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Talebani e nuova frontiera digitale islamista (RSI)

Nella puntata di ‘Millevoci’ del 2 settembre 2021 condotta da Nicola Colotti si parla di narrativa talebana, del ruolo dei social media, degli scenari futuri afghani anche per ciò che riguarda l’accesso alla rete, della posizione dei giganti della tecnologia come FB e Twitter e in questo quadro, dell’orizzonte delle donne.

Partecipano
Chiara Sulmoni, giornalista e analista, presidente di Start Insight centro di ricerca sul radicalismo islamista
Stefano Mele, esperto di cybersecurity e analista delle strategie comunicative digitali
Alessandro Longo, giornalista, direttore di agendadigitale.eu


L’impatto emotivo della caduta di Kabul

Nelle ultime settimane si è molto parlato degli aspetti politici e militari, legati alla sicurezza, della presa di Kabul e di tutto il paese da parte dei talebani; meno percepito e discusso ma non meno importante, è l’aspetto emotivo legato al ritorno prepotente e pervasivo sulla scena, del movimento fondamentalista.   

Si tratta di un impatto molto difficile da gestire per gli afghani ma anche per chi ha contatti nel paese oppure in questi anni lo ha raccontato. Anche per i veterani degli eserciti.

In questi giorni di evacuazioni, cooperanti, giornalisti, professori, soldati, afghani residenti all’estero e individui con legami di qualsiasi genere nel paese, hanno ricevuto messaggi toccanti e richieste di aiuto: in tanti si sono mobilitati per dare sostegno a chi si sente in pericolo, spesso senza riuscire a trovare una soluzione.  

Molte persone, anche in grave pericolo di vita, sono state lasciate indietro. Possiamo quindi certamente sentirci sollevati e felici per chi ora dorme sonni più tranquilli, ma la soddisfazione è amara se pensiamo a coloro che non trascorrono la notte senza angosce. .

Tenendo poi conto anche del fatto che un esodo di queste proporzioni, non può essere considerato un successo, viste le conseguenze a lungo termine che avrà sul paese.

In generale, si può dire che al di là dei discorsi di distensione fatti dai talebani stessi -e che non sembrano affatto coincidere con la realtà delle cose- la paura sia grande, soprattutto fra la minoranza hazara e le donne.

In particolare, questo impatto emotivo va a colpire un’intera generazione che è nata e cresciuta durante gli ultimi 20 anni e che ha vissuto, pur con tutti i suoi limiti e fallimenti, un’apertura sul mondo e una possibilità di realizzare progetti prima impensabili. Per tanti giovani afghani -dagli attivisti agli studenti, dai giornalisti agli imprenditori, a chi ha lavorato per il governo impegnandosi nella difesa o nella ricostruzione del paese, a chi era impiegato nelle organizzazioni internazionali, a chi ha lottato strenuamente per i diritti e un futuro migliore attraverso le numerose ONG locali- la delusione, lo sconcerto, la rabbia e il senso di abbandono e di disperazione sono forti e disarmanti.

Si tende a sottolineare come due decenni di presenza occidentale abbiano favorito soprattutto le realtà urbane, e come le aree discoste e rurali siano state invece toccate in maniera molto meno importante da questo cambiamento; anzi, forse hanno sentito maggiormente l’assenza di un governo forte anche nel fornire i servizi. Tuttavia questi giovani, numerosi, che sono in molti casi rientrati in Afghanistan dall’estero con un sogno e la voglia di provare a rincorrerlo, rappresentavano la base ideale per una ricostruzione veramente afghana, portata avanti da afghani e che non si può realizzare nel corso di una sola generazione. Il processo è lungo e avrebbe dovuto essere protetto e sostenuto.

Ora i talebani dovranno governare ma questa loro ostilità nei confronti di chi in passato era già impegnato su questo fronte -e quindi ha le capacità e le competenze, gli studi, i contatti, ma che oggi ha lasciato il paese- insieme ai limiti imposti dall’applicazione della sharia, rende tutto ciò assolutamente complicato e difficile.

Un’altra preoccupazione è che in un futuro molto prossimo si chiuda anche la finestra sulla libertà d’espressione che aveva rappresentato una delle storie di successo di questi ultimi 20 anni, quando sono stati aperti centinaia fra canali TV, radio e giornali. Il timore concreto è che riceveremo sempre meno notizie dall’interno dell’Afghanistan, e gli afghani potranno contare su sempre media che non abbiano un carattere prettamente religioso. La mutazione è già in atto.

Non lasciamo solo l’Afghanistan.  


I talebani dichiarano la formazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan: la nuova bandiera

I talebani chiedono la riapertura dei commerci e l’avvio di relazioni diplomatiche con tutti i paesi.

A meno di una settimana dalla presa del potere con la conquista della capitala Kabul, i talebani hanno annunciato ufficialmente la formazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan.

(Ri)nasce l’Emirato islamico dell’Afghanistan, quello per cui i talebani hanno combattuto vent’anni. Lo ha annunciato il portavoce dei talebani Zabiullah Mujahid su Twitter in occasione del 102° anniversario dell’indipendenza del paese dal dominio britannico. Zabiullah, sempre attraverso Twitter, ha condiviso l’immagine della nuova bandiera afghana (sopra): diversa dalla bandiera dell’Emirato dell’Afghanistan utilizzata dai talebani fino ad oggi.
Zabiullah ha dichiarato che l’Emirato islamico intende instaurare buone relazioni diplomatiche e commerciali con tutti i paesi.

Il ritorno di Baradar

Sempre Zabiullah aveva in precedenza annunciato l’arrivo del vice leader e co-fondatore dei talebani, il mullah Abdul Ghani Baradar, a Kandahar – ex capitale dell’Emirato durante il dominio del movuimento fondamentalista. Insieme a lui il gruppo “diplomatico” che nel corso degli ultimi anni ha diretto e partecipato ai dialoghi negoziali di Doha.


Proclamato l’Emirato Islamico dei talebani. SKY TG24: il commento di C. Bertolotti

I talebani al potere annunciano la nascita dell’Emirato islamico e chiedono il riconoscimento internazionale

Claudio Bertolotti (Direttore START InSight e ricercatore ISPI) ne parla con il Sottosegretario agli Esteri Benedetto della Vedova, ospiti di Liliana Faccioli Pintozzi a SKY TG24 – Puntata del 17 agosto 2021


I talebani al governo: cosa aspettarsi? Il commento di C. Bertolotti a CNBC

L’intervento del Direttore Claudio Bertolotti su CNBC

I Talebani conquistano Kabul

Nel programma ‘A carte scoperte’ del TGCOM24, il punto della situazione con Claudio Bertolotti, 15 agosto 2021


I Talebani a Kabul – SkyTG24

15 agosto 2021 – L’intervista a Claudio Bertolotti poche ore prima dell’ingresso dei Talebani nella capitale afghana


I talebani arrivati a Kabul – C. Bertolotti su RAINews24

Intervista realizzata nella mattinata del 15 agosto 2021, poche ore prima dell’ingresso dei Talebani nella capitale afghana


La rapida conquista talebana – C. Bertolotti al Radiogiornale RSI

Nell’intervista di Chiara Savi per il Radiogiornale della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana (RSI) del 13 agosto, Claudio Bertolotti spiega le conseguenze della rapida avanzata dei talebani che in pochi giorni hanno conquistato numerose provincie afghane e si avvicinano sempre più a Kabul.

“Oggi, secondo Bertolotti, Ashraf Ghani “ormai solo si trova di fronte al grande bivio di dover cedere”, ma “non è detto che i talebani abbiano la capacità, oltre che di conquistare, anche di governare. Questo potrebbe lasciare aperta la possibilità di una sopravvivenza almeno nominale dello Stato afghano, così che la comunità internazionale possa interfacciarsi sul piano formale con un soggetto riconosciuto”.


Afghanistan: il significato della caduta di Herat

di Claudio Bertolotti

Dobbiamo renderci conto del significato della caduta di Herat, che va ben oltre la conquista territoriale. Questa è una delle città più grandi dell’Afghanistan, crocevia di importanti nodi commerciali e logistici. Città simbolo della resistenza anti-sovietica prima e anti-talebana poi. È la città di Ismail Khan, eroe dell’epopea dei mujaheddin e signore della guerra attorno a cui si sono raccolte le ultime speranze di difesa della città. La conquista di Herat va oggi a coronare l’obiettivo strategico dei talebani, ciò prevenire la ricostituzione di un fronte di resistenza unito. Le offensive delle ultime settimane, che si sono mosse su molte direttrici d’attacco hanno destabilizzato le già deboli forze di sicurezza nazionali e le forme di resistenza locali, soffocandole una ad una. Il nord, che avrebbe potuto essere una speranza per il contenimento talebano e la sopravvivenza dello Stato afghano così come lo abbiamo conosciuto per vent’anni, si è sgretolato sotto la pressione dei talebani, che oggi hanno di fatto sancito l’inizio dell’ultima fase della guerra: l’avvio dell’assedio a Kabul che non significa però conquista in tempi brevi, poiché l’assedio prolungato, da solo, potrebbe aprire le porte della città ai talebani.

Ma una cosa deve essere chiara: l’espansione territoriale dei talebani non corrisponde alla loro capacità di controllare i distretti dai quali hanno cacciato i rappresentanti governativi e le forze di sicurezza. Questo vale in particolare per i distretti periferici, che di fatto il governo non ha mai davvero controllato. I talebani non hanno incontrato ostacoli a livello distrettuale semplicemente perché nessuno era li a presidiarli. Al contrario invece di quanto avvenuto nelle capitali provinciali dove l’effetto psicologico della loro avanzata e del ritiro statunitense, insieme alle pressioni e alle minacce alle famiglie dei comandanti militari, ha fatto da detonatore.

La cosiddetta alleanza del nord su cui si è riposta la speranza di una parte del paese e della comunità internazionale, ha dimostrato di non essere efficace con la caduta di importanti aree del nord conquistate in pochi giorni dai talebani.

Un aspetto però evidenzia una possibile difficoltà che dovrà essere affrontata e risolta dai talebani: la lotta per il potere interna al movimento dove a un’ala politica e pragmatica guidata dal Mawlawi Akundzada – rappresentata a Doha dal mullah Baradar – si contrappone quella militare, estremista e fortemente legata ad al-Qa’ida, capeggiata da Sirajuddin Haqqani, su cui ricadono le responsabilità dei peggiori attacchi suicidi e complessi condotto a Kabul begli ultimi 15 anni.

Cadono anche Kandahar e Lashkar Gah

Insieme a Herat cadono anche Kandahar e Lashkar Gah, quest’ultima era stata recentemente riconquistata dalle forze speciali afghane. Kandahar è strategicamente fondamentale per l’aeroporto internazionale ed è uno dei centri di commercio del Paese. La sua conquista significa sancire la conquista del sud e dell’est del paese. Con la conquista di Herat cade anche l’ovest mentre al governo rimangono, oltre a Kabul e ai distretti centrali, alcuni scampoli al nord dove, a Mazar e- Sharif, il maresciallo Rachid Dostum starebbe riorganizzando una difesa.

COSA COMPORTA LA VITTORIA DEI TALEBANI IN AFGHANISTAN?

Rappresenta la conferma che il jihad è più forte dell’esercito più potente del mondo e di tutti i suoi alleati. I talebani hanno vinto, ma la vittoria è quella jihadista e ciò avrà dirette ripercussioni in termini di spinta all’emulazione, all’adesione al terrorismo, al radicalismo di matrice jihadista a livello globale. Il jihad vince sugli imperi, sulle potenze militari, sulle democrazie. Un risultato politico di portata strategica, che va ben oltre i confini delle province afghane e che da Kabul minaccia tutto il mondo.