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LA DOTTRINA DONROE

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

IL DOSSIER NASCOSTO DI MOSCA

Il Cremlino generalmente non diffonde le immagini dei propri incontri riservati. Sabato 5 settembre lo fa. Nel video Putin ringrazia Donald Trump e dice agli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner che godono della sua piena fiducia(“full trust”). Il giorno dopo, i due arrivano in treno a Kyiv dalla Polonia e Mosca sospende i raid sulla capitale per tutta la durata della visita.  È la prima visita di emissari Trump nella capitale ucraina in questo mandato. In 48 ore la diplomazia americana sull’Ucraina, ferma da 6 mesi, torna a muoversi. L’incontro a Mosca dura 3 ore. Insieme a Putin ci sono: il consigliere diplomatico Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, capo del Russian Direct Investment Fund, cioè il fondo sovrano. Dal lato americano, secondo la Casa Bianca, partecipano funzionari del National Security Council, del Dipartimento di Stato e del Tesoro. Axios riporta un altro dettaglio: a Mosca c’è anche Gene Lange, responsabile ad interim delle sanzioni, che però non partecipa all’incontro con Putin. In un negoziato sulla guerra, un gestore di fondi sovrani e un esperto di sanzioni non sono comparse. Segnalano l’oggetto della discussione. Ushakov descrive il colloquio come eccezionalmente franco, e condotto in uno spirito di fiducia (“exceptionally candid and conducted in a spirit of trust”) .

L’incontro chiude una sequenza precisa. Il 27 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe vola a Mosca, incontra i capi dei servizi Naryshkin e Bortnikov e, secondo Axios, propone un vertice a 3 Trump-Putin-Zelensky. Il 31 agosto, ad Asheville, il Segretario al Tesoro Scott Bessent invita il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov al G20. È la sua prima presenza dal 2022. L’8 settembre Trump telefona a Putin. Secondo il resoconto del Cremlino, Trump lega la fine rapida della guerra a prospettive “impressive and far-reaching” (impressionanti e di vasta portata) per la “full restoration of relations” (pieno ripristino delle relazioni), con grandi benefici (“enormous”) per il commercio. Quindi riassumendo: intelligence, finanza e diplomazia si muovono insieme. Questa non è improvvisazione, è un’architettura costruita a tavolino.

LA LEVA DEL TESORO

Al Tesoro la ripresa del negoziato si accompagna a una strategia finanziaria. Bessent la dichiara apertamente: recidere ogni linea economica che tiene in vita il regime iraniano. Il ragionamento parte da Hormuz. Per anni l’instabilità nel Golfo ha gonfiato il prezzo del petrolio e ha alimentato un sistema di pagamenti opachi: banche compiacenti, trust offshore, capitali in cerca di rendite. Il piano colpisce in due tempi. Prima si chiude il rubinetto del petrolio iraniano, poi si escludono dal dollaro le banche da cui passano i flussi residui. La novità è che le banche colpite non sono più solo iraniane o russe. Sono turche, emiratine, di Hong Kong, e nel mirino entrano anche le piazze offshore dei Caraibi.

Con l’Operation Economic Outcast, lanciata il 24 agosto, il Tesoro colpisce i circuiti del petrolio iraniano e taglia fuori dal dollaro banche in Turchia e negli Emirati. Il 1° settembre, ad Asheville, Bessent alza il tiro e si rivolge direttamente all’élite iraniana: sappiamo dove sono i vostri conti nelle Isole Vergini britanniche (“We know where in the British Virgin Islands your accounts are”). È la prima volta che Washington nomina apertamente, al G20, un territorio d’oltremare britannico. Non è però una campagna contro gli alleati. Il 4 settembre l’Unione europea aderisce formalmente a Economic Outcast, e Londra vara in parallelo nuove sanzioni contro Teheran. Gli effetti arrivano comunque anche in Europa: l’OFAC ha colpito la raffineria francese La Nivernaise de Raffinage, legata al contrabbando di petrolio iraniano (ne ho scritto qui). Quanto a Mosca, Bessent non allenta la pressione: a Siluanov dice che non ci sarà nessun progresso prima della fine della guerra (“no progress until the war ends”). Resta un dato: la dimensione economica del negoziato è reale, e il Cremlino la rivendica.

L’EUROPA PAGA, L’AMERICA VENDE

L’Europa è ormai il principale finanziatore dell’Ucraina: solo tra maggio e giugno 2026 versa quasi 11 miliardi di euro attraverso l’Ukraine Support Loan. Le armi, però, restano in larga parte americane. Nel meccanismo NATO PURL, con cui gli alleati comprano armamenti per Kyiv, oltre il 90% degli aiuti esce dagli arsenali statunitensi. Washington cambia così il modello economico del conflitto: l’Europa finanzia, l’industria americana incassa. È una posizione di forza, che rende la Casa Bianca poco sensibile alle obiezioni europee.

IL VINCOLO DEL CONGRESSO

C’è poi un dettaglio che quasi nessuno nota. Il 18 settembre Trump firma il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, approvato a larga maggioranza da entrambe le Camere. La legge consente di revocare le sanzioni in caso di pace, ma dà al Congresso 30 giorni per bloccare la revoca. La carota economica promessa a Mosca, quindi, non dipende solo dalla Casa Bianca, ma passa da Capitol Hill, dove il sostegno a Kyiv resta bipartisan.

IL FRONTE AUSTRALE

Il 3 settembre Javier Milei parla alla nazione a reti unificate e rilancia la rivendicazione argentina sulle Malvinas, annuncia sanzioni contro le società impegnate nel giacimento offshore Sea Lion, la britannica Rockhopper e l’israeliana Navitas, e chiede al Congresso di inasprire la legge che punisce chi opera nelle acque contese, e infine, rifinanzia per decreto la Base navale integrata di Ushuaia, Terra del Fuoco, ferma dal 2022.

Il tempismo non è casuale. Poche ore prima, Trump risponde a un giornalista durante una conferenza stampa quale sia la sua posizione riguardo alle isole e dice: rivedo sempre ogni posizione, questa è solo una delle tante (“I always review every position. That’s just one of many”). A GB News, in una intervista televisiva, andata in onda sempre il 3 settembre, fa presente che durante la crisi di Hormuz Londra non c’era ad aiutarmi (“was not there to help me”).

Già ad aprile un’e-mail interna del Pentagono, diffusa dalla stampa, proponeva di rivedere il sostegno americano al Regno Unito per forzarlo ad aumentare la spesa militare. Formalmente, Washington, rispetto alla Falkland, è neutrale e riconosce solo l’amministrazione britannica.

Oggi però c’è un attore in più: la Cina. Negli anni dei Kirchner, Buenos Aires aveva aperto la porta a Pechino per la costruzione di un porto in Terra del Fuego, la via d’accesso all’Antartide. Quell’azione fu bloccata da Washington. Adesso Milei, sceglie Washington e la nuova base navale di Ushuaia nasce come progetto congiunto con gli Stati Uniti, dove, il comandante del Comando Sud, l’ammiraglio Holsey, ne ha rivendicato apertamente il valore per l’influenza americana in Antartide (MercoPress). Nel 1982 Washington doveva scegliere tra l’alleato europeo e il vicino latino-americano, oggi, nel 2026 il vicino latino-americano è anche il presidio contro la Cina nel Sud Atlantico. Per questo Trump può mettere in discussione le Falkland: Londra gli serve meno di Buenos Aires.

XI E LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

A maggio, nella Grande Sala del Popolo, Xi Jinping accoglie Trump con una domanda: Cina e Stati Uniti possono evitare la cosiddetta “trappola di Tucidide* e creare un nuovo modello di relazioni tra grandi potenze? (“Can China and the United States overcome the so-called Thucydides Trap and create a new paradigm of major-country relations?”). Poi proseguendo nel discorso, inserisce un avvertimento su Taiwan, dove, i due Paesi potrebbero scontrarsi o persino entrare in conflitto (“could collide or even come into conflict”).

* La trappola secondo Tucidide “la guerra del Peloponneso nacque dall’ascesa di Atene e dalla paura che questa suscitò a Sparta. La “trappola” è il rischio che una potenza emergente e una dominante finiscano in guerra quasi per inerzia.

Quattro mesi dopo, il 24 settembre, alla Casa Bianca, la domanda diventa un’affermazione: “The Thucydides Trap can be overcome” (la trappola di Tucidide può essere superata). Xi chiede che i due eserciti mantengano un dialogo regolare e migliorino i meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi (“maintain regular dialogue and improve mechanisms for crisis communication and prevention”).

Xi tratta con un’America più forte, infatti nel discorso alle Nazioni Unite, Trump approfitta per fare un bilancio dei suoi successi dichiarando in modo diretto come la sua strategia abia toccato direttamente gli interessi cinesi. In Medio Oriente c’è la pressione su Teheran e su Hormuz, da cui passa una quota decisiva del petrolio che Pechino importa. In America Latina c’è lo Shield of the Americas, coalizione anti-cartelli che Washington presenta anche come argine all’influenza economica cinese, nell’Artico c’è l’accordo firmato il 22 settembre a New York con Danimarca e Groenlandia, dove verrà installato il Golden Dome e vieta a qualsiasi Paese extra-NATO una presenza militare senza il consenso di tutti e 3 i firmatari. Infine sempre pochi giorni prima dell’arrivo di Xi, Trump firma la legge che autorizza dazi fino al 100% sui maggiori acquirenti di energia russa –  la Cina assorbe circa la metà del greggio russo.

In questo contesto, Xi Jinping cambia tono, ma questo non equivale a una resa geopolitica, poiché Pechino persegue un preciso interesse strategico alla stabilità bilaterale. Già a maggio, le analisi del Carnegie Endowment for International Peace descrivevano due leader convergenti sulla necessità di garantire almeno tre anni di tregua nei rapporti sino-americani. L’apertura del leader cinese sulla trappola di Tucidide resta tuttavia vincolata a una condizione esplicita: il fermo contrasto di Washington a qualsiasi spinta indipendentista da parte di Taiwan.

Al di là della retorica diplomatica, i risultati concreti del vertice bilaterale si mantengono ridotti e settoriali: una proroga tecnica di soli due mesi alla tregua sui dazi doganali; l’apertura di un canale formale di dialogo strutturato sull’intelligenza artificiale; l’istituzione di un nuovo “Board of Trade ” bilaterale per la gestione delle controversie commerciali.

L’esito dei colloqui viene sintetizzato da Edgard Kagan del Center for Strategic and International Studies (CSIS) come un impianto “molto simbolico, ma poco sostanziale”. Una debolezza strutturale che emerge con chiarezza sul dossier ucraino, sul quale entrambe le delegazioni hanno evitato di formulare impegni concreti.

CONCLUSIONI: LA CAROTA E IL CONTO

A Mosca, a Buenos Aires e a Pechino Trump usa lo stesso metodo: trasforma ogni dossier in una leva. A Putin offre il ritorno negli affari in cambio della pace. A Londra fa capire che anche le Falkland sono “one of many” posizioni da rivedere. A Xi arriva con una legge che autorizza dazi fino al 100% sui compratori di petrolio russo. Tre dossier, stessa grammatica: con Trump nessuna alleanza è scontata.

Il metodo produce movimento, ma non ancora risultati. Mosca incassa legittimazione e non cede sul Donbas. Le Falkland restano britanniche, e l’email del Pentagono resta una minaccia sulla spesa militare del Regno Unito, non una scelta di campo. Xi dichiara superabile la trappola di Tucidide, ma a una condizione, Taiwan, e il vertice produce più simboli che accordi. La carota americana è credibile. Il conto, però, finora non l’ha pagato nessuno.

L’unico attore che non usa leve è l’Europa: finanzia Kyiv ma non siede al tavolo con Mosca, compra armi americane ma non decide come impiegarle e nel Sud Atlantico guarda uno dei suoi membri storici perdere il sostegno automatico di Washington. Si lamenta del ritorno della Russia al G20, ma chiede che la foto di gruppo sia senza Siluanov. Un gesto, non una strategia.

Washington tratta con Mosca, sfida Pechino e rinegozia persino con Londra. Se il nuovo ordine prende forma, Bruxelles lo troverà già scritto. Il rischio per l’Europa non è una pace ingiusta. È un mondo ridisegnato senza di lei.

FONTI

RUSSIA–UCRAINA

FALKLAND

CINA


PETROLIO E SANZIONI

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

WASHINGTON – Gli Stati Uniti si preparano a sferrare un colpo durissimo al trasporto aereo di Teheran. Il Segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha annunciato lunedì ai microfoni della CNBC che tutte le compagnie aeree iraniane saranno bloccate in tutto il mondo a partire da mercoledì 23 settembre.

La mossa di Washington punta a isolare completamente i vettori della Repubblica Islamica sfruttando il meccanismo delle sanzioni secondarie, che colpiranno direttamente qualsiasi entità internazionale offra loro supporto tecnico o commerciale all’estero.

L’avvertimento del capo del Tesoro statunitense è perentorio: «Se atterrano, non potete dar loro carburante, non potete fornire servizi di atterraggio, non potete vendere biglietti, o sarete espulsi dal sistema del dollaro».

Il braccio di ferro di “Operation Economic Outcast”

Il nuovo provvedimento non è isolato, ma va a innestarsi sul massiccio pacchetto di designazioni contro il settore dell’aviazione iraniana già varato all’inizio del mese nell’ambito della più ampia strategia di pressione economica denominata “Operation Economic Outcast”. L’obiettivo della Casa Bianca resta quello di azzerare i canali finanziari e logistici a disposizione del regime.

L’ASSE WASHINGTON-PECHINO E IL FATTORE TRUMP-XI

A rendere lo scenario ancora più rilevante sotto il profilo geopolitico sono le dichiarazioni di Bessent in merito al ruolo della Cina. Il Segretario ha riferito che i funzionari di Pechino si sono mostrati «molto coinvolti» nella campagna di pressione commerciale.

L’apertura segue un delicato faccia a faccia avvenuto la sera precedente tra Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng. Si tratta di un dettaglio diplomatico cruciale e di forte peso politico, che giunge proprio alla vigilia dell’attesissimo incontro bilaterale tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping giovedì.

IL “D-DAY ECONOMICO” DI WASHINGTON E IL FATTORE GREGGIO

La cornice in cui si inserisce quest’ennesima sanzione sui cieli è “Operation Economic Outcast”, la maxioperazione lanciata lo scorso 24 agosto. Non si tratta di un provvedimento isolato, ma dell’ultimo tassello di quella che lo stesso Bessent ha definito senza giri di parole un «D-Day economico». L’obiettivo della Casa Bianca è chirurgico: prosciugare ogni singola riserva valutaria residua del regime di Teheran, stringendo il cappio attorno al petrolio, al sistema bancario e, da ultimo, al trasporto aereo.

La forza d’urto del piano risiede interamente nella logica delle sanzioni secondarie. Washington non ha bisogno di colpire direttamente il territorio iraniano: le basta minacciare l’immediata estromissione dal sistema finanziario globale in dollari di chiunque, in qualunque angolo del pianeta, continui a fare affari con la Repubblica Islamica.

LA DIPLOMAZIA DEL PETROLIO: IL PRESSING SU PECHINO

È su questo terreno che la partita incrocia inevitabilmente la Cina. Prima del conflitto, oltre il 95% del greggio esportato da Teheran prendeva la rotta dei mercati cinesi. Perfino nel 2025, in piena escalation sanzionatoria, la quota è rimasta stabilmente sopra l’80%, assorbita in gran parte dalle raffinerie indipendenti dello Shandong – le cosiddette “teapot” – attraverso transazioni a forte sconto e il supporto logistico della “flotta ombra”.

Consapevole di questo canale sotterraneo, Washington ha deciso di affiancare alla forza delle sanzioni una fitta rete diplomatica. Il bilaterale tra Bessent e il vicepremier He Lifeng, unito all’attesissima visita di Xi Jinping negli Stati Uniti nelle prossime settimane – la prima di un leader cinese in oltre un decennio –, offre alla Casa Bianca una leva politica senza precedenti.

I segnali di allentamento delle tensioni tra le due superpotenze sono tangibili: non a caso, il Presidente Donald Trump ha recentemente congelato una vendita di armi a Taiwan da 14 miliardi di dollari in seguito alle proteste di Pechino. Una mossa che conferma come sul tavolo negoziale ci siano contropartite commerciali molto più ampie del solo dossier mediorientale.

IL NODO IRRISOLTO DELLO SHANDONG: LO SCUDO NORMATIVO CINESE

Tuttavia, dietro l’ottimismo di facciata mostrato da Bessent, resta un profondo punto di attrito che rischia di far fallire l’enforcement americano. Lo scorso maggio, il Ministero del Commercio cinese ha varato un ordine esecutivo che vieta esplicitamente alle proprie aziende di riconoscere o rispettare le sanzioni dell’OFAC (l’ufficio del Tesoro USA per il controllo dei beni stranieri) contro cinque raffinerie teapot.

Rivendicando la propria sovranità normativa contro quelle che Pechino definisce «sanzioni unilaterali prive di mandato ONU», la Cina ha già gettato le basi per neutralizzare le restrizioni statunitensi. È questo il precedente che ridimensiona l’apparente cooperazione descritta dal Tesoro USA: se da un lato la diplomazia cinese si mostra aperta al dialogo, dall’altro lo Stato ha già predisposto gli scudi legali per proteggere i propri interessi energetici ed economici quando lo riterrà necessario.

L’INCROCIO DEI CALENDARI

Il tempismo di questa mossa è tutt’altro che casuale. La scadenza tassativa fissata da Bessent per il blocco globale dei voli iraniani scatta infatti mercoledì 23 settembre, lo stesso giorno in cui Xi Jinping atterrerà a Washington per la prima visita di Stato formale di un leader cinese negli Stati Uniti in oltre dieci anni.

Il faccia a faccia cruciale con Donald Trump è in agenda per giovedì 24. Sul tavolo dei negoziati non ci saranno solo i tradizionali “tre pilastri” del contenzioso bilaterale – Taiwan, tecnologia e tariffe – ma anche l’esplicita richiesta americana di un drastico taglio agli acquisti cinesi di greggio iraniano. Una pressione, quest’ultima, che il presidente statunitense sta esercitando da settimane proprio in funzione di questo vertice.

MANHATTAN: L’AGENDA SOMMERSA DI BESSENT E HE LIFENG

Dietro l’ostentato ottimismo del Segretario al Tesoro, tuttavia, i segnali emersi dal vertice preparatorio di domenica a Manhattan tra Bessent e il vicepremier He Lifeng invitano alla cautela. Secondo le ricostruzioni disponibili, i due alti funzionari hanno approfondito dossier caldi come le terre rare, l’intelligenza artificiale, i dazi doganali e la creazione di un meccanismo bilaterale di notifica per gli incidenti legati alla sicurezza nazionale nell’IA. Sul nodo iraniano, al contrario, non sarebbe stato siglato alcun impegno specifico.

Questa discrepanza rappresenta il vero punto interrogativo della vigilia: mentre Washington vincola l’esito del summit politico alle concessioni su Teheran, l’unico vero incontro tecnico già andato in porto sembra aver aggirato la questione nel merito. Sullo sfondo continua a pesare lo scudo normativo eretto da Pechino a maggio, con cui è stato vietato alle aziende cinesi di piegarsi ai diktat dell’OFAC (Office of Foreign Assets Control) sulle raffinerie teapot.

IL GRANDE BARATTO GEOPOLITICO: PETROLIO CONTRO TERRE RARE

Il vertice di giovedì chiarirà se Xi Jinping sia realmente disposto a sacrificare parte del petrolio iraniano sull’altare dell’interesse nazionale, magari in cambio di un allentamento delle restrizioni statunitensi sui semiconduttori di Taiwan o di un’intesa strategica sulle terre rare. Su questo fronte, Pechino detiene una formidabile leva negoziale: la sospensione dei controlli cinesi sulle esportazioni di terre rare scadrà il prossimo 10 novembre. (La Cina controlla oltre il 70% dell’estrazione e della raffinazione globale delle terre rare).

Nei prossimi giorni sapremo se la diplomazia del dollaro riuscirà a imporre un compromesso o se la Cina continuerà, in linea con i precedenti di maggio, a considerare le sanzioni secondarie americane come un vincolo valido per il resto del mondo, ma non per sé stessa.

LE IMPLICAZIONI PER L’EUROPA

Sul fronte specifico del trasporto aereo, la nuova stretta della Casa Bianca non produrrà alcun caos operativo immediato nei cieli europei. Il motivo risiede sul fatto che il terreno è già stato completamente sgombrato fin dall’ottobre del 2024, quando l’Unione Europea ha vietato l’accesso al proprio spazio aereo a IranAir, Mahan Air e Saha Airlines, interrompendo di fatto gli ultimi collegamenti diretti rimasti con la Repubblica Islamica. Aeroporti, società di handling e fornitori di carburante europei non hanno più, nei propri scali, velivoli iraniani da assistere.

Per l’Europa, l’impatto di questa mossa non è dunque logistico, ma squisitamente politico e normativo. Il provvedimento di Washington consolida un precedente pesantissimo: l’utilizzo del sistema finanziario del dollaro come un’arma globale per punire chiunque, in qualsiasi angolo del pianeta, presti assistenza a un’entità sanzionata. Il messaggio della Casa Bianca è chiaro: chiunque utilizzi il dollaro per i propri scambi commerciali deve piegarsi alle leggi americane, pena l’esclusione dai mercati mondiali.

Si tratta dello stesso meccanismo punitivo che nel 2014 colpì il colosso bancario francese BNP Paribas, condannato dagli USA a una maximulta da 8,9 miliardi di dollari e al blocco temporaneo delle transazioni in valuta americana per aver semplicemente autorizzato pagamenti in dollari legati a paesi sotto embargo, tra cui proprio l’Iran. Quella storica sanzione finanziaria oggi si sposta dalle banche alla logistica reale: l’escalation sui cieli dimostra nei fatti la pervasività di un’operazione che fin dal suo debutto ad agosto prende di mira l’intera catena di trasporto e fornitura globale. Il recente caso della raffineria francese La Nivernaise de Raffinage, colpita dai provvedimenti statunitensi a inizio settembre, rappresenta il primo, durissimo segnale che la macchina sanzionatoria americana è già a pieno regime e non intende fare sconti all’industria europea. (Il 24 agosto 2026, nell’ambito dell’Operation Economic Outcast, l’OFAC ha imposto sanzioni secondarie alla raffineria francese La Nivernaise de Raffinage SAS. Secondo il Tesoro statunitense, la società madre Wellbred Trading SA, con sede in Svizzera, è riconducibile al magnate petrolifero Hossein Shamkhani, associato dalle autorità americane a una rete di commercio illecito di petrolio iraniano. Le misure isolano così l’azienda dai mercati e dal sistema bancario internazionale.)

FONTI

State Department — quadro delle sanzioni USA in vigore

 State Department, settembre 2026 — comunicato su Operation Economic Outcast

 OFAC — architettura giuridica del programma sanzionatorio

 OFAC — elenco aggiornato delle designazioni

 OFAC, 4 settembre 2026 — designazione delle tre banche turche Golden Global

 Skadden, settembre 2026 — nuove misure sanzionatorie

 Skadden, settembre 2025 — meccanismo di snapback ONU

 Orrick, settembre 2026 — dettaglio di Operation Economic Outcast

 Paul Hastings — licenze generali sospese e nuovi settori colpiti

 Debevoise & Plimpton, novembre 2025 — ripristino delle sanzioni ONU, UE e UK

 Steptoe — rilancio della Maximum Pressure a inizio secondo mandato

 CFR — cronologia dello scontro USA-Iran

 CFR — la risposta divisa dei paesi europei

 NPR, 28 febbraio 2026 — uccisione di Khamenei negli attacchi USA-Israele

 Newsweek — dipendenza cinese dal petrolio iraniano e leva del vertice Trump-Xi

 Bloomberg, 15 settembre 2026 — annuncio dell’incontro Bessent-He Lifeng

 CBS News, 21 settembre 2026 — esito del colloquio Bessent-He Lifeng

 U.S. News, 20 settembre 2026 — agenda dei colloqui su AI, tariffe e terre rare

 CNN, 13 novembre 2023 — precedenti visite di Xi negli USA (Mar-a-Lago 2017, APEC San Francisco 2023)

https://www.state.gov/iran-sanctions

https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2026/09/u-s-sanctions-dismantle-the-iranian-regimes-revenue-streams

US Government Announces New Iran Sanctions Measures | Insights | Skadden, Arps, Slate, Meagher & Flom LLP

https://www.npr.org/2026/02/28/nx-s1-5730158/israel-iran-strikes-trump-us

https://www.newsweek.com/trump-iran-war-sanctions-china-xi-12362333

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-15/bessent-says-he-ll-meet-with-chinese-counterpart-this-weekend

https://www.cbsnews.com/news/scott-bessent-meeting-china-he-lifeng-ahead-trump-xi-summit/

https://www.usnews.com/news/top-news/articles/2026-09-20/us-treasurys-bessent-chinas-he-to-launch-talks-on-ai-trade-critical-minerals

https://www.cnn.com/2023/11/13/asia/china-us-xi-visit-history-intl-hnk

https://www.cfr.org/global-conflict-tracker/conflict/confrontation-between-united-states-and-iran

https://www.cfr.org/articles/europes-disjointed-response-to-the-u-s-israeli-war-with-iran


Otto mesi per raccontare l’America: il nuovo visto stagionale per la stampa estera

Dal 15 settembre i corrispondenti esteri sono ammessi negli Stati Uniti per 240 giorni. Il rinnovo dipende da un ufficio con 11,3 milioni di pratiche arretrate.

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Da metà settembre finisce l’entrata in territorio statunitense senza data di scadenza, nota anche come “duration of status”. Studenti, ricercatori e giornalisti stranieri potevano storicamente restare fino alla fine del corso di laurea, del programma di ricerca o dell’incarico come corrispondente estero. Il Foreign Press Center (FPC) dello State Department rilascia le tessere da Foreign Correspondent: la mia ha una validità di 4 anni, ma questi titoli di accreditamento stampa non regolano in alcun modo la permanenza legale. Per restare oltre gli otto mesi (240 giorni) fissati al momento dell’ingresso sul territorio, un giornalista deve ora richiedere una proroga di soggiorno al Department of Homeland Security e attendere che venga concessa. Non è un automatismo. Questa non rientra fra le leggi sui flussi migratori permanenti: è una norma tecnica focalizzata specificatamente sui visti temporanei e, in questo caso, su chi racconta l’America a chi la guarda da fuori.

IL CALENDARIO

Questa nuova regola riguarda tre categorie: i visti F degli studenti, i visti J degli scambi accademici e i visti I dei rappresentanti dei media stranieri. Per i giornalisti l’ammissione viene legata alla durata dell’incarico e non può superare i 240 giorni, con il tetto ridotto a 90 per i giornalisti cinesi, escluse Hong Kong e Macao, ma qui è un do ut des con la Cina.

Fino ad oggi il visto poteva arrivare a cinque anni e comunque il Congresso avrà l’ultima parola essendo uno di quei cambiamenti che cadono sotto la definizione di major rule, quindi soggette a vaglio e il Dipartimento è tenuto a pubblicare un avviso se la revisione dovesse spostare la data o annullare il provvedimento. Finché ciò non accade, il calendario è quello.

IL LIMBO

Qui il provvedimento smette di essere una scelta politica e diventa un problema di numeri. Chi vuole restare oltre il periodo assegnato deve chiedere una proroga, presentarla in tempo utile, il che vorrà dire quasi il giorno dopo essere atterrati, visto che gli uffici preposti hanno 11,3 milioni di pratiche da evadere, e questo provvedimento, ne aggiungerà 414mila l’anno secondo la stima del Dipartimento stesso. Certamente un sistema costruito su queste basi, produce ritardi, e il ritardo produce persone che restano in un limbo, senza sapere se possono restare o meno.

Per il governo si tratta di una misura necessaria a sanare una falla nel sistema, ripristinando verifiche regolari su chi risiede nel Paese anche a costo di sovraccaricare gli uffici immigrazione. La regola non riduce i diritti di nessuno: introduce una scadenza e una verifica, come avviene per quasi tutte le altre categorie di visto. Chi lavora davvero, e lavora per quello che ha dichiarato, ottiene il rinnovo.

LE PROTESTE

Il Reporters Committee for Freedom of the Press sostiene che una modifica apparentemente tecnica sulla durata dei visti abbia conseguenze profonde sulla libertà di stampa. L’obiezione riguarda chi decide il rinnovo. Chi si oppone teme che un corrispondente critico verso l’amministrazione possa trovarsi la proroga negata, e che nessuno sia in grado di dimostrarlo.

Quando la norma era ancora allo stadio di proposta, il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyden scrisse al Dipartimento chiedendone il ritiro. Il provvedimento, secondo lui, avrebbe soffocato il giornalismo di merito, raffreddato la libertà di stampa, ridotto l’influenza americana nel mondo e sprecato risorse pubbliche in procedure inutili, con il rischio concreto di provocare ritorsioni contro i giornalisti americani che lavorano all’estero. Nella lettera osservava anche che il vecchio sistema consentiva ai corrispondenti di costruire una conoscenza profonda del paese, e che 240 giorni non bastano per un’inchiesta su una vicenda complessa o in evoluzione.

UN MILIONE IN MENO

La norma non riguarda solo qualche migliaio di corrispondenti, colpisce anche gli studenti stranieri, che nell’anno accademico 2024-25 erano oltre 1,1 milioni e hanno prodotto 42,9 miliardi di dollari e 356mila posti di lavoro. Il calo è già cominciato: nell’autunno 2025 le nuove iscrizioni erano scese del 17 per cento. L’11 agosto NAFSA – National Association of Foreign Student Advisers – ha proiettato per quest’ autunno fino a 111mila studenti in meno,  pari a $3,4 miliardi e quasi 40.000 posti di lavoro a rischio. Il 63% degli 585 atenei interpellati si aspetta un forte calo.

Il giorno stesso della pubblicazione della nuova norma, gli atenei si sono mossi. Ad esempio, l’ufficio internazionale di Harvard ha diffuso un avviso ai propri studenti e ricercatori stranieri pregandoli di trovarsi fisicamente negli Stati Uniti prima del 15 settembre: chi è sul territorio quando la norma entra in vigore conserva lo status fino alla fine del programma, chi esce e rientra dopo riceve un modulo I-94 con una data di scadenza.  Ma Harvard è andata oltre, infatti già l’anno scorso vista la presa di posizione della Casa Bianca,  quando l’amministrazione Trump tentò di impedire a Harvard di immatricolare studenti stranieri, la Business School si è data da fare e ha iniziato ad esplorare alternative, facendo accordi con altri istituti affinché questi ultimi ospitassero i suoi alunni ricevendo comunque il diploma di Harvard. Questi erano: la Nova School of Business and Economics di Lisbona, l’IMD di Losanna, la London Business School e l’Università di Toronto. Harvard comunque attraverso Mariano-Florentino Cuéllar, membro dell’organo di governo dell’ateneo e presidente del Carnegie Endowment, dice che l’ateneo sta esplorando l’apertura di sedi all’estero.

Ma gli atenei, pur di non vedere i loro ingenti profitti ridursi drasticamente, in coalizione con associazioni accademiche hanno depositato il 18 agosto un ricorso contro il Dipartimento davanti alla corte federale del Massachusetts. Nel 2025 questa scelta aveva dato i suoi frutti e i giudici bloccarono il divieto di immatricolazione e Harvard chiuse l’anno con la quota più alta di studenti stranieri dal 2002. Ma l’anno scorso si trattava di una proclamazione presidenziale, mentre questo è un regolamento adottato con procedura ordinaria, e per sospenderlo è tutta un’altra storia, assai complessa.

In sostanza gli studenti sono più fortunati, hanno rettori, associazioni, cifre economiche e un ricorso attivo, i corrispondenti hanno solamente una lettera dell’editore.

UN BOOMERANG

I visti non viaggiano su principi astratti, ma su regole, e le regole hanno la forma di una tabella. Si chiama Reciprocity and Civil Documents by Country, la pubblica il Dipartimento di Stato, e per ogni paese e ogni categoria di visto fissa tre numeri: costo, ingressi consentiti, mesi di validità. Sono numeri specchio, calibrati su quello che ciascun governo concede ai cittadini americani. Per decenni Washington ha negoziato a favore dei propri corrispondenti sfruttando un’asimmetria: gli Stati Uniti trattavano i giornalisti stranieri meglio di quanto molti paesi trattassero gli americani, e da lì partiva la richiesta di adeguamento. Quell’asimmetria era una carta di scambio che ora non c’è più. In questo scambio di “do ut des”, per esempio, Washington aveva limitato il personale delle testate statali cinesi negli Stati Uniti, Pechino quindi, revocò le credenziali ai corrispondenti di New York Times, Wall Street Journal e Washington Post, e Washington rispose riducendo a novanta giorni i visti dei giornalisti cinesi. Quella misura di rappresaglia diventa ora regola generale. E quando un governo straniero deciderà di ridurre il permesso di un corrispondente americano a pochi mesi rinnovabili, Washington non avrà più molto da obiettare, perché si sentirà rispondere che è la stessa durata che concede.

Infine, dal primo luglio, è stata introdotta una sorta di “corsia preferenziale a pagamento”: $750 aggiuntivi per fissare un colloquio entro dieci giorni. Una tassa che compra una data, ma non il lasciapassare, poiché l’istruttoria non viene accorciata, ma segue il suo normale iter. A coronare questa linea dura, il 6 agosto un ordine esecutivo ha formalizzato la caccia al “turismo delle nascite”, blindando i visti temporanei per evitare che vengano usati al solo scopo di partorire sul suolo americano. Messi tutti in fila, questi atti, delineano una chiara traiettoria: l’accesso agli Stati Uniti è temporaneo, rinnovabile su domanda e, in parte, acquistabile. Non è più una condizione: è una concessione.

CHI RACCONTA L’AMERICA

Per il lettore la questione non è la sorte di qualche centinaio di giornalisti. La norma non tocca quello che un corrispondente può scrivere, ma per quanto tempo può restare — e la permanenza è l’unica cosa che distingue un corrispondente da un inviato. Le conferenze stampa sono pubbliche e accessibili a tutti. Il vero valore sta nel retroscena: sapere chi chiamare quando esce un provvedimento e capire quali annunci di Washington non diventeranno mai realtà. È un’esperienza che si acquisisce solo restando sul campo, e che nessuna testata può comprare. Chi lavora con visti di appena otto mesi non farà mai in tempo a possederla.

Resta un effetto impossibile da misurare. Oggi non esistono casi di corrispondenti stranieri a cui sia stato negato il rinnovo a causa delle proprie opinioni, e non possono esistere: la norma entra in vigore tra pochi giorni. Il timore sollevato da chi si oppone è strutturale, e infatti non porta precedenti. Chi deve rinnovare la propria permanenza ogni otto mesi finisce per dipendere burocraticamente dall’amministrazione che costituisce il suo stesso oggetto di lavoro. Se questo vincolo cambierà il modo di fare informazione, nessuno lo ammetterà e nessuno potrà provarlo: un rifiuto può sempre essere motivato con l’arretrato o con un requisito ritenuto non dimostrato. Gli effetti che non lasciano tracce sono quelli su cui nessun controllo è possibile.

Fonti

Federal Register, 17 luglio 2026 — testo integrale della norma
Ogletree Deakins — durate di ammissione
Fragomen — proroghe e permanenza irregolare
Murthy Law Firm — regime transitorio per i visti I
Ron Wyden — lettera al Dipartimento
Reporters Committee — libertà di stampa
Time — cronaca del provvedimento
Washington Times — tetto dei 90 giorni

Financial Times, 27 agosto 2026 — i colloqui e la dichiarazione di Cuéllar
Harvard International Office — l’avviso del 17 luglio
NAFSA — proiezioni sulle iscrizioni, 11 agosto 2026


IL GIOCO REPUBBLICANO

Casse piene, maggioranza nelle Camere, ma tutti appesi a un filo, quello di Trump ovviamente.

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

La scorsa settimana sono stata al comizio di Donald Trump a sostegno di Darline Graham. Darline è la sorella del celebre senatore Lindsey Graham, morto improvvisamente per un malore dopo un viaggio in Ucraina. Com’è consuetudine negli USA quando un seggio si rende vacante, un familiare stretto viene designato per completare il mandato: in questo caso la sorella ne ha preso il posto per i cinque mesi rimanenti, con il pieno appoggio dei vertici del partito. Poi ha deciso di candidarsi davvero, e a novembre ci sarà il suo nome sulla scheda per i repubblicani.

In questo contesto ho potuto analizzare nuovamente la politica dei Repubblicani oggi, con i mid-term in arrivo e le presidenziali dietro l’angolo. Se da un lato abbiamo i Democratici che litigano fra di loro per la nascita di una seconda corrente molto di sinistra e contraria ai fondamentali americani (come visto nell’articolo “Tra i due litiganti“), i Repubblicani hanno a loro volta una serie di problemi non indifferenti.

Sul fronte finanziario non c’è partita: il comitato nazionale repubblicano (RNC) ha 129 milioni in cassa e zero debiti, mentre quello democratico (DNC) è ufficialmente in rosso con 16 milioni in cassa e 18 milioni di debiti. Eppure, il denaro non compra il consenso: a luglio il 43% degli elettori registrati dichiarava che avrebbe votato un candidato democratico al Congresso, contro il 37% per un repubblicano.

Tuttavia, la decisione di Trump di combattere contemporaneamente su così tanti fronti — economico, giudiziario, interno e internazionale — sta logorando la coesione stessa del Partito Repubblicano. Dal punto di vista interno, non sarà probabilmente possibile veder passare il SAVE America Act: il provvedimento che introduce l’obbligo di documentare la cittadinanza al momento dell’iscrizione alle liste elettorali e di esibire un documento con fotografia per votare alle elezioni federali, ha superato la Camera per 218 voti contro 213, ma è bloccato al Senato per la mancanza dei 60 voti necessari. Il capogruppo repubblicano John Thune ripete da mesi che quei voti non esistono, e il suo gruppo si è persino rifiutato di abolire il filibuster come chiesto da Trump per sbloccarlo.

Questo stallo legislativo costringe il partito a muoversi per decreti e vie legali, esponendosi alle decisioni della Corte Suprema. Se il 24 agosto la Corte ha dato via libera alle restrizioni sul voto per posta, lo scorso 29 giugno ha invece inflitto una dura sconfitta a Trump, stabilendo che gli Stati possono validare le schede spedite entro il giorno del voto anche se arrivano dopo. A pesare, in quella decisione, non è stata la minoranza liberal ma la defezione dei giudici Roberts e Barrett: la seconda nominata da Trump stesso. Il presidente l’ha definita una sconfitta enorme.

Poi ci sono i prezzi. A luglio l’inflazione è al 3,4%, in leggero calo, ma i salari crescono meno: 3,2%. Tradotto, da quattro mesi gli aumenti di stipendio spariscono prima di arrivare in tasca, e la benzina costa ancora un quarto in più rispetto a un anno fa. Ecco perché il messaggio sul carovita non attecchisce: gli americani non leggono le statistiche, guardano lo scontrino.

Scott Bessent, il segretario al Tesoro, ripete che il carovita l’amministrazione l’ha ereditato, non creato. Intanto però il debito pubblico ha superato i 40.000 miliardi di dollari, e i soli interessi sono costati 963 miliardi in dieci mesi: un dollaro ogni sette spesi dal governo federale serve a pagare gli interessi sul debito, prima di qualunque politica. Alla domanda su come se ne esca, Bessent risponde che gli Stati Uniti cresceranno abbastanza da rendere quel debito sostenibile: non ripagandolo, ma facendo crescere l’economia più in fretta di quanto cresce il debito, così che il peso relativo si riduca da solo.

La frattura più profonda si consuma però sulla politica estera, dove il Partito Repubblicano si spacca letteralmente in tre.

L’accordo con l’Iran ha infranto la coalizione che portò Trump alla Casa Bianca. Da una parte si schierano gli isolazionisti del “basta guerre altrui“, contrari al conflitto fin dal principio. Dall’altra scalpitano i falchi, che vedono nell’intesa una resa incondizionata: sanzioni allentate, fondi scongelati, 300 miliardi concessi per la ricostruzione e sessanta giorni di trattative senza alcuna contropartita. Nel mezzo restano i fedelissimi, pronti ad approvare ogni decisione presidenziale. La vera novità è che gli ultimi a muoversi contro Trump sono stati proprio i falchi filo israeliani, ovvero i suoi storici alleati, come ho già raccontato in La Vittoria di Pirro. Tre anime, quindi, che sull’unica domanda che conta — quando vale la pena combattere — rispondono in tre modi opposti.

Sulla difesa, la contraddizione emerge dritta dagli atti del Congresso. La strategia militare approvata quest’anno stabilisce che la priorità assoluta dell’America sia la Cina e che il teatro principale resti il Pacifico. Durante un’audizione alla Camera, la deputata Marilyn Strickland ha domandato a Elbridge Colby, il sottosegretario autore di quel documento, se la linea fosse ancora quella: Cina al primo posto, Pacifico prioritario e risorse limitate da gestire con rigida disciplina. Colby ha risposto di sì per tre volte. Peccato che la domanda successiva riguardasse le operazioni navali e aeree condotte contro l’Iran nella settimana precedente. È l’esatta misurazione del vuoto strategico: una dottrina scritta che punta in una direzione e una flotta reale che naviga da tutt’altra parte.

Il nodo, tuttavia, non è esclusivamente militare. Come fa notare Rahm Emanuel — ex capo di gabinetto di Obama, poi sindaco di Chicago e ambasciatore a Tokyo, che non ha escluso una candidatura democratica alle presidenziali del 2028 — Trump sta sprecando la grande occasione di isolare Pechino. La mossa corretta sarebbe unire in un solo blocco economico Giappone, Corea, Australia, Taiwan, Unione Europea e America Latina, anziché colpire indistintamente tutti con i dazi.

La strategia cinese punta a rendere il mondo dipendente da Pechino e la Cina indipendente dal mondo. Se Washington blocca le esportazioni di soia, Pechino si limita a comprarla in Brasile o in Argentina. Se un singolo Paese alza la voce, viene punito economicamente in isolamento, senza che nessuno lo difenda. È un gioco che alla Cina riesce facile, finché tratta con un avversario alla volta. Un grande blocco alleato toglierebbe a Pechino proprio questo potere: la possibilità di scegliersi la vittima. Inoltre, offrirebbe all’Occidente il tempo necessario per ricostruire la capacità industriale e tecnologica persa negli ultimi trent’anni. Emanuel la definisce la strategia di “ isolate the isolator “. I dazi di Trump ottengono l’effetto opposto: colpiscono gli alleati insieme ai rivali, costringendo ogni singola nazione a negoziare per conto proprio.

Nel frattempo, la Cina alza il livello dello scontro con le Filippine nel Mar Cinese Meridionale e attorno alle isole Senkaku, dove conduce manovre militari congiunte con la Russia senza alcuna reazione visibile da parte americana. Il Giappone si ritrova così sotto una fortissima pressione economica, politica e militare. Questo accade proprio mentre Sanae Takaichi, prima donna alla guida del governo di Tokyo, ha pronunciato ad alta voce ciò che Washington chiedeva invano da tre decenni: che un attacco a Taiwan rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza nazionale giapponese. Ma dopo averlo dichiarato, Pechino si è infuriata e il più cruciale alleato asiatico degli Stati Uniti è solo.

In questo scenario si inserisce l’Europa nel ruolo del classico vaso di coccio. Nessuna delle tre correnti politiche americane la considera una priorità. La dottrina attuale la relega a teatro secondario. C’è chi difende lo storico impegno statunitense nel Vecchio Continente, ma è ormai in netta minoranza tra i Repubblicani: Mitch McConnell, che ha guidato il partito al Senato per vent’anni, ha votato contro la nomina di Colby e ha definito la sua linea un vero e proprio autolesionismo geostrategico: abbandonare l’Europa e l’Ucraina per concentrarsi solo sull’Asia non è una mossa astuta sullo scacchiere, ha avvertito, ma un autolesionismo che rende gli avversari più arditi e apre crepe fra l’America e i suoi alleati. McConnell, senatore del Kentucky dal 1985, ha guidato i repubblicani al Senato dal 2007 al 2025.

D’altra parte, sappiamo bene in che acque noi europei stiamo navigando, e le critiche da oltre oceano su Bruxelles, come troppo burocratica, non ci vengono risparmiate. L’unico a essere citato con favore è Mario Draghi, il cui rapporto sulla competitività viene riconosciuto come il tentativo più serio di mettere a fuoco il problema. L’Europa, sostiene Emanuel, ha partecipato alla propria asfissia soffocando innovazione e competitività sotto il peso delle regole. Lui però smonta anche la tesi corrente secondo cui i guai europei nascerebbero da politiche di sinistra: la cancelliera che dopo Fukushima chiude le centrali nucleari, rendendo la Germania dipendente dal gas russo, e nel 2015 apre le frontiere, è Angela Merkel, e viene dalla CDU. Oggi l’industria tedesca perde 10.000 posti di lavoro al mese sotto i colpi della concorrenza cinese, 124.000 nel solo 2025, per metà nell’automotive. Washington, in tutto questo, invece di offrire sostegno, alimenta le tensioni interne europee.

Ultimo argomento, non certo per importanza: le presidenziali. Il partito ha un favorito ma non un erede.  Trump indica JD Vance come successore naturale, salvo poi citare anche Marco Rubio nella stessa frase, e ventilare che si presentino insieme: una benedizione tenuta volutamente ambigua, perché finché non si pronuncia resta lui il centro di gravità del partito. Vance ha i vantaggi che contano — è presidente del comitato finanziario repubblicano, quindi in contatto quotidiano con i grandi donatori, e ha già dalla sua l’organizzazione giovanile più influente della destra americana — e ha fatto sapere che del proprio futuro parlerà con il presidente dopo il voto di novembre.

Ma la successione non è affatto chiusa. Il 21 agosto Ted Cruz ha dichiarato che i repubblicani non si sono compattati su Vance e ha chiesto un dibattito per capire quale direzione prendere. In New Hampshire, primo Stato a votare nelle primarie, il vicepresidente è dato al 36% contro il 26% di Rubio, che sale. Ken Griffin, tra i maggiori finanziatori del partito, ha fatto sapere che in una primaria sosterrebbe il segretario di Stato. Infine, c’è l’Iran, il dossier che nella corsa al 2028 pesa più di tutti: Vance viene dall’ala che le guerre altrui non le voleva, e sarà costretto a scegliere tra quella base e i falchi che finanziano le campagne.

Il punto è un altro, e guarda più lontano delle urne di novembre. I democratici litigano perché hanno due anime e prima o poi dovranno sceglierne una. I repubblicani gli aspiranti alla successione ce li hanno eccome, ma nessuno di loro propone una direzione diversa: aspettano tutti che sia Trump a indicare il nome.  Rubio ripete che non correrà contro Vance, e ha ragione a farlo: da segretario di Stato costruisce un profilo senza logorarsi, mentre una primaria persa lo brucerebbe.  Nel 2028 Trump non potrà ricandidarsi, e quel giorno il partito dovrà decidere da solo che cosa vuole essere. La domanda di novembre, in fondo, non è chi vince, ma quale America uscirà da questa presidenza: o quella che manda le portaerei nel Golfo o quella che aveva promesso di non mandarle più.

Fonti: rendiconti FEC di luglio, RNC e DNC; Bureau of Labor Statistics, indice dei prezzi al consumo di luglio; Congressional Budget Office sugli interessi netti; NPR, 29 giugno, sulla sentenza relativa alle schede per posta; Axios, 24 agosto, sull’ordine esecutivo e, 2 agosto, sul rapporto Vance-Rubio; CNBC, 19 e 20 agosto, sui riacquisti del Tesoro; Washington Post, 20 agosto; audizione Strickland-Colby, atti della Camera; statement di Colby alla commissione Forze armate del Senato; The Diplomat e USNI News, 14 agosto, sul discorso di Manila; Fox News sulle dichiarazioni di McConnell e sul sondaggio UNH in New Hampshire; The Hill, 21 agosto, su Cruz; All-In, 13 agosto, intervista a Rahm Emanuel; EY su dati Destatis per l’industria tedesca; Pew Research Center, 23 luglio, sulle intenzioni di voto.


USA: IL NODO DEI DEM. FRA I DUE LITIGANTI FORSE IL TERZO VINCE

Democratici e social-democratici ai ferri corti, ma la borsa è in mano alla vecchia guardia. E i soldi, alla fine, contano sempre.

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Dall’insediamento di Zohran Mamdani a New York abbiamo scoperto che in America esiste un filone politico che nessuno aveva davvero misurato: quello dei millennial e della generazione successiva, che per la prima volta dal dopoguerra si trovano economicamente peggio dei propri genitori e hanno cominciato a considerare la politica non come amministrazione ma come riscatto. Non è un’intuizione da commentatori: è nei sondaggi ed è nei numeri delle primarie. Il Cato Institute, think tank libertario e dunque il meno sospettabile di simpatie collettiviste, rileva che il sessantadue per cento degli americani tra i diciotto e i ventinove anni ha un’opinione favorevole del socialismo. Una rilevazione di Heartland con Rasmussen, fotografa la premessa materiale di quel dato: 44% dei giovani ritiene che il proprio futuro economico sarà peggiore di quello dei genitori, soltanto 22% crede che sarà migliore, e 3/4 considerano il costo della casa una vera emergenza nazionale.

In questo quadro l’America si sveglia scoprendo il socialismo. Quella strega orribile, demonizzata per un secolo, evocata dai tempi di McCarthy come lo spettro contro cui serrare i ranghi, oggi si presenta vestita di bianco: non più maledizione da esorcizzare, ma promessa da sposare. E chi la porta all’altare non è il proletariato di sempre, ma la gioventù laureata delle grandi città, quella cresciuta aspettandosi il sogno americano e ritrovatasi senza casa. È una sinistra bianca, urbana e istruita, e proprio qui sta il suo limite: le rilevazioni del Pew Research Center registrano tra i democratici afroamericani una diffidenza persistente verso i candidati socialisti. Un movimento che parla in nome della classe lavoratrice avanza nella parte più istruita dell’elettorato e arretra in quella storicamente più fedele al partito. È la contraddizione che i suoi dirigenti non hanno ancora affrontato, ed è la ragione per cui i moderati sono convinti di poter reggere l’urto.

Novecento persone a Chicago

A cavallo tra luglio e agosto, mentre l’Italia si preparava alle ferie, il Democratic Socialists of America si è riunito a Chicago per tre giorni. Non un congresso deliberativo — quello si terrà nel 2027 — ma la conferenza nazionale di organizzazione: formazione, addestramento, sessioni parallele. Novecento partecipanti in tutto, contando il raduno giovanile in contemporanea. Una cifra minuscola per un movimento che dichiara oltre centomila iscritti ed è la più grande organizzazione socialista della storia americana; microscopica rispetto allo spazio che quelle settantadue ore hanno occupato sui giornali del Paese. Non era previsto neppure il catering: agli ammessi era stato chiesto di portarsi acqua e cibo da casa e un test COVID negativo.

Quello che ha lasciato molti sorpresi, e non pochi allibiti, è stato leggere che cosa quelle novecento persone avessero messo per iscritto. Il programma, riscritto alla vigilia e intitolato ‘Workers Deserve More’, chiede l’abolizione dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, la legalizzazione della migrazione e un’amnistia per chi si trova già nel Paese. Chiede la cancellazione del Senato, giudicato antidemocratico perché assegna a ogni Stato la stessa rappresentanza a prescindere dalla popolazione. Chiede un embargo sulle armi verso Israele e la fine del sostegno americano. Chiede una settimana lavorativa di trentadue ore a parità di salario. E in materia di sicurezza pubblica mantiene formulazioni che nella traduzione politica quotidiana significano meno soldi alla polizia e meno carcere. Rispetto alla versione del 2024 il testo ha perso la richiesta di fermare ogni espulsione e guadagnato quella di abolire il Senato: arretra dove la piattaforma diventa un’arma in mano agli avversari, rilancia dove non costa nulla.

I tre giorni traducevano l’agenda in tecnica. Cinque percorsi paralleli, ciascun partecipante ammesso al massimo a due. Il primo insegnava a governare da socialisti, cioè a mantenere il controllo sui propri eletti una volta arrivati nelle istituzioni. Il secondo, curato dalla commissione sindacale, aveva un obiettivo dichiarato tutt’altro che retorico — lo sciopero generale — e partiva dal Primo Maggio scorso, quando oltre centosettanta sezioni locali sono scese in piazza chiedendo tassazione dei patrimoni, abolizione dell’ICE ed embargo sulle armi. Il terzo era interamente dedicato alla Palestina e all’attivismo antimperialista. Il quarto, il più operativo, insegnava a ostacolare l’ICE nei luoghi di lavoro e nei campus, a costruire reti locali di risposta rapida, a esercitare pressione sulle aziende che forniscono servizi all’agenzia federale. Il quinto era un corso per formatori: come si conduce una riunione, come si imposta una conversazione porta a porta, come si addestra il quadro successivo.

La stampa è stata ammessa col contagocce: quindici testate accreditate, accesso limitato a dieci sole sessioni, divieto di interviste a sorpresa ai partecipanti. Un’organizzazione che sa di essere osservata da chi spera di coglierla in fallo davanti a una telecamera.

L’assente

Il grande protagonista non c’era. Mamdani ha disertato Chicago, e non per una banale sovrapposizione di agenda. A giugno, sette mesi dopo l’insediamento, il movimento che lo aveva portato in carica lo ha sconfessato pubblicamente. Il motivo: il sindaco aveva appoggiato un piano per assumere cinquecentottanta nuovi agenti di polizia. La sezione newyorkese del DSA ha dichiarato che la misura contraddiceva i valori del movimento operaio e socialista che lo aveva eletto e gli ha chiesto di ritirarla. Mamdani ha fatto marcia indietro.

Cinquantamila volontari e un milione e seicentomila porte bussate lo avevano portato al Municipio, con quasi l’ottanta per cento degli under trenta. Poi si è insediato, e i suoi lo hanno condannato non per aver tradito il socialismo, ma per aver governato.

Nella sala accanto l’ala studentesca votava l’ipotesi opposta: un candidato presidenziale socialista nel 2028 e un partito indipendente dai democratici. Deliberazioni senza peso — i giovani non controllano il comitato nazionale — ma con un nome preciso, coniato dai fondatori del movimento: dirty break, servirsi dell’infrastruttura democratica finché conviene, poi abbandonarla.

Nel frattempo, a New York, mentre Mamdani rilancia la tassa sui pied-à-terre che dovrebbe colpire i proprietari di seconde case di lusso e alimentare casse comunali risanate da poco grazie a un intervento del governatore dello Stato — pagato con i soldi dei contribuenti di tutto lo Stato — la Camera di Commercio della Florida gli dedica un cartellone a Times Square. Lo ringrazia sarcasticamente e gli assegna il premio di Economic Developer of the Year, promotore dello sviluppo economico dell’anno, per aver spinto aziende, posti di lavoro, residenti abbienti e acquirenti di immobili a trasferirsi altrove. È satira, certo, ma è satira che seppur comprata a peso d’oro nel punto pubblicitario più caro del pianeta, evidentemente ha dei ritorni moltiplicati.

https://youtube.com/shorts/mKiBva-mN6U?si=_2GzwhnoHQXyla-Q

La vecchia guardia sfrattata

I veterani non si sono tolti di mezzo: sono stati tolti di mezzo. Sette deputati democratici uscenti hanno perso le primarie, cinque oltre l’età pensionabile, quasi tutti battuti da sfidanti molto più giovani e in buona parte socialisti.

Ma non è monopolio della sinistra: nove deputati sconfitti in tutto contando le vittime del trumpismo, il numero più alto dal 1970, più sessantadue rinunce e due senatori repubblicani battuti in casa. Non una faglia ideologica: una sostituzione generazionale che entrambe le basi impongono ai rispettivi apparati.

Chi tiene la borsa

Qui però la storia cambia direzione, perché nelle primarie contano i volontari e nelle elezioni generali contano i bonifici. E i bonifici non passano dalle sezioni locali.

Il 9 agosto Bernie Sanders scrive ai tre vertici del partito — Chuck Schumer al Senato, Hakeem Jeffries alla Camera, Ken Martin al comitato nazionale — chiedendo di vietare ai super PAC, i comitati di raccolta fondi indipendenti che possono spendere somme illimitate purché non si coordinino con i candidati, di intervenire nelle primarie democratiche. L’argomento del senatore del Vermont non è morale ma aritmetico: quei comitati hanno già speso oltre cinquecento milioni di dollari in questo ciclo, e quando la loro scelta perde le primarie passano a finanziare il repubblicano nella corsa generale. Il partito, sostiene, ha già oggi il potere di escluderli dalle proprie consultazioni interne: non serve una riforma federale, serve una decisione. Che la decisione spetti proprio ai tre destinatari della lettera, e che nessuno dei tre abbia interesse a prenderla, è il punto che rende l’iniziativa più simbolica che operativa.

Il caso è il Michigan. Nelle primarie senatoriali AIPAC e gruppi collegati hanno speso oltre trenta milioni per impedire al progressista Abdul El-Sayed di diventare il candidato democratico, sostenendo la moderata Haley Stevens. Hanno perso: El-Sayed è il nome ufficiale del partito. Ma l’organizzazione ha subito fatto sapere che continuerà a lavorare perché gli elettori lo respingano a novembre. In un sistema a due partiti, osserva Sanders, questo significa una cosa sola: chi spende dentro il partito per sceglierne il candidato e poi si adopera per farlo perdere nella corsa generale lavora, di fatto, per l’avversario.

Ma un’inchiesta di Fox News sui rendiconti federali, uscita all’indomani delle primarie, individua oltre $115.000 da diverse persone legate a CAIR (Council on American-Islamic Relations) — l’organizzazione musulmano-americana che Texas e Florida hanno etichettato come terroristica e che nel 2007 la procura federale indicò come co-cospiratrice non incriminata in un processo per finanziamento del terrorismo, senza che ne seguisse mai un’imputazione e con la smentita costante dell’organizzazione. Tra i donatori, i vertici nazionali del gruppo. El-Sayed aveva promesso una campagna finanziata dai cittadini e non dalle lobby, e si ritrova sostenuto da una rete organizzata pari a quella che ha finanziato la sua avversaria per batterlo. È il paradosso che condanna la proposta di Sanders: giusta, in linea di principio, impraticabile nei fatti, perché nessuno può permettersi il disarmo unilaterale.

La risposta dell’establishment va nella direzione esattamente opposta a quella auspicata da Sanders. Invece di rinunciare al denaro esterno, ne mette altro sul tavolo: Third Way, think tank centrista di lunga tradizione democratica, ha annunciato una campagna da quindici milioni di dollari da qui al 2028 per screditare il socialismo democratico, definito un pericolo mortale per il partito. Non contro i repubblicani: contro la propria ala sinistra.

E qui l’aritmetica diventa impietosa. Il comitato nazionale democratico ha chiuso giugno con circa $16 milioni in cassa e oltre $18 di debiti — in parte per un prestito da $15 milioni acceso dopo il ciclo presidenziale del 2024 e garantito dalla sede di Washington. Il comitato repubblicano, alla stessa data, dispone di oltre $128 milioni e nessuna esposizione. Ken Martin difende la scelta sostenendo di aver investito in anticipo in infrastruttura permanente anziché in campagne mordi e fuggi, e rivendica la migliore raccolta mai realizzata da un partito privo della Casa Bianca.

Ed è qui che la partita si decide davvero. La sinistra ha i militanti e non ha i soldi; la vecchia guardia ha i soldi e non ha più i militanti. E i soldi, alla fine, si spostano dove vogliono: possono premiare un candidato in primavera o abbandonarlo in autunno.

La quadratura del cerchio

Il 16 agosto, negli studi della NBC, Hakeem Jeffries, leader della minoranza dem alla Camera, ha tentato l’impossibile: elenca ciò che non condivide del programma socialista — taglio dei fondi alla polizia, frontiere aperte, abolizione del Senato — ma alla domanda se ci sia posto per i socialisti sotto il tetto democratico non dice no. Chi vince una primaria e poi vince a novembre entrerà nel gruppo parlamentare, e quel gruppo sarà largo. Sul denaro dei comitati esterni, otto giorni dopo la lettera di Sanders, non una parola: la posizione di chi ha contato i seggi e ha capito di non poter espellere nessuno né sposarne il programma.

Hillary Clinton è più esplicita. Avverte che l’etichetta comunista e socialista sarà un’arma micidiale nelle mani repubblicane, osserva che le stesse accuse non hanno fermato l’ascesa di Mamdani, e rinfaccia alla sinistra un rapporto a senso unico: i moderati si allineano dietro i vincitori progressisti, il contrario accade di rado. La conclusione è un appello all’unità che suona come una resa: divisi, i repubblicani non si battono.

Che cosa sostengono i due campi

La destra ha un suo precedente, quando nel 2010, visse una sua rivolta interna populista, detta Tea party, contro i dirigenti di partito. Ne risultarono candidati impresentabili, seggi regalati ai Dem. persero il Senato, in un anno per altro positivo. La morale è, se hai l’entusiasmo di solo una metà del partito, anche se i candidati sono eletti internamente finiranno per perdere con l’elettorato pubblico. Infine, aggiunge sempre la destra secondo un dato dello stesso Cato, che l’entusiasmo giovanile per il socialismo è più che altro semantico: quando si chiede ai ragazzi che cosa intendano, parlano di sanità pubblica e tasse sui ricchi, non di collettivizzare le fabbriche, rimanendo affezionati alla libera impresa.

La sinistra risponde con l’unica cosa che conta in una primaria: i voti. Oltre trentacinque vittorie, sette deputati uscenti abbattuti, un candidato al Senato che resiste a $30 milioni di pubblicità ostile. Non stiamo importando un’ideologia, dice, stiamo dando un nome a un problema — e il problema è che una generazione cresciuta aspettandosi il sogno americano non riesce a pagare l’affitto. Che il partito non l’abbia capito lo dicono gli stessi giovani: un sondaggio di Harvard li fotografa convinti che la loro opposizione sia debole.

E il terzo….

Restano tre mesi. E restano due partiti che, per ragioni opposte, arrivano al voto senza controllo sui rispettivi candidati. I repubblicani difendono un presidente che non sarà sulla scheda e le cui scelte più costose dovranno spiegarle altri. Storicamente, il partito della Casa Bianca perde le elezioni di metà mandato, dispone di $128 milioni, nessun debito, e ha un avversario che sta bruciando le proprie risorse in una faida interna. I democratici sono da decenni i meglio equipaggiati sul terreno, con una rete di volontari efficientissima nonostante le casse vuote, e un programma che, per quanto terrorizzi i moderati, ha portato al partito elettori nuovi sotto i trent’anni. Manca però l’ultimo anello: un gruppo dirigente capace di decidere se quel programma sia il proprio o quello di qualcun altro. Ad ogni modo 900 persone in una sala di Chicago sono poche, eppure hanno dettato l’agenda mediatica di un partito che ne rappresenta decine di milioni.

Il 3 novembre non stabilirà quale delle due correnti abbia ragione. Stabilirà soltanto se, mentre litigavano, qualcun altro si sia portato via la posta.

Fonti: sito ufficiale DSA; CNN, 3 agosto; Semafor, 31 luglio; CBS Face the Nation, 9 agosto; NBC Meet the Press, 16 agosto; Fox News Digital, 5 agosto, sui donatori di El-Sayed; Washington Free Beacon; NBC e Washington Examiner sui deputati sconfitti; Fortune, 23 luglio; Cato Institute, Heartland/Rasmussen e Pew Research Center sui giovani; AEI e Harvard Youth Poll; rendiconti FEC al 30 giugno.


Trump e i missili “Patriot” all’Ucraina

di Claudio Bertolotti.

Trump: è un’apertura?

Sui Patriot all’Ucraina possiamo dire che il presidente statunitense Donald Trump non “regali” all’Ucraina la vittoria ma le conceda strumenti per non perdere troppo velocemente, mantenendo nelle sue mani la leva degli aiuti come strumento negoziale. In questo quadro l’apertura di Trump sui Patriot possiamo leggerla su due piani, operativo e politico.
Sul piano operativo, la riattivazione del flusso di sistemi e munizioni per la difesa aerea significa, per Kiev, la possibilità di ridurre – non annullare – la vulnerabilità rispetto alla campagna missilistica e di droni della Russia. I Patriot non cambiano l’esito della guerra, ma incidono sulla soglia del dolore riducendo il numero delle infrastrutture distrutte, dei centri urbani colpiti, consentendo una maggiore capacità di tenuta dello Stato mentre la guerra continua.
Sul piano politico interno, Trump ha bisogno di presentare all’elettorato una “vittoria” spendibile, che non è la vittoria dell’Ucraina, ma la vittoria del presidente che “mette ordine” nel dossier ucraino, dosando gli aiuti, mostrando forza verso Mosca e, al tempo stesso, controllo della spesa militare. Questa apertura è una concessione estremamente misurata che consente a Trump di non apparire arrendevole e di non compromettere un eventuale piano di pace basato su concessioni territoriali ucraine, che lui considera realistiche (e che tali sono, al di là delle buone intenzioni e delle visioni ideali). Però…

Quali criticità?

Ci sono delle criticità oggettive, che possiamo riassumere in quantità, tempo, coesione politica.
Sulla quantità, è un fatto che la difesa aerea sia un sistema, non un singolo pezzo. E dunque i Patriot, da soli, non bastano poiché servono munizioni, integrazione con altri sistemi, capacità di manutenzione e addestramento. Se la fornitura sarà limitata o intermittente, si creerà un “effetto vetrina”, basata su una “capacità” non strutturale.
Sul tempo, che per me è l’elemento cardine, la Russia lo usa come arma strategica. Ogni giorno guadagna qualche chilometro di fronte, li consolida, non li perde. L’Ucraina, invece, dipende dal ritmo politico delle decisioni occidentali. Ogni ritardo negli aiuti si traduce in terreno perso e in capacità offensiva ridotta.
Infine, la coesione politica occidentale su cui grava l’umore di Trump, la cui apertura può accentuare le divergenze tra alleati, soprattutto se viene percepita come parte di un disegno più ampio di “chiusura” del conflitto a condizioni sfavorevoli per Kiev. Se gli europei vogliono sostenere l’Ucraina nel lungo periodo e Washington punta a una soluzione rapida, magari a costo di concessioni territoriali, il rischio è una NATO formalmente unita ma strategicamente disallineata.

Cosa cambia nei calcoli di Putin?

Cambia la gestione del rischio, non l’obiettivo strategico perché il presidente russo Vladimir Putin ha mantenuto, e mantiene, il vantaggio tattico sul campo: più uomini, più tempo, più capacità di assorbire perdite. I Patriot complicano la sua campagna aerea, ma non la rendono impossibile sapendo che la contraerea ucraina non intercetterà tutto; e, dunque, sa che può continuare a logorare infrastrutture e morale, e lo farà sempre di più spostando il peso su droni e missili meno costosi (e sui droni l’Ucraina ne sa qualcosa. anche di più della Russia).
Qualcosa però cambia in termini di risorse, o meglio, in termini di costi. La questione è appunto la curva del costo dove, per la Russia, ogni attacco diventa un po’ più costoso in termini di vettori persi e di pianificazione, ma rientra nella logica di una guerra lunga, dove il tempo gioca a favore di Mosca (così è stato finora e così è ancora). Per l’Ucraina, invece, ogni Patriot in più è un giorno in più di resilienza, ma non un passo verso la vittoria, semmai un passo lontano dalla sconfitta immediata.
Nei calcoli di Putin, credo, l’invio di ulteriori Patriot non è un game changer, ma un fattore da assorbire dentro una strategia già chiara che si fonda sulla volontà di consolidare il vantaggio tattico, sfruttare la stanchezza occidentale, attendere che la politica statunitense (e non solo Trump) cerchi una “pace” che sarà nel concreto una resa negoziata di Kiev, e mai una vittoria militare ucraina (a quella non crede più nessuno).


NEW YORK COME LABORATORIO DELLA NUOVA SINISTRA AMERICANA

LA GEN Z TRA DOMANDA DI EQUITÀ E CONTI CHE NON TORNANO

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Nel golfo che separa europei e americani, e che è la causa prima di infinite incomprensioni reciproche, matura da qualche anno un’esigenza che sembrava sepolta per sempre: nelle generazioni più giovani degli Stati Uniti riaffiora il desiderio di guardare al socialismo come alla risposta più corretta per debellare i problemi della vita quotidiana. Non è un vezzo da campus, è diventato un voto legittimo. Martedì 23 giugno a New York, gli elettori della Generazione Z e dei Millennial si sono presentati ai seggi in numeri sorprendenti e hanno consegnato tre seggi congressuali all’ala più radicale del Partito Democratico, spazzando via l’establishment di Washington. Dietro questo voto, c’è una storia, lunga un secolo, e una parola che gli americani non hanno mai smesso di intendere interpretandola alla lettera: “Socialismo”.

Tra Ottocento e Novecento il socialismo americano vive una traiettoria unica, segnata da brevi momenti di crescita e da repressioni sistemiche che ne impediscono la radicalizzazione. Movimenti come il Socialist Party of America, guidato da figure iconiche come Eugene Debs, ottengono un discreto successo elettorale a livello locale e presidenziale nei primi del Novecento, promuovendo riforme del lavoro e il suffragio femminile. Quello slancio viene però stroncato dalle ondate di panico anticomunista note come Red Scare, dal clima patriottico delle due guerre mondiali e dalla successiva Guerra Fredda: eventi che associano stabilmente, nell’immaginario collettivo, qualsiasi forma di collettivismo a una minaccia esistenziale per la sicurezza e l’identità nazionale.

Perché, allora, quella parola torna oggi a mobilitare i più giovani? La risposta sta in un lento slittamento semantico. Quando un americano di vent’anni dice “socialismo”, quasi mai intende la nazionalizzazione dell’industria o la pianificazione centralizzata. Se nel 1949 la definizione più comune del termine, secondo Gallup, era “proprietà o controllo statale” (34%), nel 2018 quella quota era scesa al 17%, mentre la definizione più diffusa era diventata “uguaglianza“. È la differenza tra Marx e Bernie Sanders. E i numeri della conversione generazionale sono imponenti: un sondaggio Cato Institute/YouGov del marzo 2025 rileva che il 62% degli americani tra i 18 e i 29 anni dichiara una “visione favorevole” del socialismo, contro il 43% della popolazione totale. Già una rilevazione Pew del 2022 registrava che i 18-29enni erano l’unica fascia d’età in cui il socialismo (44%) superava il capitalismo (40%), mentre la quota di giovani con un giudizio positivo sul capitalismo, secondo Gallup, era crollata da circa due terzi nel 2010 a poco meno della metà a fine decennio.

Sotto la spinta di questi dati c’è un vissuto, non un manuale. Lo Harvard Youth Poll della primavera 2025 fotografa che solo il 15% dei giovani ritiene che il Paese stia andando “nella direzione giusta”: una generazione cresciuta tra la crisi del 2008, l’emergenza climatica, gli affitti fuori scala e un mercato del lavoro instabile traduce quel disagio in richiesta di equità. Come argomenta Samuel Abrams dell’American Enterprise Institute, quando i giovani americani dicono di sostenere il “socialismo” raramente auspicano la fine del mercato: chiedono più equità, protezioni sociali più solide e responsabilità delle istituzioni, e in concreto favoriscono sanità universale, investimenti sul clima, case accessibili e alleggerimento del debito.

È in questo spazio che opera l’attivismo militante. I Democratic Socialists of America definiscono la propria missione come il tentativo di democratizzare l’economia e garantire i diritti fondamentali; l’organizzazione dichiara di rifiutare i modelli totalitari e centralizzati, concentrando gli sforzi sulla tutela dei lavoratori e sulla sottrazione di beni primari, come l’energia e la casa, alle sole logiche del profitto. A differenza dei partiti della sinistra europea, questa forza opera come corrente di pressione interna al Partito Democratico, cercando di orientarne l’agenda attraverso l’elezione di propri rappresentanti a livello locale e federale.

Sul fronte opposto, i think tank di area conservatrice e libertaria come la Heritage Foundation e il Cato Institute conducono una ferma opposizione ideologica in difesa del libero mercato. I loro analisti sostengono che le politiche di stampo socialista violino i valori costituzionali fondanti della nazione, storicamente basati sull’individualismo e sui diritti di proprietà; l’espansione dello Stato sociale, in questa prospettiva, non solo mina la libertà personale e la responsabilità individuale, ma rischia di frenare l’innovazione e di gravare in modo insostenibile sulle finanze pubbliche.

Perché, allora, l’America non ha mai avuto un grande partito socialista di massa? L’analisi strutturale dello storico Eric Foner lo attribuisce alle barriere istituzionali e sociali proprie del sistema. Il meccanismo elettorale maggioritario a turno unico ha storicamente soffocato la crescita di formazioni terze, costringendo i movimenti progressisti ad essere assorbiti dalle coalizioni dei due schieramenti principali, come avvenne con il New Deal. A questo ostacolo si sono aggiunte le profonde divisioni razziali, etniche e linguistiche all’interno della forza lavoro immigrata, che hanno frammentato sul nascere la coscienza di classe in un mercato che, rispetto all’Europa dell’epoca, offriva comunque standard di vita e salari reali mediamente più elevati.

Nella New York di oggi vediamo cosa accade quando quelle barriere si abbassano. Il sindaco Zohran Mamdani, iscritto ai DSA, (Democrat Socialist of America) non è più un teorico: nei sondaggi pre-elettorali aveva conquistato l’elettorato della Gen Z con uno scarto di 57 punti. È lui il mentore dell’armata che ora punta su Washington.

LE PRIMARIE CHE VALGONO UN’ELEZIONE

Vincere le primarie del Partito Democratico a New York City equivale, di fatto, ad essere eletti al Congresso a novembre. I distretti della metropoli sono talmente sbilanciati a sinistra che il voto vero si è consumato martedì scorso, lasciando le elezioni generali come una pura formalità. A trionfare è stato il “trio radicale” sostenuto da Mamdani: i tre candidati da lui appoggiati hanno vinto le rispettive primarie, con l’Associated Press a dichiararli vincitori nella nottata. Analizzandoli da vicino si capiscono molte cose, a cominciare da un cambio generazionale più che dovuto.

Brad Lander (10° Distretto – Manhattan/Brooklyn). Lander non è un attivista alle prime armi, ma un politico scafato che conosce a fondo i meccanismi di potere di New York, avendo ricoperto il ruolo di Comptroller, il controllore finanziario della metropoli. Ex Comptroller cittadino, si è aggiudicato la candidatura democratica nel 10° Distretto, scalzando il deputato uscente Dan Goldman, erede di un patrimonio e volto della linea moderata e pro-Israele del partito. Lander, ebreo, ha saputo intercettare il voto dei quartieri più gentrificati e radicali di Manhattan e Brooklyn, trasformando le primarie in un referendum contro l’establishment di Washington. Sul fronte interno propone una tassazione aggressiva sui patrimoni e un intervento della mano pubblica nel mercato immobiliare tramite il blocco coercitivo degli affitti; in politica estera, il suo cavallo di battaglia è il disallineamento dalla linea tradizionale americana, con la promessa di leggi per vincolare duramente gli aiuti militari a Israele e un attacco frontale a lobby storiche come l’AIPAC. Una retorica massimalista che segnala la sua prossimità alle posizioni dei DSA, dove l’ideologia identitaria — buoni contro cattivi — prende il posto della complessa realtà geopolitica ed economica.

Darializa Avila Chevalier (13° Distretto – Harlem, Washington Heights, Bronx). Trentadue anni, è l’autrice del ribaltone più clamoroso di queste primarie. Politica esordiente, ha superato di circa duemila voti Adriano Espaillat, deputato uscente e presidente del Congressional Hispanic Caucus, che ha ammesso la sconfitta poco dopo le 22:30. Cresciuta tra le fila dei DSA, la Chevalier ha capitalizzato il risentimento generazionale delle minoranze e delle comunità immigrate, presentandosi come il volto del cambiamento contro una vecchia guardia accusata di eccessiva vicinanza alla finanza di Wall Street e ai grandi costruttori. Con Espaillat lo scontro si è consumato soprattutto sulla guerra a Gaza, con la sfidante che accusava il candidato uscente, di essere ostaggio dell’AIPAC. La sua piattaforma richiama il dirigismo più rigido: invoca l’intervento coercitivo dello Stato nel mercato immobiliare, con il passaggio di intere aree residenziali a “collettivi pubblici”, e un sistema sanitario interamente statalizzato sul modello Medicare for All, da finanziare con un prelievo mirato sui grandi capitali.

Claire Valdez (7° Distretto – Queens/Brooklyn). Deputata all’Assemblea statale, ha conquistato la nomination nel 7° Distretto — un seggio lasciato libero dalla deputata uscente Nydia Velázquez — battendo il presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso e altri sfidanti. Organizzatrice sindacale di professione e militante di punta dei DSA, Valdez ha capitalizzato il voto dei lavoratori precari e dei giovani attivisti del clima, presentandosi come paladina di uno scontro frontale con il sistema corporativo americano. Ha chiuso il discorso della vittoria con lo slogan “Solidarietà, abolire l’ICE, Palestina libera, organizza il tuo sindacato, iscriviti ai DSA”. Il suo cavallo di battaglia è una versione ultra-radicale del Green New Deal: non incentivi alle rinnovabili, ma una riconversione ecologica totale di New York pianificata dallo Stato, con posti di lavoro “verdi” creati per decreto e vincoli ambientali stringenti alle imprese.

IL BLOCCO DEGLI AFFITTI E LA FUGA DEI CAPITALI

Il trio e il loro mentore invocano il blocco coercitivo dei canoni come panacea contro il caro-vita. La ricerca economica statunitense dimostra l’esatto contrario. In una vasta meta-analisi sul controllo dei prezzi, il Cato Institute mostra come il blocco degli affitti riduca drasticamente l’offerta di alloggi: bloccati i prezzi, i costruttori smettono di investire e la qualità del patrimonio crolla. L’American Enterprise Institute rincara la dose, dimostrando che il controllo dei canoni spinge i proprietari a convertire gli appartamenti in alloggi di lusso o in immobili in vendita, riducendo l’offerta per le fasce deboli e aumentando, paradossalmente, il rischio di senzatetto. Il Manhattan Institute liquida la misura come la politica abitativa “più miope che esista”, rilevando come la letteratura economica sia pressoché unanime.

Lo slogan del “tassare i super-ricchi” si scontra a sua volta con le leggi della mobilità dei capitali in un sistema federale. I dati sulle dichiarazioni dei redditi, analizzati dal Wall Street Journal, mostrano una tendenza inconfutabile: quando la pressione fiscale statale diventa punitiva, i grandi patrimoni e i fondi d’investimento votano con i piedi, trasferendo sedi legali in Stati fiscalmente attrattivi come Florida e Texas. Il rapporto annuale Rich States, Poor States documenta empiricamente la correlazione tra carico fiscale elevato, contrazione degli investimenti privati e crescita salariale più lenta.

IL PARADOSSO DEL “VOLO DI STATO”

Non paga di voler pianificare mercato immobiliare ed energia, è proprio Claire Valdez ad aver spinto l’acceleratore ideologico più a fondo. In un podcast del 1° maggio — clip riemersa dopo la vittoria — ha definito una sua “hot take” l’abolizione del programma TSA PreCheck, la corsia prioritaria a pagamento negli aeroporti, e la nazionalizzazione dell’intera industria aerea americana, motivandola con profitti, sovrapprezzi e tutele deboli per i passeggeri. Secondo la visione dei DSA, il trasporto aereo non dovrebbe rispondere a logiche di profitto ma essere gestito come un servizio pubblico universale.

La proposta si scontra con una realtà economica insostenibile. David J. Bier del Cato Institute ha osservato che nazionalizzare un’industria significa affidarla all’amministrazione in carica: “If we nationalize industries, it means putting Donald Trump in charge of those industries” (se nazionalizziamo le industrie, significa metterle nelle mani di Donald Trump). Rilevare i colossi dei cieli caricherebbe lo Stato di un settore ad altissimo rischio finanziario — la sola capitalizzazione di Delta e United supera i 100 miliardi di dollari — mentre eliminare la concorrenza finirebbe per burocratizzare gli scali e allungare le code. Va detto, per correttezza, che la piattaforma ufficiale di Valdez sui trasporti non contempla né l’abolizione del PreCheck né la nazionalizzazione: parla di spostare fondi federali dalle strade al trasporto pubblico, alla mobilità pedonale e ciclabile.

DAI PADRI FONDATORI A JFK: LA LEZIONE DIMENTICATA DAI DON CHISCIOTTE DI NEW YORK

La storia degli Stati Uniti dimostra che, dai Padri Fondatori fino alla Nuova Frontiera di John F. Kennedy, la ricerca del benessere collettivo è sempre passata attraverso il pragmatismo, l’espansione delle opportunità e la tutela della libertà economica. Perfino nei momenti di massima riforma sociale, i grandi leader americani hanno cercato soluzioni capaci di far prosperare la maggioranza senza soffocare lo spirito d’impresa. Questi tre moderni Don Chisciotte della sinistra newyorkese sembrano invece aver dimenticato che per governare la complessità non bastano gli slogan: servono la storia, l’economia e la fiscalità reale. Vale la pena rileggere John Locke, che ricordava come “the end of law is not to abolish or restrain, but to preserve and enlarge freedom” (il fine della legge non è abolire o limitare la libertà, ma preservarla e ampliarla), aggiungendo che nessun uomo è libero se lo Stato gli sottrae il diritto di godere dei frutti del proprio lavoro.

E qui si chiude il cerchio con cui questa storia si è aperta. La stessa Generazione Z che riempie i comizi di Mamdani, che nei sondaggi preferisce il socialismo al capitalismo, quasi mai sa dire cosa quella parola abbia significato per chi l’ha vissuta.

Nessuno, ad essere onesti, discute il fine. Che ognuno abbia una casa dignitosa, un lavoro, la possibilità di sedersi a tavola senza far di conto, è un desiderio che attraversa destra e sinistra, e che nessuna statistica potrà mai far apparire ingenua. La domanda che questa generazione lascia aperta non riguarda il fine, ma i mezzi, e la lucidità con cui li sceglie. Quando Gallup chiede agli americani cosa intendano per “socialismo”, la risposta più diffusa non è più “proprietà o controllo statale”, come nel 1949, ma “uguaglianza”: segno che la parola, per chi ha votato il trio di New York, evoca un sentimento di equità più che un programma economico. È esattamente lì che si misura la distanza tra l’aspirazione e la sua applicazione. Provate a chiedere agli stessi elettori che invocano la redistribuzione dei grandi patrimoni se sarebbero disposti a cedere (per fargli “sentire” le loro scelte) mezzo punto della propria media universitaria — sudata, tolta al sonno e alle serate mancate — a un compagno che ne ha meno. La risposta, quasi sempre, è un NO istintivo, perché quel voto hanno guadagnato. È lo stesso no del contribuente davanti alla wealth tax, ed è il punto cieco di un’idea generosa: l’equità che si pretende per la società cessa di apparire equa nell’istante preciso in cui tocca ciò che si ritiene meritato. Se questo scarto sia soltanto un’ingenuità dell’età, o il sintomo di un’incapacità più profonda di collegare lo slogan alle sue conseguenze, è la domanda con cui li lasciamo alle urne.


LA FENICE DI LOS ANGELES: SPENCER PRATT RISCRIVE LA POLITICA AMERICANA

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Le primarie a Los Angeles

Il panorama politico nella seconda città più grande degli Stati Uniti si trova a un bivio decisivo mentre si chiudono i seggi per le elezioni primarie a sindaco di Los Angeles. Quella che inizialmente era stata liquidata come una semplice mossa pubblicitaria sui social media, la campagna ribelle dell’ex star del reality The Hills, Spencer Pratt, si è trasformata in un dirompente movimento populista. Questa dinamica ha spinto il sindaco uscente Karen Bass e il membro del consiglio progressista Nithya Raman in una lotta serrata a tre per il futuro della città.

Tra cenere e protesta

La transizione di Pratt da personaggio controverso della TV a concreto contendente politico è iniziata a gennaio. Ha lanciato la sua candidatura durante una manifestazione dal titolo “Ci hanno lasciato bruciare”, a un anno esatto dalla perdita della sua casa a Pacific Palisades a causa dei devastanti incendi boschivi di Los Angeles del 2025.

Accusando l’amministrazione del sindaco Karen Bass per la distruzione e la lentezza nella ricostruzione, Pratt ha costruito una campagna basata sulla riforma delle infrastrutture e su una retorica di ordine pubblico. Nonostante i critici sottolineino la sua totale mancanza di esperienza politica e il massiccio uso di materiali generati dall’intelligenza artificiale, il suo messaggio ha trovato terreno fertile in un elettorato stanco della burocrazia locale e della crisi economica.

I pilastri della piattaforma elettorale di Pratt includono:

Potenziamento delle Infrastrutture di Emergenza: Aumento delle riserve idriche regionali per combattere gli incendi boschivi e accelerazione delle assunzioni nei vigili del fuoco.

Riforma per l’Emergenza Abitativa: Fondi privati da grandi investitori per costruire comunità di case prefabbricate su terreni federali, vincolate a programmi di riabilitazione obbligatori.

Controllo della Spesa Pubblica: Avvio di un audit completo sulle finanze del Comune per bloccare quello che definisce lo spreco del denaro dei contribuenti.

L’isolamento e il boom dei finanziamenti

La vera sorpresa della campagna elettorale riguarda la straordinaria macchina da guerra finanziaria costruita da Pratt. Nonostante l’establishment lo considerasse un candidato marginale, i dati ufficiali della L.A. Ethics Commission pubblicati a fine maggio hanno rivelato un sorpasso sbalorditivo: Pratt ha raccolto ben 3,25 milioni di dollari complessivi, superando i 3,21 milioni della sindaca uscente Karen Bass. Solo nell’ultimo mese utile, la sua campagna ha registrato un’impennata record di 2,72 milioni di dollari, quasi dieci volte tanto la raccolta della Bass nello stesso periodo.

Questo fiume di denaro è arrivato nonostante una precisa strategia di rottura: Pratt ha dichiarato pubblicamente di non volere l’endorsement o il sostegno politico di nessuno, affermando di non aver bisogno dei vecchi apparati di partito o delle élites tradizionali. Ha ironicamente affermato che gli unici endorsement che gli interessano sono quelli delle “mamme di Los Angeles e degli amanti degli animali”. Gran parte della sua raccolta fondi record, è composta sia da micro-donazioni di cittadini comuni frustrati sia da ex residenti che hanno lasciato la California a causa del degrado e sperano di potervi fare ritorno.

Cosa dicono i miliardari californiani

Mentre la sinistra cittadina accusa Pratt di cavalcare l’onda del populismo di destra, i grandi titani della tecnologia e i miliardari della Silicon Valley e di Los Angeles hanno iniziato ad aprire massicciamente i loro portafogli per sostenerlo.

Secondo i registri finanziari ufficiali, figure del calibro del co-fondatore di Google Sergey Brin (che ha staccato l’assegno massimo consentito dalla legge elettorale), i gemelli Winklevoss, l’ex CEO di Activision Blizzard Bobby Kotick e la presidente dei Los Angeles Lakers Jeanie Buss si sono mossi concretamente per finanziarlo. I miliardari californiani vedono in Pratt un’opportunità di rottura radicale: sono profondamente frustrati dal fallimento delle politiche progressiste sulla gestione della sicurezza e dei senzatetto, e temono che la continua fuga di capitali e lo stato d’emergenza permanente causato dagli incendi stiano svalutando permanentemente l’economia di Los Angeles.

Il meccanismo elettorale americano

Per capire come Spencer Pratt possa concretamente puntare alla guida della città, è necessario comprendere la particolare legge elettorale della California, nota come “Top-Two Nonpartisan Primary” . A differenza delle classiche primarie italiane o dei sistemi di partito tradizionali, questo meccanismo prevede regole molto specifiche:

  • Unica scheda per tutti: Tutti i candidati (democratici, repubblicani e indipendenti) competono nello stesso identico elenco.
  • Voto aperto: Qualsiasi cittadino iscritto alle liste elettorali può votare per qualsiasi candidato, indipendentemente dalla propria affiliazione politica.
  • Nessun obbligo di Documento d’Identità: Un aspetto peculiare del sistema californiano è che gli elettori non devono mostrare un documento d’identità con foto per votare. Nella stragrande maggioranza dei casi, basta firmare il registro al seggio; i funzionari verificheranno l’identità in un secondo momento, confrontando la firma con quella depositata all’atto dell’iscrizione elettorale.
  • La Regola del 50%: Se un candidato riesce a ottenere la maggioranza assoluta dei voti (50% + 1) già in questo primo turno, viene eletto sindaco direttamente.
  • Il Ballottaggio obbligatorio: Poiché la presenza di tre candidati forti (Bass, Raman e Pratt) rende quasi impossibile il raggiungimento del 50%, la legge stabilisce che i primi due candidati più votati — i “Top Two” — accederanno direttamente al ballottaggio finale del 3 novembre 2026, azzerando tutti gli altri sfidanti.

Proprio per questo motivo, la strategia di Spencer Pratt non punta necessariamente a vincere subito, ma a superare uno dei due candidati dell’establishment per conquistare il secondo posto utile e blindare il suo nome per la sfida decisiva di novembre.

La posta in gioco

I sondaggi della vigilia (pubblicati da UC Berkeley/Los Angeles Times) mostravano un testa a testa statistico: Bass in leggero vantaggio con il 26%, seguita da Raman al 25% e Pratt subito dietro al 22%. Poiché il sistema elettorale prevede un voto unico non partitico, se nessun candidato supererà il 50% delle preferenze, i primi due classificati accederanno al ballottaggio decisivo il prossimo 3 novembre. La sfida di oggi è quindi una pura corsa per conquistare i primi due posti in classifica.

Un posizionamento utile per il ballottaggio sancirebbe una delle più grandi sorprese politiche nella storia municipale moderna degli Stati Uniti. Al contrario, un terzo posto metterebbe fine alla corsa di Pratt, che lascerebbe comunque il segno per aver spostato l’asse del dibattito pubblico su temi come la sicurezza e la gestione delle emergenze.

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In base ai dati quasi definitivi diffusi dal City Clerk di Los Angeles, gli elettori si sono così espressi:

Il verdetto: Pratt ce l’ha fatta

Con i dati in via di consolidamento dal Registrar-Recorder della Contea di Los Angeles, emerge un esito clamoroso: Spencer Pratt ha raggiunto il 30% delle preferenze, assicurandosi il secondo posto e l’accesso diretto al ballottaggio del 3 novembre. La sindaca uscente Karen Bass, pur mantenendo il primo posto, non ha raggiunto la soglia del 50% necessaria per vincere al primo turno, spianando così la strada a uno scontro inatteso.

Nithya Raman, la terza candidata della coalizione progressista, è rimasta esclusa dal ballottaggio decisivo.

La corsa di novembre

Los Angeles si prepara ora a cinque mesi di intensa campagna elettorale che metterà a confronto l’outsider populista Pratt con l’establishment democratico rappresentato da Bass. Una dinamica raramente vista nella politica municipale americana contemporanea, dove la frustrazione per la gestione della sicurezza e degli incendi ha spalancato le porte a una candidatura ritenuta impossibile solo sei mesi fa.

Il fenomeno Pratt, tuttavia, non va letto come la nascita di una nuova corrente ideologica strutturata, bensì come il trionfo di un pragmatismo radicale. Il suo leitmotiv – basato su soluzioni di buon senso che scavalcano le rigide barriere partitiche – delinea un nuovo modo di fare politica. È una formula post-ideologica che, con ogni probabilità, farà scuola ben oltre i confini della California. Questo modello è destinato ad attecchire non solo in altri contesti, ma soprattutto in quei territori dove la distanza tra l’establishment e i bisogni reali della popolazione ha creato un vuoto di leadership, lasciando i cittadini privi di una guida capace di rispondere alle necessità primarie.

In quest’anno, dove l’America festeggia i suoi 250 anni di repubblica, ecco che Los Angeles ci racconta come ci si può rinnovare, e non solo attraverso una campagna elettorale un po’ cinematografica, e sicuramente poco dispendiosa, ma come recuperare sovranità quando l’establishment tecnocratico ha perso credibilità sulla sicurezza e la gestione del territorio.

A Los Angeles, oggi, gli americani ci rammentano che la democrazia non muore per incompetenza—si rinnova nonostante essa.

I dati definitivi del City Clerk verranno certificati nei prossimi giorni. Il ballottaggio è fissato per il 3 novembre 2026.


L’orizzonte spezzato: la Cuba di Leonardo Padura e l’esodo verso l’America Latina

Corrispondenza di Martino Rigacci da Buenos Aires/Montevideo

    BUENOS AIRES – “Mi chiedete cosa può succedere a Cuba? Di tutto!”. E’ un Leonardo Padura lucido come sempre, e preoccupato per il destino del suo paese, quello che lo scorso 29 aprile ha risposto alla stampa al termine di uno dei numerosi eventi organizzati dal ‘Salone del libro di Buenos Aires’.

    Il tema in programma era ‘La letteratura nei Caraibi’ ma è stato proprio l’aggravarsi della crisi cubana a rubare spesso la scena. Padura ha evitato voli pindarici o macro-analisi, ricordando per esempio la situazione “di chi a sessanta e passa anni, o a settanta, prende la pensione e si trova ad affrontare una vulnerabilità davvero molto grande. Mia madre ha 98 anni e la sua pensione è di 1500 pesos: per comprare 30 uova di pesos ne servono 3000”.

    L’analisi del giornalista e scrittore nato nel tradizionale quartiere Mantilla dell’Avana non si ferma qua: “il mio ultimo romanzo, ‘Morire nella sabbia’, racconta il destino di una generazione a cui era promesso un futuro. Guardate a cosa siamo arrivati…”.

    Il tracollo di Cuba colpisce interi strati sociali e fasce d’età: i piu’ anziani e indifesi, l’infanzia, gli impiegati pubblici, gli insegnanti, gli studenti e chi lavora nel turismo, settore ai minimi storici, da decenni traino dell’economia e controllato con mano ferma dalla holding militare GAESA.

   “Sul tavolo ci sono diversi scenari, può cambiare tutto affinchè non cambi niente, o che non cambi niente, oppure che ci sia un’invasione americana e invece cambi appunto tutto… ”, ha aggiunto Padura e quel “tutto può capitare” di fine aprile detto a Buenos Aires ancora non comprendeva le tante novità degli ultimi giorni: l’incursione nelle acque caraibiche della portaerei monstre Nimitz, le bellicose prese di posizioni del presidente Donald Trump e, soprattutto, la ‘spada di Damocle’ rappresentata da un blitz militare.

    Sullo sfondo rimangono la recente incriminazione inflitta dal Dipartimento di giustizia statunitense a Raul Castro e la minacciosa ombra dell’operazione all’alba dello scorso 3 gennaio a Caracas con la quale le forze USA hanno portato a termine la cinematografica cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro. Tuttavia, le differenze tra i due casi sono tante e consistenti: Cuba non ha infatti le riserve petrolifere –nè le dimensioni- del Venezuela e il potere del ‘chavismo’ era meno concentrato, e organizzato, di quello cubano.

    Il paese è a un passo da una crisi terminale. Il post-castrismo avulso da ogni riforma significativa promosso in questi anni dal presidente Miguel Diaz Canel appare isolato in un contesto internazionale dove, al netto degli aiuti e la retorica, Russia e Cina si mantengono lontane dallAvana e guardano ad altri orizzonti geopolitici ben più strategici.

  Intanto, la diaspora non si ferma: i cubani continuano ad andarsene e a imboccare le infinite vie che da sempre accompagnano le migrazioni. In realtà, certo non da ora, esistono due Cuba, l’isola e quella dell’esodo, che ha storicamente puntato sulla vicina Florida. Chi decide di partire scommette ancora sull’America intesa quale USA ma negli ultimi tempi è spuntata ‘l’altr’ America, quella Latina. E’ da queste parti che si cercano, e si trovano, nuovi approdi.

   Per i cubani l’area latinoamericana “ha smesso di essere un corridoio di migranti e ogni giorno di più è un focolare”, sottolinea Maria Moita, responsabile per l’area dell’Organizzazione mondiale dei migranti (OIM). Le rotte più battute per la fuga passano dal Venezuela o dalla Guyana –dove non sono richiesti visti- per poi proseguire in terra brasiliana attraverso lo stato settentrionale del Roraima.

   Tra le mete sudamericane più ambite è spuntato a sorpresa uno dei paesi confinanti con il Brasile, il piccolo l’Uruguay, e non solo la capitale, Montevideo, ma anche altre località, per es. Punta del Este, oggi paradiso del turismo vip, che in un lontano passato si era già incrociato con il destino di Cuba: fu infatti qui dove nel 1961 l’inviato di Fidel Castro, Ernesto ‘Che’ Guevara,  pronunciò un duro discorso contro l’Alleanza per il Progresso promossa dall’amministrazione Kennedy che segnò il definitivo divorzio tra l’Avana e Washington.

   La lunga strada per raggiungere la nuova meta ‘uruguaya’ è un’ odissea. Si viaggia in aereo, in auto, via bus, qualche tratto anche a piedi. E ovviamente ai posti di frontiera, soprattutto quelli meno controllati, prolifera il business dei coyotes, mediatori e agenzie di viaggio spesso farlocchi ma inevitabili per chi non ha tutti i documenti necessari.

   Come in ogni fenomeno migratorio il primo passo è trovare lavoro e casa. E si parte lo stesso anche se le distanze sono significative, come nel caso appunto L’Avana-Montevideo.

   “In arrivo intere famiglie con nonni e bambini denutriti”, ha intitolato lo scorso 16 marzo in un lungo articolo El Pais, principale quotidiano di Montevideo. La scommessa cubana sull’Uruguay ha una sua logica: il paese è un modello di stabilità, ha un alto PIL pro-capite, non ci sono ovviamente problemi di lingua e gli uruguaiani non sono certo xenofobi. I tempi di attesa per avere i documenti e regolarizzare la propria situazione sono inoltre minori rispetto ad altre nazioni del continente.

   Nel 2025 il bilancio dei migranti giunti dall’isola ha avuto un’ impennata, circa 15 mila persone a fronte dei 5900 nel 2024. E la situazione non è molto diversa in Brasile, i cui controlli sono però più severi. L’altra faccia della medaglia dei tanti ‘adios a Cuba’ di questi anni è quello che gli esperti definiscono lo “svuotamento del paese”: la popolazione ha avuto un forte calo, è infatti passata dagli 11,2 milioni del 2020 ai 9,4 milioni del 2024. Qualsiasi sia il futuro dell’isola il forte calo demografico sarà un dato chiave e condizionerà la crescita.

   Ieri come oggi, non sono certo un mistero le ragioni per le quali si scappa. La situazione è al limite su tanti fronti, anche se c’è un settore, quello dell’energia elettrica, che racchiude gran parte dei problemi di fondo, una vulnerabilità alla Padura.

   Avviato nei primi anni ’60, l’embargo americano anti-Cuba ha aggiunto un nuovo e strategico capitolo nella sua lunga storia a seguito del blocco petrolifero imposto a gennaio da Washington, un nuovo fronte del devastante e ormai quasi eterno bloqueo USA. A mancare sono non solo gli alimenti e l’acqua (a causa dei tanti problemi della rete idrica) ma anche l’energia, fatto che ha una ricaduta concreta e pesante sui mille fronti della vita quotidiana.

   Da anni nell’isola circola la seguente battuta: “En Cuba no hay apagones, hay alumbrones” (A Cuba non ci sono black out, ci sono bagliori). Uno humor, quello degli habaneros, senza dubbio graffiante, ma che ha anche il sapore di una inconsolabile e crescente disperazione.-