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Non solo mare nostrum. L’Italia parte dal Giappone per un ruolo nell’arena globale

di Andrea Molle

Da diverso tempo a questa parte, l’Italia e il Giappone stanno intensificando la cooperazione nei settori della difesa e della sicurezza nel teatro indo-pacifico. Un trend già emerso nel recente passato, ad esempio con la partecipazione del Giappone al Global Combat Air Program, l’ampliato programma per il caccia di sesta generazione Tempest di cui assieme al Regno Unito e all’Italia il Giappone è un paese chiave, ma che in queste ultime settimane sembra aver preso slancio. Si profila infatti la ripresa dopo più di 20 anni delle esercitazioni congiunte tra la Marina Militare Italiana e la Forza marittima di autodifesa giapponese, tra cui citiamo a titolo di esempio quella che ha appena visto coinvolto il nostro PPA Morosini che ha fatto scalo alla base navale di Yokosuka a fine giugno nell’ambito di un dispiegamento di cinque mesi nella regione, che comprendono sia attività squisitamente operative che di tipo logistico, forse in vista di una sempre più probabile integrazione tra le due marine sotto il profilo del rifornimento, della manutenzione e delle riparazioni navali. Inoltre, come annunciato pochi giorni fa dal Capo di Stato Maggiore della Marina giapponese Ammiraglio Sakai, i due paesi svilupperanno una cooperazione specifica relativamente al caccia multiruolo STOVL F-35B.

Se Roma si è impegnata ad acquistare nei prossimi anni fino a 60 F-35A, la configurazione di base ad atterraggio e decollo convenzionale destinata all’aereonautica militare, e 30 F- 35B, la versione a decollo e atterraggio verticale destinati in gran parte alla marina, Tokyo prevede di acquisire fino a 105 F-35A e 42 F-35B. Il Giappone prevede di operare i velivoli su due portaelicotteri di classe Izumo, entrambe attualmente in fase di conversione in portaerei leggere, mentre l’Italia intende operare il caccia dalle portaerei Cavour, che dovrebbe proprio arrivare nel Pacifico tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, e Trieste. Garantire l’interoperatività dei due strumenti militari porterebbe un grande vantaggio in termini di dispiegamento e rotazione di unità aeronavali, aumentando così la capacità di readiness e di deterrenza nell’area.

Questo rinnovato interesse dell’Italia, tradizionalmente poco coinvolta al di fuori dell’area mediterranea, per il teatro asiatico appare coerente con la dottrina NATO che che considera la sicurezza dell’Europa come inseparabile da quella dell’Asia Orientale e piace sia agli Stati Uniti che al Regno Unito. La cooperazione, spinta in primo luogo proprio da Londra, è stata certificato ufficialmente dal recente accordo tra il primo ministro giapponese Fumio Kishida e il Presidente Giorgia Meloni che ha portato i legami bilaterali tra i due paesi al livello di partenariato strategico, che comporta anche la creazione di un meccanismo di consultazione bilaterale permanente su questioni di politica estera e di difesa. La maturazione dei rapporti tra Tokyo e Roma è stata anche evidenziata dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, che a margine della recente trilaterale con i suoi omologhi britannici e giapponesi si è impegnato ad esplorare meccanismi di integrazione in diverse aree tra cui la cyber defense, l’intelligence, l’addestramento congiunto e naturalmente nell’ambito dell’industria della difesa.

Mentre Roma cerca dunque di crearsi un posto nell’Indo-Pacifico, forse anche a spese di altri partner europei, da affiancare al suo rinnovato impegno in Nord Africa e Medioriente, Tokyo intende così ampliare la propria rete di partners sia per controbilanciare la crescita della Cina sia per ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti. Il Giappone sta infatti diversificando la propria strategia nel settore della tecnologia della difesa, fino ad ora completamente subordinata agli interessi di Washington, presentandosi allo stesso tempo alla Casa Bianca come un attore necessario per garantire la stabilità nell’Indo-Pacifico.

Tornando all’Italia, il continuo aumentare del numero dei quadri di crisi, e soprattutto la piega che stanno prendendo le relazioni tra la Cina e l’Occidente nel contesto degli equilibri internazionali, fanno pensare che investire in Asia Orientale sia davvero necessario per garantire la sicurezza futura del paese.