La rivolta e la mano invisibile. Chi alimenta il caos nelle piazze europee? Il caso Siher.
di Claudio Bertolotti.
Dal Movimento 17 ottobre alle strategie di influenza di Russia e Iran. La destabilizzazione interna come possibile strumento della competizione geopolitica.
La protesta, la violenza e il sospetto di una regia
esterna
Le piazze
italiane ed europee tornano a essere attraversate da una violenza che sembra
riproporre dinamiche conosciute, ma che oggi assume caratteristiche nuove.
Cambiano i protagonisti, le parole d’ordine e le motivazioni dichiarate ma rimane
la capacità di aggregare gruppi differenti attorno a una comune
contrapposizione con le istituzioni, trasformando il dissenso in mobilitazione
antagonista e, in alcuni casi, in violenza organizzata.
Dalle
manifestazioni pro-palestinesi (pro-pal) alle mobilitazioni dell’antagonismo
radicale, dalle proteste contro le politiche governative alle azioni contro le
forze dell’ordine, emerge un fenomeno che merita di essere osservato oltre la
dimensione dell’ordine pubblico.
L’inchiesta
sul cosiddetto Movimento 17 ottobre, raccontata dalla stampa nazionale il
26 ottobre, offre un nuovo elemento di riflessione in cui la rete riconducibile
a Youssef Siher, i canali digitali di mobilitazione, i messaggi destinati a
orientare i partecipanti e il linguaggio rivoluzionario utilizzato delineano un
modello organizzativo nel quale la piattaforma digitale diventa il luogo di
preparazione dell’azione collettiva.
Il passaggio
è significativo perché vi è un trasferimento dalla propaganda alla
mobilitazione, e dalla mobilitazione alla possibilità di un’azione coordinata,
sebbene sia soprattutto il contesto internazionale a rendere interessante
questa vicenda in quanto le tensioni
sociali europee diventano il terreno fertile per attori stranieri interessati a
indebolire la coesione politica, istituzionale e sociale dell’Occidente. Ed è
qui che il disordine interno incontra la competizione sul piano delle relazioni
internazionali.
La guerra ibrida e il vantaggio di sfruttare le
fragilità altrui
La guerra
ibrida contemporanea si fonda su un principio relativamente semplice, ossia il
perseguimento di effetti strategici attraverso strumenti che consentano di
esercitare pressione sull’avversario senza ricorrere necessariamente al
confronto militare diretto; ed è qui che la disinformazione, la manipolazione
delle percezioni, l’amplificazione delle divisioni sociali, la pressione
economica e il ricorso a intermediari si impongono quali strumenti di una
competizione permanente, spesso condotta al di sotto della soglia del conflitto
armato.
In questa
prospettiva, le società democratiche offrono un terreno particolarmente
favorevole in cui, la libertà di espressione, il pluralismo politico, la
presenza di movimenti antagonisti e la diffusione delle piattaforme digitali
costituiscono elementi strutturali di sistemi aperti: elementi che possono
facilitare operazioni ostili di influenza in cui un attore esterno può
individuare tensioni già presenti, selezionare le narrazioni più divisive,
amplificarle attraverso reti digitali e favorire la radicalizzazione del confronto.
Uno scenario
in cui l’obiettivo sarebbe quello di imporre un clima di instabilità
permanente, costringendo le istituzioni a impiegare risorse crescenti nella
gestione delle crisi interne e contribuendo a indebolire la fiducia dei
cittadini nello Stato. E così facendo, la violenza nelle piazze si imporrebbe
quale strumento di pressione indiretta.
Il modello iraniano: dall’influenza alla violenza per
procura
In due miei
studi dedicati alle capacità di influenza dell’Iran in Europa, pubblicati
rispettivamente sulla rivista scientifica Sicurezza, Terrorismo e Società
nel 2025 e nell’Osservatorio
Strategico del CASD/SSUOS nel
2026, ho affrontato il tema della proiezione dell’influenza iraniana attraverso
reti ideologiche, mediatiche, associative e operative.
Il primo è
quello narrativo, attraverso la diffusione di messaggi capaci di orientare le
percezioni, alimentare contrapposizioni identitarie e mobilitare segmenti della
società.
Il secondo
riguarda la dimensione relazionale, attraverso reti associative, comunitarie e
mediatiche che possono contribuire alla circolazione e alla legittimazione
delle narrazioni promosse da Teheran.
Il terzo livello
è quello operativo, nel quale l’influenza può assumere forme coercitive,
attraverso intermediari locali e organizzazioni criminali.
È proprio
quest’ultima dimensione a meritare particolare attenzione.
Il caso
della rete criminale svedese Foxtrot, associata dalle autorità di sicurezza a
operazioni condotte nell’interesse iraniano, rappresenta un esempio
significativo del ricorso a soggetti criminali locali per realizzare azioni
violente. Il meccanismo è quello del criminal outsourcing, ossia l’esternalizzazione
della violenza in cui una potenza straniera può utilizzare capacità operative
già presenti sul territorio europeo, riducendo i costi organizzativi, limitando
l’esposizione dei propri apparati e aumentando la difficoltà di attribuzione
delle responsabilità.
La negabilità
plausibile diventa così parte integrante della strategia. E il modello
iraniano suggerisce una possibile evoluzione dell’influenza ostile: dalla
costruzione del consenso alla mobilitazione ideologica, fino all’eventuale ricorso
a soggetti capaci di esercitare violenza.
Russia e Iran: interessi convergenti nella
destabilizzazione europea
Il tema
dell’influenza esterna non riguarda soltanto l’Iran. E infatti, l’altro
importante attore internazionale, la Russia, ha sviluppato nel tempo un
articolato sistema di operazioni informative e di influenza orientato a
sfruttare le fratture politiche, sociali e culturali delle società occidentali
in cui la competizione con la NATO, il confronto con l’Unione europea e la
guerra in Ucraina hanno rafforzato l’interesse di Mosca verso ogni dinamica capace
di indebolire la coesione del fronte occidentale.
In questo
quadro, le mobilitazioni antagoniste, le proteste contro i governi e le
campagne di delegittimazione istituzionale possono costituire opportunità da
sfruttare in cui il metodo russo, che privilegia frequentemente la manipolazione
dell’ambiente informativo, opera attraverso la selezione dei contenuti, l’amplificazione
artificiale, la diffusione di narrazioni polarizzanti e l’utilizzo di reti
digitali capaci di raggiungere pubblici differenti.
L’Iran
dispone di strumenti e priorità diversi, ma presenta un interesse convergente
nell’indebolimento della capacità occidentale di esercitare pressione politica,
economica e militare. Il conflitto mediorientale offre un terreno
particolarmente favorevole: la causa palestinese rappresenta un potente fattore
di mobilitazione transnazionale in cui la sua centralità emotiva e politica
consente di aggregare ambienti ideologicamente differenti, dall’attivismo
umanitario all’antagonismo radicale, fino a gruppi che adottano una visione
apertamente rivoluzionaria e antioccidentale.
In questo
scenario, Russia e Iran potrebbero
trovare vantaggioso il medesimo risultato: un’Europa politicamente frammentata,
socialmente polarizzata e impegnata nella gestione di tensioni interne sempre
più frequenti.
Il Movimento 17 ottobre e la nuova organizzazione
digitale della protesta
Il caso del
Movimento 17 ottobre presenta caratteristiche particolarmente interessanti per
comprendere l’evoluzione delle mobilitazioni radicali in cui la rete digitale
diventa il centro dell’organizzazione attraverso i canali di comunicazione che permettono
di diffondere rapidamente messaggi, costruire un’identità collettiva,
individuare obiettivi simbolici e orientare la partecipazione. E la dimensione
virtuale assume così una funzione operativa.
I due
messaggi destinati ai canali del movimento, secondo quanto riportato dalle
inchieste giornalistiche, avrebbero dovuto fornire indicazioni per il concentramento
dei partecipanti, le tecniche, tattiche e procedure per agire e reagire alla repressione
delle forze di polizia, ma la loro mancata diffusione, conseguente
all’intervento investigativo, avrebbe interrotto una fase del processo di
mobilitazione.
È una
dinamica che richiama alcuni elementi delle forme contemporanee di
radicalizzazione e organizzazione attraverso le piattaforme digitali in cui la
velocità di aggregazione, la circolazione di contenuti rivoluzionari e la
possibilità di coordinare iniziative territoriali attraverso strutture
relativamente leggere modificano profondamente il rapporto tra organizzazione e
azione.
Un nuovo, e
ormai consolidato approccio in cui un numero ristretto di soggetti può tentare
di esercitare un’influenza su una platea molto più ampia; una rete digitale che
potrebbe risultare particolarmente permeabile a operazioni esterne di
amplificazione, infiltrazione informativa o sostegno indiretto. E il punto
strategico è proprio questo, ossia il fatto che una rete locale possa trasformarsi in un moltiplicatore di effetti
geopolitici, soprattutto quando le sue parole d’ordine coincidono con gli
interessi di attori ostili.
Dalla piazza al sistema: il rischio della
destabilizzazione permanente
La violenza
politica ha accompagnato la storia europea attraverso fasi differenti.
Le rivolte
popolari, i movimenti rivoluzionari, l’antagonismo radicale e il terrorismo
ideologico hanno spesso rappresentato manifestazioni estreme di fratture
sociali e politiche. Ma la novità contemporanea risiede nella connessione tra
questi fenomeni e un ambiente internazionale caratterizzato da competizione
permanente, strumenti digitali e crescente interdipendenza. Qui, le tensioni
locali possono essere immediatamente proiettate su scala globale e un episodio
di violenza in una città italiana (o europea) può diventare materiale
propagandistico per reti transnazionali, alimentare campagne informative e
contribuire alla costruzione di una narrazione più ampia contro le istituzioni
occidentali.
La dinamica
può svilupparsi attraverso una sequenza relativamente riconoscibile che
possiamo leggere come strutturata in cinque passi: l’individuazione della frattura
sociale (una crisi
politica, economica, identitaria o internazionale alimenta il malcontento),
primo passo; l’amplificazione narrativa (la tensione viene rappresentata attraverso messaggi polarizzanti
e contenuti emotivamente mobilitanti), secondo passo; l’aggregazione digitale (le
piattaforme favoriscono la costruzione di reti e la circolazione di indicazioni
organizzative), terzo passo; la radicalizzazione della mobilitazione (segmenti più estremi cercano di
orientare la protesta verso forme di contrapposizione violenta), quarto passo e,
quinto passo, lo sfruttamento strategico (attori esterni possono amplificare
gli effetti della crisi, contribuendo alla delegittimazione delle istituzioni e
alla polarizzazione sociale).
Il risultato
è un ambiente nel quale la violenza può produrre conseguenze politiche superiori
alla sua dimensione materiale, anche attraverso episodi circoscritti e locali
ma che possono acquisire un valore simbolico e comunicativo molto elevato. Ed è
precisamente questa sproporzione tra risorse impiegate ed effetti prodotti a
rendere la destabilizzazione interna uno strumento interessante nella
competizione ibrida.
Il sostegno esterno: finanziamenti, reti e capacità
operative
L’esistenza di
un sostegno straniero alle mobilitazioni radicali europee potrebbe manifestarsi
attraverso modalità differenti.
In primo
luogo attraverso attività di finanziamento, diretto o indiretto, di strutture
associative, reti militanti, strumenti di comunicazione e attività logistiche.
A questo elemento si somma il sostegno informativo, attraverso campagne
coordinate di amplificazione, diffusione di contenuti e costruzione di
narrazioni convergenti. E ancora, un ulteriore fattore può trovare concretezza
nella dimensione relazionale, fondata sull’impiego di intermediari,
facilitatori e soggetti capaci di collegare ambienti ideologici differenti. Infine,
vi è la dimensione operativa, quella della manifestazione violenta in cui si
impone il possibile utilizzo di reti criminali o gruppi radicali per realizzare
azioni coercitive.
Il modello
analizzato negli studi sull’influenza iraniana in Europa evidenzia quanto
queste dimensioni possano diventare complementari. Ad esempio, una rete di
propaganda può contribuire alla costruzione di un ambiente favorevole alla
mobilitazione, mentre una struttura relazionale può facilitarne la diffusione
e, ancora, un intermediario può favorire il passaggio verso forme di pressione
più aggressive.
La somma dei
vari effetti si concretizza così in un’efficacia complessiva che è strettamente
connessa alla capacità di utilizzare risorse già disponibili nel contesto
locale, da cui il risultato finale, dato da una forma di competizione asimmetrica
particolarmente vantaggiosa per attori che intendano esercitare pressione
sull’Europa limitando il proprio coinvolgimento visibile.
Quali considerazioni sulla destabilizzazione come arma
geopolitica?
Le violenze
che hanno attraversato e stanno attraversando le piazze italiane ed europee si
inseriscono in un contesto internazionale nel quale la distinzione tra
sicurezza interna e competizione geopolitica appare sempre meno netta. In tale
ampio quadro si inserisce l’inchiesta sul Movimento
17 ottobre, andando a sollevare interrogativi che superano la vicenda
giudiziaria e investono il rapporto tra mobilitazione digitale,
radicalizzazione politica e possibili interferenze straniere.
Le
esperienze europee analizzate nei miei studi sull’influenza iraniana mostrano
come propaganda, reti locali e capacità coercitive possano in questo modo concorrere
alla costruzione di strumenti di pressione indiretta. Sull’altro fronte, quello
russo, le operazioni informative di Mosca evidenziano l’importanza attribuita
allo sfruttamento delle divisioni interne delle democrazie occidentali. E qui,
alla ricerca di un possibile punto di convergenza, possiamo guardare alla
volontà di destabilizzare le democrazie interne in cui gli elementi ostili
possono guardare a un’Europa attraversata da tensioni sociali ricorrenti,
polarizzazione politica e violenza nelle piazze, come a un obiettivo estremamente
vulnerabile, meno coeso e potenzialmente meno capace di esprimere una posizione
internazionale unitaria.
La sfida per
gli apparati di sicurezza e intelligence
consiste quindi nell’individuare le eventuali connessioni tra reti locali e
interessi esterni, ricostruendo flussi finanziari, rapporti organizzativi,
operazioni informative e possibili forme di sostegno operativo.
Il caso
italiano potrebbe rappresentare un importante terreno di approfondimento, ma la
questione è più ampia e riguarda la capacità delle democrazie europee di
riconoscere una minaccia che tende a manifestarsi attraverso fenomeni
apparentemente interni, in cui una rivolta sobillata da lontano si impone come
condotta di una strategia di destabilizzazione da parte di un attore ostile
esterno. E tali attori, sulla base di una strutturata e razionale capacità di alimentare una rivolta senza comparire tra
coloro che la guidano, godono della collaborazione, consapevole o meno, di piccoli
attori locali, marginali e minoritari, che si alimentano – e alimentano essi
stessi – una narrazione offensiva che insiste su temi emotivamente coinvolgenti
e motivanti, dal concetto di “genocidio palestinese perpetrato da Israele”,
alla “resistenza anti-sionista” sino ad arrivare al sostegno alla guerra russa
a danno dell’Ucraina o al gruppo terrorista Hamas.
Pax Silica, la Foundry School e i 1000 dollari del fondo Trump per i bambini americani
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
“PAX SILICA”, IL CLUB ESCLUSIVO DA 250 MILIONI SENZA LA CINA
Washington: “Se non si fosse ancora capito, alla guida degli Stati Uniti c’è Trump e la sua arte del fare business.” È con questo spirito che prende forma la Pax Silica: un’operazione che disegna un capitalismo di Stato senza lo Stato come regolatore. Niente vincoli normativi stringenti, niente architettura antitrust paragonabile a quella su cui l’Europa costruisce la propria politica tecnologica. Il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri guidato da Marco Rubio, si trasforma in una grande agenzia di matchmaking geopolitico e commerciale. Lo Stato non impone paletti, fa da sceriffo e da garante per gli investitori amici.
L’obiettivo dell’iniziativa, affidata
al sottosegretario Jacob Helberg, è semplice: blindare la filiera dell’intelligenza
artificiale, dai minerali critici ai grandi data center. La base è una
dichiarazione politica non vincolante. Il denaro arriva per canali bilaterali.
A marzo l’amministrazione annuncia l’intenzione di destinare, d’intesa con il
Congresso, 250 milioni di dollari di fondi per l’assistenza estera. È una fiche
che serve da esca per attrarre capitali privati e, nelle intenzioni di
Washington, fondi sovrani come quelli del Golfo.
IL
CLUB DEI 24, IL SUD AMERICA E L’ITALIA IN EXTREMIS
Il club ha due livelli: il primo
livello è quello dei firmatari, che sottoscrivono la Pax Silica Declaration. Al
vertice inaugurale del 12 dicembre 2025 firmano Stati Uniti, Giappone, Corea
del Sud, Singapore, Israele, Australia e Regno Unito. Seguono i Paesi Bassi a
dicembre, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a gennaio, l’India a febbraio, la Svezia
a marzo, Finlandia e Filippine ad aprile, la Norvegia a maggio. Il 23 giugno
entrano Unione Europea, Germania e Grecia. Il 26 giugno, al secondo vertice di
Washington, arriva l’America Latina con Argentina, Cile, Costa Rica, El
Salvador e Panama, insieme al Kazakistan. Con questo vertice i firmatari
salgono a 24. L’Italia sale sul treno in corsa a Brindisi il 31 luglio, dopo
che lo scontro tra Meloni e Trump sulla guerra con l’Iran aveva fatto saltare
la firma prevista a Miami.
Il secondo livello, il cerchio esterno, è quello dei partecipanti che siedono al tavolo come osservatori senza firmare: Taiwan, Canada ed Estonia, più l’OCSE come organizzazione. Anche l’Unione Europea parte da qui e poi decide di passare nel primo cerchio. Taiwan no. L’isola che produce i chip più avanzati del mondo resta fuori dal nucleo del club che dovrebbe proteggerli.
Il funzionamento è l’esempio perfetto
del nuovo corso: coordinare pubblico e privato per proteggere infrastrutture e
le filiere delle forniture. Il mercato fa il suo corso, a patto che si muova
nei confini tracciati da Washington. Le commissioni Bilancio di Capitol Hill
sorvegliano i cordoni della borsa. Il messaggio a Pechino resta lo stesso: la
nuova via della seta tecnologica la controlla Washington, con le regole del
libero mercato “corretto” dalla Casa Bianca.
IL
CASO KAZAKISTAN
A giugno il Kazakistan entra nella Pax Silica. Helberg festeggia la prima adesione di un paese dell’Asia centrale: Astana siede su riserve di minerali indispensabili per i chip avanzati. Un mese dopo, a Shanghai, 29 Paesi tra cui Russia, Pakistan e Indonesia fondano la World Artificial Intelligence Cooperation Organization, il blocco rivale voluto da Pechino. Tra i firmatari c’è anche il Kazakistan. È l’unico Paese ad avere i piedi in due scarpe. A Washington scatta l’allarme. Ad agosto Reuters rivela la bozza di una lettera del Dipartimento di Stato ai 35 firmatari dell’AI Opportunity Statement: l’adesione alla Pax Silica, si legge, è incompatibile con la partecipazione a un’iniziativa concorrente. La Cina non viene nominata, le sanzioni nemmeno. Ma il messaggio è chiaro: la Pax Silica non è una tessera da collezionare, è una scelta di campo e il più esposto è un Paese che finora ha giocato su due tavoli senza pagare alcun prezzo.
LA
SOVRANITÀ COME BUSINESS
Per l’amministrazione la Pax Silica è prima di tutto una questione di sovranità. Rubio la presenta come la garanzia che gli Stati Uniti “never depend on other countries for things we need to prosper” (non dipendano mai da altri Paesi per ciò che serve a prosperare). Il Congresso repubblicano segue la stessa linea. Il capogruppo alla Camera, Steve Scalise, descrive l’iniziativa come il lavoro con partner fidati come Giappone, Corea, Taiwan e India per “strengthen those supply chains and reduce our dependence on China” (rafforzare quelle filiere e ridurre la nostra dipendenza dalla Cina).
Il metodo, lo spiega Helberg, dal palco
dell’Hudson Institute. Nessun trattato e nessuna burocrazia comune, ma “joint
ventures at every layer of the supply-chain stack” (joint venture a ogni
livello della filiera). La leggerezza della struttura, per i sostenitori, è un
pregio, non un difetto e leggero non significa senza vincoli. Nella bozza della
lettera ai 35 firmatari dell’AI Opportunity Statement rivelata da Reuters, il
Dipartimento di Stato avverte che firmare la Dichiarazione “is not merely a
membership subscription, but a commitment” (non è una semplice iscrizione,
ma un impegno).
Anche a destra c’è chi chiede più rigore. Per la Foundation for American Innovation, think tank vicino alla destra tecnologica, la Pax Silica deve essere un club selettivo. Dentro solo chi porta capacità reali e taglia i legami con Pechino: niente WAICO, niente debiti con la Cina, niente reti cinesi. L’esempio negativo è il Kazakistan. I membri, inoltre, dovrebbero contribuire al fondo comune e adottare regole condivise sull’AI, a scapito dell’AI Act europeo.
I
CRITICI: D’ACCORDO SUL FINE, NON SUL METODO
Nel dibattito
americano non risultano prese di posizione democratiche contrarie
all’iniziativa. La linea dura sulla Cina in materia di chip e minerali è uno
dei rari terreni di convergenza tra i due partiti. Le critiche riguardano il metodo,
non l’obiettivo. Già a gennaio Politico raccoglie le perplessità di ex
funzionari americani: lo stile imprevedibile e conflittuale di Trump rende la
Pax Silica difficile da vendere ad alleati che vedono Washington come un
fattore di instabilità. L’amministrazione replica indicando l’entusiasmo dei
partner del Golfo e nei mesi successivi le danno in parte ragione, con l’arrivo
di Unione Europea, Germania e mezza America Latina. Taiwan e Canada, però,
restano nel secondo cerchio.
Dal fronte transatlantico il giudizio è più severo. Per il Center for European Policy Analysis l’idea di coordinare gli alleati è solida, ma “the Pax Silica architecture looks shaky” (l’architettura della Pax Silica appare fragile): criteri di adesione poco chiari, impegni vaghi e un’impostazione America First che offre poche garanzie a chi cerca un’alleanza alla pari. L’Atlantic Council resta costruttivo, ma individua 3 vuoti. Mancano incentivi alla raffinazione dei minerali nei Paesi produttori, standard comuni per esportare i prodotti dell’AI e soprattutto una “coordinated human-capital strategy” (strategia coordinata sul capitale umano).
La critica più lucida arriva da Manila. Diwa Guinigundo, ex vicegovernatore della banca centrale filippina, riconosce che la Pax Silica, con 25 firmatari e 35 economie legate alla dichiarazione sull’AI, è ormai parte di una ristrutturazione globale delle filiere e proprio per questo pone condizioni: autonomia strategica, valore aggiunto locale, energia e acqua, diritti delle comunità, trasparenza. Il Paese non deve temere la nuova economia tecnologica, avverte, ma nemmeno entrarci “merely as a provider of land, labor, minerals, electricity and water” (soltanto come fornitore di terra, lavoro, minerali, elettricità e acqua).
LA
FAGLIA DELLE REGOLE: VELOCITÀ CONTRO PRECAUZIONE
La governance dell’IA è ormai una linea di faglia geopolitica. Da un lato, Washington accelera sullo sviluppo e sul controllo dei nodi chiave della filiera (memoria, energia, macchinari); dall’altro, l’Europa punta sulla precauzione e sugli obblighi vincolanti del suo AI Act. Secondo Uri Gabai (RISE-Israel), firmare la Pax Silica significa accettare il passo e le regole imposte dagli Stati Uniti, tanto che la Foundation for American Innovation chiede apertamente di neutralizzare l’AI Act tra i membri del club. Bruxelles, tuttavia, ha siglato l’accordo a giugno solo “con riserva”, inserendo una clausola che ne tutela l’autonomia decisionale interna.
LA
FAGLIA DELLE ALLEANZE: DAI VALORI ALLA LEVA
La seconda frattura ridisegna i rapporti internazionali, spostando il baricentro dai valori condivisi alla leva tecnologica reciproca: l’accesso alle risorse USA si scambia direttamente con chip, minerali e capacità produttiva degli alleati. Se per l’analista Anton Leicht questa mutua dipendenza può rendere l’alleanza persino più solida dei vecchi patti di principio, il rischio è che i partner la percepiscano come un modo per trasferire in America le loro eccellenze industriali.” Inoltre, il perentorio aut-aut del “o dentro o fuori” resta un’arma spuntata: il Kazakistan continua a sedere sia nel club americano sia in quello cinese (WAICO), mentre la lettera ufficiale di Washington per costringerlo a scegliere è ancora sulla scrivania al Dipartimento di Stato.
FOUNDRY
SCHOOL: LA FUCINA DEI QUADRI DELL’INDUSTRIA AMERICANA
A ridosso della Pax Silica e con l’urgenza di ridurre la dipendenza dalle pesanti importazioni internazionali, sostenendo al tempo stesso la base industriale dell’alleanza, nasce la Foundry School. Il sottosegretario Jacob Helberg la annuncia il 25 giugno, al vertice Pax Silica di Washington. Il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio la inaugurano il 3 settembre. È un sistema nazionale di formazione per imprenditori, ingegneri, tecnici e dirigenti industriali, gestito dal Dipartimento di Stato insieme al Dipartimento del Lavoro. Gli ambiti sono manifattura avanzata, semiconduttori, difesa ed energia. L’obiettivo è colmare un fabbisogno stimato in 3,8 milioni di lavoratori specializzati entro il 2033.
La rete conta 8 università americane. Stanford progetta il curriculum e tiene i corsi avanzati. Le sessioni regionali sono affidate ad altri 7 atenei: Arizona State, Georgia Tech, Ohio State, Penn State, Kansas, Vanderbilt e Washington University di St. Louis, che apre con i corsi base dell’autunno. In cattedra salgono fondatori e amministratori delegati americani e dei Paesi chiave della Pax Silica, cioè Giappone, Corea del Sud, Taiwan e India. Il compito è formare i tecnici e i manager che dovranno far funzionare le nuove fabbriche americane. Resta però un punto aperto: Washington lavora con il Congresso per aprire il programma ai tirocinanti dei Paesi partner, ma non ha reso pubblico alcun finanziamento dedicato.
Ha ragione il Presidente del Consiglio,
Giorgia Meloni, quando, all’assemblea di Assolombarda del 12 ottobre, dice che
sulla physical AI, l’intelligenza artificiale che entra nelle macchine e nelle
linee di produzione, “gli algoritmi non bastano, qui servono le macchine”.
Servono sensori, meccatronica e la conoscenza dei processi che si accumula in
decenni di fabbrica. “Ed è esattamente quello che l’Italia ha”. Sui
grandi modelli generalisti la partita si gioca tra Stati Uniti e Cina. Sulla
manifattura intelligente, invece, l’Italia “è tra i principali produttori
mondiali di macchine e automazione industriale”. Meloni la chiama la
“via italiana all’intelligenza artificiale”.
Ed è qui che le due strade si incontrano. L’Italia, per ora, non compare tra i Paesi che portano i propri imprenditori nelle aule della Foundry School. Ma la porta è aperta: da firmataria della Pax Silica, Roma rientra tra le economie che Washington intende coinvolgere. Per l’Italia è una grande opportunità. L’America ha le fabbriche da riempire e i capitali, ma le mancano i tecnici e il sapere dei processi produttivi. Roma ha proprio quello. Entrare nella Foundry School significherebbe portare le imprese italiane della meccatronica e dell’automazione dentro la filiera che l’America sta ricostruendo, da fornitori ad anche docenti.
I
TRUMP ACCOUNTS: 1.000 DOLLARI AI NEONATI
L’ultima
tessera del mosaico è anche la più popolare, e punta a legare il destino delle
prossime generazioni al successo del modello americano. Con i Trump Accounts,
ogni bambino americano nato tra il 1° gennaio 2025 e il 31 dicembre 2028 riceve
un versamento pubblico iniziale di 1.000 dollari. Non è un sussidio ma un conto
d’investimento, legato per legge all’andamento della Borsa americana. I
genitori possono aggiungere fino a 5.000 dollari l’anno, i datori di lavoro
fino a 2.500. Al lancio a luglio, le famiglie iscritte superano i 6 milioni, e
il Tesoro ha già versato i primi 1.000 dollari su oltre 500.000 conti.
Anche qui lo Stato fa da innesco e lascia al capitale privato il lavoro pesante, ridisegnando il welfare in chiave di mercato. Michael e Susan Dell promettono 6,25 miliardi di dollari per accreditare altri 250 dollari ai primi 25 milioni di bambini sotto i 10 anni che vivono in zone a reddito medio e basso, cioè nei codici postali con reddito mediano inferiore a 150.000 dollari. Si aggiunge Micron, colosso dei semiconduttori, con un impegno da 250 milioni. È la chiusura del cerchio trumpiano. La Pax Silica blinda la filiera all’estero, la Foundry School forma i tecnici in patria, i Trump Accounts trasformano i bambini americani in futuri azionisti dell’economia americana.
Il successo dei conti dipende da chi
versa. Per il Council of Economic Advisers, un bambino nato nel 2026 può
arrivare a 303.800 dollari a 18 anni con i contributi massimi. Senza versamenti
aggiuntivi il saldo si ferma a 5.800. Per l’Urban Institute la struttura
favorisce le famiglie benestanti, le uniche in grado di alimentare davvero i
conti. Brookings riporta il giudizio del tesoriere del Connecticut, che
gestisce un programma statale per i bambini poveri: i conti federali “advantage
families who already have the ability to save” (avvantaggiano le famiglie
che già possono risparmiare). Le obiezioni arrivano anche da destra. Sul Washington
Examiner c’è chi sostiene che, con il calo delle nascite, servirebbe un bonus
subito ai genitori, non un conto intoccabile fino ai 18 anni.
CONCLUSIONE
L’ALGORITMO DEL BUSINESS DI TRUMP: IL MONDO
ALLE SUE CONDIZIONI
La Pax Silica, la Foundry School e i Trump Accounts non sono iniziative isolate, ma tessere di uno stesso disegno politico ed economico. Se non si fosse ancora capito, alla guida degli Stati Uniti c’è Trump con la sua “arte di fare business”, una dottrina che oggi tiene insieme il fronte interno e quello internazionale. Non è la geopolitica classica dei trattati e delle burocrazie, ma un ecosistema transazionale in cui Washington fissa le condizioni d’ingresso. Chi vuole partecipare al futuro della filiera tecnologica è spinto ad aderire, per non rischiare di restare tagliato fuori.
Ma spinto non
significa costretto. Taiwan e Canada restano a guardare dal secondo cerchio.
Mezza America Latina sceglie Pechino. Il Kazakistan siede in entrambi i club
senza pagare alcun prezzo, e Bruxelles firma solo dopo aver messo al riparo le
proprie regole. La forza del modello è anche il suo limite: quasi tutto poggia
su impegni volontari. Per l’Italia la lezione è chiara. Il club di Washington
non si subisce, si negozia. E Roma ha qualcosa da mettere sul tavolo: le
macchine, l’automazione e il sapere di fabbrica che l’America oggi deve
ricostruire.
Ascolta il Podcast – Officina Geopolitica di Claudio Bertolotti
La dichiarazione di Trump su una possibile tregua energetica tra Russia e Ucraina? Non la liquiderei come “fuffa”, ma oggi vedo un annuncio politico che precede un accordo ancora da dimostrare. Trump ha proclamato una tregua immediata, mentre Zelensky si è detto in attesa dei dettagli e Mosca non l’ha immediatamente confermata. È una distanza sostanziale tra la comunicazione e la realtà diplomatica.
La mia lettura è che Trump stia cercando di trasformare una pressione economica in una leva negoziale. Vuole contenere il prezzo dei carburanti, anche in vista delle elezioni di metà mandato, e ottenere un risultato spendibile politicamente. Questo interesse può aprire uno spazio di trattativa, ma non dimostra ancora una convergenza sulle condizioni per fermare la guerra.
Il nodo strategico è il contenuto della tregua. La proposta riguarderebbe inizialmente le raffinerie, rinviando la protezione delle reti elettriche. Se fosse così, vedrei un rischio evidente di squilibrio: limitare la capacità ucraina di colpire il sistema petrolifero russo senza garantire contemporaneamente elettricità e riscaldamento alla popolazione ucraina. Una reciprocità formale potrebbe nascondere vantaggi molto diversi per le due parti.
Per questo guardo a tre elementi concreti: quali infrastrutture vengono protette, come si verificano gli attacchi e quali conseguenze affronta chi viola l’intesa. Kiev ha denunciato nuovi attacchi alle proprie infrastrutture energetiche dopo l’annuncio: un elemento che impone prudenza.
Dunque, qualcosa si muove sul piano della pressione diplomatica; sul piano della tregua effettiva, la prova deve ancora arrivare. Se l’intesa sarà reciproca e verificabile, potrà rappresentare un primo passo utile. Fino ad allora, io misurerei il successo di Trump sulle infrastrutture risparmiate e sulla continuità dei servizi essenziali, non sulla forza dell’annuncio.
LA DOTTRINA DONROE
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
IL DOSSIER NASCOSTO DI MOSCA
Il Cremlino generalmente non diffonde
le immagini dei propri incontri riservati. Sabato 5 settembre lo fa. Nel
video Putin ringrazia Donald Trump e dice agli inviati Steve Witkoff e Jared
Kushner che godono della sua piena fiducia(“full trust”).
Il giorno dopo, i due arrivano in treno a Kyiv dalla Polonia e Mosca sospende i
raid sulla capitale per tutta la durata della visita. È la prima visita di emissari Trump nella
capitale ucraina in questo mandato. In 48 ore la diplomazia americana
sull’Ucraina, ferma da 6 mesi, torna a muoversi. L’incontro a Mosca dura 3 ore.
Insieme a Putin ci sono: il consigliere diplomatico Yuri Ushakov e Kirill
Dmitriev, capo del Russian Direct Investment Fund, cioè il fondo sovrano. Dal
lato americano, secondo
la Casa Bianca, partecipano funzionari del National
Security Council, del Dipartimento di Stato e del Tesoro. Axios
riporta un altro dettaglio: a Mosca c’è anche
Gene Lange, responsabile ad interim delle sanzioni, che però non partecipa
all’incontro con Putin. In un negoziato sulla guerra, un gestore di fondi
sovrani e un esperto di sanzioni non sono comparse. Segnalano l’oggetto della
discussione. Ushakov descrive il colloquio come eccezionalmente franco, e
condotto in uno spirito di fiducia (“exceptionally candid and conducted
in a spirit of trust”) .
L’incontro chiude una sequenza precisa.
Il 27 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe vola a Mosca,
incontra i capi dei servizi Naryshkin e Bortnikov e, secondo
Axios, propone un vertice a 3
Trump-Putin-Zelensky. Il 31 agosto, ad Asheville, il Segretario al
Tesoro Scott Bessent invita il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov al
G20. È la sua prima presenza dal 2022. L’8 settembre Trump telefona a
Putin. Secondo il resoconto del Cremlino, Trump lega la fine rapida della
guerra a prospettive “impressive and far-reaching” (impressionanti
e di vasta portata) per la “full restoration of relations” (pieno
ripristino delle relazioni), con grandi benefici (“enormous”) per
il commercio. Quindi riassumendo: intelligence, finanza e diplomazia si muovono
insieme. Questa non è improvvisazione, è un’architettura costruita a tavolino.
LA LEVA
DEL TESORO
Al
Tesoro la ripresa del negoziato si accompagna a una strategia finanziaria.
Bessent la dichiara apertamente: recidere ogni linea economica che tiene in
vita il regime iraniano. Il ragionamento parte da Hormuz. Per anni
l’instabilità nel Golfo ha gonfiato il prezzo del petrolio e ha alimentato un
sistema di pagamenti opachi: banche compiacenti, trust offshore, capitali in
cerca di rendite. Il piano colpisce in due tempi. Prima si chiude il rubinetto
del petrolio iraniano, poi si escludono dal dollaro le banche da cui passano i
flussi residui. La novità è che le banche colpite non sono più solo iraniane o
russe. Sono turche, emiratine, di Hong Kong, e nel mirino entrano anche le
piazze offshore dei Caraibi.
Con
l’Operation Economic Outcast, lanciata il 24 agosto, il Tesoro colpisce i
circuiti del petrolio iraniano e taglia fuori dal dollaro banche in Turchia e
negli Emirati. Il 1° settembre, ad Asheville, Bessent alza il tiro e si rivolge
direttamente all’élite iraniana: sappiamo dove sono i vostri conti nelle Isole
Vergini britanniche (“We know where in the British Virgin Islands your
accounts are”). È la prima volta che Washington nomina apertamente, al
G20, un territorio d’oltremare britannico. Non è però una campagna contro gli
alleati. Il 4 settembre l’Unione europea aderisce formalmente a Economic
Outcast, e Londra vara in parallelo nuove sanzioni contro Teheran. Gli effetti
arrivano comunque anche in Europa: l’OFAC ha colpito la raffineria francese La
Nivernaise de Raffinage, legata al contrabbando di petrolio iraniano (ne ho scritto qui). Quanto a Mosca, Bessent non allenta la
pressione: a Siluanov dice che non ci sarà nessun progresso prima della fine
della guerra (“no progress until the war ends”). Resta un dato: la
dimensione economica del negoziato è reale, e il Cremlino la rivendica.
L’EUROPA PAGA, L’AMERICA
VENDE
L’Europa è ormai il principale finanziatore dell’Ucraina: solo tra maggio e
giugno 2026 versa quasi 11 miliardi di euro attraverso l’Ukraine Support Loan.
Le armi, però, restano in larga parte americane. Nel meccanismo NATO PURL, con
cui gli alleati comprano armamenti per Kyiv, oltre il 90% degli aiuti esce
dagli arsenali statunitensi. Washington cambia così il modello economico del
conflitto: l’Europa finanzia, l’industria americana incassa. È una posizione di
forza, che rende la Casa Bianca poco sensibile alle obiezioni europee.
IL VINCOLO DEL CONGRESSO
C’è poi un dettaglio che quasi nessuno
nota. Il 18 settembre Trump firma il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia
and Iran Act, approvato a larga maggioranza da entrambe le Camere. La legge
consente di revocare le sanzioni in caso di pace, ma dà al Congresso 30 giorni
per bloccare la revoca. La carota economica promessa a Mosca, quindi, non
dipende solo dalla Casa Bianca, ma passa da Capitol Hill, dove il sostegno a
Kyiv resta bipartisan.
IL FRONTE AUSTRALE
Il 3 settembre Javier Milei parla alla nazione a reti unificate e rilancia
la rivendicazione argentina sulle Malvinas, annuncia sanzioni contro le società
impegnate nel giacimento offshore Sea Lion, la britannica Rockhopper e
l’israeliana Navitas, e chiede al Congresso di inasprire la legge che punisce
chi opera nelle acque contese, e infine, rifinanzia per decreto la Base navale
integrata di Ushuaia, Terra del Fuoco, ferma dal 2022.
Il
tempismo non è casuale. Poche ore prima, Trump risponde a un giornalista
durante una conferenza stampa quale sia la sua posizione riguardo alle isole e
dice: rivedo sempre ogni posizione, questa è solo una delle tante (“I
always review every position. That’s just one of many”). A GB News,
in una intervista televisiva, andata in onda sempre il 3 settembre, fa presente
che durante la crisi di Hormuz Londra non c’era ad aiutarmi (“was not
there to help me”).
Già
ad aprile un’e-mail interna del Pentagono, diffusa dalla stampa, proponeva di
rivedere il sostegno americano al Regno Unito per forzarlo ad aumentare la
spesa militare. Formalmente, Washington, rispetto alla Falkland, è neutrale e
riconosce solo l’amministrazione britannica.
Oggi però c’è un attore in più: la Cina. Negli anni dei Kirchner, Buenos
Aires aveva aperto la porta a Pechino per la costruzione di un porto in Terra
del Fuego, la via d’accesso all’Antartide. Quell’azione fu bloccata da
Washington. Adesso Milei, sceglie Washington e la nuova base navale di Ushuaia
nasce come progetto congiunto con gli Stati Uniti, dove, il comandante del
Comando Sud, l’ammiraglio Holsey, ne ha rivendicato apertamente il valore per
l’influenza americana in Antartide (MercoPress). Nel 1982 Washington doveva scegliere tra l’alleato europeo e il vicino
latino-americano, oggi, nel 2026 il vicino latino-americano è anche il presidio
contro la Cina nel Sud Atlantico. Per questo Trump può mettere in discussione
le Falkland: Londra gli serve meno di Buenos Aires.
XI E LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE
A maggio, nella Grande Sala del Popolo,
Xi Jinping accoglie Trump con una domanda: Cina e Stati Uniti possono evitare
la cosiddetta “trappola di Tucidide* e creare un nuovo modello di relazioni tra grandi potenze? (“Can China
and the United States overcome the so-called Thucydides Trap and create a new
paradigm of major-country relations?”). Poi proseguendo nel discorso, inserisce un avvertimento su Taiwan, dove,
i due Paesi potrebbero scontrarsi o persino entrare in conflitto (“could
collide or even come into conflict”).
* La trappola secondo Tucidide “la guerra del Peloponneso
nacque dall’ascesa di Atene e dalla paura che questa suscitò a Sparta. La
“trappola” è il rischio che una potenza emergente e una dominante
finiscano in guerra quasi per inerzia.
Quattro mesi dopo, il 24 settembre,
alla Casa Bianca, la domanda diventa un’affermazione: “The Thucydides
Trap can be overcome” (la trappola di Tucidide può essere superata).
Xi chiede che i due eserciti mantengano un dialogo regolare e migliorino i
meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi (“maintain
regular dialogue and improve mechanisms for crisis communication and
prevention”).
Xi tratta con un’America più forte,
infatti nel discorso alle Nazioni Unite, Trump approfitta per fare un bilancio
dei suoi successi dichiarando in modo diretto come la sua strategia abia
toccato direttamente gli interessi cinesi. In Medio Oriente c’è la pressione su
Teheran e su Hormuz, da cui passa una quota decisiva del petrolio che Pechino
importa. In America Latina c’è lo Shield of the Americas, coalizione
anti-cartelli che Washington presenta anche come argine all’influenza economica
cinese, nell’Artico c’è l’accordo firmato il 22 settembre a New York con
Danimarca e Groenlandia, dove verrà installato il Golden Dome e vieta a
qualsiasi Paese extra-NATO una presenza militare senza il consenso di tutti e 3
i firmatari. Infine sempre pochi giorni prima dell’arrivo di Xi, Trump firma la
legge che autorizza dazi fino al 100% sui maggiori acquirenti di energia russa
– la Cina assorbe circa la metà del
greggio russo.
In questo contesto, Xi Jinping cambia
tono, ma questo non equivale a una resa geopolitica, poiché Pechino persegue un
preciso interesse strategico alla stabilità bilaterale. Già a maggio, le
analisi del Carnegie Endowment for International Peace descrivevano due
leader convergenti sulla necessità di garantire almeno tre anni di tregua nei
rapporti sino-americani. L’apertura del leader cinese sulla trappola di
Tucidide resta tuttavia vincolata a una condizione esplicita: il fermo
contrasto di Washington a qualsiasi spinta indipendentista da parte di Taiwan.
Al di là della retorica diplomatica, i risultati concreti del vertice
bilaterale si mantengono ridotti e settoriali: una proroga tecnica di soli due
mesi alla tregua sui dazi doganali; l’apertura di un canale formale di dialogo
strutturato sull’intelligenza artificiale; l’istituzione di un nuovo
“Board of Trade ” bilaterale per la gestione delle controversie commerciali.
L’esito dei colloqui viene sintetizzato
da Edgard Kagan del Center for Strategic and International Studies
(CSIS) come un impianto “molto simbolico, ma poco sostanziale”.
Una debolezza strutturale che emerge con chiarezza sul dossier ucraino, sul
quale entrambe le delegazioni hanno evitato di formulare impegni concreti.
CONCLUSIONI: LA CAROTA E IL CONTO
A Mosca, a Buenos Aires e a Pechino Trump usa lo stesso metodo: trasforma
ogni dossier in una leva. A Putin offre il ritorno negli affari in cambio della
pace. A Londra fa capire che anche le Falkland sono “one of many”
posizioni da rivedere. A Xi arriva con una legge che autorizza dazi fino al
100% sui compratori di petrolio russo. Tre dossier, stessa grammatica: con
Trump nessuna alleanza è scontata.
Il metodo produce movimento, ma non ancora risultati. Mosca incassa
legittimazione e non cede sul Donbas. Le Falkland restano britanniche, e
l’email del Pentagono resta una minaccia sulla spesa militare del Regno Unito,
non una scelta di campo. Xi dichiara superabile la trappola di Tucidide, ma a
una condizione, Taiwan, e il vertice produce più simboli che accordi. La carota
americana è credibile. Il conto, però, finora non l’ha pagato nessuno.
L’unico attore che non usa leve è l’Europa: finanzia Kyiv ma non siede al
tavolo con Mosca, compra armi americane ma non decide come impiegarle e nel Sud
Atlantico guarda uno dei suoi membri storici perdere il sostegno automatico di
Washington. Si lamenta del ritorno della Russia al G20, ma chiede che la foto
di gruppo sia senza Siluanov. Un gesto, non una strategia.
Washington tratta con Mosca, sfida Pechino e rinegozia persino con Londra.
Se il nuovo ordine prende forma, Bruxelles lo troverà già scritto. Il rischio
per l’Europa non è una pace ingiusta. È un mondo ridisegnato senza di lei.
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
WASHINGTON – Gli Stati
Uniti si preparano a sferrare un colpo durissimo al trasporto aereo di Teheran.
Il Segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha annunciato lunedì ai
microfoni della CNBC che tutte le compagnie aeree iraniane saranno
bloccate in tutto il mondo a partire da mercoledì 23 settembre.
La mossa di
Washington punta a isolare completamente i vettori della Repubblica Islamica
sfruttando il meccanismo delle sanzioni secondarie, che colpiranno direttamente
qualsiasi entità internazionale offra loro supporto tecnico o commerciale
all’estero.
L’avvertimento del capo del Tesoro
statunitense è perentorio: «Se atterrano, non potete dar loro carburante,
non potete fornire servizi di atterraggio, non potete vendere biglietti, o
sarete espulsi dal sistema del dollaro».
Il braccio di ferro di “Operation
Economic Outcast”
Il nuovo provvedimento non è isolato,
ma va a innestarsi sul massiccio pacchetto di designazioni contro il settore
dell’aviazione iraniana già varato all’inizio del mese nell’ambito della più
ampia strategia di pressione economica denominata “Operation Economic
Outcast”. L’obiettivo della Casa Bianca resta quello di azzerare i
canali finanziari e logistici a disposizione del regime.
L’ASSE WASHINGTON-PECHINO E IL FATTORE
TRUMP-XI
A rendere lo scenario ancora più
rilevante sotto il profilo geopolitico sono le dichiarazioni di Bessent in
merito al ruolo della Cina. Il Segretario ha riferito che i funzionari di
Pechino si sono mostrati «molto coinvolti» nella campagna di pressione
commerciale.
L’apertura segue un delicato faccia a
faccia avvenuto la sera precedente tra Bessent e il vicepremier cinese He
Lifeng. Si tratta di un dettaglio diplomatico cruciale e di forte peso
politico, che giunge proprio alla vigilia dell’attesissimo incontro bilaterale
tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping giovedì.
IL
“D-DAY ECONOMICO” DI WASHINGTON E IL FATTORE GREGGIO
La cornice in cui si inserisce
quest’ennesima sanzione sui cieli è “Operation Economic Outcast”, la
maxioperazione lanciata lo scorso 24 agosto. Non si tratta di un provvedimento
isolato, ma dell’ultimo tassello di quella che lo stesso Bessent ha definito
senza giri di parole un «D-Day economico». L’obiettivo della Casa Bianca
è chirurgico: prosciugare ogni singola riserva valutaria residua del regime di
Teheran, stringendo il cappio attorno al petrolio, al sistema bancario e, da
ultimo, al trasporto aereo.
La forza d’urto
del piano risiede interamente nella logica delle sanzioni secondarie.
Washington non ha bisogno di colpire direttamente il territorio iraniano: le
basta minacciare l’immediata estromissione dal sistema finanziario globale in
dollari di chiunque, in qualunque angolo del pianeta, continui a fare affari
con la Repubblica Islamica.
LA
DIPLOMAZIA DEL PETROLIO: IL PRESSING SU PECHINO
È su questo terreno che la partita
incrocia inevitabilmente la Cina. Prima del conflitto, oltre il 95% del greggio
esportato da Teheran prendeva la rotta dei mercati cinesi. Perfino nel 2025, in
piena escalation sanzionatoria, la quota è rimasta stabilmente sopra l’80%, assorbita
in gran parte dalle raffinerie indipendenti dello Shandong – le cosiddette “teapot”
– attraverso transazioni a forte sconto e il supporto logistico della
“flotta ombra”.
Consapevole di
questo canale sotterraneo, Washington ha deciso di affiancare alla forza delle
sanzioni una fitta rete diplomatica. Il bilaterale tra Bessent e il vicepremier
He Lifeng, unito all’attesissima visita di Xi Jinping negli Stati Uniti nelle
prossime settimane – la prima di un leader cinese in oltre un decennio –, offre
alla Casa Bianca una leva politica senza precedenti.
I segnali di
allentamento delle tensioni tra le due superpotenze sono tangibili: non a caso,
il Presidente Donald Trump ha recentemente congelato una vendita di armi a
Taiwan da 14 miliardi di dollari in seguito alle proteste di Pechino. Una mossa
che conferma come sul tavolo negoziale ci siano contropartite commerciali molto
più ampie del solo dossier mediorientale.
IL
NODO IRRISOLTO DELLO SHANDONG: LO SCUDO NORMATIVO CINESE
Tuttavia, dietro l’ottimismo di
facciata mostrato da Bessent, resta un profondo punto di attrito che rischia di
far fallire l’enforcement americano. Lo scorso maggio, il Ministero del
Commercio cinese ha varato un ordine esecutivo che vieta esplicitamente alle
proprie aziende di riconoscere o rispettare le sanzioni dell’OFAC (l’ufficio
del Tesoro USA per il controllo dei beni stranieri) contro cinque raffinerie teapot.
Rivendicando la propria sovranità
normativa contro quelle che Pechino definisce «sanzioni unilaterali prive di
mandato ONU», la Cina ha già gettato le basi per neutralizzare le restrizioni
statunitensi. È questo il precedente che ridimensiona l’apparente cooperazione
descritta dal Tesoro USA: se da un lato la diplomazia cinese si mostra aperta
al dialogo, dall’altro lo Stato ha già predisposto gli scudi legali per
proteggere i propri interessi energetici ed economici quando lo riterrà
necessario.
L’INCROCIO DEI CALENDARI
Il tempismo di questa mossa è
tutt’altro che casuale. La scadenza tassativa fissata da Bessent per il blocco
globale dei voli iraniani scatta infatti mercoledì 23 settembre, lo stesso
giorno in cui Xi Jinping atterrerà a Washington per la prima visita di
Stato formale di un leader cinese negli Stati Uniti in oltre dieci anni.
Il faccia a faccia cruciale con Donald
Trump è in agenda per giovedì 24. Sul tavolo dei negoziati non ci saranno solo
i tradizionali “tre pilastri” del contenzioso bilaterale – Taiwan,
tecnologia e tariffe – ma anche l’esplicita richiesta americana di un
drastico taglio agli acquisti cinesi di greggio iraniano. Una pressione,
quest’ultima, che il presidente statunitense sta esercitando da settimane
proprio in funzione di questo vertice.
MANHATTAN: L’AGENDA SOMMERSA DI BESSENT
E HE LIFENG
Dietro l’ostentato ottimismo del
Segretario al Tesoro, tuttavia, i segnali emersi dal vertice preparatorio di
domenica a Manhattan tra Bessent e il vicepremier He Lifeng invitano alla
cautela. Secondo le ricostruzioni disponibili, i due alti funzionari hanno
approfondito dossier caldi come le terre rare, l’intelligenza artificiale, i
dazi doganali e la creazione di un meccanismo bilaterale di notifica per
gli incidenti legati alla sicurezza nazionale nell’IA. Sul nodo iraniano, al
contrario, non sarebbe stato siglato alcun impegno specifico.
Questa discrepanza rappresenta il vero
punto interrogativo della vigilia: mentre Washington vincola l’esito del summit
politico alle concessioni su Teheran, l’unico vero incontro tecnico già andato
in porto sembra aver aggirato la questione nel merito. Sullo sfondo continua a
pesare lo scudo normativo eretto da Pechino a maggio, con cui è stato vietato
alle aziende cinesi di piegarsi ai diktat dell’OFAC (Office of Foreign Assets
Control) sulle raffinerie teapot.
IL GRANDE BARATTO GEOPOLITICO: PETROLIO
CONTRO TERRE RARE
Il vertice di giovedì chiarirà se Xi
Jinping sia realmente disposto a sacrificare parte del petrolio iraniano
sull’altare dell’interesse nazionale, magari in cambio di un allentamento delle
restrizioni statunitensi sui semiconduttori di Taiwan o di un’intesa strategica
sulle terre rare. Su questo fronte, Pechino detiene una formidabile leva
negoziale: la sospensione dei controlli cinesi sulle esportazioni di terre
rare scadrà il prossimo 10 novembre. (La Cina controlla oltre il 70%
dell’estrazione e della raffinazione globale delle terre rare).
Nei prossimi giorni sapremo se la
diplomazia del dollaro riuscirà a imporre un compromesso o se la Cina
continuerà, in linea con i precedenti di maggio, a considerare le sanzioni
secondarie americane come un vincolo valido per il resto del mondo, ma non per
sé stessa.
LE IMPLICAZIONI
PER L’EUROPA
Sul fronte
specifico del trasporto aereo, la nuova stretta della Casa Bianca non produrrà
alcun caos operativo immediato nei cieli europei. Il motivo risiede sul fatto
che il terreno è già stato completamente sgombrato fin dall’ottobre del 2024,
quando l’Unione Europea ha vietato l’accesso al proprio spazio aereo a
IranAir, Mahan Air e Saha Airlines, interrompendo di fatto gli ultimi
collegamenti diretti rimasti con la Repubblica Islamica. Aeroporti, società di handling
e fornitori di carburante europei non hanno più, nei propri scali, velivoli
iraniani da assistere.
Per l’Europa,
l’impatto di questa mossa non è dunque logistico, ma squisitamente politico e
normativo. Il provvedimento di Washington consolida un precedente pesantissimo:
l’utilizzo del sistema finanziario del dollaro come un’arma globale per punire
chiunque, in qualsiasi angolo del pianeta, presti assistenza a un’entità
sanzionata. Il messaggio della Casa Bianca è chiaro: chiunque utilizzi il
dollaro per i propri scambi commerciali deve piegarsi alle leggi americane,
pena l’esclusione dai mercati mondiali.
Si tratta dello stesso meccanismo punitivo che nel 2014 colpì il colosso bancario francese BNP Paribas, condannato dagli USA a una maximulta da 8,9 miliardi di dollari e al blocco temporaneo delle transazioni in valuta americana per aver semplicemente autorizzato pagamenti in dollari legati a paesi sotto embargo, tra cui proprio l’Iran. Quella storica sanzione finanziaria oggi si sposta dalle banche alla logistica reale: l’escalation sui cieli dimostra nei fatti la pervasività di un’operazione che fin dal suo debutto ad agosto prende di mira l’intera catena di trasporto e fornitura globale. Il recente caso della raffineria francese La Nivernaise de Raffinage, colpita dai provvedimenti statunitensi a inizio settembre, rappresenta il primo, durissimo segnale che la macchina sanzionatoria americana è già a pieno regime e non intende fare sconti all’industria europea. (Il 24 agosto 2026, nell’ambito dell’Operation Economic Outcast, l’OFAC ha imposto sanzioni secondarie alla raffineria francese La Nivernaise de Raffinage SAS. Secondo il Tesoro statunitense, la società madre Wellbred Trading SA, con sede in Svizzera, è riconducibile al magnate petrolifero Hossein Shamkhani, associato dalle autorità americane a una rete di commercio illecito di petrolio iraniano. Le misure isolano così l’azienda dai mercati e dal sistema bancario internazionale.)
Otto mesi per raccontare l’America: il nuovo visto stagionale per la stampa estera
Dal 15 settembre i corrispondenti esteri sono ammessi negli Stati Uniti per 240 giorni. Il rinnovo dipende da un ufficio con 11,3 milioni di pratiche arretrate.
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Da metà settembre finisce
l’entrata in territorio statunitense senza data di scadenza, nota anche come “duration
of status”. Studenti, ricercatori e giornalisti stranieri potevano
storicamente restare fino alla fine del corso di laurea, del programma di
ricerca o dell’incarico come corrispondente estero. Il Foreign Press Center
(FPC) dello State Department rilascia le tessere da Foreign Correspondent: la
mia ha una validità di 4 anni, ma questi titoli di accreditamento stampa non
regolano in alcun modo la permanenza legale. Per restare oltre gli otto mesi
(240 giorni) fissati al momento dell’ingresso sul territorio, un giornalista
deve ora richiedere una proroga di soggiorno al Department of Homeland Security
e attendere che venga concessa. Non è un automatismo. Questa non rientra fra le
leggi sui flussi migratori permanenti: è una norma tecnica focalizzata
specificatamente sui visti temporanei e, in questo caso, su chi racconta
l’America a chi la guarda da fuori.
IL CALENDARIO
Questa
nuova regola riguarda tre categorie: i visti F degli studenti, i visti J degli
scambi accademici e i visti I dei rappresentanti dei media stranieri. Per i
giornalisti l’ammissione viene legata alla durata dell’incarico e non può
superare i 240 giorni, con il tetto ridotto a 90 per i giornalisti cinesi,
escluse Hong Kong e Macao, ma qui è un do ut des con la Cina.
Fino ad oggi il visto poteva arrivare a cinque anni e comunque il Congresso avrà l’ultima parola essendo uno di quei cambiamenti che cadono sotto la definizione di major rule, quindi soggette a vaglio e il Dipartimento è tenuto a pubblicare un avviso se la revisione dovesse spostare la data o annullare il provvedimento. Finché ciò non accade, il calendario è quello.
IL LIMBO
Qui il provvedimento smette di essere una scelta politica e diventa un problema di numeri. Chi vuole restare oltre il periodo assegnato deve chiedere una proroga, presentarla in tempo utile, il che vorrà dire quasi il giorno dopo essere atterrati, visto che gli uffici preposti hanno 11,3 milioni di pratiche da evadere, e questo provvedimento, ne aggiungerà 414mila l’anno secondo la stima del Dipartimento stesso. Certamente un sistema costruito su queste basi, produce ritardi, e il ritardo produce persone che restano in un limbo, senza sapere se possono restare o meno.
Per il governo si tratta di una misura necessaria a sanare una falla nel
sistema, ripristinando verifiche regolari su chi risiede nel Paese anche a
costo di sovraccaricare gli uffici immigrazione. La regola non riduce i diritti di nessuno:
introduce una scadenza e una verifica, come avviene per quasi tutte le altre
categorie di visto. Chi lavora davvero, e lavora per quello che ha dichiarato,
ottiene il rinnovo.
LE PROTESTE
Il
Reporters Committee for Freedom of the Press sostiene che una modifica
apparentemente tecnica sulla durata dei visti abbia conseguenze profonde sulla
libertà di stampa. L’obiezione riguarda chi decide il
rinnovo. Chi si oppone teme che un corrispondente critico verso
l’amministrazione possa trovarsi la proroga negata, e che nessuno sia in grado
di dimostrarlo.
Quando la norma era ancora allo stadio di proposta, il senatore democratico
dell’Oregon Ron Wyden scrisse al Dipartimento chiedendone il ritiro. Il
provvedimento, secondo lui, avrebbe soffocato il giornalismo di merito,
raffreddato la libertà di stampa, ridotto l’influenza americana nel mondo e
sprecato risorse pubbliche in procedure inutili, con il rischio concreto di
provocare ritorsioni contro i giornalisti americani che lavorano all’estero.
Nella lettera osservava anche che il vecchio sistema consentiva ai
corrispondenti di costruire una conoscenza profonda del paese, e che 240 giorni
non bastano per un’inchiesta su una vicenda complessa o in evoluzione.
UN MILIONE IN MENO
La norma non riguarda solo qualche migliaio di corrispondenti, colpisce
anche gli studenti stranieri, che nell’anno accademico 2024-25 erano oltre 1,1
milioni e hanno prodotto 42,9 miliardi di dollari e 356mila posti di lavoro. Il
calo è già cominciato: nell’autunno 2025 le nuove iscrizioni erano scese del 17
per cento. L’11 agosto NAFSA – National Association of Foreign Student Advisers
– ha proiettato per quest’ autunno fino a 111mila studenti in meno, pari a $3,4 miliardi e quasi 40.000 posti di
lavoro a rischio. Il 63% degli 585 atenei interpellati si aspetta un forte calo.
Il giorno stesso della pubblicazione della nuova norma, gli atenei si sono mossi. Ad esempio, l’ufficio internazionale di Harvard ha diffuso un avviso ai propri studenti e ricercatori stranieri pregandoli di trovarsi fisicamente negli Stati Uniti prima del 15 settembre: chi è sul territorio quando la norma entra in vigore conserva lo status fino alla fine del programma, chi esce e rientra dopo riceve un modulo I-94 con una data di scadenza. Ma Harvard è andata oltre, infatti già l’anno scorso vista la presa di posizione della Casa Bianca, quando l’amministrazione Trump tentò di impedire a Harvard di immatricolare studenti stranieri, la Business School si è data da fare e ha iniziato ad esplorare alternative, facendo accordi con altri istituti affinché questi ultimi ospitassero i suoi alunni ricevendo comunque il diploma di Harvard. Questi erano: la Nova School of Business and Economics di Lisbona, l’IMD di Losanna, la London Business School e l’Università di Toronto. Harvard comunque attraverso Mariano-Florentino Cuéllar, membro dell’organo di governo dell’ateneo e presidente del Carnegie Endowment, dice che l’ateneo sta esplorando l’apertura di sedi all’estero.
Ma gli atenei, pur di non vedere i loro ingenti profitti ridursi drasticamente, in coalizione con associazioni accademiche hanno depositato il 18 agosto un ricorso contro il Dipartimento davanti alla corte federale del Massachusetts. Nel 2025 questa scelta aveva dato i suoi frutti e i giudici bloccarono il divieto di immatricolazione e Harvard chiuse l’anno con la quota più alta di studenti stranieri dal 2002. Ma l’anno scorso si trattava di una proclamazione presidenziale, mentre questo è un regolamento adottato con procedura ordinaria, e per sospenderlo è tutta un’altra storia, assai complessa.
In sostanza gli studenti sono più fortunati, hanno rettori, associazioni,
cifre economiche e un ricorso attivo, i corrispondenti hanno solamente una
lettera dell’editore.
UN BOOMERANG
I visti non viaggiano su principi astratti, ma su regole, e le regole hanno
la forma di una tabella. Si chiama Reciprocity and Civil Documents by
Country, la pubblica il Dipartimento di Stato, e per ogni paese e ogni
categoria di visto fissa tre numeri: costo, ingressi consentiti, mesi di
validità. Sono numeri specchio, calibrati su quello che ciascun governo concede
ai cittadini americani. Per decenni Washington ha negoziato a favore dei propri
corrispondenti sfruttando un’asimmetria: gli Stati Uniti trattavano i
giornalisti stranieri meglio di quanto molti paesi trattassero gli americani, e
da lì partiva la richiesta di adeguamento. Quell’asimmetria era una carta di
scambio che ora non c’è più. In questo
scambio di “do ut des”, per esempio, Washington aveva limitato il personale
delle testate statali cinesi negli Stati Uniti, Pechino quindi, revocò le
credenziali ai corrispondenti di New York Times, Wall Street Journal e
Washington Post, e Washington rispose riducendo a novanta giorni i visti dei
giornalisti cinesi. Quella misura di rappresaglia diventa ora regola generale.
E quando un governo straniero deciderà di ridurre il permesso di un
corrispondente americano a pochi mesi rinnovabili, Washington non avrà più molto
da obiettare, perché si sentirà rispondere che è la stessa durata che concede.
Infine, dal primo luglio, è stata introdotta una sorta di “corsia preferenziale a pagamento”: $750 aggiuntivi per fissare un colloquio entro dieci giorni. Una tassa che compra una data, ma non il lasciapassare, poiché l’istruttoria non viene accorciata, ma segue il suo normale iter. A coronare questa linea dura, il 6 agosto un ordine esecutivo ha formalizzato la caccia al “turismo delle nascite”, blindando i visti temporanei per evitare che vengano usati al solo scopo di partorire sul suolo americano. Messi tutti in fila, questi atti, delineano una chiara traiettoria: l’accesso agli Stati Uniti è temporaneo, rinnovabile su domanda e, in parte, acquistabile. Non è più una condizione: è una concessione.
CHI RACCONTA L’AMERICA
Per il lettore la questione non è la sorte di qualche centinaio di
giornalisti. La norma non tocca quello che un corrispondente può scrivere, ma
per quanto tempo può restare — e la permanenza è l’unica cosa che distingue un
corrispondente da un inviato. Le conferenze stampa sono pubbliche e accessibili a
tutti. Il vero valore sta nel retroscena: sapere chi chiamare quando esce un
provvedimento e capire quali annunci di Washington non diventeranno mai realtà.
È un’esperienza che si acquisisce solo restando sul campo, e che nessuna
testata può comprare. Chi lavora con visti di appena otto mesi non farà mai in
tempo a possederla.
Resta un effetto impossibile da misurare. Oggi non esistono casi di corrispondenti stranieri a cui sia stato negato il rinnovo a causa delle proprie opinioni, e non possono esistere: la norma entra in vigore tra pochi giorni. Il timore sollevato da chi si oppone è strutturale, e infatti non porta precedenti. Chi deve rinnovare la propria permanenza ogni otto mesi finisce per dipendere burocraticamente dall’amministrazione che costituisce il suo stesso oggetto di lavoro. Se questo vincolo cambierà il modo di fare informazione, nessuno lo ammetterà e nessuno potrà provarlo: un rifiuto può sempre essere motivato con l’arretrato o con un requisito ritenuto non dimostrato. Gli effetti che non lasciano tracce sono quelli su cui nessun controllo è possibile.
Casse piene, maggioranza nelle Camere, ma tutti appesi a un filo, quello di Trump ovviamente.
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
La scorsa settimana sono stata al comizio di Donald Trump a sostegno di
Darline Graham. Darline è la sorella del celebre senatore Lindsey Graham, morto
improvvisamente per un malore dopo un viaggio in Ucraina. Com’è consuetudine negli
USA quando un seggio si rende vacante, un familiare stretto viene designato per
completare il mandato: in questo caso la sorella ne ha preso il posto per i
cinque mesi rimanenti, con il pieno appoggio dei vertici del partito. Poi ha
deciso di candidarsi davvero, e a novembre ci sarà il suo nome sulla scheda per
i repubblicani.
In questo contesto ho potuto analizzare nuovamente la politica dei
Repubblicani oggi, con i mid-term in arrivo e le presidenziali dietro l’angolo.
Se da un lato abbiamo i Democratici che litigano fra di loro per la nascita di
una seconda corrente molto di sinistra e contraria ai fondamentali americani
(come visto nell’articolo “Tra i due litiganti“), i Repubblicani hanno a loro volta una serie di
problemi non indifferenti.
Sul fronte finanziario non c’è partita: il comitato nazionale repubblicano
(RNC) ha 129 milioni in cassa e zero debiti, mentre quello democratico (DNC) è
ufficialmente in rosso con 16 milioni in cassa e 18 milioni di debiti. Eppure,
il denaro non compra il consenso: a luglio il 43% degli elettori registrati
dichiarava che avrebbe votato un candidato democratico al Congresso, contro il
37% per un repubblicano.
Tuttavia, la decisione di Trump di combattere contemporaneamente su così
tanti fronti — economico, giudiziario, interno e internazionale — sta logorando
la coesione stessa del Partito Repubblicano. Dal punto di vista interno, non
sarà probabilmente possibile veder passare il SAVE America Act: il
provvedimento che introduce l’obbligo di documentare la cittadinanza al momento
dell’iscrizione alle liste elettorali e di esibire un documento con fotografia
per votare alle elezioni federali, ha superato la Camera per 218 voti contro
213, ma è bloccato al Senato per la mancanza dei 60 voti necessari. Il
capogruppo repubblicano John Thune ripete da mesi che quei voti non esistono, e
il suo gruppo si è persino rifiutato di abolire il filibuster come chiesto da
Trump per sbloccarlo.
Questo stallo legislativo costringe il partito a muoversi per decreti e vie
legali, esponendosi alle decisioni della Corte Suprema. Se il 24 agosto la
Corte ha dato via libera alle restrizioni sul voto per posta, lo scorso 29
giugno ha invece inflitto una dura sconfitta a Trump, stabilendo che gli Stati
possono validare le schede spedite entro il giorno del voto anche se arrivano
dopo. A pesare, in quella decisione, non è stata la minoranza liberal ma la
defezione dei giudici Roberts e Barrett: la seconda nominata da Trump stesso.
Il presidente l’ha definita una sconfitta enorme.
Poi ci sono i prezzi. A luglio l’inflazione è al 3,4%, in leggero calo, ma
i salari crescono meno: 3,2%. Tradotto, da quattro mesi gli aumenti di
stipendio spariscono prima di arrivare in tasca, e la benzina costa ancora un
quarto in più rispetto a un anno fa. Ecco perché il messaggio sul carovita non
attecchisce: gli americani non leggono le statistiche, guardano lo scontrino.
Scott Bessent, il segretario al Tesoro, ripete che il carovita l’amministrazione
l’ha ereditato, non creato. Intanto però il debito pubblico ha superato i
40.000 miliardi di dollari, e i soli interessi sono costati 963 miliardi in
dieci mesi: un dollaro ogni sette spesi dal governo federale serve a pagare gli
interessi sul debito, prima di qualunque politica. Alla domanda su come se ne
esca, Bessent risponde che gli Stati Uniti cresceranno abbastanza da rendere
quel debito sostenibile: non ripagandolo, ma facendo crescere l’economia più in
fretta di quanto cresce il debito, così che il peso relativo si riduca da solo.
La frattura più profonda si consuma però sulla politica estera, dove il
Partito Repubblicano si spacca letteralmente in tre.
L’accordo con l’Iran ha infranto la coalizione che portò Trump alla Casa
Bianca. Da una parte si schierano gli isolazionisti del “basta guerre
altrui“, contrari al conflitto fin dal principio. Dall’altra
scalpitano i falchi, che vedono nell’intesa una resa incondizionata: sanzioni
allentate, fondi scongelati, 300 miliardi concessi per la ricostruzione e
sessanta giorni di trattative senza alcuna contropartita. Nel mezzo restano i
fedelissimi, pronti ad approvare ogni decisione presidenziale. La vera novità è
che gli ultimi a muoversi contro Trump sono stati proprio i falchi filo israeliani, ovvero i suoi storici alleati, come
ho già raccontato in La Vittoria di Pirro. Tre anime, quindi,
che sull’unica domanda che conta — quando vale la pena combattere — rispondono
in tre modi opposti.
Sulla difesa, la contraddizione emerge dritta dagli atti del Congresso. La
strategia militare approvata quest’anno stabilisce che la priorità assoluta
dell’America sia la Cina e che il teatro principale resti il Pacifico. Durante
un’audizione alla Camera, la deputata Marilyn Strickland ha domandato a
Elbridge Colby, il sottosegretario autore di quel documento, se la linea fosse
ancora quella: Cina al primo posto, Pacifico prioritario e risorse limitate da
gestire con rigida disciplina. Colby ha risposto di sì per tre volte. Peccato
che la domanda successiva riguardasse le operazioni navali e aeree condotte
contro l’Iran nella settimana precedente. È l’esatta misurazione del vuoto
strategico: una dottrina scritta che punta in una direzione e una flotta reale
che naviga da tutt’altra parte.
Il nodo, tuttavia, non è esclusivamente militare. Come fa notare Rahm
Emanuel — ex capo di gabinetto di Obama, poi sindaco di Chicago e ambasciatore
a Tokyo, che non ha escluso una candidatura democratica alle presidenziali del
2028 — Trump sta sprecando la grande occasione di isolare Pechino. La mossa
corretta sarebbe unire in un solo blocco economico Giappone, Corea, Australia,
Taiwan, Unione Europea e America Latina, anziché colpire indistintamente tutti
con i dazi.
La strategia cinese punta a rendere il mondo dipendente da Pechino e la
Cina indipendente dal mondo. Se Washington blocca le esportazioni di soia,
Pechino si limita a comprarla in Brasile o in Argentina. Se un singolo Paese
alza la voce, viene punito economicamente in isolamento, senza che nessuno lo
difenda. È un gioco che alla Cina riesce facile, finché tratta con un
avversario alla volta. Un grande blocco alleato toglierebbe a Pechino proprio
questo potere: la possibilità di scegliersi la vittima. Inoltre, offrirebbe
all’Occidente il tempo necessario per ricostruire la capacità industriale e tecnologica
persa negli ultimi trent’anni. Emanuel la definisce la strategia di “
isolate the isolator “. I dazi di Trump ottengono l’effetto
opposto: colpiscono gli alleati insieme ai rivali, costringendo ogni singola
nazione a negoziare per conto proprio.
Nel frattempo, la Cina alza il livello dello scontro con le Filippine nel
Mar Cinese Meridionale e attorno alle isole Senkaku, dove conduce
manovre militari congiunte con la Russia senza alcuna reazione visibile da
parte americana. Il Giappone si ritrova così sotto una fortissima pressione
economica, politica e militare. Questo accade proprio mentre Sanae Takaichi,
prima donna alla guida del governo di Tokyo, ha pronunciato ad alta voce ciò
che Washington chiedeva invano da tre decenni: che un attacco a Taiwan
rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza nazionale giapponese. Ma
dopo averlo dichiarato, Pechino si è infuriata e il più cruciale alleato
asiatico degli Stati Uniti è solo.
In questo scenario si inserisce l’Europa nel ruolo del classico vaso di
coccio. Nessuna delle tre correnti politiche americane la considera una
priorità. La dottrina attuale la relega a teatro secondario. C’è chi difende lo
storico impegno statunitense nel Vecchio Continente, ma è ormai in netta
minoranza tra i Repubblicani: Mitch McConnell, che ha guidato il partito al
Senato per vent’anni, ha votato contro la nomina di Colby e ha definito la sua
linea un vero e proprio autolesionismo geostrategico: abbandonare l’Europa e
l’Ucraina per concentrarsi solo sull’Asia non è una mossa astuta sullo
scacchiere, ha avvertito, ma un autolesionismo che rende gli avversari più
arditi e apre crepe fra l’America e i suoi alleati. McConnell, senatore del
Kentucky dal 1985, ha guidato i repubblicani al Senato dal 2007 al 2025.
D’altra parte, sappiamo bene in che acque noi europei stiamo navigando, e
le critiche da oltre oceano su Bruxelles, come troppo burocratica, non ci
vengono risparmiate. L’unico a essere citato con favore è Mario Draghi, il cui
rapporto sulla competitività viene riconosciuto come il tentativo più serio di
mettere a fuoco il problema. L’Europa, sostiene Emanuel, ha partecipato alla
propria asfissia soffocando innovazione e competitività sotto il peso delle
regole. Lui però smonta anche la tesi corrente secondo cui i guai europei
nascerebbero da politiche di sinistra: la cancelliera che dopo Fukushima chiude
le centrali nucleari, rendendo la Germania dipendente dal gas russo, e nel 2015
apre le frontiere, è Angela Merkel, e viene dalla CDU. Oggi l’industria tedesca
perde 10.000 posti di lavoro al mese sotto i colpi della concorrenza cinese,
124.000 nel solo 2025, per metà nell’automotive. Washington, in tutto questo,
invece di offrire sostegno, alimenta le tensioni interne europee.
Ultimo argomento, non certo per importanza: le presidenziali. Il partito ha
un favorito ma non un erede. Trump
indica JD Vance come successore naturale, salvo poi citare anche Marco Rubio
nella stessa frase, e ventilare che si presentino insieme: una benedizione
tenuta volutamente ambigua, perché finché non si pronuncia resta lui il centro
di gravità del partito. Vance ha i vantaggi che contano — è presidente del
comitato finanziario repubblicano, quindi in contatto quotidiano con i grandi
donatori, e ha già dalla sua l’organizzazione giovanile più influente della
destra americana — e ha fatto sapere che del proprio futuro parlerà con il
presidente dopo il voto di novembre.
Ma la successione non è affatto chiusa. Il 21 agosto Ted Cruz ha dichiarato
che i repubblicani non si sono compattati su Vance e ha chiesto un dibattito
per capire quale direzione prendere. In New Hampshire, primo Stato a votare
nelle primarie, il vicepresidente è dato al 36% contro il 26% di Rubio, che
sale. Ken Griffin, tra i maggiori finanziatori del partito, ha fatto sapere che
in una primaria sosterrebbe il segretario di Stato. Infine, c’è l’Iran, il
dossier che nella corsa al 2028 pesa più di tutti: Vance viene dall’ala che le
guerre altrui non le voleva, e sarà costretto a scegliere tra quella base e i
falchi che finanziano le campagne.
Il punto è un altro, e guarda più lontano delle urne di novembre. I
democratici litigano perché hanno due anime e prima o poi dovranno sceglierne
una. I repubblicani gli aspiranti alla successione ce li hanno eccome, ma
nessuno di loro propone una direzione diversa: aspettano tutti che sia Trump a
indicare il nome. Rubio ripete che non correrà contro Vance, e
ha ragione a farlo: da segretario di Stato costruisce un profilo senza
logorarsi, mentre una primaria persa lo brucerebbe. Nel 2028
Trump non potrà ricandidarsi, e quel giorno il partito dovrà decidere da solo
che cosa vuole essere. La domanda di novembre, in fondo, non è chi vince, ma
quale America uscirà da questa presidenza: o quella che manda le portaerei nel
Golfo o quella che aveva promesso di non mandarle più.
Fonti: rendiconti FEC di luglio, RNC e DNC; Bureau of Labor
Statistics, indice dei prezzi al consumo di luglio; Congressional Budget Office
sugli interessi netti; NPR, 29 giugno, sulla sentenza relativa alle schede per
posta; Axios, 24 agosto, sull’ordine esecutivo e, 2 agosto, sul rapporto
Vance-Rubio; CNBC, 19 e 20 agosto, sui riacquisti del Tesoro; Washington Post,
20 agosto; audizione Strickland-Colby, atti della Camera; statement di Colby
alla commissione Forze armate del Senato; The Diplomat e USNI News, 14 agosto,
sul discorso di Manila; Fox News sulle dichiarazioni di McConnell e sul
sondaggio UNH in New Hampshire; The Hill, 21 agosto, su Cruz; All-In, 13
agosto, intervista a Rahm Emanuel; EY su dati Destatis per l’industria tedesca;
Pew Research Center, 23 luglio, sulle intenzioni di voto.
USA: IL NODO DEI DEM. FRA I DUE LITIGANTI FORSE IL TERZO VINCE
Democratici e social-democratici ai ferri corti, ma la borsa è in mano alla vecchia guardia. E i soldi, alla fine, contano sempre.
di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Dall’insediamento di Zohran Mamdani a
New York abbiamo scoperto che in America esiste un filone politico che nessuno
aveva davvero misurato: quello dei millennial e della generazione successiva,
che per la prima volta dal dopoguerra si trovano economicamente peggio dei
propri genitori e hanno cominciato a considerare la politica non come
amministrazione ma come riscatto. Non è un’intuizione da commentatori: è nei
sondaggi ed è nei numeri delle primarie. Il Cato Institute, think tank
libertario e dunque il meno sospettabile di simpatie collettiviste, rileva che
il sessantadue per cento degli americani tra i diciotto e i ventinove anni ha
un’opinione favorevole del socialismo. Una rilevazione di Heartland con
Rasmussen, fotografa la premessa materiale di quel dato: 44% dei giovani
ritiene che il proprio futuro economico sarà peggiore di quello dei genitori,
soltanto 22% crede che sarà migliore, e 3/4 considerano il costo della casa una
vera emergenza nazionale.
In questo quadro l’America si sveglia scoprendo il socialismo. Quella
strega orribile, demonizzata per un secolo, evocata dai tempi di McCarthy come
lo spettro contro cui serrare i ranghi, oggi si presenta vestita di bianco: non
più maledizione da esorcizzare, ma promessa da sposare. E chi la porta
all’altare non è il proletariato di sempre, ma la gioventù laureata delle
grandi città, quella cresciuta aspettandosi il sogno americano e ritrovatasi
senza casa. È una sinistra bianca, urbana e istruita, e proprio qui sta il suo
limite: le rilevazioni del Pew Research Center registrano tra i democratici
afroamericani una diffidenza persistente verso i candidati socialisti. Un
movimento che parla in nome della classe lavoratrice avanza nella parte più
istruita dell’elettorato e arretra in quella storicamente più fedele al
partito. È la contraddizione che i suoi dirigenti non hanno ancora affrontato,
ed è la ragione per cui i moderati sono convinti di poter reggere l’urto.
Novecento
persone a Chicago
A cavallo tra luglio e agosto, mentre
l’Italia si preparava alle ferie, il Democratic Socialists of America si è
riunito a Chicago per tre giorni. Non un congresso deliberativo — quello si
terrà nel 2027 — ma la conferenza nazionale di organizzazione: formazione,
addestramento, sessioni parallele. Novecento partecipanti in tutto, contando il
raduno giovanile in contemporanea. Una cifra minuscola per un movimento che
dichiara oltre centomila iscritti ed è la più grande organizzazione socialista
della storia americana; microscopica rispetto allo spazio che quelle
settantadue ore hanno occupato sui giornali del Paese. Non era previsto neppure
il catering: agli ammessi era stato chiesto di portarsi acqua e cibo da casa e
un test COVID negativo.
Quello che ha lasciato molti sorpresi, e non pochi allibiti, è stato leggere che cosa quelle novecento persone avessero messo per iscritto. Il programma, riscritto alla vigilia e intitolato ‘Workers Deserve More’, chiede l’abolizione dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, la legalizzazione della migrazione e un’amnistia per chi si trova già nel Paese. Chiede la cancellazione del Senato, giudicato antidemocratico perché assegna a ogni Stato la stessa rappresentanza a prescindere dalla popolazione. Chiede un embargo sulle armi verso Israele e la fine del sostegno americano. Chiede una settimana lavorativa di trentadue ore a parità di salario. E in materia di sicurezza pubblica mantiene formulazioni che nella traduzione politica quotidiana significano meno soldi alla polizia e meno carcere. Rispetto alla versione del 2024 il testo ha perso la richiesta di fermare ogni espulsione e guadagnato quella di abolire il Senato: arretra dove la piattaforma diventa un’arma in mano agli avversari, rilancia dove non costa nulla.
I tre giorni traducevano l’agenda in
tecnica. Cinque percorsi paralleli, ciascun partecipante ammesso al massimo a
due. Il primo insegnava a governare da socialisti, cioè a mantenere il
controllo sui propri eletti una volta arrivati nelle istituzioni. Il secondo,
curato dalla commissione sindacale, aveva un obiettivo dichiarato tutt’altro
che retorico — lo sciopero generale — e partiva dal Primo Maggio scorso, quando
oltre centosettanta sezioni locali sono scese in piazza chiedendo tassazione
dei patrimoni, abolizione dell’ICE ed embargo sulle armi. Il terzo era
interamente dedicato alla Palestina e all’attivismo antimperialista. Il quarto,
il più operativo, insegnava a ostacolare l’ICE nei luoghi di lavoro e nei
campus, a costruire reti locali di risposta rapida, a esercitare pressione
sulle aziende che forniscono servizi all’agenzia federale. Il quinto era un corso
per formatori: come si conduce una riunione, come si imposta una conversazione
porta a porta, come si addestra il quadro successivo.
La stampa è stata ammessa col
contagocce: quindici testate accreditate, accesso limitato a dieci sole
sessioni, divieto di interviste a sorpresa ai partecipanti. Un’organizzazione
che sa di essere osservata da chi spera di coglierla in fallo davanti a una
telecamera.
L’assente
Il grande protagonista non c’era.
Mamdani ha disertato Chicago, e non per una banale sovrapposizione di agenda. A
giugno, sette mesi dopo l’insediamento, il movimento che lo aveva portato in
carica lo ha sconfessato pubblicamente. Il motivo: il sindaco aveva appoggiato
un piano per assumere cinquecentottanta nuovi agenti di polizia. La sezione newyorkese
del DSA ha dichiarato che la misura contraddiceva i valori del movimento
operaio e socialista che lo aveva eletto e gli ha chiesto di ritirarla. Mamdani
ha fatto marcia indietro.
Cinquantamila volontari e un milione e seicentomila porte bussate lo
avevano portato al Municipio, con quasi l’ottanta per cento degli under trenta.
Poi si è insediato, e i suoi lo hanno condannato non per aver tradito il
socialismo, ma per aver governato.
Nella sala accanto l’ala studentesca votava l’ipotesi
opposta: un candidato presidenziale socialista nel 2028 e un partito
indipendente dai democratici. Deliberazioni senza peso — i giovani non
controllano il comitato nazionale — ma con un nome preciso, coniato dai
fondatori del movimento: dirty break, servirsi dell’infrastruttura
democratica finché conviene, poi abbandonarla.
Nel frattempo, a New York, mentre Mamdani rilancia la tassa sui pied-à-terre che dovrebbe colpire i proprietari di seconde case di lusso e alimentare casse comunali risanate da poco grazie a un intervento del governatore dello Stato — pagato con i soldi dei contribuenti di tutto lo Stato — la Camera di Commercio della Florida gli dedica un cartellone a Times Square. Lo ringrazia sarcasticamente e gli assegna il premio di Economic Developer of the Year, promotore dello sviluppo economico dell’anno, per aver spinto aziende, posti di lavoro, residenti abbienti e acquirenti di immobili a trasferirsi altrove. È satira, certo, ma è satira che seppur comprata a peso d’oro nel punto pubblicitario più caro del pianeta, evidentemente ha dei ritorni moltiplicati.
I veterani non si sono tolti di mezzo:
sono stati tolti di mezzo. Sette deputati democratici uscenti hanno perso le
primarie, cinque oltre l’età pensionabile, quasi tutti battuti da sfidanti
molto più giovani e in buona parte socialisti.
Ma non è monopolio della sinistra: nove
deputati sconfitti in tutto contando le vittime del trumpismo, il numero più
alto dal 1970, più sessantadue rinunce e due senatori repubblicani battuti in
casa. Non una faglia ideologica: una sostituzione generazionale che entrambe le
basi impongono ai rispettivi apparati.
Chi tiene la
borsa
Qui però la storia cambia direzione,
perché nelle primarie contano i volontari e nelle elezioni generali contano i
bonifici. E i bonifici non passano dalle sezioni locali.
Il 9 agosto Bernie Sanders scrive ai
tre vertici del partito — Chuck Schumer al Senato, Hakeem Jeffries alla Camera,
Ken Martin al comitato nazionale — chiedendo di vietare ai super PAC, i comitati
di raccolta fondi indipendenti che possono spendere somme illimitate purché non
si coordinino con i candidati, di intervenire nelle primarie democratiche.
L’argomento del senatore del Vermont non è morale ma aritmetico: quei comitati
hanno già speso oltre cinquecento milioni di dollari in questo ciclo, e quando
la loro scelta perde le primarie passano a finanziare il repubblicano nella
corsa generale. Il partito, sostiene, ha già oggi il potere di escluderli dalle
proprie consultazioni interne: non serve una riforma federale, serve una
decisione. Che la decisione spetti proprio ai tre destinatari della lettera, e
che nessuno dei tre abbia interesse a prenderla, è il punto che rende
l’iniziativa più simbolica che operativa.
Il caso è il Michigan. Nelle primarie
senatoriali AIPAC e gruppi collegati hanno speso oltre trenta milioni per
impedire al progressista Abdul El-Sayed di diventare il candidato democratico,
sostenendo la moderata Haley Stevens. Hanno perso: El-Sayed è il nome ufficiale
del partito. Ma l’organizzazione ha subito fatto sapere che continuerà a
lavorare perché gli elettori lo respingano a novembre. In un sistema a due
partiti, osserva Sanders, questo significa una cosa sola: chi spende dentro il
partito per sceglierne il candidato e poi si adopera per farlo perdere nella
corsa generale lavora, di fatto, per l’avversario.
Ma un’inchiesta di Fox News sui
rendiconti federali, uscita all’indomani delle primarie, individua oltre
$115.000 da diverse persone legate a CAIR (Council on American-Islamic Relations) — l’organizzazione musulmano-americana che Texas e Florida hanno
etichettato come terroristica e che nel 2007 la procura federale indicò come
co-cospiratrice non incriminata in un processo per finanziamento del
terrorismo, senza che ne seguisse mai un’imputazione e con la smentita costante
dell’organizzazione. Tra i donatori, i vertici nazionali del gruppo. El-Sayed
aveva promesso una campagna finanziata dai cittadini e non dalle lobby, e si
ritrova sostenuto da una rete organizzata pari a quella che ha finanziato la
sua avversaria per batterlo. È il paradosso che condanna la proposta di
Sanders: giusta, in linea di principio, impraticabile nei fatti, perché nessuno
può permettersi il disarmo unilaterale.
La risposta dell’establishment va nella direzione esattamente opposta a
quella auspicata da Sanders. Invece di rinunciare al denaro esterno, ne mette
altro sul tavolo: Third Way, think tank centrista di lunga tradizione
democratica, ha annunciato una campagna da quindici milioni di dollari da qui
al 2028 per screditare il socialismo democratico, definito un pericolo mortale
per il partito. Non contro i repubblicani: contro la propria ala sinistra.
E qui l’aritmetica diventa impietosa. Il comitato nazionale democratico ha
chiuso giugno con circa $16 milioni in cassa e oltre $18 di debiti — in parte
per un prestito da $15 milioni acceso dopo il ciclo presidenziale del 2024 e
garantito dalla sede di Washington. Il comitato repubblicano, alla stessa data,
dispone di oltre $128 milioni e nessuna esposizione. Ken Martin difende la
scelta sostenendo di aver investito in anticipo in infrastruttura permanente
anziché in campagne mordi e fuggi, e rivendica la migliore raccolta mai
realizzata da un partito privo della Casa Bianca.
Ed è qui che la partita si decide
davvero. La sinistra ha i militanti e non ha i soldi; la vecchia guardia ha i
soldi e non ha più i militanti. E i soldi, alla fine, si spostano dove
vogliono: possono premiare un candidato in primavera o abbandonarlo in autunno.
La quadratura
del cerchio
Il 16 agosto, negli studi della NBC,
Hakeem Jeffries, leader della minoranza dem alla Camera, ha tentato
l’impossibile: elenca ciò che non condivide del programma socialista — taglio
dei fondi alla polizia, frontiere aperte, abolizione del Senato — ma alla domanda
se ci sia posto per i socialisti sotto il tetto democratico non dice no. Chi
vince una primaria e poi vince a novembre entrerà nel gruppo parlamentare, e
quel gruppo sarà largo. Sul denaro dei comitati esterni, otto giorni dopo la
lettera di Sanders, non una parola: la posizione di chi ha contato i seggi e ha
capito di non poter espellere nessuno né sposarne il programma.
Hillary Clinton è più esplicita.
Avverte che l’etichetta comunista e socialista sarà un’arma micidiale nelle
mani repubblicane, osserva che le stesse accuse non hanno fermato l’ascesa di
Mamdani, e rinfaccia alla sinistra un rapporto a senso unico: i moderati si
allineano dietro i vincitori progressisti, il contrario accade di rado. La
conclusione è un appello all’unità che suona come una resa: divisi, i
repubblicani non si battono.
Che cosa
sostengono i due campi
La destra ha un suo precedente, quando
nel 2010, visse una sua rivolta interna populista, detta Tea party, contro i
dirigenti di partito. Ne risultarono candidati impresentabili, seggi regalati
ai Dem. persero il Senato, in un anno per altro positivo. La morale è, se hai
l’entusiasmo di solo una metà del partito, anche se i candidati sono eletti
internamente finiranno per perdere con l’elettorato pubblico.
Infine, aggiunge sempre la destra secondo un dato dello stesso Cato, che
l’entusiasmo giovanile per il socialismo è più che altro semantico: quando si
chiede ai ragazzi che cosa intendano, parlano di sanità pubblica e tasse sui
ricchi, non di collettivizzare le fabbriche, rimanendo affezionati alla libera
impresa.
La sinistra risponde con l’unica cosa che
conta in una primaria: i voti. Oltre trentacinque vittorie, sette deputati
uscenti abbattuti, un candidato al Senato che resiste a $30 milioni di
pubblicità ostile. Non stiamo importando un’ideologia, dice, stiamo dando un
nome a un problema — e il problema è che una generazione cresciuta aspettandosi
il sogno americano non riesce a pagare l’affitto. Che il partito non l’abbia
capito lo dicono gli stessi giovani: un sondaggio di Harvard li fotografa
convinti che la loro opposizione sia debole.
E il terzo….
Restano tre mesi. E restano due partiti che, per ragioni opposte, arrivano
al voto senza controllo sui rispettivi candidati. I repubblicani difendono un
presidente che non sarà sulla scheda e le cui scelte più costose dovranno
spiegarle altri. Storicamente, il partito della Casa Bianca perde le elezioni
di metà mandato, dispone di $128 milioni, nessun debito, e ha un avversario che
sta bruciando le proprie risorse in una faida interna. I democratici sono da
decenni i meglio equipaggiati sul terreno, con una rete di volontari efficientissima
nonostante le casse vuote, e un programma che, per quanto terrorizzi i
moderati, ha portato al partito elettori nuovi sotto i trent’anni. Manca però
l’ultimo anello: un gruppo dirigente capace di decidere se quel programma sia
il proprio o quello di qualcun altro. Ad ogni modo 900 persone in una sala di
Chicago sono poche, eppure hanno dettato l’agenda mediatica di un partito che
ne rappresenta decine di milioni.
Il 3 novembre non stabilirà quale delle
due correnti abbia ragione. Stabilirà soltanto se, mentre litigavano, qualcun
altro si sia portato via la posta.
Fonti: sito ufficiale DSA; CNN, 3 agosto; Semafor, 31 luglio; CBS Face the Nation, 9 agosto; NBC Meet the Press, 16 agosto; Fox News Digital, 5 agosto, sui donatori di El-Sayed; Washington Free Beacon; NBC e Washington Examiner sui deputati sconfitti; Fortune, 23 luglio; Cato Institute, Heartland/Rasmussen e Pew Research Center sui giovani; AEI e Harvard Youth Poll; rendiconti FEC al 30 giugno.
Trump e i missili “Patriot” all’Ucraina
di Claudio Bertolotti.
Trump: è un’apertura?
Sui Patriot all’Ucraina possiamo dire che il presidente statunitense Donald Trump non “regali” all’Ucraina la vittoria ma le conceda strumenti per non perdere troppo velocemente, mantenendo nelle sue mani la leva degli aiuti come strumento negoziale. In questo quadro l’apertura di Trump sui Patriot possiamo leggerla su due piani, operativo e politico. Sul piano operativo, la riattivazione del flusso di sistemi e munizioni per la difesa aerea significa, per Kiev, la possibilità di ridurre – non annullare – la vulnerabilità rispetto alla campagna missilistica e di droni della Russia. I Patriot non cambiano l’esito della guerra, ma incidono sulla soglia del dolore riducendo il numero delle infrastrutture distrutte, dei centri urbani colpiti, consentendo una maggiore capacità di tenuta dello Stato mentre la guerra continua. Sul piano politico interno, Trump ha bisogno di presentare all’elettorato una “vittoria” spendibile, che non è la vittoria dell’Ucraina, ma la vittoria del presidente che “mette ordine” nel dossier ucraino, dosando gli aiuti, mostrando forza verso Mosca e, al tempo stesso, controllo della spesa militare. Questa apertura è una concessione estremamente misurata che consente a Trump di non apparire arrendevole e di non compromettere un eventuale piano di pace basato su concessioni territoriali ucraine, che lui considera realistiche (e che tali sono, al di là delle buone intenzioni e delle visioni ideali). Però…
Quali criticità?
Ci sono delle criticità oggettive, che possiamo riassumere in quantità, tempo, coesione politica. Sulla quantità, è un fatto che la difesa aerea sia un sistema, non un singolo pezzo. E dunque i Patriot, da soli, non bastano poiché servono munizioni, integrazione con altri sistemi, capacità di manutenzione e addestramento. Se la fornitura sarà limitata o intermittente, si creerà un “effetto vetrina”, basata su una “capacità” non strutturale. Sul tempo, che per me è l’elemento cardine, la Russia lo usa come arma strategica. Ogni giorno guadagna qualche chilometro di fronte, li consolida, non li perde. L’Ucraina, invece, dipende dal ritmo politico delle decisioni occidentali. Ogni ritardo negli aiuti si traduce in terreno perso e in capacità offensiva ridotta. Infine, la coesione politica occidentale su cui grava l’umore di Trump, la cui apertura può accentuare le divergenze tra alleati, soprattutto se viene percepita come parte di un disegno più ampio di “chiusura” del conflitto a condizioni sfavorevoli per Kiev. Se gli europei vogliono sostenere l’Ucraina nel lungo periodo e Washington punta a una soluzione rapida, magari a costo di concessioni territoriali, il rischio è una NATO formalmente unita ma strategicamente disallineata.
Cosa cambia nei calcoli di Putin?
Cambia la gestione del rischio, non l’obiettivo strategico perché il presidente russo Vladimir Putin ha mantenuto, e mantiene, il vantaggio tattico sul campo: più uomini, più tempo, più capacità di assorbire perdite. I Patriot complicano la sua campagna aerea, ma non la rendono impossibile sapendo che la contraerea ucraina non intercetterà tutto; e, dunque, sa che può continuare a logorare infrastrutture e morale, e lo farà sempre di più spostando il peso su droni e missili meno costosi (e sui droni l’Ucraina ne sa qualcosa. anche di più della Russia). Qualcosa però cambia in termini di risorse, o meglio, in termini di costi. La questione è appunto la curva del costo dove, per la Russia, ogni attacco diventa un po’ più costoso in termini di vettori persi e di pianificazione, ma rientra nella logica di una guerra lunga, dove il tempo gioca a favore di Mosca (così è stato finora e così è ancora). Per l’Ucraina, invece, ogni Patriot in più è un giorno in più di resilienza, ma non un passo verso la vittoria, semmai un passo lontano dalla sconfitta immediata. Nei calcoli di Putin, credo, l’invio di ulteriori Patriot non è un game changer, ma un fattore da assorbire dentro una strategia già chiara che si fonda sulla volontà di consolidare il vantaggio tattico, sfruttare la stanchezza occidentale, attendere che la politica statunitense (e non solo Trump) cerchi una “pace” che sarà nel concreto una resa negoziata di Kiev, e mai una vittoria militare ucraina (a quella non crede più nessuno).
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