per Newsom i conti della California non tornano, per Hillary Clinton il problema è la distanza tra la sua retorica e la sua percezione interna: basti citare i file di Epstein (ma sappiamo tutti molto bene delle scappatelle di Bill senza dover leggere le email di Epstein).

In sintesi, se Newsom è andato a Monaco per costruire il suo domani, Hillary è andata per difendere il suo ieri (l’ordine atlantista), finendo però per confermare l’immagine di una leadership democratica che si sente più a casa tra le élite di Monaco che tra gli elettori della Rust Belt.

Se Monaco doveva essere l’occasione per presentare una visione rinnovata interessante e preparata, della futura leadership democratica statunitense a un pubblico internazionale, l’unico ad uscirne gloriato è Rubio.

In un’epoca in cui la politica ha debordato dai suoi confini naturali per invadere ogni ambito della nostra vita, persino quello dell’intrattenimento — dove figure come Stephen Colbert hanno trasformato la satira in un esercizio di “io ho ragione e tu no” che non fa più ridere nessuno — è diventato urgente invertire la rotta. Non basta più semplicemente abbassare i toni; serve avviare una modernizzazione radicale delle istituzioni che ne ripristini la funzione originaria. Bisogna arginare quell’avidità di potere e denaro che ha penetrato i gangli dello Stato, trasformando il servizio pubblico in un’opportunità di arricchimento personale per pochi. Quando le istituzioni smettono di eseguire il mandato per cui sono nate, perdendo credibilità giorno dopo giorno, non è più solo una crisi politica, ma un fallimento del patto sociale. La via d’uscita non passa attraverso nuovi slogan o agenti armati ai seggi, ma attraverso il ritorno a regole chiare, all’onestà dei numeri e a una leadership che senta nuovamente il peso della responsabilità verso il cittadino, prima ancora che verso il proprio tornaconto o la propria bolla ideologica.


CALIFORNIA – IL SOGNO INFRANTO DEGLI AMERICANI

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Negli ultimi mesi il mercato del lavoro americano ha mostrato segnali di difficoltà e riorganizzazione, in particolare nel settore tecnologico e in alcune aree del paese.

Gli Stati Uniti hanno visto oltre 1 milione di licenziamenti annunciati in vari settori, con una tendenza in aumento negli ultimi anni — soprattutto nel 2025 — e livelli di tagli più alti rispetto agli anni recenti. Questo fenomeno è stato attribuito agli effetti combinati della trasformazione tecnologica, ristrutturazioni aziendali e a un’economia che sta rallentando le nuove assunzioni.

Il mercato del lavoro americano sta effettivamente attraversando un momento di profonda metamorfosi che va ben oltre la semplice statistica dei licenziamenti. Quello a cui stiamo assistendo nel 2026 è il risultato di una tempesta perfetta dove la tecnologia non è più solo un supporto, ma il motore di una ristrutturazione radicale. Dopo anni di assunzioni frenetiche dettate dalla paura di rimanere senza personale, le grandi aziende hanno invertito la rotta, passando da una fase di accumulo a una di estrema ottimizzazione.

Gran parte di questo milione di tagli è riconducibile al fatto che molte società hanno finalmente integrato l’intelligenza artificiale nei loro processi operativi, rendendo superflue intere linee di ruoli amministrativi e tecnici che fino a due anni fa erano considerati indispensabili. Questo non significa necessariamente che il lavoro stia scomparendo, ma che si sta spostando: mentre il settore tech e quello dei servizi finanziari riducono i ranghi per compiacere gli azionisti e tagliare i costi fissi, settori come l’energia pulita e la sanità continuano a cercare disperatamente figure specializzate.

A complicare il quadro c’è la pressione dei tassi di interesse che, restando alti più a lungo del previsto, hanno reso il capitale molto costoso. Le aziende non possono più permettersi di finanziare la crescita a debito e sono costrette a tagliare tutto ciò che non è immediatamente redditizio. Questo ha creato una strana dicotomia: da un lato vediamo uffici vuoti e ondate di esuberi nelle grandi metropoli del software, dall’altro un’economia reale che cerca di resistere, pur con una velocità di assunzione decisamente più cauta rispetto al passato. In definitiva, il lavoratore americano oggi non combatte solo contro il rischio di una recessione, ma contro la necessità di reinventarsi in un mercato che premia l’efficienza tecnologica rispetto alla sola presenza numerica.

Cosa sta succedendo in California

Negli ultimi cinque-sei anni la California sta vivendo una fase di trasformazione strutturale. Non è un crollo, né un declino lineare, ma una riconfigurazione del suo modello economico. Per decenni lo Stato è stato sinonimo di innovazione, capitale di rischio, tecnologia e mobilità sociale. Oggi resta una delle economie più grandi del mondo, ma sta affrontando tre pressioni simultanee: costo della vita molto elevato, fiscalità progressiva particolarmente incisiva sui redditi alti e una crescente competizione interstatale.

Il primo segnale è demografico. Per la prima volta nella sua storia moderna, la California ha registrato un calo netto di popolazione. Non si tratta solo di miliardari, ma soprattutto di famiglie e professionisti della classe media che faticano a sostenere prezzi immobiliari e affitti tra i più alti degli Stati Uniti. L’area della Bay Area e San Francisco ha visto un indebolimento del mercato immobiliare commerciale dopo la diffusione massiva del lavoro da remoto, con un impatto diretto sugli uffici e sul tessuto urbano.

Azienda Nuova sede When Nota
Tesla Austin, Texas 2021 HQ spostato da Palo Alto;
mantiene stabilimenti CA
Oracle Austin, Texas 2020 Trasferimento sede
corporate
Hewlett Packard
Enterprise
Houston, Texas 2020 Riorganizzazione globale
Palantir
Technologies
Denver Colorado 2021 HQ spostato da Silicon Valley
Charles Schwab Westlake, Texas 2021 Consolidamento
post-acquisizione

Motivi principali per gli spostamenti aziendali:

  • Costi operativi più bassi fuori dalla California
  • Clima fiscale più favorevole (assenza di imposta sul reddito statale in FL, TX)
  • Maggiore disponibilità di spazi e personale
  • Più facilità per espansione e crescita in settori tech e avanzati

Il fenomeno dell’esodo aziendale dalla California è spinto da un mix letale di costi operativi alle stelle, una pressione fiscale tra le più alte della nazione e un quadro normativo così complesso da rendere spesso più conveniente ricominciare da zero in Stati come il Texas o il Nevada.

La storia di Walmart in California: un addio strategico

La presenza di Walmart in California è sempre stata una sfida, ma negli ultimi anni il rapporto si è incrinato definitivamente. Ecco i passaggi chiave che spiegano perché il gigante del retail ha deciso di staccare la spina a molti dei suoi punti vendita nel “Golden State”.

Walmart è arrivata in California puntando sul volume e sui prezzi bassi, ma si è scontrata con costi immobiliari proibitivi. Gestire un magazzino di 15.000 metri quadrati a San Francisco o San Diego ha costi fissi (affitto, utenze, assicurazioni) che sono il doppio rispetto a quelli di una sede in Arizona. Quando i margini di profitto hanno iniziato a ridursi, l’azienda ha smesso di vedere la California come un terreno di espansione, passandola alla lista delle “aree a rischio”.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’esplosione dei furti organizzati, alimentata da una controversa legge statale nota come Proposition 47. Questa norma ha innalzato a 950 dollari la soglia minima di valore della merce rubata affinché il furto possa essere perseguito come reato grave (felony). Sotto questa cifra, l’atto viene considerato un semplice reato minore (misdemeanor), che nella pratica si traduce raramente in un arresto o in una pena detentiva.

Per Walmart, questo ha significato affrontare un clima di “impunità legale”: bande organizzate entrano nei negozi sapendo esattamente quanto possono rubare per evitare il carcere, rendendo i furti un costo fisso insostenibile. Le perdite record di inventario e la necessità di blindare la merce dietro vetrate chiuse a chiave hanno degradato l’esperienza d’acquisto a tal punto che l’azienda ha preferito chiudere i battenti piuttosto che continuare a operare in un sistema dove la legge sembra aver rinunciato a proteggere il commercio al dettaglio.  Invece di investire milioni in sicurezza privata e blindature degli scaffali—che rovinano l’esperienza d’acquisto—Walmart ha preferito chiudere i negozi più colpiti, dichiarando apertamente che la mancanza di sicurezza pubblica rendeva l’attività non più sostenibile.

La sfida dell’automazione

Mentre lo Stato imponeva salari minimi sempre più alti (soprattutto nel settore alimentare e retail), Walmart ha provato a rispondere con le casse automatiche. Tuttavia, la California ha risposto con nuove normative che limitano l’uso della tecnologia a favore della tutela del lavoro umano. Sentendosi “incastrata” tra salari alti e il divieto di automatizzare per risparmiare, l’azienda ha scelto di investire quei capitali nel potenziamento dell’e-commerce, servendo i clienti californiani da centri di distribuzione situati in Stati vicini con meno restrizioni.

Il caso di San Diego e Sacramento

Le chiusure recenti a San Diego e Sacramento non sono state semplici tagli di budget, ma segnali politici. Walmart ha scelto di chiudere anche sedi che avevano ancora un buon afflusso di clienti, proprio per inviare un messaggio chiaro: se i costi della burocrazia e i rischi legati alla criminalità superano una certa soglia, neanche il più grande retailer del mondo ha interesse a restare.

L’uscita di scena della California è un movimento a due livelli: mentre le imprese come Walmart o Target chiudono i negozi fisici per sfuggire a costi e criminalità, i loro detentori e i giganti del tech stanno cambiando residenza fiscale per proteggere i propri patrimoni. Il catalizzatore è il 2026 Billionaire Tax Act, che ha trasformato la residenza in California in un rischio finanziario da miliardi di dollari.

I “profughi” eccellenti:

Nome Dove Motivi
Mark
Zuckerberg (Meta)
Miami Acquisto proprietà a Indian
Creek; possibile riallo-
cazione residenza in vista della
proposta di billionaire tax
2025–2026
Larry Page
(Google co-founder)
Florida Acquisti immobiliari e
ristruttura-
zione asset fuori CA
2025
Sergey Brin
(Google co-founder)
Nevada e Florida Trasferimento entità societarie e
asset; riduzione esposizione
fiscale CA
2025
Peter Thiel
(VC, Palantir)
Miami Espansione operativa e residen-za; contesto fiscale favorevole 2024–2025
Don Hankey
(finance billionaire)
Nevada Cambio residenza verso stato
senza income tax
2025
David Sacks (Craft Vent)   Austin
Texas  
Ha annunciato pubblicamente
l’apertura di
un ufficio a Austin
(“God bless Texas…”), citato nel
contesto di urgenza
a “stabilire” legami fuori CA
prima delle
scadenze legate alla proposta
di tassa
2026

Perché: 👉 Evita potenziale tassa sulle ricchezze elevate;  👉 Tasse personali più basse (Florida e Texas non hanno imposta sul reddito statale);  👉 Ambiente percepito come più favorevole per investimenti e famiglie

Oltre all’esodo fiscale e societario, la California sta affrontando quello che molti definiscono un fallimento epocale nella ricostruzione dopo i devastanti incendi di gennaio 2025 (Palisades ed Eaton Fire). Ad oggi, febbraio 2026, il paesaggio tra Malibu, Pacific Palisades e Altadena è ancora segnato da distese di lotti vuoti e macerie.

Ecco i numeri e i dati che descrivono questa paralisi:

I Numeri del “Cantiere Fantasma” (Febbraio 2026)

  • Case Ricostruite: A un anno e un mese dal disastro, su circa 13.000 abitazioni distrutte, meno di 12 case sono state effettivamente completate in tutta la contea di Los Angeles.
  • Permessi in Sospeso: Nonostante il governatore Newsom parli di “tempi record”, a Malibu sono stati rilasciati solo 25 permessi di costruzione per abitazioni singole su centinaia di richieste.
  • Spostamento Permanente: Più di 600 lotti dove sorgevano case unifamiliari sono già stati venduti. Molti residenti storici hanno preferito incassare il valore del terreno (crollato del 50%) piuttosto che affrontare l’odissea burocratica.
  • Spostati e Senza Casa: Secondo il Department of Angels, il 70% delle famiglie colpite vive ancora in sistemazioni temporanee o camper parcheggiati sui propri terreni bruciati.

Sembra che il fallimento non sia dovuto alla mancanza di volontà, ma a tre ostacoli strutturali che stanno rendendo la California “impossibile da abitare”:

  1. Il Collasso delle Assicurazioni: Le compagnie assicurative hanno pagato oltre 22 miliardi di dollari per i danni del 2025, ma ora molte si rifiutano di rinnovare le polizze o chiedono premi triplicati. Senza assicurazione, le banche non concedono mutui per ricostruire.
  2. Costi di Costruzione: Il costo per piede quadrato è aumentato del 30-40% a causa della carenza di manodopera specializzata e delle nuove normative antisismiche e ignifughe, rendendo i rimborsi assicurativi insufficienti a coprire i costi reali.
  3. Contaminazione del Suolo: Test recenti della UCLA hanno rivelato che il 49% dei lotti ad Altadena presenta ancora livelli elevati di piombo e materiali tossici, bloccando l’approvazione finale dei terreni per uso residenziale.

Ma sono davvero queste le vere ragioni? Ridurre tutto al “collasso delle assicurazioni” e all’aumento dei costi di costruzione è una semplificazione. Le compagnie non stanno lasciando la California solo per i 22 miliardi pagati, ma perché il sistema regolatorio rende difficile adeguare i premi a un rischio climatico in crescita. Anche i costi edilizi sono aumentati ovunque negli Stati Uniti, non solo in California, per inflazione e carenza di manodopera. E le norme antisismiche e ignifughe, pur costose, servono a prevenire nuovi disastri. Senza considerare burocrazia, pianificazione urbanistica e costruzioni in aree ad alto rischio, la spiegazione resta incompleta.

Per capire il clima del lavoro in questo momento basta guardare a quello che sta accadendo in Amazon. Dopo anni di espansione aggressiva, l’azienda ha avviato nuove ondate di tagli nel 2025–2026, colpendo divisioni corporate, dispositivi, servizi cloud e ruoli amministrativi. Non si tratta solo di riduzione dei costi, ma di un cambio di paradigma: meno personale intermedio, più automazione, più intelligenza artificiale integrata nei processi logistici e decisionali. Il messaggio è chiaro: il lavoro non sparisce, ma cambia forma e richiede competenze diverse. Tuttavia, questa trasformazione avviene in un contesto di crescente insicurezza per la classe media urbana, dove salari reali compressi, affitti elevati e volatilità occupazionale stanno erodendo quella promessa di mobilità che per decenni ha alimentato il “sogno americano”.

Il nodo, allora, non è ideologico ma amministrativo. Se a New York il sindaco Zohran Mamdani a fatica ammette solo ora (quasi caduto dal cielo) un buco di bilancio da 12 miliardi di dollari che rende difficilmente sostenibili il 90% delle promesse elettorali, il problema non è “di destra o di sinistra”, ma di pianificazione, controllo della spesa e capacità di previsione. Quando i conti pubblici vengono affrontati in ritardo, l’impatto ricade inevitabilmente su servizi, investimenti e fiducia degli operatori economici.

Il confronto reale oggi non è tra etichette politiche, ma tra modelli di governo che riescano a garantire stabilità fiscale, attrattività per le imprese e prevedibilità normativa. In questo senso, la Florida di Ron DeSantis viene percepita da molti investitori come un modello di amministrazione orientato alla crescita e alla chiarezza regolatoria. La questione centrale, più che ideologica, resta quindi una sola: vince chi sa gestire meglio bilanci, sicurezza economica e fiducia nel futuro.


Ombre cinesi negli Stati Uniti

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Era domenica, 23 settembre 2012, quando il Parlamento della California ha approvato una legge apparentemente tecnica, destinata a passare quasi inosservata fuori dagli ambienti giuridici. L’Assembly Bill 1217, inserita nel California Family Code, stabiliva che i contratti di gestazione per altri sarebbero stati pienamente legali, applicabili e tutelati dai tribunali statali.

La norma entra in vigore il 1° gennaio 2013. Da quel momento, la California diviene uno dei pochi luoghi al mondo in cui nascita, diritto e mercato s’intrecciano senza apparente ambiguità: 1. un contratto legalizzato 2. una compensazione economica consentita 3. genitorialità riconosciuta prima del parto 4. cittadinanza americana automatica per i bambini nati nel suo suolo.

La legge non era stata pensata per attrarre flussi internazionali, né per ridisegnare le geografie della mobilità globale. Doveva offrire certezza giuridica a famiglie americane e coppie che non potevano avere figli. Ma come spesso accade nei sistemi ultra-liberali, ciò che nasce per risolvere un problema interno diventa rapidamente un’infrastruttura globale.

Negli anni successivi, cliniche e agenzie per la maternità surrogata in California iniziarono ad accogliere una clientela sempre più internazionale. Tra questi, un numero crescente di cittadini cinesi appartenenti all’élite economica, per i quali la maternità surrogata in California non rappresentava solo una scelta riproduttiva, ma una strategia di accesso al futuro.

Il principio giuridico — l’intenzione come fondamento della genitorialità — ha reso la California un unicum globale. Un sistema stabile, prevedibile, sicuro. Ed è proprio questa prevedibilità ad aver attirato, nel tempo, non solo famiglie americane, ma attori internazionali capaci di leggere il diritto come infrastruttura strategica.

Tra questi, un numero crescente di cittadini cinesi appartenenti all’élite economica. Per loro, la maternità surrogata in California non è semplicemente una risposta a un desiderio individuale, ma un meccanismo ordinato di accesso al futuro: un figlio che nasce cittadino americano, in un Paese dove la cittadinanza non si chiede, ma si acquisisce per ius solis.

Il XIV emendamento Sez. 1 della Costituzione dice: Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono.  Nessuno Stato potrà emanare o applicare leggi che riducano i privilegi o le immunità dei cittadini degli Stati Uniti; né potrà privare alcuna persona della vita, della libertà o della proprietà senza un giusto procedimento di legge; né negare a qualsiasi persona soggetta alla sua giurisdizione l’eguale protezione delle leggi.

Questo principio costituzionale produce un effetto semplice e radicale: la cittadinanza americana non dipende da chi sei, ma dove nasci. E allo stesso tempo impone agli Stati di trattare chiunque si trovi sotto la loro giurisdizione — cittadini e stranieri — secondo le stesse regole. La California, quindi, non può distinguere per nazionalità l’accesso all’utero in affitto, in base all’origine dei genitori. Il diritto regola le condizioni della nascita, ma non i suoi effetti politici. Ed è in questo spazio — tra neutralità giuridica e diseguaglianza globale — che una norma, pensata per tutelare individui con problematiche di salute, diventa infrastruttura geopolitica.

Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, un miliardario cinese del settore gaming avrebbe avuto oltre cento figli attraverso agenzie di maternità surrogata negli Stati Uniti, principalmente in California. La cifra esatta è oggetto di contenzioso: l’ex compagna dell’imprenditore sostiene che il numero reale superi i trecento, mentre società a lui collegate parlano di “poco più di cento” figli nati nel corso di diversi anni. In dichiarazioni pubbliche e post sui social media poi rimossi o archiviati, l’uomo avrebbe descritto il proprio progetto come la costruzione di una dinastia familiare, arrivando a definirsi “il primo padre della Cina” e dichiarando l’intenzione di avere decine di figli maschi da destinare, in futuro, alla gestione del proprio impero economico.

Nel 2023, un giudice del tribunale di famiglia di Los Angeles ha respinto una sua richiesta di riconoscimento genitoriale relativa ad alcuni minori, aprendo una fase di contenziosi legali e dispute di custodia con l’ex partner. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, molti dei bambini vivrebbero oggi in un’unica proprietà a Irvine, California, accuditi da personale professionale. Il caso ha suscitato un acceso dibattito ad oggi irrisolto.

Questo caso ci mostra come il diritto renda la nascita un processo contrattuale prevedibile, che può essere utilizzato non solo per formare una famiglia, ma per progettare il futuro su scala generazionale. È questa neutralità — pensata per garantire diritti individuali — a rendere possibile un uso sistemico della nascita come leva di mobilità, protezione e proiezione generazionale.

Trump, che è contrario al concetto di utero in affitto, ha siglato un ordine esecutivo che mira a cancellare la garanzia dello ius solis, per interderci,che per molti costituzionalisti è incompatibile con il XIV Emendamento. Alcuni giudici di tribunali federali hanno bloccato la sua applicazione, e la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accettato di esaminare il caso, creando così lapossibilità di un cambiamento storico nel modo in cui si assegna la cittadinanza negli Stati Uniti.

Ma la presenza cinese negli Usa, negli ultimi vent’anni, non si è manifestata oltre che attraverso investimenti industriali, tecnologici o immobiliari urbani, anche tramite l’acquisto di terre agricole e terreni strategici. Un fenomeno quantitativamente limitato rispetto al totale delle superfici agricole statunitensi, ma politicamente esplosivo per la sua localizzazione e per il contesto geopolitico in cui avviene.

Quanto territorio è stato acquistato

Secondo dati del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA), soggetti cinesi controllano meno dell’1% delle terre agricole possedute da entità straniere negli USA. In termini assoluti, si parla di circa 350.000 acri (metà della Valle d’Aosta): una cifra modesta che però assume tutt’altra rilevanza se si guarda dove queste terre si trovano.

Le acquisizioni non sono distribuite in modo uniforme. Al contrario, mostrano una concentrazione in Stati e aree che incrociano agricoltura, energia e sicurezza nazionale.

  • Texas: Acquisto di terreni agricoli ma anche di aree prossime a basi militari e di infrastrutture energetiche. È uno degli Stati che ha reagito più duramente, introducendo restrizioni dirette.
  • North Dakota: nel 2022 un’azienda legata a interessi cinesi ha acquistato terreni vicino a una base militare dell’Air Force, scatenando un’ondata bipartisan di critiche seguita da un blocco politico.
  • Missouri e Arkansas: stati prevalentemente agricoli, ha creato dibattito controversi soprattutto durante i periodi elettorali per il legame tra sicurezza alimentare e sovranità nazionale.
  • California: l’altissimo valore logico per i punti portuali di maggior interesse quindi meno acquisti agro-alimentari.

GLI ACQUISTI

Un punto chiave – spesso frainteso nel dibattito pubblico – è che non è lo Stato cinese ad acquistare direttamente le terre, bensì:

  • società private cinesi
  • holding agro-alimentari
  • fondi e veicoli societari registrati negli USA

Il caso più citato è quello della Smithfield Foods, storico colosso americano della carne suina, acquisito nel 2013 dalla cinese WH Group. L’operazione non riguardava solo un marchio, ma l’accesso a migliaia di ettari di terra e a un’intera filiera alimentare, dalla produzione al consumo. Dal punto di vista legale, tutto è avvenuto nel rispetto delle norme allora vigenti. Dal punto di vista strategico, però, l’operazione ha segnato un punto di svolta: la terra come asset geopolitico.

L’interesse cinese per l’acquisizione di terre all’estero si inserisce anzitutto in una questione strutturale di sicurezza alimentare. La Cina deve garantire l’approvvigionamento a quasi il 20% della popolazione mondiale potendo contare su meno del 10% delle terre coltivabili globali, una sproporzione importante. In questo contesto, controllare direttamente la produzione agricola fuori dai confini nazionali rappresenta una forma di assicurazione strategica, capace di ridurre dipendenze e incertezze. L’acquisto consente di presidiare l’intera filiera agro-alimentare, dalla produzione primaria alla trasformazione industriale, fino allo stoccaggio e alla distribuzione. La terra diventa così il primo anello di una catena del valore molto più ampia, che permette di esercitare un’influenza significativa sui flussi di beni essenziali e sui mercati globali, soprattutto in un’epoca segnata da interruzioni logistiche e tensioni commerciali.

Esiste poi una dimensione meno visibile ma politicamente sensibile: quella dell’opzione strategica. Anche appezzamenti di dimensioni limitate, se situati in prossimità di infrastrutture critiche, corridoi energetici o installazioni militari, possono acquisire rilevanza in scenari di competizione geopolitica o tecnologica. In questi casi, la terra non è solo un asset produttivo, ma un elemento che amplia il margine di manovra strategico nel lungo periodo. Negli Stati Uniti, questa consapevolezza è maturata soprattutto negli ultimi tre anni. Dopo una lunga fase di relativa distrazione, il dibattito pubblico/politico ha cambiato tono: oltre la metà degli Stati ha introdotto, o sta valutando, restrizioni all’acquisto di terreni da parte di soggetti collegati a Paesi considerati “avversari”, con la Cina esplicitamente citata in molte iniziative legislative. Il segnale che emerge è netto: la terra non viene più percepita soltanto come un bene economico o agricolo, ma come una vera e propria infrastruttura strategica, al pari dell’energia, dei dati o delle reti di comunicazione.

Il terzo ambito in cui emerge la presenza cinese negli Stati Uniti non riguarda investimenti legali con motivazioni dubbiose, ma attività apertamente criminali. Negli ultimi anni, in particolare nello Stato del Maine, le autorità federali e statali hanno smantellato reti organizzate che hanno acquistato abitazioni e proprietà rurali per convertirle in impianti illegali di coltivazione di marijuana. Le indagini del Dipartimento di Giustizia descrivono un modello ricorrente: case unifamiliari acquistate formalmente come normali immobili residenziali, spesso in piccoli centri o aree agricole, trasformate in “grow house” clandestine, dove venivano applicati sistemi intensivi di coltivazione, un consumo anomalo di elettricità e senza legami con il mercato legale della cannabis. In più procedimenti penali, cittadini cinesi sono stati incriminati per aver gestito operazioni su larga scala. Le accuse includono: produzione e distribuzione illegale di stupefacenti, riciclaggio di denaro, frode finanziaria e, in alcuni casi, sfruttamento di manodopera irregolare. I proventi dell’attività criminale venivano spesso reinvestiti nell’acquisto di ulteriori immobili, alimentando un circuito chiuso di espansione illegale. Questo fenomeno ha spinto le autorità federali e i rappresentanti politici locali a intervenire, chiarendo che non si tratta di investimenti esteri controversi o discutibili, ma di criminalità organizzata che utilizza il mercato immobiliare come strumento operativo.

Il Maine, dove il fenomeno ha assunto contorni allarmanti, è stato scelto come punto strategico per una combinazione di fattori strutturali: prezzi immobiliari relativamente bassi, soprattutto nelle aree rurali, bassa densità abitativa, controlli locali limitati e la presenza di un mercato legale della cannabis che inizialmente ha contribuito a mascherare l’attività illecita. A partire dal 2020, le autorità statali e federali hanno individuato numerose abitazioni unifamiliari acquistate e riconvertite in grow house clandestine, all’interno di piccole comunità. Secondo quanto riportato dal Bangor Daily News, le case venivano formalmente comprate come normali immobili residenziali e poi trasformate, dimostrando come il mercato immobiliare possa diventare un centro operativa per attività criminali organizzate.

Scritti uno accanto all’altro, questi tre fenomeni – come il caso somalo in Minnesota – raccontano un’America che sembra procedere con gli occhi bendati da un lato e con le mani sporche dall’altro. Perché se è vero che alcuni vuoti normativi hanno favorito acquisizioni opache e presenze difficili da tracciare, è altrettanto vero che qualcuno quelle compravendite le ha autorizzate, firmate, avallate. Nulla accade nel vuoto. Tra sottovalutazione del rischio, disattenzione istituzionale e interessi economici locali, si è creato uno spazio grigio in cui legalità formale e sicurezza sostanziale hanno smesso di coincidere. Ed è proprio in quello spazio che oggi si annidano le fragilità più profonde di un Paese che, mentre guarda ossessivamente alle minacce esterne, fatica ancora a rendersi conto di quanti si sono approfittati della sua generosità e ingenuità. E se di politici corrotti è pieno il mondo, il punto non è lo scandalo in sé, ma la difficoltà di riconoscere – e correggere – responsabilità che sono, prima di tutto, interne.


QUANDO IL POTERE CAMBIA FACCIA

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

È iniziato il secondo anno di questa presidenza americana, che continua a lasciarci senza fiato e senza tregua. Una sequenza serrata di decisioni, contraddizioni, ritrattazioni, minacce e azioni che rompono con molte delle coordinate politiche e diplomatiche che hanno caratterizzato l’ordine occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Di fronte a questa apparente discontinuità permanente, emergono due linee di pensiero che possono aiutare a dare una chiave di lettura agli eventi e a fare maggiore chiarezza sulle logiche che guidano queste scelte.

Donald Trump, in risposta al dispiegamento di forze militari questa settimana da parte di Francia, Germania, Svezia e Norvegia in Groenlandia, effettuato in coordinamento con la Danimarca, ha annunciato che fisserà dazi del 10% su tutte le merci importate negli Stati Uniti provenienti da questi Paesi.

Il dispiegamento militare è stato presentato dai governi europei come un’azione dimostrativa di solidarietà e sicurezza, volta a riaffermare che la Groenlandia è un territorio autonomo sotto sovranità danese e rientra quindi nel perimetro geopolitico europeo ed euro-atlantico, anche in quanto parte dell’area di interesse della NATO. La risposta di Trump utilizza la leva commerciale come strumento di pressione politica nei confronti dei Paesi coinvolti.

La sequenza degli eventi mette in luce una dinamica ormai ricorrente nei rapporti transatlantici: ogni tentativo europeo di affermare una propria autonomia strategica viene letto da Trump come un dissenso netto, da contrastare non sul piano diplomatico, ma su quello economico. Il dispiegamento militare in Groenlandia, pur limitato nei numeri e dichiaratamente difensivo, assume un valore simbolico sproporzionato rispetto alla sua portata operativa, diventando il catalizzatore di una risposta commerciale punitiva.

La decisione di colpire quei Paesi europei che hanno inviato supporto militare — rafforza l’interpretazione di una strategia divisiva, volta a indebolire il fronte europeo più che a negoziare un accordo strutturato. In questo quadro, i dazi non sono concepiti come misura temporanea o tecnica, ma come strumento politico di deterrenza, utile a scoraggiare ulteriori iniziative europee in aree considerate di interesse strategico statunitense.

Al tempo stesso, l’episodio evidenzia le fragilità dell’Europa: pur mostrando una crescente volontà di coordinamento in materia di sicurezza, l’Unione resta esposta quando il confronto si sposta sul terreno economico, dove la leva commerciale statunitense continua a rappresentare un fattore di pressione efficace. La Groenlandia diventa così non solo un nodo geopolitico artico, ma il punto di frizione visibile di un riequilibrio incompiuto nei rapporti di forza tra Stati Uniti ed Europa.

In prospettiva, la questione va oltre Trump e oltre la Groenlandia. Ciò che emerge è uno scontro strutturale tra due visioni: da un lato, un’Europa che tenta faticosamente di costruire una postura strategica comune; dall’altro, una leadership americana che concepisce le alleanze come rapporti condizionati e reversibili, costantemente da rinegoziare attraverso la minaccia economica. In questo contesto, il rischio è che l’Artico diventi il primo banco di prova di una relazione transatlantica sempre più instabile e transazionale.

Esistono due teorie che aiutano a spiegare questo rivolgimento. La prima si rifà al pensiero di Curtis  Yarvin, secondo il quale la democrazia, intesa come reale espressione della volontà politica attraverso i meccanismi democratici, sarebbe di fatto superata. Negli Stati Uniti, sostiene l’autore, il potere effettivo risiederebbe oggi nelle mani dei grandi attori economici e industriali.

Il discorso si apre dall’osservazione che il conflitto politico contemporaneo ruota attorno a una parola chiave: democrazia, intesa come fonte ultima di legittimità del potere. Oggi, secondo l’autore, populismo e meritocrazia si contendono il significato di questo termine. Il populismo sostiene che la democrazia coincida con il controllo del governo da parte di rappresentanti eletti, espressione diretta della volontà popolare; la meritocrazia, invece, identifica la democrazia con un sistema in cui le decisioni sono prese dai più competenti, spesso appartenenti a élite tecniche, culturali o istituzionali. Entrambe le visioni rivendicano di essere democratiche, ma propongono criteri di legittimazione radicalmente diversi.

Per comprendere meglio questo scontro, l’autore richiama le categorie classiche di Aristotele e suggerisce che non si tratti di un conflitto tra modelli politici moderni, bensì di una tensione strutturale tra democrazia e oligarchia. In questa lettura, molte delle istituzioni contemporanee funzionerebbero come oligarchie, pur continuando a legittimarsi attraverso il linguaggio democratico. La democrazia diventa così una parola “magica”, utilizzata più per giustificare il potere che per descriverne il reale funzionamento.

Un elemento centrale dell’analisi è che ciò che muove oggi la maggior parte delle persone non è tanto l’adesione positiva a un modello politico, quanto la paura del modello opposto. Chi proviene da contesti culturali ed elitari tende a temere il populismo per la sua presunta irrazionalità e imprevedibilità; chi si riconosce nel populismo teme invece il potere opaco, non eletto e autoreferenziale delle élite. In questo senso, ogni parte coglie aspetti reali delle debolezze dell’altra, ma costruisce la propria identità soprattutto in opposizione, più che su una visione condivisa di governo.

Questa dinamica di contrapposizione e di legittimazione del potere non si esprime solo nel conflitto politico attuale, ma si riflette anche nel modo in cui, nel tempo, alcune categorie e identità politiche si sono trasformate, cambiando linguaggio più che struttura.

In questo passaggio storico assume un ruolo centrale il termine “progressista”, che l’autore descrive come un’etichetta volutamente ambigua. Nel tempo, questa parola avrebbe permesso di rendere accettabili posizioni politiche radicali senza nominarle esplicitamente. Molti soggetti che oggi si definiscono progressisti, secondo questa interpretazione, non avrebbero una reale consapevolezza delle origini ideologiche del termine, ma lo vivrebbero come un’identità spontanea, svincolata da una tradizione politica precisa.

La conclusione è che oggi, negli Stati Uniti, movimenti come il woke rappresentano un esempio di questa sinistra progressista, che si autodefinisce tale e che ha origine proprio dal contesto culturale americano. La provocazione finale risiede nell’ipotizzare una soluzione politica monarchica, che però non va letta come una proposta concreta, ma come un puro espediente retorico per mettere in discussione l’autenticità di sistemi che si definiscono democratici mentre operano, di fatto, secondo logiche oligarchiche.

Il punto centrale dell’autore non è che “nulla è autentico”, ma che il potere moderno raramente si presenta per ciò che è. Cambia linguaggio, cambia simboli, cambia portatori morali, ma tende a conservarsi attraverso reti competenti e organizzate. Quando una forma di potere perde legittimità, non scompare, ma si trasforma.

La tensione tra democrazia e oligarchia non è nuova, e la storia del Novecento mostra come ideali universalistici possano convivere – talvolta inconsapevolmente – con forme di governance élitaria. È questa ambiguità, più che una cospirazione, che l’autore invita a riconoscere.

A questo punto il passaggio cruciale è che la monarchia non viene difesa come sistema morale, ma come struttura organizzativa. L’autore sostiene che qualsiasi organizzazione efficiente – un’azienda, un esercito, una squadra creativa, perfino una cucina professionale – tende a funzionare secondo una logica verticale, con una leadership chiara. Se esistesse una forma di organizzazione più efficiente di una struttura gerarchica, sostiene, qualcuno l’avrebbe già scoperta e adottata.

Qui arriva l’analogia centrale: una democrazia, con divisione dei poteri, controlli incrociati e processi complessi, assomiglia più a una burocrazia che a un’organizzazione orientata ai risultati. Applicare una struttura “democratica” a un’azienda tecnologica o a un progetto industriale renderebbe impossibile costruire prodotti complessi. Per questo, secondo l’autore, le democrazie tendono a diventare lente, procedurali e incapaci di realizzare grandi opere.

Questo ragionamento si collega direttamente alla parte iniziale del discorso sulla democrazia come parola ambigua. Chiamare un sistema “democratico” non dice nulla su come il potere venga realmente esercitato. In pratica, anche nelle democrazie avanzate, il potere tende a concentrarsi in élite amministrative, tecniche o burocratiche: non è più una monarchia formale, ma oligarchia funzionale.

La Cina come specchio: il vantaggio della decisione centralizzata

Il caso della Cina viene portato come esempio estremo. L’autore descrive la Cina contemporanea come una monarchia di fatto, anche se non di nome: il potere è altamente centralizzato, la catena decisionale è breve e lo Stato è in grado di mobilitare risorse enormi in tempi rapidi. La transizione da Mao Zedong a Deng Xiaoping viene interpretata come il passaggio da una monarchia caotica e ideologica a una monarchia pragmatica e orientata allo sviluppo.

Il punto non è assolvere i costi umani di questo sistema, che riconosce come enormi, ma sottolineare che l’efficacia organizzativa della Cina ha permesso una trasformazione economica rapidissima, mentre le democrazie occidentali sarebbero bloccate da burocrazia, conflitti interni e incapacità decisionale. In questa chiave, la competizione geopolitica attuale viene letta come uno scontro tra strutture di potere, non tra ideologie.

Se la democrazia moderna funziona sempre più come un sistema oligarchico mascherato, lento e burocratico, e se le monarchie (o sistemi equivalenti) risultano più efficienti nel prendere decisioni e realizzarle, allora – provocatoriamente – l’autore suggerisce che la monarchia sia almeno più onesta. Non promette partecipazione universale, ma garantisce chiarezza su dove risiede il potere.

La conclusione implicita non è “dobbiamo tornare alla monarchia” ma che vista la crisi delle democrazie, il problema è strutturale e non morale. Quindi le monarchie, o strutture equivalenti, rendono più chiaro dove risiede il potere, mentre le democrazie moderne possono mascherare le oligarchie dietro procedure burocratiche e complessità, e questo è il nodo del problema.  E finché non si affronta il problema di come il potere è realmente organizzato, parlare di democrazia rischia di restare solo una formula legittimante.

La seconda interpretazione è più lineare e guarda alla continuità storica: per comprendere molte delle scelte attuali degli Stati Uniti è utile tornare alle modalità con cui il Paese si è formato e si è progressivamente espanso, spesso attraverso acquisizioni territoriali e decisioni centralizzate, più che tramite rotture improvvise con il passato.

Gli Stati Uniti nascono come una federazione di tredici ex colonie britanniche, unite dall’esperienza della guerra d’indipendenza ma non ancora da un’identità statale pienamente definita. Fin dall’inizio, il nuovo Paese non è concepito come uno Stato compatto, bensì come un progetto aperto, destinato ad allargarsi. La questione centrale diventa quindi come crescere territorialmente senza riprodurre il modello degli imperi europei.

Il primo passo è la gestione delle terre a ovest degli Appalachi, cedute dagli Stati al governo federale. Con l’Ordinanza del Nord-Ovest del 1787 viene stabilito un principio fondamentale: i territori non sono colonie permanenti, ma entità transitorie che, una volta soddisfatti determinati requisiti, entrano nell’Unione come Stati a pieno titolo e su base di uguaglianza. Questo crea una struttura federale flessibile, capace di assorbire nuove entità senza gerarchie formali.

Accanto a questo modello “interno”, gli Stati Uniti iniziano presto a espandersi attraverso accordi e acquisizioni tra Stati sovrani. L’acquisto della Louisiana dalla Francia nel 1803 raddoppia le dimensioni del Paese e introduce un principio cruciale: la sovranità territoriale può essere negoziata e comprata. È una decisione presa dal governo federale in modo fortemente centralizzato, giustificata da ragioni strategiche e di sicurezza, anche forzando una lettura rigorosa della Costituzione.

Un caso particolarmente significativo è quello della Repubblica del Texas. Dopo essersi separato dal Messico nel 1836, il Texas non entra subito negli Stati Uniti, ma è, per quasi dieci anni, uno Stato indipendente, con un proprio governo, una propria politica estera con ambasciate ufficiali a Londra e Parigi. Questo dato è importante perché mostra come l’espansione americana non avvenga semplicemente inglobando territori deboli, ma anche assorbendo entità politiche già sovrane, riconosciute a livello internazionale.

L’annessione del Texas nel 1845 è quindi una scelta politica e strategica, non un esito automatico. Ciò dimostra che l’Unione funziona come una struttura capace di integrare Stati preesistenti, negoziando condizioni e tempi d’ingresso. Lo stesso vale, in forme diverse, per l’espansione verso sud-ovest dopo la guerra con il Messico e per successive acquisizioni mirate, come il Gadsden Purchase (l’acquisto dell’Arizona e del New Mexico dal Messico), pensato per esigenze infrastrutturali, o l’acquisto dell’Alaska dalla Russia nel 1867.

Nel loro insieme, questi passaggi mostrano che gli Stati Uniti sono democratici soprattutto nel modo in cui integrano i nuovi Stati, ma molto meno nel modo in cui acquisiscono i territori. L’ingresso nell’Unione avviene attraverso procedure rappresentative e paritarie; l’espansione territoriale, invece, è guidata da decisioni centralizzate, prese da élite politiche sulla base di calcoli geopolitici, economici e di sicurezza.

Gli Stati Uniti nascono come repubblica fondata sul consenso, ma crescono come Stato capace di agire in modo fortemente centralizzato nelle scelte strutturali. È una tensione costitutiva, che aiuta a capire perché nella storia americana convivano, fin dall’origine, ideali democratici e pratiche di potere tipiche degli Stati forti.

In un mondo dove le forme di governo possono cambiare volto, resta essenziale mantenere uno sguardo critico e consapevole su come il potere viene esercitato, chi lo detiene davvero e come questo influisce sulle nostre società. È certo che l’attuale contesto storico sta vivendo un momento difficile, e sembra necessario un cambiamento importante da parte del campo politico internazionale, chi più chi meno, se vogliamo vedere una democrazia interpretata in modo utile e autentica.


LE DUE FACCE DELL’AMERICA

Un impero sfinito tra conti in rosso e rivoluzioni di una sinistra senza méta

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Il progressivo declino delle Nazioni Unite non coincide con un singolo atto formale, ma con una sequenza di eventi che ne hanno progressivamente svuotato l’autorità. Per molti osservatori, il punto di rottura simbolico può essere individuato nell’invasione russa della Crimea nel 2014 e, successivamente, nel conflitto nel Donbas: violazioni evidenti del principio di integrità territoriale che non hanno incontrato una risposta efficace da parte del sistema di sicurezza collettiva internazionale. L’incapacità dell’ONU di intervenire in modo vincolante — anche a fronte di una sostanziale accettazione di fatto da parte delle grandi potenze occidentali — ha reso manifesto il limite strutturale dell’organizzazione. Questo processo di delegittimazione si è ulteriormente consolidato oggi con il nuovo decreto presidenziale di Donald Trump, che sancisce il disimpegno degli Stati Uniti da numerose agenzie delle Nazioni Unite.

Eppure, l’idea di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione e sulla risoluzione pacifica dei conflitti affonda le sue radici nel primo dopoguerra. La Società delle Nazioni, ispirata dal progetto wilsoniano del 1919, nacque dal tentativo di evitare il ripetersi delle devastazioni della Prima guerra mondiale attraverso la diplomazia multilaterale. Il suo fallimento, dovuto all’assenza di poteri coercitivi e alla riluttanza degli Stati a vincolarsi realmente, portò nel 1945 alla nascita delle Nazioni Unite, concepite come un’architettura più solida per garantire la sicurezza collettiva.

Tuttavia, anche l’ONU si è sviluppata all’interno del paradigma westfaliano della sovranità statale: gli Stati restano gli unici detentori del potere ultimo e l’organizzazione può operare solo sulla base del loro consenso. In assenza di una reale delega di sovranità, l’ONU ha progressivamente mostrato la propria incapacità di agire come autorità super partes proprio nei momenti in cui sarebbe stata chiamata a farlo. È in questa contraddizione strutturale — tra l’ambizione di prevenire la guerra e l’impossibilità di imporre decisioni vincolanti agli Stati — che risiede il suo fallimento operativo. Non è mai esistita una reale delega della sovranità statale.

Quindi la notizia di questi giorni secondo cui Donald Trump ha deciso di ritirare la partecipazione degli Stati Uniti da 66 agenzie delle Nazioni Unite non rappresenta una sorpresa. Essa si inserisce in una linea di critica ormai consolidata nei confronti delle organizzazioni internazionali che, nate come strumenti pragmatici di cooperazione tra Stati per garantire pace, stabilità e coordinamento, si sono progressivamente evolute in strutture di governance globale sempre più complesse, tecnocratiche e autoreferenziali. Secondo questa prospettiva, molte di esse tendono ad allontanarsi dagli interessi e dalle priorità democraticamente definite a livello nazionale, promuovendo invece agende normative e valoriali spesso percepite come ideologicamente orientate e scarsamente negoziabili.

Tali dinamiche sono lette come il risultato dell’influenza crescente di élite transnazionali, reti di esperti e attori non eletti che, pur operando in nome di beni pubblici globali, finiscono per ridurre gli spazi di autodeterminazione degli Stati. In questo contesto, la decisione americana di non continuare a investire risorse, capitale diplomatico e legittimazione politica in istituzioni ritenute inefficaci o in conflitto con i propri interessi appare coerente. A rafforzare tale posizione contribuiscono scandali che hanno minato la credibilità dell’ONU e delle sue agenzie, come quello che ha coinvolto l’Organizzazione Mondiale della Sanità, accusata di aver sottovalutato e gestito in modo opaco le prime fasi dell’epidemia di Covid-19 nonostante la consapevolezza della sua gravità. Episodi di questo tipo alimentano la percezione di un fallimento sistemico più che di singole inefficienze.

La decisione, in linea con la politica di favorire investimenti proficui, potrebbe portare a una revisione dei mandati dell’Onu e chissà a un miglioramento delle sue funzioni. L’assenza dei fondi americani sicuramente obbligherà i vertici a rivedere le proprie politiche e speriamo a rivalutare come meglio spendere i soldi allocati.

Ma se Trump si affatica in creare nuove linee politiche internazionali, dove capovolge e stravolge il “si è sempre fatto così”, la vera e drammatica situazione non è fuori dai confini nazionali, bensì all’interno. Le tensioni sociali, le disuguaglianze economiche, la polarizzazione politica e la fragilità delle istituzioni democratiche rappresentano oggi una sfida ben più urgente per gli Stati Uniti rispetto agli equilibri della governance globale.

Ancora una volta il Minnesota è al centro della scena politica interna, un epicentro di tensioni sociali aggravate da una gestione dell’informazione parziale e frammentaria. Il caso della signora Good è divenuto oggetto di particolare attenzione mediatica: mentre i media hanno inizialmente diffuso una versione unidirezionale dell’evento, la successiva apparente presenza di un filmato attribuito a uno degli agenti coinvolti — nel quale, secondo le ricostruzioni circolate successivamente, la donna e la sua compagna verrebbero presentate come attiviste retribuite impegnate a ostacolare le operazioni federali — ha contribuito ad alimentare narrazioni contrapposte ma anche dubbi sull’accuratezza e sulla completezza della cronaca giornalistica.

Questa confusione informativa si innesta su un terreno politico già instabile. La presenza degli agenti ICE nello Stato è strettamente legata a indagini federali finalizzate al contrasto di presunte frodi sistemiche che avrebbero sottratto ingenti risorse pubbliche alla cittadinanza, in un contesto segnato, secondo tali indagini, da carenze nella vigilanza locale. In questo scenario, la reazione del sindaco — che ha indirizzato espressioni dal linguaggio particolarmente aspro alle autorità federali — è stata interpretata da parte di diversi commentatori come problematica sotto il profilo del decoro e dei rapporti di collaborazione tra enti. Tale retorica è inoltre un possibile fattore di polarizzazione, con il rischio di legittimare movimenti di piazza in aperto contrasto con le forze dell’ordine. Ad oggi, il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha ordinato alla Guardia Nazionale di mettersi in stato di allerta e pronta a intervenire per supportare le forze dell’ordine locali nelle proteste e per proteggere infrastrutture critiche dopo la sparatoria dell’agente dell’ICE.

A conferma del clima di forte contrapposizione, si aggiunge la notizia di un hotel in franchising della catena Hilton che ha declinato le prenotazioni degli agenti ICE. Dopo l’eco mediatica iniziale, la sede centrale Hilton è intervenuta pubblicamente porgendo le proprie scuse e ritirando il marchio da quella struttura.

In questo clima di radicalizzazione emerge un aspetto raramente discusso: la professionalizzazione dell’attivismo. L’emergere di ipotesi secondo cui figure come la Good e la sua compagna svolgessero attività come “ICE tracker”, secondo quanto emerso dalle ricostruzioni successive, solleva interrogativi sulla natura di alcune mobilitazioni, spesso presentate come spontanee e popolari, ma ricondotte da alcuni analisti a circuiti organizzati e ideologicamente orientati. In questo quadro, secondo tali interpretazioni, la protesta tende a configurarsi come rappresentazione, mentre la narrazione ideologica finisce per prevalere sull’analisi dei fatti.

Nel tentativo di ammorbidire la situazione che vede molti americani furibondi per questo ladrocinio, sono arrivate delle pallide scuse pubbliche, attraverso i social, di alcuni imam del Minnesota, rivolte agli americani dopo giorni di silenzi e ambiguità. Un gesto che molti hanno percepito come tardivo e insufficiente: too little, too late. In una fase segnata da frodi, violenze e crescente sfiducia verso le istituzioni, le scuse formali non bastano a ricucire una frattura profonda, oltre ovviamente al grave danno economico.

I fenomeni di corruzione e collusione tra politica e gestione illecita dei fondi dei contribuenti non sono circoscritti a un singolo Stato, ma si estendono a diverse realtà degli Stati Uniti, dall’Ohio al Maine, dal Massachusetts all’Arizona. Tuttavia, per dimensione e impatto economico, la situazione più grave sembra essere quella della California. Qui l’intreccio tra grandi programmi pubblici, apparati amministrativi complessi e una supervisione spesso inefficace ha favorito nel tempo sprechi sistemici, frodi diffuse e un utilizzo distorto delle risorse fiscali, con conseguenze dirette sulla qualità dei servizi, sugli investimenti pubblici e sul carico fiscale che grava sui cittadini. La gravità del caso californiano non risiede solo nella presenza di illeciti, ma nella loro scala, che rende il problema strutturale e non episodico.

A confermare che il problema non è solo contabile ma di fiducia sistemica, arriva la reazione del capitale privato. Dopo Tesla, anche ambienti direttamente riconducibili a Google hanno ridotto la propria esposizione in California. Secondo documenti pubblici e ricostruzioni giornalistiche, Larry Page, co-fondatore di Google, ha trasferito fuori dallo Stato diverse entità societarie legate ai propri asset, rendendo nota la decisione solo dopo che i trasferimenti erano già avvenuti, nel contesto del dibattito sulla possibile introduzione di una tassa una tantum del 5% sui patrimoni superiori al miliardo di dollari. La scelta non è stata preceduta da annunci politici o negoziazioni pubbliche, ma comunicata ex post, come atto di tutela preventiva rispetto a una governance percepita come fiscalmente imprevedibile.

Ecco che l’amministrazione Trump decide di avviare una verifica federale rafforzata (“audit”) sulla gestione dei fondi pubblici da parte dello Stato della California, con particolare attenzione ai programmi sociali e assistenziali finanziati con risorse federali. Nei primi giorni di gennaio, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) ha annunciato il congelamento di miliardi di dollari di fondi federali, chiedendo allo Stato di fornire documentazione dettagliata sui beneficiari e sull’uso delle risorse, a fronte di rischi concreti di frode e di uso improprio. Il presidente Trump ha dichiarato pubblicamente che “l’indagine per frode è iniziata”, collegando l’intervento federale ai ripetuti scandali emersi negli ultimi anni nella gestione di programmi per l’assistenza sociale, i senza tetto e l’assistenza sociale (welfare). La California ha respinto le accuse, definendo la misura politicamente motivata, ma l’amministrazione federale ha ribadito che l’obiettivo è garantire che i soldi dei contribuenti vengano spesi in modo legale, tracciabile ed efficace, soprattutto alla luce dei precedenti audit federali e delle indagini penali già in corso su frodi multimilionarie.

Nonostante la California venga spesso presentata come un colosso economico globale, con un PIL nominale che ha superato i 4.000 miliardi di dollari durante la governance di Gavin Newsom, la forza dell’economia non si è tradotta automaticamente in solidità dei conti pubblici. È vero che lo Stato ha visto una crescita significativa del PIL rispetto agli anni precedenti, anche grazie al peso dei settori tecnologico, finanziario e dell’intrattenimento, ma questa crescita è stata in larga parte nominale, non sempre accompagnata da un ampliamento strutturale della base fiscale né da una distribuzione equilibrata dei benefici economici. In altre parole, la California è più ricca sulla carta, ma non necessariamente più sostenibile dal punto di vista della finanza pubblica. Infatti, i conti dello Stato sono tornati in rosso. Dopo aver ereditato un consistente surplus di bilancio all’inizio del suo mandato, l’amministrazione Newsom ha progressivamente ampliato la spesa pubblica, facendo leva anche su entrate straordinarie e fondi federali legati alla pandemia. Con l’esaurirsi di queste risorse, sono emersi deficit strutturali rilevanti, stimati in decine di miliardi di dollari nei prossimi esercizi fiscali. Questo scollamento tra un PIL in crescita e un bilancio statale in deficit evidenzia una fragilità di fondo: una governance che ha privilegiato l’espansione dei programmi e delle promesse politiche senza garantire un equilibrio duraturo tra entrate e uscite, scaricando il costo finale sui contribuenti e riducendo il margine per investimenti pubblici realmente produttivi.

Tanto per citare uno dei casi di frode, lo scorso ottobre sono stati arrestati due uomini di Los Angeles, costruttori, accusati di aver ottenuto in modo fraudolento milioni di dollari di fondi pubblici destinati alla costruzione di case a basso costo e che invece sono stati usati a uso personale per comprare beni di lusso o per riciclare denaro sporco e acquistare beni immobili sempre ad uso personale o come investimento. Il procuratore federale ha definito questi casi solo “la punta dell’iceberg” di un problema più ampio di denaro pubblico sprecato, mal gestito o sottratto indebitamente, con ricadute dirette sui contribuenti e sui servizi che quei fondi dovevano sostenere.

È proprio su temi come la gestione delle risorse pubbliche, la responsabilità delle istituzioni e la tutela dei contribuenti che il confronto politico tende ad intensificarsi in prossimità delle elezioni di metà mandato. In questo contesto, numerosi commentatori, giornalisti e opinion leader di primo piano si interrogano sul perché Donald Trump sembri concentrare la propria attenzione prevalentemente sulla politica estera, anziché affrontare con maggiore decisione le serie criticità interne, considerate da molti particolarmente urgenti.

Le midterm elections, che si terranno martedì 3 novembre, avranno ripercussioni politiche di enorme rilevanza. Si tratta delle elezioni di metà mandato che si svolgono due anni dopo le presidenziali e che servono a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Pur non eleggendo il presidente, sono decisive perché determinano chi controlla il Congresso, l’organo che approva le leggi, il bilancio federale, i finanziamenti agli Stati e che può avviare, rafforzare o bloccare indagini e audit. Oggi la maggioranza repubblicana alla Camera è estremamente risicata, il che significa che pochi seggi guadagnati o persi possono ribaltare completamente gli equilibri di potere a Washington.

Per Trump, questo voto è cruciale. Una Camera a maggioranza favorevole gli consentirebbe di portare avanti la propria agenda, rafforzare audit e controlli federali, condizionare la spesa pubblica e utilizzare il Congresso come leva politica nei confronti degli Stati ostili, come la California. Al contrario, una Camera controllata dall’opposizione potrebbe bloccare fondi, rallentare le riforme e trasformare il Congresso in un’arena di scontro permanente, fatta di audizioni, indagini politiche e conflitti istituzionali continui. Le midterm non sono quindi un voto “secondario”, ma un vero referendum sulla capacità del presidente di governare negli ultimi anni del mandato.

Il nodo più delicato riguarda però i Democratici. Pur non essendo allineati a Trump, faticano — o scelgono deliberatamente di non farlo — a costruire un fronte trasversale credibile contro le frodi, soprattutto quando queste coinvolgono programmi sociali, politiche per i senza tetto e assistenza pubblica. La ragione è eminentemente politica: riconoscere frodi sistemiche significherebbe ammettere fallimenti di governance nei propri Stati, incrinare la narrazione morale che sostiene molte politiche progressiste e rischiare di perdere il sostegno di parti dell’elettorato e delle reti associative che beneficiano di quei fondi. Ne consegue che la battaglia contro gli sprechi e l’uso improprio del denaro pubblico resta, in larga misura, una bandiera repubblicana, mentre il dibattito interno ai Democratici tende a concentrarsi su temi come l’identità di genere, il cambiamento climatico e un approccio prevalentemente ideologico all’immigrazione, spesso privo di un serio confronto sui controlli e sulla sostenibilità. In questo modo vengono lasciati in secondo piano la responsabilità politica e giuridica di chi governa, l’uso dei soldi dei contribuenti e la qualità della spesa pubblica. In definitiva, sarebbe necessario che entrambi i partiti tornassero a lavorare insieme per la res publica, superando le divergenze ideologiche, in un Paese che mostra sempre più le caratteristiche di un sistema fragile e perforato — non diversamente da un gruviera svizzero.