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Cyber warfare nel conflitto russo-ucraino: strategie cyber, lessons learned e implicazioni per il futuro

di Matteo Testa

Articolo originale pubblicato su IARI – Istituto Analisi Relazioni Internazionali

Il conflitto russo-ucraino è stato definito in parte come la prima guerra del futuro, a causa della centralità della dimensione digitale e del nuovo cyber warfare. Come si è applicato al contesto bellico questa nuovo dominio e quali sono le maggiori implicazioni per il futuro dell’internet e dei conflitti armati?

Il 24 febbraio 2022 la Russia ha ufficialmente dato il via all’invasione su larga scala del territorio sovrano ucraino, con lo scopo di liberare (secondo la narrativa di Mosca) le regioni del Donbass, la cui popolazione si sentirebbe di appartenere più alla Russia che all’Ucraina, in una sorta di lotta, si direbbe in altri casi, per l’autodeterminazione dei popoli. La guerra è stata dunque cominciata con pretesti visti e rivisti nel corso della storia, con mezzi e strategie militari tipiche del più classico warfare e, almeno nella mente dei russi, con delle tempistiche di completamento decisamente brevi; se l’ultimo punto si è rivelato drasticamente errato, ai primi due si è aggiunto un elemento che permette di classificare il conflitto russo ucraino come il primo esempio di guerra del futuro.

La dimensione cyber dello scontro armato, infatti, rappresenta un fattore di significativa novità e soprattutto di enorme centralità nelle dinamiche della guerra: oltre a essere il primo caso dove gli attacchi cibernetici sono molto sofisticati e diretti alle infrastrutture sensibili di entrambe le parti in causa, il moderno cyber warfare aggiunge un nuovo dominio a quelli classici della terra, dell’aria e del mare, spostando in maniera decisiva l’asse delle forze in gioco. Le battaglie non si combatteranno più unicamente sul terreno, anzi, gli attacchi decisivi per determinare l’esito di un conflitto armato potrebbero avvenire senza sparare più un singolo proiettile.

Questo è quanto avvenuto, chiaramente solo in parte, nel caso russo ucraino. Proprio il giorno prima dell’inizio delle ostilità da parte di Mosca, infatti, il Cremlino ha attaccato la rete digitale infrastrutturale ucraina con un malware che è stato indicato da Microsoft, in uno studio redatto dalla stessa compagnia pochi giorni dopo l’inizio del conflitto, con il nome di FOXBLADE; senza entrare nelle specifiche del malware (anche perché Microsoft non le ha rilasciate per ragioni di sicurezza), FOXBLADE rappresenta una cyberweapon in grado di far partire attacchi DDoS dal proprio computer senza che l’utilizzatore ne sia a conoscenza. La sigla DDos sta per Distributed Denial of Service, si tratta di un’arma di sicurezza informatica che mira a interrompere le attività aziendali o a estorcere denaro alle organizzazioni prese di mira e che agisce utilizzando enormi volumi di traffico digitale sovraccaricando così i server o le connessioni di rete, rendendoli inutilizzabili. La dimensione dei cyber attacchi ha dunque giocato un ruolo primario fin dall’inizio del conflitto armato ed ha continuato a ricoprire una funzione centrale anche nelle fasi successive. Come riportato da Stas Prybytko, il responsabile dello sviluppo della banda larga mobile nel Ministero della trasformazione digitale ucraino, il modus operandi dei russi una volta conquistati ed occupati nuovi territori prevedeva una priorità su tutte: tagliare e sconnettere le reti digitali della regione occupata, così che le persone residenti in quell’area non potessero sapere cosa succedeva nelle zone circostanti e non potessero descrivere la reale situazione nei territori occupati.

Dall’altra parte, l’Ucraina del Presidente Zelensky ha cercato di rispondere alle minacce e agli attacchi digitali russi cercando, in primo luogo, di estromettere la Russia dall’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), entità che rappresenta sostanzialmente la governance internazionale di internet. Questa richiesta è arrivata praticamente all’inizio della guerra, il 28 febbraio, a testimonianza di come anche gli ucraini avessero bene in mente il ruolo fondamentale del dominio digitale fin dalle primissime fasi dello scontro. La richiesta ucraina è stata tuttavia respinta al mittente dal Presidente dell’ICANN Goran Murphy, con la motivazione che tale organizzazione non detiene l’autorità di esprimere sanzioni in materia e che il compito di ICANN è semplicemente sorvegliare che il funzionamento dell’internet rimanga esterno alle dinamiche politiche; accogliere l’istanza ucraina, secondo la visione di Murphy, avrebbe dunque significato andare contro i principi base dell’ICANN stessa.

Fra le due parti in conflitto Mosca è sicuramente quella che dispone delle maggiori capacità di sferrare cyber attacchi significativi. Questo è dovuto sicuramente alla grande rete di hacker russi ma anche alla tendenza del Cremlino di manipolare le informazioni, sia a livello domestico sia quelle dirette al mondo esterno, che ha fornito ai russi una notevole expertise in questo campo. Il già citato studio svolto da Microsoft, dal nome “Defending Ukraine: Early Lesson from the Cyber War”, evidenzia come la Russia abbia utilizzato una sofisticata strategia cyber che si compone di tre sforzi principali, distinti ma utilizzati anche simultaneamente. Si tratta nello specifico di attacchi informatici di tipo distruttivo rivolti all’interno dell’Ucraina, di operazioni di penetrazione e spionaggio all’esterno dell’Ucraina e infine di azioni di cyber-influenza che prendono di mira le persone di tutto il globo. Alcuni esempi lampanti di tale strategia sono state sicuramente le campagne di disinformazione e di manipolazione della narrativa sul conflitto operata da Mosca fin dall’inizio della guerra; ma anche attacchi concreti alle infrastrutture vitali ucraine, come quello del 28 febbraio, definito da alcuni analisti come il più severo dall’inizio della guerra. Questo cyber attacco ha colpito Ukrtelecom, la compagnia di telecomunicazioni nazionale ucraina, ed ha portato a delle significative interruzioni di internet nel paese per circa 15 ore che hanno colpito principalmente gli utenti privati e le aziende.

Kiev, dal canto suo, ha potuto contare praticamente dall’inizio degli scontri su uno strumento che si è rivelato essenziale finora per la resistenza dell’esercito ucraino, ovvero il sistema Starlink, offerto gratuitamente dal magnate Elon Musk su richiesta del Primo Ministro ucraino Mykhaylo Fedorov. Il ruolo giocato da Starlink testimonia una volta di più la centralità dei sistemi tecnologici-cibernetici applicati ai moderni contesti bellici: senza il supporto di Starlink, infatti, l’Ucraina molto probabilmente sarebbe già caduta sotto i colpi dei carri armati russi. Starlink è un complesso sistema che fornisce Internet alle regioni con scarse infrastrutture di telecomunicazioni, come in mare aperto, in aree remote lontane dalle città o in regioni in cui l’accesso a Internet è limitato dai governi e che funziona grazie a una vera e propria costellazione di satelliti (circa 3000) che SpaceX, la società aerospaziale privata di Elon Musk, ha rilasciato nella parte bassa dell’orbita terrestre. L’utilizzo di Starlink in Ucraina, dunque, ha avuto importanti applicazioni sia in ambito civile, in quanto ha permesso che le reti di comunicazioni venissero ripristinate in tempi record, ma soprattutto in ambito militare: grazie all’enorme numero di terminali Starlink dispiegati sul territorio ucraino, ad esempio, l’esercito ha potuto utilizzare droni da ricognizione collegati ai terminali Starlink per inviare informazioni di puntamento all’artiglieria, è riuscito ad individuare l’esatta posizione di mezzi pesanti russi ed è stato in grado di mantenere le comunicazioni aperte anche con propri soldati che si trovavano in prima linea durante uno scontro con i russi. Analizzate le principali caratteristiche e strategie cyber utilizzate nei primi 8 mesi di guerra, è possibile trarre qualche indicazioni per il futuro dei conflitti armati e del ruolo della dimensione digitale applicato alle guerre. In primis si può affermare come la strada intrapresa con l’inizio del conflitto russo-ucraino è destinata a diventare la tendenza preponderante per le guerre che verranno: il classico warfare rimarrà sicuramente al centro delle strategie e delle considerazioni militari, ma sarà accompagnato sempre di più dalle cyber weapon e dagli attacchi cibernetici, che potrebbero diventare l’arma decisiva nelle sorti di un conflitto armato. Sarà necessario inoltre rafforzare i sistemi di intelligence, con l’obiettivo di creare dei team di professionisti che sappiano valutare le reali capacità cyber di un determinato attore: nel caso russo, ad esempio, la maggior parte degli analisti politici aveva sovrastimato le capacità militari russe ed è possibile che lo stesso sia successo con le capacità cibernetiche attribuite a Mosca, che non è riuscita nel lungo periodo a causare danni significativi alle reti ucraine. Infine, stiamo assistendo a un significativo cambiamento strutturale di quelle che sono le front lines di uno scontro armato: non più solamente soldati con fucili impegnati al fronte, ma orde di hacker e informatici devono rappresentare ormai una priorità per i governi quando si discute di sicurezza nazionale. Investire in questa nuova tipologia di “addestramento” digitale può prefigurarsi dunque come la strategia madre per arrivare preparati alle guerre del futuro, che sono molto più prossime e vicine di quanto si creda.


Ucraina: la mobilitazione dei russi. Come leggere il discorso di Putin? (TeleTicino)

Il commento del Direttore Claudio Bertolotti a TeleTicino (edizione del 21.09.2022, ore 18.25)

L’intervento del Direttore Claudio Bertolotti in apertura del TG TeleTicino News

Come dobbiamo leggere il discorso di Putin? 

La presa di posizione di Putin è coerente con quella di un leader sotto pressione che cerca di mantenere un equilibrio tra le istanze dei falchi intransigenti, il voler compiacere i militari, dare l’impressione di non perdere la guerra e la necessità di rafforzare il consenso interno che tende sempre più a essere precario e ad indebolirsi con il progredire della guerra in Ucraina.  Il presidente russo ha parlato della necessità di difendere i confini della Madrepatria presentando la guerra di aggressione in una guerra per la difesa della Russia, di fatto attribuendone la responsabilità agli ucraini e ai loro alleati occidentali, in primo luogo agli Stati Uniti e alla Nato. Di fatto Putin ha adottato un cambio di tono più che di retorica ribadendo il concetto di “difesa del popolo e della sovranità territoriale”, che è il tema ricorrente nella narrativa russa, e lo ha fatto nel tentativo di rafforzare una posizione politica che si è notevolmente indebolita.

Con i referendum di Putin cresce la minaccia di una guerra nucleare?

Quella di Putin è una scelta strategicamente cinica, quasi diabolica perché Le autoproclamate repubbliche autonome del Donbass, Lugansk e Donetsk, e le province di Kherson e Zaporizhzhia quando saranno annesse alla Russia, di fatto saranno territorio nazionale russo e dunque, qualunque azione militare contro di essi sarebbe considerata un’aggressione diretta a Mosca: una circostanza che, secondo la dottrina militare russa prevede l’impiego dell’arsenale nucleari per difendere “l’esistenza dello Stato, la sovranità e l’integrità territoriale del Paese”. Dunque ci troviamo di fronte a un’opzione molto pericolosa

Il discorso di stamattina mostra un Putin in difficoltà?

Putin è in oggettiva difficoltà, la Russia sta pagando un prezzo altissimo sia sul fronte ucraino, in termini di risorse umane e materiali, sia sul fronte interno dove si sta facendo ogni sforzo per contenere gli effetti deleteri di un’economia di guerra e di una finanza che sono di fatto fortemente limitate e che stanno avendo un impatto rilevante sulla quotidianità dei russi. Ora, a fronte di questa scelta di forza dobbiamo però prendere atto del fatto che – dal punto di vista della leadership russa – forse non c’erano molte altre alternative. Un passo indietro significherebbe ammettere la sconfitta e questo determinerebbe la fine politica di Putin. Da qui la necessità di aumentare la pressione, seguendo i consigli dei falchi del Cremlino, e tentare la carta della mobilitazione generale per la difesa dei confini che, tra qualche giorno, si estenderanno ai territori ucraini attualmente tenuti dalle forze russe.

C’è la famosa immagine del topo nell’angolo, non è rischioso avere Putin con le spalle al muro?

Un Putin con le spalle al muro è certamente lo scenario peggiore che potrebbe prospettarsi le cui conseguenze andrebbero ben oltre i confini ucraini. Putin in questo momento è in una posizione estremamente precaria e qualunque azione di forza che possa consentirgli di uscire dal pantano ucraino verrà perseguita. L’annessione via referendum e la minaccia nucleare sono un’opzione che Putin ha perseguito a causa della mancanza di tutte le opzioni a lui favorevoli: l’assenza di una vittoria lampo su Kiev, il mancato collasso delle forze armate ucraine, la divisione dell’occidente a supporto dell’ucraina. Putin non ha ottenuto nulla di tutto ciò, e dunque si prepara ad attuare l’unica opzione perseguibile, in alternativa alla sua non del tutto impossibile uscita di scena.

Settimana scorsa c’è stato il vertice di Samarcanda. E anche qui la Russia non sembra aver trovato appoggi incondizionati da parte di Cina e India.

L’india e la Cina sono state elegantemente perentorie nella presa di posizione nei confronti della guerra di Putin in Ucraina: Pechino ha negato la possibilità di aiuti militari alla Russia in Ucraina, tanto che si è parlato di richieste di Mosca alla Corea del Nord (per razzi e proiettili) e all’Iran (per i droni); e Nuova Dehli, storicamente molto vicina alla Russia, non ha lasciato adito a dubbi nell’affermare che questo non è il momento della guerra e la pace deve essere l’obiettivo primario. Dunque Putin, che guardava a Samarcanda come a un’occasione per cercare di rafforzare la propria posizione ha invece incassato un risultato molto più negativo di quanto non si aspettasse. È forse l’inizio di un isolamento che sino a poche settimane fa vedeva solo l’Occidente chiudere lo scambio commerciale e la collaborazione con Mosca ma che ora comincia a interessare anche quegli storici alleati e amici che dalla guerra sono toccati in termini economici, commerciali e finanziari.


Guerra russo-ucraina: da Kiev al Donbas. Parte prima: la battaglia di Kiev e le ragioni del suo fallimento

di Fabio Riggi

La battaglia del Donbas ha raggiunto il suo apice

A quasi quattro mesi dall’inizio del conflitto, con gli sviluppi delle operazioni per il controllo delle località di Severodonetsk e Lysychansk la battaglia del Donbas, che si è confermata la regione dove si concentrano gli sforzi principali di entrambi i contendenti, ha raggiunto il suo apice. Quest’ultimo ciclo operativo si è concluso, alla fine, nella giornata del 24 giugno con l’annuncio delle autorità ucraine del definitivo ritiro delle proprie forze dal pericolo saliente che si era venuto a creare, e che vedeva alla sua estremità orientale proprio la città industriale di Severodonetsk, uno dei maggiori centri urbani della regione. Nei giorni successivi, mantenendo il loro “momentum” offensivo, le forze russe hanno continuato i loro attacchi in direzione ovest, riuscendo il 3 luglio a conquistare anche la cittadina di Lysychansk, completando così di fatto l’occupazione del territorio della repubblica separatista di Lugansk. In questo momento, le forze russe attaccanti nel Donbas sembrano aver intrapreso una pausa operativa, in previsione di ulteriori operazioni volte all’acquisizione della parte restante della repubblica separatista di Donetsk, e in particolare a superare l’allineamento Sloviansk-Kramatorsk-Toretsk, a ovest del quale il terreno potrebbe risultare maggiormente favorevole per una prosecuzione dell’offensiva in direzione del Dnepr.

Le quattro fasi della guerra

Oggi, al punto in cui è giunta la guerra, è possibile ripartirne il corso seguito finora in quattro fasi principali. La prima è stata caratterizzata dalle iniziali operazioni offensive russe, altamente dinamiche, con profonde avanzate nelle regioni nord-orientali e meridionali del paese, e ha interessato il periodo compreso tra il 24 febbraio e la prima decade del mese di marzo. La seconda, a partire dalla seconda decade di marzo e fino alla fine dello stesso mese, ha visto il raggiungimento del cosiddetto “punto culmine” (parametro concettuale che definisce il momento nel quale, specie in attacco, uno dei due contendenti non dispone più del potenziale necessario per il conseguimento dei suoi obiettivi, a causa del tendere di quest’ultimo a equivalersi con quello dell’avversario) degli sforzi offensivi delle forze di Mosca, a fronte di un’efficace e abile difesa delle unità ucraine, specie nei settori nord-orientali, e si è conclusa con l’ordinato ripiegamento di tutte le Grandi Unità russe impiegate negli attacchi alle regioni settentrionali di Kiev, Chernihiv e Sumy. La terza, iniziata i primi giorni di aprile, e protrattasi per tutto quello stesso mese, ha visto il complesso e articolato rischieramento di buona parte delle forze russe utilizzate nelle operazioni nell’Ucraina nord-orientale nei settori a est e sud-est, gravitando definitivamente, con il rinforzo di queste, per iniziare un nuovo ciclo operativo volto al completamento dell’occupazione dell’intera regione del Donbas. Contestualmente, nel quadrante orientale di Kharkiv, e in quello meridionale di Kherson, le forze russe hanno assunto una postura difensiva, configurando conseguentemente il proprio dispositivo, e fronteggiando, nel contempo, contrattacchi ucraini di una certa importanza e consistenza. La quarta fase, iniziata tra la seconda metà di aprile e i primi giorni di maggio, e che si può considerare tutt’ora in corso, ha visto l’inizio dell’offensiva russa nel Donbas, il termine dell’assedio di Mariupol con la definitiva conquista di questa città da parte dei russi, e ha poi avuto il suo apice con la caduta di Severodonetsk e Lysychansk, e parrebbe ora volgere al termine con l’inizio di una pausa operativa del grosso delle forze russe attaccanti che vi hanno partecipato.

La battaglia di Kiev: le forze russe non erano sufficienti per realizzare un’offensiva

Il ripiegamento russo dalle aree nord-orientali ucraine attaccate inizialmente – e in particolare da quella di Kiev, dove l’ampia manovra di accerchiamento tentata sin dalle prime ore del conflitto non è mai giunta al suo effettivo compimento – è iniziato tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, e ha rappresentato un vero spartiacque nello sviluppo del conflitto. Sulle reali motivazioni di quello che appare innegabilmente come un insuccesso delle operazioni russe nell’Ucraina nord-orientale, è ora possibile iniziare a formulare delle prime valutazioni, per quanto ancora parziali a causa della perdurante mancanza di informazioni e di dati consolidati e verificati. Innanzitutto, da un punto di vista generale, alcune fonti accreditate stanno iniziando a riportare notizie, corredate da alcuni dettagli, su quella che è riconosciuta in modo unanime come “l’assumption” posta alla base della decisione da parte di Mosca di procedere con una serie di offensive anche nei quadranti settentrionali e della regione di Kiev, a fronte di obiettivi politico-strategici chiari e dichiarati posti in realtà nelle aree meridionali, corrispondenti alle regioni della Crimea e del Donbas, e soprattutto nonostante un rapporto di forze del tutto sfavorevole per una campagna offensiva di questa portata. Secondo questa ipotesi, la Russia avrebbe agito con queste modalità in virtù di informazioni e attività riguardanti una presunta “quinta colonna” presente in seno alle forze armate ucraine, con un certo numero di elementi che sarebbero stati pronti a passare dalla parte di quelle di Mosca, o quantomeno a non opporre resistenza all’invasione. In questo quadro potrebbe inserirsi anche l’invito rivolto espressamente ai militari ucraini, a poche ore dall’inizio delle ostilità, dallo stesso presidente Putin, affinché deponessero le armi o contribuissero addirittura a rovesciare il governo del primo ministro Zelensky.  Come noto ciò non è avvenuto, e anzi le truppe russe hanno da subito incontrato una forte resistenza, complice, sempre secondo la citata ricostruzione, una rapidissima epurazione degli elementi sospettati di collusione con il Cremlino, eseguita anche grazie al supporto dei servizi di Intelligence occidentali.

In ogni caso, dal punto di vista squisitamente militare, è ancora il caso di sottolineare come dal punto di vista quantitativo le forze schierate dalla federazione russa non erano sufficienti per realizzare un rapporto di forze favorevole per un’offensiva di queste proporzioni. È ormai chiaro a tutti che, già da 24 febbraio, l’Ucraina era lungi dall’essere quella nazione inerme e pronta a soccombere descritta da alcuni media generalisti. Nonostante ciò, nella prima settimana di operazioni le forze russe sono riuscite a realizzare rapide e profonde avanzate su diverse delle loro molteplici direttrici d’attacco. Subito dopo però, l’insufficienza delle forze impiegate, in primo luogo, e altri fattori quali l’efficace difesa opposta dagli ucraini e l’arrivo del disgelo primaverile, con la conseguente presenza del fango che rendeva difficoltosa, se non proibitiva, la manovra di grandi formazioni pesanti in campo aperto, ha condotto l’offensiva russa al raggiungimento del summenzionato punto culmine. In quei giorni, probabilmente condizionati dalla forte emotività scaturita dalla drammaticità degli eventi in corso, la maggior parte degli analisti occidentali si sono soffermati nel sottolineare la presunta incompetenza di quadri e truppe delle forze armate di Mosca, tralasciando così di valutare compiutamente elementi quali il contesto ambientale e operativo, e soprattutto le azioni e i risultati ottenuti da quelle ucraine, che solo ora vengono descritti con la dovuta attenzione.

La riorganizzazione della difesa ucraina: ristrutturazione, ammodernamento, nuove dottrina e procedure tecnico-tattiche

Secondo gli osservatori più attenti, i comandi di Kiev, all’indomani dell’amara esperienza del conflitto del 2014-15, oltre ad aver avviato un programma di ristrutturazione e ammodernamento dello strumento militare, ne hanno anche in parte modificato la dottrina e le procedure tecnico-tattiche. Facendo tesoro di quei costosi insegnamenti (scaturiti dalle dolorose sconfitte subite per opera delle stesse forze russe, soprattutto quando queste ultime entrarono direttamente in azione a partire dal settembre 2014), a partire dai primi giorni di marzo le forze ucraine si sarebbero concentrate particolarmente in una serie di attacchi alle iper-estese linee di comunicazione logistiche delle unità russe, irrigidendo la propria resistenza in corrispondenza dei principali centri urbani, realizzando così delle “istrici” difensive che reiteravano la difesa anche dopo essere state isolate dalle unità avanzanti. Questo è ciò che è accaduto in primo luogo nei settori dell’Ucraina nord-orientale, dove risulterebbe che per l’attacco ai convogli di rifornimenti avversari gli ucraini abbiano impiegato in ruolo tattico anche elementi delle proprie preparate e capaci forze speciali (che sono state lungamente addestrate secondo gli standard e con il pieno supporto occidentale) coadiuvate da numerosi distaccamenti dei reparti della difesa territoriale, conoscitori del terreno e dei luoghi in cui agivano. Operando disperse, queste unità sono riuscite ad annullare virtualmente la minaccia della potente artiglieria russa, che peraltro nel dinamico contesto di profonde operazioni offensive non era nella condizione migliore per poter ammassarsi e ottenere così la massima efficacia. Con il passare delle settimane di marzo, a nord, la protratta resistenza delle “istrici” di Chernihiv, Sumy, Konotop, e soprattutto della grande piazza di Kiev, dove l’accerchiamento della città non si completerà mai, ha trascinato le operazioni delle unità russe a un sanguinoso stallo.

Le cinque ragioni del fallimento nella battaglia per Kiev

In sintesi, il fallimento delle offensive delle forze di Mosca in Ucraina nord-orientale, e lo speculare successo di quelle ucraine, in modo particolare nella battaglia di Kiev, può essere attribuito essenzialmente a cinque fattori:

  • In primo luogo, il mancato verificarsi dell’ipotesi operativa di base iniziale (“assumption”) sulla base della quale gli attaccanti avevano basato la loro pianificazione, andando ad agire in presenza di un rapporto di forze non favorevole per un’offensiva da condurre contro un avversario ben organizzato, equipaggiato, addestrato e determinato a resistere, come hanno dimostrato di essere le forze armate ucraine;
  • Le condizioni ambientali e di terreno hanno visto l’avvio (deciso presumibilmente in quella data dall’imprescindibile volontà del livello politico-strategico) della campagna russa all’approssimarsi della stagione del disgelo (la celebre “rasputitsa”), elemento che ha creato tutta una serie di problemi alla manovra in campo aperto delle grandi unità pesanti (meccanizzate/”motorizzate” e corazzate). E quest’ultimo fattore, anche tenendo conto del fatto che il movimento su strada è ancora espressamente previsto dalla dottrina tattica russa per le operazioni offensive, ha molto probabilmente giocato un suo ruolo nello smorzare l’impeto e il ritmo delle forze di Mosca. Inoltre, il terreno lungo l’asse a occidente di Kiev, sulla sponda destra del Dnepr, su una delle due direttrici seguite per ottenere l’accerchiamento della capitale ucraina, è punteggiato da fitte aree boscose e acquitrinose, corsi d’acqua (si tratta in buona sostanza della propaggine meridionale della vasta regione delle paludi del Prjpiat, che si estende verso nord in territorio bielorusso) e vede la presenza di importanti centri abitati, tutti elementi che hanno ostacolato le azioni delle unità attaccanti e favorito quelle dei difensori; questi ultimi, alla fine, sono riusciti a irrigidire la propria difesa lungo il fiume Irpin, un affluente del Dnepr che scorre lungo una diagonale a sud-ovest di Kiev, e appoggiandosi su questo ostacolo hanno inflitto una battuta d’arresto definitiva al braccio occidentale della “tenaglia” che minacciava di chiudersi sulla capitale ucraina;
  • Il sapiente utilizzo da parte ucraina di efficaci tattiche per l’attacco alle linee di comunicazione dell’avversario, che ne hanno resa difficoltosa, se non proibitiva, l’alimentazione tattica e logistica delle forze, unitamente all’elevato spirito combattivo e all’eccellente addestramento di buona parte delle proprie truppe;
  • Il significativo contributo apportato al potenziale di combattimento delle unità ucraine dalle forniture di armi occidentali, in modo particolare per ciò che riguarda i moderni sistemi controcarro, con le quali hanno avuto modo di imporre un non trascurabile tasso di attrito ai veicoli da combattimento russi;
  • Da ultimo, ma non certo per ordine di importanza, il sostanziale “dominio informativo” appannaggio degli ucraini, conseguito grazie al fondamentale supporto in termini di assetti ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) e di Target Acquisition (TA) messi a disposizione dalla NATO (e in primis da Stati Uniti e Regno Unito). 

Ripiegamento da Kiev e rischieramento sul fronte meridionale

Nelle prime settimane di guerra, mentre gli attacchi delle forze russe giungevano a un irreparabile situazione di stallo nei quadranti settentrionali e a Kiev, nelle regioni del sud, le offensive russe erano condotte dalle unità del distretto militare meridionale (in primo luogo appartenenti alla 58a e 49a armata combinata e del comando delle forze aviotrasportate), descritte da più fonti come le più pronte e addestrate, e avevano conseguito i maggiori successi, in particolare la conquista dell’importantissima città di Kherson e, in corrispondenza di questa, la realizzazione di una testa di ponte oltre il Dnepr, unitamente all’accerchiamento della città costiera e industriale di Mariupol. Tuttavia, anche in questi settori meridionali, nel corso del mese di marzo il tentativo successivo di puntare su Odessa, tentato dalle forze che avevano realizzato la testa di ponte di Kherson, dovette arrestarsi di fronte alle munite difese di Mykolaiv, anche in questo caso soprattutto grazie alla tenacia dimostrata dai difensori e alla scarsità delle forze attaccanti.

Completato in relativamente poco tempo il ripiegamento delle forze impegnate nei settori nord-orientali – e dimostrando nel far questo comunque una notevole perizia nel condurre una manovra in ritirata, da sempre la più complessa e pericolosa da eseguire tra tutte le attività tattiche – le forze russe hanno iniziato a il rischieramento di buona parte di quelle stesse unità nelle aree a sud e sud-est di Kharkiv, iniziando a  gravitare con esse in quella direzione al fine di impostare un nuovo ciclo operativo, finalizzato all’esecuzione di nuove offensive aventi lo scopo di completare la conquista delle regioni del Donbas. In tale contesto, è importante sottolineare come a un innegabile successo ottenuto dagli ucraini nello stroncare il tentativo delle forze russe nell’assumere il controllo delle province settentrionali e orientali – e anche impedendogli di completare l’isolamento di Kiev – non è corrisposto un efficace inseguimento del nemico in ritirata, perdendo così probabilmente l’occasione per infliggere perdite che avrebbero potuto essere pesantissime a un avversario che si trovava con linee di comunicazione fatalmente allungate e molto vulnerabili. Una verosimile spiegazione di ciò può essere ricercata nella mancanza da parte ucraina di forze adeguate, e di un potenziale di combattimento idoneo al raggiungimento di un risultato che avrebbe potuto essere molto probabilmente decisivo, stante anche il logoramento e le perdite subite, di certo, dalla maggior parte di quelle stesse unità che avevano condotto una difficile difesa nel corso di dure e prolungate azioni di combattimento. Sono innumerevoli gli esempi, nell’ampio panorama della storia militare, nei quali un mancato inseguimento del nemico in ritirata non ha tardato di produrre negative conseguenze sugli sviluppi successivi delle operazioni. Uno dei più celebri, riguarda ciò che accadde all’indomani della battaglia di Ligny, del 16 giugno 1815, quando la sostanziale inazione di Napoleone nello sfruttare il successo ottenuto sull’armata prussiana del maresciallo Blucher non mancò di avere un effetto quasi certamente decisivo su ciò che accadde due giorni dopo, nella famosa e fatale giornata di Waterloo. Su ciò che accadrà, invece, a seguito di questa importante fase della guerra, sarà solo il successivo andamento, dal punto di vista strategico e operativo, del conflitto a svelarlo completamente.

(Segue: “Guerra russo-ucraina: da Kiev al Donbas. Seconda parte: la battaglia del Donbas”)


Update – Legge sulle armi negli Stati Uniti

Andrea Molle spiega in cosa consiste il disegno di legge denominato Bipartisan Safer Communities Act proposto all’indomani delle stragi di Buffalo e Uvalde.
Corrispondenza del 23 giugno 2022

(Cover Photo by Chip Vincent on Unsplash)


La crisi Ucraina e le nuove prospettive della geospatial intelligence (Formiche)

di Piero Boccardo, DIST/Ithaca, Politecnico di Torino

Articolo originale pubblicato su Formiche n. 180, maggio 2022

Il recente e perdurante conflitto Ucraino ha mostrato in tutta la sua crudezza una serie di conseguenze su di cui è opportuno porre la massima attenzione e proporre, nel contempo, qualche spunto di riflessione. Nell’analisi preliminare e nel monitoraggio giornaliero del teatro bellico, un ruolo fondamentale viene giocato dalla cosiddetta GEOspatial INTelligence (GEOINT) intesa come la disciplina che, mediante l’utilizzo di dati georeferenziati, rappresenta, descrive e analizza fenomeni che si sviluppano in determinate aree geografiche. Nata in un contesto prettamente militare, la GEOINT nel corso degli ultimi anni, si è estremamente sviluppata anche ad altri differenti ambiti di applicazione, dall’energia ai trasporti, dall’agricoltura alle risorse minerarie.

Occorre analizzare i fenomeni complessi

Questa tecnica, caratterizzata dall’impiego massiccio di dati di osservazione della terra acquisiti da sensori posti a bordo delle più svariate piattaforme (satelliti, aerei, droni, veicoli vari), ha permesso, di fornire dati oggettivi da cui potere ricavare informazioni incontrovertibili in modo semplice ed efficace anche da soggetti senza una specifica preparazione nel campo.

Le immagini satellitari ad alta risoluzione geometrica pubblicate dalla quasi totalità dei media, hanno mostrato in un primo momento la concentrazione di mezzi e forze militari lungo le aree di confine Ucraine e poi l’invasione, la documentazione della distruzione (Fig. 1) e delle possibili prove di eccidi di massa a danno dei civili. Questa manifestazione di tipo prettamente documentaristico, in cui l’oggettività del dato (l’immagine satellitare) è facilmente comprensibile a qualsiasi fruitore del dato stesso, non comporta alcuno sforzo di analisi se non una generica localizzazione dell’acquisizione; pochi toponimi, l’indicazione di qualche strada e semplici strumenti di fotointerpretazione, si mostrano molto efficaci nel veicolare l’informazione.

Il problema però si manifesta nel momento in cui si voglia cercare di analizzare fenomeni complessi, in cui i dati necessari per una loro comprensione non siano semplici “frame” che, seppur lecitamente, documentino le atrocità di un conflitto anche per compiacere il voyeurismo del pubblico, ma fonti più complete e stabili nel tempo. In questo caso gli open data che derivano da iniziative nazionali ed internazionali possono giocare un ruolo fondamentale nella comprensione delle reali cause e possibili effetti del conflitto.

Due aspetti chiave: multispettralità e multitemporalità

Tra le diverse fonti, i dati acquisiti nell’ambito del programma europeo Copernicus, è forse la più interessante. La componente upstream, ovvero le diverse costellazioni di satelliti Sentinel che imbarcano sensori sia attivi (radar ad apertura sintetica) che passivi (scanner mutispettrali a diverse risoluzioni geometriche), garantisce l’acquisizione del dato con forti rivisitazioni temporali (da poche ore a qualche giorno); la componente downstream, ossia i servizi basati sui dati satellitari e quelli in-situ, elabora e distribuisce gratuitamente servizi relativi a sei diversi domini di applicazione: atmosfera, ambiente marino, territorio, cambiamenti climatici, emergenze e sicurezza.

Grazie quindi alle diverse tipologie di dati disponibili (sensori in grado di acquisire in tutte le condizioni atmosferiche), alla loro multispettralità (che consente di caratterizzare contenuti tematici quali vegetazione, acqua, incendi, emissioni, ecc.) e la multitemporalità (l’acquisizione ripetuta sulle stesse aree geografiche) è possibile produrre contenuti analitici estremamente interessanti che consentono analisi estremamente efficaci.

Nel caso del conflitto Ucraino, quindi non solo mere documentazioni fotografiche della presenza di mezzi militari o degli effetti della devastazione, ma anche analisi dinamiche relative alle condizioni al contorno; dalla dinamica della vegetazione agricola (che costituirà uno dei più grandi problemi nel corso dei prossimi 2-3 anni, vista la leadership della produzione cerealicola, di girasoli, patate, ecc.), della sicurezza relativa alle infrastrutture di trasporto energetico e della produzione di minerali (con particolare attenzione all’area russofona del Dombass), ma anche alle condizioni dei principali impianti industriali e di produzione di energia da fonte nucleare (fig. 2), non dimenticando tutta la parte relativa alla mobilità sia di merci che di persone (corridoi umanitari).

L’osservazione della terra è uno strumento maturo che permette di estrarre dagli open data disponibili informazione ad alto valore aggiunto; il nostro compito è quello di farlo maturare e divulgarlo con la consapevolezza che guardare dal buco della serratura (semplicemente osservare immagini) può essere utile, ma ciò che veramente risulta indispensabile è avere la chiave per aprire la porta alla geospatial intelligence.


Inchiesta sull’insurrezione al CapitolHill / aggiornamento sul conflitto ucraino

Dalla serie di LIVE streamings a cura del team di analisti di START InSight. 20 minuti di approfondimento sui fatti d’attualità.
In questo video:
Insurrezione del 6 gennaio al Capitol Hill: cosa sta emergendo dall’inchiesta e dalle audizioni? Take-aways nella corrispondenza dagli States di Andrea Molle.
Segue un aggiornamento sul conflitto in Ucraina con Claudio Bertolotti.
Conduce Chiara Sulmoni
Tutte le puntata si possono rivedere per intero sul canale YOUTUBE di START InSight

Aggiornamenti al 17 giugno 2022
(Photo by little plant on Unsplash)


Ucraina: Cosa succede a Severodonetsk? Il commento di C. Bertolotti

Il commento del Direttore Claudio Bertolotti sull’evoluzione della guerra in Ucraina. TV2000, TGTG del 6 giugno 2022.

Gli effetti della guerra di logoramento e attrito

A oltre 100 giorni di guerra entrambi i fronti stanno mostrando segni di stanchezza e vulnerabilità: le forze russe sono stanche, ma quelle ucraine sono esauste e logorate. Questi sono gli effetti di una guerra di logoramento e attrito che si è imposta a partire dal secondo mese.

La battaglia del #Donbas, e ancora di più i combattimenti di #Severodonetsk ci confermano ancora una volta come il combattimento nei centri abitati sia l’opzione che gli eserciti cercano di evitare e che affrontano solamente quando non vi sono alternative. E il controllo di Severodonetsk è essenziale per poter condurre operazioni ad ampio raggio nel settore meridionale: per gestire lo schieramento delle forze, per costringere in una morsa mortale gli ucraini e per avere libertà di movimento, logistico e operativo, lungo le principali strade e autostrade.

Il conflitto nel Donbas ha raggiunto la massima intensità da quando è cominciata. Dopo un periodo di vantaggio tattico sostanziale da parte delle forze russe, due giorni fa si è registrato il contrattacco, limitato, circoscritto ma efficace, da parte delle unità ucraine su Severodonetsk che hanno saputo imporre gravi danni e perdite alle unità russe, tra questi una componente rilevante di miliziani filo-russi e unità associate alla compagnia privata Wagner.

Un ruolo importante è stato giocato dall’artiglieria ucraina nella vicina Lysychansk che ha colpito i reparti russi e le loro retrovie. Un’azione cruenta ma simbolica poiché le aree della città in precedenza sotto il controllo dei russi sono tornate nelle loro mani riportando la situazione al punto di partenza.

Sono gli effetti della guerra di logoramento e attrito, che definiscono i confini di un conflitto di più bassa intensità ma dalla durata indefinita.

Cosa succede a Severodonetsk?

Ad oggi (7 giugno) possiamo appurare che le forze russe mantengono il controllo su gran parte della città di Severodonetsk. Le forze ucraine non possono far altro che rallentare le unità russe che provano a realizzare l’accerchiamento della provincia di Luhansk e al tempo stesso, contengono gli assalti frontali russi a Severodonetsk attraverso contrattacchi locali, limitati e non risolutivi. Al contempo, sempre a Severodonetsk, gli ucraini insistono con una rigida e al momento efficace azione di difesa della riva occidentale del fiume Siverskyi Donets dove i russi starebbero tentando di avanzare in direzione di Slovyansk.

Nel complesso, riporta l’ISW, le forze russe nell’area di Izyum hanno mantenuto la posizione, mentre – a conferma di un sostanziale vantaggio tattico – muovono verso ovest da Lyman su Shchurove e Staryi Karavan e starebbero “ripulendo” Sviatohirsk (il che significa che sono probabilmente impegnati in combattimenti urbani all’interno della città).

Nel settore di Kharkiv i piccoli e limitati contrattacchi ucraini del 5 giugno hanno indotto le truppe russe a mantenere una postura difensiva a nord della città.

Non risolutivi sarebbero stati i tentativi russi di interrompere le linee di comunicazione ucraine a nord-est di Bakhmut.

Infine, la Marina ucraina sarebbe impegnata in azioni di disturbo nel tentativo di limitare la capacità di manovra della flotta russa del Mar Nero, con probabile intento di ridurre la pressione del blocco russo sui porti meridionali dell’Ucraina.


Ucraina: il rischio di una strategia difensiva russa. Il commento del generale Mick Ryan

di Mick Ryan, AM, Strategist, Leader & Author, Retired Army Major General

@WarintheFuture

Mentre l’offensiva dell’esercito russo continua a est, è probabile che a breve termine le forze di Mosca possano raggiungere il limite massimo della loro capacità offensiva. In questo quadro, oggi esploro cosa potrebbe significare per i russi il passaggio a una strategia difensiva in Ucraina.

L’esercito russo ha tentato di riavviare i suoi sforzi in Ucraina. Ha sostituito alti comandanti accusati di fallimento, ha riorganizzato le unità di combattimento, ha iniziato a consolidare le posizioni difensive a nord di Kharkiv e ha condotto ulteriori attacchi missilistici strategici in tutta l’Ucraina.

Raggiunto il livello massimo di capacità operativa russa

L’attuale fulcro operativo delle forze russe è concentrato sul fronte orientale e, in particolare, nell’attività di messa in sicurezza della regione del Donbas. Rispetto alle grandi aspirazioni di Putin nei primi giorni della guerra [quello che si sta definendo] è un obiettivo relativamente modesto. E nonostante il ridimensionamento dei suoi obiettivi, l’esercito russo sta ancora lottando per compiere progressi significativi di fronte all’ostinata difesa degli ucraini e al massiccio afflusso di aiuti militari occidentali. Migliaia di soldati russi sono stati uccisi o feriti e centinaia di veicoli blindati distrutti nell’est del Paese. Nonostante tutto questo sforzo, nell’ultimo mese Mosca ha ottenuto limitate conquiste territoriali.

È possibile che, per supportare la loro offensiva a est, i russi possano lanciare attacchi nelle regioni di Zaporizhia e Kherson. Ma, data la portata della mobilitazione militare ucraina, la quantità di aiuti occidentali e la dimostrata incapacità dei russi di intraprendere con efficacia operazioni su larga scala, è improbabile che anche questo possa portare a risultati significativi. Per questo motivo, è probabile che la capacità russa di continuare le operazioni offensive sia vicina a raggiungere il suo limite massimo.

Gli ucraini hanno corroso la capacità fisica, morale e intellettuale dell’esercito russo. Putin e l’alto comando militare continueranno a chiedere sforzi, progressi e risultati, ma a un certo punto, nel prossimo mese o due, ogni capacità di farlo sarà esaurita. Troppe unità da combattimento russe vengono sprecate, e troppi soldati e giovani ufficiali non hanno la volontà di dare la loro vita per un’istituzione che non riesce nemmeno a nutrirli adeguatamente.

Le quattro sfide per i russi: difensiva, governance, insurrezione, morale

Ma pur a fronte di questa situazione, non dobbiamo illuderci che questo significhi “sconfitta” per i russi, o che questi possano presto lasciare l’Ucraina. Al contrario, i russi passeranno semplicemente a una strategia difensiva. Se a prima vista ciò può sembrare una semplificazione dei problemi dei russi in Ucraina, in realtà solleva una nuova serie di sfide.

La prima sfida è che non avranno più l’iniziativa. L’esercito russo, in una strategia difensiva, sarà in modalità di reazione [e non più di azione]. L’esercito ucraino potrà decidere dove e quando ingaggiare i russi. [In tale possibile scenario], l’iniziativa strategica, operativa e tattica spetterebbe agli ucraini. Questo darebbe all’alto comando militare ucraino flessibilità riguardo al momento, al luogo, alla forza e alla sequenza delle inevitabili controffensive che condurrà per la riconquista dei territori occupati.

Una seconda sfida per i russi è rappresentata dal fatto che molte delle loro unità passeranno dalle operazioni militari [di manovra] alle attività di “supporto all’occupazione”. In effetti, i soldati dovranno diventare governatori nelle aree dell’Ucraina che ancora detengono e che cercano di convertire in colonie russe. Questo non solo sottrarrà [più di quanto già non sottragga] forze militari per la difesa dalle operazioni ucraine, ma richiederà una serie di capacità e competenze normalmente non presenti nelle istituzioni militari russe, in primis la capacità di amministrazione civile. E, come già i russi hanno [amaramente] scoperto in Siria e in Cecenia, [questo è un esercizio] straordinariamente costoso.

Una terza sfida per gli occupanti russi, che andrà ad aggravare i loro già enormi problemi, è che probabilmente dovranno affrontare un movimento di resistenza insurrezionale. Come gli ucraini hanno dimostrato nel corso di questa guerra, sono un popolo fiero, determinato e coraggioso. Ci sono già notizie di insorti ucraini che operano nel sud del paese e, con il passare del tempo, questo fenomeno è destinato ad aumentare nelle aree sotto il controllo dei russi. E i russi sono ben consapevoli del fatto che questi insorti saranno ben sostenuti dall’Occidente.

Infine, l’esercito russo ha un problema di morale. Nel suo saggio su Foreign Affairs, Dara Massicot (@MassDara) descrive una “cultura dell’indifferenza verso il proprio personale che compromette fondamentalmente l’efficacia dell’esercito russo”. A questo problema culturale si sono aggiunti i numerosi rapporti delle agenzie di intelligence e dei media sulle diserzioni dell’esercito russo, sull’incapacità di recuperare i propri morti e sulla mancanza di sostegno alle famiglie dei militari.

I limiti di un esercito di occupazione

Queste sfide peseranno tanto di più quanto più con il trascorrere del tempo e saranno intensificate da un’occupazione a lungo termine caratterizzata da soldati mal guidati, destinati all’amministrazione delle aree occupate, impegnati in una guerra insurrezionale e [con la pia illusione] di conquistare i cuori e le menti degli ucraini patriottici. E l’impiego di un esercito di occupazione imporrà la presenza costante di un gran numero di russi, molti di più di quelli attualmente dispiegati.

La recente decisione ucraina di porre termine alla difesa dell’acciaieria di Mariupol ha rappresentato una piccola vittoria di Pirro per i russi. Ma è improbabile che l’esercito russo ottenga altri piccoli successi di questo tipo. Man mano che la loro offensiva orientale perderà slancio, i russi dovranno così inevitabilmente passare a una strategia difensiva: nel farlo, il loro esercito dovrà affrontare una nuova serie di sfide, sempre più difficili.


Ucraina: la (lenta) avanzata russa e l’ipotesi di allargamento della NATO (tra pro e contro)

di Claudio Bertolotti

Intervista a Radio 1 Rai del 16 maggio 2022 (ore 16.05) e commento del Direttore C. Bertolotti

Il commento del Direttore Claudio Bertolotti (dal minuto 33.30″)

Sviluppi sul campo: le difficoltà russe e il tentativo di accerchiamento (ora ridotto)

Sino a pochi giorni fa eravamo tutti concordi sul fatto che lo sforzo maggiore da parte delle forze russe si sarebbe concentrato sull’area di Izyum che, con i suoi snodi viari e le potenzialità tattiche, era indicato quale obiettivo operativo di maggiore interesse per Mosca, poichè la sua conquista avrebbe garantito al grosso delle forze russe di aggirare quelle ucraine schierate (sul fronte di Luhansk e Donesk). Ed è per questo che su entrambi i fronti la lotta si è fatta accanita.

Ora questo obiettivo, consistente nel completare un accerchiamento su larga scala di unità ucraine dalla città di Donetsk a Izyum, sarebbe stato abbandonato dai russi, in virtù dell’accanita resistenza ucraina e della controffensiva subita dai russi intorno a Kharkiv.

L’alternativa si è dunque ridimensionata a un’azione di accerchiamento più ridotta, forse sempre più ridotta a causa delle gravi perdite e delle limitazioni in termini di capacità di manovra. Questo potrebbe indurre lo stato maggiore russo ad avviare una nuova operazione su Severodonetsk, da nord e da sud, via Rubhizne, il che porterebbe ad ottenere un accerchiamento delle truppe ucraine molto più ridotto rispetto a quanto inizialmente previsto.

Uno stallo? Si, ma a svantaggio della Russia (grazie all’aiuto statunitense)

Di fatto la guerra di logoramento e attrito impone il consolidamento delle linee del fronte, con poche puntate offensive, da entrambe le parti, costringendo i contendenti a consumare le proprie forze con una conseguente diretta riduzione della capacità operativa. Però, c’è un però. Da un lato le forze russe, che comunque mantengono un vantaggio tattico che si riduce sempre più, hanno attinto a una parte consistente della riserva operativa (comprese le milizie e le compagnie private di sicurezza); dall’altro lato le forze ucraine stanno ricevendo sempre più consistenti e rilevanti aiuti dall’Occidente, in particolare da parte degli Stati Uniti: artiglierie, carri armati, intelligence per un valore complessivo di circa 40 miliardi di dollari, aiuti che vanno a sommarsi a quelli già donati.

Il budget russo per la difesa nel 2021 è stato di 65,9 miliardi di dollari (per farci un’idea quello italiano è di meno di 25 miliardi di euro).

Questo dovrebbe darci un’idea di quelli che potrebbero essere gli effetti devastanti per la Russia, in termini militari, di una guerra di medio respiro in cui potrebbe precipitare Mosca. Va detto che, in termini di capacità militare, produzione di armamenti e disponibilità di equipaggiamenti la Russia avrebbe un’autonomia di almeno un anno. Il che si potrebbe tradurre in uno scenario di guerra molto più duraturo di quanto non ci sarebbe aspettsti all’inizio del conflitto con tutte le incognite del caso, incluso il ruolo giocato da potenziali combattenti stranieri. Meno preoccupante dovrebbe essere invece, ma il condizionale è d’obbligo, il ricorso all’armamento nucleare, previsto dalla dottrina russa solo a determinate condizioni che, al momento, non sono all’orizzonte (rischio esistenza dello stato o disfatta militare).

Svezia e Finlandia nella NATO? Pro e contro di un allargamento

Dobbiamo essere molto cauti nel valutare pro e contro di questo processo di allargamento della Nato. Una valutazione complessiva deve tener conto di tre elementi cardine: il primo è il maggior onere per l’Alleanza atlantica, i cui confini di prossimità con la Russia aumenterebbero, e con loro anche lo sforzo in termini contributi militari, a cui solo in parte Svezia e Finlandia riusciranno a compensare. Dall’altro lato, questo è il secondo punto, è indubbio l’indebolimento oggettivo a cui la Russia sta andando incontro: un indebolimento politico ed economico di medio-lungo periodo che sarà difficile da recuperare. Infine, terzo elemento, va tenuto conto del non facile processo di adesione di Finlandia e Svezia alla Nato, la cui praticabilità passa attraverso il consenso unanime degli alleati, e la Turchia ha già manifestato le proprie riserve in merito: questo non vuol dire che i due nuovi paesi non saranno ammessi, ma è certo che ciò avverrà a conclusione di trattative e negoziati che Ankara non mancherà di mettere sul tavolo, anche in virtù dei vantaggi e delle opportunità di un dialogo parallelo tra Russia e la stessa Turchia.


Ucraina: la Russia di Putin e la visione di Macron

di Claudio Bertolotti

Il discorso del Presidente russo Vladimir Putin del 9 maggio, in occasione della parata per celebrare la vittoria sul nazismo nella seconda guerra mondiale, è stato volutamente rassicurante nei confronti dell’opinione pubblica russa, e volutamente contenuto. E al contempo è stato coerente con la visione russa di quanto sta accadendo e di come la sua classe dirigente, e con essa anche il suo popolo, percepisce l’ipotesi di una minaccia permanente. La frase pronunciata da Putin – cito – di un “pericolo cresciuto ogni giorno, la Russia ha dato un colpo preventivo” si colloca esattamente all’interno di questa percezione, che è nota come la sindrome da “fortezza sotto assedio”, una percezione storicamente presente all’interno della società russa e che per questo motivo ha definito la propria politica estera e scritto la dottrina strategica militare prevedendo “azioni preventive” in un’ottica difensiva. È una lettura interessante, che non si limita ad osservare quanto accade dal punto di vista ucraino o occidentale. Questo non vuol dire giustificare, ma offre uno strumento di lettura che spiega il relativo sostegno del sistema e del popolo russo a questa guerra.

Dal punto di vista operativo, lo scontro si è ormai consolidato come guerra di attrito e logoramento e si sta trasformando in una sciagura per la Russia, almeno rispetto alle aspettative iniziali. Russia che mantiene il vantaggio tattico ma con un’Ucraina, sempre più sostenuta dagli Stati Uniti e il Regno Unito e dagli altri paesi occidentali e della Nato, che si rafforza sempre più e che, da una posizione di difesa, sta assumendo una postura attiva caratterizzata da alcune azioni di contrattacco, non rilevanti sul piano generale ma certamente significative e galvanizzanti per il morale delle truppe di Kiev.

LE CONDIZIONI PER UN NEGOZIATO

E allora si guarda al negoziato, al momento lontano dal potersi realizzare perché un negoziato, per essere tale, deve porre sullo stesso piano, in posizione paritaria, i due contendenti; altrimenti è l’imposizione della resa e come tale non verrà accettata da entrambi i soggetti. È necessario trovare una soluzione mediata che consenta a Mosca e a Kiev di uscire a testa alta nei confronti dei rispettivi cittadini. Detto in altri termini, la Russia – e Putin per primo – non accetterà una soluzione che imponga un ritiro senza l’ottenimento di un risultato concreto. Un risultato che non potrà escludere il controllo della Crimea da parte della Russia, e con essa la continuità territoriale con il Donbas.

MACRON: UNA RISPOSTA PRAGMATICA DA LEADER EUROPEO

Il presidente francese Emmanuel Macron ha dato una risposta da leader europeo, forte, pragmatica, razionale e molto lontana dall’idealismo di chi chiede il ritiro incondizionato della Russia e vuole una partecipazione europea che continui a insistere su un dialogo che parta dal presupposto dell’accordo politico come presupposto all’arresto delle manovre militari. Macron sa, e lo esplicita, che la Russia non farà un passo indietro che possa essere recepito o letto come un’umiliazione. Sostenere l’Ucraina affinchè la Russia non vinca è l’unica opzione per portare a uno stallo operativo da cui partire. Detto in altri termini: è dal campo di battaglia, e dai territori materialmente occupati, che si definisce la base di un accordo negoziale e non il contrario.

E Macron ha l’ardire, o l’onestà intellettuale, di evidenziare un altro aspetto chiave: gli interessi dell’Unione europea non sono gli stessi degli Stati Uniti. E questo spiega la ragione dei diversi approcci, visioni, e partecipazione.

GLI INTERESSI DELL’UNIONE EUROPEA NON SONO QUELLI STATUNITENSI

Guardando alla guerra in Ucraina, gli Stati Uniti hanno una priorità: indebolire la Russia. Una volontà, quella di Washington (e dell’amministrazione guidata da Joe Biden), che non considera le priorità europee e che percepisce la guerra ucraina come un’occasione per porre un freno, economico prima che militare, all’attivismo russo sul piano delle relazioni internazionali; anche a costo di un prolungamento forzato della stessa guerra. Non che la Russia rappresenti una minaccia diretta per gli Stati Uniti, ma l’occasione è quella di rendere Mosca l’anello debole di una possibile coalizione russo-cinese in un’ottica di competizione tra Washington e Pechino. Una competizione che ha ormai da tempo spostato l’asse strategico sull’Oceano Pacifico, relegando il Vecchio Continente in una posizione subordinata e secondaria, ma comunque utile e funzionale agli obiettivi di medio-lungo periodo.

Al contrario, i buoni rapporti tra la Russia e l’Unione Europea, o meglio con alcuni paesi dell’Unione europea – per ragioni prevalentemente commerciali ed energetiche –, rappresentano un potenziale ostacolo a una posizione europea unitaria in termini di sanzioni nei confronti di Mosca. Questo è un limite che lo stesso presidente francese, Emmanuelle Macron, ha posto in evidenza, ancora una volta, invitando gli alleati e i partner ad agire in maniera coerente con quelli che sono i principi e gli interessi di quella stessa Unione che, al contrario degli Stati uniti, ha molto da perdere dal perdurare di un conflitto ai propri confini e che coinvolge un paese, l’Ucraina, che ha espresso il desiderio di entrare a far parte dell’Unione.