LUGANO

Svizzera: due decenni di processi per terrorismo

di Ahmed Ajil, Università di Losanna (Svizzera) – Ricercatore, Criminologo

Una panoramica dei casi di cui si è occupato il Tribunale Penale Federale svizzero dall’11 settembre

Nonostante la Svizzera non abbia subito attacchi su vasta scala come quelli che hanno colpito altre nazioni europee nell’ultimo decennio, il fenomeno della violenza politico-ideologica di matrice jihadista è tuttavia presente. Nel dicembre del 2021, i servizi di intelligence della Confederazione contavano 41 individui cosiddetti “a rischio” ritenuti cioè “una minaccia prioritaria per la sicurezza interna ed esterna della Svizzera”. Nel contesto del “monitoraggio della jihad”, (dal 2012 ad oggi) hanno anche identificato 714 persone attive in rete che simpatizzano/simpatizzavano per organizzazioni terroriste jihadiste distribuendo materiale di propaganda o intrattenendosi con altri che difendono l’ideologia di questi gruppi. Dall’11 settembre 2001, 91 individui hanno lasciato la Svizzera per unirsi a un’organizzazione terrorista in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, Siria o Iraq. Alcuni sono tornati mentre altri, attualmente detenuti dalle forze curde in Siria, cercano attivamente di essere rimpatriati, cosa che il Consiglio Federale rifiuta di fare.

Fra i vari modi a disposizione per contrastare il fenomeno terrorista, il ricorso al diritto penale costituisce il più ovvio. Nel suo rapporto annuale del 2020, il Ministero Pubblico della Confederazione riportava 35 inchieste pendenti per terrorismo nel 2016, 34 nel 2017, 30 nel 2018, 31 nel 2019 e 26 nel 2020. In questo breve contributo, vorrei presentare alcune conclusioni da un progetto di ricerca sulla repressione del terrorismo da parte del Tribunale Penale Federale (TPF), condotta insieme al collega Kastriot Lubishtani e i cui risultati sono in parte stati pubblicati su Jusletter del 31 maggio 2021.

Il Tribunale Penale Federale (TPF), operativo dal 2004, è l’autorità giudiziaria incaricata di emettere le condanne per i reati legati al terrorismo. I pochi procedimenti penali aperti dalle autorità cantonali vengono presi in carico dal Ministero Pubblico della Confederazione (MPC) e portati a processo davanti al TPF, ad eccezione di quelli che coinvolgono minori. L’analisi delle tendenze in ambito di giudizio, ci permette di avere una visione approfondita dei casi più seri che superano tutti gli stadi del cosiddetto “imbuto penale”. A questo punto, è utile specificare che l’MPC può anche condannare autonomamente degli individui, fintanto che la sentenza non supera i sei mesi di privazione della libertà. L’MPC utilizza spesso questa opzione, ma poiché questi verdetti non sono di principio accessibili al pubblico, qui non ne teniamo conto.

Da un punto di vista giuridico, ci sono principalmente due disposizioni che vengono applicate in caso di reati di natura terroristica. Una è rappresentata dall’articolo 260ter del Codice Penale Svizzero, che criminalizza il sostegno e la partecipazione a organizzazioni criminali (una definizione che include i gruppi terroristici). L’altra, è la Legge Federale che vieta le organizzazioni Stato Islamico, al-Qa’ida e gruppi affini (in breve: legge IS/AQ), che è entrata in vigore il 1° gennaio del 2015.

Per la nostra ricerca abbiamo raccolto tutte le sentenze collegate a queste due disposizioni e in seguito selezionato unicamente quelle relative al terrorismo. L’unica forma di terrorismo con la quale il TPF si è confrontato a partire dal 2004, è quella di ispirazione jihadista. Dalla pubblicazione del nostro articolo nel maggio 2021, hanno avuto luogo due ulteriori udienze che si sono concluse con la condanna di tre individui in totale, di cui si dà conto in questo contributo.   

I numeri

Dal 2004 fino al novembre 2021, il TPF si è occupato di un totale di 17 procedimenti penali legati al terrorismo jihadista. La maggior parte di questi, ha avuto luogo dopo lo scoppio della guerra civile siriana e la conseguente espansione territoriale del gruppo Stato islamico che ha raggiunto il suo picco nel giugno del 2014. In effetti, nel periodo fra il 2004 e il 2014, sono stati condotti tre procedimenti con l’incriminazione formale di undici persone mentre altri 14 procedimenti e 21 persone sono state portate davanti al TPF fra il 2014 e il 2020. La lingua dei procedimenti è stata il tedesco in dodici dei casi trattati a Bellinzona (sede del TPF), mentre il francese è stato utilizzato in tre casi e l’italiano in due occasioni.

Questi procedimenti sono relativamente complessi, ciò che si riflette tanto nella durata dell’iter pre-processuale che nei costi. Fra l’avvio dei procedimenti penali contro un/a sospettato/a e la sua effettiva incriminazione sono trascorsi, in media, 882 giorni, vale a dire quasi due anni e mezzo. I costi diretti generati dall’inchiesta, dalla difesa e dalle udienze sono arrivati a ragginugere gli 800.000 CHF per un singolo caso.

Nel contesto dei 17 procedimenti, davanti al TPF sono apparsi 32 individui in totale. Ciò significa che in diversi casi – precisamente in sette – erano coinvolte più persone. Nello specifico, quattro procedimenti hanno coinvolto due persone, mentre i restanti tre procedimenti hanno coinvolto rispettivamente tre persone, quattro persone e infine sette persone. In ognuno dei restanti dieci procedimenti, è stata incriminata un’unica persona.  

La stragrande maggioranza dei casi di terrorismo approdati al TPF ha portato a condanne. In totale, sono stati condannati 30 individui mentre due persone sono state assolte da tutte le accuse. Fino al 20 novembre 2021, si registravano 21 sentenze definitive ed esecutive. Su 30 persone, sei alla fine non sono state condannate per reati legati al terrorismo. Di conseguenza, ad oggi, sono state emesse 24 condanne per reati legati al terrorismo, di cui quindici definitive e nove pendenti.     

Chi sono i terroristi svizzeri?

30 imputati erano uomini, mentre una donna è comparsa come co-imputata e una seconda come imputata principale. Dodici degli accusati erano cittadini svizzeri, sette dei quali con la doppia cittadinanza. Fra questi, una cittadino svizzero-turco si è visto revocare la cittadinanza, per decisione confermata dal Tribunale Amministrativo Federale nel 2021. Nove imputati avevano un permesso di soggiorno. Dieci erano richiedenti l’asilo; di questi, sette con una richiesta pendente e tre ammessi provvisoriamente. Una imputata non aveva mai vissuto in Svizzera ma si trovava nel paese al momento del suo arresto.

L’ampia maggioranza, più precisamente 26 persone, non avevano precedenti penali, fatto che solleva dei dubbi sulla pertinenza del cosiddetto “crime-terror nexus” per ciò che riguarda il contesto svizzero. Gli altri sei individui erano stati condannati per vari reati: tre per infrazioni al codice della strada, uno per infrazioni alla legge sulle armi, e un altro per violazione degli obblighi di mantenimento. Infine, un imputato era stato condannato in diverse occasioni per ingresso illegale, minacce e coercizione.

Al momento della sentenza, 19 imputati erano disoccupati e dipendevano dall’assistenza sociale; cinque imputati non avevano un reddito imponibile ed erano indebitati; tre imputati avevano un lavoro e un salario mensile. Infine, le condizioni economiche dei restanti cinque imputati sono sconosciute. Queste osservazioni dimostrano la validità dell’ipotesi della “biographical availability” secondo la quale una mancanza di “struttura” e occupazione potrebbe facilitare il coinvolgimento in attività ad alto rischio o illegali.

Su 30 condannati (21 sentenze   definitive e nove pendenti), in 25 casi sono state comminate delle pene detentive, oltre a ulteriori pene pecuniarie in quattro di questi casi. Nove delle pene detentive erano sospese ; altre sei erano sospese parzialmente. Ciò significa che sono state comminate dieci pene detentive senza la condizionale. In cinque casi, il TPF ha comminato unicamente pene pecuniarie, di cui due sospese. .

La sentenza più mite è stata una pena pecuniaria sospesa di 100 CHF al giorno per 25 giorni. La condanna più severa è stata una sentenza di custodia di 70 mesi, abbinata a un divieto di ingresso nel paese della durata di quindici anni.

Cosa sono le “attività terroristiche” nel contesto svizzero?

Riguardo la natura dei crimini, si può notare che dal 2001 su suolo svizzero non sono stati commessi -né quindi portati davanti al TPF- atti di violenza terroristica (le inchieste sugli attacchi di Morges e Lugano avvenuti nel 2020 sono ancora aperte).

Se ci focalizziamo sulle 24 condanne per reati legati al terrorismo (sei condanne erano infine non legate al terrorismo), si nota che gli atti perseguiti in relazione al terrorismo di matrice jihadista erano principalmente legati ad attività sulle piattaforme Internet. Due procedimenti che hanno coinvolto un totale di quattro persone concernevano la gestione di siti internet contenenti materiale di propaganda come immagini e video, oltre a commenti che glorificavano i leaders delle principali organizzazioni terroristiche come Osama Bin Laden. Tre persone sono state recentemente condannate in relazione alla produzione di un’intervista filmata con un ribelle jihadista nel conflitto siriano, Abdullah al-Muhaysini. Per sette delle persone condannate, le accuse erano limitate esclusivamente ad attività sui social media come Facebook, YouTube e app di messaggistica come WhatsApp e Telegram, che consistevano nella spedizione e/o condivisione di video, immagini e commenti, e in un caso, la traduzione di comunicazioni mediatiche di un gruppo jihadista.  

In alcuni casi, l’attività ha avuto luogo principalmente nell’ambito digitale, ma gli individui sono stati condannati in qualità di membri di una rete. Nel caso della condanna di tre uomini, il caso è stato aperto per sospetti riguardo un potenziale attacco, ma alla fine, sono stati solo condannati per le loro attività sui social network. In un caso, l’unico imputato è stato condannato per avere mantenuto contatti con persone all’estero, affiliate a organizzazioni terroristiche, ma anche per aver incoraggiato un’altra persona in Libano a portare avanti un attacco contro Hizbullah oppure l’esercito americano.

Gli atti più “fisici” sono consistiti in tentativi di recarsi in aree di conflitto o attività legate ai combattimenti all’estero. Quattro persone sono state incriminate per aver cercato di raggiungere il territorio siro-iracheno per unirsi allo Stato Islamico, uno per aver aderito a un gruppo armato in Siria e aver reclutato altri, e un altro per proselitismo in Svizzera e aver fornito sostegno logistico a foreign fighter in Turchia.

In conclusione, risulta che sui 24 individui condannati dal TPF per reati legati al terrorismo, 18 erano coinvolti esclusivamente o in prevalenza, in attività digitali, mentre 6 si sono mobilitati fisicamente per fornire sostegno a gruppi terroristici. È importante notare che nonostante questi ultimi fossero “fisicamente” più coinvolti di altri, le loro attività contemporanee sui social media e sulle app di messaggistica hanno avuto una rilevanza essenziale per la loro condanna.

La rete si allarga gradualmente

 Dal punto di vista giuridico, gli individui sono stati condannati principalmente per il loro supporto a organizzazioni criminali o gruppi affiliati allo Stato Islamico e al-Qa’ida. Solo tre persone sono state condannate per la partecipazione a un gruppo terroristico. Ciò può essere spiegato in due modi: da un lato, è difficile dimostrare l’appartenenza e la partecipazione a reti e gruppi vagamente organizzati come quelli che caratterizzano il fenomeno jihadista dopo l’11 settembre. D’altro lato, dall’analisi dei casi in questione emerge chiaramente che, paragonata alla definizione piuttosto ristretta di “appartenenza” , la nozione di “sostegno” è molto ampia e in pratica è arrivata a indicare una qualsiasi attività che si ritiene mettere in buona luce un’organizzazione terroristica. Per esempio, un individuo è stato in parte condannato per aver postato su Facebook un’immagine di un ospedale funzionante in un’area controllata dallo Stato islamico, per mostrare che le infrastrutture non erano state tutte danneggiate durante il regno del gruppo terroristico. In un altro caso, un individuo è stato condannato per aver mandato tre immagini di propaganda via Whatsapp a un’altra persona. Non sorprende quindi che la maggior parte dei casi abbia portato a condanne per la nozione piuttosto approssimativa del termine “sostegno”.   

L’evoluzione del dispositivo anti-terrorismo della Svizzera fa parte di una tendenza più generalizzata, che ha preso piede dopo gli attacchi dell’11 settembre, che mira ad anticipare l’applicabilità del quadro giuridico penale a un contesto pre-delittuoso (“pre-criminal“), allargando in questo modo la rete penale in cui ricadono le azioni ritenute attività legate al terrorismo.

Ciò è comprensibile da una prospettiva politica, ma presenta un certo numero di sfide da una prospettiva giuridica ed etica. Di fatto, la svolta preventiva delle leggi anti-terrorismo della Svizzera e il modo un cui vengono applicate porta le autorità ad indagare e condannare azioni sempre più slegate dagli atti violenti veri e propri che si vogliono prevenire. In una sfera pre-delittuosa (“pre-criminal“) sempre più ampia, è impossibile coprire la totalità gli atti perseguibili ed è più probabile che si manifesti una disparità di trattamento. Questi sono aspetti di cui tenere conto, quando si pensa a come rafforzare ed espandere in futuro gli sforzi anti-terrorismo in Svizzera.  


Terrorismo in Europa: minaccia lineare in evoluzione e partecipazione individuale

di Claudio Bertolotti

Dall’Africa all’Afghanistan: l’Europa guarda preoccupata all’esaltazione jihadista

Lo Stato islamico non ha più la forza di inviare terroristi sul suolo europeo perché si è vista azzerare la propria effettiva capacità operativa in conseguenza della perdita di territorio, di una rilevante consistenza finanziaria e di reclute. Tuttavia, la minaccia rimane significativa anche attraverso la presenza e l’azione di attori isolati, spesso improvvisati e spinti dall’emulazione e senza un legame diretto con l’organizzazione.

Mentre il gruppo dello Stato Islamico continua a imporsi su un piano ideologico come la principale minaccia jihadista, è però improbabile che sia in grado di riproporre il travolgente richiamo che ebbe il “califfato” nel periodo 2014-2017, poiché ha perso il vantaggio della novità, e di conseguenza l’appeal, che ne rappresentava il punto di forza, in particolare nei confronti dei più giovani. Inoltre, sia dal punto di vista legislativo che da quello operativo, l’Europa ha saputo ridurre in maniera rilevante le proprie vulnerabilità, sebbene vi siano maggiori risultati più in termini di contrasto al terrorismo che di prevenzione. Permangono, nel complesso segnali di incertezza legate agli effetti emulativi e alla “chiamata alla guerra” connessa a eventi sul piano internazionale in grado di indurre singoli soggetti ad agire in nome del jihad: l’evento più importante nel 2021, che ha dato e continuerà a dare un impulso agli effetti del jihad transnazionale è la vittoria dei talebani in Afghanistan che, da un lato tende ad alimentare la variegata propaganda jihadista attraverso il messaggio della “vittoria come risultato della lotta continua” e, dall’altro lato, da vita a una forma di competizione dei “jihad” tra gruppi impegnati in forme di lotta e resistenza esclusivamente locali e chi, come lo Stato islamico, recepisce e propone il jihad esclusivamente come strumento di lotta a oltranza a livello globale.

In tale quadro complessivo e in continua evoluzione, dobbiamo prestare attenzione alla crescente forza estremista in alcune parti dell’Africa, in particolare le aree dell’Africa sub-sahariana, il Sahel, il Corno d’Africa e, ancora, il Ruanda e il Mozambico, al fine di contrastare l’emergere in questo continente di nuovi “califfati” o “willayat” che potrebbero minacciare direttamente l’Europa.

Nella prolifica propaganda jihadista, lo Stato Islamico si vanta della propria diffusione nel continente africano e pone in evidenza come l’obiettivo di contrastare la presenza e la diffusione del cristianesimo porterà il gruppo a espandersi in altre aree del continente. Se altrove, come nel Maghreb, nel Mashreq e in Afghanistan l’attività dello Stato islamico è incentrata sulla lotta settaria intra-musulmana, in Africa la sua presenza si impone come parte di un conflitto tra musulmani e cristiani, rafforzata da una propaganda che insiste sulla necessità di fermare la conversione dei musulmani al cristianesimo attuata attraverso i “missionari” e “il pretesto” degli aiuti umanitari. In tale quadro si inseriscono le violenze, i rapimenti e le uccisioni di religiosi missionari, attacchi contro le Ong e le missioni internazionali, dal Burkina Faso al Congo e, ancora, gli attacchi agli abitanti dei villaggi cristiani in particolare in occasione delle festività di Natale e Capodanno.

Scendono i numeri, ma permane la minaccia del terrorismo

Guardando all’ultimo triennio, da un punto di vista quantitativo l’incidenza degli attacchi terroristici si presenta lineare. Dal 2017 al 2020 sono stati registrati nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in Svizzera 457 attacchi, compresi quelli falliti e sventati: erano 895 nel 2014-2017.

Nel 2020 sono stati 119 di cui 62 nel Regno Unito e 2 in Svizzera. Secondo Europol (TeSat 2020), il 43% sono attribuiti a movimenti della sinistra radicale (passati da 26 a 25), il 24% a gruppi separatisti ed etno-nazionalisti, il 7% a gruppi di estrema destra (aumento percentuale ma diminuzione in termini assoluti rispetto al 2019), il 26% sono azioni di matrice jihadista. Sebbene la violenza jihadista sia una parte marginale del totale delle azioni associate a ideologie violente, essa si conferma per essere la più rilevante in termini di risultati e vittime provocate il cui totale, passando dalle 16 del 2020 alle 13 del 2021, conferma la maggior pericolosità del terrorismo jihadista in termini di effetti diretti.

Sulla scia dei grandi eventi terroristici in Europa nel nome del gruppo Stato islamico, sono stati registrate 165 azioni in nome del jihad dal 2014 al 2021, delle quali 34 esplicitamente rivendicate dallo Stato islamico: 219 i terroristi che vi hanno preso parte (63 morti in azione), 434 le vittime decedute e 2.473 i feriti (database START InSight).

Nel 2021 gli eventi sono stati 18, in lieve flessione rispetto ai 25 attacchi dell’anno precedente ma con un aumento di azioni di tipo “emulativo”, ossia ispirate da altri attacchi nei giorni precedenti: dal 48% del totale di azioni emulative nel 2020 al 56% nel 2021 (erano il 21% nel 2019). Il 2021 ha inoltre confermato la predominanza delle azioni individuali, non organizzate, in genere improvvisate e fallimentari che hanno progressivamente sostituito le azioni strutturate e coordinate caratterizzanti il “campo di battaglia” urbano europeo negli anni 2015-2017.

L’anagrafica dei terroristi “europei”

L’adesione all’azione terroristica continua a confermarsi come scelta esclusivamente maschile: su 207 attentatori il 97% sono maschi (7 le donne); contrariamente al 2020, quando 3 donne presero parte ad attacchi terroristici, il 2021 non ha registrato la partecipazione diretta di attentatrici.

I 207 terroristi (uomini e donne) hanno un’età mediana di 26 anni: un dato che varia nel corso del tempo (dai 24 nel 2016, ai 30 nel 2019). I dati anagrafici di 169 soggetti di cui si hanno informazioni complete hanno consentito di definire un quadro molto interessante da cui si evince che il 10% è di età inferiore ai 19 anni, il 36% ha un’età compresa tra i 19 e i 26, il 39% tra i 27 e i 35 e, infine, il 15% è di età superiore ai 35 anni.

L’88% degli attacchi, di cui abbiamo informazioni complete, sono stati portati a termine da “immigrati” di seconda e terza generazione e immigrati di prima generazione, sia regolari che irregolari.

Dei 154 su 207 terroristi analizzati attraverso il database START InSight, il 45% sono immigrati regolari; 24% sono discendenti di immigrati (seconda o terza generazione); gli immigrati irregolari sono il 19%: un dato, quest’ultimo, in crescita che passa al 25% nel 2020 e raddoppia, 50%, nel 2021. Significativa anche la presenza di un 8% di cittadini di origine europea convertiti all’Islam. Complessivamente il 77% dei terroristi sono regolarmente residenti in Europa, mentre il ruolo degli immigrati irregolari si impone con un rapporto di circa 1 ogni 6 terroristi. Nel 4% degli episodi è stata riscontrata la presenza di bambini/minori (7) tra gli attaccanti.

La mappa etno-nazionale del terrorismo in Europa

Il fenomeno della radicalizzazione jihadista in Europa affligge maggiormente alcuni gruppi nazionali/etnici. Vi è un rapporto di proporzionalità tra i principali gruppi di immigrati e i terroristi, come dimostrerebbe la nazionalità dei terroristi, o delle famiglie di origine, che è in linea con la dimensione delle comunità straniere in Europa. Prevale l’origine maghrebina: i gruppi etno-nazionali principalmente afflitti dall’adesione jihadista sono quelli marocchino (in Francia, Belgio, Spagna e Italia) e algerino (in Francia).

Stabili i recidivi e i soggetti già noti all’intelligence

Di rilievo il ruolo giocato dai recidivi – soggetti già condannati per terrorismo che compiono azioni violente a fine pena detentiva e, in alcuni casi, in carcere: dal 3% del totale dei terroristi nel 2018 (1 caso), al 7% (2) nel 2019, al 27% (6) nel 2020, al singolo caso del 2021. Ciò confermerebbe la pericolosità sociale di soggetti che, a fronte di una condanna detentiva, tendono a posticipare la condotta di azioni terroristiche; un’evidenza che suggerisce l’aumento della probabilità di atti terroristici nei prossimi anni, in concomitanza con la fine della pena della maggior parte dei terroristi attualmente detenuti.

Parallelamente ai soggetti recidivi, START InSight ha rilevato una tendenza significativa sulle azioni compiute da terroristi già noti alle forze dell’ordine o ai servizi di intelligence europei: 44% e 54% del totale rispettivamente nel 2021 e 2020, contro il 10% nel 2019 e il 17% nel 2018.

I soggetti con precedenti detentivi (anche per reati non associati al terrorismo) nel 2021 hanno confermato una certa stabilità nella partecipazione ad azioni terroristiche da parte di individui con un pregresso carcerario con un dato del 23% nel 2021, in lieve calo rispetto all’anno precedente (33% nel 2020) ma in linea con quello del 2019 (23% nel 2019, 28% nel 2018 e 12% nel 2017); un’evidenza che continua a confermare  l’ipotesi che vede nelle carceri luoghi di potenziale radicalizzazione e adesione al terrorismo.

Si riduce la capacità offensiva del terrorismo?

Una fotografia realistica del terrorismo necessita di un’analisi dei tre livelli su cui il terrorismo stesso si sviluppa e opera: strategico, operativo e tattico. La strategia, intesa come l’impiego dei combattimenti allo scopo della guerra; la tattica è l’impiego delle truppe ai fini della battaglia; il livello operativo si colloca tra le due. Una sintesi che, nella sua semplicità, coglie il punto: l’impiego degli uomini.

Il successo a livello strategico è marginale

Il 16% delle azioni ha ottenuto un successo a livello strategico, ossia ha avuto conseguenze strutturali: blocco del traffico aereo/ferroviario nazionale e/o internazionale, mobilitazione delle forze armate, interventi legislativi di ampia portata. Un dato molto elevato considerando il limitato sforzo organizzativo e finanziario da parte dei gruppi, o dei singoli attaccanti. L’andamento nel corso degli anni è stato discontinuo, ma ha messo in evidenza una progressiva riduzione di capacità ed efficacia: 75% di successo strategico nel 2014, 42% nel 2015, 17% nel 2016, 28% nel 2017, 4% nel 2018, 5% nel 2019, 12% nel 2020 e 6% nel 2021. Nel computo dei risultati strategici, gli attacchi hanno ottenuto l’attenzione dei media internazionali nell’79% dei casi, il 95% a livello nazionale, mentre le azioni organizzate e strutturate dei commando e dei team-raid hanno ottenuto la totale attenzione mediatica. Un evidente, quanto ricercato, successo mediatico che può aver influito sensibilmente sulla campagna di reclutamento di aspiranti martiri o combattenti del jihad, la cui entità numerica rimane elevata in corrispondenza della maggiore intensità di azioni terroristiche (2016-2017). Ma se è vero che l’amplificazione massmediatica ha effetti positivi sull’azione di reclutamento, è anche vero che tale attenzione tende a ridursi col tempo a causa di due ragioni principali: la prima è la prevalenza di azioni a bassa intensità in rapporto a quelle ad alta – in diminuzione – e quelle a bassa e media intensità – in sensibile aumento dal 2017 al 2021. La seconda è l’assuefazione di un’opinione pubblica emotivamente sempre meno toccata dalla violenza del terrorismo, in particolare dagli eventi a “bassa” e “media intensità”.

Il livello tattico preoccupa, ma non è la priorità del terrorismo

Partendo dal presupposto che il fine delle azioni sia di provocare la morte del nemico (nel 35% dei casi gli obiettivi sono le forze di sicurezza), tale obiettivo viene raggiunto nel periodo 2004-2021 in media nel 50% dei casi. È però opportuno tenere in considerazione che l’ampio periodo di tempo tende a influire in maniera significativa sul margine di errore; l’evoluzione dell’ultimo periodo preso in esame, 2014-2021, mostrerebbe infatti una tendenza al peggioramento negli effetti ricercati dai terroristi con una prevalenza di attacchi a bassa intensità e un aumento di azioni dall’esito fallimentare, almeno fino al 2019. I risultati degli ultimi sei anni, in particolare, mostrerebbero come il successo a livello tattico sia stato ottenuto, nel 2016, nel 31% dei casi a fronte di un 6% di atti formalmente fallimentari, mentre il 2017 si è stabilizzato su una percentuale di successo del 40% e di fallimento del 20%. Un andamento complessivo che, passando dal 33% di successo a livello tattico e un raddoppio degli attacchi fallimentari (42%) nel 2018 e consegnandoci un dato ulteriormente al ribasso del 25% di successo nel 2019, può essere letto come il duplice effetto della progressiva diminuzione della capacità operativa dei terroristi e dell’accresciuta reattività delle forze di sicurezza europee. Ma se l’analisi suggerisce una capacità tecnica che si è effettivamente ridotta, è altresì vero che l’improvvisazione e l’imprevedibilità del nuovo terrorismo individuale ed emulativo ha fatto registrare un nuovo aumento delle azioni di successo, passate dal 32% nel 2020 e al 44% nel 2021.

Il vero successo è a livello operativo: il “blocco funzionale

Anche quando fallimentare, un attacco terroristico ottiene un risultato altamente favorevole che consiste nell’impegnare in maniera straordinaria le forze armate e di polizia, distraendole dalle normali attività di routine o impedendo di intervenire a favore della collettività, nell’interrompere o sovraccaricare il servizio sanitario, nel limitare, rallentare, deviare o fermare la mobilità collettiva urbana, aerea e navale, nel limitare il regolare svolgimento delle attività quotidiane, commerciali, professionali, a danno delle comunità colpite e, inoltre, riducendo in maniera efficace il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo o, ancora, la capacità di resilienza; infine, più in generale, nell’infliggere danni, diretti e indiretti, indipendentemente dalla capacità di provocare vittime. Coerentemente, la limitazione della libertà dei cittadini è un risultato misurabile che il terrorismo ottiene attraverso le proprie azioni.

In altri termini, il successo del terrorismo, anche quando non provoca vittime, consiste nell’imporre costi economici e sociali alla collettività e nel condizionarne i comportamenti nel tempo in relazione a misure di sicurezza o limitazioni imposte dall’autorità politica e di pubblica sicurezza ai fini della salvaguardia della collettività. Questo è il “blocco funzionale”.

Nonostante una sempre più ridotta capacità operativa del terrorismo, il “blocco funzionale” continua ad essere il più importante dei risultati ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo).

A fronte di un successo tattico registrato nel 34% degli attacchi avvenuti dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace ottenendo il “blocco funzionale” in media nell’82% dei casi, per attestarsi all’92% percento nel 2020 e all’89% nel 2021: un risultato, impressionante considerando le limitate risorse messe in campo dai terroristi, che conferma il vantaggioso rapporto costo-beneficio a favore del terrorismo.


Understanding radicalisation, terrorism and de-radicalisation. Historical, socio-political and educational perspectives from Algeria, Azerbaijan and Italy (Recensione)

di Andrea Carteny, Elena Tosti Di Stefano

Negli ultimi decenni, i temi della radicalizzazione e del terrorismo sono saliti alla ribalta delle relazioni internazionali, divenendo oggetto di molteplici concettualizzazioni e prospettive di studio. Alla luce dei legami esistenti e plurimi tra fenomeni terroristici, ideologie radicali, tensioni e conflitti globali, regionali o locali, emerge con particolare evidenza la necessità di porre l’attenzione su aspetti ad essi collegati, segnatamente l’etnia, la religione, le composite eredità storiche, come anche il fattore migratorio. Tali considerazioni risultano ancor più rilevanti se alla dimensione di contrasto prevalentemente militare si affiancano – e talvolta vanno a sostituirsi – strategie di prevenzione, dissuasione e di integrazione, che coinvolgono lo spazio educativo, così come quello economico e di resilienza sociale.

È da questa premessa che muove il volume Understanding radicalisation, terrorism and de-radicalisation. Historical, socio-political and educational perspectives from Algeria, Azerbaijan and Italy, pubblicato nel 2021 all’interno della collana Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria, edita da Rubbettino. La collettanea ricomprende i risultati di un’intensa e proficua attività di ricerca biennale realizzata nell’ambito del progetto PRaNet – Prevention of Radicalisation Network (2019-2021).

Tale progetto ha dato corpo a un consorzio di università con capofila le Università di Bergamo e due istituti universitari di Paesi appartenenti all’Organizzazione della Conferenza Islamica, quali Algeria e Azerbaigian, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza e la comprensione dei fenomeni legati alla radicalizzazione, nonché di sviluppare politiche di inclusione sociale e di de-radicalizzazione ai fini dell’integrazione. Le attività di questa rete internazionale si sono sviluppate all’interno del programma pluriennale “Strategia per la promozione all’estero della formazione superiore Italiana 2017/2020”, sostenuto congiuntamente dal MIUR e dal MAECI. Queste prevedono, oltre a progetti di ricerca, scambi di studenti, docenti, ricercatori e tirocinanti attraverso programmi di formazione ad hoc, quali il Master MaRTe presso l’Università di Bergamo in “Prevenzione e contrasto alla radicalizzazione, al terrorismo e per le politiche di integrazione e sicurezza internazionale”, così come attività professionalizzanti presso l’Université Mohamed Lamine Debaghine (Sétif 2) in Algeria e l’ADA University fi Baku in Azerbaigian.

Il volume si avvale della consolidata esperienza nel settore di Michele Brunelli, docente di Storia e istituzioni delle società islamiche presso l’Università di Bergamo e direttore del Master MaRTe, che ha coordinato progetti internazionali per la deradicalizzazione e la prevenzione dell’estremismo violento in Algeria, Azerbaigian e Burkina Faso, e curato, sempre nello scorso anno e per la medesima collana, il volume Prevenzione e contrasto al terrorismo di matrice confessionale e alla radicalizzazione.

La qualità  scientifica del volume deriva non solo dall’affrontare, attraverso una serie di differenti prospettive, le principali categorie-chiave per la comprensione del terrorismo (definizione, causalità, conseguenze e risposta), ma anche dall’analizzare i fattori storico-culturali e socio-economici relativi ai fenomeni della radicalizzazione, del terrorismo, dell’anti-terrorismo e della de-radicalizzazione, a partire dalle esperienze maturate in differenti contesti confessionali: l’Italia, come società tradizionalmente cristiana; l’Algeria, Paese di cultura islamica sunnita; e l’Azerbaigian, contraddistinto un contesto religioso sciita, ma da una società tendenzialmente laica.

Come si evince dal titolo, le tre concettualizzazioni attorno a cui ruota lo studio sono quelle di radicalizzazione, terrorismo e de-radicalizzazione, che sono oggetto rispettivamente delle tre sezioni del volume.

La prima sezione esplora, tra teoria e pratica, dapprima l’articolato rapporto tra la radicalizzazione e la questione delle minoranze e dei cleavage identitari. L’analisi, in questa prospettiva, dell’area caucasica è ad opera di Lala Jumayeva, ricercatrice in Affari internazionali presso l’Università ADA di Baku ed esperta di conflict resolution. Segue il contributo di Naouel Abdellatif Mami, docente di scienze psicopedagogiche presso l’Université Sétif 2 ed esperta di IT nell’educazione e di AI nelle scienze umane, che affronta il tema dell’identità e della libertà di espressione come fattori di estremismo nel contesto algerino. Šeila Muhić, ricercatrice dell’Università di Bergamo e specializzata nel campo dei diritti umani, analizza il fenomeno migratorio in Italia come potenziale terreno fertile per la radicalizzazione. Un’ulteriore e variegata prospettiva è offerta dai contributi che compongono il secondo capitolo della sezione, dedicati al tema della radicalizzazione femminile, delle donne vittime o attrici del terrorismo. Anar Valiyev, anch’egli docente all’Università ADA ed esperto di storia e istituzioni nello spazio post-sovietico, illustra il caso dell’ISIS in relazione alle donne e ai bambini vittime della radicalizzazione in Azerbaigian, con riferimento particolare agli ambienti della minoranza salafita sunnita. A seguire, Naouel Abdellatif Mami opera una disamina della condizione delle donne nella storia algerina, concentrandosi sul “decennio nero” (1991-2002), ma anche sul ruolo di quest’ultime nell’elaborazione di approcci alla resilienza. L’ultimo studio del secondo capitolo, realizzato da Emilija Davidovic – esperta di diritti umani nello scenario post-jugoslavo – concerne il coinvolgimento delle donne nella violenza estremista in un contesto europeo (balcanico o occidentale). Il terzo capitolo offre poi un’ampia panoramica del fenomeno della radicalizzazione politico-religiosa dell’Azerbaigian post-sovietico, che colpisce in particolare le comunità religiose ed etniche minoritarie (sunnite e alloglotte).

Il volume prosegue affrontando, nella seconda sezione, il tema stesso del terrorismo e le sue molteplici e diverse concettualizzazioni. Ilas Touazi, ricercatore presso l’Università Sétif 2 ed esperto di terrorismo/anti-terrorismo, propone una prima analisi sulla minaccia jihadista in Algeria attraverso il fenomeno della transnazionalizzazione del terrorismo locale all’interno delle reti jihadiste regionali e internazionali. Il professor Michele Brunelli è autore del contributo sull’evoluzione dei crimini terroristici di matrice politico-ideologica, prima che di ispirazione politico-religiosa, nello scenario europeo e in particolare in Italia. Il volume continua con il contributo di Aydan Ismayilova, laureata al Master MaRTe dell’Università di Bergamo ed esperta di jihadismo, che approfondisce i fenomeni terroristici nell’area caucasica, ponendo l’attenzione sui movimenti terroristici armeni e sugli estremisti religiosi. Ulteriori spunti di riflessione e di analisi emergono nel quinto capitolo, che include contributi riguardanti le infrastrutture critiche quali principali obiettivi degli attacchi terroristici nelle tre aree geografiche considerate, servendosi di un approccio analitico alle potenziali minacce. Inara Yagubova (project manager presso l’ADA University di Baku) illustra le minacce terroristiche – e gli strumenti di protezione – in relazione alle infrastrutture energetiche in Azerbaigian, mentre Nabil Benmoussa (docente di economia presso l’Université Sétif 2), prende in esame le implicazioni economiche del terrorismo e delle relative politiche di contrasto nel caso algerino. Allo scenario europeo è dedicato il contributo di Fabio Indeo, analista della NATO Defense College Foundation ed esperto di geopolitica energetica dell’Asia centrale, il quale approfondisce le vulnerabilità e le strategie di protezione delle infrastrutture critiche europee, anche a fronte delle nuove fide poste dal cybercrime. A seguire, il Comandante Mario Leone Piccinni, Ufficiale della Guardia di Finanza ed esperto di criminalità informatica, esplora il complesso tema del finanziamento al terrorismo, delineando i sistemi di finanziamento locali e internazionali delle organizzazioni terroristiche.

La terza e ultima sezione riguarda le politiche e le strategie di deradicalizzazione. Al suo interno, il settimo capitolo illustra la risposta antiterroristica, con un iniziale contributo di Stefano Bonino, criminologo esperto di terrorismo e di crimine organizzato, che discute le strategie antiterroristiche algerine – dalle più repressive alle misure più versate sul dialogo. Per quanto riguarda gli altri due Paesi in oggetto, le attività di antiterrorismo e radicalismo nel contesto azerbaigiano sono esaminate da Anar Valiyev, mentre il caso italiano è analizzato da Stefano Bonino e Andrea Beccaro, quest’ultimo docente di Studi strategici e di Studi sulla guerra rispettivamente all’Università di Torino e all’Università Statale di Milano. Il capitolo successivo attribuisce un ruolo chiave all’educazione, alla prevenzione e alla risposta al terrorismo e al radicalismo, così come evidenziano Valiyev nel trattare il caso azerbaigiano e Benmoussa nell’illustrare le recenti riforme educative in Algeria, concepite come parte della risposta a tali fenomeni. Le iniziative di coinvolgimento della società civile vengono poi affrontate, a livello europeo, da Šeila Muhić. Il nono e ultimo capitolo chiude il volume con uno studio di Karim Regouli, ricercatore presso l’Université Sétif 2, riguardante il delicato e complesso processo di riconciliazione in Algeria dopo la decennale lacerazione dovuta al terrorismo.

Per l’ampiezza degli argomenti trattati, per la molteplicità delle prospettive e per l’originalità dei casi di studio comparati, il volume si configura come un contributo essenziale nel fornire chiavi di lettura finalizzate all’analisi e all’approfondimento dei fenomeni della radicalizzazione e del terrorismo, rappresentando, inoltre, un valido riferimento nel delineare politiche efficaci di contrasto a tali fenomeni. Nell’ambito degli studi più recenti, il volume si colloca fra i più rilevanti che indagano il legame tra radicalizzazione, estremismo e terrorismo e le relative politiche di contrasto, tra i quali conviene menzionare Communities and Counterterrorism (Routledge, 2019), a cura di Basia Spalek e Douglas Weeks, e Countering Violent Extremism. The international deradicalisation agenda (Bloomsbury Publishing, 2021) di Tahir Abbas, nonché importanti contributi come “Contrasto al terrorismo internazionale, con particolare riferimento al fenomeno dei foreign fighters” edito dalla SIOI nel 2019.

Understanding radicalisation, terrorism and de-radicalisation. Historical, socio-political and educational perspectives from Algeria, Azerbaijan and Italy appare dunque come un punto di riferimento per gli studiosi e gli esperti, come pure per le istituzioni impegnate in quest’ambito. Va sottolineato, ancora una volta, l’approccio multidisciplinare – storico, politico-istituzionale, economico, sociale, operativo e socio-educativo – che contribuisce a inserire le tematiche in oggetto in un framework più ampio e articolato. In tal senso, la scelta metodologica appare funzionale non solo nei riguardi del terrorismo confessionale, ma anche all’analisi del fenomeno terroristico nelle sue diverse espressioni storico-politiche.


I nuovi orizzonti della radicalizzazione. Dal Rapporto #ReaCT2022

di Chiara Sulmoni

La pandemia dell’estremismo

 A livello globale, (da tempo) il terrorismo tende a fare meno vittime, anche se geograficamente è più diffuso e, particolarmente in Siria e nell’Africa sub-sahariana, la minaccia è cresciuta. A rilevarlo è il Global Peace Index (GPI) 2021, che misura l’impatto di una serie di indicatori sulla  “pacificità” delle nazioni. Lo stesso documento parla anche di un contesto internazionale in cui, se da un lato “i conflitti e le crisi emerse nella scorsa decade hanno iniziato a ridursi di intensità”, dall’altro il COVID19 ha portato nuove tensioni; fra il gennaio del 2020 e l’aprile del 2021, sono stati registrati oltre 5’000 eventi violenti legati alla pandemia (GPI 2021). L’impatto economico, sociale e anche psicologico delle diverse misure messe in atto per contenere la diffusione del virus ha contribuito a creare le condizioni per l’avanzata degli estremismi e l’adesione di un numero sempre maggiore di sostenitori e militanti alle varie cause, incluse le teorie complottiste, di natura politica, identitaria, anti-tecnologica, no-vax, che possono trovare eco in movimenti di protesta anti-governativi e azioni dimostrative come, ad esempio, le decine di attacchi vandalici nei confronti delle antenne 5G sospettate di propagare il COVID19; le operazioni di disturbo presso i centri di vaccinazione; le minacce a scienziati e politici ma anche, come riportato in Italia, a negozianti e ristoratori che richiedevano di esibire il Green Pass. Sempre più spesso, sulla rete e nelle piazze convivono e si sovrappongono orientamenti diversi che convergono temporaneamente su cause e battaglie comuni e/o con lo scopo di accrescere la propria visibilità e base di sostenitori.

   Secondo l’esperto di terrorismo Ali Soufan può darsi che in futuro forze dell’ordine, analisti e ricercatori guarderanno al 2020 come a uno spartiacque per ciò che concerne il reclutamento da parte di attori non-statali. Va tuttavia sottolineato che l’aumento sensibile e progressivo di proteste, disordini civili e instabilità politica è un tratto che il GPI “cattura” fin dal 2011; un trend particolarmente pronunciato negli Stati Uniti, dove le dimensioni del problema sono emerse con chiarezza il 6 gennaio 2021, quando una folla variegata di sostenitori del Presidente uscente Donald Trump, convinta di poter ribaltare l’esito del voto, si è sentita legittimata dalla narrativa delle ‘elezioni rubate’  – cavalcata da una parte della politica e dei media – ad assaltare il Campidoglio. L’insurrezione contro il passaggio di poteri fra le due amministrazioni americane, che ha lasciato sul terreno 5 morti e un centinaio di feriti ha generato una maggiore, per quanto tardiva, consapevolezza dei rischi collegati a una deriva estremista interna che è invece oggi diventata una questione prioritaria per la sicurezza nazionale. Gli oltre 700 individui arrestati e perseguiti dalla giustizia – fra i quali spicca un 12% dal background militare, secondo i dati del Program on Extremism della George Washington University – rappresentano un coacervo di esponenti, sostenitori e simpatizzanti di varie ideologie e sigle collegate ai mondi del suprematismo bianco, del neo-nazismo, delle milizie armate e dell’universo cospirazionista (movimento QAnon in testa), identificati e incriminati anche grazie alle loro attività e interazioni pienamente visibili sulle piattaforme social. Una fetta consistente di questi cittadini non è risultata poi ufficialmente affiliata ad alcuna organizzazione; in questo contesto, c’è chi parla ormai di radicalizzazione di massa.

New normal della radicalizzazione, profili e rischi che cambiano

   A venti anni quindi dagli attentati dell’11 settembre che hanno aperto un lungo capitolo di lotta al terrorismo a livello nazionale e internazionale e sotto varie forme – dagli interventi militari al rafforzamento delle misure di polizia e intelligence, dalle modifiche legislative allo studio interdisciplinare della materia, alle iniziative di prevenzione e de-radicalizzazione – la minaccia non solo non è svanita, ma è oggi più diffusa, frammentata e complessa da affrontare. L’ecosistema dell’estremismo violento è caratterizzato da una forte competizione, ma anche da un’esposizione crescente alle strategie, tattiche e “vittorie percepite” di gruppi ideologicamente lontani fra loro – gli analisti non hanno mancato di sottolineare, ad esempio, l’attenzione prestata dagli ambienti dell’estrema destra al “successo” dei Talebani, il cui ritorno al potere dopo una lunga battaglia insurrezionale non motiva unicamente i combattenti di al-Qaeda e/o della nebulosa jihadista, ma anche quelle formazioni che fanno della “società tradizionale” il loro baluardo, si oppongono ai valori liberali in Occidente e/o aspirano a un conflitto civile. La vicinanza e talvolta la coabitazione di temi – ad esempio, jihadisti vis-à-vis Accelerazionisti -, narrative e simbologia non comporta un annacquamento dei principi o delle convinzioni ideologiche ma piuttosto, si legge in una ricerca sull’argomento (ICSR, gennaio 2022), “una maggiore attenzione ai risultati più che alla dottrina” (practice). Con riferimento alla sfera salafita-jihadista, nel Rapporto ReaCT2022 anche Michael Krona sottolinea come “le comunità di sostenitori online stiano espandendo l’universo terroristico formando nuove entità che promuovono interpretazioni ideologiche più ampie, senza rimanere legate a una singola organizzazione”. Oggi la produzione di propaganda e narrativa estremista – ma anche l’incitamento all’azione – non sono più una prerogativa esclusiva dei media legati ai movimenti terroristici, ma un’operazione a cui concorre in maniera significativa anche una larga base di adepti e militanti che si muovono in autonomia, sia per ciò che concerne la creazione di nuovi contenuti – che possono scostarsi rispetto agli argomenti affrontati dai canali ufficiali del gruppo – che la loro disseminazione; un gran numero di incriminazioni e di condanne per reati legati al terrorismo (non solo di matrice jihadista) riguardano infatti attività di raccolta, assemblamento e condivisione di materiale utile anche per pianificare attacchi. A causa di questa frammentazione, la battaglia dei tech giants per “ripulire la rete” è tutt’altro che facile, vista anche l’abilità dei “fomentatori” nel dissimulare contenuti di post e account, ingannare algoritmi, migrare di piattaforma in piattaforma (anche quelle destinate ai ragazzi come TikTok) e muoversi nelle aree grigie e attraverso app criptate.

  La Gran Bretagna è uno dei paesi europei più colpiti da terrorismo e radicalizzazione e per questa ragione, fornisce dati e anticipa spunti di discussione e riflessione molto importanti. Recentemente Dean Haydon, il coordinatore nazionale senior della polizia anti-terrorismo, ha delineato i nuovi profili che stanno cambiando l’equazione nel paese: in sintesi, l’evoluzione del fenomeno ha portato oggi ad imbattersi con maggiore frequenza in individui di origini o di nazionalità britanniche, sempre più giovani e attratti dalle ideologie dell’estrema destra, che si auto-radicalizzano online e agiscono di propria iniziativa. Ma dalle segnalazioni per sospetta radicalizzazione nell’ambito del programma Prevent 2020/21, che interviene quando si manifestano quelli che potrebbero essere i primi segnali di estremismo, è anche emerso che il 51% dei casi è rappresentato dall’adesione a quelle che vengono definite “mixed, unstable or unclear ideologies” (MUU). Se si prende in considerazione anche un’altissima incidenza – una prevalenza – di situazioni che sembrano caratterizzate da problemi di salute mentale, dipendenze e/o altre difficoltà – che rendono soprattutto i giovanissimi vulnerabili alla propaganda in rete – si profila una realtà in cui è la violenza, intesa come canale di sfogo dei disagi personali e – spiegano gli esperti – mezzo per “(ri)acquisire una propria rilevanza”, a prevalere sulla motivazione ideologica. Facendo riferimento anche a un numero considerevole di persone affette da autismo che sono entrate nel circuito di Prevent, il Revisore Indipendente delle leggi sul terrorismo Jonathan Hall ha dichiarato che “è come se fosse emerso un problema sociale e se lo fossero ritrovato fra le mani gli esperti di controterrorismo”. In questo quadro, la radicalizzazione assume le connotazioni di un problema di salute pubblica che va studiato e affrontato da una prospettiva più ampia rispetto a quella adottata fino ad ora, quando un forte accento è stato posto sul ruolo dell’ideologia e di conseguenza, nell’ambito del contrasto, sulla contro-narrativa. Emblematico delle varie sfumature con le quali si trova confrontato chi deve determinare quali nuove forme di violenza rappresentino una minaccia terroristica è l’attacco che ha avuto luogo nel mese di agosto del 2021 a Plymouth, quando un 22enne che aveva familiarità con gli ambienti incel ha sparato a 7 persone per poi togliersi la vita. Noti da tempo negli Stati Uniti ma venuti in superficie solo recentemente in Europa, gli incel sono i cosiddetti celibi involontari, individui che non riescono a stabilire una relazione con l’altro sesso; chi studia il fenomeno spiega che dentro questa bolla che viene denominata anche ‘cultura’ incel – dotata di un proprio gergo specifico – possono manifestarsi risentimento e discorsi d’odio che spronano a commettere violenza contro le donne e che, più in generale, oscillano fra posizioni misogine, razziste, anti-semite e cospirazioniste. Fra il mese di marzo e il mese di novembre del 2021 le visite di utenti britannici – che includono ragazzi a partire dai 13 anni – ai tre principali forum online legati all’ideologia incel sono sestuplicate (dati rilevati da The Times con il Centre for Countering Digital Hate). Le statistiche del 2021 hanno registrato un numero record di arresti di bambini e ragazzi per reati di terrorismo.

I nuovi orizzonti della radicalizzazione non si registrano unicamente nel mondo anglosassone; con riferimento alla matrice jihadista, il Rapporto 2020 del Servizio delle Attività Informative della Svizzera aveva già attirato l’attenzione sugli individui “la cui radicalizzazione e propensione alla violenza vanno ricercate in crisi personali o problemi psichici piuttosto che in un’opera di convincimento ideologico. In generalela frequenza di atti di violenza che presentano un nesso marginale con l’ideologia o i gruppi jihadisti rimarrà costante o potrebbe addirittura aumentare. Nello stesso anno, nella Confederazione si sono verificati i primi due attacchi, a Morges e a Lugano, di questa matrice; gli autori -un uomo e una donna- rientrano nella casistica appena menzionata.

Ripensare la radicalizzazione in funzione della prevenzione

   Negli ultimi 15 anni, l’attenzione delle politiche di sicurezza e delle iniziative di contrasto al terrorismo si è focalizzata in particolar modo sulla propaganda e il reclutamento da parte di al-Qaeda, Stato Islamico e gruppi affini; lo jihadismo rimane tutt’ora la forma di terrorismo che fa più vittime e la stessa Europol (Te-Sat) segnala che – possibilmente anche per ragioni legate alla pressione esercitata dalla pandemia sul lavoro delle forze di sicurezza? – nel 2020 il numero di attacchi portati a termine ha superato quello degli attacchi sventati/falliti ed è raddoppiato rispetto all’anno precedente. Tuttavia, come emerge anche dalle prospettive prese in considerazione nei paragrafi precedenti, un nuovo rischio oggi si irradia da una realtà post-organizzata, in cui i soggetti agiscono in maniera indipendente ispirandosi solo vagamente allo Stato Islamico e dove radicalizzati e (potenziali) terroristi – pur compiendo azioni solitarie – si ‘esaltano’ e incoraggiano dentro comunità / ecosistemi di gruppo. Al di fuori dell’ambiente accademico, questo aspetto della (ri)socializzazione – della ricerca di un senso di condivisione e accoglienza dentro una comunità reale o virtuale – non sempre viene colto. Eppure, è centrale per poter comprendere appieno i processi di radicalizzazione, che annoverano tra i fattori scatenanti più significativi, proprio l’esclusione sociale. Simili dinamiche di appartenenza e di identificazione con un movimento o con una causa, in contrapposizione con altri/e, attraversano oggi anche la società più in generale che vive una situazione di forte polarizzazione, tribalismo e crescente ‘incapsulamento sociale’, tutti elementi che favoriscono l’incubazione dell’estremismo. Vista da questa prospettiva, la battaglia contro le teorie cospiratorie, che sono parte integrante delle narrative di numerose sigle più o meno violente, soprattutto della destra, e contro le fake news che ne pongono le basi, acquisisce un significato che è anche strategico e richiama nel contempo la politica e i media a una nuova consapevolezza. A causa delle numerose sfaccettature dei problemi sociali collegati alla violenza con i quali ci confrontiamo in questo momento storico, è opportuno “ripensare la radicalizzazione” attribuendo più peso alla prospettiva sociologica e psicologica anche in funzione della prevenzione, che non consiste solo nella repressione attraverso interventi di natura securitaria -di polizia- nelle fasi che precedono il crimine ma in una presenza e pianificazione di attività sul territorio a favore della collettività, volte a rafforzare le reti di sostegno per le situazioni di disagio sociale e personale, che si manifestano e si riscontrano a livello locale. Come già messo in rilievo nel Rapporto ReaCT2021, ciò implica una collaborazione fra attori diversi (ONG, istituzioni pubbliche e private, società civile, famiglie) e un dialogo costante fra ricercatori, operatori sul campo, forze dell’ordine e legislatori. Di fronte alla “creatività” e alla capacità di adattamento del terrorismo, nonché al new normal della radicalizzazione che definisce l’epoca attuale, è importante aggiornare gli approcci e gli strumenti a nostra disposizione.


#ReaCT2022: il 3° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa. Online il 24 febbraio

Disponibile dal 24 febbraio, in italiano e inglese, su osservatorioreact.it e su startinsight.eu (link diretto): presentazione, in collaborazione con Formiche.net, giovedì 24 febbraio 2022 sul canale web di Formiche.

È disponibile dal 24 febbraio in formato digitale e cartaceo #ReaCT2022 – La Rivista, il 3° Rapporto sul terrorismo e il radicalismo in Europa, che offre al lettore uno studio sulla sua evoluzione, le sue tendenze ed effetti, attraverso un approccio quantitativo, qualitativo e comparativo. Curato dall’Osservatorio ReaCT, il documento è composto da 15 contributi d’analisi su jihadismo e altre forme di estremismo violento che caratterizzano il panorama attuale e che durante la pandemia hanno acquisito ulteriore forza e visibilità, proponendo nel contempo casi studio, prospettive e riflessioni volte a portare un contributo concreto e a intavolare un dialogo continuativo con tutte quelle realtà -accademiche e istituzionali- che si occupano della questione e delle sue problematiche pratiche. #ReaCT2022 vuole essere uno strumento utile messo a disposizione di operatori per la sicurezza, sociali ed istituzionali, di giornalisti, studenti e del più ampio pubblico.

I numeri del terrorismo jihadista. Come ogni anno, il Rapporto si apre con la fotografia aggiornata del terrorismo di matrice jihadista in Europa, grazie alle informazioni raccolte nel database di START InSight, curato da Claudio Bertolotti, direttore esecutivo di ReaCT. Se la violenza di matrice jihadista può essere considerata marginale in termini assoluti, rispetto cioè al totale delle azioni portate avanti da gruppi e militanti di varie ideologie, essa continua ad essere rilevante sia per le conseguenze, che per il numero di vittime. La minaccia rimane dunque significativa ed è rappresentata oggi in particolar modo dagli attacchi da parte di individui che agiscono in modo autonomo, indipendente, spesso senza un legame diretto con l’organizzazione terroristica ma mobilitati da narrative jihadiste globali.

Nel 2021 gli eventi jihadisti sono stati 18, in lieve flessione rispetto ai 25 attacchi dell’anno precedente ma con un aumento di azioni di tipo “emulativo”, ossia ispirate da altri attacchi nei giorni precedenti: dal 48% del totale di azioni emulative nel 2020 al 56% nel 2021 (erano il 21% nel 2019). Il 2021 ha inoltre confermato la predominanza delle azioni individuali, non organizzate, in genere improvvisate e fallimentari che hanno progressivamente sostituito le azioni strutturate e coordinate caratterizzanti il “campo di battaglia” urbano europeo negli anni 2015-2017. Il terrorismo si conferma inoltre un fenomeno prevalentemente maschile: su 207 attentatori (dal 2014), il 97% sono uomini mentre l’età media è di 26 anni. Di rilievo negli ultimi anni è stato anche il ruolo di recidivi, attentatori già noti alle forze dell’ordine o con precedenti detentivi. Infine, va ricordato che anche quando fallimentare, un attacco terroristico ottiene un risultato favorevole che consiste nell’imporre costi economici e sociali alla collettività e nel condizionarne i comportamenti nel tempo. La limitazione della libertà dei cittadini è un risultato misurabile, che il terrorismo ottiene attraverso le proprie azioni: questo è il “blocco funzionale”, ottenuto nell’82% dei casi: un risultato che conferma il vantaggioso rapporto costo-beneficio a favore del terrorismo.

Estremismi violenti, radicalizzazione e casi studio. I contenuti del Rapporto. I contenuti complessivi del Rapporto 2022 spaziano dalla presentazione dei numeri e profili dei terroristi jihadisti in Europa, alla discussione sul Nuovo Terrorismo Insurrezionale (NIT), che trae ulteriore vigore e motivazione anche dal ritorno dei Talebani in Afghanistan; dall’esame del contesto sub-sahariano, dove operano organizzazioni jihadiste caratterizzate da una retorica globalista ma che restano profondamente connesse a dinamiche locali, all’impegno europeo nella prevenzione del radicalismo violento nei Balcani Occidentali; dai processi per terrorismo di cui si è occupato il Tribunale Penale Federale in Svizzera dal 2001 ad oggi, alle dinamiche delle comunità jihadiste online; dai nuovi orizzonti della radicalizzazione, che si sono allargati ulteriormente durante la pandemia e richiedono che si presti maggiore  attenzione alle dinamiche di gruppo e ai problemi sociali collegati alla violenza; ai focus sull’estrema destra, l’anti-semitismo di ritorno, il cospirazionismo, il movimento NoVax; fino ai casi studio sul reinserimento sociale dei minori radicalizzati e la deradicalizzazione nel contesto neo-nazista, che mettono in evidenza anche l’approccio e il  lavoro portato avanti dalle autorità italiane. Infine, il documento include considerazioni riguardo l’aggiornamento dei Terrorism Risk Assessment Instruments (TRA-I), che sono sviluppati con lo scopo di poter meglio valutare la minaccia rappresentata dai processi di radicalizzazione e dalle attività ad essi affini; riflessioni sugli scenari delle guerre future; la recensione del volume “Understanding radicalisation, terrorism and de-radicalisation. Historical, socio-political and educational perspectives from Algeria, Azerbaijan and Italy”.

ReaCT nasce su iniziativa di una ‘squadra’ composta da esperti e professionisti della società svizzera di ricerca e produzione editoriale START InSight di Lugano, del Centro di ricerca ITSTIME dell’Università Cattolica di Milano, del Centro di Ricerca CEMAS dell’Università La Sapienza e della SIOI sempre a Roma. A ReaCT hanno anche aderito come partner Europa Atlantica e il Gruppo Italiano Studio Terrorismo (GRIST).

L’Osservatorio ReaCT è composto da una Direzione, un Comitato Scientifico di indirizzo ed editoriale, un Comitato Parlamentare e un Gruppo di lavoro permanente.

Tutte le informazioni sul sito www.osservatorioreact.it info@startinsight.eu


“La Deterrenza nel XXI secolo”: il nuovo libro di N. Petrelli

Dall’Introduzione di N. Petrelli al suo libro “La Deterrenza nel XXI secolo” ed. START InSight

Nel corso degli ultimi anni la nozione di deterrenza, da tempo quasi completamente scomparsa dal vocabolario della politica internazionale, è riemersa in numerosi documenti strategici di paesi Europei (inclusa l’Italia essendo il concetto menzionato nel Libro Bianco della Difesa 2015), e non. Il concetto è stato altresì impiegato da esperti e giornalisti per spiegare la logica alla base della prassi strategica di importanti attori internazionali, in primis la Russia di Putin

Tale “rinascita” potrebbe ingenerare l’impressione di un ritorno al passato, a pratiche strategiche caratteristiche di quella che è nota come “la prima età nucleare” nel quadro di quell’assetto geopolitico straordinariamente stabile che è stato la Guerra Fredda. Non è così. La deterrenza del XXI secolo è sia concetto, che fenomeno profondamente differente da quello che è stato in quelli che potremmo definire i suoi “anni d’oro” i 50 e 60 del XX secolo. L’obiettivo di questa ricerca è quello di far comprendere tale diversità ed il ruolo che la deterrenza potrebbe svolgere negli affari internazionali negli anni a venire attraverso uno studio dell’evoluzione storica della sua teoria e della pratica. Come evidenziato da uno dei più importanti studiosi contemporanei di deterrenza, Alex Wilner, innovazioni nella pratica della deterrenza hanno generalmente fatto seguito a significativi sviluppi teorici.

Con il termine ‘teoria della deterrenza’ ci si riferisce in genere ad un corpus di studi accademici che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è arrivato a dominare la letteratura sugli studi di sicurezza negli Stati Uniti ed in Europa occidentale. Circa quella che potrebbe essere chiamata la storiografia o l’evoluzione della teoria della deterrenza, esistono due scuole di pensiero. Da una parte coloro che, sviluppando un’idea originariamente coniata da Robert Jervis, vedono la teoria della deterrenza evolversi attraverso distinte “ondate”. Ognuna di queste sarebbe caratterizzata da un particolare framework analitico, interpretazione del processo della deterrenza, e focus sui mezzi della stessa influenzati (principalmente ma non solo) dai problemi strategici più salienti del momento. Dall’altra, una seconda scuola di pensiero sostiene al contrario che tale periodizzazione sottovaluti i significativi elementi di continuità esistenti tra le varie fasi di sviluppo della teoria, e che la letteratura sulla deterrenza possa in gran parte, sino circa ai primi anni 2000, essere classificata come una singola teoria, con circoscritte sub-variazioni. Secondo tale approccio significative discontinuità nella teoria della deterrenza si sono manifestate solo nel momento in cui il focus analitico si è spostato dallo studio della deterrenza fra stati a quello delle relazioni di deterrenza tra attori statali e non-statali.

L’approccio adottato in questa ricerca sintetizza i punti di vista delle due scuole. Infatti, nel fornire una periodizzazione dell’evoluzione della teoria della deterrenza basata sulla nozione di “ondate” successive, parte dall’assunto che, sebbene diverse sotto molti profili differenti, esse possano essere considerate tutte esplorazioni di un’unica teoria. In ciò la ricerca si ispira all’autorevole opinione secondo cui esiste una sola teoria generale della deterrenza, intesa come un insieme coerente di ipotesi logicamente connesse circa il fenomeno, la cui valenza e applicabilità sono eterne e universali. Tale teoria generale espone la natura della deterrenza come concetto, funzione, e processo e spiega gli elementi che influenzano e guidano specifiche strategie di deterrenza.

Nel mettere insieme le parti costitutive della teoria della deterrenza sparse nella letteratura lo scopo di questo elaborato è euristico, il lavoro è in altre parole finalizzato ad illuminare sia eventuali cambiamenti nell’ontologia del fenomeno della deterrenza, così come evidenziati da modifiche analitiche ed epistemologiche nella teoria, sia evoluzioni concettuali intervenute nel tempo.

La comprensione di tali cambiamenti è a sua volta essenziale per la formazione di coloro che hanno compiti e responsabilità inerenti lo sviluppo della politica estera e di sicurezza a livello nazionale. Sotto questo punto di vista, parafrasando Colin Gray, la teoria generale può essere paragonata a un passepartout in grado di arricchire concettualmente coloro che sviluppano e attuano la politica estera e di sicurezza, aprendo una porta su una componente essenziale delle interazioni nell’attuale sistema internazionale.

Il Concetto di Deterrenza: Aree di Consenso e Criteri Analitici

Il primo passo per sviluppare un framework adeguato ad analizzare l’evoluzione della teoria della deterrenza è ricapitolare i principali elementi di consenso all’interno della stessa circa l’oggetto di riferimento al fine di identificare le dimensioni fondamentali di variazione del concetto. Esse verranno quindi impiegate per delineare una serie di criteri tra essi correlati che aiutino a cogliere le principali differenze tra le varie “ondate” della teoria dalla fine degli anni 40 ad oggi.

Esiste un consenso piuttosto ampio circa la definizione di deterrenza come: la manipolazione, da parte di un attore, del calcolo costi/benefici di un avversario/competitore circa una determinata azione. Riducendo i benefici o aumentando i costi potenziali (o entrambi), è possibile far desistere un avversario/competitore dall’intraprendere un’azione considerata dannosa. Concettualmente, la deterrenza è una forma di influenza coercitiva basata principalmente su incentivi negativi; in termini colloquiali potrebbe essere definita come l’arte del ricatto e della generazione della paura. La deterrenza può considerarsi una forma di influenza in quanto non tenta di controllare l’avversario/competitore, ad esempio cercando di eliminare la sua capacità di agire o di stabilire su di esso una qualche forma di controllo fisico. La deterrenza, al contrario, lascia al “bersaglio”, l’attore che ne è fatto oggetto, la possibilità di esercitare una scelta, mirando ad influenzarla. In secondo luogo, la deterrenza può considerarsi coercitiva in quanto utilizza prevalentemente minacce, incentivi negativi. La necessità della deterrenza sorge infatti quando un attore si aspetta che il corso d’azione intrapreso da un avversario/competitore possa condurre ad un esito dannoso. Per tale ragione tende ad incentrare il proprio tentativo di influenza sulla minaccia, pur associandola nella maggioranza dei casi a determinati messaggi o incentivi positivi. L’essenza della deterrenza è quindi la generazione nel bersaglio della convinzione che il proprio corso d’azione porterà a un risultato negativo per i propri interessi o obiettivi. Da ultimo è importante notare che, per quanto radicato in un calcolo razionale, il concetto di deterrenza consta anche di una componente emotiva. Chiunque scelga di sviluppare una strategia di deterrenza non può fondarla solo su elementi tangibili e misurabili da parte del “bersaglio”, poiché il suo calcolo non sarà basato esclusivamente su una valutazione di input noti. Al contrario le strategie di deterrenza presuppongono l’introduzione di un elemento imponderabile al fine di generare incertezza, dubbio, in chi è fatto oggetto di minacce, circa come la forza potrebbe essere utilizzata contro di lui e circa l’impatto che potrebbe avere sui suoi interessi. Tale componente della deterrenza ed il suo funzionamento sono stati magistralmente sintetizzati da Schelling nell’espressione: “la minaccia che lascia qualcosa al caso”.

La letteratura distingue tra “situazione di deterrenza”, in cui un attore è dissuaso dal compiere determinate azioni senza che nessuno abbia deliberatamente tentato di inviare un messaggio di dissuasione, e “strategia di deterrenza”, quando tale comportamento fa seguito a un segnale deliberatamente elaborato e inviato. Idealmente, nel momento in cui un attore opta per una “strategia di deterrenza”, si procede a sviluppare un programma di deterrenza guidato da un particolare obiettivo politico e fondato su ipotesi di intelligence relative alle intenzioni e capacità dell’avversario e su una stima della correlazione di forze o “net assessment”. Teoricamente, nella prima fase di questo programma, i pianificatori della deterrenza delineano la percezione di minaccia dell’avversario/competitore e identificano i “valori” strategici che possono essere effettivamente minacciati e messi a rischio; in una fase successiva, cercano modi e mezzi per sfruttare queste paure nel modo più efficace, al fine di modellare il calcolo strategico dell’avversario. In questa ultima fase, i pianificatori comunicano minacce inequivocabili che segnalano intenzioni e capacità credibili. Ogni strategia di deterrenza consiste in altre parole in tre elementi: capacità; minaccia; comunicazione.

La deterrenza dipende quindi in primo luogo dalla presenza di effettive capacità di mettere in atto la minaccia che si intende comunicare. Tali capacità, di qualsiasi tipo esse siano, devono necessariamente trovarsi in una condizione di “prontezza operativa”, ovvero devono poter essere rapidamente impiegate e devono, almeno in una certa misura, essere visibili al soggetto verso cui si indirizza la minaccia deterrente. Per esempio, durante la crisi di Kargil tra India e Pakistan del 1999, il Pakistan attivò le proprie capacità nucleari con il solo scopo di mandare un messaggio a Nuova Delhi. Islamabad era infatti consapevole che gli USA avrebbero monitorato attentamente ogni attività relativa all’arsenale nucleare e sfruttò la circostanza per cercare di “deterrere” l’India. La componente capacitiva della deterrenza ne costituisce la fondamentale base materiale, ovvero l’elemento in grado di condizionare la componente razionale del calcolo strategico dell’avversario.

In secondo luogo, la deterrenza dipende da una percezione di credibilità della minaccia formulata che, come la letteratura ha evidenziato, può divergere, in maniera anche significativa, dalla realtà oggettiva. Essa è infatti in primo luogo influenzata dalla situazione specifica in cui viene comunicata: la minaccia di un attacco nucleare in risposta a una “provocazione” grave è certamente più credibile di una minaccia analoga in risposta a un’aggressione “minore”. Esiste tuttavia anche un’altra componente della credibilità, che è inerente al soggetto che formula la minaccia, non alla situazione. In circostanze identiche, la minaccia di un attore può essere credibile laddove quella di un altro non lo sarebbe. In parte, come pocanzi asserito, ciò deriva dalle capacità di attuare la minaccia nonché da quella di difendersi dalla risposta dell’altro. Ma c’è di più; è stato infatti chiaramente dimostrato che la credibilità è legata alla “reputazione”, alla percezione di risolutezza rispetto al prezzo da pagare per impedire una determinata azione da parte di un avversario. Ciò spiega in parte come mai tanti — tra cui l’allora Segretario della Difesa Chuck Hagel — abbiano criticato l’amministrazione di Barack Obama quando, dopo aver tracciato linee rosse circa l’uso di armi chimiche in Siria, decise poi di non intervenire per sanzionare il comportamento di Bashar al-Assad. Parimenti, il fatto che dopo la guerra  del 2006 tra Israele ed Hezbollah, non vi siano più stati conflitti tra i due attori suggerisce quanto la strategia israeliana abbia avuto dei meriti, come in parte ha poi ammesso lo stesso leader di Hezbollah anni dopo. Hassan Nasrallah infatti, in una intervista concessa qualche tempo dopo la fine della guerra, ha infatti dichiarato che la sua organizzazione non si aspettava una tale reazione da parte di Israele. Reazione che ha certamente contribuito ad evitare scontri diretti da ormai molti anni a questa parte. Il dato è interessante se si pensa che, da un punto di vista di strategia militare e operativo, Israele uscì perdente da quella guerra il cui valore, assumendo che la nostra interpretazione sia corretta, può dunque essere compreso solo nel medio-lungo termine.

La deterrenza consiste in una richiesta nei confronti di un altro attore di astenersi dal fare qualcosa, ed è una relazione iterativa che richiede significative capacità di comunicazione. L’attore che intende esercitare deterrenza deve far sì che l’avversario che intende scoraggiare da un certo corso d’azione comprenda chiaramente i contorni della minaccia. Fare in modo che un avversario/competitore comprenda il messaggio deterrente attraverso “il frastuono e il rumore” della politica internazionale richiede significativi sforzi pubblici e privati ​​di comunicazione. E’ utile precisare che con l’espressione “chiarezza di comunicazione” si intende chiarezza rispetto all’evento o azione che si vuole evitare, le cosiddette “linee rosse”, ma non necessariamente si implica chiarezza rispetto alla minaccia. La politica statunitense e, per estensione quella della NATO, durante la Guerra fredda è un ottimo esempio: qualunque tentativo di invadere la Germania dell’Ovest da parte Sovietica avrebbe portato ad una immediata e spropositata reazione. Le minacce di deterrenza possono però anche essere (e spesso sono deliberatamente) ambigue per numerose ragioni, inclusa la convinzione che una minaccia troppo specifica possa rivelarsi controproducente in alcune circostanze o rispetto ad alcune categorie di attori.

Da questa descrizione del consenso accademico e professionale circa la natura della deterrenza discende il nostro argomento generale secondo cui è possibile identificare quattro dimensioni fondamentali di variazione del concetto: Attori; Capacità; Meccanismo; Processo.

La prima dimensione si riferisce al numero di attori il cui calcolo la strategia di deterrenza adottata intende influenzare. Come nella teoria dei giochi, il numero degli attori coinvolti nella relazione di deterrenza incide in maniera significativa sulle dinamiche di interazione tra gli stessi. La seconda dimensione riguarda il tipo di capacità impiegate nel tentativo di far desistere uno o più avversari/competitori da una determinata azione, capacità che possono variare tra “cinetiche” e “non-cinetiche”. Il terzo criterio di variazione riguarda il “meccanismo” di funzionamento della deterrenza, dunque fondamentalmente il tipo di minaccia che si formula nei confronti di un avversario o competitore. L’ultima dimensione di variazione concerne invece la prevalenza della componente fisica o psicologica nel processo attraverso cui il meccanismo dispiega il suo effetto.


#ReaCT2022: pubblicato il 3° rapporto sul radicalismo e il terrorismo

I terrorismi tra pandemia, disagio sociale ed esaltazione jihadista

In qualità di Direttore Esecutivo dell’Osservatorio ReaCT, ho l’onore di presentare #ReaCT2022, il 3° Rapporto sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo in Europa (www.osservatorioreact.it: vai al report #ReaCT2022 n. 3, Anno 3).

Il Covid-19 e i talebani alimentano nuove minacce di terrorismo

Il terrorismo si adatta, si evolve e viene condizionato da eventi che hanno la capacità di stimolare la condotta di azioni violente nel nome di un’ideologia che ne giustifica metodi, obiettivi e finalità. I trend del 2021 hanno evidenziato aspetti coerenti con le dinamiche degli ultimi anni e anticipato un possibile scenario per il 2022, che continuerà ad essere influenzato da due sviluppi che in modo diverso andranno ad allargare il panorama della minaccia. Da un lato, la pandemia di COVID-19, le cui conseguenze sociali saranno in grado di accrescere forme radicali eterogenee ed esaltare la violenza associata a movimenti complottisti e aderenti a ideologie estremiste; d’altro lato, la vittoria dei talebani in Afghanistan, il cui grande risultato si è imposto quale leit motiv della narrativa jihadista a livello globale.

Lo scenario del terrorismo che sfida l’Europa nel 2022

I dati presentati in questa analisi provengono dal database di START InSight, che traccia i trend annuali per ciò che riguarda il terrorismo jihadista in Europa. In generale, l’Occidente guarda oggi con preoccupazione all’esaltazione jihadista, dall’Africa all’Afghanistan. Lo Stato Islamico non è più in grado di dirigere terroristi verso l’Europa poiché la perdita di territorio, risorse finanziarie e reclute ha ridotto notevolmente le sue capacità operative. La minaccia comunque rimane significativa ed è dovuta alla disponibilità e alle azioni di lone actors e self-starters senza un legame diretto con l’organizzazione ma mobilitati da narrative jihadiste globali. I rischi connessi agli attacchi emulativi sono alti: il 56% degli eventi nel 2021 rientra in questa categoria, secondo il database di START InSight. Il trend è in aumento. Negli ultimi tre anni, da un punto di vista quantitativo, la frequenza degli attacchi terroristici è rimasta lineare. Secondo Europol, 43% sono attribuiti a movimenti della sinistra radicale, il 24% a gruppi separatisti ed etno-nazionalisti, il 7% a gruppi di estrema destra, il 26% sono azioni di matrice jihadista. Se la violenza jihadista è marginale in termini assoluti, tuttavia continua ad essere la più rilevante per le conseguenze e il numero di vittime. Il database di START InSight ha registrato 18 eventi jihadisti in Europa nel 2021. 

Due decenni di processi per terrorismo: il caso svizzero

Nonostante la Svizzera non abbia subito attacchi su vasta scala come quelli che hanno colpito altre nazioni europee nell’ultimo decennio, il fenomeno della violenza politico-ideologica di matrice jihadista è tuttavia presente. Dal 2004 al novembre 2021, il Tribunale Penale Federale si è occupato di un totale di 17 procedimenti penali legati al terrorismo jihadista. Ahmed Ajil rileva che la maggior parte di questi ha avuto luogo dopo lo scoppio della guerra civile siriana e la conseguente espansione territoriale del gruppo Stato Islamiconel giugno del 2014. L’attività ha avuto luogo principalmente nell’ambito digitale, mentre gli atti “concreti” sono consistiti in tentativi di recarsi in aree di conflitto o attività legate ai combattimenti all’estero.

Il rischio africano

Come rilevano Enrico Casini e Luciano Pollichieni, dagli anni duemila sono emerse in Africa numerose organizzazioni jihadiste caratterizzate da una retorica globalista ma che restano profondamente connesse a dinamiche locali, sia di carattere politico, etnico o di natura criminale, con il coinvolgimento in traffici illeciti di diverso tipo (dal contrabbando alla tratta di esseri umani alla pirateria). In virtù della contiguità con il Mediterraneo, le vicende socio-politiche e l’instabilità generata dai gruppi jihadisti in Africa, hanno un effetto immediato sulla sicurezza di tutta la regione, come dimostrato dalle diverse crisi migratorie degli ultimi anni.

Verso nuovi orizzonti della radicalizzazione jihadista e della sua prevenzione

Le comunità virtuali che avevano preso avvio sotto forma di estensioni dirette di un’organizzazione specifica come il gruppo terrorista Stato islamico, suggerisce Michael Krona, si intrecciano progressivamente con degli orientamenti ideologici più ampi, piuttosto che trasmettere esclusivamente la propaganda ufficiale dell’organizzazione terroristica. Chiara Sulmoni sottolinea come l’ecosistema dell’estremismo violento sia oggi caratterizzato da forte competizione ma anche da maggiore esposizione a strategie e narrative di gruppi diversi. I profili di radicalizzati e terroristi sembrano spesso rivelare una propensione alla violenza piuttosto che una solida convinzione ideologica. L’autrice ritiene utile prestare attenzione agli aspetti sociologici e psicologici insiti nei processi di radicalizzazione, con l’obiettivo di migliorare la prevenzione.  

A riguardo del fenomeno osservato nei Balcani occidentali, rileva Matteo Bressan che la prevenzione della radicalizzazione che conduce all’estremismo violento e al terrorismo è una priorità fondamentale per gli Stati membri dell’Unione europea. In questo senso, la Commissione, da un lato, sosterrà la regione nella prevenzione e nella lotta a tutte le forme di radicalizzazione; dall’altro lato, la Commissione mobiliterà le competenze dei professionisti nell’ambito della rete di sensibilizzazione in materia di radicalizzazione (RAN) per sostenere il lavoro di prevenzione e facilitare gli scambi tra professionisti.

I minori radicalizzati: l’approccio italiano

La propaganda jihadista e in genere le ideologie estremiste hanno come target anche i minori di 18 anni, che possono essere coinvolti in vario modo come vittime inconsapevoli delle scelte degli adulti (in genere, i genitori) o come destinatari diretti di un’ideologia che sfrutta il loro bisogno di appartenenza. Nel suo case study Alessandra Lanzetti spiega che la Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione (DCPP) della Polizia di Stato ha maturato una forte esperienza in questo campo, sperimentando un protocollo di intervento sui child returnee, improntato a criteri di tempestività e multi-disciplinarietà.

Nuovi radicalismi e altri terrorismi alimentati dall’effetto pandemico. Estrema destra, sinistra radicale, antisemitismo: dal complottismo alla violenza

Il fenomeno NoVax rappresenta la punta di lancia del complottismo militante che sta rapidamente sostituendo il radicalismo religioso come prima causa di preoccupazione per la sicurezza nazionale. Nel suo contributo, Andrea Molle ne analizza alcuni elementi di base mettendone in luce il rischio di radicalizzazione di massa. Mattia Caniglia spiega come una delle tendenze più preoccupanti del 2021 sia stato l’aumento dell’attrazione esercitata dall’estremismo violento di destra sulle generazioni più giovani. Tale sviluppo è probabilmente legato al fatto che la propaganda estremista di destra viene diffusa principalmente online e che le piattaforme di gioco sono sempre più utilizzate per diffondere narrative estremiste e terroristiche. Le evidenze emerse dalle indagini e dalle attività di ricerca degli ultimi anni suggeriscono come, in alcuni casi, gruppi estremisti di destra abbiano la tendenza a emulare gruppi estremisti di matrice islamista per quanto attiene a tecniche di reclutamento, modi operandi e strategie di propaganda. Inoltre, attacchi terroristici di alto profilo, siano questi di matrice islamista o di estrema destra, sembrano aver acquisito la potenzialità di aumentare il rischio di processi di radicalizzazione reciproca, attivando una “dinamica a ciclo continuo”.

Una somiglianza che, come evidenzia Luca Guglielminetti, porta ad adottare analoghi strumenti di recupero e sostegno all’abbandono della violenza. In tale quadro si inserisce un persistente e diffuso sentimento antisemita; Sarah Ibrahimi Zijno pone in evidenza la estrema e facile diffusione di punti di vista sostanzialmente antisemiti nelle destre alternative americana ed europea, in particolare nella parte ex comunista del continente, e il sostanziale avvicinamento di certa stampa orientata a sinistra verso il medesimo algoritmo complottista già della destra alternativa, con il silenzioso progressivo abbandono della distinzione – già di per se fragile e discutibile – tra antisionismo e antisemitismo.

Negli utimi anni, con l’avanzare in Europa e negli Stati Uniti di forme di estremismo più o meno organizzato di estrema destra e di suprematismo bianco, rileva Barbara Lucini, i Terrorism Risk Assessment Instruments (TRA-I) sono oggetto di una nuova riflessione rispetto alla loro capacità adattativa, di resilienza e di valutazione efficace dei molteplici e variegati percorsi di radicalizzazione ai quali si sta assistendo.

Per finire, uno sguardo alle «guerre future»: nella sua analisi, Marco Lombardi condivide le sue riflessioni su alcuni aspetti emergenti del warfare, dell’intelligence e del ruolo del terrorismo. Lo scenario della guerra futura sembra sottolineare il mantenimento, anzi il rafforzamento delle modalità operative del terrorismo di questi ultimi anni, che ha trovato il suo successo proprio per la capacità di penetrazione comunicativa e per l’utilizzo innovativo (cioè sorprendente) delle tecnologie. Sembra quasi che il terrorismo del primo ventennio del nuovo secolo abbia sperimentato le nuove opportunità del warfare, che poi si sono consolidate in pratiche diffuse tra tutti gli attori in conflitto. In conclusione, Andrea Carteny e Elena Tosti Di Stefano hanno recensito per noi “Understanding radicalisation, terrorism and de-radicalisation. Historical, socio-political and educational perspectives from Algeria, Azerbaijan and Italy”, a cura di M. Brunelli.

Grazie a tutti gli Autori che, con il loro encomiabile lavoro, hanno contribuito ancora una volta alla realizzazione di #ReaCT2022. Un ringraziamento speciale va all’Editore Chiara Sulmoni, Presidente di START InSight, che ha consentito la pubblicazione e la distribuzione internazionale del nostro rapporto annuale.

Scarica il volume completo: #ReaCT2022 n. 3, Anno 3.

Indice

Claudio Bertolotti (ITA), Introduzione del Direttore: I terrorismi tra pandemia, disagio sociale ed esaltazione jihadista

Claudio Bertolotti (ITA), Terrorismo jihadista in Europa: minaccia lineare in evoluzione e partecipazione individuale

Ahmed Ajil (ITA), Due decenni di processi per terrorismo. Una panoramica dei casi di cui si è occupato il Tribunale Penale Federale svizzero dall’11 settembre 2001

Claudio Bertolotti (ITA), Dall’Afghanistan, alla Siria, al Sahel: il virus di un “Nuovo Terrorismo Insurrezionale” (NIT). È rivoluzionario, sovversivo, utopistico e guarda a Occidente

Enrico Casini, Luciano Pollichieni (ITA), Califfi, traffici e malcontento: convergenze e prospettive del terrorismo jihadista in Africa Subsahariana

Michael Krona (ITA), Le comunità jihadiste online costruiscono i loro brand ed espandono l’universo terrorista creando nuove entità

Chiara Sulmoni (ITA), I nuovi orizzonti della radicalizzazione

Alessandra Lanzetti (ITA), Caso studio – I minori radicalizzati: il modello italiano, tra tutela della sicurezza e reinserimento sociale

Matteo Bressan (ITA), Il contributo europeo alla prevenzione del radicalismo violento nei Balcani Occidentali

Barbara Lucini (ITA), I TRA-I e i processi di radicalizzazione: considerazioni attuali e prospettive future

Mattia Caniglia (ITA), L’estremismo violento di destra nel 2021: una minaccia crescente per l’Europa?

Sarah Ibrahimi Zijno (ITA), Nuovi antisemitismi: principali fattori e tendenze dopo la pandemia

Luca Guglielminetti (ITA), Caso studio – Estremismo neonazista e de-radicalizzazione: il primo caso studio in Italia

Andrea Molle (ITA), Il complottismo dalla cultura pop alla militanza violenta: il pericolo NoVax

Marco Lombardi (ITA), Guerre future: la nuova centralità dell’intelligence e la ridefinizione dello spazio cibernetico

Andrea Carteny, Elena Tosti Di Stefano (ITA), Recensione – Understanding radicalisation, terrorism and de-radicalisation. Historical, socio-political and educational perspectives from Algeria, Azerbaijan and Italy. M. Brunelli (a cura di).


Le conseguenze della pandemia da COVID-19 (e dei disastri naturali) sulla sicurezza del Mediterraneo occidentale: presentato il documento “5+5” ai ministri della Difesa

Il 15 dicembre 2021, sotto la presidenza della Libia, è stato presentato ai dieci ministri della Difesa dei paesi aderenti alla “5+5 Defense initiative“, l’annuale documento sviluppato dal gruppo di ricerca internazionale composto dai dieci ricercatori delle due sponde del Mediterraneo occidentale.

La “5+5 Defense Initiative” è un forum di collaborazione nel settore della difesa e della sicurezza nato a fine 2004, che vede coinvolte dieci Nazioni del Mediterraneo occidentale: Algeria, Francia, Italia, Libia, Malta, Mauritania, Marocco, Portogallo, Spagna e Tunisia. L’obiettivo della ” 5+5 Defense Initiative” è di migliorare, tramite la realizzazione di attività pratiche e attraverso lo scambio di idee e di esperienze, la reciproca comprensione e la fiducia nell’affrontare i problemi della sicurezza nell’area di interesse.

La “5+5 Defense Initiative” è un forum di collaborazione nel settore della difesa e della sicurezza nato a fine 2004, che vede coinvolte dieci Nazioni del Mediterraneo occidentale: Algeria, Francia, Italia, Libia, Malta, Mauritania, Marocco, Portogallo, Spagna e Tunisia. L’obiettivo della ” 5+5 Defense Initiative” è di migliorare, tramite la realizzazione di attività pratiche e attraverso lo scambio di idee e di esperienze, la reciproca comprensione e la fiducia nell’affrontare i problemi della sicurezza nell’area di interesse.

Il Direttore di START InSight, Claudio Bertolotti, è il Ricercatore Senior e rappresentante unico per l’Italia presso il gruppo di ricerca internazionale della “5+5 Defense Initiative”, che comprende un ricercatore per ogni paese. La missione del gruppo è fornire ai ministri della Difesa della “5+5” uno strumento di pensiero, analisi e previsione, che permetta loro di approfondire qualsiasi argomento relativo al Mediterraneo occidentale, con l’obiettivo di rafforzare l’azione comune dei partner e facilitare lo sviluppo di una nuova concezione della sicurezza regionale.

L’attività di ricerca è stata sostenuta e sviluppata attraverso il coordinamento del CEMRES – Centre Euro-Magrébin des Etudes et des Recherches Stratégiques – di Tunisi​ che é, per gli esperti e ricercatori provenienti da Europa e Maghreb, uno spazio per lo scambio di esperienze e lavori sulle soluzioni ai problemi di sicurezza comune per aumentare il clima di fiducia producendo una attività di ricerca oggettiva che evidenzia le vere cause di insicurezza, i problemi e le sfide strategiche del Mediterraneo occidentale.

In linea con il tema di ricerca 2021 – The repercussions of natural disasters, epidemics and pandemics on the security of 5 + 5 Countries (means of cooperation and mutual support) – disastri naturali, epidemie e pandemie sono indicate quali sfide chiave a cui i governi (e le società) sono chiamati a rispondere con soluzioni che promuovano risultati efficaci e sostenibili, in grado di costruire una capacità di resilienza, nel rispetto dei diritti umani e della promozione del benessere economico, sociale e culturale in tempi e a costi complessivi ragionevoli.



LIVE STREAMING- estremismo online, No-Vax e rischio sovversione, Tunisia, Afghanistan, competizione Cina-USA

Ogni settimana il team di START InSight commenta fatti d’attualità e temi all’ordine del giorno, segnala ricerche e letture, dialoga con ospiti esterni.

I temi di questa puntata
Aggiornamenti sulla lotta all’estremismo online (a cura di Chiara Sulmoni)
Fenomeno NO-VAX: esistono frange a rischio sovversione? (a cura di Andrea Molle)
Crisi politica e istituzionale in Tunisia (a cura di Claudio Bertolotti)
Afghanistan: i talebani ospiti del governo cinese (a cura di Claudio Bertolotti)
La Grande Strategia e il futuro della competizione USA-Cina,
presentazione dello studio di Niccolò Petrelli edito da START InSight con Europa Atlantica

Tunisia: colpo di stato fatto o prevenuto? (di Claudio Bertolotti)

Il congelamento delle attività parlamentari, la sospensione del governo e il licenziamento del primo ministro imposti dal Presidente Kais Saied il 25 luglio hanno aperto le porte ad una crisi politica e istituzionale che, a sua volta, affonda le radici in una profonda crisi economica, sanitaria e sociale che il governo sostenuto dal principale gruppo politico di maggioranza, il partito islamista Ennhada, non solo non ha saputo risolvere ma ha accentuato a causa di incapacità, accuse di corruzione e mancata promessa di un riassetto strutturale della macchina statale. Insomma, il governo tunisino si è dimostrato incapace e il malcontento generale nei confronti delle istituzioni è cresciuto portando il paese, e i suoi cittadini, al limite.

Saied ha così sospeso il parlamento concentrando a se più ampi poteri, così come previsto dall’art. 80 della costituzione tunisina, e lo ha fatto approfittando del crescente malcontento e sfiducia nei confronti delle forze politiche al potere – in primis Ennahda, ormai percepito da una parte della popolazione come un partito personale, conservatore e non riformatore oltre che pericolosamente legato ai “Fratelli musulmani” il cui progetto politico preoccupa molto i paesi dell’area mediterranea e che pericolosamente l’Europa ancora non coglie come minaccia sociale. Ennhada, prima intenzionata a reagire in maniera energica, ha poi optato per accettare lo stato delle cose in attesa delle prossime mosse politiche del presidente che, per prima cosa, dovrà procedere alla nomina del prossimo primo ministro.

In questa situazione sarebbe opportuno un intervento diretto dell’Unione Europea in termini di supporto alla Tunisia, al fine di prevenire qualunque deriva, certamente di natura politica, ma principalmente sociale.

Incontro Cina-talebani: quale sorpresa? (di Claudio Bertolotti)

L’incontro della delegazione talebana guidata dal mullah Baradar non è una sorpresa ma rientra in un consolidato percorso diplomatico che ha interessato informalmente la Cina e i talebani fin dall’inizio dell’occupazione statunitense. Nel maggio 2015 ha avuto luogo il primo incontro ufficiale tra le due parti e da allora le occasioni di dialogo si sono fatte sempre più numerose.

E questo perché, da un lato i talebani guardano agli attori regionali come partner e per un riconoscimento internazionale.

E dall’altro lato, i cinesi osservano l’Afghanistan con grande interesse per una serie di motivi e i talebani possono far sì che gli interessi cinesi siano tutelati oppure no. Quali sono i motivi per i quali i cinesi sono disposti a dialogare con i talebani?

Il primo è la ricerca cinese di un’area di influenza da sottrarre agli Stati Uniti e che, in un’ottica di competizione con l’India, consenta a pechino di avere una continuità territoriale che dal Pakistan all’Afghanistan consenta di creare un ponte commerciale diretto con l’Iran e la Russia.

Il secondo è un più ampio margine di manovra nella tutela degli interessi legati alla nuova via della seta che ha una diramazione in Pakistan e garantisce uno sbocco marittimo a sud: e un Afghanistan sicuro è una garanzia per gli investimenti cinesi.

Il terzo motivo è di sicurezza interna della Cina, legata alla politica repressiva della comunità musulmana uigura. Il rischio è che i talebani possano ospitare e incentivare i gruppi jihadisti uiguri ed è per questo che la Cina ha chiesto di agire con determinazione e in qualunque modo per eliminare i gruppi di uiguri presenti in Afghanistan, in particolare il gruppo ETIM.

Infine, il quarto è un motivo strategico di natura economica: la Cina detiene la maggior parte dei diritti estrattivi dal sottosuolo afghano e l’Afghanistan è una miniera a cielo aperto di minerali preziosi e minerali rari, strategicamente importanti per l’economia cinese che avrebbe accesso diretto a una ricchezza dal valore potenziale di 3 triliardi di dollari. Ma l’Afghanistan deve essere stabilizzato per consentire l’accesso cinese all’area, e qui entrano in gioco i talebani.

I talebani hanno garantito ai cinesi che l’Afghanistan non sarà utilizzato da gruppi per colpire altri stati. Ma sono gli stessi talebani che pochi mesi fa hanno garantito agli Stati Uniti che avrebbero cessato le violenze

per dialogare con il governo afghano. Non dobbiamo farci illusioni, ne essere sorpresi per l’interesse che i cinesi hanno per l’Afghanistan.


La Grande Strategia e il futuro della competizione USA-Cina

START InSight presenta il nuovo libro di Niccolò Petrelli

Con la nota introduttiva di Claudio Bertolotti e la prefazione di Andrea Manciulli e Enrico Casini

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Gli USA hanno una “grande strategia” per competere con la Cina nel lungo periodo? A che punto sono nel suo sviluppo? Quali potrebbero essere le sue caratteristiche? Una nuova fase nel dibattito sulla questione ha avuto inizio con la pubblicazione, il 29 gennaio 2021 di un documento anonimo denominato the Longer Telegram sulla falsariga del noto telegramma inviato da George Kennan, nel 1946. L’obiettivo del saggio di Niccolò Petrelli è fornire un’analisi esaustiva di questo documento. Nonostante non abbia carattere di ufficialità, a tutt’oggi rappresenta il tentativo più strutturato e completo di sviluppare una grande strategia per gestire la competizione con la Cina nel lungo periodo, di dare sostanza ad un intento politico che gli USA hanno ormai manifestamente fatto proprio.
Il saggio conduce un’analisi comparata del Longer Telegram in prospettiva teorica. Attraverso le lenti della teoria strategica, in particolare della teoria della “grande strategia”, il Longer Telegram viene comparato non solo al documento originale a cui si è ispirato, ma anche a tre dei principali documenti di grande strategia competitiva USA durante Guerra Fredda.
Da questa analisi vengono tratte conclusioni non solo circa il corso futuro della grande strategia competitiva USA rispetto alla Cina, ma anche in relazione alle possibili implicazioni per gli Alleati degli Stati Uniti.

è ragionevole ipotizzare che gli USA tenterranno di indirizzare la competizione con la Cina principalmente verso l’ambito militare, tecnologico e finanziario

– Niccolò Petrelli

Niccolò Petrelli è assegnista di ricerca MAECI e docente di Studi Strategici presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre

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