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Droni, sabotaggi e voto: la guerra ibrida russa si avvicina all’Italia?

di Claudio Bertolotti.

Il 1° settembre 2026 il governo tedesco ha attribuito alla Russia il tentato attacco del 4 agosto all’aeroporto di Lipsia/Halle, dove un drone dotato di esplosivo e sistema di detonazione è stato rinvenuto nell’area di sicurezza, in prossimità di velivoli cargo ucraini. Berlino ha indicato come base dell’attribuzione la convergenza tra indagini di polizia, modalità operative e risultanze d’intelligence. Mosca respinge l’accusa. La Germania ha annunciato misure diplomatiche e ulteriori iniziative in sede europea.

Questo evento segna un possibile salto di qualità nella pressione ibrida attribuita alla Russia. Ma quanto è distante quel fronte dall’Italia? Dai sabotaggi alle operazioni cyber, fino alla manipolazione informativa e alle possibili interferenze elettorali, Claudio Bertolotti analizza una minaccia che tende a muoversi deliberatamente sotto la soglia della guerra convenzionale. Il vero obiettivo di Mosca non sarebbe lo scontro diretto con la NATO, quanto aumentare vulnerabilità, costi e divisioni interne all’Europa. E l’Italia, per peso politico e infrastrutture strategiche, non può considerarsi al riparo.

La Germania accusa la Russia del lancio di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Cosa possiamo aspettarci?

Credo che quanto accaduto a Lipsia non debba essere letto soltanto per quello che materialmente è, ma soprattutto per quello che avrebbe potuto produrre. Un drone non ha provocato l’esplosione prevista e, dunque, sul piano tattico l’azione è fallita. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo dato. Sul piano strategico, invece, l’episodio ha già prodotto un effetto perchè ha dimostrato, almeno secondo l’attribuzione formulata dal governo tedesco, che un attore ostile è in grado di portare un dispositivo esplosivo all’interno di un’infrastruttura critica europea e di avvicinarlo a velivoli inseriti nella catena logistica di sostegno all’Ucraina. E questo è un problema, quasi scontato, ma che non ha destato preoccupazione fin quando la vulnerabilità non è stata resa palese; così cambia la prospettiva. Lipsia/Halle non è un aeroporto qualsiasi, ma è un grande nodo logistico europeo, elemento della capacità di trasporto strategico utilizzata dalla NATO. E colpire, o tentare di colpire, quel sistema significa agire contro uno degli elementi che consentono all’Europa di sostenere materialmente Kiev, ma senza attaccare direttamente un comando o un’infrastruttura direttamente della NATO. È quella zona grigia in cui la competizione ibrida trova la propria convenienza.

Cosa succederà adesso? Probabile aspettarsi una risposta calibrata. Berlino ha già scelto la strada diplomatica, delle restrizioni, delle sanzioni e del rafforzamento della sicurezza. Non credo che la Germania abbia interesse a trasformare automaticamente l’episodio in una crisi militare con Mosca, poiché non c’è convenienza, né capacità in questo senso. C’è un però: il problema sarà dimostrare che un’azione sotto la soglia della guerra non sia un’azione priva di costo, ed è qui che si gioca la credibilità europea: rispondere senza offrire alla Russia il vantaggio dell’escalation, ma facendo aumentare progressivamente il costo politico, diplomatico, economico e operativo di simili iniziative.

Il vero rischio non è tanto ciò che accadrà domani mattina, quanto la normalizzazione di episodi di questo tipo. Se un tentativo di sabotaggio contro un’infrastruttura strategica viene assorbito come uno dei tanti incidenti della guerra in Ucraina, allora la soglia di ciò che diventa politicamente accettabile tende inevitabilmente a spostarsi. E quando la soglia si sposta, aumenta lo spazio per l’azione successiva. È un problema tutto nostro, non della Russia.

Per alcuni analisti la Russia ha dichiarato la guerra (ibrida) ad uno dei Paesi europei più importanti. Ma è una dichiarazione di guerra all’Europa intera oppure nulla di tutto ciò?

Dobbiamo essere realisti: non è una “dichiarazione di guerra”, e non userei nemmeno il termine perché rischia di farci interpretare con le categorie della guerra convenzionale un fenomeno che, per sua natura, tende proprio a sottrarsi a quelle categorie. La guerra ibrida funziona perché consente di esercitare pressione sull’avversario senza assumersi formalmente la responsabilità politica e giuridica di una guerra: è la “plausibile negabilità” dell’atto, e in questo la Russia (come l’Iran e la Corea del Nord) è maestra. Sabotaggio, cyber-attacchi, disinformazione, interferenze, ricorso a intermediari e agenti sacrificabili hanno in comune il vantaggio comune di rendere più complessa l’attribuzione e, conseguentemente, più difficile la risposta.

Direi quindi che, se l’attribuzione tedesca verrà consolidata dalle risultanze investigative, Lipsia rappresenterà un ulteriore salto di qualità in una campagna di pressione che l’Europa considera già in corso. Non è necessario che Mosca “dichiari” una guerra ibrida alla Germania, perché la caratteristica della competizione ibrida è esattamente l’assenza di quella dichiarazione. È così, lo è da tempo.

E non parlerei neppure di una dichiarazione di guerra all’Europa intera. Parlerei, piuttosto, di un messaggio rivolto all’intero sistema europeo in cui nessun Paese che contribuisca in maniera significativa al sostegno dell’Ucraina può più considerarsi esterno al conflitto. Questo non significa che la Russia voglia combattere militarmente contro l’Europa o contro la NATO, anzi è esattamente il contrario e io continuo a ritenere che Mosca abbia tutto l’interesse a evitare un confronto militare diretto con l’Alleanza. Il paradosso però è evidente in quanto, nel tentativo di aumentare la pressione sull’Europa senza arrivare alla guerra, la Russia tende a moltiplicare le occasioni nelle quali un errore, una vittima, un sabotaggio riuscito o una reazione non prevista potrebbero avvicinare proprio quel confronto che avrebbe interesse a evitare.

La Germania, poi, ha un valore particolare perché è una potenza economica, industriale e logistica centrale, oltre ad essere uno dei principali sostenitori europei dell’Ucraina, ed è politicamente determinante per la tenuta della risposta europea. Fare pressione sulla Germania significa quindi tentare di produrre un effetto che va ben oltre i confini tedeschi, significa influire sulla percezione del rischio, sul consenso interno, sui costi del sostegno a Kiev e, in ultima analisi, sulla coesione europea.

E la Nato?

La NATO è di fronte a uno scenario che si basa sull’accettazione di una distinzione fondamentale. La posizione dell’Alleanza è complessa perché deve garantire deterrenza senza trasformare automaticamente ogni azione ibrida in un casus belli.

L’Articolo 5 non è un interruttore che scatta automaticamente ogni volta che si verifica un sabotaggio, un cyber-attacco o un’incursione con un drone. La valutazione dipende dalla natura dell’azione, dagli effetti prodotti, dalla sua attribuzione e dalla gravità complessiva e per questo, nel caso di Lipsia, il punto più importante non è chiedersi se debba essere invocato l’Articolo 5, ma comprendere come l’Alleanza possa impedire che la fascia al di sotto di quella soglia diventi uno spazio operativo nel quale l’avversario possa agire quasi impunemente.

Il punto, a mio avviso, è che la deterrenza deve funzionare anche sotto la soglia dell’Articolo 5, e se funziona soltanto quando siamo già di fronte a un attacco armato convenzionale, allora lasciamo all’avversario uno spazio enorme nel quale operare. Ed è precisamente quello spazio che oggi deve essere ridotto.

In Europa agirebbero molti agenti al servizio della Federazione Russa. Dovremmo aspettarci un’intensificazione delle azioni di sabotaggio?

È uno scenario plausibile, e direi che dobbiamo prepararci a un aumento della pressione, senza però trasformare una valutazione di rischio in una certezza predittiva. Il punto che più trovo interessante è che il modello operativo che le autorità europee stanno descrivendo non è necessariamente costituito da agenti professionisti inviati da Mosca, ma da reti molto più flessibili, composte da intermediari, criminali, soggetti reclutati attraverso piattaforme digitali e quelli che i tedeschi definiscono, con un’espressione efficace, “agenti usa e getta”: e anche qui ci vedo un parallelo con quanto starebbe facendo l’Iran attraverso il reclutamento delle gang giovanili di immigrati per destabilizzare la sicurezza (o la percezione di sicurezza) dei paesi europei target.

E questo avviene perché è un modello particolarmente conveniente che riduce il costo dell’operazione, aumenta la distanza tra mandante ed esecutore e rende più difficile ottenere una prova giudiziaria capace di ricondurre l’intera catena di comando allo Stato che avrebbe promosso l’azione. L’esecutore può sapere pochissimo del committente e persino ignorare la finalità strategica dell’incarico, e proprio questa frammentazione è la forza del sistema.

Per questo mi aspetto che la minaccia evolva più in termini di quantità, diversificazione e imprevedibilità che attraverso operazioni necessariamente spettacolari: depositi, ferrovie, aeroporti, reti energetiche, aziende della difesa, sistemi informatici e infrastrutture legate al sostegno all’Ucraina costituiscono obiettivi potenzialmente vulnerabili. Non tutti gli episodi saranno riconducibili alla Russia e sarebbe metodologicamente sbagliato attribuire automaticamente a Mosca ogni incendio, guasto o sabotaggio. Ma è proprio la moltiplicazione degli eventi ambigui a produrre uno degli effetti desiderati dalla guerra ibrida: rendere più difficile distinguere il caso, il crimine comune, l’attivismo politico e l’operazione coordinata da un servizio d’intelligence.

La risposta europea dovrà quindi essere prima di tutto di metodo perchè occorre mettere in relazione gli episodi, condividere intelligence e indicatori, seguire i flussi finanziari e le modalità di reclutamento, proteggere le infrastrutture e, soprattutto, evitare due errori opposti: sottovalutare il fenomeno e attribuire alla Russia qualunque evento anomalo.

E dunque sì, ritengo probabile un’intensificazione della competizione ibrida nella misura in cui questa continuerà a offrire a Mosca risultati politici e psicologici a costi relativamente contenuti, per quanto, proprio per questo, la risposta più efficace non può essere quella emotivamente più forte, bensì quella capace di ridurre progressivamente il tornaconto strategico di queste operazioni, rendendole più difficili da organizzare, più facili da attribuire e, soprattutto, più costose da promuovere.

Quanto è distante Lipsia dall’Italia? È un campanello d’allarme anche per noi?

Non è così distante, perché Lipsia dimostra che la minaccia ibrida non riguarda più soltanto cyber-attacchi o propaganda, ma può tradursi in azioni fisiche contro infrastrutture critiche, nodi logistici, trasporti ed energia. L’Italia dispone di porti, aeroporti, reti ferroviarie e infrastrutture militari che hanno un ruolo rilevante anche nel sostegno all’Ucraina: quindi il rischio non è teorico. Il campanello d’allarme è proprio questo: la guerra può entrare nello spazio europeo senza assumere la forma della guerra convenzionale. E la presenza di gruppi o movimenti antagonisti o di estrema sinistra e destra vicini alla Russia non può che aumentare la probabilità di tali azioni.

Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, parla di possibili interferenze russe nelle elezioni. Perché è importante non sottovalutare?

Perché l’obiettivo non è necessariamente “far vincere” un partito, ma alterare il contesto nel quale gli elettori maturano le proprie decisioni, polarizzare, amplificare le divisioni esistenti, delegittimare le istituzioni e il processo elettorale e, ancora, esasperare le masse, o porzioni di elettorato su temi sensibili, di fatto creando una polarizzazione sociale e politica. Tajani ha ragione quando sottolinea la necessità di intervenire prima, perché le operazioni di influenza funzionano soprattutto quando riescono a confondersi con il normale dibattito politico e informativo.

In che modo le interferenze russe si sono intensificate sull’Italia dal 2022 a oggi? Quali i settori più sensibili?

Dal 2022 il salto di qualità riguarda soprattutto la convergenza tra strumenti diversi, dalla disinformazione, alla manipolazione informativa, alle cyber-attività, reti di influenza e al potenziale sabotaggio di obiettivi industriali o infrastrutturali. E in questo quadro evolutivo non dobbiamo porre in secondo piano la possibile convergenza dei gruppi antagonisti. I settori più sensibili sono quelli che incidono direttamente sulla resilienza dello Stato, come il sistema politico-elettorale, lo spazio informativo e i social media, così come le infrastrutture energetiche e digitali, i trasporti, porti, aeroporti e filiera industriale della difesa. Il punto, però, è non leggere questi strumenti separatamente, in quanto la forza della strategia ibrida sta proprio nella loro combinazione perché consente di produrre un effetto strategico senza superare apertamente la soglia della guerra.


LO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE: LA NATO SECONDO TRUMP

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

La testa di Trump si muove su binari lontani da quelli politici tradizionali, per essere miti, e quando giorni fa Axios lo intervista su come “vive, vede” l’esercizio del potere e “chi” lo esercita, secondo lui, fra tutti i leader mondiali, mi sarei aspettata che qualche nome europeo fosse elencato. Invece no: Trump parla solo di Xi Jinping e di Modi, commentando: “molto intelligenti e in gamba”. Ma perché Trump non parla di Europa e di europei?

La risposta sta nel fatto che, per l’attuale inquilino della Casa Bianca, il Vecchio Continente ha smesso di essere un partner politico strategico paritario per diventare un mero mercato di sbocco commerciale. Nella sua visione transazionale del potere, le relazioni transatlantiche non si misurano più in valori condivisi o allineamento strategico, ma si riducono a un rapporto contabile di dare e avere — lo dice lui stesso, parlando della Spagna ad Ankara: “They don’t participate, they don’t pay. I don’t want anything to do with Spain.”

Walter Russell Mead, il teorico del “Jacksonianismo” trumpiano (Hudson Institute), la inquadra con precisione: “Trump likes allies, but only of a certain type” — alleati utili nella misura in cui si accollano rischio e costo, non partner da trattare alla pari.”

Se la richiesta di Trump del 5% regala qualche miliardo alle casse dello stato americano, sembra però essere uno specchietto per le allodole, visto il suo non interesse a investire soldi, tempo ed energie con la nostra Europa.

Il traguardo del 5% del PIL, in realtà, non nasce ad Ankara: Trump lo aveva già strappato agli alleati al vertice dell’Aia nel giugno 2025. Quello che porta a casa dalla Turchia è piuttosto la sua monetizzazione industriale: 3 miliardi di dollari in nuovi accordi, dalla manutenzione dei sistemi Patriot di Lockheed Martin ai droni da sorveglianza marittima di Northrop Grumman, dai missili Stinger prodotti in Europa da RTX fino alle bombe di piccolo diametro che Boeing svilupperà con Rheinmetall in Italia. Nel solo 2025 gli alleati hanno acquistato 54 miliardi di dollari in equipaggiamento americano, sostenendo quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati Uniti — il vero “Trump Trillion”, 1.210 miliardi accumulati dal primo mandato. La sicurezza europea, insomma, si converte in export manifatturiero a stelle e strisce: l’Europa paga di più, l’industria della difesa americana incassa, e Washington nel frattempo restituisce le proprie truppe “ai livelli pre-2022” — un modo elegante per certificare, nel linguaggio stesso della Casa Bianca, il ritiro parziale che i think tank chiamano invece il più grande cambiamento nella postura di difesa del continente dalla Guerra Fredda.

IL “TEST DI LEALTÀ” GEOPOLITICO

A Trump, in fondo, non interessano i calcoli percentuali quanto la sottomissione politica. Le sue accuse nascono dal fatto che l’Europa ha storicamente limitato l’uso delle proprie basi e si è rifiutata di sposare senza condizioni le operazioni unilaterali americane — come la guerra preventiva contro l’Iran, quando alleati come la Spagna hanno negato l’uso delle piste di decollo. La richiesta di fondi maschera così una pretesa più profonda: lealtà geopolitica incondizionata, non un bilancio in regola.

LA CRITICA DEGLI ESPERTI: PERCENTUALI SENZA STRATEGIA

Il sospetto che gli obiettivi in percentuale contino meno della sostanza militare non è nuovo — anzi, precede Trump stesso. Già nel 2018, durante il primo mandato, l’analista Anthony Cordesman del CSIS bollava il target del 2% come un “obiettivo percentuale privo di significato” (meaningless percentage goal), sostenendo che concentrarsi sui numeri distraesse dal vero problema: una pianificazione di forza coerente e una strategia di difesa comune reale. Otto anni e un target quasi raddoppiato dopo, l’obiezione resta intatta e forse ancora più calzante: rincorrere il 5% del PIL dice poco su quali capacità l’Alleanza costruisca davvero, e quanto queste rispondano a una strategia condivisa piuttosto che a una lista della spesa imposta da Washington.

L’EUROPA, LONTANA DALLA REALTÀ AMERICANA

Le diverse costituzioni che compongono i paesi europei, una Bruxelles claudicante senza veri poteri e senza unità, in un periodo di guerra, fanno capire a Trump soprattutto una cosa: che il tempo stringe. Meglio investirlo altrove — in Sud America e nel Sud-est asiatico — piuttosto che aspettare che 27 capitali trovino una linea comune. E i motivi non sono solo commerciali, ma includono anche la corsa sia alle famigerate terre rare, che alla creazione dei data centers per l’AI.

Mentre l’Europa discute, Washington firma. A maggio Trump riceve alla Casa Bianca il presidente brasiliano Lula — e firma un’intesa commerciale, nata dalla necessità americana di diversificare l’accesso a questi minerali strategici prima del vertice con Xi Jinping.  Questa intesa sarebbe impensabile visto che proprio nell’intervista con  Axios, qualche giorno fa, ha dichiarato che Lula è un uomo volubile. Quasi contemporaneamente la società USA Rare Earth annuncia l’acquisizione del gruppo brasiliano Serra Verde, una delle poche miniere al mondo fuori dalla Cina capaci di fornire terre rare pesanti e che possiede anche un ottimo impianto di lavorazione. Sul fronte asiatico, la Lynas Advanced Material Plant in Malesia — il più grande impianto di raffinazione di terre rare al mondo al di fuori della Cina, esteso quanto 220 campi da calcio — è già diventata il fulcro della strategia di Washington per spezzare il monopolio cinese, che controlla ancora oltre il 90% della lavorazione globale. Il Giappone, parallelamente, si assicura l’accesso al nichel e alle terre rare dell’Indonesia. Il messaggio è chiaro: se l’Europa offre trattati e burocrazia, Sud America e Sud-est asiatico offrono le materie prime del futuro — e Trump, che ha fretta, va dove trova entrambe le cose insieme: velocità di decisione e sottosuolo.

LA GROENLANDIA, LA PERIFERIA CHE NON È MAI STATA EUROPEA

Sulla carta la Groenlandia appartiene al Regno di Danimarca, e dunque all’Unione Europea per interposta persona — ma nella testa di Trump, e in una certa misura nella geografia stessa, l’isola sta dall’altra parte dell’Atlantico. Geologicamente è parte della placca nordamericana, non di quella eurasiatica; strategicamente ospita l’unica base statunitense nell’Artico, la Pituffik Space Base, che fornisce l’allerta missilistica per l’intero Nord America e non per l’Europa. È lo stesso principio di homeland esteso all’intero Emisfero Occidentale — che la National Defense Strategy formalizza a gennaio, e che i commentatori americani hanno già ribattezzato “Donroe Doctrine“, fondendo il nome di Trump con la dottrina Monroe: la stessa logica invocata dopo la cattura del leader venezuelano Maduro, e ora, estesa fino al circolo polare artico. Non stupisce che ad Ankara Trump abbia rilanciato la pretesa più esplicita di sempre — “deve essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca” — mentre, contestualmente, minaccia di ritirare altre truppe dall’Europa. Nella sua mappa mentale, la Groenlandia non è un possedimento europeo, è un avamposto occidentale-americano da riportare a casa. La premier danese Mette Frederiksen ha risposto senza esitazioni che l’isola resta “non in vendita”, pronta a difendere “ogni centimetro” del proprio territorio; il segretario NATO Rutte, dal canto suo, si è trovato nella scomoda posizione di dare ragione a Trump sul pericolo — tenere Cina e Russia fuori dall’Artico — pur senza avallarne la soluzione, certificando così quanto la sovranità danese sia oggi più formale che sostanziale.

SOTTO IL GHIACCIO, LE TERRE RARE

Se la cornice militare spiega perché Trump voglia la Groenlandia, è la geologia a spiegare la fretta. Sotto la calotta polare del sud dell’isola giace il giacimento di Tanbreez, una risorsa da 4,7 miliardi di tonnellate che contiene tutti e otto gli elementi delle terre rare pesanti, disprosio e terbio inclusi — i materiali critici per i magneti dei sistemi d’arma di ultima generazione, dai caccia ai droni. Ed è così che Trump arriva in Groenlandia attraverso Wall Street. La società americana Critical Metals Corp.  (Nasdaq: CRML), dopo una rastrellata di successo, controlla oggi il 92,5% del progetto. Il governo groenlandese ha già approvato il trasferimento definitivo lo scorso aprile. È lo stesso schema che si osserva in Brasile con Serra Verde e in Malesia con l’impianto Lynas: Washington non aspetta più che Bruxelles negozi trattati commerciali quinquennali, compra direttamente le quote delle società che possiedono il sottosuolo strategico. La Groenlandia, in questo senso, non è un’anomalia artica nella strategia americana verso le Americhe e il Sud-est asiatico — ne è semmai il tassello più settentrionale, unito dagli stessi due fili conduttori: sicurezza militare diretta e corsa alle materie prime critiche, entrambi elementi che l’Europa, con la sua architettura istituzionale lenta e frammentata, non riesce a offrire nella stessa valuta.

Il quadro che emerge da Ankara, dall’intervista Axios e dai dossier sulle terre rare non descrive un disimpegno americano dal mondo, ma una ridefinizione delle priorità strategiche in base a un criterio preciso: dove si trova il vantaggio competitivo più immediato. La NATO resta formalmente intatta — la Section 1250A del NDAA (National Defense Authorization Act) blinda comunque il ruolo del Congresso su qualsiasi ipotesi di uscita — ma la sua funzione nella gerarchia trumpiana si è ridimensionata da alleanza di valori condivisi a strumento di burden-sharing industriale, in cui la sicurezza europea si converte in ordini per l’industria della difesa americana e la componente valoriale, se mai è esistita nella sua forma originaria, passa in secondo piano rispetto al criterio della reciprocità economica.

Resta aperta, e probabilmente lo sarà ancora per lungo tempo, la domanda se questo riposizionamento risponda a un disegno strategico coerente — la tesi di chi lo inquadra nella tradizione Jacksoniana teorizzata da Mead, o nella priorità sequenziale della National Defense Strategy — oppure sia il risultato di una serie di decisioni transazionali prese caso per caso, senza una dottrina unificante alle spalle. Le due letture non sono necessariamente incompatibili: è possibile che una logica di fondo — massimizzare il ritorno immediato, minimizzare l’impegno vincolante — generi, nella pratica, esattamente lo stesso pattern di comportamento che una strategia elaborata a tavolino produrrebbe. Per l’Europa, la distinzione tra le due ipotesi ha conseguenze pratiche identiche: in entrambi i casi, la garanzia di sicurezza americana andrà commisurata sempre più a ciò che il continente è disposto — e in grado — di offrire in cambio, non a un’appartenenza valoriale data per acquisita.

L’America di Trump ridisegna il mondo attorno a un asse che va dalle Americhe al Sud-est asiatico, passando per l’Artico: ovunque ci siano terre rare, minerali critici, o semplicemente un interlocutore disposto a trattare da pari a pari senza il fastidio di ventisette parlamenti da consultare.

Per l’Europa, la lezione più amara non è che Trump minacci di andarsene. È che, quando gli conviene, se ne sia già andato — e se ne sia accorta per ultima.


La propaganda si fa gioco: i meme LEGO dell’Iran

di Claudio Bertolotti

Negli ultimi anni, accanto ai tradizionali strumenti di propaganda — discorsi ufficiali, televisione di stato, comunicati — l’Iran ha sviluppato una presenza sempre più sofisticata nel mondo dei social media. Reti di account e canali Telegram producono e diffondono contenuti digitali pensati per raggiungere il pubblico occidentale: non con messaggi ideologici espliciti, ma con meme, video brevi e immagini ironiche capaci di circolare autonomamente online.

Tra questi contenuti ha attirato l’attenzione degli analisti un formato insolito: scene di conflitto geopolitico — attacchi, scontri, simboli militari — reinterpretate con l’estetica dei mattoncini LEGO. Il risultato è straniante: immagini che parlano di guerra appaiono rassicuranti, quasi divertenti, e per questo più facili da condividere senza troppa riflessione critica. Il messaggio raramente è esplicito: questi contenuti non celebrano l’Iran, ma attaccano governi occidentali, istituzioni e operazioni militari in Medio Oriente — alimentando sfiducia e cinismo nelle società bersaglio, spesso senza che chi li ricondivide sappia o si chieda da dove vengano.

L’utilizzo di meme in stile LEGO associati all’ecosistema informativo iraniano non va interpretato, però, come una semplice innovazione estetica della propaganda digitale. Il fenomeno segnala una trasformazione più profonda: il passaggio dalla comunicazione politica tradizionale a forme di influenza fondate su intrattenimento, partecipazione, adattamento culturale e circolazione transnazionale delle narrazioni.

Il punto centrale non è stabilire soltanto cosa dicano questi contenuti, ma comprendere come funzionino: quali emozioni attivino, quali cornici interpretative propongano, quali pubblici raggiungano, attraverso quali reti vengano amplificati e in che misura possano tradursi in comportamenti online o offline. In questa prospettiva, il meme diventa una tecnologia narrativa, un vero e proprio strumento capace di semplificare il conflitto, renderlo emotivamente accessibile e trasformarlo in contenuto condivisibile.

L’elemento decisivo è la convergenza tra gamification e narrative warfare, dove la prima rende il messaggio più familiare, meno minaccioso e più adatto alle logiche delle piattaforme, mentre la seconda sposta l’obiettivo dalla persuasione diretta alla costruzione di ambienti narrativi nei quali il pubblico non è più soltanto destinatario, ma vettore attivo della diffusione.

1. Decostruire il meme: oltre il contenuto, la struttura narrativa

L’analisi dei meme LEGO collegati all’ecosistema informativo iraniano richiede un cambio di prospettiva in cui la domanda tradizionale, «cosa dice questo contenuto?», è insufficiente. Occorre chiedersi quale emozione venga attivata per prima, quale storia politica venga raccontata, quali elementi siano omessi, perché un utente dovrebbe condividere quel contenuto e quale comportamento esso possa incoraggiare.

In questo modo l’attenzione si sposta dalla sola veridicità del messaggio al suo funzionamento cognitivo. E qui il meme non è soltanto un oggetto comunicativo leggero o ironico, ma assume la consistenza di una struttura narrativa progettata per orientare l’attenzione e l’interpretazione degli eventi. L’estetica LEGO riduce la complessità del conflitto trasformandolo in una rappresentazione semplificata, riconoscibile e culturalmente familiare.

Osservando da questa prospettiva il fenomeno, la dimensione ludica non ne elimina il contenuto politico, ma lo rende più assimilabile. La guerra, la crisi geopolitica e la contrapposizione tra attori statuali vengono riformulate attraverso un linguaggio visivo associato al gioco, all’infanzia e all’intrattenimento. In questo modo il contenuto abbassa le difese cognitive dell’utente e lo predispone all’interazione.

2. Le narrazioni strategiche costruite dai meme

Le immagini analizzate suggeriscono che il messaggio non sia finalizzato principalmente a promuovere l’Iran come attore geopolitico. L’obiettivo appare più indiretto, teso ad alimentare sfiducia verso istituzioni, élite politiche, media tradizionali e interventismo occidentale; dall’altro lato, la narrazione non chiede al pubblico di sostenere l’Iran, ma chiede piuttosto di mettere in discussione il proprio sistema politico e informativo.

Le cornici principali in cui tale fenomeno si sta sviluppando possono essere ricondotte a quattro aree. La prima è anti-élite, in cui leader politici, governi e classi dirigenti vengono rappresentati come corrotti, autoreferenziali e distanti dai cittadini. La seconda è anti-establishment, dove istituzioni, media mainstream e partiti sono descritti come manipolatori o strutturalmente inaffidabili. La terza è anti-intervento, dove le operazioni militari occidentali vengono presentate come imposizioni esterne ai danni di popolazioni che non le avrebbero richieste. La quarta, infine, è identitaria e morale: qui l’Iran viene raffigurato meno come potenza regionale e più come soggetto che rivela verità nascoste e denuncia ipocrisie sistemiche.

Un quadro complessivo, quello che viene a crearsi e consolidarsi in cui emerge la differenza tra propaganda classica e narrative warfare, dove la propaganda tradizionale tende a costruire consenso verso sé stessa; la guerra delle narrazioni lavora invece sulla delegittimazione dell’avversario, sull’erosione della fiducia e sulla moltiplicazione di dubbi interpretativi.

3. Gamification della guerra e trasformazione della percezione

L’estetica LEGO modifica radicalmente il modo in cui il conflitto viene percepito. La comunicazione bellica tradizionale si fonda su paura, realismo, osservazione e distanza emotiva e, coerentemente, le immagini di guerra mostrano distruzione, vittime e devastazione, collocando lo spettatore in una posizione di osservatore esterno.

La trasposizione del conflitto nell’universo LEGO produce invece effetti opposti basati su familiarità, astrazione, partecipazione e accessibilità emotiva in cui le immagini perdono parte della loro crudezza e vengono reinterpretate attraverso un codice visivo rassicurante e immediatamente riconoscibile, dove il conflitto non scompare, ma diventa più guardabile, più commentabile e più condivisibile.

In questo senso la gamification non è un semplice espediente grafico ma una tecnologia narrativa che trasforma la guerra in contenuto in cui le persone incontrano sempre più spesso i conflitti geopolitici attraverso meme, video brevi, contenuti generati dall’intelligenza artificiale, influencer e piattaforme social, piuttosto che attraverso notizie, reportage o documentari. Il mutamento non riguarda soltanto il formato, ma il modo in cui gli individui costruiscono la propria comprensione della realtà internazionale.

4. Dalla propaganda alla distribuzione

La comunicazione tradizionale iraniana si è storicamente fondata su risentimento, martirio e argomentazione morale. Al contrario, le forme emergenti di comunicazione digitale mantengono obiettivi strategici simili, ma modificano il linguaggio operativo ponendo al centro, non più soltanto ideologia e persuasione, ma humour, viralità, competenza culturale, partecipazione e storytelling nativo delle piattaforme.

Il punto decisivo è che l’obiettivo non è semplicemente persuadere, ma è la condivisione. Se nel paradigma tradizionale il successo di una campagna veniva misurato in termini di cambiamento delle opinioni, nel paradigma emergente il successo si misura attraverso la sequenza reach, amplification, participation, narrative penetration.

Osservando il panorama comunicativo nel suo complesso emergono limitate conferme su un cambiamento diretto delle convinzioni politiche profonde degli utenti, ma vi sono invece segnali più consistenti della capacità di amplificare specifiche narrazioni, aumentarne la visibilità e favorirne l’ingresso in comunità normalmente esterne alla comunicazione politica. L’obiettivo non è necessariamente creare sostenitori dell’Iran, ma utenti disposti a far circolare contenuti coerenti con interessi narrativi favorevoli all’Iran: un vero e proprio cambiamento di paradigma.

5. La circolazione transnazionale delle narrazioni

Una delle dinamiche più rilevanti è la diffusione internazionale delle narrazioni e l’aspetto più rilevante ad emergere è il fatto che il pubblico occidentale raramente interpreta questi contenuti come messaggi iraniani, ma li percepisce piuttosto come risposte a problemi locali: corruzione, disuguaglianza, crisi della rappresentanza, sfiducia nei media, opposizione agli interventi militari.

In questo modo la narrazione segue un percorso articolato: produzione, distribuzione, attraversamento dei confini, interpretazione locale e adattamento locale (coerente con le agende dei gruppi politici, di opposizione al sistema o ideologici locali). Durante questo processo il contenuto viene progressivamente separato dalla sua origine poiché non arriva in Europa come narrazione iraniana, ma come cornice compatibile con sensibilità e frustrazioni già presenti nei contesti nazionali.

E dunque, le narrazioni non vengono semplicemente esportate; vengono tradotte culturalmente. Atterrano, si adattano e mettono radici nei contesti locali. E così, l’attribuzione a un attore straniero diventa più difficile, mentre cresce l’importanza dell’analisi dei percorsi di circolazione, degli intermediari e dei pubblici che conferiscono significato al messaggio.

6. Influenza, identità e mobilitazione

La mobilitazione contemporanea passa sempre meno attraverso istruzioni esplicite e sempre più attraverso l’identificazione: nei contenuti analizzati non emergono necessariamente inviti diretti alla protesta o all’azione politica, emergono piuttosto segnali di consapevolezza, resistenza, amplificazione e identità.

L’obiettivo non è dire alle persone cosa fare, ma suggerire chi esse siano. Gli utenti condividono un contenuto perché esso conferma una posizione identitaria: da cittadino europeo, da britannico, da norvegese, da americano, da membro di una comunità percepita come minacciata o tradita. La sequenza rilevante diventa narrative adoption, identity signalling, amplification in cui l’azione collettiva può seguire, ma non è necessariamente il primo obiettivo.

La partecipazione assume così un ruolo centrale dove il pubblico non deve essere d’accordo con il messaggio, ma deve interagire attraverso like, commenti, condivisioni e remix, che così divengono indicatori più rilevanti dell’adesione ideologica: l’engagement diventa così la soglia minima della mobilitazione narrativa.

7. L’architettura dell’influenza gamificata

La cosiddetta Lego Influence Architecture può essere descritta come un processo in cinque fasi. 1. La prima è la produzione, costituita da piccoli team, supportati dall’intelligenza artificiale, che possono generare grandi quantità di contenuti a costi ridotti.

2. La seconda è l’adattamento narrativo in cui i messaggi vengono tradotti in linguaggi culturalmente familiari e inseriti in frame no-war, anti-elite, anti-establishment, humanitarian e anti-intervention.

3. La terza fase è la distribuzione, costruita per circolare in modo nativo su Telegram, TikTok, Instagram e X.

4. La quarta è l’amplificazione, realizzata attraverso influencer, media alternativi, celebrità, utenti ordinari e comunità digitali.

5. La quinta, infine, è la mobilitazione, quando le narrazioni diventano linguaggio identitario, discussione pubblica, partecipazione sociale o protesta.

In questa architettura non esiste un unico canale decisivo. Alcuni attori producono “copertura”, rendendo visibile il messaggio; altri generano “legittimazione”, conferendo credibilità; altri ancora facilitano la “mobilitazione”, trasformando discussione e coinvolgimento in comportamento (le manifestazioni di piazza, spesso caratterizzate da violenza. Le campagne più efficaci distribuiscono queste funzioni tra attori diversi, spesso apparentemente indipendenti.

8. Il laundering effect: quando la fonte scompare

Un aspetto cruciale è il narrative laundering, o lavaggio della narrazione; che può strutturarsi seguendo un percorso definito e semplice: contenuto iraniano, rilancio da parte di influencer, ripresa mediatica, circolazione interna (allo stato, regione), scomparsa della fonte originaria, permanenza della narrazione.

Il meccanismo ricorda in effetti il principio fondante del fenomeno del riciclaggio in l’origine del contenuto viene progressivamente occultata attraverso passaggi intermedi che ne aumentano accettabilità e credibilità. Alla fine del processo l’utente non si chiede più chi abbia prodotto il contenuto, ma se esso sia coerente con la propria visione del mondo.

Questo passaggio riduce la centralità dell’attribuzione. Certo, l’attribuzione resta importante, ma non basta a spiegare l’impatto poiché ciò che conta è la circolazione, la capacità del contenuto di attraversare reti, comunità e piattaforme fino a diventare parte di un discorso pubblico più ampio.

9. Dalle Information Operations alle Attention Operations

Il caso dei meme LEGO evidenzia il passaggio dalle Information Operations alle Attention Operations. Per decenni le operazioni di influenza si sono fondate sul controllo dell’informazione: gestire il flusso delle notizie, produrre messaggi ideologici, comunicare in modo stato-centrico, persuadere attraverso formati lunghi e concentrare l’attenzione sull’attribuzione.

Oggi si è imposto un cambiamento e il centro di gravità si è spostato. Le campagne emergenti privilegiano messaggi nativi dei meme, amplificazione reticolare, engagement breve, partecipazione dell’audience e competizione per l’attenzione. Non conta più soltanto chi produce il contenuto, ma chi riesce a renderlo visibile, condivisibile e culturalmente compatibile con i pubblici di riferimento.

E così, la sequenza operativa può essere sintetizzata in quattro passaggi: attention, emotion, participation, mobilisation. La mobilitazione non è più necessariamente il risultato diretto della persuasione ideologica, ma si impone come conseguenza indiretta della capacità di catturare attenzione, generare coinvolgimento emotivo e trasformare il pubblico in distributore volontario della narrazione.

10. Indicatori di monitoraggio e strumenti analitici

Per analisti, ricercatori e decisori pubblici la domanda operativa non è più soltanto come una narrazione venga costruita, ma come possa essere identificata e monitorata. Il modello proposto individua cinque categorie di indicatori.

  • Gli indicatori narrativi riguardano la storia che viene promossa: quale cornice interpretativa viene costruita e quali messaggi coerenti orientano la percezione degli eventi.
  • Gli indicatori emotivi riguardano i sentimenti attivati: rabbia, paura, umiliazione, ingiustizia, solidarietà o appartenenza.
  • Gli indicatori di amplificazione osservano chi condivide il contenuto e attraverso quali reti.
  • Gli indicatori di adattamento analizzano come la narrativa cambi tra pubblici diversi.
  • Gli indicatori di mobilitazione valutano quali comportamenti online o offline siano incoraggiati.

Questo approccio sposta l’analisi dalla singola fonte al sistema di propagazione. Non basta contare visualizzazioni o identificare contenuti problematici, ma occorre comprendere come il messaggio si adatti, chi lo legittimi, quali emozioni produca e se generi effetti sociali o politici concreti.

11. Principi interpretativi e implicazioni di policy

Possiamo concludere che almeno quattro principi ci consentono di interpretare il fenomeno.

  1. Il primo è che l’influenza è adattiva, non statica: le narrazioni cambiano in funzione di crisi, opportunità politiche e vulnerabilità locali.
  2. Il secondo è che le emozioni contano spesso più dei fatti: rabbia, paura, umiliazione e senso di ingiustizia possono essere più mobilitanti dell’adesione ideologica.
  3. Il terzo è che gli ecosistemi ibridi contano: le narrazioni online acquisiscono credibilità quando vengono rinforzate offline da media, influencer, manifestazioni o attori politici.
  4. Il quarto è che una reazione sproporzionata può rafforzare la narrazione che si intende contrastare, alimentando vittimizzazione, sospetti di censura e sfiducia.

Le risposte tradizionali, basate su attribuzione, rimozione dei contenuti e fact-checking, restano necessarie ma non sono più sufficienti – sempre ammesso che possano esserlo stati in passato. L’influenza contemporanea opera attraverso emozione, identità, partecipazione e amplificazione, e per questo motivo le politiche pubbliche non possono escludere la conoscenza approfondita dei pubblici target, il monitoraggio cross-platform, il rafforzamento della resilienza sociale, la valorizzazione di comunicatori locali credibili e le strategie comunicative che evitino di amplificare la polarizzazione.

È inoltre essenziale distinguere tra attivismo legittimo, lealtà transnazionale e operazioni di influenza. Non ogni amplificazione è manipolazione; l’attivismo legittimo si fonda su mobilitazione autentica, organizzazione trasparente e autonomia decisionale mentre la lealtà transnazionale può derivare da legami identitari, familiari, diasporici o religiosi senza coordinamento esterno. Invece, le operazioni di influenza implicano manipolazione strategica delle narrazioni, amplificazione coordinata e sponsorizzazione o attribuzione ingannevole.

12. Conclusioni sul caso LEGO

Il caso iraniano-LEGO non è importante perché riguarda i LEGO, ma lo è perché illustra una trasformazione più ampia delle dinamiche di influenza contemporanee che muove dalla persuasione alla partecipazione, dalla propaganda alla cultura, dalle campagne informative agli ecosistemi di influenza.

L’influenza opera sempre più attraverso la cultura, mentre la sola attribuzione è ormai di per sé insufficiente. La fiducia emerge come una risorsa strategica: un fatto confermato dalle narrazioni che si diffondono più facilmente laddove esista una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni, dei media o delle élite politiche. Per questo occorre monitorare non soltanto i contenuti, ma l’adattamento delle narrazioni, i percorsi di amplificazione e la traduzione dall’online all’offline.

La sfida per ricercatori, analisti e decisori politici non consiste più soltanto nell’identificare messaggi ostili o manipolativi, ma nel comprendere come le narrazioni acquisiscano legittimità, attraversino comunità differenti, si adattino ai contesti locali e si traducano in mobilitazione sociale e politica. La domanda strategica non sarà più soltanto «chi produce una narrazione?», ma soprattutto «come una narrazione diventa credibile, circola tra comunità diverse e si trasforma in comportamento collettivo?».


Le infiltrazioni “Pro-pal” e del “pacifismo antagonista”: uno strumento di influenza di Iran e Russia?

di Claudio Bertolotti

Dalla disinformazione alla guerra cognitiva: influenza esterna, polarizzazione dell’opinione pubblica e resilienza della coesione nazionale

La disinformazione non va più letta come semplice diffusione di «notizie false», ma come componente di una strategia più ampia di influenza, finalizzata a modificare percezioni, emozioni collettive, fiducia istituzionale e coesione sociale. Russia e Iran operano con modelli diversi ma convergenti: Mosca attraverso una diplomazia pubblica strutturata, culturale, digitale e istituzionale; Teheran attraverso una strategia «a spettro completo» che combina narrazione emotiva, infrastrutture religiose e associative, reti digitali, plausibile negabilità e, nei casi più critici, interfacce criminali o micro-proxy locali.

1. Il nuovo campo di battaglia è la percezione

La coesione nazionale non è oggetto di aggressioni solamente con attacchi informatici, pressioni energetiche o minacce militari, ma viene erosa più lentamente, e spesso più efficacemente, attraverso la manipolazione della percezione pubblica, la polarizzazione del dibattito e la delegittimazione delle istituzioni.

La guerra cognitiva agisce su informazione, emozione, identità e fiducia, con l’obiettivo – non di convincere tutti – di frammentare il campo sociale, creare dubbio, moltiplicare narrazioni incompatibili e rendere più difficile una risposta pubblica condivisa. Nel caso russo – come ho avuto modo di approfondire nel mio articolo “La diplomazia pubblica russa nella guerra cognitiva: attori, narrazioni e strumenti digitali” – questa dinamica si colloca all’interno della conflittualità ibrida, nella quale informazione, percezione e influenza culturale assumono valore strategico.

2. La Russia e la diplomazia pubblica come influenza ibrida

La Russia non usa soltanto propaganda bensì un ecosistema che sfrutta le dimensioni identitaria, della memoria storica, culturale, istituzionale, mediatica, dei social network, della diplomazia digitale e delle narrazioni anti-occidentali.

Il concetto di Russkij Mir – il «Mondo Russo» – opera come dispositivo ideologico che tende non solo a una promozione culturale, ma a creare e consolidare una cornice geopolitica che legittimi la protezione delle comunità russofone e, in prospettiva, l’intervento politico o militare narrativamente a tutela delle stesse. A questo si affiancano strumenti istituzionali come la Fondazione Russkij Mir, Rossotrudnichestvo, il Gorchakov Fund, la Chiesa ortodossa russa, i media statali e le piattaforme digitali.

La diplomazia digitale russa sfrutta così i social media, crea e diffonde i contenuti di portali informativi alternativi e piattaforme digitali per veicolare narrazioni filo-russe, per alimentare il dubbio, per polarizzare l’opinione pubblica e per delegittimare le narrazioni occidentali. Il caso italiano dell’operazione «Dalla Russia con amore» è utile come esempio di convergenza fra assistenza umanitaria, propaganda, disinformazione e potenziale raccolta informativa in un contesto di emergenza.

La Russia, così facendo, non cerca soltanto di raccontare una versione alternativa dei fatti ma cerca di costruire un ambiente informativo nel quale la verità diventa negoziabile, la fiducia istituzionale diventa fragile e la coesione democratica diventa vulnerabile.

3. L’Iran e la strategia d’influenza «a spettro completo»

L’Iran, dopo il 7 ottobre 2023, ha aggiornato il proprio repertorio di influenza, saldando la guerra di Gaza a un meta-frame emotivo basato sui concetti di «Occidente contro Islam», «genocidio», «ipocrisia occidentale», vittimizzazione dei musulmani, delegittimazione di Israele e degli oppositori in esilio, erosione della fiducia civica e della coesione sociale europea.

Ne ho parlato in maniera dettagliata nel mio articolo “Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea” in cui evidenzio l’esistenza di tre livelli: il primo, la costruzione di una narrazione emotiva; il secondo, l’uso selettivo di infrastrutture religiose e associative; il terzo, l’esternalizzazione tattica della coercizione a reti criminali locali. L’obiettivo è polarizzare il discorso pubblico europeo, alimentare l’antisemitismo, delegittimare oppositori in esilio ed erodere fiducia civica e coesione sociale, mantenendo la plausibile negabilità.

La componente mediatico-digitale è centrale: PressTV e HispanTV producono contenuti multilingue, poi distribuiti su piattaforme più permissive come Telegram e Rumble, amplificati da reti inautentiche, siti proxy e adattamenti linguistici alle diverse audience europee.

4. Il nodo pro-Pal: protesta legittima, sfruttamento ostile e radicalizzazione del frame

È essenziale distinguere fra protesta legittima, critica politica, mobilitazione pro-palestinese e sfruttamento ostile di quelle mobilitazioni da parte di attori statali o para-statali. Il problema non è l’esistenza del dissenso di per sè, ma la sua cattura narrativa, la sua amplificazione artificiale e, in alcuni casi, il suo legame a reti radicali, antagoniste, comunitarie o criminali.

Quello che pongo in evidenza nel mio articolo è che il fatto che il caso iraniano non si limiti alla propaganda su Gaza, ma cerchi di trasformare un conflitto esterno portandolo verso una polarizzazione interna europea seguendo una chiara e definita sequenza che parte dalla costruzione della cornice emotiva, passa attraverso il radicamento attraverso reti comunitarie e piattaforme digitali e arriva all’eventuale impiego di micro-proxy locali per azioni dimostrative o violente. In questa prospettiva, la narrazione non rimane online ma tende a trasformarsi in mobilitazione, pressione sociale, intimidazione, radicalizzazione identitaria e, nei casi più estremi, violenza.

Il punto non è più, dunque, criminalizzare la protesta, bensì impedire che la protesta si imponga come un’infrastruttura inconsapevole di una strategia ostile di influenza.

5. Russia e Iran: due modelli diversi, una convergenza strategica

Schema comparativo, che evidenzia la convergenza dei due approcci: entrambi gli attori, Russia e Iran, operano su quella che possiamo identificare come la vulnerabilità più rilevante dei paesi democratici, ossia la fiducia: nelle istituzioni, nei media, nella comunità nazionale, nella legittimità dell’azione pubblica e nella possibilità stessa di distinguere tra informazione, propaganda e manipolazione.

Elemento Russia Iran
Leva principale Diplomazia pubblica, cultura, memoria, identità, media, istituzioni. Frame emotivo-religioso-politico, Gaza, anti-occidentalismo, antisemitismo, diaspora, reti comunitarie, piattaforme digitali.
Obiettivo Legittimare la postura geopolitica russa, delegittimare l’Occidente, alimentare sfiducia verso istituzioni democratiche. Polarizzare il discorso pubblico europeo, delegittimare oppositori, rafforzare la proiezione ideologica e ridurre i costi di attribuzione.
Metodo Soft power ibridato con disinformazione, diplomazia digitale e, in contesti di crisi, penetrazione informativa. Influenza «a spettro completo», con narrazione, reti associative, media statali, piattaforme permissive e potenziale outsourcing criminale.

6. Il rischio principale: erosione della coesione nazionale

La minaccia non è soltanto informativa. È sociale, politica e istituzionale poiché la disinformazione produce effetti cumulativi: sfiducia nelle istituzioni, radicalizzazione delle identità, delegittimazione dell’avversario, frammentazione del dibattito pubblico, sospetto permanente verso media e autorità, vulnerabilità delle comunità diasporiche, normalizzazione dell’odio politico o religioso.

Nel modello iraniano, la minaccia emerge quando propaganda, economie criminali e nodi comunitari si fondono; per questo occorre separare narrazione e coercizione, tagliando l’accesso ai «fornitori» di violenza e delegittimando le interfacce organizzative che trasformano il frame in azione.

7. Risposta strategica: dalla contro-disinformazione alla resilienza cognitiva

Non basta smontare le fake news una per una. Occorre rafforzare la resilienza cognitiva del sistema democratico. Come è dunque possibile definire le possibili linee di risposta? Proviamo a identificare alcune opzioni rilevanti.

  • L’alfabetizzazione informativa, non intesa come educazione generica ai media, ma come capacità di riconoscere frame ostili, manipolazione emotiva, falsi dilemmi, contenuti coordinati e amplificazione artificiale.
  • La trasparenza istituzionale rapida. Il vuoto informativo è lo spazio operativo della disinformazione.
  • La protezione delle comunità vulnerabili. Diaspore, minoranze religiose, giovani e ambienti digitali polarizzati non vanno trattati come minacce, ma come spazi da proteggere da infiltrazione, radicalizzazione e sfruttamento.
  • L’integrazione fra sicurezza interna, intelligence, diplomazia pubblica, scuola, università, media e società civile.
  • La risposta europea coordinata. Le reti di influenza non rispettano confini nazionali; una risposta solo nazionale rischia di essere tardiva, frammentata e facilmente aggirabile.

L’osservazione dello scenario sociale, politico e informativo, ci propone un fenomeno in via di evoluzione e trasformazione. La disinformazione è solo la superficie visibile di un fenomeno più profondo, cioè la competizione per il controllo razionale dell’informazione. Russia e Iran non cercano semplicemente di convincere le opinioni pubbliche europee, ma cercano di dividere, disorientare e rendere più costosa e lenta ogni decisione collettiva. La difesa della coesione nazionale, dunque, non è censura, non è propaganda di segno opposto, non è repressione del dissenso; al contrario, è capacità democratica di distinguere tra conflitto politico legittimo e manipolazione ostile, tra protesta e strumentalizzazione, tra pluralismo e frammentazione indotta. In questo spazio si misura oggi la vera resilienza delle democrazie europee.


#Iran Briefing analitico

L’analisi si basa sull’intervista approfondita che Andrea Molle (Chapman University e START InSight) ha rilasciato a RaiNews, 2 marzo 2026 e che potete leggere per intero QUI

Andrea Molle valuta l’escalation Iran–Israele/USA come altamente instabile e potenzialmente regionale per tre fattori convergenti:

  1. frammentazione interna iraniana dopo la “decapitazione” della leadership;
  2. attivazione semi-autonoma delle reti proxy;
  3. forte rischio economico globale legato a Hormuz e alla volatilità energetica.

Il quadro complessivo è quello di una crisi non lineare, in cui la perdita di controllo centrale può rendere il sistema contemporaneamente più debole e più pericoloso.


Vuoto di potere a Teheran

Valutazione chiave: rischio elevato di imprevedibilità strategica.

  • La rimozione simultanea dei vertici iraniani crea frattura verticale nella catena di comando e frammentazione orizzontale tra centri di potere.
  • La Guida Suprema è il perno che coordina clero, IRGC, magistratura ed economia parastatale; la sua assenza interrompe il meccanismo di arbitrato interno.
  • La successione in condizioni di guerra può alimentare competizione tra:
    • fazioni pragmatiche (stabilizzazione/negoziato)
    • settori radicali, soprattutto nei Pasdaran (risposta massimalista).
  • Senza una leadership riconosciuta aumenta il rischio di segnali incoerenti verso l’esterno.

Implicazione: la deterrenza diventa instabile perché l’Iran può apparire “più debole ma più pericoloso”.


Reti proxy e rischio di guerra multi-fronte

Valutazione chiave: escalation regionale possibile anche senza regia centrale.

Molle descrive l’“Asse della Resistenza” come un ecosistema decentrato, non un comando unificato.

Meccanismi principali

a) Pre-delega operativa

  • Molte risposte sono di fatto pre-autorizzate.
  • I proxy possono agire autonomamente per dimostrare credibilità.

b) Autonomia differenziata

  • Il controllo iraniano è diseguale.
  • Alcuni attori hanno sufficiente autonomia per scegliere tempi e intensità.

c) Saturazione strategica per Israele e USA
Fronti simultanei possibili:

  • nord Israele (Hezbollah)
  • Mar Rosso e shipping (Houthi)
  • basi USA in Iraq e Golfo (milizie sciite)

Anche se ogni fronte è gestibile singolarmente, la simultaneità crea attrito cumulativo.

d) Escalation competitiva
La decentralizzazione può aumentare, non ridurre, il rischio perché ogni gruppo vuole dimostrare efficacia.


Possibile coinvolgimento delle monarchie del Golfo

Valutazione chiave: coinvolgimento probabile ma soprattutto in forma “difensiva-espansiva”.

  • Arabia Saudita ed Emirati preferiscono stabilità ma la neutralità regge solo finché non sono colpiti direttamente.
  • Il trascinamento può avvenire senza decisione formale di entrare in guerra, attraverso:
    • cooperazione ISR
    • difesa aerea attiva
    • supporto logistico alle forze USA.
  • Gli attacchi iraniani accelererebbero una “NATO-izzazione funzionale” del GCC (integrazione difesa aerea e early warning).

Rischio: maggiore integrazione con USA (e tecnicamente con Israele) potrebbe provocare ulteriori ritorsioni iraniane.


Stretto di Hormuz come detonatore globale

Valutazione chiave: scenario di shock energetico sistemico.

  • Attraverso Hormuz passa circa un quinto dei consumi mondiali di liquidi petroliferi (~20 milioni b/g).
  • Una chiusura colpirebbe anche ~20% dell’export globale di LNG (Qatar e UAE).
  • Le pipeline alternative coprono solo una frazione dei flussi.

Paesi più vulnerabili

Petrolio (ordine di esposizione):

  • India — tra i più esposti per dipendenza e scorte limitate
  • Corea del Sud — alta dipendenza industriale
  • Giappone — molto dipendente ma con grandi riserve
  • Cina — grande esposizione in volume ma più capacità di assorbimento

Gas (LNG):

  • Pakistan
  • Bangladesh
  • in parte India

Europa: più esposta sul prezzo marginale che sulla disponibilità immediata.


Mercati finanziari come moltiplicatore di escalation

Valutazione chiave: l’economia può spingere verso posture più dure.

Secondo Molle, la volatilità non è solo conseguenza ma driver autonomo della crisi.

Catena di effetti

  1. Aumento petrolio → inflazione → pressione su famiglie
  2. Banche centrali più restrittive → spazio fiscale ridotto
  3. Governi sotto stress interno → meno flessibilità diplomatica

Ne deriva una dinamica perversa:

  • la de-escalation può apparire politicamente debole
  • cresce l’incentivo a mostrare fermezza militare per rassicurare mercati e opinione pubblica.

Insight chiave: i mercati reagiscono in tempo reale, la diplomazia è lenta — questo accorcia la finestra negoziale.


Valutazione implicita sulla strategia USA

Molle suggerisce un dubbio strategico:

  • gli obiettivi dell’azione americana possono essere chiari
  • ma resta incerto se esista un piano credibile per il “day after” (gestione del vuoto di potere, proxy, mercati).

Assessment complessivo

Probabilità di escalation regionale: significativa.

Driver principali:

  • frammentazione decisionale iraniana
  • autonomia operativa dei proxy
  • rischio di saturazione multi-fronte
  • vulnerabilità dei choke point energetici
  • pressione dei mercati finanziari sui decisori politici

Elemento più pericoloso: la combinazione di decentralizzazione militare + shock economico, che può produrre escalation per inerzia più che per scelta deliberata.


Investimenti nella Difesa – analisi della situazione in Italia

di Andrea Molle

Negli ultimi mesi la discussione sulla spesa militare italiana è tornata al centro del dibattito internazionale, soprattutto dopo che il governo ha comunicato un significativo aumento del bilancio della difesa per il futuro. Secondo un’analisi pubblicata da Defense News, il documento previsionale porterebbe la spesa complessiva a circa 45,3 miliardi di euro, con un incremento netto superiore ai 14 miliardi rispetto all’anno precedente e un apparente raggiungimento del 2% del PIL raccomandato dalla NATO. Tuttavia, l’osservazione più rilevante sollevata da molti economisti riguarda la mancanza di chiarezza su come tale obiettivo sia stato effettivamente realizzato: buona parte dell’aumento sembrerebbe derivare da una riclassificazione di voci di bilancio precedentemente allocate ad altri settori, incluse spese per personale in quiescenza, attività di sicurezza interna, programmi di cooperazione e capitoli relativi al cyber e allo spazio. Il rischio è che, senza una riforma complessiva del comparto Difesa, la crescita nominale della spesa non corrisponda a un incremento reale delle capacità operative.

La questione deve essere comunque contestualizzata all’interno di una tendenza più ampia. Negli ultimi dieci anni l’Italia ha progressivamente aumentato gli investimenti in difesa, passando da un livello stabile intorno all’1,2–1,3% del PIL a una crescita costante dopo il 2020. Le pressioni internazionali – dalla guerra in Ucraina al deterioramento delle condizioni di sicurezza nel Mediterraneo allargato – hanno spinto l’intero continente europeo verso un riarmo generalizzato. In questo quadro, l’Italia è chiamata a colmare un gap accumulato per decenni, soprattutto in termini di ammodernamento degli equipaggiamenti, manutenzione, munizionamento e prontezza operativa. La partecipazione continuativa a missioni NATO, UE e ONU – dai Balcani al Libano, dal Corno d’Africa al Mediterraneo centrale – richiede mezzi e capacità adeguati, mentre la crescente instabilità nel Sahel e le dinamiche migratorie rendono sempre più complessa la gestione del fronte meridionale della NATO, di cui l’Italia è attore centrale.

L’analisi delle fonti disponibili suggerisce però che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese. Il nodo principale riguarda la qualità della spesa. Secondo le stime del SIPRI e dei principali osservatori internazionali, l’Italia continua a investire una quota relativamente limitata in procurement e ricerca e sviluppo, mentre una parte significativa del bilancio è assorbita dal personale, una voce strutturalmente difficile da comprimere. Gli alleati tendono a valutare non soltanto la percentuale del PIL investita, ma soprattutto la capacità di generare effetti militari concreti: interoperabilità, mobilità, logistica, forza aerea pienamente operativa, sistemi di difesa integrata, dotazioni navali moderne. In assenza di una strategia chiara su come allocare le nuove risorse, il rischio è che lo scatto al 2% rimanga, almeno in parte, un esercizio contabile.

L’analisi delle fonti disponibili suggerisce che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese.

Il margine di incertezza cresce se consideriamo l’evoluzione della dottrina NATO. Dopo il cambio di postura internazionale di Washington, l’Alleanza ha identificato la soglia del 2% non più come un traguardo finale, ma come un livello minimo, con la proiezione verso una difesa europea più autonoma e capace di assorbire i costi di un conflitto ad alta intensità. Alcune analisi prospettano che, entro il 2035, la spesa combinata in difesa e resilienza debba avvicinarsi al 3,5–4% del PIL per molti Paesi europei, soprattutto se l’industria dovrà supportare un ciclo di produzione continuo. In questo scenario, la sostenibilità del modello italiano diventa un tema cruciale. Con un debito pubblico elevato e una pressione costante sulla spesa sociale, un incremento permanente della spesa militare richiede una programmazione trasparente e politicamente condivisa.

La nuova fase geopolitica mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale

Il tema è particolarmente urgente per un Paese che, negli ultimi vent’anni, ha interpretato il proprio ruolo internazionale soprattutto attraverso missioni di stabilizzazione, cooperazione civile-militare e diplomazia preventiva. L’Italia ha puntato tradizionalmente su capacità leggere, proiezione navale, operazioni di polizia internazionale e un impegno costante in aree come il Libano, il Mediterraneo centrale e i Balcani occidentali. La nuova fase geopolitica, tuttavia, mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale. Il passaggio da un modello a “bassa intensità” a uno orientato alla deterrenza ad alta intensità implica investimenti diversi, più costosi, più rapidi e tecnicamente più complessi. È lecito chiedersi se l’attuale riallocazione di fondi rifletta davvero questa trasformazione.

Al di là del dibattito tecnico, la questione dell’aumento della spesa militare solleva interrogativi politici e sociali che non possono essere elusi. In quale misura l’Italia vuole e può assumere un ruolo più incisivo nella NATO? Quali capacità desidera prioritizzare nei prossimi dieci anni? E soprattutto: è possibile garantire trasparenza, responsabilità e coerenza strategica in un settore che, per sua natura, rischia spesso di sfuggire al controllo dell’opinione pubblica? Finché non verranno pubblicati documenti più chiari sulla composizione della spesa, sugli obiettivi capacitivi e sulle eventuali ricadute industriali, il dibattito resterà inevitabilmente sbilanciato tra annunci politici e valutazioni tecniche parziali.

Ciò che è certo è che l’Italia si trova all’inizio di un percorso e non alla fine. La pressione internazionale non diminuirà, la competizione globale continuerà a crescere e il Mediterraneo rimarrà un teatro centrale di instabilità. La differenza tra una spesa militare sostenibile e una spesa puramente apparente dipenderà dalla capacità del Paese di trasformare i numeri di bilancio in strumenti reali di sicurezza, deterrenza e credibilità. Per ora siamo di fronte a un segnale forte, forse necessario, ma ancora privo di quella trasparenza e quella coerenza strategica che un alleato pienamente affidabile della NATO dovrebbe poter mostrare.


Meno guerre, più business: la strategia di Trump tra Sud America e Asia

Commento alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale USA – seconda e terza parte

(leggi l’articolo precedente qui – prima parte)


di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

SECONDA PARTE

SUD AMERICA – NSS (National Security Strategy) 2025

Washington – Pechino e Mosca quali i contendenti?

Preambolo – La presenza di Cina e Russia in Sud America

Negli ultimi due decenni Cina e Russia hanno ampliato in modo significativo la loro influenza economica, politica e militare in Sud America, trasformando la regione in un nuovo spazio di competizione strategica. La Cina è oggi il primo partner commerciale di molti paesi sudamericani e investe massicciamente in infrastrutture, energia, estrazione di minerali critici, porti e reti digitali, spesso attraverso laBelt and Road Initiative (noi la conosciamo come la Via della Seta). La sua presenza non è soltanto economica: include satelliti, telecomunicazioni avanzate e accordi con governi locali capaci di creare dipendenze strutturali a lungo termine. Per Washington, questa penetrazione rappresenta un rischio perché porta una potenza rivale nel cuore dell’emisfero occidentale, proprio dove gli Stati Uniti hanno storicamente esercitato la loro leadership.

La Russia, pur con capacità economiche inferiori, mantiene una presenza politica e militare simbolicamente importante: cooperazione di sicurezza con Venezuela, Nicaragua e Cuba, esercitazioni congiunte, fornitura di armamenti, intelligence e supporto tecnologico. Per Mosca, il Sud America rappresenta uno strumento di proiezione asimmetrica del potere come risposta asimmetrica alle pressioni occidentali in Europa e nel Medio Oriente.

La crescente influenza di entrambe le potenze — una economica e tecnologica, l’altra militare e politica — viene interpretata dagli USA come una sfida diretta al loro ruolo storico nell’area. Per questo il Sud America riemerge nella strategia americana come un fronte critico della competizione globale, dove sicurezza interna, migrazione, energia e stabilità geopolitica sono percepiti come interconnessi alla presenza di attori rivali.

Ma cosa dice la National Security Strategy 2025, a riguardo?

“The affairs of other countries are of concern to us only if their activities directly threaten the national interests of the United States.”

Nella NSS 2025 la Casa Bianca dichiara esplicitamente che gli Stati Uniti reindirizzeranno la loro politica estera a favore della difesa degli interessi immediati nel continente americano, affermando che “Gli affari di altri paesi sono di nostra preoccupazione solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi nazionali” (pag 1).  Il documento esplicita un nuovo approccio regionale, affermando la volontà di “assert and enforce a ‘Trump Corollary’ to the Monroe Doctrine (aggiunge un corollario alla dottrina Monroe) per mantenere l’Emisfero Occidentale libero da “hostile foreign incursion or ownership of key assets” (presenze ostili straniere sia in termini di incursioni, che di proprietà di infrastrutture strategiche) e per garantire stabilità sufficiente a “prevenire la migrazione di massa, contenere i flussi di droga e proteggere rotte chiave”.

Il testo critica apertamente l’approccio globalista delle strategie precedenti, e afferma che “i giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano da soli l’ordine mondiale come Atlante sono finiti”. La nuova dottrina spinge per il controllo di rotte e frontiere nel proprio emisfero come elemento di sicurezza nazionale.

Per quanto riguarda la presenza cinese e della Russia, il documento modifica l’impostazione tradizionale: lo sforzo principale è di rebalance America’s economic relationship with China”, ovvero riequilibrare la relazione economica con Pechino su basi reciprocamente vantaggiose, mentre la competizione militare diretta è meno enfatizzata rispetto al passato.  Infine, la strategia sottolinea che il governo intende “controllare la migrazione, fermare i flussi di droga e rafforzare la stabilità e la sicurezza su terra e mare” attraverso una presenza rafforzata nel continente americano, includendo lo sviluppo delle capacità della Guardia Costiera e della Marina statunitense per contrastare traffici e infiltrazioni irregolari. Questa priorità strategica risuona profondamente con le parole pronunciate da María Corina Machado durante la cerimonia del Premio Nobel per la Pace 2025. Nel suo discorso, Machado ha denunciato come il regime venezuelano sia sostenuto non da una legittimità politica o popolare, ma da una rete di complicità criminali che lega il potere a narcotrafficanti, gruppi armati e interessi stranieri, descrivendo Maduro come il prodotto di un sistema in cui “la sovranità è stata svenduta a potenze esterne che utilizzano il Venezuela come piattaforma per le loro operazioni”. Pur senza usare formule sensazionalistiche, il messaggio è stato chiaro: la dittatura non sopravvive da sola, ma grazie al supporto di apparati cubani, milizie irregolari e reti di traffico che operano attraverso il territorio venezuelano e l’intera regione. (In questo contesto non va dimenticato che il narcotraffico che attraversa anche il Venezuela ha contribuito all’afflusso di droghe negli Stati Uniti, alimentando una crisi che, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), ha causato oltre 600.000 morti per overdose da oppioidi dal 1999 a oggi).

È proprio questa fusione tra autoritarismo e criminalità transnazionale che, secondo Machado, minaccia non solo il suo Paese ma la sicurezza dell’intero emisfero — la stessa minaccia che la NSS 2025 intende affrontare rafforzando il controllo delle rotte marittime, la cooperazione con gli alleati e la pressione sui regimi che fungono da piattaforme per il narcotraffico e l’ingerenza straniera. In questo senso, le parole del Nobel e la strategia americana convergono su un punto cruciale: stabilità democratica e sicurezza regionale non possono essere raggiunte senza smantellare le reti che alimentano traffici illeciti e sostengono regimi autoritari.

Ma come farà Trump a sradicare la presenza cinese dal Sudamerica dopo gli investimenti miliardari già compiuti?

Nella National Security Strategy 2025, l’amministrazione Trump non parla di cancellare direttamente gli investimenti cinesi già presenti in Sud America — operazione realisticamente inattuabile — ma delinea una strategia multilivello per ridurne progressivamente l’influenza e limitarne l’espansione futura. Attraverso l’applicazione del cosiddetto Trump Corollary, Washington afferma di voler mantenere l’emisfero occidentale libero dal controllo di potenze ostili su asset critici, scoraggiando in particolare la presenza cinese nei porti, nel 5G, (reti militari e di sicurezza, sistemi di sorveglianza urbana, automazione industriale, trasporti intelligenti, telemedicina, porti, logistica, comunicazioni governative), nelle infrastrutture energetiche e nelle filiere dei minerali strategici. L’obiettivo è sostituire la Belt and Road Initiative con alternative finanziarie e infrastrutturali statunitensi, rafforzando nel contempo la cooperazione militare, l’intelligence e la sicurezza con governi chiave come Colombia, Panama, Brasile e Cile. Parallelamente, gli Stati Uniti intendono usare strumenti economici, diplomatici e regolatori — dagli incentivi per progetti alternativi alle restrizioni su aziende cinesi — per rendere gli investimenti di Pechino meno appetibili e più rischiosi per i governi locali. In questo modo, la strategia mira a riaffermare la leadership americana nella regione non attraverso la revoca forzata dei progetti cinesi, ma creando un ambiente geopolitico in cui l’opzione USA torni a essere la più vantaggiosa, sostenibile e sicura per i partner sudamericani. Alcuni esperti di relazioni internazionali avvertono che tale approccio può rischiare di riproporre dinamiche di ingerenza geopolitica, ignorare le priorità interne dei paesi latinoamericani e interpretare i rapporti commerciali sovrani come minacce strategiche, invece di opportunità di sviluppo. Tale critica riflette la cautela di analisti che sottolineano la necessità di rispettare la sovranità regionale e prioritizzare lo sviluppo sociale ed economico locale piuttosto che costruire una rivalità di egemonia in quest’emisfero fra grandi potenze. La politica Monroe ha profondamente segnato diverse generazioni, dove le “corporations”, soprattutto quelle del mondo minerario non hanno mai usato guanti bianchi nel trattare le popolazioni locali, sia dal punto di vista retributivo con tutti i suoi corollari sia dal punto di vista sociale. Tante sono le pubblicazioni che denunciano il saccheggio delle miniere e dei beni naturali di cui il Sudamerica e il Caribe sono ricchi.  Questo trattamento ha causato risentimenti e asti tramandati alle generazioni più giovani. Quale moneta di scambio può offrire Trump a Cina e Russia per scalzarli e stabilire invece la sua presenza in Sudamerica?

TERZA PARTE

ASIA E AFRICA – NSS (National Security Strategy) 2025

Lo sceriffo non va in trasferta. Meno guerre, più affari

Mentre Trump si appropria del petrolio venezuelano, passiamo all’ultima area geografica di rilievo descritta nella National Security Strategy 2025: l’Asia.

Il documento della Casa Bianca evidenzia la necessità di prevenire conflitti nell’area indo-pacifica e di dissuadere comportamenti unilaterali suscettibili di alterare lo status quo regionale. Trump è un businessman e vuole fare affari. Non è interessato, nonostante la evidente corsa agli armamenti, la riorganizzazione delle forze armate, la creazione di una nuova branca spaziale, a usarle se non per “pacificare o dissuadere” possibili conflitti. Insomma, come tutti lo hanno già ampiamente definito, è uno sceriffo con la pistola e la pallottola in canna, ma non in trasferta.

Il vero tallone d’Achille dell’Indo-Pacifico è Taiwan: un territorio che la Cina rivendica come parte integrante della propria sovranità e che Washington difende de facto, pur senza un’alleanza formale, considerandolo un perno essenziale della stabilità regionale.

Gli Stati Uniti ribadiscono di non sostenere cambiamenti forzati dello status quo tra Cina e Taiwan, ma allo stesso tempo chiariscono che lavoreranno con i loro alleati regionali per mantenere una deterrenza credibile e una presenza strategica costante nell’area. In questo quadro, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia è considerata essenziale per contenere l’influenza cinese e garantire stabilità lungo la cosiddetta First Island Chain, la linea geografica che costituisce il principale punto di equilibrio militare e strategico tra Stati Uniti e Cina nel Pacifico.

Questo approccio si riflette anche in iniziative operative come la Quad Indo-Pacific Logistics Network: dall’8 al 12 dicembre, Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno condotto a Guam la loro prima esercitazione congiunta sul campo, rafforzando l’interoperabilità e capacità logistiche comuni per la risposta rapida a disastri su larga scala nella regione Indo-Pacifico. Un segnale di come la deterrenza regionale passi sempre più attraverso il coordinamento, la prontezza e la cooperazione selettiva, piuttosto che tramite dispiegamenti militari permanenti.

First and Second Island Chain

Dal punto di vista cinese la First Island Chain rappresenta una linea di contenimento strategico costruita dagli Stati Uniti lungo le sue coste orientali. Questa catena di isole — che include Giappone, Taiwan e Filippine — è percepita a Pechino come un ostacolo strutturale alla libertà marittima della Cina, in grado di limitare l’accesso diretto al Pacifico e di vincolare le operazioni della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione.

L’analisi evidenzia come, per la leadership cinese — e in particolare per Xi Jinping — la neutralizzazione della First Island Chain rappresenti una condizione necessaria per trasformare la Cina in una potenza marittima a pieno spettro. Finché questa linea rimane sotto l’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati, Pechino resta strategicamente “compressa” nei mari costieri, con effetti diretti sulla credibilità della deterrenza nucleare, in particolare per la sopravvivenza operativa dei sottomarini strategici, sulla sicurezza delle rotte commerciali e sulla capacità di proiezione militare a lungo raggio.

In questo quadro, Taiwan assume un valore che va ben oltre la dimensione politica o identitaria: controllare Taiwan significherebbe spezzare il punto centrale della First Island Chain, aprendo alla Cina l’accesso operativo al Pacifico occidentale.

Nella dottrina marittima cinese, la First Island Chain è considerata un vincolo strategico che limita l’accesso della Cina al Pacifico e condiziona la sua sicurezza nazionale; superarla è visto come un passaggio necessario per affermarsi come potenza marittima (dottrina navale cinese in “China’s Vision of Its Seascape”).

Per quanto riguarda gli alleati il trattamento si allinea a quello dell’Europa, ossia, nel nuovo ordine di America First, gli Stati Uniti spingono gli alleati in Asia, incluse Corea del Sud e Giappone, ad aumentare significativamente la propria spesa per la difesa e a prendere un ruolo più ampio nella deterrenza regionale. Questo rientra nella logica del “burden sharing” – di alleggerire gli Stati Uniti dal “peso” di garantire la sicurezza globale, chiedendo ai partner di contribuire direttamente alla protezione delle rispettive aree.

A differenza delle strategie precedenti, il testo del 2025 non menziona esplicitamente la Corea del Nord o la denuclearizzazione della penisola coreana, nonostante l’importanza di Pyongyang per la sicurezza regionale e le preoccupazioni diffuse su missili e armamenti. Alcune fonti riportano che questo vuoto è significativo: il documento enfatizza il ruolo degli alleati e il concetto di deterrenza nei confronti della Cina, ma non articola più la denuclearizzazione come un obiettivo primario nella sezione asiatica.

AFRICA

Anche sul fronte africano, tradizionalmente caratterizzato da elevata instabilità e complessità, la NSS 2025 conferma l’assenza di una strategia di coinvolgimento strutturato. La presidenza ribadisce il disinteresse per impegni militari estesi o di lungo periodo, come dimostrano anche i consistenti tagli ai programmi USAID. In quanto potenza prevalentemente marittima, gli Stati Uniti delineano un approccio selettivo, volto a limitare l’influenza di Cina e Russia senza assumersi oneri di stabilizzazione o sviluppo. L’Africa viene così declassata a spazio di competizione residuale, in cui Washington interviene in modo puntuale e strumentale, più per contenere i rivali che per costruire un ordine regionale.

Tuttavia, Washington è obbligata a mantenere una linea dura sul contrasto al terrorismo: gli Houthi, gruppo sostenuto dall’Iran e designato come organizzazione terroristica, hanno in ostaggio personale locale della Missione USA in Yemen.

In questo contesto si inserisce anche il cosiddetto “caso somalo del Wisconsin”, emerso a seguito delle indagini del Dipartimento del Tesoro statunitense sui fondi di assistenza legati alla pandemia di COVID-19. Le investigazioni hanno portato alla luce una frode di dimensioni eccezionali, con oltre un miliardo di dollari sottratti ai programmi pubblici di welfare. Secondo le autorità federali, parte di queste risorse sarebbe stata trasferita all’estero attraverso circuiti di money transfer, con flussi diretti verso la Somalia e reti riconducibili ad ambienti militanti, incluso Al-Shabaab, coinvolgendo segmenti della diaspora somala presenti in Stati come Wisconsin e Minnesota. Il caso ha sollevato interrogativi rilevanti sulla tracciabilità degli aiuti, sulla governance dei programmi pubblici e sui rischi di utilizzo distorto delle risorse destinate allo sviluppo e all’assistenza sociale.

“Per troppo tempo, la politica americana verso l’Africa si è concentrata prima sull’assistenza e poi sulla diffusione dell’ideologia liberale. Gli Stati Uniti dovrebbero invece puntare a partnership selettive con alcuni Paesi per attenuare i conflitti, favorire relazioni commerciali reciprocamente vantaggiose e passare da un paradigma di aiuto estero a uno basato su investimenti e crescita, capace di valorizzare le abbondanti risorse naturali e il potenziale economico latente del continente africano.

Le opportunità di coinvolgimento includono la negoziazione di soluzioni a conflitti in corso (come Repubblica Democratica del Congo–Ruanda e Sudan) e la prevenzione di nuovi conflitti (ad esempio nell’area Etiopia–Eritrea–Somalia), oltre a una revisione dell’approccio statunitense agli aiuti e agli investimenti, incluso l’Africa Growth and Opportunity Act (AGOA). Inoltre, gli Stati Uniti vogliono restare vigili rispetto alla ripresa dell’attività terroristica di matrice islamista in alcune aree del continente, evitando però qualsiasi presenza o impegno di lungo periodo. La strategia prevede quindi una transizione da una relazione basata sugli aiuti militari ed economici a una fondata su commercio e investimenti, privilegiando partnership con Stati affidabili e capaci, impegnati ad aprire i propri mercati a beni e servizi statunitensi. Un ambito immediato di investimento per gli Stati Uniti in Africa, con buone prospettive di ritorno economico, è il settore energetico e lo sviluppo dei minerali critici. Lo sviluppo di tecnologie energetiche sostenute dagli Stati Uniti — come il nucleare civile, il gas di petrolio liquefatto e il gas naturale liquefatto — può generare profitti per le imprese americane e rafforzare la competizione strategica per l’accesso a minerali critici e altre risorse”.

Con questa strategia, “Donald Trump ha consolidato la propria immagine di “Presidente della Pace”. Dopo il successo storico degli Accordi di Abramo nel suo primo mandato, nel secondo Trump ha fatto leva sulla sua capacità negoziale per ottenere risultati senza precedenti: otto conflitti risolti in soli otto mesi. Dalla normalizzazione tra Cambogia e Thailandia agli accordi tra Kosovo e Serbia; dalla mediazione tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda fino alla de-escalation tra Pakistan e India; dagli accordi tra Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, fino alla fine della guerra a Gaza con il ritorno di tutti gli ostaggi vivi alle loro famiglie”.

Al di là delle letture ideologiche, il messaggio della National Security Strategy 2025 è chiaro: meno interventismo, più negoziazione; meno esportazione di valori, più gestione degli interessi. La pace, in questa visione, non è il risultato di missioni infinite o di ordini morali globali, ma di accordi concreti, selettivi e funzionali alla stabilità. È questa la moneta politica che Trump rivendica come lascito: non un’America che domina ovunque, ma un’America che sceglie dove intervenire — e dove far parlare i “business deals”.



L’America torna a casa

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

PRIMA PARTE

Ieri

La nuova politica estera del Presidente Trump appare oggi molto più liberale di quanto la vecchia Dottrina Monroe avesse dichiarato agli inizi dell’Ottocento, e molti osservatori applaudono questa svolta. Per capire perché, occorre tornare alle origini. La Dottrina Monroe si fondava su due principi cardine: impedire ogni ulteriore colonizzazione europea nel continente americano e, allo stesso tempo, escludere qualsiasi intervento reciproco tra le potenze europee e gli Stati Uniti. “L’America agli americani”: niente colonialismo, niente ingerenze. Una visione che, almeno in teoria, includeva anche il Canada, dove il sistema parlamentare limitava l’influenza diretta britannica.

Eppure, già nel 1833, questo ideale mostrava la sua fragilità. Quando il Regno Unito riaffermò la sovranità sulle isole Falkland, Washington non intervenne, lasciando che l’Argentina gestisse da sola la contesa. Un’azione di rioccupazione, non di colonizzazione, certo, ma sufficiente a segnalare i limiti dell’ambizioso principio Monroe.

Le contraddizioni esplosero con maggiore evidenza durante la Guerra Civile americana. La corona spagnola approfittò del conflitto interno per riprendere il controllo della Repubblica Dominicana, mentre Napoleone III invase il Messico e installò Massimiliano d’Asburgo come sovrano fantoccio. Ma il punto di rottura arrivò il 15 febbraio 1898: la USS Maine, incrociatore corazzato tra i più moderni dell’epoca, saltò in aria nel porto dell’Avana durante una rivolta tra indigeni e sudditi spagnoli. La nave era ormeggiata lì per proteggere gli interessi americani; il suo affondamento scatenò un’ondata di indignazione negli Stati Uniti. “Remember the Maine, the hell with Spain”: in pochi mesi scoppiò la guerra ispano-americana, che pose fine alla presenza coloniale spagnola nel continente. Le Filippine avrebbero ottenuto l’indipendenza solo dopo la Seconda guerra mondiale; Cuba, invece, diventò formalmente indipendente nel 1934, ad eccezione di Guantánamo Bay, ancora oggi sotto controllo statunitense.

Il Novecento segnò il passaggio definitivo da un principio difensivo a una politica interventista. Gli Stati Uniti non si limitarono più a fare pressione diplomatica: entrarono nelle dinamiche interne di numerosi Paesi dell’America Latina, sostenendo o ostacolando governi a seconda della loro utilità strategica. Emblematica la vicenda del Cile: il progetto di Salvador Allende di nazionalizzare l’industria del rame—fondamentale per le multinazionali statunitensi—e il suo mancato allineamento ai modelli economici promossi da Washington crearono le premesse per il golpe di Augusto Pinochet, apertamente appoggiato dagli Stati Uniti. Fu solo uno dei molti episodi in cui la Dottrina Monroe si trasformò da scudo anticoloniale in un vero dispositivo di ingegneria politica regionale.

Parallelamente, le economie latino-americane furono vincolate a un rapporto monetario sbilanciato con il dollaro. I regimi di cambio fisso adottati da molti Paesi soffocarono le loro capacità di reagire agli shock esterni. Quando l’Argentina decise di rompere il legame con il dollaro, la moneta crollò e i titoli di Stato si azzerarono in poche settimane: un caso emblematico di come la dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti potesse diventare una trappola economica e sociale.

Da questa lunga traiettoria emerge un monito ancora attuale. Ogni volta che una grande potenza assume il ruolo di tutore esclusivo di una regione, imponendo modelli politici ed economici dall’alto, lo fa per proteggere sé stessa, non gli altri. Indipendentemente dalle simpatie geopolitiche—che siano filoamericane, filoeuropee o filocinesi—resta evidente che ogni forma di tutela unilaterale genera instabilità, dipendenza e nuove forme di neocolonialismo. Questa, più di ogni altra, è la lezione della storia: un potere che non incontra limiti finisce sempre per erodere se stesso e l’ordine che pretende proteggere.

Oggi

Il 4 dicembre 2025, il Presidente Donald J. Trump ha pubblicato la nuova National Security Strategy, il documento che definisce la visione statunitense nelle relazioni internazionali ed espone ciò che la sua amministrazione considera essenziale per la sicurezza e la prosperità del Paese. Intitolata “America in a Dangerous World”, la strategia segna l’avvio formale della dottrina con cui gli Stati Uniti intendono confrontarsi con un mondo percepito come instabile e sempre più competitivo.

Nella sua nota introduttiva, Trump riassume in poche righe ciò che viene poi dettagliato nelle sezioni successive: una lettura del sistema internazionale suddivisa per aree geografiche, ciascuna valutata secondo la misura degli interessi vitali americani. Non più un approccio universale o missionario, ma una classificazione del mondo orientata alla protezione economica, alla deterrenza militare e alla riduzione degli impegni considerati secondari o non redditizi per la nazione.

Questa dottrina rappresenta una svolta importantissima rispetto alle amministrazioni precedenti. Da Bush senior a Clinton, da Obama fino a Biden, la politica estera degli Stati Uniti è stata guidata dall’idea che Washington dovesse assumere un ruolo di garante dell’ordine globale, intervenendo nelle crisi regionali, sostenendo la diffusione dei valori democratici e assicurando stabilità ai mercati internazionali. Trump capovolge questa logica e afferma che l’impegno americano deve concentrarsi esclusivamente su ciò che incide in modo diretto e tangibile sulla sicurezza, sull’economia e sulla sovranità nazionale.

In sostanza, la nuova strategia sostiene che gli Stati Uniti non debbano più farsi carico di ogni crisi del pianeta, ma selezionare con rigore priorità e risorse: un’impostazione che trasforma l’“America First” da slogan politico a principio operativo nella gestione delle relazioni internazionali.

Europa – NSS 2025

Nella nuova strategia di sicurezza nazionale, l’Europa non è più il fulcro dell’architettura internazionale degli Stati Uniti, ma una regione da valutare in funzione del contributo che può offrire alla sicurezza americana. La dottrina afferma che, dopo decenni in cui Washington ha sostenuto i costi principali della difesa europea, gli alleati devono ora assumersi una parte molto più significativa delle responsabilità. L’era in cui gli Stati Uniti si consideravano il pilastro indispensabile della sicurezza del continente è presentata come un modello obsoleto, nato dalla Guerra Fredda e mantenuto per inerzia politica.

Il documento sottolinea che la NATO conserva un valore strategico, ma solo se gli alleati europei dimostrano di essere capaci di contribuire realmente al mantenimento della sicurezza comune. L’obiettivo non è più la proiezione collettiva verso l’esterno, ma la riduzione dei costi americani e la riallocazione delle risorse verso priorità interne. L’Europa viene così invitata — con insistenza — a raggiungere e superare la soglia del 2% del PIL per la difesa, condizioni minime per continuare a beneficiare del legame transatlantico.

In questa visione, le relazioni USA-UE si spostano dal terreno dei valori condivisi a quello degli scambi equilibrati: partnership sì, ma solo se reciprocamente vantaggiosa. Gli Stati Uniti dichiarano esplicitamente di non voler più sostenere il peso finanziario della difesa europea, né di intervenire automaticamente nelle crisi regionali del continente. Il messaggio, pur non espresso in termini conflittuali, è chiaro: l’Europa deve dimostrare di essere un attore autonomo, capace di difendere i propri confini e di contribuire alla stabilità internazionale con mezzi propri.

Sarebbe utile vedere un’Europa che finalmente decide quale identità indossare. Per quanto riguarda la Russia, la strategia è quella di cautela e deterrenza. Il sostegno all’Ucraina non viene presentato come un impegno indefinito: l’aiuto americano deve essere circoscritto, controllato e valutato sulla base di un ritorno diretto per la sicurezza degli Stati Uniti. L’obiettivo non è più “rimodellare” l’Est europeo, ma impedire che la crisi si trasformi in un costo strategico e finanziario eccessivo per Washington. (Trump, nonostante le buone notizie di miglioramenti, ha troppi fronti aperti, e quello interno è il più gravoso in questo momento di crisi finanziaria, inflazione, e licenziamenti massivi).

Nel complesso, l’Europa appare nella dottrina come una regione importante ma non più prioritaria: un partner utile, non un progetto da guidare. La stabilità del continente viene considerata desiderabile, ma non al punto da giustificare interventi americani illimitati o investimenti senza ritorno. È la fine dell’Europa come “alleato privilegiato” degli Stati Uniti e l’inizio di una relazione più transazionale, in cui la continuità dell’alleanza dipende dall’impegno europeo nel garantirne il peso militare ed economico.

Medio Oriente – NSS 2025

Nella nuova strategia, il Medio Oriente non è più il teatro privilegiato della proiezione militare americana come lo è stato per oltre vent’anni dopo l’11 settembre. Trump afferma che gli Stati Uniti non devono più sostenere conflitti prolungati, né impegnarsi in operazioni di “nation building” che non portino benefici diretti alla sicurezza nazionale. L’obiettivo principale diventa evitare che la regione torni a essere una fonte di minacce terroristiche e proteggere gli interessi energetici americani, oggi però ridimensionati dall’autosufficienza interna.

Il sostegno tradizionale a Israele rimane fermo, ma viene descritto come parte di una partnership strategica, non come un impegno aperto e illimitato. Nei confronti dell’Iran, la strategia si concentra sulla deterrenza e sulla pressione economica, più che sul coinvolgimento militare diretto. L’approccio ai Paesi arabi è pragmatico: cooperazione dove utile agli interessi americani, nessuna ambizione di rimodellare la regione dal punto di vista politico o democratico. Prendiamo come esempio la Siria, ultimo dei paesi ad aver trovato un inizio di stabilità. Washington chiarisce di non voler riaprire un capitolo di intervento militare diretto nel Paese, in linea con il rifiuto più ampio di impegnarsi in conflitti prolungati. Nonostante la presenza russa e iraniana sia riconosciuta come un fattore di instabilità, non giustifica un maggiore coinvolgimento americano. La Siria diventa dunque un caso emblematico: una minaccia da contenere a distanza, non una crisi da affrontare con operazioni sul campo o strategie di ricostruzione politica.

Nel complesso, il Medio Oriente passa da priorità assoluta a regione da stabilizzare con il minimo costo possibile, evitando nuove guerre e puntando a contenere le minacce senza espandere il ruolo militare degli Stati Uniti.

La nuova NSS non lascia spazio a interpretazioni: il baricentro della politica estera americana si sposta ufficialmente nel suo emisfero occidentale, e diventa priorità assoluta. È un cambiamento atteso da anni, che riflette l’idea — cara all’amministrazione Trump — che gli interessi strategici debbano essere difesi innanzitutto nel proprio vicinato. La strategia formalizza ciò che già si era intravisto nell’azione di governo: l’approccio “Enlist and Expand”, volto a controllare i flussi migratori, frenare l’espansione dei cartelli della droga, contenere l’influenza di attori ostili e rafforzare le catene di approvvigionamento critiche. Ma soprattutto introduce una dimensione economica ambiziosa, che mira a stimolare nuovi investimenti americani nella regione, riconoscendo che una solida base economica interna è parte integrante della sicurezza nazionale. La NSS fornisce dunque una cornice strategica per un ruolo più attivo del governo statunitense in questi settori e invita a una mobilitazione coordinata di tutte le istituzioni federali per tradurre questa visione in azione concreta.


𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨? 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?

di Claudio Bertolotti.

Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.

Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.

Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.

Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.

Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.

A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.

In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.