Ucraina: la mobilitazione dei russi. Come leggere il discorso di Putin? (TeleTicino)

Il commento del Direttore Claudio Bertolotti a TeleTicino (edizione del 21.09.2022, ore 18.25)

L’intervento del Direttore Claudio Bertolotti in apertura del TG TeleTicino News

Come dobbiamo leggere il discorso di Putin? 

La presa di posizione di Putin è coerente con quella di un leader sotto pressione che cerca di mantenere un equilibrio tra le istanze dei falchi intransigenti, il voler compiacere i militari, dare l’impressione di non perdere la guerra e la necessità di rafforzare il consenso interno che tende sempre più a essere precario e ad indebolirsi con il progredire della guerra in Ucraina.  Il presidente russo ha parlato della necessità di difendere i confini della Madrepatria presentando la guerra di aggressione in una guerra per la difesa della Russia, di fatto attribuendone la responsabilità agli ucraini e ai loro alleati occidentali, in primo luogo agli Stati Uniti e alla Nato. Di fatto Putin ha adottato un cambio di tono più che di retorica ribadendo il concetto di “difesa del popolo e della sovranità territoriale”, che è il tema ricorrente nella narrativa russa, e lo ha fatto nel tentativo di rafforzare una posizione politica che si è notevolmente indebolita.

Con i referendum di Putin cresce la minaccia di una guerra nucleare?

Quella di Putin è una scelta strategicamente cinica, quasi diabolica perché Le autoproclamate repubbliche autonome del Donbass, Lugansk e Donetsk, e le province di Kherson e Zaporizhzhia quando saranno annesse alla Russia, di fatto saranno territorio nazionale russo e dunque, qualunque azione militare contro di essi sarebbe considerata un’aggressione diretta a Mosca: una circostanza che, secondo la dottrina militare russa prevede l’impiego dell’arsenale nucleari per difendere “l’esistenza dello Stato, la sovranità e l’integrità territoriale del Paese”. Dunque ci troviamo di fronte a un’opzione molto pericolosa

Il discorso di stamattina mostra un Putin in difficoltà?

Putin è in oggettiva difficoltà, la Russia sta pagando un prezzo altissimo sia sul fronte ucraino, in termini di risorse umane e materiali, sia sul fronte interno dove si sta facendo ogni sforzo per contenere gli effetti deleteri di un’economia di guerra e di una finanza che sono di fatto fortemente limitate e che stanno avendo un impatto rilevante sulla quotidianità dei russi. Ora, a fronte di questa scelta di forza dobbiamo però prendere atto del fatto che – dal punto di vista della leadership russa – forse non c’erano molte altre alternative. Un passo indietro significherebbe ammettere la sconfitta e questo determinerebbe la fine politica di Putin. Da qui la necessità di aumentare la pressione, seguendo i consigli dei falchi del Cremlino, e tentare la carta della mobilitazione generale per la difesa dei confini che, tra qualche giorno, si estenderanno ai territori ucraini attualmente tenuti dalle forze russe.

C’è la famosa immagine del topo nell’angolo, non è rischioso avere Putin con le spalle al muro?

Un Putin con le spalle al muro è certamente lo scenario peggiore che potrebbe prospettarsi le cui conseguenze andrebbero ben oltre i confini ucraini. Putin in questo momento è in una posizione estremamente precaria e qualunque azione di forza che possa consentirgli di uscire dal pantano ucraino verrà perseguita. L’annessione via referendum e la minaccia nucleare sono un’opzione che Putin ha perseguito a causa della mancanza di tutte le opzioni a lui favorevoli: l’assenza di una vittoria lampo su Kiev, il mancato collasso delle forze armate ucraine, la divisione dell’occidente a supporto dell’ucraina. Putin non ha ottenuto nulla di tutto ciò, e dunque si prepara ad attuare l’unica opzione perseguibile, in alternativa alla sua non del tutto impossibile uscita di scena.

Settimana scorsa c’è stato il vertice di Samarcanda. E anche qui la Russia non sembra aver trovato appoggi incondizionati da parte di Cina e India.

L’india e la Cina sono state elegantemente perentorie nella presa di posizione nei confronti della guerra di Putin in Ucraina: Pechino ha negato la possibilità di aiuti militari alla Russia in Ucraina, tanto che si è parlato di richieste di Mosca alla Corea del Nord (per razzi e proiettili) e all’Iran (per i droni); e Nuova Dehli, storicamente molto vicina alla Russia, non ha lasciato adito a dubbi nell’affermare che questo non è il momento della guerra e la pace deve essere l’obiettivo primario. Dunque Putin, che guardava a Samarcanda come a un’occasione per cercare di rafforzare la propria posizione ha invece incassato un risultato molto più negativo di quanto non si aspettasse. È forse l’inizio di un isolamento che sino a poche settimane fa vedeva solo l’Occidente chiudere lo scambio commerciale e la collaborazione con Mosca ma che ora comincia a interessare anche quegli storici alleati e amici che dalla guerra sono toccati in termini economici, commerciali e finanziari.


La guerra in Ucraina arriva fino in Africa. Il commento di M. Cochi a RaiNews24

Mosca ha costruito nel tempo una rete di relazioni economiche e politiche con molti paesi del continente africano che non prendono posizione contro l’aggressione russa

Il servizio originale di RaiNews24 del 20 agosto 2022

https://youtu.be/NMKFP4BsmkQ

Se l’Occidente si è apertamente schierato contro l’invasione russa, nel continente africano Mosca continua a raccogliere consensi, rafforza i legami economici e politici e costruisce una strategia di pressione anche verso l’Europa. Ne abbiamo ripercorso le tappe e le ragioni con Marco Cochi, giornalista esperto di Africa. Insieme ad Andrea Segré, docente di Politiche Agrarie Internazionali all’Università di Bologna abbiamo spiegato come il cibo – i cereali, in questo caso – possa essere utilizzato come un’arma geopolitica e cercato di capire se le istituzioni sovranazionali hanno il potere di invertire la rotta. Leila Belhadj Mohamed, che si occupa di geopolitica per Life Gate, ha analizzato il ruolo della Turchia e l’importanza, per questi temi, di Paesi come il Mali e il Sudan. Conduce Veronica Fernandes


Afghanistan, l’esperto: “Rischio diventi trampolino jihadismo globale” (ADNKRONOS)

di Alessia Virdis, ADNKRONOS

Vai all’articolo originale di Alessia Virdis su ADNKRONOS

Bertolotti (Ispi): “Il paradosso di al-Qaeda in parte rappresentata all’interno del governo talebani. Vede i Talebani come modello di riferimento per gruppi insurrezionali, jihadisti e radicali dall’Africa subsahariana al Sudest asiatico”.

‘Ruolo chiave al-Qaeda che considera i Talebani come modello di riferimento per gruppi insurrezionali, jihadisti e radicali dall’Africa subsahariana al Sudest asiatico’

Passato un anno dal ritiro delle forze internazionali e dal ritorno al potere dei Talebani, l’Afghanistan è “di fatto una terra in cui vi è assenza di comando e controllo da parte dell’autorità centrale”, che “addirittura tollera, quando non sostiene direttamente, la presenza di gruppi jihadisti radicali che potrebbero trasformare” il Paese “in un trampolino del jihadismo globale”. Risponde così Claudio Bertolotti, ricercatore associato Ispi e direttore di Start InSight, se gli si chiede quali siano i rischi per un Paese martoriato da decenni di guerre e di nuovo in mano ai Talebani.

Con un passato di missioni in terra afghana, quando “tra il 2003 e il 2008 era a capo della sezione contro-intelligence e sicurezza della Nato”, è stato “uno dei 500 italiani che ha fatto parte dell’operazione Usa ‘Enduring Freedom'” e oggi in un’intervista all’Adnkronos sottolinea la “presenza, non solo indisturbata ma addirittura come ospite formale di Sirajuddin Haqqani, in Afghanistan di Aymar Al-Zawahiri“, il numero uno di al-Qaeda la cui uccisione a Kabul è stata annunciata nei giorni scorsi dagli Usa. Quel Sirajuddin, comandante della ‘rete Haqqani’, vicina ad al-Qaeda, figlio del defunto Jalaluddin Haqqani e da un anno ministro degli Interni del governo talebano.

Bertolotti parla del “ruolo chiave attribuito” ad al-Qaeda in questo Afghanistan, della “presenza nel Paese di un gruppo terroristico con una visione globale”, un gruppo che “nelle parole di Al-Zawahiri ha definito i Talebani come i portatori dell’interpretazione corretta della sharia, che dovrebbe essere applicata a livello globale”, quindi “indicando i Talebani come modello di riferimento per tutti quei gruppi insurrezionali, jihadisti e radicali che dall’Africa subsahariana fino al Sudest asiatico si stanno diffondendo e addirittura consolidando”.

‘minaccia crescente Stato islamico Khorasan, aumenta conflittualità all’interno della compagine talebana’

Al-Qaeda, rileva, “è il principale attore a cui si associa il suo competitor per eccellenza, lo Stato islamico Khorasan”, la “variante” nella regione dello Stato islamico, uno “Stato islamico regionale che si è consolidato territorialmente, compete con il governo talebano e si è trasformato in una minaccia concreta, crescente alla sicurezza stessa dell’Afghanistan inteso come Emirato islamico e ma anche dei suoi cittadini”. La componente sciita in particolare. Quella che, sottolinea, lo “Stato islamico Khorasan ha indicato come principale obiettivo insieme ai Talebani”, considerati dal gruppo “come apostati, corrotti, come coloro che hanno accettato un compromesso con l’Occidente”. E’ in questo ‘quadro’ che si inserisce la notizia della morte in un attacco di un attentatore suicida a Kabul, rivendicato dall’Is-K, di Rahimullah Haqqani, figura influente che sosteneva il governo talebano e si era pronunciato a favore del diritto all’istruzione delle donne.

E, prosegue, “la solidità di questo trampolino del jihad globale accresce col tempo a mano a mano che aumenta la conflittualità all’interno della stessa compagine talebana”. Perché, osserva Bertolotti, “il rischio è che le correnti all’interno del movimento talebano possano trasformare questa competizione per il potere in un confronto armato”. E all’interno di questo possibile confronto armato si inserirebbero “tre variabili”, che l’esperto indica nello Stato islamico Khorasan, nella “galassia di gruppi più o meno piccoli di jihadisti che in Afghanistan si stanno consolidando” e nella “cosiddetta resistenza afghana” – quella identificata con il Panjshir che è diventata il ‘Fronte nazionale di resistenza’ e che è guidata da Ahmad Massoud, il figlio del ‘Leone del Panjshir’ – che “si inserisce in un contesto conflittuale amplificandolo”, pur “non avendo la capacità di poter sconfiggere i Talebani”.

Quello della resistenza afghana, sottolinea Bertolotti, è un “elemento importante, non numericamente, ma da un punto vista politico” in un Afghanistan in cui i “Talebani hanno preso il potere, hanno posto un governo di fatto che però nel concreto non è in grado gestire la cosa pubblica afghana né di garantire quella minima cornice di sicurezza fisica ma anche economica di cui la popolazione ha bisogno”. A questo si aggiunge, rimarca, l’elemento di “‘esclusività” del governo talebano “in contrapposizione all’auspicata inclusività”. Di fatto, osserva, “si è assistito a una presa e consolidamento del potere da parte della forte componente della Shura di Quetta”, la storica leadership talebana “che si è di fatto trasformata in forza di governo esclusiva dell’Emirato islamico dell’Afghanistan”.

‘il paradosso di al-Qaeda in parte rappresentata all’interno del governo talebano’

Escluse dalla spartizione del potere, sottolinea, “le molteplici e variegate realtà talebane che nel corso degli anni e in particolar modo nell’ultimo periodo si sono coalizzate attorno al principale e storico nucleo talebano”. Esclusi in particolare “i Talebani del nord e dell’ovest, la componente uzbeka”. Un governo quello talebano, dice Bertolotti, che “non risponde in toto a quelle che erano le premesse dell’Accordo di Doha” del febbraio 2020 tra i Talebani e gli Usa e che “prevedeva tra i punti i principali l’esclusione dell’influenza ma anche della presenza fisica di associati ad al-Qaeda in territorio afghano”. Il raid Usa contro al-Zawahiri nel centro di Kabul.

E oggi siamo con il “paradosso” di “vedere al-Qaeda in parte rappresentata all’interno” del governo talebano e “con un ruolo di consulenza e confronto, in particolar modo con l’ala più oltranzista legata alla rete Haqqani, alla figura di Sirajuddin Haqqani”, che “si contrappone, un po’ anche in competizione interna, all’altra ala più ‘pragmatica’” quella del malawi Yaqoob – figlio del mullah Omar, il fondatore dei Talebani, e oggi ministro della Difesa dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, fresco di ‘promozione’ da mullah a malawi – e degli “associati” al mullah Baradar, vice premier del governo talebano e di fatto con un’autorità ridimensionata dopo essere stato il protagonista degli Accordi di Doha. E, conclude, “Sirajuddin e Yaqoob sono di fatto i due uomini di fiducia del malawi Haibatullah Akhundzada“, leader supremo dei Talebani.

Vai all’articolo originale di Alessia Virdis su ADNKRONOS


Ucraina: 5 mesi di guerra e 1 (debole) accordo sul grano. Radio 1 “Voci dal Mondo”

Il prezzo del grano e le conseguenze politiche e sociali dall’Ucraina, al Nord Africa, all’Afghanistan


Radio 1 – Voci dal Mondo, Puntata del 24 luglio 2022. Ospiti Azzurra Meringolo e Claudio Bertolotti

LINK ALL’AUDIO

Grano in fumo

Con Alba Arcuri A cura di Laura Pepe L’accordo di Istanbul e i missili su Odessa. Ascoltiamo la nostra inviata a Dnipro, Azzurra Meringolo. Seconda parte, dedicata all’Afghanistan, ad un anno dal ritorno dei talebani. L’ospite di oggi è Claudio Bertolotti, Direttore di Start Insight, osservatorio di analisi strategica

#UCRAINA – Accordo sui corridoi sicuri per l’esportazione dei cereali: sarà realizzabile?

Pur con grandi limiti, gli accordi potranno proseguire. Questo non per una generosità da parte di Mosca, ma per una questione di opportunità: in primo luogo per dimostrare all’opinione pubblica russa e a quella ucraina che Putin ha a cuore le sorti delle popolazioni civili dell’una e dell’altra parte. E questo ovviamente ha una finalità propagandistica. Dall’altro lato la Russia guarda con grande interesse all’influenza che potrà acquisire nel continente africano, presentandosi come risolutrice di una crisi alimentare di cui è in gran parte responsabile.

In primo luogo dobbiamo guardare l’aspetto operativo: la Russia avrà ben chiari quelli che sono i corridoi di sicurezza per entrare e uscire dai porti ucraini. In secondo luogo l’aspetto comunicativo e diplomatico di una Russia che si propone di fronte e all’opinione pubblica interna, ma anche quella internazionale e alle cancellerie occidentali e dei paesi africani, come risolutrice che trova una soluzione e la concede sia al popolo ucraino sia ai paesi africani che sono i maggiori beneficiari di questa apertura e su cui la Russia sta investendo moltissimo in termini di influenza e presenza. Ora, che la Russia voglia e riesca a proporsi come elemento risolutore potrà apparire paradossale se si osservano superficialmente le dinamiche della guerra russo-ucraina, ma in realtà è una strategia che rientra in uno schema di guerra parallela combattuta sul piano mediatico e propagandistico. Ed è questo un ambito della guerra dove entrambi gli attori, Kiev e Mosca, sono molto attivi ed efficaci. Il vantaggio ovviamente lo ha la Russia che, negli anni ha investito moltissimo nello strumento di guerra d’influenza attraverso l’utilizzo del web, ormai divenuto un campo di battaglia spietato per la diffusione di notizie false e funzionali a influenzare le opinioni pubbliche dei paesi ostili che colpiti da questa tipologia di arma insieme ai paesi occidentali, o alcuni partiti politici, per spingerli ad avere posizioni non ostili quando non addirittura a sostegno della politica estera di Mosca. È la strategia dello Sharp Power: l’uso di politiche (diplomatiche) manipolative da parte di un paese per influenzare e minare il sistema politico di un paese bersaglio.

#AFGHANISTAN: la crisi alimentare, economica e sociale

L’Afghanistan è sempre più preda di una grave crisi umanitaria. E da gennaio ad oggi si è registrato un aumento della grave insicurezza alimentare a cui si sommano la siccità, i terremoti e le epidemie di malattie trasmesse dall’acqua contaminata, con un aumento significativo dei casi di colera, e un netto deterioramento delle condizioni complessive nelle aree urbane. L’inizio della primavera, che tradizionalmente porta sollievo dalla carenza di cibo, ha però dovuto fare i conti con la siccità – la peggiore degli ultimi trent’anni – che ha di fatto peggiorato le condizioni di vulnerabilità delle popolazioni più povere ed esposte.

In questo quadro già drammatico le ricadute della guerra in Ucraina hanno contribuito ad aggravare la crisi, portando a un aumento dei prezzi di cibo e carburante e a indebolire le catene di approvvigionamento. Prezzi della farina di grano a Kabul che sono ad oggi superiori dell’90% rispetto alla media quinquennale e difficilmente torneranno ai livelli pre-guerra dato l’aumento dei costi di trasporto e gestione delle merci.

Viene naturale chiedersi se, di fronte a una drammatica fotografia del genere, non debbano essere riconsiderate le posizioni della Comunità internazionale, in primo luogo gli Stati Uniti, in termini di possibilità e libertà d’intervento a favore delle popolazioni afghane, e questo indipendentemente dalla gestione politica talebana che ogni giorno si fa più opprimente e violenta nei confronti degli afghani stessi.  


Ucraina: Generali sotto tiro e “terminator” in azione in Donbass (D+87)

di Luigi Chiapperini*

Punto di situazione sul conflitto russo-ucraino al D+87

La fase più critica del conflitto in Ucraina si sarebbe forse potuta chiudere in due o tre giorni solo se il presidente Zelensky fosse fuggito e il governo ucraino fosse crollato. A quel punto si sarebbe assistito all’inizio dell’occupazione russa con il molto probabile avvio della resistenza ucraina sotto forma di guerriglia.

Ma tutto ciò non è avvenuto e la situazione sul terreno è quella che un po’ tutti abbiamo imparato a conoscere: il tentativo fallito di assedio a Kiev e la penetrazione nell’est con attacchi reiterati su Kharkiv dall’esito anch’esso non positivo mentre a sud la situazione, che ha visto le forze russe provenienti dalla Crimea e quelle filo-russe del Donbass chiudere l’Ucraina in una sorta di enclave terrestre (ad esclusione al momento di Odessa il cui porto peraltro è chiuso con conseguenze drammatiche per l’approvvigionamento di cereali nel mondo), sembra essersi cristallizzata da qualche settimana.

Colpa dei generali russi che avrebbero pianificato male e condotto peggio l’operazione?

In un ambiente permeato dalla cultura del capro espiatorio è stato alquanto normale “silurare” un certo numero di vertici militari, tra i quali il generale Serhiy Kisel, che sarebbe stato sospeso “per non essere riuscito a conquistare Karkhiv”, e il vice ammiraglio Igor Osipov, che sarebbe stato licenziato “a seguito dell’affondamento dell’incrociatore Moskva”. Probabilmente anche il capo di stato maggiore russo, il Gen. Valeriy Gerasimov, non avrebbe più la totale fiducia di Putin ma al momento sembra essere rimasto al suo posto.

Lo scopo dell’attacco, ma anche il modo con il quale l’Ucraina è stata invasa il 24 febbraio scorso, ha fatto partorire discussioni e teorie più o meno valide tra vecchi e nuovi geo-strateghi e analisti militari (affidabili o presunti tali).

A nostro avviso quella russa è stata una penetrazione su un fronte troppo ampio (ben 1.500 km. circa) verosimilmente non per un errore operativo da parte dei decisori militari russi (sarebbe stato veramente imperdonabile) ma per una scelta strategica da parte del vertice politico ben precisa ancorché azzardata: indurre il panico nella popolazione e nelle istituzioni e costringere il governo ucraino a capitolare in pochi giorni. O almeno così si sperava.

Come sappiamo, ciò non è avvenuto e pertanto i russi hanno dovuto dapprima, ma senza successo e con non pochi problemi di natura essenzialmente logistica, immettere le seconde schiere e le unità in riserva e successivamente riarticolare l’intero dispositivo abbandonando gli sforzi su Kiev e più recentemente su Karkiv per assicurare una sufficiente gravitazione delle forze nelle aree che possono essere considerate gli obiettivi territoriali minimi di Putin: la regione completa del Donbass e l’area costiera meridionale dell’Ucraina.

Il tutto naturalmente in funzione delle richieste russe al tavolo delle trattative che si rifanno verosimilmente al discorso del presidente Putin del 22 febbraio 2022: Ucraina neutrale, Crimea russa, Donbass “libero”.

In realtà il numero dei cosiddetti BTG (Batalonnaja Takticheskaja Gruppa), cioè delle Task Force russe di livello battaglione impiegate (ognuna costituita da circa 800-1.000 soldati), è stato sinora di circa 90 su 180 totali teoricamente disponibili nella Federazione russa. Le sole forze di manovra russe in Ucraina sono pertanto formate da circa 80-90.000 soldati mentre il totale impiegato, comprese le milizie delle autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk, raggiunge verosimilmente le 150.000 unità. Le forze armate ucraine dovrebbero invece aver ormai toccato, tra forze regolari e milizie territoriali, le 200-250.000 unità dislocate però sull’intero territorio nazionale, naturalmente con una maggiore concentrazione nelle aree a contatto con quelle russe dove si presume siano impiegati circa 150.000 soldati e miliziani (non tutti impiegabili in un combattimento ad alta intensità). Da questi numeri si può dedurre pertanto un rapporto di forza che solo attualmente è di 1:1 mentre a inizio conflitto, stante la eccessiva lunghezza del fronte, era verosimilmente sfavorevole alle forze attaccanti russe la cui superiorità aerea e qualitativa di alcuni degli equipaggiamenti non sembra peraltro essere stata decisiva. Se infatti esaminiamo quello che nelle scuole di guerra si definisce “rapporto di spazio”, si scopre che a inizio operazione, con il numero disponibile di BTG, che teoricamente avrebbero potuto coprire circa 600 (massimo 900) km. sulla fronte, i russi hanno dovuto invece attaccare gli ucraini su un’ampiezza non sostenibile in quanto pari quasi al doppio di quanto previsto dalla dottrina.

Da qui, oltre ad altri fattori come l’ottima performance dell’esercito ucraino (quadri preparati, soldati motivati, piani predisposti) e l’aiuto che si è rivelato fondamentale da parte occidentale (in particolare la presunta “assistenza” all’intelligence ucraina, armi controcarro e sistemi d’arma contraerei moderni ed efficaci), è scaturito il mancato raggiungimento di tutti gli obiettivi iniziali auspicati dalla leadership russa.

La seconda fase, in atto, delle operazioni russe

Alla prima fase dell’attacco “generalizzato” che ha coinvolto quasi la metà dell’intera frontiera terrestre ucraina, parzialmente fallito, è seguita la fase attuale che vede i russi combattere su un fronte molto più ristretto a sud-est e a sud. Ma le notizie che pervengono dalla linea di contatto ci raccontano di una avanzata che, pur con successi locali, continua ad essere ancora relativamente lenta. Molti commentatori ritengono che anche in questa seconda fase l’offensiva russa abbia raggiunto il culminating point (punto culmine), cioè una situazione in cui non sarebbe più in grado di operare avendo immesso in combattimento tutto il suo potenziale bellico senza aver completato la missione.

È veramente così? Probabilmente no. Bisogna tener conto del fatto che siamo di fronte ad un conflitto che almeno inizialmente aveva natura simmetrica, intesa come confronto tra forze convenzionali di qualità e consistenza pressoché similari e che grazie agli aiuti occidentali continuerà ancora ad essere tale. È vero che anche in questo quadrante le truppe russe hanno subito pesanti perdite come ad esempio nel tentativo di forzare il fiume Siverskyi Donets, ma è d’uopo evidenziare che oltre alla sin qui efficace resistenza degli ucraini che, non dimentichiamolo, conoscono molto bene l’area avendo operato negli ultimi otto anni contro i separatisti russofoni, l’offensiva delle forze russe e filo-russe risente negativamente di orografia, idrografia e presenza antropica che non consentono una agevole manovra, manovra che grazie ad alcuni importanti successi locali solo ora sembra iniziare a produrre risultati positivi in particolare a Izyum, a Popasna e nella stessa Severodonetsk.

Inoltre i russi possono contare ora non solo sulle forze recuperate e già immesse nuovamente in combattimento dalle direttrici non più operative del nord (Kiev) e del nord est (Sumy), ma anche sui circa 10 BTG che erano impegnati a Mariupol. Questi ultimi, dopo un adeguato ricondizionamento, potranno andare a rafforzare la gravitazione esercitata su Severodonetsk dando la spallata decisiva alle forze ucraine in difesa oppure per andare a ristabilire una linea del fronte che a Kherson-Mykolayiv continua a presentare non pochi problemi. 

Comunque lo sforzo principale in questa fase sembra essere proprio quello in Donbass dove i BTG russi, come detto, operano nelle aree di Izyum (per sfondare a sud-est verso Slovyansk) e di Popasna (per raggiungere verso nord Severodonetsk e nord-ovest Kramatorsk), allo scopo di assumere il controllo dell’autostrada M3 (E-40). Questa manovra di accerchiamento chiuderebbe in una sacca i reparti ucraini (probabilmente una ventina di BTG) impegnati nel saliente di Izyum-Lyman-Severodonetsk-Hirske-Popasna.

Se la manovra di accerchiamento tra Izyum e Popasna dovesse avere successo, sarebbe indubbiamente raggiunto e superato un punto decisivo della linea di operazione il cui obiettivo è la conquista dell’intero Donbass.

Sempre a sud, dopo ben 84 giorni di resistenza nelle locali acciaierie, divenute ormai un ammasso di macerie, Mariupol è stata definitivamente conquistata. I russi e le milizie del Donbass, oltre ad aver liberato forze da poter impiegare altrove, hanno così assicurato quel continuum territoriale con la penisola di Crimea che riveste grandissimo valore simbolico oltre che economico. Inoltre, mentre continua lo sforzo verso nord per raggiungere l’importante città di Zaporizhzia, a nord-ovest della penisola si continua a combattere lungo la linea Kherson – Mykolayiv con esito alterno sin dall’inizio del conflitto. La mancata acquisizione completa di questa area, oltre alle perdite dell’incrociatore lanciamissili Moskva e di alcune navi anfibie, è uno dei motivi per i quali i russi non sono ancora riusciti ad attaccare Odessa, altra città simbolo dell’Ucraina e “porta da sfondare” per congiungere la Russia alla Transnistria, regione moldava dichiaratasi anch’essa autonoma e che nel 2014 ha chiesto l’adesione a quella che considerano la loro “madrepatria”.

Riassumendo, concentrando l’attenzione agli “oblast” meridionali dell’Ucraina, i russi intendono finalmente impiegare in maniera più consona e rispondente ai principi basilari della dottrina militare le proprie unità, almeno per quanto riguarda il giusto rapporto di forze e spazio. Il fronte ha ora una lunghezza tale da poter essere investito con maggiore efficacia dai BTG disponibili.

I russi hanno sicuramente subito perdite considerevoli, ma gli ucraini hanno visto le proprie componenti corazzata e aerea quasi completamente distrutte e una parte consistente del proprio territorio cadere in mani russe. Solo i citati aiuti militari occidentali, compresi i carri armati T-72 polacchi, e la loro grandissima motivazione, hanno consentito agli ucraini di continuare a porre in atto una difesa alquanto efficace che potrebbe portare eventualmente a un conflitto di attrito e quindi di lunga durata. Ecco che per i russi potrebbe essere necessario passare alla fase 2.1, cioè vincere in Donbass e nell’area di Odessa nel più breve tempo possibile impiegando nuovi micidiali mezzi.

I possibili nuovi protagonisti dei campi di battaglia in Ucraina

Per detti motivi, oltre a un impiego ancora più massiccio dei migliori sistemi d’arma come i missili ipersonici ad alta precisione aria-terra Khinzal e terra-terra Iskander con gittate rispettivamente di 2.000 e 500 km. o i micidiali TOS-1 (Buratino), sistemi montati su telai di carri armati T-72 in grado di lanciare missili con testate termobariche, alcuni ritengono che stiano per comparire sul campo di battaglia altri sistemi d’arma russi modernissimi che per una serie di motivi, primo tra tutti proprio perché da poco usciti dalle linee di montaggio, non sono stati ancora impiegati.

Ecco alcuni di questi nuovi mezzi, limitandoci a quelli operanti nell’ambiente terrestre che è risultato essere stato sinora quello più sanguinoso e che sarà decisivo per le sorti del conflitto.

Come detto, fondamentale risulta la capacità di acquisire informazioni su entità, dislocazione natura e atteggiamento del nemico. Per fare questo anche gli ucraini dispongono di droni (alcuni dei quali probabilmente forniti dalle nazioni che stanno contribuendo alla sua difesa) contro i quali sembra che negli ultimi giorni i russi abbiano utilizzato un sistema d’arma laser, lo Zadira, che secondo il vice premier russo Yuri Borisov è “capace di incenerire un drone ma anche altri mezzi a 5 km di distanza”.

Relativamente ai mezzi più “convenzionali”, sin dall’inizio delle operazioni i russi impiegano i carri armati T-72B3M e quelli delle serie T-80 e T-90, i quali sono equipaggiati con sistemi di protezione ERA (Explosive Reactive Armour, cioè corazzature reattive esplosive) del tipo Kontakt-5 e Relikt, considerate fino a febbraio molto avanzate ma che sono risultate non sufficientemente idonee a fronteggiare le nuove minacce dei temibili missili controcarri occidentali, ad esempio i Javelin.

Ecco perché la Russia potrebbe inviare in Ucraina i mastodontici (rispetto agli standard dei veicoli sinora prodotti in oriente) T-14 Armata, mezzi con caratteristiche similari a quelle dei carri occidentali sia in termini di dimensioni che di utilizzo esteso dell’elettronica ma che avrebbero la capacità di sparare fino a dieci colpi da 125 mm. al minuto e colpire bersagli a una distanza di sette chilometri.

Per dare un’idea di quanto sia potente l’ultimo nato in casa russa, il carro armato statunitense M1 Abrams può sparare “solo” tre colpi al minuto e ha una portata di “appena” 4.500 metri. Inoltre, il nuovo carro dispone di corazza reattiva Malachit e di un sistema di protezione attiva Afganit che include un radar a onde millimetriche per rilevare, monitorare e intercettare munizioni anticarro in arrivo a similitudine dell’avanzatissimo sistema israeliano Trophy. Di MBT (Main Battle Tank) T-14, che ha avuto una genesi a dir poco travagliata proprio a causa della sua complessità e dei costi di sviluppo e produzione molto elevati, ce ne sono al momento disponibili relativamente pochi (alcune decine) nelle disponibilità di una delle divisioni di punta dell’esercito russo, la 2^ Divisone della Guardia “Tamanskaya”. La domanda è se i russi si fideranno ad immettere in combattimento un veicolo sicuramente mobile, protetto e potente ma verosimilmente non ancora maturo in quanto non testato a sufficienza.

Sui campi di battaglia dell’Ucraina potrebbe comparire anche il nuovo mezzo da combattimento per la fanteria da affiancare al T-14. Avendo la stessa piattaforma ha lo stesso nome, Armata, ma con codice identificativo diverso: T-15. I fanti russi, che hanno subìto pesanti perdite a seguito della distruzione di mezzi scarsamente protetti come i BMP-2 e 3, non vedono l’ora di riceverli ma non sarà così semplice. Come per i T-14, ne sarebbero disponibili al momento poche decine di unità. Anche questo mezzo, inoltre, potrebbe avere gli stessi problemi di “maturità” del fratello maggiore T-14.

Un altro mezzo micidiale che è già stato dispiegato verso la metà del mese di maggio 2022 in Donbass è il BMPT Terminator-2, un veicolo idoneo ad affiancare i carri armati in particolare nei centri abitati in quanto dispone di un set di armi composito: una mitragliatrice cal. 7,62 e due lanciagranate anti personale, due cannoni da 30 mm contro veicoli blindati e 4 lanciatori per missili guidati contro carri. Il modello che viene già impiegato è su scafo T-72, quindi risalente all’epoca sovietica ancorché migliorato. Un nuovo modello molto più protetto, più automatizzato e anche con capacità contraerea è il BMPT-15 Terminator-3, un sistema d’arma su scafo del citato Armata.

Grazie alla disponibilità di detti mezzi, i russi potrebbero costituire alcuni BTG modernissimi con i quali dare l’ultima spallata alla resistenza ucraina in Donbass e a Odessa.

* Generale di Corpo d’Armata dei lagunari Luigi Chiapperini, già pianificatore nel comando Kosovo Force della NATO, comandante dei contingenti nazionali NATO in Kosovo nel 2001 e ONU in Libano nel 2006 e del contingente multinazionale NATO in Afghanistan tra il 2012 e il 2013, Vice Capo del Reparto Pianificazione Generale e Direzione Strategica / Politica delle Alleanze presso lo Stato Maggiore Difesa, Capo Ufficio Generale del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, attualmente membro del Centro Studi dell’Esercito e collaboratore del Campus universitario CIELS di Padova.


Ucraina: la (lenta) avanzata russa e l’ipotesi di allargamento della NATO (tra pro e contro)

di Claudio Bertolotti

Intervista a Radio 1 Rai del 16 maggio 2022 (ore 16.05) e commento del Direttore C. Bertolotti

Il commento del Direttore Claudio Bertolotti (dal minuto 33.30″)

Sviluppi sul campo: le difficoltà russe e il tentativo di accerchiamento (ora ridotto)

Sino a pochi giorni fa eravamo tutti concordi sul fatto che lo sforzo maggiore da parte delle forze russe si sarebbe concentrato sull’area di Izyum che, con i suoi snodi viari e le potenzialità tattiche, era indicato quale obiettivo operativo di maggiore interesse per Mosca, poichè la sua conquista avrebbe garantito al grosso delle forze russe di aggirare quelle ucraine schierate (sul fronte di Luhansk e Donesk). Ed è per questo che su entrambi i fronti la lotta si è fatta accanita.

Ora questo obiettivo, consistente nel completare un accerchiamento su larga scala di unità ucraine dalla città di Donetsk a Izyum, sarebbe stato abbandonato dai russi, in virtù dell’accanita resistenza ucraina e della controffensiva subita dai russi intorno a Kharkiv.

L’alternativa si è dunque ridimensionata a un’azione di accerchiamento più ridotta, forse sempre più ridotta a causa delle gravi perdite e delle limitazioni in termini di capacità di manovra. Questo potrebbe indurre lo stato maggiore russo ad avviare una nuova operazione su Severodonetsk, da nord e da sud, via Rubhizne, il che porterebbe ad ottenere un accerchiamento delle truppe ucraine molto più ridotto rispetto a quanto inizialmente previsto.

Uno stallo? Si, ma a svantaggio della Russia (grazie all’aiuto statunitense)

Di fatto la guerra di logoramento e attrito impone il consolidamento delle linee del fronte, con poche puntate offensive, da entrambe le parti, costringendo i contendenti a consumare le proprie forze con una conseguente diretta riduzione della capacità operativa. Però, c’è un però. Da un lato le forze russe, che comunque mantengono un vantaggio tattico che si riduce sempre più, hanno attinto a una parte consistente della riserva operativa (comprese le milizie e le compagnie private di sicurezza); dall’altro lato le forze ucraine stanno ricevendo sempre più consistenti e rilevanti aiuti dall’Occidente, in particolare da parte degli Stati Uniti: artiglierie, carri armati, intelligence per un valore complessivo di circa 40 miliardi di dollari, aiuti che vanno a sommarsi a quelli già donati.

Il budget russo per la difesa nel 2021 è stato di 65,9 miliardi di dollari (per farci un’idea quello italiano è di meno di 25 miliardi di euro).

Questo dovrebbe darci un’idea di quelli che potrebbero essere gli effetti devastanti per la Russia, in termini militari, di una guerra di medio respiro in cui potrebbe precipitare Mosca. Va detto che, in termini di capacità militare, produzione di armamenti e disponibilità di equipaggiamenti la Russia avrebbe un’autonomia di almeno un anno. Il che si potrebbe tradurre in uno scenario di guerra molto più duraturo di quanto non ci sarebbe aspettsti all’inizio del conflitto con tutte le incognite del caso, incluso il ruolo giocato da potenziali combattenti stranieri. Meno preoccupante dovrebbe essere invece, ma il condizionale è d’obbligo, il ricorso all’armamento nucleare, previsto dalla dottrina russa solo a determinate condizioni che, al momento, non sono all’orizzonte (rischio esistenza dello stato o disfatta militare).

Svezia e Finlandia nella NATO? Pro e contro di un allargamento

Dobbiamo essere molto cauti nel valutare pro e contro di questo processo di allargamento della Nato. Una valutazione complessiva deve tener conto di tre elementi cardine: il primo è il maggior onere per l’Alleanza atlantica, i cui confini di prossimità con la Russia aumenterebbero, e con loro anche lo sforzo in termini contributi militari, a cui solo in parte Svezia e Finlandia riusciranno a compensare. Dall’altro lato, questo è il secondo punto, è indubbio l’indebolimento oggettivo a cui la Russia sta andando incontro: un indebolimento politico ed economico di medio-lungo periodo che sarà difficile da recuperare. Infine, terzo elemento, va tenuto conto del non facile processo di adesione di Finlandia e Svezia alla Nato, la cui praticabilità passa attraverso il consenso unanime degli alleati, e la Turchia ha già manifestato le proprie riserve in merito: questo non vuol dire che i due nuovi paesi non saranno ammessi, ma è certo che ciò avverrà a conclusione di trattative e negoziati che Ankara non mancherà di mettere sul tavolo, anche in virtù dei vantaggi e delle opportunità di un dialogo parallelo tra Russia e la stessa Turchia.


Presentazione del Rapporto #ReaCT2022 con la Fondazione De Gasperi

Mercoledì 20 aprile alle 18.00 sulla piattaforma Zoom
la Fondazione De Gasperi ospita la presentazione del

3° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa

curato dall’Osservatorio REACT e pubblicato da START InSight

Intervengono
Angelino Alfano, Presidente della Fondazione
Claudio Bertolotti, Direttore dell’Osservatorio REACT
Chiara Sulmoni, giornalista e analista, START InSight
Andrea Molle, docente di Scienze Politiche, Chapman University
Modera Mattia Caniglia
responsabile del Desk Geopolitica e Sicurezza della Fondazione De Gasperi

Per tutti i dettagli e le iscrizioni cliccare QUI

il Rapporto è disponibile QUI in versione PdF


Ucraina: la terza fase offensiva e i reali obiettivi operativi della Russia (D+46)

di Fabio Riggi

Con il conflitto tra Russia e Ucraina giunto a quasi un mese e mezzo dal suo inizio è possibile esprimere alcune considerazioni, e soprattutto formulare alcune ipotesi, riguardanti una dimensione alquanto misconosciuta, anche da parte di alcuni addetti ai lavori, nel dibattito in corso sulle attività belliche in corso: quella relativa al livello operativo della pianificazione e della condotta della campagna militare russa. A tale riguardo è bene ricordare come le moderne dottrine militari identificano nel livello operativo una dimensione intermedia tra quella strategica, superiore, che attiene alla definizione e al perseguimento degli scopi generali della guerra, e quella tattica, inferiore (beninteso, non per importanza) che attiene specificamente all’impiego delle forze in combattimento. Il livello operativo, relativamente recente rispetto a quelli strategico e tattico, ambiti tradizionali nello studio e nell’interpretazione dell’arte della guerra fin dai secoli più remoti, è stato introdotto a partire tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo anche grazie allo sviluppo concettuale che si svolse su questo tema negli anni ’20 e ’30 dello scorso secolo in Unione Sovietica.

I dubbi sugli obiettivi operativi della campagna russa

Il ripiegamento delle forze russe dai settori nord (area di Kiev) e nord-est (aree di Chernihiv e Sumy), completato negli ultimi giorni dopo una prolungata fase di logoramento, sta facendo sorgere molti quesiti riguardanti quali siano i reali obiettivi operativi della campagna russa in Ucraina (secondo diversi analisti essi sono significativamente cambiati rispetto al suo inizio), soprattutto tenendo presente che questi sono sempre, e necessariamente, strettamente correlati a quelli fissati a livello strategico. Infatti, lo scopo precipuo della pianificazione e dell’impiego delle forze a livello operativo è quello di condurre “campagne” indirizzate al conseguimento degli obiettivi strategici generali del conflitto.

Errore strategico russo: successo iniziale ma pochi soldati

Un elemento fondamentale, materializzatosi concretamente dopo oltre 5 settimane di guerra, ma facilmente prevedibile anche prima del suo inizio, è quello relativo ai rapporti di forze complessivi. Dalle fonti più accreditate risulta che le forze terrestri russe lanciate nell’offensiva ammontino all’equivalente di circa 115 gruppi tattici di manovra a livello di battaglione, per un totale di 175.000-190.000 uomini, affiancati da due corpi d’armata delle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk, con altre circa 20.000 effettivi. Dal canto suo, l’esercito regolare ucraino contava già da prima del conflitto (secondo l’ordine di battaglia riferito al 2016) su un totale di 23 brigate di manovra (meccanizzate, motorizzate, corazzate, d’assalto aereo e di fanteria di marina) cui si aggiungono numerosi altri battaglioni indipendenti (“separati” secondo la terminologia organica russo-ucraina) per un totale di 125.600 effettivi nell’esercito e altri circa 20.000 nelle forze aviotrasportate (che costituiscono una forza armata indipendente). A questa forza già considerevole si aggiungono 11 brigate e 13 reggimenti della Guardia Nazionale, una componente definita “paramilitare” ma che all’atto pratico dispone di materiali e capacità del tutto equiparabili alle formazioni da combattimento regolari, insieme alle unità speciali della polizia, per un totale di altri 102.000 uomini (dati tratti dalla pubblicazione “Military Balance” 2021).

In esito a ciò, per quanto riguarda le forze terrestri, è di tutta evidenza l’assenza di un rapporto di forze favorevole, da parte russa, per la condotta di un’invasione su vasta scala dell’Ucraina, anche se limitata alla sua parte orientale. Da un punto di vista puramente militare, quindi, le operazioni offensive condotte dalle truppe di Mosca sono iniziate (e sono tutt’ora in corso) in condizioni tutt’altro che favorevoli, se non addirittura proibitive, da questo punto di vista. La proiezione, insita nell’immaginario collettivo occidentale, delle forze quantitativamente schiaccianti che “l’orso russo” ha tradizionalmente messo in campo nella storia delle guerre che lo hanno visto protagonista, è quindi piuttosto distante dalla attuale realtà dei fatti se è vero che l’esercito russo nel suo complesso conta in totale su circa 280.000 effettivi (dati Military Balance 2021). Alla luce di ciò, è anche possibile concludere che le avanzate, tutt’altro che trascurabili, realizzate dalle forze russe nei primi giorni della campagna, soprattutto nel settore sud, (di oltre 200 Km, ad esempio, sulle direttrici di Zaporozhie e Mariupol) sono da considerare di tutto rilievo e relativamente sorprendenti. Di fatto, solamente una decisione presa d’imperio dal vertice politico, molto probabilmente basata su presupposti che andavano ben al di là delle condizioni puramente strategico-militari, nettamente non favorevoli, ha potuto giustificare l’inizio di un’impresa molto rischiosa e sicuramente densa di insidie come gli sviluppi sul campo si stanno incaricando di dimostrare.

Errore operativo russo: troppe direttrici di attacco, ma coerente con la dottrina

Sulla base di quanto esposto riguardo le forze in campo, è dunque opportuno abbozzare alcune ipotesi riguardo il “design” a livello operativo della campagna russa. Uno degli aspetti maggiormente criticati è stato quello relativo ai molteplici assi d’attacco seguiti dalle forze attaccanti, la pluralità dei quali non avrebbe consentito la realizzazione di una gravitazione sufficiente a ottenere una superiorità di forze decisiva in nessuno dei settori entro cui si sono sviluppati. Inoltre, l’andamento ad ampio arco della linea di confine tra l’Ucraina, la Bielorussia e la Russia, sommata alla scelta dello stato maggiore generale russo (organo di vertice che sulla base del ben noto modello del “Generalstab” prussiano/tedesco è quello deputato al pieno sviluppo della pianificazione a livello strategico-operativo) di mettere in atto più sforzi offensivi, consente tutt’ora alle forze ucraine il vantaggio della “manovra per linee interne”, mentre, specularmente, quelle russe sono costrette allo svantaggio della “manovra per linee esterne”. Tuttavia, un concetto operativo, come quello dei molteplici sforzi offensivi, che intuitivamente e a una prima analisi è sembrato a giudizio di vari commentatori un evidente errore di pianificazione e suddivisione delle forze, a ben guardare è proprio dello schema tradizionalmente previsto da quella che era “l’arte operativa” di scuola sovietica, il cui retaggio è ancora ben presente nello stato maggiore generale di Mosca. Molte delle grandi operazioni offensive condotte dall’Armata Rossa nella seconda guerra mondiale, dall’operazione Uranus dell’autunno-inverno 1942-43, che portò alla vittoria di Stalingrado, all’operazione “Bagration”, in Bielorussia, nell’estate 1944, fino ad arrivare all’operazione “Berlin”, ossia l’offensiva finale che culminò con la caduta di Berlino nella primavera del 1945, sono state condotte esattamente con uno modello operativo che prevedeva più sforzi offensivi lungo altrettante direttrici d’attacco. D’altro canto, sin dall’inizio dello scorso XX secolo (come illustrato, ad esempio, in un articolo del 1921 da un ufficiale britannico, il Lt.Col J.C. Dundas), era ben nota la differenza tra una campagna offensiva condotta “per linee interne”, ossia lungo un singolo (o solo altri pochi e ben coordinati, assi d’attacco) e quella invece sviluppata “per linee esterne”, ossia su diverse e molteplici direttrici. Nel primo caso l’attaccante può concentrare le proprie forze per penetrare rapidamente nel territorio dell’avversario, dividerne le forze e godere del vantaggio di poter concentrare le proprie risorse logistiche lungo poche e più ravvicinate linee di comunicazione. Lo svantaggio è che anche il difensore può concentrare le sue forze sulla singola direttrice d’attacco dell’avversario, e da ciò ne discende che quest’ultimo deve poter contare su una significativa superiorità numerica (concetto già valido di per sé come regola generale universalmente riconosciuta in offensiva) per avere ragionevoli probabilità di prevalere. L’approccio offensivo “per linee esterne”, invece, consente all’attaccante di costringere il nemico a dividere le proprie forze, imponendogli il dilemma di dove focalizzare le priorità per l’impiego di queste, e lasciandolo per quanto possibile nell’indeterminatezza di capire quali siano realmente gli sforzi offensivi principali del nemico. Tuttavia, una campagna offensiva sviluppata con il secondo tipo di approccio crea la difficoltà di dover gestire diverse linee di comunicazione, estese e molto più articolate rispetto a quelle sufficienti a gestire un singolo asse di penetrazione, che sono necessarie per l’alimentazione tattica e logistica delle forze in attacco, e presenta la necessità, anche in questo caso, di una superiorità numerica idonea alla realizzazione di una adeguata gravitazione su ogni singola direttrice.

Rapporto di forze sfavorevole alla Russia

Sulla base di queste argomentazioni teoriche, è possibile supporre che nel momento in cui il vertice politico-strategico di Mosca ha imposto la sua volontà sull’inizio di un’offensiva su larga scala per la conquista, posta come prioritaria, delle aree meridionali dell’Ucraina, per realizzare la contiguità territoriale tra Crimea e Donbass e occupare totalmente quest’ultima regione (basandosi, anche, come insistono nell’affermare diversi analisti autorevoli, sull’ “assumption” di uno sfaldamento in poco tempo dell’intero apparato politico-militare di Kiev sotto i colpi delle prime, rapide operazioni), lo stato maggiore generale russo ha dovuto forzatamente elaborare un disegno della campagna a livello operativo in condizioni non favorevoli in termini di rapporti di forze sull’avversario. In questo quadro, è possibile che nella visione dei pianificatori russi la scelta, apparentemente più semplice, di lanciare un’offensiva “per linee interne” su poche direttrici d’attacco tutte concentrate nel settore meridionale, (dove peraltro era già schierato il meglio delle forze terrestri ucraine), avrebbe consentito a sua volta all’avversario di concentrare le proprie, non trascurabili, forze per contrastarlo efficacemente. Da qui, probabilmente, la decisione di lanciare altri due attacchi, se non secondari quantomeno “concorrenti”, a nord, lungo la sponda ovest del Dnepr (dove peraltro il terreno è particolarmente difficile), su Kiev e a nord-est, lungo la direttrice Sumy-Konotop-Nizhyn, verso i sobborghi orientali della capitale ucraina. Su questi settori settentrionali potrebbe essersi anche innestato l’obiettivo, altamente opportunistico, di provocare la caduta del governo Zelensky dopo averlo sottoposto alla minaccia delle truppe di Mosca giunte sin dalle prime ore dell’invasione a pochi Km da Kiev. Il recente, repentino, ripiegamento delle forze russe dai settori nord e nord-est, pur pagato al prezzo di un forte danno d’immagine, già scosso da “operazioni sulle informazioni” ucraine aggressive e pervicaci sin dai primi giorni dell’invasione, potrebbe essere un indicatore che effettivamente avvalora il quadro tratteggiato secondo questi lineamenti.

Problemi logistici e resistenza ucraina

Le comunque innegabili difficoltà delle forze russe, incontrate in primo luogo nei settori nord e nord-est, che probabilmente hanno determinato la decisione di ripiegare la gran parte delle forze impiegate, deriverebbero da problematiche innescate proprio dai requisiti richiesti da un disegno operativo “per linee esterne”. Le linee di comunicazione che stanno alimentando gli sforzi offensivi russi sono estese per centinaia di Km, dal territorio russo, già prima di oltrepassare il confine ucraino, e soprattutto nel settore nord-est sono state per giorni soggette a continui attacchi e minacciate dalle sacche di resistenza dove le unità ucraine, seppur isolate, hanno continuato a operare con tenacia e abilità, com’è accaduto in modo particolare a Chernihiv e Sumy. In aggiunta a ciò, alcune criticità intrinseche al sistema logistico dell’esercito russo, che è bene ricordare sta affrontando una campagna terrestre di così ampia portata per la prima volta dal 1945, avrebbero già da sole provocato non pochi problemi. Innanzitutto, la forte dipendenza dal trasporto ferroviario, e dalle relative “teste di sbarco” in prossimità delle aree di operazioni, e una relativa scarsità di reparti e organi logistici già nell’organico a livello di armata. Questo fattore fondamentale, riferito alla logistica, enfatizzato da forze come quelle russe altamente meccanizzate, sommato alle linee di comunicazione “esterne”, numerose ed estese per poter alimentare i molteplici assi offensivi previsti dal disegno operativo iniziale, potrebbe aver determinato il raggiungimento del “punto culmine” dell’offensiva delle forze russe nella parte settentrionale dell’Ucraina, e la conseguente necessità di ripiegarle per non rischiare di perderne una parte significativa, anche di fronte a contrattacchi ucraini che già si stavano manifestando in modo significativo.

Inizia la terza fase offensiva russa Dopo il ripiegamento delle forze russe dai settori nord e nord-est la campagna è entrata in una nuova fase (che potrebbe essere numerata come la terza dall’inizio del conflitto) che dopo quella di attrito, prolungatasi per almeno 3-4 settimane, ora vede le truppe di Mosca cercare di applicare il principio dell’economia delle forze (universalmente riconosciuto tra quelli fondamentali dell’arte militare) per concentrare il massimo della potenza di combattimento nei settori sud e sud-est, quelli verosimilmente riconosciuti, sin dall’inizio, come prioritari. L’esito di questa ampia manovra, realizzata di certo dai russi al fine di mantenere l’iniziativa operativa e strategica, non potrà che essere fornito dalle inappellabili sentenze che il campo di battaglia emetterà nelle prossime settimane.


Conferenza – Da Washington alla guerra in Ucraina. Le dimensioni della disinformazione

Una conferenza aperta al pubblico organizzata in collaborazione tra
Università della Svizzera Italiana – ASIS Svizzera – START InSight

Giovedì 31 marzo
dalle 18.00 alle 20.00
Aula A21
Palazzo rosso del Campus Ovest
Università della Svizzera Italiana (Lugano)

Programma

Introduzione 
18.00-18.15
Jean-Patrick Villeneuve
Professore e Direttore dell’Istituto di comunicazione e politiche pubbliche, USI 
Luca Tenzi
Security Strategist e Responsabile di ASIS Svizzera Italiana 

Interventi

18.15-18.30
Andrea Molle (in collegamento)
Docente di Scienze Politiche, Chapman University e ricercatore, START InSight
L’uso strategico della disinformazione: dalle elezioni americane alla guerra in Ucraina
L’intervento illustra i fondamenti dell’attività strategica di disinformazione, con particolare attenzione alle fake news e al memetic warfare, al fine di creare polarizzazioni e conflitti sociali ovvero supporto per attori statali e non statali impegnati in un conflitto. Gli esempi portati nella presentazione vanno dalle elezioni presidenziali americane del 2016 all’attuale conflitto in Ucraina e includono gli eventi che hanno condotto alla sommossa del 6 Gennaio 2021 a Capitol Hill (Washington DC).

18.30-18.45
Philipp Di Salvo (in collegamento)
Ricercatore presso l’Istituto di Media e Giornalismo, USI e Visiting Fellow al Department of Media and Communications della London School of Economics and Political Science (LSE)
Hacks e leaks: strategie cyber per il conflitto informativo
L’intervento tratterà il ruolo generale degli hackers e delle fughe strategiche di notizie, degli attacchi informatici e dell’hacktivismo. Quella ucraina non è (ancora) una guerra cibernetica, ma il conflitto sta offrendo spunti interessanti sull’uso delle strategie informatiche da parte di diversi attori, specialmente quando si tratta di hack & leak e del ruolo dei giornalisti / media.

18.45-19.00
Claudio Bertolotti 
Analista strategico e Direttore di START InSight 
I foreign fighters nel conflitto ucraino 
La guerra in Ucraina sta mobilitando combattenti stranieri su entrambi i fronti, suscitando interrogativi che vanno dalla legalità della loro partecipazione a operazioni militari all’estero, alla natura della guerra, al rischio rappresentato dai foreign fighters legati a gruppi estremisti violenti. L’intervento spiegherà la situazione attuale e le prospettive future. 

19.00-19.15
Chiara Sulmoni (in presenza)
giornalista, analista START InSight
I nuovi orizzonti della radicalizzazione e dell’estremismo  
Negli ultimi anni instabilità politica, crisi e pandemia hanno portato a una crescita della polarizzazione sociale e degli estremismi violenti di ogni orientamento. L’intervento dà conto di questo contesto generale -presentato anche nel Rapporto #ReaCT sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa 2022- dentro il quale si inserisce oggi il richiamo esercitato della guerra in Ucraina -con le sue narrative- sui militanti. 

19.15-19.30 
Conclusioni generali  

19.30
Dibattito con il pubblico presente in sala

Potete partecipare alla conferenza anche da remoto collegandovi con questo link

https://us06web.zoom.us/j/81481793134?pwd=R0c3VGpCdEdnTzhIUStYT2JRT0JJUT09

Meeting ID : 814 8179 3134
Password : 687928


Allentato l’assedio a Kiev? Mosca guarda a sud. Il commento di C. Bertolotti. RaiNews 24, 24 2022

Le forze armate ucraine sfondano la sottile linea d’assedio dei russi a nord-ovest di Kiev imponendo un arretramento alla 35a armata combinata russa, schierata in posizione difensiva (e non offensiva). Grande impatto emotivo e mediatico, ma i russi mantengono l’iniziativa sul fronte più importante, quello meridionale dove, con la caduta di Mariupol, Mosca ottiene la continuità territoriale dalla Crimea al Donbass.

In attesa dei rinforzi provenienti dai distretti orientali e con la riorganizzazione delle forze in campo rimane incerto l’esito di un conflitto che le sole forze ucraine non potranno risolvere attraverso una controffensiva: mancano le forze, i mezzi e le risorse. Al contrario, gli ucraini hanno la sola capacità di rallentare le operazioni russe.

Il commento di Claudio Bertolotti ospite di RaiNews 24; puntata del 24 marzo 2022.