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NEW YORK, SPECCHIO DELL’AMERICA INQUIETA: TRA IDEALISMO PROGRESSISTA E RESA DEI CONTI CON IL CAPITALISMO

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Gli USA piacciono perché sono sempre all’apice del cambiamento, hanno il coraggio di provare nuove strade, nuove ricette. Ma di questi tempi sembra di assistere a una tragedia greca: se voti per me sei mio amico, se non voti per me sei il mio nemico, un fondamentalismo cieco ed eversivo dove come nemico devi venire cancellato.

Le elezioni per la poltrona di sindaco di New York — caratterizzate da un’affluenza record, la più alta degli ultimi 50 anni — hanno generato forti reazioni, riflettendo la profonda polarizzazione politica e sociale della metropoli.

Zohran Mamdani, 33 anni, figlio del professore di origine ugandese Mahmood Mamdani — docente di Government alla Columbia University — e della regista indiana Mira Nair, autrice di film premiati come Monsoon Wedding e The Namesake, è finito al centro di un acceso dibattito politico e mediatico.

Leggendo le pubbliche affermazioni dei genitori di questo ragazzo, in effetti c’è da preoccuparsi. Il padre, Mahmood Mamdani, è noto per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti dell’Occidente: in un libro e in diverse interviste ha sostenuto che dovremmo “capire” piuttosto che demonizzare figure estreme come l’Unabomber — ricordiamo che l’Unabomber, oltre ad aver ucciso tre persone e ferito più di venti, ha tenuto l’America in soggezione per mesi ogni volta che si riceveva un pacco non identificabile, per paura che ci esplodesse in faccia – mentre in un’altra occasione, lo stesso professore è stato accusato di aver paragonato il presidente Abraham Lincoln a Hitler, scatenando l’indignazione pubblica. (Anche qui ricordiamo che fu Lincoln a volere estendere il diritto al voto per i maschi di colore.)

La madre, Mira Nair, una delle più apprezzate registe del cinema indipendente, ha più volte espresso posizioni politiche molto nette, criticando la cultura americana contemporanea e appoggiando movimenti progressisti, ma soprattutto dimostrando quanto fosse orgogliosa che suo figlio, ventunenne all’epoca dell’intervista, non fosse assolutamente americano anzi un “vero desi” – ossia di origine indiana/pakistana.

Da un lato, i repubblicani hanno colto l’occasione per usare i profili dei genitori di Mamdani come simbolo di un’élite accademica e culturale lontana dalla vita reale dei newyorkesi; dall’altro, i progressisti difendono il giovane candidato come l’incarnazione di una nuova generazione di americani cosmopoliti, idealisti e pronti a sfidare lo status quo.

Mentre New York ha eletto il suo più giovane sindaco, di origine ugandese e musulmano, il resto del Paese sembra attraversare una stagione di contrasti e ombre.

È morto Dick Cheney, 84 anni, l’ex vicepresidente più lugubre che gli Stati Uniti abbiano avuto: l’architetto della guerra in Iraq, l’uomo che ideò e difese il programma di “interrogatori rafforzati” — il progetto torture che dopo l’11 settembre segnò la deriva morale dell’America. Quello che abbiamo fatto in Iraq era la cosa giusta da fare”, dichiarò senza esitazione. “Se dovessi raccomandarlo di nuovo, lo farei esattamente allo stesso modo.”
Un testamento politico, ma anche etico, che risuona come un’eco inquietante nel clima odierno.

Intanto, sul fronte economico, le notizie sono sempre più fosche. Milioni di americani vivono ancora di food stamps, o buoni alimentari: oltre 41,7 milioni di persone, cioè più del 12% della popolazione, dipendono da questo programma di sostegno economico. E mentre il numero di famiglie in difficoltà cresce, i più ricchi sono diventati ancora più ricchi: l’1% più abbiente detiene ormai circa il 30% della ricchezza nazionale, e le 20 famiglie più facoltose hanno visto la loro fortuna aumentare di oltre un trilione di dollari in un solo anno.

Ma la crisi non è solo nei numeri: è nelle persone che perdono il lavoro. È di ieri la notizia che Amazon ha annunciato 14.000 licenziamenti del personale d’ufficio, e molto probabilmente il numero supererà i 28.000, man mano che l’intelligenza artificiale verrà a sostituire alcune mansioni; Target (importante catena nazionale di grandi magazzini) taglierà 1.800 posti, General Motors più di 3.300 nel settore dei veicoli elettrici, Paramount Global circa 2.000 dopo la fusione con Skydance, e UPS ha già eliminato 48.000 posizioni ad oggi.
In totale, oltre 70.000 persone hanno perso il lavoro solo tra le grandi aziende citate.

Di fronte a questo scenario, la Federal Reserve ha tagliato i tassi d’interesse per la seconda volta consecutiva, e Jerome Powell ha parlato apertamente di un “mercato del lavoro in indebolimento”.
Il rallentamento è reale, ma anche il senso di smarrimento che si percepisce ovunque: l’America che da sempre si è reinventata, oggi deve rivedere le conseguenze della propria velocità, e le sue politiche.

Ed è qui che guardiamo al successo di Mamdami per capire se le idee, al di là delle facili etichette, troveranno esecuzione.

Le priorità del sindaco Zohran Mamdani

1. Casa accessibile e quartieri sostenibili
Mamdani punta a rendere New York una città dove vivere non sia un privilegio per pochi. Propone un blocco degli affitti per le abitazioni regolamentate e un piano decennale per la costruzione di 200.000 nuove case a prezzi accessibili. Intende inoltre combattere le frodi immobiliari e aumentare la densità edilizia intorno ai nodi di trasporto pubblico, favorendo una città più vivibile senza speculazioni immobiliari.

2. Trasporti pubblici gratuiti ed efficienti
Uno dei suoi cavalli di battaglia è l’introduzione di autobus gratuiti in tutta la città, seguito da un potenziamento del trasporto pubblico e un miglioramento dei collegamenti nelle zone periferiche.

3. Istruzione e infanzia
Asili nido e scuola dell’infanzia gratuiti per tutte le famiglie; investimenti nelle scuole pubbliche per renderle più sicure ed ecologiche.

4. Politica fiscale equa
Aumento delle tasse del 2% sui redditi superiori al milione di dollari e sulle grandi imprese destinando le nuove entrate a sanità, casa, istruzione e trasporto pubblico.

5. Città verde e resiliente
Promuove una visione di New York come città sostenibile: retrofit energetici, pannelli solari sui tetti e riconversione degli spazi urbani “fragili” in aree verdi.

New York City

6. Diritti e giustizia sociale
Vuole rafforzare lo status di “città santuario” per gli immigranti, garantendo assistenza legale gratuita inclusi quelli già detenuti o in procedimenti d’immigrazione. Sostiene l’estensione dell’assistenza sanitaria inclusiva per le persone LGBTQ+ e una riforma della giustizia penale centrata sulla prevenzione e l’uso dei servizi sociali più che sulla repressione.

Noi europei, abituati a politiche sociali e a un diverso equilibrio tra Stato e mercato, non ci spaventiamo di fronte a proposte come queste. Ma per gli Stati Uniti rappresentano quasi una tragedia ideologica: la visione di Mamdani viene già paragonata da molti alla Russia pre-1989.
Eppure, sulla carta, chi non vorrebbe un programma simile? In un Paese dove gli affitti hanno raggiunto livelli insostenibili e gli stipendi non tengono il passo con le spese di base, le sue proposte rappresenterebbero un netto miglioramento della qualità di vita, tanto per i meno abbienti quanto per la classe media.

Il problema è che Mamdani non ha fatto i conti con la mentalità americana: di fronte a condizioni sfavorevoli, molti preferiscono andarsene piuttosto che attendere un cambiamento. E New York, oggi, ne è la prova: secondo i dati ufficiali del New York City Department of Planning, la città ha perso circa 78.000 residenti tra il 2022 e il 2023, un calo dovuto soprattutto alla migrazione verso stati con costi più bassi.
Il Fiscal Policy Institute spiega che la maggior parte di chi lascia appartiene alla classe media o medio-bassa, famiglie con bambini piccoli e redditi insufficienti ad affrontare affitti e spese di base.
Nel frattempo, quasi mezzo milione di persone ha abbandonato lo stato di New York nello stesso periodo, secondo Business Insider, mentre i grandi patrimoni — quelli del top 1% — restano stabili, almeno per ora.

Ma per quanto ancora?
Secondo Bloomberg Wealth, diversi family office e fondi privati con sede a Manhattan stanno trasferendo residenza fiscale e sedi operative in stati come Florida, Texas e Nevada, dove la tassazione è più favorevole.
Un’analisi di SmartAsset e dei dati dell’IRS mostra che 1.800 contribuenti con redditi superiori al milione di dollari hanno lasciato New York nel 2023, spostando con sé quasi 4 miliardi di dollari di reddito imponibile.
La Tax Foundation avverte che, se la tendenza dovesse continuare, lo stato rischia di perdere oltre 10 miliardi di dollari di entrate fiscali entro il 2027.
Il motivo è semplice: a New York City la somma tra imposte statali, federali e municipali può arrivare al 14,8% sui redditi più elevati — una pressione che, unita al costo della vita e alla percezione di instabilità normativa, sta spingendo i capitali verso Sud.

E i ricchi, si sa, non ci mettono molto a reagire. Basta guardare alla California, dove il governatore Gavin Newsom — dopo aver aumentato le tasse sui redditi alti — è riuscito a far scappare persino l’ex democratico Elon Musk, insieme a qualche miliardo di dollari di entrate fiscali.

Resta da capire quanto i poteri forti permetteranno al giovane sindaco di attuare le sue politiche, perché New York, simbolo per eccellenza del capitalismo americano e del sogno di realizzazione individuale, è anche il luogo dove ogni riforma incontra la resistenza degli interessi economici più consolidati. L’America sta attraversando una crisi importante che non risparmia nessuno: non solo i ceti popolari, ma anche la classe media, schiacciata tra il costo della vita, gli affitti fuori controllo e per molti si aggiunge il peso dei debiti universitari.
L’America di Mamdani nasce da un’idea nobile — ridare equilibrio e dignità a un sistema che ha smarrito la misura umana — ma rischia di infrangersi contro la stessa logica che ha reso grande New York: quella della competizione sfrenata, della ricerca del successo individuale e dell’eterna fiducia nel mercato come soluzione di tutto. Eppure, se c’è un posto al mondo dove i sogni possono ancora sfidare il cinismo, è proprio New York. Mamdani lo sente: la sua battaglia è culturale più che politica.

I cambiamenti, a New York, cominciano sempre con un sogno — e spesso con quel “qualcuno” di abbastanza ostinato (e fortunato) da crederci. In una città che ha fatto della libertà individuale la sua religione, l’idea di un’equità collettiva resta un atto di fede e come ogni fede, avrà bisogno di tempo per diventare realtà. E noi, alla finestra, guardiamo ponderando se – come si dice qui “he is going to drink from a firehose” (bere da una manichetta antincendio – “riuscirà a non affogare in quel mare magnum newyorkese?).


Tra Antifa e polarizzazione: dentro il caos della politica americana

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

ANTIFA: origini ed evoluzione

Una prima definizione di ANTIFA è una contrazione dell’espressione antifascista. Si riferisce a una rete decentralizzata di militanti/collettivi di estrema sinistra che si oppongono a quelli che ritengono fascisti, neo-nazi, suprematisti bianchi/razzisti o più in generale estremisti di destra. Mentre alcuni considerano gli Antifa un sottoinsieme degli anarchici, gli aderenti spesso mescolano opinioni anarchiche e comuniste.

Uno dei simboli più comuni usati dagli Antifa combina la bandiera rossa della Rivoluzione russa del 1917 e la bandiera nera degli anarchici del XIX secolo. I gruppi Antifa conducono spesso contro-proteste per interrompere raduni e manifestazioni di estrema destra, organizzandosi in black bloc (raduni ad hoc di individui che indossano abiti neri, passamontagna, sciarpe, occhiali da sole e altro materiale per nascondere i loro volti), usando ordigni esplosivi improvvisati e altre armi artigianali e ricorrendo al vandalismo. Inoltre, i membri Antifa pianificano le loro attività attraverso i social media, le reti peer-to-peer crittografate e i servizi di messaggistica crittografata come Signal.

Le origini storiche

Le origini di Antifa risalgono alla Germania dei primi anni ’30 e all’opposizione anti-nazista. I colori della sua bandiera provengono da quel contesto storico e non hanno alcun legame con i colori della bandiera palestinese, seppur simili.

L’evoluzione in Europa

Come i Black Block che un tempo colpirono l’immaginario comune perché composti da individui completamente vestiti di nero e mascherati per non essere identificabili, così Antifa ha adottato lo stesso stile, migliorando e perfezionando quanto appreso dai predecessori.

Se si è vissuto il periodo caldo italiano degli anni ’70, quando diversi piccoli partiti di estrema sinistra si scontravano con l’estrema destra quasi ogni sabato nei centri città — e non importa quale, poiché si trattava di un fenomeno diffuso su tutto il territorio italiano — e se si ricordano, dai primi anni 2000, le azioni violente dei Black Block che si infiltravano sistematicamente in numerose manifestazioni in tutta Europa, si capirà che ANTIFA non è un fenomeno nuovo. Chi li immagina come un gruppo di giovani che sfila contro decisioni politiche centrali, si sbaglia — e di molto.

Antifa negli Stati Uniti

 Negli Stati Uniti, ANTIFA si manifesta dapprima negli anni ’80, e in seguito emerge apertamente sulla scena a partire dal 2016. Insieme al movimento Black Lives Matter, non trova una definizione univoca tra i vari think tank, siano essi conservatori o liberali: c’è chi la considera un movimento, chi una rete di individui che condividono opinioni simili e protestano contro i suprematisti bianchi — spesso vandalizzando proprietà altrui — e chi invece ritiene che sia un’organizzazione ben strutturata e sovvenzionata. Viene generalmente considerata come un insieme di gruppi violenti.

Il ricercatore Andrea Molle (START InSight) scrive che  “Antifa non costituisce un’entità strutturata, provvista di un minimo livello di leadership centralizzata, di un’appartenenza ben definita o di un apparato finanziario coerente”;  “è più appropriato descriverla come un movimento sociale decentralizzato, contraddistinto da un’auto-proclamata ideologia antifascista, da reti locali e da un repertorio eterogeneo di pratiche che spaziano da forme di protesta pacifica fino a modalità di confronto violento”. 

Secondo Seth G. Jones, (presidente del Dipartimento per la Difesa e la Sicurezza e Harold Brown Chair presso il Center for Strategic and International Studies – CSIS), “Antifa non è un movimento monotematico, e i sostenitori di Antifa non si oppongono semplicemente al fascismo. “L’antifascismo”, scrive Mark Bray nel suo studio su Antifa, “è una politica illiberale di rivoluzione sociale applicata alla lotta contro l’estrema destra, non solo contro i fascisti letterali”. I simpatizzanti Antifa si concentrano su altre questioni, tra cui l’attivismo ambientale, la mobilitazione contro la guerra e l’antirazzismo.”

Nel 2020, durante le proteste seguite all’uccisione di George Floyd, Donald Trump scelse Antifa come bersaglio retorico per incarnare il caos e la minaccia interna. Senza alcun atto formale, annunciò via Twitter che gli Stati Uniti avrebbero designato il movimento, come “organizzazione terroristica”, pur sapendo che la legge americana non consente tale classificazione per gruppi domestici. Fu un gesto politico, non legale — un’arma di comunicazione. In un Paese già diviso, “Antifa” divenne un contenitore semantico: il volto dell’anarchia, per la destra, un capro espiatorio per giustificare una risposta securitaria alle proteste razziali. In realtà, nessun documento federale o rapporto dell’FBI provava l’esistenza di un coordinamento nazionale, ma la parola funzionò come marchio emotivo: bastava nominarla per evocare disordine e paura.


Foto di Moises Gonzalez su Unsplash

Cinque anni dopo, lo scorso settembre 2025, Trump ha trasformato quella minaccia simbolica in un atto di governo. Con l’Executive Order “Designating Antifa as a Domestic Terrorist Organization”, la Casa Bianca ha ordinato a tutte le agenzie federali di indagare e smantellare ogni attività “condotta da Antifa o da chi agisce per suo conto”. È la prima volta che un presidente tenta di applicare la designazione di terrorismo a un movimento interno — un passo che molti giuristi considerano incostituzionale e potenzialmente liberticida. Se nel primo mandato “Antifa” era un nemico immaginario, nel secondo è diventata un nemico di Stato. È il passaggio dal linguaggio della campagna al linguaggio del potere: la retorica si fa norma, e l’immaginario politico si traduce in sorveglianza reale. Così la pensa Faiza Patel del Brennan Center for Justice.

Sul fronte opposto rispetto alle critiche del Brennan Center, il think tank conservatore America First Policy Institute e diversi esponenti della sicurezza nazionale vicini a Trump, come Chad F. Wolf, ex segretario alla Homeland Security, hanno salutato con favore l’ordine esecutivo che designa Antifa come organizzazione terroristica domestica. In un editoriale pubblicato su Newsmax il 25 settembre 2025, Wolf descrive la misura come “una risposta necessaria e attesa da tempo” contro una rete di “militanti anarchici” che per anni avrebbero “terrorizzato le città americane nell’impunità quasi totale”. Citando i dati delle proteste del 2020 — oltre 500 episodi di violenza, 2 miliardi di dollari di danni e 1.000 agenti feriti — l’ex ministro dipinge Antifa non come un concetto astratto, ma come un “network organizzato e finanziato attraverso canali opachi”. L’ordine, secondo lui, consentirebbe finalmente alle autorità federali di “indagare, interrompere e perseguire le attività criminali di Antifa ai sensi delle leggi sul terrorismo”. Wolf accusa, inoltre, i media liberal e il Partito Democratico di aver “normalizzato la violenza politica” e di definire “attivismo” ciò che, a suo avviso, “gli americani chiamano anarchia”. In questa visione, il decreto di Trump diventa non un atto simbolico ma un segnale di forza: il tentativo di ripristinare l’ordine in un Paese che, secondo i suoi sostenitori, “ha tollerato troppo a lungo la violenza travestita da protesta politica”.

Fare politica oggi in America

Ma con tutte le problematiche attuali che affliggono questa nazione, da quelle economiche alle violenze per strada, fare politica oggi negli Stati Uniti non è semplice, perché la polarizzazione ha creato all’interno del discorso violenze che prima non esistevano. Ne ho parlato con Jolene, signora sui 40 anni che ha deciso di correre come assessore della sua cittadina nel sud est dell’America, ricca, perché ha un budget di 230 milioni di dollari e la cui popolazione è composta principalmente da pensionati del nord, e quindi senza debiti e felici di dedicarsi al golf, al caldo.

Le ho chiesto cosa vuol dire offrire la propria candidatura per diventare amministratore di questo territorio. Mi racconta che la campagna elettorale, oggi, è divenuta una guerra culturale dove ogni parola si trasforma in una prova di fedeltà, un segnale di schieramento.

Negli Stati Uniti, questa dinamica si riflette sempre più chiaramente nelle strategie dei leader che si preparano alla prossima sfida presidenziale. Dalle primarie democratiche alle candidature emergenti — come quella di Gavin Newsom, governatore della California, che molti vedono già in movimento — la politica appare ormai come un gioco di identità più che di idee. Le piattaforme digitali hanno dissolto i confini tra dibattito e spettacolo, tra rappresentanza e influenza. Così, “fare politica” oggi è spesso costruire un’identità pubblica prima ancora di un programma, scegliere simboli più che soluzioni. I candidati non cercano solo voti ma visibilità e i movimenti — da Antifa ai gruppi pro-Trump — diventano specchi di un Paese che si definisce non per ciò che desidera, ma per ciò a cui si oppone. In questa America frammentata,  la politica non è più il luogo del compromesso, ma il teatro della contrapposizione, dove consenso e conflitto si confondono fino a diventare lo stesso linguaggio.

Parlando con Jolene, mi sembra di aver trovato una goccia preziosa in un mare magnum di contraddizioni. Giovane atletica, è entrata nell’arena politica dopo aver conosciuto un assessore della sua cittadina, che “sembra essere stata eletta più per beltà che per merito” – “e quindi mi sono chiesta, ma è tutto qua quello che possiamo fare?”-“da donna mi sono vergognata, dovremmo rappresentarci come persone preparate non belle statuine!”, e così si è buttata nella mischia.

Con due figli già grandi, uno pilota nell’aeronautica militare, l’altra che vive a New York e da vera millenial si è innamorata del candidato sindaco democratico Zohran Mamdani, Jolene mi racconta le dinamiche di chi governa e amministra la “cosa pubblica”, e ho l’impressione di ascoltare un’antica storia all’italiana. Intrighi, strategie di convenienza e clientelismi: ce n’è per tutti. Non si scoraggia nemmeno quando realizza che rimuovono i suoi cartelli pubblicitari esposti nelle aiuole del centro città.

Ma nel “magna magna” generale, la categoria che si staglia fra tutte è quella dei costruttori di case a basso costo, anonime, a schiera, stile Jugoslavia di Tito, che, visti i profitti, hanno fatto chiudere qualche occhio di troppo a chi è responsabile dei permessi. Infatti, non c’è un piano urbanistico, uno studio sulle infrastrutture necessarie, solo avidità per un guadagno facile, mentre centinaia di alberi vengono abbattuti senza pietà.

Jolene non ha né affiliazioni né sponsor, solo chi, qua e là, le vuole donare qualche dollaro da spendere per la sua pubblicità. Ogni giorno dedica due ore a bussare alle porte e a presentarsi.

Jolene non si illude, ma continua la sua campagna elettorale. “Voglio vincere!” dice. “E spero che parlando chiaro ci sia la possibilità di cambiare direzione perché questa non è crescita, è distruzione del territorio.”

Le sue parole riassumono il paradosso di molte comunità americane: territori svenduti a costruttori senza scrupoli, amministrazioni locali piegate agli interessi privati e cittadini ormai rassegnati a non contare. La politica diventa così un terreno di scontro tra chi costruisce per profitto e chi cerca di difendere un’idea di comunità.

Realizzo che il cambiamento, in una nazione che sembra vivere una guerra civile sotterranea — più silenziosa che dichiarata — può arrivare solo dal basso verso l’alto. Forse, con tante Jolene, il sogno americano può tornare a essere qualcosa di reale? Lo speriamo tutti.

Foto di copertina di Julian Wan su Unsplash


LA VERA GUERRA DI TRUMP

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

LA NUOVA GEOGRAFIA TRUMPIANA

Che dir si voglia, Trump ha rivoluzionato il mondo, dando un calcio alla scacchiera internazionale e obbligando tutti a un cambio. Seppur nei suoi modi da John Wayne, non possiamo non constatare che gli stalli non fanno bene a nessuno e che provare nuove strade non è poi né disdicevole, né infruttuoso. C’è sempre da imparare.
A Trump, tuttavia, resta da combattere la peggiore delle guerre: quella interna agli Stati Uniti.

L’America che oggi si presenta agli occhi del visitatore è un Paese stanco, svuotato di entusiasmo e immaginazione. Una società che sembra aver perso la propria scintilla creativa, incapace di ridere di sé stessa e di rigenerarsi culturalmente. Persino la comicità — un tempo motore del pensiero critico — si è spenta: Jimmy Kimmel, un esempio tra tutti, protetto dal sistema hollywoodiano, nonostante le ingenti perdite finanziarie della Disney, suo datore, continua a rappresentare una satira prevedibile e autocompiaciuta, salvato più dal conformismo dell’ambiente che dal talento. “Cane non mangia cane”, si direbbe: chi appartiene al cerchio giusto non rischia mai.

Così come il panorama dell’intrattenimento (talk show ripetitivi, serie televisive popolate da eroi intercambiabili e una Hollywood ormai piegata alla logica del politically correct e dei supereroi riciclati, incapace di innovare), la stessa apatia attraversa il mondo universitario. Il campus americano, un tempo laboratorio di idee e di libertà, è divenuto il simbolo di una cultura che si autocensura, dove la diversità di opinioni è tollerata solo se conforme al pensiero dominante. Da sempre cuore pulsante dell’innovazione intellettuale americana, oggi le università, anche quelle più prestigiose, sono più impegnate a ridefinire i pronomi corretti che a coltivare un pensiero critico capace di misurarsi con la complessità del reale. 

L’America oggi non è più la “terra dell’audacia”, ma un laboratorio di disillusione collettiva. La patria del “I have a dream” sembra incapace di sorridere o di sorprendere, imprigionata in una identità frantumata tra nostalgie, contraddizioni, e simulacri.

Rientrata da New York dopo la kermesse delle Nazioni Unite, ho trovato una città dove impera l’odore di marijuana, di urina e sporcizie. I mille negozietti da scoprire sono spariti, vuoti bui in cerca di nuovi affittuari; i grandi magazzini, stile Rinascente, una volta affollati di mercanzie made in the USA hanno qualche bancone con le solite firme che tutti conosciamo perché principalmente nostre, inavvicinabili per i prezzi e ancora una volta noiosamente ripetitivi. Infine, l’immagine più straziante, ad eccezione del quadrilatero ricco, i marciapiedi dal lato dei palazzi ospitano giovani maschi tra i 30 e i 40 buttati a terra, fatti o meno, dormienti, che non chiedono nemmeno le elemosine. Un quadro devastante.

Ma spostiamo ad altre realtà. Portland, dove Trump ha inviato la Guardia Nazionale non è diversa, anzi peggio. Negozi con le serrande a metà, scaffali mezzi vuoti, è una città fantasma. Denver, idem. La strada principale vuota, i palazzi in centro bui perché inutilizzati ad eccezione di quelli pubblici. La maggioranza degli impiegati lavora da casa e quindi, di conseguenza ristoranti e bar falliti o no hanno chiuso, e chi si è impadronito delle strade sono i senza tetto, di cui molti drogati.

LA DROGA IL MALE DI TUTTI I MALI

Diversi Stati, per ridurre o contenere lo spaccio di droghe leggere, come la marjuana, l’hanno legalizzata sperando di ottenere risultati soddisfacenti. Se da un lato la legalizzazione ha portato soldi alle casse dello Stato, diminuito gli arresti e quindi alleggerito polizia e tribunali, dall’altro ne è aumentato l’uso esponenzialmente. (Nuovo studio della Carnegie Mellon / dati da sondaggi (2008–2022). Tra il 2008 e il 2022, il tasso di segnalazione dell’uso di cannabis nell’ultimo anno è aumentato del 120%.

Chicago, altra metropoli di cui si parla da settimane, non è lontana da questa realtà, ma in più, rispetto a Portland soffre delle guerre tra gang. Dopo Washington DC, che è stata negli anni 90 la città con più assassinii del mondo (e io c’ero), Chicago oggi la segue, ma secondo il suo governatore, non è vero, anzi gli omicidi sono diminuiti. La polizia infatti che ha sempre compilato un rapporto annuale sullo stato delle cose, dal 2023 ha deciso di non registrare più nel suo database gli omicidi per mano di gangs. A guida democratica da più di 90 anni, (fu infatti il polo vincente per Kennedy durante le presidenziali del 1960) i repubblicani ne contestano la gestione, accusando il partito di aver trasformato la città in un laboratorio di politiche progressiste inefficaci, incapaci di affrontare in modo strutturale la criminalità, la povertà e la fuga della classe media.

Dopo la stagione dei diritti civili degli anni 60 dove giustamente l’esecutivo di Washington ha spinto per l’integrazione razziale a tutti i livelli, la sinistra americana, si è man mano, appropriata di questo canale per affondare radici lontane dal credo fondante statunitense, trasformandola in un campo di battaglia ideologico.

È di questo periodo, in cui il dibattito pubblico si irrigidisce e la politica tende a confondere giustizia con appartenenza, che Caroline Kennedy, seguendo le orme del padre, riporta l’attenzione sull’essenza autentica del coraggio civile pubblicando il libro “Profiles in Courage for Our Time “ – (2002): una raccolta di tredici saggi dedicati a uomini e donne che, in epoche diverse, hanno anteposto la coscienza e la verità morale al calcolo politico.

“Il coraggio politico non appartiene al passato. Ogni epoca produce uomini e donne disposti a rischiare tutto pur di rimanere fedeli alla verità.”  — Caroline Kennedy, Introduzione (2002)

Ma negli anni successivi, il legittimo desiderio di giustizia e inclusione ha lasciato spazio a una nuova forma di radicalismo — il cosiddetto woke movement — che, pur nascendo da istanze egualitarie, ha finito per imporre regole e dialoghi che hanno reinterpretato la libertà di espressione in un terreno di scontro più che di progresso.

Ma è giusto l’uso della forza militare internamente ?

Il giuramento delle forze armate recita: “I do solemnly swear that I will support and defend the Constitution of the United States against all enemies, foreign and domestic; that I will bear true faith and allegiance to the same; and that I will obey the orders of the President of the United States and the orders of the officers appointed over me, according to regulations and the Uniform Code of Military Justice. So, help me God.”

L’uso dell’esercito per azioni di polizia all’interno del Paese è vietato dal Posse Comitatus Act (1878) per evitare che il governo federale possa usare le forze armate come strumento politico o repressivo (salvo eccezioni : Little Rock, 1957: Eisenhower per garantire l’integrazione scolastica; Los Angeles Riots, 1992: Bush Sr. autorizzò l’intervento dell’esercito per ristabilire l’ordine pubblico).

La realtà oggi è un’altra. Se da un lato la Guardia Nazionale è stata dislocata a Portland e a Chicago per difendere i palazzi dove risiedono gli impiegati ICE (l’Agenzia per l’immigrazione e le dogane) è perché l’amministrazione Trump ha giustificato tali interventi come azioni necessarie per proteggere le infrastrutture federali e garantire la sicurezza del personale governativo, in risposta a episodi di vandalismo, disordini e proteste anti-immigrazione che avevano preso di mira questi uffici.
Secondo la Casa Bianca, l’obiettivo non è reprimere il dissenso politico, ma difendere la sovranità delle istituzioni federali di fronte a governi locali considerati “inerti” o “troppo permissivi” nel proteggere la presenza di immigrati illegali.

Tuttavia, per la sinistra americana e gran parte dell’opinione pubblica, tali azioni rappresentano una grave forzatura del principio di autonomia statale e un uso politico della forza federale. In molti hanno denunciato la presenza della Guardia Nazionale e di agenti armati non identificati come una deriva autoritaria, tesa più a intimidire che a proteggere, in netto contrasto con lo spirito del Posse Comitatus Act, che limita l’impiego delle forze armate in ambito civile.

Ma dopo anni di laissez-faire le immagini e le esperienze quotidiane portano conclusioni lontane dalle lamentazioni della sinistra.

Parlando con un veterano militare “William”, appartenuto alla US Army Airborne, forze d’assalto dietro le linee nemiche andato in missione in Iraq ben due volte, mi racconta che non si riconosce in questa America, polarizzata, drogata, e lontana dal credo di onore, coraggio, onestà e trasparenza. Gli chiedo se si immagina una guerra civile nello stile 2025 e mi cita l’insurrezione del 6 gennaio, sulla quale ridiamo ambedue perché quella, per noi, non è una insurrezione ma una mascherata da Halloween. E noi europei abbiamo visto ben altro il secolo scorso. E Charlie Kirk allora? Non resisto a chiedere. “Sicuramente un perfetto omicidio su commissione”. Pondero ma ambedue non sappiamo da chi? L’estrema sinistra che ha visto un mago (Charlie) trasformare i campus universitari in una possibile nuova America conservatrice? Il Mossad? Perché Charlie ha voltato le spalle a Netanyahu? Oppure gli stessi repubblicani perché Kirk chiese anche lui di mostrare i files di Epstein. Insomma, le teorie volano e noi le lasciamo correre.

In conclusione, la nuova geografia trumpiana non è soltanto una riedizione di vecchie battaglie politiche: è la fotografia di un Paese che si confronta con la rottura tra narrazione e realtà. Da un lato c’è la retorica della sicurezza, dell’ordine e del ritorno alla normalità; dall’altro c’è la vita quotidiana di città svuotate, quartieri senza negozi, veterani che non riconoscono più la patria per cui hanno servito. Quando le leve del potere vengono usate per proteggere istituzioni federali — e contemporaneamente vengono denunciate come strumento di intimidazione politica — la democrazia rischia di perdere la fiducia necessaria per funzionare. Il coraggio evocato da Caroline Kennedy rimane la bussola: non è nell’uso della forza fine a sé stessa, ma nella capacità dei leader di cambiare il discorso politico per ristabilire una normalità più che necessaria senza sacrificare libertà civili e autonomia locale.

Sul piano economico, il quadro è altrettanto complesso. L’inflazione, unita alle politiche di tassazione sulle importazioni e all’idea di “ricreare una manifattura statunitense”, rappresenta un lungo progetto di sovranità produttiva che però, nel breve periodo, tampona da un lato e soffoca dall’altro. Le tariffe introdotte per proteggere il mercato interno finiscono per alzare i costi: le imprese importatrici trasferiscono i sovrapprezzi ai cittadini, che vedono lievitare i prezzi quotidiani. Secondo la Federal Reserve Bank di San Francisco, un dazio uniforme del 25 % comporterebbe un aumento del 2,2 % dei beni di consumo e fino al 9,5 % dei beni d’investimento .
Lo Yale Budget Lab stima che le misure tariffarie introdotte nel 2025 abbiano già spinto i prezzi dell’abbigliamento dell’8 % solo per il provvedimento del 2 aprile e del 17 % considerando l’intero pacchetto dell’anno.
 Anche la Boston Fed conferma che gli aumenti dei prezzi di importazione non restano confinati ai confini commerciali ma si propagano nel paniere dei beni di consumo, mentre J.P. Morgan avverte che le imprese americane, dopo aver inizialmente assorbito l’impatto, tenderanno inevitabilmente a scaricarlo sui consumatori finali.
Il Financial Times osserva che i rincari si fanno già sentire su hardware, abbigliamento e beni elettronici.

Di fatto, le misure pensate per “salvare” l’economia americana stanno colpendo chi la sostiene ogni giorno: i cittadini. La crisi dei centri urbani, aggravata dallo smart working, dalla chiusura di attività locali e dall’aumento del costo della vita, ha eroso la base fiscale e indebolito il tessuto sociale. Servono interventi strutturali: investimenti pubblici e privati per riqualificare infrastrutture e housing, incentivi fiscali che favoriscano la riconversione produttiva, programmi di sostegno per i lavoratori e per le comunità colpite. Possiamo solo sperare che queste nuove politiche economiche trasformino e restituiscano a questa “immensa isola” la dignità, l’autonomia e il dinamismo che l’hanno resa grande.

Questa è la vera guerra di Trump: troverà l’America la sua pace?


LO SHUTDOWN CHE VORREBBE RIDISEGNARE L’AMERICA – DUE LATI DELLA STESSA MEDAGLIA

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Il cosiddetto government shutdown non è una novità per gli Stati Uniti. Dal 1980 ad oggi, il governo federale ha visto e superato oltre 20 episodi di chiusura parziale o totale delle proprie attività, causati dall’impossibilità del Congresso e della Casa Bianca di raggiungere un accordo sui bilanci annuali o su leggi di spesa temporanee (Continuing Resolutions).

Le origini

Il meccanismo affonda le radici nell’Antideficiency Act, una legge federale che proibisce alle agenzie governative di impegnare fondi se non esiste un’esplicita approvazione da parte del Congresso. Quando il budget scade senza rinnovo, i dipendenti (ad eccezione di quelli indispensabili, come i controllori di volo ad esempio) vengono messi in furlough – sospensione temporanea (o come molti la soprannominano, “in vacanza”), mentre i servizi fondamentali vengono comunque garantiti.

Gli episodi più significativi 

  • Anni ’90 (era Clinton): diversi shutdown dovuti ai contrasti con il Congresso a maggioranza repubblicana sulla spesa pubblica e il deficit. Quello del 1995–1996 durò complessivamente 27 giorni.
  • Ottobre 2013 (era Obama): 16 giorni di blocco, frutto dello scontro sull’Obamacare, con oltre 800.000 dipendenti federali in furlough.
  • Dicembre 2018 – Gennaio 2019 (era Trump): il più lungo della storia moderna, 35 giorni, legato al finanziamento del muro al confine con il Messico.
  • Altri episodi  – più brevi  – hanno spesso riguardato divergenze su tasse, sanità, difesa, welfare e immigrazione.

Lo shutdown è quindi diventato un vero e proprio strumento di pressione politica, usato da entrambe le parti come leva negoziale. Ogni episodio ha sofferto di non poche conseguenze: perdita economica, innumerevoli disagi per i cittadini, calo della fiducia nelle istituzioni. L’unica nota positiva, il rafforzamento della narrazione politica per chi ne esce percepito come “vincitore”.

Lo shutdown oggi e i fondi Biden nel mirino

Lo shutdown del 1° ottobre è il risultato di uno scontro politico sugli stanziamenti già approvati sotto Biden; infatti, non si tratta di nuove spese o del bilancio statale stilato dall’amministrazione Trump, bensì sulle spese già predisposte dall’amministrazione precedente. Avendo quindi questa amministrazione cancellato alcune delle voci di spesa ecco perché è nato questo dissidio nel Congresso dove i democratici non hanno accettato queste revisioni.

Due narrazioni a confronto: La posizione repubblicana

Per i Repubblicani non ci sono dubbi: la responsabilità dello shutdown ricade interamente sui Democratici del Senato. Il punto di partenza è la Continuing Resolution (CR), ossia quell’atto legislativo che avrebbe permesso di evitare la chiusura e che meno di sei mesi fa è stata approvata dalla Camera dei deputati, e che avrebbe garantito la continuità dei finanziamenti federali fino al 21 novembre. Un provvedimento che, secondo la leadership GOP, era del tutto “pulito”, praticamente identico a quello che i Democratici stessi avevano approvato in passato durante la presidenza Biden,e che era stato approvato senza opposizioni, se non per un adeguamento dovuto all’inflazione.

Purtroppo, una volta al Senato, i democratici hanno respinto in blocco la proposta. Per la Casa Bianca, la spiegazione è una sola: i Democratici volevano re- inserire i benefit sanitari per gli immigrati illegali, un onere che i Repubblicani giudicano insostenibile per un Paese già gravato da 37 trilioni di dollari di debito.

Dal podio della Sala Stampa, la portavoce Karoline Leavitt insieme al Vicepresidente JD Vance, ha scandito chiaramente l’accusa: i Democratici hanno scelto di “chiudere il governo per difendere il diritto a un’assistenza gratuita per chi ha violato la legge entrando illegalmente”, obbligando tutti a sacrificare programmi necessari e fondamentali per i cittadini americani. Lo shutdown interrompe i finanziamenti a programmi cruciali come Medicare, il sostegno WIC (Women, Infants and Children, che garantisce alimenti e assistenza nutrizionale a donne in gravidanza, neomamme e bambini piccoli), i Community Health Centers e altri servizi sanitari che dipendono dai fondi federali.

La diffidenza repubblicana nasce anche da situazioni di emergenza che hanno visto stati a guida democratica e città santuario utilizzare fondi federali per ospitare immigrati illegali, pur trattandosi di risorse che — contrariamente al mandato originario — avrebbero dovuto servire a proteggere la nazione dagli ingressi non autorizzati e a sostenere la sicurezza delle frontiere. Per il GOP, questo rappresenta un tradimento delle finalità di spesa approvate dal Congresso e un ulteriore segnale di come i Democratici abbiano anteposto la gestione dell’immigrazione irregolare alla tutela dei cittadini.

La narrazione repubblicana si intreccia con la rivendicazione dei risultati dell’amministrazione Trump. Proprio mentre i Democratici “bloccavano il Paese”, il Presidente firmava un accordo con Pfizer per ridurre il prezzo dei farmaci e un executive order per accelerare la ricerca sul cancro pediatrico attraverso l’intelligenza artificiale, misure che per la Casa Bianca sono “azioni concrete a favore degli americani”, in contrapposizione alla scelta dei Democratici di mettere in primo piano i migranti irregolari.

Caroline ha infine ricordato che il mondo conservatore non è il solo a sostiene questa linea. Attori come i Teamsters (il sindacato dei lavoratori pubblici) — il cui leader, Shaun O’Brien ha ammonito: “i lavoratori americani non possono essere ostaggi di giochi politici” — e la Camera di Commercio, la più grande organizzazione imprenditoriale del Paese, hanno chiesto al Senato di approvare senza ulteriori rinvii la CR repubblicana. Il messaggio è chiaro: riaprire subito il governo, evitare il prolungarsi di uno shutdown che rischia di danneggiare l’economia, la sicurezza nazionale e milioni di famiglie.

La posizione democratica: le ragioni del “no”

I Democratici respingono con forza l’idea che la loro scelta contro la CR (Risoluzione Continua, ossia il prolungamento della finanziaria) proposta dai Repubblicani, sia stato un semplice atto di “sabotaggio”. Per loro, il testo avanzato era carente, sbilanciato e politicamente inaccettabile in quanto non difende i diritti sociali che non sono negoziabili. La proposta del GOP non prevedeva il rinnovo dei sussidi dell’Affordable Care Act (Obamacare) né un ampliamento di Medicaid, due misure che per i Democratici sono fondamentali per evitare che milioni di americani vedano aumentare le spese sanitarie. Inoltre, mancavano le risorse per gli aiuti internazionali, incluso il sostegno all’Ucraina — una spesa che i Democratici considerano parte della sicurezza e della proiezione globale americana.

All’interno del Partito Democratico si è aperto un vero braccio di ferro. Da un lato Chuck Schumer, capogruppo di minoranza al Senato, ha cercato di tenere una linea istituzionale e di compromesso, dichiarando in conferenza stampa: “Democrats do not want a shutdown … We stand ready to work with Republicans to find a bipartisan compromise, and the ball is in their court.” Dall’altro lato Alexandria Ocasio-Cortez, deputata di New York e volto dell’ala progressista nota come the Squad, ha spinto con forza i colleghi a respingere la CR repubblicana, accusata di sacrificare sanità e welfare pur di ottenere un’estensione temporanea dei fondi. Per Ocasio-Cortez e i progressisti, infatti, la partita sul bilancio non riguarda solo i conti pubblici ma anche la difesa dei diritti dei migranti: in particolare i beneficiari di DACA, i cosiddetti Dreamers, (i Dreamers devono il loro nome al DREAM Act del 2001, una proposta di legge mai approvata dal Congresso; dal 2012 hanno trovato protezione temporanea grazie al programma DACA voluto da Obama, e più recentemente l’amministrazione Biden ha cercato di estendere loro anche l’accesso ai sussidi sanitari dell’Affordable Care Act)  giovani arrivati da bambini negli Stati Uniti senza documenti ma cresciuti come americani. L’inclusione dei Dreamers nelle coperture sanitarie è divenuto il simbolo della battaglia, trasformando lo shutdown in uno scontro identitario sul futuro stesso dell’America. Alexandria Ocasio-Cortez e altri progressisti hanno spinto affinché i Democratici non cedessero a compromessi che tagliassero fondi essenziali. Lei ha più volte ribadito che non ci si deve “ammorbidire” davanti a tattiche negoziali forzate dei Repubblicani.  Si è creato così, all’interno del partito democratico, un vero e proprio scontro: da una parte Schumer e la leadership del Senato, che desiderano evitare che lo shutdown si prolunghi e causare danni politici irreparabili, dall’altra la base progressista, che insiste sul fatto che, cedere oggi, significherebbe rinunciare a battaglie future su sanità, equità e diritti sociali. Alla fine, la posizione dura ha prevalso e la maggioranza dei senatori Dem ha votato contro la CR repubblicana, convinti che una legge di bilancio viziata non è accettabile.

Nel fumo della battaglia per lo shutdown…

Visto il blocco, Trump ha deciso di approfittarne e non perdere questa occasione politica per portare avanti uno degli obiettivi principali: ridurre le dimensioni gargantuesche del governo federale.

Il 2 ottobre 2025, su Truth Social, ha scritto: “We are looking at which DEMOCRAT agencies and wasteful projects to CUT. There could be permanent cuts, there could be firings – and that’s their fault. The shutdown is a chance to finally shrink Washington and put America First.”
Inolte Trump ha annunciato un incontro con l’OMB (Office of Management and Budget) per discutere tagli mirati: “we could cut projects … permanently cut”.

Queste dichiarazioni hanno alimentato la preoccupazione dei sindacati federali. L’AFSCME (American Federation of State, County and Municipal Employees) ha denunciato che l’amministrazione sta cercando di usare lo shutdown per “licenziare in massa i lavoratori federali in violazione della legge”, ricordando che finora i precedenti shutdown avevano sempre previsto sospensioni temporanee con diritto a back pay, (paga arretrata) non licenziamenti permanenti.

I tentativi di rendere permanenti i tagli durante una fase di blocco potrebbero violare leggi federali come l’Antideficiency Act, che disciplina le attività consentite in assenza di stanziamenti approvati dal Congresso.

Se da un lato Donald Trump sfrutta lo shutdown come occasione per snellire lo Stato federale, riducendo agenzie e spesa pubblica, dall’altro il confronto mette a nudo due filosofie politiche inconciliabili.

 I Democratici continuano a difendere un modello che prevede alti livelli di finanziamenti anche all’estero — dall’Ucraina ai programmi multilaterali — rischiando però di apparire quasi ciechi di fronte a un’America che, agli occhi di molti, sembra solo l’ombra della potenza che fu.

 I Repubblicani, invece, attraverso la linea dura di Trump, tentano di “tirare i remi in barca” e concentrare le risorse sul fronte interno, nella convinzione che un Paese con un debito da 37 trilioni di dollari non possa più permettersi sprechi o “vacanze italiane”, ma debba tornare a investire sulla sicurezza nazionale, sul lavoro e sui cittadini americani.

Lo shutdown del 2025 va oltre la questione di bilancio: racconta un’America spaccata tra chi guarda ancora al ruolo globale all’estensione del welfare inclusivo e chi, invece, vuole concentrare risorse e forze sul fronte interno.


RELIGIONE E POLITICA NELL’AMERICA DI CHARLIE KIRK

La storia di un giovane che ha ridisegnato il volto del conservatorismo giovanile americano

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Se non sei americano, e se non vivi negli Stati Uniti, e se non sei universitario, è molto probabile che tu non abbia mai sentito parlare di Charlie Kirk. In Europa, pochissimi lo conoscevano, eppure è stato il più importante influencer dei giovani conservatori americani mai esistito. Fondatore di Turning Point USA, l’organizzazione che ha trasformato il conservatorismo giovanile in un fenomeno mediatico e politico senza precedenti, Kirk ha saputo costruire un movimento capace di parlare a milioni di studenti attraverso i campus, i social media e i grandi raduni dal sapore quasi evangelico.

La sua fama non era confinata alle università: Forbes lo inserì nella lista “30 under 30” e divenne il più giovane speaker alla Convention Nazionale Repubblicana del 2016, nonché speaker di apertura alla stessa nel 2020. Autore prolifico, ha scritto quattro libri, tra cui il best-seller del New York Times e di Amazon The MAGA Doctrine: The Only Ideas that Will Win the Future (HarperCollins, 2020). Nel 2022 pubblicò The College Scam: How America’s Universities Are Bankrupting and Brainwashing Away the Future of America’s Youth, un attacco frontale al sistema accademico americano, e nel 2024 diede alle stampe Rightwing Revolution: How to Beat the Woke and Save the West, manifesto programmatico per la nuova generazione conservatrice.

Al di là dell’abilità comunicativa, la parabola di Kirk va letta anche alla luce della sua fede: negli anni rivendicò con forza la centralità di Gesù Cristo e del credere in Dio come fondamento della vita personale e della vita pubblica, presentando la religione non come etichetta, ma come bussola morale, il “mio modo di vivere e di essere”.

La decisione di rinunciare al college per dedicarsi all’attivismo prese forma nel 2012, quando appena diciottenne fondò Turning Point USA. L’idea era semplice ma radicale: creare un movimento giovanile conservatore capace di contrastare l’egemonia progressista nei campus americani. Con pochi mezzi iniziali, Kirk iniziò a organizzare conferenze, distribuire materiale informativo e parlare direttamente agli studenti, sostenendo che l’università aveva perso la sua bussola morale. La sua fede cristiana entrò da subito come parte integrante di questa missione: per lui il richiamo a Dio e a Gesù Cristo non era un accessorio ideologico, ma la condizione necessaria per restituire alle nuove generazioni un senso di responsabilità personale e di comunità. Nel giro di pochi anni, la sua creatura sarebbe diventata l’organizzazione studentesca conservatrice più influente degli Stati Uniti.

Molti critici conservatori — Charlie Kirk fra loro — sostengono che la cultura accademica americana sia oggi permeata da politiche DEI (Diversity, Equity, Inclusion) che finiscono per alterare il curriculum, rimuovere o de-enfatizzare testi o autori “classici” che non si adeguano alle sensibilità contemporanee. Secondo questi critici, Shakespeare, Milton Friedman o altri pensatori tradizionali verrebbero messi da parte o presentati in forma caricaturale, perché considerati “troppo tradizionali”, “troppo europei”, “troppo capitalisti” o semplicemente incompatibili con il discorso sull’ingiustizia storica e il privilegio.

Turning Point USA non era soltanto un’associazione politica, ma un vero e proprio ecosistema mediatico nato con l’obiettivo di raccontare ai giovani un’altra storia: il lato conservatore della vita, fondato su principi morali, patriottici e religiosi. Attraverso eventi nei campus, campagne sui social e grandi raduni nazionali come lo Student Action Summit, Kirk e il suo team, proponevano una contro-narrativa rispetto a quella dominante nelle università: libertà individuale invece di assistenzialismo, identità nazionale invece di multiculturalismo, fede e responsabilità personale invece di relativismo. In pochi anni TPUSA si è trasformata in un movimento culturale e politico nazionale, sostenuta da donatori privati e riconosciuta come il principale punto di riferimento per la nuova generazione conservatrice.

La notorietà di Charlie Kirk è cresciuta al punto da varcare i confini americani. La sua capacità oratoria e la centralità conquistata nel dibattito conservatore giovanile gli valsero infatti inviti nelle sedi più prestigiose della cultura europea: Oxford Union e Cambridge Union, le società di dibattito più antiche e rinomate del mondo accademico. Kirk si è confrontato con studenti, docenti e intellettuali, difendendo posizioni conservatrici su temi come la libertà di parola, la centralità della fede, il libero mercato e l’identità nazionale.

Durante il dibattito tenuto a Cambridge Union, Kirk si è trovato di fronte a una maggioranza di studenti “liberal left” che hanno cercato di metterlo in difficoltà con domande puntute. Con il suo aplomb diplomatico ha riconosciuto l’importanza storica delle università come luoghi che hanno dato all’umanità scoperte epocali — da Newton a Watson a Crick — ma allo stesso tempo ha denunciato con forza la situazione delle università americane, accusandole di essersi trasformate in “fabbriche di debito e di ideologia”. Ha sostenuto che molte facoltà hanno abbandonato i grandi classici e le scienze dure per offrire invece corsi marginali o ideologizzati — “North African lesbian poetry”, disse provocatoriamente — che secondo lui non formano né il carattere né la competenza professionale necessari per il mondo del lavoro.

Ha poi sintetizzato la sua visione di ciò che l’università dovrebbe essere così:

“Colleges should be a place that lift you up to what is good, true, and beautiful, to study the great things that have been, to develop your soul and develop your character. Character in Greek literally means like tattoo — to etch within you. Far too often, colleges create ungrateful, pessimistic, and nihilistic revolutionaries that want to tear down what was before and instead have no alternative to build the future. And the West is suffering because of it.”

“Le università dovrebbero essere luoghi che ci elevano verso ciò che è buono, il vero e il bello, dove si studiano le grandi fatti del passato, dove l’anima evolve e si forma il carattere. La parola ‘carattere’ in greco significa letteralmente ‘tatuaggio’ — qualcosa che viene inciso dentro di te. Troppo spesso, invece, le università generano rivoluzionari ingrati, pessimisti e nichilisti, desiderosi di distruggere ciò che è stato, senza alternative per costruire il futuro. E l’Occidente ne sta pagando le conseguenze.”

Ma alla base del suo linguaggio mediatico Kirk ha sempre usato parole e concetti fondati sulle “radici giudeo-cristiane” dell’America; un lessico religioso sul quale in seguito s’innescava il codice politico. In questo quadro il sostegno a Israele è divenuto parte integrante del pacchetto identitario del movimento: TPUSA si è schierato con decisione contro il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) e nella maggior parte dei suoi eventi Kirk non mancava di presentare Israele come alleato strategico e culturale dell’Occidente. Per anni, questo filo conduttore ha garantito a Kirk non solo consenso negli ambienti evangelici, ma anche finanziamenti consistenti provenienti da fondazioni e reti vicine all’establishment pro-israeliano. (Tuttavia, ultimamente Kirk sembrava essersi allontanato dalla politica israeliana tradizionale: secondo un’inchiesta di The Grayzone, negli ultimi mesi aveva rigettato un’offerta di finanziamenti da parte di sostenitori israeliani, espresso dubbi sull’influenza politica che Netanyahu avrebbe esercitato sull’Amministrazione Trump, e ricevuto forti pressioni private da donatori pro-Israele per moderare il suo discorso critico.)

Titolo del Washington Post

Questa crescita è stata resa possibile da una macchina organizzativa imponente: tra il 2016 e il 2017 TPUSA dichiarò entrate per oltre 8,2 milioni di dollari, con donatori come il magnate Bernard Marcus (cofondatore di Home Depot), il miliardario Richard Uihlein e l’ex governatore repubblicano Bruce Rauner. Nel 2018 le entrate hanno superato i 28 milioni di dollari, segnalando una crescita esponenziale non solo dei capitoli universitari (più di 3000 sezioni locali), ma anche della capacità di attrarre fondazioni strutturate come la Bradley Foundation e il network del Donors Trust, che da solo versò quasi 906.000 dollari nel 2019

Parallelamente, TPUSA è stata categorizzata controversa. Nel 2016 lanciò la Professor Watchlist, un sito che segnala docenti accusati di “propagandare idee anti-americane” nei campus, vista da molti come una forma di intimidazione.  Un’inchiesta del Guardian del 2021 descriveva l’organizzazione come una “macchina professionale” di attivismo politico, con ingenti risorse finanziarie e una strategia comunicativa aggressiva sui social media, molto lontana dall’immagine di movimento spontaneo degli esordi.

Da notare inoltre che una parte significativa del consenso a Charlie Kirk proveniva dai ragazzi attratti dal suo richiamo a un recupero dell’identità familiare tradizionale. In questa visione, al maschio spetta il ruolo di colui che provvede e protegge, simbolo morale davanti alla comunità, patriota nel contesto nazionale e praticante del credo cristiano insieme al proprio nucleo familiare. Pur senza negare la partecipazione della donna attiva nel mondo del lavoro e custode dell’armonia famigliare, Kirk rimetteva al centro la figura maschile come cardine della famiglia e della società. Ma in questo clima culturale dominato dal linguaggio woke e dalla messa in discussione dei ruoli di genere, la sua narrazione si è posta in aperto contrasto, suscitando inevitabilmente polemiche e proteste.

 In questo suo linguaggio riecheggia quello del noto psichiatra, professore canadese Jordan Peterson, celebre a livello planetario con il suo libro 12 Rules for Life (2018), in cui invitava i giovani a “riprendersi in mano la vita” a partire da gesti di responsabilità quotidiana come rifatti il letto.

Come Peterson, anche Kirk si rivolgeva a una generazione di ragazzi spaesati, che percepivano di non avere più un ruolo chiaro né un riconoscimento sociale, offrendo loro un racconto che voleva trasformare l’insicurezza in una visione di vita costruttiva colma d’amore per affrontare le difficoltà della vita quotidiana.

Se Peterson insisteva sul bisogno di ordine, disciplina e responsabilità personale, Kirk traduceva quella stessa diagnosi in linguaggio politico: l’università progressista e la cultura woke sarebbero le cause del declino nei giovani, mentre il conservatorismo religioso rappresentava la via per restituire alle nuove generazioni dignità e forza. Sia che si parli di gioventù che di ricerca identitaria nei maschi, in entrambi i casi, la mascolinità diventa il terreno simbolico di una crociata antropologica, contro una società che da due decenni indebolisce e relativizza a favore di un ritorno alla stabilità, alla fede e alla responsabilità.

Concludendo, il dibattito negli Stati Uniti, soprattutto in certi ambienti conservatori, o fra noti podcaster -influencer di pensiero- propende per l’idea che attorno alla morte di Kirk rimangano più domande che certezze.

Charlie Kirk è stato ucciso da un singolo ragazzo di ventidue anni, come raccontano le cronache giudiziarie, o dietro quel gesto si celano interessi più grandi? È stato colpito perché aveva iniziato a prendere le distanze dall’establishment pro-israeliano, o perché la sua predicazione sulla mascolinità e sulla fede cristiana aveva toccato nervi troppo scoperti in una società segnata dal relativismo woke? È stata la sinistra radicale a non tollerare la sua presenza in una delle sue roccaforti preferite come l’accademica progressista?

In realtà, Kirk è forse stato più semplicemente un predicatore religioso, un ragazzo divenuto uomo di fede un giorno sulla sua via per “Damasco”, autentico, che ha messo Cristo al centro della sua missione dove il messaggio politico è divenuto un mezzo di trasmissione? Ha davvero incarnato il bisogno delle nuove generazioni in cerca di identità e di mete, o ha dato voce a un malessere diffuso, traducendolo in una battaglia culturale coerente con le sue convinzioni?

Sono interrogativi che restano aperti. E forse è proprio questo il punto: la vicenda di Charlie Kirk non si chiude con la sua morte, ma continua come parabola — religiosa, politica e culturale — che obbliga a riflettere su cosa significhi oggi crescere, credere e combattere in Occidente.


Esistono le guerre civili a bassa intensità?

Un dibattito concettuale ed empirico

di Andrea Molle dagli Stati Uniti

immagine di copertina: alcuni titoli del New York Post

Introduzione

L’assassinio dell’attivista conservatore Charlie Kirk nel 2025 ha riacceso il dibattito sulla traiettoria della violenza politica negli Stati Uniti. Commentatori di diversi schieramenti politici hanno invocato il concetto di “guerra civile a bassa intensità” per descrivere un clima caratterizzato da polarizzazione, scontri armati sporadici ed erosione delle norme di civiltà politica. Pur non somigliando agli scenari della Siria nel 2012 o della Spagna degli anni ’30, la persistenza di attentati politici, l’attività di milizie armate e la crescente retorica di disumanizzazione degli avversari hanno alimentato la speculazione sul fatto che il paese stia entrando in una nuova fase di conflitto interno. Ciò solleva questioni teoriche ed empiriche rilevanti: è possibile che democrazie avanzate sperimentino forme di “guerra civile a bassa intensità”? E in tal caso, come distinguere tali fenomeni da terrorismo, crimini d’odio o semplice disordine politico? Collocare il caso statunitense all’interno del dibattito più ampio sulla definizione di guerra civile mette in luce al contempo i limiti e le potenzialità dell’uso di questa categoria nelle democrazie contemporanee.

Questioni di definizioni

La guerra civile viene convenzionalmente definita come conflitto armato tra lo Stato e gruppi non statali organizzati che provoca almeno 1.000 morti in combattimento in un solo anno. Questa soglia, adottata da dataset come UCDP/PRIO o Correlates of War, garantisce comparabilità ma esclude numerosi conflitti prolungati e mortali. L’etichetta di “bassa intensità” viene solitamente applicata a situazioni in cui la violenza è politicamente motivata, sostenuta nel tempo e coordinata da organizzazioni, ma non degenera in campagne ad alta letalità. Il caso statunitense complica questo quadro: sebbene i decessi annuali da violenza politica restino ben al di sotto della soglia dei 1.000, la persistenza di assassinii mirati, l’attività di milizie e i complotti estremisti alimentano un senso di instabilità cronica. La questione è dunque se questo schema rappresenti una forma qualitativamente nuova di violenza politica interna o semplicemente episodi ricorrenti di disordine in una democrazia polarizzata.

screenshot da ABC News

Casi empirici

Diversi esempi storici mostrano l’ambiguità della categoria. In Irlanda del Nord, i “Troubles” causarono circa 3.500 morti in trent’anni, senza mai raggiungere la soglia annuale di una “vera” guerra civile, ma con gruppi armati organizzati e obiettivi politici chiari. In Colombia, l’insurrezione delle FARC durò decenni, con violenza distribuita in modo irregolare nel tempo e nello spazio. In Afghanistan, prima del crollo del 2021, si registrava una violenza concentrata in alcune province mentre altre rimanevano relativamente stabili. In tutti questi casi, lo Stato mantenne capacità istituzionale parziale pur fronteggiando sfide persistenti. Gli Stati Uniti del 2025 appaiono simili: il governo federale rimane pienamente funzionante, ma il tessuto sociale è logorato dall’ostilità partigiana, da episodi di violenza politica localizzata e dall’attivismo di gruppi estremisti. L’effetto cumulativo, pur lontano da una guerra civile convenzionale, corrisponde a ciò che alcuni studiosi e policy makers definiscono “conflitto a bassa intensità”.

Il dibattito accademico

Il dibattito riguarda fondamentalmente soglie quantitative e categorie analitiche. Fearon e Laitin sostengono che la maggior parte delle guerre civili contemporanee assuma la forma di insurrezioni caratterizzate da violenza dispersa e di basso livello, piuttosto che da grandi battaglie, rendendo il confine tra “conflitto minore” e “guerra civile” intrinsecamente poroso. Kalyvas sottolinea che la violenza nelle guerre civili è spesso frammentata e localizzata, il che significa che i dati aggregati nazionali possono occultare la realtà vissuta dalle comunità colpite. Applicando questa lente al caso americano, si potrebbe sostenere che, pur non assomigliando a una guerra civile su scala nazionale, le comunità direttamente prese di mira dalla violenza estremista possano sperimentare condizioni che di fatto equivalgono a un “conflitto a bassa intensità”. I critici, tuttavia, avvertono che estendere troppo la definizione rischia di confondere terrorismo, crimini d’odio e insurrezione organizzata, riducendo la precisione analitica.

Conclusione

Le guerre civili a bassa intensità esistono come realtà empiriche, anche se non rientrano sempre nelle definizioni più rigide dei dataset. Esse dimostrano che un conflitto può rimanere politicamente rilevante senza mai raggiungere soglie di alta intensità. Il dibattito attuale negli Stati Uniti riflette questa tensione: alcuni sostengono che eventi come l’assassinio di Kirk segnalino una deriva verso una guerra civile irregolare e a basso livello, mentre altri li interpretano come manifestazioni di violenza estremista e polarizzazione democratica, ma ancora al di sotto della soglia cinetica. In definitiva, il caso americano sottolinea l’importanza della chiarezza concettuale. Gli studiosi devono bilanciare l’esigenza di definizioni comparabili con la sensibilità verso le forme emergenti di violenza politica, specialmente nelle democrazie avanzate che potrebbero affrontare conflitti prolungati ma sotto soglia.

Bibliografia

Fearon, James D., and David D. Laitin. Ethnicity, Insurgency, and Civil War. American Political Science Review 97, no. 1 (2003): 75–90.

Gleditsch, Nils Petter, Peter Wallensteen, Mikael Eriksson, Margareta Sollenberg, and Håvard Strand. Armed Conflict 1946–2001: A New Dataset. Journal of Peace Research 39, no. 5 (2002): 615–637.

Kalyvas, Stathis N. The Logic of Violence in Civil War. Cambridge: Cambridge University Press, 2006.

Sambanis, Nicholas. What Is Civil War? Conceptual and Empirical Complexities of an Operational Definition. Journal of Conflict Resolution 48, no. 6 (2004): 814–858.

Uppsala Conflict Data Program (UCDP). UCDP/PRIO Armed Conflict Dataset. Uppsala University & PRIO, various years.


GLI AMERICANI E IL DIBATTITO SUL PORTO D’ARMI

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

IL SECONDO EMENDAMENTO – Tra sicurezza armata e libertà costituzionale

L’8 settembre 2025 è iniziato a Fort Pierce, in Florida, il processo che vede imputato Ryan Wesley Routh, 59 anni, accusato del tentato assassinio di Donald Trump. L’uomo, armato di un fucile SKS (acronimo di Samozaryadny Karabin sistemy Simonova, ossia “carabina semiautomatica sistema Simonov”, arma da fuoco semiautomatica progettata in Unione Sovietica da Sergej Simonov nel 1945), aveva cercato di colpire l’ex presidente il 15 settembre 2024 mentre quest’ultimo giocava a golf al Trump International Golf Club di West Palm Beach. L’attacco fu sventato dal pronto intervento dei Servizi Segreti, che lo trovarono nascosto fra i cespugli dove si era appostato per sparare.

Nel corso dell’udienza inaugurale, Routh ha ribadito la sua innocenza e ha scelto di difendersi da solo, rinunciando all’assistenza legale. Il giudice, Aileen Cannon, ha dato inizio alla selezione della giuria. Il processo è sotto i riflettori dei media locali, sia per la gravità delle accuse sia per le implicazioni politiche. Ma mentre in aula si cerca una possibile verità giudiziaria, l’America è scossa da un’ennesima ferita; infatti lo scorso 27 agosto durante la messa nella Annunciation Catholic School di Minneapolis, un uomo armato ha aperto il fuoco attraverso le vetrate della chiesa durante la cerimonia, uccidendo due bambini, di 8 e 10 anni, e ferendone 21, tra studenti e parrocchiani. L’assassino si è suicidato sul posto.

E mentre scrivo, un ennesimo assassinio scuote l’America: il 10 settembre, il noto attivista conservatore Charlie Kirk è stato colpito alla gola durante un evento alla Utah Valley University di Orem, nello Utah, e non è sopravvissuto alle ferite. Un attacco di natura politica che aggiunge un’ulteriore ferita al dibattito già lacerante sul diritto alle armi. Questi non sono episodi isolati, ce ne sono tanti altri che ogni volta forzano l’America a discutere all’interno dell’arena politica la questione della sicurezza nelle scuole e la diffusione della violenza armata.

Dal 1999 al 2022 negli Stati Uniti si sono verificati 417 episodi di violenza armata all’interno di scuole, con un bilancio di 203 vittime (tra studenti, insegnanti e personale scolastico) e 441 feriti. Il primo massacro fu quello della Columbine High School, in Colorado (1999), mentre l’ultimo, il 27 agosto 2025, si è consumato alla Annunciation Catholic School di Minneapolis, dove un uomo armato ha aperto il fuoco attraverso le vetrate della chiesa durante la messa, uccidendo due bambini di 8 e 10 anni e ferendo 21 persone, prima di togliersi la vita.  Se si considerano i dati più estesi, tra il 2000 e il 2022 sono state registrate 1.375 sparatorie nelle scuole primarie e secondarie (K-12, incluse elementari, medie e licei), con un totale di 515 morti e 1.161 feriti. Un ulteriore rapporto del Center for Homeland Defense and Security School Shooting Database evidenzia come la frequenza e la letalità siano ai massimi storici: negli ultimi dieci anni si sono contati 141 decessi, un numero superiore ai 107 del decennio precedente.  Questi numeri illustrano una realtà drammatica: non si tratta di casi isolati. Le scuole americane, luoghi deputati alla crescita e all’apprendimento, sono sempre più spesso teatro di violenza armata.

Se da un lato gli USA si sentono così progressisti che da quest’anno sono riusciti a proibire l’uso di cellulari, ipad ecc. nelle ore di scuola, (National Center for Education Statistics 2025 – circa il 77% delle scuole pubbliche vieta l’uso dei telefoni durante le lezioni, mentre solo il 30% li proibisce in tutto l’edificio scolastico con il consenso del 74% degli americani) non si trova una soluzione per le armi. Le scuole spendono cifre ingenti per la sicurezza armata: si stima che fornire agenti armati a tutte le scuole costerebbe tra i 14,45 e i 17,3 miliardi di dollari all’anno, pari al 14–16,8% del budget del Dipartimento dell’Istruzione.  A livello più ampio, la spesa per la sicurezza scolastica — che include metal detector, sorveglianza, guardie e tecnologia antintrusione — supera già i 3 miliardi di dollari all’anno.

Eppure, se vi ricordate, ci fu anche la famosa “March for our lives” nel marzo del 2018 susseguente a un’altra sparatoria del 14 febbraio, dopo che un ex studente aprì fuoco alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, uccidendo 17 persone e ferendone altre 17.  Protestarono tutti ovunque, persino in Europa. A Washington si pensa ci fossero intorno alle 800.000 persone, mentre in tutto il Paese (e anche in altre città in Europa), l’iniziativa sembra aver mobilitato oltre 1,2 milioni di cittadini, diventando una delle proteste giovanili più imponenti della storia americana.  Lo sforzo non è valso a nulla: il secondo emendamento della costituzione (dicembre 1791), che recita così: “Essendo necessaria una milizia ben regolata per la sicurezza di uno stato libero, il diritto del popolo di tenere e portare armi non potrà essere violato” è stato reinterpretato per soddisfare più la libertà individuale che quella collettiva, anche se nato con un fine esattamente opposto.

I PRODROMI – L’Inghilterra

Le radici del Secondo Emendamento affondano nella storia inglese del XVII secolo, quando Giacomo II, ultimo re cattolico d’Inghilterra, cercò di consolidare il proprio potere disarmando arbitrariamente molti sudditi protestanti, mentre favoriva le milizie a lui fedeli. Questo abuso alimentò un diffuso malcontento che, nel 1688, sfociò nella Glorious Revolution e portò alla sua deposizione. L’anno successivo il Parlamento approvò il Bill of Rights del 1689, che riconosceva ai sudditi protestanti il diritto di tenere e portare armi per la propria difesa, ponendo un limite chiaro all’autorità monarchica e trasformando il possesso di armi in un diritto legato alla protezione della libertà da eventuali abusi di governo.

IL PROSIEGUO – I pellegrini e la giovane America

All’inizio della colonizzazione, la difesa delle comunità americane era affidata alle milizie locali: gruppi di cittadini armati, dove ogni uomo libero aveva il dovere di possedere un fucile e di mettersi al servizio della collettività. Questo modello, visto come garanzia di libertà contro il rischio di un potere centrale oppressivo, divenne presto insufficiente di fronte allo scontro con le forze armate britanniche. Per questo, nel 1775, il Congresso Continentale decise di istituire un vero esercito regolare, il Continental Army, guidato da George Washington, che combatté accanto alle milizie popolari durante la Guerra d’Indipendenza. Dopo la vittoria e la nascita della nuova repubblica, i Padri fondatori vollero preservare la tradizione della milizia e il diritto dei cittadini a portare armi, per impedire che un esercito permanente si trasformasse in strumento di tirannia. Così, nel 1791, con la ratifica del Secondo Emendamento, sancirono che “una milizia ben regolata” fosse considerata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero e che, di conseguenza, il diritto del popolo di tenere e portare armi non potesse essere violato.

“A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.” – “Una milizia ben regolamentata, essendo necessaria per la sicurezza di uno Stato libero, il diritto del popolo di tenere e portare armi, non sarà violato”.

 Il testo mirava a garantire che il nuovo governo federale non potesse centralizzare troppo il potere militare e disarmare i cittadini, lasciando agli Stati e al popolo la possibilità di organizzarsi per difendere la loro libertà. Questa eredità derivava direttamente sia dalla tradizione inglese, sia dalla diffidenza verso un esercito permanente, percepito come strumento di tirannia.

Oggi

Per gran parte del XX secolo, la giurisprudenza statunitense ha interpretato il Secondo Emendamento come un diritto collettivo, legato alle milizie statali. A partire dagli anni Duemila, però, la Corte Suprema ha cambiato rotta, riconoscendo al diritto di possedere armi una dimensione individuale.

Un passaggio cruciale è stata la sentenza District of Columbia v. Heller (2008), con cui la Corte ha stabilito che il possesso di armi rientra tra i diritti individuali, in particolare in relazione all’autodifesa personale. Poco dopo, in McDonald v. Chicago (2010), questa garanzia è stata estesa anche agli Stati e ai governi locali, che non possono eluderla attraverso leggi restrittive.

L’orientamento è stato ulteriormente rafforzato dalla decisione New York State Rifle & Pistol Association v. Bruen (2022). In questo caso la Corte ha esaminato una legge di New York che richiedeva ai cittadini di dimostrare una “motivazione giustificabile” (proper cause) per ottenere il porto d’armi fuori casa. Con una maggioranza di 6–3, la Corte ha dichiarato la legge incostituzionale, affermando che il diritto di portare un’arma per autodifesa non può dipendere da una valutazione discrezionale delle autorità. Inoltre, ha stabilito che eventuali limitazioni devono avere un chiaro fondamento nella tradizione storica del Paese.

Questa evoluzione giurisprudenziale ha consolidato in modo definitivo l’interpretazione del Secondo Emendamento come diritto individuale, segnando un distacco dalla precedente visione collettiva legata alle milizie.

Parallelamente all’evoluzione giuridica, un ruolo cruciale è stato giocato dalla National Rifle Association (NRA), storicamente nata come organizzazione per la promozione del tiro sportivo, ma trasformatasi nel corso del XX secolo in una delle lobby più potenti e influenti degli Stati Uniti. A partire dagli anni ’70 la NRA ha costruito una strategia politica e di comunicazione volta a promuovere un’interpretazione individualista del Secondo Emendamento. Attraverso campagne mediatiche, pressione sui legislatori e contributi finanziari alle campagne elettorali, l’Associazione è riuscita a consolidare l’idea che la difesa del diritto alle armi sia sinonimo di difesa della libertà personale. Negli ultimi decenni, questa narrativa ha influenzato direttamente non solo l’opinione pubblica, ma anche la giurisprudenza: molti esperti sostengono che la svolta della Corte Suprema nel caso Heller sia stata favorita da decenni di sensibilizzazione culturale e politica da parte della NRA e di think tank collegati.

Oggi, quindi, il Secondo Emendamento rappresenta una delle libertà individuali più dibattute della Costituzione americana: da un lato è percepito come un baluardo della libertà personale, dall’altro è visto come un ostacolo a misure di sicurezza più restrittive in un Paese che continua a essere segnato da alti tassi di violenza armata e sparatorie di massa, in particolare nelle scuole. Il dibattito politico è polarizzato: ogni tentativo di regolamentazione incontra la resistenza compatta della lobby delle armi e dei suoi sostenitori, mentre le famiglie delle vittime e gran parte dell’opinione pubblica chiedono soluzioni concrete per ridurre il numero di morti e feriti.

Qui di seguito, il commento di Donald Trump sull’ultima sparatoria nella scuola di Minneapolis:

“Due settimane fa a Minneapolis, un assassino demoniaco ha sparato a 21 persone e ha ucciso due preziosi bambini in una scuola cattolica. I nostri cuori sono spezzati per le famiglie di quei bambini bellissimi. Il procuratore Generale Pam Bondi sta lavorando con impegno per capire le cause di questi attacchi ripetuti, e stiamo lavorando molto, molto intensamente su questo problema.”

Ecco un riassunto articolato della politica di Donald Trump rispetto alle armi e alle sparatorie scolastiche, sia durante la sua prima amministrazione sia oggi.


Foto di Tim Mudd su Unsplash

La prima amministrazione (2017–2021)

Durante il suo primo mandato, Trump si trovò ad affrontare diverse sparatorie di massa – tra cui Parkland (2018), Santa Fe (2018) ed El Paso (2019). In risposta, propose più volte di armare gli insegnanti, sostenendo che la presenza di personale armato nelle scuole avrebbe potuto fermare gli aggressori più rapidamente. Questa idea fu accolta con favore da alcuni sostenitori della National Rifle Association (NRA), ma respinta da gran parte del mondo educativo e da molte famiglie delle vittime, che la giudicavano una soluzione pericolosa e inefficace. Trump ha inoltre limitato la vendita dei cosiddetti bump stocks (dispositivi che trasformano fucili semiautomatici in quasi automatici), ma non ha mai promosso una vera riforma restrittiva del settore, mantenendo un approccio sostanzialmente favorevole alla tutela del Secondo Emendamento.

Oggi

Nel suo nuovo ruolo politico, Trump continua a difendere l’idea che il diritto al porto di armi sia inviolabile. Dopo la recente strage di Minneapolis (2025), ha espresso cordoglio per le vittime ma ha spostato l’attenzione su temi identitari, come la difesa della religione a scuola e la critica all’“ideologia transgender”. Il Dipartimento di Giustizia della sua amministrazione ha addirittura discusso – senza ancora proporre formalmente – un possibile divieto di acquisto di armi per le persone transgender, legando la violenza armata a presunti problemi di salute mentale. Questa posizione è stata interpretata da molti osservatori come un modo per spostare il dibattito dalle restrizioni generali sulle armi a questioni culturali e di minoranza, preservando così il sostegno della lobby delle armi e dell’elettorato conservatore.

Concludo menzionando un recente articolo del prestigioso Pew Research Center, che  evidenzia come le differenze tra Democratici e Repubblicani, talvolta grandi, non su tutto appaiano così marcate. Il rapporto offre uno sguardo aggiornato sul possesso di armi, sulle opinioni riguardo alle leggi in materia e sulla percezione del problema della violenza armata negli Stati Uniti.

  • Circa il 32% degli adulti americani dichiara di possedere una pistola, mentre un ulteriore 10% vive in un’abitazione in cui è presente un’arma (totale circa 42%), percentuali stabili rispetto al 2021 e 2017. Pew Research Center
  • La distribuzione del possesso varia significativamente per politica, genere e luogo di residenza: il 45% dei Repubblicani possiede un’arma contro il 20% dei Democratici; il 40% degli uomini ne possiede una, rispetto al 25% delle donne; e il 47% dei residenti nelle aree rurali dichiara di possedere un’arma, rispetto al 30% nei sobborghi e al 20% in città.
  • La motivazione principale dietro il possesso di armi è la protezione personale: il 72% dei possessori indica questo come motivo principale, rispetto al 32% che lo fa per caccia, 30% per sport e solo 15% per collezionismo.
  • Il 61% degli americani ritiene che sia troppo facile ottenere legalmente un’arma. Quasi tutti i democratici la pensano così (86%), mentre solo un terzo dei repubblicani (34%) è d’accordo.
  • Il 58% degli adulti desidera leggi sulle armi più rigorose; solo il 15% ne vuole di meno restrittive e il 26% ritiene che quelle attuali siano adeguate.
  • C’è ampio consenso bipartisan su alcune misure: l’88–89% degli adulti (Repubblicani e Democratici) sostiene la proibizione della vendita di armi a persone con malattie mentali; il 69% dei Repubblicani e il 90% dei Democratici è favorevole a innalzare l’età minima a 21 anni. Invece, il porto occulto senza permesso è respinto da 60% dei Repubblicani e 91% dei Democratici.
  • Il Paese è diviso sull’equilibrio tra proteggere il diritto di possedere armi e controllarne la diffusione: complessivamente il 51% considera più importante proteggere i diritti, il 48% privilegia il controllo. Tra i Repubblicani, l’83% dà priorità ai diritti, mentre fra i Democratici il 79% preferisce il controllo.
  • L’opinione sull’effetto delle armi sulla sicurezza pubblica è fortemente polarizzata: il 52% ritiene che la proprietà di armi aumenti la sicurezza, mentre il 47% la ritiene un elemento di insicurezza.
  • Oggi il 49% degli americani considera la violenza armata “un problema grave”, dato in calo rispetto al 60% del giugno 2023.
  • Tra gli insegnanti, il 59% teme almeno in parte un’eventuale sparatoria nella propria scuola (18% lo teme molto/estremamente). Tra i genitori, il 32% è molto o estremamente preoccupato, il 37% in parte, e il 31% per nulla.

Foto di copertina diChip Vincent su Unsplash


L’America che fa pagare: dazi, globalizzazione e nuovi balzelli

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Nel suo primo discorso al Congresso del 1790, George Washington sottolineò che la sopravvivenza stessa della giovane repubblica dipendeva dalla capacità di sviluppare una produzione domestica solida e autonoma. Su quella linea si inserì Alexander Hamilton, che con il suo celebre Report on Manufactures tracciò una strategia ambiziosa: dazi sulle importazioni, sussidi alle imprese e persino la creazione di una banca nazionale, tutto per sostenere le industrie emergenti. Non fu un percorso semplice: per gli americani liberarsi dalla dipendenza economica dall’Inghilterra fu un’impresa lenta e difficile, a partire proprio dal settore tessile. Come vestirsi senza dover ricorrere a panni e tessuti tassati oltremisura dagli inglesi e senza macchine nè pecore? L’indipendenza politica, infatti, rischiava di rimanere monca priva di una corrispondente indipendenza economica. In questo contesto nacque il Tariff Act del 1789, che servì a finanziare il neonato governo federale, ma anche a difendere i produttori locali dalla concorrenza europea. Da allora i dazi non hanno mai smesso di essere uno strumento politico: a volte scudo per proteggere i lavoratori interni, altre volte come leva di pressione nelle relazioni internazionali, sempre in bilico tra apertura e chiusura, tra protezionismo e libero scambio.

Già nel suo primo discorso al Congresso nel 1790, George Washington mise in guardia il Paese: la sopravvivenza della giovane repubblica dipendeva dalla capacità di produrre in casa ciò di cui aveva bisogno, senza dipendere dalle importazioni straniere (A free people ought not only to be armed, but disciplined; … and their safety and interest require that they should promote such manufactories as tend to render them independent of others for essential, particularly military, supplies.”  — George Washington, First Annual Address to Congress, 8 gennaio 1790.

A raccogliere questa visione fu Alexander Hamilton, che nel Report on Manufactures (“The Secretary of the Treasury […] has applied his attention […] to the subject of Manufactures; and particularly to the means of promoting such as will tend to render the United States independent on foreign nations, for military and other essential supplies.” ) disegnò un programma ambizioso fatto di dazi sulle merci europee, sussidi governativi e persino la creazione di una banca nazionale, per sostenere un’industria americana ancora fragile. L’idea era chiara: l’indipendenza politica sarebbe rimasta un guscio vuoto senza un’indipendenza economica. Non fu semplice: gli inglesi continuavano a controllare il commercio tessile imponendo tasse elevate e impedendo alle colonie di sviluppare una propria manifattura, e ci volle tempo prima che lana e cotone potessero essere filati liberamente senza pagare dazi a Londra. Da quel momento i dazi diventarono un marchio di fabbrica della politica americana, uno strumento usato di volta in volta come scudo per difendere i lavoratori interni o come leva per esercitare pressione internazionale. Ma con l’avanzare del Novecento, questo equilibrio si incrinò: con Ronald Reagan e l’ascesa delle teorie di Milton e Rose Friedman, il linguaggio del libero mercato cominciò a sostituire quello del protezionismo, e in nome della globalizzazione vennero smantellati sindacati, controlli e tariffe. L’America entrava nell’era del “cheap stuff”, dove il prezzo basso sembrava contare più della solidità del suo tessuto produttivo.

Il 5 settembre 1882 la Central Labor Union organizzò la prima parata nazionale per celebrare il lavoro organizzato a New York City. La prima parata del Labor Day.

Negli anni Novanta questa ideologia trovò la sua consacrazione con gli accordi NAFTA, il libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, negoziato da George H. W. Bush e firmato nel 1993 da Bill Clinton. Presentato come una promessa di prosperità condivisa, il trattato accelerò il processo di deindustrializzazione: milioni di posti di lavoro manifatturieri ben pagati scomparvero, sostituiti da impieghi nel settore dei servizi a basso salario. Tra il 2001 e il 2003 il reddito medio degli operai scese da 40.000 a 32.000 dollari annui, mentre le grandi aziende americane spostavano la produzione oltre confine, prima in Messico e poi in Asia. Le scarpe sportive, i tessuti, i capi d’abbigliamento che un tempo erano simbolo dell’industria statunitense iniziarono a portare etichette “Made in Vietnam” o “Made in China”. Perfino il Pentagono, già nel 2009, mise in guardia sulla vulnerabilità derivante da questa dipendenza esterna, ma la logica del libero mercato continuò a prevalere. Per milioni di famiglie operaie, il “cheap stuff” significava salari più bassi, comunità svuotate e crescente disuguaglianza, mentre per le grandi multinazionali e i consumatori più abbienti rappresentava margini di profitto più alti e beni a basso costo. Quando nel 2020 il NAFTA venne sostituito dall’USMCA, ribattezzato da Trump ma sostanzialmente simile, l’illusione era ormai svanita: l’America si era già trasformata da potenza manifatturiera a potenza importatrice, dipendente da catene di fornitura globali che la pandemia avrebbe poi messo drammaticamente in crisi.

Da Hamilton al dopo NAFTA, la parabola americana sui dazi racconta una contraddizione che ancora oggi resta irrisolta. Hamilton immaginava un’America capace di emanciparsi dal dominio britannico attraverso dazi, incentivi e una banca nazionale che sostenesse le industrie nascenti: non un ripiego ma un progetto di indipendenza economica, per dare solidità a quella politica. Due secoli dopo, invece, il NAFTA ha segnato l’inizio della grande fuga: le manifatture hanno chiuso i battenti, milioni di lavoratori sono stati licenziati o ricollocati in occupazioni precarie e a basso salario, e la promessa di prosperità condivisa si è tradotta in disuguaglianza crescente. Il mito del libero mercato, alimentato negli anni Ottanta e Novanta, ha prodotto un’America che ha preferito il “cheap stuff” al lavoro ben pagato, accettando di dipendere da catene globali di approvvigionamento che la pandemia ha poi mostrato essere fragili e vulnerabili.

Il simbolo di questo passaggio, oggi è  Amazon: con i suoi oltre 6.000 ordini al minuto e i picchi da 18.000 ordini nei giorni di saldi, rappresenta la faccia digitale di un’economia che consuma senza sosta, ma che produce sempre meno in casa. Dietro la promessa di consegne veloci e prezzi bassi si nasconde un meccanismo alimentato da migliaia di container che ogni giorno attraversano il Pacifico, colmi di prodotti fabbricati in Cina, Vietnam, India o Bangladesh. Nel 2024 il deficit commerciale con Pechino ha superato i 295 miliardi di dollari, mentre quello complessivo degli Stati Uniti ha toccato i 918 miliardi: numeri che fotografano un Paese che importa più di quanto esporti e che ha abbandonato gran parte della sua capacità manifatturiera. Così, il consumatore americano che ordina un paio di scarpe o un gadget online incarna in realtà il rovesciamento dell’originaria promessa hamiltoniana: non più dazi per proteggere chi lavora, ma tariffe e costi nascosti che finiscono per pesare sul carrello della spesa. Da Hamilton al dopo NAFTA, l’America è arrivata ad Amazon: dazi e globalizzazione si sono trasformati in un conto salato che, alla fine, paga sempre chi lavora e consuma.

Oggi, nel giorno del Labour Day americano, il nostro 1° maggio, la promessa di proteggere i lavoratori attraverso i dazi sembra risuonare vuota: nel mirino non sono più soltanto i salari, ma i carrelli della spesa. Un recente sondaggio condotto dalla CNN evidenzia una netta inversione di tendenza: se a novembre 2024 il 52% degli elettori sosteneva i dazi di Trump, oggi il 60% li respinge convintamente — “li stanno sputando fuori”, commenta lapidario il guru dei sondaggi Harry Enten. Goldman Sachs avverte che, fino ad oggi, le aziende hanno retto il peso delle tariffe, ma presto saranno i consumatori a farsene carico per quasi il 70% in più. I dati del Pew Research Center rendono il quadro ancora più chiaro: il 61% degli americani disapprova le tariffe, contro solo il 38% che le approva, mentre un sondaggio AP-NORC indica che circa la metà teme aumenti significativi nei prezzi, con il 52% che boccia i dazi su tutte le merci importate. Perfino coloro che avevano creduto nella retorica protezionistica oggi si sentono traditi: un imprenditore dell’Indiana racconta che le sue tariffe sull’alluminio hanno fatto crollare gli ordini, causando licenziamenti e un calo tra il 35% e il 40% delle vendite. In sintesi, il Labour Day di quest’anno diventa l’occasione per fare i conti: i dazi, pensati per salvaguardare il lavoro, si ritorcono sui consumatori e quindi sui lavoratori stessi, trasformandosi da scudo ideologico fino ad essere una pessima sorpresa sul prezzo finale.

In sintesi, il Labour Day di quest’anno diventa l’occasione per fare i conti: i dazi, pensati per salvaguardare il lavoro, si ritorcono sui consumatori e quindi sui lavoratori stessi, trasformandosi da scudo ideologico fino ad essere una pessima sorpresa sul prezzo finale. Ma l’evoluzione non si ferma qui. Dalla tassazione dei beni si è passati a colpire direttamente le persone: oggi non sono solo le merci a pagare il prezzo del protezionismo, ma anche i viaggiatori stranieri che vogliono entrare negli Stati Uniti. Alla lista dei costi si aggiunge ora un’altra tassa, la Visa Integrity Fee da 250 dollari, che va a sommarsi alle tariffe già esistenti per i visti non-immigranti, in particolare i visti turistici o business B1/B2. Oggi la tariffa base per la domanda di visto B1/B2 è pari a 185 dollari. A questa si aggiungono alcuni costi accessori già in vigore, come il reciprocity fee (tassa di reciprocità), che varia da Paese a Paese: per alcuni cittadini può arrivare a 7 dollari o anche molto di più, mentre per l’Italia non è previsto. Con l’introduzione della nuova tassa fissa da 250 dollari, il totale minimo per molti turisti sale a 435 dollari. Alcune testate, come il Washington Post, hanno arrotondato a 442 dollari considerando ulteriori oneri di sistema, come spese di elaborazione e in certi casi la tassa SEVIS. In pratica, il costo di un visto turistico per entrare negli Stati Uniti raddoppia e supera i 400 dollari, collocandosi tra i più alti al mondo. Le associazioni del settore avvertono che questo balzello rischia di frenare la ripresa del turismo internazionale negli Stati Uniti, proprio alla vigilia di eventi globali come i Mondiali 2026 e le Olimpiadi 2028.

Dai dazi sui beni ai balzelli sulle persone: la nuova Visa Integrity Fee da 250 dollari viene presentata come misura per “rafforzare la sicurezza dei confini” e, nella retorica ufficiale, addirittura per arginare l’immigrazione clandestina, una exscusatio non petita che mostra tutta la fragilità dell’argomento, perché in realtà colpisce soltanto chi viaggia in regola, per turismo o per affari, mentre i flussi irregolari restano ben lontani dai consolati e dalle procedure ufficiali. Il risultato è che il costo di un visto turistico per gli Stati Uniti sale oltre i 435 dollari, trasformando il viaggio in un lusso e il Paese in una delle destinazioni più care al mondo già solo per l’ingresso. Di fronte a questa logica, viene spontaneo pensare a Liza Minnelli che canta “money, money, money”: il ritornello perfetto per un’America che continua a trasformare ogni barriera in una nuova occasione di incasso.


IL GIGANTE DI CARTA – Considerazioni a margine del summit di Anchorage

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Lo spiegamento di Stealth B-2 appoggiati sull’asfalto della base militare di Anchorage Elmendorf-Richardson è l’unico senso di potenza a cui abbiamo assistito per il peace summit tra Russia e USA.

Se stavamo aspettando di vedere un miglioramento “tecnico” nelle capacità americane di negoziare con i russi, beh, anche questa volta ne usciamo delusi.

Trump, apparso stanco, serio e taciturno, è risultato quasi irriconoscibile. La conferenza stampa seguita al vertice, priva di domande e risposte, ha segnato un inedito silenzio che stride con la consuetudine diplomatica. Del resto, Putin non si sarebbe mai lasciato incalzare o mettere in difficoltà come accaduto in passato a Zelensky o a Cyril Ramaphosa.

Per noi europei, l’altro scivolone è arrivato ancora prima dell’atterraggio in Alaska: la telefonata di Trump al presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko. L’occasione era il ringraziamento per la liberazione di 16 prigionieri politici e la promessa di ulteriori 1.500 scarcerazioni. Una mossa che, sul piano diplomatico, non può dirsi “smart”, poiché proprio la Bielorussia è stata tra i principali alleati di Putin in questa guerra. Come premessa al summit, ha assunto il sapore di un ritorno a Canossa. Ma a beneficio di chi? Forse non solo di Putin, bensì di tutte le politiche espansionistiche americane in Europa orientale, da Clinton fino a Biden.

Il racconto quasi tolstojano di Putin, di come due vicini di casa si debbano trattare, appare surreale ma tradisce una preparazione e un approccio mentale sofisticato.

L’America di Trump raccoglie due sconfitte, quella militare in primis. Nonostante abbia costretto i Paesi membri della NATO ad aumentare le spese in armamenti, sappiamo tutti che nessun governo europeo avrebbe la forza politica di mandare soldati in Ucraina. Alcuni ministri e leader hanno lasciato intendere disponibilità teoriche — dal Regno Unito fino a Parigi — ma l’opinione pubblica europea resta contraria, e qualsiasi tentativo in quella direzione scatenerebbe una vera e propria rivolta politica interna.

La seconda sconfitta è quella economica. La scelta di mettere in ginocchio Mosca economicamente non ha avuto le conseguenze sperate. Infatti, già dal 2022, Stati Uniti, Unione Europea e partner G7 hanno imposto un pacchetto senza precedenti di sanzioni: il congelamento di oltre 300 miliardi di dollari di riserve della Banca Centrale russa, l’esclusione delle principali banche dal sistema SWIFT, l’embargo sul petrolio e il gas (USA nel 2022, UE dal 2022–2023 con il blocco al greggio via mare e ai derivati), e il tetto al prezzo del petrolio russo fissato dal G7 a 60 dollari al barile.

A queste misure si è aggiunto nel 2025 il “Sanctioning Russia Act, con cui Washington ha alzato il livello della guerra economica introducendo sanzioni secondarie fino al 500% di tariffe sui Paesi che continuano ad acquistare energia russa.

Eppure, nonostante la durezza delle misure, la Russia non è crollata economicamente. Dopo un iniziale contraccolpo, Mosca ha mostrato una resilienza inattesa: ha riconvertito le esportazioni energetiche verso l’Asia, sfruttando una “flotta ombra” di petroliere per aggirare i controlli, ha attivato canali alternativi per i pagamenti internazionali e ha trovato nella Cina il principale partner strategico. Pechino ha infatti aumentato le importazioni di gas e petrolio a prezzi scontati, ha sostenuto Mosca con forniture tecnologiche critiche e ha contribuito a creare circuiti finanziari paralleli che hanno limitato l’effetto delle sanzioni occidentali.

Oggi, dal punto di vista economico, la Russia non è isolata ma ancorata all’asse con Pechino, che le garantisce sbocchi energetici e accesso a beni strategici. Una dipendenza che ha permesso al Cremlino di reggere il colpo delle ritorsioni occidentali, ma che al tempo stesso rischia di legare in modo irreversibile il futuro russo agli interessi cinesi.

Poi circolano altre voci che ritengono che Trump stia cercando disperatamente risultati tangibili su questo fronte, anche per distogliere l’attenzione dalla vicenda Epstein, che sta prendendo dimensioni quasi ingestibili. È stato infatti appena pubblicato il libro di Andrew Lownie: “Entitled: the rise and fall of the house of York” che contiene informazioni scottanti e magistralmente riportate. Dal volume emergono tre dinamiche centrali che chiariscono il ruolo incrociato di Epstein, Trump e il principe Andrew:

Primo: Jeffrey Epstein e Donald Trump, desiderosi di consolidare affari e legittimazione sociale nei circoli che contano, individuano nel Duca di York Andrew, lo strumento ideale per accedere  ad ambienti di prestigio.

Secondo: Ghislaine Maxwell, già frequentatrice della casa reale (come figlia del magnate nell’editoria britannica oltre che parlamentare Robert Maxwell,) e compagna di Epstein, crea l’anello di congiunzione ed è fondamentale nella sua funzione di mediatrice e “facilitatrice” nel creare il ponte tra il mondo di Epstein e Trump e quello della famiglia reale britannica attraverso Andrew che ha enormi appetiti sia sessuali che di denaro.

Terzo: il sodalizio formato intreccia interessi economici e mondani con la soddisfazione di tutti i partecipanti – Epstein e Trump da un lato ed Andrew dall’altro, il quale per altro viene ulteriormente danneggiato dai resoconti documentati e dalle testimonianze che narrano, oltre agli incontri con Virginia Giuffré, dei plurimi viaggi esotici contraddistinti da eccessi di natura sessuale.

Invece secondo il biografo Michael Wolff, Trump, avrebbe sollecitato a ripetizione i suoi collaboratori per trovare (creare?) «qualcosa d’importante» – (“a big thing”) che distragga e devii i riflettori dal suo legame con Jeffrey Epstein. Questa mossa disperata potrebbe includere concessioni all’Ucraina in cambio di una copertura mediatica positiva sul tavolo negoziale con Putin. Wolff afferma che Trump considera la sua base –MAGA- da cui alcuni membri si sono allontanati proprio per lo scandalo Epstein — come la vera minaccia, e sarebbe pronto a compiere gesti drastici pur di riconquistarne il consenso.

Fonti conservative britanniche e statunitensi non informate direttamente da Wolff evocano l’uso del summit con Putin come una “distraction”, un modo per catturare l’attenzione dei media e ricostruire la sua immagine pubblica. Una pubblicazione considera il summit quasi una “reality TV spectacle” chiamato in extremis per oscurare la narrativa Epstein.

Nel frattempo, Reuters sottolinea quanto siano diventate inefficaci le solite tecniche di distrazione di Trump: allontanare il tema Epstein con commenti contro-reporters o accusando il nemico politico di turno si sta rivelando più complicato che in passato. Il clamore intorno alle richieste di trasparenza sulla vicenda è ormai alimentato anche all’interno della sua coalizione.

Conclusione

Il vertice di Anchorage si è chiuso con un’impressione che molti osservatori definiscono un vero anticlimax. The Times parla apertamente di un summit che, nonostante la coreografia dei B-2 schierati sull’asfalto di Elmendorf-Richardson, non ha prodotto risultati concreti: nessun cessate il fuoco, nessuna rotta, nessun accordo di principio. Solo dichiarazioni generiche e una conferenza stampa senza domande, che hanno lasciato più dubbi che risposte. In questo vuoto di sostanza, l’unica immagine rimasta impressa è quella della potenza militare esibita come simbolo, più che come reale strumento politico.

Il Financial Times sottolinea come, al di là del palcoscenico mediatico, sia in corso un gioco sotterraneo di pressioni e manipolazioni. Stati Uniti, Europa e Ucraina stanno tutti cercando di orientare Trump, consapevoli che il presidente appare più vulnerabile di fronte alla necessità di ottenere un risultato immediato da spendere sul piano interno. La diplomazia occidentale si muove dunque in modo tattico, ma l’impressione è che Mosca abbia già guadagnato margine. Putin, infatti, ha capitalizzato la scena imponendo la sua narrativa di “vicino di casa” e ritraendosi come il leader paziente e strategico, mentre Trump è apparso affaticato, persino difensivo, impegnato più a gestire le ombre del caso Epstein che a consolidare la posizione americana.

AP News osserva che Putin esce dal summit con uno status rafforzato. Il leader del Cremlino ha ottenuto di presentarsi nuovamente come attore imprescindibile della scena globale, senza concedere nulla di sostanziale in cambio. Anzi, è stato Trump ad allentare la pressione, rinunciando a ventilare nuove sanzioni e abbandonando quel tono minaccioso che aveva caratterizzato gli anni precedenti. In altre parole, il vertice ha consentito a Putin di migliorare la sua immagine internazionale senza costi immediati, e anzi con l’avversario americano che ha finito per riprendere e rilanciare argomenti vicini alla retorica del Cremlino.

Il giudizio più netto arriva dal Washington Post, che definisce Anchorage non un disastro, ma una vera e propria sconfitta diplomatica per gli Stati Uniti. L’editoriale mette in luce l’incongruenza di un presidente che, nel tentativo di inseguire un risultato simbolico, finisce per elogiare Putin – un leader incriminato dalla Corte Penale Internazionale – senza ottenere nulla in cambio per l’Ucraina. Nessuna riduzione delle ostilità, nessuna apertura reale: solo la sensazione che l’America abbia perso un’occasione, mostrando debolezza più che determinazione.

In questo scenario, il vertice di Anchorage diventa quasi un paradosso: voleva essere il momento in cui l’America riaffermava la sua leadership globale, ma ha finito per mostrare la distanza tra ambizione e realtà. Putin si è presentato con una strategia narrativa coerente, capace di sfruttare l’occasione per riaffermare la resilienza russa e il nuovo asse con la Cina. Trump, al contrario, è apparso indebolito, logorato dagli scandali interni e dalla pressione di dover offrire all’opinione pubblica “una grande cosa” da esibire.

Il risultato finale è un quadro di fragilità americana. Le sconfitte militari e l’inefficacia delle sanzioni hanno ridotto lo spazio di manovra di Washington, mentre l’Europa resta riluttante a un impegno diretto e la Russia si lega sempre più a Pechino. L’immagine che rimane, come hanno osservato diversi commentatori, è quella di un presidente che gioca la partita della propria sopravvivenza politica più che quella degli equilibri geopolitici globali.

Gli organismi creati dopo la Seconda guerra mondiale — dalle Nazioni Unite alla NATO, fino all’OSCE — possono sembrare in questo contesto, progressivamente svuotati del loro ruolo e della loro capacità di incidere. Strutture nate per garantire stabilità, pace e cooperazione si trovano oggi paralizzate da veti, divisioni interne e strategie di potenza che ne hanno eroso l’autorevolezza.

È evidente che non bastano più riforme di facciata: occorre ricominciare, ridisegnando un’architettura di governance globale che risponda davvero alle sfide del nostro tempo e che restituisca credibilità agli strumenti della diplomazia e della sicurezza internazionale.