Afghanistan: cosa manca all’accordo tra USA e talebani? (ISPI)

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A un mese dal primo incontro preliminare con l’inviato statunitense per il processo di pace Zalmay Khalilzad, dal 25 al 27 febbraio e poi ancora sabato 2 marzo 2019 i talebani hanno riaperto le porte del loro ufficio politico di Doha, la capitale del Qatar. Il quinto dell’ultima serie di incontri avviati dagli Stati Uniti e dai talebani nell’estate del 2018, ma che hanno escluso il governo afghano.

I colloqui di Doha sono stati i più importanti, tra i molti avvenuti durante tutta la guerra, sia per il livello delle delegazioni, sia per i risultati in termini di convergenza di intenti, benché con tempi e modalità differenti. Colloqui che però, a fronte delle aspettative, non hanno portato a un accordo condiviso: «Finora non vi è stata convergenza su alcun accordo o documento» ha dichiarato il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, il 3 marzo. Dunque, tutto rinviato ai prossimi incontri.

L’argomento cardine dell’incontro è stato il “ritiro completo” delle truppe straniere dall’Afghanistan, conditio sine qua non imposta dai talebani per l’avvio di qualunque soluzione negoziale; da parte statunitense è stata posta la volontà di proseguire la lotta al terrorismo, più per ragioni di opinione pubblica interna – propensa a sostenere il ritiro ma non a una soluzione che renda vani i sacrifici fatti. In merito all’ipotesi di ritiro delle truppe straniere entro un limite temporale da tre o cinque anni, discussa a febbraio dagli Stati Uniti con i paesi europei, i talebani hanno precisato che tali tempistiche non sono esito dell’accordo tra le due parti.

Che qualcosa sui tavoli di Doha si stesse muovendo si era capito già il precedente 25 gennaio, quando il capo dei talebani, il mawlawì Hibatullah Akhundzada, aveva nominato il mullah Abdul Ghani Baradar – fino ad allora e per 8 anni detenuto in Pakistan – a capo della commissione politica per il negoziato con gli Stati Uniti: uno dei più esperti tra i comandanti e acuto stratega politico, è forse la figura più influente tra i vertici talebani. Un cambio al vertice che ha avuto lo scopo di lanciare un preciso messaggio: è la leadership del movimento che si siede al tavolo negoziale la cui regia è nelle mani di un altro importante e storico rappresentante talebano, Sher Mohammad Abbas Stanakzai. Una scelta che è al tempo stesso un chiaro indicatore della mediazione tra Stati Uniti e Pakistan, e il ruolo di quest’ultimo nel processo negoziale.

Chi ha preso parte ai negoziati?

La delegazione statunitense guidata da Zalmay Khalilzad era composta da 15 funzionari, tra i quali il generale Austin S. Miller, comandante delle forze militari straniere in Afghanistan. In apertura dell’incontro, Khalilzad ha evidenziato la necessità di dare al negoziato tempi dilatati ed ha manifestato la volontà di definire una road map per l’Afghanistan – sebbene la priorità sia la salvaguardia degli interessi e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Obiettivi primari rispetto all’ambizione di dare al governo afghano un ruolo nel futuro del Paese.

Il mullah Baradar, investito dei pieni poteri decisionali e gestionali, ha guidato la delegazione talebana di 14 membri[1]. Il mullah Mohammad Anas Haqqani, figlio del defunto mujaheddin Jalaluddin Haqqani e fratello minore di Sirajuddin, leader della rete Haqqani e braccio destro del leader talebano, è stato l’unico membro del consiglio politico a non poter partecipare ai colloqui in quanto detenuto in Afghanistan; per lui già a gennaio il movimento talebano aveva avanzato richiesta di rilascio. 

I temi discussi

Queste le tematiche affrontate nella tre giorni di Doha: ritiro totale delle forze militari straniere secondo un calendario concordato, impegno da parte talebana ad impedire che l’Afghanistan possa ospitare gruppi terroristi, come lo Stato Islamico o al-Qa’ida, in grado di minacciare la sicurezza statunitense e degli alleati, scambio di prigionieri e cancellazione dalle black list del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dei vertici talebani impossibilitati a viaggiare. Infine, altri due importanti temi affrontati sono stati la possibilità di un “cessate il fuoco” e la partecipazione al negoziato del governo afghano che i talebani considerano un “fantoccio”: un elemento rilevante è  la possibile rinuncia da parte talebana ad annunciare la consueta “offensiva di primavera”.

Ruolo e diritti delle donne non sono invece nell’elenco dei temi oggetto di negoziato, né lo saranno. 

Mortificato il governo di Kabul: escluso dal tavolo negoziale

Pur escluso dai negoziati, il governo di Kabul insiste nella ricerca del più ampio sostegno possibile da parte dei gruppi di potere e delle istituzioni tradizionali; in tale ottica il Presidente Ashraf Ghani ha convocato per marzo una Loya Jirga, l’assemblea dei leader politici e tribali, per concordare la posizione negoziale del governo nei colloqui con i talebani. Kabul teme che Washington possa negoziare un ritiro improvviso, ma è anche vero che l’inclusione in un secondo momento è oggetto di negoziazione da cui i talebani trarranno ulteriore vantaggio. Apprezzato in maniera trasversale il ruolo dell’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai.

L’opzione statunitense rifiutata dai talebani

L’opzione del ritiro, sostenuta dagli Stati Uniti, si basa sul disimpegno di 7.500 militari statunitensi entro il primo semestre 2019 e dei restanti 7.000 entro 3 o 5 anni, con un impiego esclusivamente di tipo contro-terrorismo che non includa i talebani tra i target: in linea con il limite temporale del 2024, sancito sulla base degli accordi bilaterali del 2014 che garantiscono l’utilizzo delle basi strategiche da parte statunitense.

La Nato (17.000 unità a marzo 2019) rimarrebbe in Afghanistan almeno fino al 2020 con una forza residua a supporto delle forze di sicurezza afghane. Infine vi è la questione dei contractor e delle compagnie di sicurezza private: al momento 25.239 operatori, destinati ad aumentare.

Riguardo alle conseguenze, il dimezzamento delle unità militari straniere e il parallelo taglio delle risorse destinate allo sviluppo e al mantenimento delle forze di sicurezza afghane – che dipendono al 90 percento dall’aiuto economico statunitense e della Comunità internazionale – lascia prevedere un probabile collasso dell’apparato di sicurezza nazionale e il probabile passaggio di molti militari e poliziotti nei ranghi delle milizie personali dei signori della guerra o della droga o degli stessi gruppi di opposizione armata. Uno scenario che aprirà a una ulteriore situazione di caos, alimentato da nuove dinamiche competitive e conflittualità tradizionali tra gruppi di potere, gruppi tribali e attori regionali. 

Le incognite in sospeso

L’incognita principale è la rappresentatività: la delegazione a Doha ha parlato a nome di tutte le anime del movimento talebano o solamente della componente più vicina alla leadership? Il rischio è che le componenti più radicali e più giovani possano andare a rafforzare i ranghi dei gruppi che combattono il jihad globale, come al-Qa’ida e lo Stato islamico-Khorasan.

Preoccupa la sempre più massiccia presenza di jihadisti stranieri: l’Afghanistan sta vivendo l’effetto boomerang del jihadismo di ritorno. Nel Paese si sono riversati miliziani reduci della guerra in Siria: oltre agli afghani, anche uzbeki, uiguri, ceceni, arabi ed europei che non possono tornare nel vecchio continente.

Influisce, infine, la capacità talebana di muoversi con tempi molto dilatati e su più tavoli negoziali: con la Russia, la Cina e gli Stati Uniti. Così facendo hanno indebolito e diviso il fronte internazionale, togliendo agli Stati Uniti il monopolio del negoziato.

[1] Tra questi, mawlawì Ziaur Rahman Madani, mawlawì Abdus Salam Hanafi, sheikh Shahabuddin Dilawar, mullah Abdul Lateef Mansoor, mullah Abdul Manan Omari, fratello minore del fondatore dei talebani, il mullah Mohammad Omar, mawlawì Ameer Khan Muttaqi, mullah Mohammad Fazil Mazloom, mullah Khairullah Khairkhwa, mullah Noorullah Noori, mawlawì Mohammad Nabi Omari e mullah Abdul Haq Waseeq.


Afghanistan e dialogo negoziale: le incognite del ritiro imposto dai Talebani

Intervista a Claudio Bertolotti del 27 gennaio 2019; di Emanuele Valenti per Radio Popolare

La guerra afghana è una guerra ormai abbandonata.

Per la Nato e la Comunità internazionale, la guerra afghana è persa perché non può essere vinta. I talebani sono imbattuti e crescono in numero e capacità. Queste le ragioni alla base dell’apertura ai negoziati in Qatar.

Un abbandono sostanziale che ha portato le truppe a ridurre a zero le attività operative con l’avvio della missione Resolute Support nel 2015, lasciando agli Usa la condotta di azioni mirate con forze speciali e bombardamenti aerei (azioni record dall’inizio della guerra, ma con risultati assai modesti). E il presidente Ashraf Ghani a Davos lo ha evidenziato chi sta davvero combattendo la guerra sul campo di battaglia: le forze afghane, che hanno patito 45.000 caduti dal 2014 a oggi, e di questi ben 28.000 solo nel 2018.

Lo Stato afghano non è e non sarà più in grado di sostenere la pressione dei talebani, che già detengono il controllo di circa la metà del Paese. Esercito e Polizia di Kabul sono incapaci di garantire la sicurezza della popolazione afghana e stanno abbandonando le aree periferiche per concentrarsi in quelle urbane.

Lo Stato islamico sta aumentando la propria presenza, con numeri crescenti, per quanto ridotti, di combattenti stranieri e tra questi anche europei. Ma parliamo di numeri che sono di circa 2000 combattenti, contro i 50.000 talebani, gli oltre 300mila soldati afghani e i poco meno di 20.000 della Nato e degli Stati Uniti. Aumenta la componente di contractor, il che apre all’ipotesi di una privatizzazione di almeno una parte della guerra.

I talebani, a fronte di questa situazione, hanno aperto, con tempi molto dilatati, il dialogo negoziale, ma lo hanno fatto su diversi fronti: con la Russia, con la Cina e con gli Stati Uniti. Così facendo hanno indebolito e diviso il fronte internazionale impegnato nella stabilizzazione dell’Afghanistan, togliendo agli Stati Uniti il sostanziale monopolio nella condotta della guerra e nella ricerca della pace.

Gli incontri di Doha, conclusi il 26 gennaio 2019, rientrano in questa strategia multi-livello avviata dai talebani. Sono certamente gli incontri più importanti tra quelli svolti sino a ora ma, guardando al passato e ai precedenti annunci, non dobbiamo farci illusioni. Alcune incognite e perplessità si impongono.

1. Se è vero che il ritiro statunitense possa essere stato messo sul tavolo, non sono chiari né i tempi né i meccanismi per la realizzazione di tale ritiro. I 18 mesi da più parte rilanciati come tempo massimo per il ritiro sono stati bollati come falsa notizia dagli stessi talebani. Dunque, dobbiamo attendere ulteriori incontri ed è facile che questi, così come in passato, ci riserveranno grandi sorprese.

2. Il governo afghano cosa farà? Intanto si è dovuto piegare al doppio diktat talebano di rinunciare a sedersi al tavolo negoziale di Doha e di posticipare a luglio le elezioni presidenziali che erano previste per il mese aprile. Il che dimostra una sostanziale sottomissione, e una ampia disponibilità del governo, certamente anche sotto pressione da parte degli Stati Uniti.

3. E infine, l’accordo vale per tutti i talebani o per alcuni, magari anche i principali, gruppi che si riconoscono nel movimento che fu del mullah Omar, morto nel 2013, e che oggi è guidato dal mawlawì Haibatullah Akundzada al cui fianco siede Jualuddin Haqqani, a capo della nota rete Haqqani responsabile dei principali e spettacolari attacchi che vengono portati a termine nella capitale Kabul. Il rischio è che se da un lato una componente, pragmatica e per lo più appartenente alla generazione più matura dei talebani, possa effettivamente aderire al processo negoziale, possa però emergere quella componente più giovane e radicale che invece continuerà a combattere nel nome dello stesso ideale o – questo è il rischio principale – aderire al crescente gruppo Stato Islamico Khorasan, il franchise afghano del movimento già guidato da Abu Bakr al-Baghdadi in Iraq e Siria.