Sui Patriot all’Ucraina possiamo dire che il presidente statunitense Donald Trump non “regali” all’Ucraina la vittoria ma le conceda strumenti per non perdere troppo velocemente, mantenendo nelle sue mani la leva degli aiuti come strumento negoziale. In questo quadro l’apertura di Trump sui Patriot possiamo leggerla su due piani, operativo e politico. Sul piano operativo, la riattivazione del flusso di sistemi e munizioni per la difesa aerea significa, per Kiev, la possibilità di ridurre – non annullare – la vulnerabilità rispetto alla campagna missilistica e di droni della Russia. I Patriot non cambiano l’esito della guerra, ma incidono sulla soglia del dolore riducendo il numero delle infrastrutture distrutte, dei centri urbani colpiti, consentendo una maggiore capacità di tenuta dello Stato mentre la guerra continua. Sul piano politico interno, Trump ha bisogno di presentare all’elettorato una “vittoria” spendibile, che non è la vittoria dell’Ucraina, ma la vittoria del presidente che “mette ordine” nel dossier ucraino, dosando gli aiuti, mostrando forza verso Mosca e, al tempo stesso, controllo della spesa militare. Questa apertura è una concessione estremamente misurata che consente a Trump di non apparire arrendevole e di non compromettere un eventuale piano di pace basato su concessioni territoriali ucraine, che lui considera realistiche (e che tali sono, al di là delle buone intenzioni e delle visioni ideali). Però…
Quali criticità?
Ci sono delle criticità oggettive, che possiamo riassumere in quantità, tempo, coesione politica. Sulla quantità, è un fatto che la difesa aerea sia un sistema, non un singolo pezzo. E dunque i Patriot, da soli, non bastano poiché servono munizioni, integrazione con altri sistemi, capacità di manutenzione e addestramento. Se la fornitura sarà limitata o intermittente, si creerà un “effetto vetrina”, basata su una “capacità” non strutturale. Sul tempo, che per me è l’elemento cardine, la Russia lo usa come arma strategica. Ogni giorno guadagna qualche chilometro di fronte, li consolida, non li perde. L’Ucraina, invece, dipende dal ritmo politico delle decisioni occidentali. Ogni ritardo negli aiuti si traduce in terreno perso e in capacità offensiva ridotta. Infine, la coesione politica occidentale su cui grava l’umore di Trump, la cui apertura può accentuare le divergenze tra alleati, soprattutto se viene percepita come parte di un disegno più ampio di “chiusura” del conflitto a condizioni sfavorevoli per Kiev. Se gli europei vogliono sostenere l’Ucraina nel lungo periodo e Washington punta a una soluzione rapida, magari a costo di concessioni territoriali, il rischio è una NATO formalmente unita ma strategicamente disallineata.
Cosa cambia nei calcoli di Putin?
Cambia la gestione del rischio, non l’obiettivo strategico perché il presidente russo Vladimir Putin ha mantenuto, e mantiene, il vantaggio tattico sul campo: più uomini, più tempo, più capacità di assorbire perdite. I Patriot complicano la sua campagna aerea, ma non la rendono impossibile sapendo che la contraerea ucraina non intercetterà tutto; e, dunque, sa che può continuare a logorare infrastrutture e morale, e lo farà sempre di più spostando il peso su droni e missili meno costosi (e sui droni l’Ucraina ne sa qualcosa. anche di più della Russia). Qualcosa però cambia in termini di risorse, o meglio, in termini di costi. La questione è appunto la curva del costo dove, per la Russia, ogni attacco diventa un po’ più costoso in termini di vettori persi e di pianificazione, ma rientra nella logica di una guerra lunga, dove il tempo gioca a favore di Mosca (così è stato finora e così è ancora). Per l’Ucraina, invece, ogni Patriot in più è un giorno in più di resilienza, ma non un passo verso la vittoria, semmai un passo lontano dalla sconfitta immediata. Nei calcoli di Putin, credo, l’invio di ulteriori Patriot non è un game changer, ma un fattore da assorbire dentro una strategia già chiara che si fonda sulla volontà di consolidare il vantaggio tattico, sfruttare la stanchezza occidentale, attendere che la politica statunitense (e non solo Trump) cerchi una “pace” che sarà nel concreto una resa negoziata di Kiev, e mai una vittoria militare ucraina (a quella non crede più nessuno).
NEW YORK COME LABORATORIO DELLA NUOVA SINISTRA AMERICANA
LA GEN Z TRA DOMANDA DI EQUITÀ E CONTI CHE NON TORNANO
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Nel golfo che separa europei e americani, e che è la causa prima di
infinite incomprensioni reciproche, matura da qualche anno un’esigenza che
sembrava sepolta per sempre: nelle generazioni più giovani degli Stati Uniti
riaffiora il desiderio di guardare al socialismo come alla risposta più
corretta per debellare i problemi della vita quotidiana. Non è un vezzo da
campus, è diventato un voto legittimo. Martedì 23 giugno a New York, gli
elettori della Generazione Z e dei Millennial si sono presentati ai seggi in
numeri sorprendenti e hanno consegnato tre seggi congressuali all’ala più
radicale del Partito Democratico, spazzando via l’establishment di Washington.
Dietro questo voto, c’è una storia, lunga un secolo, e una parola che gli
americani non hanno mai smesso di intendere interpretandola alla lettera:
“Socialismo”.
Tra Ottocento e Novecento il socialismo americano vive una traiettoria
unica, segnata da brevi momenti di crescita e da repressioni sistemiche che ne
impediscono la radicalizzazione. Movimenti come il Socialist Party of
America, guidato da figure iconiche come Eugene Debs, ottengono un discreto successo elettorale a livello locale e
presidenziale nei primi del Novecento, promuovendo riforme del lavoro e il
suffragio femminile. Quello slancio viene però stroncato dalle ondate di panico
anticomunista note come Red Scare, dal clima patriottico delle due
guerre mondiali e dalla successiva Guerra Fredda: eventi che associano
stabilmente, nell’immaginario collettivo, qualsiasi forma di collettivismo a
una minaccia esistenziale per la sicurezza e l’identità nazionale.
Perché, allora, quella parola torna oggi a mobilitare i più giovani? La
risposta sta in un lento slittamento semantico. Quando un americano di
vent’anni dice “socialismo”, quasi mai intende la nazionalizzazione
dell’industria o la pianificazione centralizzata. Se nel 1949 la definizione
più comune del termine, secondo Gallup, era “proprietà o controllo
statale” (34%), nel 2018 quella quota era scesa al 17%, mentre la
definizione più diffusa era diventata “uguaglianza“. È la
differenza tra Marx e Bernie Sanders. E i numeri della conversione
generazionale sono imponenti: un sondaggio Cato Institute/YouGov del marzo 2025
rileva che il 62% degli americani tra i 18 e i 29 anni dichiara una
“visione favorevole” del socialismo, contro il 43% della popolazione
totale. Già una rilevazione Pew del 2022 registrava che i 18-29enni erano l’unica fascia d’età in cui il
socialismo (44%) superava il capitalismo (40%), mentre la quota di giovani con
un giudizio positivo sul capitalismo, secondo Gallup, era crollata da circa due
terzi nel 2010 a poco meno della metà a fine decennio.
Sotto la spinta di questi dati c’è un vissuto, non un manuale. Lo Harvard
Youth Poll della primavera 2025 fotografa che solo il 15% dei giovani ritiene che il
Paese stia andando “nella direzione giusta”: una generazione
cresciuta tra la crisi del 2008, l’emergenza climatica, gli affitti fuori scala
e un mercato del lavoro instabile traduce quel disagio in richiesta di equità.
Come argomenta Samuel Abrams dell’American Enterprise Institute, quando i
giovani americani dicono di sostenere il “socialismo” raramente
auspicano la fine del mercato: chiedono più equità, protezioni sociali più
solide e responsabilità delle istituzioni, e in concreto favoriscono sanità
universale, investimenti sul clima, case accessibili e alleggerimento del
debito.
È in questo spazio che opera l’attivismo militante. I Democratic Socialists
of America definiscono la propria missione come il tentativo di democratizzare
l’economia e garantire i diritti fondamentali; l’organizzazione dichiara di
rifiutare i modelli totalitari e centralizzati, concentrando gli sforzi sulla
tutela dei lavoratori e sulla sottrazione di beni primari, come l’energia e la
casa, alle sole logiche del profitto. A differenza dei partiti della sinistra
europea, questa forza opera come corrente di pressione interna al Partito
Democratico, cercando di orientarne l’agenda attraverso l’elezione di propri
rappresentanti a livello locale e federale.
Sul fronte opposto, i think tank di area conservatrice e libertaria come la
Heritage Foundation e il Cato Institute conducono una ferma opposizione ideologica in difesa del libero mercato. I
loro analisti sostengono che le politiche di stampo socialista violino i valori
costituzionali fondanti della nazione, storicamente basati sull’individualismo
e sui diritti di proprietà; l’espansione dello Stato sociale, in questa
prospettiva, non solo mina la libertà personale e la responsabilità
individuale, ma rischia di frenare l’innovazione e di gravare in modo
insostenibile sulle finanze pubbliche.
Perché, allora, l’America non ha mai avuto un grande partito socialista di
massa? L’analisi strutturale dello storico Eric Foner lo attribuisce alle barriere istituzionali e sociali proprie del sistema.
Il meccanismo elettorale maggioritario a turno unico ha storicamente soffocato
la crescita di formazioni terze, costringendo i movimenti progressisti ad
essere assorbiti dalle coalizioni dei due schieramenti principali, come avvenne
con il New Deal. A questo ostacolo si sono aggiunte le profonde divisioni
razziali, etniche e linguistiche all’interno della forza lavoro immigrata, che
hanno frammentato sul nascere la coscienza di classe in un mercato che, rispetto
all’Europa dell’epoca, offriva comunque standard di vita e salari reali
mediamente più elevati.
Nella New York di oggi vediamo cosa accade quando quelle barriere si
abbassano. Il sindaco Zohran Mamdani, iscritto ai DSA, (Democrat Socialist of
America) non è più un teorico: nei sondaggi pre-elettorali aveva conquistato
l’elettorato della Gen Z con uno scarto di 57 punti. È lui il mentore
dell’armata che ora punta su Washington.
LE PRIMARIE CHE VALGONO UN’ELEZIONE
Vincere le primarie del Partito Democratico a New York City equivale, di
fatto, ad essere eletti al Congresso a novembre. I distretti della metropoli
sono talmente sbilanciati a sinistra che il voto vero si è consumato martedì
scorso, lasciando le elezioni generali come una pura formalità. A trionfare è
stato il “trio radicale” sostenuto da Mamdani: i tre candidati da lui
appoggiati hanno vinto le rispettive primarie, con l’Associated Press a
dichiararli vincitori nella nottata. Analizzandoli da vicino si capiscono molte
cose, a cominciare da un cambio generazionale più che dovuto.
Brad Lander (10° Distretto – Manhattan/Brooklyn).Lander non è un attivista alle prime armi, ma un politico scafato che conosce a
fondo i meccanismi di potere di New York, avendo ricoperto il ruolo di Comptroller,
il controllore finanziario della metropoli. Ex Comptroller cittadino, si è
aggiudicato la candidatura democratica nel 10° Distretto, scalzando il deputato
uscente Dan Goldman, erede di un patrimonio e volto della linea moderata e
pro-Israele del partito. Lander, ebreo, ha saputo intercettare il voto dei
quartieri più gentrificati e radicali di Manhattan e Brooklyn, trasformando le
primarie in un referendum contro l’establishment di Washington. Sul fronte
interno propone una tassazione aggressiva sui patrimoni e un intervento della
mano pubblica nel mercato immobiliare tramite il blocco coercitivo degli affitti; in politica estera, il suo cavallo di battaglia è il disallineamento
dalla linea tradizionale americana, con la promessa di leggi per vincolare
duramente gli aiuti militari a Israele e un attacco frontale a lobby storiche
come l’AIPAC. Una retorica massimalista che segnala la sua prossimità alle
posizioni dei DSA, dove l’ideologia identitaria — buoni contro cattivi — prende
il posto della complessa realtà geopolitica ed economica.
Darializa Avila Chevalier (13° Distretto – Harlem, Washington Heights,
Bronx). Trentadue anni, è l’autrice del ribaltone più clamoroso di queste primarie. Politica esordiente, ha
superato di circa duemila voti Adriano Espaillat, deputato uscente e presidente
del Congressional Hispanic Caucus, che ha ammesso la sconfitta poco dopo le
22:30. Cresciuta tra le fila dei DSA, la Chevalier ha capitalizzato il risentimento
generazionale delle minoranze e delle comunità immigrate, presentandosi come il
volto del cambiamento contro una vecchia guardia accusata di eccessiva
vicinanza alla finanza di Wall Street e ai grandi costruttori. Con Espaillat lo
scontro si è consumato soprattutto sulla guerra a Gaza, con la sfidante che
accusava il candidato uscente, di essere ostaggio dell’AIPAC. La sua
piattaforma richiama il dirigismo più rigido: invoca l’intervento coercitivo
dello Stato nel mercato immobiliare, con il passaggio di intere aree
residenziali a “collettivi pubblici”, e un sistema sanitario
interamente statalizzato sul modello Medicare for All, da finanziare con
un prelievo mirato sui grandi capitali.
Claire Valdez (7° Distretto – Queens/Brooklyn).Deputata all’Assemblea statale, ha conquistato la nomination nel 7° Distretto — un
seggio lasciato libero dalla deputata uscente Nydia Velázquez — battendo il
presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso e altri sfidanti.
Organizzatrice sindacale di professione e militante di punta dei DSA, Valdez ha
capitalizzato il voto dei lavoratori precari e dei giovani attivisti del clima,
presentandosi come paladina di uno scontro frontale con il sistema corporativo
americano. Ha chiuso il discorso della vittoria con lo slogan
“Solidarietà, abolire l’ICE, Palestina libera, organizza il tuo sindacato,
iscriviti ai DSA”. Il suo cavallo di battaglia è una versione
ultra-radicale del Green New Deal: non incentivi alle rinnovabili, ma una
riconversione ecologica totale di New York pianificata dallo Stato, con posti
di lavoro “verdi” creati per decreto e vincoli ambientali stringenti
alle imprese.
IL BLOCCO DEGLI AFFITTI E LA FUGA DEI
CAPITALI
Il trio e il loro mentore invocano il blocco coercitivo dei canoni come
panacea contro il caro-vita. La ricerca economica statunitense dimostra
l’esatto contrario. In una vasta meta-analisi sul controllo dei prezzi, il Cato
Institute mostra come il blocco degli affitti riduca drasticamente l’offerta di
alloggi: bloccati i prezzi, i costruttori smettono di investire e la qualità
del patrimonio crolla. L’American Enterprise Institute rincara la dose, dimostrando
che il controllo dei canoni spinge i proprietari a convertire gli appartamenti in alloggi
di lusso o in immobili in vendita, riducendo l’offerta per le fasce deboli e
aumentando, paradossalmente, il rischio di senzatetto. Il Manhattan Institute liquida la misura come la politica abitativa “più miope che
esista”, rilevando come la letteratura economica sia pressoché unanime.
Lo slogan del “tassare i super-ricchi” si scontra a sua
volta con le leggi della mobilità dei capitali in un sistema federale. I dati
sulle dichiarazioni dei redditi, analizzati dal Wall Street Journal,
mostrano una tendenza inconfutabile: quando la pressione fiscale statale
diventa punitiva, i grandi patrimoni e i fondi d’investimento votano con i
piedi, trasferendo sedi legali in Stati fiscalmente attrattivi come Florida e
Texas. Il rapporto annuale Rich States, Poor States documenta empiricamente la
correlazione tra carico fiscale elevato, contrazione degli investimenti privati
e crescita salariale più lenta.
IL PARADOSSO DEL “VOLO DI
STATO”
Non paga di voler pianificare mercato immobiliare ed energia, è proprio
Claire Valdez ad aver spinto l’acceleratore ideologico più a fondo. In un
podcast del 1° maggio — clip riemersa dopo la vittoria — ha definito una sua
“hot take” l’abolizione del programma TSA PreCheck, la corsia
prioritaria a pagamento negli aeroporti, e la nazionalizzazione dell’intera
industria aerea americana, motivandola con profitti, sovrapprezzi e tutele
deboli per i passeggeri. Secondo la visione dei DSA, il trasporto aereo non
dovrebbe rispondere a logiche di profitto ma essere gestito come un servizio
pubblico universale.
La proposta si scontra con una realtà economica insostenibile. David J.
Bier del Cato Institute ha osservato che nazionalizzare un’industria significa
affidarla all’amministrazione in carica: “If we nationalize industries, it
means putting Donald Trump in charge of those industries” (se
nazionalizziamo le industrie, significa metterle nelle mani di Donald Trump).
Rilevare i colossi dei cieli caricherebbe lo Stato di un settore ad altissimo
rischio finanziario — la sola capitalizzazione di Delta e United supera i 100 miliardi di dollari — mentre eliminare la concorrenza
finirebbe per burocratizzare gli scali e allungare le code. Va detto, per
correttezza, che la piattaforma ufficiale di Valdez sui trasporti non contempla
né l’abolizione del PreCheck né la nazionalizzazione: parla di spostare fondi
federali dalle strade al trasporto pubblico, alla mobilità pedonale e
ciclabile.
DAI PADRI FONDATORI A JFK: LA LEZIONE
DIMENTICATA DAI DON CHISCIOTTE DI NEW YORK
La storia degli Stati Uniti dimostra che, dai Padri Fondatori fino alla
Nuova Frontiera di John F. Kennedy, la ricerca del benessere collettivo è
sempre passata attraverso il pragmatismo, l’espansione delle opportunità e
la tutela della libertà economica. Perfino nei momenti di massima riforma
sociale, i grandi leader americani hanno cercato soluzioni capaci di far
prosperare la maggioranza senza soffocare lo spirito d’impresa. Questi tre
moderni Don Chisciotte della sinistra newyorkese sembrano invece aver
dimenticato che per governare la complessità non bastano gli slogan: servono la
storia, l’economia e la fiscalità reale. Vale la pena rileggere John Locke, che
ricordava come “the end of law is not to abolish or restrain, but to
preserve and enlarge freedom” (il fine della legge non è abolire o
limitare la libertà, ma preservarla e ampliarla), aggiungendo che nessun uomo è
libero se lo Stato gli sottrae il diritto di godere dei frutti del proprio
lavoro.
E qui si chiude il cerchio con cui questa storia si è aperta. La stessa
Generazione Z che riempie i comizi di Mamdani, che nei sondaggi preferisce il
socialismo al capitalismo, quasi mai sa dire cosa quella parola abbia
significato per chi l’ha vissuta.
Nessuno, ad essere onesti, discute il fine. Che ognuno abbia una casa
dignitosa, un lavoro, la possibilità di sedersi a tavola senza far di conto, è
un desiderio che attraversa destra e sinistra, e che nessuna statistica potrà
mai far apparire ingenua. La domanda che questa generazione lascia aperta non
riguarda il fine, ma i mezzi, e la lucidità con cui li sceglie. Quando Gallup
chiede agli americani cosa intendano per “socialismo”, la risposta
più diffusa non è più “proprietà o controllo statale”, come nel 1949,
ma “uguaglianza”: segno che la parola, per chi ha votato il trio di
New York, evoca un sentimento di equità più che un programma economico. È
esattamente lì che si misura la distanza tra l’aspirazione e la sua
applicazione. Provate a chiedere agli stessi elettori che invocano la
redistribuzione dei grandi patrimoni se sarebbero disposti a cedere (per fargli
“sentire” le loro scelte) mezzo punto della propria media universitaria —
sudata, tolta al sonno e alle serate mancate — a un compagno che ne ha meno. La
risposta, quasi sempre, è un NO istintivo, perché quel voto hanno guadagnato. È
lo stesso no del contribuente davanti alla wealth tax, ed è il punto
cieco di un’idea generosa: l’equità che si pretende per la società cessa di
apparire equa nell’istante preciso in cui tocca ciò che si ritiene meritato. Se
questo scarto sia soltanto un’ingenuità dell’età, o il sintomo di un’incapacità
più profonda di collegare lo slogan alle sue conseguenze, è la domanda con cui
li lasciamo alle urne.
LA FENICE DI LOS ANGELES: SPENCER PRATT RISCRIVE LA POLITICA AMERICANA
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Le primarie a Los Angeles
Il panorama
politico nella seconda città più grande degli Stati Uniti si trova a un bivio
decisivo mentre si chiudono i seggi per le elezioni primarie a sindaco di Los
Angeles. Quella che inizialmente era stata liquidata come una semplice mossa
pubblicitaria sui social media, la campagna ribelle dell’ex star del reality
The Hills, Spencer Pratt, si è trasformata in un dirompente movimento
populista. Questa dinamica ha spinto il sindaco uscente Karen Bass e il membro
del consiglio progressista Nithya Raman in una lotta serrata a tre per il
futuro della città.
Tra cenere e protesta
La transizione di
Pratt da personaggio controverso della TV a concreto contendente politico è
iniziata a gennaio. Ha lanciato la sua candidatura durante una manifestazione
dal titolo “Ci hanno lasciato bruciare”, a un anno esatto dalla
perdita della sua casa a Pacific Palisades a causa dei devastanti incendi
boschivi di Los Angeles del 2025.
Accusando l’amministrazione del sindaco Karen Bass per la distruzione e la
lentezza nella ricostruzione, Pratt ha costruito una campagna basata sulla
riforma delle infrastrutture e su una retorica di ordine pubblico. Nonostante i
critici sottolineino la sua totale mancanza di esperienza
politica e il massiccio uso di materiali generati dall’intelligenza
artificiale, il suo messaggio ha trovato terreno fertile in un elettorato
stanco della burocrazia locale e della crisi economica.
I pilastri della piattaforma
elettorale di Pratt includono:
Potenziamento
delle Infrastrutture di Emergenza: Aumento delle riserve idriche regionali per
combattere gli incendi boschivi e accelerazione delle assunzioni nei vigili del
fuoco.
Riforma per
l’Emergenza Abitativa: Fondi privati da grandi investitori per costruire
comunità di case prefabbricate su terreni federali, vincolate a programmi di
riabilitazione obbligatori.
Controllo della
Spesa Pubblica: Avvio di un audit completo sulle finanze del Comune per
bloccare quello che definisce lo spreco del denaro dei contribuenti.
L’isolamento e il boom dei finanziamenti
La vera sorpresa
della campagna elettorale riguarda la straordinaria macchina da guerra
finanziaria costruita da Pratt. Nonostante l’establishment lo considerasse un
candidato marginale, i dati ufficiali della L.A. Ethics Commission pubblicati a
fine maggio hanno rivelato un sorpasso sbalorditivo: Pratt ha raccolto ben 3,25
milioni di dollari complessivi, superando i 3,21 milioni della sindaca uscente
Karen Bass. Solo nell’ultimo mese utile, la sua campagna ha registrato un’impennata
record di 2,72 milioni di dollari, quasi dieci volte tanto la raccolta della
Bass nello stesso periodo.
Questo fiume di denaro è arrivato nonostante una precisa strategia di
rottura: Pratt ha dichiarato pubblicamente di non volere l’endorsement o il
sostegno politico di nessuno, affermando di non aver bisogno dei vecchi
apparati di partito o delle élites tradizionali. Ha ironicamente affermato che
gli unici endorsement che gli interessano sono quelli delle “mamme di Los
Angeles e degli amanti degli animali”. Gran parte della sua raccolta fondi
record, è composta sia da micro-donazioni di cittadini comuni frustrati sia da
ex residenti che hanno lasciato la California a causa del degrado e sperano di
potervi fare ritorno.
Cosa dicono i miliardari californiani
Mentre la sinistra
cittadina accusa Pratt di cavalcare l’onda del populismo di destra, i grandi
titani della tecnologia e i miliardari della Silicon Valley e di Los Angeles
hanno iniziato ad aprire massicciamente i loro portafogli per sostenerlo.
Secondo i registri
finanziari ufficiali, figure del calibro del co-fondatore di Google Sergey
Brin (che ha staccato l’assegno massimo consentito dalla legge elettorale),
i gemelli Winklevoss, l’ex CEO di Activision Blizzard Bobby
Kotick e la presidente dei Los Angeles Lakers Jeanie
Buss si sono mossi concretamente per finanziarlo. I miliardari californiani
vedono in Pratt un’opportunità di rottura radicale: sono profondamente
frustrati dal fallimento delle politiche progressiste sulla gestione della
sicurezza e dei senzatetto, e temono che la continua fuga di capitali e lo
stato d’emergenza permanente causato dagli incendi stiano svalutando
permanentemente l’economia di Los Angeles.
Il meccanismo elettorale americano
Per capire come
Spencer Pratt possa concretamente puntare alla guida della città, è necessario
comprendere la particolare legge elettorale della California, nota come “Top-Two Nonpartisan Primary” . A differenza delle classiche primarie italiane o dei sistemi di partito
tradizionali, questo meccanismo prevede regole molto specifiche:
Unica scheda per tutti: Tutti i candidati (democratici, repubblicani e indipendenti)
competono nello stesso identico elenco.
Voto aperto: Qualsiasi cittadino iscritto alle liste elettorali può votare per
qualsiasi candidato, indipendentemente dalla propria affiliazione politica.
Nessun obbligo di Documento
d’Identità: Un aspetto peculiare del sistema
californiano è che gli elettori non devono mostrare un documento d’identità con
foto per votare. Nella stragrande maggioranza dei casi, basta firmare il
registro al seggio; i funzionari verificheranno l’identità in un secondo momento,
confrontando la firma con quella depositata all’atto dell’iscrizione
elettorale.
La Regola del 50%: Se un candidato riesce a ottenere la maggioranza assoluta dei voti
(50% + 1) già in questo primo turno, viene eletto sindaco direttamente.
Il Ballottaggio obbligatorio: Poiché la presenza di tre candidati forti (Bass, Raman e Pratt)
rende quasi impossibile il raggiungimento del 50%, la legge stabilisce che i
primi due candidati più votati — i “Top Two” — accederanno
direttamente al ballottaggio finale del 3 novembre 2026, azzerando tutti gli
altri sfidanti.
Proprio per questo
motivo, la strategia di Spencer Pratt non punta necessariamente a vincere
subito, ma a superare uno dei due candidati dell’establishment per conquistare
il secondo posto utile e blindare il suo nome per la sfida decisiva di
novembre.
La posta in gioco
I sondaggi della
vigilia (pubblicati da UC Berkeley/Los Angeles Times) mostravano un testa a
testa statistico: Bass in leggero vantaggio con il 26%, seguita da Raman al 25% e Pratt
subito dietro al 22%. Poiché il sistema elettorale prevede un voto unico non
partitico, se nessun candidato supererà il 50% delle preferenze, i primi due
classificati accederanno al ballottaggio decisivo il prossimo 3 novembre. La
sfida di oggi è quindi una pura corsa per conquistare i primi due posti in
classifica.
Un posizionamento
utile per il ballottaggio sancirebbe una delle più grandi sorprese politiche
nella storia municipale moderna degli Stati Uniti. Al contrario, un terzo posto
metterebbe fine alla corsa di Pratt, che lascerebbe comunque il segno per aver
spostato l’asse del dibattito pubblico su temi come la sicurezza e la gestione
delle emergenze.
In base ai dati quasi definitivi diffusi
dal City Clerk di Los Angeles, gli elettori si sono così espressi:
Il verdetto: Pratt ce l’ha fatta
Con i dati in via di
consolidamento dal Registrar-Recorder della Contea di Los Angeles, emerge un
esito clamoroso: Spencer Pratt ha raggiunto il 30% delle preferenze,
assicurandosi il secondo posto e l’accesso diretto al ballottaggio del 3
novembre. La sindaca uscente Karen Bass, pur mantenendo il primo posto, non ha
raggiunto la soglia del 50% necessaria per vincere al primo turno, spianando
così la strada a uno scontro inatteso.
Nithya Raman, la terza
candidata della coalizione progressista, è rimasta esclusa dal ballottaggio
decisivo.
La corsa di novembre
Los Angeles si
prepara ora a cinque mesi di intensa campagna elettorale che metterà a
confronto l’outsider populista Pratt con l’establishment democratico
rappresentato da Bass. Una dinamica raramente vista nella politica municipale
americana contemporanea, dove la frustrazione per la gestione della sicurezza e
degli incendi ha spalancato le porte a una candidatura ritenuta impossibile solo
sei mesi fa.
Il fenomeno Pratt,
tuttavia, non va letto come la nascita di una nuova corrente ideologica
strutturata, bensì come il trionfo di un pragmatismo radicale. Il suo leitmotiv
– basato su soluzioni di buon senso che scavalcano le rigide barriere
partitiche – delinea un nuovo modo di fare politica. È una formula
post-ideologica che, con ogni probabilità, farà scuola ben oltre i confini
della California. Questo modello è destinato ad
attecchire non solo in altri contesti, ma soprattutto in quei territori dove la
distanza tra l’establishment e i bisogni reali della popolazione ha creato un
vuoto di leadership, lasciando i cittadini privi di una guida capace di
rispondere alle necessità primarie.
In quest’anno, dove l’America festeggia i suoi 250 anni di repubblica, ecco
che Los Angeles ci racconta come ci si può rinnovare, e non solo attraverso una
campagna elettorale un po’ cinematografica, e sicuramente poco dispendiosa, ma
come recuperare sovranità quando l’establishment tecnocratico ha perso
credibilità sulla sicurezza e la gestione del territorio.
A Los Angeles, oggi, gli americani ci rammentano che la democrazia non
muore per incompetenza—si rinnova nonostante essa.
I dati definitivi del
City Clerk verranno certificati nei prossimi giorni. Il ballottaggio è fissato
per il 3 novembre 2026.
L’orizzonte spezzato: la Cuba di Leonardo Padura e l’esodo verso l’America Latina
Corrispondenza di Martino Rigacci da Buenos Aires/Montevideo
BUENOS
AIRES – “Mi chiedete cosa può succedere a Cuba? Di tutto!”. E’ un Leonardo
Padura lucido come sempre, e preoccupato per il destino del suo paese, quello
che lo scorso 29 aprile ha risposto alla stampa al termine di uno dei numerosi
eventi organizzati dal ‘Salone del libro di Buenos Aires’.
Il tema in programma era ‘La
letteratura nei Caraibi’ ma è stato proprio l’aggravarsi della crisi cubana a
rubare spesso la scena. Padura ha evitato voli pindarici o macro-analisi,
ricordando per esempio la situazione “di chi a sessanta e passa anni, o a
settanta, prende la pensione e si trova ad affrontare una vulnerabilità davvero
molto grande. Mia madre ha 98 anni e la sua pensione è di 1500 pesos: per
comprare 30 uova di pesos ne servono 3000”.
L’analisi del giornalista e
scrittore nato nel tradizionale quartiere Mantilla dell’Avana non si ferma qua:
“il mio ultimo romanzo, ‘Morire nella sabbia’, racconta il destino di
una generazione a cui era promesso un futuro. Guardate a cosa siamo
arrivati…”.
Il tracollo di Cuba colpisce
interi strati sociali e fasce d’età: i piu’ anziani e indifesi, l’infanzia, gli
impiegati pubblici, gli insegnanti, gli studenti e chi lavora nel turismo,
settore ai minimi storici, da decenni traino dell’economia e controllato con
mano ferma dalla holding militare GAESA.
“Sul tavolo ci sono diversi scenari,
può cambiare tutto affinchè non cambi niente, o che non cambi niente, oppure
che ci sia un’invasione americana e invece cambi appunto tutto… ”, ha
aggiunto Padura e quel “tutto può capitare” di fine aprile detto a Buenos Aires
ancora non comprendeva le tante novità degli ultimi giorni: l’incursione nelle
acque caraibiche della portaerei monstre Nimitz, le bellicose
prese di posizioni del presidente Donald Trump e, soprattutto, la ‘spada di
Damocle’ rappresentata da un blitz militare.
Sullo sfondo rimangono la
recente incriminazione inflitta dal Dipartimento di giustizia statunitense a
Raul Castro e la minacciosa ombra dell’operazione all’alba dello scorso 3
gennaio a Caracas con la quale le forze USA hanno portato a termine la
cinematografica cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro. Tuttavia, le
differenze tra i due casi sono tante e consistenti: Cuba non ha infatti le
riserve petrolifere –nè le dimensioni- del Venezuela e il potere del ‘chavismo’
era meno concentrato, e organizzato, di quello cubano.
Il paese è a un passo da una crisi terminale. Il post-castrismo avulso da ogni riforma significativa promosso in questi anni dal presidente Miguel Diaz Canel appare isolato in un contesto internazionale dove, al netto degli aiuti e la retorica, Russia e Cina si mantengono lontane dallAvana e guardano ad altri orizzonti geopolitici ben più strategici.
Intanto, la diaspora non si ferma: i cubani continuano ad andarsene e a imboccare le infinite vie che da sempre accompagnano le migrazioni. In realtà, certo non da ora, esistono due Cuba, l’isola e quella dell’esodo, che ha storicamente puntato sulla vicina Florida. Chi decide di partire scommette ancora sull’America intesa quale USA ma negli ultimi tempi è spuntata ‘l’altr’ America, quella Latina. E’ da queste parti che si cercano, e si trovano, nuovi approdi.
Per i cubani l’area latinoamericana
“ha smesso di essere un corridoio di migranti e ogni giorno di più è un
focolare”, sottolinea Maria Moita, responsabile per l’area dell’Organizzazione
mondiale dei migranti (OIM). Le rotte più battute per la fuga passano dal
Venezuela o dalla Guyana –dove non sono richiesti visti- per poi proseguire in
terra brasiliana attraverso lo stato settentrionale del Roraima.
Tra le mete sudamericane più
ambite è spuntato a sorpresa uno dei paesi confinanti con il Brasile, il
piccolo l’Uruguay, e non solo la capitale, Montevideo, ma anche altre località,
per es. Punta del Este, oggi paradiso del turismo vip, che in un lontano
passato si era già incrociato con il destino di Cuba: fu infatti qui dove nel
1961 l’inviato di Fidel Castro, Ernesto ‘Che’ Guevara, pronunciò un duro
discorso contro l’Alleanza per il Progresso promossa dall’amministrazione Kennedy
che segnò il definitivo divorzio tra l’Avana e Washington.
La lunga strada per raggiungere la nuova meta ‘uruguaya’ è un’ odissea. Si viaggia in
aereo, in auto, via bus, qualche tratto anche a piedi. E ovviamente ai posti di
frontiera, soprattutto quelli meno controllati, prolifera il business dei coyotes, mediatori e agenzie di viaggio
spesso farlocchi ma inevitabili per chi non ha tutti i documenti necessari.
Come in ogni fenomeno migratorio il
primo passo è trovare lavoro e casa. E si parte lo stesso anche se le distanze
sono significative, come nel caso appunto L’Avana-Montevideo.
“In arrivo intere famiglie con nonni e
bambini denutriti”, ha intitolato lo scorso 16 marzo in un lungo articolo
El Pais, principale quotidiano di Montevideo. La scommessa cubana sull’Uruguay ha una sua logica: il paese è un
modello di stabilità, ha un alto PIL pro-capite, non ci sono ovviamente
problemi di lingua e gli uruguaiani non sono certo xenofobi. I tempi di attesa
per avere i documenti e regolarizzare la propria situazione sono inoltre minori
rispetto ad altre nazioni del continente.
Nel 2025 il bilancio dei migranti
giunti dall’isola ha avuto un’ impennata, circa 15 mila persone a fronte dei
5900 nel 2024. E la situazione non è molto diversa in Brasile, i cui controlli
sono però più severi. L’altra faccia della medaglia dei tanti ‘adios a Cuba’ di questi anni è quello
che gli esperti definiscono lo “svuotamento del paese”: la popolazione ha avuto
un forte calo, è infatti passata dagli 11,2 milioni del 2020 ai 9,4 milioni del
2024. Qualsiasi sia il futuro dell’isola il forte calo demografico sarà un dato
chiave e condizionerà la crescita.
Ieri come oggi, non sono certo un
mistero le ragioni per le quali si scappa. La situazione è al limite su tanti
fronti, anche se c’è un settore, quello dell’energia elettrica, che racchiude
gran parte dei problemi di fondo, una vulnerabilità alla Padura.
Avviato
nei primi anni ’60, l’embargo americano anti-Cuba ha aggiunto un nuovo e
strategico capitolo nella sua lunga storia a seguito del blocco petrolifero
imposto a gennaio da Washington, un nuovo fronte del devastante e ormai quasi
eterno bloqueo USA. A mancare sono
non solo gli alimenti e l’acqua (a causa dei tanti problemi della rete idrica)
ma anche l’energia, fatto che ha una ricaduta concreta e pesante sui mille
fronti della vita quotidiana.
Da anni
nell’isola circola la seguente battuta: “En Cuba no hay apagones, hay
alumbrones” (A Cuba non ci sono black out, ci sono bagliori). Uno
humor, quello degli habaneros, senza dubbio graffiante, ma che ha anche
il sapore di una inconsolabile e crescente disperazione.-
Cuba alla resa dei conti
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Avevamo lasciato il Segretario di Stato Marco Rubio a Roma che rassicurava
tutti, ma soprattutto il Papa, che gli Stati Uniti, nonostante i profondi tagli
al dipartimento USAID, avrebbero allocato 100 milioni di dollari per aiutare la
popolazione di Cuba attraverso la potente mano della Caritas Cattolica. Questo gesto umanitario, a ridosso sia della guerra in Iran
sia della situazione venezuelana — con il blocco delle forniture di petrolio e
quindi di energia a Cuba — dimostrerebbe buona volontà.
Ed ecco che il 20 maggio, giorno della festa d’indipendenza di Cuba, Rubio -figlio di esuli cubani- non perde l’occasione per rivolgersi direttamente ai cittadini dell’isola con parole dal forte impatto emotivo, che vogliono spiegare la posizione americana e scardinare la narrativa del regime:
“La
ragione per cui siete costretti a sopravvivere 22 ore al giorno senza
elettricità non è dovuta a un “blocco” petrolifero da parte degli
Stati Uniti. Come sapete meglio di chiunque altro, soffrite di blackout da
anni.
La
vera ragione per cui non avete elettricità, carburante o cibo è che coloro che
controllano il vostro Paese hanno saccheggiato miliardi di dollari, ma nulla è
stato utilizzato per aiutare il popolo.
Trent’anni
fa, Raúl Castro fondò una società chiamata GAESA. Questa società è di proprietà
delle Forze Armate, che la gestiscono, e ha entrate pari a tre volte il budget
del vostro attuale governo. Oggi, mentre voi soffrite, questi uomini d’affari
possiedono 18 miliardi di dollari in beni e controllano il 70% dell’economia di
Cuba. Traggono profitto da hotel, edilizia, banche, negozi e persino dal denaro
che i vostri parenti vi inviano dagli Stati Uniti; tutto, tutto passa dalle
loro mani. Da queste rimesse trattengono una percentuale, ma dai profitti di
GAESA a voi non arriva nulla.
Invece
di usare il denaro per comprare petrolio, come tutti gli altri Paesi del mondo,
dipendevano dal petrolio gratuito di Hugo Chávez e Maduro per tenersi i soldi.
Ma ora che il petrolio gratuito ha smesso di arrivare, comprano il carburante
per i loro generatori e i loro veicoli, mentre al popolo viene chiesto di fare
sacrifici.
Invece
di usare il denaro per mantenere e modernizzare le centrali elettriche
danneggiate, usano i soldi per costruire altri hotel per stranieri e per
mandare i loro parenti a vivere nel lusso a Madrid e persino qui negli Stati
Uniti.
Oggi
Cuba non è controllata da alcuna “rivoluzione”. Cuba è controllata da
GAESA. Uno “Stato nello Stato” che non rende conto a nessuno e
accaparra i profitti delle sue attività a beneficio di una ristretta élite. E
l’unico ruolo svolto dal cosiddetto “governo” è quello di esigere che
continuiate a fare “sacrifici” e di reprimere chiunque osi
lamentarsi.
Il
Presidente Trump offre una nuova relazione tra gli Stati Uniti e Cuba. Ma deve
essere direttamente con voi, il popolo cubano, non con GAESA.
In
primo luogo, offriamo 100 milioni di dollari in cibo e medicine per voi, il
popolo. Ma devono essere distribuiti direttamente al popolo cubano dalla Chiesa
cattolica o da altri gruppi caritativi di fiducia. Non rubati da GAESA per
essere venduti in uno dei loro negozi.
Tuttavia,
al popolo cubano non interessa la carità permanente. Voi volete l’opportunità
di vivere nel vostro Paese così come i vostri parenti vivono negli Stati Uniti
o in altri Paesi del mondo….
Oggi a Cuba, solo chi è vicino all’élite di GAESA o ne fa parte può avere attività redditizie….Una nuova Cuba in cui voi, e non solo GAESA, potrete aprire una banca o avere un’impresa edile….Una nuova Cuba in cui voi, e non solo il Partito Comunista di Cuba, potrete possedere una stazione televisiva o un giornale…..E una nuova Cuba in cui avrete la reale opportunità di scegliere chi governa il vostro Paese e votare per sostituirlo se non sta facendo un buon lavoro…..E, attualmente, l’unica cosa che si frappone alla strada verso un futuro migliore sono coloro che controllano il vostro Paese.”
Il
colpo di scena giudiziario
Quasi contemporaneamente, in un ennesimo colpo di scena, mentre Rubio termina il suo discorso, l’Acting Attorney General Todd Blanche apre una conferenza stampa nella storica Freedom Tower di Miami — l’edificio simbolo dell’esilio cubano che tra il 1962 e il 1974 ospitò il Cuban Assistance Center, accogliendo centinaia di migliaia di profughi in fuga dal regime di Fidel Castro. Il motivo della convocazione è la presentazione ufficiale di un clamoroso atto d’accusa sostitutivo (superseding indictment) per omicidio e cospirazione contro Raúl Castro, oggi 94enne, i cui dettagli erano finora secretati. Le accuse si riferiscono all’abbattimento, avvenuto il 24 febbraio 1996, di due aerei civili disarmati dell’organizzazione umanitaria Brothers to the Rescue, costato la vita a quattro persone. La mossa coordinata punta a sfruttare il momento di estrema fragilità dell’isola, colpita da una gravissima crisi energetica. L’amministrazione USA sta mandando un messaggio chiaro ai quadri intermedi del governo e dell’esercito cubano: la leadership storica è formalmente incriminata dalla giustizia internazionale, mentre per il popolo c’è un pacchetto di aiuti pronto e la fine dell’isolamento economico.
La pressione politica e la svolta
Sempre quasi in un afflato armonico, alcune ore prima dell’annuncio di Blanche, quattro deputati repubblicani di origine cubana — Mario Díaz-Balart, Carlos Gimenez, Nicole Malliotakis e Maria Elvira Salazar — hanno tenuto una conferenza stampa a Capitol Hill, chiedendo l’incriminazione di Castro. Gimenez ha ricordato come quegli aerei stessero solo cercando persone in mare, definendole “solo quattro delle probabilmente migliaia di persone che Raúl Castro ha ucciso”. La deputata Salazar ha evocato il duro precedente del leader venezuelano: «Pensavano che il presidente Trump non fosse serio, e guardate dove si trova ora Maduro — in una prigione federale a New York».
Il comunicato del Dipartimento di Giustizia convalida formalmente queste dichiarazioni, specificando che l’organizzazione operava nello Stretto della Florida per “cercare migranti cubani in difficoltà” e che i due Cessna sono stati distrutti senza preavviso “al di fuori del territorio cubano, nello spazio aereo internazionale”. L’imputazione non ammette sconti legati al ruolo politico e prevede come pena massima l’ergastolo o la pena di morte. Tra i co-imputati, il pilota Luis Raúl González-Pardo Rodríguez si trova sorprendentemente già in custodia negli Stati Uniti, dopo essere caduto in trappola da solo a causa di dichiarazioni mendaci sui suoi documenti di immigrazione.
L’ombra della tempesta militare
La tensione è ormai
giunta al punto di rottura. Di recente, Axios ha riportato che Cuba avrebbe acquisito centinaia di droni
militari per l’eventualità di un’invasione USA. Molti analisti di sicurezza
nazionale hanno interpretato quel reportage come una fuga di notizie mirata a
costruire “il” caso per un attacco militare statunitense.
Questo scenario sembra trovare parziale conferma nei movimenti sul campo. I tracciamenti radar indicano un’intensa attività di ricognizione da parte del Pentagono a ridosso delle coste cubane. Brian Fonseca, direttore del Jack D. Gordon Institute for Public Policy, inquadra così la situazione: «Gli Stati Uniti stanno inviando un messaggio inequivocabile all’Avana. Più che un’operazione imminente, si stanno ponendo in modo metodico le basi logistiche e il pretesto legale per un potenziale intervento armato sull’isola, mantenendo l’uso della forza come ultima, letale risorsa sul tavolo».
Tuttavia, l’ipotesi
di uno scontro frontale solleva dubbi tra gli strateghi di Washington. Daniel
DePetris, analista del think tank Defense Priorities, invita alla
prudenza indicando i rischi strutturali di un’invasione: «Non c’è dubbio che
l’amministrazione Trump stia esaminando l’azione militare a Cuba come
un’opzione concreta del Pentagono. Tuttavia, il fatto di vantare un netto
vantaggio tecnologico non si traduce automaticamente in una vittoria
strategica». L’apparato difensivo e la
militarizzazione interna rischiano infatti di impantanare le forze americane in
una logorante guerriglia urbana.
La linea geopolitica più accreditata suggerisce quindi che l’incriminazione
formale di Raúl Castro punti a una strategia di soffocamento totale per
provocare un collasso dall’interno. Come osservato da Lee Schlenker del Quincy
Institute for Responsible Statecraft, i nuovi decreti americani mirano a
isolare lo “Stato nello Stato” gestito dalla holding militare GAESA, tagliando
fuori ogni partner commerciale straniero.
Tra la promessa di
aiuti alla popolazione, la pressione legale sui leader storici e lo spettro dei
droni nei cieli dei Caraibi, la tragedia cubana è giunta all’ultimo atto: per l’élite dell’Avana il tempo è scaduto, e la scelta
rimasta è ormai solo tra una transizione forzata o il rischio reale di un
conflitto aperto.
Pubblicità, politica e supereroi: l’America sempre un passo avanti
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Anche questa volta gli Stati Uniti fanno da apriporta con umorismo,
sarcasmo e tante verità nella nuova campagna elettorale per il posto di sindaco
di Los Angeles che non solo rivoluzionerà il mondo delle campagne elettorali ma
che per noi europei rappresenta, al di là dell’AI, l’America che abbiamo sempre
conosciuto e ammirato.
Spencer Pratt, attore televisivo nella serie di reality The Hills, sposato con una cantante con la quale ha avuto due figli, viveva a Palisades, il noto sobborgo di Los Angeles devastato completamente dall’incendio del 2025.
Pratt rivela di non aver mai voluto fare il sindaco, ma di essersi candidato perché nessun altro con esperienza si è fatto avanti per sfidare Karen Bass. Il suo mantra è quello di voler ricostruire Los Angeles per i suoi figli, trasformandola in una città migliore e più sicura, libera dalla droga e dalla quantità di senza tetto che hanno reso diverse zone infrequentabili e poco sane. Sogna di trasformarla in una città bella, sicura, pulita. Pratt sottolinea che le sue idee non hanno partito ma si basano sul buon senso. Infatti, ha ottenuto il sostegno di molti elettori sia democratici che indipendenti. Il suo messaggio è locale, scevro da paragoni con altri stati o città o allineato a politiche e ideologie nazionali. Facendo un parallelismo ironico con New York, promette che sotto la sua guida la metropolitana non sarà gratuita (free) ma sicuramente libera dal degrado e dalla criminalità. Los Angeles ha lo status di “città santuario” che per legge vieta la collaborazione diretta con l’ICE e dà rifugio a immigrati illegali, ma Pratt assicura che combatterà duramente i criminali più pericolosi per toglierli dalle strade. Dichiara inoltre di voler collaborare attivamente con agenzie federali come l’FBI, la DEA e il CDC per ripulire le strade dallo spaccio di fentanyl e dalle emergenze sanitarie.
La crisi dei senzatetto
Sotto la guida di Karen Bass, la crisi dei senzatetto a Los Angeles è
rimasta un punto critico fortemente contestato. Nonostante il lancio di
programmi ad alto budget come Inside Safe, i critici accusano
l’amministrazione di aver sprecato miliardi di dollari dei contribuenti per un
numero irrisorio di sistemazioni definitive. I detrattori evidenziano la
mancanza di sicurezza all’interno delle strutture stesse, dove spesso vengono
fatti convivere senza adeguati servizi di supporto madri single, veterani e persone
con precedenti penali, trasformando i rifugi in zone franche pericolose sia per
chi ci vive dentro sia per i quartieri circostanti. Secondo l’ultimo censimento
ufficiale della Los Angeles Homeless Services Authority
(LAHSA):
43.695 persone vivono in stato
di totale indigenza all’interno dei soli confini della City of Los Angeles.
Sebbene i dati di LAHSA mostrino una leggera flessione percentuale rispetto
agli anni passati, il numero di persone che vivono in auto, tende o ripari di
fortuna sui marciapiedi rimane tra i più alti degli Stati Uniti.
Le cifre del “fallimento” di Inside Safe
Il programma Inside Safe, lanciato a fine 2022 con l’obiettivo di ripulire gli accampamenti e spostare le persone in alloggi temporanei (principalmente motel), è finito al centro di dure polemiche finanziarie e strutturali. Ma il tasso di ritorno in strada è del 40%. Un’analisi dettagliata pubblicata dal Los Angeles Times ha rivelato che circa 2.300 persone su 5.800 assistite sono ritornate a vivere per strada a causa della mancanza di tutele, sicurezza e alloggi permanenti. La spesa totale: oltre 300 milioni di dollari dal suo avvio. Il costo è per una singola stanza è esorbitante, secondo un rapporto del City Administrative Officer; mantenere un singolo senzatetto in una stanza di motel convenzionata costa ai contribuenti una media di 82.421 dollari all’anno (circa 226 dollari a notte). Altre stime diffuse durante i dibattiti elettorali calcolano che il costo complessivo per persona assistita (inclusi i servizi sociali fallimentari) vanta cifre ancora superiori, denunciate in termini di sprechi anche dal New York Post.
Il piano originario prevedeva lo spostamento in alloggi permanenti entro un massimo di 6 mesi. I dati attuali mostrano invece che il tempo medio di permanenza nei motel “temporanei” è schizzato a ben 362 giorni. A fronte di centinaia di milioni spesi complessivamente ogni anno, appena il 10% dei fondi si traduce in un effettivo ricollocamento stabile e permanente dei senzatetto, lasciando il restante 90% bloccato in una gestione burocratica e assistenziale d’emergenza.
Fentanyl e crisi sanitaria
La gestione della sicurezza pubblica e della crisi degli oppioidi è
considerata uno dei fallimenti più evidenti. Gli oppositori sottolineano come
le risorse delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco siano totalmente
assorbite dall’enorme mole di chiamate legate alle overdosi da super-meth e
fentanyl, ampiamente documentate nei report territoriali del Los Angeles Times, con il risultato di tempi di risposta
al 911 drasticamente dilatati per i normali cittadini.
L’amministrazione Bass viene accusata di adottare un approccio esclusivamente focalizzato sull’aumento dei posti letto, ignorando la necessità di trattamenti medici obbligatori per una popolazione di strada e drogata. I dati epidemiologici del Los Angeles County Department of Public Health confermano l’impatto letale delle sostanze stupefacenti, e le linee guida della Drug Enforcement Administration (DEA) indicano come circa il 90% della popolazione tossicodipendente sul territorio necessiti di cure sanitarie urgenti e coattive, e non di semplice assistenza abitativa.
Screenshot da un documentario di PBS sulla crisi del fentanyl a Los Angeles
Il “caso Ghana” e la gestione delle emergenze
Ma la critica più dura rivolta alla sindaca Karen Bass riguarda la sua
assenza fisica durante lo scoppio dei devastanti incendi Palisades Fire
ed Eaton Fire del gennaio 2025. Mentre la città affrontava uno dei roghi
più distruttivi della sua storia, Karen Bass si trovava in Ghana per una
missione diplomatica presidenziale. Come riportato dal Los Angeles Times, la sindaca partecipava a un
ricevimento ufficiale mentre scattavano le evacuazioni.
All’epoca dei fatti, il ruolo istituzionale di Sindaco Facente Funzioni
venne assunto dal Presidente del Consiglio Comunale Marqueece Harris-Dawson. Tuttavia, sul piano operativo della
sicurezza, emerse un enorme scandalo legato al braccio destro di Bass, il
Vicesindaco alla Sicurezza Pubblica Brian Williams. Poche settimane prima dell’incendio,
Williams era stato messo in congedo d’urgenza poiché indagato dall’FBI per aver
inventato e simulato una minaccia bomba contro il Municipio di Los Angeles
usando una app sul suo telefono, al fine di evitare una riunione di lavoro
stressante. Di conseguenza, nel momento di massima emergenza, il dipartimento
chiave di coordinamento era decapitato. Inoltre, come svelato da inchieste
giornalistiche riprese da YouTube, l’amministrazione è stata accusata di
aver fatto pressioni per modificare i report ufficiali dei vigili del fuoco per
nascondere i difetti organizzativi.
I dati e i numeri del fallimento della ricostruzione
A distanza di oltre un anno dal disastro, i dati analizzati da testate
internazionali come The Guardian rivelano una realtà drammatica: a
fronte di oltre 4.000 case completamente distrutte nella sola area residenziale
di Pacific Palisades, appena 10 abitazioni sono state effettivamente
ricostruite e completate a causa delle lungaggini burocratiche dei permessi
comunali e della crisi dei risarcimenti assicurativi. Sul fronte della pulizia
iniziale dei detriti tossici, i portali dello Stato su CA.gov certificano la rimozione delle macerie su oltre 9.000 lotti idonei, ma la
realtà sul campo tracciata dai servizi di NBC Los Angeles / YouTube evidenzia una forte preoccupazione sociale: con la fine
dei sussidi temporanei, circa 300 lotti vuoti sono stati messi in vendita dai
vecchi proprietari impossibilitati a ricostruire, alimentando il rischio di
speculazioni edilizie.
L’arrivo quindi di Pratt come candidato sindaco viene percepito dai
sostenitori come una ventata d’aria fresca che vuole ristabilire ordine,
pulizia, case ai residenti e affrontare il grave problema dei tossicodipendenti
e dei senzatetto che occupano la città rendendola insicura.
Il fenomeno virale dell’AI generativa
Ma a rendere davvero popolare la candidatura di Pratt è stato un primo
video, seguito poi da altri, ideato e orchestrato da Charles Curran, regista
specializzato in contenuti satirici iper-virali realizzati con l’Intelligenza
Artificiale e noto online per i suoi meme digitali
da decine di milioni di visualizzazioni. Non appena ha visto il video in cui
Spencer Pratt annunciava di volersi candidare a sindaco, Curran ha colto
l’attimo: un personaggio iconico dei reality (il celebre “cattivo” di
The Hills) che si trasformava in un candidato furioso contro
l’establishment democratico era il materiale perfetto per un esperimento di
cultura pop di massa.
che ride davanti ai problemi — con estratti video ripresi da network televisivi come la NBC News,CBS News — o raffigurare il governatore Gavin Newsom nei panni di un Luigi XVI (il riferimento a Maria Antonietta è ovvio) che offre donne a transessuali mentre la città brucia, costituisce una metafora visiva spietata ma efficace del presunto distacco della classe politica attuale dai problemi reali dei cittadini. Il fenomeno ha assunto una tale rilevanza nazionale da spingere testate di primo piano come The Hill a monitorarne l’impatto sul voto, mentre case di produzione cinematografiche importanti hanno già avviato lo sviluppo di progetti legati a questa corsa elettorale, come confermato da The Hollywood Reporter.
In questo cortocircuito perfetto tra finzione digitale e cruda realtà, la
corsa alla poltrona di Los Angeles smette di essere una noiosa sequenza di
comizi per trasformarsi in un vero blockbuster hollywoodiano.
La provocazione visiva di Curran e la discesa in campo di Pratt non sono solo fenomeni passeggeri da scorrere sullo schermo di uno smartphone, ma il manifesto di un nuovo modo di fare propaganda. Nel frattempo, l’America ci dimostra ancora una volta la sua straordinaria capacità di fare qualsiasi cosa, quando decide davvero di farla . Ecco che questa volta la politica diventa narrazione cinematografica, dove persino i supereroi della porta accanto viaggiano a colpi di algoritmo e intelligenza artificiale.
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Al contrario di Trump che non conosce la storia come gli italiani, l’arrivo a Roma del Segretario di Stato Rubio suona tanto come un ritorno a Canossa, solo che l’allora Enrico IV rimase tre giorni nella neve, contrito, prima di venir perdonato dal Papa Gregorio VII. Ma Trump non è nemmeno Bismark (“Noi non andremo a Canossa, né con il corpo né con lo spirito”) che 800 anni dopo Enrico IV, riafferma il potere politico su quello religioso.
Infatti se nessuno contesta il fatto che il regime iraniano sia appunto un regime, sarebbe stato sicuramente meno complesso ottenere il supporto europeo se richiesto in modi oculati con strategie descritte e politiche chiare. D’altra parte i trattati vengono scritti e riscritti, stracciati e rimpiazzati come la carta, basta la volontà di riscriverli in modo più esauriente alle circostanze che viviamo. È sempre stato così. Il Trattato di Westfalia del 1648 ridisegnò l’intera architettura europea dopo trent’anni di guerra. Il Congresso di Vienna del 1815 ricostruì l’ordine dopo Napoleone. Ogni volta, non fu la volontà di conservare a prevalere, ma quella di riscrivere in modo più adeguato alle circostanze. (vedi Hans Morgenthau, Politics Among Nations 1948).
Lo stesso vale oggi per la NATO. Il CFR lo dice esplicitamente: il patto transatlantico
è già in fase di rinegoziazione. Non significa uscire dalla NATO — ma significa
una revisione profonda dei termini, con un ritiro progressivo delle forze
americane dall’Europa. La National Defense Strategy 2026 è stata chiara:
descrive gli alleati europei come “dipendenti a carico” e afferma che
la difesa dell’Europa contro eventuali aggressioni russe sarà responsabilità
della NATO stessa, con gli Stati Uniti come riserva.
Nel caso della guerra contro l’Iran, nessuno politico europeo contesta il
fatto che il regime iraniano sia appunto un regime. Il Middle East Institute lo
afferma senza ambiguità: “neutralizzare le minacce provenienti dall’Iran è nell’interesse
per la sicurezza europea, e non è possibile preservare la sicurezza del
continente senza gli americani.” Il punto non è il fine, ma il metodo.
GLOBSEC lo ha documentato con precisione: Trump ha chiesto agli alleati di
proteggere lo Stretto di Hormuz — dal quale dipende buona parte dell’energia
europea — ma senza fornire chiarezza sugli obiettivi, la durata e la strategia
d’uscita dell’operazione. La risposta degli alleati è quindi stata rapida e
univoca:” questo non è il nostro modo di fare le cose.”
Fra le varie fonti statunitensi riguardo alla guerra contro l’Iran e la postura europea nel contesto NATO, la Carnegie Endowment lo dichiara in modo ancora più esplicito: “la fiducia degli alleati negli Stati Uniti e nel loro impegno verso l’Articolo 5 è già stata compromessa. Non ci sarà un ritorno alla normalità — né con questa amministrazione né con la prossima”. Un’alleanza si può rinegoziare, la fiducia no.
Da un lato Trump ha le midterm, e non può permettersi di fare a meno dei voti cattolici, soprattutto dopo aver licenziato tre donne — ma è solo una casualità — di grande rilievo.
Kristi Noem, a capo della sicurezza interna, è caduta su una campagna pubblicitaria da 220 milioni di dollari di fondi pubblici che la vedeva protagonista a cavallo davanti al Monte Rushmore — e sulla sua gestione delle morti di due cittadini americani a Minneapolis durante un’operazione di controllo dell’immigrazione. Pam Bondi, procuratrice generale, licenziata il 2 aprile dopo che Trump si era stancato della sua gestione dei file Epstein: aveva promesso la piena trasparenza, poi aveva trattenuto migliaia di documenti, tradendo sia i sopravvissuti che la base trumpiana. Lori Chavez-DeRemer, a capo del Dipartimento del Lavoro, è uscita nel mezzo di un’indagine interna per presunti abusi: una relazione con un membro della sua scorta, uso di fondi pubblici per viaggi personali, e il marito bandito dalla sede del dipartimento dopo denunce di comportamenti inappropriati verso giovani collaboratori.
In questo quadro, attaccare il Papa — primo pontefice americano della
storia, con un indice di gradimento dell’84% tra i cattolici contro un Trump
fermo al 40% a livello nazionale — si è rivelato un errore di calcolo. Alle
elezioni del 2024, il 59% dei cattolici aveva votato Trump contro il 39% per
Kamala Harris. Quella base oggi scricchiola. I cattolici rappresentano una
quota significativa dell’elettorato nei collegi più competitivi e anche piccoli
spostamenti potrebbero compromettere i margini repubblicani. Ryan Burge, ricercatore delle tendenze di voto
tra i gruppi religiosi americani, è diretto: “Questo è sicuramente il
fattore principale che danneggerà il GOP tra i cattolici alle elezioni di
midterm.”
Mandare Rubio a Roma, dunque, non è diplomazia. È campagna elettorale.
Dalla parte italiana, Meloni non sta
navigando in acque calme. Le prossime elezioni di fine mandato, il fallimento referendario, le
ben accette dimissioni di Santanchè, le mancate riforme promesse durante la
campagna elettorale, vedono, nel dietrofront meloniano dalle richieste di Trump,
riguardo all’uso delle basi militari, come un appeasement verso la sinistra che
sgranocchia minime percentuali di gradimento dall’elettorato. E sappiamo bene, quanto
contino i numeri pre elezioni!
Ecco che l’incontro dell’8 maggio tra Rubio e Meloni vedrà sul tavolo
essenzialmente tre dossier concreti: Il primo è Sigonella. Già a fine marzo, il
ministro della Difesa, Crosetto, aveva
negato l’accesso alla base navale ai velivoli militari americani diretti in
Medio Oriente, sostenendo che Washington non aveva richiesto la necessaria
autorizzazione preventiva né consultato i vertici militari italiani. La
risposta di Rubio era arrivata immediata e tagliente. “Se la NATO
significa solo che noi difendiamo l’Europa quando viene attaccata, ma poi ci
negano i diritti di base quando ne abbiamo bisogno, non è un buon accordo”.
E ad Al Jazeera ha aggiunto: “è difficile restare coinvolti e dire che
questo è un bene per gli Stati Uniti. Tutto questo dovrà essere
riesaminato.”
Il secondo dossier riguarda la spesa per la difesa. La National Defense
Strategy 2026, analizzata dal CSIS, descrive gli alleati europei come “dipendenti a
carico” con “carenze dovute alle scelte irresponsabili dei
loro leader”, e afferma esplicitamente che la difesa dell’Europa
contro eventuali aggressioni russe sarà responsabilità della NATO stessa, con
gli Stati Uniti in un ruolo di riserva.
Infine, il terzo dossier è lo Stretto di Hormuz. Italia, Giappone e
Australia, hanno già dichiarato esplicitamente che non avrebbero partecipato
agli sforzi bellici per la riapertura dello Stretto. E persino la tanto criticata
CNN ha definito il rifiuto italiano emblematico: “È
significativo che anche un alleato percepito come vicino, come il governo di
destra italiano, abbia negato una richiesta militare americana.”
Così Trump ha posto, come da sua consetudine, la questione in termini
ultimativi. “È giusto che i beneficiari dello Stretto contribuiscano a
garantire che non succeda nulla di brutto”, e al Financial Times ha
dichiarato: “Se la risposta è negativa, penso che sarà molto negativo
per il futuro della NATO.” Nel tentativo di salvare il salvabile, il
Segretario Generale della NATO Rutte ha riferito che sempre più paesi europei
stanno “pre-posizionando supporto logistico essenziale, ad esempio
cacciamine, per la fase successiva” — un modo diplomatico per dire che
gli alleati stanno cercando di recuperare terreno.
Sul tavolo, dunque, non ci sono solo buone intenzioni, ci sono conti da
pagare. Il do ut des pesa. Enrico IV aspettò tre giorni nella neve prima di
essere ricevuto. Almeno sapeva di avere torto. Trump attacca il Papa la mattina
e manda il suo emissario a Roma il pomeriggio. Bismarck almeno aveva una
strategia. Questa non è diplomazia, è gestione del danno — in diretta.
Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale
Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”, Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)
La minaccia dal Medioriente all’Europa
di Claudio Bertolotti
Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.
La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.
Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.
Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.
Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.
Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.
Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.
Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.
Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.
Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.
Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.
Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.
In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.
La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.
La propaganda bellica iraniana: il ruolo della famiglia come arma nel dominio cognitivo
Leggendo alcuni documenti ufficiali
divulgati dal governo iraniano nei primi giorni del conflitto contro la
coalizione israelo – americana, colpisce in modo particolare la ridondanza del
concetto del martirio ascritto non solo ai rappresentanti della leadership
politico-militare eliminati nell’immediato dei primi attacchi subiti, ma
soprattutto ai “figli” della nazione, strettamente correlati alla figura delle
“madri”. La narrazione sottende un messaggio orientato a conquistare e
consolidare l’accettazione di gravi lutti dovuti alla guerra da parte delle
famiglie. Le “madri”, metonimia di forte impatto emotivo, assurgono a simboli della
resilienza del popolo iraniano, presentato come coeso e monolitico contro
l’odiato nemico. Accanto alle madri troviamo i “figli”, il cui destino
escatologico eleva il sacrificio dei caduti iraniani alla dimensione religiosa,
rafforzata dal concetto del martirio. Tutto questo per far metabolizzare l’idea
che i morti dalla parte di Teheran sono destinati ad essere tanti, come sempre
è stato nei conflitti che hanno visto coinvolto il regime degli ayatollah.
Nella propaganda bellica iraniana, dunque, la famiglia non è solo un’unità
sociale, ma un pilastro
ideologico utilizzato per mobilitare la nazione,
giustificare il sacrificio e consolidare l’identità rivoluzionaria. Il
regime modella i ruoli familiari per servire gli obiettivi dello Stato
attraverso diversi meccanismi.
Il primo è proprio l’idealizzazione del martirio
e il ruolo della madre: la propaganda eleva la figura della “madre del
martire” come l’ideale supremo di cittadinanza femminile. Le donne
sono ritratte come madri o mogli che spingono con orgoglio i propri cari verso
il fronte, trasformando il dolore privato in onore pubblico. Spesso raffigurate
con simboli religiosi (come il Corano), le donne fungono da àncora morale che
legittima la “guerra santa”. Il secondo riguarda la formazione
del “cittadino guerriero” secondo cui il ruolo maschile nella
famiglia è strettamente legato alla difesa della patria e dei valori
islamici. Ai bambini viene insegnato fin da piccoli che la protezione
dell’onore familiare coincide con la difesa dello Stato. La propaganda utilizza
sovente immagini di fratelli maggiori o padri eroici per spingere i giovani a
unirsi a forze paramilitari come i Basij. Un
terzo aspetto è riferito all’istruzione e alla trasmissione culturale. Lo Stato
integra la narrazione bellica direttamente nella vita domestica e
scolastica. Recentemente, sono stati introdotti compiti che richiedono
agli studenti di discutere la preparazione alle crisi con i
genitori, normalizzando il conflitto come parte della realtà familiare. Il
cinema e i media di stato, poi, lavorano per colmare il “divario
generazionale”, presentando i valori dei combattenti degli anni Ottanta
come il modello da seguire per i giovani di oggi.
Nella
propaganda del regime, la dimensione vulnerabile della patria viene rappresentata
in modo paradigmatico dalla rilevante immagine femminile della “madre del
martire”, spesso raffigurata mentre tiene in mano l’immagine di un
martire, lo seppellisce o gli rende omaggio. La “madre del martire”
compare ripetutamente in una serie di materiali visivi, già a partire dalla guerra
Iran-Iraq. La rappresentazione di questa figura e la volontà del regime di
riconoscerla e promuoverla come icona-chiave dello Stato sono in linea con il
trattamento che le viene riservato nella realtà: lo Stato fornisce alle
famiglie dei martiri benefici sociali ed economici e capitale culturale,
riconoscendole come una classe sociale a pieno titolo. Spesso beneficiano di
agevolazioni fiscali, alloggi riservati e quote di ammissione all’università.
Si tratta di una tendenza che si è estesa persino alle famiglie dei martiri
della Brigata Fatemiyoun, l’unità interamente afghana che ha combattuto
in Siria su mandato iraniano, nonostante né i combattenti né le loro famiglie
possiedano la cittadinanza iraniana[1]. La campagna
sviluppata nel 2022 dall’agenzia di produzione audiovisiva e di design Khatt
Media, intitolata Madri e mogli dei martiri, rappresenta un tipico
esempio della continua promozione dell’importante ruolo svolto dalle donne come
sostenitrici e persone in lutto per i martiri maschi[2].
In tempi di dissenso interno o conflitti
recenti, lo Stato utilizza le famiglie per scopi tattici. Il dolore delle famiglie vittime degli
attacchi esterni viene amplificato dai media statali per alimentare il
sentimento nazionalista e la ritorsione in forma di vendetta. L’aspetto
peggiore del confezionamento della propaganda pro-regime, tuttavia, riguarda le
autorità accusate di forzare i familiari di vittime a rilasciare interviste
televisive in cui negano la responsabilità dello Stato nelle morti,
attribuendole a cause accidentali. Va anche detto che, mentre la propaganda
ufficiale promuove l’immagine una famiglia unita e devota, esiste una crescente
frattura sociale tra i valori predicati dall’élite governativa e lo
stile di vita occidentale dei loro stessi figli all’estero, un fenomeno spesso
criticato come ipocrisia dai cittadini comuni.
2. Evoluzione del modello familiare in Iran
In Iran, il modello familiare
dominante era quello della famiglia allargata patriarcale. I suoi membri,
legati da vincoli di sangue e di alleanza, comprendevano la coppia iniziale, i
figli e le famiglie di questi ultimi. Questo modello familiare era
caratterizzato dal potere assoluto del padre, capofamiglia, da una forte
solidarietà tra i figli maschi, che godevano di pari diritti di successione e
da un’elevata frequenza di endogamia, solitamente tra cugini di primo grado,
con l’ideale rappresentato dal matrimonio tra i figli di due fratelli.
I compiti e le responsabilità
della famiglia tradizionale erano molteplici e sostanziali. La famiglia si
occupava del benessere dei suoi membri dalla nascita alla morte, coprendo tutti
gli aspetti della vita sociale. Oltre a fornire supporto emotivo, la famiglia
provvedeva anche all’istruzione, all’assistenza medica e al sostegno finanziario
dei suoi membri. Tra i molteplici incarichi nel nucleo famigliare vi erano
anche quelli di trovare un impiego, di organizzare le nozze e di provvedere
all’accumulo dei fondi pensionistici per i propri propri appartenenti. Il
coinvolgimento familiare si basava sul primato della solidarietà di lignaggio e
richiedeva una continua interdipendenza tra i suoi membri. Negli ultimi
decenni, tuttavia, si è assistito a una modernizzazione delle condizioni
socio-economiche in Iran, legata allo sviluppo di un’economia di mercato e del
lavoro salariato, all’urbanizzazione e all’accesso all’istruzione e ai servizi
sociali finanziati dallo Stato. Ciò sembra aver indotto cambiamenti sostanziali
nelle dimensioni e nella struttura della famiglia, nonché nelle sue funzioni
sociali.
In seguito alla Rivoluzione del
1979, furono create diverse fondazioni per sostenere e migliorare le condizioni
di vita dei più indigenti, noti come mostaz’afin (espropriati). Queste
fondazioni disponevano di considerevoli risorse finanziarie, derivanti in gran
parte da sovvenzioni governative, tasse e donazioni religiose. Dopo i tumulti
dei primi anni del nuovo regime – esacerbati dall’inizio della guerra contro
l’Iraq e dal nuovo peso imposto dal conflitto – il Comitato di Soccorso Imam
Khomeini (IKRC, fondato nel 1979) organizzò le proprie attività in servizi
distinti. I più importanti erano l’assistenza finanziaria a individui o
famiglie senza risorse, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza medica, prestiti
senza interessi, aiuti finanziari per la ristrutturazione di abitazioni, borse
di studio e piccole pensioni concesse a persone di età pari o superiore a 60
anni residenti in zone rurali. Diversi milioni di persone appartenenti ai
settori più svantaggiati della popolazione hanno beneficiato e continuano a
beneficiare delle diverse forme di aiuto e dei servizi forniti da questa
fondazione. La Fondazione è legata ad enti come la Setad (Esecutivo
dell’Ordine dell’Imam) un colosso commerciale sotto la supervisione diretta della
“guida suprema”, con una partecipazione in quasi tutti i settori dell’economia
iraniana, inclusi quello energetico, quello delle telecomunicazioni e quello
dei servizi finanziari. L’istituzione opera all’interno del sistema teocratico iraniano,
caratterizzato da un’impronta fondamentalista sciita e, sebbene si presenti
come un ente benefico, viene descritta come uno strumento di “espansione
ideologica” e soft power, con attività che talvolta si estendono ad
altre aree di influenza iraniana[3]. Nel
marzo 2026, si sono verificate segnalazioni di attacchi (inclusa un’esplosione)
contro le sedi del Comitato di Soccorso Khomeini a Chenaran, nel Razavi
Khorasan, da parte di unità di resistenza che avversano il regime khomeinista[4]. Altri
importanti enti sono la Fondazione dei Martiri (creata nel 1980) e la Fondazione
15 Khordad (creata nel 1981), che si occupano delle famiglie di coloro che
sono morti per la Repubblica Islamica, intese come vittime del periodo
rivoluzionario e della guerra contro l’Iraq, degli ex militari disabili, dei
prigionieri di guerra e dei dispersi, nonché dei bisognosi. Il sostegno
finanziario e le pensioni erogate da queste fondazioni sono estremamente
modesti, ma tale assistenza ai più bisognosi, soprattutto nelle aree rurali, ha
sancito il loro diritto alla protezione sociale.
Se ipotizziamo che queste
fondazioni abbiano sostituito i gruppi familiari e le reti locali, assistiamo
ad una graduale riduzione del ruolo della famiglia nel sostegno ai propri
componenti. Con la loro influenza sull’organizzazione tradizionale della
solidarietà familiare, queste fondazioni hanno certamente contribuito a minare
il principio di interdipendenza familiare e hanno favorito l’emergere dell’autonomia
individuale[5].
3. Donne e bambini icone della propaganda
Nel precedente paragrafo abbiamo
detto delle vittime della Rivoluzione e della guerra contro l’Iraq. Vediamo,
allora, in riferimento alla guerra, situazione che oggi si riproponte
prepotentemente sullo scenario mediorientale, in che modo la narrazione
propagandistica di Teheran già negli anni Ottanta confezionasse messaggi tesi
ad esaltare la sacralità della figura femminile e dei giovanissimi descritti
come eroi votati al martirio per il neonato Stato teocratico.
Mentre i combattimenti infuriavano,
l’intera società iraniana fu esortata a partecipare allo sforzo bellico. I
manifesti giocarono un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nel conforto
del popolo iraniano, comprese donne e bambini. Ragazzi iraniani anche di soli
dodici anni venivano reclutati nei Basij, forze paramilitari volontarie
che combattevano al fianco dell’esercito nazionale. I Basij sono
ricordati soprattutto per i loro assalti a ondate umane, in cui gruppi di
ragazzi attraversavano a piedi i campi di battaglia disseminati di mine per
consentire il passaggio successivo di altre unità dell’esercito. In questo atto
mortale di indipendenza, sfida e fervore salvifico si celava il reale desiderio
dei giovani iraniani di proteggere la propria patria e le proprie famiglie con
ogni mezzo necessario, inclusa la perdita degli arti e il sacrificio della vita.
Gli artisti commemoravano il
coraggio dei bambini in guerra, lamentando al contempo la loro tragica e
prematura morte. Ad esempio, un manifesto, intitolato Questi sono i nostri
eroi, raffigura un ragazzino che si prepara a unirsi alla battaglia; le
granate legate alla sua cintura simboleggiano la sua inevitabile
autodistruzione in un assalto di massa, mentre la sorella in lacrime stringe il
Corano. Una scritta graffitata sul muro dietro le due figure esalta altri
ragazzi come “guide” che si sono già sacrificati per la causa. Il manifesto
simboleggia la perdita dell’innocenza per la giovane generazione, così come per
la stessa nascente Repubblica Islamica.
Anche le donne furono sfruttate per
la propaganda bellica. La Repubblica Islamica incoraggiò le donne a seguire i
modelli islamici di femminilità e umiltà. Come osserva Shirin Saeidi, “la
descrizione di genere dei cittadini ideali da parte della Repubblica Islamica
durante la guerra Iran-Iraq… raffigurava il cittadino maschio ideale come un
guerriero e la donna ideale come una moglie o una madre che mandava
volontariamente i propri cari in guerra“[6]. Nonostante
la molteplicità dei ruoli svolti dalle donne durante la guerra, che hanno
sfidato e al contempo minato i binarismi e le norme di genere promossi dallo
Stato, le raffigurazioni delle donne nell’iconografia del regime postbellico si
sono concentrate principalmente sul loro ruolo di testimoni, sostenitrici e generatrici
di combattenti e martiri[7]. Tali
raffigurazioni sono in linea con la classica rappresentazione sciita delle
donne, che incarnano i ruoli svolti da Fatima (figlia del Profeta, moglie di
Ali e madre di Husayn e Hasan) e da sua figlia Zaynab[8]. Fatima è
un archetipo della virtù femminile sciita. Venerata come simbolo di
rettitudine, pazienza, pietà e come madre del più importante martire sciita,
l’Imam Husayn, Fatima è esaltata come madre di tutti i martiri. Per queste
ragioni, i cimiteri creati per i soldati iraniani caduti durante la guerra
Iran-Iraq portano il suo nome. Zaynab, invece, viene ricordata per il suo
coraggio e la sua resilienza, dovuti alla sua leggendaria sfida a Yazid I dopo
il massacro della sua famiglia nella battaglia di Karbala (680 d.C.). Come
donna attiva e persino combattiva, il suo esempio ispirò le donne iraniane
durante la Rivoluzione. Anche durante la guerra, i programmi artistici della
Repubblica Islamica diffondevano l’immagine di Zaynab come donna a sostegno dei
soldati sciiti.
L’artista di guerra Nasser Palangi
realizzò degli schizzi di donne iraniane durante le prime fasi dell’invasione
irachena della città iraniana di Khorramshahr. Intitolando uno dei suoi disegni
Le eredi di Zaynab, Palangi mette in luce il legame tra l’eroina del VII
secolo e le donne di Khorramshahr, che combatterono in difesa della città. La
battaglia di Karbala si trasformò ancora una volta in un paradigma attraverso
il quale anche le combattenti potevano emulare le eroine della storia sacra
sciita. Vale la pena raccontare che nel 2021, in occasione della Giornata degli
Infermieri in Iran, è stato presentato un murale intitolato L’esercito degli
infermieri, che mostrava operatori sanitari uomini e donne nella lotta
contro il COVID-19. Celebrata
annualmente per riconoscere il contributo e i sacrifici degli iraniani che
lavorano nel settore sanitario, la Giornata degli Infermieri cade
nell’anniversario della nascita di Zaynab, nipote del Profeta, ricordata
soprattutto per aver assistito, come detto, al martirio di suo fratello Husayn
e di altri famigliari nella battaglia di Karbala. La coincidenza della Giornata
degli Infermieri con il compleanno di Zaynab non è casuale: questo allineamento
intende collegare le azioni degli operatori sanitari iraniani di oggi alla
memoria e all’eredità di Zaynab, che non solo fu testimone della battaglia, ma
si prese anche cura delle donne e dei bambini sopravvissuti dopo il conflitto[9]. Il murale in questione è un esempio di soft
propaganda la cui peculiarità è quella di sovvertirele consolidate rappresentazioni delle norme di genere nella
Repubblica Islamica. Mentre le rappresentazioni classiche enfatizzano il
martirio e il sacrificio per la nazione come un’impresa prevalentemente
maschile, questo murale si distingue per la presenza di un uomo che
regge l’immagine di una martire . Tale inversione dei ruoli di genere
indica come la posizione assegnata a uomini e donne nella produzione culturale
statale incentrata sul martirio e sull’eroizzazione sia soggetta a una forma di
rinegoziazione. La logica sostantiva a questa rinegoziazione risiede nella
realtà delle donne che hanno prestato servizio in prima linea e sacrificato la
propria vita durante la pandemia di COVID-19 nella Repubblica Islamica. Non
riconoscere il loro ruolo nella protezione della patria e nel loro sacrificio
significherebbe sminuire questa realtà. In altre parole, in Iran la
“gerarchia del martirio” basata sul genere è stata adattata alle
reali condizioni della pandemia di COVID-19, quando le donne hanno dovuto
pagare un prezzo di sangue sempre più elevato.
Tra i tanti manifesti,
appare particolarmente toccante quello della Ragazza che imbraccia un fucile (1979). Una fotografia ritrae una bambina
con il chador completo che impugna un fucile Kalashnikov con un fiore
infilato nella canna. La didascalia del poster riporta una citazione
dell’Ayatollah Taleqani: “Il nostro esercito non appartiene solo ai
nostri fratelli nelle forze armate. Uomini e donne, giovani e anziani del
nostro Paese sono membri dell’Esercito Islamico e sono i custodi dell’Islam“.
La Repubblica Islamica incoraggiava tutti gli iraniani a condividere la
responsabilità di salvaguardare il proprio Paese, sia combattendo in guerra,
sia sostenendo lo sforzo bellico, sia difendendo l’Islam di fronte
all’aggressione straniera. Mentre la ragazzina si prepara a difendere la sua
patria, il gruppo di soldati alle sue spalle rimanda alla prontezza dei soldati
iraniani a combattere per la Repubblica Islamica[10].
In generale, tuttavia,
nonostante la capacità della propaganda di Stato di rinegoziare le norme di
genere, questo processo rimane circoscritto dai meccanismi di costruzione del
mito maschile e dall’archetipo maschile del martire. Di fatto, tali processi non implicano
l’uguaglianza di genere, bensì rivelano come i discorsi sul martirio femminile siano
ambivalenti: se da un lato alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella
storia, dall’altro viene ribadita la logica della gerarchia di genere. Tali
osservazioni sull’iconografia visiva promossa dallo Stato nell’Iran
contemporaneo contribuiscono allo studio delle tecniche di propaganda
utilizzate dai regimi autoritari.
4. Conclusioni. Figli e figliastri
A partire dalla conclusione della guerra Iran-Iraq, i prototipi di genere del “fratello guerriero e della sorella velata” sono stati costantemente raffigurati e diffusi nell’iconografia della Repubblica islamica[11]. Questi prototipi appaiono come un insieme semi-fisso di motivi a cui gli organi di propaganda del regime attingono regolarmente e continuano a permeare il discorso quotidiano. Quando si parla di martirio e sacrificio, i prototipi di genere si distinguono tra l’atto maschile di combattere e morire e l’atto femminile di sostenere, assistere e infine piangere il martire. Queste rappresentazioni dicotomiche possono essere definite Husayn-ingeZaynab-ing, che, va notato, non sono solo rappresentazioni nella propaganda di stato iraniana, ma si allineano strettamente alla realtà della guerra stessa, quando le donne non venivano ufficialmente reclutate per combattere. L’esempio classico a questo proposito è quello dell’infermiera che sostiene il martire, spesso utilizzato per rendere visibile il contributo delle donne nei processi storici. L’effetto è duplice: da un lato, alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro vengono ridotte a figure di supporto[12]
Il
legame di lunga data tra norme di genere, martirio e protezione della patria
permea l’iconografia odierna della Repubblica islamica. Nel dicembre 2021, un
murale è apparso sul cartellone pubblicitario Vali Asr di Teheran raffigurante
il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassam Soleimani e il segretario
generale di Katai’b Hezbollah iracheno Abu Mahdi al-Muhandis al centro,
affiancati da un lato da un gruppo di bambini e dall’altro da un gruppo di
soldati. Occupando ciascuna metà separata del murale, ogni gruppo intende
simboleggiare un diverso elemento della nazione. I bambini, che appaiono in un
verdeggiante paesaggio urbano, stringendo le immagini dei martiri,
rappresentano l’idilliaca patria; i soldati, ritratti in piedi nell’arido
paesaggio di battaglia mentre esprimono con gioia il cameratismo marziale,
rappresentano l’idealizzata comunità di fratellanza desiderosa di proteggere la
patria in territorio nemico. Mostrato una settimana prima del secondo
anniversario dell’assassinio di Soleimani e Muhandis da parte di un attacco di
droni statunitensi, il murale reca la didascalia: “La rabbia verso il
nemico e l’amore per la patria, ecco cosa porta sicurezza alla tua casa“[13]. La rabbia e la lotta contro il nemico sono
un’impresa esclusivamente maschile. Le donne sono le destinatarie di questi
valorosi sforzi e hanno il solo compito di sostenerle. In quanto membri
femminili della famiglia dei martiri, è loro dovere mantenere viva la memoria
degli uomini defunti e del loro sacrificio. Il modello storico-mistico di
questi ruoli di genere prototipici, lo ribadiamo,si trova nella coppia di
fratelli martiri Husayn e Zaynab. È a Zaynab, dopotutto, che si dice derivino i
rituali di lutto sciiti che commemorano la morte di Husayn nel 680 d.C. a
Karbala[14],
di cui abbiamo parlato in precedenza. Nelle raffigurazioni celebrative della
battaglia di Karbala, sono gli uomini a combattere per un giusto ordine
sociale, mentre le donne fungono da sostenitrici e testimoni delle loro gesta
eroiche in battaglia.
Arriviamo a tempi più recenti. Nelle settimane
successive alla guerra dei dodici giorni, il Ministero dell’Istruzione iraniano
ha distribuito nuovi libri di testo alle scuole di tutto il paese, con l’obiettivo
di introdurre gli studenti delle scuole elementari e medie a quelle che i
funzionari definiscono lezioni fondamentali di difesa nazionale e resistenza.
Il libro di testo per le elementari si apre con una citazione del 1980
dell’ayatollah Khomeini: “Vi prometto la vittoria. Non temete alcuna
superpotenza e non abbiate paura di alcuna propaganda. Seguiremo la nostra
strada, e quella strada è quella di Dio“. Tale operazione rappresenta
l’impegno del Ministero nel plasmare la comprensione del conflitto da parte
delle nuove generazioni attraverso storie, attività didattiche e immagini
incentrate su missili, droni e prontezza militare. Dopo la fine del conflitto,
i funzionari del ministero hanno dichiarato che “Il messaggio della
guerra e le azioni del sistema politico devono essere trasmessi alle scuole il
più rapidamente possibile“[15].
Nel testo, concepito nell’ambito del pacchetto didattico “Il nostro
Iran” e integrato nei programmi scolastici obbligatori, roviamo dei capitoli
intitolati “Eroe di quartiere“, “Soldato della patria“,
“Solidarietà nei momenti difficili” e “Nemico comune“.
Secondo i documenti del Ministero, l’obiettivo principale è quello di fornire
“opportunità educative agli alunni di seconda elementare” per
comprendere “i fattori determinanti per la vittoria in guerra e le sue
diverse dimensioni” attraverso situazioni di apprendimento, dialogo e
attività congiunte. Le istruzioni rivolte agli insegnanti sottolineano che
l’obiettivo finale va oltre la semplice spiegazione di un singolo evento
militare[16].
Fin qui appare tutto coerente con
le narrazioni storico-propagandistiche del regime degli ayatollah. Tuttavia
se guardiamo alla progenie dell’élite governativa iraniana qualcosa non
torna. Una narrazione così pervasiva del tessuto sociale e così orientata alla
vocazione al martirio, in linea di principio dovrebbe far vibrare nel cuore dei
leader iraniani l’orgoglio di avere figli e figlie pronti a immolarsi
per la patria e per la causa anti-sionista e anti-americana. La leadership
di Teheran continua a insistere sul fatto che il sistema instaurato dopo la
rivoluzione del 1979 sia giusto, indipendente e moralmente superiore
all’Occidente. Proclamano che l’Iran è autosufficiente e culturalmente immune
all’influenza straniera. Pretendono che i cittadini comuni rimangano leali,
sopportino le difficoltà e considerino l’isolamento una virtù. Eppure, quando si
tratta delle loro famiglie, la narrazione crolla. I figli delle figure
politiche, militari e religiose più potenti dell’Iran scelgono in stragrande
maggioranza di vivere all’estero, il più delle volte negli Stati Uniti, in
Canada, in Europa o in Australia. Studiano nelle università occidentali,
lavorano in aziende occidentali e godono delle libertà occidentali. Non si tratta né di un caso né di un’anomalia. È uno schema
talmente ricorrente che gli iraniani gli hanno dato un nome: la “diaspora del
privilegio”[17].
Mentre i comuni cittadini iraniani si trovano ad affrontare sanzioni,
inflazione, disoccupazione e severe limitazioni alla libertà di movimento e
alle opportunità, i figli degli alti funzionari aggirano agevolmente questi
ostacoli. Passaporti occidentali, visti di lunga durata, titoli di studio
prestigiosi e lavori ben retribuiti diventano accessibili grazie al denaro,
all’influenza e alla protezione politica. Non si tratta della diaspora generata
dalla repressione o dal collasso economico, il percorso intrapreso da milioni
di iraniani comuni per necessità. Si tratta di qualcosa di completamente
diverso: una diaspora della classe dirigente, nata dal privilegio e dalla
contraddizione.
[1] K. L. Schwartz, “Citizen Martyrs”: The Afghan
Fatemiyoun Brigade in Iran, Afghanistan 5, n. 1, 2022.
[2] دیوارنگاره میدان ولیعصر (عج) به پیشواز روز مادر رفت (Il murale di
Piazza Vali Asr (A.S.) è stato inaugurato in occasione della Festa della Mamma), Agenzia di stampa Mehr, 14/01/2022. https://www.mehrnews.com/news/.
[3] S. Cegalin, Iran, il soft
power in Medio Oriente, la Redazione, 21/11/2023.
https://www.laredazione.net/iran-il-soft-power-in-medio-oriente/#:~:text=Iran%2C%20il%20soft%20power%20in%20Medio%20Oriente.
[4]Unità di Resistenza Colpiscono IRGC e Basij in 20 Città Iraniane, CNRI, 05/03/2026. https://it.ncr-iran.org/notizie/resistenza-iraniana/unita-di-resistenza-colpiscono-irgc-e-basij-in-20-citta-iraniane/#:~:text=%E2%80%93%20Incendio%20di%20una%20base%20IRGC%20Basij,Khorasan%20%E2%80%93%20Attacco%20a%20un%20seminario%20del.
[5] M. Ladier-Fouladi, Iranian
Families between Demographic Change and the Birth of the Welfare State,
Population (English edition), 57ᵉ année, n°2, 2002.
pp. 361-370.
[6] S. Saeidi, Women
and the Islamic Republic: How Gendered Citizenship Conditions the Iranian State,
Cambridge University Press, 2022.
[7] E.
Koolaee, The Impact of the Iraq-Iran War on Social Roles of Iranian Women, Middle
East Critique 23, n. 3, 2014.
[8] R. Wellman, Feeding Iran: Shiʿi Families and the Making of the Islamic Republic, Berkeley
University of California Press, 2021.
[9] P. J. Chelkowski, The Iconography of the Women of
Karbala: Tiles, Stamps, and Posters, in The Women of Karbala:
Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʿi Islam,
University of Texas Press, Austin, 2005.
[11] M. Moallem, Between Warrior Brother and Veiled Sister: Islamic
Fundamentalism and the Politics of Patriarchy in Iran, Berkeley University of
California Press, 2005.
[13]بیلبورد «ولی عصر»
با شعار «افتخار برای میهن» رونمایی شد (È stato inaugurato il
cartellone pubblicitario “Vali Asr” con lo slogan Onore alla Patria), Mizan News, 28/12/2021.
https://www.mizanonline.ir/003IDN
[14] K. Scot Aghaie, Gendered Aspects of the Emergence and
Historical Development of Shiʻi Symbols and Rituals, in The Women of
Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʻi Islam,
University of Texas Press, Austin, 2005.
[15] M. Tabriz, Iran introduces war curriculum to
elementary students following 12 days conflict, Iran International,
25/11/2025. https://iranwire.com/en/features/146547-iran-introduces-war-curriculum-to-elementary-students-following-12-day-conflict/.
[17] L. Bazargan, Iran’s rulers don’t mind the ship sinking, their
brood jumped long ago, Iran International, 15/11/2025.
https://www.iranintl.com/en/202511134705.
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