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Israele: la risposta e lo scenario di guerra

di Claudio Bertolotti

Il 7 ottobre, Hamas attraverso la sua ala militante, la Brigata Al Qassem, ha lanciato un attacco a sorpresa, terrestre e aereo, contro Israele. Un fatto che si è imposto come la più significativa escalation di violenza tra le due parti degli ultimi decenni. Centinaia di combattenti di Hamas hanno attraversato la Striscia di Gaza in territorio israeliano e hanno attaccato i posti di confine, investendo con la loro violenza obiettivi militari e aree residenziali (fonte ISW).

In tale contesto di violenza, Hamas e la Brigata Al Qassem hanno invitato le milizie palestinesi e i membri dell’Asse della Resistenza a unirsi alla lotta contro Israele.

Un appello, rivolto e raccolto dal gruppo libanese Hezbollah che, unitamente alle milizie palestinesi, hanno condotto attacchi contro le posizioni israeliane rispettivamente dal Libano meridionale e dalla Cisgiordania (fonte ISW)

Quali le ragioni all’origine di questa azione coordinata e strutturata su ampia scala?

Due i principali fattori determinanti il conflitto in corso: interni ed esterni alla questione palestinese.

Il principale fattore interno è rappresentato dalla competizione tra l’ala politica e militare di Hamas e l’Autorità nazionale palestinese (Anp), dove il primo attore intende esautorare il secondo per divenire unico punto di riferimento della popolazione palestinese e nei rapporti internazionali.

Parallelamente al fattore interno si impone quello esterno, conseguente al processo di normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi (Arabia Saudita in primis) e Israele. Un effetto destabilizzante per le ambizioni regionali dell’Iran.

Guardando ad entrambe le dimensioni, interne ed esterne, è ovvio che fosse nell’interesse di Hamas e dell’Iran minare tale accordo. Dunque una convergenza di interessi, sebbene su basi molto diverse.

L’aver inflitto un così grave danno ad Israele, oltre ad aver evidenziato la vulnerabilità di Gerusalemme, ha dimostrato forza e volontà di Hamas (e dell’Iran) e la debolezza della classe politica dell’ANP, disposta a concedere molto (troppo) agli israeliani.

Un recente articolo di Samia Nakhoul e Jonathan Saul per Reuters getta luce su alcuni aspetti interessanti, che dovranno presto essere approfonditi per comprendere le dinamiche che hanno determinato lo scenario a cui stiamo assistendo. In primis, Hamas avrebbe costruito un finto insediamento israeliano a Gaza per addestrarsi in preparazione dell’attacco; in secondo luogo, la preparazione sarebbe durata due anni, durante i quali Hamas ha dato l’impressione di non voler entrare in conflitto aperto ma di essere piuttosto focalizzato su economia/assicurare i diritti dei lavoratori della Striscia di Gaza; infine, terzo elemento, molti leaders di Hamas sarebbero stati all’oscuro dell’operazione.

In ogni caso, il risultato ottenuto è stato quello di minare nel breve periodo l’accordo tra le parti, ricollocando la questione palestinese al centro delle dinamiche mediorientali e di tutto il mondo arabo, dopo la sostanziale marginalizzazione di fatto avvenuta negli ultimi anni.

Quali gli sviluppi possibili del conflitto in corso?

Cosa accadrà (e cosa sta già accadendo)? Gli israeliani cercheranno di decapitare la leadership di Hamas. E se questo non bastasse (e non basterà) per indurre Hamas a cessare il lancio di razzi e ad avviare negoziati per liberare gli ostaggi, allora potremmo assistere a un’invasione israeliana su vasta scala di Gaza. Con ciò proponendo uno scenario simile a quello del 2005, quando Israele lasciò Gaza dopo averla occupata, con grande sforzo e oneri straordinari (intervista a Martin Indyk, per Foreign affairs del 7 ottobre 2023).

In questo caso, sul piano operativo si pone il problema della gestione di un conflitto in un’area ad alta densità di popolazione, dove la manovrabilità delle truppe di terra e il rischio di provocare un elevato numero di vittime potrebbe provocare una reazione di massa non solo da parte degli arabi a Gaza, ma anche dei profughi palestinesi nel vicino Libano e il molto probabile coinvolgimento di Hezbollah, anche questo sostenuto dall’Iran, e contemporanee rivolte violente in Cisgiordania e nella capitale Gerusalemme. Dunque un conflitto su più fronti, veramente difficile da sostenere, nonostante il massiccio e indiscusso supporto degli Stati Uniti.

E proprio per evitare il pantano di una guerriglia urbana è molto probabile che la prima fase della risposta di Gerusalemme possa svilupparsi attraverso l’impiego massiccio dell’aviazione e di droni per attacchi mirati, con l’obiettivo di indurre Hamas a desistere dall’offensiva intrapresa. Un’opzione operativa che potrebbe avere qualche speranza di successo solo se i paesi arabi più influenti su Hamas (Arabia Saudita, Qatar, Egitto) riuscissero attraverso un’azione diplomatica ad incidere sul gruppo palestinese. È una possibilità, ma la probabilità che ciò avvenga è molto limitata.

Al contrario, almeno nelle intenzioni di Hamas, è l’escalation di violenza il risultato fortemente voluto e ricercato dal gruppo. E questo perché è l’unica opzione per far rivoltare le opinioni pubbliche dei paesi arabi nei confronti delle rispettive leadership di governo (in particolare Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, insieme a quelli che hanno aderito all’“accordo di Abramo” avviato dall’allora presidente statunitense Donald J. Trump), perché l’obiettivo strategico di Hamas è quello di cancellare Israele dalla faccia della terra.

Insomma, l’unica carta vincente di Hamas (a dispetto delle esigenze e delle priorità dei palestinesi di Gaza), è l’intensificazione e l’allargamento del conflitto che coinvolga quanti più attori possibili, così da ottenere la sconfitta e la distruzione di Israele, l’unica democrazia liberale in tutto il Medioriente.




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