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Anche senza Trump, il cospirazionismo di QAnon può diventare la nuova minaccia globale

di Andrea Molle

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I movimenti cospirazionisti rappresentano oggi un’emergenza sempre più paragonabile al terrorismo di matrice religiosa. Se in passato la preoccupazione degli addetti ai lavori era per il pericolo di diffusione di fake news (Altay et al., 2019), compresi gli effetti perversi sulle elezioni (Allcott e Gentzkow, 2017), oggi l’attenzione degli esperti è monopolizzata dal rischio sicurezza (Amarasingam e Argentino, 2020; Rottweiler e Gill, 2020; Schabes, 2020) e dalle voci insistenti che suggeriscono una penetrazione attiva del cospirazionismo nelle forze armate e nelle forze dell’ordine. Se la presunta infiltrazione fosse realmente pervasiva, alcuni osservatori temono per la futura tenuta delle società democratiche. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, tra questi movimenti in costante evoluzione spiacca quello di QAnon. Su queste stesse pagine abbiamo già messo in luce come QAnon agisce e quanto si è diffuso a partire dalla sua nascita nel 2016. Tuttavia, riteniamo che sia necessario approfondire alcuni concetti fondamentali per comprenderne meglio la natura.

Un movimento cospirazionista che è anche una setta religiosa

In primo luogo, va sottolineato come il fascino esercitato dal cospirazionismo e in particolare da QAnon su certi individui, e settori della società, possa essere direttamente paragonabile a quello di matrice politico-religiosa tipica della minaccia jihadista (Basit, 2020; Day e Kleinmann, 2017). L’impianto teorico di QAnon è infatti strutturato, ad arte, come una teologia sui generis e diventa per i suoi seguaci una vera e propria lente attraverso la quale interpretare la realtà proprio come accade nel caso della religione. Predomina inoltre un secondo elemento, tipico delle sette più violente (Juergensmeyer, 2018), e cioè una componente escatologica, apocalittica, che possiamo riassumere nell’idea per la quale il mondo starebbe vivendo le fasi finali di una guerra santa cosmica tra il bene e il male, rappresentati rispettivamente dai “QAnonisti” e dal deep state. Non sorprende che, secondo il movimento cospirazionista, la battaglia sarà vinta dalle “forze della luce”, il bene, ed è invece interessante notare l’assenza di un’idea definita di ciò che le seguirà. Ma ciò non desta che un interesse marginale tra i seguaci di Q, per i quali l’accento è piuttosto sul concetto di battaglia cosmica in sè che sulle sue conseguenze, a riprova di quanto sia forte la dimensione settaria di QAnon. Nemmeno il fallimento della profezia, in questo caso a seguito della sconfitta elettorare di Trump, può considerato come l’inizio della fine di QAnon. L’analisi di numerosi movimenti religiosi settari, o gruppi terroristici millenaristi, che hanno affrontano uno o più casi di “fallimento profetico” suggerisce infatti come esistanto meccanismi di salvaguardia, di razionalizzazione, che si attivano al fine di contenere il danno e fanno sì che i membri del gruppo si impegnino in atti di riaffermazione, spesso di natura ritualistica e in certi comportanto una escalation violenta (Cameron, 1999), per riaffermare la propria ideologia e permettere al gruppo di continuare a esistere (Dawson, 1999).

Un terzo e ultimo aspetto, da tenere sempre presente quando si affronta il tema del cospirazionismo assimilandolo alle esperienze religiose e in particolare a quelle violente, è la sua deriva totalizzante (Dawson, 2007). La presa del movimento sulle persone che lo abbracciano è così forte che finisce per renderle psicologicamente dipendenti, facendo anche sì che la loro capacità critica si indebolisca gradualmente fino a perdere cognizione della differenza tra realtà e fantasia (Lawton, 2020; Straus, 1986). In psicologia sociale questo effetto è noto come apofenia (Fyfe et al., 2008; Leman e Cinnirella, 2007), cioè il riconoscimento di patterns o connessioni logiche in dati casuali o addirittura privi di senso. Nel caso di QAnon si tratta di una forma eterodiretta di apofenia, resa possibile dalle modalità, pseudo-interattive, che il movimento usa per diffondersi (Papasavva, 2020).

Come avviene nel caso delle sette religiose, i nuovi affiliati a QAnon si inseriscono (o vengono appositamente inseriti) in una bolla sociale fatta di persone con opinioni sostanzialmente omogenee, creando così quella dinamica che in sociologia è definita come “incapsulamento sociale” (Greil e Rudy, 1984), ovvero l’isolamento del soggetto da influenze esterne che ne potrebbero compromettere la radicalizzazione. Pertanto, l’appartenenza al gruppo e la socializzazione alle teorie di QAnon diviene, progressivamente, un’esperienza altamente gratificante. L’aspetto totalizzante di questo processo rende inoltre molto difficile e pericoloso uscirne, tanto da richiedere agli aspiranti apostati un percorso di vera e propria disintossicazione. Negli Stati Uniti, per esempio, si stanno moltiplicando i casi di persone che si sono dedicate anima e corpo alla causa di QAnon fino a perdere il lavoro, ad alienarsi dagli amici o dalla famiglia, perdendosi completamente nella realtà alternativa del cospirazionismo. Ciò ha portato col tempo anche alla creazione di gruppi di ex-membri, come r/QAnonCasualties, che offrono supporto a chi vuole uscirne e che si battono per contrastare la diffusione di QAnon così come è avvenuto, e avviene, per altre sette religiose (Durocher, 1999).

Sembra un gioco, ma non lo è

Se l’intensità dell’incapsulamento sociale è paragonabile a quello di una setta, o addirittura di un’organizzazione terroristica religiosa, il tipo di controllo cognitivo – e cioè il livello di ortodossia richiesto agli aderenti –  è qualitativemanete differente. Diversamente da altri gruppi cospirazionisti, o apertamente terroristi più tradizionali, nei quali il paradigma teorico è estremamente rigido e si richiede di esercitare un controllo cognitivo più stringente sui nuovi membri (Levy, 2007; Harambam e Aupers, 2015), QAnon ha invece adottato una strategia differente (Zuckerman, 2019) sapendo sfruttare magistralmente i meccanismi di “ludicizzazione” e “customizzazione” tipici di alcuni videogiochi ARG (Alternate Reality Games) open world. Ciò ne ha consentito l’espansione su internet all’interno di bolle comunicative fluide e interattive, facilmente adattabili alle esigenze individuali dei suoi membri che si sentono dunque liberi di esplorare ciò che più gli aggrada, ma sostanzialmente impermeabili a confutazioni esterne. Se la diffusione di QAnon avviene principalmente grazie ai social network (Al-Rawi, 2020; Beach et al., 2012), ciò non vuol dire che il movimento non abbia avuto gravi ricadute nella vita reale, contribuendo anche a ispirare azioni violente, che ne hanno irrimediabilmente aumentato il fascino, proprio come avviene nel caso dei gruppi LARP (live action role-playing game). Per questo, in genere, QAnon ha successo con le persone che vedono nella rete internet il mezzo principale per l’acquisizione di informazioni e interazione sociale, ma che conducono uno stile di vita sostanzialmente estroverso e comunitario.

È necessario tuttavia precisare che se è vero che, come suggerito nella letteratura specialistica (Uscinski, 2018; Uscinski, 2013), caratteristiche sociali quali una minore cultura, una tendenza al pensiero irrazionale, visioni politiche estremiste di destra, l’estremismo religioso cristiano, la giovane età o l’instabilità economica rendono le persone mediamente più attratte da QAnon, nessuno di questi tratti permette di definire un profilo ideale di reclutamento. Come avvenne negli anni ’80 in occasione del cosiddetto “Panico Satanico” (Victor, 1994), QAnon ha infatti presa anche su persone estremamente razionali, di ottima cultura e include anche progressisti e militanti di sinistra oltre che aderenti a varie religioni e anche atei. Ciò avviene, ricordiamo, perché QAnon permette di avvicinarvisi percorrendo strade diverse nelle quali ci si può trovare a partecipare in varie modalità, privilegiando alcuni aspetti o teorie e tralasciandone altre, a seconda di come si decide di avvicinarsi alla codifica degli “indizi” e alla risoluzione dei “puzzle” proposti da Q (Chandler, 2020). Allo stesso modo si può essere coinvolti nel movimento in modo pacifico, come semplici diffusori di informazioni, come “ricercatori” oppure, nei casi più gravi, come “miliziani” e finire per farsi coinvolgere in atti criminali e violenti. Va aggiunto, tuttavia, che una volta che si partecipa attivamente al “gioco”, gli effetti socio-psicologici, che sono ben documentati in letteratura (McAdam, 1986), dell’attività di gruppo prendono il sopravvento e si passa, a livello individuale, a una maggiore conformità alle aspettative del gruppo e, a livello collettivo, a una maggiore tolleranza nei confronti di azioni rischiose e addirittura di tipo terroristico.

Il cospirazionismo non è pertanto un fenomeno che riguarda esclusivamente alcuni settori demografici (Miller e Saunders, 2016). Guardano al caso americano, ad esempio, si è visto come tra i partecipanti all’assalto al Campidoglio, avvenuto il 6 Gennaio 2021, figurassero disoccupati quanto affermati professionisti, donne e uomini, giovani e anziani e anche come, paradossalmente, ebrei sionisti ortodossi e cristiani evangelici neonazisti non abbiano esitato ad unirsi in protesta. I fatti di Washington hanno dimostrato senza ombra di dubbio la pericolosità di QAnon come fenomeno collettivo, ma è almeno dal 2019 che l’FBI e diverse agenzie internazionali di intelligence ne seguono le attività, spesso criminali. In aggiunta agli attacchi perpretati e alla loro sporadica attività criminale, i seguaci americani di QAnon mostrano indiscriminatamente un allarmante e crescente livello di iper-aggressività, anche nel corso di normali interazioni con persone che non la pensano come loro ma che non sono considerati dei nemici (de Zeeuw, 2020).

Possibili conseguenze per il sistema politico europeo

In Europa, l’unico esempio simile a quanto sta avvenendo in America è la strage di Hanau in Germania (Baele et al., 2020a; Ibidem, 2020b), dove il 19 febbraio 2020 un estremista di estrema destra vicino a diverse teorie cospirazioniste, tra le quali QAnon, ha ucciso 10 persone e ne ha ferite altre 5 in un attacco suicida. Non è ancora chiaro invece il coinvolgimento dei suoi seguaci in attività criminali o terroristiche sul modello di quanto registrato dall’FBI. Ciò dipende certamente da diversi fattori culturali e legali oltre che, ovviamente, dall’accesso limitato ad armamenti personali, ma anche dall’assenza di una massa critica di individui tali da consentire a QAnon di compiere il “salto di qualità”. Con meno di un terzo di affiliati rispetto all’America, la diffusione di QAnon nel continente europeo è infatti ancora abbastanza marginale. Anche se numericamente circoscritti, i gruppi e i singoli account che fanno capo a QAnon sono però ormai ben radicati sui maggiori social media e nella vita politica del continente. Ad esempio, l’analisi della presenza online di QAnon nel 2020 mostra che la sua attività in Italia è una frazione paragonata a quella americana e quantitativamente anche più modesta rispetto ad altri paesi europei quali Germania e Regno Unito, dove comunque il movimento non supera i 200.000 seguaci. Pur non esistendo ancora analisi sistematiche, si contano circa 30.000 seguaci stabili di QAnon anche nella penisola, ma si tratta purtroppo di un fenomeno in crescita, anche grazie anche alla pandemia di COVID-19, e sempre più aggressivo.

Anche rispetto ai contenuti diffusi il QAnon europeo non è ha ancora raggiunto la complessità dimostrata negli Stati Uniti. Per adesso la bolla Europea di QAnon si occupa sostanzialmente di tre temi: le elezioni presidenziali americane, la pandemia di COVID-19 e la lotta contro l’Unione Europea, in tutti i casi considerandoli aspetti dello stesso complotto internazionale ordito dalla cabala satanico-pedofila del deep state. L’uso politico di QAnon è comunque molto preoccupante. Negli USA, dove ormai QAnon opera di concerto con altri gruppi del suprematismo bianco come Boogalo Bois, Oath Keepers, Guardians of the Republic, 3%rs, Krakens e Proud Boys, la penetrazione del cospirazionismo in politica è purtroppo oramai data per scontata. Il cosiddetto “caucus cospirazionista” è oggi un elemento fondamentale di quello che possiamo chiamare il Trumpverse, e cioè una nuova realtà della politica caratterizzata dalla normalizzazione di gruppi ideologicamente estremisti e dall’assenza di riferimenti logici e fattuali (Partin e Marwick, 2020). Non dimentichiamo che, con l’appoggio esplicito ricevuto in passato da Donald Trump, QAnon è riuscito a far eleggere due suoi rappresentanti nel Congresso americano e molti più occupano posizioni chiave a livello locale (Margulies, 2020).

Nonostante esistanto diversi studi in proposito, è invece difficile indicare una data precisa nella quale QAnon, e in generale il cospirazionismo militante, ha iniziato a penetrare nella società (Plenta, 2020; Juhász e Szicherle, 2017) e soprattutto nell’agenda politica dei paesi europei. Il primo passo è stato quasi certamente l’uso politico inconsapevole di alcuni temi cari al cospirazionismo, come ad esempio le scie chimiche, i vaccini, i microchip sottocutanei, e la finanza internazionale. Tuttavia, se nella base elettoriale di quasi tutti i partiti troviamo ormai persone vicine al cospirazionismo e qualche sporadico esponente che ne abbraccia alcuni elementi a titolo personale, in generale i soggetti politici istituzionali europei hanno più volte preso ufficialmente le distanze da questo mondo. Per il momento dunque nessun movimento politico sembra essere infiltrato da QAnon come è invece avvenuto in USA, anche se isolati capi di governo dichiaratamente populisti come ad esempio Orban, il premier ungherese, sembrano propendere per un avvicinamento al cospirazionismo in chiave internazionale (Antonio, 2019).

L’interesse per il populismo e i movimenti sovranisti

È comunque evidente nell’analisi della presenza mediatica dei seguaci di QAnon un crescente interesse del movimento verso gli estremismi politici e in particolare verso la destra sovranista. Si tratta di un trend che desta serie preoccupazioni tra gli analisti (Bodner et al., 2020; Bergmann, 2018; Castanho Silva, 2017; Oliver e Rahn, 2016). Tra la posizioni politiche che hanno suscitato più interesse troviamo, in primo luogo, la vicinanza, se non il vero e proprio “tifo”, a Donald Trump espresse più volte da diversi partiti sovranisti. A questo si è aggiunge la posizione di netta di avversità all’Unione Europea e, infine, le varie posizioni negazioniste espresse relativamente all pandemia di coronavirus e il giudizio negativo sui provvedimenti di contenimento intrapresi dai governi in carica e riscritte in chiave di una presunta “dittatura sanitaria” globale. Infine, il vero e proprio cedere a tentazioni cospirazioniste, come ad esempio alla narrazione del cosiddetto Piano Kalergi o l’aperta ostilità nei confronti del finanziere internazionale di origine ebraica Soros, considerato nel mondo cospirazionista come una figura demoniaca. Così come avvenuto in un primo momento nell’America di Trump, anche i leader politici europei dei movimenti estremisti non sembrano esitare ad attingere a questi temi facendo leva sull’irrazionalità più estrema, in quanto politicamente utile ed estremamente fruttuosa dal punto di vista elettorale. L’elevata utilità marginale del cospirazionismo sta finendo per avvicinarne le posizioni politiche a quelle di QAnon, non solo attirandone l’attenzione dal punto di vista elettorale, ma aprendo la strada ai suoi membri per conquistare posizioni di potere all’interno del sistema partitico continentale in modo non dissimile da quanto accaduto nel caso del Partito Repubblicano Americano.

Dal canto suo la comunità americana dei followers di Q ha dimostrato un forte interesse per una penetrazione più attiva nella società europea, come recentemente segnalato con l’aumento del coinvolgimento dell’Europa nella propria narrazione cospirazionista. L’ultima presunta novità sulla millantata frode elettorale, e cioè il coinvolgimento diretto dell’Italia, ne è un esempio palese. Da qualche settimana circola infatti la voce che il software usato per truccare le elezioni sarebbe opera di aziende italiane, realizzato dietro richiesta diretta, tramite la CIA e l’Ambasciata Americana a Roma, di Barack Obama al ex-premier Matteo Renzi. Oggi si legge, nelle parole di uno dei più fedeli sostenitori di Trump, l’imprenditore Mike Lindell, che a tirare le fila dell’operazione ci sarebbe addirittura il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, segnalando convinzione di una sostanziale continuità di appoggio della politica italiana al progetto del deep state. Non sappiamo se questa teoria abbia avuto origine in Italia o in America, ma come sempre va notato che QAnon mescola fatti reali, come l’arresto di un dipendente di Leonardo per presunta compravendita di informazioni riservate, con supposizioni e fantasie vere e proprie.

Conclusioni

In conclusione, QAnon rappresenta un pericolo crescente per l’Europa. I seguaci di Q non sono pericolosi solo a causa del loro progetto eversivo, ma soprattutto lo sono per la facilità con cui si moltiplicano, radicalizzano, e per le modalità totalizzanti e potenzialmente violente con cui perseguono i loro obiettivi. Rifiutando la fattualità distruggono ogni terreno comune di discussione erodendo la base stessa del confronto razionale, rendendo estremamente difficile attuare politiche di mitigazione e anti-radicalizzazione. Inoltre, essendo sostanzialmente zeloti privi di dubbi, perché tutto diventa giustificabile grazie alla cripticità dei messaggi di Q, dimostrano uno spiccato livello di coesione e perseguimento degli obbiettivi preposti paragonabile a quello di movimenti terroristici di matrice religiosa. Infine, potenzialmente, non sembrano porsi limiti nella lotta, anche violenta, verso coloro che percepiscono come avversari all’interno della cornice di una battaglia tra bene e male. In virtù di queste sue caratteristiche è dunque necessario trattare QAnon come un movimento terrorista di matrice religiosa radicale che è sempre più chiaramente una minaccia per la democrazia.

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CULTURE E CORONAVIRUS – VIDEO CONFERENZA OTHERMOVIE LUGANO FILM FESTIVAL 2020

OtherMovie Lugano Film Festival ha adattato il programma 2020 alle misure di distanziamento sociale anti-COVID19, organizzando una serie di appuntamenti online via Zoom e Facebook.

La serata dedicata a ‘Culture e Coronavirus’ ha raccolto ospiti, prospettive e racconti da Asia, Afghanistan, Libano e Stati Uniti. La discussione include un ‘affondo’ critico anche sui temi del lockdown e della comunicazione sanitaria.

Al dibattito hanno partecipato Andrea Molle, Assistant Professor di Scienze Politiche, Chapman University (California); Marco Bardus, Assistant Professor ed esperto di comunicazione sanitaria, American University Beirut; Emanuele Giordana, scrittore, giornalista e grande conoscitore dell’Asia; Francesca Recchia, Direttore dell’Institute for Afghan Arts and Architecture, membro fondatore di The Polis Project. Conduttrice: Chiara Sulmoni, giornalista e analista, START InSight.

L’evento inizia dal minuto 16.50

START InSight è partner di OtheMovie.

 


Afghanistan: talebani, #COVID19 e Trump (C. Bertolotti a Radio 24)

Diretta Radio 24

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Pubblicato da Radio 24 su Giovedì 7 maggio 2020

Prosegue senza sosta la legittimazione politica e sociale dei talebani tanto che anch’essi hanno cambiato narrativa: da mujahidin a crocerossini?

I talebani sono estremamente bravi dal punto di vista comunicativo. Una capacità migliorata negli anni come dimostra l’ampio utilizzo del Web e dei social network fin dalla metà degli anni Duemila.

E l’emergenza Coronavirus, per gli eredi del mullah Omar, rappresenta una grande opportunità di consolidare la propria presenza nelle aree del paese che sono sotto il loro controllo e di estenderla nella altre. Certamente non proponendo soluzioni o cure, ma lasciando credere di essere in grado di farlo: una dimostrazione di capacità che, pur non essendo vera, viene però recepita come tale dalle popolazioni che si sentono abbandonate da uno Stato incapace di proporre soluzioni efficaci e che, dunque, guardano all’unica organizzazione che propone cure, assistenza, informazione. Ancora una volta i Talebani hanno vinto: dopo le vittime dell’esercito afghano e delle forze straniere sul campo di battaglia sono i cuori e le menti degli afghani a cadere nella trappola talebana. Il vero problema però emergerà con i numero di morti per coronavirus ma credo che anche in quell’occasione i talebani sapranno uscirne vincitori, evidenziando il numero dei guariti e dei non contagiati e non quello dei deceduti.

Dati recenti suggeriscono che un terzo della popolazione di Kabul (1.400.000 su oltre 4 milioni) è già infetto dal coronavirus e il governo afgano stima che alla fine 110.000 persone potrebbero morire.

I talebani controllano vaste aree della provincia di Herat, area di responsabilità italiana ed epicentro del focolaio da COVID19 dell’Afghanistan

Diventa stucchevole forse ripercorrere i grandi errori della comunità internazionali negli ultimi 20 anni. Che cosa si può fare adesso per evitare il tracollo di Kabul?

Temo sia tardi per fare qualcosa che salvi lo Stato afghano dal tracollo al quale è destinato. E pensiamo a uno Stato che oggi, a distanza di 8 mesi dalle elezioni presidenziali vede ancora i due contendenti, Ashraf Ghani e Abdulllah Abdullah, discutere su chi abbia vinto le elezioni e debba dunque governare il Paese.

Non la strategia, ma le strategie per l’Afghanistan di questi 19 anni sono state parziali, contraddittorie e ancor più spesso dettate dai tempi e dalle dinamiche della politica domestica statunitense: ogni presidente ha voluto modificare le strategie dei predecessori.

I talebani sono stati prima esclusi dal tavolo di pace di Bonn nel 2001, poi lasciati indisturbati, poi combattuti e infine invitati a un tavolo negoziale al quale sono loro oggi a dettare tempi e regole. I talebani hanno vinto, se non hanno conquistato il potere è solo una questione di tempo, ma questo passera attraverso una nuova farse della guerra civile che, dopo l’abbattimento dello Stato, vedrà contrapporsi gli storici gruppi di potere su base etnica: da una parte i talebani, con i pashtun e altre minoranza, dall’altra parte gli eredi di quella che fu l’Alleanza del Nord a lungo guidata da Ahmad Shah Massud: Tajiki, Hazara, Turkmeni.

Possiamo solamente attutire il colpo, concedendo ai talebani un ingresso non doloroso nelle stanze del potere e garantendo loro ciò che già detengono: il controllo dei traffici legati all’Oppio.

Claudio Bertolotti, quanto dai di successo alla missione di Zalmay Khalilzad in India e Pakistan? Serve davvero?

Zalmay khalilzad è l’uomo giusto al posto giusto. Il problema è il poco tempo che l’amministrazione Trump gli ha concesso – un tempo che segue le dinamiche elettorali per le presidenziali statunitensi. E i talebani lo sanno, pertanto puntano al miglior risultato possibile, giocando proprio sulla fretta statunitense di dichiarare concluso l’impegno in Afghanistan. Il Pakistan è sempre stato un attore di primo piano nel gestire i talebani e nello scompaginare le carte sui vari tavoli negoziali ogni volta che ha visto la situazione mutare a proprio svantaggio. Lo sta facendo anche oggi perché vede vicino l’obiettivo che si è da sempre imposto: avere una forma di potere amica, i talebani, nelle regioni al proprio confine, da poter controllare e da non dover temere. L’attuale governo, del primo ministro Khan, è sostenuto sia dai militari che dai gruppi islamisti: questo agevola la prosecuzione dei buoni rapporti con i Talebani.

L’India in Afghanistan ha investito moltissimo in 19 anni in progetti infrastrutturali, ospedali e servizi di assistenza. Lo ha fatto in particolare nelle aree sotto il controllo talebano e vicine al confine col Pakistan così da togliere a Islamabad un’area di influenza primaria nell’ottica di un confronto armato con l’India: un’area che garantirebbe in caso di scontro armato la necessaria profondità strategica.

Oggi l’India sembra intenzionata a fare un passo indietro, e certamente avrà influito la volontà statunitense di chiudere la partita in Afghanistan.


CORONAVIRUS ADESSO. I NUMERI CHE CONTANO, IL MESSAGGIO CHE DEVE PASSARE E IL CASO ITALIA. LE VALUTAZIONI DI ANDREA MOLLE.

Nel corso delle ultime settimane Andrea Molle (Chapman University, USA e ricercatore associato START InSight) ha seguito l’andamento della pandemia di COVID19 e condiviso in anteprima con START InSight una serie di studi, statistiche e approfondimenti (consultabili in versione inglese e italiana sul sito www.startinsight.eu).

Mentre i vari paesi si avviano verso una riapertura graduale, facciamo il punto sui dati di cui bisogna tenere conto e sui messaggi che devono passare.

L’INTERVISTA

La pandemia è stata caratterizzata da una continua produzione e diffusione di numeri, curve, previsioni. Quali sono i dati più affidabili, anche per capire la direzione in cui andare adesso?

Durante eventi come questo è molto difficile, per non dire impossibile, produrre delle stime o delle previsioni che siano assolutamente valide ed incontrovertibili. È naturale ed aggiungerei legittimo essere critici sui numeri. La situazione è estremamente fluida. I dati di riferimento cambiano continuamente e ci sono problemi relativi alla loro effettiva qualità. Parlo ad esempio dei cosiddetti soggetti asintomatici non identificati, per i quali provvedere una stima precisa è francamente impossibile, a meno di ricorrere a test di massa. Il problema è dovuto anche ai criteri diagnostici, che sono cambiati nel tempo, o a quelli utilizzati per dichiarare una morte come causata dal coronavirus anziché come avvenuta indipendentemente da esso in un soggetto infetto. Sembrano questioni semplici, ma non lo sono. Soprattutto perché non abbiamo ancora dei criteri universali. Ad esempio, quando si cerca di stimare la mortalità della pandemia o, ancora più importante, di offrire previsioni sul suo sviluppo, la scarsa qualità dei dati a disposizione pesa parecchio. Partiamo dalla mortalità. Essa è variata nel tempo, ma sarebbe ingenuo pensare che ciò sia dovuto principalmente ad un cambiamento del virus dal punto di vista biologico. La variazione è quasi certamente dovuta ad aggiustamenti nel calcolo della percentuale di individui deceduti sui casi attivi rispetto ai diversi criteri utilizzati dagli statistici. Se ad esempio usiamo una finestra di 8 giorni dal manifestarsi dei sintomi al decesso, (per l’Italia) otteniamo una mortalità di circa lo 0.6%. Ma se consideriamo 10 giorni, la mortalità aumenta. Parliamo in fin dei conti di eventi che si protraggono nel tempo e seguono meccanismi non ancora del tutto chiari alla scienza; è dunque difficile offrire certezze. Per questo, per quanto le stime e le previsioni sull’andamento del contagio siano importanti -direi imprescindibili- al fine di pianificare le politiche sanitarie e sociali, esse non devono essere prese per oro colato. Al contrario, devono essere viste nel quadro di assunti e paradigmi che sono per loro stessa natura incompleti. La scienza opera, o almeno dovrebbe operare, in condizioni di incertezza. Essa rimane un processo di scoperta sempre provvisorio e mai definitivo. La politica d’altro canto dovrebbe servirsi degli esperti per adempiere al proprio ruolo: e cioè di prendere delle decisioni difficili in momenti di incertezza e assumersene la responsabilità. Per questo, ritengo sempre e comunque utile produrre modelli statistici e computazionali sull’andamento della pandemia, e della sua mortalità, ma bisogna capirsi bene su cosa rappresentino, quali siano i loro limiti, e sul come debbano essere utilizzati.

I dati più sicuri li avremo a crisi terminata, potenzialmente tra diversi anni. Oggi guarderei al dato, promettente, di una riduzione costante dei ricoveri ospedalieri ed in particolare di quelli in terapia intensiva che ad oggi rappresenta meno del 5% dei casi accertati. Sappiamo infatti che è lì che maggiormente si concentrano i casi di decesso (con una stima di mortalità tra il 60% e l’80% – globalmente) e la pressione sul sistema sanitario nazionale. È anche un dato estremamente utile per stimare le conseguenze di una necessaria riapertura dell’economia. Specialmente se lo si riuscisse ad usare per capire quali sono i soggetti più a rischio e dunque da monitorare attivamente e proteggere. La riapertura del paese deve avvenire in relativa sicurezza ed in tempi brevi, ed è impensabile aspettare un azzeramento del contagio o la distribuzione di un vaccino. Altrimenti il rischio è quello di trasferire la pressione dal sistema sanitario a quello economico in quella che è già definita come la più grande depressione dal 1929. A livello globale ciò risulterebbe in una crisi sociale senza precedenti e l’ingresso in una fase di estrema volatilità politica che produrrebbe conseguenze molto più pericolose dello stesso virus nell’ambito delle relazioni internazionali.

Ci sono stati errori nella comunicazione dei dati scientifici relativi al coronavirus?

Non penso che i dati siano errati, più precisamente erano e sono incompleti e di scarsa qualità come è naturale avvenga in frangenti di crisi. Certamente però vi sono stati errori di comunicazione. Oggi sappiamo che la pandemia è stata inizialmente sottovalutata, ma ultimamente mi sembra che si sia passati al fronte opposto e che la paranoia stia determinando le nostre scelte. Sarebbe facile accusare i media di questo. La politica ha le sue responsabilità, ma a mio avviso l’errore è principalmente negli scienziati. Spesso non siamo stati completamente onesti, o espliciti, e il messaggio che è passato è che le stime ed i modelli previsionali siano delle vere e proprie profezie. Pensiamo ad esempio come i modelli, provvisori ed estremamente limitati, elaborati dall’Imperial College di Londra siano stati usati come unico criterio di riferimento per le politiche pubbliche di molti paesi (v. nota in calce per la critica dettagliata del modello)[1].

Come ho premesso, ciò non è solo impossibile ma contrario al metodo scientifico. Oltretutto le previsioni odierne sembrano essere quasi sempre orientate al ‘worst case scenario’; a mio modo di vedere per non essere più accusati di sottovalutarne le conseguenze.

A pandemia inoltrata, come leggere quella che inizialmente era considerata l’anomalia Italia?

Non ritengo che l’Italia sia più da considerarsi un’anomalia. Senz’altro, almeno in una fase iniziale, il virus si è diffuso in modo estremamente veloce e con un livello di letalità inaspettato. E questo era certamente anomalo. E tuttavia da un lato abbiamo visto che, col passare del tempo, quasi tutti i paesi si stanno allineando tra di loro sia in termini di diffusione del contagio che di mortalità.

I dati indicano che il case fatality rate è stabilmente sotto l’1% dal 5 di aprile.

Ad oggi (16 aprile), il valore è dello 0.61% a 8 giorni dal manifestarsi dei sintomi (0.65% a 10 giorni). I dati relativi al fattore di crescita sono stabilmente sotto il valore di 1, e quindi indicano la decrescita del contagio, a partire dal 12 aprile (v. i dettagli nello studio pubblicato in precedenza a questo link).

Inoltre, i ricoverati in terapia intensiva sono in costante rapida diminuzione dal 4 aprile, mentre in generale i ricoveri sono in flessione dal 7 aprile.

D’altro lato, è certo che sappiamo ancora molto poco del virus e dei fattori che ne facilitano la diffusione. Gli studi che stanno emergendo in questi giorni, ad esempio, suggeriscono che non tanto l’età, quanto la presenza di condizioni croniche di salute come diabete, ipertensione e obesità, siano da ritenersi responsabili dei casi più gravi di infezione. Relativamente alla diffusione geografica, il dato che emerge sembra suggerire che questa avvenga più facilmente in aree altamente industrializzate e magari con scarsa attenzione alla qualità ambientale. Non sorprende dunque che i paesi più industrializzati, e al loro interno le aree maggiormente sviluppate come la pianura padana, la città di New York o la provincia di Wuhan, siano quelli più colpiti dal virus. Forse ciò accade per colpa di una popolazione molto più affetta da patologie preesistenti e già indebolita da fattori ambientali ma anche, come suggeriamo alla Chapman University in uno studio in via di pubblicazione, a causa della particolare struttura della popolazione e dei network sociali che è tipica delle aree più operose di un paese: cioè una popolazione attiva più giovane e dinamica, e un’importanza maggiore del tessuto di supporto sociale dato dalle relazioni intergenerazionali.

Come valuta il dialogo / scontro fra politica e ricercatori al tempo del COVID19?

Certamente la politica deve ascoltare la scienza prima di prendere delle decisioni, ma la scienza non può pensare di sostituirsi alla politica né assumere le caratteristiche di una religione infallibile. Personalmente ritengo che sia importante mantenere una distinzione chiara dei ruoli e che gli scienziati, in particolare, non cedano alla tentazione di fare i politici. Questo perché i politici sono soggetti al controllo democratico degli elettori; un principio fondamentale dell’ordinamento democratico. Mentre la scienza non opera, e non deve operare, in modo democratico. Leggo ad esempio, e con una certa preoccupazione, che alcuni esperti virologi vorrebbero creare una struttura permanente di monitoraggio sui rischi pandemici. Fin qui nulla di male; ben venga. Bisognerebbe anzi inquadrarla in una discussione complessiva sulla creazione di strutture di resilienza e difesa civile. Ma che la si voglia legalmente in grado di imporre misure di quarantena o limitazione dei diritti individuali è francamente inaccettabile in un paese democratico. Insomma se, come vorrebbero gli epidemiologi, il modello auspicato è quello della Corea non possiamo certo ispirarci a quella del Nord.

Come valuta l’impatto della pandemia sul futuro delle relazioni internazionali?

Sto leggendo diverse teorie sull’origine del virus. Mentre sembra ormai scontata un’origine naturale, vi sono sospetti che il suo rilascio possa dipendere da errori avvenuti in un laboratorio cinese dove il virus, come accade in molte altre nazioni, era studiato. Se fosse confermato che la Cina ha avuto delle responsabilità dirette sulla pandemia, in aggiunta alla sua gestione tardiva e poco trasparente del contagio, si profilerebbero scenari inquietanti per le relazioni internazionali. Ciò porterebbe infatti ad un inasprimento delle già difficili relazioni diplomatiche, e potenzialmente di quelle economiche, con il gigante asiatico che potrebbe reagire in modo molto aggressivo. Questo si aggiungerebbe alle già evidenti tendenze isolazioniste americane e alla possibile implosione dell’Unione Europea, sempre più disarmonica, che già esce con le ossa rotte dalla pandemia. Uno scenario del genere getterebbe non poche ombre sulla già precaria governance mondiale e minerebbe di fatto importanti progetti comuni sul fronte dei cambiamenti climatici e dei processi di pace oggi in atto in diverse aree del pianeta.

 

[1] Il modello è quello che più di tutti ha informato le strategie di contenimento dell’infezione; in particolare l’idea di “flatten the curve”; è molto sofisticato ma si basa su assunti che derivano da informazioni imperfette. Ad esempio, il valore di R0 che il modello assume, il numero di riproduzione di base, ovvero il numero medio di nuovi casi per ogni persona infetta, e’ stabilito a priori su circa 2 individui. In altre parole, il modello assume che ogni individuo infetto tende ad infettarne altri due, ma questa non è una misura reale della sua infettività. Va da sé che anche una minima differenza tra il dato assunto e quello effettivo si amplifica in eccesso o difetto quando viene estesa a livello nazionale. Inoltre, per fare un altro esempio, i ricercatori hanno usato un periodo di incubazione di cinque giorni e hanno ipotizzato che la trasmissione abbia inizio 12 ore prima dell’inizio dei sintomi. Altra cosa che, col tempo, abbiamo scoperto non essere vera. La lista è lunga: i ricercatori hanno anche assunto che la percentuale di casi ospedalizzati, cioè quelli che avrebbero richiesto strutture di terapia intensiva si aggirava attorno al 30% dei ricoverati mentre il dato è molto minore, o che il tasso di mortalità dei pazienti in terapia infettiva fosse del 50%, che gli anziani fossero i più colpiti, ecc. Venendo al punto, i valori utilizzati come assunti del modello si basano sulle informazioni che i ricercatori avevano all’epoca dell’elaborazione del modello e pertanto i suoi risultati sono da considerarsi molto limitati. Gli stessi ricercatori, ovviamente, non hanno fatto segreto di queste limitazioni ma spesso i nostri giornali ed esperti televisivi le hanno omesse. Un’altra cosa che il modello ha offerto è una stima della popolazione degli infetti non identificati; che veniva stimata attorno a 6 milioni di individui ed è stata riportata da tutti i quotidiani ed esperti. Quello che tuttavia è stato spesso omesso, è che lo stesso modello riportava come intervallo di confidenza, e cioè un insieme di valori che con una certa “confidenza” contiene il valore vero, andava dai circa 2 ai quasi 16 milioni di individui. Insomma, non esattamente la stima puntuale che si voleva far passare. Ciò è esemplificativo dell’uso spregiudicato che si è fatto dei modelli.


#COVID19: buone notizie, parlano i numeri

La data in cui i decessi giornalieri dovrebbero raggiungere il livello minimo è l’11 di Aprile

di Andrea Molle – START InSight, Chapman University (USA)

ultimo aggiornamento 10.04.2020

Sulla base dei dati diffusi dal Dipartimento della Protezione Civile (3 Aprile), vi presentiamo in anteprima un’importante aggiornamento sulla situazione in Italia. Una sintesi grafica a cura di Andrea Molle, ricercatore presso la Chapman University della California (USA) e ricercatore associato di START InSight.

Il numero dei casi identificati giornalmente in Italia è sempre alto, ma non possiamo leggerlo come un segno che il contagio sia in ripresa.

Se osserviamo infatti la tendenza dell’ultima settimana, ciò sta probabilmente accadendo perché i test sono aumentati. Il numero dei test effettuati è quasi raddoppiato negli ultimi tre giorni rispetto al mese di Marzo. Vengono quindi identificati più casi, ma sin dall’inizio di Aprile i ricoveri e in particolare i pazienti in terapia intensiva sono in costante declino. Anche i tassi di mortalità si sono finalmente stabilizzati al di sotto dell’1% e oggi sono, rispettivamente, allo 0,69% per il CFR a 8 giorni e allo 0,75% per il CFR a 10 giorni . Inoltre, il tasso di positività al test (TPR) è sceso dal 20% a circa 7%. Cio’ suggerisce che le stime di milioni di infetti non identificati prodotte dall’Imperial College e dall’Universita’ di Oxford potrebbero essere estremamente imprecise e pertanto fuorvianti. Abbiamo bisogno di dati migliori per definire politiche pubbliche piu efficaci per la Fase 2.

Il primo grafico illustra il fattore di crescita (Growth Factor) del contagio registrato ufficialmente in Italia. Come si può notare, il fattore di crescita si sta stabilizzando sotto il valore di 1.00 (0.98). E’ una bella notizia perche’ significa che il contagio per COVID19 non cresce piu’ esponenzialmente.

Il secondo grafico – a) e b) – offre la visualizzazione dei decessi giornalieri in Italia nel periodo tra il 1 marzo e il 5 aprile (dati ufficiali Dipartimento della Protezione Civile). Il primo grafico a) riporta i valori assoluti e il secondo b) in versione logaritmica. Il dato giornaliero dei decessi (asse delle ordinate) e’ riportato in relazione al numero dei casi attivi all’ottavo giorno precedente il decesso (asse delle ascisse). Da notare come nelle prime due settimane di marzo il numero dei decessi aumenti in maniera proporzionale all’aumento dei casi.  A partire dal 28 marzo, possiamo osservare un’inversione radicale di tendenza laddove all’aumento dei casi si riscontra una repentina e costante diminuzione della quota di decessi. Una minore proporzione di decessi rispetto ai casi riscontrati puo’ essere attribuita al successo delle misure di quarantena, all’incremento dei test effettuati e al ridursi della pressione sul sistema sanitario nazionale.

Dato l’andamento curvilineo della distribuzione dei decessi giornalieri, e assumendo che il trend sia stabile, abbiamo impiegato un modello di regressione quadratica (R2 = .936) per stimare la data in cui i decessi giornalieri dovrebbero raggiungere il livello minimo possible a fronte della mancanza di una cura e/o di un vaccino efficaci. Il modello indica come giorno piu’ probabile l’11 di Aprile, con un intervallo di confidenza di +/- 2 giorni.

Il terzo grafico illustra l’indice di mortalità: il case fatality ratio a 8 giorni. Considerando una finestra di 8 giorni tra l’onset dei sintomi e il decesso, questo è l’indicatore piu’ attendibile di letalità del virus. La situazione italiana si sta allineando a quelle di altri paesi colpiti dalla pandemia, con un dato a 8 giorni dell’1.24%. Considerando 10 giorni di finestra, il tasso cresce leggermente, pur mantenendosi all’1.52%, pur sempre in linea con altri paesi. Importante evidenziare come i dati riportati da alcuni media italiani (tra il 5% e il 10%) non siano corretti.

Infine, il tasso di mortalità. La proporzione di ricoveri in terapia intensiva si attesta sui livelli medi internazionali. Il terzo grafico illustra che i casi gravi spesso fatali, cui la mortalità specifica si aggira sul 40%, sul totale dei pazienti attivi è oggi inferiore al 5% (4.88%).

 


Le carceri sono chiuse, ma il Coronavirus ha le chiavi. Radio 24

ultimo aggiornamento 12.04.2020

Le carceri di tutto il mondo sono chiuse ma il Coronavirus ha le chiavi: un problema di sicurezza, stabilità sociale, capacità di gestione dell’emergenza.

Di questo hanno parlato gli ospiti della trasmissione radiofonica Nessun Luogo è lontano, su Radio 24 – Il Sole 24 ore, intervistati da Giampaolo Musumeci

Vi proponiamo lo stralcio dell’intervento di Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight, focalizzato sugli effetti del virus in Afghanistan.

Le prigioni, o meglio i detenuti, sono la chiave della recente politica afgana, con lo scambio di prigionieri taliban, precondizione per dialogo e pace. Come impatta il Covid-19?

Una situazione particolarmente grave che potrebbe avere un duplice effetto: da un lato positivo e dall’altro meno. Il governo afghano potrebbe sfruttare la necessità di alleggerire il peso del sistema carcerario rispondendo in tempi brevi alla premessa dell’accordo con i talebani, che prevede il rilascio di 5.000 prigionieri attualmente detenuti nelle carceri governative. Le resistenze politiche potrebbero qui trovare la soluzione che toglierebbe l’imbarazzo del rilascio dei talebani, dei quali 100 messi in libertà alla data del 9 aprile.

L’aspetto negativo è rappresentato dal fatto che il governo afghano, già debole, non sarà in grado di contrastare né la diffusione del virus né le conseguenze economiche e sociali che saranno devastanti in un Paese prossimo al collasso.

Come sono le carceri afghane? Quali standard?

Ho avuto modo di visitare il carcere di Pol-e Charki molti anni fa e posso testimoniare che si tratta di standard molto lontani dai peggiori standard che si possono trovare nelle prigioni occidentali. Certo, molto cambia a seconda dell’area del Paese in cui ci si trova. A Herat vi è un carcere femminile molto ben attrezzato e che in un certo senso è un rifugio per molte donne che, pur di lasciare condizioni famigliari inaccettabili, trovano il modo per essere condannate e incarcerate. Ma nella maggior parte delle carceri afghane prevalgono la corruzione, l’assenza di controlli efficaci, il mancato rispetto dei diritti dei carcerati, le torture, le violenze, la scarsità e la bassa qualità del cibo e delle condizioni igieniche in generale. La situazione complessiva è certamente insostenibile se alle già presenti criticità andrà a sommarsi l’incapacità di gestione del Coronavirus.

Potranno reggere l’impatto? Cosa pensi farà il governo? Rilascio? Amnistie? Pene alternative?

È previsto il rilascio per il momento di almeno 10.000 detenuti (prevalentemente donne, minori e malati) sul totale di circa 40mila: parliamo di un quarto della popolazione carceraria. Non è escluso che sommosse e violenze possano portare ad ulteriori uscite non autorizzate come è molto probabile che, a fronte della diminuzione della capacità di gestire il sistema carcerario, aumenteranno le azioni degli insorti e dei gruppi criminali volte a liberare, armi in pugno, i propri compagni. La risposta dello stato potrebbe essere quella di procedere ad ulteriori rilasci quando, e non se, la situazione peggiorerà tenuto conto anche delle migliaia di afghani rientrati nel paese dall’Iran dove la diffusione del virus è estremamente grave.

Ad oggi sono circa 3.000 i detenuti rilasciati, tra questi 2,905 uomini, 88 donne e 48 minori. Nel totale dei rilasciati anche 100 talebani.

 


Cause di morte per COVID19: non è l’età, ma la combinazione di alcune malattie (Chapman University)

di Steven Gjerstad e Andrea Molle – Chapman University, USA

Lo suggerisce uno studio della Chapman University statunitense, pubblicato in anteprima esclusiva da START InSight.

“È un risultato estremamente importante, non solo perché permette di valutare meglio i pazienti di COVID-19 in fase di triage. Nelle fasi successive, a partire dalla cosiddetta fase 2 fino alla produzione e distribuzione di un vaccino, sarà fondamentale prendere delle decisioni mirate a proteggere prima di tutto la parte della popolazione più esposta a gravi conseguenze. Prima del vaccino, gli individui affetti da ipertensione, diabete, malattie cardiache, se non già immuni, dovranno necessariamente essere tenuti sotto stretto controllo. Non solo in quanto soggetti a rischio, ma soprattutto perché rappresentano il primo vero campanello di allarme di una eventuale risurgenza del contagio. Sappiamo infatti che sono questi individui a presentare i sintomi più severi mentre i soggetti sani possono essere del tutto asintomatici e dunque diffondere silenziosamente il virus.”

LA RICERCA

Malattie cardiache, ipertensione, diabete, ictus e malattie del fegato: identificare la presenza di questi fattori in fase di triage aumenta la possibilità di sopravvivenza.

La reazione globale all’epidemia di COVID-19 si basa sul presupposto critico che tutte le persone di età superiore ai 60 anni affrontano un inaccettabile rischio di morte se infettate dal virus. Un’analisi dettagliata dei dati dei singoli pazienti cinesi, americani e italiani indica invece chiaramente che questa ipotesi non è corretta. La nostra ricerca prova che solo lo 0,8% di tutti i decessi correlati al coronavirus in Italia riguarda individui altrimenti sani. Il restante 99,2% dei decessi riguarda individui che avevano almeno uno, e spesso almeno altri tre, fattori di malattia. Da questa scoperta derivano implicazioni significative in termini di politica sanitaria, e per le strategie di quarantena e di triage.

Statisticamente l’età non è il fattore determinante come causa di morte. Il decorso della malattia è identico tra pazienti anziani e giovani senza morbilità.

L’epidemia di coronavirus in Italia ha messo a dura prova le risorse ospedaliere, in particolare la disponibilità letti e ventilatori per la terapia intensiva dei pazienti che soffrono di insufficienza respiratoria acuta. I primi studi di comorbidità da COVID-19 effettuati in Cina [1], Italia [2] e Stati Uniti [3] suggeriscono che i tassi di mortalità aumentano rapidamente con l’età, in particolare oltre i 60 anni. Gli stessi studi mostrano anche che i decorsi nefasti aumentano sostanzialmente con la comorbilità fattori come malattie cardiache, ipertensione, diabete, ictus e malattie del fegato [1, 4]. È noto che questi fattori di morbilità aumentano rapidamente con l’età [5, 6]. Questa nota analizza in dettaglio l’ipotesi che l’età possa non essere un fattore indipendente che aumenta la mortalità COVID-19. Tra gli anziani la maggiore incidenza di malattie cardiache, diabete, ipertensione e altri fattori di comorbilità portano ad un aumento dell’incidenza di mortalità tra i pazienti più anziani con COVID-19. La distinzione è importante per guidare al meglio le decisioni di triage per ricoveri e terapia intensiva.

un triage più efficace aumenta le probabilità di sopravvivenza

Comprendere se sono i fattori di comorbidità che portano alla morte dei pazienti affetti da COVID-19, e non l’età, aiuterà a rendere il triage più efficace se le anche persone anziane sane riceveranno un trattamento, poiché le loro probabilità di sopravvivenza sono buone. I dati offerti dall’Istituto Suoperiore di Sanità (ISS) forniscono prove che in realtà sia la comorbidità a portare alla morte i pazienti di COVID-19.

I dati forniti dall’ISS possono essere usati per confermare che l’età da sola non porta alla morte per COVID-19. Il 48,5% dei casi fatali di COVID-19 in Italia fino al 17 marzo presentava 3 o più fattori di comorbilità. Un altro 25,6% aveva 2 di questi fattori e il 25,1% aveva un fattore. Solo lo 0,8% dei pazienti non soffriva di alcuna patologia. Quest’ultima statistica è importante. Se l’età da sola fosse un fattore indipendente che porta mortalità, allora ci aspetteremmo di vedere molti più decessi tra coloro che sono anziani ma altrimenti sani. In altre parole, siccome in Italia circa il 40% di tutti i casi di COVID-19 è rappresentato da persone di età superiore ai 70 anni, la frequenza senza fattori di comorbilità sarebbe molto più elevata dello 0,8%. Se anche un quarto di quelle persone fosse in buona salute e se gli anziani in buona salute fossero realmente ad alto rischio di decesso per COVID-19, stimiamo che almeno il 10% di tutti gli incidenti mortali causati da COVID-19 sarebbe tra riscontrarsi tra persone anziane con zero fattori di comorbilità. Ma sappiamo che solo lo 0,8% delle morti è tra persone anziane senza fattori di comorbilità.

l’età non è un fattore che porta alla mortalità per COVID-19

Da ciò concludiamo che l’età non è un fattore che porta alla mortalità per COVID-19. E’ evidente che i pazienti anziani senza comorbidità non muoiono di COVID-19 e quindi le decisioni di triage che risultano nella non ammissione in ospedale di questi soggetti non incrementano la mortalità di questo gruppo di età. È probabile che questi pazienti si riprendano, ma è anche probabile che si possano riprendere più rapidamente e con meno danni fisici ricevendo qualche forma di trattamento. È inoltre improbabile che richiedano un periodo di terapia intensiva molto più lungo di un giovane sano, poiché si stanno riprendendo in modo analogo ai giovani che non presentavano fattori di comorbilità.

gli anziani senza malattie pregresse si stanno riprendendo in modo analogo ai giovani

Se questo dato venisse recepito dalle strutture sanitarie, consentirebbe un turnover dei pazienti molto più rapido. Questo a sua volta potrebbe alleviare la pressione sull’infrastruttura sanitaria italiana. Per questi motivi, riteniamo che le decisioni sul triage debbano essere prese indipendentemente dall’età del paziente. Inoltre, se il dato venisse confermato da altri studi nazionali, una politica di quarantena più efficace potrebbe essere mirata solo alle persone identificate dai loro medici di base come a rischio.

Steven Gjerstad, Economic Science Institute, Chapman University, Orange, California, 92866 USA
Andrea Molle, Department of Political Science and Institute for the Study of Religion, Economics and Society, Chapman University, Orange, California, 92866 USA

[1] Wu, Zunyou and Jennifer M. McGoogan, “Characteristics of and Important Lessons From the Coronavirus Disease 2019 (COVID-19) Outbreak in China,” Journal of the American Medical Association, Feb. 24, 2020.

[2] Livingston, Edward and Karen Bucher, “Coronavirus Disease 2019 (COVID-19) in Italy,” Journal of the American Medical Association, March 17, 2020.

[3] “Severe Outcomes Among Patients with Coronavirus Disease 2019 (COVID-19) — United States, February 12–March 16, 2020.” Centers for Disease Control, Morbidity and Mortality Weekly Report (MMWR), 18 March 2020. DOI: http://dx.doi.org/10.15585/mmwr.mm6912e2

[4]  “Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi a COVID-19 in Italia,” Instituto Superiore di Sanita, 17 Marzo 2020.

[5] “Age-adjusted percentages of selected circulatory diseases among adults,” Centers for Disease Control, Summary Health Statistics: National Health Interview Survey, 2018.  https://ftp.cdc.gov/pub/Health_Statistics/NCHS/NHIS/SHS/2018_SHS_Table_A-1.pdf

[6] “Diabetes prevalence and glycemic control among adults,” Centers for Disease Control, 2018.  https://www.cdc.gov/nchs/data/hus/2015/040.pdf