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Le infiltrazioni “Pro-pal” e del “pacifismo antagonista”: uno strumento di influenza di Iran e Russia?

di Claudio Bertolotti

Dalla disinformazione alla guerra cognitiva: influenza esterna, polarizzazione dell’opinione pubblica e resilienza della coesione nazionale

La disinformazione non va più letta come semplice diffusione di «notizie false», ma come componente di una strategia più ampia di influenza, finalizzata a modificare percezioni, emozioni collettive, fiducia istituzionale e coesione sociale. Russia e Iran operano con modelli diversi ma convergenti: Mosca attraverso una diplomazia pubblica strutturata, culturale, digitale e istituzionale; Teheran attraverso una strategia «a spettro completo» che combina narrazione emotiva, infrastrutture religiose e associative, reti digitali, plausibile negabilità e, nei casi più critici, interfacce criminali o micro-proxy locali.

1. Il nuovo campo di battaglia è la percezione

La coesione nazionale non è oggetto di aggressioni solamente con attacchi informatici, pressioni energetiche o minacce militari, ma viene erosa più lentamente, e spesso più efficacemente, attraverso la manipolazione della percezione pubblica, la polarizzazione del dibattito e la delegittimazione delle istituzioni.

La guerra cognitiva agisce su informazione, emozione, identità e fiducia, con l’obiettivo – non di convincere tutti – di frammentare il campo sociale, creare dubbio, moltiplicare narrazioni incompatibili e rendere più difficile una risposta pubblica condivisa. Nel caso russo – come ho avuto modo di approfondire nel mio articolo “La diplomazia pubblica russa nella guerra cognitiva: attori, narrazioni e strumenti digitali” – questa dinamica si colloca all’interno della conflittualità ibrida, nella quale informazione, percezione e influenza culturale assumono valore strategico.

2. La Russia e la diplomazia pubblica come influenza ibrida

La Russia non usa soltanto propaganda bensì un ecosistema che sfrutta le dimensioni identitaria, della memoria storica, culturale, istituzionale, mediatica, dei social network, della diplomazia digitale e delle narrazioni anti-occidentali.

Il concetto di Russkij Mir – il «Mondo Russo» – opera come dispositivo ideologico che tende non solo a una promozione culturale, ma a creare e consolidare una cornice geopolitica che legittimi la protezione delle comunità russofone e, in prospettiva, l’intervento politico o militare narrativamente a tutela delle stesse. A questo si affiancano strumenti istituzionali come la Fondazione Russkij Mir, Rossotrudnichestvo, il Gorchakov Fund, la Chiesa ortodossa russa, i media statali e le piattaforme digitali.

La diplomazia digitale russa sfrutta così i social media, crea e diffonde i contenuti di portali informativi alternativi e piattaforme digitali per veicolare narrazioni filo-russe, per alimentare il dubbio, per polarizzare l’opinione pubblica e per delegittimare le narrazioni occidentali. Il caso italiano dell’operazione «Dalla Russia con amore» è utile come esempio di convergenza fra assistenza umanitaria, propaganda, disinformazione e potenziale raccolta informativa in un contesto di emergenza.

La Russia, così facendo, non cerca soltanto di raccontare una versione alternativa dei fatti ma cerca di costruire un ambiente informativo nel quale la verità diventa negoziabile, la fiducia istituzionale diventa fragile e la coesione democratica diventa vulnerabile.

3. L’Iran e la strategia d’influenza «a spettro completo»

L’Iran, dopo il 7 ottobre 2023, ha aggiornato il proprio repertorio di influenza, saldando la guerra di Gaza a un meta-frame emotivo basato sui concetti di «Occidente contro Islam», «genocidio», «ipocrisia occidentale», vittimizzazione dei musulmani, delegittimazione di Israele e degli oppositori in esilio, erosione della fiducia civica e della coesione sociale europea.

Ne ho parlato in maniera dettagliata nel mio articolo “Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea” in cui evidenzio l’esistenza di tre livelli: il primo, la costruzione di una narrazione emotiva; il secondo, l’uso selettivo di infrastrutture religiose e associative; il terzo, l’esternalizzazione tattica della coercizione a reti criminali locali. L’obiettivo è polarizzare il discorso pubblico europeo, alimentare l’antisemitismo, delegittimare oppositori in esilio ed erodere fiducia civica e coesione sociale, mantenendo la plausibile negabilità.

La componente mediatico-digitale è centrale: PressTV e HispanTV producono contenuti multilingue, poi distribuiti su piattaforme più permissive come Telegram e Rumble, amplificati da reti inautentiche, siti proxy e adattamenti linguistici alle diverse audience europee.

4. Il nodo pro-Pal: protesta legittima, sfruttamento ostile e radicalizzazione del frame

È essenziale distinguere fra protesta legittima, critica politica, mobilitazione pro-palestinese e sfruttamento ostile di quelle mobilitazioni da parte di attori statali o para-statali. Il problema non è l’esistenza del dissenso di per sè, ma la sua cattura narrativa, la sua amplificazione artificiale e, in alcuni casi, il suo legame a reti radicali, antagoniste, comunitarie o criminali.

Quello che pongo in evidenza nel mio articolo è che il fatto che il caso iraniano non si limiti alla propaganda su Gaza, ma cerchi di trasformare un conflitto esterno portandolo verso una polarizzazione interna europea seguendo una chiara e definita sequenza che parte dalla costruzione della cornice emotiva, passa attraverso il radicamento attraverso reti comunitarie e piattaforme digitali e arriva all’eventuale impiego di micro-proxy locali per azioni dimostrative o violente. In questa prospettiva, la narrazione non rimane online ma tende a trasformarsi in mobilitazione, pressione sociale, intimidazione, radicalizzazione identitaria e, nei casi più estremi, violenza.

Il punto non è più, dunque, criminalizzare la protesta, bensì impedire che la protesta si imponga come un’infrastruttura inconsapevole di una strategia ostile di influenza.

5. Russia e Iran: due modelli diversi, una convergenza strategica

Schema comparativo, che evidenzia la convergenza dei due approcci: entrambi gli attori, Russia e Iran, operano su quella che possiamo identificare come la vulnerabilità più rilevante dei paesi democratici, ossia la fiducia: nelle istituzioni, nei media, nella comunità nazionale, nella legittimità dell’azione pubblica e nella possibilità stessa di distinguere tra informazione, propaganda e manipolazione.

Elemento Russia Iran
Leva principale Diplomazia pubblica, cultura, memoria, identità, media, istituzioni. Frame emotivo-religioso-politico, Gaza, anti-occidentalismo, antisemitismo, diaspora, reti comunitarie, piattaforme digitali.
Obiettivo Legittimare la postura geopolitica russa, delegittimare l’Occidente, alimentare sfiducia verso istituzioni democratiche. Polarizzare il discorso pubblico europeo, delegittimare oppositori, rafforzare la proiezione ideologica e ridurre i costi di attribuzione.
Metodo Soft power ibridato con disinformazione, diplomazia digitale e, in contesti di crisi, penetrazione informativa. Influenza «a spettro completo», con narrazione, reti associative, media statali, piattaforme permissive e potenziale outsourcing criminale.

6. Il rischio principale: erosione della coesione nazionale

La minaccia non è soltanto informativa. È sociale, politica e istituzionale poiché la disinformazione produce effetti cumulativi: sfiducia nelle istituzioni, radicalizzazione delle identità, delegittimazione dell’avversario, frammentazione del dibattito pubblico, sospetto permanente verso media e autorità, vulnerabilità delle comunità diasporiche, normalizzazione dell’odio politico o religioso.

Nel modello iraniano, la minaccia emerge quando propaganda, economie criminali e nodi comunitari si fondono; per questo occorre separare narrazione e coercizione, tagliando l’accesso ai «fornitori» di violenza e delegittimando le interfacce organizzative che trasformano il frame in azione.

7. Risposta strategica: dalla contro-disinformazione alla resilienza cognitiva

Non basta smontare le fake news una per una. Occorre rafforzare la resilienza cognitiva del sistema democratico. Come è dunque possibile definire le possibili linee di risposta? Proviamo a identificare alcune opzioni rilevanti.

  • L’alfabetizzazione informativa, non intesa come educazione generica ai media, ma come capacità di riconoscere frame ostili, manipolazione emotiva, falsi dilemmi, contenuti coordinati e amplificazione artificiale.
  • La trasparenza istituzionale rapida. Il vuoto informativo è lo spazio operativo della disinformazione.
  • La protezione delle comunità vulnerabili. Diaspore, minoranze religiose, giovani e ambienti digitali polarizzati non vanno trattati come minacce, ma come spazi da proteggere da infiltrazione, radicalizzazione e sfruttamento.
  • L’integrazione fra sicurezza interna, intelligence, diplomazia pubblica, scuola, università, media e società civile.
  • La risposta europea coordinata. Le reti di influenza non rispettano confini nazionali; una risposta solo nazionale rischia di essere tardiva, frammentata e facilmente aggirabile.

L’osservazione dello scenario sociale, politico e informativo, ci propone un fenomeno in via di evoluzione e trasformazione. La disinformazione è solo la superficie visibile di un fenomeno più profondo, cioè la competizione per il controllo razionale dell’informazione. Russia e Iran non cercano semplicemente di convincere le opinioni pubbliche europee, ma cercano di dividere, disorientare e rendere più costosa e lenta ogni decisione collettiva. La difesa della coesione nazionale, dunque, non è censura, non è propaganda di segno opposto, non è repressione del dissenso; al contrario, è capacità democratica di distinguere tra conflitto politico legittimo e manipolazione ostile, tra protesta e strumentalizzazione, tra pluralismo e frammentazione indotta. In questo spazio si misura oggi la vera resilienza delle democrazie europee.


#Iran Briefing analitico

L’analisi si basa sull’intervista approfondita che Andrea Molle (Chapman University e START InSight) ha rilasciato a RaiNews, 2 marzo 2026 e che potete leggere per intero QUI

Andrea Molle valuta l’escalation Iran–Israele/USA come altamente instabile e potenzialmente regionale per tre fattori convergenti:

  1. frammentazione interna iraniana dopo la “decapitazione” della leadership;
  2. attivazione semi-autonoma delle reti proxy;
  3. forte rischio economico globale legato a Hormuz e alla volatilità energetica.

Il quadro complessivo è quello di una crisi non lineare, in cui la perdita di controllo centrale può rendere il sistema contemporaneamente più debole e più pericoloso.


Vuoto di potere a Teheran

Valutazione chiave: rischio elevato di imprevedibilità strategica.

  • La rimozione simultanea dei vertici iraniani crea frattura verticale nella catena di comando e frammentazione orizzontale tra centri di potere.
  • La Guida Suprema è il perno che coordina clero, IRGC, magistratura ed economia parastatale; la sua assenza interrompe il meccanismo di arbitrato interno.
  • La successione in condizioni di guerra può alimentare competizione tra:
    • fazioni pragmatiche (stabilizzazione/negoziato)
    • settori radicali, soprattutto nei Pasdaran (risposta massimalista).
  • Senza una leadership riconosciuta aumenta il rischio di segnali incoerenti verso l’esterno.

Implicazione: la deterrenza diventa instabile perché l’Iran può apparire “più debole ma più pericoloso”.


Reti proxy e rischio di guerra multi-fronte

Valutazione chiave: escalation regionale possibile anche senza regia centrale.

Molle descrive l’“Asse della Resistenza” come un ecosistema decentrato, non un comando unificato.

Meccanismi principali

a) Pre-delega operativa

  • Molte risposte sono di fatto pre-autorizzate.
  • I proxy possono agire autonomamente per dimostrare credibilità.

b) Autonomia differenziata

  • Il controllo iraniano è diseguale.
  • Alcuni attori hanno sufficiente autonomia per scegliere tempi e intensità.

c) Saturazione strategica per Israele e USA
Fronti simultanei possibili:

  • nord Israele (Hezbollah)
  • Mar Rosso e shipping (Houthi)
  • basi USA in Iraq e Golfo (milizie sciite)

Anche se ogni fronte è gestibile singolarmente, la simultaneità crea attrito cumulativo.

d) Escalation competitiva
La decentralizzazione può aumentare, non ridurre, il rischio perché ogni gruppo vuole dimostrare efficacia.


Possibile coinvolgimento delle monarchie del Golfo

Valutazione chiave: coinvolgimento probabile ma soprattutto in forma “difensiva-espansiva”.

  • Arabia Saudita ed Emirati preferiscono stabilità ma la neutralità regge solo finché non sono colpiti direttamente.
  • Il trascinamento può avvenire senza decisione formale di entrare in guerra, attraverso:
    • cooperazione ISR
    • difesa aerea attiva
    • supporto logistico alle forze USA.
  • Gli attacchi iraniani accelererebbero una “NATO-izzazione funzionale” del GCC (integrazione difesa aerea e early warning).

Rischio: maggiore integrazione con USA (e tecnicamente con Israele) potrebbe provocare ulteriori ritorsioni iraniane.


Stretto di Hormuz come detonatore globale

Valutazione chiave: scenario di shock energetico sistemico.

  • Attraverso Hormuz passa circa un quinto dei consumi mondiali di liquidi petroliferi (~20 milioni b/g).
  • Una chiusura colpirebbe anche ~20% dell’export globale di LNG (Qatar e UAE).
  • Le pipeline alternative coprono solo una frazione dei flussi.

Paesi più vulnerabili

Petrolio (ordine di esposizione):

  • India — tra i più esposti per dipendenza e scorte limitate
  • Corea del Sud — alta dipendenza industriale
  • Giappone — molto dipendente ma con grandi riserve
  • Cina — grande esposizione in volume ma più capacità di assorbimento

Gas (LNG):

  • Pakistan
  • Bangladesh
  • in parte India

Europa: più esposta sul prezzo marginale che sulla disponibilità immediata.


Mercati finanziari come moltiplicatore di escalation

Valutazione chiave: l’economia può spingere verso posture più dure.

Secondo Molle, la volatilità non è solo conseguenza ma driver autonomo della crisi.

Catena di effetti

  1. Aumento petrolio → inflazione → pressione su famiglie
  2. Banche centrali più restrittive → spazio fiscale ridotto
  3. Governi sotto stress interno → meno flessibilità diplomatica

Ne deriva una dinamica perversa:

  • la de-escalation può apparire politicamente debole
  • cresce l’incentivo a mostrare fermezza militare per rassicurare mercati e opinione pubblica.

Insight chiave: i mercati reagiscono in tempo reale, la diplomazia è lenta — questo accorcia la finestra negoziale.


Valutazione implicita sulla strategia USA

Molle suggerisce un dubbio strategico:

  • gli obiettivi dell’azione americana possono essere chiari
  • ma resta incerto se esista un piano credibile per il “day after” (gestione del vuoto di potere, proxy, mercati).

Assessment complessivo

Probabilità di escalation regionale: significativa.

Driver principali:

  • frammentazione decisionale iraniana
  • autonomia operativa dei proxy
  • rischio di saturazione multi-fronte
  • vulnerabilità dei choke point energetici
  • pressione dei mercati finanziari sui decisori politici

Elemento più pericoloso: la combinazione di decentralizzazione militare + shock economico, che può produrre escalation per inerzia più che per scelta deliberata.


Investimenti nella Difesa – analisi della situazione in Italia

di Andrea Molle

Negli ultimi mesi la discussione sulla spesa militare italiana è tornata al centro del dibattito internazionale, soprattutto dopo che il governo ha comunicato un significativo aumento del bilancio della difesa per il futuro. Secondo un’analisi pubblicata da Defense News, il documento previsionale porterebbe la spesa complessiva a circa 45,3 miliardi di euro, con un incremento netto superiore ai 14 miliardi rispetto all’anno precedente e un apparente raggiungimento del 2% del PIL raccomandato dalla NATO. Tuttavia, l’osservazione più rilevante sollevata da molti economisti riguarda la mancanza di chiarezza su come tale obiettivo sia stato effettivamente realizzato: buona parte dell’aumento sembrerebbe derivare da una riclassificazione di voci di bilancio precedentemente allocate ad altri settori, incluse spese per personale in quiescenza, attività di sicurezza interna, programmi di cooperazione e capitoli relativi al cyber e allo spazio. Il rischio è che, senza una riforma complessiva del comparto Difesa, la crescita nominale della spesa non corrisponda a un incremento reale delle capacità operative.

La questione deve essere comunque contestualizzata all’interno di una tendenza più ampia. Negli ultimi dieci anni l’Italia ha progressivamente aumentato gli investimenti in difesa, passando da un livello stabile intorno all’1,2–1,3% del PIL a una crescita costante dopo il 2020. Le pressioni internazionali – dalla guerra in Ucraina al deterioramento delle condizioni di sicurezza nel Mediterraneo allargato – hanno spinto l’intero continente europeo verso un riarmo generalizzato. In questo quadro, l’Italia è chiamata a colmare un gap accumulato per decenni, soprattutto in termini di ammodernamento degli equipaggiamenti, manutenzione, munizionamento e prontezza operativa. La partecipazione continuativa a missioni NATO, UE e ONU – dai Balcani al Libano, dal Corno d’Africa al Mediterraneo centrale – richiede mezzi e capacità adeguati, mentre la crescente instabilità nel Sahel e le dinamiche migratorie rendono sempre più complessa la gestione del fronte meridionale della NATO, di cui l’Italia è attore centrale.

L’analisi delle fonti disponibili suggerisce però che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese. Il nodo principale riguarda la qualità della spesa. Secondo le stime del SIPRI e dei principali osservatori internazionali, l’Italia continua a investire una quota relativamente limitata in procurement e ricerca e sviluppo, mentre una parte significativa del bilancio è assorbita dal personale, una voce strutturalmente difficile da comprimere. Gli alleati tendono a valutare non soltanto la percentuale del PIL investita, ma soprattutto la capacità di generare effetti militari concreti: interoperabilità, mobilità, logistica, forza aerea pienamente operativa, sistemi di difesa integrata, dotazioni navali moderne. In assenza di una strategia chiara su come allocare le nuove risorse, il rischio è che lo scatto al 2% rimanga, almeno in parte, un esercizio contabile.

L’analisi delle fonti disponibili suggerisce che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese.

Il margine di incertezza cresce se consideriamo l’evoluzione della dottrina NATO. Dopo il cambio di postura internazionale di Washington, l’Alleanza ha identificato la soglia del 2% non più come un traguardo finale, ma come un livello minimo, con la proiezione verso una difesa europea più autonoma e capace di assorbire i costi di un conflitto ad alta intensità. Alcune analisi prospettano che, entro il 2035, la spesa combinata in difesa e resilienza debba avvicinarsi al 3,5–4% del PIL per molti Paesi europei, soprattutto se l’industria dovrà supportare un ciclo di produzione continuo. In questo scenario, la sostenibilità del modello italiano diventa un tema cruciale. Con un debito pubblico elevato e una pressione costante sulla spesa sociale, un incremento permanente della spesa militare richiede una programmazione trasparente e politicamente condivisa.

La nuova fase geopolitica mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale

Il tema è particolarmente urgente per un Paese che, negli ultimi vent’anni, ha interpretato il proprio ruolo internazionale soprattutto attraverso missioni di stabilizzazione, cooperazione civile-militare e diplomazia preventiva. L’Italia ha puntato tradizionalmente su capacità leggere, proiezione navale, operazioni di polizia internazionale e un impegno costante in aree come il Libano, il Mediterraneo centrale e i Balcani occidentali. La nuova fase geopolitica, tuttavia, mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale. Il passaggio da un modello a “bassa intensità” a uno orientato alla deterrenza ad alta intensità implica investimenti diversi, più costosi, più rapidi e tecnicamente più complessi. È lecito chiedersi se l’attuale riallocazione di fondi rifletta davvero questa trasformazione.

Al di là del dibattito tecnico, la questione dell’aumento della spesa militare solleva interrogativi politici e sociali che non possono essere elusi. In quale misura l’Italia vuole e può assumere un ruolo più incisivo nella NATO? Quali capacità desidera prioritizzare nei prossimi dieci anni? E soprattutto: è possibile garantire trasparenza, responsabilità e coerenza strategica in un settore che, per sua natura, rischia spesso di sfuggire al controllo dell’opinione pubblica? Finché non verranno pubblicati documenti più chiari sulla composizione della spesa, sugli obiettivi capacitivi e sulle eventuali ricadute industriali, il dibattito resterà inevitabilmente sbilanciato tra annunci politici e valutazioni tecniche parziali.

Ciò che è certo è che l’Italia si trova all’inizio di un percorso e non alla fine. La pressione internazionale non diminuirà, la competizione globale continuerà a crescere e il Mediterraneo rimarrà un teatro centrale di instabilità. La differenza tra una spesa militare sostenibile e una spesa puramente apparente dipenderà dalla capacità del Paese di trasformare i numeri di bilancio in strumenti reali di sicurezza, deterrenza e credibilità. Per ora siamo di fronte a un segnale forte, forse necessario, ma ancora privo di quella trasparenza e quella coerenza strategica che un alleato pienamente affidabile della NATO dovrebbe poter mostrare.


Meno guerre, più business: la strategia di Trump tra Sud America e Asia

Commento alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale USA – seconda e terza parte

(leggi l’articolo precedente qui – prima parte)


di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

SECONDA PARTE

SUD AMERICA – NSS (National Security Strategy) 2025

Washington – Pechino e Mosca quali i contendenti?

Preambolo – La presenza di Cina e Russia in Sud America

Negli ultimi due decenni Cina e Russia hanno ampliato in modo significativo la loro influenza economica, politica e militare in Sud America, trasformando la regione in un nuovo spazio di competizione strategica. La Cina è oggi il primo partner commerciale di molti paesi sudamericani e investe massicciamente in infrastrutture, energia, estrazione di minerali critici, porti e reti digitali, spesso attraverso laBelt and Road Initiative (noi la conosciamo come la Via della Seta). La sua presenza non è soltanto economica: include satelliti, telecomunicazioni avanzate e accordi con governi locali capaci di creare dipendenze strutturali a lungo termine. Per Washington, questa penetrazione rappresenta un rischio perché porta una potenza rivale nel cuore dell’emisfero occidentale, proprio dove gli Stati Uniti hanno storicamente esercitato la loro leadership.

La Russia, pur con capacità economiche inferiori, mantiene una presenza politica e militare simbolicamente importante: cooperazione di sicurezza con Venezuela, Nicaragua e Cuba, esercitazioni congiunte, fornitura di armamenti, intelligence e supporto tecnologico. Per Mosca, il Sud America rappresenta uno strumento di proiezione asimmetrica del potere come risposta asimmetrica alle pressioni occidentali in Europa e nel Medio Oriente.

La crescente influenza di entrambe le potenze — una economica e tecnologica, l’altra militare e politica — viene interpretata dagli USA come una sfida diretta al loro ruolo storico nell’area. Per questo il Sud America riemerge nella strategia americana come un fronte critico della competizione globale, dove sicurezza interna, migrazione, energia e stabilità geopolitica sono percepiti come interconnessi alla presenza di attori rivali.

Ma cosa dice la National Security Strategy 2025, a riguardo?

“The affairs of other countries are of concern to us only if their activities directly threaten the national interests of the United States.”

Nella NSS 2025 la Casa Bianca dichiara esplicitamente che gli Stati Uniti reindirizzeranno la loro politica estera a favore della difesa degli interessi immediati nel continente americano, affermando che “Gli affari di altri paesi sono di nostra preoccupazione solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi nazionali” (pag 1).  Il documento esplicita un nuovo approccio regionale, affermando la volontà di “assert and enforce a ‘Trump Corollary’ to the Monroe Doctrine (aggiunge un corollario alla dottrina Monroe) per mantenere l’Emisfero Occidentale libero da “hostile foreign incursion or ownership of key assets” (presenze ostili straniere sia in termini di incursioni, che di proprietà di infrastrutture strategiche) e per garantire stabilità sufficiente a “prevenire la migrazione di massa, contenere i flussi di droga e proteggere rotte chiave”.

Il testo critica apertamente l’approccio globalista delle strategie precedenti, e afferma che “i giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano da soli l’ordine mondiale come Atlante sono finiti”. La nuova dottrina spinge per il controllo di rotte e frontiere nel proprio emisfero come elemento di sicurezza nazionale.

Per quanto riguarda la presenza cinese e della Russia, il documento modifica l’impostazione tradizionale: lo sforzo principale è di rebalance America’s economic relationship with China”, ovvero riequilibrare la relazione economica con Pechino su basi reciprocamente vantaggiose, mentre la competizione militare diretta è meno enfatizzata rispetto al passato.  Infine, la strategia sottolinea che il governo intende “controllare la migrazione, fermare i flussi di droga e rafforzare la stabilità e la sicurezza su terra e mare” attraverso una presenza rafforzata nel continente americano, includendo lo sviluppo delle capacità della Guardia Costiera e della Marina statunitense per contrastare traffici e infiltrazioni irregolari. Questa priorità strategica risuona profondamente con le parole pronunciate da María Corina Machado durante la cerimonia del Premio Nobel per la Pace 2025. Nel suo discorso, Machado ha denunciato come il regime venezuelano sia sostenuto non da una legittimità politica o popolare, ma da una rete di complicità criminali che lega il potere a narcotrafficanti, gruppi armati e interessi stranieri, descrivendo Maduro come il prodotto di un sistema in cui “la sovranità è stata svenduta a potenze esterne che utilizzano il Venezuela come piattaforma per le loro operazioni”. Pur senza usare formule sensazionalistiche, il messaggio è stato chiaro: la dittatura non sopravvive da sola, ma grazie al supporto di apparati cubani, milizie irregolari e reti di traffico che operano attraverso il territorio venezuelano e l’intera regione. (In questo contesto non va dimenticato che il narcotraffico che attraversa anche il Venezuela ha contribuito all’afflusso di droghe negli Stati Uniti, alimentando una crisi che, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), ha causato oltre 600.000 morti per overdose da oppioidi dal 1999 a oggi).

È proprio questa fusione tra autoritarismo e criminalità transnazionale che, secondo Machado, minaccia non solo il suo Paese ma la sicurezza dell’intero emisfero — la stessa minaccia che la NSS 2025 intende affrontare rafforzando il controllo delle rotte marittime, la cooperazione con gli alleati e la pressione sui regimi che fungono da piattaforme per il narcotraffico e l’ingerenza straniera. In questo senso, le parole del Nobel e la strategia americana convergono su un punto cruciale: stabilità democratica e sicurezza regionale non possono essere raggiunte senza smantellare le reti che alimentano traffici illeciti e sostengono regimi autoritari.

Ma come farà Trump a sradicare la presenza cinese dal Sudamerica dopo gli investimenti miliardari già compiuti?

Nella National Security Strategy 2025, l’amministrazione Trump non parla di cancellare direttamente gli investimenti cinesi già presenti in Sud America — operazione realisticamente inattuabile — ma delinea una strategia multilivello per ridurne progressivamente l’influenza e limitarne l’espansione futura. Attraverso l’applicazione del cosiddetto Trump Corollary, Washington afferma di voler mantenere l’emisfero occidentale libero dal controllo di potenze ostili su asset critici, scoraggiando in particolare la presenza cinese nei porti, nel 5G, (reti militari e di sicurezza, sistemi di sorveglianza urbana, automazione industriale, trasporti intelligenti, telemedicina, porti, logistica, comunicazioni governative), nelle infrastrutture energetiche e nelle filiere dei minerali strategici. L’obiettivo è sostituire la Belt and Road Initiative con alternative finanziarie e infrastrutturali statunitensi, rafforzando nel contempo la cooperazione militare, l’intelligence e la sicurezza con governi chiave come Colombia, Panama, Brasile e Cile. Parallelamente, gli Stati Uniti intendono usare strumenti economici, diplomatici e regolatori — dagli incentivi per progetti alternativi alle restrizioni su aziende cinesi — per rendere gli investimenti di Pechino meno appetibili e più rischiosi per i governi locali. In questo modo, la strategia mira a riaffermare la leadership americana nella regione non attraverso la revoca forzata dei progetti cinesi, ma creando un ambiente geopolitico in cui l’opzione USA torni a essere la più vantaggiosa, sostenibile e sicura per i partner sudamericani. Alcuni esperti di relazioni internazionali avvertono che tale approccio può rischiare di riproporre dinamiche di ingerenza geopolitica, ignorare le priorità interne dei paesi latinoamericani e interpretare i rapporti commerciali sovrani come minacce strategiche, invece di opportunità di sviluppo. Tale critica riflette la cautela di analisti che sottolineano la necessità di rispettare la sovranità regionale e prioritizzare lo sviluppo sociale ed economico locale piuttosto che costruire una rivalità di egemonia in quest’emisfero fra grandi potenze. La politica Monroe ha profondamente segnato diverse generazioni, dove le “corporations”, soprattutto quelle del mondo minerario non hanno mai usato guanti bianchi nel trattare le popolazioni locali, sia dal punto di vista retributivo con tutti i suoi corollari sia dal punto di vista sociale. Tante sono le pubblicazioni che denunciano il saccheggio delle miniere e dei beni naturali di cui il Sudamerica e il Caribe sono ricchi.  Questo trattamento ha causato risentimenti e asti tramandati alle generazioni più giovani. Quale moneta di scambio può offrire Trump a Cina e Russia per scalzarli e stabilire invece la sua presenza in Sudamerica?

TERZA PARTE

ASIA E AFRICA – NSS (National Security Strategy) 2025

Lo sceriffo non va in trasferta. Meno guerre, più affari

Mentre Trump si appropria del petrolio venezuelano, passiamo all’ultima area geografica di rilievo descritta nella National Security Strategy 2025: l’Asia.

Il documento della Casa Bianca evidenzia la necessità di prevenire conflitti nell’area indo-pacifica e di dissuadere comportamenti unilaterali suscettibili di alterare lo status quo regionale. Trump è un businessman e vuole fare affari. Non è interessato, nonostante la evidente corsa agli armamenti, la riorganizzazione delle forze armate, la creazione di una nuova branca spaziale, a usarle se non per “pacificare o dissuadere” possibili conflitti. Insomma, come tutti lo hanno già ampiamente definito, è uno sceriffo con la pistola e la pallottola in canna, ma non in trasferta.

Il vero tallone d’Achille dell’Indo-Pacifico è Taiwan: un territorio che la Cina rivendica come parte integrante della propria sovranità e che Washington difende de facto, pur senza un’alleanza formale, considerandolo un perno essenziale della stabilità regionale.

Gli Stati Uniti ribadiscono di non sostenere cambiamenti forzati dello status quo tra Cina e Taiwan, ma allo stesso tempo chiariscono che lavoreranno con i loro alleati regionali per mantenere una deterrenza credibile e una presenza strategica costante nell’area. In questo quadro, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia è considerata essenziale per contenere l’influenza cinese e garantire stabilità lungo la cosiddetta First Island Chain, la linea geografica che costituisce il principale punto di equilibrio militare e strategico tra Stati Uniti e Cina nel Pacifico.

Questo approccio si riflette anche in iniziative operative come la Quad Indo-Pacific Logistics Network: dall’8 al 12 dicembre, Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno condotto a Guam la loro prima esercitazione congiunta sul campo, rafforzando l’interoperabilità e capacità logistiche comuni per la risposta rapida a disastri su larga scala nella regione Indo-Pacifico. Un segnale di come la deterrenza regionale passi sempre più attraverso il coordinamento, la prontezza e la cooperazione selettiva, piuttosto che tramite dispiegamenti militari permanenti.

First and Second Island Chain

Dal punto di vista cinese la First Island Chain rappresenta una linea di contenimento strategico costruita dagli Stati Uniti lungo le sue coste orientali. Questa catena di isole — che include Giappone, Taiwan e Filippine — è percepita a Pechino come un ostacolo strutturale alla libertà marittima della Cina, in grado di limitare l’accesso diretto al Pacifico e di vincolare le operazioni della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione.

L’analisi evidenzia come, per la leadership cinese — e in particolare per Xi Jinping — la neutralizzazione della First Island Chain rappresenti una condizione necessaria per trasformare la Cina in una potenza marittima a pieno spettro. Finché questa linea rimane sotto l’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati, Pechino resta strategicamente “compressa” nei mari costieri, con effetti diretti sulla credibilità della deterrenza nucleare, in particolare per la sopravvivenza operativa dei sottomarini strategici, sulla sicurezza delle rotte commerciali e sulla capacità di proiezione militare a lungo raggio.

In questo quadro, Taiwan assume un valore che va ben oltre la dimensione politica o identitaria: controllare Taiwan significherebbe spezzare il punto centrale della First Island Chain, aprendo alla Cina l’accesso operativo al Pacifico occidentale.

Nella dottrina marittima cinese, la First Island Chain è considerata un vincolo strategico che limita l’accesso della Cina al Pacifico e condiziona la sua sicurezza nazionale; superarla è visto come un passaggio necessario per affermarsi come potenza marittima (dottrina navale cinese in “China’s Vision of Its Seascape”).

Per quanto riguarda gli alleati il trattamento si allinea a quello dell’Europa, ossia, nel nuovo ordine di America First, gli Stati Uniti spingono gli alleati in Asia, incluse Corea del Sud e Giappone, ad aumentare significativamente la propria spesa per la difesa e a prendere un ruolo più ampio nella deterrenza regionale. Questo rientra nella logica del “burden sharing” – di alleggerire gli Stati Uniti dal “peso” di garantire la sicurezza globale, chiedendo ai partner di contribuire direttamente alla protezione delle rispettive aree.

A differenza delle strategie precedenti, il testo del 2025 non menziona esplicitamente la Corea del Nord o la denuclearizzazione della penisola coreana, nonostante l’importanza di Pyongyang per la sicurezza regionale e le preoccupazioni diffuse su missili e armamenti. Alcune fonti riportano che questo vuoto è significativo: il documento enfatizza il ruolo degli alleati e il concetto di deterrenza nei confronti della Cina, ma non articola più la denuclearizzazione come un obiettivo primario nella sezione asiatica.

AFRICA

Anche sul fronte africano, tradizionalmente caratterizzato da elevata instabilità e complessità, la NSS 2025 conferma l’assenza di una strategia di coinvolgimento strutturato. La presidenza ribadisce il disinteresse per impegni militari estesi o di lungo periodo, come dimostrano anche i consistenti tagli ai programmi USAID. In quanto potenza prevalentemente marittima, gli Stati Uniti delineano un approccio selettivo, volto a limitare l’influenza di Cina e Russia senza assumersi oneri di stabilizzazione o sviluppo. L’Africa viene così declassata a spazio di competizione residuale, in cui Washington interviene in modo puntuale e strumentale, più per contenere i rivali che per costruire un ordine regionale.

Tuttavia, Washington è obbligata a mantenere una linea dura sul contrasto al terrorismo: gli Houthi, gruppo sostenuto dall’Iran e designato come organizzazione terroristica, hanno in ostaggio personale locale della Missione USA in Yemen.

In questo contesto si inserisce anche il cosiddetto “caso somalo del Wisconsin”, emerso a seguito delle indagini del Dipartimento del Tesoro statunitense sui fondi di assistenza legati alla pandemia di COVID-19. Le investigazioni hanno portato alla luce una frode di dimensioni eccezionali, con oltre un miliardo di dollari sottratti ai programmi pubblici di welfare. Secondo le autorità federali, parte di queste risorse sarebbe stata trasferita all’estero attraverso circuiti di money transfer, con flussi diretti verso la Somalia e reti riconducibili ad ambienti militanti, incluso Al-Shabaab, coinvolgendo segmenti della diaspora somala presenti in Stati come Wisconsin e Minnesota. Il caso ha sollevato interrogativi rilevanti sulla tracciabilità degli aiuti, sulla governance dei programmi pubblici e sui rischi di utilizzo distorto delle risorse destinate allo sviluppo e all’assistenza sociale.

“Per troppo tempo, la politica americana verso l’Africa si è concentrata prima sull’assistenza e poi sulla diffusione dell’ideologia liberale. Gli Stati Uniti dovrebbero invece puntare a partnership selettive con alcuni Paesi per attenuare i conflitti, favorire relazioni commerciali reciprocamente vantaggiose e passare da un paradigma di aiuto estero a uno basato su investimenti e crescita, capace di valorizzare le abbondanti risorse naturali e il potenziale economico latente del continente africano.

Le opportunità di coinvolgimento includono la negoziazione di soluzioni a conflitti in corso (come Repubblica Democratica del Congo–Ruanda e Sudan) e la prevenzione di nuovi conflitti (ad esempio nell’area Etiopia–Eritrea–Somalia), oltre a una revisione dell’approccio statunitense agli aiuti e agli investimenti, incluso l’Africa Growth and Opportunity Act (AGOA). Inoltre, gli Stati Uniti vogliono restare vigili rispetto alla ripresa dell’attività terroristica di matrice islamista in alcune aree del continente, evitando però qualsiasi presenza o impegno di lungo periodo. La strategia prevede quindi una transizione da una relazione basata sugli aiuti militari ed economici a una fondata su commercio e investimenti, privilegiando partnership con Stati affidabili e capaci, impegnati ad aprire i propri mercati a beni e servizi statunitensi. Un ambito immediato di investimento per gli Stati Uniti in Africa, con buone prospettive di ritorno economico, è il settore energetico e lo sviluppo dei minerali critici. Lo sviluppo di tecnologie energetiche sostenute dagli Stati Uniti — come il nucleare civile, il gas di petrolio liquefatto e il gas naturale liquefatto — può generare profitti per le imprese americane e rafforzare la competizione strategica per l’accesso a minerali critici e altre risorse”.

Con questa strategia, “Donald Trump ha consolidato la propria immagine di “Presidente della Pace”. Dopo il successo storico degli Accordi di Abramo nel suo primo mandato, nel secondo Trump ha fatto leva sulla sua capacità negoziale per ottenere risultati senza precedenti: otto conflitti risolti in soli otto mesi. Dalla normalizzazione tra Cambogia e Thailandia agli accordi tra Kosovo e Serbia; dalla mediazione tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda fino alla de-escalation tra Pakistan e India; dagli accordi tra Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, fino alla fine della guerra a Gaza con il ritorno di tutti gli ostaggi vivi alle loro famiglie”.

Al di là delle letture ideologiche, il messaggio della National Security Strategy 2025 è chiaro: meno interventismo, più negoziazione; meno esportazione di valori, più gestione degli interessi. La pace, in questa visione, non è il risultato di missioni infinite o di ordini morali globali, ma di accordi concreti, selettivi e funzionali alla stabilità. È questa la moneta politica che Trump rivendica come lascito: non un’America che domina ovunque, ma un’America che sceglie dove intervenire — e dove far parlare i “business deals”.



L’America torna a casa

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

PRIMA PARTE

Ieri

La nuova politica estera del Presidente Trump appare oggi molto più liberale di quanto la vecchia Dottrina Monroe avesse dichiarato agli inizi dell’Ottocento, e molti osservatori applaudono questa svolta. Per capire perché, occorre tornare alle origini. La Dottrina Monroe si fondava su due principi cardine: impedire ogni ulteriore colonizzazione europea nel continente americano e, allo stesso tempo, escludere qualsiasi intervento reciproco tra le potenze europee e gli Stati Uniti. “L’America agli americani”: niente colonialismo, niente ingerenze. Una visione che, almeno in teoria, includeva anche il Canada, dove il sistema parlamentare limitava l’influenza diretta britannica.

Eppure, già nel 1833, questo ideale mostrava la sua fragilità. Quando il Regno Unito riaffermò la sovranità sulle isole Falkland, Washington non intervenne, lasciando che l’Argentina gestisse da sola la contesa. Un’azione di rioccupazione, non di colonizzazione, certo, ma sufficiente a segnalare i limiti dell’ambizioso principio Monroe.

Le contraddizioni esplosero con maggiore evidenza durante la Guerra Civile americana. La corona spagnola approfittò del conflitto interno per riprendere il controllo della Repubblica Dominicana, mentre Napoleone III invase il Messico e installò Massimiliano d’Asburgo come sovrano fantoccio. Ma il punto di rottura arrivò il 15 febbraio 1898: la USS Maine, incrociatore corazzato tra i più moderni dell’epoca, saltò in aria nel porto dell’Avana durante una rivolta tra indigeni e sudditi spagnoli. La nave era ormeggiata lì per proteggere gli interessi americani; il suo affondamento scatenò un’ondata di indignazione negli Stati Uniti. “Remember the Maine, the hell with Spain”: in pochi mesi scoppiò la guerra ispano-americana, che pose fine alla presenza coloniale spagnola nel continente. Le Filippine avrebbero ottenuto l’indipendenza solo dopo la Seconda guerra mondiale; Cuba, invece, diventò formalmente indipendente nel 1934, ad eccezione di Guantánamo Bay, ancora oggi sotto controllo statunitense.

Il Novecento segnò il passaggio definitivo da un principio difensivo a una politica interventista. Gli Stati Uniti non si limitarono più a fare pressione diplomatica: entrarono nelle dinamiche interne di numerosi Paesi dell’America Latina, sostenendo o ostacolando governi a seconda della loro utilità strategica. Emblematica la vicenda del Cile: il progetto di Salvador Allende di nazionalizzare l’industria del rame—fondamentale per le multinazionali statunitensi—e il suo mancato allineamento ai modelli economici promossi da Washington crearono le premesse per il golpe di Augusto Pinochet, apertamente appoggiato dagli Stati Uniti. Fu solo uno dei molti episodi in cui la Dottrina Monroe si trasformò da scudo anticoloniale in un vero dispositivo di ingegneria politica regionale.

Parallelamente, le economie latino-americane furono vincolate a un rapporto monetario sbilanciato con il dollaro. I regimi di cambio fisso adottati da molti Paesi soffocarono le loro capacità di reagire agli shock esterni. Quando l’Argentina decise di rompere il legame con il dollaro, la moneta crollò e i titoli di Stato si azzerarono in poche settimane: un caso emblematico di come la dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti potesse diventare una trappola economica e sociale.

Da questa lunga traiettoria emerge un monito ancora attuale. Ogni volta che una grande potenza assume il ruolo di tutore esclusivo di una regione, imponendo modelli politici ed economici dall’alto, lo fa per proteggere sé stessa, non gli altri. Indipendentemente dalle simpatie geopolitiche—che siano filoamericane, filoeuropee o filocinesi—resta evidente che ogni forma di tutela unilaterale genera instabilità, dipendenza e nuove forme di neocolonialismo. Questa, più di ogni altra, è la lezione della storia: un potere che non incontra limiti finisce sempre per erodere se stesso e l’ordine che pretende proteggere.

Oggi

Il 4 dicembre 2025, il Presidente Donald J. Trump ha pubblicato la nuova National Security Strategy, il documento che definisce la visione statunitense nelle relazioni internazionali ed espone ciò che la sua amministrazione considera essenziale per la sicurezza e la prosperità del Paese. Intitolata “America in a Dangerous World”, la strategia segna l’avvio formale della dottrina con cui gli Stati Uniti intendono confrontarsi con un mondo percepito come instabile e sempre più competitivo.

Nella sua nota introduttiva, Trump riassume in poche righe ciò che viene poi dettagliato nelle sezioni successive: una lettura del sistema internazionale suddivisa per aree geografiche, ciascuna valutata secondo la misura degli interessi vitali americani. Non più un approccio universale o missionario, ma una classificazione del mondo orientata alla protezione economica, alla deterrenza militare e alla riduzione degli impegni considerati secondari o non redditizi per la nazione.

Questa dottrina rappresenta una svolta importantissima rispetto alle amministrazioni precedenti. Da Bush senior a Clinton, da Obama fino a Biden, la politica estera degli Stati Uniti è stata guidata dall’idea che Washington dovesse assumere un ruolo di garante dell’ordine globale, intervenendo nelle crisi regionali, sostenendo la diffusione dei valori democratici e assicurando stabilità ai mercati internazionali. Trump capovolge questa logica e afferma che l’impegno americano deve concentrarsi esclusivamente su ciò che incide in modo diretto e tangibile sulla sicurezza, sull’economia e sulla sovranità nazionale.

In sostanza, la nuova strategia sostiene che gli Stati Uniti non debbano più farsi carico di ogni crisi del pianeta, ma selezionare con rigore priorità e risorse: un’impostazione che trasforma l’“America First” da slogan politico a principio operativo nella gestione delle relazioni internazionali.

Europa – NSS 2025

Nella nuova strategia di sicurezza nazionale, l’Europa non è più il fulcro dell’architettura internazionale degli Stati Uniti, ma una regione da valutare in funzione del contributo che può offrire alla sicurezza americana. La dottrina afferma che, dopo decenni in cui Washington ha sostenuto i costi principali della difesa europea, gli alleati devono ora assumersi una parte molto più significativa delle responsabilità. L’era in cui gli Stati Uniti si consideravano il pilastro indispensabile della sicurezza del continente è presentata come un modello obsoleto, nato dalla Guerra Fredda e mantenuto per inerzia politica.

Il documento sottolinea che la NATO conserva un valore strategico, ma solo se gli alleati europei dimostrano di essere capaci di contribuire realmente al mantenimento della sicurezza comune. L’obiettivo non è più la proiezione collettiva verso l’esterno, ma la riduzione dei costi americani e la riallocazione delle risorse verso priorità interne. L’Europa viene così invitata — con insistenza — a raggiungere e superare la soglia del 2% del PIL per la difesa, condizioni minime per continuare a beneficiare del legame transatlantico.

In questa visione, le relazioni USA-UE si spostano dal terreno dei valori condivisi a quello degli scambi equilibrati: partnership sì, ma solo se reciprocamente vantaggiosa. Gli Stati Uniti dichiarano esplicitamente di non voler più sostenere il peso finanziario della difesa europea, né di intervenire automaticamente nelle crisi regionali del continente. Il messaggio, pur non espresso in termini conflittuali, è chiaro: l’Europa deve dimostrare di essere un attore autonomo, capace di difendere i propri confini e di contribuire alla stabilità internazionale con mezzi propri.

Sarebbe utile vedere un’Europa che finalmente decide quale identità indossare. Per quanto riguarda la Russia, la strategia è quella di cautela e deterrenza. Il sostegno all’Ucraina non viene presentato come un impegno indefinito: l’aiuto americano deve essere circoscritto, controllato e valutato sulla base di un ritorno diretto per la sicurezza degli Stati Uniti. L’obiettivo non è più “rimodellare” l’Est europeo, ma impedire che la crisi si trasformi in un costo strategico e finanziario eccessivo per Washington. (Trump, nonostante le buone notizie di miglioramenti, ha troppi fronti aperti, e quello interno è il più gravoso in questo momento di crisi finanziaria, inflazione, e licenziamenti massivi).

Nel complesso, l’Europa appare nella dottrina come una regione importante ma non più prioritaria: un partner utile, non un progetto da guidare. La stabilità del continente viene considerata desiderabile, ma non al punto da giustificare interventi americani illimitati o investimenti senza ritorno. È la fine dell’Europa come “alleato privilegiato” degli Stati Uniti e l’inizio di una relazione più transazionale, in cui la continuità dell’alleanza dipende dall’impegno europeo nel garantirne il peso militare ed economico.

Medio Oriente – NSS 2025

Nella nuova strategia, il Medio Oriente non è più il teatro privilegiato della proiezione militare americana come lo è stato per oltre vent’anni dopo l’11 settembre. Trump afferma che gli Stati Uniti non devono più sostenere conflitti prolungati, né impegnarsi in operazioni di “nation building” che non portino benefici diretti alla sicurezza nazionale. L’obiettivo principale diventa evitare che la regione torni a essere una fonte di minacce terroristiche e proteggere gli interessi energetici americani, oggi però ridimensionati dall’autosufficienza interna.

Il sostegno tradizionale a Israele rimane fermo, ma viene descritto come parte di una partnership strategica, non come un impegno aperto e illimitato. Nei confronti dell’Iran, la strategia si concentra sulla deterrenza e sulla pressione economica, più che sul coinvolgimento militare diretto. L’approccio ai Paesi arabi è pragmatico: cooperazione dove utile agli interessi americani, nessuna ambizione di rimodellare la regione dal punto di vista politico o democratico. Prendiamo come esempio la Siria, ultimo dei paesi ad aver trovato un inizio di stabilità. Washington chiarisce di non voler riaprire un capitolo di intervento militare diretto nel Paese, in linea con il rifiuto più ampio di impegnarsi in conflitti prolungati. Nonostante la presenza russa e iraniana sia riconosciuta come un fattore di instabilità, non giustifica un maggiore coinvolgimento americano. La Siria diventa dunque un caso emblematico: una minaccia da contenere a distanza, non una crisi da affrontare con operazioni sul campo o strategie di ricostruzione politica.

Nel complesso, il Medio Oriente passa da priorità assoluta a regione da stabilizzare con il minimo costo possibile, evitando nuove guerre e puntando a contenere le minacce senza espandere il ruolo militare degli Stati Uniti.

La nuova NSS non lascia spazio a interpretazioni: il baricentro della politica estera americana si sposta ufficialmente nel suo emisfero occidentale, e diventa priorità assoluta. È un cambiamento atteso da anni, che riflette l’idea — cara all’amministrazione Trump — che gli interessi strategici debbano essere difesi innanzitutto nel proprio vicinato. La strategia formalizza ciò che già si era intravisto nell’azione di governo: l’approccio “Enlist and Expand”, volto a controllare i flussi migratori, frenare l’espansione dei cartelli della droga, contenere l’influenza di attori ostili e rafforzare le catene di approvvigionamento critiche. Ma soprattutto introduce una dimensione economica ambiziosa, che mira a stimolare nuovi investimenti americani nella regione, riconoscendo che una solida base economica interna è parte integrante della sicurezza nazionale. La NSS fornisce dunque una cornice strategica per un ruolo più attivo del governo statunitense in questi settori e invita a una mobilitazione coordinata di tutte le istituzioni federali per tradurre questa visione in azione concreta.


𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨? 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?

di Claudio Bertolotti.

Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.

Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.

Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.

Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.

Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.

A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.

In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.


Istituzionalizzare la guerra irregolare: dentro la DoDI 3000.07 (2025)

di Andrea Molle dagli Stati Uniti

La nuova revisione 2025 della dottrina DoD Instruction 3000.07 segna un passo deciso nel rendere la Guerra Irregolare (Irregular Warfare, IW) una funzione stabile, finanziata e soggetta a valutazione delle Forze Armate statunitensi—al pari della guerra convenzionale. Convertendo la direttiva del 2014 in una istruzione, il documento va oltre le linee guida generiche: assegna responsabilità concrete, istituisce una governance dedicata e formalizza il Centro per la Guerra Irregolare (Irregular Warfare Center, IWC) come fulcro per conoscenza, formazione e cooperazione con i partner. Di seguito una lettura operativa su che cos’è, come funziona e perché conta.

Cosa fa la DoDI 3000.07

In sostanza, l’istruzione:

  • Definisce l’IW come l’ambito in cui attori statali e non statali perseguono coercizione e rassicurazione principalmente attraverso attività indirette, spesso non attribuibili e asimmetriche—in complemento, non in sostituzione, alle operazioni convenzionali.
  • Elenca il portafoglio IW, che comprende guerra non convenzionale; difesa interna estera (FID); controterrorismo e controinsurrezione; stabilizzazione; supporto del DoD al contrasto del finanziamento delle minacce e al contrasto della criminalità transnazionale; operazioni di supporto alle informazioni (MISO); affari civili; e porzioni di cooperazione in materia di sicurezza, assistenza alle forze di sicurezza, operazioni civili-militari e operazioni nell’ambiente informativo.
  • Colloca l’IW nella competizione strategica, sottolineando l’allineamento interagenziale (“whole-of-government”) e l’integrazione con alleati e partner per erodere la legittimità e l’influenza degli avversari, rafforzando al contempo quella dei partner.
  • Crea una governance durevole per pianificazione, allocazione di risorse, formazione, valutazione della prontezza e condivisione delle lezioni apprese—centrata su un IWC potenziato.

La logica di policy: IW come arte della competizione

L’istruzione tratta l’IW come una via principale per competere al di sotto della soglia del conflitto su larga scala. Invece di misurare il successo solo in termini di attrito sul nemico, pone l’accento su legittimità, influenza, accesso e capacità dei partner—fattori intangibili ma decisivi negli ambienti di sicurezza contesi. L’IW è incardinata nel diritto e nelle policy (ad es. Diritto dei conflitti armati; mitigazione dei danni ai civili) e riconosce le realtà interagenziali che talvolta collocano determinate attività in ambiti di autorità diversi dal Title 10.

Governance e ruoli: chi fa cosa

  • USD(P) (Sottosegretario alla Difesa per le Politiche) è l’integratore e il coordinatore della policy: allinea l’IW con la strategia nazionale, guida l’interazione interagenziale e internazionale e garantisce che operazioni, attività e investimenti (OAIs) corrispondano ai problemi prioritari.
  • ASD(SO/LIC) cura l’elaborazione quotidiana delle policy e la supervisione dell’insieme operazioni speciali/IW, inclusa la supervisione dell’IWC e la rendicontazione dei progressi.
  • Irregular Warfare Center (IWC) funge da cervello coordinatore e deposito centrale della conoscenza IW: dottrina e concetti, formazione e curricula, ricerca e lezioni apprese—al servizio di componenti del DoD, altre agenzie USA e partner stranieri.
  • DSCA opera come Agente Esecutivo dell’IWC—fornendo personale, budget, accordi e capacità contrattuali—e collega l’IW all’ecosistema della cooperazione in materia di sicurezza.
  • CJCS e Joint Staff valutano la prontezza congiunta per l’IW e le lacune, guidano l’integrazione globale e traducono i risultati in raccomandazioni per programmazione e sviluppo della forza.
  • Comandi Combattenti (CCMD) identificano i requisiti IW di teatro, la formazione e i bisogni linguistici/regionali; sviluppano approcci di sviluppo delle capacità dei partner che favoriscano missioni guidate dagli alleati con un’impronta USA leggera; e promuovono richieste di cambiamento DOTMLPF-P dal campo.
  • Dipartimenti delle Forze Armate istituzionalizzano l’IW come competenza di base, gestiscono programmi di addestramento e prontezza e mantengono capacità adeguate nelle formazioni—convenzionali e SOF.
  • USSOCOM assicura le capacità SOF peculiari dell’IW (incluse opzioni clandestine e non attribuibili) e la loro integrazione con la forza congiunta.
  • USCYBERCOM e USSPACECOM garantiscono che l’impresa IW possa sfruttare accesso, effetti e protezione nei domini cyber e spaziale; STRATCOM e USTRANSCOM contribuiscono con capacità specialistiche (effetti strategici non nucleari, trasporto non standard), mentre DIA/Intelligence della Difesa affinano strumenti analitici, tradecraft e formazione su misura per i problemi IW.

Formazione, prontezza e gestione della conoscenza

Una direttrice centrale dell’istruzione è il capitale umano. Le Forze e le scuole congiunte devono inserire l’IW nella formazione professionale militare (PME) e nell’addestramento pre-schieramento, con attenzione a lingua, competenze regionali e cultura, familiarità interagenziale e capacità di sviluppo dei partner. L’IWC cura e diffonde curricula e lezioni apprese, riducendo duplicazioni e accelerando l’adattamento. Valutazioni annuali collegano risultati e lacune IW al ciclo PPBE (pianificazione, programmazione, bilancio ed esecuzione) affinché l’IW non sia un ripensamento quando le risorse si fanno scarse.

Domini e abilitatori: cyber, spazio, informazione

La DoDI 3000.07 integra esplicitamente cyberspazio, spazio e le operazioni nell’ambiente informativo nella campagna IW. L’obiettivo non è “militarizzare” ogni problema, ma garantire che il pianificatore IW possa ottenere accesso, proteggere forze e partner, orientare i pubblici, esporre attività malevole e contrastare le narrazioni avversarie con strumenti congiunti, alleati e interagenziali. Si tratta tanto di difendere la legittimità dei partner quanto di degradare le reti avversarie.


Foto di Deniece Platt da Pixabay

Cosa cambia rispetto al 2014 e perché è importante

Tre novità sono particolarmente rilevanti:

  1. Da direttiva a istruzione. Il passaggio trasforma l’IW da orientamento a compito: responsabili nominati, tempistiche, valutazioni e integrazione nelle decisioni di risorse.
  2. Istituzionalizzazione dell’IWC. Il Centro diventa il tessuto connettivo di un’impresa prima frammentata—collegando policy, ricerca, formazione e coinvolgimento dei partner.
  3. Integrazione più profonda di cyber/spazio e informazione. L’istruzione riflette la realtà per cui l’IW moderna dipende da presenza e accesso persistenti—fisici, virtuali e cognitivi.

Insieme, questi cambiamenti mirano a rendere l’IW persistente, prevedibile e misurabile, invece che episodica e dipendente dalle persone.

Implicazioni pratiche

  • Per pianificatori e operatori: aspettatevi maggiore enfasi sulla campagna—sequenziare OAIs diverse per creare effetti strategici nel tempo, non eventi isolati. Le metriche di efficacia guarderanno a influenza, legittimità e capacità dei partner, non solo a output cinetici.
  • Per Forze e sviluppatori della forza: competenze e formazioni IW verranno pianificate e programmate, non improvvisate. I percorsi formativi dovranno fondere expertise regionale, operazioni d’influenza e abilitazione dei partner con l’integrazione SOF-forze convenzionali.
  • Per l’interagenzia: l’istruzione invita a un allineamento più stretto con diplomazia, sviluppo, forze dell’ordine e autorità finanziarie. Il DoD segnala la volontà di essere giocatore di squadra in competizioni complesse in cui gli strumenti militari sono necessari ma non sufficienti.
  • Per alleati e partner: attese maggiori investimenti in assistenza alle forze di sicurezza e sviluppo della capacità istituzionale, puntando a risultati guidati dai partner e sostenibili—soprattutto dove gli obiettivi strategici USA sono meglio serviti abilitando altri.
  • Per analisti e formatori: la funzione di knowledge dell’IWC dovrebbe facilitare l’accesso a curricula, casi e lezioni apprese di qualità, riducendo la distanza tra ricerca e pratica.

Rischi e questioni aperte

  • Misurare l’intangibile. Legittimità e influenza sono difficili da quantificare. Il successo dell’istruzione dipende dalla creazione di quadri valutativi credibili e utili alle decisioni, evitando incentivi distorti.
  • Seam di autorità. Attività al confine tra Title 10/Title 50 o tra DoD e agenzie civili possono generare attriti. Processi chiari e piani di campagna condivisi saranno vitali.
  • Concorrenza per le risorse. In bilanci stretti, l’IW deve dimostrare il proprio valore senza cannibalizzare la prontezza convenzionale. Il collegamento al ciclo di programmazione è promettente—ma solo se i leader lo fanno rispettare.
  • Politica dei partner. Sviluppare la capacità altrui è intrinsecamente politico e talvolta controverso. L’istruzione presuppone una solida governance, supervisione e due diligence sui diritti umani per proteggere interessi e valori USA.

In sintesi

La DoDI 3000.07 non mira a esaltare il “lato ombra” del conflitto. Mira a normalizzare la capacità degli Stati Uniti di condurre campagne con alleati e partner in spazi contesi, dove legittimità, influenza e accesso determinano gli esiti molto prima del combattimento su larga scala. Inserendo a sistema governance, formazione, valutazioni e integrazione tra domini—e valorizzando l’Irregular Warfare Center—l’istruzione offre ai professionisti un progetto realistico per competere e, quando necessario, combattere in modo irregolare con rigore e responsabilità.


Africa occidentale: laboratorio di guerra ibrida

di Andrea Molle

Negli ultimi anni l’Africa occidentale è tornata a occupare un ruolo centrale nelle dinamiche dell’instabilità globale. Una regione storicamente fragile, caratterizzata da istituzioni deboli, corruzione endemica e tensioni etniche, è divenuta oggi terreno d’azione privilegiato per attori non statali e potenze revisioniste. Due protagonisti ne incarnano le logiche più profonde: Hezbollah e il Gruppo Wagner, riorganizzato dopo la morte di Prigožin come Africa Corps sotto il diretto controllo del Ministero della Difesa russo. Apparentemente diversi, i due attori condividono una medesima strategia: proiettare potere e influenza attraverso canali non convenzionali, operando in quella zona grigia tra criminalità, politica e guerra per procura.

Hezbollah: la colonizzazione silenziosa

Per Hezbollah, l’Africa occidentale non rappresenta un fronte militare, ma un centro logistico e finanziario essenziale. Sfruttando la fitta rete della diaspora libanese, l’organizzazione ha costruito nel tempo una infrastruttura economica parallela basata su società di comodo, traffici illeciti e attività di riciclaggio. I proventi del commercio di diamanti, oro e opere d’arte, insieme a donazioni spesso estorte, alimentano le operazioni in Libano e in Siria, compensando la progressiva riduzione del sostegno iraniano. Attraverso l’uso di coperture consolari e diplomatiche, Hezbollah riesce a muoversi con relativa impunità, infiltrandosi nei circuiti economici e politici locali.

Questa strategia produce effetti profondamente corrosivi. La “colonizzazione economica” di Hezbollah mina la sovranità degli Stati africani, corrompe funzionari e imprenditori, e rende la distinzione tra legalità e illegalità sempre più sfumata. Il gruppo non conquista territori, ma colonizza economie, appropriandosi delle rendite e dei canali di intermediazione. È una penetrazione silenziosa, difficilmente riconducibile a uno schema tradizionale di minaccia terroristica, ma devastante nel lungo periodo perché erode dall’interno la capacità dello Stato di governare.

Wagner: la militarizzazione dell’influenza

Il Gruppo Wagner rappresenta invece la dimensione opposta: visibile, coercitiva e brutale. Operando in Mali, Sudan, Niger e Repubblica Centrafricana, Wagner è divenuto lo strumento principale della proiezione di potenza russa in Africa. Attraverso accordi formalmente commerciali o di sicurezza, offre protezione militare e sostegno propagandistico a regimi isolati in cambio di concessioni minerarie e influenza politica. Il caso del massacro di Moura nel 2022, in cui centinaia di civili furono uccisi, mostra come la presenza russa non porti stabilità ma ulteriore violenza, alimentando la narrativa jihadista del “nemico straniero”.

Con la trasformazione in Africa Corps, Mosca ha scelto di istituzionalizzare il modello Wagner, rendendolo parte integrante della propria architettura strategica. L’obiettivo è duplice: mantenere una presenza geopolitica diretta sul continente e al tempo stesso garantirsi un margine di negabilità politica. È una forma di imperialismo privatizzato, in cui la forza militare si fonde con la logica del profitto e del controllo delle risorse naturali.

Screenshot da un’inchiesta di Jeune Afrique sui crimini del gruppo Wagner, pubblicata il 24 giugno 2025

Un laboratorio di guerra ibrida

La coesistenza di Hezbollah e Wagner trasforma l’Africa occidentale in un laboratorio di guerra ibrida, dove terrorismo, criminalità organizzata e geopolitica delle grandi potenze si sovrappongono. Entrambi gli attori sfruttano le stesse vulnerabilità strutturali—l’assenza di governance, la debolezza istituzionale, l’emarginazione economica—e finiscono per alimentarsi a vicenda. Da un lato, le reti finanziarie di Hezbollah corrodono la legittimità economica degli Stati; dall’altro, il mercenariato russo altera gli equilibri politici e di sicurezza. Il risultato è una destabilizzazione multilivello che travalica i confini regionali.

Le conseguenze raggiungono anche l’Europa. Le reti di riciclaggio di Hezbollah si intrecciano con banche e società europee, mentre la proiezione russa in Africa fornisce a Mosca una leva strategica sulle catene di approvvigionamento energetiche e minerarie. Ignorare questi processi significherebbe lasciare che la periferia meridionale dell’Europa diventi un laboratorio di influenza ostile.

Verso un cambio di paradigma

La risposta europea finora è stata frammentata e insufficiente. Né la cooperazione militare né gli aiuti allo sviluppo possono da soli contrastare attori che agiscono su piani economici, politici e cognitivi. Il Piano Mattei promosso dall’Italia può essere un punto di partenza, ma deve evolvere in una strategia integrata che combini sicurezza, governance e finanza internazionale. Servono strumenti per rafforzare le istituzioni giudiziarie africane, migliorare i controlli contro il riciclaggio, e affrontare le cause strutturali della vulnerabilità: diseguaglianza, corruzione e dipendenza economica.

L’occasione italiana

Per l’Italia, la sfida è anche un’opportunità di leadership. Roma, grazie alla sua posizione geopolitica e alla credibilità diplomatica nel Mediterraneo allargato, può guidare una strategia europea verso l’Africa fondata su partenariati paritari e duraturi. Oltre al contributo militare, occorre investire in infrastrutture, formazione e sviluppo istituzionale, riducendo la dipendenza dei governi africani da attori opachi e coercitivi.

In definitiva, l’Africa occidentale rappresenta oggi un microcosmo dell’ordine mondiale emergente: un sistema in cui la sovranità è negoziata, la violenza è esternalizzata e l’influenza si esercita attraverso reti ibride di potere. Hezbollah e Wagner ne sono il simbolo. Per restare un attore credibile, l’Europa deve riconoscere che la sicurezza africana è parte integrante della propria sicurezza. Trascurarla significherebbe cedere spazio a chi, nell’ombra, ha già compreso quanto strategica sia diventata l’instabilità africana per i propri interessi.


Italia: il Documento Programmatico della Difesa (2025-2027)

Orientamenti strategici e sfide per la sicurezza nazionale

di Andrea Molle

Il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025–2027 si colloca in una fase di transizione geopolitica e strategica di grande complessità per l’Italia e per l’Europa. Dopo il consolidamento della postura NATO in Europa orientale e la crescente instabilità in Africa e nel Mediterraneo allargato, la Difesa italiana punta a un rafforzamento complessivo della propria capacità di deterrenza, interoperabilità e resilienza. Il DPP 2025 non introduce discontinuità rispetto agli anni precedenti, ma consolida una traiettoria già avviata: una modernizzazione graduale, tecnologicamente avanzata e sempre più interconnessa con l’industria nazionale della difesa.

Il documento insiste sulla necessità di mantenere una proiezione credibile e autonoma nel quadro europeo, pur riconoscendo la centralità del legame atlantico. L’obiettivo è duplice: rafforzare la partecipazione italiana ai programmi di difesa comuni UE (come l’EDF e il PESCO) e, al tempo stesso, garantire la coerenza con le esigenze operative NATO. Questa duplice appartenenza implica un aumento della spesa in conto capitale — non tanto in nuovi fondi, quanto nella stabilizzazione di quelli già approvati — destinata a piattaforme ad alta tecnologia, capacità cyber e spaziali, e infrastrutture di comando e controllo integrate.

Sotto il profilo economico, il DPP conferma un bilancio della Difesa che nel 2025 supera i 31 miliardi di euro, con una ripartizione che tende a privilegiare investimenti piuttosto che spese correnti. Tuttavia, dietro questo apparente consolidamento si cela una tensione tra necessità di sostenibilità finanziaria e ambizione strategica: la crescita della spesa militare resta ancorata a vincoli di bilancio complessivi, e gran parte dei programmi dipende dal mantenimento dei fondi già autorizzati dal Parlamento. La prospettiva di raggiungere il 5% del PIL richiesto dalla NATO è evocata come obiettivo politico, ma appare ancora più una traiettoria che un traguardo immediato.

L’accento sulla trasformazione digitale è un tratto distintivo del documento. Le Forze Armate vengono descritte come attori in un processo di “digitalizzazione operativa”, che comprende l’adozione di sistemi C4ISR avanzati, capacità di difesa cibernetica e integrazione dei domini spaziale e marittimo. In questo senso, il DPP prosegue nel solco dell’“integrazione multidominio”, non solo tecnologica ma anche concettuale: il futuro della difesa italiana passa per la capacità di agire simultaneamente su più teatri — terrestre, navale, aereo, cibernetico, cognitivo e spaziale — con coerenza dottrinale.

Sul piano politico, il DPP 2025 mostra un forte allineamento con la strategia del governo nel Mediterraneo e in Africa. L’Italia intende rafforzare la sua presenza militare e diplomatica nel “Mediterraneo allargato”, da Gibilterra al Mar Rosso, quale area vitale per la sicurezza energetica, le rotte commerciali e la stabilità regionale. Le missioni in Libano, Iraq, Sahel e Corno d’Africa sono confermate, ma con un progressivo riequilibrio in funzione della disponibilità di forze e risorse.

Non mancano però le ambiguità. Diverse analisi sottolineano che il DPP 2025 risulta meno trasparente dei precedenti: fornisce meno dettagli sulle allocazioni specifiche e riduce la granularità informativa sui singoli programmi d’armamento. Questa scelta, interpretata da alcuni come volontà di semplificare la comunicazione pubblica, è letta da altri come un passo indietro nella rendicontazione democratica della spesa militare.

L’Allegato tecnico, parte integrante del DPP, completa il quadro offrendo una mappatura dei programmi in corso e futuri. Vi si trovano i piani di sviluppo per l’Esercito (nuovi veicoli da combattimento e capacità anti-drone), la Marina (modernizzazione delle FREMM, sottomarini U212NFS, nuovi pattugliatori e unità anfibie) e l’Aeronautica (potenziamento della componente F-35, droni MALE e capacità di difesa aerea). A questi si aggiungono i programmi spaziali, in particolare per la sorveglianza e il posizionamento satellitare, ambiti in cui l’Italia mira a consolidare un’autonomia strategica parziale ma significativa.

In termini di filosofia generale, il DPP 2025 conferma la tendenza della Difesa italiana a considerarsi non solo strumento militare ma infrastruttura nazionale di sicurezza integrata, in grado di operare anche in ambiti civili (protezione civile, sanità, emergenze ambientali). Questa impostazione “dual use” risponde sia a esigenze di efficienza interna sia al tentativo di accrescere il consenso sociale verso la spesa militare, legittimandola come investimento per la collettività.

Nel complesso, il DPP 2025–2027 rappresenta dunque un documento di continuità e consolidamento, più che di rottura. Ambizioso nelle intenzioni, prudente nelle allocazioni, e orientato a mantenere l’Italia nel gruppo di testa europeo in termini di capacità tecnologiche e industriali della difesa. Resta aperta, tuttavia, la questione della trasparenza e del controllo democratico su una spesa che si muove ormai verso livelli strutturalmente elevati, e la cui giustificazione dipende sempre più da una narrativa di “emergenza permanente” nel contesto internazionale.

Il DPP 2025–2027 conferma dunque la tendenza della politica della difesa italiana a essere al tempo stesso reattiva e conservatrice piuttosto che pienamente strategica. È reattiva perché si adatta alle nuove minacce — guerra ibrida, cyber-attacchi, competizione nello spazio e nei mari — ma è conservatrice nella struttura decisionale e nei meccanismi di allocazione delle risorse. La pianificazione resta in larga misura incrementale, cioè basata sull’aggiustamento di programmi pluriennali già avviati più che su una ridefinizione strategica delle priorità. In questo senso, il DPP 2025 è più un documento di gestione che di visione.

Dal punto di vista strategico, la Difesa italiana continua invece a muoversi su un doppio binario: da un lato la piena integrazione nella NATO e nel suo dispositivo orientato alla deterrenza convenzionale verso la Russia; dall’altro, la volontà di preservare una specificità mediterranea che consenta all’Italia di restare un attore di primo piano nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Questa duplice direttrice produce talvolta un effetto di dispersione: le forze e i bilanci vengono divisi tra teatri lontani e missioni di natura diversa (proiezione, stabilizzazione, deterrenza, sostegno civile). Il risultato è una postura globale coerente ma non sempre efficace in termini di concentrazione dello sforzo.

Dal punto di vista industriale, il DPP prosegue nella strategia di integrazione tra sistema militare e sistema produttivo nazionale. Il complesso della difesa viene descritto come un “ecosistema tecnologico” in cui le grandi imprese (Leonardo, Fincantieri, MBDA, Iveco Defence) assumono un ruolo di cerniera tra capacità operative e innovazione industriale. Questa scelta è coerente con la logica europea dell’EDF e della PESCO, ma comporta un rischio crescente di dipendenza politica dalle esigenze di mantenimento delle filiere e dei distretti industriali, più che dalle reali priorità strategiche. In altre parole, la pianificazione rischia di essere guidata dalla “logica dell’offerta” industriale piuttosto che da una domanda operativa chiara.

Un secondo elemento critico, che emerge in filigrana nel DPP 2025–2027, riguarda la persistente assenza di un paradigma di “difesa totale” o di sicurezza nazionale integrata, sul modello nordico. Nonostante la crescente consapevolezza delle minacce ibride — cyber, infrastrutturali, cognitive e sociali — il documento continua a leggere la resilienza quasi esclusivamente in chiave militare o tecnico-istituzionale, trascurando la dimensione sociale e civile della difesa. In altri termini, manca una visione che concepisca il cittadino, l’impresa e il territorio come parte attiva del sistema di sicurezza nazionale. In questo senso, gli investimenti restano concentrati sullo strumento militare e sulla sua proiezione esterna, ma poco si fa per costruire una resilienza diffusa, capace di rendere la società italiana meno vulnerabile alle crisi energetiche, informative e logistiche. Il riferimento al modello “total defense” — che in Paesi come Svezia, Finlandia o Norvegia integra difesa, protezione civile, comunicazione strategica e formazione civica — evidenzia quanto l’Italia sia ancora ancorata a una concezione verticale della sicurezza, affidata allo Stato più che condivisa con la società. Il rischio è quello di un sistema di difesa moderno, dual use, ma isolato dal suo tessuto civile, incapace di trasformare la sicurezza in una cultura collettiva.

Un terzo elemento critico riguarda la trasparenza e la legittimazione democratica. Rispetto ai DPP precedenti, quello del 2025 riduce il livello di dettaglio pubblico sulle spese e sui singoli programmi, rendendo più difficile un controllo parlamentare e civico. Ciò potrebbe derivare da ragioni tecniche — la semplificazione della comunicazione — ma sul piano politico è sintomo di un trend più generale: la normalizzazione di un livello di spesa elevato, giustificato dal contesto geopolitico, ma sottratto in parte al dibattito pubblico o da una strategia di resilienza diffusa. La difesa tende così a diventare un “ambito protetto” del bilancio, in cui il consenso viene costruito più attraverso la retorica della sicurezza che attraverso la verifica dei risultati.

Sotto il profilo europeo, il DPP 2025 riflette un tentativo di allineamento con il paradigma emergente del “re-armamento europeo” (ReArm Europe), ma resta timido nel promuovere una vera integrazione industriale o operativa. L’Italia si presenta come un contributore affidabile ma non come un leader concettuale: segue la traiettoria franco-tedesca, adattandola ai propri interessi nel Mediterraneo e nel settore navale-aerospaziale.

Nel complesso, il documento esprime un equilibrio pragmatico: un compromesso fra vincoli di bilancio, esigenze di interoperabilità e aspirazioni di autonomia strategica. Tuttavia, l’impressione generale è che manchi una visione coerente del ruolo dell’Italia nel sistema internazionale della sicurezza. L’aumento della spesa, la digitalizzazione e la cooperazione industriale sono strumenti, non fini: e il DPP 2025, pur ben strutturato tecnicamente, non articola in modo convincente quale debba essere il fine politico — se deterrenza, stabilità regionale, proiezione globale o solo continuità istituzionale.

In questo senso, il DPP 2025–2027 è un documento necessario, ma non ancora sufficiente. Segna il consolidamento di una politica di difesa moderna, tecnologicamente avanzata e integrata con l’Europa, ma lascia aperta la domanda più profonda: quale modello di potenza l’Italia intende essere nel mondo che si prepara alla competizione permanente tra grandi attori?

Foto di Slim MARS su Unsplash