Nuova guerra tra Pakistan e Afghanistan talebano? La preoccupazione di Russia e Cina (SKY TG24).

di Claudio Bertolotti.


Il commento di C. Bertolotti a SKY TG24 MONDO (Puntata dell’11 dicembre 2025)

Il punto di partenza è lo scontro diplomatico andato in scena all’ONU: da un lato il Pakistan che rivendica i propri raid “antiterrorismo” in Afghanistan; dall’altro l’India che, rompendo gli schemi, difende apertamente i talebani, condanna i bombardamenti pakistani e denuncia il “trade and transit terrorism”, cioè l’uso politico dei valichi e dei transiti commerciali per mettere Kabul in ginocchio. È il segnale plastico di un ribaltamento: il vecchio asse talebani–Islamabad scricchiola, mentre il baricentro si sposta, gradualmente, verso Nuova Delhi.

Perché i talebani si sono avvicinati all’India e non al Pakistan?

I talebani non stanno “scegliendo” semplicemente l’India contro il Pakistan: stanno cercando di massimizzare margini di manovra tra tutti gli attori regionali. Ma oggi il pendolo pende chiaramente più verso Nuova Delhi che verso Islamabad. Dal loro punto di vista, è razionale: chi li difende al Consiglio di Sicurezza e promette di riaprire l’ambasciata è più utile di chi bombarda il loro territorio e chiude i valichi. Non è una storia di affinità politiche, è puro calcolo di potere.

Per decenni la relazione con il Pakistan è stata quella classica tra “sponsor” e proxy: l’ISI offriva santuari, logistica, sostegno politico; i talebani garantivano profondità strategica verso l’Afghanistan e influenza sul dossier afgano. Dopo il 2021, però, il rapporto si è rapidamente deteriorato. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non proteggere – il Tehrik-e-Taliban Pakistan, responsabile di una lunga serie di attentati sul territorio pakistano. I raid aerei condotti in questi anni dentro l’Afghanistan, ufficialmente contro il TTP, hanno prodotto vittime civili e umiliazioni pubbliche per il governo talebano. Sullo sfondo, le tensioni croniche sulla Durand Line, che i talebani non riconoscono come confine legittimo, e sul muro eretto dal Pakistan lungo la frontiera alimentano una narrazione anti–ingerenza pakistana che a Kabul è ormai dominante.

Da qui il secondo movimento: la ricerca di autonomia e legittimità. I talebani sanno che restare inchiodati all’immagine di “braccio armato del Pakistan” li condanna all’irrilevanza diplomatica e all’isolamento economico. Per questo provano a costruire una politica estera autonoma, che includa India, Iran, Russia, Cina e i Paesi del Golfo. La logica è semplice: diversificare i partner per non restare ostaggio né di Islamabad né di Pechino, che utilizza il Pakistan come cerniera strategica verso l’Oceano Indiano e l’Afghanistan.

Su questo terreno si inserisce l’offerta indiana. Nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan, l’India ha investito miliardi in infrastrutture, scuole, dighe, edifici simbolici, costruendosi un capitale di simpatia soprattutto nelle aree urbane. Dopo il ritorno dei talebani al potere, Nuova Delhi ha scelto una linea di cautela pragmatica: nessun riconoscimento formale, ma riapertura di una presenza tecnica a Kabul, contatti politici e, nell’autunno 2025, l’annuncio della riapertura dell’ambasciata in occasione della visita del ministro degli Esteri talebano. In sede ONU, l’India ha articolato una posizione che parla direttamente agli interessi di Kabul: condanna dei raid pakistani, denuncia delle pressioni economiche sui transiti, proposta di un engagement “pragmatico e basato su incentivi” con il governo talebano. In altre parole: niente lezioni sui diritti, ma una disponibilità a trattare da attore a attore.

Che ruolo hanno Russia e Cina?

In questo quadro, Russia e Cina sono i veri garanti esterni del nuovo equilibrio intorno all’Afghanistan. Mosca è stata la prima a rompere il tabù, riconoscendo formalmente il governo talebano e accettandone l’ambasciatore: un gesto politico che vale molto più di tanti comunicati. Gli obiettivi russi sono triplici: evitare che l’Afghanistan si trasformi in una piattaforma per ISKP e altre sigle jihadiste capaci di proiettare violenza verso la Russia e l’Asia Centrale; riaffermare il proprio ruolo di “stabilizzatore” nello spazio ex sovietico dopo il ritiro NATO; aprire canali di scambio, energia e accesso alle risorse minerarie afgane, in un’ottica di lungo termine.

La Cina, dal canto suo, ha scelto una continuità prudente ma molto concreta: ambasciata sempre aperta, accreditamento dell’ambasciatore talebano a Pechino, visite di alto livello, inclusa quella del ministro degli Esteri cinese a Kabul. Pechino punta a blindare i propri corridoi strategici – in particolare la Belt and Road e il CPEC – estendendoli all’Afghanistan per trasformarlo in un nodo di transito sino–centrico, riducendo al minimo il fattore di rischio. Al tempo stesso, esige garanzie dure contro ETIM e gruppi uiguri, temendo che l’Afghanistan torni a essere un retrovia jihadista anti–cinese. L’accesso alle risorse minerarie e a progetti infrastrutturali è un obiettivo reale, ma da perseguire – nella logica cinese – senza impantanarsi in costose missioni militari o in avventure di nation building.

Russia e Cina convergono quindi su tre linee: limitare l’instabilità e le infiltrazioni jihadiste, ridurre gli spazi di influenza occidentale e, in misura diversa, contenere anche il protagonismo indiano; evitare un’escalation incontrollata tra Pakistan e talebani che metterebbe a rischio investimenti, corridoi e la sicurezza dei loro partner in Asia Centrale.

Rischio che scoppi una vera e propria guerra?

Resta la domanda cruciale: c’è il rischio che lo scontro degeneri in una vera e propria guerra? Dipende da cosa intendiamo per guerra. Quella a bassa intensità è già in corso: raid aerei e colpi d’artiglieria pakistani in territorio afghano, attacchi del TTP e di altri gruppi armati dal lato afgano verso il Pakistan, scontri di frontiera e chiusure intermittenti dei valichi. Questo livello di conflitto “caldo ma gestito” è ormai la normalità lungo il confine.

Una guerra apertamente dichiarata è meno probabile, ma non impossibile. Il Pakistan resta militarmente superiore, con capacità convenzionali e arsenale nucleare, ma vive una crisi economica e politica profonda che limita drasticamente la possibilità di sostenere una campagna prolungata in Afghanistan senza pagare un prezzo interno altissimo. I talebani, dal canto loro, non hanno alcun interesse a una guerra totale: perderebbero infrastrutture, consenso e, soprattutto, la possibilità di capitalizzare il riconoscimento russo, l’apertura cinese e il canale indiano. Attori come Cina, Russia, Iran e Qatar lavorano – ciascuno per i propri calcoli – a contenere l’escalation, anche tramite l’idea di integrare l’Afghanistan nell’estensione del CPEC e in altri corridoi regionali. Il risultato è un quadro in cui il rischio maggiore è la cronicizzazione di un conflitto a bassa intensità, fatto di raid, attentati e guerre per procura; il rischio di una guerra convenzionale dichiarata resta più basso, ma potrebbe impennarsi in caso di attentato spettacolare in Pakistan attribuito direttamente a Kabul o di bombardamento su larga scala con centinaia di vittime in Afghanistan.

Chi avrà la meglio e chi rischia di più?

Chi ha più da guadagnare – e chi rischia di più – in questo gioco? Non c’è un vero vincitore possibile. Il Pakistan, sulla carta, può infliggere danni enormi: superiorità convenzionale, capacità missilistiche, arma nucleare. Ma è anche l’anello più fragile: un conflitto aperto contro un vicino ostile e imprevedibile, mentre il Paese è economicamente in ginocchio e politicamente polarizzato, rischia di minare la legittimità dell’establishment militare e aprire fronti interni difficilmente gestibili.

I talebani, d’altra parte, dispongono della profondità territoriale, della mobilità insurrezionale e del vantaggio di combattere “in casa”. Possono usare il TTP e reti jihadiste come leva contro Islamabad, ma ogni passo in quella direzione li allontana da India, Russia e Cina sul dossier terrorismo. Il loro rischio maggiore è strategico: bruciare i ponti con il Pakistan senza riuscire a soddisfare le aspettative di sicurezza dei nuovi partner significherebbe ritrovarsi isolati, poveri, e con un Paese sempre più vicino alla definizione di “buco nero” regionale. Nel breve periodo il soggetto più esposto è il Pakistan; nel medio periodo, la sopravvivenza del regime talebano dipende dalla capacità di non trasformare l’Afghanistan in un problema ingestibile per tutti i vicini.

Che impatto nella regione?

L’impatto sulla regione è già visibile. La “questione afghana” torna a essere una vera arena di competizione regionale: India, Pakistan, Iran, Russia, Cina, i Paesi del Golfo e quelli dell’Asia Centrale cercano, ciascuno con strumenti diversi – aiuti, riconoscimento, corridoi energetici, progetti infrastrutturali – di legare a sé Kabul e di condizionare le scelte talebane. Se il rapporto Kabul–Islamabad resta conflittuale, aumentano di peso le alternative: l’asse con l’Iran (porto di Chabahar e corridoi verso l’Asia Centrale), i progetti sino–russi, eventuali iniziative indiane pensate per bypassare il territorio pakistano.

Un Afghanistan progressivamente integrato nel dispositivo di sicurezza russo–cinese può ridurre alcuni rischi immediati (in primis ISKP e traffici incontrollati), ma al prezzo di aumentare la dipendenza dei Paesi centroasiatici dall’asse Mosca–Pechino. In controluce, si profila una normalizzazione “non occidentale” dei talebani: se India, Russia e Cina consolidano i rapporti con Kabul senza reali miglioramenti sul piano dei diritti umani, si consolida il messaggio che stabilità, corridoi e risorse pesano più di inclusività, diritti delle donne e libertà civili.

Che interesse per l’Occidente?

Per l’Occidente, la posta in gioco è tutt’altro che marginale. La priorità immediata resta il contro–terrorismo: impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per minacce dirette verso Europa e Nord America. Su questo terreno, esiste una convergenza di interessi oggettiva con India, Russia e Cina nel contenere jihadismo transnazionale; si potrebbero aprire spazi di cooperazione tecnica (intelligence, controllo delle frontiere, scambio di informazioni), anche in assenza di un riconoscimento politico del regime talebano.

La stabilità del Pakistan, Stato nucleare in crisi strutturale, è un altro punto critico: ogni dinamica che indebolisca ulteriormente Islamabad, tra nuova ondata terroristica, crisi economica aggravata e tensione militare con Kabul, è un problema diretto per Stati Uniti ed Europa, non soltanto per l’India.

C’è poi il livello strategico più ampio: lasciare la partita afghana interamente nelle mani di India, Russia e Cina significa rinunciare a qualsiasi leva su un nodo che collega Medio Oriente, Asia Centrale e Indo–Pacifico. Per l’Unione Europea, in particolare, l’Afghanistan pesa in termini di migrazioni, narcotraffico, sicurezza energetica e rapporti con l’Iran e lo spazio centroasiatico. Infine, si apre il solito dilemma tra valori e realpolitik: più gli attori regionali normalizzano i rapporti con i talebani, più USA e UE saranno costretti a scegliere se mantenere una linea di isolamento fondata sui diritti – soprattutto quelli delle donne – oppure accettare forme di engagement limitato per non essere espulsi dal tavolo. In mezzo, c’è un Afghanistan che prova a sopravvivere, oscillando tra vecchi sponsor e nuovi partner, e un Pakistan che rischia di pagare il prezzo più alto di un equilibrio che, oggi, è tutt’altro che stabile.


Lo Stato Islamico Khorasan: espansione verso l’Europa?

di Antonio Giustozzi.

Articolo tratto da #ReaCT2024 -5° Rapporto sul Radicalismo e il Terrorismo in Europa (scarica il rapporto oppure ordina la tua copia).

Abstract

Nel 2023, Da’esh (ISIS) ha continuato a realizzare attacchi isolati in Europa, generalmente con un supporto organizzativo limitato. L’articolo rileva l’efficacia crescente delle misure antiterrorismo europee che avrebbe probabilmente reso meno conveniente per i leader di ISIS impiegare le rare risorse umane in tali attacchi. L’Autore, nel suo articolo, esplora come il gruppo Stato islamico sembri prediligere la conservazione delle proprie strutture organizzative in Europa, delegando l’azione a pochi individui o cellule isolate. Inoltre, si discute il coinvolgimento crescente del ramo Khorasan (IS-K) di ISIS nella pianificazione di attacchi in Europa o contro obiettivi europei all’estero, come dimostrato da un complotto del 2020 contro basi NATO in Germania. Nonostante i numerosi complotti identificati nel 2023, vi è una certa discrezionalità nell’attribuzione di questi piani esclusivamente a IS-K, suggerendo una cooperazione intra-ISIS più ampia. L’articolo rileva che, nonostante le apparenze, Da’esh Khorasan non sta necessariamente espandendosi, ma piuttosto assumendo nuovi compiti assegnatigli dalla leadership centrale, pressata dalla scarsità di risorse.

Nel 2023 Da’esh ha continuato a compiere occasionalmente attacchi isolati in Europa, di solito con un sostegno organizzativo apparentemente limitato. Poiché l’antiterrorismo europeo è diventato sempre più efficace, il rapporto costo-efficacia derivante dall’impegno di rare risorse umane in attacchi isolati deve essere apparso discutibile ai leader dello Stato Islamico e fonti di polizia in tutta Europa tendono a pensare che l’Isis preferisca effettivamente salvaguardare qualunque struttura organizzativa abbia ancora in Europa, lasciando il compito di sventolare la bandiera a pochi individui o cellule isolate. In effetti, ancora all’inizio del 2022 fonti di polizia in Europa non vedevano una minaccia imminente da parte di Da’esh, la cui presenza era limitata a propagandisti, reclutatori e raccoglitori di fondi online. Fonti talebane hanno confermato la detenzione di un agente dello Stato Islamico in Afghanistan, che aveva raccolto migliaia di euro in Germania e Spagna (Giustozzi, 2022). Fonti dell’intelligence talebana notano anche che gran parte della propaganda online della branca del Khorasan di Da’esh viene ora prodotta al di fuori dell’Afghanistan, compresa l’Europa. Dopo la caduta di Kabul nell’agosto 2021, Da’esh Khorasan ha iniziato a pubblicare una parte significativa di questa propaganda in inglese. Le ragioni potrebbero essere molteplici, non tutte legate all’Europa. Una possibile ragione, rilevante per la sicurezza europea, è l’intento di stimolare il reclutamento in Europa, magari per rimpiazzare la perdita di molti operatori mediatici del Da’esh a causa della repressione della polizia negli ultimi anni. Anche quando nel luglio 2023 la polizia ha non solo arrestato diversi cospiratori dell’IS in Germania e nei Paesi Bassi e li ha descritti come “in contatto con membri” del ramo IS-K, ma ha anche osservato che erano impegnati nella raccolta di fondi e non vi era alcuna indicazione che stavano attivamente preparando un attacco terroristico (Stewart ASyI, 2023).

1. L’IS-K e l’ambizione di colpire l’Europa.

Alcuni osservatori hanno tuttavia notato una tendenza recente, riguardante il crescente coinvolgimento organizzativo del ramo Khorasan (IS-K) nella pianificazione di attacchi in Europa, o contro obiettivi europei in Turchia. Le autorità tedesche hanno affermato nel 2020 che la cellula dietro un complotto volto ad attaccare le basi NATO in Germania, sventato dalla polizia nell’aprile 2020, aveva ricevuto l’ordine di agire da un quadro di Da’esh Khorasan in Afghanistan (Nodirbek, 2021). L’episodio, però, ha attratto poca attenzione e le prove condivise dalle autorità tedesche restano poco chiare. Ciò che ha davvero attirato l’attenzione di molti osservatori è stato il rapporto dell’intelligence statunitense emerso tra le fughe di notizie di Discord, che mostravano come a febbraio 2023 15 diversi complotti di Da’esh Khorasan per effettuare attacchi contro interessi occidentali in Europa, Turchia, Medio Oriente e altrove erano stato identificati dalle forze armate statunitensi (Lamothe, Warrick, 2024). Sebbene queste cifre sembrino impressionanti, contrastano stranamente con il fatto che nel marzo 2023 il comando centrale degli Stati Uniti valutava che Da’esh Khorasan avrebbe avuto la capacità di organizzare attacchi contro gli interessi occidentali in Asia o in Europa solamente “entro 6 mesi”. La discrepanza è difficile da spiegare, a meno che per i militari i 15 complotti sopra menzionati non fossero da prendere troppo sul serio, o da non attribuire esclusivamente o anche principalmente a Da’esh Khorasan. A questo riguardo, fonti turche parlano del coinvolgimento di Centroasiatici legati a Da’esh Khorasan e di membri del ramo turco di Da’esh in almeno alcuni di questi complotti, quali quelli contro i consolati svedese e olandese in territorio turco. Anche lo stesso rapporto summenzionato dell’intelligence statunitense rilevava che Da’esh Khorasan “faceva affidamento su risorse provenienti dall’esterno dell’Afghanistan”.[1] Pur avendo ordinato gli attacchi dall’Afghanistan, secondo quanto riferito, Da’esh Khorasan avrebbe fatto affidamento su mezzi e personale già presenti sul posto.

L’Afghanistan e la struttura sviluppata dell’IS.

Nel 2023 fonti all’interno di Da’esh Khorasan in Afghanistan hanno confermato al gruppo di ricerca dell’autore di aver coordinato operazioni in Turchia e in Europa con altri rami di Da’esh, sottolineando tuttavia che ciò è avvenuto sotto la guida della leadership centrale del “Califfato”. Ciò implica che Da’esh Khorasan in quanto tale non ha determinato la strategia complessiva che presiedeva alla pianificazione di questi attacchi. Le stesse fonti interne a Da’esh Khorasan indicano che l’Afghanistan ospita diverse commissioni militari per i paesi vicini, come l’Iran e l’Asia centrale, ma non hanno menzionato alcuna entità del genere focalizzata su Europa, Turchia o Medio Oriente. Fonti contattate dall’International Crisis Group in Siria hanno indicato nel 2023 che i Centroasiatici che operavano in passato agli ordini di Da’esh Levante sono stati trasferiti sotto la responsabilità di Khorasan (International Crisis Group, 2023). Secondo le summenzionate fonti all’interno di Khorasan, almeno inizialmente, ciò avrebbe dovuto preludere al loro trasferimento in Afghanistan, che però è avvenuto molto più lentamente del previsto.

Il quadro che queste fonti ritraggono è quello di una struttura di Da’esh Khorasan relativamente sviluppata in Turchia e Siria, con più di 200 membri che lavorano nel centro finanziario dell’IS-K in Turchia, più 400-500 centroasiatici sparsi tra Siria e Turchia, ex membri della branca siriana che o sono stati riassegnati al Khorasan o hanno cambiato casacca spontaneamente (le fonti non sono chiare su questo punto), in attesa di essere trasferiti nel Khorasan o comunque di sentirsi dire cosa fare. In Europa la presenza di Da’esh Khorasan sarebbe molto più modesta, con 60 membri. Secondo le stesse fonti, a settembre 2022 si trovavano circa 30 europei appartenenti all’IS-K in Afghanistan e Pakistan. Di questi, 16 provenivano dalla Germania, dieci dalla Francia e quattro dal Belgio. C’erano anche quattro americani e qualche turco. Questi individui con passaporti di paesi europei e nordamericani vengono descritti come evacuati dal Medio Oriente dopo il crollo del Califfato, piuttosto che inviati incaricati di organizzare attacchi a lungo raggio in Europa. Sebbene tutti questi numeri non possano essere verificati, sembrano compatibili con le informazioni sopra riassunte e fornite da Europol, ICG e altri.

Questo quadro suggerisce continui scambi di membri tra Khorasan e altri rami di Da’esh in Turchia, Europa e Siria (che tra l’altro avvengono anche altrove), anche se la velocità e l’intensità di questi scambi sono diminuite nel tempo. C’è sempre stata una notevole integrazione tra i rami di Da’esh, nonostante molti all’epoca del lancio di Da’esh Khorasan ipotizzassero che si trattasse di una mossa opportunistica, con pochi rapporti organici con il “Califfato”. Più che di espansione delle operazioni dell’IS-K in Europa, in conclusione, si dovrebbe parlare di cooperazione tra filiali intra-Da’esh. Tale cooperazione sembra senza dubbio essersi ampliata nel 2022-2023, il che fa sorgere una domanda sul perché.

L’IS sarebbe in attesa?

A questo proposito, vale la pena notare che l’IS-K non rivendica né pubblicizza la sua presunta “espansione”. Anche quando sollecitate, le fonti dell’IS-K in Afghanistan si sono tenute ben lontane dal vantarsi di tale espansione. Al contrario, tendono a minimizzarne l’importanza. Ciò sembra strano, dato che:

1. Da’esh Khorasan ha condotto una sofisticata campagna mediatica, il cui futuro principale è amplificare i suoi limitati risultati e fare affermazioni ingiustificate;

2. se l’“espansione” fosse davvero tale, costerebbe a Da’esh Khorasan una parte considerevole delle sue limitate risorse, e che

3. le chats private dell’IS-K sui social media e le nostre interviste con i membri mostrano chiaramente che l’organizzazione fatica a spiegare ai propri membri e simpatizzanti perché le sue attività sono state così limitate nel 2023.

Forse Da’esh Khorasan potrebbe semplicemente stare aspettando, prima di promuovere la sua “espansione” al di fuori del mandato della provincia di Khorasan (Afghanistan, Khyber Pakhtunkhwa del Pakistan, Asia Centrale, Cina, Iran) finché non riuscirà a portare a termine un attacco con successo. Tuttavia, Da’esh Khorasan non mostra alcuna timidezza simile nel rivendicare il suo intento di portare la jihad in Cina (dove, nonostante anni di propaganda, non è riuscito a ottenere nulla) o in Asia Centrale, dove i suoi successi sono stati minimi (lanciando razzi oltre il confine verso Tagikistan e Uzbekistan). Se lo scopo primario di Da’esh Khorasan fosse quello di affermare di aver aperto nuovi fronti in Europa, Turchia e Medio Oriente, perché non dovrebbe adottare tattiche simili a quelle impiegate nella provincia di Khorasan ed effettuare facili attacchi contro obiettivi soffici, per poi produrre affermazioni ampiamente gonfiate sui danni inflitti?

La forza dell’IS

In sintesi, la spiegazione più logica è che il “Califfato”, che è al suo punto più debole dalla sua nascita, abbia chiesto aiuto a Da’esh Khorasan per riconquistare le vette mediatiche con qualche attacco di alto profilo contro obiettivi europei. Una possibilità è che il “Califfato” potrebbe ora essere così debole in Europa e dintorni da non avere più la forza di lanciarvi una campagna sistematica di intensificazione delle operazioni. Un’altra possibilità è che, in linea con quanto osservato all’inizio di questo articolo, la leadership centrale di Da’esh possa aver deciso di aumentare la propria visibilità intensificando le operazioni terroristiche, salvaguardando allo stesso tempo quello che rimane della sua struttura in Europa e affidandosi invece a elementi di Da’esh Khorasan, che non fanno parte della stessa struttura e non rischiano di comprometterla se catturati.

Perché Khorasan e non altri rami di Da’esh? Come accennato in precedenza, Da’esh Khorasan ha da anni una presenza significativa in Turchia, con nascondigli e reti dedicate al supporto delle operazioni finanziarie. Questo polo finanziario ora fatica a svolgere il suo compito originario, a causa della forte pressione delle autorità turche, quindi la sua conversione a ruoli più operativi potrebbe sembrare logica. Inoltre, come accennato, i Centroasiatici si stavano preparando per essere trasferiti in Afghanistan, avendo esaurito la loro utilità in Siria, dove operare clandestinamente è molto più difficile per loro che per i nativi siriani o anche per gli iracheni. Dato che solo poche decine riescono a compiere il viaggio ogni mese, coloro che rimangono inattivi in ​​Turchia e Siria possono ben essere mobilitati per altri compiti. In breve, Da’esh Khorasan era prontamente disponibile e ben posizionato per fornire sostegno alla leadership centrale, i cui rami siriano e iracheno sono stati notevolmente indeboliti negli ultimi anni. Nessun altro ramo di Da’esh si trova in una posizione simile.

Conclusioni In conclusione, Da’esh Khorasan probabilmente non è realmente “in espansione”. I membri coinvolti negli attentati pianificati erano già con Da’esh Khorasan o vi si stavano trasferendo (nel caso degli asiatici centrali). Ciò che sembra essere cambiato è che a Da’esh Khorasan sono stati assegnati compiti aggiuntivi da una leadership centrale, che è a corto di soldi e risorse umane e ha bisogno di aumentare il proprio profilo mediatico per avere la possibilità di riemergere dalla crisi. Ciò spiegherebbe anche perché i membri di Da’esh Khorasan in Afghanistan non sono particolarmente entusiasti di questo sviluppo, che almeno nel breve termine non fa altro che sottrarre loro delle già scarse risorse umane.


[1] ‘Daesh’s massacre plan’, Yeni Safak, 20 July 2023.

Articolo tratto da #ReaCT2024 -5° Rapporto sul Radicalismo e il Terrorismo in Europa (scarica il rapporto oppure ordina la tua copia).


Afghanistan a tre anni dal ritorno dei Talebani. C. Bertolotti a SkyTG24

Il commento di Claudio Bertolotti a tre anni dal ritorno al potere dei Talebani a Kabul.

Approfondimento di SkyTG24 del 15 agosto 2024


Traffico di droga e Afghanistan, Nessun Luogo è Lontano (Radio 24)

Ascolta la puntata di ‘Nessun Luogo è Lontano’, il programma di Giampaolo Musumeci (Radio24), sul traffico di eroina e l’Afghanistan dei Talebani.

Con Claudio Bertolotti (direttore di Start InSight), Dawood Irfan (professore universitario e analista politico), Haji Shir Mohammad (contadino afghano, Helmand), Tavasli Gharjestani (esperto di economia), Abdul (trafficante di oppio) e Teodora Groshkova (analista esperta di mercato degli stupefacenti alla European Union Drugs Agency di Lisbona).

L’Afghanistan è sempre più un narco-stato: un paese in cui il traffico di stupefacenti domina l’economia, condiziona le scelte politiche e determina il destino degli interventi stranieri. Una situazione complessiva che deriva in parte dall’assenza di una strategia politica nazionale (peraltro affiancata a una radicata corruzione endemica), dalla sostanziale rinuncia da parte della comunità internazionale a impegnarsi nel contrasto e, in parte, dall’effetto di un consolidato attivismo dei gruppi di opposizione armata, sempre più legati alla criminalità locale e transnazionale.” Leggi il focus “Oppio e narcotraffico: tra insurrezione e problema sociale a cura di Claudio Bertolotti pubblicato in: Human Security, n. 18, maggio 2023


#Afghanistan Oppio e narcotraffico: tra insurrezione e problema sociale

La Rivista Human Security (n. 18) del T.wai – Torino World Affairs Institute dedica un dossier al tema Droga e conflitto, una relazione a doppio taglio“, con una serie di approfondimenti sulla storia della droga e la situazione in Colombia, Myanmar, Afghanistan.

Scrive Claudio Bertolotti :

Prima del disimpegno militare degli Stati Uniti, l’economia afghana dipendeva, quasi esclusivamente, da due fonti di reddito: gli aiuti concessi dalla comunità internazionale e il traffico dell’oppio. Con la presa del potere da parte dei Talebani sono stati sospesi gli aiuti internazionali

Per capire cosa implica e saperne di più, leggi
Oppio e narcotraffico: tra insurrezione e problema sociale



L’Italia accoglie il “piccolo Messi ” afghano. Murtaza è in salvo.

di Chiara Sulmoni, Claudio Bertolotti, Andrea Molle

info e contatti: info@startinsight.eu

Murtaza, il ragazzino appassionato di calcio noto come il piccolo Messi afghano, costretto per anni a vivere in fuga e nell’ombra a causa delle minacce dei talebani e di altri gruppi criminali, è finalmente in salvo con la sua famiglia in Italia. Come per altri nuclei famigliari per i quali START InSight si è adoperata per il salvataggio dall’Afghanistan, per lui si cercava una soluzione fin dai giorni caotici dell’evacuazione seguita al cambio di regime a Kabul. La svolta è arrivata dopo 18 mesi di tentativi e di attesa, grazie a Caritas Italia, co-organizzatrice dei corridoi umanitari dal Pakistan aperti lo scorso autunno.

Il piccolo Murtaza (Foto di repertorio)

Mentre prendeva avvio tra noi una comunicazione destinata a durare a lungo, in cui concisi “come stai, sei al sicuro?” si sarebbero alternati a lunghi periodi di attesa, a domande senza una risposta certa, a frasi di sconforto e preoccupazione, qualche fotografia e emoji a forma di cuore, nei giorni successivi all’ingresso dei Talebani a Kabul, la popolazione afghana si riversava come un fiume in piena verso l’aeroporto, in cerca di una via d’uscita.

I primi messaggi scambiati su Whatsapp con Mahdia, la sorella maggiore di Murtaza che sarà la nostra interlocutrice per tutto il tempo, risalgono alla terza settimana di agosto del 2021 e raccontano la paura e la precarietà della vita quotidiana: “adesso rimaniamo solo in casa, ma pensare al nostro futuro incerto ci fa stare male psicologicamente. Da un po’ di tempo, credo di poter dire che non ci sentiamo più sicuri neanche all’interno, visto che hanno minacciato Murtaza tante volte prima d’ora”.  

A segnalarci questa situazione e poi a metterci in comunicazione diretta è Rahmatullah Alizadah, un fotoreporter locale che ha trovato oggi riparo in Svizzera. Murtaza a 5 anni tirava calci a un pallone nel suo villaggio, situato in una discosta provincia rurale afghana; una foto lo ritrae con il sorriso timido e una busta della spesa in plastica bianca e azzurra, indossata sopra gli abiti a mo’ di pettorina, con il numero 10 e il nome di Messi scritti in pennarello. Nell’impossibilità di poter acquistare una vera e propria maglia del campione argentino, di cui è fan, si accontenta di questa replica ‘improvvisata’ ideata per lui dal fratello più grande. Nell’epoca dei social media che annullano le distanze, l’immagine catturata da un cellulare e postata su FB diventa virale e verrà in seguito rilanciata dalla stampa internazionale. È così che, nel 2016, il “piccolo Messi” si affaccia al mondo intero. Rahmat è stato il primo giornalista a raggiungere il bimbo reso famoso da internet, a documentarne la storia e anche a spendersi per attirare l’attenzione del calciatore sudamericano che, venuto a conoscenza della vicenda, con i buoni uffici dell’UNICEF, incontrerà Murtaza in occasione di una partita del Barcellona in Qatar.

L’improvvisa notorietà non apre però, come sperato, le porte a nuove opportunità. Al rientro in patria, di questa avventura nel Golfo non resteranno al bimbo che un pallone e la divisa ufficiale autografata dal calciatore. Murtaza e la sua famiglia saranno costretti d’ora in poi a nascondersi e a spostarsi frequentemente per sfuggire sia al rischio concreto di rapimento da parte di criminali convinti che il bimbo abbia ricevuto denaro, che dalle minacce dei fondamentalisti. Niente scuola, un’infanzia isolata e, con il ritorno del regime Talebano, un pericolo crescente e spostamenti che si fanno particolarmente frequenti (più di dodici solo nell’ultimo anno e mezzo); “qualche giorno fa, mio padre è stato riconosciuto in una panetteria, delle persone gli hanno parlato…anche i nostri vicini ci hanno fatto capire che sanno chi siamo. Qualcuno informerà i Talebani? È per questo che abbiamo cambiato di nuovo casa, per fare in modo che non ci capiti nulla”, leggiamo in uno dei tanti messaggi di Mahdia.  

L’evacuazione

Mentre eserciti, diplomatici e organizzazioni internazionali si affrettano a lasciare il paese cercando di portare con sé i propri collaboratori, sui cellulari di veterani, giornalisti e cooperanti che per venti anni si sono occupati di Afghanistan e hanno stretto relazioni e amicizie con la popolazione locale, si affastellano le richieste di aiuto. Chi ha contatti utili li condivide in una catena infinita. Non solo personale militare, umanitario e professionisti dei media, impiegati amministrativi, giudici, avvocati, professori e attivisti, ma anche semplici cittadini in pericolo, tante donne e gli hazara, l’etnia invisa ai talebani e allo Stato islamico Khorasan (il famigerato franchise afghano di quello che fu l’ISIS in Siria e Iraq), alla quale appartiene la famiglia di Murtaza. L’aeroporto di Kabul è preso d’assalto da un fiume infinito di persone di ogni età che tenta di superare muri e sbarramenti per imbarcarsi sugli aerei diretti a Occidente, prima che l’Afghanistan venga abbandonato al suo destino; gli schermi televisivi mandano le immagini strazianti di chi si aggrappa a promesse e speranze infrante, e lo farà fino all’ultimo, trascorrendo giorni e giorni davanti ai cancelli. Le immagini che arrivano sulle chat dei telefoni sono ancora peggiori, fra spari e gente spaesata che scappa davanti ai bastoni delle guardie talebane, o che scivola nei canali di scolo.

Si portano fuori quanti più possibile, nelle ore caotiche anche senza controlli, con scelte cruciali e difficili anche per il personale delle rappresentanze consolari e ai cancelli dell’aeroporto. Sarà una gigantesca operazione di salvataggio di dimensioni inedite.

Il confronto con altre associazioni impegnate a salvare quante più vite possibile, poi arriva la conferma da parte della Difesa italiana. Luce verde: riusciamo a farli inserire nella lista di imbarco dell’ultimo volo. Migliaia di persone sono intanto ammassate al gate “Abbey”, l’ingresso dell’aeroporto in cui operano gli italiani e al quale la famiglia di Murtaza deve presentarsi entro poco tempo. Una missione che sembra impossibile, ma che tentiamo di realizzare in ogni modo, coordinandoci con il Colonnello T., che li attende all’ingresso. Ma le difficoltà aumentano con il passare del tempo, così come gli allarmi di potenziali attentati da parte del gruppo terrorista “Stato islamico” contro l’infrastruttura aeroportuale, ormai controllata congiuntamente dalle forze statunitensi e dai Talebani, i quali ne assumeranno la responsabilità dopo pochi giorni. Un allarme, in particolare, giunge la sera del 25 agosto: molto dettagliato, troppo preciso, diverso dai precedenti. Occorre decidere, in fretta. Lo facciamo: “fermatevi, non andate all’aeroporto, restate a casa domani”, consapevoli che tale decisione avrebbe impedito loro di salire su quell’aereo. In queste condizioni, per la famiglia di Murtaza, otto persone in tutto con bambini e un neonato al seguito, è impensabile rischiare il tutto per tutto per raggiungere l’uscita dove potrebbe essere aiutata dall’esercito italiano.

Quella scelta è stata invece la più giusta e fortunata, la migliore di quelle fatte nell’urgenza del momento. L’attacco suicida del 26 agosto, proprio lì al gate “Abbey” dell’aeroporto di Kabul, lascerà sul terreno più di 180 morti.

Rimangono aperte le altre opzioni che, parallelamente, avevamo tenute attive. I tanti “piani B”. I tentativi di trovare un passaggio sui pochi bus organizzati da non si sa bene chi, e che si spingono oltre i checkpoint dei talebani, sono un buco nell’acqua.

Si apre un’opzione prospettata dai veterani statunitensi. Con loro siamo in contatto dal primo momento e con loro si discute la possibilità di un’“operazione umanitaria” gestita da ex-militari. Esfiltrazione da Kabul, trasferimento al Nord, un aereo pronto a decollare. Murtaza e la sua famiglia, insieme ad altre centinaia di ex collaboratori che hanno lavorato per le forze armate statunitensi nella guerra più lunga, potrebbero essere recuperati in questo modo. Sembra un film, infinito, con la trama che scorre rapida e incalzante. Ogni decisione va presa subito, razionalmente e accettandone i rischi. Un’organizzazione caritatevole statunitense coprirebbe parte dei costi (molto elevati), quello che manca riusciamo a trovarlo con grandi difficoltà, ma l’eccezionalità del momento in questo caso aiuta. Una senatrice statunitense segue la questione con noi. Molto attivi anche alcuni parlamentari e militari italiani che a titolo personale si impegnano per trovare una soluzione. L’entusiasmo per tanta partecipazione è travolgente, reso amaro dai timori e dai messaggi disperati di Mahdia. Sembra tutto a posto, al netto del rischio concreto per chi dovrà portare a compimento l’operazione. Poi la doccia fredda: operazione annullata, non si fa.

Riuscire a lasciare il paese attraverso altre strade comporta costi e rischi non sostenibili. Fra carte e documenti, telefonate, e-mail e segnali lanciati in ogni direzione, per chi si trova in prima linea sul terreno o nelle retrovie, le ore passano frenetiche senza continuità fra giorno e notte. Pensare di portare in salvo tutti gli afghani in pericolo è un’impresa monumentale e impossibile, un’aspirazione nobile che si scontra con la realtà.

18 mesi di tentativi e di attesa

Con la partenza dell’ultimo volo il 30 agosto, l’Afghanistan torna di fatto un Emirato senza ambasciate. Chi non è riuscito a partire può richiedere un visto umanitario in uno stato terzo, ma per coloro che non hanno collaborato direttamente con ONG, media e contingenti militari esteri le difficoltà sono enormi, anche per ciò che riguarda il rinnovo o l’emissione di nuovi passaporti. I tempi sono lunghi, visti e documenti troppo costosi per i cittadini di un paese la cui economia, negli ultimi due decenni, è stata sostenuta soprattutto dalle donazioni e dalle iniezioni di denaro estero. Gran parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà, la situazione critica si trasformerà velocemente in un dramma sociale di ampia portata.

Non ci scoraggiamo. Continuiamo a sostenerli, a cercare una via di fuga, tentiamo altre opzioni: pensiamo a un trasferimento via terra verso il confine. Prima l’Uzbekistan, poi il Tajikistan e il Pakistan. È una possibilità, rischiosa, me decidiamo di tastare il terreno. Scopriamo però che i confini sono stati doppiamente sigillati, da una parte i Talebani, dall’altra le autorità dei Paesi confinanti. Occorre un visto, un lascia-passare di un Paese terzo. Le tante telefonate alle ambasciate, ai ministeri e altre istituzioni in Italia, Svizzera e altrove, le interminabili attese, poi il nulla. I paradossi della burocrazia dipingono un quadro dalle tonalità drammatiche e quasi incredibili: “Possiamo rilasciare loro un visto” – ci dicono – “devono presentarsi direttamente in ambasciata, in Qatar, Pakistan ad esempio, o altro paese terzo”. Ma per arrivare all’ambasciata occorre attraversare legalmente il confine, con un visto che non possono avere prima, neanche in formato digitale, via posta elettronica.

Si chiudono le porte, una ad una.

Si apre uno spiraglio: i corridoi umanitari

“Murtaza non ce la fa più a restare seduto in casa, mentre i suoi amici e tutti gli altri bambini vanno a scuola, imparano cose nuove. Piange tanto e si scusa per questo suo desiderio di essere come gli altri. Non riesco più a controllarmi, sono così dispiaciuta per lui, gli prometto che lo aiuterò, che sarà al sicuro e che le cose cambieranno”. È uno dei tanti messaggi di Mahdia, con cui ci sentiamo regolarmente. Ci spronano ad andare avanti, a insistere. Ci vorrà pazienza, ma non li lasceremo soli. Intanto, proseguono le triangolazioni, e settimane di silenzio.

Poi, il 4 novembre 2021, finalmente una bella notizia: la firma, al Viminale, del protocollo d’intesa per l’attivazione dei corridoi umanitari per i cittadini afghani. È la nostra chance. Prendiamo immediatamente contatto con Daniele, di Caritas Italia. Ci conosciamo da tempo e il suo aiuto si rivelerà fondamentale.

È il punto di svolta, iniziamo a lavorare per portarli in Italia. Ma i tempi e le difficoltà sembrano insormontabili: le difficoltà burocratiche si sommano a quelle oggettive. Occorrono i passaporti, che alcuni membri della famiglia non hanno, mentre altri sono intanto scaduti. Si corre contro il tempo, ma non contro la corruzione che, anzi, è l’unica via per ottenere i passaporti. È così, non ci sono alternative. Passano le settimane, poi i mesi. Nel frattempo, il padre di Murtaza viene catturato dai Talebani: imprigionato, torturato verrà rilasciato dopo diverse settimane, malato, previo pagamento di un riscatto. Ancora debole, lascia la famiglia in Afghanistan e si nasconde illegalmente in Iran. Nel frattempo, a ottobre 2022, arriva un’altra notizia positiva: la famiglia può presentarsi a Islamabad per il colloquio con i volontari della Caritas. Ottengono i visti, a un costo elevatissimo, e con questi superano il confine. Sono in Pakistan, tutti in salvo e pronti a partire per l’Italia, pensiamo. Ma non è così, manca il documento di una sorella, una giovanissima ragazza.

Che fare? La decisione è difficile, ma non può rimanere indietro. La famiglia si divide: Murtaza e il padre aspetteranno in Pakistan, mentre Mahdia, con il resto della famiglia tornerà in Afghanistan nel tentativo di ottenere in qualche modo il passaporto della sorella. Passeranno altri mesi: novembre, dicembre, gennaio, e finalmente il passaporto arriva.

È febbraio, Daniele ci informa che tutto è pronto per il trasferimento in Italia. La famiglia si lascia alle spalle un Paese che forse non rivedrà più, o almeno per molti anni. Possono prendere con sé poche cose: piccole valigie e borse, con dentro lo stretto necessario e qualche ricordo. Nulla di più, se non la volontà di ricominciare altrove e la speranza di un futuro migliore grazie a chi, impegnandosi per dar vita ai corridoi umanitari, ha realizzato un vero e proprio miracolo.

Oggi sono in Italia. La speranza è che si possano aprire opportunità concrete, per loro come anche per gli altri afghani che sono stati accolti e nei confronti dei quali il paese si è assunto l’onere del sostegno. Per Murtaza, soprattutto, che finalmente potrà studiare e giocare a calcio senza paura.

Questa è una goccia nel mare, che non chiude un capitolo ma che piuttosto, ne mantiene aperti tanti altri. Questa, è una storia di pazienza e perseveranza.

RINGRAZIAMENTI

… in questi mesi, in molti hanno preso a cuore la storia di Murtaza e si sono resi disponibili, in tempi diversi e in vari modi, con azioni concrete, suggerimenti o parole di sostegno: ONG, politici, militari, istituzioni e semplici cittadini in Italia, in Svizzera e negli Stati Uniti. Siamo grati in particolare a Daniele Albanese, Pierluigi Dovis, Mauro D’Ubaldi, Sua Eccellenza il Vescovo di Torino, Mons. Roberto Repole, Alberto Pagani, Lorenzo Guerini, Piero Fassino, Don Diego, Don Marco Di Matteo, Don Domenico Catti, NOVE Onlus, Gruppo Ticino di Amnesty International, la Senatrice Dianne Feinstein (D-CA), Rav. Arnold Rachlis, Luciano Portolano, Roberto Trubiani, Mauro Berruto, Isabella Rauti, Alessandro Sicchiero, Raffaella Virelli, Nicola Guerini, Luca Tenzi, Rahmatullah Alizadah, Farmanullah Turab, Ahmadullah Turab, Associazione Zenzero…. e a chi non siamo riusciti a raggiungere prima della pubblicazione di questo articolo oppure ha scelto di rimanere anonimo.


Conferenza sulla sicurezza di Monaco: la questione (irrisolta) dell’Afghanistan

Traduzione dell’articolo originale pubblicato su Deutsche Welle del 18 febbraio 2023 (vai all’articolo originale)

I leader internazionali concordano sul fatto che i talebani stiano violando i diritti umani fondamentali dei cittadini afghani. Le ragazze non possono andare a scuola, la povertà è in aumento e le persone stanno soffrendo. Più a lungo i talebani rimarranno al potere, più stretta sarà la loro presa.

Ma cosa si può fare al riguardo? I relatori di “Talibanned: Prospects for Afghanistan”, un panel alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di quest’anno, non hanno una risposta a questa domanda.

Si è scatenato l’inferno quando i talebani hanno preso il potere in Afghanistan nell’agosto 2021. I leader mondiali si sono affrettati a condannare la presa del potere e c’era una preoccupazione genuina e diffusa per la difficile situazione del popolo afghano sotto il dominio talebano. Ma un anno e mezzo dopo, nel febbraio 2023, l’attenzione globale sull’Afghanistan è assai scarsa.

L’approccio degli Stati Uniti

I leader mondiali hanno spostato la loro attenzione su altri conflitti e questioni interne. E anche gli attori internazionali che avevano avuto un’inclinazione iniziale a rispondere alla presa dei talebani non sono chiari su come gestirla ora.

“In questo momento, stiamo esaminando l’assistenza umanitaria”, ha detto Michael McCaul, presidente della commissione per gli affari esteri della Camera degli Stati Uniti, durante il panel del Consiglio di sicurezza di Monaco. “Metà della popolazione afghana sta morendo di fame. Abbiamo queste organizzazioni non governative sul campo e gli Stati Uniti stanno fornendo loro assistenza”.

Ora che gli Stati Uniti hanno ritirato le truppe dall’Afghanistan, ha detto McCaul, non c’è molto che gli Stati Uniti possano fare per il paese a parte aiutare la gente. Tuttavia, la possibile minaccia alla sicurezza posta dal controllo talebano dell’Afghanistan rimane motivo di preoccupazione per gli Stati Uniti. In breve, gli Stati Uniti non intendono fornire assistenza finanziaria all’Afghanistan come paese in quanto ciò rafforzerebbe il governo talebano.

“Governo più inclusivo”

Il ministro degli Esteri pakistano Bilawal Bhutto-Zardari ha detto al panel che l’Afghanistan avrebbe bisogno di sostegno come stato. “Vogliamo tutti vedere le donne ricevere istruzione in Afghanistan”, ha detto Bhutto-Zardari. “Vogliamo tutti vedere un governo più inclusivo in Afghanistan. La minaccia terroristica proveniente dall’Afghanistan è preoccupante”. Il governo talebano deve essere disposto ad affrontare questi problemi, ha aggiunto.

“Se il governo ad interim in Afghanistan dimostra la volontà di farlo, dovremo trovare un modo per costruire la sua capacità in modo che possa farlo”, ha detto Bhutto-Zardari. “Non hanno un esercito permanente, non hanno una forza antiterrorismo, non hanno nemmeno un’adeguata sicurezza delle frontiere”.

I commenti di Bhutto-Zardari e McCaul illustrano gli approcci contrastanti e contraddittori nei confronti dell’Afghanistan e dei talebani. Sebbene il ministro degli Esteri pakistano voglia che il mondo si impegni di più con i talebani, i leader al di fuori della regione stanno mantenendo una distanza diplomatica dal gruppo.

Mahbouba Seraj, attivista e giornalista afghano, chiede una posizione unita per aiutare il popolo afghano. “Ci sono due governi in Afghanistan in questo momento”, ha detto Seraj, esprimendo il suo fastidio per la politica regionale e internazionale che circonda il suo paese. “Uno è quello delle Nazioni Unite e i suoi affiliati e l’altro è quello dei talebani. La gente sta morendo in Afghanistan, quindi non mi interessa quello che dice il mondo. Aiutate l’Afghanistan in ogni modo e rendeteci possibile uscire da questa situazione”.

I talebani consolidano il potere

Mentre i leader regionali e mondiali discutono su come affrontare l’Afghanistan, i talebani rafforzano il loro dominio nel paese devastato dalla guerra. Ci sono notizie di lotte intestine talebane, ma il gruppo è rimasto finora in gran parte unito.

I governanti afghani hanno il sostegno di Cina e Russia, due potenze mondiali che al momento si stanno scontrando con l’Occidente su più fronti. McCaul ha espresso la sua preoccupazione per gli investimenti cinesi nella Belt and Road initiative in Afghanistan e per i potenziali benefici per i talebani.

Il Pakistan, un attore regionale che storicamente ha avuto un’influenza sui talebani, sembra essere in difficoltà. Il ministro degli Esteri Bhutto-Zardari vuole che i talebani agiscano contro il gruppo terroristico “Stato islamico” e altri gruppi militanti che operano in Afghanistan. La situazione della sicurezza in Pakistan è solo peggiorata da quando i talebani hanno preso il potere.

Il Tehreek-e-Taliban Pakistan, un gruppo militante pachistano legato ai talebani afghani, ha lanciato due massicci attacchi terroristici all’interno del Pakistan nell’arco di tre settimane. Solamente venerdì 18 febbraio, i militanti del TTP hanno attaccato e assediato una stazione centrale di polizia a Karachi, il centro economico del paese. Le forze di sicurezza pakistane sono riuscite a sventare l’assalto e hanno ucciso diversi militanti, ma molte persone, compresi i funzionari di polizia, sono state uccise durante l’attacco.

“A Peshawar, i terroristi ci sono costati oltre 100 vite e proprio di recente hanno attaccato un ufficio di polizia a Karachi”, ha detto Bhutto-Zardari. “Lo scenario realistico per noi è che chiunque sia al comando in Afghanistan deve combattere queste organizzazioni”.

“Non si possono risolvere i problemi umanitari solo con gli aiuti umanitari”, ha detto Bhutto-Zardari. “L’economia dell’Afghanistan non funziona, i suoi fondi sono congelati, i suoi canali bancari non sono attivi, e poi ci sono le sanzioni internazionali. Fino a quando questi problemi non saranno risolti, sarà molto difficile per l’Afghanistan uscire dalla crisi”.

Ma c’è un respingimento contro questo. Rimuovere le sanzioni e sbloccare i fondi significherebbe rafforzare il regime talebano, che non è sicuramente un’opzione per l’Occidente, anche se nel frattempo la popolazione afghana sta soffrendo.

Sono gli afghani ad avere meno voce in capitolo nel loro futuro a breve termine.

La dichiarazione congiunta delle donne ministro degli esteri partecipanti alla Conferenza di Monaco

Insieme, noi, donne ministro degli Esteri alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco 2023, condanniamo fermamente la spinta dei talebani ad escludere le donne da tutta la vita pubblica: alle donne viene impedito di passeggiare nei parchi, non si vedono più sugli schermi televisivi, sono private del loro diritto di frequentare scuole e università e ora sono anche tenute a lavorare nell’assistenza umanitaria. Escludendo metà della popolazione afghana dalla società, i talebani stanno commettendo le più gravi violazioni dei diritti umani. E i talebani stanno mettendo a repentaglio il futuro dell’intero paese. Siamo uniti nel nostro appello a revocare queste restrizioni sulle donne, in particolare quando si tratta del loro ruolo essenziale nella fornitura di assistenza umanitaria. Ciò ripristinerà le basi per fornire l’aiuto di cui le donne, i bambini e gli uomini dell’Afghanistan hanno così urgente bisogno. Siamo al fianco delle donne e degli uomini coraggiosi dell’Iran nella loro lotta quotidiana per i loro diritti e la loro libertà. La loro lotta dimostra che solo dove le donne sono al sicuro tutti sono al sicuro. Non solo in Iran, non solo in Afghanistan, ma in tutto il mondo.


Ucraina, Afghanistan: facciamo il punto – RADIO 24

L’analisi del Direttore Claudio Bertolotti a Radio 24 – Nessun luogo è Lontano, ospite di Giampaolo Musumeci (puntata del 7 settembre 2022)

Ieri l’Aiea ha pubblicato il rapporto sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Dal documento si evince che nonostante i diversi danni alla struttura, i livelli di radiazione nella zona sono “rimasti normali”. Ciononostante l’agenzia è “gravemente preoccupata per la situazione”. Ne abbiamo parlato con Marco Sumini, professore di Fisica dei reattori nucleari all’Università di Bologna.

A poco più di un anno dalla presa del potere da parte dei talebani, torniamo a Kabul con voci esclusive per raccontare ancora un paese che sembra essere nuovamente dimenticato dalla maggior parte dei media e dell’opinione pubblica. Il racconto con Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight, e con le voci raccolte da Morteza Pajhwok, giornalista a Kabul.


Ascolta il Commento di C. Bertolotti a Radio 24 – Nessun luogo è lontano (dal minuto 25)
Possibile intesa sul Nucleare con cappello ONU come accordo sul grano? Di necessità virtù? E forse prodromo a un ulteriore tassello di pace? Cioè singoli dossier molto verticali sui quali si trova accordo (grano, nucleare, ecc) e che magari sommati alla lunga portano verso la pace

Ecco, questo è certamente un fatto di importanza rilevante. Il Segretario generale dell’Onu António Guterres, di fatto ha ribadito in forma edulcorata e accettabile per i russi, quanto già aveva auspicato all’inizio di agosto, e lo ha fatto definendo una precisa priorità, ossia che: “Le forze russe e ucraine debbano impegnarsi a non intraprendere alcuna operazione militare verso o dal sito della centrale. Come secondo passo, dovrebbe essere garantito un accordo su un perimetro smilitarizzato“. Il fatto interessante è che come nel primo passo auspicato non sia fatto esplicito riferimento all’abbandono dell’area da parte delle forze russe che, sì, non potrebbero usare l’area per intraprendere attività offensive ma potrebbero collocarvi, o mantenervi, all’interno assetti importanti per le attività di comando, controllo e comunicazione. Il che sarebbe un grande vantaggio per la Russia, non per l’Ucraina, ma che tranquillizzerebbe le opinioni pubbliche occidentali e dunque le cancellerie europee. E forse sarebbe l’unica opzione accettabile dalla Russia che in questo momento continua a mantenere, come ha fatto per tutta la guerra, il vantaggio tattico pur a fronte di grandi perdite, umane e materiali. Può essere un tassello verso un possibile negoziato, a piccolissimi passi.

Un suo personale bilancio su questo primo anno di governo talebano in Afghanistan

A un anno dalla presa del potere da parte dei talebani, l’Afghanistan è un paese fallito, in preda a una crisi alimentare ed agricola senza precedenti e con un governo incapace di rispondere alle più elementari necessità del suo popolo, dalla salute alla sicurezza, e che, nonostante la crisi economica e sociale, impone un’economia di guerra e una sempre più severa restrizione dei diritti individuali, a partire dalle donnesempre più a margine della vita sociale. Però va detto che l’Afghanistan è oggi un paese sostanzialmente più sicuro di quanto non lo fosse un anno fa. Una sicurezza che si traduce in numeri di vittime civili e militari che si sono ridotti a una minima frazione di quelli registrati durante la guerra dei vent’anni. Ma non per questo l’Afghanistan è divenuto un posto migliore in cui vivere, anzi… è divenuto un incubatore di realtà jihadiste, nuove e vecchie, che hanno la possibilità di collaborare o anche di combattersi a vicenda. Dunque parliamo di una sicurezza relativa e di breve durata. E le premesse non aprono ad alcuna prospettiva di miglioramento nel breve periodo; al contrario, aumenta la presenza, l’attivismo, la capacità organizzativa e operativa dei gruppi jihadisti che in questo paese hanno ritrovato una base sicura per colpire all’interno dei confini afghani (dove si impone la competizione tra i talebani al governo e il gruppo terrorista “Stato islamico Khorasan”), nei paesi della regione (i talebani pakistani, il movimento islamico dell’Uzbekistan, i jihadisti uiguri che guardano alla Cina come obiettivo da colpire) ma anche più lontano, in Occidente, in Africa e nel Sud-Est asiatico. Una situazione dinamica che ci consegna un paese più pericoloso e fertile per il jihadismo internazionale di quanto non lo fosse prima dell’intervento statunitense contro al-Qa’ida, responsabile degli attacchi agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001 e ospitata dai talebani afghani.

Dopo la presa del potere dei Talebani, in molti temevano una ondata di profughi afghani cercare rifugio in Europa. Così non è stato; come mai?

L’unica certezza per poter espatriare dall’Afghanistan è quella irregolare, o illegale, dal momento che i talebani hanno vietato l’espatrio se non per motivi particolari, con esclusione delle donne che non possono lasciare il paese se non accompagnate da un uomo. Una situazione in cui aumentano dunque i pericoli di un viaggio che non garantisce certezze ma che ha costi molto elevati in pochi possono permettersi. Due le rotte migratorie principali: l’Iran e il Pakistan, dove da ottobre a gennaio il numero di attraversamenti sarebbe quadruplicato rispetto ai dati dell’anno precedenti. E parliamo di cifre che si attestano a 4/5000 persone al giorno. Il fatto che non arrivino profughi afghani in Europa non significa che non ci siano afghani che vogliano raggiungerla, bensì è conseguenza della determinazione dell’Unione europea a contenere i migranti nella regione. Unione europea che lo scorso autunno ha promesso oltre 1 miliardo di dollari in aiuti umanitari per l’Afghanistan e i paesi vicini che ospitano gli afghani che sono fuggiti.

L’Afghanistan dei Talebani continua ad essere isolato dal punto di vista diplomatico; la situazione è destinata a rimanere la stessa?

L’isolamento diplomatico è solamente una questione di prospettiva. Se guardiamo con lo sguardo da occidente sì, l’Afghanistan è isolato sul piano formale, anche se su quello sostanziale non mancano gli indizi che suggeriscono un dialogo costante con gli Stati Uniti – dialogo che ha avuto un momento di tensione con l’uccisione del capo di al-Qa’ida, ayman al-Zawairi, proprio nel centro di Kabul, con questo confermando il solido legame con la frangia talebana più estremista, quella del gruppo Haqqani il cui leader è oggi il potente ministro degli interni. Ma di isolamento non possiamo proprio parlare se guardiamo da una prospettiva orientale e mediorientale. Palista, Uzbekistan, Qatar, Arabia Saudita sono paesi che hanno avviato rapporti sempre più intensi con l’Emirato talebano, in particolare in tema di scambi commerciali e supporto. Ma oltre a questi paesi di medio e piccolo peso se uniscono die pesi massimi: la Cina e la Russia. La prima interessata a tutelare i propri investimenti fatti in Afghanistan nel settore estrattivo minerario, la seconda, Mosca, che ospita i talebani a tutti gli eventi di natura commerciale che organizza. Dunque attenzione a parlare di isolamento, perché questo in realtà è sempre meno concreto ed efficace.

La guerra in Ucraina ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e delle cancellerie internazionali; l’Afghanistan è destinato a scivolare sempre più al margine dello scacchiere internazionale?

Purtroppo sì. Quella afghana è una guerra che l’Occidente guidato dagli Stati Uniti ha perso. E le sconfitte devono essere dimenticate, chiuse negli archivi della storia e lontane dall’opinione pubblica. Si guarda oltre, alle priorità immediate: ora è la guerra in Ucraina che focalizza la nostra attenzione, ma un giorno tornerà l’Afghanistan, insieme al sahel, all’Africa sub sahariana ad attirare la nostra attenzione su conflitti che sono già in corso ma che sono fuori dall’attenzione massmediatica e politica.


Attacco all’ambasciata russa di Kabul: quali le ragioni?

Il commento del Direttore Claudio Bertolotti a Radio24 – Effetto Notte, ospite di Roberta Giordano


Ascolta il commento di Claudio Bertolotti a radio 24, puntata del 5 settembre 2022 (dal minuto 48).

L’entità e la portata degli eventi che abbiamo registrato nell’ultimo anno, cioè da quando i talebani hanno provocato il collasso dello stato afghano, è marginale e rappresenta una minima parte degli attacchi che i talebani hanno storicamente condotto contro le forze afghane e quelle occidentali. Dunque lo Stato islamico Khorasan, che ha rivendicato l’attacco contro l’ambasciata russa di Kabul, ad oggi è ancora una minaccia limitata.


i terroristi di al-Qa’ida, legati indissolubilmente ai talebani

Il problema è però spostato avanti nel tempo in quanto il gruppo terrorista e gli altri gruppi regionali si stanno rafforzando sempre più: da una parte ci sono i terroristi di al-Qa’ida, legati indissolubilmente ai talebani, dall’altra parte ci sono i gruppi del jihad globalista che guardano ai talebani come dei traditori da colpire e che auspicano una guerra settaria, in primo luogo contro la minoranza hazara di confessione sciita.

Sullo specifico attacco alla sede diplomatica russa a Kabul, sono due gli aspetti che devono essere considerati per valutarne la portata e la volontà di compierlo. Il primo è dimostrare che i talebani, che da forza insurrezionale e terrorista hanno assunto il ruolo di forza di governo, sono incapaci di garantire un minimo livello di sicurezza in un paese già sostanzialmente fallito e che non è in grado di garantire nulla ai propri cittadini e, come in questo caso, non è in grado di garantire la sicurezza agli stranieri.


la volontà di colpire, simbolicamente, quella Russia che i talebani cerca di coinvolgerli sul piano politico

Dall’altro lato vi è poi la volontà di colpire, simbolicamente, quella Russia che con i talebani non solo dialoga ma coerentemente con la propria visione cerca di coinvolgerli sul piano politico, ma ancor prima economico, commerciale e di ricostruzione infrastrutturale in linea con quanto cercò di fare la stessa Unione Sovietica nel 1989 quando cercò il dialogo e la collaborazione del leader della resistenza afghana Ahmad Shah Massoud.