Il 1° settembre 2026 il
governo tedesco ha attribuito alla Russia il tentato attacco del 4 agosto
all’aeroporto di Lipsia/Halle, dove un drone dotato di esplosivo e sistema di
detonazione è stato rinvenuto nell’area di sicurezza, in prossimità di velivoli
cargo ucraini. Berlino ha indicato come base dell’attribuzione la convergenza
tra indagini di polizia, modalità operative e risultanze d’intelligence. Mosca
respinge l’accusa. La Germania ha annunciato misure diplomatiche e ulteriori
iniziative in sede europea.
Questo evento segna un
possibile salto di qualità nella pressione ibrida attribuita alla Russia. Ma
quanto è distante quel fronte dall’Italia? Dai sabotaggi alle operazioni cyber,
fino alla manipolazione informativa e alle possibili interferenze elettorali,
Claudio Bertolotti analizza una minaccia che tende a muoversi deliberatamente
sotto la soglia della guerra convenzionale. Il vero obiettivo di Mosca non
sarebbe lo scontro diretto con la NATO, quanto aumentare vulnerabilità, costi e
divisioni interne all’Europa. E l’Italia, per peso politico e infrastrutture
strategiche, non può considerarsi al riparo.
La Germania accusa la Russia del lancio di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Cosa possiamo aspettarci?
Credo
che quanto accaduto a Lipsia non debba essere letto soltanto per quello che
materialmente è, ma soprattutto per quello che avrebbe potuto produrre. Un
drone non ha provocato l’esplosione prevista e, dunque, sul piano tattico
l’azione è fallita. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo dato. Sul piano
strategico, invece, l’episodio ha già prodotto un effetto perchè ha dimostrato,
almeno secondo l’attribuzione formulata dal governo tedesco, che un attore
ostile è in grado di portare un dispositivo esplosivo all’interno di un’infrastruttura
critica europea e di avvicinarlo a velivoli inseriti nella catena logistica di
sostegno all’Ucraina. E questo è un problema, quasi scontato, ma che non ha
destato preoccupazione fin quando la vulnerabilità non è stata resa palese;
così cambia la prospettiva. Lipsia/Halle non è un aeroporto qualsiasi, ma è un
grande nodo logistico europeo, elemento della capacità di trasporto strategico
utilizzata dalla NATO. E colpire, o tentare di colpire, quel sistema significa
agire contro uno degli elementi che consentono all’Europa di sostenere
materialmente Kiev, ma senza attaccare direttamente un comando o
un’infrastruttura direttamente della NATO. È quella zona grigia in cui la
competizione ibrida trova la propria convenienza.
Cosa
succederà adesso? Probabile aspettarsi una risposta calibrata. Berlino ha già
scelto la strada diplomatica, delle restrizioni, delle sanzioni e del
rafforzamento della sicurezza. Non credo che la Germania abbia interesse a
trasformare automaticamente l’episodio in una crisi militare con Mosca, poiché
non c’è convenienza, né capacità in questo senso. C’è un però: il problema sarà
dimostrare che un’azione sotto la soglia della guerra non sia un’azione priva
di costo, ed è qui che si gioca la credibilità europea: rispondere senza offrire
alla Russia il vantaggio dell’escalation, ma facendo aumentare progressivamente
il costo politico, diplomatico, economico e operativo di simili iniziative.
Il
vero rischio non è tanto ciò che accadrà domani mattina, quanto la
normalizzazione di episodi di questo tipo. Se un tentativo di sabotaggio contro
un’infrastruttura strategica viene assorbito come uno dei tanti incidenti della
guerra in Ucraina, allora la soglia di ciò che diventa politicamente
accettabile tende inevitabilmente a spostarsi. E quando la soglia si sposta,
aumenta lo spazio per l’azione successiva. È un problema tutto nostro, non
della Russia.
Per alcuni analisti la Russia ha dichiarato
la guerra (ibrida) ad uno dei Paesi europei più importanti. Ma è una
dichiarazione di guerra all’Europa intera oppure nulla di tutto ciò?
Dobbiamo
essere realisti: non è una “dichiarazione di guerra”, e non userei nemmeno il
termine perché rischia di farci interpretare con le categorie della guerra
convenzionale un fenomeno che, per sua natura, tende proprio a sottrarsi a
quelle categorie. La guerra ibrida funziona perché consente di esercitare
pressione sull’avversario senza assumersi formalmente la responsabilità
politica e giuridica di una guerra: è la “plausibile negabilità” dell’atto, e
in questo la Russia (come l’Iran e la Corea del Nord) è maestra. Sabotaggio,
cyber-attacchi, disinformazione, interferenze, ricorso a intermediari e agenti
sacrificabili hanno in comune il vantaggio comune di rendere più complessa
l’attribuzione e, conseguentemente, più difficile la risposta.
Direi
quindi che, se l’attribuzione tedesca verrà consolidata dalle risultanze
investigative, Lipsia rappresenterà un ulteriore salto di qualità in una
campagna di pressione che l’Europa considera già in corso. Non è necessario che
Mosca “dichiari” una guerra ibrida alla Germania, perché la caratteristica
della competizione ibrida è esattamente l’assenza di quella dichiarazione. È
così, lo è da tempo.
E non
parlerei neppure di una dichiarazione di guerra all’Europa intera. Parlerei,
piuttosto, di un messaggio rivolto all’intero sistema europeo in cui nessun
Paese che contribuisca in maniera significativa al sostegno dell’Ucraina può
più considerarsi esterno al conflitto. Questo non significa che la Russia
voglia combattere militarmente contro l’Europa o contro la NATO, anzi è
esattamente il contrario e io continuo a ritenere che Mosca abbia tutto
l’interesse a evitare un confronto militare diretto con l’Alleanza. Il
paradosso però è evidente in quanto, nel tentativo di aumentare la pressione
sull’Europa senza arrivare alla guerra, la Russia tende a moltiplicare le
occasioni nelle quali un errore, una vittima, un sabotaggio riuscito o una
reazione non prevista potrebbero avvicinare proprio quel confronto che avrebbe
interesse a evitare.
La
Germania, poi, ha un valore particolare perché è una potenza economica,
industriale e logistica centrale, oltre ad essere uno dei principali
sostenitori europei dell’Ucraina, ed è politicamente determinante per la tenuta
della risposta europea. Fare pressione sulla Germania significa quindi tentare
di produrre un effetto che va ben oltre i confini tedeschi, significa influire
sulla percezione del rischio, sul consenso interno, sui costi del sostegno a
Kiev e, in ultima analisi, sulla coesione europea.
E la Nato?
La
NATO è di fronte a uno scenario che si basa sull’accettazione di una
distinzione fondamentale. La posizione dell’Alleanza è complessa perché deve
garantire deterrenza senza trasformare automaticamente ogni azione ibrida in un
casus belli.
L’Articolo
5 non è un interruttore che scatta automaticamente ogni volta che si verifica
un sabotaggio, un cyber-attacco o un’incursione con un drone. La valutazione
dipende dalla natura dell’azione, dagli effetti prodotti, dalla sua
attribuzione e dalla gravità complessiva e per questo, nel caso di Lipsia, il
punto più importante non è chiedersi se debba essere invocato l’Articolo 5, ma
comprendere come l’Alleanza possa impedire che la fascia al di sotto di quella
soglia diventi uno spazio operativo nel quale l’avversario possa agire quasi
impunemente.
Il
punto, a mio avviso, è che la deterrenza deve funzionare anche sotto la soglia
dell’Articolo 5, e se funziona soltanto quando siamo già di fronte a un attacco
armato convenzionale, allora lasciamo all’avversario uno spazio enorme nel
quale operare. Ed è precisamente quello spazio che oggi deve essere ridotto.
In Europa agirebbero molti agenti al
servizio della Federazione Russa. Dovremmo aspettarci un’intensificazione delle
azioni di sabotaggio?
È uno
scenario plausibile, e direi che dobbiamo prepararci a un aumento della
pressione, senza però trasformare una valutazione di rischio in una certezza
predittiva. Il punto che più trovo interessante è che il modello operativo che
le autorità europee stanno descrivendo non è necessariamente costituito da
agenti professionisti inviati da Mosca, ma da reti molto più flessibili,
composte da intermediari, criminali, soggetti reclutati attraverso piattaforme
digitali e quelli che i tedeschi definiscono, con un’espressione efficace,
“agenti usa e getta”: e anche qui ci vedo un parallelo con quanto starebbe
facendo l’Iran attraverso il reclutamento delle gang giovanili di immigrati per
destabilizzare la sicurezza (o la percezione di sicurezza) dei paesi europei
target.
E
questo avviene perché è un modello particolarmente conveniente che riduce il
costo dell’operazione, aumenta la distanza tra mandante ed esecutore e rende
più difficile ottenere una prova giudiziaria capace di ricondurre l’intera catena
di comando allo Stato che avrebbe promosso l’azione. L’esecutore può sapere
pochissimo del committente e persino ignorare la finalità strategica
dell’incarico, e proprio questa frammentazione è la forza del sistema.
Per
questo mi aspetto che la minaccia evolva più in termini di quantità,
diversificazione e imprevedibilità che attraverso operazioni necessariamente
spettacolari: depositi, ferrovie, aeroporti, reti energetiche, aziende della
difesa, sistemi informatici e infrastrutture legate al sostegno all’Ucraina
costituiscono obiettivi potenzialmente vulnerabili. Non tutti gli episodi
saranno riconducibili alla Russia e sarebbe metodologicamente sbagliato
attribuire automaticamente a Mosca ogni incendio, guasto o sabotaggio. Ma è
proprio la moltiplicazione degli eventi ambigui a produrre uno degli effetti
desiderati dalla guerra ibrida: rendere più difficile distinguere il caso, il
crimine comune, l’attivismo politico e l’operazione coordinata da un servizio
d’intelligence.
La
risposta europea dovrà quindi essere prima di tutto di metodo perchè occorre
mettere in relazione gli episodi, condividere intelligence e indicatori,
seguire i flussi finanziari e le modalità di reclutamento, proteggere le
infrastrutture e, soprattutto, evitare due errori opposti: sottovalutare il
fenomeno e attribuire alla Russia qualunque evento anomalo.
E
dunque sì, ritengo probabile un’intensificazione della competizione ibrida
nella misura in cui questa continuerà a offrire a Mosca risultati politici e
psicologici a costi relativamente contenuti, per quanto, proprio per questo, la
risposta più efficace non può essere quella emotivamente più forte, bensì
quella capace di ridurre progressivamente il tornaconto strategico di queste
operazioni, rendendole più difficili da organizzare, più facili da attribuire
e, soprattutto, più costose da promuovere.
Quanto è distante Lipsia dall’Italia? È un
campanello d’allarme anche per noi?
Non è
così distante, perché Lipsia dimostra che la minaccia ibrida non riguarda più
soltanto cyber-attacchi o propaganda, ma può tradursi in azioni fisiche contro
infrastrutture critiche, nodi logistici, trasporti ed energia. L’Italia dispone
di porti, aeroporti, reti ferroviarie e infrastrutture militari che hanno un
ruolo rilevante anche nel sostegno all’Ucraina: quindi il rischio non è
teorico. Il campanello d’allarme è proprio questo: la guerra può entrare nello
spazio europeo senza assumere la forma della guerra convenzionale. E la
presenza di gruppi o movimenti antagonisti o di estrema sinistra e destra
vicini alla Russia non può che aumentare la probabilità di tali azioni.
Il ministro degli Esteri italiano,
Antonio Tajani, parla di possibili interferenze russe nelle elezioni. Perché è importante
non sottovalutare?
Perché
l’obiettivo non è necessariamente “far vincere” un partito, ma alterare il
contesto nel quale gli elettori maturano le proprie decisioni, polarizzare,
amplificare le divisioni esistenti, delegittimare le istituzioni e il processo
elettorale e, ancora, esasperare le masse, o porzioni di elettorato su temi
sensibili, di fatto creando una polarizzazione sociale e politica. Tajani ha
ragione quando sottolinea la necessità di intervenire prima, perché le
operazioni di influenza funzionano soprattutto quando riescono a confondersi
con il normale dibattito politico e informativo.
In che
modo le interferenze russe si sono intensificate sull’Italia dal 2022 a oggi?
Quali i settori più sensibili?
Dal
2022 il salto di qualità riguarda soprattutto la convergenza tra strumenti diversi,
dalla disinformazione, alla manipolazione informativa, alle cyber-attività,
reti di influenza e al potenziale sabotaggio di obiettivi industriali o
infrastrutturali. E in questo quadro evolutivo non dobbiamo porre in secondo
piano la possibile convergenza dei gruppi antagonisti. I settori più sensibili
sono quelli che incidono direttamente sulla resilienza dello Stato, come il
sistema politico-elettorale, lo spazio informativo e i social media, così come
le infrastrutture energetiche e digitali, i trasporti, porti, aeroporti e
filiera industriale della difesa. Il punto, però, è non leggere questi
strumenti separatamente, in quanto la forza della strategia ibrida sta proprio
nella loro combinazione perché consente di produrre un effetto strategico senza
superare apertamente la soglia della guerra.
LO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE: LA NATO SECONDO TRUMP
di Melissa de Teffé, da Washington, DC –
Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START
InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
La testa di Trump si muove su binari
lontani da quelli politici tradizionali, per essere miti, e quando giorni fa
Axios lo intervista su come “vive, vede” l’esercizio del potere e
“chi” lo esercita, secondo lui, fra tutti i leader mondiali, mi sarei
aspettata che qualche nome europeo fosse elencato. Invece no: Trump parla solo
di Xi Jinping e di Modi, commentando: “molto intelligenti e in
gamba”. Ma perché Trump non parla di Europa e di europei?
La risposta sta nel fatto che, per
l’attuale inquilino della Casa Bianca, il Vecchio
Continente ha smesso di essere un partner politico strategico paritario per diventare
un mero mercato di sbocco commerciale. Nella sua visione transazionale del
potere, le relazioni transatlantiche non si misurano più in valori condivisi o
allineamento strategico, ma si riducono a un rapporto contabile di dare e avere
— lo dice lui stesso, parlando della Spagna ad Ankara:
“They don’t participate, they don’t pay. I don’t want anything to do with Spain.”
Walter Russell Mead, il teorico del
“Jacksonianismo” trumpiano (Hudson
Institute), la inquadra con precisione: “Trump
likes allies, but only of a certain type” — alleati utili nella misura
in cui si accollano rischio e costo, non partner da trattare alla pari.”
Se la richiesta
di Trump del 5% regala qualche miliardo alle casse dello stato americano,
sembra però essere uno specchietto per le allodole, visto il suo non interesse
a investire soldi, tempo ed energie con la nostra Europa.
Il traguardo del 5% del PIL, in realtà,
non nasce ad Ankara: Trump lo aveva già strappato agli alleati al vertice
dell’Aia nel giugno 2025. Quello che porta a
casa dalla Turchia è piuttosto la sua monetizzazione industriale: 3 miliardi di
dollari in nuovi accordi, dalla manutenzione dei sistemi Patriot di Lockheed
Martin ai droni da sorveglianza marittima di Northrop Grumman, dai missili Stinger prodotti in Europa da RTX fino alle
bombe di piccolo diametro che Boeing svilupperà con Rheinmetall in Italia. Nel
solo 2025 gli alleati hanno acquistato 54 miliardi di dollari in
equipaggiamento americano, sostenendo quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati
Uniti — il vero “Trump Trillion”, 1.210 miliardi accumulati dal primo
mandato. La sicurezza europea, insomma, si converte in export manifatturiero a
stelle e strisce: l’Europa paga di più, l’industria della difesa americana
incassa, e Washington nel frattempo restituisce le proprie truppe “ai
livelli pre-2022” — un modo elegante per certificare, nel linguaggio
stesso della Casa Bianca, il ritiro parziale che i think tank chiamano invece
il più grande cambiamento nella postura di difesa del continente dalla Guerra
Fredda.
IL “TEST DI LEALTÀ”
GEOPOLITICO
A Trump, in fondo, non interessano i
calcoli percentuali quanto la sottomissione politica. Le sue accuse nascono dal
fatto che l’Europa ha storicamente limitato l’uso delle proprie basi e si è
rifiutata di sposare senza condizioni le operazioni unilaterali americane —
come la guerra
preventiva contro l’Iran, quando
alleati come la Spagna hanno negato l’uso delle piste di decollo. La richiesta
di fondi maschera così una pretesa più profonda: lealtà geopolitica
incondizionata, non un bilancio in regola.
LA CRITICA
DEGLI ESPERTI: PERCENTUALI SENZA STRATEGIA
Il sospetto che gli obiettivi in
percentuale contino meno della sostanza militare non è nuovo — anzi, precede
Trump stesso. Già nel 2018, durante il primo mandato, l’analista Anthony
Cordesman del CSIS bollava il target del 2% come un “obiettivo percentuale
privo di significato” (meaningless percentage goal), sostenendo che
concentrarsi sui numeri distraesse dal vero problema: una pianificazione di
forza coerente e una strategia di difesa comune reale. Otto anni e un target
quasi raddoppiato dopo, l’obiezione resta intatta e forse ancora più calzante:
rincorrere il 5% del PIL dice poco su quali capacità l’Alleanza costruisca
davvero, e quanto queste rispondano a una strategia condivisa piuttosto che a
una lista della spesa imposta da Washington.
L’EUROPA,
LONTANA DALLA REALTÀ AMERICANA
Le diverse
costituzioni che compongono i paesi europei, una Bruxelles claudicante senza
veri poteri e senza unità, in un periodo di guerra, fanno capire a Trump
soprattutto una cosa: che il tempo stringe. Meglio investirlo altrove — in Sud
America e nel Sud-est asiatico — piuttosto che aspettare che 27 capitali trovino
una linea comune. E i motivi non sono solo commerciali, ma includono anche la
corsa sia alle famigerate terre rare, che alla creazione dei data centers per
l’AI.
Mentre l’Europa discute, Washington
firma. A maggio Trump riceve alla Casa Bianca il presidente brasiliano Lula — e
firma un’intesa commerciale, nata dalla necessità americana di diversificare
l’accesso a questi minerali strategici prima del vertice con Xi Jinping. Questa intesa sarebbe impensabile visto che
proprio nell’intervista con Axios, qualche
giorno fa, ha dichiarato che Lula è un uomo volubile. Quasi contemporaneamente
la società USA Rare Earth annuncia l’acquisizione del gruppo brasiliano Serra Verde, una delle
poche miniere al mondo fuori dalla Cina capaci di fornire terre rare pesanti e
che possiede anche un ottimo impianto di lavorazione. Sul fronte asiatico, la
Lynas Advanced Material Plant in Malesia — il più grande impianto di
raffinazione di terre rare al mondo al di fuori della Cina, esteso quanto 220
campi da calcio — è già diventata il fulcro della strategia di Washington per
spezzare il monopolio cinese, che controlla ancora oltre il 90% della
lavorazione globale. Il Giappone, parallelamente, si assicura l’accesso al
nichel e alle terre rare dell’Indonesia. Il messaggio è chiaro: se l’Europa
offre trattati e burocrazia, Sud America e Sud-est asiatico offrono le materie
prime del futuro — e Trump, che ha fretta, va dove trova entrambe le cose
insieme: velocità di decisione e sottosuolo.
LA GROENLANDIA,
LA PERIFERIA CHE NON È MAI STATA EUROPEA
Sulla carta la Groenlandia appartiene
al Regno di Danimarca, e dunque all’Unione Europea per interposta persona — ma
nella testa di Trump, e in una certa misura nella geografia stessa, l’isola sta
dall’altra parte dell’Atlantico. Geologicamente è parte della placca nordamericana,
non di quella eurasiatica; strategicamente ospita l’unica base statunitense
nell’Artico, la Pituffik Space Base, che fornisce l’allerta missilistica per
l’intero Nord America e non per l’Europa. È lo stesso principio di homeland esteso
all’intero Emisfero Occidentale — che la National Defense Strategy formalizza a
gennaio, e che i commentatori americani hanno già ribattezzato “Donroe Doctrine“,
fondendo il nome di Trump con la dottrina Monroe: la stessa logica invocata
dopo la cattura del leader venezuelano Maduro, e ora, estesa fino al circolo
polare artico. Non stupisce che ad Ankara Trump abbia rilanciato la pretesa più
esplicita di sempre — “deve essere controllata dagli Stati Uniti, non
dalla Danimarca” — mentre, contestualmente, minaccia di ritirare altre
truppe dall’Europa. Nella sua mappa mentale, la Groenlandia non è un
possedimento europeo, è un avamposto occidentale-americano da riportare a casa.
La premier danese Mette Frederiksen ha risposto senza esitazioni che l’isola
resta “non in vendita”, pronta a difendere “ogni
centimetro” del proprio territorio; il segretario NATO Rutte, dal canto
suo, si è trovato nella scomoda posizione di dare ragione a Trump sul pericolo
— tenere Cina e Russia fuori dall’Artico — pur senza avallarne la soluzione,
certificando così quanto la sovranità danese sia oggi più formale che
sostanziale.
SOTTO IL
GHIACCIO, LE TERRE RARE
Se la cornice militare spiega perché
Trump voglia la Groenlandia, è la geologia a spiegare la fretta. Sotto la
calotta polare del sud dell’isola giace il giacimento di Tanbreez, una
risorsa da 4,7 miliardi di tonnellate che contiene tutti e otto gli elementi
delle terre rare pesanti, disprosio e terbio inclusi — i materiali critici per
i magneti dei sistemi d’arma di ultima generazione, dai caccia ai droni. Ed è
così che Trump arriva in Groenlandia attraverso Wall Street. La società
americana Critical Metals Corp. (Nasdaq:
CRML), dopo una rastrellata di successo, controlla oggi il 92,5% del progetto.
Il governo groenlandese ha già
approvato il trasferimento definitivo lo scorso aprile. È lo stesso schema che
si osserva in Brasile con Serra Verde e in Malesia con l’impianto Lynas:
Washington non aspetta più che Bruxelles negozi trattati commerciali
quinquennali, compra direttamente le quote delle società che possiedono il
sottosuolo strategico. La Groenlandia, in questo senso, non è un’anomalia
artica nella strategia americana verso le Americhe e il Sud-est asiatico — ne è
semmai il tassello più settentrionale, unito dagli stessi due fili conduttori:
sicurezza militare diretta e corsa alle materie prime critiche, entrambi
elementi che l’Europa, con la sua architettura istituzionale lenta e
frammentata, non riesce a offrire nella stessa valuta.
Il quadro che emerge da Ankara,
dall’intervista Axios e dai dossier sulle terre rare non descrive un disimpegno
americano dal mondo, ma una ridefinizione delle priorità strategiche in base a
un criterio preciso: dove si trova il vantaggio competitivo più immediato. La
NATO resta formalmente intatta — la Section 1250A del NDAA (National
Defense Authorization Act) blinda comunque il ruolo del Congresso su qualsiasi
ipotesi di uscita — ma la sua funzione nella gerarchia trumpiana si è
ridimensionata da alleanza di valori condivisi a strumento di burden-sharing
industriale, in cui la sicurezza europea si converte in ordini per l’industria
della difesa americana e la componente valoriale, se mai è esistita nella sua
forma originaria, passa in secondo piano rispetto al criterio della reciprocità
economica.
Resta aperta, e probabilmente lo sarà
ancora per lungo tempo, la domanda se questo riposizionamento risponda a un
disegno strategico coerente — la tesi di chi lo inquadra nella tradizione Jacksoniana teorizzata da Mead, o nella
priorità sequenziale della National Defense
Strategy — oppure sia il risultato di una serie di decisioni transazionali
prese caso per caso, senza una dottrina unificante alle spalle. Le due letture
non sono necessariamente incompatibili: è possibile che una logica di fondo —
massimizzare il ritorno immediato, minimizzare l’impegno vincolante — generi,
nella pratica, esattamente lo stesso pattern di comportamento che una strategia
elaborata a tavolino produrrebbe. Per l’Europa, la distinzione tra le due
ipotesi ha conseguenze pratiche identiche: in entrambi i casi, la garanzia di
sicurezza americana andrà commisurata sempre più a ciò che il continente è
disposto — e in grado — di offrire in cambio, non a un’appartenenza valoriale
data per acquisita.
L’America di Trump ridisegna il mondo
attorno a un asse che va dalle Americhe al Sud-est asiatico, passando per
l’Artico: ovunque ci siano terre rare, minerali critici, o semplicemente un
interlocutore disposto a trattare da pari a pari senza il fastidio di
ventisette parlamenti da consultare.
Per l’Europa,
la lezione più amara non è che Trump minacci di andarsene. È che, quando gli
conviene, se ne sia già andato — e se ne sia accorta per ultima.
Negli ultimi anni, accanto ai tradizionali strumenti di propaganda — discorsi ufficiali, televisione di stato, comunicati — l’Iran ha sviluppato una presenza sempre più sofisticata nel mondo dei social media. Reti di account e canali Telegram producono e diffondono contenuti digitali pensati per raggiungere il pubblico occidentale: non con messaggi ideologici espliciti, ma con meme, video brevi e immagini ironiche capaci di circolare autonomamente online.
Tra questi contenuti ha attirato l’attenzione degli analisti un formato insolito: scene di conflitto geopolitico — attacchi, scontri, simboli militari — reinterpretate con l’estetica dei mattoncini LEGO. Il risultato è straniante: immagini che parlano di guerra appaiono rassicuranti, quasi divertenti, e per questo più facili da condividere senza troppa riflessione critica. Il messaggio raramente è esplicito: questi contenuti non celebrano l’Iran, ma attaccano governi occidentali, istituzioni e operazioni militari in Medio Oriente — alimentando sfiducia e cinismo nelle società bersaglio, spesso senza che chi li ricondivide sappia o si chieda da dove vengano.
L’utilizzo di meme in stile LEGO associati all’ecosistema informativo iraniano non va interpretato, però, come una semplice innovazione estetica della propaganda digitale. Il fenomeno segnala una trasformazione più profonda: il passaggio dalla comunicazione politica tradizionale a forme di influenza fondate su intrattenimento, partecipazione, adattamento culturale e circolazione transnazionale delle narrazioni.
Il
punto centrale non è stabilire soltanto cosa dicano questi contenuti, ma
comprendere come funzionino: quali emozioni attivino, quali cornici
interpretative propongano, quali pubblici raggiungano, attraverso quali reti
vengano amplificati e in che misura possano tradursi in comportamenti online o
offline. In questa prospettiva, il meme diventa una tecnologia narrativa, un
vero e proprio strumento capace di semplificare il conflitto, renderlo
emotivamente accessibile e trasformarlo in contenuto condivisibile.
L’elemento
decisivo è la convergenza tra gamification
e narrative warfare, dove la prima
rende il messaggio più familiare, meno minaccioso e più adatto alle logiche
delle piattaforme, mentre la seconda sposta l’obiettivo dalla persuasione
diretta alla costruzione di ambienti narrativi nei quali il pubblico non è più
soltanto destinatario, ma vettore attivo della diffusione.
1. Decostruire il meme: oltre il contenuto, la struttura narrativa
L’analisi
dei meme LEGO collegati all’ecosistema informativo iraniano richiede un cambio
di prospettiva in cui la domanda tradizionale, «cosa dice questo contenuto?», è
insufficiente. Occorre chiedersi quale emozione venga attivata per prima, quale
storia politica venga raccontata, quali elementi siano omessi, perché un utente
dovrebbe condividere quel contenuto e quale comportamento esso possa
incoraggiare.
In
questo modo l’attenzione si sposta dalla sola veridicità del messaggio al suo
funzionamento cognitivo. E qui il meme non è soltanto un oggetto comunicativo
leggero o ironico, ma assume la consistenza di una struttura narrativa
progettata per orientare l’attenzione e l’interpretazione degli eventi.
L’estetica LEGO riduce la complessità del conflitto trasformandolo in una
rappresentazione semplificata, riconoscibile e culturalmente familiare.
Osservando
da questa prospettiva il fenomeno, la dimensione ludica non ne elimina il
contenuto politico, ma lo rende più assimilabile. La guerra, la crisi
geopolitica e la contrapposizione tra attori statuali vengono riformulate
attraverso un linguaggio visivo associato al gioco, all’infanzia e
all’intrattenimento. In questo modo il contenuto abbassa le difese cognitive
dell’utente e lo predispone all’interazione.
2. Le narrazioni strategiche costruite dai meme
Le
immagini analizzate suggeriscono che il messaggio non sia finalizzato
principalmente a promuovere l’Iran come attore geopolitico. L’obiettivo appare
più indiretto, teso ad alimentare sfiducia verso istituzioni, élite politiche,
media tradizionali e interventismo occidentale; dall’altro lato, la narrazione
non chiede al pubblico di sostenere l’Iran, ma chiede piuttosto di mettere in
discussione il proprio sistema politico e informativo.
Le
cornici principali in cui tale fenomeno si sta sviluppando possono essere
ricondotte a quattro aree. La prima è anti-élite,
in cui leader politici, governi e classi dirigenti vengono rappresentati come
corrotti, autoreferenziali e distanti dai cittadini. La seconda è anti-establishment, dove istituzioni, media mainstream e partiti sono
descritti come manipolatori o strutturalmente inaffidabili. La terza è
anti-intervento, dove le operazioni militari occidentali vengono presentate
come imposizioni esterne ai danni di popolazioni che non le avrebbero
richieste. La quarta, infine, è identitaria e morale: qui l’Iran viene
raffigurato meno come potenza regionale e più come soggetto che rivela verità
nascoste e denuncia ipocrisie sistemiche.
Un
quadro complessivo, quello che viene a crearsi e consolidarsi in cui emerge la
differenza tra propaganda classica e narrative
warfare, dove la propaganda tradizionale tende a costruire consenso verso
sé stessa; la guerra delle narrazioni lavora invece sulla delegittimazione
dell’avversario, sull’erosione della fiducia e sulla moltiplicazione di dubbi
interpretativi.
3. Gamification della guerra e trasformazione della percezione
L’estetica
LEGO modifica radicalmente il modo in cui il conflitto viene percepito. La
comunicazione bellica tradizionale si fonda su paura, realismo, osservazione e
distanza emotiva e, coerentemente, le immagini di guerra mostrano distruzione,
vittime e devastazione, collocando lo spettatore in una posizione di
osservatore esterno.
La
trasposizione del conflitto nell’universo LEGO produce invece effetti opposti basati
su familiarità, astrazione, partecipazione e accessibilità emotiva in cui le
immagini perdono parte della loro crudezza e vengono reinterpretate attraverso
un codice visivo rassicurante e immediatamente riconoscibile, dove il conflitto
non scompare, ma diventa più guardabile, più commentabile e più condivisibile.
In
questo senso la gamification non è un
semplice espediente grafico ma una tecnologia narrativa che trasforma la guerra
in contenuto in cui le persone incontrano sempre più spesso i conflitti
geopolitici attraverso meme, video brevi, contenuti generati dall’intelligenza
artificiale, influencer e piattaforme
social, piuttosto che attraverso
notizie, reportage o documentari. Il
mutamento non riguarda soltanto il formato, ma il modo in cui gli individui
costruiscono la propria comprensione della realtà internazionale.
4. Dalla propaganda alla distribuzione
La
comunicazione tradizionale iraniana si è storicamente fondata su risentimento,
martirio e argomentazione morale. Al contrario, le forme emergenti di
comunicazione digitale mantengono obiettivi strategici simili, ma modificano il
linguaggio operativo ponendo al centro, non più soltanto ideologia e
persuasione, ma humour, viralità,
competenza culturale, partecipazione e storytelling
nativo delle piattaforme.
Il
punto decisivo è che l’obiettivo non è semplicemente persuadere, ma è la
condivisione. Se nel paradigma tradizionale il successo di una campagna veniva
misurato in termini di cambiamento delle opinioni, nel paradigma emergente il
successo si misura attraverso la sequenza reach,
amplification, participation, narrative
penetration.
Osservando
il panorama comunicativo nel suo complesso emergono limitate conferme su un
cambiamento diretto delle convinzioni politiche profonde degli utenti, ma vi
sono invece segnali più consistenti della capacità di amplificare specifiche
narrazioni, aumentarne la visibilità e favorirne l’ingresso in comunità
normalmente esterne alla comunicazione politica. L’obiettivo non è
necessariamente creare sostenitori dell’Iran, ma utenti disposti a far
circolare contenuti coerenti con interessi narrativi favorevoli all’Iran: un
vero e proprio cambiamento di paradigma.
5. La circolazione transnazionale delle narrazioni
Una
delle dinamiche più rilevanti è la diffusione internazionale delle narrazioni e
l’aspetto più rilevante ad emergere è il fatto che il pubblico occidentale
raramente interpreta questi contenuti come messaggi iraniani, ma li percepisce piuttosto
come risposte a problemi locali: corruzione, disuguaglianza, crisi della
rappresentanza, sfiducia nei media,
opposizione agli interventi militari.
In
questo modo la narrazione segue un percorso articolato: produzione,
distribuzione, attraversamento dei confini, interpretazione locale e
adattamento locale (coerente con le agende dei gruppi politici, di opposizione
al sistema o ideologici locali). Durante questo processo il contenuto viene
progressivamente separato dalla sua origine poiché non arriva in Europa come
narrazione iraniana, ma come cornice compatibile con sensibilità e frustrazioni
già presenti nei contesti nazionali.
E
dunque, le narrazioni non vengono semplicemente esportate; vengono tradotte
culturalmente. Atterrano, si adattano e mettono radici nei contesti locali. E
così, l’attribuzione a un attore straniero diventa più difficile, mentre cresce
l’importanza dell’analisi dei percorsi di circolazione, degli intermediari e
dei pubblici che conferiscono significato al messaggio.
6. Influenza, identità e mobilitazione
La
mobilitazione contemporanea passa sempre meno attraverso istruzioni esplicite e
sempre più attraverso l’identificazione: nei contenuti analizzati non emergono
necessariamente inviti diretti alla protesta o all’azione politica, emergono
piuttosto segnali di consapevolezza, resistenza, amplificazione e identità.
L’obiettivo
non è dire alle persone cosa fare, ma suggerire chi esse siano. Gli utenti
condividono un contenuto perché esso conferma una posizione identitaria: da
cittadino europeo, da britannico, da norvegese, da americano, da membro di una
comunità percepita come minacciata o tradita. La sequenza rilevante diventa narrative adoption, identity signalling, amplification
in cui l’azione collettiva può seguire, ma non è necessariamente il primo
obiettivo.
La
partecipazione assume così un ruolo centrale dove il pubblico non deve essere
d’accordo con il messaggio, ma deve interagire attraverso like, commenti, condivisioni e remix, che così divengono indicatori
più rilevanti dell’adesione ideologica: l’engagement
diventa così la soglia minima della mobilitazione narrativa.
7. L’architettura dell’influenza gamificata
La
cosiddetta Lego Influence Architecture
può essere descritta come un processo in cinque fasi. 1. La prima è la
produzione, costituita da piccoli team,
supportati dall’intelligenza artificiale, che possono generare grandi quantità
di contenuti a costi ridotti.
2. La
seconda è l’adattamento narrativo in cui i messaggi vengono tradotti in
linguaggi culturalmente familiari e inseriti in frame no-war, anti-elite, anti-establishment, humanitarian e anti-intervention.
3. La
terza fase è la distribuzione, costruita per circolare in modo nativo su Telegram,
TikTok, Instagram e X.
4. La
quarta è l’amplificazione, realizzata attraverso influencer, media
alternativi, celebrità, utenti ordinari e comunità digitali.
5. La
quinta, infine, è la mobilitazione, quando le narrazioni diventano linguaggio
identitario, discussione pubblica, partecipazione sociale o protesta.
In
questa architettura non esiste un unico canale decisivo. Alcuni attori
producono “copertura”, rendendo visibile il messaggio; altri generano “legittimazione”,
conferendo credibilità; altri ancora facilitano la “mobilitazione”,
trasformando discussione e coinvolgimento in comportamento (le manifestazioni
di piazza, spesso caratterizzate da violenza. Le campagne più efficaci
distribuiscono queste funzioni tra attori diversi, spesso apparentemente
indipendenti.
8. Il laundering effect: quando
la fonte scompare
Un
aspetto cruciale è il narrative
laundering, o lavaggio della narrazione; che può strutturarsi seguendo un
percorso definito e semplice: contenuto iraniano, rilancio da parte di influencer, ripresa mediatica, circolazione
interna (allo stato, regione), scomparsa della fonte originaria, permanenza
della narrazione.
Il
meccanismo ricorda in effetti il principio fondante del fenomeno del
riciclaggio in l’origine del contenuto viene progressivamente occultata
attraverso passaggi intermedi che ne aumentano accettabilità e credibilità.
Alla fine del processo l’utente non si chiede più chi abbia prodotto il
contenuto, ma se esso sia coerente con la propria visione del mondo.
Questo
passaggio riduce la centralità dell’attribuzione. Certo, l’attribuzione resta
importante, ma non basta a spiegare l’impatto poiché ciò che conta è la
circolazione, la capacità del contenuto di attraversare reti, comunità e
piattaforme fino a diventare parte di un discorso pubblico più ampio.
9. Dalle Information Operations
alle Attention Operations
Il
caso dei meme LEGO evidenzia il passaggio dalle Information Operations alle Attention
Operations. Per decenni le operazioni di influenza si sono fondate sul
controllo dell’informazione: gestire il flusso delle notizie, produrre messaggi
ideologici, comunicare in modo stato-centrico, persuadere attraverso formati
lunghi e concentrare l’attenzione sull’attribuzione.
Oggi
si è imposto un cambiamento e il centro di gravità si è spostato. Le campagne
emergenti privilegiano messaggi nativi dei meme, amplificazione reticolare, engagement breve, partecipazione dell’audience e competizione per
l’attenzione. Non conta più soltanto chi produce il contenuto, ma chi riesce a
renderlo visibile, condivisibile e culturalmente compatibile con i pubblici di
riferimento.
E
così, la sequenza operativa può essere sintetizzata in quattro passaggi: attention, emotion, participation, mobilisation. La mobilitazione non è più
necessariamente il risultato diretto della persuasione ideologica, ma si impone
come conseguenza indiretta della capacità di catturare attenzione, generare
coinvolgimento emotivo e trasformare il pubblico in distributore volontario
della narrazione.
10. Indicatori di monitoraggio e strumenti analitici
Per
analisti, ricercatori e decisori pubblici la domanda operativa non è più
soltanto come una narrazione venga costruita, ma come possa essere identificata
e monitorata. Il modello proposto individua cinque categorie di indicatori.
Gli indicatori narrativi riguardano la storia che viene promossa:
quale cornice interpretativa viene costruita e quali messaggi coerenti orientano
la percezione degli eventi.
Gli indicatori emotivi riguardano i sentimenti attivati:
rabbia, paura, umiliazione, ingiustizia, solidarietà o appartenenza.
Gli indicatori di amplificazione osservano chi condivide
il contenuto e attraverso quali reti.
Gli indicatori di adattamento analizzano come la narrativa
cambi tra pubblici diversi.
Gli indicatori di mobilitazione valutano quali
comportamenti online o offline siano incoraggiati.
Questo
approccio sposta l’analisi dalla singola fonte al sistema di propagazione. Non
basta contare visualizzazioni o identificare contenuti problematici, ma occorre
comprendere come il messaggio si adatti, chi lo legittimi, quali emozioni
produca e se generi effetti sociali o politici concreti.
11. Principi interpretativi e implicazioni di policy
Possiamo
concludere che almeno quattro principi ci consentono di interpretare il
fenomeno.
Il primo è che l’influenza è adattiva, non statica: le
narrazioni cambiano in funzione di crisi, opportunità politiche e vulnerabilità
locali.
Il secondo è che le
emozioni contano spesso più dei fatti: rabbia, paura, umiliazione e senso di
ingiustizia possono essere più mobilitanti dell’adesione ideologica.
Il terzo è che gli
ecosistemi ibridi contano: le narrazioni online
acquisiscono credibilità quando vengono rinforzate offline da media, influencer, manifestazioni o attori
politici.
Il quarto è che una reazione sproporzionata può
rafforzare la narrazione che si intende contrastare, alimentando
vittimizzazione, sospetti di censura e sfiducia.
Le
risposte tradizionali, basate su attribuzione, rimozione dei contenuti e fact-checking, restano necessarie ma non
sono più sufficienti – sempre ammesso che possano esserlo stati in passato.
L’influenza contemporanea opera attraverso emozione, identità, partecipazione e
amplificazione, e per questo motivo le politiche pubbliche non possono
escludere la conoscenza approfondita dei pubblici target, il monitoraggio cross-platform,
il rafforzamento della resilienza sociale, la valorizzazione di comunicatori
locali credibili e le strategie comunicative che evitino di amplificare la
polarizzazione.
È
inoltre essenziale distinguere tra attivismo legittimo, lealtà transnazionale e
operazioni di influenza. Non ogni amplificazione è manipolazione; l’attivismo
legittimo si fonda su mobilitazione autentica, organizzazione trasparente e
autonomia decisionale mentre la lealtà transnazionale può derivare da legami
identitari, familiari, diasporici o religiosi senza coordinamento esterno. Invece,
le operazioni di influenza implicano manipolazione strategica delle narrazioni,
amplificazione coordinata e sponsorizzazione o attribuzione ingannevole.
12. Conclusioni sul caso LEGO
Il
caso iraniano-LEGO non è importante perché riguarda i LEGO, ma lo è perché
illustra una trasformazione più ampia delle dinamiche di influenza
contemporanee che muove dalla persuasione alla partecipazione, dalla propaganda
alla cultura, dalle campagne informative agli ecosistemi di influenza.
L’influenza
opera sempre più attraverso la cultura, mentre la sola attribuzione è ormai di
per sé insufficiente. La fiducia emerge come una risorsa strategica: un fatto
confermato dalle narrazioni che si diffondono più facilmente laddove esista una
crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni, dei media o delle élite politiche. Per questo occorre
monitorare non soltanto i contenuti, ma l’adattamento delle narrazioni, i
percorsi di amplificazione e la traduzione dall’online all’offline.
La
sfida per ricercatori, analisti e decisori politici non consiste più soltanto
nell’identificare messaggi ostili o manipolativi, ma nel comprendere come le narrazioni
acquisiscano legittimità, attraversino comunità differenti, si adattino ai
contesti locali e si traducano in mobilitazione sociale e politica. La domanda
strategica non sarà più soltanto «chi produce una narrazione?», ma soprattutto
«come una narrazione diventa credibile, circola tra comunità diverse e si
trasforma in comportamento collettivo?».
Le infiltrazioni “Pro-pal” e del “pacifismo antagonista”: uno strumento di influenza di Iran e Russia?
di Claudio Bertolotti
Dalla disinformazione alla guerra cognitiva: influenza esterna, polarizzazione dell’opinione pubblica e resilienza della coesione nazionale
La disinformazione non va più letta come semplice diffusione di «notizie
false», ma come componente di una strategia più ampia di influenza, finalizzata
a modificare percezioni, emozioni collettive, fiducia istituzionale e coesione
sociale. Russia e Iran operano con modelli diversi ma convergenti: Mosca
attraverso una diplomazia pubblica strutturata, culturale, digitale e
istituzionale; Teheran attraverso una strategia «a spettro completo» che
combina narrazione emotiva, infrastrutture religiose e associative, reti
digitali, plausibile negabilità e, nei casi più critici, interfacce criminali o
micro-proxy locali.
1. Il nuovo
campo di battaglia è la percezione
La coesione nazionale non è oggetto di aggressioni solamente con attacchi
informatici, pressioni energetiche o minacce militari, ma viene erosa più
lentamente, e spesso più efficacemente, attraverso la manipolazione della
percezione pubblica, la polarizzazione del dibattito e la delegittimazione
delle istituzioni.
La guerra cognitiva agisce su informazione, emozione, identità e fiducia,
con l’obiettivo – non di convincere tutti – di frammentare il campo sociale,
creare dubbio, moltiplicare narrazioni incompatibili e rendere più difficile
una risposta pubblica condivisa. Nel caso russo – come ho avuto modo di
approfondire nel mio articolo “La diplomazia
pubblica russa nella guerra cognitiva: attori, narrazioni
e strumenti digitali” – questa
dinamica si colloca all’interno della conflittualità ibrida, nella quale
informazione, percezione e influenza culturale assumono valore strategico.
2. La Russia e la diplomazia pubblica come influenza ibrida
La Russia non usa soltanto propaganda bensì un ecosistema che sfrutta le
dimensioni identitaria, della memoria storica, culturale, istituzionale, mediatica,
dei social network, della diplomazia
digitale e delle narrazioni anti-occidentali.
Il concetto di Russkij Mir – il
«Mondo Russo» – opera come dispositivo ideologico che tende non solo a una promozione
culturale, ma a creare e consolidare una cornice geopolitica che legittimi la
protezione delle comunità russofone e, in prospettiva, l’intervento politico o
militare narrativamente a tutela delle stesse. A questo si affiancano strumenti
istituzionali come la Fondazione Russkij Mir, Rossotrudnichestvo, il Gorchakov
Fund, la Chiesa ortodossa russa, i media
statali e le piattaforme digitali.
La diplomazia digitale russa sfrutta così i social media, crea e diffonde i contenuti di portali informativi
alternativi e piattaforme digitali per veicolare narrazioni filo-russe, per alimentare
il dubbio, per polarizzare l’opinione pubblica e per delegittimare le
narrazioni occidentali. Il caso italiano dell’operazione «Dalla Russia con amore» è utile come esempio di convergenza fra
assistenza umanitaria, propaganda, disinformazione e potenziale raccolta
informativa in un contesto di emergenza.
La Russia, così facendo, non cerca soltanto di raccontare una versione
alternativa dei fatti ma cerca di costruire un ambiente informativo nel quale
la verità diventa negoziabile, la fiducia istituzionale diventa fragile e la
coesione democratica diventa vulnerabile.
3. L’Iran e la strategia d’influenza «a spettro completo»
L’Iran, dopo il 7 ottobre 2023, ha aggiornato il proprio repertorio di
influenza, saldando la guerra di Gaza a un meta-frame emotivo basato sui
concetti di «Occidente contro Islam», «genocidio», «ipocrisia occidentale», vittimizzazione
dei musulmani, delegittimazione di Israele e degli oppositori in esilio,
erosione della fiducia civica e della coesione sociale europea.
Ne ho parlato in maniera dettagliata nel mio articolo “Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea” in cui evidenzio l’esistenza di tre livelli: il primo, la costruzione di una narrazione emotiva; il secondo, l’uso selettivo di infrastrutture religiose e associative; il terzo, l’esternalizzazione tattica della coercizione a reti criminali locali. L’obiettivo è polarizzare il discorso pubblico europeo, alimentare l’antisemitismo, delegittimare oppositori in esilio ed erodere fiducia civica e coesione sociale, mantenendo la plausibile negabilità.
La componente mediatico-digitale è centrale: PressTV e HispanTV producono
contenuti multilingue, poi distribuiti su piattaforme più permissive come
Telegram e Rumble, amplificati da reti inautentiche, siti proxy e adattamenti
linguistici alle diverse audience europee.
4. Il nodo pro-Pal: protesta legittima, sfruttamento ostile e
radicalizzazione del frame
È essenziale distinguere fra protesta legittima, critica politica,
mobilitazione pro-palestinese e sfruttamento ostile di quelle mobilitazioni da
parte di attori statali o para-statali. Il problema non è l’esistenza del
dissenso di per sè, ma la sua cattura narrativa, la sua amplificazione
artificiale e, in alcuni casi, il suo legame a reti radicali, antagoniste,
comunitarie o criminali.
Quello che pongo in evidenza nel mio articolo è che il fatto che il caso
iraniano non si limiti alla propaganda su Gaza, ma cerchi di trasformare un
conflitto esterno portandolo verso una polarizzazione interna europea seguendo una
chiara e definita sequenza che parte dalla costruzione della cornice emotiva, passa
attraverso il radicamento attraverso reti comunitarie e piattaforme digitali e
arriva all’eventuale impiego di micro-proxy locali per azioni dimostrative o
violente. In questa prospettiva, la narrazione non rimane online ma tende a trasformarsi in mobilitazione, pressione sociale,
intimidazione, radicalizzazione identitaria e, nei casi più estremi, violenza.
Il punto non è più, dunque, criminalizzare la protesta, bensì impedire che la protesta si imponga come un’infrastruttura inconsapevole di una strategia ostile di influenza.
5. Russia e Iran: due modelli diversi, una convergenza strategica
Schema comparativo, che evidenzia la convergenza dei due approcci: entrambi
gli attori, Russia e Iran, operano su quella che possiamo identificare come la vulnerabilità
più rilevante dei paesi democratici, ossia la fiducia: nelle istituzioni, nei media, nella comunità nazionale, nella
legittimità dell’azione pubblica e nella possibilità stessa di distinguere tra
informazione, propaganda e manipolazione.
Frame emotivo-religioso-politico, Gaza,
anti-occidentalismo, antisemitismo, diaspora, reti comunitarie, piattaforme
digitali.
Obiettivo
Legittimare la postura geopolitica russa, delegittimare
l’Occidente, alimentare sfiducia verso istituzioni democratiche.
Polarizzare il discorso pubblico europeo, delegittimare
oppositori, rafforzare la proiezione ideologica e ridurre i costi di
attribuzione.
Metodo
Soft power ibridato con disinformazione, diplomazia
digitale e, in contesti di crisi, penetrazione informativa.
Influenza «a spettro completo», con narrazione, reti
associative, media statali, piattaforme permissive e potenziale outsourcing
criminale.
6. Il rischio principale: erosione della coesione nazionale
La minaccia non è soltanto informativa. È sociale, politica e istituzionale
poiché la disinformazione produce effetti cumulativi: sfiducia nelle
istituzioni, radicalizzazione delle identità, delegittimazione dell’avversario,
frammentazione del dibattito pubblico, sospetto permanente verso media e
autorità, vulnerabilità delle comunità diasporiche, normalizzazione dell’odio
politico o religioso.
Nel modello iraniano, la minaccia emerge quando propaganda, economie
criminali e nodi comunitari si fondono; per questo occorre separare narrazione
e coercizione, tagliando l’accesso ai «fornitori» di violenza e delegittimando
le interfacce organizzative che trasformano il frame in azione.
7. Risposta strategica: dalla contro-disinformazione alla resilienza
cognitiva
Non basta smontare le fake news
una per una. Occorre rafforzare la resilienza cognitiva del sistema
democratico. Come è dunque possibile definire le possibili linee di risposta?
Proviamo a identificare alcune opzioni rilevanti.
L’alfabetizzazione
informativa, non intesa come educazione generica ai media, ma come capacità di riconoscere
frame ostili, manipolazione emotiva, falsi dilemmi, contenuti coordinati e
amplificazione artificiale.
La trasparenza
istituzionale rapida. Il vuoto informativo è lo spazio operativo della
disinformazione.
La protezione delle
comunità vulnerabili. Diaspore, minoranze religiose, giovani e ambienti
digitali polarizzati non vanno trattati come minacce, ma come spazi da
proteggere da infiltrazione, radicalizzazione e sfruttamento.
L’integrazione fra
sicurezza interna, intelligence, diplomazia pubblica, scuola, università, media
e società civile.
La risposta europea
coordinata. Le reti di influenza non rispettano confini nazionali; una risposta
solo nazionale rischia di essere tardiva, frammentata e facilmente aggirabile.
L’osservazione dello scenario sociale, politico e informativo, ci propone
un fenomeno in via di evoluzione e trasformazione. La disinformazione è solo la
superficie visibile di un fenomeno più profondo, cioè la competizione per il
controllo razionale dell’informazione. Russia e Iran non cercano semplicemente
di convincere le opinioni pubbliche europee, ma cercano di dividere,
disorientare e rendere più costosa e lenta ogni decisione collettiva. La difesa
della coesione nazionale, dunque, non è censura, non è propaganda di segno
opposto, non è repressione del dissenso; al contrario, è capacità democratica
di distinguere tra conflitto politico legittimo e manipolazione ostile, tra
protesta e strumentalizzazione, tra pluralismo e frammentazione indotta. In
questo spazio si misura oggi la vera resilienza delle democrazie europee.
#Iran Briefing analitico
L’analisi si basa sull’intervista approfondita che Andrea Molle (Chapman University e START InSight) ha rilasciato a RaiNews, 2 marzo 2026 e che potete leggere per intero QUI
Andrea Molle valuta l’escalation Iran–Israele/USA come altamente instabile e potenzialmente regionale per tre fattori convergenti:
frammentazione interna iraniana dopo la “decapitazione” della leadership;
attivazione semi-autonoma delle reti proxy;
forte rischio economico globale legato a Hormuz e alla volatilità energetica.
Il quadro complessivo è quello di una crisi non lineare, in cui la perdita di controllo centrale può rendere il sistema contemporaneamente più debole e più pericoloso.
Vuoto di potere a Teheran
Valutazione chiave: rischio elevato di imprevedibilità strategica.
La rimozione simultanea dei vertici iraniani crea frattura verticale nella catena di comando e frammentazione orizzontale tra centri di potere.
La Guida Suprema è il perno che coordina clero, IRGC, magistratura ed economia parastatale; la sua assenza interrompe il meccanismo di arbitrato interno.
La successione in condizioni di guerra può alimentare competizione tra:
fazioni pragmatiche (stabilizzazione/negoziato)
settori radicali, soprattutto nei Pasdaran (risposta massimalista).
Senza una leadership riconosciuta aumenta il rischio di segnali incoerenti verso l’esterno.
Implicazione: la deterrenza diventa instabile perché l’Iran può apparire “più debole ma più pericoloso”.
Reti proxy e rischio di guerra multi-fronte
Valutazione chiave: escalation regionale possibile anche senza regia centrale.
Molle descrive l’“Asse della Resistenza” come un ecosistema decentrato, non un comando unificato.
Meccanismi principali
a) Pre-delega operativa
Molte risposte sono di fatto pre-autorizzate.
I proxy possono agire autonomamente per dimostrare credibilità.
b) Autonomia differenziata
Il controllo iraniano è diseguale.
Alcuni attori hanno sufficiente autonomia per scegliere tempi e intensità.
c) Saturazione strategica per Israele e USA Fronti simultanei possibili:
nord Israele (Hezbollah)
Mar Rosso e shipping (Houthi)
basi USA in Iraq e Golfo (milizie sciite)
Anche se ogni fronte è gestibile singolarmente, la simultaneità crea attrito cumulativo.
d) Escalation competitiva La decentralizzazione può aumentare, non ridurre, il rischio perché ogni gruppo vuole dimostrare efficacia.
Possibile coinvolgimento delle monarchie del Golfo
Valutazione chiave: coinvolgimento probabile ma soprattutto in forma “difensiva-espansiva”.
Arabia Saudita ed Emirati preferiscono stabilità ma la neutralità regge solo finché non sono colpiti direttamente.
Il trascinamento può avvenire senza decisione formale di entrare in guerra, attraverso:
cooperazione ISR
difesa aerea attiva
supporto logistico alle forze USA.
Gli attacchi iraniani accelererebbero una “NATO-izzazione funzionale” del GCC (integrazione difesa aerea e early warning).
Rischio: maggiore integrazione con USA (e tecnicamente con Israele) potrebbe provocare ulteriori ritorsioni iraniane.
Stretto di Hormuz come detonatore globale
Valutazione chiave: scenario di shock energetico sistemico.
Attraverso Hormuz passa circa un quinto dei consumi mondiali di liquidi petroliferi (~20 milioni b/g).
Una chiusura colpirebbe anche ~20% dell’export globale di LNG (Qatar e UAE).
Le pipeline alternative coprono solo una frazione dei flussi.
Paesi più vulnerabili
Petrolio (ordine di esposizione):
India — tra i più esposti per dipendenza e scorte limitate
Corea del Sud — alta dipendenza industriale
Giappone — molto dipendente ma con grandi riserve
Cina — grande esposizione in volume ma più capacità di assorbimento
Gas (LNG):
Pakistan
Bangladesh
in parte India
Europa: più esposta sul prezzo marginale che sulla disponibilità immediata.
Mercati finanziari come moltiplicatore di escalation
Valutazione chiave: l’economia può spingere verso posture più dure.
Secondo Molle, la volatilità non è solo conseguenza ma driver autonomo della crisi.
Catena di effetti
Aumento petrolio → inflazione → pressione su famiglie
Banche centrali più restrittive → spazio fiscale ridotto
Governi sotto stress interno → meno flessibilità diplomatica
Ne deriva una dinamica perversa:
la de-escalation può apparire politicamente debole
cresce l’incentivo a mostrare fermezza militare per rassicurare mercati e opinione pubblica.
Insight chiave: i mercati reagiscono in tempo reale, la diplomazia è lenta — questo accorcia la finestra negoziale.
Valutazione implicita sulla strategia USA
Molle suggerisce un dubbio strategico:
gli obiettivi dell’azione americana possono essere chiari
ma resta incerto se esista un piano credibile per il “day after” (gestione del vuoto di potere, proxy, mercati).
Assessment complessivo
Probabilità di escalation regionale: significativa.
Driver principali:
frammentazione decisionale iraniana
autonomia operativa dei proxy
rischio di saturazione multi-fronte
vulnerabilità dei choke point energetici
pressione dei mercati finanziari sui decisori politici
Elemento più pericoloso: la combinazione di decentralizzazione militare + shock economico, che può produrre escalation per inerzia più che per scelta deliberata.
Investimenti nella Difesa – analisi della situazione in Italia
di Andrea Molle
Negli ultimi mesi
la discussione sulla spesa militare italiana è tornata al centro del dibattito
internazionale, soprattutto dopo che il governo ha comunicato un significativo
aumento del bilancio della difesa per il futuro. Secondo un’analisi pubblicata
da Defense News, il documento previsionale porterebbe la spesa
complessiva a circa 45,3 miliardi di euro, con un incremento netto superiore ai
14 miliardi rispetto all’anno precedente e un apparente raggiungimento del 2%
del PIL raccomandato dalla NATO. Tuttavia, l’osservazione più rilevante
sollevata da molti economisti riguarda la mancanza di chiarezza su come tale
obiettivo sia stato effettivamente realizzato: buona parte dell’aumento
sembrerebbe derivare da una riclassificazione di voci di bilancio
precedentemente allocate ad altri settori, incluse spese per personale in
quiescenza, attività di sicurezza interna, programmi di cooperazione e capitoli
relativi al cyber e allo spazio. Il rischio è che, senza una riforma
complessiva del comparto Difesa, la crescita nominale della spesa non
corrisponda a un incremento reale delle capacità operative.
La questione deve
essere comunque contestualizzata all’interno di una tendenza più ampia. Negli
ultimi dieci anni l’Italia ha progressivamente aumentato gli investimenti in
difesa, passando da un livello stabile intorno all’1,2–1,3% del PIL a una
crescita costante dopo il 2020. Le pressioni internazionali – dalla guerra in
Ucraina al deterioramento delle condizioni di sicurezza nel Mediterraneo
allargato – hanno spinto l’intero continente europeo verso un riarmo
generalizzato. In questo quadro, l’Italia è chiamata a colmare un gap
accumulato per decenni, soprattutto in termini di ammodernamento degli
equipaggiamenti, manutenzione, munizionamento e prontezza operativa. La
partecipazione continuativa a missioni NATO, UE e ONU – dai Balcani al Libano,
dal Corno d’Africa al Mediterraneo centrale – richiede mezzi e capacità
adeguati, mentre la crescente instabilità nel Sahel e le dinamiche migratorie
rendono sempre più complessa la gestione del fronte meridionale della NATO, di
cui l’Italia è attore centrale.
L’analisi delle fonti disponibili suggerisce però che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese. Il nodo principale riguarda la qualità della spesa. Secondo le stime del SIPRI e dei principali osservatori internazionali, l’Italia continua a investire una quota relativamente limitata in procurement e ricerca e sviluppo, mentre una parte significativa del bilancio è assorbita dal personale, una voce strutturalmente difficile da comprimere. Gli alleati tendono a valutare non soltanto la percentuale del PIL investita, ma soprattutto la capacità di generare effetti militari concreti: interoperabilità, mobilità, logistica, forza aerea pienamente operativa, sistemi di difesa integrata, dotazioni navali moderne. In assenza di una strategia chiara su come allocare le nuove risorse, il rischio è che lo scatto al 2% rimanga, almeno in parte, un esercizio contabile.
L’analisi delle fonti disponibili suggerisce che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese.
Il margine di incertezza cresce se consideriamo l’evoluzione della dottrina NATO. Dopo il cambio di postura internazionale di Washington, l’Alleanza ha identificato la soglia del 2% non più come un traguardo finale, ma come un livello minimo, con la proiezione verso una difesa europea più autonoma e capace di assorbire i costi di un conflitto ad alta intensità. Alcune analisi prospettano che, entro il 2035, la spesa combinata in difesa e resilienza debba avvicinarsi al 3,5–4% del PIL per molti Paesi europei, soprattutto se l’industria dovrà supportare un ciclo di produzione continuo. In questo scenario, la sostenibilità del modello italiano diventa un tema cruciale. Con un debito pubblico elevato e una pressione costante sulla spesa sociale, un incremento permanente della spesa militare richiede una programmazione trasparente e politicamente condivisa.
La nuova fase geopolitica mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale
Il tema è particolarmente urgente per un Paese che, negli ultimi vent’anni, ha interpretato il proprio ruolo internazionale soprattutto attraverso missioni di stabilizzazione, cooperazione civile-militare e diplomazia preventiva. L’Italia ha puntato tradizionalmente su capacità leggere, proiezione navale, operazioni di polizia internazionale e un impegno costante in aree come il Libano, il Mediterraneo centrale e i Balcani occidentali. La nuova fase geopolitica, tuttavia, mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale. Il passaggio da un modello a “bassa intensità” a uno orientato alla deterrenza ad alta intensità implica investimenti diversi, più costosi, più rapidi e tecnicamente più complessi. È lecito chiedersi se l’attuale riallocazione di fondi rifletta davvero questa trasformazione.
Al di là del
dibattito tecnico, la questione dell’aumento della spesa militare solleva
interrogativi politici e sociali che non possono essere elusi. In quale misura
l’Italia vuole e può assumere un ruolo più incisivo nella NATO? Quali capacità
desidera prioritizzare nei prossimi dieci anni? E soprattutto: è possibile
garantire trasparenza, responsabilità e coerenza strategica in un settore che,
per sua natura, rischia spesso di sfuggire al controllo dell’opinione pubblica?
Finché non verranno pubblicati documenti più chiari sulla composizione della
spesa, sugli obiettivi capacitivi e sulle eventuali ricadute industriali, il
dibattito resterà inevitabilmente sbilanciato tra annunci politici e
valutazioni tecniche parziali.
Ciò che è certo è
che l’Italia si trova all’inizio di un percorso e non alla fine. La pressione
internazionale non diminuirà, la competizione globale continuerà a crescere e
il Mediterraneo rimarrà un teatro centrale di instabilità. La differenza tra
una spesa militare sostenibile e una spesa puramente apparente dipenderà dalla
capacità del Paese di trasformare i numeri di bilancio in strumenti reali di
sicurezza, deterrenza e credibilità. Per ora siamo di fronte a un segnale
forte, forse necessario, ma ancora privo di quella trasparenza e quella
coerenza strategica che un alleato pienamente affidabile della NATO dovrebbe
poter mostrare.
Meno guerre, più business: la strategia di Trump tra Sud America e Asia
Commento alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale USA – seconda e terza parte
di Melissa
de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in
Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per
START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
SECONDA PARTE
SUD AMERICA – NSS (National Security Strategy) 2025
Washington – Pechino e Mosca quali i contendenti?
Preambolo – La
presenza di Cina e Russia in Sud America
Negli ultimi due decenni Cina e
Russia hanno ampliato in modo significativo la loro influenza economica,
politica e militare in Sud America, trasformando la regione in un nuovo
spazio di competizione strategica. La Cina è oggi il primo partner
commerciale di molti paesi sudamericani e investe massicciamente in infrastrutture,
energia, estrazione di minerali critici, porti e reti digitali, spesso
attraverso laBelt and Road Initiative (noi la conosciamo come la Via della Seta). La sua presenza non è soltanto economica: include satelliti,
telecomunicazioni avanzate e accordi con governi locali capaci di creare dipendenze
strutturali a lungo termine. Per Washington, questa penetrazione
rappresenta un rischio perché porta una potenza rivale nel cuore
dell’emisfero occidentale, proprio dove gli Stati Uniti hanno storicamente
esercitato la loro leadership.
La Russia, pur con capacità economiche inferiori, mantiene una presenza politica e
militare simbolicamente importante: cooperazione di sicurezza con Venezuela,
Nicaragua e Cuba, esercitazioni congiunte, fornitura di armamenti,
intelligence e supporto tecnologico. Per Mosca, il Sud America rappresenta uno strumento di proiezione
asimmetrica del potere come risposta
asimmetrica alle pressioni occidentali in Europa e nel Medio Oriente.
La crescente influenza di entrambe le
potenze — una economica e tecnologica, l’altra militare e politica — viene
interpretata dagli USA come una sfida diretta al loro ruolo storico
nell’area. Per questo il Sud America riemerge nella strategia americana
come un fronte critico della competizione globale, dove sicurezza
interna, migrazione, energia e stabilità geopolitica sono percepiti come
interconnessi alla presenza di attori rivali.
Ma cosa dice la National Security Strategy 2025, a riguardo?
“The affairs of other countries are of concern
to us only if their activities directly threaten the national interests of the
United States.”
Nella NSS 2025 la Casa Bianca dichiara esplicitamente che gli Stati Uniti reindirizzeranno la loro politica estera a favore della difesa degli interessi immediati nel continente americano, affermando che “Gli affari di altri paesi sono di nostra preoccupazione solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi nazionali” (pag 1). Il documento esplicita un nuovo approccio regionale, affermando la volontà di “assert and enforce a ‘Trump Corollary’ to the Monroe Doctrine” (aggiunge un corollario alla dottrina Monroe) per mantenere l’Emisfero Occidentale libero da “hostile foreign incursion or ownership of key assets” (presenze ostili straniere sia in termini di incursioni, che di proprietà di infrastrutture strategiche) e per garantire stabilità sufficiente a “prevenire la migrazione di massa, contenere i flussi di droga e proteggere rotte chiave”.
Il testo critica apertamente l’approccio globalista delle strategie precedenti, e afferma che “i giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano da soli l’ordine mondiale come Atlante sono finiti”. La nuova dottrina spinge per il controllo di rotte e frontiere nel proprio emisfero come elemento di sicurezza nazionale.
Per quanto riguarda la presenza cinese
e della Russia, il documento modifica l’impostazione tradizionale: lo sforzo
principale è di rebalance America’s economic relationship with China”,
ovvero riequilibrare la relazione economica con Pechino su basi reciprocamente
vantaggiose, mentre la competizione militare diretta è meno enfatizzata
rispetto al passato. Infine, la
strategia sottolinea che il governo intende “controllare la migrazione,
fermare i flussi di droga e rafforzare la stabilità e la sicurezza su terra e
mare” attraverso una presenza rafforzata nel continente americano,
includendo lo sviluppo delle capacità della Guardia Costiera e della Marina
statunitense per contrastare traffici e infiltrazioni irregolari. Questa
priorità strategica risuona profondamente con le parole pronunciate da María
Corina Machado durante la cerimonia del Premio Nobel per la Pace 2025. Nel
suo discorso, Machado ha denunciato come il regime
venezuelano sia sostenuto non da una legittimità politica o popolare, ma da una
rete di complicità criminali che lega il potere a narcotrafficanti, gruppi
armati e interessi stranieri, descrivendo Maduro come il prodotto di un
sistema in cui “la sovranità è stata svenduta a potenze esterne che
utilizzano il Venezuela come piattaforma per le loro operazioni”. Pur senza
usare formule sensazionalistiche, il messaggio è stato chiaro: la dittatura
non sopravvive da sola, ma grazie al supporto di apparati cubani, milizie
irregolari e reti di traffico che operano attraverso il territorio venezuelano
e l’intera regione. (In questo contesto non va dimenticato che il narcotraffico che attraversa
anche il Venezuela ha contribuito all’afflusso di droghe negli Stati Uniti,
alimentando una crisi che, secondo i Centers for Disease Control and Prevention
(CDC), ha causato oltre 600.000 morti per overdose da oppioidi dal 1999 a oggi).
È proprio questa fusione tra
autoritarismo e criminalità transnazionale che, secondo Machado, minaccia
non solo il suo Paese ma la sicurezza dell’intero emisfero — la stessa minaccia
che la NSS 2025 intende affrontare rafforzando il controllo delle rotte
marittime, la cooperazione con gli alleati e la pressione sui regimi che
fungono da piattaforme per il narcotraffico e l’ingerenza straniera. In questo
senso, le parole del Nobel e la strategia americana convergono su un punto
cruciale: stabilità democratica e sicurezza regionale non possono essere
raggiunte senza smantellare le reti che alimentano traffici illeciti e
sostengono regimi autoritari.
Ma come farà Trump a sradicare la presenza cinese dal Sudamerica dopo gli investimenti miliardari già compiuti?
Nella National Security Strategy 2025, l’amministrazione Trump non parla di cancellare direttamente gli investimenti cinesi già presenti in Sud America — operazione realisticamente inattuabile — ma delinea una strategia multilivello per ridurne progressivamente l’influenza e limitarne l’espansione futura. Attraverso l’applicazione del cosiddetto Trump Corollary, Washington afferma di voler mantenere l’emisfero occidentale libero dal controllo di potenze ostili su asset critici, scoraggiando in particolare la presenza cinese nei porti, nel 5G, (reti militari e di sicurezza, sistemi di sorveglianza urbana, automazione industriale, trasporti intelligenti, telemedicina, porti, logistica, comunicazioni governative), nelle infrastrutture energetiche e nelle filiere dei minerali strategici. L’obiettivo è sostituire la Belt and Road Initiative con alternative finanziarie e infrastrutturali statunitensi, rafforzando nel contempo la cooperazione militare, l’intelligence e la sicurezza con governi chiave come Colombia, Panama, Brasile e Cile. Parallelamente, gli Stati Uniti intendono usare strumenti economici, diplomatici e regolatori — dagli incentivi per progetti alternativi alle restrizioni su aziende cinesi — per rendere gli investimenti di Pechino meno appetibili e più rischiosi per i governi locali. In questo modo, la strategia mira a riaffermare la leadership americana nella regione non attraverso la revoca forzata dei progetti cinesi, ma creando un ambiente geopolitico in cui l’opzione USA torni a essere la più vantaggiosa, sostenibile e sicura per i partner sudamericani. Alcuni esperti di relazioni internazionali avvertono che tale approccio può rischiare di riproporre dinamiche di ingerenza geopolitica, ignorare le priorità interne dei paesi latinoamericani e interpretare i rapporti commerciali sovrani come minacce strategiche, invece di opportunità di sviluppo. Tale critica riflette la cautela di analisti che sottolineano la necessità di rispettare la sovranità regionale e prioritizzare lo sviluppo sociale ed economico locale piuttosto che costruire una rivalità di egemonia in quest’emisfero fra grandi potenze. La politica Monroe ha profondamente segnato diverse generazioni, dove le “corporations”, soprattutto quelle del mondo minerario non hanno mai usato guanti bianchi nel trattare le popolazioni locali, sia dal punto di vista retributivo con tutti i suoi corollari sia dal punto di vista sociale. Tante sono le pubblicazioni che denunciano il saccheggio delle miniere e dei beni naturali di cui il Sudamerica e il Caribe sono ricchi. Questo trattamento ha causato risentimenti e asti tramandati alle generazioni più giovani. Quale moneta di scambio può offrire Trump a Cina e Russia per scalzarli e stabilire invece la sua presenza in Sudamerica?
TERZA PARTE
ASIA E AFRICA – NSS (National Security Strategy) 2025
Lo sceriffo non va in trasferta. Meno guerre, più affari
Mentre Trump si appropria del petrolio venezuelano, passiamo all’ultima area geografica di rilievo descritta nella National Security Strategy 2025: l’Asia.
Il documento della Casa Bianca evidenzia la necessità di prevenire conflitti nell’area indo-pacifica e di dissuadere comportamenti unilaterali suscettibili di alterare lo status quo regionale. Trump è un businessman e vuole fare affari. Non è interessato, nonostante la evidente corsa agli armamenti, la riorganizzazione delle forze armate, la creazione di una nuova branca spaziale, a usarle se non per “pacificare o dissuadere” possibili conflitti. Insomma, come tutti lo hanno già ampiamente definito, è uno sceriffo con la pistola e la pallottola in canna, ma non in trasferta.
Il vero tallone d’Achille dell’Indo-Pacifico è Taiwan: un territorio che la Cina rivendica come parte integrante della propria sovranità e che Washington difende de facto, pur senza un’alleanza formale, considerandolo un perno essenziale della stabilità regionale.
Gli Stati Uniti ribadiscono di non sostenere cambiamenti forzati dello
status quo tra Cina e Taiwan, ma allo stesso tempo chiariscono che
lavoreranno con i loro alleati regionali per mantenere una deterrenza
credibile e una presenza strategica costante nell’area. In questo quadro,
la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia
è considerata essenziale per contenere l’influenza cinese e garantire
stabilità lungo la cosiddetta First Island Chain, la linea geografica che costituisce il principale punto
di equilibrio militare e strategico tra Stati Uniti e Cina nel Pacifico.
Questo approccio si riflette anche in iniziative operative come la Quad Indo-Pacific Logistics Network: dall’8 al 12 dicembre, Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno condotto a Guam la loro prima esercitazione congiunta sul campo, rafforzando l’interoperabilità e capacità logistiche comuni per la risposta rapida a disastri su larga scala nella regione Indo-Pacifico. Un segnale di come la deterrenza regionale passi sempre più attraverso il coordinamento, la prontezza e la cooperazione selettiva, piuttosto che tramite dispiegamenti militari permanenti.
First and Second Island Chain
Dal punto di vista cinese la First Island Chain rappresenta una linea di
contenimento strategico costruita dagli Stati Uniti lungo le sue coste
orientali. Questa catena di isole — che include Giappone, Taiwan e Filippine —
è percepita a Pechino come un ostacolo strutturale alla libertà marittima
della Cina, in grado di limitare l’accesso diretto al Pacifico e di
vincolare le operazioni della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione.
L’analisi evidenzia come, per la leadership cinese — e in particolare per Xi Jinping — la neutralizzazione della First Island Chain rappresenti una condizione necessaria per trasformare la Cina in una potenza marittima a pieno spettro. Finché questa linea rimane sotto l’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati, Pechino resta strategicamente “compressa” nei mari costieri, con effetti diretti sulla credibilità della deterrenza nucleare, in particolare per la sopravvivenza operativa dei sottomarini strategici, sulla sicurezza delle rotte commerciali e sulla capacità di proiezione militare a lungo raggio.
In questo quadro, Taiwan assume un valore che va ben oltre la dimensione
politica o identitaria: controllare Taiwan significherebbe spezzare il punto
centrale della First Island Chain, aprendo alla Cina l’accesso operativo al
Pacifico occidentale.
Nella dottrina marittima cinese, la First Island Chain è considerata un vincolo strategico che limita l’accesso della Cina al Pacifico e condiziona la sua sicurezza nazionale; superarla è visto come un passaggio necessario per affermarsi come potenza marittima (dottrina navale cinese in “China’s Vision of Its Seascape”).
Per quanto riguarda gli alleati il trattamento si allinea a quello
dell’Europa, ossia, nel nuovo ordine di America First, gli Stati Uniti
spingono gli alleati in Asia, incluse Corea del Sud e Giappone, ad
aumentare significativamente la propria spesa per la difesa e a prendere un
ruolo più ampio nella deterrenza regionale. Questo rientra nella logica
del “burden sharing” – di alleggerire gli Stati Uniti dal “peso” di garantire
la sicurezza globale, chiedendo ai partner di contribuire direttamente alla
protezione delle rispettive aree.
A differenza delle strategie precedenti, il testo del 2025 non menziona
esplicitamente la Corea del Nord o la denuclearizzazione della
penisola coreana, nonostante
l’importanza di Pyongyang per la sicurezza regionale e le preoccupazioni
diffuse su missili e armamenti. Alcune fonti riportano che questo vuoto è
significativo: il documento enfatizza il ruolo degli alleati e il concetto di
deterrenza nei confronti della Cina, ma non articola più la
denuclearizzazione come un obiettivo primario nella sezione asiatica.
AFRICA
Anche sul fronte africano, tradizionalmente caratterizzato da elevata instabilità e complessità, la NSS 2025 conferma l’assenza di una strategia di coinvolgimento strutturato. La presidenza ribadisce il disinteresse per impegni militari estesi o di lungo periodo, come dimostrano anche i consistenti tagli ai programmi USAID. In quanto potenza prevalentemente marittima, gli Stati Uniti delineano un approccio selettivo, volto a limitare l’influenza di Cina e Russia senza assumersi oneri di stabilizzazione o sviluppo. L’Africa viene così declassata a spazio di competizione residuale, in cui Washington interviene in modo puntuale e strumentale, più per contenere i rivali che per costruire un ordine regionale.
Tuttavia, Washington è obbligata a mantenere una linea dura sul contrasto al terrorismo: gli Houthi, gruppo sostenuto dall’Iran e designato come organizzazione terroristica, hanno in ostaggio personale locale della Missione USA in Yemen.
In questo contesto si inserisce anche il cosiddetto “caso somalo del Wisconsin”, emerso a seguito delle indagini del Dipartimento del Tesoro statunitense sui fondi di assistenza legati alla pandemia di COVID-19. Le investigazioni hanno portato alla luce una frode di dimensioni eccezionali, con oltre un miliardo di dollari sottratti ai programmi pubblici di welfare. Secondo le autorità federali, parte di queste risorse sarebbe stata trasferita all’estero attraverso circuiti di money transfer, con flussi diretti verso la Somalia e reti riconducibili ad ambienti militanti, incluso Al-Shabaab, coinvolgendo segmenti della diaspora somala presenti in Stati come Wisconsin e Minnesota. Il caso ha sollevato interrogativi rilevanti sulla tracciabilità degli aiuti, sulla governance dei programmi pubblici e sui rischi di utilizzo distorto delle risorse destinate allo sviluppo e all’assistenza sociale.
“Per troppo tempo, la politica americana verso l’Africa si è concentrata prima sull’assistenza e poi sulla diffusione dell’ideologia liberale. Gli Stati Uniti dovrebbero invece puntare a partnership selettive con alcuni Paesi per attenuare i conflitti, favorire relazioni commerciali reciprocamente vantaggiose e passare da un paradigma di aiuto estero a uno basato su investimenti e crescita, capace di valorizzare le abbondanti risorse naturali e il potenziale economico latente del continente africano.
Le opportunità di coinvolgimento includono la negoziazione di soluzioni a
conflitti in corso (come Repubblica Democratica del Congo–Ruanda e Sudan) e la
prevenzione di nuovi conflitti (ad esempio nell’area Etiopia–Eritrea–Somalia),
oltre a una revisione dell’approccio statunitense agli aiuti e agli
investimenti, incluso l’Africa Growth and Opportunity Act (AGOA). Inoltre, gli Stati Uniti vogliono restare vigili
rispetto alla ripresa dell’attività terroristica di matrice islamista in alcune
aree del continente, evitando però qualsiasi presenza o impegno di lungo
periodo. La strategia prevede quindi una transizione da una relazione
basata sugli aiuti militari ed economici a una fondata su commercio e
investimenti, privilegiando partnership con Stati affidabili e capaci,
impegnati ad aprire i propri mercati a beni e servizi statunitensi. Un ambito
immediato di investimento per gli Stati Uniti in Africa, con buone prospettive
di ritorno economico, è il settore energetico e lo sviluppo dei minerali
critici. Lo sviluppo di tecnologie energetiche sostenute dagli Stati Uniti —
come il nucleare civile, il gas di petrolio liquefatto e il gas naturale
liquefatto — può generare profitti per le imprese americane e rafforzare la
competizione strategica per l’accesso a minerali critici e altre risorse”.
Con questa strategia, “Donald Trump ha consolidato la propria immagine di “Presidente della Pace”. Dopo il successo storico degli Accordi di Abramo nel suo primo mandato, nel secondo Trump ha fatto leva sulla sua capacità negoziale per ottenere risultati senza precedenti: otto conflitti risolti in soli otto mesi. Dalla normalizzazione tra Cambogia e Thailandia agli accordi tra Kosovo e Serbia; dalla mediazione tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda fino alla de-escalation tra Pakistan e India; dagli accordi tra Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, fino alla fine della guerra a Gaza con il ritorno di tutti gli ostaggi vivi alle loro famiglie”.
Al di là delle letture ideologiche, il messaggio della National Security Strategy 2025 è chiaro: meno interventismo, più negoziazione; meno esportazione di valori, più gestione degli interessi. La pace, in questa visione, non è il risultato di missioni infinite o di ordini morali globali, ma di accordi concreti, selettivi e funzionali alla stabilità. È questa la moneta politica che Trump rivendica come lascito: non un’America che domina ovunque, ma un’America che sceglie dove intervenire — e dove far parlare i “business deals”.
L’America torna a casa
di Melissa de Tefféda
Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di
politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di
Stato (US)
PRIMA PARTE
Ieri
La
nuova politica estera del Presidente Trump appare oggi molto più liberale di
quanto la vecchia Dottrina Monroe avesse dichiarato agli inizi dell’Ottocento,
e molti osservatori applaudono questa svolta. Per capire perché, occorre
tornare alle origini. La Dottrina Monroe si fondava su due principi cardine: impedire
ogni ulteriore colonizzazione europea nel continente americano e, allo stesso
tempo, escludere qualsiasi intervento reciproco tra le potenze europee e
gli Stati Uniti. “L’America agli americani”: niente colonialismo, niente
ingerenze. Una visione che, almeno in teoria, includeva anche il Canada, dove
il sistema parlamentare limitava l’influenza diretta britannica.
Eppure,
già nel 1833, questo ideale mostrava la sua fragilità. Quando il Regno Unito
riaffermò la sovranità sulle isole Falkland, Washington non intervenne,
lasciando che l’Argentina gestisse da sola la contesa. Un’azione di
rioccupazione, non di colonizzazione, certo, ma sufficiente a segnalare i
limiti dell’ambizioso principio Monroe.
Le contraddizioni esplosero con maggiore evidenza durante la Guerra Civile americana. La corona spagnola approfittò del conflitto interno per riprendere il controllo della Repubblica Dominicana, mentre Napoleone III invase il Messico e installò Massimiliano d’Asburgo come sovrano fantoccio. Ma il punto di rottura arrivò il 15 febbraio 1898: la USS Maine, incrociatore corazzato tra i più moderni dell’epoca, saltò in aria nel porto dell’Avana durante una rivolta tra indigeni e sudditi spagnoli. La nave era ormeggiata lì per proteggere gli interessi americani; il suo affondamento scatenò un’ondata di indignazione negli Stati Uniti. “Remember the Maine, the hell with Spain”: in pochi mesi scoppiò la guerra ispano-americana, che pose fine alla presenza coloniale spagnola nel continente. Le Filippine avrebbero ottenuto l’indipendenza solo dopo la Seconda guerra mondiale; Cuba, invece, diventò formalmente indipendente nel 1934, ad eccezione di Guantánamo Bay, ancora oggi sotto controllo statunitense.
Il Novecento segnò il passaggio definitivo
da un principio difensivo a una politica interventista. Gli Stati Uniti non
si limitarono più a fare pressione diplomatica: entrarono nelle dinamiche
interne di numerosi Paesi dell’America Latina, sostenendo o ostacolando governi
a seconda della loro utilità strategica. Emblematica la vicenda del Cile: il
progetto di Salvador Allende di nazionalizzare l’industria del
rame—fondamentale per le multinazionali statunitensi—e il suo mancato
allineamento ai modelli economici
promossi da Washington crearono le premesse per il golpe di Augusto Pinochet,
apertamente appoggiato dagli Stati Uniti. Fu solo uno dei molti episodi in cui
la Dottrina Monroe si trasformò da scudo anticoloniale in un vero dispositivo
di ingegneria politica regionale.
Parallelamente,
le economie latino-americane furono vincolate a un rapporto monetario
sbilanciato con il dollaro. I regimi di cambio fisso adottati da molti Paesi
soffocarono le loro capacità di reagire agli shock esterni. Quando l’Argentina
decise di rompere il legame con il dollaro, la moneta crollò e i titoli di
Stato si azzerarono in poche settimane: un caso emblematico di come la
dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti potesse diventare una trappola
economica e sociale.
Da
questa lunga traiettoria emerge un monito ancora attuale. Ogni volta che una
grande potenza assume il ruolo di tutore esclusivo di una regione, imponendo
modelli politici ed economici dall’alto, lo fa per proteggere sé stessa, non
gli altri. Indipendentemente dalle simpatie geopolitiche—che siano
filoamericane, filoeuropee o filocinesi—resta evidente che ogni forma di tutela
unilaterale genera instabilità, dipendenza e nuove forme di neocolonialismo.
Questa, più di ogni altra, è la lezione della storia: un potere che non
incontra limiti finisce sempre per erodere se stesso e l’ordine che pretende
proteggere.
Oggi
Il 4 dicembre 2025, il Presidente
Donald J. Trump ha
pubblicato la nuova National Security Strategy, il documento che
definisce la visione statunitense nelle relazioni internazionali ed espone ciò
che la sua amministrazione considera essenziale per la sicurezza e la
prosperità del Paese. Intitolata “America in a Dangerous World”, la
strategia segna l’avvio formale della dottrina con cui gli Stati Uniti
intendono confrontarsi con un mondo percepito come instabile e sempre più
competitivo.
Nella sua nota introduttiva, Trump
riassume in poche righe ciò che viene poi dettagliato nelle sezioni successive:
una lettura del sistema internazionale suddivisa per aree geografiche, ciascuna
valutata secondo la misura degli interessi vitali americani. Non più un approccio
universale o missionario, ma una classificazione del mondo orientata alla
protezione economica, alla deterrenza militare e alla riduzione degli impegni
considerati secondari o non redditizi per la nazione.
Questa
dottrina rappresenta una svolta importantissima rispetto alle amministrazioni
precedenti. Da Bush senior a Clinton, da Obama fino a Biden, la politica estera
degli Stati Uniti è stata guidata dall’idea che Washington dovesse assumere un
ruolo di garante dell’ordine globale, intervenendo nelle crisi regionali,
sostenendo la diffusione dei valori democratici e assicurando stabilità ai
mercati internazionali. Trump capovolge questa logica e afferma che l’impegno
americano deve concentrarsi esclusivamente su ciò che incide in modo diretto e
tangibile sulla sicurezza, sull’economia e sulla sovranità nazionale.
In sostanza, la nuova strategia sostiene che gli Stati Uniti non debbano più farsi carico di ogni crisi del pianeta, ma selezionare con rigore priorità e risorse: un’impostazione che trasforma l’“America First” da slogan politico a principio operativo nella gestione delle relazioni internazionali.
Europa – NSS 2025
Nella
nuova strategia di sicurezza nazionale, l’Europa non è più il fulcro
dell’architettura internazionale degli Stati Uniti, ma una regione da valutare
in funzione del contributo che può offrire alla sicurezza americana. La
dottrina afferma che, dopo decenni in cui Washington ha sostenuto i costi
principali della difesa europea, gli alleati devono ora assumersi una parte
molto più significativa delle responsabilità. L’era in cui gli Stati Uniti si
consideravano il pilastro indispensabile della sicurezza del continente è
presentata come un modello obsoleto, nato dalla Guerra Fredda e mantenuto per
inerzia politica.
Il documento sottolinea che la NATO conserva un valore strategico, ma solo se gli alleati europei dimostrano di essere capaci di contribuire realmente al mantenimento della sicurezza comune. L’obiettivo non è più la proiezione collettiva verso l’esterno, ma la riduzione dei costi americani e la riallocazione delle risorse verso priorità interne. L’Europa viene così invitata — con insistenza — a raggiungere e superare la soglia del 2% del PIL per la difesa, condizioni minime per continuare a beneficiare del legame transatlantico.
In
questa visione, le relazioni USA-UE si spostano dal terreno dei valori
condivisi a quello degli scambi equilibrati: partnership sì, ma solo se
reciprocamente vantaggiosa. Gli Stati Uniti dichiarano esplicitamente di non
voler più sostenere il peso finanziario della difesa europea, né di intervenire
automaticamente nelle crisi regionali del continente. Il messaggio, pur non
espresso in termini conflittuali, è chiaro: l’Europa deve dimostrare di essere
un attore autonomo, capace di difendere i propri confini e di contribuire alla
stabilità internazionale con mezzi propri.
Sarebbe utile vedere un’Europa che
finalmente decide quale identità indossare. Per quanto riguarda la Russia, la
strategia è quella di cautela e deterrenza. Il sostegno all’Ucraina non viene
presentato come un impegno indefinito: l’aiuto americano deve essere
circoscritto, controllato e valutato sulla base di un ritorno diretto per la
sicurezza degli Stati Uniti. L’obiettivo non è più “rimodellare” l’Est
europeo, ma impedire che la crisi si trasformi in un costo strategico e
finanziario eccessivo per Washington. (Trump, nonostante le buone notizie di miglioramenti, ha
troppi fronti aperti, e quello interno è il più gravoso in questo momento di
crisi finanziaria, inflazione, e licenziamenti massivi).
Nel complesso, l’Europa appare nella dottrina come una regione importante ma non più prioritaria: un partner utile, non un progetto da guidare. La stabilità del continente viene considerata desiderabile, ma non al punto da giustificare interventi americani illimitati o investimenti senza ritorno. È la fine dell’Europa come “alleato privilegiato” degli Stati Uniti e l’inizio di una relazione più transazionale, in cui la continuità dell’alleanza dipende dall’impegno europeo nel garantirne il peso militare ed economico.
Medio Oriente – NSS 2025
Nella nuova strategia, il Medio Oriente
non è più il teatro privilegiato della proiezione militare americana come lo è
stato per oltre vent’anni dopo l’11 settembre. Trump afferma che gli Stati
Uniti non devono più sostenere conflitti prolungati, né impegnarsi in
operazioni di “nation building” che non portino benefici diretti alla
sicurezza nazionale. L’obiettivo principale diventa evitare che la regione
torni a essere una fonte di minacce terroristiche e proteggere gli interessi
energetici americani, oggi però ridimensionati dall’autosufficienza interna.
Il
sostegno tradizionale a Israele rimane fermo, ma viene descritto come parte di
una partnership strategica, non come un impegno aperto e illimitato. Nei
confronti dell’Iran, la strategia si concentra sulla deterrenza e sulla
pressione economica, più che sul coinvolgimento militare diretto. L’approccio
ai Paesi arabi è pragmatico: cooperazione dove utile agli interessi americani,
nessuna ambizione di rimodellare la regione dal punto di vista politico o
democratico. Prendiamo come esempio la Siria, ultimo dei paesi ad aver trovato
un inizio di stabilità. Washington chiarisce di non voler riaprire un capitolo
di intervento militare diretto nel Paese, in linea con il rifiuto più ampio di
impegnarsi in conflitti prolungati. Nonostante la presenza russa e iraniana sia
riconosciuta come un fattore di instabilità, non giustifica un maggiore
coinvolgimento americano. La Siria diventa dunque un caso emblematico: una
minaccia da contenere a distanza, non una crisi da affrontare con operazioni
sul campo o strategie di ricostruzione politica.
Nel complesso, il Medio Oriente passa da
priorità assoluta a regione da stabilizzare con il minimo costo possibile,
evitando nuove guerre e puntando a contenere le minacce senza espandere il
ruolo militare degli Stati Uniti.
La nuova NSS non lascia spazio a
interpretazioni: il baricentro della politica estera americana si sposta
ufficialmente nel suo emisfero occidentale, e diventa priorità assoluta. È un
cambiamento atteso da anni, che riflette l’idea — cara all’amministrazione
Trump — che gli interessi strategici debbano essere difesi innanzitutto nel
proprio vicinato. La strategia formalizza ciò che già si era intravisto
nell’azione di governo: l’approccio “Enlist and Expand”, volto a
controllare i flussi migratori, frenare l’espansione dei cartelli della droga,
contenere l’influenza di attori ostili e rafforzare le catene di
approvvigionamento critiche. Ma soprattutto introduce una dimensione economica
ambiziosa, che mira a stimolare nuovi investimenti americani nella regione,
riconoscendo che una solida base economica interna è parte integrante della
sicurezza nazionale. La NSS
fornisce dunque una cornice strategica per un ruolo più attivo del governo
statunitense in questi settori e invita a una mobilitazione coordinata di tutte
le istituzioni federali per tradurre questa visione in azione concreta.
Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.
Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.
Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.
Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.
Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.
A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.
In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.
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