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Proxy War: il ruolo di Teheran nello scacchiere mediorientale

di Andrea Molle

La teoria della guerra per procura, o Proxy War Theory, si basa sull’idea che gli attori statali egemoni, noti come “mandanti” o “principali”, possano perseguire i propri interessi attraverso attori non statali, chiamati “agenti”, che agiscono come intermediari per conto dei mandanti. Questo modello è spesso associato alle guerre, dove gli attori principali cercano di raggiungere i propri obiettivi senza coinvolgimento diretto in azioni ostili. Tuttavia, questa dinamica può estendersi anche a periodi di pace relativa, evidenziando la complessità delle relazioni internazionali. La teoria mette in luce il ruolo degli attori intermediari nel facilitare o esacerbare le tensioni internazionali. Gli Stati possono influenzare gli eventi globali attraverso questi proxies, che possono essere gruppi ribelli, milizie o altre entità non statali. L’approccio analitico implicito a questa teoria offre una prospettiva approfondita sulla natura delle alleanze, dei conflitti e delle strategie di potere a livello globale. In sostanza, la Proxy War Theory fornisce un quadro concettuale per comprendere come gli attori statali possano agire indirettamente attraverso terze parti per perseguire i propri interessi, sia durante i periodi di conflitto aperto che in tempi di relativa pace. La sua applicazione consente di esaminare in modo critico le dinamiche complesse delle relazioni internazionali, evidenziando le connessioni e le influenze nascoste che possono sfuggire a una visione superficiale degli eventi globali.

Sotto il profilo formale, un elemento cruciale della Proxy War Theory è la complessità delle relazioni tra gli agenti e i principali. A un livello di base, gli Stati detti principali possono fornire sostegno finanziario, militare o politico agli agenti non statali, consentendo loro di operare più efficacemente sul territorio. Tuttavia, questa dinamica è spesso caratterizzata da un’asimmetria di potere e di informazioni, creando un contesto in cui il principale cerca di massimizzare il proprio controllo, guidando le azioni dell’agente in linea con i propri interessi. In generale, la decisione di impiegare proxy può derivare da diverse decisioni o condizioni strategiche. Ciò può includere il desiderio di mantenere una certa distanza da azioni dirette, come quelle di natura militare, o risolvere impasse diplomatiche. L’utilizzo di agenti non statali può anche offrire l’opportunità di sfruttare risorse locali e competenze specifiche dei gruppi coinvolti, consentendo al principale di perseguire obiettivi attraverso terzi attori senza esporsi direttamente. Inoltre, situazioni in cui il principale non dispone delle risorse necessarie per perseguire autonomamente i propri obiettivi possono motivare l’adozione di questa strategia indiretta.

Attualmente, chiunque osservi il coinvolgimento dell’Iran nel Medio Oriente non può ignorare le complesse dinamiche in atto. Nel corso degli anni, Teheran ha sostenuto diversi gruppi regionali, influenzando gli sviluppi nel teatro mediorientale senza farsi coinvolgere direttamente in operazioni militari. Con astuzia, l’Iran ha tessuto una rete intricata di proxies in vari paesi, utilizzandoli come strumenti per perseguire i propri interessi strategici a medio e lungo termine. Questi intermediari, costituiscono attualmente un elemento cruciale nella politica estera iraniana, permettendo a Teheran di estendere la sua influenza e avere un impatto significativo sulle dinamiche regionali senza esporsi direttamente o impegnare risorse che attualmente potrebbero non essere disponibili.

Tra i gruppi attualmente controllati a diversi livelli dalla Repubblica Islamica, è importante menzionare innanzitutto Hezbollah. Fondato nel 1982 durante l’occupazione israeliana del Libano, il movimento sciita Hezbollah è attualmente il principale agente dell’Iran. Questa organizzazione è nota sia per le sue capacità militari che per la sua ostilità verso Israele ed ha guadagnato notevole sostegno, sia politico che sociale, in Libano. Hezbollah è stato coinvolto direttamente in conflitti regionali, incluso il sostegno al regime di Bashar al-Assad nella guerra in Siria. Le milizie Houthi, conosciute anche come Ansar Allah, sono anch’esse sostenute dall’Iran nella lotta contro il governo yemenita appoggiato dall’Arabia Saudita. Il sostegno iraniano include forniture di armi e addestramento, alimentando oggi il conflitto nello Yemen e le tensioni nel Mar Rosso. In Iraq, diverse milizie paramilitari sostenute dall’Iran operano con una certa autonomia, emergendo durante l’occupazione statunitense e consolidando la loro presenza nel tempo, partecipando anche alle operazioni in Siria e in altri contesti regionali. In Siria, l’Iran ha offerto sostegno a diverse milizie e gruppi armati locali che combattono al fianco del regime di Bashar al-Assad nella guerra civile. Infine, Hamas. La relazione tra l’Iran e Hamas è complessa. Nonostante il sostegno finanziario e logistico evidente, la natura di questa connessione non è così chiara come nei casi di altri gruppi. Mentre ci sono prove di un livello di supporto iraniano, la relazione non è così diretta come nel caso di Hezbollah o dei gruppi in Iraq e Yemen. Alcuni analisti notano variazioni nel sostegno iraniano a Hamas nel tempo, con fasi di collaborazione e distanziamento. Pertanto, la definizione di Hamas come proxy dell’Iran richiede un approccio più sfumato rispetto ad altri gruppi nella regione.

Mentre l’Iran vede indubbiamente in questi gruppi lo strumento ideale per perseguire i propri interessi strategici in Medio Oriente, l’analisi di queste relazioni rivela dinamiche complesse e sfide legate alla gestione delle alleanze e alla ricerca di una coerenza di obiettivi tra Teheran e i suoi proxies. La presenza e l’azione di questi proxies contribuiscono certamente a ridefinire gli equilibri di potere nella regione e ad influenzare le dinamiche geopolitiche su scala globale. Tuttavia, sottostà a un rapporto complesso in cui Teheran, nonostante il sostegno finanziario e militare fornito ai suoi proxies, sembra non poter contare sul loro completo controllo. L’intelligence statunitense stima infatti che diversi gruppi, tra cui le milizie Houthi e quelle operanti in Iraq e Siria, agiscano ormai in modo relativamente autonomo, mostrando interessi e ambizioni divergenti da quelli di Teheran e rischiando di portare il paese sull’orlo di un conflitto che non può certamente permettersi.

Chi si avvicina a queste problematiche con l’idea che esista una relazione deterministica e gerarchica esclusiva tra il principale e l’agente fatica a comprendere le ragioni di questa contingenza, ma per la Scienza Politica, ciò non rappresenta certo una novità. L’emergere di conflitti di interessi tra il principale e i proxies può generare divergenze operative e decisioni autonome da parte di questi ultimi. Inoltre, informazioni asimmetriche e mancanza di controllo sui processi decisionali possono complicare la gestione delle esigenze operative a breve termine e generare incertezze nelle risposte di tutti gli attori coinvolti, compresa la comunità internazionale.

Questa situazione è conosciuta in Economia come il “problema principale-agente”, in cui possono emergere conflitti di interessi dovuti a divergenze di priorità che portano gli agenti a agire in modo autonomo e indipendente dal principale. Le potenziali implicazioni della mancanza di controllo sono significative sia per la situazione geopolitica della regione che per determinare i parametri di risposta delle potenze occidentali, ad esempio nel caso degli attacchi alle imbarcazioni commerciali o contro le loro truppe presenti nel teatro operativo.

L’intelligence americana e dei paesi NATO, pur riconoscendo il sostegno iraniano e la natura della relazione principale-agente, non attribuisce pertanto direttamente a Teheran la progettazione e l’esecuzione di tali attacchi. Ciò genera incertezza sulle contromisure da adottare, poiché non è chiaro fino a che punto l’Iran sia coinvolto o responsabile, ma allo stesso tempo riduce la probabilità di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e dell’Europa in un conflitto aperto con l’Iran. Questo scenario complica comunque la reazione politica e le decisioni operative degli attori occidentali, che devono considerare la disparità di interessi tra Teheran e i suoi proxies. Infine, la mancanza di un controllo totale su gruppi come gli Houthi suggerisce che la cessazione di conflitti specifici, come quello a Gaza, potrebbe non portare automaticamente a una pausa delle ostilità da parte dei proxies iraniani.

Questa riflessione è di estrema importanza poiché mette in discussione alcuni concetti consolidati diventati dogmi nell’analisi geopolitica dei conflitti in Medio Oriente. Un’applicazione accorta della Proxy War Theory mina in particolare la presunta relazione causale tra gli attacchi nel Mar Rosso e in Iraq e la guerra tra Israele e Hamas. Sebbene l’avvio delle operazioni dell’IDF nella Striscia di Gaza abbia probabilmente contribuito all’estensione del conflitto, l’idea che la fine delle ostilità tra Israele e i palestinesi porti automaticamente alla cessazione dei conflitti nelle zone circostanti è ingenua e priva di fondamento. Esistono diversi motivi per questa conclusione.

Innanzitutto, il contesto delle operazioni di questi agenti nel teatro precede gli eventi del 7 ottobre 2023, sebbene l’intensità e la natura dei loro obiettivi siano cambiate. Inoltre, non si può escludere che l’Iran abbia interesse a prolungare gli scontri per creare un nuovo status quo che gli permetta maggior spazio di manovra sulla sua politica nucleare. È importante considerare anche che altri attori internazionali, come Russia o Cina, che sono in qualche modo “principali” dell’Iran, potrebbero trovare la situazione utile per raggiungere i propri obiettivi strategici, come ad esempio indebolire le economie occidentali o testare/erodere le capacità militari della NATO. Infine, come emerge dalla discussione precedente, non è scontato che siano solo i proxies iraniani a non essere influenzati da ragioni diplomatiche.


Azione israeliana in Libano e rischio di escalation regionale: il punto del Direttore.

Dall’intervista di Stefano Leszczynski a Claudio Bertolotti, per Radio Vaticana, trasmissione Il Mondo alla Radio del 3 gennaio 2024 (VAI AL PODCAST)

L’azione israeliana in Libano e il rischio di escalation.

Gli attentati a Beirut e in Iran infiammano la crisi medio orientale. La guerra di Israele tra battaglie nella Striscia di Gaza e omicidi mirati.

Federica Saini Fasanotti – storica militare e studiosa dell’ISPI

Eric Salerno – giornalista esperto di questioni medio orientali e relazioni internazionali

Claudio Bertolotti – direttore di Start Insight e ricercatore ISPI

Il 2 gennaio 2024, un attacco nel sud di Beirut, Libano, in cui è avvenuta l’uccisione del numero due di Hamas, Saleh al-Arouri, è stato attribuito a Israele e ha preso di mira una roccaforte del gruppo sciita e filo-iraniano Hezbollah. L’attacco ha causato anche vittime collaterali, suscitando la condanna di Hezbollah e la promessa che l'”assassinio” di al Arouri a Beirut non resterà impunito. Le forze armate israeliane hanno diffuso video dell’attacco, sottolineando il loro coinvolgimento nell’incidente. L’evento ha sollevato preoccupazioni riguardo a una possibile escalation tra Libano e Israele.

Dottor Bertolotti, c’è il rischio che le operazioni mirate israeliane come quella in Libano inneschino davvero un conflitto regionale?

Dal punto di vista razionale – secondo Bertolotti – nessuno degli attori coinvolti vuole un allargamento del conflitto a livello regionale. Non lo vuole Israele e non lo vuole l’Iran che, invece, punta a una serie di micro-conflitti e coinvolgimento dei piccoli attori regionali, dagli Houthi nello Yemen ad Hezbollah in Libano per distrarre lo sforzo militare di Israele, indebolendolo. Ma al di la della volontà razionale ci sono le scelte emotive, che spesso condizionano le dinamiche delle relazioni internazionali che possono portare ad effetti incontrollabili. E il rischio di un’escalation orizzontale a livello regionale, in questo senso, è un rischio possibile.

Dott. Bertolotti, la prudenza del governo libanese, che ha chiesto a Hezbollah di non reagire a Israele in maniera autonoma, che cosa suggerisce?

Il governo di Beirut è il primo a voler scongiurare un allargamento del conflitto, perchè ciò significherebbe il collasso dello stato libanese e l’avvio di una nuova guerra civile che sarebbe micidiale per la sopravvivenza dello stesso stato libanese. Questa la ragione per cui il governo libanese svolge un ruolo di intermediario con Hezbollah che noN è, come non è mai stato, sotto controllo governativo, ponendosi come milizia, esercito autonomo legato ai gruppi di potere sciiti a loro volta legati con l’Iran, che di Hezbollah ne sta facendo un uso opportunistico in funzione anti-israeliana, senza però farsi direttamente coinvolgere.

Direttore, la posizione di Ankara (membro della NATO) in questa crisi pone alcuni interrogativi sul proprio ruolo e affidabilità?

La Turchia persegue un proprio e ben definito progetto di proiezione di influenza in tutto l’arco mediterraneo allargato, dal Corno d’Africa ai paesi del Maghreb. La vicinanza ad Hamas, che si lega alla pericolosa organizzazione dei Fratelli Musulmani, è coerente con questa visione di potenza che prevede il consolidamento dei rapporti con i governi e le organizzazioni locali in un’ottica di ricostituzione di un perimetro geopolitico artificiosamente coerente con la storia e con l’ego sproporzionato del presidente Erdogan. Ma non illudiamoci che una qualsiasi alternativa a Erdogan possa avere una visione differente, questa è l’ambizione della Turchia contemporanea.


Medioriente: attacco mirato statunitense in Siria contro obiettivi iraniani.

Intervista a C. Bertolotti, ospite di Laura Zucchetti a TELETICINO, edizione del 27 ottobre 2023, ore 12.00.


Intervista a Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight (edizione dl 27 ottobre 2023, ore 12.00).

Due aerei da combattimento statunitensi hanno colpito depositi di armi e munizioni in Siria come rappresaglia per gli attacchi alle forze americane in Iraq da parte delle milizie sostenute dall’Iran.

Il presidente Joe Biden ha ordinato attacchi alle due strutture utilizzate dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane e dai gruppi di milizie da queste sostenuti, avvertendo che gli Stati Uniti sono pronti ad adottare ulteriori misure se gli attacchi da parte dei proxy dell’Iran dovessero continuare. Un chiaro segnale di posizionamento statunitense in funzione di deterrenza all’ipotesi di escalation orizzontale del conflitto in Medioriente.


Gaza è una trappola, ma l’offensiva di terra inevitabile (Bertolotti -Ispi), ADNKRONOS

Incubo close combat e urban warfare, dimensione sotterranea della Striscia è l’asso nella manica di Hamas, rischio ‘escalation orizzontale’

ADNKRONOS, 24 ottobre 2923, (Vir/Adnkronos)

“Gaza è una trappola”, ma non c’è alternativa all’operazione dentro la Striscia. L’incubo israeliano si chiama ‘close combat’. E lo scenario peggiore si concretizza nella “dimensione sotterranea” della Striscia, in quel labirinto di tunnel che sono l’obiettivo dei raid israeliani e l’ “asso nella manica” di Hamas mentre l’opinione pubblica israeliana si aspetta il ‘mission accomplished’. Ma c’è anche il rischio “escalation orizzontale”. Claudio Bertolotti, analista dell’Ispi esperto di Medio Oriente e Nord Africa, di radicalizzazione e terrorismo internazionale e direttore di Start InSight, ragiona con l’Adnkronos mentre la crisi in Medio Oriente, scatenata dal terribile attacco del 7 ottobre di Hamas in Israele, non sembra destinata a esaurirsi in tempi brevi e anzi si teme un allargamento del conflitto.

Bertolotti è convinto che “non esista un’opzione alternativa dal punto di vista politico” all’operazione dentro la Striscia, ritiene sia una “opzione inevitabile”, perché “non agire con forza” nei confronti di Hamas dopo quel brutale attacco significherebbe dire che qualunque azione terroristica di fondo passa senza grandi conseguenze… (vai all’articolo di Alessia Virdis per ADNKRONOS.

Punti in evidenza nell’articolo

‘Mettere in conto un numero di perdite elevato’

‘In area urbana mezzi corazzati estremamente vulnerabili’

‘Iran opera per aprire due fronti, quello libanese e quello siriano’


L’informazione “dettata” da Hamas: la guerra cognitiva dei terroristi. Dal commento di C. Bertolotti a Start (SKY TG24).

I commenti di Claudio Bertolotti, Direttore di START inSight e Natalie Tocci, Direttore IAI a START, trasmissione di SKY TG24 (puntata del 19 ottobre 2023)

(Bertolotti) “Guardando al caso dell’ospedale nella striscia di Gaza colpito da un razzo palestinese, emerge quanto sia pericoloso dar credito a informazioni non verificate in grado di incidere in maniera significativa, sia sull’opinione pubblica, sia sui processi decisionali, politici e militari.

In questo specifico caso, così come in molti altri, la percezione ha prevalso sulla realtà: e questo è l’effetto della guerra cognitiva, volta a indirizzare il nostro pensiero. Una guerra che Hamas sta conducendo in maniera estremamente abile e che ha portato a definire i tempi e le modalità delle relazioni internazionali, annullando o posticipando gli incontri tra le parti. La responsabilità di Israele è stata esclusa, ammesso che ci sia mai stata. E questa, da un lato è la sconfitta del giornalismo che non è stato in grado di verificare, prestandosi alla propaganda di un gruppo jihadista, e, dall’altro è stata la grande vittoria della disinformazione di Hamas, che è così riuscita a spingere le masse arabe nelle piazze e, al contempo, ha smosso la mole di utili inconsapevoli che in Occidente sono caduti nel tranello, o meglio nell’operazione.”


Il richiamo di Hamas e il rischio di terrorismo. Il commento del direttore C. Bertolotti a TGCOM 24

L’intervento del Direttore C. Bertolotti a TGCOM 24 Mediaset (approfondimento del 18 ottobre 2023) – PRIMA PARTE

L’intervento del Direttore C. Bertolotti a TGCOM 24 Mediaset (approfondimento del 18 ottobre 2023) – SECONDA PARTE

Dopo gli attacchi terroristici operati da Hamas e il Jihad Islamico nel sud di Israele, e dopo la violenza inaudita utilizzata contro civili inermi, sembra che si stia riproponendo il metodo jihadista utilizzato all’epoca aurea del Califfato. Questo ha riacceso gli animi dei così detti lupi solitari in Europa. Che rischi di emulazione si corrono sulla base di quanto accaduto in Francia e Belgio?

Il terrorismo jihadista, così come l’abbiamo conosciuto nel corso degli ultimi anni, ha avuto la sua massima espressione di violenza nel periodo 2015-2017, in concomitanza con l’espansione dello Stato islamico in Siria e in Iraq. Anche grazie all’amplificazione massmediatica, lo Stato islamico riuscì ad attirare una serie di reclute, di adepti, ma anche semplicemente a ispirare soggetti che poi colpirono in suo nome, pur senza fare parte dell’organizzazione. Dal 2018, gli attacchi terroristici sono diminuiti e si sono stabilizzati su numeri comunque importanti per l’Europa. Parliamo di 18, 20 attentati all’anno, spesso fallimentari e con una bassa attenzione mediatica. Azioni che non hanno alimentato l’effetto emulativo.

Oggi, al contrario, ci troviamo di nuovo in una situazione simile a quella del 2015-2017: non c’è più lo Stato islamico che si impone mediaticamente, ma c’è la guerra, la contrapposizione fra israeliani e Hamas.

La guerra tra Israele e Hamas è un grande evento che, purtroppo, alimenta la minaccia potenziale – sempre in attesa di essere attivata – di singoli soggetti emulatori, i quali aspirano a essere riconosciuti come mujaheddin ed eventualmente shahid (martiri) imponendo, attraverso la violenza, il messaggio jihadista del “noi contro voi”. La fabbrica dell’odio – se così possiamo chiamarla – è però sempre rimasta attiva, non si è mai fermata, con riferimento a ciò che avviene in un mondo parallelo, quello virtuale del Web dove la fabbrica dell’odio non soltanto esiste, ma si consolida lentamente. Un mondo parallelo, nel quale tutto viene inteso e interpretato in maniera assoluta e trasformato in una visione del mondo a senso unico. Chi entra in questa bolla virtuale, alla fine crede di essere portatore di un’istanza di massa contro l’Occidente, che inevitabilmente diventa il nemico da abbattere. Piùdei luoghi fisici, cioè più delle moschee e più dei centri sociali di incontro dei radicalizzati, il Web è così diventato da molto tempo il terreno di confronto e di raccolta di informazioni degli estremisti.


Israele: una guerra diversa. Il punto della situazione e l’analisi

di Claudio Bertolotti

dall’intervento di Claudio Bertolotti a SKY TG24 Mondo (Puntata del 13 ottobre 2023)

Intervento video di Claudio Bertolotti a SKY TG24 Mondo, ospite di Roberto Tallei

Il punto della guerra contro Hamas a Gaza (13 ottobre)

A quasi una settimana dagli attacchi di Hamas contro le città e le comunità israeliane, continuano gli attacchi dell’IDF contro siti terroristici a Gaza, mirati alle capacità militari e amministrative di Hamas. L’aviazione israeliana ha colpito alti dirigenti, centri di comando e controllo, siti di lancio di razzi, istituzioni finanziarie e governative chiave di Hamas che contribuiscono alle sue operazioni militari. In totale, oltre 1.000 terroristi sono stati uccisi (Fonte IDF).

L’IDF continua a fare affidamento sull’intelligence per eseguire questi attacchi. Una serie di obiettivi colpiti includeva una rete di siti di lancio di UAV all’interno e sopra le case di Gaza. Il sito preso di mira la scorsa notte includeva le case di un agente della forza Nukhba, un sito operativo di Hamas in cui sembra si trovasse il fratello di Yahya Sinwar e una postazione dell’intelligence di Hamas utilizzata per tracciare i movimenti delle forze (fonte IDF).

Venerdì, in vista di una continuazione degli attacchi operativi dell’IDF, l’IDF ha chiesto ai civili di Gaza di spostarsi a sud di Wadi Gaza attraverso una varietà di canali, compresi i media tradizionali e i media digitali, tutti in arabo. L’obiettivo è quello di fornire allarmi efficaci e anticipati in modo che i civili possano proteggersi evacuando, cercando riparo o intraprendendo altre azioni appropriate (fonte IDF).

Il valico di Erez rimane non utilizzabile a seguito degli attacchi di Hamas, mentre il valico di Kerem continua ad essere sotto attacco. 9 delle 10 linee elettriche da Israele a Gaza sono state distrutte dal lancio di razzi di Hamas. Israele ha dichiarato che non riparerà queste infrastrutture né continuerà la sua fornitura di elettricità e carburante a Gaza, che Hamas sfrutta per uso militare e impedisce che raggiunga la popolazione civile (fonte IDF).

Difesa del sud di Israele

Le forze dell’IDF nel sud di Israele continuano a respingere i tentativi di attacchi di infiltrazione, così come gli attacchi isolati da parte di cellule terroristiche rimaste nel sud di Israele. Ciò includeva la neutralizzazione di un terrorista vicino al Kibbutz Kissufim giovedì sera, una delle città che erano state attaccate durante il massacro di sabato. In totale, almeno cinque terroristi sono stati neutralizzati dalle forze dell’IDF nelle ultime 24 ore.

Altri settori militari

L’esercito è in uno stato di elevata capacità e preparato a qualsiasi minaccia. Nell’ambito della valutazione della situazione in corso, l’IDF ha dichiarato l’area di Metula, la parte più settentrionale di Israele, come zona militare interdetta. Le forze dell’IDF sono dispiegate e monitorano attivamente l’area.

Nel corso delle operazioni notturne in Giudea e Samaria, sono stati arrestati 47 soggetti, 34 dei quali appartenevano ad Hamas. Ad Azun è stato trovato anche un laboratorio di esplosivi di Hamas. In totale, 130 agenti di Hamas sono stati arrestati nella regione di Giudea, Samaria e Beka’a da sabato.

Il fronte interno

Il lancio di razzi da Gaza è continuato, comprese raffiche di razzi verso il sud e il centro di Israele, con una salva sparata verso il nord di Israele venerdì pomeriggio. Sbarramenti particolarmente pesanti furono sparati verso Ashkelon (132.000 abitanti) e Sderot (27.000 abitanti). A partire da ieri, oltre 6.000 razzi sono stati lanciati contro Israele.

Analisi generale

Perché questa guerra sarà diversa da quelle affrontate negli anni precedenti dall’esercito israeliano?

Questa guerra sarà diversa da quelle affrontate negli anni precedenti perché a differenza delle precedenti rischia di sfociare in una guerra regionale in grado di coinvolgere l’Iran, la Siria, il Libano e gli Stati Uniti, e di allargarsi ulteriormente con strascichi di lungo periodo difficili da prevedere.

L’allargamento regionale del conflitto, da un punto di vista razionale in realtà non è auspicato da nessuno, in primo luogo da Hezbollah e dal Libano a causa del rischio di implosione economica e sociale dello stato libanese, con il rischio di una nuova guerra civile. Ma neanche l’Iran vuole dare il via a un’escalation che allarghi il conflitto. Ma da un punto di vista emotivo c’è sempre il rischio che le parti siano spinte o si lascino trascinare verso una crescente partecipazione alla guerra contro Israele e questo rappresenterebbe un punto di non ritorno che determinerebbe la ridefinizione violenta degli equilibri dell’intero vicino e medioriente.

Differenze tra Hamas, Hezbollah, Jihad dal punto di vista della possibile offensiva e della reazione all’offensiva israeliana

Nella sostanza, e sposando l’approccio israeliano dobbiamo considerare le due organizzazioni non come “insorti” o “guerriglieri”, ma come “eserciti organizzati, ben addestrati, ben equipaggiati per le loro missioni”. Questo da un punto di vista sostanziale che li colloca all’interno della medesima categoria di nemici sul campo di battaglia.

E sempre sul piano sostanziale sono due minacce dirette alla sicurezza dello Stato di Israele, e per questo inserite negli obiettivi primari della strategia di difesa israeliana.

Da un punto di vista storico e ideologico, le differenze ci sono, e non solamente dal punto di vista religioso, sciiti gli appartenenti a Hezbollah, sunniti gli appartenenti ad Hamas. Non sono ideologicamente vicini, tant’è che nella guerra in Siria hanno combattuto su fronti contrapposti, ma entrambi ambiscono a distruggere Israele.

Hezbollah movimento jihadista islamico sciita che nasce come movimento di resistenza anti-israeliano. Il suo obiettivo è la difesa del Libano contro la “probabile aggressione israeliana” e la creazione di uno Stato islamico libanese, però in contrapposizione alla visione dello Stato islamico, già ISIS.

Hamas nasce anch’esso come movimento islamista, ma sunnita e fortemente legato alla Fratellanza musulmana, con chiare connotazioni radicali. L’obiettivo primario è la liberazione dei territori palestinesi e la distruzione dello Stato di Israele, non riconosce le Nazioni Unite e rifiuta di accettare qualunque conferenza di pace e qualunque forma di compromesso con Israele, rifiutando di fatto l’ipotesi dei due stati per due popoli.

Quanto sono “fondamentali” per Hamas ostaggi e residenti? Hamas si è detta contraria a corridoio umanitario

Hamas, accecato dalla propria visione e immerso nella propria battaglia ideologica, ha sottovalutato gli effetti di questa operazione a danno di Israele e pagherà con la propria esistenza l’eccesso di violenza. In questo momento la presenza degli ostaggi viene sfruttato da Hamas per indurre Israele a un minore livello di violenza contro Gaza. Ma questo non avverrà. E allora Hamas ricorre alla carta estrema di trasformare l’intera popolazione di Gaza in un immenso scudo umano da sfruttare a proprio favore o da trasformare in martiri utili alla propaganda jihadista che verrà sfruttata ed ereditata dai movimenti jihadisti che raccoglieranno il testimone di Hamas dopo la sua scomparsa.

È vero che Israele ha abbandonato lo spionaggio “sul campo” per affidarsi tutto alla tecnologia? È per questo che un attacco pianificato per due anni sia stato completamente ignorato?

La dottrina strategica di Israele del 2015 e il più recente concetto operativo delle forze armate israeliane prevede, come pilastro e elemento di successo, il funzionamento dello strumento intelligence. Sia in termini di raccolta informazioni ad alto livello tecnologico sia attraverso la raccolta informazioni diretta dagli uomini sul campo. Nessuna delle due è venuta meno nel corso degli anni, ma è evidente che qualcosa non ha funzionato, in parte per aver sopravvalutato l’effettiva propria capacità informativa, in parte per l’alto livello di depistaggio attuato da Hamas e, forse in parte, per la competizione interna tra Shin Bet e Mossad, le due agenzie di intelligence israeliane.

Come potrà svilupparsi l’operazione di terra? Chirurgica o più su vasta scala? Quanto può durare? Con quali fasi?

La somma delle due opzioni: una prima attività di bombardamento mirato e chirurgico a cui seguirà un’invasione massiccia mista: mezzi corazzati e fanteria leggera per il combattimento nel centro urbano di Gaza, che rappresenta la più pericolosa delle fasi della guerra e che potrebbe portare a un elevato numero di vittime da entrambe le parti. Rimando alla lettura dell’analisi dettagliata pubblicata con ISPI (Spazio e tempo dell’offensiva israeliana a Gaza).

Alle operazioni militari si affiancano operazioni psicologiche per influenzare opinione pubblica e attivazione canali diplomatici. Quanto sarà fondamentale il sostegno della popolazione di Gaza ad Hamas?

Hamas e Israele sfruttano entrambe le operazioni psicologiche. Israele per indurre il terrore nei confronti di Hamas; basta la frase di Netanyahu “ogni uomo di Hamas è un uomo morto” per far capire il peso e la gravità della situazione. Al tempo stesso Hamas spaccia per mera propaganda la possibilità che Israele attacchi violentemente Gaza, e questo per tenere la popolazione nell’area degli obiettivi militari, arrivando anche a minacciare le stesse famiglie palestinesi in cerca di salvezza.

Il sostegno della popolazione per Hamas è certamente importante ma, a questo punto credo non risolutivo. Se Hamas è dovuta ricorrere alla minaccia per tenere la popolazione di Gaza all’interno della città significa che la fiducia nell’organizzazione politica e terrorista è venuta meno.

Rispetto alla geografia di Gaza, dove potrebbe avvenire lo schieramento?

Guardando alle forze in campo e alla geografia del territorio, limitandoci alla componente terrestre possiamo ipotizzare un primo schieramento di carri armati israeliani a sud di Gaza City dove c’è una linea di cresta che domina il centro urbano; area che potrebbe essere strategica per il controllo del terreno e per il supporto di fuoco. Al tempo stesso, una seconda aliquota potrebbe posizionarsi all’estremo nord di Gaza, vicino al valico di Erez, dove si trovano aree rurali e ampi terreni utili allo schieramento di unità di supporto al combattimento.  Un terzo punto di accesso potrebbe essere l’estremo sud, vicino a Rafah. 

Un’altra area di possibile schieramento a supporto delle unità di fanteria si trova a est di Khan Yunis, a sud della città di Gaza, dove i mezzi corazzati possono muoversi più facilmente e prendere posizioni di fuoco.

Una nota sull’uso fosforo bianco

L’uso di munizionamento al fosforo bianco è legittimo quando usato contro obiettivi militari isolati, per illuminare il campo di battaglia di notte o per creare cortine di fumo utili a nascondere il movimento delle truppe sul terreno. È invece vietato il suo utilizzo in ogni caso in cui vi sia il rischio di colpire obiettivi civili. E in questo senso va la decisione israeliana di imporre alla popolazione di Gaza di abbandonare il centro urbano; ed è lo stesso motivo per cui Hamas starebbe obbligando con la minaccia e la violenza la popolazione di Gaza a rimanere nelle proprie case, come scudi umani in funzione di deterrenza.


Israele: la risposta e lo scenario di guerra

di Claudio Bertolotti

Il 7 ottobre, Hamas attraverso la sua ala militante, la Brigata Al Qassem, ha lanciato un attacco a sorpresa, terrestre e aereo, contro Israele. Un fatto che si è imposto come la più significativa escalation di violenza tra le due parti degli ultimi decenni. Centinaia di combattenti di Hamas hanno attraversato la Striscia di Gaza in territorio israeliano e hanno attaccato i posti di confine, investendo con la loro violenza obiettivi militari e aree residenziali (fonte ISW).

In tale contesto di violenza, Hamas e la Brigata Al Qassem hanno invitato le milizie palestinesi e i membri dell’Asse della Resistenza a unirsi alla lotta contro Israele.

Un appello, rivolto e raccolto dal gruppo libanese Hezbollah che, unitamente alle milizie palestinesi, hanno condotto attacchi contro le posizioni israeliane rispettivamente dal Libano meridionale e dalla Cisgiordania (fonte ISW)

Quali le ragioni all’origine di questa azione coordinata e strutturata su ampia scala?

Due i principali fattori determinanti il conflitto in corso: interni ed esterni alla questione palestinese.

Il principale fattore interno è rappresentato dalla competizione tra l’ala politica e militare di Hamas e l’Autorità nazionale palestinese (Anp), dove il primo attore intende esautorare il secondo per divenire unico punto di riferimento della popolazione palestinese e nei rapporti internazionali.

Parallelamente al fattore interno si impone quello esterno, conseguente al processo di normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi (Arabia Saudita in primis) e Israele. Un effetto destabilizzante per le ambizioni regionali dell’Iran.

Guardando ad entrambe le dimensioni, interne ed esterne, è ovvio che fosse nell’interesse di Hamas e dell’Iran minare tale accordo. Dunque una convergenza di interessi, sebbene su basi molto diverse.

L’aver inflitto un così grave danno ad Israele, oltre ad aver evidenziato la vulnerabilità di Gerusalemme, ha dimostrato forza e volontà di Hamas (e dell’Iran) e la debolezza della classe politica dell’ANP, disposta a concedere molto (troppo) agli israeliani.

Un recente articolo di Samia Nakhoul e Jonathan Saul per Reuters getta luce su alcuni aspetti interessanti, che dovranno presto essere approfonditi per comprendere le dinamiche che hanno determinato lo scenario a cui stiamo assistendo. In primis, Hamas avrebbe costruito un finto insediamento israeliano a Gaza per addestrarsi in preparazione dell’attacco; in secondo luogo, la preparazione sarebbe durata due anni, durante i quali Hamas ha dato l’impressione di non voler entrare in conflitto aperto ma di essere piuttosto focalizzato su economia/assicurare i diritti dei lavoratori della Striscia di Gaza; infine, terzo elemento, molti leaders di Hamas sarebbero stati all’oscuro dell’operazione.

In ogni caso, il risultato ottenuto è stato quello di minare nel breve periodo l’accordo tra le parti, ricollocando la questione palestinese al centro delle dinamiche mediorientali e di tutto il mondo arabo, dopo la sostanziale marginalizzazione di fatto avvenuta negli ultimi anni.

Quali gli sviluppi possibili del conflitto in corso?

Cosa accadrà (e cosa sta già accadendo)? Gli israeliani cercheranno di decapitare la leadership di Hamas. E se questo non bastasse (e non basterà) per indurre Hamas a cessare il lancio di razzi e ad avviare negoziati per liberare gli ostaggi, allora potremmo assistere a un’invasione israeliana su vasta scala di Gaza. Con ciò proponendo uno scenario simile a quello del 2005, quando Israele lasciò Gaza dopo averla occupata, con grande sforzo e oneri straordinari (intervista a Martin Indyk, per Foreign affairs del 7 ottobre 2023).

In questo caso, sul piano operativo si pone il problema della gestione di un conflitto in un’area ad alta densità di popolazione, dove la manovrabilità delle truppe di terra e il rischio di provocare un elevato numero di vittime potrebbe provocare una reazione di massa non solo da parte degli arabi a Gaza, ma anche dei profughi palestinesi nel vicino Libano e il molto probabile coinvolgimento di Hezbollah, anche questo sostenuto dall’Iran, e contemporanee rivolte violente in Cisgiordania e nella capitale Gerusalemme. Dunque un conflitto su più fronti, veramente difficile da sostenere, nonostante il massiccio e indiscusso supporto degli Stati Uniti.

E proprio per evitare il pantano di una guerriglia urbana è molto probabile che la prima fase della risposta di Gerusalemme possa svilupparsi attraverso l’impiego massiccio dell’aviazione e di droni per attacchi mirati, con l’obiettivo di indurre Hamas a desistere dall’offensiva intrapresa. Un’opzione operativa che potrebbe avere qualche speranza di successo solo se i paesi arabi più influenti su Hamas (Arabia Saudita, Qatar, Egitto) riuscissero attraverso un’azione diplomatica ad incidere sul gruppo palestinese. È una possibilità, ma la probabilità che ciò avvenga è molto limitata.

Al contrario, almeno nelle intenzioni di Hamas, è l’escalation di violenza il risultato fortemente voluto e ricercato dal gruppo. E questo perché è l’unica opzione per far rivoltare le opinioni pubbliche dei paesi arabi nei confronti delle rispettive leadership di governo (in particolare Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, insieme a quelli che hanno aderito all’“accordo di Abramo” avviato dall’allora presidente statunitense Donald J. Trump), perché l’obiettivo strategico di Hamas è quello di cancellare Israele dalla faccia della terra.

Insomma, l’unica carta vincente di Hamas (a dispetto delle esigenze e delle priorità dei palestinesi di Gaza), è l’intensificazione e l’allargamento del conflitto che coinvolga quanti più attori possibili, così da ottenere la sconfitta e la distruzione di Israele, l’unica democrazia liberale in tutto il Medioriente.


Vent’anni fa la guerra in Iraq. L’anniversario scomodo di una guerra dalle conseguenze irreversibili per l’ordine internazionale

di Claudio Bertolotti

dall’intervista di Alessia Virdis per ADNKRONOS

20 anni dall’invasione dell’Iraq: è un anniversario scomodo per l’Occidente e, se sì, perché?

La guerra in Iraq è una delle guerre più controverse e disastrose degli ultimi decenni; una guerra in cui gli effetti negativi hanno superato di gran lunga qualsiasi possibile risultato positivo.

Parte dell’opinione pubblica di allora ha oggi allontanato le emozioni e i sentimenti provati e vissuti vent’anni fa in occasione della guerra in Iraq che seguì, di poco, quella maggiormente coinvolgente in Afghanistan. Un’altra parte dell’attuale opinione pubblica, per ragioni generazionali, non ha vissuto quei momenti e colloca l’evento in un momento storico privato della sua componente emotiva. Detto questo, credo che la risposta sia: “sì, l’anniversario dell’invasione dell’Iraq del 20 marzo 2003 è scomodo per l’Occidente, e lo è per diverse ragioni”.

La prima di queste ragioni è la consapevolezza di una ricercata manipolazione dell’opinione pubblica volta a convincerla della necessità e della bontà dell’intervento militare: ricordiamo tutti l’imbarazzo del segretario di Stato Colin Powel davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite mostrare una provetta contenente borotalco, asserendo si trattasse di antrace per giustificare l’emergenza di un intervento militare Guerra basata su informazioni sbagliate. L’invio delle truppe statunitensi in Iraq si basava principalmente su informazioni errate o addirittura inventate sulle armi di distruzione di massa (WMD) possedute dal regime di Saddam Hussein. Quando si scoprì che queste informazioni erano false, molti accusarono l’amministrazione Bush di aver manipolato l’opinione pubblica per giustificare la guerra.

Un’altra ragione sono i costi della guerra. L’invasione dell’Iraq ha comportato un costo enorme in termini di vite umane e risorse finanziarie. Secondo alcune stime, la guerra ha causato la morte di oltre 100.000 civili iracheni e più di 4.400 militari americani, oltre a un costo stimato di 1,7 trilioni di dollari.

Una terza ragione è l’avvio di un periodo (ancora in corso) di instabilità regionale. L’invasione dell’Iraq ha destabilizzato l’intera regione del Medio Oriente, creando un vuoto di potere che ha permesso la nascita di gruppi estremisti come lo Stato islamico (ISIS) Creando al contempo tensioni tra i paesi dell’Occidente e quelli musulmani, alimentando il sentimento anti-occidentale in molte parti del mondo.

Una quarta ragione, infine, è data dai dubbi sulla legittimità dell’azione militare. La guerra in Iraq ha diviso l’opinione pubblica sia negli Stati Uniti che in Europa. L’assenza di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU e la mancanza di una minaccia imminente alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti hanno portato molti a chiedere il perché dell’avvio della guerra.

E ancora oggi, per fortuna, la guerra in Iraq continua a suscitare dibattiti sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo e sulla giustificazione delle azioni militari unilaterali.

Le conseguenze della guerra in Iraq continuano ad avere ripercussioni sul Medioriente?

La guerra in Iraq, iniziata vent’anni fa, è un punto di rottura sul piano delle relazioni internazionali e una svolta su quello degli equilibri geopolitici a livello regionale e globale. Un fatto storico che ha determinato l’impossibilità di ritorno all’ordine internazionale precedente, come quello della Guerra Fredda o del primo periodo post-Guerra Fredda.

Parliamo di cambiamenti irreversibili tanto da determinare ancora oggi i ritmi della politica regionale e le scelte in campo internazionale in cui giocano ora tre attori determinanti: Stati Uniti, Russia e Cina che determinano e sono condizionati dalla conflittualità competitiva tra  Arabia Saudita e Iran e dalle dinamiche di allineamento degli altri attori minori che , a cui altri attori sono obbligati ad adattarsi; e nelle sue istituzioni regionali, che mostrano tutti marcati cambiamenti e nuovi orientamenti. Al contempo non dobbiamo dimenticare il ruolo di influenza, non marginale, che la guerra in Iraq ha avuto sui fenomeni rivoluzionari e insurrezionali delle cosiddette Primavere arabe che si sarebbero sviluppati dopo pochi anni.

L’invasione dell’Iraq ha rappresentato un punto di rottura nell’ordine internazionale e ha portato a rapidi cambiamenti negli equilibri di potere regionali, che hanno costretto alla diversificazione delle alleanze e dei quadri istituzionali. Ciò è stato dimostrato dagli eventi più recenti, come la dipendenza dalla Cina e dalla Russia per le forniture di vaccini durante la pandemia di COVID-19 e l’emergere di nuove relazioni internazionali, come quella tra Iran e Russia e quella tra gli stati arabi e Israele riflessa negli accordi di Abramo del 2020. La guerra in Ucraina ha dimostrato come gli stati arabi filo-occidentali si siano astenuti dal criticare l’invasione russa, mentre altri stati si sono avvicinati a Mosca.

Qual è oggi la situazione dell’Iraq, sia a livello politico che di sicurezza?

L’Iraq è un paese in difficoltà, ma ci sono anche segnali di progresso. La situazione politica e di sicurezza rimane instabile, ma ci sono sforzi in corso per migliorare la situazione.

L’instabilità politica e di sicurezza evidenzia il permanere di numerosi problemi da affrontare e risolvere. Sul piano politico, il paese ha affrontato numerose crisi, compresa la recente crisi costituzionale del 2019-2020, caratterizzata da proteste popolari e dimissioni di funzionari governativi. Inoltre, la situazione è complicata dalla divisione tra le fazioni politiche e le tensioni etniche e religiose.

Dal punto di vista della sicurezza, l’Iraq si trova ancora sotto la minaccia del terrorismo e delle milizie armate. Sebbene lo Stato Islamico sia stato sconfitto in gran parte del paese, ancora perpetrano attacchi terroristici. Inoltre, le milizie armate filo-iraniane ancora presenti, rappresentano una minaccia per la stabilità del paese.

L’Iraq ha anche affrontato una serie di sfide economiche e sociali, inclusa la carenza di servizi essenziali, la disoccupazione e la corruzione. Tuttavia, il paese ha anche fatto progressi in alcuni settori, come l’energia, e sta cercando di attirare investimenti stranieri per stimolare la crescita economica.

In tale contesto non dobbiamo sottovalutare l’assertività di tre importanti attori: Russia, Cina e Iran, che cercando di aumentare la loro influenza in Iraq attraverso diverse azioni.

In primo luogo, la Russia sta cercando di espandere la sua presenza economica in Iraq, soprattutto nel settore energetico. Mosca ha stretto accordi con il governo iracheno per l’estrazione di petrolio e gas, e ha fornito assistenza militare sotto forma di armi e consiglieri militari.

Anche la Cina sta cercando di espandere la propria influenza economica e commerciale, offrendo investimenti e assistenza tecnica in diversi settori. Pechino ha inoltre stretto accordi energetici con l’Iraq, e ha recentemente firmato un accordo per costruire una linea ferroviaria ad alta velocità tra Baghdad e Basra.

L’Iran, invece, ha mantenuto una forte presenza politica, economica e militare, e ha sostenuto attivamente il governo iracheno nella lotta contro l’ISIS poi evoluto nel fenomeno “Stato islamico” dal 2014. Teheran ha inoltre stretto accordi commerciali e di sicurezza con il governo iracheno, e ha supportato diverse milizie sciite in Iraq.

In generale, i tre paesi cercano di aumentare la loro influenza nel paese attraverso investimenti, aiuti economici e militari, e accordi commerciali. Tuttavia, la presenza e l’influenza degli Stati Uniti in Iraq rimane forte, e gli sforzi di Russia, Cina e Iran potrebbero essere ostacolati da una crescente opposizione irachena alle ingerenze straniere.

Timeline della guerra in Iraq (CNN)

CNN (original article) — Here’s a look at the Iraq War which was known as Operation Iraqi Freedom until September 2010, when it was renamed Operation New Dawn. In December 2011, the last US troops in Iraq crossed the border into Kuwait, marking the end of the almost-nine year war.

October 16, 2002 – US President George W. Bush signs a congressional resolution authorizing him to go to war if Iraqi President Saddam Hussein refuses to give up weapons of mass destruction in compliance with United Nations Security Council resolutions.

November 8, 2002 – The UN Security Council adopts Resolution 1441, giving Iraq a final chance to comply with its “disarmament obligations” and outlining strict new weapons inspections with the goal of completing the disarmament process. The resolution threatens “serious consequences” as a result of Iraq’s “continued violations of its obligations.”

February 5, 2003 – US Secretary of State Colin Powell makes the case to the UN that Hussein poses an imminent threat.

February 14, 2003 – UN Chief Weapons Inspector Hans Blix reports to the UN Security Council that his team has found no weapons of mass destruction in Iraq.

March 17, 2003 – Bush issues an ultimatum to Hussein and his family – leave Iraq within 48 hours or face military action.

March 19, 2003 – Bush announces US and coalition forces have begun military action against Iraq.

March 20, 2003 – Hussein speaks on Iraqi TV, calling the coalition’s attacks “shameful crimes against Iraq and humanity.”

April 9, 2003 – Coalition forces take Baghdad. A large statue of Hussein is toppled in Firdos Square. The White House declares “the regime is gone.”

April 13, 2003 – Seven US prisoners of war are rescued by US troops.

May 1, 2003 – Speaking on the USS Abraham Lincoln, Bush declares “major combat operations” over, although some fighting continues.

May 22, 2003 – The UN Security Council approves a resolution acknowledging the US and Great Britain’s right to occupy Iraq.

July 22, 2003 – Hussein’s sons, Uday and Qusay, are killed by US forces.

December 13, 2003 – Hussein is captured in Tikrit.

June 28, 2004 – The handover of sovereignty to the interim Iraqi government takes place two days before the June 30 deadline previously announced by the US-led coalition.

June 30, 2004 – The coalition turns over legal control of Hussein and 11 other former top Iraqi officials to the interim Iraqi government. The United States retains physical custody of the men.

July 1, 2004 – Hussein makes his first appearance in court. He is charged with a variety of crimes, including the invasion of Kuwait and the gassing of the Kurds.

September 6, 2004 – The number of US troops killed in Iraq reaches 1,000.

November 2004 – US and Iraqi forces battle insurgents in Falluja. About 2,000 insurgents are killed. On November 14, Falluja is declared to be liberated.

October 25, 2005 – The number of US troops killed in Iraq reaches 2,000.

November 19, 2005 – At least 24 Iraqi civilians, including women and children, are killed in Haditha. Eight US Marines faced charges in the deaths, but only one was convicted of a crime, that of negligent dereliction of duty.

November 5, 2006 – The Iraqi High Tribunal reaches a verdict in the 1982 Dujail massacre case. Hussein is found guilty and sentenced to death by hanging, pending appeal.

December 30, 2006 – Hussein is hanged.

December 30, 2006 – The number of US troops killed in Iraq reaches 3,000.

January 10, 2007 – A troop surge begins, eventually increasing US troop levels to more than 150,000.

September 3, 2007 – Basra is turned over to local authorities after British troops withdraw from their last military base in Iraq to an airport outside the city.

March 22, 2008 – The number of US troops killed in Iraq reaches 4,000.

July 16, 2008 – The surge officially ends, and troop levels are reduced.

December 4, 2008 – The Iraqi Presidential Council approves a security agreement that paves the way for the United States to withdraw completely from Iraq by 2011.

January 1, 2009 – The US military hands over control of Baghdad’s Green Zone to Iraqi authorities.

February 27, 2009 – US President Barack Obama announces a date for the end of US combat operations in Iraq: August 31, 2010.

June 30, 2009 – US troops pull back from Iraqi cities and towns and Iraqi troops take over responsibility for security operations.

August 19, 2010 – The last US combat brigade leaves Iraq. A total of 52,000 US troops remain in the country.

September 1, 2010 – Operation Iraqi Freedom is renamed Operation New Dawn to reflect the reduced role US troops will play in securing the country.

May 22, 2011 – The last British military forces in Iraq, 81 Royal Navy sailors patrolling in the Persian Gulf, withdraw from the country. A total of 179 British troops died during the country’s eight-year mission in Iraq.

October 17, 2011 – A senior US military official tells CNN that the United States and Iraq have been unable to come to an agreement regarding legal immunity for US troops who would remain in Iraq after the end of the year, effectively ending discussion of maintaining an American force presence after the end of 2011.

October 21, 2011 – Obama announces that virtually all US troops will come home from Iraq by the end of the year. According to a US official, about 150 of the 39,000 troops currently in Iraq will remain to assist in arms sales. The rest will be out of Iraq by December 31.

December 15, 2011 – American troops lower the flag of command that flies over Baghdad, officially ending the US military mission in Iraq.

December 18, 2011 – The last US troops in Iraq cross the border into Kuwait.


Sicurezza energetica. La rinnovata centralità del Mediterraneo: il libro di C. Bertolotti

Acqua ed energia (rinnovabile) per la sicurezza nazionale e la cooperazione regionale

Il nuovo libro di Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight, “Sicurezza energetica. La rinnovata centralità del Mediterraneo: Acqua ed energia (rinnovabile) per la sicurezza nazionale e la cooperazione regionale” (ed. STARTInSight, 2023, 161 pp., Euro/CHF 14,00) è stato pubblicato per i tipi della Collana “InSight”, disponibile su Amazon.it o richiedendolo all’editore (info@startinsight.eu).

La storia ci ricorda che quando cambia la fonte di potere dominante, cambiano anche i rapporti di forza che dominano la politica internazionale.

Il “sistema Mediterraneo” è attualmente sottoposto a un forte stress, politico, sociale, economico, commerciale ed energetico. Deve affrontare la crisi economica e il problema della dipendenza energetica, le difficoltà di approvvigionamento di materie prime e di semiconduttori, l’accesso sempre più critico alle risorse idriche e alimentari, la sicurezza delle vie di comunicazione e la protezione delle infrastrutture critiche sottomarine.

Non v’è dubbio alcuno che l’accesso all’acqua, alle risorse alimentari e all’energia, associato alle conseguenze del cambiamento climatico e alle relazioni e agli equilibri internazionali, è e sarà sempre più l’elemento in grado di condizionare il livello di stabilità o instabilità dell’intera area del mediterraneo allargato. Questo intreccio di ambizioni e legittime aspettative, a cui si aggiungono i fattori dinamizzanti delle relazioni internazionali, che spesso appaiono inconciliabili tra loro, è la sfida che la nostra generazione ha di fronte e deve affrontare.

Acqua ed energia sono i due elementi chiave che determineranno, e che già ora determinano, l’insorgere di instabilità, emergenze e sfide sempre più pressanti e urgenti.

Lo sappiamo, ma non dovremo mai stancarci di ricordarlo in ogni occasione, che tutti i Paesi dell’area mediterranea sono minacciati dalla scarsità d’acqua e si trovano ad affrontare, da un lato, l’aumento della domanda di risorse idriche e la concorrenza tra i diversi utenti: condizioni che costringono i governi a cercare alternative diverse dalla costruzione di nuove dighe e infrastrutture per i trasferimenti energetici interregionali. Dall’altro lato, gli Stati devono affrontare una situazione che sta peggiorando sotto l’effetto del cambiamento climatico e della cattiva gestione delle risorse idriche.

Relativamente al contesto energetico, l’area mediterranea è caratterizzata da un notevole aumento delle importazioni di energia convenzionale: l’80% dei Paesi del Mediterraneo occidentale sono grandi importatori di energia fossile. Una situazione che richiede soluzioni alternative per soddisfare l’aumento del fabbisogno energetico ed evitare la produzione eccessiva di gas serra, con uno sguardo rivolto verso l’alternativa delle energie rinnovabili.

In particolare, con riferimento all’approvvigionamento e alla produzione di energia, esistono approcci contrastanti sulle modalità di accesso e sfruttamento delle energie rinnovabili. Da un lato quello razionale e pragmatico che si fonda sulla sostenibilità e tiene conto delle effettive esigenze collettive, capacità, tempi e difficoltà (tecnologiche e strutturali); dall’altro c’è l’approccio pericoloso dell’ambientalismo ideologico, basato sulla convinzione controproducente e insostenibile dell’abbandono delle tecnologie e delle risorse energetiche attuali senza progressività e su una base puramente temporale. Quest’ultimo, certamente minoritario e marginale all’interno dell’ampio panorama dell’opinione pubblica, è però in grado di ottenere un’amplificazione massmediatica delle proprie istanze, complice l’assenza di una strategia comunicativa di contro-narrazione istituzionale efficace.

Governi e decisori politici saranno pertanto chiamate ad attuare politiche realistiche, economicamente e ambientalmente sostenibili. In questo contesto, anche lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia nucleare, terza fonte energetica mondiale e principale fonte di energia non inquinante, gioca un ruolo decisivo in termini di contenimento dell’inquinamento globale il cui contributo, unitamente e in maniera coordinata e bilanciata a quello delle fonti energetiche sostenibili, richiede importanti investimenti e una chiara visione di lungo periodo.

Il tema del volume “Sicurezza energetica. La rinnovata centralità del Mediterraneo. Acqua ed energia (rinnovabile) per la sicurezza nazionale e la cooperazione regionale” parte dalle riflessioni e dalle valutazioni della ricerca[ sviluppata nel 2022 in seno alla “5+5 Defense Initiative” dal gruppo internazionale di ricercatori designati dai Paesi aderenti all’iniziativa. Il tema affrontato è strategico e di estrema attualità data la crescita nel consumo di acqua e di energie rinnovabili che le rende un importante argomento politico ed economico e al contempo oggetto primario nelle relazioni internazionali e negli equilibri di potere, interno ed esterno, alle nazioni.

«Acqua pulita e accessibile per tutti» è l’obiettivo numero 6 nella lista degli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, Sdg) adottati dalle Nazioni Unite nel 2015. Di vitale importanza per la vita umana, i Paesi del Mediterraneo occidentale, le loro popolazioni, agricoltori, allevatori e industriali, attribuiscono un’importanza vitale all’acqua.

Per quanto riguarda le energie rinnovabili (solare, eolica, idraulica, geotermica), il cui potenziale è considerato inesauribile, sono però prodotte con costi ancora elevati, e spesso non sostenibili su larga scala e con le infrastrutture esistenti. In tale quadro, caratterizzato da una grande incertezza in cui le opportunità politiche e le istanze di una parte della società civile svolgono un ruolo non sempre favorevole e costruttivo, si registra un’accelerazione da parte dei Paesi maggiormente industrializzati dell’Unione europea verso una “transizione energetica” che, sotto molti aspetti, tende a imporsi come una riduzione forzata e irrazionale dell’utilizzo di fonti energetiche fossili, con danni potenzialmente gravi e irreversibili per le economie nazionali e per gli equilibri economici, sociali e politici.

Ciò nonostante, va però riconosciuto che un approccio responsabile che guardi ad un affrancamento progressivo dalle fonti fossili e combustibili, dunque una “transizione energetica” sostenibile, progressiva e che tenga conto delle capacità tecnologiche, dell’impatto economico-sociale e delle attuali fonti energetiche primarie, se da un lato presenta criticità evidenti, dall’altro lato apre alla possibilità di quella auspicata e necessaria autonomia energetica strategica, essenziale tanto ai singoli Paesi quanto e ancor di più, al «sistema europeo». Una scelta strategica, quella che l’Unione europea ha definito, essenziale per imporsi come modello di sviluppo di riferimento in un’epoca storica caratterizzata dagli effetti del cambiamento climatico e dalle crescenti difficoltà di accesso e disponibilità di combustibili fossili. Ciò potrà trovare realizzazione solo attraverso la consapevolezza della primazia di un fattore ineludibile e condizionante: la crescita e lo sviluppo della popolazione sono le variabili indipendenti che determinano un aumento del consumo di risorse energetiche e idriche e mai il contrario. Dunque la capacità di approvvigionamento e di produzione energetica dovrà tener conto di un aumento progressivo della domanda di energia, coerentemente con l’andamento demografico ed economico, così come dello sviluppo tecnologico dei Paesi che ridefiniranno le loro strategie nazionali di sicurezza energetica in questa direzione.

Ed è in questo preciso scenario teorico che va ad inserirsi la guerra russo-ucraina iniziata nel febbraio 2022, quale dimostrazione pratica della mutabilità delle relazioni internazionali, dei rapporti tra alleati e competitor, così come dell’imprevedibilità di eventi naturali o umani in grado di negare, in tutto o in parte, l’accesso alle risorse energetiche e di condizionare in maniera sfavorevole i prezzi delle fonti energetiche, con dirette ripercussioni sul piano sociale, politico ed economico. E proprio la guerra russo-ucraina, ha riportato l’attenzione dei governi sui rischi di interruzione delle forniture che comportano, per definizione, quel costo strategico che va opportunamente calcolato: esercizio non semplice, che non può essere ridotto al semplice computo di investimenti e relativi rendimenti, ma comprende anche valutazioni sulle diverse opzioni strategiche limitando, in primis, i rischi legati alla fortissima dipendenza da idrocarburi e, in secondo luogo, imponendo l’esigenza di una diversificazione del mix energetico a prezzi accessibili e di un potenziamento dell’influenza dal lato dell’offerta, in particolare attraverso la realizzazione dei gasdotti, a cui devono associarsi il principio della solidarietà tra Stati amici (in particolare tra Stati membri dell’Unione europea).

In sintesi, l’obiettivo a cui si guarda è quello di creare un mix energetico sostenibile, efficiente e diversificato, cioè che sia sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico, che utilizzi le risorse in modo efficiente e che sia basato su diverse fonti di energia, in modo da ridurre la dipendenza da una sola fonte. Inoltre, è importante adottare un approccio integrato per affrontare le sfide e le opportunità legate ai cambiamenti climatici, cioè un approccio che consideri i diversi aspetti e le connessioni tra loro.

Sul piano politico-strategico, assume particolare rilevanza lo sviluppo di un “sistema mediterraneo dell’energia”, ovvero un sistema che colleghi in modo sicuro e a più vie le due sponde del Mediterraneo. Ciò potrebbe includere il potenziamento delle infrastrutture esistenti, come gasdotti e condotti sottomarini, e la costruzione di nuove infrastrutture, come impianti di trasformazione e stoccaggio dell’energia. L’obiettivo è quello di aumentare la sicurezza e la diversificazione delle fonti di energia per l’Europa, oltre che di sfruttare le opportunità economiche offerte dalla cooperazione energetica con i paesi della sponda Sud del Mediterraneo, con l’obiettivo primario di governare le dinamiche delle relazioni internazionali, senza esserne sopraffatti a causa di una mancata o inadeguata strategia di sicurezza nazionale.

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