Negli ultimi
dieci anni i movimenti identitari di destra si sono affermati come una delle
componenti più dinamiche – e controverse – dell’ecosistema della destra
radicale europea. Nati all’incrocio tra attivismo politico, sottoculture
giovanili e mobilitazione digitale, questi gruppi si definiscono come difensori
dell’“identità” culturale, etnica e civile dell’Europa, presentata come
minacciata da immigrazione, multiculturalismo e globalizzazione. A differenza
delle tradizionali formazioni dell’estrema destra novecentesca, gli identitari
tendono a rifiutare simboli e linguaggi apertamente nostalgici o neofascisti,
privilegiando invece una comunicazione moderna, estetizzata e pensata per la
circolazione sui social media.
Il concetto chiave attorno a cui ruota la loro visione è quello di remigrazione, intesa non solo come contrasto all’immigrazione irregolare, ma come progetto politico di inversione dei flussi migratori e di espulsione di soggetti ritenuti “non assimilabili”. Questa proposta viene spesso presentata come soluzione pragmatica e necessaria a una presunta crisi demografica e identitaria dell’Europa, ed è accompagnata da narrazioni cospirative come la cosiddetta “grande sostituzione”, secondo cui élite politiche, economiche e culturali favorirebbero deliberatamente il declino delle popolazioni europee autoctone.
Un tratto distintivo dei movimenti identitari è la centralità della comunicazione digitale. Piattaforme come Telegram, X, Instagram e servizi di video-sharing vengono utilizzate non solo per diffondere messaggi ideologici, ma per costruire un immaginario visivo coerente: video curati, azioni dimostrative spettacolari, raduni filmati come eventi epici, attenzione all’abbigliamento e allo stile. L’attivismo offline – flash mob, manifestazioni simboliche, incontri transnazionali – è spesso pensato in funzione della sua successiva amplificazione online. In questo senso, gli identitari agiscono come moltiplicatori culturali più che come movimenti di massa tradizionali.
Dal punto di vista sociologico, la base militante appare composta prevalentemente da giovani adulti, in larga maggioranza uomini ma con una presenza femminile non marginale, anche attraverso collettivi che rivendicano una forma di “femminismo identitario”. L’estetica e l’autonarrazione puntano alla rispettabilità: abiti eleganti, linguaggio formalmente misurato, rifiuto esplicito della violenza come strumento politico diretto. Questa scelta non implica una moderazione delle posizioni, ma risponde piuttosto a una strategia di normalizzazione, volta a rendere socialmente e politicamente accettabili idee radicali, spostando gradualmente i confini del dibattito pubblico.
Un altro elemento rilevante è la dimensione transnazionale del fenomeno. I movimenti identitari europei operano come una rete fluida, in cui attivisti, influencer e ideologi si muovono tra Paesi diversi, partecipano a eventi comuni e condividono repertori simbolici e narrativi. Questa cooperazione informale contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza a una causa continentale e a superare i tradizionali confini nazionali, pur mantenendo declinazioni locali delle stesse istanze.
Nel complesso, i movimenti identitari di destra rappresentano meno una forza elettorale autonoma e più un laboratorio ideologico e comunicativo capace di influenzare partiti, media e dibattito pubblico. La loro rilevanza non risiede tanto nei numeri quanto nella capacità di immettere concetti, slogan e cornici interpretative che, una volta sdoganate, vengono riprese anche da attori politici istituzionali. Comprendere il funzionamento di questi movimenti è dunque essenziale per analizzare le trasformazioni contemporanee della destra europea e le nuove forme di radicalizzazione politica nell’era digitale.
Il Remigration Summit 2025 si è tenuto a Gallarate
In Europa, i
movimenti identitari di destra operano come una galassia fluida: pochi
“militanti” altamente connessi, capaci però di moltiplicare la propria presenza
attraverso estetica, contenuti digitali e reti transnazionali. La loro forza
non sta tanto nei numeri assoluti, quanto nella capacità di trasformare parole
d’ordine radicali in lessico “presentabile”, spingendo alcuni temi (soprattutto
sull’immigrazione) dal margine al centro del dibattito. Un tratto ricorrente è
l’uso della comunicazione come strumento politico primario: azioni piccole e
simboliche vengono progettate per essere filmate, montate e rilanciate come
“epica” di gruppo, più che come mobilitazione di massa.
Sul piano della sicurezza, le istituzioni europee e nazionali segnalano un contesto in cui estremismo violento e polarizzazione online crescono di importanza. Nel quadro UE, l’EU Terrorism Situation and Trend Report (TE-SAT) 2025 di Europol registra nel 2024 un totale di 58 attacchi terroristici (completati/falliti/sventati) nell’Unione; l’Italia è indicata come il Paese che ha riportato un attacco di matrice right-wing (completato) e, nello stesso anno, un forte volume di attacchi attribuiti all’area left-wing/anarchica (Europol). Sul versante repressivo, Europol riporta 449 arresti per reati legati al terrorismo nel 2024 nei Paesi UE che hanno fornito dati, con 47 arresti riferiti al terrorismo di destra (in aumento rispetto all’anno precedente). Questi numeri non “misurano” direttamente i movimenti identitari (che non coincidono automaticamente con terrorismo), ma descrivono un ambiente in cui l’ecosistema radicale, soprattutto online, è parte della traiettoria di rischio.
Il caso svizzero è particolarmente istruttivo perché mostra come la dimensione transfrontaliera e la radicalizzazione digitale possano interagire con un territorio “cerniera”. Nel rapporto ufficiale «La sicurezza della Svizzera 2024» del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) si sottolinea che i contatti degli ambienti dell’estremismo violento di destra con “colleghi dei Paesi vicini” sono noti e che alcuni membri di gruppi tedeschi potrebbero valutare di spostare parte delle attività in Svizzera, anche come conseguenza di divieti in Germania; il SIC indica misure come respingimenti e divieti di manifestazione per ridurre questo rischio di “trasferimento”. Nello stesso documento, il SIC dedica attenzione al tema dell’accelerazionismo come ideologia estremista di destra che mira a spingere verso atti terroristici, diffusa principalmente online e particolarmente rilevante nella radicalizzazione dei minori, con riferimento a dinamiche di auto-radicalizzazione digitale e fascinazione per la violenza. In altre parole: la minaccia non è solo “organizzativa”, ma anche “di ecosistema”, dove contenuti, estetiche e reti virtuali possono rendere scalabile un estremismo che sul terreno resta numericamente contenuto.
In Italia e in
area alpina, la dimensione transnazionale è un moltiplicatore: pochi attivisti
che si conoscono e si muovono tra Paesi diversi possono creare l’impressione di
un fronte più vasto, soprattutto quando ogni evento diventa materiale
audiovisivo e “prova” di crescita. La stima che circola nelle osservazioni di
chi monitora questi ambienti parla di “qualche centinaio” di attivisti
realmente operativi a livello europeo, giovani e mobili, capaci di fare rete e
di presentare come “onda” ciò che spesso è una costellazione di nuclei
coordinati. In questo senso, l’obiettivo strategico non è solo aumentare i
ranghi, ma contaminare il linguaggio pubblico: spostare la finestra di ciò che
è dicibile, presentando come “realismo” ciò che fino a poco tempo fa sarebbe
stato percepito come estremismo.
Tik Tok, social media, radicalizzazione
di Chiara Sulmoni
In questa pagina trovate: “Intrappolati dall’algoritmo di Tik Tok”, la puntata della trasmissione Patti Chiari (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI) che indaga a 360 gradi sulla piattaforma digitale, con servizi di Nicola Agostinetti e Valerio Scheggia e vari ospiti in studio Include un contributo di Chiara Sulmoni, START InSight sui contenuti estremisti (da 23′ c.)
Piattaforme, algoritmi e adesione emotiva Negli ultimi anni, piattaforme quali TikTok si sono affermate come ambienti centrali nella costruzione dell’identità giovanile. Non sono semplici canali di comunicazione, ma spazi in cui i giovani interpretano il mondo, ampliano le relazioni e danno significato alla propria esperienza. In questo contesto, anche i contenuti estremisti si trasformano: non più solo propaganda esplicita, ma narrazioni integrate nei codici culturali della piattaforma, progettate per colpire l’emotività prima della riflessione critica.
Le logiche degli algoritmi hanno un ruolo decisivo: i sistemi di raccomandazione privilegiano contenuti capaci di catturare immediatamente l’attenzione, favorendo emozioni forti come rabbia, paura, indignazione o orgoglio. Questo meccanismo premia anche contenuti controversi, indipendentemente dalla loro natura, contribuendo alla loro diffusione e visibilità. Su TikTok, in particolare, la fruizione continua e automatica — un video dopo l’altro — riduce la scelta intenzionale e accelera l’esposizione, lasciando poco spazio alla riflessione.
Estetiche e codici dell’estremismo digitale La forma dei contenuti è altrettanto determinante. Sequenze rapide, immagini suggestive (spesso create con l’apporto dell’IA), storytelling personale, domande e risposte, discorsi motivazionali: tutti formati familiari al pubblico giovane. Politica, religione, identità e intrattenimento si mescolano in un flusso continuo in cui i confini tra contenuto ideologico e contenuto neutro diventano sempre più sfumati. Tecniche come il bait-and-switch — contenuti virali usati come esca — o l’uso di audio di tendenza per “coprire” o rendere più allettanti messaggi problematici, permettono di inserire progressivamente narrazioni radicali all’interno di contenuti apparentemente innocui.
Un elemento centrale è la musica. Nei contesti islamisti, i nasheed — canti a cappella della tradizione religiosa islamica — creano un senso di solennità, comunità e destino condiviso, talvolta accompagnando richiami alla jihad. Negli ambienti della destra radicale, invece, si ricorre a generi vicini alle sottoculture giovanili — rap, pop, folk o elettronica — frequentemente remixati con meme e contenuti virali. In entrambi i casi, la musica diventa uno strumento di adesione identitaria, capace di alimentare un senso di appartenenza a realtà collettive che oltrepassano i confini geografici.
L’estetica è altamente curata e svolge anch’essa una funzione cruciale. Simboli, abbigliamento, gestualità, iconografie, codici visivi e lessico di sottoculture digitali come quello legato alla manosfera trasformano l’estremismo in un fenomeno non solo ideologico, ma anche culturale ed estetico. All’interno di questi ambienti, ad esempio, circolano espressioni e simboli tipici del gergo incel e della manosfera più ampia, come riferimenti alla “red pill”, alla “black pill” o categorie identitarie quali “alpha” e “beta”, che strutturano narrazioni semplificate delle relazioni sociali e di genere. Questa estetica non ha solo una funzione codificata, ma anche una forte capacità attrattiva: rende i contenuti immediatamente riconoscibili, visivamente coinvolgenti e spesso emotivamente seducenti, facilitandone la diffusione. Il linguaggio condiviso è immediatamente comprensibile per chi ne conosce le chiavi di lettura, ma opaco per genitori, insegnanti ed educatori. Le nuove generazioni partecipano attivamente a questa evoluzione, attribuendo continuamente nuovi significati a simboli e parole, e contribuiscono in modo diretto alla costruzione della propria esperienza algoritmica, orientando attraverso le proprie interazioni — like, commenti, condivisioni e tempi di visualizzazione — ciò che viene progressivamente mostrato sullo schermo.
In questo contesto, anche le cosiddette logiche di gamification assumono un ruolo rilevante. La violenza è spesso attenuata, simbolica o inserita in una cornice ludica. Può essere presentata come una “sfida” o una “missione”, secondo schemi tipici dei videogiochi, in cui azioni e obiettivi sono organizzati in livelli e ricompense. Questo produce uno slittamento percettivo: la violenza non è più percepita come evento reale, ma come prestazione o prova di valore, creando una distanza dalle sue conseguenze.
Particolarmente insidiosi sono i messaggi stratificati e subliminali. Meme, ironia e ambiguità consentono una fruizione inizialmente leggera, che può però normalizzare progressivamente contenuti polarizzanti. L’esposizione ripetuta orienta la percezione del mondo senza che l’utente ne sia pienamente consapevole. Fenomeni come l’“Alt-Jihad” o “Islamogram” – mutuati dall’“Alt-right” e dal “Terrorgram” nell’universo della destra radicale – rappresentano un esempio emblematico: contenuti nativi digitali che fondono narrativa jihadista, cultura memetica, estetiche da videogiochi e riferimenti anime, creando una forma di propaganda ibrida adattata ai codici della Generazione Z.
Confine tra digitale e reale Questo ecosistema estetico e narrativo non resta confinato allo spazio simbolico. In alcuni casi, infatti, può contribuire a orientare percezioni e comportamenti nel mondo reale, soprattutto quando si innesta su condizioni di isolamento e vulnerabilità individuale. In questa prospettiva si inserisce il caso del quindicenne che, nel marzo 2024 a Zurigo, ha accoltellato un ebreo ortodosso. Il ragazzo, descritto come fortemente attivo online, soprattutto su TikTok e Instagram, interagiva con ambienti riconducibili a una subcultura islamista digitale, dove consumava e contribuiva alla circolazione di contenuti estremisti.
Dinamiche simili emergono anche in contesti differenti e su scala più ampia, a conferma della natura multipiattaforma dei percorsi di esposizione. Un caso emblematico è quello di un adolescente nel Regno Unito condannato per terrorismo nel 2026, che faceva parte di 25 diverse chat online di estrema destra su piattaforme come Telegram, Snapchat, TikTok e Wire. Il ragazzo ha descritto questa attività di costruzione della propria identità digitale come una forma di evasione dalla realtà.
Un ulteriore esempio, sempre nel 2024, proviene da alcuni cantoni svizzeri, dove si sono verificate minacce di attentati o stragi nelle scuole, spesso tramite scritte sui muri degli edifici scolastici. Secondo autorità e direzioni degli istituti, nella maggior parte dei casi non si trattava di intenzioni reali, ma di episodi legati a un trend circolato su TikTok, una sorta di sfida virale tra giovani. Nonostante l’assenza di un progetto concreto, questi episodi hanno comunque richiesto interventi della polizia ed evacuazioni preventive. Il punto critico sta nello scarto tra gesto e intenzione: anche azioni nate come imitazione o gioco virale producono effetti reali, generano allarme e contribuiscono ad abbassare la soglia di tolleranza verso l’idea di violenza, rendendola più presente e “normale” nello spazio sociale.
Fenomeni di questo tipo non restano isolati. In modo più ampio, dinamiche simili emergono quando eventi globali — come conflitti internazionali o crisi geopolitiche — vengono reinterpretati in chiave personale, trasformandosi in possibili “chiamate all’azione”. In questi casi, la distanza tra dimensione globale ed esperienza individuale si accorcia, e ciò che accade altrove può essere percepito come un impulso diretto all’azione nel proprio contesto.
Le analisi più recenti indicano che i casi di radicalizzazione online tra minori sono destinati ad aumentare; anche in Svizzera, le autorità segnalano una crescita del fenomeno. Questo sviluppo va letto in un contesto più ampio: i social media non sono solo canali di trasmissione, ma ambienti formativi in cui si intrecciano esposizione ai contenuti, dinamiche algoritmiche e bisogni identitari.
Contrastare queste dinamiche richiede un approccio realistico e multidisciplinare. Eliminare completamente i contenuti estremisti è impraticabile: i messaggi sono spesso ambigui e in grado di cambiare forma e linguaggio per rimanere efficaci e visibili dentro ambienti digitali in continua evoluzione. Allo stesso tempo, demonizzare le piattaforme è controproducente, poiché esse rappresentano anche spazi di creatività e partecipazione. Le strategie di moderazione e deplatforming sono necessarie, ma mostrano limiti evidenti e possono spingere gli utenti verso ambienti meno regolati.
In definitiva, la radicalizzazione online non è il prodotto di un singolo contenuto, ma di un ecosistema complesso e cumulativo. Comprenderlo significa riconoscere l’intreccio tra tecnologia, società e vulnerabilità individuale — ed è proprio in questo spazio che si gioca una delle sfide più rilevanti del presente.
Le rivolte a Los Angeles e il nuovo fronte della guerra irregolare
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti
La guerra irregolare
(Irregular Warfare, IW) è comunemente intesa come un conflitto in cui la posta
in gioco non è necessariamente il controllo del territorio o la superiorità
militare convenzionale, bensì la legittimità, l’influenza e il controllo delle
popolazioni. Tradizionalmente associata a insurrezioni, tattiche di guerriglia
e attori non statali, la guerra irregolare si è evoluta in forme sempre più
complesse e ibride, specialmente all’interno delle società democratiche. Se
osservata attraverso questa lente contemporanea, le tensioni che si stanno
sviluppando a Los Angeles tra gli “Angelinos”, le autorità locali e
il governo federale possono essere interpretate come una forma domestica di
guerra irregolare.
Al centro del conflitto
vi è una lotta fondamentale per la legittimità e la sovranità. Los Angeles,
come altre “giurisdizioni santuario”, ha attivamente sfidato l’applicazione
delle leggi federali sull’immigrazione, ha rifiutato di cooperare con alcune direttive
del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) e si è opposta a iniziative di
controllo del crimine percepite come ingiuste o discriminatorie. Queste azioni
non riflettono semplicemente divergenze politiche, ma una lotta ideologica più
profonda su chi ha il diritto di governare e in che modo. Affermando norme di
governance locali in contrasto con i mandati federali, Los Angeles mette in
discussione la supremazia del governo federale sul proprio territorio—un
comportamento strategico che richiama quello degli attori irregolari intenzionati
a delegittimare l’autorità centrale.
Fondamentale è l’impiego
di metodi asimmetrici. Invece di una resistenza armata, le autorità di Los
Angeles utilizzano strumenti di guerra legale (“lawfare”), resistenza
burocratica e comunicazione pubblica. Causa strategiche, inadempienze
municipali, discrezionalità nell’azione penale e ordinanze a protezione dei
residenti “undocumented” rappresentano strumenti di resistenza analoghi a
quelli con cui le forze irregolari utilizzano il terreno, il tempo e modalità
non convenzionali per eludere forze superiori. Questa insorgenza burocratica
non mira a rovesciare lo Stato, ma a ridefinire i confini dell’autorità
federale dall’interno.
Tuttavia, il conflitto
non è rimasto confinato al piano legale o retorico. Negli ultimi giorni ha
assunto una dimensione cinetica, con scontri fisici tra agenti federali,
manifestanti, organizzazioni comunitarie e persino le forze dell’ordine
municipali durante retate e operazioni di polizia. Questi confronti—che
talvolta degenerano in rivolte, arresti di massa o dispersioni
violente—richiamano le realtà tattiche della guerra irregolare, in cui il
controllo dello spazio urbano diventa un indicatore di legittimità. Il
dispiegamento di unità federali militarizzate nei quartieri cittadini, spesso
senza il consenso o la collaborazione delle autorità locali, intensifica la
percezione di “occupazione”, provocando resistenza spontanea o organizzata da
parte dei civili. Questa escalation nel confronto fisico offusca il confine tra
applicazione della legge e coercizione politica—una dinamica tipica dei
conflitti ibridi in cui lo Stato stesso appare frammentato e contestato.
Ugualmente centrale è la
guerra narrativa. Le autorità federali dipingono Los Angeles come una città
“senza legge”, ostaggio del crimine e del disordine, mentre le
autorità locali si presentano come difensori della dignità umana, dei diritti
civili e della giustizia morale. Queste narrazioni opposte non sono un elemento
accessorio, ma rappresentano il cuore del conflitto, poiché entrambe le parti
cercano di conquistare il sostegno dell’opinione pubblica. Nella guerra
irregolare, la vittoria si misura spesso non sul campo di battaglia, ma nella
capacità di conquistare le menti e i cuori della popolazione. Sotto questo
profilo, il caso di Los Angeles rientra pienamente nelle dimensioni
psicologiche e informative della guerra irregolare.
Inoltre, questo confronto
coinvolge una rete complessa di attori non tradizionali. Organizzazioni della
società civile, reti di attivisti, gruppi di assistenza legale e persino
comunità religiose hanno assunto funzioni quasi politiche e protettive,
occupando ruoli normalmente riservati alle istituzioni statali. I loro sforzi
coordinati per ostacolare l’applicazione delle norme federali e offrire forme alternative
di governance e giustizia sono tratti distintivi del conflitto irregolare, dove
la legittimità è contesa non solo con la forza, ma anche attraverso istituzioni
concorrenti.
In conclusione, pur in
assenza di eserciti convenzionali o milizie, Los Angeles rappresenta un campo
di battaglia contemporaneo della guerra irregolare—uno in cui la legge,
l’identità, la narrativa e, in certi casi, la forza fisica, sono le armi
principali. Con l’evolversi della natura del conflitto nelle democrazie
liberali, diventa sempre più evidente che la guerra irregolare non è più
confinata a insurrezioni lontane o Stati falliti. Essa si sta svolgendo nei
paesaggi politici contesi di città come Los Angeles, dove la posta in gioco non
è solo una politica pubblica, ma la definizione stessa di sovranità,
legittimità e giustizia nel XXI secolo.
La diplomazia pubblica russa nella guerra cognitiva: attori, narrazioni e strumenti digitali.
Nel contesto della competizione geopolitica contemporanea, la guerra cognitiva si configura come una dimensione emergente della conflittualità ibrida, in cui l’informazione, la percezione e l’influenza culturale assumono un ruolo strategico. In questo ambito, la Federazione Russa ha sviluppato una complessa architettura di diplomazia pubblica orientata non solo alla promozione dell’immagine nazionale, ma alla produzione intenzionale di narrazioni che favoriscano i propri interessi strategici e delegittimino quelli dei competitor internazionali. Analizziamo qui i principali strumenti e attori della diplomazia pubblica russa, con particolare attenzione al ruolo svolto dal concetto di “Mondo Russo”, dagli istituti statali di proiezione culturale e dall’impiego della diplomazia digitale nel contesto pandemico. Particolare attenzione sarà dedicata al caso italiano, con riferimento all’operazione “Dalla Russia con amore”, emblematica per comprendere la sovrapposizione tra assistenza umanitaria e strumenti di guerra informativa.
1. Il “Mondo Russo” come dispositivo ideologico
Il
concetto di Russkij
Mir (Mondo Russo) rappresenta un pilastro fondamentale nella
strategia comunicativa e geopolitica della Federazione Russa. Questa ideologia
combina elementi di identità linguistica, memoria storica e solidarietà
diasporica per consolidare l’influenza di Mosca sulle comunità russofone nel
mondo. Non si tratta solo di un collante culturale, ma di un paradigma
geopolitico che giustifica l’intervento e la presenza russa nei Paesi ex
sovietici e oltre.
Origini e Sviluppo del Concetto di
Russkij Mir
Il termine Russkij Mir
ha radici storiche profonde, ma è stato rilanciato nel discorso politico russo
contemporaneo a partire dagli anni 2000. Nel 2007, il presidente Vladimir Putin
ha istituito la Fondazione Russkij Mir con l’obiettivo di promuovere la lingua
e la cultura russa all’estero. Questo concetto è stato ulteriormente sviluppato
per includere una visione del mondo in cui la Russia si presenta come
protettrice dei russofoni ovunque essi si trovino, giustificando così
interventi politici e militari in nome della difesa dei “compatrioti”.
Strumenti di Promozione del Russkij Mir
La promozione del Russkij Mir avviene attraverso
una serie di strumenti istituzionali e narrativi:
Fondazione Russkij
Mir: organizzazione che finanzia progetti culturali e
educativi per diffondere la lingua e la cultura russa.
Rossotrudničestvo: agenzia governativa che coordina la cooperazione umanitaria
internazionale e sostiene le comunità russofone all’estero.
Chiesa Ortodossa
Russa: istituzione che svolge un ruolo chiave nel
rafforzare l’identità spirituale e culturale russa, spesso in sinergia con le
politiche statali.
Media e Diplomazia
Pubblica: utilizzo di media statali e social media per
diffondere narrazioni favorevoli alla Russia e per influenzare l’opinione
pubblica internazionale.
Implicazioni Geopolitiche
Il Russkij Mir funge da
giustificazione ideologica per le politiche espansionistiche della Russia. È stato utilizzato per legittimare l’annessione della Crimea nel
2014 e il sostegno ai separatisti nelle regioni orientali dell’Ucraina. La narrativa del Russkij Mir sostiene che la Russia ha il diritto e il dovere di proteggere
i russofoni ovunque si trovino, anche attraverso l’intervento militare .
Critiche e Controversie
Il concetto di Russkij Mir
è stato oggetto di critiche sia interne che internazionali. Molti lo vedono
come una forma di neo-imperialismo che mina la sovranità degli Stati vicini.
Inoltre, l’uso della lingua e della cultura come strumenti di influenza
politica solleva preoccupazioni riguardo alla manipolazione dell’identità
culturale per fini geopolitici.
2. Gli attori istituzionali: Gorchakov Fund e Rossotrudnichestvo
Due istituzioni svolgono un ruolo cardinale nella diplomazia pubblica
russa: il “Gorchakov Fund for Public Diplomacy” e Rossotrudnichestvo.
Il Gorchakov Fund for Public Diplomacy
Istituito nel 2010 su iniziativa del Ministero degli Affari Esteri russo,
il Gorchakov Fund ha l’obiettivo di promuovere la visione geopolitica del
Cremlino nel contesto internazionale. Finanzia progetti, conferenze e programmi
accademici mirati a consolidare l’influenza russa all’estero, in particolare
nei Paesi dell’ex Unione Sovietica. Il Fondo sostiene organizzazioni non profit
russe e straniere, nonché centri di ricerca orientati alla politica estera,
attraverso l’erogazione di sovvenzioni. Inoltre, implementa programmi
scientifici ed educativi per giovani esperti, figure pubbliche e giornalisti,
come il “Dialogue for the Future” e il “Diplomatic Seminar of
Young Specialists”
Rossotrudnichestvo
Fondata nel 2008, Rossotrudnichestvo è l’agenzia federale russa incaricata
di gestire le relazioni con la diaspora e sviluppare iniziative di cooperazione
umanitaria, educazione e promozione linguistica. Opera in oltre 80 Paesi
attraverso i Centri Russi di Scienza e Cultura, promuovendo la lingua e la
cultura russa, e organizzando programmi educativi e culturali. Tra le sue
attività principali vi sono il programma “New Generation”, che offre
viaggi di studio in Russia per giovani leader stranieri, e “Hello,
Russia!”, rivolto ai giovani compatrioti all’estero. Rossotrudnichestvo
svolge un ruolo attivo nella politica estera russa, consolidando le attività
dei sostenitori pro-Russia nella regione post-sovietica e diffondendo la
narrativa del Cremlino.
Entrambe le istituzioni sono strumenti chiave della strategia di soft power
russa, mirata a rafforzare l’influenza culturale e politica di Mosca a livello
globale.
3. Diplomazia digitale, disinformazione e il caso italiano
Uno degli elementi più innovativi della strategia russa è
l’adozione della diplomazia digitale, intesa come utilizzo sistematico delle
tecnologie informatiche per finalità di influenza politica e manipolazione
dell’informazione. Le piattaforme digitali, i social media e i portali
informativi alternativi vengono impiegati per veicolare narrazioni filo-russe,
alimentare il dubbio e polarizzare le opinioni pubbliche, sfruttando spesso il
meccanismo della disinformazione e delle fake news.
Durante la pandemia da Covid-19, la Russia ha intensificato tali operazioni, presentandosi come attore responsabile e solidale (si pensi agli aiuti medici inviati in Italia), mentre diffondeva contenuti che screditavano i sistemi sanitari e politici dei Paesi occidentali. Questo approccio ha trovato espressione nell’operazione “Dalla Russia con amore”, che ha visto il dispiegamento di personale militare russo in Lombardia nel 2020, ufficialmente per attività di sanificazione. Tuttavia, numerose fonti italiane ed europee hanno sollevato preoccupazioni in merito al potenziale utilizzo di tale missione come strumento di spionaggio e raccolta informativa su infrastrutture sensibili. Come ho avuto modo di approfondire in un mio precedente articolo, tale operazione rappresenta un esempio concreto di applicazione della guerra ibrida russa, in cui propaganda, disinformazione e attività di intelligence convergono nel contesto di una crisi umanitaria.
Conclusioni
La diplomazia pubblica russa si configura come uno
strumento strutturato e deliberatamente orientato alla proiezione di influenza,
parte integrante di una più ampia strategia di guerra cognitiva. Essa si fonda
su una combinazione di dispositivi simbolici (come il “Mondo Russo”),
istituzioni statali operative (come il Gorchakov Fund e Rossotrudnichestvo), e
tecnologie comunicative digitali sofisticate. Il caso dell’operazione “Dalla
Russia con amore” dimostra come, in contesti di emergenza, la cooperazione
umanitaria possa trasformarsi in un’occasione di penetrazione informativa e di
influenza strategica. Comprendere tali dinamiche è oggi essenziale per
proteggere la resilienza cognitiva delle democrazie e prevenire l’erosione
della fiducia pubblica nelle istituzioni.
Bibliografia
Bertolotti, C. (2025). Dalla Russia con amore: le nuove
minacce per l’Italia e il ruolo della Russia tra cyberspazio, salute pubblica,
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Center on Global Interests.
Pomerantsev,
P. (2019). This Is Not Propaganda: Adventures in the War Against Reality. Faber
& Faber.
Zizians, l’ascesa della setta vegana: dalla filosofia alla violenza.
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
L’arresto di Jack LaSota, una donna transgender nota online come “Ziz”, ha portato alla ribalta la setta vegana violenta conosciuta come gli Zizians. Quella che fino a poche settimane fa era solo una minuscola sottocultura, sconosciuta ai non addetti ai lavori, è oggi sempre più sotto i riflettori, mentre le autorità inquirenti scoprono dettagli inquietanti sull’ideologia del gruppo e il suo coinvolgimento in diversi crimini violenti. Con LaSota al comando, gli Zizians sembrano essersi evoluti da un movimento filosofico di nicchia a una rete organizzata e radicalizzata, disposta a compiere azioni estreme per promuovere la propria ideologia.
Gli attacchi degli Zizians sono un esempio preoccupante di come l’estremismo ideologico, alimentato dalla radicalizzazione online, possa sfociare in violenza nel mondo reale
Questa organizzazione
settaria sembrerebbe implicata in una serie di incidenti violenti in tutti gli
Stati Uniti, tra cui spiccano gli scontri con le forze dell’ordine, le proteste
aggressive e gli attacchi mirati. I rapporti delle forze di polizia di diversi
stati suggeriscono che i suoi membri aderiscano a una visione del mondo rigida,
quasi apocalittica, che combina elementi di veganismo radicale, anarchismo,
pensiero transumanista e una profonda sfiducia nelle istituzioni statali. Le
attività del gruppo, dal proselitismo online agli atti di aggressione nel mondo
reale, hanno sollevato interrogativi urgenti sulle sue origini, i metodi di
reclutamento e le implicazioni più ampie della sua crescente influenza tra i
più giovani. Mentre le indagini continuano, le autorità e gli analisti si
stanno confrontando con il potenziale del gruppo per ulteriori violenze e con
le sfide di riuscire a smantellare un movimento decentralizzato che agisce
quasi indisturbato su internet. Gli attacchi degli Zizians sono un esempio
preoccupante di come l’estremismo ideologico, alimentato dalla radicalizzazione
online, possa sfociare in violenza nel mondo reale, ponendo una minaccia unica
e in continua evoluzione per la sicurezza pubblica.
Storicamente, questo
gruppo ha le sue radici nell’area della Baia di San Francisco, dove nel 2016
Jack LaSota iniziò a pubblicare un blog sotto lo pseudonimo di “Ziz”.
Inizialmente, gli scritti di LaSota attrassero un pubblico di nicchia, in particolare
all’interno dei circoli online interessati alla filosofia, all’intelligenza
artificiale e alle teorie sociali radicali. Tuttavia, nel tempo, le sue idee si
sono evolute in un’ideologia più complessa e controversa che ha iniziato ad
attrarre seguaci, formando infine le basi di quello che ora è conosciuto come
il movimento Zizians. Nei suoi scritti, LaSota ha esplorato teorie non
convenzionali sulla coscienza umana, proponendo che gli emisferi del cervello
potessero possedere valori distinti e addirittura identità di genere separate,
spesso in conflitto interno. LaSota ha descritto questa come una lotta
fondamentale all’interno degli individui, una lotta che potrebbe essere
“risolta” attraverso la trasformazione personale e l’impegno ideologico.
Questa prospettiva risuonò con alcune comunità online interessate agli studi
sulla coscienza, ma contribuì anche a una visione del mondo più rigida e
dogmatica tra i suoi seguaci. Oltre alla speculazione metafisica, il discorso
di LaSota si espanse nei domini politici ed etici, incorporando elementi di
veganismo radicale, anarchismo e una forte opposizione alle comunità
razionaliste mainstream, in particolare quelle preoccupate per l’intelligenza
artificiale e il rischio esistenziale. LaSota fu fin dall’inizio molto critica
di questi gruppi per quella che percepiva come codardia morale e la riluttanza
a intraprendere azioni dirette. Questa opposizione divenne una caratteristica
definente dell’ideologia Zizians, formando l’atteggiamento antagonista del
gruppo contro il movimento razionalista e le sue istituzioni.
Il mix eclettico di
credenze che emerse diede ai seguaci degli Zizians un’identità ideologica
distinta. Col tempo, quello che era iniziato come una ricerca intellettuale
online si trasformò in un movimento più estremo, orientato all’azione
militante, che avrebbe assunto una caratterizzazione sempre più radicale. La
transizione del gruppo dalla filosofia di nicchia all’azione violenta divenne
evidente nel 2019, segnando un punto di svolta nella sua evoluzione.
Quell’anno, LaSota e alcuni associati furono arrestati durante una protesta
fuori da un centro congressi in California del Nord che ospitava un evento
razionalista. Quello che iniziò come una disputa ideologica sull’etica
dell’intelligenza artificiale si trasformò rapidamente in azione violenta. La
manifestazione fu caratterizzata da tattiche aggressive, inclusi confronti
fisici, danni a proprietà e tentativi di interrompere forzatamente l’evento.
Questo incidente segnalò un cambiamento preoccupante da una critica
intellettuale a una militanza, preparando il terreno per azioni ancora più
estreme negli anni successivi.
Nel 2020, gli Zizians
iniziarono ad attrarre individui che non solo erano ideologicamente allineati,
ma anche disposti a compiere azioni violente. In un caso significativo, un
individuo affiliato alla setta fu arrestato a Portland, Oregon, dopo aver
incendiato una struttura di ricerca collegata allo sviluppo dell’IA. L’attacco,
che le autorità classificarono come incendio doloso, fu presentato dal
colpevole come un “colpo preventivo” contro i sistemi di intelligenza
artificiale che ritenevano rappresentassero una minaccia esistenziale per
l’umanità.
Nel 2021, una campagna
coordinata di molestie prese di mira figure chiave delle comunità razionaliste
e di altruismo efficace. Alcuni elementi di spicco di questo movimento
ricevettero minacce di morte e, in almeno un caso, la casa di un blogger
razionalista fu vandalizzata con graffiti che recavano gli slogan della setta.
Sebbene non ci fossero violenze fisiche dirette, la campagna dimostrò la
crescente volontà del gruppo di ricorrere a tattiche di intimidazione.
L’escalation proseguì nel
2022, quando un gruppo di Zizians mise in atto un’intrusione in un laboratorio
biotecnologico a San Diego, presumibilmente per “liberare” gli
animali utilizzati nei test. Le riprese di sicurezza mostrarono individui
mascherati che indossavano equipaggiamento tattico, sottolineando ulteriormente
la crescente militarizzazione del gruppo. Sebbene non si fossero registrati
feriti, l’intrusione causò ingenti danni a proprietà e diversi membri furono
arrestati.
Nel 2023, la violenza
prese una piega più mortale. Un membro della setta fu implicato nel tentato
omicidio di uno scienziato informatico a Boston, un ricercatore noto per
sostenere i protocolli di sicurezza nell’IA. Il sospetto, che aveva pubblicato
diversi manifesti online allineati con le teorie di LaSota, fu arrestato prima
che l’attacco potesse essere portato a termine. Tuttavia, l’incidente rafforzò
i timori che gli Zizians stessero passando oltre i crimini contro la proprietà
e le molestie, dirigendosi verso violenze fisiche mirate.
Questi incidenti
preparavano il terreno per la sanguinosa campagna di attivismo iniziata nel
gennaio del 2025. L’agente della Border Patrol statunitense David Maland fu
ucciso durante un controllo stradale in Vermont. Gli assalitori, Zizians,
furono trovati con equipaggiamento tattico e armi, a sottolineare le capacità
operative del gruppo e la serietà della minaccia che ora rappresentavano. Un
altro atto violento scioccante avvenne nello stesso mese a Vallejo, California,
dove il proprietario di un immobile, Curtis Lind, fu brutalmente accoltellato.
Le indagini rivelarono collegamenti tra i sospetti e la rete Zizians,
evidenziando l’espansione geografica del gruppo e il crescente disprezzo per la
vita umana nel perseguire i propri obiettivi ideologici.
Il modello di escalation,
dalla radicalizzazione online alla violenza mirata, dimostra la trasformazione
della setta in un movimento estremista pericoloso. Ciò che era iniziato come un
discorso filosofico oscuro è ora diventato una minaccia organizzata, con
conseguenze reali che le autorità faticano a contenere.
Gli Zizians, un fenomeno emerso negli Stati Uniti, hanno mostrato una notevole influenza che si estende ben oltre i confini americani. Sebbene le loro radici risiedano ancora negli Stati Uniti, le loro attività e la loro rete hanno trovato punti di appoggio in vari paesi europei, suscitando preoccupazione riguardo alla portata globale del gruppo e al suo impatto. Individui come il cittadino tedesco Felix Bauckholt, implicato in attività violente legate al mondo Zizians, dimostrano la capacità del gruppo di infiltrarsi e operare oltre i confini nazionali. Il coinvolgimento di Bauckholt segna una tendenza più ampia verso l’appello o l’organizzazione internazionale del gruppo, suggerendo una rete transnazionale che facilita la coordinazione e la violenza ideologica. Oltre alla Germania, altre nazioni europee stanno affrontando azioni ispirate all’ideologia Zizians. Nel Regno Unito, ad esempio, le autorità hanno registrato diversi episodi di radicalizzazione legati all’ideologia del gruppo, indicando che la loro influenza stia estendendosi verso le frange politiche. La Francia, con la sua ricca storia di movimenti radicali, ha anche visto individui provenienti da altri movimenti politici allinearsi con gli ideali Zizians, suscitando crescente preoccupazione riguardo al potenziale di attacchi estremisti organizzati. Inoltre, paesi come l’Italia e la Spagna, con le loro posizioni geografiche strategiche, sono diventati punti critici per il reclutamento e il supporto logistico delle attività Zizians. I confini porosi di questi paesi e i climi politici diversificati li rendono vulnerabili ai movimenti ideologici esterni. Le connessioni transnazionali del gruppo potrebbero includere anche reti finanziarie, campagne di propaganda online e supporto logistico che permettono loro di pianificare e attuare azioni in tutta Europa.
Questa crescente dimensione
internazionale dell’influenza Ziziana solleva molte preoccupazioni. Le forze
dell’ordine e le agenzie di intelligence in tutta Europa stanno lavorando
sempre più in coordinamento per monitorare le attività del gruppo, condividere
informazioni e prevenire ulteriori escalation. L’ascesa di questa rete
estremista transnazionale sottolinea la necessità di una maggiore cooperazione
tra le nazioni per contrastare la minaccia dei movimenti radicali globalizzati.
La capacità degli Zizians di ispirare o coordinare direttamente azioni oltre
gli Stati Uniti evidenzia la natura in evoluzione dell’estremismo moderno e la
crescente complessità nel combattere tali minacce transnazionali.
Questa setta rappresenta
un esempio lampante di come la radicalizzazione online possa favorire l’ascesa
di movimenti estremisti nell’era digitale. Centrale nelle loro operazioni era
la presenza digitale di figure chiave come LaSota, le cui piattaforme online
sono diventate un punto di incontro per individui con ideologie simili, attratti
dalla violenza del gruppo. Queste piattaforme permettevano a LaSota e ad altri
di diffondere propaganda, materiali ideologicamente carichi e retorica
violenta, creando una sorta di camera dell’eco in cui l’estremismo poteva
prosperare senza i limiti geografici tradizionali.
MDHM nell’era digitale: il doppio volto dell’Intelligenza Artificiale tra minaccia e soluzione per la democrazia.
La
diffusione di informazioni false, fuorvianti o manipolate – riassunta
nell’acronimo MDHM (misinformation, disinformation, malinformation e hate
speech) – rappresenta una delle sfide più critiche dell’era digitale, con
conseguenze profonde sulla coesione sociale, la stabilità politica e la
sicurezza globale. Questo studio analizza le caratteristiche distintive di
ciascun fenomeno e il loro impatto interconnesso, evidenziando come alimentino
l’erosione della fiducia nelle istituzioni, la polarizzazione sociale e
l’instabilità politica.
L’intelligenza
artificiale emerge come una risorsa cruciale per contrastare il MDHM, offrendo
strumenti avanzati per il rilevamento di contenuti manipolati e il monitoraggio
delle reti di disinformazione. Tuttavia, la stessa tecnologia alimenta nuove
minacce, come la creazione di deepfake e la generazione di contenuti
automatizzati che amplificano la portata e la sofisticazione della
disinformazione. Questo paradosso evidenzia la necessità di un uso etico e
strategico delle tecnologie emergenti.
Il lavoro propone un approccio multidimensionale per affrontare il MDHM, articolato su tre direttrici principali: l’educazione critica, con programmi scolastici e campagne pubbliche per rafforzare l’alfabetizzazione mediatica; la regolamentazione delle piattaforme digitali, mirata a bilanciare la rimozione dei contenuti dannosi con la tutela della libertà di espressione; la collaborazione globale, per garantire una risposta coordinata a una minaccia transnazionale.
In
conclusione, l’articolo sottolinea l’importanza di un impegno concertato tra
governi, aziende tecnologiche e società civile per mitigare gli effetti
destabilizzanti del MDHM e preservare la democrazia, la sicurezza e la fiducia
nelle informazioni.
Definizioni
e Distinzioni
La
diffusione di informazioni false, fuorvianti o manipolate costituisce una delle
sfide più complesse e pericolose dell’era digitale, con ripercussioni
significative sull’equilibrio sociale, politico e culturale. I fenomeni noti
come misinformation,disinformation, malinformatione hate speech,
sintetizzati nell’acronimo MDHM, rappresentano
manifestazioni distinte ma strettamente interconnesse di questa problematica.
Una comprensione approfondita delle loro specificità è imprescindibile per
sviluppare strategie efficaci volte a contenere e contrastare le minacce che
tali fenomeni pongono alla coesione sociale e alla stabilità delle istituzioni.
Misinformation:
Informazioni false diffuse senza l’intenzione di causare danno. Ad esempio, la
condivisione involontaria di notizie non verificate sui social media.
Disinformation:
Informazioni deliberatamente create per ingannare, danneggiare o manipolare
individui, gruppi sociali, organizzazioni o nazioni. Un esempio è la diffusione
intenzionale di notizie false per influenzare l’opinione pubblica o
destabilizzare istituzioni.
Malinformation:
informazioni basate su fatti reali, ma utilizzate fuori contesto per fuorviare,
causare danno o manipolare. Ad esempio, la divulgazione di dati personali con
l’intento di danneggiare la reputazione di qualcuno.
Hate
Speech: espressioni che incitano all’odio contro individui o gruppi
basati su caratteristiche come razza, religione, etnia, genere o orientamento
sessuale. Questo tipo di discorso può fomentare violenza e discriminazione.
Impatto sulla Società
La diffusione di misinformation, disinformation,
malinformation
e hate
speech rappresenta una sfida cruciale per la stabilità delle società
moderne. Questi fenomeni, potenziati dalla rapidità e dalla portata globale dei
media digitali, hanno conseguenze significative che si manifestano in vari
ambiti sociali, politici e culturali. Tra i principali effetti troviamo
l’erosione della fiducia nelle istituzioni, la polarizzazione sociale e
l’acuirsi delle minacce alla sicurezza.
Erosione della
Fiducia
L’informazione falsa o manipolata rappresenta un
attacco diretto alla credibilità delle istituzioni pubbliche, dei media e persino della comunità
scientifica. Quando le persone vengono sommerse da un flusso costante di
notizie contraddittorie o palesemente mendaci, il risultato inevitabile è una
crisi di fiducia generalizzata. Nessuna fonte viene risparmiata dal dubbio,
nemmeno i giornalisti più autorevoli o gli organismi governativi più
trasparenti. Questo processo mina le fondamenta della società e alimenta un
clima di incertezza che, a lungo andare, può trasformarsi in alienazione.
Un esempio emblematico si osserva nel contesto del
processo democratico, dove la disinformazione colpisce con particolare
intensità. Le campagne di manipolazione delle informazioni, mirate a diffondere
falsità sulle procedure di voto o sui candidati, hanno un effetto devastante
sull’integrità elettorale. Ciò non solo alimenta il sospetto e la sfiducia
nelle istituzioni democratiche, ma crea anche un senso di disillusione tra i cittadini,
allontanandoli ulteriormente dalla partecipazione attiva.
Le conseguenze diventano ancora più evidenti nella
gestione delle crisi globali. Durante la pandemia da COVID-19, l’ondata di
teorie del complotto e la diffusione di cure non verificate hanno rappresentato
un ostacolo significativo per gli sforzi della salute pubblica. La
disinformazione ha alimentato paure infondate e diffidenza verso i vaccini,
rallentando la risposta globale alla crisi e aumentando la diffusione del
virus.
Ma questa erosione della fiducia non si ferma al
singolo individuo. Le sue ripercussioni si estendono a tutta la società,
frammentandola. I legami sociali, già indeboliti da divisioni preesistenti,
diventano ancora più vulnerabili alla manipolazione. E così, si crea un terreno
fertile per ulteriori conflitti e instabilità, in cui le istituzioni si trovano
sempre più isolate, mentre cresce il rischio di una società incapace di reagire
a sfide collettive.
Polarizzazione
Sociale
Le campagne di disinformazione trovano terreno fertile
nelle divisioni già esistenti all’interno della società, sfruttandole con
l’obiettivo di amplificarle e renderle insormontabili. Questi fenomeni,
alimentati da strategie mirate e potenziati dalle piattaforme digitali,
intensificano il conflitto sociale e compromettono la possibilità di dialogo,
lasciando spazio a una polarizzazione sempre più marcata.
L’amplificazione delle divisioni è forse il risultato
più visibile della disinformazione. La manipolazione delle informazioni viene
utilizzata per radicalizzare le opinioni politiche, culturali o religiose,
costruendo una narrazione di contrapposizione tra un “noi” e un
“loro”. Nei contesti di tensioni etniche, per esempio, la
malinformation, diffusa con l’intento di distorcere eventi storici o di
strumentalizzare questioni politiche attuali, accentua le differenze percepite
tra gruppi sociali. Questi contrasti, spesso già esistenti, vengono esasperati
fino a cristallizzarsi in conflitti identitari difficili da sanare.
A ciò si aggiunge l’effetto delle cosiddette
“bolle informative”, create dagli algoritmi delle piattaforme
digitali. Questi sistemi, progettati per massimizzare l’engagement degli
utenti, propongono contenuti che rafforzano le loro opinioni preesistenti,
limitandone l’esposizione a prospettive alternative. Questo fenomeno, noto come
“filtro bolla”, non solo solidifica pregiudizi, ma isola gli individui
all’interno di una realtà mediatica che si nutre di conferme continue,
impedendo la comprensione di punti di vista differenti.
La polarizzazione, alimentata dal MDHM, non si ferma
però al piano ideologico. In molti casi, la radicalizzazione delle opinioni si
traduce in azioni concrete: proteste, scontri tra gruppi e, nei casi più
estremi, conflitti armati. Guerre civili e crisi sociali sono spesso il culmine
di una spirale di divisione che parte dalle narrative divisive diffuse
attraverso disinformazione e hate speech.
In definitiva, la polarizzazione generata dal MDHM non
danneggia solo il dialogo sociale, ma mina anche le fondamenta della coesione
collettiva. In un tale contesto, risulta impossibile trovare soluzioni
condivise a problemi comuni. Ciò che rimane è un clima di conflittualità
permanente, dove il “noi contro loro” sostituisce qualsiasi tentativo
di collaborazione, rendendo la società più fragile e vulnerabile.
Minaccia alla
Sicurezza
Nei contesti di conflitto, il MDHM si rivela un’arma
potente e pericolosa, capace di destabilizzare società e istituzioni con
implicazioni devastanti per la sicurezza collettiva e individuale. La
disinformazione, insieme al discorso d’odio, alimenta un ciclo di violenza e
instabilità politica, minacciando la pace e compromettendo i diritti umani. Gli
esempi concreti di come queste dinamiche si manifestano non solo illustrano la
gravità del problema, ma evidenziano anche l’urgenza di risposte efficaci.
La propaganda
e la destabilizzazione costituiscono uno degli utilizzi più insidiosi
della disinformazione. Stati e gruppi non statali sfruttano queste pratiche
come strumenti di guerra ibrida, mirati a indebolire il morale delle
popolazioni avversarie e a fomentare divisioni interne. In scenari geopolitici
recenti, la diffusione di informazioni false ha generato confusione e panico,
rallentando la capacità di risposta delle istituzioni. Questa strategia,
pianificata e sistematica, non si limita a disorientare l’opinione pubblica ma
colpisce direttamente il cuore della coesione sociale.
Il discorso
d’odio, amplificato dalle piattaforme digitali, è spesso un precursore
di violenze di massa. Ne è tragico esempio il genocidio dei Rohingya in
Myanmar, preceduto da una campagna di odio online che ha progressivamente deumanizzato
questa minoranza etnica, preparandone il terreno per persecuzioni e massacri.
Questi episodi dimostrano come lo hate
speech, una volta radicato, possa tradursi in azioni violente e
sistematiche, con conseguenze irreparabili per le comunità coinvolte.
Anche sul piano individuale, gli effetti del MDHM sono
profondamente distruttivi. Fenomeni come il doxxing – la divulgazione pubblica di informazioni personali con
intenti malevoli – mettono a rischio diretto la sicurezza fisica e psicologica
delle vittime. Questo tipo di attacco non solo espone le persone a minacce e
aggressioni, ma amplifica un senso di vulnerabilità che si estende ben oltre il
singolo episodio, minando la fiducia nel sistema stesso.
L’impatto cumulativo di queste dinamiche mina la stabilità
sociale nel suo complesso, creando fratture profonde che richiedono risposte
immediate e coordinate. Affrontare il MDHM non è solo una questione di difesa
contro la disinformazione, ma un passo essenziale per preservare la pace,
proteggere i diritti umani e garantire la sicurezza globale in un’epoca sempre
più interconnessa e vulnerabile.
Strategie di Mitigazione
La
lotta contro il fenomeno MDHM richiede una risposta articolata e coordinata,
capace di affrontare le diverse sfaccettature del problema. Dato l’impatto
complesso e devastante che questi fenomeni hanno sulla società, le strategie di
mitigazione devono essere sviluppate con un approccio multidimensionale,
combinando educazione, collaborazione tra i diversi attori e un quadro
normativo adeguato.
Educazione e
Consapevolezza
La prima e più efficace linea di difesa contro il
fenomeno MDHM risiede nell’educazione e nella promozione di una diffusa
alfabetizzazione mediatica. In un contesto globale in cui le informazioni
circolano con una rapidità senza precedenti e spesso senza un adeguato
controllo, la capacità dei cittadini di identificare e analizzare criticamente
i contenuti che consumano diventa una competenza indispensabile. Solo
attraverso una maggiore consapevolezza sarà possibile arginare gli effetti
negativi della disinformazione e costruire una società più resiliente.
Il pensiero critico
rappresenta la base di questa strategia. I cittadini devono essere messi nelle
condizioni di distinguere le informazioni affidabili dai contenuti falsi o
manipolati. Questo processo richiede l’adozione di strumenti educativi che
insegnino come verificare le fonti, identificare segnali di manipolazione e
analizzare il contesto delle notizie. È un impegno che va oltre la semplice
formazione: si tratta di creare una cultura della verifica e del dubbio
costruttivo, elementi essenziali per contrastare la manipolazione informativa.
Un ruolo cruciale in questa battaglia è giocato dalla formazione scolastica. Le scuole
devono diventare il luogo privilegiato per l’insegnamento dell’alfabetizzazione
mediatica, preparando le nuove generazioni a navigare consapevolmente nel
complesso panorama digitale. L’integrazione di questi insegnamenti nei
programmi educativi non può più essere considerata un’opzione, ma una
necessità. Attraverso laboratori pratici, analisi di casi reali e simulazioni,
i giovani possono sviluppare le competenze necessarie per riconoscere contenuti
manipolati e comprendere le implicazioni della diffusione di informazioni
false.
Tuttavia, l’educazione non deve limitarsi ai giovani.
Anche gli adulti, spesso più esposti e vulnerabili alla disinformazione, devono
essere coinvolti attraverso campagne di
sensibilizzazione pubblica. Queste iniziative, veicolate sia attraverso
i media tradizionali che digitali, devono illustrare le tecniche più comuni
utilizzate per diffondere contenuti falsi, sottolineando le conseguenze
negative di tali fenomeni per la società. Un cittadino informato, consapevole
dei rischi e capace di riconoscerli, diventa un elemento di forza nella lotta
contro la disinformazione.
Investire nell’educazione e nella sensibilizzazione
non è solo una misura preventiva, ma un pilastro fondamentale per contrastare
il MDHM. Una popolazione dotata di strumenti critici è meno suscettibile alle
manipolazioni, contribuendo così a rafforzare la coesione sociale e la
stabilità delle istituzioni democratiche. Questo percorso, pur richiedendo un
impegno costante e coordinato, rappresenta una delle risposte più efficaci a
una delle minacce più insidiose del nostro tempo.
Collaborazione
Intersettoriale
La complessità del fenomeno MDHM è tale che nessun
singolo attore può affrontarlo efficacemente da solo. È una sfida globale che
richiede una risposta collettiva e coordinata, in cui governi, organizzazioni
non governative, aziende tecnologiche e società civile collaborano per
sviluppare strategie condivise. Solo attraverso un impegno sinergico è
possibile arginare gli effetti destabilizzanti di questa minaccia.
Le istituzioni
governative devono assumere un ruolo guida. I governi sono chiamati a
creare regolamentazioni efficaci e ambienti sicuri per lo scambio di
informazioni, garantendo che queste misure bilancino due aspetti fondamentali:
la lotta contro i contenuti dannosi e la protezione della libertà di
espressione. Un eccesso di controllo rischierebbe infatti di scivolare nella
censura, minando i principi democratici che si intendono tutelare. L’approccio
deve essere trasparente, mirato e in grado di adattarsi all’evoluzione delle
tecnologie e delle dinamiche di disinformazione.
Le aziende
tecnologiche, in particolare i social
media, giocano un ruolo centrale in questa sfida. Hanno una responsabilità
significativa nel contrastare la diffusione del MDHM, essendo i principali
veicoli attraverso cui queste dinamiche si propagano. Devono investire nello
sviluppo di algoritmi avanzati, capaci di identificare e rimuovere i contenuti
dannosi in modo tempestivo ed efficace. Tuttavia, l’efficacia degli interventi
non può venire a scapito della libertà degli utenti di esprimersi. La
trasparenza nei criteri di moderazione, nella gestione dei dati e nei meccanismi
di segnalazione è fondamentale per mantenere la fiducia degli utenti e
prevenire abusi.
Accanto a questi attori, le organizzazioni non governative (ONG) e la società civile svolgono
un ruolo di intermediazione. Le ONG possono fungere da ponte tra istituzioni e
cittadini, offrendo informazioni verificate e affidabili, monitorando i
fenomeni di disinformazione e promuovendo iniziative di sensibilizzazione.
Queste organizzazioni hanno anche la capacità di operare a livello locale,
comprendendo meglio le dinamiche specifiche di determinate comunità e adattando
le strategie di contrasto alle loro esigenze.
Infine, è imprescindibile favorire partnership pubbliche e private. La
collaborazione tra settori pubblico e privato è essenziale per condividere
risorse, conoscenze e strumenti tecnologici utili a combattere il MDHM. In
particolare, le aziende possono offrire soluzioni innovative, mentre i governi
possono fornire il quadro normativo e il supporto necessario per implementarle.
Questa sinergia permette di affrontare la disinformazione con un approccio più
ampio e integrato, combinando competenze tecniche, capacità di monitoraggio e
intervento.
La risposta al MDHM non può dunque essere frammentata
né limitata a un singolo settore. Solo attraverso una collaborazione
trasversale e globale sarà possibile mitigare le conseguenze di questi
fenomeni, proteggendo le istituzioni, i cittadini e la società nel suo insieme.
Ruolo delle Tecnologie
Avanzate e Artificial Intelligence (AI) nel Contesto del MDHM
Le
tecnologie emergenti, in particolare l’intelligenza artificiale (IA), svolgono
un ruolo cruciale nel contesto di misinformation,
disinformation, malinformation e hate speech.
L’AI rappresenta un’arma a doppio taglio: da un lato, offre strumenti potenti
per individuare e contrastare la diffusione di contenuti dannosi; dall’altro,
alimenta nuove minacce, rendendo più sofisticati e difficili da rilevare gli
strumenti di disinformazione.
Rilevamento
Automatico
L’intelligenza artificiale ha rivoluzionato il modo in
cui affrontiamo il fenomeno della disinformazione, introducendo sistemi
avanzati di rilevamento capaci di identificare rapidamente contenuti falsi o
dannosi. In un panorama digitale in cui il volume di dati generato
quotidianamente è immenso, il monitoraggio umano non è più sufficiente. Gli
strumenti basati sull’AI si rivelano quindi essenziali per gestire questa
complessità, offrendo risposte tempestive e precise.
Tra le innovazioni più rilevanti troviamo gli algoritmi di machine learning, che rappresentano il cuore dei sistemi di
rilevamento automatico. Questi algoritmi, attraverso tecniche di apprendimento
automatico, analizzano enormi quantità di dati alla ricerca di schemi che
possano indicare la presenza di contenuti manipolati o falsi. Addestrati su
dataset contenenti esempi di disinformazione già identificati, questi sistemi
sono in grado di riconoscere caratteristiche comuni, come l’uso di titoli
sensazionalistici, un linguaggio emotivamente carico o la presenza di immagini
alterate. L’efficacia di tali strumenti risiede nella loro capacità di
adattarsi a nuovi modelli di manipolazione, migliorando costantemente le
proprie performance.
Un altro ambito cruciale è quello della verifica delle fonti. Strumenti basati
su AI possono confrontare le informazioni che circolano online con fonti
affidabili, identificando discrepanze e facilitando il lavoro dei fact-checker. In questo modo, la
tecnologia accelera i tempi di verifica, permettendo di contrastare in maniera
più efficiente la diffusione di contenuti falsi prima che raggiungano un
pubblico vasto.
L’AI è anche fondamentale per contrastare una delle
minacce più sofisticate: i deepfake, di cui più oltre
tratteremo. Grazie a tecniche avanzate, è possibile analizzare video e immagini
manipolati, individuando anomalie nei movimenti facciali, nella
sincronizzazione delle labbra o nella qualità complessiva del contenuto visivo.
Aziende come Adobe e Microsoft stanno sviluppando strumenti dedicati alla
verifica dell’autenticità dei contenuti visivi, offrendo una risposta concreta
a una tecnologia che può facilmente essere sfruttata per scopi malevoli.
Il monitoraggio
del linguaggio d’odio è un altro fronte in cui l’AI dimostra il suo
valore. Attraverso algoritmi di elaborazione del linguaggio naturale (NLP), è
possibile analizzare i testi in tempo reale per identificare espressioni di hate speech. Questi sistemi non solo
categorizzano i contenuti, ma assegnano priorità agli interventi, garantendo
una risposta rapida ed efficace ai casi più gravi. In un contesto in cui il
discorso d’odio può rapidamente degenerare in violenza reale, la capacità di
intervenire tempestivamente è cruciale.
Infine, l’intelligenza artificiale è in grado di rilevare
e analizzare reti di disinformazione. Attraverso l’analisi delle
interazioni social, l’AI può individuare schemi che suggeriscono campagne
coordinate, come la diffusione simultanea di messaggi simili da account
collegati. Questa funzione è particolarmente utile per smascherare operazioni
orchestrate, sia a livello politico che sociale, che mirano a destabilizzare la
fiducia pubblica o a manipolare l’opinione delle persone.
In definitiva, l’intelligenza artificiale rappresenta
uno strumento indispensabile per affrontare il fenomeno della disinformazione e
dell’hate speech. Tuttavia, come ogni
tecnologia, richiede un uso etico e responsabile. Solo attraverso
un’implementazione trasparente e mirata sarà possibile sfruttare appieno il
potenziale dell’AI per proteggere l’integrità delle informazioni e la coesione
sociale.
Generazione di
Contenuti
L’intelligenza artificiale, se da un lato rappresenta
una risorsa preziosa per contrastare la disinformazione, dall’altro
contribuisce a rendere il fenomeno MDHM ancora più pericoloso, fornendo
strumenti per la creazione di contenuti falsi e manipolati con livelli di
sofisticazione senza precedenti. È proprio questa ambivalenza che rende l’IA
una tecnologia tanto potente quanto insidiosa.
Un esempio emblematico è rappresentato dai citati deepfake,
prodotti grazie a tecnologie basate su reti generative avversarie (GAN). Questi
strumenti permettono di creare video e immagini estremamente realistici, in cui
persone possono essere mostrate mentre affermano o compiono azioni mai
avvenute. I deepfake compromettono
gravemente la fiducia nelle informazioni visive, un tempo considerate una prova
tangibile della realtà. Ma non si fermano qui: la loro diffusione può essere
utilizzata per campagne di diffamazione, per manipolare l’opinione pubblica o
per destabilizzare contesti politici già fragili. La capacità di creare realtà
alternative visive rappresenta una minaccia diretta alla credibilità delle
fonti visive e alla coesione sociale.
Parallelamente, i testi generati automaticamente da modelli di linguaggio avanzati,
come GPT, hanno aperto nuove frontiere nella disinformazione. Questi sistemi
sono in grado di produrre articoli, commenti e post sui social media che
appaiono del tutto autentici, rendendo estremamente difficile distinguere i
contenuti generati da una macchina da quelli scritti da una persona reale. Non
a caso, tali strumenti vengono già sfruttati per alimentare botnet, reti automatizzate che
diffondono narrazioni polarizzanti o completamente false, spesso con l’obiettivo
di manipolare opinioni e alimentare conflitti sociali.
Un ulteriore aspetto cruciale è rappresentato dalla scalabilità della disinformazione.
L’automazione garantita dall’AI consente la creazione e la diffusione di
contenuti falsi su larga scala, amplificandone in modo esponenziale l’impatto.
Ad esempio, un singolo attore malevolo, sfruttando questi strumenti, può
generare migliaia di varianti di un messaggio falso, complicando ulteriormente
il compito dei sistemi di rilevamento. In pochi istanti, contenuti manipolati
possono essere diffusi a livello globale, raggiungendo milioni di persone prima
che si possa intervenire.
Infine, l’AI offre strumenti per la mimetizzazione dei contenuti, che
rendono i messaggi manipolati ancora più difficili da individuare. Algoritmi
avanzati consentono di apportare modifiche minime ma strategiche a testi o
immagini, eludendo così i sistemi di monitoraggio tradizionali. Questa capacità
di adattamento rappresenta una sfida continua per gli sviluppatori di strumenti
di contrasto, che devono aggiornarsi costantemente per stare al passo con le
nuove tecniche di manipolazione.
In definitiva, l’intelligenza artificiale, nella sua
capacità di generare contenuti altamente sofisticati, rappresenta un’arma a
doppio taglio nel panorama del MDHM. Se non regolamentata e utilizzata in modo
etico, rischia di accelerare la diffusione della disinformazione, minando
ulteriormente la fiducia pubblica nelle informazioni e destabilizzando la
società. È indispensabile affrontare questa minaccia con consapevolezza e
strumenti adeguati, combinando innovazione tecnologica e principi etici per
limitare gli effetti di questa pericolosa evoluzione.
Sfide e Opportunità
L’impiego
dell’intelligenza artificiale nella lotta contro il fenomeno del MDHM
rappresenta una delle frontiere più promettenti ma anche più complesse dell’era
digitale. Sebbene l’IA offra opportunità straordinarie per contrastare la
diffusione di informazioni dannose, essa pone anche sfide significative,
evidenziando la necessità di un approccio etico e strategico.
Le
Opportunità Offerte dall’IA
Tra
i vantaggi più rilevanti, spicca la capacità
dell’AI di analizzare dati in tempo reale. Grazie a questa caratteristica,
è possibile anticipare le campagne di disinformazione, identificandone i
segnali prima che si diffondano su larga scala. Questo permette di ridurre
l’impatto di tali fenomeni, intervenendo tempestivamente per arginare i danni.
Un
altro aspetto fondamentale è l’impiego di strumenti avanzati per certificare l’autenticità dei contenuti.
Tecnologie sviluppate da organizzazioni leader nel settore consentono di
verificare l’origine e l’integrità dei dati digitali, restituendo fiducia agli
utenti. In un contesto in cui la manipolazione visiva e testuale è sempre più
sofisticata, queste soluzioni rappresentano un baluardo essenziale contro il
caos informativo.
L’AI
contribuisce inoltre a snellire le attività di fact-checking.
L’automazione delle verifiche consente di ridurre il carico di lavoro umano,
velocizzando la risposta alla diffusione di contenuti falsi. Questo non solo
migliora l’efficienza, ma permette anche di concentrare le risorse umane su
casi particolarmente complessi o delicati.
Le
Sfide dell’AI nella Lotta al MDHM
Tuttavia,
le stesse tecnologie che offrono queste opportunità possono essere sfruttate
per scopi malevoli. Gli strumenti utilizzati per combattere la disinformazione
possono essere manipolati per aumentare la
sofisticazione degli attacchi, creando contenuti ancora più
difficili da rilevare. È un paradosso che sottolinea l’importanza di un
controllo rigoroso e di un uso responsabile di queste tecnologie.
La
difficoltà nel distinguere tra contenuti autentici e manipolati
rappresenta un’altra sfida cruciale. Man mano che le tecniche di
disinformazione evolvono, anche gli algoritmi devono essere costantemente
aggiornati per mantenere la loro efficacia. Questo richiede non solo
investimenti tecnologici, ma anche una collaborazione continua tra esperti di
diversi settori.
Infine,
è impossibile ignorare i bias insiti nei modelli di AI,
che possono portare a errori significativi. Algoritmi mal progettati o
addestrati su dataset non rappresentativi rischiano di rimuovere contenuti
legittimi o, al contrario, di non individuare alcune forme di disinformazione.
Questi errori non solo compromettono l’efficacia delle operazioni, ma possono
minare la fiducia nel sistema stesso.
Conclusione
L’intelligenza
artificiale è una risorsa strategica nella lotta contro misinformation, disinformation,
malinformation e hate speech, ma rappresenta anche una sfida complessa. La sua
ambivalenza come strumento di difesa e al contempo di attacco richiede un uso
consapevole e responsabile. Mentre da un lato offre soluzioni innovative per
rilevare e contrastare contenuti manipolati, dall’altro consente la creazione
di disinformazione sempre più sofisticata, amplificando il rischio per la
stabilità sociale e istituzionale.
Il
MDHM non è un fenomeno isolato o temporaneo, ma una minaccia sistemica che mina
le fondamenta della coesione sociale e della sicurezza globale. La sua
proliferazione alimenta un circolo vizioso in cui l’erosione della fiducia, la
polarizzazione sociale e le minacce alla sicurezza si rafforzano
reciprocamente. Quando la disinformazione contamina il flusso informativo, la
fiducia nelle istituzioni, nei media e persino nella scienza si sgretola.
Questo fenomeno non solo genera alienazione e incertezza, ma riduce la capacità
dei cittadini di partecipare attivamente alla vita democratica.
La
polarizzazione sociale, amplificata dalla manipolazione delle informazioni, è
un effetto diretto di questa dinamica. Narrativi divisivi e contenuti
polarizzanti, spinti da algoritmi che privilegiano l’engagement a scapito
dell’accuratezza, frammentano il tessuto sociale e rendono impossibile il
dialogo. In un clima di contrapposizione “noi contro loro”, le
divisioni politiche, culturali ed etniche si trasformano in barriere
insormontabili.
A
livello di sicurezza, il MDHM rappresenta una minaccia globale. Le campagne di
disinformazione orchestrate da stati o gruppi non statali destabilizzano intere
regioni, fomentano violenze e alimentano conflitti armati. L’uso del hate
speech come strumento di deumanizzazione ha dimostrato il suo potenziale
distruttivo in numerosi contesti, contribuendo a un clima di vulnerabilità
collettiva e individuale.
Affrontare
questa sfida richiede un approccio integrato che combini educazione, regolamentazione
e cooperazione globale.
Promuovere
l’educazione critica: l’alfabetizzazione mediatica deve essere
una priorità. Educare i cittadini a riconoscere e contrastare la
disinformazione è il primo passo per costruire una società resiliente.
Programmi educativi e campagne di sensibilizzazione devono dotare le persone
degli strumenti necessari per navigare nel complesso panorama informativo.
Rafforzare
la regolamentazione delle piattaforme digitali: le aziende
tecnologiche non possono più essere semplici spettatori. È indispensabile che
adottino standard chiari e trasparenti per la gestione dei contenuti dannosi,
garantendo al contempo il rispetto della libertà di espressione. Una
supervisione indipendente può assicurare l’equilibrio tra sicurezza e diritti
fondamentali.
Incentivare
la collaborazione globale: la natura transnazionale del MDHM
richiede una risposta coordinata. Governi, aziende private e organizzazioni
internazionali devono lavorare insieme per condividere risorse, sviluppare
tecnologie innovative e contrastare le campagne di disinformazione su scala
globale.
Solo
attraverso un’azione concertata sarà possibile mitigare gli effetti devastanti
del MDHM e costruire una società più resiliente e informata. Il futuro della
democrazia, della coesione sociale e della sicurezza dipende dalla capacità
collettiva di affrontare questa minaccia con determinazione, lungimiranza e
responsabilità.
#ReaCT2023, n. 4: Pubblicato il rapporto annuale sui radicalismi e i terrorismi in Europa
Il rapporto rappresenta la combinazione unica di rivista scientifica e volume collettivo, con contributi di vari autori, ricercatori e collaboratori che hanno dedicato il loro tempo, la loro esperienza e le loro conoscenze. Vorrei esprimere la mia gratitudine a tutti loro per il prezioso contributo e i loro sforzi instancabili. Voglio, altresì, ringraziare il Ministero della Difesa italiano per aver confermato la stima e la fiducia nell’Osservatorio che dirigo concedendo il patrocinio all’evento di presentazione del rapporto, e il prestigioso Centro Alti Studi per la Difesa per la disponibilità dimostrata. Gratitudine che si estende al Ministero dell’Interno italiano che, attraverso il contributo della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, ha permesso di completare il nostro sforzo per la comprensione e la definizione della contemporanea minaccia rappresentata dai radicalismi ideologici e dai terrorismi violenti.
Quali risultati ci consegna la ricerca dell’Osservatorio?
Negli ultimi tre anni, dal punto di vista quantitativo, la frequenza degli attacchi terroristici è rimasta lineare. L’Europa è classificata come la terza regione maggiormente colpita dai terrorismi, seguendo la Russia e l’Eurasia, e l’America centrale e i Caraibi. I Paesi dell’Unione europea, il Regno Unito e la Svizzera sono stati afflitti nel 2022 da 50 attacchi terroristici di varia natura, una significativa flessione rispetto ai 73 del 2021. Sul piano qualitativo, guardando in particolare al mai sopito dell’islamismo violento, il rapporto evidenzia la natura in continua evoluzione del jihadismo, che ha subito molteplici trasformazioni fin dalle sue origini in Afghanistan negli anni ’80, diffondendosi e radicalizzandosi. Al Qa’ida è stata l’incarnazione del movimento globalizzato e radicalizzato fino a quando il gruppo terroristico Stato islamico è emerso nel 2014, proponendo un approccio ancora più estremo. La sconfitta dello Stato islamico in Iraq e Siria nel 2017-18 ha segnato la prima sconfitta tangibile del movimento jihadista. I movimenti jihadisti nazionali, per lo più nutriti dai soggetti globali, sono ora di nuovo di moda, e la regione del Sahel il centro del jihadismo riemergente. Da Sud a Est, il rapporto evidenzia il pericolo del terrorismo jihadista nella regione balcanica, che rimane una minaccia per la sicurezza italiana ed europea. L’Italia ha attuato e confermato varie iniziative per contrastare questa minaccia, in particolare confermando il proprio impegno a livello di missioni internazionali di mantenimento della pace.
Il rapporto approfondisce poi il tema della minaccia dell’estremismo di destra, della disinformazione, delle teorie del complotto, del suprematismo bianco e del crescente fenomeno dell’anarco-insurrezionalismo.
Alla luce del mondo in continua evoluzione e del conflitto che ora ha raggiunto l’Europa, è essenziale adattare i nostri paradigmi interpretativi della minaccia e mettere in discussione la definizione di terrorismo, l’approccio al contrasto al processo di radicalizzazione e la ricollocazione del terrorismo stesso nel nuovo scenario di conflitto.
Inoltre, in un quadro sempre più complesso e dinamico, la gestione delle crisi nel XXI secolo presenta sfide uniche a causa del contesto interconnesso e interdipendente, rendendo difficile la previsione. Il rapporto #ReaCT2023 ha dato ampio spazio anche a questo aspetto.
Infine, abbiamo voluto porre l’attenzione sulla recente pubblicazione del progetto di ricerca spagnolo sul contrasto al terrorismo internazionale all’interno delle fonti criminali multilivello e sull’analisi critica delle questioni di diritto penitenziario, giurisprudenza e pratica applicata alle sentenze per gli autori di atti terroristici. Il progetto di ricerca qui illustrato offre proposte costruttive per combinare le sfide poste da questo fenomeno criminale con la garanzia dei diritti umani fondamentali ed esplora il potenziale della giustizia riparativa.
In conclusione, il contributo di quest’anno è una testimonianza della forza e della dedizione della nostra comunità di studiosi e operatori nella lotta in corso contro i radicalismi e i terrorismi. Auspico che le idee contenute in questo rapporto contribuiscano a una migliore comprensione dell’evoluzione della minaccia dei terrorismi in Europa e servano come appello all’azione per tutti i soggetti interessati a lavorare insieme per prevenire e contrastare l’estremismo violento.
Grazie a tutti gli Autori che, con il loro encomiabile lavoro, hanno contribuito ancora una volta alla realizzazione di #ReaCT2023. Un ringraziamento speciale per il sostegno va anche alla Chapman University con sede ad Orange, California,all’Università della Svizzera Italiana – USI a Lugano e alla Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento (Repubblica e Cantone Ticino). Infine, come sempre, a START InSight, che ha consentito la pubblicazione e la distribuzione internazionale del nostro rapporto annuale.
LIVE streaming con Andrea Molle – approfondimento storico-sociologico su ideologie e attività che si rifanno ai concetti del suprematismo bianco, dell’accelerazionismo e del survivalismo
Alex Jones e il mondo del cospirazionismo. Focus a cura di Andrea Molle
La parabola del conduttore radiofonico Alex Jones, fondatore del sito Infowars.
📌#ReaCT2023 The 4th annual Report on Terrorism and Radicalisation in Europe ⬇📈launches on 23rd May. Don't miss it! 📊📚Numbers, trends, analyses, books, interviews👇 pic.twitter.com/KLIWWlrJXS
🔴📚 OUT SOON! #ReaCT2023 Annual Report on Terrorism and Radicalisation in Europe | Start Insight ⬇ 16 articles by different authors discuss current trends and numbers. Available in Italian and English startinsight.eu/en/out-soon-r…
🔴@cbertolotti1 a FanPage sulle varie ipotesi dell'attacco👉"(...) non si tratterebbe di droni in grado di fare danni significativi, ma piuttosto di una tipologia di equipaggiamento in grado di fare danni limitati con l'obiettivo di portare l'attenzione mediatica sulla questione" twitter.com/cbertolotti1/s…
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