ChatGPT Image 24 apr 2026, 13_05_57

#ReaCT2025 – Terrorismo jihadista in Europa. Cosa raccontano i numeri

Traiettorie storiche, dinamiche sociali e trasformazioni operative nell’attuale fase di mutamento globale

di Claudio Bertolotti, START InSight, Direttore

Articolo pubblicato in #ReaCT2025 – Rapporto annuale sul terrorismo e il radicalismo in Europa

Il terrorismo come fenomeno sociale e conflittuale in evoluzione continua.

Il terrorismo contemporaneo non è un’eccezione storica: è l’esito di una lunga sedimentazione di conflitti, dottrine e opportunità. Negli ultimi vent’anni, in particolare, abbiamo osservato un’evoluzione che ha cambiato forma più volte senza perdere la propria funzione: produrre paura, polarizzazione e condizionamento politico-sociale con un investimento relativamente contenuto. Dopo l’11 settembre, il terrorismo jihadista ha assunto una dimensione globalizzata e “sistemica”, incardinata su reti transnazionali e su una narrazione capace di collegare guerra, identità, ideologia e pragmatismo politico. La fase successiva – quella di Iraq e Afghanistan – ha trasformato la violenza in esperienza operativa e in capitale simbolico: l’insurrezione, il terrorismo come tecnica, tattica e procedura e la comunicazione come moltiplicatore hanno finito per fondersi. Con l’emergere dello Stato islamico, tra 2014 e 2017, abbiamo visto il passaggio a un modello ibrido: organizzazione territoriale e proiezione esterna, commando e “lone actors”, attacchi coordinati e micro-azioni improvvisate. Poi la contrazione del “califfato” non ha significato sconfitta del fenomeno, ma sua riconfigurazione: più frammentazione, più emulazione, più iniziativa individuale.

In questo quadro, la minaccia jihadista resta particolarmente rilevante perché si intreccia con le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali e con la competizione in Medio Oriente e in Africa, e perché attinge a una lettura radicale dell’Islam che trasforma l’evento politico in pretesto morale ammantandolo con la giustificazione religiosa. Ma diventa ancora più sensibile in Europa quando si innesta su una ricerca di identità individuale e di gruppo, alimentata dall’opposizione culturale di una componente non marginale di immigrati maghrebini di seconda e terza generazione: un terreno dove l’appartenenza si costruisce anche “contro” l’altro e dove la polarizzazione funziona da moltiplicatore di rischio.

Non parliamo, infatti, di un blocco monolitico. La galassia jihadista è oggi frammentata: ideologie, priorità operative e modelli d’azione divergono, e questo impone di leggere il terrorismo contemporaneo anche come fenomeno sociale, non soltanto come espressione di organizzazioni clandestine. Cambiano le forme, ma soprattutto cambiano i meccanismi di produzione della violenza: tempi di attivazione più rapidi, soglie operative più basse, maggiore permeabilità all’emulazione e all’innesco mediatico.

Da qui discende una riflessione che, dopo vent’anni di adattamenti, non è più rinviabile e sulla quale torniamo a insistere: ha ancora senso definire il terrorismo solo come violenza finalizzata a ottenere un risultato politico, quindi valutata nelle intenzioni? Oppure è più utile leggerlo come effetto della violenza applicata, cioè come manifestazione capace di produrre impatto indipendentemente dalla catena di comando? In altri termini: è terrorismo l’atto violento in quanto tale, anche quando non c’è – o non è dimostrabile – un’organizzazione alle spalle. Il baricentro, allora, si sposta dalla struttura all’evento: terrorismo nella manifestazione, non necessariamente nell’organizzazione.

Dentro la galassia jihadista, il terrorismo rimane strumento di lotta, resistenza e prevaricazione, ma si dispiega lungo uno spettro di violenza che va dall’azione individuale a quella organizzata; dalla violenza ispirata a quella emulativa; fino al terrorismo insurrezionale che abbiamo conosciuto in Afghanistan e in Iraq e che, in parte, osserviamo nelle sue manifestazioni nella Striscia di Gaza, dove l’esercito israeliano si confronta con Hamas (Bertolotti, 2024). In questa prospettiva, la continuità non è nella forma dell’attacco, ma nella sua funzione: comprimere sicurezza e libertà, spingere lo Stato a reagire, e trasformare la frattura sociale in spazio operativo.

Trend e dinamiche: calano i numeri, ma la minaccia del terrorismo persiste – un’analisi degli attacchi dal 2014 al 2025.

In prospettiva quantitativa gli attacchi terroristici di matrice jihadista degli ultimi cinque anni confermano un andamento lineare, con una percettibile diminuzione registrata negli ultimi anni, attestandosi ai livelli pre-fenomeno Isis/Stato islamico. Dal 2020 al 2025 sono stati registrati nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in Svizzera 99 attacchi (12 nel 2025), di successo e fallimentari: 99 quelli rilevati nel precedente periodo 2014-2018 (12 nel 2015).

Sulla scia della stagione dei grandi attentati in Europa compiuti nel nome dello Stato islamico e, successivamente, in verosimile relazione con i fattori galvanizzanti prodotti dalla presa del potere talebano in Afghanistan e dall’appello di Hamas, tra il 2014 e il 2023 sono state registrate 221 azioni in nome del jihad. Di queste, 77 sono state attribuibili allo Stato islamico. Ai fatti hanno preso parte 271 terroristi (7 donne), di cui 78 morti in azione. Il bilancio complessivo è di 457 vittime decedute e 2667 feriti (database START InSight).

Nel solo 2025 si contano 12 azioni jihadiste: un dato in lieve flessione rispetto all’anno precedente (15 attacchi nel 2024), coerente con i 12 attacchi del 2023 ma decisamente inferiore ai 18 registrati nel 2022 e nel 2021. La riduzione numerica, tuttavia, non coincide con una diminuzione del rischio: cresce in modo marcato la quota di azioni “emulative”, cioè ispirate da altri attacchi avvenuti nei giorni immediatamente precedenti. Il peso dell’emulazione passa dal 17% del totale nel 2022 al 58% nel 2023 (era il 56% nel 2021) e 50% nel 2025, riportando il fenomeno su livelli di intensità comparabili a quelli degli anni precedenti.

Il 2025, inoltre, consolida un trend strutturale nell’evoluzione della minaccia, con una predominanza di azioni individuali, non organizzate e spesso improvvisate, che hanno progressivamente sostituito le operazioni strutturate e coordinate tipiche del “campo di battaglia” urbano europeo del periodo 2015-2017. Un modello operativo che, nel 2025, ha caratterizzato il 92% delle azioni ma che ha visto il ritorno dell’utilizzo dei veicoli ariete impiegati contro obiettivi civili, prevalentemente passanti, nel 17% degli episodi.

Il profilo dei terroristi “europei”.

Il jihadismo, nei dati, continua a presentarsi come un fenomeno a prevalente partecipazione maschile. Su 329 attentatori censiti, il 94% è di genere maschile; le donne sono 10. Il quadro è anche dinamico: se nel 2020 si registrano 3 attentatrici coinvolte in azioni terroristiche, nel quinquennio 2021-2025 non emerge alcuna loro partecipazione diretta.

Sul piano anagrafico, i terroristi identificati (uomini e donne) per i quali sono disponibili dati personali pubblici mostrano un’età mediana pari a 26 anni. È un valore che oscilla nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 nel 2019, fino a segnare un rialzo nell’ultima fase osservata con 28,5 anni nel 2023 e, sorprendentemente, 35 nel 2025; con ciò evidenziando un aumento dell’età dei soggetti attentatori. Entrando nel dettaglio dei 200 individui per i quali disponiamo di informazioni anagrafiche sufficienti, la distribuzione per classi d’età restituisce un profilo più articolato: il 7% ha meno di 19 anni (con un peso dei minori che si riduce con il passare degli anni), il 38% rientra nella fascia 19-26, il 41,5% in quella 27-35, mentre il 13,5% ha più di 35 anni. Nel complesso, questi dati suggeriscono un progressivo innalzamento dell’età media all’interno del segmento 19-35 con un incremento di rilievo per la fascia sopra i 35 anni, accompagnato da una contrazione dei minorenni coinvolti negli attacchi nello stesso arco temporale.

Quanto allo status e alle origini, il profilo prevalente degli autori è riconducibile alla categoria degli “immigrati” in senso ampio (prima, seconda e terza generazione), sia regolari sia irregolari: parliamo del 93% dei soggetti che hanno portato a compimento un atto terroristico. Nel sottoinsieme analizzato tramite il database START InSight (155 casi su 237 terroristi), il 45% risulta composto da immigrati regolari di prima generazione; il 28% da discendenti di immigrati (seconda o terza generazione); gli immigrati irregolari rappresentano il 26%. Quest’ultimo dato, però, è quello che segnala la discontinuità più netta: si attesta al 25% nel 2020, raddoppia al 50% nel 2021, arriva al 67% nel 2023 per poi attestarsi al 31% nel 2025. La tendenza conferma una crescita della presenza di attentatori di prima generazione; rilevante anche il 6% di cittadini di origine europea convertiti all’Islam, in costante ma lieve flessione rispetto alla media degli anni precedenti.

La dimensione etno-nazionale dei terroristi in Europa.

In Europa la radicalizzazione jihadista non colpisce in modo uniforme: tende a concentrarsi su specifiche componenti nazionali ed etniche. Nei dati si conferma una relazione di proporzionalità piuttosto chiara tra la composizione dei principali gruppi migratori e la provenienza (diretta o familiare) degli autori di atti terroristici: la nazionalità dei terroristi, o delle loro famiglie d’origine, riflette spesso la dimensione e la storicità delle comunità straniere presenti nei singoli Paesi europei. Dentro questo quadro, l’origine maghrebina è prevalente. I gruppi etno-nazionali più associati all’adesione jihadista restano quelli marocchino (con evidenze significative in Francia, Belgio, Spagna e Italia) e algerino (in Francia). Non a caso, il fenomeno appare più marcato in Belgio e in Francia, dove comunità numerose di origine marocchina e algerina hanno registrato, nel tempo, livelli elevati di mobilitazione giovanile verso ambienti e organizzazioni jihadiste. In Francia, ad esempio, una quota rilevante dei terroristi coinvolti negli attentati recenti proviene da famiglie di origine algerina e marocchina, in coerenza con la presenza storica e la consistenza numerica di queste comunità nel Paese (Bertolotti, 2023 e 2024).

Recidivi e terroristi già noti all’intelligence.

Un secondo indicatore, sempre più rilevante, riguarda la rilevanza del fenomeno della recidiva, anche come effetto del rilascio di soggetti al termine di pene detentive concluse di recente. Parliamo di individui già condannati per terrorismo che tornano a colpire una volta usciti dal carcere e, in alcuni casi, riescono a portare a termine azioni violente persino all’interno delle strutture penitenziarie. La traiettoria è chiara: i recidivi rappresentano il 3% del totale dei terroristi che hanno colpito nel 2018 (1 caso), il 7% nel 2019 (2), il 27% nel 2020 (6), il 25% nel 2023 (3) per poi scendere all’8% nel 2025 (1). Il dato, sebbene in evidente contrazione, conferma la pericolosità sociale di soggetti che, pur neutralizzati temporaneamente dalla detenzione, spesso non abbandonano l’intenzione di agire: semmai la differiscono, attendendo la finestra operativa più favorevole. In prospettiva, questo implicherebbe un aumento della probabilità di attacchi nei prossimi anni, in parallelo con il rientro in libertà di un numero crescente di detenuti per reati di terrorismo.

A rafforzare il quadro, START InSight evidenzia anche la tendenza delle azioni terroristiche compiute da individui già noti alle forze dell’ordine o ai servizi di intelligence europei. Nel 2020 questi casi costituiscono il 54% del totale e nel 2021 il 44%, 37% nel 2022: valori molto superiori al 10% del 2019 e al 17% del 2018. Nel 2023 il dato cresce ulteriormente e si stabilizza al 75%, confermando, nei fatti, le ragioni di preoccupazione delle istituzioni impegnate nel contrasto alla minaccia, sebbene il 2025 si sia concluso con un dato più rassicurante del 23%.

Infine, il profilo dei soggetti con precedenti detentivi (anche per reati non legati al terrorismo) mostra una continuità significativa lungo l’arco temporale considerato: nel 2021 sono il 23%, in lieve calo rispetto al 33% del 2020, ma in linea con il 23% del 2019 (28% nel 2018 e 12% nel 2017). Pur a fronte di un dato 2023 sensibilmente più basso (8%) e un sostanziale azzeramento nel 2025, l’evidenza complessiva continua a sostenere l’ipotesi che identifica i luoghi di detenzione come spazi a rischio, dove radicalizzazione e adesione al terrorismo possono trovare condizioni favorevoli.

Quale la reale capacità distruttiva del terrorismo?

Per leggere il terrorismo in modo realistico occorre scomporlo, senza sovrapporre piani diversi, su tre livelli: strategico, operativo e tattico. La dimensione strategica riguarda l’impiego delle risorse per conseguire obiettivi di lungo periodo, quelli che incidono sull’assetto complessivo del conflitto e sul comportamento degli Stati. La dimensione tattica, invece, attiene all’uso della forza nel singolo “contatto”, per ottenere un risultato immediato e circoscritto. In mezzo c’è il livello operativo: la cerniera che coordina, ordina e combina azioni tattiche in modo da produrre effetti coerenti con l’obiettivo strategico. È una distinzione essenziale perché, nel terrorismo, ciò che appare “piccolo” sul piano tattico può essere decisivo sul piano operativo, e solo marginale sul piano strategico. In ultima analisi, questa lettura rimette al centro l’impiego degli uomini – più che dei mezzi – nella produzione dell’effetto militare e politico.

Il successo strategico: marginale e in contrazione.

Sul piano strategico il successo delle azioni terroristiche, inteso come capacità di produrre risultati strutturali e sistemici (blocco del traffico aereo o ferroviario nazionale e/o internazionale, mobilitazione delle forze armate, interventi legislativi di ampia portata), tende a scomparire con il passare del tempo. L’andamento storico rileva infatti la riduzione progressiva della capacità di ottenere effetti strategici, con oscillazioni ma con una traiettoria chiara: 75% di successo strategico nel 2014; 42% nel 2015; 17% nel 2016; 28% nel 2017; 4% nel 2018; 5% nel 2019; 12% nel 2020; 6% nel 2021. Dal 2022, gli attacchi non riescono più a conseguire successo strategico. Un risultato, quello ottenuto in passato dal valore elevato se messo in rapporto al basso investimento organizzativo e finanziario richiesto, specie quando l’azione è individuale o a bassa complessità.

In parallelo, si osserva un calo dell’attenzione mediatica complessiva verso gli attacchi. A livello strategico, gli attentati hanno ottenuto attenzione dei media internazionali nel 70% dei casi e dei media nazionali nel 93%. Le operazioni condotte da commando e team-raid, quando presenti, hanno ricevuto copertura piena. Questo “successo mediatico” potrebbe aver avuto un impatto diretto sulla capacità di reclutamento di aspiranti martiri o combattenti jihadisti, con un picco nei periodi di maggiore intensità della violenza (2016-2017). Ma l’effetto amplificatore dei media sul reclutamento tende a ridursi nel tempo per due ragioni convergenti: primo, la progressiva prevalenza di azioni a “bassa intensità” rispetto a quelle ad “alta intensità”, diminuite, mentre quelle a bassa e media intensità aumentano in modo significativo dal 2017 al 2021, pur con un incremento marcato delle azioni a media intensità nel 2023 (75%) e nel 2025 (58%) e una ripresa delle azioni ad “alta intensità” nel 2025 (8%); secondo, l’assuefazione emotiva del pubblico alla violenza, soprattutto quando gli eventi sono a bassa o “media intensità”, riduce la capacità dell’attacco di dominare lo spazio informativo.

Il livello tattico: preoccupante, ma non centrale per la logica del terrorismo.

Se assumiamo come obiettivo tattico primario la morte del “nemico” – con le forze di sicurezza individuate come bersaglio nel 28% dei casi – questo risultato viene raggiunto, in media, nel 48% dei casi nel periodo 2004-2025. Va però considerato che un arco temporale così ampio amplifica il margine di errore. Guardando all’intervallo 2014-2025, emerge un deterioramento della capacità di produrre l’effetto desiderato: prevalgono attacchi a bassa intensità e cresce il numero di azioni fallimentari, almeno fino al 2022, quando il successo tattico si stabilizza al 33%, coerente con il dato del 2016. Dal 2023, invece, si registra un’inversione di tendenza.

Negli ultimi sei anni, la dinamica è particolarmente emblematica. Nel 2016 il successo tattico è al 31%, con il 6% di atti fallimentari. Nel 2017 sale al 40%, mentre il fallimento raggiunge il 20%. Nel 2018 il successo scende al 33% e gli attacchi falliti raddoppiano al 42%. Nel 2019 cala ulteriormente al 25%, per poi risalire e stabilizzarsi al 33% nel periodo 2020-2022. Questo andamento può essere letto come effetto combinato della riduzione della capacità operativa dei terroristi e della maggiore reattività delle forze di sicurezza europee. Sebbene nel 2023 il dato torni al 50% di azioni in grado di ottenere un successo tattico, cioè la morte di almeno un obiettivo, nel 2024 e 2025 il dato torna ai livelli degli anni precedenti, con un 20-25% di successi tattici.

Il vero risultato: il successo operativo e il “blocco funzionale”.

Il punto decisivo è che anche un attacco “non riuscito”, dal punto di vista della produzione di vittime, può generare un risultato operativo significativo. L’azione terrorista tende a saturare e vincolare risorse (Bertolotti, 2023, 2024): impegna in modo pesante forze armate e forze di polizia, distogliendole dalle attività ordinarie o limitandone la capacità di intervento a favore della collettività. Può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari; limitare, rallentare, deviare o bloccare la mobilità urbana, aerea e navale; ostacolare lo svolgimento regolare delle attività quotidiane, commerciali e professionali, con impatto diretto sulle comunità colpite. Così facendo, riduce il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo complessivo e comprime la resilienza. È un danno che può essere diretto o indiretto e che si manifesta anche in assenza di vittime. E soprattutto produce un effetto misurabile: la limitazione della libertà dei cittadini.

In questa prospettiva, il successo del terrorismo – anche quando non uccide – conferma una capacità di imporre costi economici e sociali alla collettività e di condizionare nel tempo i comportamenti, in relazione alle misure di sicurezza e alle limitazioni introdotte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. È ciò che definiamo “blocco funzionale”. Nonostante la progressiva riduzione della capacità operativa, il “blocco funzionale” resta uno dei risultati più rilevanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato efficacia nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Un risultato notevole, conseguito con risorse limitate, che conferma un rapporto costo-beneficio favorevole al terrorismo. Ma anche qui si registra una perdita progressiva di capacità: l’ottenimento del “blocco funzionale” scende al 78% nel 2022, al 67% nel 2023 e 58% nel 2025.

Bibliografia

Bertolotti, C. (2024a), Gaza Underground: la guerra sotterranea e urbana tra Israele e Hamas. Storia, strategie, tattiche, guerra cognitiva e intelligenza artificiale, START InSight ed., Lugano.

Bertolotti, C. (2024b), Una fotografia del terrorismo jihadista in Europa: evoluzione storica e operativa, in #ReaCT2024, 5° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START InSight ed., Lugano, ISBN 978-88-322-94-27-9, ISSN 2813-1037 (print), ISSN 2813-1045 (online).

Bertolotti, C. (2023), L’evoluzione del terrorismo in Europa: terrorismo di sinistra, destra, anarchico, individuale, e il ruolo degli immigrati nel terrorismo jihadista all’interno dell’Unione Europea (Analisi di correlazione e regressione), in #ReaCT2023, 4° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START InSight ed., Lugano, ISBN 978-88-322-94-18-7, ISSN 2813-1037 (print), ISSN 2813-1045 (online).


#ReaCT2025, n.6 – Anno 6

#ReaCT2025, n. 6, Anno 6: scarica il volume in formato Pdf

#REACT2025, N.6 – ANNO 6: ORDINA LA TUA COPIA SU AMAZON

Con questa nuova edizione, il percorso di ricerca dell’Osservatorio prosegue nel solco tracciato negli anni precedenti, ma compie al tempo stesso un passaggio ulteriore. Se nei Rapporti passati (2020-2024) abbiamo osservato e descritto l’evoluzione del terrorismo jihadista, dei radicalismi violenti e delle manifestazioni antisistema come fenomeni dinamici, fluidi e sempre meno riconducibili a categorie rigide, oggi dobbiamo riconoscere che il quadro si è ulteriormente trasformato. Il terrorismo non può più essere analizzato soltanto come fatto organizzativo o come espressione di strutture clandestine riconoscibili; esso va interpretato sempre più come manifestazione conflittuale inserita in un ecosistema composito, nel quale pro-paganda, traumi, tecnologia, mobilitazione emotiva e vulnerabilità sociali si intrecciano in modo profondo. #ReaCT2025 nasce da questa consapevolezza. Il rapporto mantiene la propria natura di prodotto scientifico e insieme collettivo, frutto del lavoro di ricercatori, studiosi, analisti e professionisti provenienti da esperienze diverse, ma accomunati dall’obiettivo di comprendere fenomeni che sfuggono alle semplificazioni e che richiedono invece uno sguardo trasversale, multidisciplinare e aggiornato. A tutti loro va la mia gratitudine personale e quella dell’Osservatorio: per il rigore, per la passione, per la capacità di leggere il presente senza indulgere né all’allarmismo né alla superficialità. (Claudio Bertolotti, Direttore, www.osservatorioreact.it )

INDICE/INDEX

Claudio Bertolotti (ITA), La parola al Direttore

Claudio Bertolotti (ENG), A word from the Director         

Claudio Bertolotti (ITA), #ReaCT2025 – Il Sommario. Terrorismo, radicalizzazione e minacce ibride tra dati e guerra cognitiva.

Claudio Bertolotti (ENG), #ReaCT2025 – The Summary – Terrorism, radicalisation, and hybrid threats between data and cognitive warfare

Claudio Bertolotti (ITA), Terrorismo jihadista in Europa: traiettorie storiche, dinamiche sociali e trasformazioni operative nell’attuale fase di mutamento globale. Evidenze e risultati dell’Osservatorio ReaCT sul radicalismo e il contrasto al terrorismo

Claudio Bertolotti (ENG), Jihadist Terrorism in Europe: historical trajectories, social dynamics, and operational transformations in the current phase of global change. Evidence and findings from the ReaCT Observatory on radicalisation and counter-terrorism.

Andrea Molle (ITA), Il sovranismo in Europa: cornici narrative e andamenti empirici in Italia e Svizzera

Andrea Molle (ENG), A Laboratory of Identity for the European Right

Andrea Molle (ITA), Profilo di rischio degli autori di violenza politica: Stati Uniti vs Unione Europea (UE-27)

Andrea Molle (ENG), Risk Profile of Political Violence Offenders: United States vs European Union (EU-27)

Francesco Bergoglio Errico (ITA), Analisi della documentazione giudiziaria italiana inerente al terrorismo jihadista dal 2011 al 2025

Francesco Bergoglio Errico (ENG), Analysing Italian jihadism through court records from 2011 to 2025

Barbara Lucini (ITA), Conflitti e violenze: la minaccia radicale in un mondo che cambia

Barbara Lucini (ENG), Conflict and violence: the radical threat in a changing world

Marco Lombardi, Emilio Palmieri (ITA), Minacce ibride e guerra cognitiva: verso una nuova architettura dell’intelligence

Marco Lombardi, Emilio Palmieri (ENG), Hybrid threats and cognitive warfare: towards a new architecture of intelligence

Anna Calabresi (ITA), La guerra cognitiva: trauma, manipolazione e radicalizzazione nell’epoca dell’incertezza

Anna Calabresi (ENG), Cognitive warfare, collective trauma, radicalization: systemic risks and integrated responses

Elisabeth Harnes (ITA) L’adescamento di minori e giovani transnazionali verso l’estremismo islamista violento

Elisabeth Harnes (ENG), Grooming of transnational children and youth to violent islamist extremism

Sören Henrich (ITA), Dalla psicologia forense, una breve nota su come comprendere la violenza estremista nel 2025

Sören Henrich (ENG), From forensic psychology: a brief note on how to understand extremist violence in 2025

Matteo Vergani, Andrea Giovannetti (ITA), Come integrare gli interventi “soft” e “hard” per arginare l’estremismo online

Matteo Vergani, Andrea Giovannetti (ENG), How “Soft” and “Hard” interventions can work together to curb online extremism

Chiara Sulmoni (ITA), Radicalizzazione 2025: il nuovo volto dell’estremismo in Europa

Chiara Sulmoni (ENG), Radicalisation 2025: the new face of extremism in Europe.

Ludovico Camposampiero (ITA), Gli attivisti identitari agiscono come influencer della destra radicale e cercano la normalizzazione politica. Intervista di Chiara Sulmoni.

Ludovico Camposampiero (ENG), Identitarian activists act as influencers of the radical right and seek political normalization. An interview with journalist Ludovico Camposampiero by Chiara Sulmoni

Mauro Lubrano (ITA), Fermate le macchine: l’ascesa dell’estremismo antitecnologico

Mauro Lubrano (ENG), Stop the Machines: The rise of anti-Technology extremism

Iuliia Iashchenko, Andrea Carteny (ITA), Echi del conflitto: la guerra russo-ucraina, la radicalizzazione online e il reclutamento per il sabotaggio nell’UE

Iuliia Iashchenko, Andrea Carteny (ENG), Echoes of conflict: the Russo-Ukrainian war, online radicalization and sabotage recruitment in the EU

Antonio Giustozzi (ITA), Perché’ l’ondata terroristica dello Stato Islamico si è fermata nella seconda metà del 2024

Antonio Giustozzi (ENG), Why the Islamic State’s terrorist wave stopped in the second half of 2024

Alessandra Lanzetti (ITA), Al-Shabaab e la strategia di propaganda. Evoluzione mediatica, narrazioni e implicazioni regionali

Alessandra Lanzetti (ENG), Al-Shabaab and the propaganda strategy. Media evolution, narratives, and regional implications

Lilla Schumicky-Logan, Khalid Koser (ITA), I Cuccioli del Califfato: perché rimpatrio e riabilitazione sono cruciali per la sicurezza dell’Europa

Lilla Schumicky-Logan, Khalid Koser (ENG),The cubs of the caliphate: why repatriation and rehabilitation are critical to Europe’s security

Tarja Mankkinen, Paul Gill (ITA), EUKH on Prevention of Radicalization. Panel tematico su attori solitari e salute mentale – risultati e lezioni apprese

Tarja Mankkinen, Paul Gill (ENG), EUKH on prevention of radicalization: Thematic Panel “Lone Actors and Mental Health Issues” – results and lessons learnt

Luca Tenzi (ITA), Dai Balcani alla Svizzera: la nuova frontiera della guerra ibrida europea

Luca Tenzi (ENG),The Balkans and Switzerland: the emerging frontline of hybrid conflict in Europe

Magdalena El Ghamari (ITA), Bersagli, non minacce? Mappare i vettori di sicurezza nelle diaspore tagike e cecene in Polonia

Magdalena El Ghamari (ENG),Targets, not threats? Mapping security vectors in Tajik and Chechen diasporas in Poland

Luca Guglielminetti (ITA), La diplomazia delle vittime

Luca Guglielminetti (ENG), The diplomacy of victims

Ahmed Ajil (ITA), Migrazione, sicurezza e religione: ripensare un dibattito controverso

Ahmed Ajil (ENG), Migration, security, and religion: rethinking a contested debate


Gaza Underground: la guerra sotterranea e urbana tra Israele-Hamas – il nuovo libro di C. Bertolotti

Storia, strategie, tattiche, guerra cognitiva e intelligenza artificiale

Il nuovo libro di C. Bertolotti è disponibile su Amazon

Nel cuore della terra, sotto il confine tra Israele e Gaza, si è sviluppata una guerra invisibile, tanto silenziosa quanto pericolosa. Questa è la storia della guerra sotterranea combattuta da Israele contro Hamas. La lotta contro l’uso strategico dei tunnel da parte del movimento islamista rappresenta un capitolo oscuro e complesso del conflitto israelo-palestinese, un fronte di battaglia che si è esteso ben al di là della vista e della percezione pubblica.

La dimensione sotterra­nea della nuova guerra

Mentre il mondo guarda le immagini di distruzione e ascolta i racconti di chi è colpito dalla violenza in superficie, pochi comprendono la portata e la complessità della guerra svolta nel ventre della terra: la dimensione sotterra­nea della nuova guerra. Ma i tunnel di Gaza non sono semplici passaggi sotterranei; sono arterie di un vasto organismo vivente, pulsante di armi, di strategie e di intenti terroristici. Sono la manifestazione fisica di un conflitto che ha abbracciato una nuova dimensione, quella sotterranea, dove il buio e il silenzio nascondono operazioni di infiltrazione, attacchi a sorpresa e tattiche di guerriglia.

Strategie e conseguenze della guerra invisibile

GAZA UNDERGROUND: la guerra sotterranea e urbana tra Israele e Hamas, il nuovo libro di Claudio Bertolotti, esplora questa guerra nascosta, partendo dalle origini dell’utilizzo dei tunnel nella storia del conflitto israelo-palestinese, analizzando come Hamas li abbia trasformati in uno strumento chiave della propria strategia militare. Attraverso la ricerca d’archivio, documenti ufficiali, nonché testimonianze dirette, cercheremo di capire come Israele abbia risposto a questa minaccia, sviluppando tecnologie e tattiche per rilevare, distruggere o neutralizzare queste via di attacco nascoste.

La guerra sotterranea tra Israele e Hamas a Gaza è una lotta continua di ingegno, risorse e determinazione. È una dimostrazione di come il campo di battaglia si sia evoluto, richiedendo a entrambe le parti di adattarsi a nuove realtà. L’obbiettivo posto a premessa del nuovo libro di Claudio Bertolotti consiste nell’analizzare e comprendere le sfide, le strategie e le conseguenze di questa guerra invisibile, offrendo al lettore una comprensione più profonda di uno degli aspetti più inquietanti e meno conosciuti del conflitto israelo-palestinese, aprendo la prospettiva sui futuri scenari di guerra che, per ragioni demografiche, sociali, economiche e tecnologiche, vedranno le città e le loro dimensioni sotterranee assumere un ruolo sempre più determinante.

SCHEDA DEL LIBRO: ORDINA LA TUA COPIA CON COPERTINA RIGIDA (EURO 25,00)

DISPONIBILE CON COPERTINA IN BROSSURA (EURO 16,00)


LIBRO SIMTERRORISM – Modeling Religious Terrorism in Populations impacted by Climate Change

DI ANDREA MOLLE
(Pubblicazione in lingua inglese)

DISPONIBILE NEL NOSTRO CATALOGO SU AMAZON (CLICK PER UN ESTRATTO)

This volume examines the combined effects of risk propensity, relative deprivation, and social learning of deviance on the collective grievance within a religious population under the assumption of civil unrest caused by extreme climatic events. We designed an agent-based model to demonstrate how greater or lesser amounts of grievance towards political authority are likely to create an ideal en-vironment for organized violence to emerge when resources are threatened by climate change.

Scholars have tried to formulate a generally accepted definition of religious terrorism for almost four decades, but its investigation is still controversial, especially in the context of the emerging study of the political and social consequences of climatic events. This particular form of terrorism is nevertheless highly diffuse and observed to be coming from smaller clubs of radicalized individuals instead of main-stream religious groups. However, we find that doctrinal explanations appear irrelevant in explaining how terrorist cells emerge and organize themselves.


#ReaCT2023, n. 4: Pubblicato il rapporto annuale sui radicalismi e i terrorismi in Europa

Come Direttore dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo in Europa (ReaCT), sono lieto di presentare il 4° rapporto annuale sul terrorismo e il radicalismo in Europa, #ReaCT2023 (vai all’indice e scarica il volume), che intende fornire un’analisi quanto più completa dell’evoluzione della minaccia del terrorismo nel nostro continente.

Il rapporto rappresenta la combinazione unica di rivista scientifica e volume collettivo, con contributi di vari autori, ricercatori e collaboratori che hanno dedicato il loro tempo, la loro esperienza e le loro conoscenze. Vorrei esprimere la mia gratitudine a tutti loro per il prezioso contributo e i loro sforzi instancabili. Voglio, altresì, ringraziare il Ministero della Difesa italiano per aver confermato la stima e la fiducia nell’Osservatorio che dirigo concedendo il patrocinio all’evento di presentazione del rapporto, e il prestigioso Centro Alti Studi per la Difesa per la disponibilità dimostrata. Gratitudine che si estende al Ministero dell’Interno italiano che, attraverso il contributo della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, ha permesso di completare il nostro sforzo per la comprensione e la definizione della contemporanea minaccia rappresentata dai radicalismi ideologici e dai terrorismi violenti.

Quali risultati ci consegna la ricerca dell’Osservatorio?

Negli ultimi tre anni, dal punto di vista quantitativo, la frequenza degli attacchi terroristici è rimasta lineare. L’Europa è classificata come la terza regione maggiormente colpita dai terrorismi, seguendo la Russia e l’Eurasia, e l’America centrale e i Caraibi. I Paesi dell’Unione europea, il Regno Unito e la Svizzera sono stati afflitti nel 2022 da 50 attacchi terroristici di varia natura, una significativa flessione rispetto ai 73 del 2021. Sul piano qualitativo, guardando in particolare al mai sopito dell’islamismo violento, il rapporto evidenzia la natura in continua evoluzione del jihadismo, che ha subito molteplici trasformazioni fin dalle sue origini in Afghanistan negli anni ’80, diffondendosi e radicalizzandosi. Al Qa’ida è stata l’incarnazione del movimento globalizzato e radicalizzato fino a quando il gruppo terroristico Stato islamico è emerso nel 2014, proponendo un approccio ancora più estremo. La sconfitta dello Stato islamico in Iraq e Siria nel 2017-18 ha segnato la prima sconfitta tangibile del movimento jihadista. I movimenti jihadisti nazionali, per lo più nutriti dai soggetti globali, sono ora di nuovo di moda, e la regione del Sahel il centro del jihadismo riemergente. Da Sud a Est, il rapporto evidenzia il pericolo del terrorismo jihadista nella regione balcanica, che rimane una minaccia per la sicurezza italiana ed europea. L’Italia ha attuato e confermato varie iniziative per contrastare questa minaccia, in particolare confermando il proprio impegno a livello di missioni internazionali di mantenimento della pace.

Il rapporto approfondisce poi il tema della minaccia dell’estremismo di destra, della disinformazione, delle teorie del complotto, del suprematismo bianco e del crescente fenomeno dell’anarco-insurrezionalismo.

Alla luce del mondo in continua evoluzione e del conflitto che ora ha raggiunto l’Europa, è essenziale adattare i nostri paradigmi interpretativi della minaccia e mettere in discussione la definizione di terrorismo, l’approccio al contrasto al processo di radicalizzazione e la ricollocazione del terrorismo stesso nel nuovo scenario di conflitto.

Inoltre, in un quadro sempre più complesso e dinamico, la gestione delle crisi nel XXI secolo presenta sfide uniche a causa del contesto interconnesso e interdipendente, rendendo difficile la previsione. Il rapporto #ReaCT2023 ha dato ampio spazio anche a questo aspetto.

Infine, abbiamo voluto porre l’attenzione sulla recente pubblicazione del progetto di ricerca spagnolo sul contrasto al terrorismo internazionale all’interno delle fonti criminali multilivello e sull’analisi critica delle questioni di diritto penitenziario, giurisprudenza e pratica applicata alle sentenze per gli autori di atti terroristici. Il progetto di ricerca qui illustrato offre proposte costruttive per combinare le sfide poste da questo fenomeno criminale con la garanzia dei diritti umani fondamentali ed esplora il potenziale della giustizia riparativa.

In conclusione, il contributo di quest’anno è una testimonianza della forza e della dedizione della nostra comunità di studiosi e operatori nella lotta in corso contro i radicalismi e i terrorismi. Auspico che le idee contenute in questo rapporto contribuiscano a una migliore comprensione dell’evoluzione della minaccia dei terrorismi in Europa e servano come appello all’azione per tutti i soggetti interessati a lavorare insieme per prevenire e contrastare l’estremismo violento.



Grazie a tutti gli Autori che, con il loro encomiabile lavoro, hanno contribuito ancora una volta alla realizzazione di #ReaCT2023. Un ringraziamento speciale per il sostegno va anche alla Chapman University con sede ad Orange, California, all’Università della Svizzera Italiana – USI a Lugano e alla Piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento (Repubblica e Cantone Ticino). Infine, come sempre, a START InSight, che ha consentito la pubblicazione e la distribuzione internazionale del nostro rapporto annuale.

Claudio Bertolotti, Direttore Esecutivo dell’Osservatorio ReaCT

ORDINA LA TUA COPIA CARTACEA DEL VOLUME (VIA AMAZON)

VAI ALL’INDICE E SCARICA IL VOLUME (FORMATO PDF)


Sicurezza energetica. La rinnovata centralità del Mediterraneo: il libro di C. Bertolotti

Acqua ed energia (rinnovabile) per la sicurezza nazionale e la cooperazione regionale

Il nuovo libro di Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight, “Sicurezza energetica. La rinnovata centralità del Mediterraneo: Acqua ed energia (rinnovabile) per la sicurezza nazionale e la cooperazione regionale” (ed. STARTInSight, 2023, 161 pp., Euro/CHF 14,00) è stato pubblicato per i tipi della Collana “InSight”, disponibile su Amazon.it o richiedendolo all’editore (info@startinsight.eu).

La storia ci ricorda che quando cambia la fonte di potere dominante, cambiano anche i rapporti di forza che dominano la politica internazionale.

Il “sistema Mediterraneo” è attualmente sottoposto a un forte stress, politico, sociale, economico, commerciale ed energetico. Deve affrontare la crisi economica e il problema della dipendenza energetica, le difficoltà di approvvigionamento di materie prime e di semiconduttori, l’accesso sempre più critico alle risorse idriche e alimentari, la sicurezza delle vie di comunicazione e la protezione delle infrastrutture critiche sottomarine.

Non v’è dubbio alcuno che l’accesso all’acqua, alle risorse alimentari e all’energia, associato alle conseguenze del cambiamento climatico e alle relazioni e agli equilibri internazionali, è e sarà sempre più l’elemento in grado di condizionare il livello di stabilità o instabilità dell’intera area del mediterraneo allargato. Questo intreccio di ambizioni e legittime aspettative, a cui si aggiungono i fattori dinamizzanti delle relazioni internazionali, che spesso appaiono inconciliabili tra loro, è la sfida che la nostra generazione ha di fronte e deve affrontare.

Acqua ed energia sono i due elementi chiave che determineranno, e che già ora determinano, l’insorgere di instabilità, emergenze e sfide sempre più pressanti e urgenti.

Lo sappiamo, ma non dovremo mai stancarci di ricordarlo in ogni occasione, che tutti i Paesi dell’area mediterranea sono minacciati dalla scarsità d’acqua e si trovano ad affrontare, da un lato, l’aumento della domanda di risorse idriche e la concorrenza tra i diversi utenti: condizioni che costringono i governi a cercare alternative diverse dalla costruzione di nuove dighe e infrastrutture per i trasferimenti energetici interregionali. Dall’altro lato, gli Stati devono affrontare una situazione che sta peggiorando sotto l’effetto del cambiamento climatico e della cattiva gestione delle risorse idriche.

Relativamente al contesto energetico, l’area mediterranea è caratterizzata da un notevole aumento delle importazioni di energia convenzionale: l’80% dei Paesi del Mediterraneo occidentale sono grandi importatori di energia fossile. Una situazione che richiede soluzioni alternative per soddisfare l’aumento del fabbisogno energetico ed evitare la produzione eccessiva di gas serra, con uno sguardo rivolto verso l’alternativa delle energie rinnovabili.

In particolare, con riferimento all’approvvigionamento e alla produzione di energia, esistono approcci contrastanti sulle modalità di accesso e sfruttamento delle energie rinnovabili. Da un lato quello razionale e pragmatico che si fonda sulla sostenibilità e tiene conto delle effettive esigenze collettive, capacità, tempi e difficoltà (tecnologiche e strutturali); dall’altro c’è l’approccio pericoloso dell’ambientalismo ideologico, basato sulla convinzione controproducente e insostenibile dell’abbandono delle tecnologie e delle risorse energetiche attuali senza progressività e su una base puramente temporale. Quest’ultimo, certamente minoritario e marginale all’interno dell’ampio panorama dell’opinione pubblica, è però in grado di ottenere un’amplificazione massmediatica delle proprie istanze, complice l’assenza di una strategia comunicativa di contro-narrazione istituzionale efficace.

Governi e decisori politici saranno pertanto chiamate ad attuare politiche realistiche, economicamente e ambientalmente sostenibili. In questo contesto, anche lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia nucleare, terza fonte energetica mondiale e principale fonte di energia non inquinante, gioca un ruolo decisivo in termini di contenimento dell’inquinamento globale il cui contributo, unitamente e in maniera coordinata e bilanciata a quello delle fonti energetiche sostenibili, richiede importanti investimenti e una chiara visione di lungo periodo.

Il tema del volume “Sicurezza energetica. La rinnovata centralità del Mediterraneo. Acqua ed energia (rinnovabile) per la sicurezza nazionale e la cooperazione regionale” parte dalle riflessioni e dalle valutazioni della ricerca[ sviluppata nel 2022 in seno alla “5+5 Defense Initiative” dal gruppo internazionale di ricercatori designati dai Paesi aderenti all’iniziativa. Il tema affrontato è strategico e di estrema attualità data la crescita nel consumo di acqua e di energie rinnovabili che le rende un importante argomento politico ed economico e al contempo oggetto primario nelle relazioni internazionali e negli equilibri di potere, interno ed esterno, alle nazioni.

«Acqua pulita e accessibile per tutti» è l’obiettivo numero 6 nella lista degli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, Sdg) adottati dalle Nazioni Unite nel 2015. Di vitale importanza per la vita umana, i Paesi del Mediterraneo occidentale, le loro popolazioni, agricoltori, allevatori e industriali, attribuiscono un’importanza vitale all’acqua.

Per quanto riguarda le energie rinnovabili (solare, eolica, idraulica, geotermica), il cui potenziale è considerato inesauribile, sono però prodotte con costi ancora elevati, e spesso non sostenibili su larga scala e con le infrastrutture esistenti. In tale quadro, caratterizzato da una grande incertezza in cui le opportunità politiche e le istanze di una parte della società civile svolgono un ruolo non sempre favorevole e costruttivo, si registra un’accelerazione da parte dei Paesi maggiormente industrializzati dell’Unione europea verso una “transizione energetica” che, sotto molti aspetti, tende a imporsi come una riduzione forzata e irrazionale dell’utilizzo di fonti energetiche fossili, con danni potenzialmente gravi e irreversibili per le economie nazionali e per gli equilibri economici, sociali e politici.

Ciò nonostante, va però riconosciuto che un approccio responsabile che guardi ad un affrancamento progressivo dalle fonti fossili e combustibili, dunque una “transizione energetica” sostenibile, progressiva e che tenga conto delle capacità tecnologiche, dell’impatto economico-sociale e delle attuali fonti energetiche primarie, se da un lato presenta criticità evidenti, dall’altro lato apre alla possibilità di quella auspicata e necessaria autonomia energetica strategica, essenziale tanto ai singoli Paesi quanto e ancor di più, al «sistema europeo». Una scelta strategica, quella che l’Unione europea ha definito, essenziale per imporsi come modello di sviluppo di riferimento in un’epoca storica caratterizzata dagli effetti del cambiamento climatico e dalle crescenti difficoltà di accesso e disponibilità di combustibili fossili. Ciò potrà trovare realizzazione solo attraverso la consapevolezza della primazia di un fattore ineludibile e condizionante: la crescita e lo sviluppo della popolazione sono le variabili indipendenti che determinano un aumento del consumo di risorse energetiche e idriche e mai il contrario. Dunque la capacità di approvvigionamento e di produzione energetica dovrà tener conto di un aumento progressivo della domanda di energia, coerentemente con l’andamento demografico ed economico, così come dello sviluppo tecnologico dei Paesi che ridefiniranno le loro strategie nazionali di sicurezza energetica in questa direzione.

Ed è in questo preciso scenario teorico che va ad inserirsi la guerra russo-ucraina iniziata nel febbraio 2022, quale dimostrazione pratica della mutabilità delle relazioni internazionali, dei rapporti tra alleati e competitor, così come dell’imprevedibilità di eventi naturali o umani in grado di negare, in tutto o in parte, l’accesso alle risorse energetiche e di condizionare in maniera sfavorevole i prezzi delle fonti energetiche, con dirette ripercussioni sul piano sociale, politico ed economico. E proprio la guerra russo-ucraina, ha riportato l’attenzione dei governi sui rischi di interruzione delle forniture che comportano, per definizione, quel costo strategico che va opportunamente calcolato: esercizio non semplice, che non può essere ridotto al semplice computo di investimenti e relativi rendimenti, ma comprende anche valutazioni sulle diverse opzioni strategiche limitando, in primis, i rischi legati alla fortissima dipendenza da idrocarburi e, in secondo luogo, imponendo l’esigenza di una diversificazione del mix energetico a prezzi accessibili e di un potenziamento dell’influenza dal lato dell’offerta, in particolare attraverso la realizzazione dei gasdotti, a cui devono associarsi il principio della solidarietà tra Stati amici (in particolare tra Stati membri dell’Unione europea).

In sintesi, l’obiettivo a cui si guarda è quello di creare un mix energetico sostenibile, efficiente e diversificato, cioè che sia sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico, che utilizzi le risorse in modo efficiente e che sia basato su diverse fonti di energia, in modo da ridurre la dipendenza da una sola fonte. Inoltre, è importante adottare un approccio integrato per affrontare le sfide e le opportunità legate ai cambiamenti climatici, cioè un approccio che consideri i diversi aspetti e le connessioni tra loro.

Sul piano politico-strategico, assume particolare rilevanza lo sviluppo di un “sistema mediterraneo dell’energia”, ovvero un sistema che colleghi in modo sicuro e a più vie le due sponde del Mediterraneo. Ciò potrebbe includere il potenziamento delle infrastrutture esistenti, come gasdotti e condotti sottomarini, e la costruzione di nuove infrastrutture, come impianti di trasformazione e stoccaggio dell’energia. L’obiettivo è quello di aumentare la sicurezza e la diversificazione delle fonti di energia per l’Europa, oltre che di sfruttare le opportunità economiche offerte dalla cooperazione energetica con i paesi della sponda Sud del Mediterraneo, con l’obiettivo primario di governare le dinamiche delle relazioni internazionali, senza esserne sopraffatti a causa di una mancata o inadeguata strategia di sicurezza nazionale.

Acquista il libro su Amazon.it

Per librerie e distributori contattare: info@startinsight.eu

Vai alla scheda del libro


Svizzera: due decenni di processi per terrorismo

di Ahmed Ajil, Università di Losanna (Svizzera) – Ricercatore, Criminologo

Una panoramica dei casi di cui si è occupato il Tribunale Penale Federale svizzero dall’11 settembre

Nonostante la Svizzera non abbia subito attacchi su vasta scala come quelli che hanno colpito altre nazioni europee nell’ultimo decennio, il fenomeno della violenza politico-ideologica di matrice jihadista è tuttavia presente. Nel dicembre del 2021, i servizi di intelligence della Confederazione contavano 41 individui cosiddetti “a rischio” ritenuti cioè “una minaccia prioritaria per la sicurezza interna ed esterna della Svizzera”. Nel contesto del “monitoraggio della jihad”, (dal 2012 ad oggi) hanno anche identificato 714 persone attive in rete che simpatizzano/simpatizzavano per organizzazioni terroriste jihadiste distribuendo materiale di propaganda o intrattenendosi con altri che difendono l’ideologia di questi gruppi. Dall’11 settembre 2001, 91 individui hanno lasciato la Svizzera per unirsi a un’organizzazione terrorista in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, Siria o Iraq. Alcuni sono tornati mentre altri, attualmente detenuti dalle forze curde in Siria, cercano attivamente di essere rimpatriati, cosa che il Consiglio Federale rifiuta di fare.

Fra i vari modi a disposizione per contrastare il fenomeno terrorista, il ricorso al diritto penale costituisce il più ovvio. Nel suo rapporto annuale del 2020, il Ministero Pubblico della Confederazione riportava 35 inchieste pendenti per terrorismo nel 2016, 34 nel 2017, 30 nel 2018, 31 nel 2019 e 26 nel 2020. In questo breve contributo, vorrei presentare alcune conclusioni da un progetto di ricerca sulla repressione del terrorismo da parte del Tribunale Penale Federale (TPF), condotta insieme al collega Kastriot Lubishtani e i cui risultati sono in parte stati pubblicati su Jusletter del 31 maggio 2021.

Il Tribunale Penale Federale (TPF), operativo dal 2004, è l’autorità giudiziaria incaricata di emettere le condanne per i reati legati al terrorismo. I pochi procedimenti penali aperti dalle autorità cantonali vengono presi in carico dal Ministero Pubblico della Confederazione (MPC) e portati a processo davanti al TPF, ad eccezione di quelli che coinvolgono minori. L’analisi delle tendenze in ambito di giudizio, ci permette di avere una visione approfondita dei casi più seri che superano tutti gli stadi del cosiddetto “imbuto penale”. A questo punto, è utile specificare che l’MPC può anche condannare autonomamente degli individui, fintanto che la sentenza non supera i sei mesi di privazione della libertà. L’MPC utilizza spesso questa opzione, ma poiché questi verdetti non sono di principio accessibili al pubblico, qui non ne teniamo conto.

Da un punto di vista giuridico, ci sono principalmente due disposizioni che vengono applicate in caso di reati di natura terroristica. Una è rappresentata dall’articolo 260ter del Codice Penale Svizzero, che criminalizza il sostegno e la partecipazione a organizzazioni criminali (una definizione che include i gruppi terroristici). L’altra, è la Legge Federale che vieta le organizzazioni Stato Islamico, al-Qa’ida e gruppi affini (in breve: legge IS/AQ), che è entrata in vigore il 1° gennaio del 2015.

Per la nostra ricerca abbiamo raccolto tutte le sentenze collegate a queste due disposizioni e in seguito selezionato unicamente quelle relative al terrorismo. L’unica forma di terrorismo con la quale il TPF si è confrontato a partire dal 2004, è quella di ispirazione jihadista. Dalla pubblicazione del nostro articolo nel maggio 2021, hanno avuto luogo due ulteriori udienze che si sono concluse con la condanna di tre individui in totale, di cui si dà conto in questo contributo.   

I numeri

Dal 2004 fino al novembre 2021, il TPF si è occupato di un totale di 17 procedimenti penali legati al terrorismo jihadista. La maggior parte di questi, ha avuto luogo dopo lo scoppio della guerra civile siriana e la conseguente espansione territoriale del gruppo Stato islamico che ha raggiunto il suo picco nel giugno del 2014. In effetti, nel periodo fra il 2004 e il 2014, sono stati condotti tre procedimenti con l’incriminazione formale di undici persone mentre altri 14 procedimenti e 21 persone sono state portate davanti al TPF fra il 2014 e il 2020. La lingua dei procedimenti è stata il tedesco in dodici dei casi trattati a Bellinzona (sede del TPF), mentre il francese è stato utilizzato in tre casi e l’italiano in due occasioni.

Questi procedimenti sono relativamente complessi, ciò che si riflette tanto nella durata dell’iter pre-processuale che nei costi. Fra l’avvio dei procedimenti penali contro un/a sospettato/a e la sua effettiva incriminazione sono trascorsi, in media, 882 giorni, vale a dire quasi due anni e mezzo. I costi diretti generati dall’inchiesta, dalla difesa e dalle udienze sono arrivati a ragginugere gli 800.000 CHF per un singolo caso.

Nel contesto dei 17 procedimenti, davanti al TPF sono apparsi 32 individui in totale. Ciò significa che in diversi casi – precisamente in sette – erano coinvolte più persone. Nello specifico, quattro procedimenti hanno coinvolto due persone, mentre i restanti tre procedimenti hanno coinvolto rispettivamente tre persone, quattro persone e infine sette persone. In ognuno dei restanti dieci procedimenti, è stata incriminata un’unica persona.  

La stragrande maggioranza dei casi di terrorismo approdati al TPF ha portato a condanne. In totale, sono stati condannati 30 individui mentre due persone sono state assolte da tutte le accuse. Fino al 20 novembre 2021, si registravano 21 sentenze definitive ed esecutive. Su 30 persone, sei alla fine non sono state condannate per reati legati al terrorismo. Di conseguenza, ad oggi, sono state emesse 24 condanne per reati legati al terrorismo, di cui quindici definitive e nove pendenti.     

Chi sono i terroristi svizzeri?

30 imputati erano uomini, mentre una donna è comparsa come co-imputata e una seconda come imputata principale. Dodici degli accusati erano cittadini svizzeri, sette dei quali con la doppia cittadinanza. Fra questi, una cittadino svizzero-turco si è visto revocare la cittadinanza, per decisione confermata dal Tribunale Amministrativo Federale nel 2021. Nove imputati avevano un permesso di soggiorno. Dieci erano richiedenti l’asilo; di questi, sette con una richiesta pendente e tre ammessi provvisoriamente. Una imputata non aveva mai vissuto in Svizzera ma si trovava nel paese al momento del suo arresto.

L’ampia maggioranza, più precisamente 26 persone, non avevano precedenti penali, fatto che solleva dei dubbi sulla pertinenza del cosiddetto “crime-terror nexus” per ciò che riguarda il contesto svizzero. Gli altri sei individui erano stati condannati per vari reati: tre per infrazioni al codice della strada, uno per infrazioni alla legge sulle armi, e un altro per violazione degli obblighi di mantenimento. Infine, un imputato era stato condannato in diverse occasioni per ingresso illegale, minacce e coercizione.

Al momento della sentenza, 19 imputati erano disoccupati e dipendevano dall’assistenza sociale; cinque imputati non avevano un reddito imponibile ed erano indebitati; tre imputati avevano un lavoro e un salario mensile. Infine, le condizioni economiche dei restanti cinque imputati sono sconosciute. Queste osservazioni dimostrano la validità dell’ipotesi della “biographical availability” secondo la quale una mancanza di “struttura” e occupazione potrebbe facilitare il coinvolgimento in attività ad alto rischio o illegali.

Su 30 condannati (21 sentenze   definitive e nove pendenti), in 25 casi sono state comminate delle pene detentive, oltre a ulteriori pene pecuniarie in quattro di questi casi. Nove delle pene detentive erano sospese ; altre sei erano sospese parzialmente. Ciò significa che sono state comminate dieci pene detentive senza la condizionale. In cinque casi, il TPF ha comminato unicamente pene pecuniarie, di cui due sospese. .

La sentenza più mite è stata una pena pecuniaria sospesa di 100 CHF al giorno per 25 giorni. La condanna più severa è stata una sentenza di custodia di 70 mesi, abbinata a un divieto di ingresso nel paese della durata di quindici anni.

Cosa sono le “attività terroristiche” nel contesto svizzero?

Riguardo la natura dei crimini, si può notare che dal 2001 su suolo svizzero non sono stati commessi -né quindi portati davanti al TPF- atti di violenza terroristica (le inchieste sugli attacchi di Morges e Lugano avvenuti nel 2020 sono ancora aperte).

Se ci focalizziamo sulle 24 condanne per reati legati al terrorismo (sei condanne erano infine non legate al terrorismo), si nota che gli atti perseguiti in relazione al terrorismo di matrice jihadista erano principalmente legati ad attività sulle piattaforme Internet. Due procedimenti che hanno coinvolto un totale di quattro persone concernevano la gestione di siti internet contenenti materiale di propaganda come immagini e video, oltre a commenti che glorificavano i leaders delle principali organizzazioni terroristiche come Osama Bin Laden. Tre persone sono state recentemente condannate in relazione alla produzione di un’intervista filmata con un ribelle jihadista nel conflitto siriano, Abdullah al-Muhaysini. Per sette delle persone condannate, le accuse erano limitate esclusivamente ad attività sui social media come Facebook, YouTube e app di messaggistica come WhatsApp e Telegram, che consistevano nella spedizione e/o condivisione di video, immagini e commenti, e in un caso, la traduzione di comunicazioni mediatiche di un gruppo jihadista.  

In alcuni casi, l’attività ha avuto luogo principalmente nell’ambito digitale, ma gli individui sono stati condannati in qualità di membri di una rete. Nel caso della condanna di tre uomini, il caso è stato aperto per sospetti riguardo un potenziale attacco, ma alla fine, sono stati solo condannati per le loro attività sui social network. In un caso, l’unico imputato è stato condannato per avere mantenuto contatti con persone all’estero, affiliate a organizzazioni terroristiche, ma anche per aver incoraggiato un’altra persona in Libano a portare avanti un attacco contro Hizbullah oppure l’esercito americano.

Gli atti più “fisici” sono consistiti in tentativi di recarsi in aree di conflitto o attività legate ai combattimenti all’estero. Quattro persone sono state incriminate per aver cercato di raggiungere il territorio siro-iracheno per unirsi allo Stato Islamico, uno per aver aderito a un gruppo armato in Siria e aver reclutato altri, e un altro per proselitismo in Svizzera e aver fornito sostegno logistico a foreign fighter in Turchia.

In conclusione, risulta che sui 24 individui condannati dal TPF per reati legati al terrorismo, 18 erano coinvolti esclusivamente o in prevalenza, in attività digitali, mentre 6 si sono mobilitati fisicamente per fornire sostegno a gruppi terroristici. È importante notare che nonostante questi ultimi fossero “fisicamente” più coinvolti di altri, le loro attività contemporanee sui social media e sulle app di messaggistica hanno avuto una rilevanza essenziale per la loro condanna.

La rete si allarga gradualmente

 Dal punto di vista giuridico, gli individui sono stati condannati principalmente per il loro supporto a organizzazioni criminali o gruppi affiliati allo Stato Islamico e al-Qa’ida. Solo tre persone sono state condannate per la partecipazione a un gruppo terroristico. Ciò può essere spiegato in due modi: da un lato, è difficile dimostrare l’appartenenza e la partecipazione a reti e gruppi vagamente organizzati come quelli che caratterizzano il fenomeno jihadista dopo l’11 settembre. D’altro lato, dall’analisi dei casi in questione emerge chiaramente che, paragonata alla definizione piuttosto ristretta di “appartenenza” , la nozione di “sostegno” è molto ampia e in pratica è arrivata a indicare una qualsiasi attività che si ritiene mettere in buona luce un’organizzazione terroristica. Per esempio, un individuo è stato in parte condannato per aver postato su Facebook un’immagine di un ospedale funzionante in un’area controllata dallo Stato islamico, per mostrare che le infrastrutture non erano state tutte danneggiate durante il regno del gruppo terroristico. In un altro caso, un individuo è stato condannato per aver mandato tre immagini di propaganda via Whatsapp a un’altra persona. Non sorprende quindi che la maggior parte dei casi abbia portato a condanne per la nozione piuttosto approssimativa del termine “sostegno”.   

L’evoluzione del dispositivo anti-terrorismo della Svizzera fa parte di una tendenza più generalizzata, che ha preso piede dopo gli attacchi dell’11 settembre, che mira ad anticipare l’applicabilità del quadro giuridico penale a un contesto pre-delittuoso (“pre-criminal“), allargando in questo modo la rete penale in cui ricadono le azioni ritenute attività legate al terrorismo.

Ciò è comprensibile da una prospettiva politica, ma presenta un certo numero di sfide da una prospettiva giuridica ed etica. Di fatto, la svolta preventiva delle leggi anti-terrorismo della Svizzera e il modo un cui vengono applicate porta le autorità ad indagare e condannare azioni sempre più slegate dagli atti violenti veri e propri che si vogliono prevenire. In una sfera pre-delittuosa (“pre-criminal“) sempre più ampia, è impossibile coprire la totalità gli atti perseguibili ed è più probabile che si manifesti una disparità di trattamento. Questi sono aspetti di cui tenere conto, quando si pensa a come rafforzare ed espandere in futuro gli sforzi anti-terrorismo in Svizzera.  


Terrorismo in Europa: minaccia lineare in evoluzione e partecipazione individuale

di Claudio Bertolotti

Dall’Africa all’Afghanistan: l’Europa guarda preoccupata all’esaltazione jihadista

Lo Stato islamico non ha più la forza di inviare terroristi sul suolo europeo perché si è vista azzerare la propria effettiva capacità operativa in conseguenza della perdita di territorio, di una rilevante consistenza finanziaria e di reclute. Tuttavia, la minaccia rimane significativa anche attraverso la presenza e l’azione di attori isolati, spesso improvvisati e spinti dall’emulazione e senza un legame diretto con l’organizzazione.

Mentre il gruppo dello Stato Islamico continua a imporsi su un piano ideologico come la principale minaccia jihadista, è però improbabile che sia in grado di riproporre il travolgente richiamo che ebbe il “califfato” nel periodo 2014-2017, poiché ha perso il vantaggio della novità, e di conseguenza l’appeal, che ne rappresentava il punto di forza, in particolare nei confronti dei più giovani. Inoltre, sia dal punto di vista legislativo che da quello operativo, l’Europa ha saputo ridurre in maniera rilevante le proprie vulnerabilità, sebbene vi siano maggiori risultati più in termini di contrasto al terrorismo che di prevenzione. Permangono, nel complesso segnali di incertezza legate agli effetti emulativi e alla “chiamata alla guerra” connessa a eventi sul piano internazionale in grado di indurre singoli soggetti ad agire in nome del jihad: l’evento più importante nel 2021, che ha dato e continuerà a dare un impulso agli effetti del jihad transnazionale è la vittoria dei talebani in Afghanistan che, da un lato tende ad alimentare la variegata propaganda jihadista attraverso il messaggio della “vittoria come risultato della lotta continua” e, dall’altro lato, da vita a una forma di competizione dei “jihad” tra gruppi impegnati in forme di lotta e resistenza esclusivamente locali e chi, come lo Stato islamico, recepisce e propone il jihad esclusivamente come strumento di lotta a oltranza a livello globale.

In tale quadro complessivo e in continua evoluzione, dobbiamo prestare attenzione alla crescente forza estremista in alcune parti dell’Africa, in particolare le aree dell’Africa sub-sahariana, il Sahel, il Corno d’Africa e, ancora, il Ruanda e il Mozambico, al fine di contrastare l’emergere in questo continente di nuovi “califfati” o “willayat” che potrebbero minacciare direttamente l’Europa.

Nella prolifica propaganda jihadista, lo Stato Islamico si vanta della propria diffusione nel continente africano e pone in evidenza come l’obiettivo di contrastare la presenza e la diffusione del cristianesimo porterà il gruppo a espandersi in altre aree del continente. Se altrove, come nel Maghreb, nel Mashreq e in Afghanistan l’attività dello Stato islamico è incentrata sulla lotta settaria intra-musulmana, in Africa la sua presenza si impone come parte di un conflitto tra musulmani e cristiani, rafforzata da una propaganda che insiste sulla necessità di fermare la conversione dei musulmani al cristianesimo attuata attraverso i “missionari” e “il pretesto” degli aiuti umanitari. In tale quadro si inseriscono le violenze, i rapimenti e le uccisioni di religiosi missionari, attacchi contro le Ong e le missioni internazionali, dal Burkina Faso al Congo e, ancora, gli attacchi agli abitanti dei villaggi cristiani in particolare in occasione delle festività di Natale e Capodanno.

Scendono i numeri, ma permane la minaccia del terrorismo

Analizzando gli ultimi tre anni, l’incidenza degli attacchi terroristici mostra una tendenza stabile dal punto di vista quantitativo. Tra il 2017 e il 2020, nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in Svizzera, sono stati riportati 457 attacchi, inclusi quelli falliti e sventati, rispetto ai 895 registrati nel periodo 2014-2017.

Nel 2020, si sono verificati 119 attacchi, dei quali 62 nel Regno Unito e 2 in Svizzera. Secondo il rapporto Europol (TeSat 2020), il 43% di questi atti è attribuibile a movimenti della sinistra radicale (che sono passati da 26 a 25), il 24% a gruppi separatisti ed etno-nazionalisti, il 7% a formazioni di estrema destra (che hanno visto un aumento percentuale ma una diminuzione in termini assoluti rispetto al 2019), mentre il 26% sono azioni riconducibili al jihadismo. Sebbene gli attacchi jihadisti rappresentino una parte relativamente piccola del totale delle azioni violente, si confermano i più pericolosi per numero di vittime e impatto, con un calo da 16 vittime nel 2020 a 13 nel 2021, sottolineando la persistente minaccia del terrorismo jihadista in termini di conseguenze dirette.

Dal 2014 al 2021, si sono verificati 165 attacchi terroristici in Europa legati al jihad, in seguito ai principali eventi attribuiti al gruppo Stato Islamico. Di questi, 34 sono stati rivendicati ufficialmente dallo Stato Islamico. In tali attacchi, hanno preso parte 219 terroristi, di cui 63 sono morti durante l’azione. Il bilancio delle vittime è stato di 434 morti e 2.473 feriti, secondo i dati del database START InSight.

Nel 2021 si sono verificati 18 eventi, registrando una leggera diminuzione rispetto ai 25 attacchi dell’anno precedente. Tuttavia, si è osservato un aumento delle azioni di tipo “emulativo”, ovvero atti ispirati da attacchi recenti: la percentuale di tali azioni è passata dal 48% nel 2020 al 56% nel 2021 (rispetto al 21% nel 2019). Il 2021 ha inoltre confermato la predominanza di attacchi individuali, spesso non pianificati e destinati al fallimento, che hanno progressivamente sostituito le azioni strutturate e coordinate, tipiche del contesto urbano europeo tra il 2015 e il 2017.

L’anagrafica dei terroristi “europei”

L’adesione all’azione terroristica continua a confermarsi come scelta esclusivamente maschile: su 207 attentatori il 97% sono maschi (7 le donne); contrariamente al 2020, quando 3 donne presero parte ad attacchi terroristici, il 2021 non ha registrato la partecipazione diretta di attentatrici.

I 207 terroristi (uomini e donne) hanno un’età mediana di 26 anni: un dato che varia nel corso del tempo (dai 24 nel 2016, ai 30 nel 2019). I dati anagrafici di 169 soggetti di cui si hanno informazioni complete hanno consentito di definire un quadro molto interessante da cui si evince che il 10% è di età inferiore ai 19 anni, il 36% ha un’età compresa tra i 19 e i 26, il 39% tra i 27 e i 35 e, infine, il 15% è di età superiore ai 35 anni.

L’88% degli attacchi, per i quali disponiamo di informazioni dettagliate, sono stati eseguiti da persone appartenenti a seconde e terze generazioni di immigrati, nonché da immigrati di prima generazione, sia con status regolare che irregolare.

Secondo l’analisi condotta su 154 dei 207 terroristi presenti nel database START InSight, il 45% sono immigrati regolari, mentre il 24% appartiene a discendenti di immigrati di seconda o terza generazione. Gli immigrati irregolari costituiscono il 19% del totale, un dato in crescita che è salito al 25% nel 2020 e ha raggiunto il 50% nel 2021. Inoltre, è rilevante la presenza di un 8% di cittadini europei convertiti all’Islam. Complessivamente, il 77% dei terroristi risiedono regolarmente in Europa, mentre gli immigrati irregolari rappresentano circa 1 su 6 dei terroristi. In un 4% dei casi, tra gli attaccanti sono stati identificati bambini o minori (7 in totale).

La mappa etno-nazionale del terrorismo in Europa

Il fenomeno della radicalizzazione jihadista in Europa colpisce in modo più marcato alcuni gruppi nazionali ed etnici. Esiste una correlazione tra le principali comunità di immigrati e la provenienza dei terroristi, come indicato dalle nazionalità dei terroristi o delle loro famiglie di origine, che rispecchiano la composizione delle comunità straniere in Europa. In particolare, prevale l’origine maghrebina: i gruppi etno-nazionali più coinvolti nella radicalizzazione jihadista sono quelli di origine marocchina (in Francia, Belgio, Spagna e Italia) e algerina (in Francia).

Stabili i recidivi e i soggetti già noti all’intelligence

Significativo è il ruolo dei recidivi, ossia individui già condannati per terrorismo che compiono nuove azioni violente al termine della loro pena detentiva e, in alcuni casi, anche durante la detenzione. La loro incidenza è aumentata dal 3% del totale dei terroristi nel 2018 (1 caso) al 7% nel 2019 (2 casi), raggiungendo il 27% nel 2020 (6 casi), con un singolo caso registrato nel 2021. Questo andamento evidenzia la pericolosità sociale di tali soggetti, i quali, nonostante una condanna, tendono a rimandare la realizzazione di atti terroristici, suggerendo un aumento della probabilità di nuovi atti terroristici nei prossimi anni, man mano che termineranno le pene detentive della maggior parte dei terroristi attualmente in carcere.

Oltre ai recidivi, START InSight ha evidenziato una tendenza rilevante riguardo alle azioni terroristiche perpetrate da individui già conosciuti dalle forze dell’ordine o dai servizi di intelligence europei: questi soggetti hanno rappresentato il 44% e il 54% del totale degli attacchi rispettivamente nel 2021 e nel 2020, rispetto al 10% nel 2019 e al 17% nel 2018.

Nel 2021, la partecipazione ad azioni terroristiche da parte di individui con precedenti detentivi (anche per reati non legati al terrorismo) ha mantenuto una certa stabilità, con un 23% di coinvolgimento, un dato leggermente in calo rispetto al 2020 (33%), ma in linea con i livelli del 2019 (23%), del 2018 (28%) e del 2017 (12%). Questo trend continua a supportare l’idea che le carceri possano essere ambienti propizi alla radicalizzazione e all’adesione al terrorismo.

Si riduce la capacità offensiva del terrorismo?

Per avere una visione accurata del fenomeno terroristico, è fondamentale analizzarlo su tre livelli distinti: strategico, operativo e tattico. La strategia riguarda l’utilizzo delle operazioni belliche per raggiungere gli obiettivi della guerra; la tattica si riferisce all’impiego delle forze in campo per vincere le battaglie; mentre il livello operativo si colloca a metà strada tra questi due aspetti. Questa sintesi, pur essendo semplice, mette in evidenza un elemento cruciale: l’impiego delle risorse umane.

Il successo a livello strategico è marginale

Il 16% delle azioni ha ottenuto un successo a livello strategico, ossia ha avuto conseguenze strutturali: blocco del traffico aereo/ferroviario nazionale e/o internazionale, mobilitazione delle forze armate, interventi legislativi di ampia portata. Un dato molto elevato considerando il limitato sforzo organizzativo e finanziario da parte dei gruppi, o dei singoli attaccanti. L’andamento nel corso degli anni è stato discontinuo, ma ha messo in evidenza una progressiva riduzione di capacità ed efficacia: 75% di successo strategico nel 2014, 42% nel 2015, 17% nel 2016, 28% nel 2017, 4% nel 2018, 5% nel 2019, 12% nel 2020 e 6% nel 2021. Nel computo dei risultati strategici, gli attacchi hanno ottenuto l’attenzione dei media internazionali nell’79% dei casi, il 95% a livello nazionale, mentre le azioni organizzate e strutturate dei commando e dei team-raid hanno ottenuto la totale attenzione mediatica. Un evidente, quanto ricercato, successo mediatico che può aver influito sensibilmente sulla campagna di reclutamento di aspiranti martiri o combattenti del jihad, la cui entità numerica rimane elevata in corrispondenza della maggiore intensità di azioni terroristiche (2016-2017). Ma se è vero che l’amplificazione massmediatica ha effetti positivi sull’azione di reclutamento, è anche vero che tale attenzione tende a ridursi col tempo a causa di due ragioni principali: la prima è la prevalenza di azioni a bassa intensità in rapporto a quelle ad alta – in diminuzione – e quelle a bassa e media intensità – in sensibile aumento dal 2017 al 2021. La seconda è l’assuefazione di un’opinione pubblica emotivamente sempre meno toccata dalla violenza del terrorismo, in particolare dagli eventi a “bassa” e “media intensità”.

Il 16% degli attacchi terroristici ha avuto un impatto strategico significativo, provocando conseguenze di ampia portata come il blocco dei trasporti aerei o ferroviari a livello nazionale e internazionale, la mobilitazione delle forze armate o l’introduzione di importanti interventi legislativi. Questo risultato è notevole, soprattutto considerando il limitato sforzo organizzativo e finanziario impiegato dai gruppi o dagli individui coinvolti. Tuttavia, nel tempo, si è registrata una riduzione nella capacità e nell’efficacia strategica di tali attacchi: il successo strategico è passato dal 75% nel 2014 al 42% nel 2015, al 17% nel 2016, al 28% nel 2017, scendendo ulteriormente al 4% nel 2018, al 5% nel 2019, al 12% nel 2020 e al 6% nel 2021

Per quanto riguarda l’impatto mediatico, il 79% degli attacchi ha catturato l’attenzione della stampa internazionale, mentre il 95% ha ricevuto copertura dai media nazionali. Le azioni più organizzate e strutturate, come quelle effettuate da commando o team-raid, hanno ottenuto la massima visibilità mediatica. Questo ampio risalto sui media ha probabilmente influito in modo significativo sulla campagna di reclutamento di nuovi combattenti o aspiranti martiri per il jihad, con un picco di adesioni nei periodi di maggiore intensità degli attacchi, in particolare tra il 2016 e il 2017.

Tuttavia, nonostante la visibilità mediatica abbia favorito il reclutamento, questa attenzione tende a diminuire nel tempo per due motivi principali. In primo luogo, c’è stato un aumento significativo delle azioni a bassa e media intensità dal 2017 al 2021, mentre quelle ad alta intensità sono in calo. In secondo luogo, il pubblico sta diventando sempre più assuefatto alla violenza terroristica, risultando meno emotivamente coinvolto, soprattutto in risposta agli eventi di “bassa” e “media intensità”.

Il livello tattico preoccupa, ma non è la priorità del terrorismo

Partendo dal presupposto che il fine delle azioni sia di provocare la morte del nemico (nel 35% dei casi gli obiettivi sono le forze di sicurezza), tale obiettivo viene raggiunto nel periodo 2004-2021 in media nel 50% dei casi. È però opportuno tenere in considerazione che l’ampio periodo di tempo tende a influire in maniera significativa sul margine di errore; l’evoluzione dell’ultimo periodo preso in esame, 2014-2021, mostrerebbe infatti una tendenza al peggioramento negli effetti ricercati dai terroristi con una prevalenza di attacchi a bassa intensità e un aumento di azioni dall’esito fallimentare, almeno fino al 2019. I risultati degli ultimi sei anni, in particolare, mostrerebbero come il successo a livello tattico sia stato ottenuto, nel 2016, nel 31% dei casi a fronte di un 6% di atti formalmente fallimentari, mentre il 2017 si è stabilizzato su una percentuale di successo del 40% e di fallimento del 20%. Un andamento complessivo che, passando dal 33% di successo a livello tattico e un raddoppio degli attacchi fallimentari (42%) nel 2018 e consegnandoci un dato ulteriormente al ribasso del 25% di successo nel 2019, può essere letto come il duplice effetto della progressiva diminuzione della capacità operativa dei terroristi e dell’accresciuta reattività delle forze di sicurezza europee. Ma se l’analisi suggerisce una capacità tecnica che si è effettivamente ridotta, è altresì vero che l’improvvisazione e l’imprevedibilità del nuovo terrorismo individuale ed emulativo ha fatto registrare un nuovo aumento delle azioni di successo, passate dal 32% nel 2020 e al 44% nel 2021.

Negli ultimi sei anni, i dati indicano che nel 2016 il successo tattico è stato ottenuto nel 31% dei casi, mentre il tasso di fallimento si attestava al 6%. Nel 2017, il tasso di successo è aumentato al 40%, accompagnato però da un incremento dei fallimenti, che ha raggiunto il 20%. Nel 2018, si è osservato un 33% di successo tattico, ma con un raddoppio degli attacchi falliti al 42%, seguito da un ulteriore calo del successo al 25% nel 2019. Queste tendenze possono essere interpretate come il risultato di una riduzione della capacità operativa dei terroristi, combinata con una maggiore efficacia delle forze di sicurezza europee.

Nonostante l’analisi indichi una diminuzione della capacità tecnica dei terroristi, è evidente che l’improvvisazione e l’imprevedibilità del nuovo terrorismo individuale ed emulativo hanno determinato un incremento delle azioni riuscite, passando dal 32% nel 2020 al 44% nel 2021.

Il vero successo è a livello operativo: il “blocco funzionale

Anche quando un attacco terroristico risulta fallimentare, riesce comunque a conseguire effetti significativi, come l’impegno straordinario delle forze armate e di polizia, distogliendole dalle normali attività di routine o impedendo loro di intervenire per il bene della collettività. Inoltre, può causare l’interruzione o il sovraccarico dei servizi sanitari, limitare, rallentare, deviare o fermare la mobilità urbana, aerea e navale, e ostacolare il normale svolgimento delle attività quotidiane, commerciali e professionali, con conseguenti danni alle comunità colpite. Questi attacchi riducono inoltre il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo, così come la capacità di resilienza delle società colpite. Infine, indipendentemente dalla presenza di vittime, gli attacchi terroristici infliggono danni diretti e indiretti e, coerentemente, la restrizione delle libertà dei cittadini rappresenta un risultato tangibile che il terrorismo consegue attraverso le proprie azioni.

In altre parole, il terrorismo ottiene successo anche senza causare vittime, poiché riesce a imporre costi economici e sociali alla collettività e a influenzarne i comportamenti nel tempo. Questo avviene attraverso le misure di sicurezza o le restrizioni imposte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza per proteggere la popolazione. Questo effetto viene definito come “blocco funzionale”.

Nonostante la capacità operativa del terrorismo sia in costante diminuzione, il “blocco funzionale” rimane il risultato più significativo ottenuto dai terroristi, a prescindere dal successo tattico, ovvero dall’uccisione di almeno un bersaglio.

Nonostante un successo tattico rilevato nel 34% degli attacchi dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato una notevole efficacia nel raggiungere il “blocco funzionale”, ottenuto in media nell’82% dei casi. Questo dato è salito al 92% nel 2020 e all’89% nel 2021. Considerando le risorse limitate impiegate dai terroristi, questi risultati evidenziano un impressionante rapporto costo-beneficio a favore delle loro operazioni.


Understanding radicalisation, terrorism and de-radicalisation. Historical, socio-political and educational perspectives from Algeria, Azerbaijan and Italy (Recensione)

di Andrea Carteny, Elena Tosti Di Stefano

Negli ultimi decenni, i temi della radicalizzazione e del terrorismo sono saliti alla ribalta delle relazioni internazionali, divenendo oggetto di molteplici concettualizzazioni e prospettive di studio. Alla luce dei legami esistenti e plurimi tra fenomeni terroristici, ideologie radicali, tensioni e conflitti globali, regionali o locali, emerge con particolare evidenza la necessità di porre l’attenzione su aspetti ad essi collegati, segnatamente l’etnia, la religione, le composite eredità storiche, come anche il fattore migratorio. Tali considerazioni risultano ancor più rilevanti se alla dimensione di contrasto prevalentemente militare si affiancano – e talvolta vanno a sostituirsi – strategie di prevenzione, dissuasione e di integrazione, che coinvolgono lo spazio educativo, così come quello economico e di resilienza sociale.

È da questa premessa che muove il volume Understanding radicalisation, terrorism and de-radicalisation. Historical, socio-political and educational perspectives from Algeria, Azerbaijan and Italy, pubblicato nel 2021 all’interno della collana Laboratorio sull’Intelligence dell’Università della Calabria, edita da Rubbettino. La collettanea ricomprende i risultati di un’intensa e proficua attività di ricerca biennale realizzata nell’ambito del progetto PRaNet – Prevention of Radicalisation Network (2019-2021).

Tale progetto ha dato corpo a un consorzio di università con capofila le Università di Bergamo e due istituti universitari di Paesi appartenenti all’Organizzazione della Conferenza Islamica, quali Algeria e Azerbaigian, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza e la comprensione dei fenomeni legati alla radicalizzazione, nonché di sviluppare politiche di inclusione sociale e di de-radicalizzazione ai fini dell’integrazione. Le attività di questa rete internazionale si sono sviluppate all’interno del programma pluriennale “Strategia per la promozione all’estero della formazione superiore Italiana 2017/2020”, sostenuto congiuntamente dal MIUR e dal MAECI. Queste prevedono, oltre a progetti di ricerca, scambi di studenti, docenti, ricercatori e tirocinanti attraverso programmi di formazione ad hoc, quali il Master MaRTe presso l’Università di Bergamo in “Prevenzione e contrasto alla radicalizzazione, al terrorismo e per le politiche di integrazione e sicurezza internazionale”, così come attività professionalizzanti presso l’Université Mohamed Lamine Debaghine (Sétif 2) in Algeria e l’ADA University fi Baku in Azerbaigian.

Il volume si avvale della consolidata esperienza nel settore di Michele Brunelli, docente di Storia e istituzioni delle società islamiche presso l’Università di Bergamo e direttore del Master MaRTe, che ha coordinato progetti internazionali per la deradicalizzazione e la prevenzione dell’estremismo violento in Algeria, Azerbaigian e Burkina Faso, e curato, sempre nello scorso anno e per la medesima collana, il volume Prevenzione e contrasto al terrorismo di matrice confessionale e alla radicalizzazione.

La qualità  scientifica del volume deriva non solo dall’affrontare, attraverso una serie di differenti prospettive, le principali categorie-chiave per la comprensione del terrorismo (definizione, causalità, conseguenze e risposta), ma anche dall’analizzare i fattori storico-culturali e socio-economici relativi ai fenomeni della radicalizzazione, del terrorismo, dell’anti-terrorismo e della de-radicalizzazione, a partire dalle esperienze maturate in differenti contesti confessionali: l’Italia, come società tradizionalmente cristiana; l’Algeria, Paese di cultura islamica sunnita; e l’Azerbaigian, contraddistinto un contesto religioso sciita, ma da una società tendenzialmente laica.

Come si evince dal titolo, le tre concettualizzazioni attorno a cui ruota lo studio sono quelle di radicalizzazione, terrorismo e de-radicalizzazione, che sono oggetto rispettivamente delle tre sezioni del volume.

La prima sezione esplora, tra teoria e pratica, dapprima l’articolato rapporto tra la radicalizzazione e la questione delle minoranze e dei cleavage identitari. L’analisi, in questa prospettiva, dell’area caucasica è ad opera di Lala Jumayeva, ricercatrice in Affari internazionali presso l’Università ADA di Baku ed esperta di conflict resolution. Segue il contributo di Naouel Abdellatif Mami, docente di scienze psicopedagogiche presso l’Université Sétif 2 ed esperta di IT nell’educazione e di AI nelle scienze umane, che affronta il tema dell’identità e della libertà di espressione come fattori di estremismo nel contesto algerino. Šeila Muhić, ricercatrice dell’Università di Bergamo e specializzata nel campo dei diritti umani, analizza il fenomeno migratorio in Italia come potenziale terreno fertile per la radicalizzazione. Un’ulteriore e variegata prospettiva è offerta dai contributi che compongono il secondo capitolo della sezione, dedicati al tema della radicalizzazione femminile, delle donne vittime o attrici del terrorismo. Anar Valiyev, anch’egli docente all’Università ADA ed esperto di storia e istituzioni nello spazio post-sovietico, illustra il caso dell’ISIS in relazione alle donne e ai bambini vittime della radicalizzazione in Azerbaigian, con riferimento particolare agli ambienti della minoranza salafita sunnita. A seguire, Naouel Abdellatif Mami opera una disamina della condizione delle donne nella storia algerina, concentrandosi sul “decennio nero” (1991-2002), ma anche sul ruolo di quest’ultime nell’elaborazione di approcci alla resilienza. L’ultimo studio del secondo capitolo, realizzato da Emilija Davidovic – esperta di diritti umani nello scenario post-jugoslavo – concerne il coinvolgimento delle donne nella violenza estremista in un contesto europeo (balcanico o occidentale). Il terzo capitolo offre poi un’ampia panoramica del fenomeno della radicalizzazione politico-religiosa dell’Azerbaigian post-sovietico, che colpisce in particolare le comunità religiose ed etniche minoritarie (sunnite e alloglotte).

Il volume prosegue affrontando, nella seconda sezione, il tema stesso del terrorismo e le sue molteplici e diverse concettualizzazioni. Ilas Touazi, ricercatore presso l’Università Sétif 2 ed esperto di terrorismo/anti-terrorismo, propone una prima analisi sulla minaccia jihadista in Algeria attraverso il fenomeno della transnazionalizzazione del terrorismo locale all’interno delle reti jihadiste regionali e internazionali. Il professor Michele Brunelli è autore del contributo sull’evoluzione dei crimini terroristici di matrice politico-ideologica, prima che di ispirazione politico-religiosa, nello scenario europeo e in particolare in Italia. Il volume continua con il contributo di Aydan Ismayilova, laureata al Master MaRTe dell’Università di Bergamo ed esperta di jihadismo, che approfondisce i fenomeni terroristici nell’area caucasica, ponendo l’attenzione sui movimenti terroristici armeni e sugli estremisti religiosi. Ulteriori spunti di riflessione e di analisi emergono nel quinto capitolo, che include contributi riguardanti le infrastrutture critiche quali principali obiettivi degli attacchi terroristici nelle tre aree geografiche considerate, servendosi di un approccio analitico alle potenziali minacce. Inara Yagubova (project manager presso l’ADA University di Baku) illustra le minacce terroristiche – e gli strumenti di protezione – in relazione alle infrastrutture energetiche in Azerbaigian, mentre Nabil Benmoussa (docente di economia presso l’Université Sétif 2), prende in esame le implicazioni economiche del terrorismo e delle relative politiche di contrasto nel caso algerino. Allo scenario europeo è dedicato il contributo di Fabio Indeo, analista della NATO Defense College Foundation ed esperto di geopolitica energetica dell’Asia centrale, il quale approfondisce le vulnerabilità e le strategie di protezione delle infrastrutture critiche europee, anche a fronte delle nuove fide poste dal cybercrime. A seguire, il Comandante Mario Leone Piccinni, Ufficiale della Guardia di Finanza ed esperto di criminalità informatica, esplora il complesso tema del finanziamento al terrorismo, delineando i sistemi di finanziamento locali e internazionali delle organizzazioni terroristiche.

La terza e ultima sezione riguarda le politiche e le strategie di deradicalizzazione. Al suo interno, il settimo capitolo illustra la risposta antiterroristica, con un iniziale contributo di Stefano Bonino, criminologo esperto di terrorismo e di crimine organizzato, che discute le strategie antiterroristiche algerine – dalle più repressive alle misure più versate sul dialogo. Per quanto riguarda gli altri due Paesi in oggetto, le attività di antiterrorismo e radicalismo nel contesto azerbaigiano sono esaminate da Anar Valiyev, mentre il caso italiano è analizzato da Stefano Bonino e Andrea Beccaro, quest’ultimo docente di Studi strategici e di Studi sulla guerra rispettivamente all’Università di Torino e all’Università Statale di Milano. Il capitolo successivo attribuisce un ruolo chiave all’educazione, alla prevenzione e alla risposta al terrorismo e al radicalismo, così come evidenziano Valiyev nel trattare il caso azerbaigiano e Benmoussa nell’illustrare le recenti riforme educative in Algeria, concepite come parte della risposta a tali fenomeni. Le iniziative di coinvolgimento della società civile vengono poi affrontate, a livello europeo, da Šeila Muhić. Il nono e ultimo capitolo chiude il volume con uno studio di Karim Regouli, ricercatore presso l’Université Sétif 2, riguardante il delicato e complesso processo di riconciliazione in Algeria dopo la decennale lacerazione dovuta al terrorismo.

Per l’ampiezza degli argomenti trattati, per la molteplicità delle prospettive e per l’originalità dei casi di studio comparati, il volume si configura come un contributo essenziale nel fornire chiavi di lettura finalizzate all’analisi e all’approfondimento dei fenomeni della radicalizzazione e del terrorismo, rappresentando, inoltre, un valido riferimento nel delineare politiche efficaci di contrasto a tali fenomeni. Nell’ambito degli studi più recenti, il volume si colloca fra i più rilevanti che indagano il legame tra radicalizzazione, estremismo e terrorismo e le relative politiche di contrasto, tra i quali conviene menzionare Communities and Counterterrorism (Routledge, 2019), a cura di Basia Spalek e Douglas Weeks, e Countering Violent Extremism. The international deradicalisation agenda (Bloomsbury Publishing, 2021) di Tahir Abbas, nonché importanti contributi come “Contrasto al terrorismo internazionale, con particolare riferimento al fenomeno dei foreign fighters” edito dalla SIOI nel 2019.

Understanding radicalisation, terrorism and de-radicalisation. Historical, socio-political and educational perspectives from Algeria, Azerbaijan and Italy appare dunque come un punto di riferimento per gli studiosi e gli esperti, come pure per le istituzioni impegnate in quest’ambito. Va sottolineato, ancora una volta, l’approccio multidisciplinare – storico, politico-istituzionale, economico, sociale, operativo e socio-educativo – che contribuisce a inserire le tematiche in oggetto in un framework più ampio e articolato. In tal senso, la scelta metodologica appare funzionale non solo nei riguardi del terrorismo confessionale, ma anche all’analisi del fenomeno terroristico nelle sue diverse espressioni storico-politiche.