Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale
Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”, Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)
La minaccia dal Medioriente all’Europa
di Claudio Bertolotti
Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.
La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.
Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.
Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.
Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.
Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.
Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.
Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.
Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.
Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.
Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.
Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.
In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.
La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.
La propaganda bellica iraniana: il ruolo della famiglia come arma nel dominio cognitivo
Leggendo alcuni documenti ufficiali
divulgati dal governo iraniano nei primi giorni del conflitto contro la
coalizione israelo – americana, colpisce in modo particolare la ridondanza del
concetto del martirio ascritto non solo ai rappresentanti della leadership
politico-militare eliminati nell’immediato dei primi attacchi subiti, ma
soprattutto ai “figli” della nazione, strettamente correlati alla figura delle
“madri”. La narrazione sottende un messaggio orientato a conquistare e
consolidare l’accettazione di gravi lutti dovuti alla guerra da parte delle
famiglie. Le “madri”, metonimia di forte impatto emotivo, assurgono a simboli della
resilienza del popolo iraniano, presentato come coeso e monolitico contro
l’odiato nemico. Accanto alle madri troviamo i “figli”, il cui destino
escatologico eleva il sacrificio dei caduti iraniani alla dimensione religiosa,
rafforzata dal concetto del martirio. Tutto questo per far metabolizzare l’idea
che i morti dalla parte di Teheran sono destinati ad essere tanti, come sempre
è stato nei conflitti che hanno visto coinvolto il regime degli ayatollah.
Nella propaganda bellica iraniana, dunque, la famiglia non è solo un’unità
sociale, ma un pilastro
ideologico utilizzato per mobilitare la nazione,
giustificare il sacrificio e consolidare l’identità rivoluzionaria. Il
regime modella i ruoli familiari per servire gli obiettivi dello Stato
attraverso diversi meccanismi.
Il primo è proprio l’idealizzazione del martirio
e il ruolo della madre: la propaganda eleva la figura della “madre del
martire” come l’ideale supremo di cittadinanza femminile. Le donne
sono ritratte come madri o mogli che spingono con orgoglio i propri cari verso
il fronte, trasformando il dolore privato in onore pubblico. Spesso raffigurate
con simboli religiosi (come il Corano), le donne fungono da àncora morale che
legittima la “guerra santa”. Il secondo riguarda la formazione
del “cittadino guerriero” secondo cui il ruolo maschile nella
famiglia è strettamente legato alla difesa della patria e dei valori
islamici. Ai bambini viene insegnato fin da piccoli che la protezione
dell’onore familiare coincide con la difesa dello Stato. La propaganda utilizza
sovente immagini di fratelli maggiori o padri eroici per spingere i giovani a
unirsi a forze paramilitari come i Basij. Un
terzo aspetto è riferito all’istruzione e alla trasmissione culturale. Lo Stato
integra la narrazione bellica direttamente nella vita domestica e
scolastica. Recentemente, sono stati introdotti compiti che richiedono
agli studenti di discutere la preparazione alle crisi con i
genitori, normalizzando il conflitto come parte della realtà familiare. Il
cinema e i media di stato, poi, lavorano per colmare il “divario
generazionale”, presentando i valori dei combattenti degli anni Ottanta
come il modello da seguire per i giovani di oggi.
Nella
propaganda del regime, la dimensione vulnerabile della patria viene rappresentata
in modo paradigmatico dalla rilevante immagine femminile della “madre del
martire”, spesso raffigurata mentre tiene in mano l’immagine di un
martire, lo seppellisce o gli rende omaggio. La “madre del martire”
compare ripetutamente in una serie di materiali visivi, già a partire dalla guerra
Iran-Iraq. La rappresentazione di questa figura e la volontà del regime di
riconoscerla e promuoverla come icona-chiave dello Stato sono in linea con il
trattamento che le viene riservato nella realtà: lo Stato fornisce alle
famiglie dei martiri benefici sociali ed economici e capitale culturale,
riconoscendole come una classe sociale a pieno titolo. Spesso beneficiano di
agevolazioni fiscali, alloggi riservati e quote di ammissione all’università.
Si tratta di una tendenza che si è estesa persino alle famiglie dei martiri
della Brigata Fatemiyoun, l’unità interamente afghana che ha combattuto
in Siria su mandato iraniano, nonostante né i combattenti né le loro famiglie
possiedano la cittadinanza iraniana[1]. La campagna
sviluppata nel 2022 dall’agenzia di produzione audiovisiva e di design Khatt
Media, intitolata Madri e mogli dei martiri, rappresenta un tipico
esempio della continua promozione dell’importante ruolo svolto dalle donne come
sostenitrici e persone in lutto per i martiri maschi[2].
In tempi di dissenso interno o conflitti
recenti, lo Stato utilizza le famiglie per scopi tattici. Il dolore delle famiglie vittime degli
attacchi esterni viene amplificato dai media statali per alimentare il
sentimento nazionalista e la ritorsione in forma di vendetta. L’aspetto
peggiore del confezionamento della propaganda pro-regime, tuttavia, riguarda le
autorità accusate di forzare i familiari di vittime a rilasciare interviste
televisive in cui negano la responsabilità dello Stato nelle morti,
attribuendole a cause accidentali. Va anche detto che, mentre la propaganda
ufficiale promuove l’immagine una famiglia unita e devota, esiste una crescente
frattura sociale tra i valori predicati dall’élite governativa e lo
stile di vita occidentale dei loro stessi figli all’estero, un fenomeno spesso
criticato come ipocrisia dai cittadini comuni.
2. Evoluzione del modello familiare in Iran
In Iran, il modello familiare
dominante era quello della famiglia allargata patriarcale. I suoi membri,
legati da vincoli di sangue e di alleanza, comprendevano la coppia iniziale, i
figli e le famiglie di questi ultimi. Questo modello familiare era
caratterizzato dal potere assoluto del padre, capofamiglia, da una forte
solidarietà tra i figli maschi, che godevano di pari diritti di successione e
da un’elevata frequenza di endogamia, solitamente tra cugini di primo grado,
con l’ideale rappresentato dal matrimonio tra i figli di due fratelli.
I compiti e le responsabilità
della famiglia tradizionale erano molteplici e sostanziali. La famiglia si
occupava del benessere dei suoi membri dalla nascita alla morte, coprendo tutti
gli aspetti della vita sociale. Oltre a fornire supporto emotivo, la famiglia
provvedeva anche all’istruzione, all’assistenza medica e al sostegno finanziario
dei suoi membri. Tra i molteplici incarichi nel nucleo famigliare vi erano
anche quelli di trovare un impiego, di organizzare le nozze e di provvedere
all’accumulo dei fondi pensionistici per i propri propri appartenenti. Il
coinvolgimento familiare si basava sul primato della solidarietà di lignaggio e
richiedeva una continua interdipendenza tra i suoi membri. Negli ultimi
decenni, tuttavia, si è assistito a una modernizzazione delle condizioni
socio-economiche in Iran, legata allo sviluppo di un’economia di mercato e del
lavoro salariato, all’urbanizzazione e all’accesso all’istruzione e ai servizi
sociali finanziati dallo Stato. Ciò sembra aver indotto cambiamenti sostanziali
nelle dimensioni e nella struttura della famiglia, nonché nelle sue funzioni
sociali.
In seguito alla Rivoluzione del
1979, furono create diverse fondazioni per sostenere e migliorare le condizioni
di vita dei più indigenti, noti come mostaz’afin (espropriati). Queste
fondazioni disponevano di considerevoli risorse finanziarie, derivanti in gran
parte da sovvenzioni governative, tasse e donazioni religiose. Dopo i tumulti
dei primi anni del nuovo regime – esacerbati dall’inizio della guerra contro
l’Iraq e dal nuovo peso imposto dal conflitto – il Comitato di Soccorso Imam
Khomeini (IKRC, fondato nel 1979) organizzò le proprie attività in servizi
distinti. I più importanti erano l’assistenza finanziaria a individui o
famiglie senza risorse, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza medica, prestiti
senza interessi, aiuti finanziari per la ristrutturazione di abitazioni, borse
di studio e piccole pensioni concesse a persone di età pari o superiore a 60
anni residenti in zone rurali. Diversi milioni di persone appartenenti ai
settori più svantaggiati della popolazione hanno beneficiato e continuano a
beneficiare delle diverse forme di aiuto e dei servizi forniti da questa
fondazione. La Fondazione è legata ad enti come la Setad (Esecutivo
dell’Ordine dell’Imam) un colosso commerciale sotto la supervisione diretta della
“guida suprema”, con una partecipazione in quasi tutti i settori dell’economia
iraniana, inclusi quello energetico, quello delle telecomunicazioni e quello
dei servizi finanziari. L’istituzione opera all’interno del sistema teocratico iraniano,
caratterizzato da un’impronta fondamentalista sciita e, sebbene si presenti
come un ente benefico, viene descritta come uno strumento di “espansione
ideologica” e soft power, con attività che talvolta si estendono ad
altre aree di influenza iraniana[3]. Nel
marzo 2026, si sono verificate segnalazioni di attacchi (inclusa un’esplosione)
contro le sedi del Comitato di Soccorso Khomeini a Chenaran, nel Razavi
Khorasan, da parte di unità di resistenza che avversano il regime khomeinista[4]. Altri
importanti enti sono la Fondazione dei Martiri (creata nel 1980) e la Fondazione
15 Khordad (creata nel 1981), che si occupano delle famiglie di coloro che
sono morti per la Repubblica Islamica, intese come vittime del periodo
rivoluzionario e della guerra contro l’Iraq, degli ex militari disabili, dei
prigionieri di guerra e dei dispersi, nonché dei bisognosi. Il sostegno
finanziario e le pensioni erogate da queste fondazioni sono estremamente
modesti, ma tale assistenza ai più bisognosi, soprattutto nelle aree rurali, ha
sancito il loro diritto alla protezione sociale.
Se ipotizziamo che queste
fondazioni abbiano sostituito i gruppi familiari e le reti locali, assistiamo
ad una graduale riduzione del ruolo della famiglia nel sostegno ai propri
componenti. Con la loro influenza sull’organizzazione tradizionale della
solidarietà familiare, queste fondazioni hanno certamente contribuito a minare
il principio di interdipendenza familiare e hanno favorito l’emergere dell’autonomia
individuale[5].
3. Donne e bambini icone della propaganda
Nel precedente paragrafo abbiamo
detto delle vittime della Rivoluzione e della guerra contro l’Iraq. Vediamo,
allora, in riferimento alla guerra, situazione che oggi si riproponte
prepotentemente sullo scenario mediorientale, in che modo la narrazione
propagandistica di Teheran già negli anni Ottanta confezionasse messaggi tesi
ad esaltare la sacralità della figura femminile e dei giovanissimi descritti
come eroi votati al martirio per il neonato Stato teocratico.
Mentre i combattimenti infuriavano,
l’intera società iraniana fu esortata a partecipare allo sforzo bellico. I
manifesti giocarono un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nel conforto
del popolo iraniano, comprese donne e bambini. Ragazzi iraniani anche di soli
dodici anni venivano reclutati nei Basij, forze paramilitari volontarie
che combattevano al fianco dell’esercito nazionale. I Basij sono
ricordati soprattutto per i loro assalti a ondate umane, in cui gruppi di
ragazzi attraversavano a piedi i campi di battaglia disseminati di mine per
consentire il passaggio successivo di altre unità dell’esercito. In questo atto
mortale di indipendenza, sfida e fervore salvifico si celava il reale desiderio
dei giovani iraniani di proteggere la propria patria e le proprie famiglie con
ogni mezzo necessario, inclusa la perdita degli arti e il sacrificio della vita.
Gli artisti commemoravano il
coraggio dei bambini in guerra, lamentando al contempo la loro tragica e
prematura morte. Ad esempio, un manifesto, intitolato Questi sono i nostri
eroi, raffigura un ragazzino che si prepara a unirsi alla battaglia; le
granate legate alla sua cintura simboleggiano la sua inevitabile
autodistruzione in un assalto di massa, mentre la sorella in lacrime stringe il
Corano. Una scritta graffitata sul muro dietro le due figure esalta altri
ragazzi come “guide” che si sono già sacrificati per la causa. Il manifesto
simboleggia la perdita dell’innocenza per la giovane generazione, così come per
la stessa nascente Repubblica Islamica.
Anche le donne furono sfruttate per
la propaganda bellica. La Repubblica Islamica incoraggiò le donne a seguire i
modelli islamici di femminilità e umiltà. Come osserva Shirin Saeidi, “la
descrizione di genere dei cittadini ideali da parte della Repubblica Islamica
durante la guerra Iran-Iraq… raffigurava il cittadino maschio ideale come un
guerriero e la donna ideale come una moglie o una madre che mandava
volontariamente i propri cari in guerra“[6]. Nonostante
la molteplicità dei ruoli svolti dalle donne durante la guerra, che hanno
sfidato e al contempo minato i binarismi e le norme di genere promossi dallo
Stato, le raffigurazioni delle donne nell’iconografia del regime postbellico si
sono concentrate principalmente sul loro ruolo di testimoni, sostenitrici e generatrici
di combattenti e martiri[7]. Tali
raffigurazioni sono in linea con la classica rappresentazione sciita delle
donne, che incarnano i ruoli svolti da Fatima (figlia del Profeta, moglie di
Ali e madre di Husayn e Hasan) e da sua figlia Zaynab[8]. Fatima è
un archetipo della virtù femminile sciita. Venerata come simbolo di
rettitudine, pazienza, pietà e come madre del più importante martire sciita,
l’Imam Husayn, Fatima è esaltata come madre di tutti i martiri. Per queste
ragioni, i cimiteri creati per i soldati iraniani caduti durante la guerra
Iran-Iraq portano il suo nome. Zaynab, invece, viene ricordata per il suo
coraggio e la sua resilienza, dovuti alla sua leggendaria sfida a Yazid I dopo
il massacro della sua famiglia nella battaglia di Karbala (680 d.C.). Come
donna attiva e persino combattiva, il suo esempio ispirò le donne iraniane
durante la Rivoluzione. Anche durante la guerra, i programmi artistici della
Repubblica Islamica diffondevano l’immagine di Zaynab come donna a sostegno dei
soldati sciiti.
L’artista di guerra Nasser Palangi
realizzò degli schizzi di donne iraniane durante le prime fasi dell’invasione
irachena della città iraniana di Khorramshahr. Intitolando uno dei suoi disegni
Le eredi di Zaynab, Palangi mette in luce il legame tra l’eroina del VII
secolo e le donne di Khorramshahr, che combatterono in difesa della città. La
battaglia di Karbala si trasformò ancora una volta in un paradigma attraverso
il quale anche le combattenti potevano emulare le eroine della storia sacra
sciita. Vale la pena raccontare che nel 2021, in occasione della Giornata degli
Infermieri in Iran, è stato presentato un murale intitolato L’esercito degli
infermieri, che mostrava operatori sanitari uomini e donne nella lotta
contro il COVID-19. Celebrata
annualmente per riconoscere il contributo e i sacrifici degli iraniani che
lavorano nel settore sanitario, la Giornata degli Infermieri cade
nell’anniversario della nascita di Zaynab, nipote del Profeta, ricordata
soprattutto per aver assistito, come detto, al martirio di suo fratello Husayn
e di altri famigliari nella battaglia di Karbala. La coincidenza della Giornata
degli Infermieri con il compleanno di Zaynab non è casuale: questo allineamento
intende collegare le azioni degli operatori sanitari iraniani di oggi alla
memoria e all’eredità di Zaynab, che non solo fu testimone della battaglia, ma
si prese anche cura delle donne e dei bambini sopravvissuti dopo il conflitto[9]. Il murale in questione è un esempio di soft
propaganda la cui peculiarità è quella di sovvertirele consolidate rappresentazioni delle norme di genere nella
Repubblica Islamica. Mentre le rappresentazioni classiche enfatizzano il
martirio e il sacrificio per la nazione come un’impresa prevalentemente
maschile, questo murale si distingue per la presenza di un uomo che
regge l’immagine di una martire . Tale inversione dei ruoli di genere
indica come la posizione assegnata a uomini e donne nella produzione culturale
statale incentrata sul martirio e sull’eroizzazione sia soggetta a una forma di
rinegoziazione. La logica sostantiva a questa rinegoziazione risiede nella
realtà delle donne che hanno prestato servizio in prima linea e sacrificato la
propria vita durante la pandemia di COVID-19 nella Repubblica Islamica. Non
riconoscere il loro ruolo nella protezione della patria e nel loro sacrificio
significherebbe sminuire questa realtà. In altre parole, in Iran la
“gerarchia del martirio” basata sul genere è stata adattata alle
reali condizioni della pandemia di COVID-19, quando le donne hanno dovuto
pagare un prezzo di sangue sempre più elevato.
Tra i tanti manifesti,
appare particolarmente toccante quello della Ragazza che imbraccia un fucile (1979). Una fotografia ritrae una bambina
con il chador completo che impugna un fucile Kalashnikov con un fiore
infilato nella canna. La didascalia del poster riporta una citazione
dell’Ayatollah Taleqani: “Il nostro esercito non appartiene solo ai
nostri fratelli nelle forze armate. Uomini e donne, giovani e anziani del
nostro Paese sono membri dell’Esercito Islamico e sono i custodi dell’Islam“.
La Repubblica Islamica incoraggiava tutti gli iraniani a condividere la
responsabilità di salvaguardare il proprio Paese, sia combattendo in guerra,
sia sostenendo lo sforzo bellico, sia difendendo l’Islam di fronte
all’aggressione straniera. Mentre la ragazzina si prepara a difendere la sua
patria, il gruppo di soldati alle sue spalle rimanda alla prontezza dei soldati
iraniani a combattere per la Repubblica Islamica[10].
In generale, tuttavia,
nonostante la capacità della propaganda di Stato di rinegoziare le norme di
genere, questo processo rimane circoscritto dai meccanismi di costruzione del
mito maschile e dall’archetipo maschile del martire. Di fatto, tali processi non implicano
l’uguaglianza di genere, bensì rivelano come i discorsi sul martirio femminile siano
ambivalenti: se da un lato alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella
storia, dall’altro viene ribadita la logica della gerarchia di genere. Tali
osservazioni sull’iconografia visiva promossa dallo Stato nell’Iran
contemporaneo contribuiscono allo studio delle tecniche di propaganda
utilizzate dai regimi autoritari.
4. Conclusioni. Figli e figliastri
A partire dalla conclusione della guerra Iran-Iraq, i prototipi di genere del “fratello guerriero e della sorella velata” sono stati costantemente raffigurati e diffusi nell’iconografia della Repubblica islamica[11]. Questi prototipi appaiono come un insieme semi-fisso di motivi a cui gli organi di propaganda del regime attingono regolarmente e continuano a permeare il discorso quotidiano. Quando si parla di martirio e sacrificio, i prototipi di genere si distinguono tra l’atto maschile di combattere e morire e l’atto femminile di sostenere, assistere e infine piangere il martire. Queste rappresentazioni dicotomiche possono essere definite Husayn-ingeZaynab-ing, che, va notato, non sono solo rappresentazioni nella propaganda di stato iraniana, ma si allineano strettamente alla realtà della guerra stessa, quando le donne non venivano ufficialmente reclutate per combattere. L’esempio classico a questo proposito è quello dell’infermiera che sostiene il martire, spesso utilizzato per rendere visibile il contributo delle donne nei processi storici. L’effetto è duplice: da un lato, alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro vengono ridotte a figure di supporto[12]
Il
legame di lunga data tra norme di genere, martirio e protezione della patria
permea l’iconografia odierna della Repubblica islamica. Nel dicembre 2021, un
murale è apparso sul cartellone pubblicitario Vali Asr di Teheran raffigurante
il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassam Soleimani e il segretario
generale di Katai’b Hezbollah iracheno Abu Mahdi al-Muhandis al centro,
affiancati da un lato da un gruppo di bambini e dall’altro da un gruppo di
soldati. Occupando ciascuna metà separata del murale, ogni gruppo intende
simboleggiare un diverso elemento della nazione. I bambini, che appaiono in un
verdeggiante paesaggio urbano, stringendo le immagini dei martiri,
rappresentano l’idilliaca patria; i soldati, ritratti in piedi nell’arido
paesaggio di battaglia mentre esprimono con gioia il cameratismo marziale,
rappresentano l’idealizzata comunità di fratellanza desiderosa di proteggere la
patria in territorio nemico. Mostrato una settimana prima del secondo
anniversario dell’assassinio di Soleimani e Muhandis da parte di un attacco di
droni statunitensi, il murale reca la didascalia: “La rabbia verso il
nemico e l’amore per la patria, ecco cosa porta sicurezza alla tua casa“[13]. La rabbia e la lotta contro il nemico sono
un’impresa esclusivamente maschile. Le donne sono le destinatarie di questi
valorosi sforzi e hanno il solo compito di sostenerle. In quanto membri
femminili della famiglia dei martiri, è loro dovere mantenere viva la memoria
degli uomini defunti e del loro sacrificio. Il modello storico-mistico di
questi ruoli di genere prototipici, lo ribadiamo,si trova nella coppia di
fratelli martiri Husayn e Zaynab. È a Zaynab, dopotutto, che si dice derivino i
rituali di lutto sciiti che commemorano la morte di Husayn nel 680 d.C. a
Karbala[14],
di cui abbiamo parlato in precedenza. Nelle raffigurazioni celebrative della
battaglia di Karbala, sono gli uomini a combattere per un giusto ordine
sociale, mentre le donne fungono da sostenitrici e testimoni delle loro gesta
eroiche in battaglia.
Arriviamo a tempi più recenti. Nelle settimane
successive alla guerra dei dodici giorni, il Ministero dell’Istruzione iraniano
ha distribuito nuovi libri di testo alle scuole di tutto il paese, con l’obiettivo
di introdurre gli studenti delle scuole elementari e medie a quelle che i
funzionari definiscono lezioni fondamentali di difesa nazionale e resistenza.
Il libro di testo per le elementari si apre con una citazione del 1980
dell’ayatollah Khomeini: “Vi prometto la vittoria. Non temete alcuna
superpotenza e non abbiate paura di alcuna propaganda. Seguiremo la nostra
strada, e quella strada è quella di Dio“. Tale operazione rappresenta
l’impegno del Ministero nel plasmare la comprensione del conflitto da parte
delle nuove generazioni attraverso storie, attività didattiche e immagini
incentrate su missili, droni e prontezza militare. Dopo la fine del conflitto,
i funzionari del ministero hanno dichiarato che “Il messaggio della
guerra e le azioni del sistema politico devono essere trasmessi alle scuole il
più rapidamente possibile“[15].
Nel testo, concepito nell’ambito del pacchetto didattico “Il nostro
Iran” e integrato nei programmi scolastici obbligatori, roviamo dei capitoli
intitolati “Eroe di quartiere“, “Soldato della patria“,
“Solidarietà nei momenti difficili” e “Nemico comune“.
Secondo i documenti del Ministero, l’obiettivo principale è quello di fornire
“opportunità educative agli alunni di seconda elementare” per
comprendere “i fattori determinanti per la vittoria in guerra e le sue
diverse dimensioni” attraverso situazioni di apprendimento, dialogo e
attività congiunte. Le istruzioni rivolte agli insegnanti sottolineano che
l’obiettivo finale va oltre la semplice spiegazione di un singolo evento
militare[16].
Fin qui appare tutto coerente con
le narrazioni storico-propagandistiche del regime degli ayatollah. Tuttavia
se guardiamo alla progenie dell’élite governativa iraniana qualcosa non
torna. Una narrazione così pervasiva del tessuto sociale e così orientata alla
vocazione al martirio, in linea di principio dovrebbe far vibrare nel cuore dei
leader iraniani l’orgoglio di avere figli e figlie pronti a immolarsi
per la patria e per la causa anti-sionista e anti-americana. La leadership
di Teheran continua a insistere sul fatto che il sistema instaurato dopo la
rivoluzione del 1979 sia giusto, indipendente e moralmente superiore
all’Occidente. Proclamano che l’Iran è autosufficiente e culturalmente immune
all’influenza straniera. Pretendono che i cittadini comuni rimangano leali,
sopportino le difficoltà e considerino l’isolamento una virtù. Eppure, quando si
tratta delle loro famiglie, la narrazione crolla. I figli delle figure
politiche, militari e religiose più potenti dell’Iran scelgono in stragrande
maggioranza di vivere all’estero, il più delle volte negli Stati Uniti, in
Canada, in Europa o in Australia. Studiano nelle università occidentali,
lavorano in aziende occidentali e godono delle libertà occidentali. Non si tratta né di un caso né di un’anomalia. È uno schema
talmente ricorrente che gli iraniani gli hanno dato un nome: la “diaspora del
privilegio”[17].
Mentre i comuni cittadini iraniani si trovano ad affrontare sanzioni,
inflazione, disoccupazione e severe limitazioni alla libertà di movimento e
alle opportunità, i figli degli alti funzionari aggirano agevolmente questi
ostacoli. Passaporti occidentali, visti di lunga durata, titoli di studio
prestigiosi e lavori ben retribuiti diventano accessibili grazie al denaro,
all’influenza e alla protezione politica. Non si tratta della diaspora generata
dalla repressione o dal collasso economico, il percorso intrapreso da milioni
di iraniani comuni per necessità. Si tratta di qualcosa di completamente
diverso: una diaspora della classe dirigente, nata dal privilegio e dalla
contraddizione.
[1] K. L. Schwartz, “Citizen Martyrs”: The Afghan
Fatemiyoun Brigade in Iran, Afghanistan 5, n. 1, 2022.
[2] دیوارنگاره میدان ولیعصر (عج) به پیشواز روز مادر رفت (Il murale di
Piazza Vali Asr (A.S.) è stato inaugurato in occasione della Festa della Mamma), Agenzia di stampa Mehr, 14/01/2022. https://www.mehrnews.com/news/.
[3] S. Cegalin, Iran, il soft
power in Medio Oriente, la Redazione, 21/11/2023.
https://www.laredazione.net/iran-il-soft-power-in-medio-oriente/#:~:text=Iran%2C%20il%20soft%20power%20in%20Medio%20Oriente.
[4]Unità di Resistenza Colpiscono IRGC e Basij in 20 Città Iraniane, CNRI, 05/03/2026. https://it.ncr-iran.org/notizie/resistenza-iraniana/unita-di-resistenza-colpiscono-irgc-e-basij-in-20-citta-iraniane/#:~:text=%E2%80%93%20Incendio%20di%20una%20base%20IRGC%20Basij,Khorasan%20%E2%80%93%20Attacco%20a%20un%20seminario%20del.
[5] M. Ladier-Fouladi, Iranian
Families between Demographic Change and the Birth of the Welfare State,
Population (English edition), 57ᵉ année, n°2, 2002.
pp. 361-370.
[6] S. Saeidi, Women
and the Islamic Republic: How Gendered Citizenship Conditions the Iranian State,
Cambridge University Press, 2022.
[7] E.
Koolaee, The Impact of the Iraq-Iran War on Social Roles of Iranian Women, Middle
East Critique 23, n. 3, 2014.
[8] R. Wellman, Feeding Iran: Shiʿi Families and the Making of the Islamic Republic, Berkeley
University of California Press, 2021.
[9] P. J. Chelkowski, The Iconography of the Women of
Karbala: Tiles, Stamps, and Posters, in The Women of Karbala:
Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʿi Islam,
University of Texas Press, Austin, 2005.
[11] M. Moallem, Between Warrior Brother and Veiled Sister: Islamic
Fundamentalism and the Politics of Patriarchy in Iran, Berkeley University of
California Press, 2005.
[13]بیلبورد «ولی عصر»
با شعار «افتخار برای میهن» رونمایی شد (È stato inaugurato il
cartellone pubblicitario “Vali Asr” con lo slogan Onore alla Patria), Mizan News, 28/12/2021.
https://www.mizanonline.ir/003IDN
[14] K. Scot Aghaie, Gendered Aspects of the Emergence and
Historical Development of Shiʻi Symbols and Rituals, in The Women of
Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʻi Islam,
University of Texas Press, Austin, 2005.
[15] M. Tabriz, Iran introduces war curriculum to
elementary students following 12 days conflict, Iran International,
25/11/2025. https://iranwire.com/en/features/146547-iran-introduces-war-curriculum-to-elementary-students-following-12-day-conflict/.
[17] L. Bazargan, Iran’s rulers don’t mind the ship sinking, their
brood jumped long ago, Iran International, 15/11/2025.
https://www.iranintl.com/en/202511134705.
L’AMERICA AL CHECKPOINT: ICE NEGLI AEROPORTI, VOTO SOTTO ATTACCO E UN SISTEMA IN STALLO
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Se pensavamo che la guerra contro il regime
fondamentalista iraniano fosse al centro delle problematiche di Trump, le divisioni politiche interne si sono rivelate
altrettanto urgenti. Così mentre salgono le pressioni esterne perché il
presidente fermi il prima possibile questa guerra, in casa si è aperta una vera
e propria “caccia all’uomo”.
Mentre gli americani si preparano a consegnare entro il 15 aprile il loro
730, a ridosso della Santa Pasqua siamo al secondo shutdown parziale più lungo
della storia degli Stati Uniti. Questo blocco, iniziato lo scorso 14 febbraio,
ha superato la durata di quasi tutte le precedenti interruzioni amministrative,
lasciando migliaia di dipendenti federali, in particolare quelli del
Dipartimento della Sicurezza Internazionale (DHS), senza stipendio proprio
mentre le famiglie pianificano le spese per le festività e le scadenze fiscali.
La paralisi nasce da uno scontro frontale al Congresso riguardo ai finanziamenti per la lotta all’immigrazione illegale e alle richieste dei Democratici di limitare i poteri operativi dell’ICE. Con il Senato che fatica a raggiungere i 60 voti necessari per sbloccare i fondi, la crisi si è spostata dai palazzi di Washington alla vita quotidiana dei cittadini: la carenza di personale della TSA (La Transportation Security Administration è l’agenzia governativa statunitense responsabile della sicurezza dei trasporti pubblici negli USA – vedi aeroporti, guardie costiere ecc.), sta causando code chilometriche e ritardi senza precedenti negli aeroporti, trasformando i viaggi in un vero e proprio percorso a ostacoli per milioni di viaggiatori.
L’amministrazione Trump ha deciso di
dispiegare agenti dell’ICE in diversi aeroporti statunitensi per far fronte al
caos generato dallo shutdown del Dipartimento per la Sicurezza Interna, che ha
lasciato migliaia di agenti TSA senza stipendio e ha provocato un forte aumento
delle assenze e delle dimissioni. Gli agenti ICE sono stati inviati in oltre
una decina di aeroporti con il compito di supportare la gestione delle code e
delle operazioni logistiche, al fine di liberare personale TSA per le attività
di screening, ma senza svolgere direttamente controlli di sicurezza o attività
di immigrazione. La misura ha però generato forti critiche e preoccupazioni,
sia per la mancanza di formazione specifica degli agenti ICE in ambito
aeroportuale sia per il rischio di confusione tra funzioni di sicurezza e di
immigrazione, con alcuni osservatori che la definiscono una soluzione
temporanea e più politica che strutturale rispetto alla necessità di risolvere
il blocco dei finanziamenti.
Mentre circa 50.000 agenti si
apprestano a saltare il loro secondo stipendio consecutivo il prossimo 27
marzo, Everett Kelley, presidente del sindacato AFGE, ha denunciato con
forza la situazione: «Non si può gestire un governo moderno sulle incertezze
e sulle promesse di arretrati. Questa è una crisi creata artificialmente che
tratta i lavoratori come sacrificabili».
Il dibattito si è infiammato
ulteriormente dopo l’intervento di Elon Musk, che su X ha offerto di
coprire personalmente i 23,6 milioni di dollari al giorno necessari per
gli stipendi TSA, una mossa definita dai critici come uno stunt politico, ma
che evidenzia l’incapacità del Congresso di agire. Mentre il leader della
maggioranza al Senato, John Thune, accusa l’opposizione di «voler
trascinare questa questione politica», i Democratici restano fermi nel
negare i fondi per l’ICE in assenza di riforme strutturali dopo i tragici fatti
di Minneapolis. Come osservato dal politologo Thomas Friedman sul New
York Times, la vera crisi non è solo nei numeri
del bilancio, ma in una «polarizzazione estrema che rende il sistema
funzionalmente incapace di governare».
«Vorrei offrirmi di pagare gli stipendi
del personale della TSA durante questo stallo sui finanziamenti, che sta avendo
un impatto così negativo sulla vita di moltissimi americani negli aeroporti di
tutto il Paese», ha dichiarato Musk in un post
su X sabato mattina.
Questa mossa di Musk ha sollevato un acceso dibattito legale a Washington. Molti costituzionalisti citano l’Anti-Deficiency Act, una legge federale che impedisce al governo di accettare servizi volontari o finanziamenti privati non autorizzati dal Congresso.
Questa norma proibisce categoricamente al governo degli Stati Uniti di
accettare servizi volontari o finanziamenti privati che non siano stati
preventivamente autorizzati e stanziati dal Congresso. In sostanza, il sistema
costituzionale americano prevede che solo il potere legislativo abbia il
“potere della borsa”; permettere a un singolo cittadino, per quanto
facoltoso, di pagare gli stipendi di un’agenzia federale creerebbe un
precedente pericoloso, subordinando la sicurezza nazionale alla volontà di un privato.
Inoltre, l’accettazione di tali fondi
solleverebbe enormi questioni etiche e di conflitto di interessi. Essendo Musk
un importante contrattista governativo attraverso SpaceX e Tesla, il
Dipartimento di Giustizia e l’Ufficio per l’Etica Governativa (OGE) dovrebbero
valutare se questo “dono” possa essere interpretato come un modo per
esercitare un’influenza indebita sulle future decisioni politiche. Senza un
atto d’emergenza approvato dal Senato per bypassare queste restrizioni, la
proposta di Musk rischia di rimanere una potente mossa di comunicazione
politica piuttosto che una soluzione logistica immediata per i checkpoint della
TSA.
Nel frattempo, il Partito Democratico,
ha iniziato un’azione legale contro Trump proprio per l’utilizzo di agenti ICE.
Il ricorso legale, sostenuto con forza dal DNC e da una coalizione di
Stati a guida democratica, contesta la legittimità costituzionale dell’impiego
degli agenti ICE nei checkpoint aeroportuali, sostenendo che tale misura
vìoli il principio della separazione delle funzioni
federali. L’azione legale punta a dimostrare che l’amministrazione stia
operando un vero e proprio “sviamento di potere”, utilizzando risorse
destinate all’enforcement migratorio per compiti di sicurezza civile per
i quali il personale non è né addestrato né legalmente autorizzato. Secondo i
legali dei ricorrenti, questa sovrapposizione non solo aggrava il rischio di
profilazione razziale e violazioni del Quarto Emendamento, ma crea un clima di
intimidazione che trasforma gli hub di trasporto in zone di controllo
migratorio de facto. La battaglia in tribunale si concentra sulla richiesta di
un’ingiunzione d’emergenza, sostenendo che l’ordine esecutivo supera i limiti
della discrezionalità presidenziale in assenza di uno stato di emergenza
nazionale formalmente dichiarato che giustifichi la militarizzazione dei
servizi aeroportuali. Ovviamente si parla di “emergenza” nazionale non
funzionale. Quella nostra, da passeggeri, 3 ore di coda sono un’emergenza, ma
nel contesto giuridico deve esserci un’emergenza del tipo sanitario, o
un’invasione di extraterrestri.
L’azione legale contro l’impiego dell’ICE negli aeroporti non è un caso isolato, ma si inserisce in una più ampia strategia del Partito Democratico di contrasto alle iniziative dell’amministrazione Trump, già visibile nelle cause avviate su altri fronti, come le restrizioni sull’identificazione al voto, considerate discriminatorie e potenzialmente lesive dei diritti costituzionali. Trump come già scritto ha richiesto l’introduzione della nostra Tessera elettorale, per intenderci, oltre a un documento d’identità per poter votare. I democratici in questa azione legale, affermano che questo sistema discriminerebbe persone come ex mogli che continuano a portare il nome del marito creando confusione, o la difficoltà a mostrare due documenti d’identità, in quanto qui non esiste la carta d’identità, e non tutti hanno un passaporto, e altri ancora non hanno il certificato di nascita. A differenza dell’Italia o della Francia, gli Stati Uniti non hanno un’anagrafe centrale. Il diritto di voto è gestito dai singoli 50 Stati, ognuno con le sue regole. Introdurre una “tessera federale” obbligatoria è visto dai critici come un tentativo del governo centrale di scavalcare l’autonomia degli Stati, un tema sensibilissimo per la Costituzione americana. In molti paesi europei i documenti sono economici o gratuiti. In America, ottenere i documenti necessari per una tessera federale (come certificati di nascita originali) può costare tempo e denaro. La Corte Suprema ha storicamente vietato le “tasse sul voto” (Poll Taxes, abrogate nel 1966 con il 24mo emendamento); i Democratici sostengono che obbligare qualcuno a pagare per ottenere documenti per la tessera elettorale sia una forma illegale di tassa sul voto.
Mentre in Europa la tessera elettorale
è un simbolo di cittadinanza, ordine e inclusione garantito dallo Stato, nel
caos amministrativo americano del 2026 rischia di trasformarsi in un’arma di
esclusione. Senza un’anagrafe nazionale centralizzata, l’imposizione di un
documento unico federale finisce per scontarsi con la realtà di milioni di
cittadini che si ritrovano intrappolati in discrepanze burocratiche impossibili
da sanare mentre gli uffici del DHS restano paralizzati dallo shutdown.
2026: THE STATE OF THE UNION
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
Se John F. Kennedy — insieme al suo speechwriter Ted Sorensen — ha rubato la scena a tutti i presidenti che gli sono susseguiti, per aver creato le più belle frasi mai composte nella retorica politico-diplomatica, Donald Trump è impareggiabile per i colpi di scena che, come questo, strappano quantomeno un sorriso.
La sorpresa è stata quella di invitare in galleria come ospiti speciali il team olimpico di hockey, reduce da una storica medaglia d’oro contro l’acerrimo avversario, il Canada. Quale miglior augurio, volutamente apolitico, da regalare al Paese! La celebrazione di una vittoria sportiva: una condivisione tipicamente americana di unità e gioia — soprattutto in un frangente storico particolarmente complesso.
Dall’altra sponda politica invece diversi esponenti democratici hanno scelto di boicottare il discorso presidenziale, in un gesto simbolico che riflette il clima politico particolarmente teso di Washington. Secondo le stime, sono una trentina i rappresentanti che hanno annunciato la loro assenza, preferendo partecipare a eventi alternativi come il “People’s State of the Union” o restando nei propri distretti. Tra i nomi più visibili figurano Chris Murphy, Jeff Merkley, Adam Schiff, e Katherine Clark, (House minority whip) quest’ultima la più alta esponente della leadership democratica a dichiarare apertamente che non avrebbe partecipato. Non si tratta tuttavia di un boicottaggio compatto di partito: molti democratici saranno comunque in aula, scegliendo forme di dissenso più discrete. Fra le critiche silenziose dei democratici presenti in aula, a spiccare è stato il cartellino bianco appuntato sui baveri delle giacche con la scritta “Release the Files”,riferendosi ai documenti di Epstein, che secondo loro mancano di parti pertinenti a Trump direttamente.
I temi affrontati da Trump sono stati molti — e tutt’altro che semplici: inflazione, costi energetici; poi l’immigrazione e il ruolo dell’ICE, il voto. Sullo sfondo, la guerra in Ucraina, il rischio di un’escalation con l’Iran e molti momenti emotivi dove sono stati ricordati oltre che ad eroi e sopravvissuti anche Charlie Kirk con la presenza della vedova.
Ma il momento centrale — e forse il più
sorprendente — è arrivato a metà discorso, quando Trump, con una premessa che
qui parafraso, ha detto: “Questa è una fantastica occasione per i cittadini
americani di vedere cosa votano i loro rappresentanti. Chiedo a chi è d’accordo
con me di alzarsi se crede che il primo dovere sia difendere i cittadini
americani e non gli immigrati illegali.”
A quel punto, metà dell’aula è rimasta seduta, mentre l’altra metà —
presumibilmente repubblicana — si è alzata in piedi ad applaudire. Da lì Trump
ha incalzato con la proposta di introdurre l’uso della tessera elettorale per
soli cittadini americani e di vietare il voto per posta, se non per pochissime
eccezioni. Anche su questo passaggio, i democratici non hanno dato sostegno.
Ironia della sorte — come lo stesso Trump ha evidenziato — proprio oggi Mamdani
richiede a chi desideri essere assunto temporaneamente per spalare la neve, nel
pieno dell’ondata di maltempo, ben due documenti d’identità per lavorare per
l’amministrazione cittadina a 19 dollari l’ora. (Nota bene, in America quasi
nessuno ha due documenti d’identità, si usa generalmente la patente, non
esistendo la carta di identità in generale e pochi hanno il passaporto).
Ma entriamo nel merito del discorso.
ECONOMIA
Sul fronte economico, Trump ha costruito una narrativa fortemente numerica
per sostenere la tesi della svolta. Ha rivendicato un’inflazione core scesa
all’1,7% negli ultimi mesi del 2025, il prezzo della benzina sotto i 2,30
dollari al gallone nella maggior parte degli Stati — con punte, ha detto, fino
a 1,85 dollari in Iowa — e tassi sui mutui ai minimi degli ultimi quattro anni,
con un risparmio medio di quasi 5.000 dollari annui per i nuovi contraenti. A
rafforzare il quadro, il presidente ha citato 53 nuovi record storici del
mercato azionario dall’elezione, sostenendo che pensioni, 401(k) e conti
pensionistici degli americani sarebbero “tutti in forte crescita”. Sul piano
degli investimenti, Trump ha contrapposto meno di 1.000 miliardi raccolti
dall’amministrazione precedente in quattro anni a oltre 18.000 miliardi di
impegni annunciati — a suo dire — nei primi dodici mesi del suo mandato.
Parallelamente, il presidente ha intrecciato la lettura economica con una nuova offensiva fiscale e regolatoria. Ha rivendicato tagli alle imposte — incluse “no tasse sulle mance”, “no tasse per gli straordinari” e l’azzeramento delle tasse sulla Social Security per gli anziani — insieme a una sua iniziativa: la possibilità di aprire conti bancari d’investimento per bambini, (trust funds) sostenuti anche da donazioni private come i 6,25 miliardi citati da Michael e Susan Dell. Poi è velocemente scivolato a parlare dei “dannati” dazi che hanno apportato alle casse dello stato centinaia di miliardi di entrate e ha rilanciato la prospettiva, già evocata in passato, che le tariffe possano nel tempo sostituire in parte l’attuale sistema di imposta sul reddito. Il messaggio politico è stato chiaro: meno tasse interne, più entrate dall’estero e un mercato — nelle sue parole — “più forte che mai”.
POLTICA ESTERA
Sul piano internazionale, Trump ha
riportato al centro del discorso la linea di massima pressione sull’Iran,
riaffermando come “dottrina storica” degli Stati Uniti l’impegno a impedire a
Teheran di dotarsi di armi nucleari. Il presidente ha descritto il regime
iraniano come il principale sponsor globale del terrorismo, rivendicando
l’eliminazione del generale Qassem Soleimani durante il suo primo mandato e
sostenendo che, nonostante operazioni recenti — tra cui quella che ha definito “Midnight
Hammer” — l’Iran starebbe nuovamente tentando di ricostruire il proprio
programma nucleare e missilistico. Pur dichiarando di preferire una soluzione
diplomatica, Trump ha scandito con fermezza la linea rossa americana:
Washington, ha detto, non permetterà mai a Teheran di ottenere l’arma
atomica. Grazie alla minaccia di un
intervento militare statunitense ha contribuito a fermare ulteriori esecuzioni
in Iran, affermando che Washington è intervenuta “con la minaccia di una seria
forza” per impedire che venissero impiccati altri manifestanti, in un contesto
in cui — secondo le sue parole — il regime avrebbe già ucciso circa 32.000
persone.
Il passaggio si è inserito in una più
ampia narrativa di “peace through strength”, accompagnata dall’annuncio
di un budget militare da 1.000 miliardi di dollari e da un richiamo pressante
agli alleati NATO. Trump ha rivendicato il successo per aver ottenuto che i
partner europei aumentassero la spesa per la difesa fino al 5% del PIL — ben
oltre la storica soglia del 2% — presentando il risultato come una vittoria
negoziale personale. Il messaggio strategico è apparso chiaro: deterrenza
militare rafforzata, pressione economico-diplomatica sugli avversari e una
richiesta esplicita agli alleati di condividere in misura molto più ampia il
peso della sicurezza occidentale.
Il presidente ha inoltre ribadito che
gli aiuti militari diretti all’Ucraina verrebbero oggi incanalati attraverso
acquisti degli alleati, i quali acquistano armi statunitensi per poi
trasferirle a Kiev, riducendo l’esposizione diretta di Washington.
Parallelamente, Trump ha rafforzato la
narrativa di potenza militare e coesione interna, annunciando un “warrior
dividend” simbolico da 1.776 dollari per tutti i militari e rivendicando
livelli record di reclutamento nelle forze armate. Nel contesto della politica
estera, il presidente si è focalizzato nella designazione dei cartelli della
droga come organizzazioni terroristiche e la classificazione del fentanyl come
arma di distruzione di massa. Nella sua politica estera si intrecciano sempre
deterrenza militare, condivisione di responsabilità con gli alleati e sicurezza
interna in un’unica cornice: un’America più forte, meno disposta a farsi carico
di tutti i costi e determinata — nelle sue parole — a ristabilire la propria “dominance”
regionale e globale.
Nel corso del discorso, numerosi ospiti
sono stati onorati con medaglie del Congresso per i loro risultati, in
particolare in ambito militare. Tra i momenti più toccanti, la consegna
dell’onorificenza a un veterano centenario che ha servito nella Seconda guerra
mondiale, in Corea e in Vietnam — una presenza che ha attraversato, in una sola
vita, alcune delle pagine più decisive della storia contemporanea. Con questo
gesto, Trump ha voluto portare simbolicamente “a casa”, nel momento più solenne
dell’anno presidenziale, una cerimonia dal forte valore commemorativo,
riecheggiando quello spirito di riconoscimento pubblico del servizio e del
sacrificio che in Europa associamo a momenti come Dunkerque.
Chiudo questo articolo con le ultime
parole tradotte del discorso, perché anche in questo passaggio emerge con
chiarezza il divario tra le due ali dell’aula. Da un lato, Trump insiste passo
dopo passo sulla centralità della storia americana come collante identitario e
leva politica; dall’altro, dall’emiciclo democratico arriva un silenzio
assordante che colpisce per la sua intensità. Un contrasto che sorprende
profondamente chi, come molti osservatori internazionali, ha avuto modo di
constatare quanto gli americani — al di là delle divisioni politiche —
attribuiscano tradizionalmente un valore quasi sacrale alla loro, pur giovane,
storia nazionale.
____________________________________________
Thomas Jefferson esalò il suo ultimo respiro. Solo una singola lunga vita
umana separa i giganti che dichiararono e conquistarono la nostra indipendenza
dagli eroi che sono tra noi questa sera. Tutto ciò che la nostra nazione ha
fatto, tutto ciò che abbiamo raggiunto, è stato opera di quelle poche grandi
vite. In quei brevi capitoli, gli americani hanno costruito questa nazione da
13 umili colonie fino al culmine della civiltà umana e della libertà umana, la
nazione più forte, più ricca, più potente, più di successo di tutta la storia.
Gli americani si avventurarono attraverso il continente arduo e pericoloso.
Abbiamo tracciato sentieri in una natura selvaggia e implacabile,
colonizzato una frontiera sconfinata e domato il bellissimo ma molto, molto
pericoloso Far West. Da paludi deserte e vaste pianure abbiamo innalzato le più
grandi città del mondo. Insieme, abbiamo dominato le industrie più potenti del
pianeta, abbattuto le mostruose tirannie della storia e liberato milioni di
persone dalle catene del fascismo, del comunismo, dell’oppressione e del
terrore.
Gli americani hanno sollevato l’umanità nei cieli sulle ali di alluminio e
acciaio. E poi abbiamo lanciato il genere umano tra le stelle su razzi
alimentati dalla pura volontà americana e dall’orgoglio americano incrollabile.
Abbiamo cablato il globo con il nostro ingegno, abbiamo affascinato il pianeta
con la cultura americana e ora stiamo aprendo la strada alle prossime grandi
innovazioni americane che cambieranno il mondo intero.
Tutto questo e molto altro è l’eredità duratura, la gloria senza eguali dei
patrioti laboriosi che hanno costruito e difeso questo Paese e che ancora oggi
portano sulle proprie spalle le speranze e le libertà di tutta l’umanità. Per
anni sono stati dimenticati, traditi e messi da parte, ma quel grande
tradimento è finito e non saranno mai più dimenticati, perché quando il mondo
ha bisogno di coraggio, di visione audace e di ispirazione, continua a
rivolgersi all’America.
E quando Dio ha bisogno di una nazione per compiere i Suoi miracoli, sa
esattamente chi chiamare. Non esiste sfida che gli americani non possano
superare, nessuna frontiera troppo vasta da conquistare, nessun sogno troppo
audace da inseguire, nessun orizzonte troppo lontano da raggiungere. Perché il
nostro destino è scritto dalla mano della Provvidenza e questi primi 250 anni
sono stati solo l’inizio.
Dalle aspre città di confine del Texas ai villaggi del cuore dell’America
in Michigan. Dalle coste baciate dal sole della Florida agli infiniti campi
delle Dakota. E dalle storiche strade di Philadelphia fino a qui, nella
capitale della nostra nazione, Washington DC, l’Età dell’Oro dell’America è su
di noi.
La rivoluzione iniziata nel 1776 non è finita; continua ancora oggi, perché
la fiamma della libertà e dell’indipendenza arde ancora nel cuore di ogni
patriota americano. E il nostro futuro sarà più grande, migliore, più luminoso,
più audace e più glorioso che mai.
Grazie. Dio vi benedica e Dio benedica l’America.
STATI UNITI -DISINFORMAZIONE, PAURA E POTERE
Quando la Politica Trasforma le Istituzioni in Minacce
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
Oramai sembra di vivere solo di politica e interpretazioni. La politica ha
debordato i suoi ruoli e funzioni, pervadendo tutti i nostri spazi e in un’era
dove l’IA può riprodurre la realtà falsandola perfettamente è ancora più arduo
separare il falso dal vero.
La scorsa settimana, ascoltando trasmissioni italiane autorevoli, dove ospiti di prima levatura hanno fatto dichiarazioni “assolutamente false” su quanto sta succedendo qui negli USA, ho deciso di affrontare alcuni argomenti per trasmettere la verità supportata da fatti e non da opinioni.
1. “ICE ai seggi”? La Politica dell’Allarme e la
Disinformazione
La prima crisi di sfiducia nel sistema
elettorale americano nasce nel 2000, quando Al Gore perde la presidenza per
poche centinaia di voti della Florida contro George W. Bush. Dopo settimane di riconteggi, schede perforate
(“hanging chads”) e dispute legali, la Corte Suprema degli Stati Uniti
interviene, fermando il riconteggio delle schede e con una decisione di 5-4.
Bush diventa presidente con un margine di 537 voti in quello Stato. Formalmente,
la Corte applica un principio di uniformità costituzionale nel
conteggio. Politicamente, però, milioni di americani percepirono la decisione
come un atto di interferenza giudiziaria nel processo democratico.
La Corte Suprema si basò sul principio
di “eguale protezione” (Equal Protection Clause) sancito dal XIV
Emendamento. In Florida, ogni contea stava usando criteri diversi per decidere quali
schede contare: in alcune si accettavano le schede forate a metà, in altre solo
quelle completamente bucate. La Corte stabilì che non si poteva dare un valore
diverso al voto di un cittadino a seconda della contea di residenza. L’assenza
quindi di uno standard unico avrebbe violato il diritto costituzionale degli
elettori ad essere trattati tutti egualmente.
Sul piano politico, tuttavia, la
percezione fu ben diversa. Milioni di americani erano convinti che la Corte
Suprema non stesse proteggendo la Costituzione, bensì scegliendo il vincitore.
Inoltre, il fatto che la decisione sia stata presa con una maggioranza di 5
voti contro 4 — ha confermato l’impressione di una sentenza di parte.
L’intervento della magistratura “a gamba tesa” fischiando la fine
della partita mentre il risultato era ancora in bilico scioccò molti se non
tutti.
Da quel momento, la Corte Suprema ha smesso di essere vista come un arbitro
imparziale super partes ed è diventata l’ultima istanza del potere politico. È
qui che nasce l’idea moderna che un’elezione non si vinca solo ai seggi, ma
anche (e soprattutto) attraverso la battaglia legale e la nomina di giudici
favorevoli. A distanza di venticinque
anni da Bush v. Gore, il sistema elettorale statunitense resta profondamente
decentrato. Negli Stati Uniti non esiste un’autorità elettorale nazionale con
competenze operative uniformi. Ogni Stato – e spesso ogni contea – gestisce in
modo diverso: registrazioni, liste elettorali, modalità di voto anticipato,
voto per corrispondenza e requisiti di identificazione. Il risultato è un
mosaico normativo:
Stati che richiedono un documento con
foto.
Stati che accettano documenti non
fotografici.
Stati che consentono il voto con
semplice dichiarazione giurata.
Stati che verificano l’identità tramite
firma comparata.
Non esiste una tessera elettorale federale. Non esiste un database nazionale unico. Non esiste una carta d’identità obbligatoria per tutti i cittadini americani.
Dopo le elezioni del 2016 e soprattutto dopo quelle del 2020, il tema della
verifica del voto è entrato stabilmente nel dibattito pubblico. Accuse di
irregolarità, errori nei registri, contestazioni sul voto per corrispondenza
hanno alimentato una narrazione di vulnerabilità sistemica – spesso amplificata
dai social media e da dichiarazioni politiche polarizzate.
Tanto per inserire una nota personale, alcuni anni fa, proprio durante il
periodo critico delle elezioni del 2016, scoprii per caso che sia io che mia
figlia — entrambe cittadine statunitensi — risultavamo registrate come
affiliate a un partito politico in uno Stato in cui non abbiamo mai risieduto.
Non avevamo mai presentato alcuna richiesta in tal senso. Nessuna comunicazione
preventiva. Nessuna spiegazione immediata. Una cara amica, invece, il giorno
delle elezioni si sentì dire al seggio che il suo voto risultava già
registrato. Ma se tre rondini non fanno primavera, è legittimo essere
consapevoli di quanto si potrebbe migliorare il clima di fiducia elettorale con
una semplice carta elettorale e d’identità.
Trump, però, nel suo stile negoziale ha già iniziato a tastare il terreno
dicendo che potrebbe dispiegare agenti ICE ai seggi elettorali. È una dinamica
ricorrente: alzare l’asticella per capire quali le reazioni. Possiamo solo
augurarci che, invece di percorrere la strada simbolica della forza, se davvero
l’obiettivo è rafforzare la fiducia nel sistema, la via non sia la presenza di
agenti armati ai seggi, ma una proposta legislativa seria che uniformi i
criteri di verifica dell’identità su tutto il territorio nazionale — come
avviene in gran parte del mondo democratico. Le istituzioni si consolidano con
regole chiare e condivise.
2. INSIDER TRADING AL CONGRESSO:
ricchezza, privilegi e sfiducia
Uno degli elementi che più ha
contribuito all’erosione della fiducia nelle istituzioni americane riguarda le
attività finanziarie dei membri del Congresso, in particolare il loro
coinvolgimento nel mercato azionario e i sospetti di insider trading o
vantaggi derivanti dall’accesso a informazioni privilegiate.
Un quadro legale debole
Nel 2012 il Congresso approvò lo STOCK Act, una legge pensata per proibire ai legislatori di usare informazioni non
pubbliche ottenute durante il loro mandato per trarne un vantaggio finanziario
diretto tramite operazioni in borsa. La norma impone anche che i parlamentari
rendano pubbliche le loro transazioni finanziarie entro 30 giorni, aumentando
la trasparenza.
Tuttavia, l’applicazione pratica della
legge si è rivelata insoddisfacente. Nessun membro del Congresso è mai stato
perseguito penalmente sotto lo STOCK Act, nonostante l’evidente accumulo di
profitti e le numerose segnalazioni pubbliche di presunte violazioni.
In molti casi, le infrazioni vengono
trattate come ritardi burocratici o errori di rendicontazione, e
le sanzioni sono minime (una multa standard di poche centinaia di dollari),
insufficienti rispetto alle possibilità di guadagno che politicamente informati
possono ottenere con una strategia di trading efficace. Negli ultimi anni sono
emersi numerosi episodi che hanno alimentato dubbi, critiche e richieste di
riforma più radicale: alcuni membri hanno acquistato o venduto titoli di
società collegate direttamente alle loro responsabilità legislative o a
decisioni politiche imminenti, suscitando domande sul possibile uso di
informazioni privilegiate.
Secondo analisi giornalistiche e dataset pubblici, una parte significativa dei
legislatori effettua transazioni in settori che sono collegati alle commissioni
di cui fanno parte, suggerendo un vantaggio informato anche se non
sempre provato come illegale.
Anche episodi recenti come quelli che hanno visto membri del Congresso
comprare azioni poco prima di annunci politici importanti — come sospensioni tariffarie o
integrazioni tecnologiche — hanno riacceso il dibattito pubblico sulle
potenziali asimmetrie informative.
Questi casi, spesso non sfociano in
condanne penali, ma alimentano una percezione potente: che alcuni
parlamentari possano trarre vantaggio personale dal loro ruolo, anche se
formalmente non violano la legge. Secondo una revisione delle disclosure
finanziarie condotta dal Campaign Legal Center,
12 senatori avrebbero effettuato almeno 227
operazioni di acquisto o vendita, con profitti stimati pari a 98,3
milioni di dollari;
alla Camera, 37 rappresentanti avrebbero realizzato 1.358
transazioni, con benefici complessivi stimati intorno a 60,5 milioni di
dollari.
Questi numeri non dimostrano automaticamente attività illegali. Le transazioni possono essere formalmente lecite. Ma alimentano una domanda politica e morale: è opportuno che chi legifera su mercati, regolazioni e politiche fiscali possa contemporaneamente operare attivamente in quei mercati?
3. L’ASSENZA DI UNA NUOVA LEADERSHIP DEMOCRATICA
Se il bullismo politico di Donald Trump rappresenta un’ottima occasione per
catalizzare nuove energie democratiche in vista delle elezioni di mid-term al
Congresso, la realtà appare più complessa e deludente.
In teoria, la situazione potrebbe far nascere una nuova leadership
polarizzante e muscolare attraverso candidati preparati, proposte articolate,
una piattaforma soprattutto riformista capace di intercettare il malcontento
generale e trasformarlo in un progetto politico di successo, più moderato, ma
necessario.
In pratica, però, si ha l’impressione che il Partito Democratico fatichi a
proporre volti realmente nuovi e contenuti strutturali altrettanto nuovi. Molti
dei nomi che emergono nel dibattito pubblico sono già figure consolidate nel
panorama nazionale — potenziali candidati per le prossime presidenziali — più
che espressione di un rinnovamento generazionale e programmatico. Il problema
non è la visibilità. È la sostanza.
La presenza di Alexandria Ocasio-Cortez
alla Munich Security Conference è stata letta da molti osservatori come
un banco di prova internazionale in vista di ambizioni presidenziali. Monaco
non è un palco qualunque: è un contesto dove la preparazione storica, la
padronanza della politica estera e la capacità di muoversi tra riferimenti
geopolitici complessi vengono osservate con attenzione. Proprio per questo ha
suscitato sorpresa e rammarico il suo intervento critico nei confronti di Marco
Rubio, accusato di aver utilizzato citazioni storiche scorrette nel suo
discorso. Peccato che lui ha studiato e lei no, rendendo la contestazione di
Ocasio uno scivolone alla Petrecca.
In un contesto internazionale di alto livello, la differenza tra critica politica e contestazione imprecisa diventa rilevante. Monaco non è un’arena da social media: è un luogo in cui la credibilità si misura nella precisione dei riferimenti e nella solidità dell’argomentazione. Se l’obiettivo era dimostrare statura presidenziale, l’episodio ha sollevato interrogativi sulla profondità dell’elaborazione strategica più che sulla forza retorica.
Allo stesso modo, la partecipazione di
Gavin Newsom è stata interpretata come una prova generale per il pubblico
americano. Il governatore californiano ha usato la platea internazionale per criticare Donald Trump, una scelta politicamente
comprensibile in chiave domestica, ma che pone una questione di opportunità:
quando le divisioni interne vengono proiettate su un palco globale, il confine
tra legittima opposizione ed esposizione delle fragilità interne diventa
sottile.
L’intervento di Newsom è stato descritto come un “tour
anti-Trump” in Europa. Ha rassicurato gli alleati internazionali
dichiarando che l’attuale corso della politica estera americana è “temporaneo” (affermando testualmente:
“Se ne andrà tra tre anni”), esortando i leader mondiali e i vertici
aziendali a non cedere alle pressioni e a rimanere fedeli ai valori democratici
e scientifici. Peccato che i conti della California come abbiamo raccontato la settimana
scorsa, non tornino.
Quanto a Hillary Clinton, la sua presenza a Monaco rappresenta continuità
dell’establishment democratico in materia di politica estera. Tuttavia, proprio
questa continuità riapre il tema del rinnovamento. In un’epoca segnata da
sfiducia verso le élite tradizionali, la riproposizione degli stessi volti
rischia di rafforzare la percezione di immobilismo più che di stabilità.
Il momento più duro della Clinton è
stato il suo affondo contro la politica estera della Casa Bianca. Ha definito
“vergognosa” la pressione esercitata su Kyiv per accettare un accordo di pace con
la Russia, arrivando a dichiarare che l’attuale amministrazione sta “tradendo
l’Occidente” e i valori umani fondamentali. Se Newsom ha usato toni
sarcastici (“Trump è temporaneo”), la Clinton ha usato toni morali e
storici, dipingendo l’attuale corso come un errore epocale e corrotto. Però ha
ammesso che l’immigrazione negli Stati Uniti “è andata troppo
oltre”, definendola un fattore “dirompente e destabilizzante” per la tenuta
delle democrazie occidentali. Clinton ha agito come una consulente strategica
per i leader europei (incontrando Macron e il Cancelliere Merz), suggerendo che
l’imprevedibilità di Washington può essere “neutralizzata” se gli
alleati mantengono una posizione ferma e unita., ma se per Newsom i conti della
California non tornano, per Hillary Clinton il problema è la distanza tra la
sua retorica e la sua percezione interna: basti citare i file di Epstein
(ma sappiamo tutti molto bene delle scappatelle di Bill senza dover leggere
le email di Epstein).
In sintesi, se Newsom è andato a Monaco
per costruire il suo domani, Hillary è andata per difendere il suo ieri
(l’ordine atlantista), finendo però per confermare l’immagine di una leadership
democratica che si sente più a casa tra le élite di Monaco che tra gli elettori
della Rust Belt.
Se Monaco doveva essere l’occasione per presentare una visione rinnovata
interessante e preparata, della futura leadership democratica statunitense a un
pubblico internazionale, l’unico ad uscirne gloriato è Rubio.
In un’epoca in cui la politica ha debordato dai suoi
confini naturali per invadere ogni ambito della nostra vita, persino quello
dell’intrattenimento — dove figure come Stephen Colbert hanno trasformato la
satira in un esercizio di “io ho ragione e tu no” che non fa più
ridere nessuno — è diventato urgente invertire la rotta. Non basta più
semplicemente abbassare i toni; serve avviare una modernizzazione radicale
delle istituzioni che ne ripristini la funzione originaria. Bisogna arginare
quell’avidità di potere e denaro che ha penetrato i gangli dello Stato,
trasformando il servizio pubblico in un’opportunità di arricchimento personale
per pochi. Quando le istituzioni smettono di eseguire il mandato per cui sono
nate, perdendo credibilità giorno dopo giorno, non è più solo una crisi
politica, ma un fallimento del patto sociale. La via d’uscita non passa
attraverso nuovi slogan o agenti armati ai seggi, ma attraverso il ritorno a
regole chiare, all’onestà dei numeri e a una leadership che senta nuovamente il
peso della responsabilità verso il cittadino, prima ancora che verso il proprio
tornaconto o la propria bolla ideologica.
CALIFORNIA – IL SOGNO INFRANTO DEGLI AMERICANI
di Melissa
de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia
presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight
presso il Dipartimento di Stato
Negli ultimi mesi il mercato del lavoro
americano ha mostrato segnali di difficoltà e riorganizzazione, in
particolare nel settore tecnologico e in alcune aree del paese.
Gli Stati Uniti hanno visto oltre 1
milione di licenziamenti annunciati in vari settori, con una tendenza in
aumento negli ultimi anni — soprattutto nel 2025 — e livelli di tagli più alti
rispetto agli anni recenti. Questo fenomeno è stato attribuito agli effetti
combinati della trasformazione tecnologica,
ristrutturazioni aziendali e a un’economia che sta rallentando le nuove
assunzioni.
Il
mercato
del lavoro americano sta effettivamente attraversando un momento di profonda
metamorfosi che va ben oltre la semplice statistica dei licenziamenti. Quello a
cui stiamo assistendo nel 2026 è il risultato di una tempesta perfetta dove la
tecnologia non è più solo un supporto, ma il motore di una ristrutturazione
radicale. Dopo anni di assunzioni frenetiche dettate dalla paura di rimanere
senza personale, le grandi aziende hanno invertito la rotta, passando da una
fase di accumulo a una di estrema ottimizzazione.
Gran parte di questo milione di tagli è
riconducibile al fatto che molte società hanno finalmente integrato
l’intelligenza artificiale nei loro processi operativi, rendendo superflue
intere linee di ruoli amministrativi e tecnici che fino a due anni fa erano
considerati indispensabili. Questo non significa necessariamente che il lavoro
stia scomparendo, ma che si sta spostando: mentre il settore tech e quello dei
servizi finanziari riducono i ranghi per compiacere gli azionisti e tagliare i
costi fissi, settori come l’energia pulita e la sanità continuano a cercare
disperatamente figure specializzate.
A complicare il quadro c’è la pressione dei
tassi di interesse che, restando alti più a lungo del previsto, hanno reso il
capitale molto costoso. Le aziende non possono più permettersi di finanziare la
crescita a debito e sono costrette a tagliare tutto ciò che non è
immediatamente redditizio. Questo ha creato una strana dicotomia: da un lato
vediamo uffici vuoti e ondate di esuberi nelle grandi metropoli del software,
dall’altro un’economia reale che cerca di resistere, pur con una velocità di
assunzione decisamente più cauta rispetto al passato. In definitiva, il
lavoratore americano oggi non combatte solo contro il rischio di una
recessione, ma contro la necessità di reinventarsi in un mercato che premia
l’efficienza tecnologica rispetto alla sola presenza numerica.
Cosa sta succedendo in California
Negli ultimi cinque-sei anni la California sta vivendo una fase di trasformazione strutturale. Non è un crollo, né un declino lineare, ma una riconfigurazione del suo modello economico. Per decenni lo Stato è stato sinonimo di innovazione, capitale di rischio, tecnologia e mobilità sociale. Oggi resta una delle economie più grandi del mondo, ma sta affrontando tre pressioni simultanee: costo della vita molto elevato, fiscalità progressiva particolarmente incisiva sui redditi alti e una crescente competizione interstatale.
Il primo segnale è demografico. Per la prima
volta nella sua storia moderna, la California ha registrato un calo netto di
popolazione. Non si tratta solo di miliardari, ma soprattutto di famiglie e
professionisti della classe media che faticano a sostenere prezzi immobiliari e
affitti tra i più alti degli Stati Uniti. L’area della Bay Area e San Francisco
ha visto un indebolimento del mercato immobiliare commerciale dopo la
diffusione massiva del lavoro da remoto, con un impatto diretto sugli uffici e
sul tessuto urbano.
Azienda
Nuova sede
When
Nota
Tesla
Austin, Texas
2021
HQ spostato da Palo Alto; mantiene stabilimenti CA
Oracle
Austin, Texas
2020
Trasferimento sede corporate
Hewlett Packard Enterprise
Houston, Texas
2020
Riorganizzazione globale
Palantir Technologies
Denver Colorado
2021
HQ spostato da Silicon Valley
Charles Schwab
Westlake, Texas
2021
Consolidamento post-acquisizione
Motivi
principali per gli spostamenti aziendali:
Costi operativi più bassi fuori dalla
California
Clima fiscale più favorevole (assenza
di imposta sul reddito statale in FL, TX)
Maggiore disponibilità di spazi e
personale
Più facilità per espansione e crescita
in settori tech e avanzati
Il fenomeno dell’esodo aziendale dalla California è spinto da un mix letale di costi operativi alle stelle, una pressione fiscale tra le più alte della nazione e un quadro normativo così complesso da rendere spesso più conveniente ricominciare da zero in Stati come il Texas o il Nevada.
La storia di Walmart in
California: un addio strategico
La
presenza di Walmart in California è sempre stata una sfida, ma negli ultimi
anni il rapporto si è incrinato definitivamente. Ecco i passaggi chiave che
spiegano perché il gigante del retail ha deciso di staccare la spina a molti
dei suoi punti vendita nel “Golden State”.
Walmart
è arrivata in California puntando sul volume e sui prezzi bassi, ma si è
scontrata con costi immobiliari proibitivi. Gestire un magazzino di 15.000
metri quadrati a San Francisco o San Diego ha costi fissi (affitto, utenze,
assicurazioni) che sono il doppio rispetto a quelli di una sede in Arizona.
Quando i margini di profitto hanno iniziato a ridursi, l’azienda ha smesso di
vedere la California come un terreno di espansione, passandola alla lista delle
“aree a rischio”.
La goccia che ha fatto
traboccare il vaso è stata l’esplosione dei furti organizzati, alimentata da
una controversa legge statale nota come Proposition 47. Questa norma ha
innalzato a 950 dollari la soglia minima di valore della merce rubata
affinché il furto possa essere perseguito come reato grave (felony).
Sotto questa cifra, l’atto viene considerato un semplice reato minore (misdemeanor),
che nella pratica si traduce raramente in un arresto o in una pena detentiva.
Per Walmart, questo ha significato affrontare un clima di “impunità legale”: bande organizzate entrano nei negozi sapendo esattamente quanto possono rubare per evitare il carcere, rendendo i furti un costo fisso insostenibile. Le perdite record di inventario e la necessità di blindare la merce dietro vetrate chiuse a chiave hanno degradato l’esperienza d’acquisto a tal punto che l’azienda ha preferito chiudere i battenti piuttosto che continuare a operare in un sistema dove la legge sembra aver rinunciato a proteggere il commercio al dettaglio. Invece di investire milioni in sicurezza privata e blindature degli scaffali—che rovinano l’esperienza d’acquisto—Walmart ha preferito chiudere i negozi più colpiti, dichiarando apertamente che la mancanza di sicurezza pubblica rendeva l’attività non più sostenibile.
La sfida dell’automazione
Mentre lo Stato imponeva salari minimi sempre più alti (soprattutto nel settore alimentare e retail), Walmart ha provato a rispondere con le casse automatiche. Tuttavia, la California ha risposto con nuove normative che limitano l’uso della tecnologia a favore della tutela del lavoro umano. Sentendosi “incastrata” tra salari alti e il divieto di automatizzare per risparmiare, l’azienda ha scelto di investire quei capitali nel potenziamento dell’e-commerce, servendo i clienti californiani da centri di distribuzione situati in Stati vicini con meno restrizioni.
Il
caso di San Diego e Sacramento
Le
chiusure
recenti a San Diego e Sacramento non sono state semplici tagli di budget, ma
segnali politici. Walmart ha scelto di chiudere anche sedi che avevano ancora
un buon afflusso di clienti, proprio per inviare un messaggio chiaro: se i
costi della burocrazia e i rischi legati alla criminalità superano una certa
soglia, neanche il più grande retailer del mondo ha interesse a restare.
L’uscita di scena della California è un movimento a due livelli: mentre le imprese come Walmart o Target chiudono i negozi fisici per sfuggire a costi e criminalità, i loro detentori e i giganti del tech stanno cambiando residenza fiscale per proteggere i propri patrimoni. Il catalizzatore è il 2026 Billionaire Tax Act, che ha trasformato la residenza in California in un rischio finanziario da miliardi di dollari.
I
“profughi” eccellenti:
Nome
Dove
Motivi
Mark Zuckerberg (Meta)
Miami
Acquisto proprietà a Indian Creek; possibile riallo- cazione residenza in vista della proposta di billionaire tax
2025–2026
Larry Page (Google co-founder)
Florida
Acquisti immobiliari e ristruttura- zione asset fuori CA
2025
Sergey Brin (Google co-founder)
Nevada e Florida
Trasferimento entità societarie e asset; riduzione esposizione fiscale CA
2025
Peter Thiel (VC, Palantir)
Miami
Espansione operativa e residen-za; contesto fiscale favorevole
2024–2025
Don Hankey (finance billionaire)
Nevada
Cambio residenza verso stato senza income tax
2025
David Sacks (Craft Vent)
Austin Texas
Ha annunciato pubblicamente l’apertura di un ufficio a Austin (“God bless Texas…”), citato nel contesto di urgenza a “stabilire” legami fuori CA prima delle scadenze legate alla proposta di tassa
2026
Perché: 👉 Evita
potenziale tassa sulle ricchezze elevate; 👉 Tasse personali più basse
(Florida e Texas non hanno imposta sul reddito statale); 👉 Ambiente percepito come più
favorevole per investimenti e famiglie
Oltre all’esodo fiscale e societario,
la California sta affrontando quello che molti definiscono un fallimento
epocale nella ricostruzione dopo i devastanti incendi di gennaio 2025
(Palisades ed Eaton Fire). Ad oggi, febbraio 2026, il paesaggio tra Malibu,
Pacific Palisades e Altadena è ancora segnato da distese di lotti vuoti e
macerie.
Ecco i numeri e
i dati che descrivono questa paralisi:
Case Ricostruite: A un anno e un mese dal disastro, su circa 13.000 abitazioni distrutte, meno di 12 case sono state effettivamente completate in tutta la contea di Los Angeles.
Permessi in Sospeso: Nonostante il governatore Newsom parli di “tempi record”, a Malibu sono stati rilasciati solo 25 permessi di costruzione per abitazioni singole su centinaia di richieste.
Spostamento Permanente: Più di 600 lotti dove sorgevano case unifamiliari sono già stati venduti. Molti residenti storici hanno preferito incassare il valore del terreno (crollato del 50%) piuttosto che affrontare l’odissea burocratica.
Spostati e Senza Casa: Secondo il Department of Angels, il 70% delle famiglie colpite vive ancora in sistemazioni temporanee o camper parcheggiati sui propri terreni bruciati.
Sembra che il
fallimento non sia dovuto alla mancanza di volontà, ma a tre ostacoli
strutturali che stanno rendendo la California “impossibile da
abitare”:
Il Collasso delle Assicurazioni: Le compagnie
assicurative hanno pagato oltre 22 miliardi di dollari per i danni del
2025, ma ora molte si rifiutano di rinnovare le polizze o chiedono premi
triplicati. Senza assicurazione, le banche non concedono mutui per ricostruire.
Costi di Costruzione: Il costo per
piede quadrato è aumentato del 30-40% a causa della carenza di
manodopera specializzata e delle nuove normative antisismiche e ignifughe,
rendendo i rimborsi assicurativi insufficienti a coprire i costi reali.
Contaminazione del Suolo: Test recenti
della UCLA hanno rivelato che il 49% dei lotti ad Altadena presenta
ancora livelli elevati di piombo e materiali tossici, bloccando l’approvazione
finale dei terreni per uso residenziale.
Ma sono davvero queste le vere ragioni?
Ridurre tutto al “collasso delle assicurazioni” e all’aumento
dei costi di costruzione è una semplificazione. Le compagnie non stanno
lasciando la California solo per i 22 miliardi pagati, ma perché il sistema
regolatorio rende difficile adeguare i premi a un rischio climatico in
crescita. Anche i costi edilizi sono aumentati ovunque negli Stati Uniti, non
solo in California, per inflazione e carenza di manodopera. E le norme
antisismiche e ignifughe, pur costose, servono a prevenire nuovi disastri.
Senza considerare burocrazia, pianificazione urbanistica e costruzioni in aree
ad alto rischio, la spiegazione resta incompleta.
Per capire il clima del lavoro in
questo momento basta guardare a quello che sta accadendo in Amazon. Dopo anni di
espansione aggressiva, l’azienda ha avviato nuove ondate di tagli nel
2025–2026, colpendo divisioni corporate, dispositivi, servizi cloud e ruoli
amministrativi. Non si tratta solo di riduzione dei costi, ma di un cambio di
paradigma: meno personale intermedio, più automazione, più intelligenza
artificiale integrata nei processi logistici e decisionali. Il messaggio è
chiaro: il lavoro non sparisce, ma cambia forma e richiede competenze diverse.
Tuttavia, questa trasformazione avviene in un contesto di crescente insicurezza
per la classe media urbana, dove salari reali compressi, affitti elevati e
volatilità occupazionale stanno erodendo quella promessa di mobilità che per
decenni ha alimentato il “sogno americano”.
Il nodo, allora, non è ideologico ma
amministrativo. Se a New York il sindaco Zohran Mamdani a fatica ammette
solo ora (quasi caduto dal cielo) un buco di bilancio da 12 miliardi di dollari
che rende difficilmente sostenibili il 90% delle promesse elettorali, il
problema non è “di destra o di sinistra”, ma di pianificazione, controllo della
spesa e capacità di previsione. Quando i conti pubblici vengono affrontati in
ritardo, l’impatto ricade inevitabilmente su servizi, investimenti e fiducia
degli operatori economici.
Il confronto reale oggi non è tra
etichette politiche, ma tra modelli di governo che riescano a garantire
stabilità fiscale, attrattività per le imprese e prevedibilità normativa. In
questo senso, la Florida di Ron DeSantis viene percepita da molti
investitori come un modello di amministrazione orientato alla crescita e alla
chiarezza regolatoria. La questione centrale, più che ideologica, resta quindi
una sola: vince chi sa gestire meglio bilanci, sicurezza economica e fiducia
nel futuro.
Ombre cinesi negli Stati Uniti
di Melissa de Tefféda Washington, DC –
Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica
statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
Era domenica, 23 settembre 2012, quando il
Parlamento della California ha approvato una legge apparentemente
tecnica, destinata a passare quasi inosservata fuori dagli ambienti giuridici.
L’Assembly Bill 1217, inserita nel California Family Code,
stabiliva che i contratti di gestazione per altri sarebbero stati pienamente
legali, applicabili e tutelati dai tribunali statali.
La normaentra
in vigore il 1° gennaio 2013. Da quel momento, la California diviene uno
dei pochi luoghi al mondo in cui nascita, diritto e mercato
s’intrecciano senza apparente ambiguità: 1. un contratto legalizzato 2. una
compensazione economica consentita 3. genitorialità riconosciuta prima del
parto 4. cittadinanza americana automatica per i bambini nati nel suo suolo.
La legge non era stata pensata per
attrarre flussi internazionali, né per ridisegnare le geografie della mobilità
globale. Doveva offrire certezza giuridica a famiglie americane e coppie che
non potevano avere figli. Ma come spesso accade nei sistemi ultra-liberali, ciò
che nasce per risolvere un problema interno diventa rapidamente un’infrastruttura
globale.
Negli anni successivi, cliniche e agenzie per la
maternità surrogata in California iniziarono ad accogliere una clientela sempre
più internazionale. Tra questi, un numero crescente di cittadini cinesi
appartenenti all’élite economica, per i quali la maternità surrogata in
California non rappresentava solo una scelta riproduttiva, ma una strategia
di accesso al futuro.
Il principio giuridico — l’intenzione come fondamento
della genitorialità — ha reso la California un unicum globale. Un sistema
stabile, prevedibile, sicuro. Ed è proprio questa prevedibilità ad aver
attirato, nel tempo, non solo famiglie americane,
ma attori internazionali capaci di leggere il diritto come infrastruttura
strategica.
Tra questi, un numero crescente di cittadini cinesi
appartenenti all’élite economica. Per loro, la maternità surrogata in
California non è semplicemente una risposta a un desiderio individuale, ma un meccanismo
ordinato di accesso al futuro: un figlio che nasce cittadino americano, in
un Paese dove la cittadinanza non si chiede, ma si acquisisce per ius
solis.
Il XIV emendamento Sez. 1 della Costituzione dice: Tutte
le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro
giurisdizione, sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono.
Nessuno Stato potrà emanare o
applicare leggi che riducano i privilegi o le immunità dei cittadini degli
Stati Uniti; né potrà privare alcuna persona della vita, della libertà o della
proprietà senza un giusto procedimento di legge; né negare a qualsiasi persona
soggetta alla sua giurisdizione l’eguale protezione delle leggi.
Questo principio costituzionale produce
un effetto semplice e radicale: la cittadinanza americana non dipende da chi
sei, ma dove nasci. E allo stesso tempo impone agli Stati di trattare chiunque
si trovi sotto la loro giurisdizione — cittadini e stranieri — secondo le
stesse regole. La California, quindi, non può distinguere per nazionalità
l’accesso all’utero in affitto, in base all’origine dei genitori. Il diritto
regola le condizioni della nascita, ma non i suoi effetti politici. Ed è
in questo spazio — tra neutralità giuridica e diseguaglianza globale — che una
norma, pensata per tutelare individui con problematiche di salute, diventa infrastruttura
geopolitica.
Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, un miliardario cinese del settore gaming avrebbe avuto oltre cento figli attraverso agenzie di maternità surrogata negli Stati Uniti, principalmente in California. La cifra esatta è oggetto di contenzioso: l’ex compagna dell’imprenditore sostiene che il numero reale superi i trecento, mentre società a lui collegate parlano di “poco più di cento” figli nati nel corso di diversi anni. In dichiarazioni pubbliche e post sui social media poi rimossi o archiviati, l’uomo avrebbe descritto il proprio progetto come la costruzione di una dinastia familiare, arrivando a definirsi “il primo padre della Cina” e dichiarando l’intenzione di avere decine di figli maschi da destinare, in futuro, alla gestione del proprio impero economico.
Nel 2023, un giudice
del tribunale di famiglia di Los Angeles ha respinto una sua richiesta
di riconoscimento genitoriale relativa ad alcuni minori, aprendo una fase di
contenziosi legali e dispute di custodia con l’ex partner. Secondo le
ricostruzioni giornalistiche, molti dei bambini vivrebbero oggi in un’unica
proprietà a Irvine, California, accuditi da personale professionale. Il
caso ha suscitato un acceso dibattito ad oggi irrisolto.
Questo caso ci mostra come
il diritto renda la nascita un processo contrattuale prevedibile, che può
essere utilizzato non solo per formare una famiglia, ma per progettare il
futuro su scala generazionale. È questa neutralità — pensata per garantire
diritti individuali — a rendere possibile un uso sistemico della nascita come leva
di mobilità, protezione e proiezione generazionale.
Trump, che è contrario al
concetto di utero in affitto, ha siglato un ordine esecutivo che mira a
cancellare la garanzia dello ius solis, per interderci,che per
molti costituzionalisti è incompatibile con il XIV Emendamento. Alcuni
giudici di tribunali federali hanno bloccato la sua
applicazione, e la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accettato di esaminare
il caso,creando così lapossibilità
di un cambiamento storico nel modo in cui si assegna la cittadinanza negli
Stati Uniti.
Ma la presenza cinese negli
Usa, negli ultimi vent’anni, non si è manifestata oltre che attraverso
investimenti industriali, tecnologici o immobiliari urbani, anche tramite
l’acquisto di terre agricole e terreni strategici. Un fenomeno
quantitativamente limitato rispetto al totale delle superfici agricole
statunitensi, ma politicamente esplosivo per la sua localizzazione e per
il contesto geopolitico in cui avviene.
Quanto
territorio è stato acquistato
Secondo dati del
Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA),
soggetti cinesi controllano meno dell’1% delle terre agricole possedute da
entità straniere negli USA. In termini assoluti, si parla di circa 350.000
acri (metà della Valle d’Aosta): una cifra modesta che però assume
tutt’altra rilevanza se si guarda dove queste terre si trovano.
Le acquisizioni non sono distribuite in
modo uniforme. Al contrario, mostrano una concentrazione in Stati e aree che
incrociano agricoltura, energia e sicurezza nazionale.
Texas: Acquisto di terreni
agricoli ma anche di aree prossime a basi militari e di infrastrutture
energetiche. È uno degli Stati che ha reagito più duramente, introducendo
restrizioni dirette.
North Dakota: nel 2022 un’azienda legata
a interessi cinesi ha acquistato terreni vicino a una base militare dell’Air
Force, scatenando un’ondata bipartisan di critiche seguita da un blocco
politico.
Missouri e Arkansas: stati
prevalentemente agricoli, ha creato dibattito controversi soprattutto durante i
periodi elettorali per il legame tra sicurezza alimentare e sovranità
nazionale.
California: l’altissimo valore logico
per i punti portuali di maggior interesse quindi meno acquisti agro-alimentari.
GLI ACQUISTI
Un punto chiave – spesso
frainteso nel dibattito pubblico – è che non è lo Stato cinese ad acquistare
direttamente le terre, bensì:
società private cinesi
holding agro-alimentari
fondi e veicoli societari registrati negli USA
Il caso più citato è quello
della Smithfield Foods, storico colosso americano
della carne suina, acquisito nel 2013 dalla cinese WH Group.
L’operazione non riguardava solo un marchio, ma l’accesso a migliaia di
ettari di terra e a un’intera filiera alimentare, dalla produzione al
consumo. Dal punto di vista legale, tutto è avvenuto nel rispetto delle norme
allora vigenti. Dal punto di vista strategico, però, l’operazione ha segnato un
punto di svolta: la terra come asset geopolitico.
L’interesse cinese per
l’acquisizione di terre all’estero si inserisce anzitutto in una questione
strutturale di sicurezza alimentare. La Cina deve garantire
l’approvvigionamento a quasi il 20% della popolazione mondiale potendo contare
su meno del 10% delle terre coltivabili globali, una sproporzione importante.
In questo contesto, controllare direttamente la produzione agricola fuori dai
confini nazionali rappresenta una forma di assicurazione strategica, capace di
ridurre dipendenze e incertezze. L’acquisto consente di presidiare l’intera
filiera agro-alimentare, dalla produzione primaria alla trasformazione
industriale, fino allo stoccaggio e alla distribuzione. La terra diventa così il primo
anello di una catena del valore molto più ampia, che permette di esercitare
un’influenza significativa sui flussi di beni essenziali e sui mercati globali,
soprattutto in un’epoca segnata da interruzioni logistiche e tensioni commerciali.
Esiste poi una dimensione meno visibile ma politicamente sensibile: quella dell’opzione strategica. Anche appezzamenti di dimensioni limitate, se situati in prossimità di infrastrutture critiche, corridoi energetici o installazioni militari, possono acquisire rilevanza in scenari di competizione geopolitica o tecnologica. In questi casi, la terra non è solo un asset produttivo, ma un elemento che amplia il margine di manovra strategico nel lungo periodo. Negli Stati Uniti, questa consapevolezza è maturata soprattutto negli ultimi tre anni. Dopo una lunga fase di relativa distrazione, il dibattito pubblico/politico ha cambiato tono: oltre la metà degli Stati ha introdotto, o sta valutando, restrizioni all’acquisto di terreni da parte di soggetti collegati a Paesi considerati “avversari”, con la Cina esplicitamente citata in molte iniziative legislative. Il segnale che emerge è netto: la terra non viene più percepita soltanto come un bene economico o agricolo, ma come una vera e propria infrastruttura strategica, al pari dell’energia, dei dati o delle reti di comunicazione.
Il terzo ambito in cui
emerge la presenza cinese negli Stati Uniti non riguarda investimenti legali
con motivazioni dubbiose, ma attività apertamente criminali. Negli
ultimi anni, in particolare nello Stato del Maine, le autorità federali e
statali hanno smantellato reti organizzate che hanno acquistato abitazioni e
proprietà rurali per convertirle in impianti illegali di coltivazione di
marijuana. Le indagini del Dipartimento di Giustizia descrivono un modello
ricorrente: case unifamiliari acquistate formalmente come normali immobili
residenziali, spesso in piccoli centri o aree agricole, trasformate in “grow
house” clandestine, dove venivano applicati sistemi intensivi di coltivazione,
un consumo anomalo di elettricità e senza legami con il mercato legale della
cannabis. In più procedimenti penali, cittadini cinesi sono stati incriminati
per aver gestito operazioni su larga scala. Le accuse includono: produzione
e distribuzione illegale di stupefacenti, riciclaggio di denaro, frode
finanziaria e, in alcuni casi, sfruttamento di manodopera irregolare. I
proventi dell’attività criminale venivano spesso reinvestiti nell’acquisto di
ulteriori immobili, alimentando un circuito chiuso di espansione illegale.
Questo fenomeno ha spinto le autorità federali e i rappresentanti politici
locali a intervenire, chiarendo che non si tratta di investimenti esteri
controversi o discutibili, ma di criminalità organizzata che utilizza il
mercato immobiliare come strumento operativo.
Il Maine, dove il fenomeno ha assunto contorni allarmanti, è stato scelto come punto strategico per una combinazione di fattori strutturali: prezzi immobiliari relativamente bassi, soprattutto nelle aree rurali, bassa densità abitativa, controlli locali limitati e la presenza di un mercato legale della cannabis che inizialmente ha contribuito a mascherare l’attività illecita. A partire dal 2020, le autorità statali e federali hanno individuato numerose abitazioni unifamiliari acquistate e riconvertite in grow house clandestine, all’interno di piccole comunità. Secondo quanto riportato dal Bangor Daily News, le case venivano formalmente comprate come normali immobili residenziali e poi trasformate, dimostrando come il mercato immobiliare possa diventare un centro operativa per attività criminali organizzate.
Scritti uno accanto
all’altro, questi tre fenomeni – come il caso somalo in Minnesota – raccontano
un’America che sembra procedere con gli occhi bendati da un lato e con le mani
sporche dall’altro. Perché se è vero che alcuni vuoti normativi hanno favorito
acquisizioni opache e presenze difficili da tracciare, è altrettanto vero che
qualcuno quelle compravendite le ha autorizzate, firmate, avallate. Nulla
accade nel vuoto. Tra sottovalutazione del rischio, disattenzione istituzionale
e interessi economici locali, si è creato uno spazio grigio in cui legalità
formale e sicurezza sostanziale hanno smesso di coincidere. Ed è proprio in
quello spazio che oggi si annidano le fragilità più profonde di un Paese che,
mentre guarda ossessivamente alle minacce esterne, fatica ancora a rendersi
conto di quanti si sono approfittati della sua generosità e ingenuità. E se di
politici corrotti è pieno il mondo, il punto non è lo scandalo in sé, ma la
difficoltà di riconoscere – e correggere – responsabilità che sono, prima di
tutto, interne.
QUANDO IL POTERE CAMBIA FACCIA
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
È iniziato il secondo anno di questa
presidenza americana, che continua a lasciarci senza fiato e senza tregua. Una
sequenza serrata di decisioni, contraddizioni, ritrattazioni, minacce e azioni
che rompono con molte delle coordinate politiche e diplomatiche che hanno
caratterizzato l’ordine occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale a
oggi. Di fronte a questa apparente discontinuità permanente, emergono due
linee di pensiero che possono aiutare a dare una chiave di lettura agli
eventi e a fare maggiore chiarezza sulle logiche che guidano queste scelte.
Donald Trump, in risposta
al dispiegamento di forze militari questa settimana da parte di Francia,
Germania, Svezia e Norvegia in Groenlandia,
effettuato in coordinamento con la Danimarca, ha annunciato che fisserà dazi
del 10% su tutte le merci importate negli Stati Uniti provenienti da questi
Paesi.
Il dispiegamento militare è stato
presentato dai governi europei come un’azione dimostrativa di solidarietà e
sicurezza, volta a riaffermare che la Groenlandia è un territorio autonomo
sotto sovranità danese e rientra quindi nel perimetro geopolitico europeo ed
euro-atlantico, anche in quanto parte dell’area di interesse della NATO.
La risposta di Trump utilizza la leva commerciale come strumento di pressione
politica nei confronti dei Paesi coinvolti.
La sequenza degli eventi mette in luce
una dinamica ormai ricorrente nei rapporti transatlantici: ogni tentativo
europeo di affermare una propria autonomia strategica viene letto da Trump come
un dissenso netto, da contrastare non sul piano diplomatico, ma su quello
economico. Il dispiegamento militare in Groenlandia, pur limitato nei numeri e
dichiaratamente difensivo, assume un valore simbolico sproporzionato rispetto
alla sua portata operativa, diventando il catalizzatore di una risposta
commerciale punitiva.
La decisione di colpire quei Paesi
europei che hanno inviato supporto militare — rafforza l’interpretazione di una
strategia divisiva, volta a indebolire il fronte europeo più che a
negoziare un accordo strutturato. In questo quadro, i dazi non sono concepiti
come misura temporanea o tecnica, ma come strumento politico di deterrenza,
utile a scoraggiare ulteriori iniziative europee in aree considerate di
interesse strategico statunitense.
Al tempo stesso, l’episodio evidenzia le fragilità dell’Europa: pur mostrando una crescente volontà di coordinamento in materia di sicurezza, l’Unione resta esposta quando il confronto si sposta sul terreno economico, dove la leva commerciale statunitense continua a rappresentare un fattore di pressione efficace. La Groenlandia diventa così non solo un nodo geopolitico artico, ma il punto di frizione visibile di un riequilibrio incompiuto nei rapporti di forza tra Stati Uniti ed Europa.
In prospettiva, la questione va oltre
Trump e oltre la Groenlandia. Ciò che emerge è uno scontro strutturale tra due
visioni: da un lato, un’Europa che tenta faticosamente di costruire una postura
strategica comune; dall’altro, una leadership americana che concepisce le
alleanze come rapporti condizionati e reversibili, costantemente da
rinegoziare attraverso la minaccia economica. In questo contesto, il rischio è
che l’Artico diventi il primo banco di prova di una relazione transatlantica
sempre più instabile e transazionale.
Esistono due teorie che aiutano a
spiegare questo rivolgimento. La prima si rifà al pensiero di Curtis Yarvin, secondo il
quale la democrazia, intesa come reale espressione della volontà politica
attraverso i meccanismi democratici, sarebbe di fatto superata. Negli Stati
Uniti, sostiene l’autore, il potere effettivo risiederebbe oggi nelle mani dei
grandi attori economici e industriali.
Il discorso si apre dall’osservazione
che il conflitto politico contemporaneo ruota attorno a una parola chiave: democrazia,
intesa come fonte ultima di legittimità del potere. Oggi, secondo l’autore, populismo
e meritocrazia si contendono il significato di questo termine. Il populismo
sostiene che la democrazia coincida con il controllo del governo da parte di
rappresentanti eletti, espressione diretta della volontà popolare; la
meritocrazia, invece, identifica la democrazia con un sistema in cui le decisioni
sono prese dai più competenti, spesso appartenenti a élite tecniche, culturali
o istituzionali. Entrambe le visioni rivendicano di essere democratiche, ma
propongono criteri di legittimazione radicalmente diversi.
Per comprendere meglio questo scontro, l’autore richiama le categorie classiche di Aristotele e suggerisce che non si tratti di un conflitto tra modelli politici moderni, bensì di una tensione strutturale tra democrazia e oligarchia. In questa lettura, molte delle istituzioni contemporanee funzionerebbero come oligarchie, pur continuando a legittimarsi attraverso il linguaggio democratico. La democrazia diventa così una parola “magica”, utilizzata più per giustificare il potere che per descriverne il reale funzionamento.
Un elemento centrale dell’analisi è che
ciò che muove oggi la maggior parte delle persone non è tanto l’adesione
positiva a un modello politico, quanto la paura del modello opposto. Chi
proviene da contesti culturali ed elitari tende a temere il populismo per la
sua presunta irrazionalità e imprevedibilità; chi si riconosce nel populismo
teme invece il potere opaco, non eletto e autoreferenziale delle élite. In
questo senso, ogni parte coglie aspetti reali delle debolezze dell’altra, ma
costruisce la propria identità soprattutto in opposizione, più che su una
visione condivisa di governo.
Questa dinamica di contrapposizione e
di legittimazione del potere non si esprime solo nel conflitto politico
attuale, ma si riflette anche nel modo in cui, nel tempo, alcune categorie e
identità politiche si sono trasformate, cambiando linguaggio più che struttura.
In questo passaggio storico assume un
ruolo centrale il termine “progressista”, che l’autore descrive come
un’etichetta volutamente ambigua. Nel tempo, questa parola avrebbe permesso di
rendere accettabili posizioni politiche radicali senza nominarle
esplicitamente. Molti soggetti che oggi si definiscono progressisti, secondo
questa interpretazione, non avrebbero una reale consapevolezza delle origini
ideologiche del termine, ma lo vivrebbero come un’identità spontanea,
svincolata da una tradizione politica precisa.
La conclusione
è che oggi, negli Stati Uniti, movimenti come il woke rappresentano un esempio
di questa sinistra progressista, che si autodefinisce tale e che ha origine
proprio dal contesto culturale americano. La provocazione finale risiede
nell’ipotizzare una soluzione politica monarchica, che però non va letta come
una proposta concreta, ma come un puro espediente retorico per mettere in
discussione l’autenticità di sistemi che si definiscono democratici mentre
operano, di fatto, secondo logiche oligarchiche.
Il punto centrale dell’autore non è che
“nulla è autentico”, ma che il potere moderno raramente si presenta per ciò
che è. Cambia linguaggio, cambia simboli, cambia portatori morali, ma tende
a conservarsi attraverso reti competenti e organizzate. Quando una forma di
potere perde legittimità, non scompare, ma si trasforma.
La tensione tra democrazia e oligarchia
non è nuova, e la storia del Novecento mostra come ideali universalistici
possano convivere – talvolta inconsapevolmente – con forme di governance
élitaria. È questa ambiguità, più che una cospirazione, che l’autore invita a
riconoscere.
A questo punto il passaggio cruciale è
che la monarchia non viene difesa come sistema morale, ma come struttura
organizzativa. L’autore sostiene che qualsiasi organizzazione efficiente –
un’azienda, un esercito, una squadra creativa, perfino una cucina professionale
– tende a funzionare secondo una logica verticale, con una leadership chiara.
Se esistesse una forma di organizzazione più efficiente di una struttura
gerarchica, sostiene, qualcuno l’avrebbe già scoperta e adottata.
Qui arriva l’analogia centrale: una
democrazia, con divisione dei poteri, controlli incrociati e processi
complessi, assomiglia più a una burocrazia che a un’organizzazione orientata
ai risultati. Applicare una struttura “democratica” a un’azienda
tecnologica o a un progetto industriale renderebbe impossibile costruire
prodotti complessi. Per questo, secondo l’autore, le democrazie tendono a
diventare lente, procedurali e incapaci di realizzare grandi opere.
Questo ragionamento si collega
direttamente alla parte iniziale del discorso sulla democrazia come parola
ambigua. Chiamare un sistema “democratico” non dice nulla su come il potere
venga realmente esercitato. In pratica, anche nelle democrazie avanzate, il
potere tende a concentrarsi in élite amministrative, tecniche o burocratiche:
non è più una monarchia formale, ma oligarchia funzionale.
La Cina come specchio: il vantaggio della decisione centralizzata
Il caso della Cina viene portato
come esempio estremo. L’autore descrive la Cina contemporanea come una monarchia
di fatto, anche se non di nome: il potere è altamente centralizzato, la
catena decisionale è breve e lo Stato è in grado di mobilitare risorse enormi
in tempi rapidi. La transizione da Mao Zedong a Deng Xiaoping
viene interpretata come il passaggio da una monarchia caotica e ideologica a
una monarchia pragmatica e orientata allo sviluppo.
Il punto non è assolvere i costi umani
di questo sistema, che riconosce come enormi, ma sottolineare che l’efficacia
organizzativa della Cina ha permesso una trasformazione economica
rapidissima, mentre le democrazie occidentali sarebbero bloccate da burocrazia,
conflitti interni e incapacità decisionale. In questa chiave, la competizione
geopolitica attuale viene letta come uno scontro tra strutture di potere,
non tra ideologie.
Se la democrazia moderna funziona
sempre più come un sistema oligarchico mascherato, lento e burocratico, e se le
monarchie (o sistemi equivalenti) risultano più efficienti nel prendere
decisioni e realizzarle, allora – provocatoriamente – l’autore suggerisce che la
monarchia sia almeno più onesta. Non promette partecipazione universale, ma
garantisce chiarezza su dove risiede il potere.
La conclusione implicita non è “dobbiamo tornare alla monarchia” ma che vista la crisi delle democrazie, il problema è strutturale e non morale. Quindi le monarchie, o strutture equivalenti, rendono più chiaro dove risiede il potere, mentre le democrazie moderne possono mascherare le oligarchie dietro procedure burocratiche e complessità, e questo è il nodo del problema. E finché non si affronta il problema di come il potere è realmente organizzato, parlare di democrazia rischia di restare solo una formula legittimante.
La seconda interpretazione è più
lineare e guarda alla continuità storica: per comprendere molte delle
scelte attuali degli Stati Uniti è utile tornare alle modalità con cui il Paese
si è formato e si è progressivamente espanso, spesso attraverso acquisizioni
territoriali e decisioni centralizzate, più che tramite rotture improvvise con
il passato.
Gli Stati Uniti nascono come una
federazione di tredici ex colonie britanniche, unite dall’esperienza della
guerra d’indipendenza ma non ancora da un’identità statale pienamente definita.
Fin dall’inizio, il nuovo Paese non è concepito come uno Stato compatto, bensì
come un progetto aperto, destinato ad allargarsi. La questione centrale diventa
quindi come crescere territorialmente senza riprodurre il modello degli imperi
europei.
Il primo passo è la gestione delle
terre a ovest degli Appalachi, cedute dagli Stati al governo federale. Con
l’Ordinanza del Nord-Ovest del 1787 viene stabilito un principio fondamentale:
i territori non sono colonie permanenti, ma entità transitorie che, una volta
soddisfatti determinati requisiti, entrano nell’Unione come Stati a pieno
titolo e su base di uguaglianza. Questo crea una struttura federale flessibile,
capace di assorbire nuove entità senza gerarchie formali.
Accanto a questo modello “interno”, gli
Stati Uniti iniziano presto a espandersi attraverso accordi e acquisizioni
tra Stati sovrani. L’acquisto della Louisiana dalla Francia nel 1803
raddoppia le dimensioni del Paese e introduce un principio cruciale: la
sovranità territoriale può essere negoziata e comprata. È una decisione presa
dal governo federale in modo fortemente centralizzato, giustificata da ragioni
strategiche e di sicurezza, anche forzando una lettura rigorosa della
Costituzione.
Un caso particolarmente significativo è
quello della Repubblica del Texas. Dopo essersi separato dal Messico nel
1836, il Texas non entra subito negli Stati Uniti, ma è, per quasi dieci anni,
uno Stato indipendente, con un proprio governo, una propria politica
estera con ambasciate ufficiali a Londra e Parigi. Questo dato è
importante perché mostra come l’espansione americana non avvenga semplicemente
inglobando territori deboli, ma anche assorbendo entità politiche già
sovrane, riconosciute a livello internazionale.
L’annessione del Texas nel 1845 è
quindi una scelta politica e strategica, non un esito automatico. Ciò dimostra
che l’Unione funziona come una struttura capace di integrare Stati
preesistenti, negoziando condizioni e tempi d’ingresso. Lo stesso vale, in
forme diverse, per l’espansione verso sud-ovest dopo la guerra con il Messico e
per successive acquisizioni mirate, come il GadsdenPurchase (l’acquisto
dell’Arizona e del New Mexico dal Messico), pensato per esigenze
infrastrutturali, o l’acquisto dell’Alaska dalla Russia nel 1867.
Nel loro insieme, questi passaggi
mostrano che gli Stati Uniti sono democratici soprattutto nel modo in cui
integrano i nuovi Stati, ma molto meno nel modo in cui acquisiscono i
territori. L’ingresso nell’Unione avviene attraverso procedure
rappresentative e paritarie; l’espansione territoriale, invece, è guidata da
decisioni centralizzate, prese da élite politiche sulla base di calcoli
geopolitici, economici e di sicurezza.
Gli Stati Uniti nascono come repubblica
fondata sul consenso, ma crescono come Stato capace di agire in modo fortemente
centralizzato nelle scelte strutturali. È una tensione costitutiva, che aiuta a
capire perché nella storia americana convivano, fin dall’origine, ideali
democratici e pratiche di potere tipiche degli Stati forti.
In un mondo dove
le forme di governo possono cambiare volto, resta essenziale mantenere uno
sguardo critico e consapevole su come il potere viene esercitato, chi lo
detiene davvero e come questo influisce sulle nostre società. È certo che
l’attuale contesto storico sta vivendo un momento difficile, e sembra
necessario un cambiamento importante da parte del campo politico
internazionale, chi più chi meno, se vogliamo vedere una democrazia
interpretata in modo utile e autentica.
LE DUE FACCE DELL’AMERICA
Un impero sfinito tra conti in rosso e rivoluzioni di una sinistra senza méta
di Melissa de Tefféda Washington, DC –
Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica
statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
Il progressivo declino delle Nazioni
Unite non coincide con un singolo atto formale, ma con una sequenza di eventi
che ne hanno progressivamente svuotato l’autorità. Per molti osservatori, il
punto di rottura simbolico può essere individuato nell’invasione russa della
Crimea nel 2014 e, successivamente, nel conflitto nel Donbas: violazioni
evidenti del principio di integrità territoriale che non hanno incontrato una
risposta efficace da parte del sistema di sicurezza collettiva internazionale.
L’incapacità dell’ONU di intervenire in modo vincolante — anche a fronte di una
sostanziale accettazione di fatto da parte delle grandi potenze occidentali —
ha reso manifesto il limite strutturale dell’organizzazione. Questo processo di
delegittimazione si è ulteriormente consolidato oggi con il nuovo decreto
presidenziale di Donald Trump, che sancisce il disimpegno degli Stati Uniti da
numerose agenzie delle Nazioni Unite.
Eppure, l’idea di un ordine
internazionale fondato sulla cooperazione e sulla risoluzione pacifica dei
conflitti affonda le sue radici nel primo dopoguerra. La Società delle Nazioni,
ispirata dal progetto wilsoniano del 1919, nacque dal tentativo di evitare il
ripetersi delle devastazioni della Prima guerra mondiale attraverso la
diplomazia multilaterale. Il suo fallimento, dovuto all’assenza di poteri
coercitivi e alla riluttanza degli Stati a vincolarsi realmente, portò nel 1945
alla nascita delle Nazioni Unite, concepite come un’architettura più solida per
garantire la sicurezza collettiva.
Tuttavia, anche l’ONU si è sviluppata
all’interno del paradigma westfaliano della
sovranità statale: gli Stati restano gli unici detentori del potere ultimo e
l’organizzazione può operare solo sulla base del loro consenso. In assenza di
una reale delega di sovranità, l’ONU ha progressivamente mostrato la propria
incapacità di agire come autorità super partes proprio nei momenti in
cui sarebbe stata chiamata a farlo. È in questa contraddizione strutturale —
tra l’ambizione di prevenire la guerra e l’impossibilità di imporre decisioni
vincolanti agli Stati — che risiede il suo fallimento operativo. Non è mai esistita
una reale delega della sovranità statale.
Quindi la notizia di questi giorni secondo cui Donald Trump ha deciso di ritirare la partecipazione degli Stati Uniti da 66 agenzie delle Nazioni Unite non rappresenta una sorpresa. Essa si inserisce in una linea di critica ormai consolidata nei confronti delle organizzazioni internazionali che, nate come strumenti pragmatici di cooperazione tra Stati per garantire pace, stabilità e coordinamento, si sono progressivamente evolute in strutture di governance globale sempre più complesse, tecnocratiche e autoreferenziali. Secondo questa prospettiva, molte di esse tendono ad allontanarsi dagli interessi e dalle priorità democraticamente definite a livello nazionale, promuovendo invece agende normative e valoriali spesso percepite come ideologicamente orientate e scarsamente negoziabili.
Tali dinamiche sono lette come il risultato dell’influenza crescente di élite transnazionali, reti di esperti e attori non eletti che, pur operando in nome di beni pubblici globali, finiscono per ridurre gli spazi di autodeterminazione degli Stati. In questo contesto, la decisione americana di non continuare a investire risorse, capitale diplomatico e legittimazione politica in istituzioni ritenute inefficaci o in conflitto con i propri interessi appare coerente. A rafforzare tale posizione contribuiscono scandali che hanno minato la credibilità dell’ONU e delle sue agenzie, come quello che ha coinvolto l’Organizzazione Mondiale della Sanità, accusata di aver sottovalutato e gestito in modo opaco le prime fasi dell’epidemia di Covid-19 nonostante la consapevolezza della sua gravità. Episodi di questo tipo alimentano la percezione di un fallimento sistemico più che di singole inefficienze.
La decisione, in linea con la politica di favorire investimenti proficui, potrebbe portare a una revisione dei mandati dell’Onu e chissà a un miglioramento delle sue funzioni. L’assenza dei fondi americani sicuramente obbligherà i vertici a rivedere le proprie politiche e speriamo a rivalutare come meglio spendere i soldi allocati.
Ma se Trump si affatica in creare nuove linee politiche internazionali,
dove capovolge e stravolge il “si è sempre fatto così”, la vera e drammatica
situazione non è fuori dai confini nazionali, bensì all’interno. Le tensioni
sociali, le disuguaglianze economiche, la polarizzazione politica e la
fragilità delle istituzioni democratiche rappresentano oggi una sfida ben più
urgente per gli Stati Uniti rispetto agli equilibri della governance globale.
Ancora una volta il Minnesota è al centro della scena politica interna, un epicentro di tensioni sociali aggravate da una gestione dell’informazione parziale e frammentaria. Il caso della signora Good è divenuto oggetto di particolare attenzione mediatica: mentre i media hanno inizialmente diffuso una versione unidirezionale dell’evento, la successiva apparente presenza di un filmato attribuito a uno degli agenti coinvolti — nel quale, secondo le ricostruzioni circolate successivamente, la donna e la sua compagna verrebbero presentate come attiviste retribuite impegnate a ostacolare le operazioni federali — ha contribuito ad alimentare narrazioni contrapposte ma anche dubbi sull’accuratezza e sulla completezza della cronaca giornalistica.
Questa confusione informativa si innesta su un terreno politico già instabile. La presenza degli agenti ICE nello Stato è strettamente legata a indagini federali finalizzate al contrasto di presunte frodi sistemiche che avrebbero sottratto ingenti risorse pubbliche alla cittadinanza, in un contesto segnato, secondo tali indagini, da carenze nella vigilanza locale. In questo scenario, la reazione del sindaco — che ha indirizzato espressioni dal linguaggio particolarmente aspro alle autorità federali — è stata interpretata da parte di diversi commentatori come problematica sotto il profilo del decoro e dei rapporti di collaborazione tra enti. Tale retorica è inoltre un possibile fattore di polarizzazione, con il rischio di legittimare movimenti di piazza in aperto contrasto con le forze dell’ordine. Ad oggi, il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha ordinato alla Guardia Nazionale di mettersi in stato di allerta e pronta a intervenire per supportare le forze dell’ordine locali nelle proteste e per proteggere infrastrutture critiche dopo la sparatoria dell’agente dell’ICE.
A conferma
del clima di forte contrapposizione, si aggiunge la notizia di un hotel in
franchising della catena Hilton che ha declinato le prenotazioni degli agenti
ICE. Dopo l’eco mediatica iniziale, la sede centrale Hilton è intervenuta
pubblicamente porgendo le proprie scuse e ritirando il marchio da quella
struttura.
In questo clima di radicalizzazione emerge un aspetto raramente discusso: la professionalizzazione dell’attivismo. L’emergere di ipotesi secondo cui figure come la Good e la sua compagna svolgessero attività come “ICE tracker”, secondo quanto emerso dalle ricostruzioni successive, solleva interrogativi sulla natura di alcune mobilitazioni, spesso presentate come spontanee e popolari, ma ricondotte da alcuni analisti a circuiti organizzati e ideologicamente orientati. In questo quadro, secondo tali interpretazioni, la protesta tende a configurarsi come rappresentazione, mentre la narrazione ideologica finisce per prevalere sull’analisi dei fatti.
Nel tentativo di ammorbidire la situazione che vede molti americani furibondi per questo ladrocinio, sono arrivate delle pallide scuse pubbliche, attraverso i social, di alcuni imam del Minnesota, rivolte agli americani dopo giorni di silenzi e ambiguità. Un gesto che molti hanno percepito come tardivo e insufficiente: too little, too late. In una fase segnata da frodi, violenze e crescente sfiducia verso le istituzioni, le scuse formali non bastano a ricucire una frattura profonda, oltre ovviamente al grave danno economico.
I fenomeni di corruzione e collusione tra politica e gestione illecita dei fondi dei contribuenti non sono circoscritti a un singolo Stato, ma si estendono a diverse realtà degli Stati Uniti, dall’Ohio al Maine, dal Massachusetts all’Arizona. Tuttavia, per dimensione e impatto economico, la situazione più grave sembra essere quella della California. Qui l’intreccio tra grandi programmi pubblici, apparati amministrativi complessi e una supervisione spesso inefficace ha favorito nel tempo sprechi sistemici, frodi diffuse e un utilizzo distorto delle risorse fiscali, con conseguenze dirette sulla qualità dei servizi, sugli investimenti pubblici e sul carico fiscale che grava sui cittadini. La gravità del caso californiano non risiede solo nella presenza di illeciti, ma nella loro scala, che rende il problema strutturale e non episodico.
A confermare che il problema non
è solo contabile ma di fiducia sistemica, arriva la reazione del capitale
privato. Dopo Tesla, anche ambienti direttamente riconducibili a Google hanno
ridotto la propria esposizione in California. Secondo documenti pubblici e
ricostruzioni giornalistiche, Larry Page, co-fondatore di Google, ha trasferito
fuori dallo Stato diverse entità societarie legate ai propri asset, rendendo
nota la decisione solo dopo che i trasferimenti erano già avvenuti, nel
contesto del dibattito sulla possibile introduzione di una tassa una tantum del
5% sui patrimoni superiori al miliardo di dollari. La scelta non è stata
preceduta da annunci politici o negoziazioni pubbliche, ma comunicata ex post,
come atto di tutela preventiva rispetto a una governance percepita come
fiscalmente imprevedibile.
Ecco che l’amministrazione Trump decide di avviare una verifica federale rafforzata (“audit”) sulla gestione dei fondi pubblici da parte dello Stato della California, con particolare attenzione ai programmi sociali e assistenziali finanziati con risorse federali. Nei primi giorni di gennaio, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) ha annunciato il congelamento di miliardi di dollari di fondi federali, chiedendo allo Stato di fornire documentazione dettagliata sui beneficiari e sull’uso delle risorse, a fronte di rischi concreti di frode e di uso improprio. Il presidente Trump ha dichiarato pubblicamente che “l’indagine per frode è iniziata”, collegando l’intervento federale ai ripetuti scandali emersi negli ultimi anni nella gestione di programmi per l’assistenza sociale, i senza tetto e l’assistenza sociale (welfare). La California ha respinto le accuse, definendo la misura politicamente motivata, ma l’amministrazione federale ha ribadito che l’obiettivo è garantire che i soldi dei contribuenti vengano spesi in modo legale, tracciabile ed efficace, soprattutto alla luce dei precedenti audit federali e delle indagini penali già in corso su frodi multimilionarie.
Nonostante la California venga spesso presentata come un colosso economico globale, con un PIL nominale che ha superato i 4.000 miliardi di dollari durante la governance di Gavin Newsom, la forza dell’economia non si è tradotta automaticamente in solidità dei conti pubblici. È vero che lo Stato ha visto una crescita significativa del PIL rispetto agli anni precedenti, anche grazie al peso dei settori tecnologico, finanziario e dell’intrattenimento, ma questa crescita è stata in larga parte nominale, non sempre accompagnata da un ampliamento strutturale della base fiscale né da una distribuzione equilibrata dei benefici economici. In altre parole, la California è più ricca sulla carta, ma non necessariamente più sostenibile dal punto di vista della finanza pubblica. Infatti, i conti dello Stato sono tornati in rosso. Dopo aver ereditato un consistente surplus di bilancio all’inizio del suo mandato, l’amministrazione Newsom ha progressivamente ampliato la spesa pubblica, facendo leva anche su entrate straordinarie e fondi federali legati alla pandemia. Con l’esaurirsi di queste risorse, sono emersi deficit strutturali rilevanti, stimati in decine di miliardi di dollari nei prossimi esercizi fiscali. Questo scollamento tra un PIL in crescita e un bilancio statale in deficit evidenzia una fragilità di fondo: una governance che ha privilegiato l’espansione dei programmi e delle promesse politiche senza garantire un equilibrio duraturo tra entrate e uscite, scaricando il costo finale sui contribuenti e riducendo il margine per investimenti pubblici realmente produttivi.
Tanto per citare uno dei casi di frode, lo scorso ottobre sono stati arrestati due uomini di Los Angeles, costruttori, accusati di aver ottenuto in modo fraudolento milioni di dollari di fondi pubblici destinati alla costruzione di case a basso costo e che invece sono stati usati a uso personale per comprare beni di lusso o per riciclare denaro sporco e acquistare beni immobili sempre ad uso personale o come investimento. Il procuratore federale ha definito questi casi solo “la punta dell’iceberg” di un problema più ampio di denaro pubblico sprecato, mal gestito o sottratto indebitamente, con ricadute dirette sui contribuenti e sui servizi che quei fondi dovevano sostenere.
È proprio su
temi come la gestione delle risorse pubbliche, la responsabilità delle
istituzioni e la tutela dei contribuenti che il confronto politico tende ad
intensificarsi in prossimità delle elezioni di metà mandato. In questo
contesto, numerosi commentatori, giornalisti e
opinion leader di primo piano si interrogano sul perché Donald Trump sembri
concentrare la propria attenzione prevalentemente sulla politica estera,
anziché affrontare con maggiore decisione le serie criticità interne,
considerate da molti particolarmente urgenti.
Le midterm elections, che si terranno martedì 3 novembre, avranno ripercussioni politiche di enorme rilevanza. Si tratta delle elezioni di metà mandato che si svolgono due anni dopo le presidenziali e che servono a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Pur non eleggendo il presidente, sono decisive perché determinano chi controlla il Congresso, l’organo che approva le leggi, il bilancio federale, i finanziamenti agli Stati e che può avviare, rafforzare o bloccare indagini e audit. Oggi la maggioranza repubblicana alla Camera è estremamente risicata, il che significa che pochi seggi guadagnati o persi possono ribaltare completamente gli equilibri di potere a Washington.
Per Trump, questo voto è cruciale. Una Camera a maggioranza favorevole gli consentirebbe di portare avanti la propria agenda, rafforzare audit e controlli federali, condizionare la spesa pubblica e utilizzare il Congresso come leva politica nei confronti degli Stati ostili, come la California. Al contrario, una Camera controllata dall’opposizione potrebbe bloccare fondi, rallentare le riforme e trasformare il Congresso in un’arena di scontro permanente, fatta di audizioni, indagini politiche e conflitti istituzionali continui. Le midterm non sono quindi un voto “secondario”, ma un vero referendum sulla capacità del presidente di governare negli ultimi anni del mandato.
Il nodo più delicato riguarda però i Democratici. Pur non essendo allineati a Trump, faticano — o scelgono deliberatamente di non farlo — a costruire un fronte trasversale credibile contro le frodi, soprattutto quando queste coinvolgono programmi sociali, politiche per i senza tetto e assistenza pubblica. La ragione è eminentemente politica: riconoscere frodi sistemiche significherebbe ammettere fallimenti di governance nei propri Stati, incrinare la narrazione morale che sostiene molte politiche progressiste e rischiare di perdere il sostegno di parti dell’elettorato e delle reti associative che beneficiano di quei fondi. Ne consegue che la battaglia contro gli sprechi e l’uso improprio del denaro pubblico resta, in larga misura, una bandiera repubblicana, mentre il dibattito interno ai Democratici tende a concentrarsi su temi come l’identità di genere, il cambiamento climatico e un approccio prevalentemente ideologico all’immigrazione, spesso privo di un serio confronto sui controlli e sulla sostenibilità. In questo modo vengono lasciati in secondo piano la responsabilità politica e giuridica di chi governa, l’uso dei soldi dei contribuenti e la qualità della spesa pubblica. In definitiva, sarebbe necessario che entrambi i partiti tornassero a lavorare insieme per la res publica, superando le divergenze ideologiche, in un Paese che mostra sempre più le caratteristiche di un sistema fragile e perforato — non diversamente da un gruviera svizzero.
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