Nuova guerra tra Pakistan e Afghanistan talebano? La preoccupazione di Russia e Cina (SKY TG24).
di Claudio Bertolotti.
Il commento di C. Bertolotti a SKY TG24 MONDO (Puntata dell’11 dicembre 2025)
Il punto di partenza è lo scontro diplomatico andato in scena all’ONU: da un lato il Pakistan che rivendica i propri raid “antiterrorismo” in Afghanistan; dall’altro l’India che, rompendo gli schemi, difende apertamente i talebani, condanna i bombardamenti pakistani e denuncia il “trade and transit terrorism”, cioè l’uso politico dei valichi e dei transiti commerciali per mettere Kabul in ginocchio. È il segnale plastico di un ribaltamento: il vecchio asse talebani–Islamabad scricchiola, mentre il baricentro si sposta, gradualmente, verso Nuova Delhi.
Perché i
talebani si sono avvicinati all’India e non al Pakistan?
I talebani non stanno “scegliendo”
semplicemente l’India contro il Pakistan: stanno cercando di massimizzare
margini di manovra tra tutti gli attori regionali. Ma oggi il pendolo pende
chiaramente più verso Nuova Delhi che verso Islamabad. Dal loro punto di vista,
è razionale: chi li difende al Consiglio di Sicurezza e promette di riaprire
l’ambasciata è più utile di chi bombarda il loro territorio e chiude i valichi.
Non è una storia di affinità politiche, è puro calcolo di potere.
Per decenni la relazione con il Pakistan è
stata quella classica tra “sponsor” e proxy: l’ISI offriva santuari, logistica,
sostegno politico; i talebani garantivano profondità strategica verso
l’Afghanistan e influenza sul dossier afgano. Dopo il 2021, però, il rapporto
si è rapidamente deteriorato. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non
proteggere – il Tehrik-e-Taliban Pakistan, responsabile di una lunga serie di attentati
sul territorio pakistano. I raid aerei condotti in questi anni dentro
l’Afghanistan, ufficialmente contro il TTP, hanno prodotto vittime civili e
umiliazioni pubbliche per il governo talebano. Sullo sfondo, le tensioni
croniche sulla Durand Line, che i talebani non riconoscono come confine
legittimo, e sul muro eretto dal Pakistan lungo la frontiera alimentano una
narrazione anti–ingerenza pakistana che a Kabul è ormai dominante.
Da qui il secondo movimento: la ricerca di
autonomia e legittimità. I talebani sanno che restare inchiodati all’immagine
di “braccio armato del Pakistan” li condanna all’irrilevanza diplomatica e
all’isolamento economico. Per questo provano a costruire una politica estera
autonoma, che includa India, Iran, Russia, Cina e i Paesi del Golfo. La logica
è semplice: diversificare i partner per non restare ostaggio né di Islamabad né
di Pechino, che utilizza il Pakistan come cerniera strategica verso l’Oceano
Indiano e l’Afghanistan.
Su questo terreno si inserisce l’offerta indiana.
Nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan, l’India ha investito
miliardi in infrastrutture, scuole, dighe, edifici simbolici, costruendosi un
capitale di simpatia soprattutto nelle aree urbane. Dopo il ritorno dei
talebani al potere, Nuova Delhi ha scelto una linea di cautela pragmatica:
nessun riconoscimento formale, ma riapertura di una presenza tecnica a Kabul,
contatti politici e, nell’autunno 2025, l’annuncio della riapertura
dell’ambasciata in occasione della visita del ministro degli Esteri talebano.
In sede ONU, l’India ha articolato una posizione che parla direttamente agli
interessi di Kabul: condanna dei raid pakistani, denuncia delle pressioni
economiche sui transiti, proposta di un engagement “pragmatico e basato su
incentivi” con il governo talebano. In altre parole: niente lezioni sui
diritti, ma una disponibilità a trattare da attore a attore.
Che
ruolo hanno Russia e Cina?
In questo quadro, Russia e Cina sono i veri
garanti esterni del nuovo equilibrio intorno all’Afghanistan. Mosca è stata la
prima a rompere il tabù, riconoscendo formalmente il governo talebano e
accettandone l’ambasciatore: un gesto politico che vale molto più di tanti
comunicati. Gli obiettivi russi sono triplici: evitare che l’Afghanistan si
trasformi in una piattaforma per ISKP e altre sigle jihadiste capaci di
proiettare violenza verso la Russia e l’Asia Centrale; riaffermare il proprio
ruolo di “stabilizzatore” nello spazio ex sovietico dopo il ritiro NATO; aprire
canali di scambio, energia e accesso alle risorse minerarie afgane, in
un’ottica di lungo termine.
La Cina, dal canto suo, ha scelto una
continuità prudente ma molto concreta: ambasciata sempre aperta, accreditamento
dell’ambasciatore talebano a Pechino, visite di alto livello, inclusa quella
del ministro degli Esteri cinese a Kabul. Pechino punta a blindare i propri
corridoi strategici – in particolare la Belt and Road e il CPEC – estendendoli
all’Afghanistan per trasformarlo in un nodo di transito sino–centrico,
riducendo al minimo il fattore di rischio. Al tempo stesso, esige garanzie dure
contro ETIM e gruppi uiguri, temendo che l’Afghanistan torni a essere un
retrovia jihadista anti–cinese. L’accesso alle risorse minerarie e a progetti
infrastrutturali è un obiettivo reale, ma da perseguire – nella logica cinese –
senza impantanarsi in costose missioni militari o in avventure di nation
building.
Russia e Cina convergono quindi su tre linee:
limitare l’instabilità e le infiltrazioni jihadiste, ridurre gli spazi di
influenza occidentale e, in misura diversa, contenere anche il protagonismo
indiano; evitare un’escalation incontrollata tra Pakistan e talebani che
metterebbe a rischio investimenti, corridoi e la sicurezza dei loro partner in
Asia Centrale.
Rischio
che scoppi una vera e propria guerra?
Resta la domanda cruciale: c’è il rischio che
lo scontro degeneri in una vera e propria guerra? Dipende da cosa intendiamo
per guerra. Quella a bassa intensità è già in corso: raid aerei e colpi
d’artiglieria pakistani in territorio afghano, attacchi del TTP e di altri
gruppi armati dal lato afgano verso il Pakistan, scontri di frontiera e
chiusure intermittenti dei valichi. Questo livello di conflitto “caldo ma
gestito” è ormai la normalità lungo il confine.
Una guerra apertamente dichiarata è meno
probabile, ma non impossibile. Il Pakistan resta militarmente superiore, con
capacità convenzionali e arsenale nucleare, ma vive una crisi economica e
politica profonda che limita drasticamente la possibilità di sostenere una
campagna prolungata in Afghanistan senza pagare un prezzo interno altissimo. I
talebani, dal canto loro, non hanno alcun interesse a una guerra totale:
perderebbero infrastrutture, consenso e, soprattutto, la possibilità di
capitalizzare il riconoscimento russo, l’apertura cinese e il canale indiano.
Attori come Cina, Russia, Iran e Qatar lavorano – ciascuno per i propri calcoli
– a contenere l’escalation, anche tramite l’idea di integrare l’Afghanistan
nell’estensione del CPEC e in altri corridoi regionali. Il risultato è un
quadro in cui il rischio maggiore è la cronicizzazione di un conflitto a bassa
intensità, fatto di raid, attentati e guerre per procura; il rischio di una
guerra convenzionale dichiarata resta più basso, ma potrebbe impennarsi in caso
di attentato spettacolare in Pakistan attribuito direttamente a Kabul o di
bombardamento su larga scala con centinaia di vittime in Afghanistan.
Chi avrà
la meglio e chi rischia di più?
Chi ha più da guadagnare – e chi rischia di
più – in questo gioco? Non c’è un vero vincitore possibile. Il Pakistan, sulla
carta, può infliggere danni enormi: superiorità convenzionale, capacità
missilistiche, arma nucleare. Ma è anche l’anello più fragile: un conflitto
aperto contro un vicino ostile e imprevedibile, mentre il Paese è
economicamente in ginocchio e politicamente polarizzato, rischia di minare la
legittimità dell’establishment militare e aprire fronti interni difficilmente
gestibili.
I talebani, d’altra parte, dispongono della
profondità territoriale, della mobilità insurrezionale e del vantaggio di
combattere “in casa”. Possono usare il TTP e reti jihadiste come leva contro
Islamabad, ma ogni passo in quella direzione li allontana da India, Russia e
Cina sul dossier terrorismo. Il loro rischio maggiore è strategico: bruciare i
ponti con il Pakistan senza riuscire a soddisfare le aspettative di sicurezza
dei nuovi partner significherebbe ritrovarsi isolati, poveri, e con un Paese
sempre più vicino alla definizione di “buco nero” regionale. Nel breve periodo
il soggetto più esposto è il Pakistan; nel medio periodo, la sopravvivenza del
regime talebano dipende dalla capacità di non trasformare l’Afghanistan in un
problema ingestibile per tutti i vicini.
Che
impatto nella regione?
L’impatto sulla regione è già visibile. La
“questione afghana” torna a essere una vera arena di competizione regionale:
India, Pakistan, Iran, Russia, Cina, i Paesi del Golfo e quelli dell’Asia
Centrale cercano, ciascuno con strumenti diversi – aiuti, riconoscimento,
corridoi energetici, progetti infrastrutturali – di legare a sé Kabul e di
condizionare le scelte talebane. Se il rapporto Kabul–Islamabad resta
conflittuale, aumentano di peso le alternative: l’asse con l’Iran (porto di
Chabahar e corridoi verso l’Asia Centrale), i progetti sino–russi, eventuali
iniziative indiane pensate per bypassare il territorio pakistano.
Un Afghanistan progressivamente integrato nel
dispositivo di sicurezza russo–cinese può ridurre alcuni rischi immediati (in
primis ISKP e traffici incontrollati), ma al prezzo di aumentare la dipendenza
dei Paesi centroasiatici dall’asse Mosca–Pechino. In controluce, si profila una
normalizzazione “non occidentale” dei talebani: se India, Russia e Cina
consolidano i rapporti con Kabul senza reali miglioramenti sul piano dei
diritti umani, si consolida il messaggio che stabilità, corridoi e risorse
pesano più di inclusività, diritti delle donne e libertà civili.
Che
interesse per l’Occidente?
Per l’Occidente, la posta in gioco è
tutt’altro che marginale. La priorità immediata resta il contro–terrorismo:
impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per minacce dirette
verso Europa e Nord America. Su questo terreno, esiste una convergenza di
interessi oggettiva con India, Russia e Cina nel contenere jihadismo
transnazionale; si potrebbero aprire spazi di cooperazione tecnica
(intelligence, controllo delle frontiere, scambio di informazioni), anche in
assenza di un riconoscimento politico del regime talebano.
La stabilità del Pakistan, Stato nucleare in
crisi strutturale, è un altro punto critico: ogni dinamica che indebolisca
ulteriormente Islamabad, tra nuova ondata terroristica, crisi economica
aggravata e tensione militare con Kabul, è un problema diretto per Stati Uniti
ed Europa, non soltanto per l’India.
C’è poi il livello strategico più ampio:
lasciare la partita afghana interamente nelle mani di India, Russia e Cina
significa rinunciare a qualsiasi leva su un nodo che collega Medio Oriente,
Asia Centrale e Indo–Pacifico. Per l’Unione Europea, in particolare,
l’Afghanistan pesa in termini di migrazioni, narcotraffico, sicurezza
energetica e rapporti con l’Iran e lo spazio centroasiatico. Infine, si apre il
solito dilemma tra valori e realpolitik: più gli attori regionali normalizzano
i rapporti con i talebani, più USA e UE saranno costretti a scegliere se
mantenere una linea di isolamento fondata sui diritti – soprattutto quelli
delle donne – oppure accettare forme di engagement limitato per non essere
espulsi dal tavolo. In mezzo, c’è un Afghanistan che prova a sopravvivere,
oscillando tra vecchi sponsor e nuovi partner, e un Pakistan che rischia di
pagare il prezzo più alto di un equilibrio che, oggi, è tutt’altro che stabile.
Hezbollah oggi: dopo la guerra con Israele. La metamorfosi tra deterrenza, profondità e resilienza
di Claudio Bertolotti.
Questa analisi è parte di una serie di valutazioni frutto di dialogo e confronto con gli esperti dei principali centri di ricerca e analisi israeliani e di osservazione sul campo dei settori critici del fronte di guerra israeliano (Gaza e fronte settentrionale).
Dal Litani alla Beqaa: la strategia della sopravvivenza di Hezbollah dal punto di vista israeliano.
L’analisi fornita dall’Alma Research and Education Center israeliano – in occasione di una recente visita del direttore di START InSight,Claudio Bertolotti, – rivela, con chiarezza e coerenza, la logica militare che guida l’attuale fase di riorganizzazione e rafforzamento di Hezbollah. L’organizzazione è stata colpita negli ultimi anni da perdite materiali e logistiche pari all’85% in termini di capacita’ operativa, in conseguenza dell’intervento israeliano in territorio libanese del 2024 che, nella prima notte di operazioni ha colpito e distrutto circa 1400 obiettivi di Hezbollah, comprensivi di strutture militari e quadri dal livello di plotone a livello di corpo d’armata . Oggi, terminata la fase più intensa dell’operazione militare, Israele è impegnato a contenere, con azioni mirate, la riorganizzazione di Hezbollah che, seppure a fatica, ha avviato un prevedibile processo sistematico di riorganizzazione militare che si fonda su tre principali assi strategici: la ridislocazione territoriale, la profondità difensiva e la sopravvivenza operativa attraverso infrastrutture sotterranee.
Dalla linea del Litani alla profondità della Beqaa
Il primo elemento di rilievo è la trasformazione della geografia militare di Hezbollah. Dopo il 2006, e più ancora dopo le campagne aeree israeliane del 2020–2023, l’asse meridionale a sud del fiume Litani — tradizionalmente sede delle unità Nasr e Aziz — ha perso parte della sua funzione strategica diretta. Oggi è considerato come “ex centro di potere militare” per il fronte sud, dove la presenza del movimento resta ma con finalità più difensive e limitate. Parallelamente, Hezbollah ha avviato una nuova ridislocazione a nord del Litani, costruendo infrastrutture e depositi per armi e missili. Questa scelta risponde a due obiettivi complementari: ridurre l’esposizione al fuoco israeliano e mantenere capacità di lancio strategico a media e lunga gittata: un adattamento coerente alla natura ibrida di un’organizzazione che opera tra logiche convenzionali e clandestine.
Beirut e la centralità del “comando urbano”
Beirut resta il centro nevralgico di comando e controllo. Qui Hezbollah concentra la sua struttura di comando strategico, le sale operative e parte dei depositi di armi più sensibili. È la dimensione politico-militare dell’organizzazione: la prossimità a infrastrutture civili e la densità urbana offrono una duplice protezione – sul piano fisico e su quello della narrazione – poiché ogni attacco israeliano in questo contesto, coinvolgendo l’opinione pubblica occidentale – sia le frange ideologizzate estremiste sia quelle moderate – produce inevitabilmente conseguenze mediatiche e diplomatiche. La capitale libanese è, in altri termini, il simbolo del “fronte politico armato” di Hezbollah: un centro di potere che fonde capacità militare e deterrenza psicologica.
L’unità Badr e la resilienza tattica del fronte montano
Come rilevato in occasione del briefing da parte del Centro Alma, la Badr Unit nell’area di Hatzbaya riveste il ruolo di nodo cruciale per la difesa del fronte meridionale. Essa coordina quattro elementi tattici fondamentali:
schieramenti difensivi e sistemi antiaerei;
batterie di lancio e unità di fuoco;
depositi e sistemi di stoccaggio;
infrastrutture sotterranee.
L’obiettivo è garantire continuità operativa anche in condizioni di attacco massiccio. La presenza di tunnel e bunker non è più solo una misura difensiva: è un dispositivo di sopravvivenza che consente a Hezbollah di mantenere capacità di comando, controllo e fuoco anche dopo un attacco israeliano di grande scala.
La valle della Beqaa: profondità strategica e capacità missilistica
La valle della Beqaa rappresenta la retrovia strategica del sistema impostato da Hezbollah. Qui si concentra la produzione, l’assemblaggio e lo stoccaggio di armamenti, oltre alle basi di addestramento. È qui anche la sede dei missili balistici e da crociera a lungo raggio, destinati a garantire la capacità di colpire in profondità il territorio israeliano. Tra i vettori disponibili: Fateh-110 (gittata di 300 km), SCUD (700 km), Abu Mahdi (1000 km, stimata) e Hoveyzeh (1300 km, stimata). A questi si aggiungono sistemi antinave (C-802, Yakhont, Khalij Fars) e antiaerei (Sayyad-2C, Pantsir, SA-17). La logica è quella di una deterrenza multilivello: colpire dal profondo, proteggere la costa, garantire una copertura antiaerea parziale e saturare la capacità di difesa israeliana con un numero elevato di colpi sparati.
Il fronte sud: la prima linea di “resistenza”
Nel sud del Libano, Hezbollah mantiene una struttura articolata su armi a corto e medio raggio: razzi Burkan, Falaq, Grad e Fajr-5, con gittate tra 10 e 75 km. È una forza prevalentemente offensiva a livello tattico, pensata per saturare le difese del nord di Israele nei primi giorni di conflitto. Completano lo schieramento i sistemi anticarro guidati ATGM (Kornet, Dehlaviyeh, Almas, Milan) e le difese a corto raggio contro droni ed elicotteri (Igla, Strela, Verba). L’obiettivo di questa “first line of defense” non è tanto arrestare un’avanzata israeliana, quanto ritardarla e infliggerle perdite significative, mantenendo al contempo una primaria pressione psicologica sulle comunità di confine israeliane.
Conclusioni: la strategia della sopravvivenza
Hezbollah sta trasformando il proprio dispositivo da forza di resistenza territoriale a sistema missilistico integrato a più livelli. La ridislocazione verso nord e la dispersione delle capacità in infrastrutture sotterranee testimoniano una chiara evoluzione dottrinale:
passaggio dalla logica della “difesa di posizione” alla difesa in profondità;
ibridazione tra forze convenzionali, strutture clandestine e funzioni di deterrenza strategica;
costruzione di un ombrello missilistico a lungo raggio in grado di compensare la superiorità aerea israeliana.
Guardando in prospettiva, possiamo vedere uno scenario in cui il Libano meridionale diviene campo di battaglia multilivello, dove la distinzione tra front line e rear area tende a dissolversi.
Israele, da parte sua, è consapevole che un futuro scontro con Hezbollah non sarà più un conflitto localizzato, ma una guerra di logoramento sistemica, nella quale l’infrastruttura sotterranea (la rete dei tunnel, analogamente a quanto avviene nella Striscia di Gaza), la resilienza delle catene logistiche e la gestione del fronte interno diventeranno i fattori decisivi di sopravvivenza nazionale.
Questo quadro conferma la transizione di Hezbollah verso un modello operativo asimmetrico-strategico, più vicino a quello di un attore statale ibrido che a una milizia. E, a conferma della capacità di valutazione israeliana, già classificato come “piccolo esercito regionale” nella vigente dottrina strategica israeliana. Una trasformazione strutturale che Israele osserva con preoccupazione e che, inevitabilmente, ridefinisce la postura difensiva dell’intero fronte nord di Israele.
Africa occidentale: laboratorio di guerra ibrida
di Andrea Molle
Negli ultimi anni l’Africa occidentale è tornata a occupare un ruolo centrale nelle dinamiche dell’instabilità globale. Una regione storicamente fragile, caratterizzata da istituzioni deboli, corruzione endemica e tensioni etniche, è divenuta oggi terreno d’azione privilegiato per attori non statali e potenze revisioniste. Due protagonisti ne incarnano le logiche più profonde: Hezbollah e il Gruppo Wagner, riorganizzato dopo la morte di Prigožin come Africa Corps sotto il diretto controllo del Ministero della Difesa russo. Apparentemente diversi, i due attori condividono una medesima strategia: proiettare potere e influenza attraverso canali non convenzionali, operando in quella zona grigia tra criminalità, politica e guerra per procura.
Hezbollah: la
colonizzazione silenziosa
Per Hezbollah, l’Africa occidentale non rappresenta un fronte militare, ma un centro logistico e finanziario essenziale. Sfruttando la fitta rete della diaspora libanese, l’organizzazione ha costruito nel tempo una infrastruttura economica parallela basata su società di comodo, traffici illeciti e attività di riciclaggio. I proventi del commercio di diamanti, oro e opere d’arte, insieme a donazioni spesso estorte, alimentano le operazioni in Libano e in Siria, compensando la progressiva riduzione del sostegno iraniano. Attraverso l’uso di coperture consolari e diplomatiche, Hezbollah riesce a muoversi con relativa impunità, infiltrandosi nei circuiti economici e politici locali.
Questa strategia
produce effetti profondamente corrosivi. La “colonizzazione economica” di
Hezbollah mina la sovranità degli Stati africani, corrompe funzionari e
imprenditori, e rende la distinzione tra legalità e illegalità sempre più
sfumata. Il gruppo non conquista territori, ma colonizza economie,
appropriandosi delle rendite e dei canali di intermediazione. È una
penetrazione silenziosa, difficilmente riconducibile a uno schema tradizionale
di minaccia terroristica, ma devastante nel lungo periodo perché erode
dall’interno la capacità dello Stato di governare.
Wagner: la
militarizzazione dell’influenza
Il Gruppo
Wagner rappresenta invece la dimensione opposta: visibile, coercitiva e
brutale. Operando in Mali, Sudan, Niger e Repubblica Centrafricana,
Wagner è divenuto lo strumento principale della proiezione di potenza russa
in Africa. Attraverso accordi formalmente commerciali o di sicurezza, offre
protezione militare e sostegno propagandistico a regimi isolati in cambio di concessioni
minerarie e influenza politica. Il caso del massacro di Moura nel
2022, in cui centinaia di civili furono uccisi, mostra come la presenza russa
non porti stabilità ma ulteriore violenza, alimentando la narrativa jihadista
del “nemico straniero”.
Con la trasformazione in Africa Corps, Mosca ha scelto di istituzionalizzare il modello Wagner, rendendolo parte integrante della propria architettura strategica. L’obiettivo è duplice: mantenere una presenza geopolitica diretta sul continente e al tempo stesso garantirsi un margine di negabilità politica. È una forma di imperialismo privatizzato, in cui la forza militare si fonde con la logica del profitto e del controllo delle risorse naturali.
La coesistenza di Hezbollah e Wagner trasforma l’Africa occidentale in un laboratorio di guerra ibrida, dove terrorismo, criminalità organizzata e geopolitica delle grandi potenze si sovrappongono. Entrambi gli attori sfruttano le stesse vulnerabilità strutturali—l’assenza di governance, la debolezza istituzionale, l’emarginazione economica—e finiscono per alimentarsi a vicenda. Da un lato, le reti finanziarie di Hezbollah corrodono la legittimità economica degli Stati; dall’altro, il mercenariato russo altera gli equilibri politici e di sicurezza. Il risultato è una destabilizzazione multilivello che travalica i confini regionali.
Le conseguenze
raggiungono anche l’Europa. Le reti di riciclaggio di Hezbollah si
intrecciano con banche e società europee, mentre la proiezione russa in Africa
fornisce a Mosca una leva strategica sulle catene di approvvigionamento
energetiche e minerarie. Ignorare questi processi significherebbe lasciare
che la periferia meridionale dell’Europa diventi un laboratorio di influenza
ostile.
Verso un
cambio di paradigma
La risposta
europea finora è stata frammentata e insufficiente. Né la cooperazione
militare né gli aiuti allo sviluppo possono da soli contrastare attori che
agiscono su piani economici, politici e cognitivi. Il Piano Mattei promosso dall’Italia può essere un punto di
partenza, ma deve evolvere in una strategia integrata che combini
sicurezza, governance e finanza internazionale. Servono strumenti per
rafforzare le istituzioni giudiziarie africane, migliorare i controlli contro
il riciclaggio, e affrontare le cause strutturali della vulnerabilità:
diseguaglianza, corruzione e dipendenza economica.
L’occasione
italiana
Per l’Italia, la
sfida è anche un’opportunità di leadership. Roma, grazie alla sua posizione
geopolitica e alla credibilità diplomatica nel Mediterraneo allargato, può guidare
una strategia europea verso l’Africa fondata su partenariati paritari e
duraturi. Oltre al contributo militare, occorre investire in infrastrutture,
formazione e sviluppo istituzionale, riducendo la dipendenza dei governi
africani da attori opachi e coercitivi.
In definitiva, l’Africa occidentale rappresenta oggi un microcosmo dell’ordine mondiale emergente: un sistema in cui la sovranità è negoziata, la violenza è esternalizzata e l’influenza si esercita attraverso reti ibride di potere. Hezbollah e Wagner ne sono il simbolo. Per restare un attore credibile, l’Europa deve riconoscere che la sicurezza africana è parte integrante della propria sicurezza. Trascurarla significherebbe cedere spazio a chi, nell’ombra, ha già compreso quanto strategica sia diventata l’instabilità africana per i propri interessi.
Ricostruire Gaza: costi, attori e implicazioni strategiche. 80 miliardi e dieci anni di tempo.
La ricostruzione della Striscia di Gaza rappresenta una delle operazioni post-conflitto più complesse del XXI secolo. Dopo due anni di guerra e devastazione, il territorio affronta un piano di ricostruzione stimato in 80 miliardi di dollari – pari a circa 46.000 dollari per abitante – che intreccia dimensioni ingegneristiche, politiche e di sicurezza. Con il 78% del patrimonio edilizio distrutto o danneggiato e oltre 40 milioni di tonnellate di macerie, il processo di ricostruzione si configura come un’impresa sistemica in cui il debris management diviene la variabile critica che condiziona tempi, costi e sicurezza operativa. La rimozione delle macerie, la riattivazione dei corridoi logistici e il ripristino delle reti vitali (acqua, energia, viabilità, sanità) costituiscono le precondizioni per qualsiasi strategia di stabilizzazione. Al contempo, la ricostruzione diventa un’arena di competizione geopolitica e industriale: il coordinamento tra la Banca Mondiale e l’Unione Europea – attraverso il Palestinian Health System Reform Project e la EU Gaza Facility – segnala l’intreccio tra governance economica e influenza politica. In questo scenario, la sicurezza è fattore abilitante e moltiplicatore di resilienza: senza corridoi protetti e standard di trasparenza, la ricostruzione rischia di rimanere un esercizio contabile, incapace di trasformarsi in capacità territoriale.
La ricostruzione della Striscia di Gaza è una delle sfide
più complesse del dopoguerra contemporaneo. Dopo due anni di conflitto e
devastazione, la regione si prepara a un piano di ricostruzione da 80 miliardi
di dollari, con un costo stimato di 46mila dollari per abitante. L’entità dei
danni e la quantità di risorse necessarie rendono l’impresa non solo un grande
sforzo economico ma anche politico, poiché il processo di “ricostruzione” (a
cui si associa quello di “stabilizzazione”) si configura come terreno di
competizione tra attori internazionali, governi e imprese.
Il
bilancio della distruzione
Secondo
l’analisi satellitare di UNOSAT, consolidata da OCHA, a inizio luglio 2025
risultano distrutte o danneggiate 192.812 strutture nella Striscia di Gaza: il
78% del patrimonio edilizio complessivo. Nel dettaglio: 102.067 edifici
distrutti, 17.421 gravemente danneggiati, 41.895 moderatamente danneggiati e
31.429 con danni potenziali. Si tratta di una stima frutto di un’analisi
eterogenea in termini di fonti e sulla base di serie temporali di immagini a
diversa risoluzione; il dato, per natura, è ovviamente dinamico e tende a
crescere con l’aggiornamento delle acquisizioni e della possibilità di
effettuare sopraluoghi (ad oggi ancora molto limitata). L’ordine di grandezza,
tuttavia, si presenta come consolidato e coerente con le ultime sintesi OCHA
basate sui rilevamenti UNOSAT pubblicati nell’estate 2025.[1]
Il bilancio umano rispecchia l’entità della distruzione, sebbene con numeri che sul piano meramente statistico sono i più bassi di tutti i conflitti urbani degli ultimi decenni, comparati ad analoghi casi come Mosul e Falluja in Iraq e Grozny in Cecenia. Le principali fonti che riportano il numero delle vittime palestinesi – in gran parte riconducibili alle autorità sanitarie di Gaza, cui fanno riferimento anche le agenzie ONU – indicano, alla metà di settembre 2025, 65.062 morti (di cui circa la metà appartenenti o affiliati a Hamas) e 165.697 feriti; valori ripresi da più testate internazionali e aggiornamenti d’agenzia, pur senza una piena possibilità di verifica indipendente. La forbice d’incertezza resta ampia: una quota dei decessi non è stata identificata, parte delle vittime è presumibilmente ancora sotto le macerie e alcuni decessi per cause indirette potrebbero essere sottostimati. Pur in un contesto di guerra, la continuità del sistema sanitario locale consente di considerare i dati raccolti come relativamente affidabili e coerenti nel confronto con gli anni precedenti. 100.000 le nascite riportate durante il periodo in esame, con un saldo finale positivo.
L’impatto
territoriale non è omogeneo. Le distruzioni più estese si concentrano nelle
aree urbane a più alta densità – Gaza City e Khan Yunis – dove il tessuto
urbano compatto e la prossimità di nodi logistici e di infrastrutture militari
sotterranee utilizzate da Hamas hanno alimentato cicli ripetuti di
combattimento, di fatto imponendo un rallentamento della manovra militare
israeliana. Le rilevazioni satellitari UNOSAT sulla rete viaria segnalano
migliaia di chilometri di strade distrutte o gravemente compromesse, un fattore
che condiziona tanto l’accesso umanitario quanto la futura cantierizzazione dei
lavori di rimozione macerie e ricostruzione. In assenza di corridoi terrestri
sicuri e di capacità meccaniche adeguate, la finestra temporale per la gestione
delle macerie (debris management) si
estende oltre il decennio stimato dalle principali valutazioni internazionali.
Da
un punto di vista metodologico, le categorie di danno utilizzate da UNOSAT
distinguono tra “distrutto”, “gravemente”, “moderatamente” e “potenzialmente”
danneggiato, con margini d’errore variabili a seconda della prospettiva e della
limitazione di acquisizione immagini. Per questo, i conteggi dovrebbero essere
letti come baseline operativa per
priorità di intervento: stabilizzazione delle macerie e safety clearance; ripristino dei corridoi stradali primari per la
logistica umanitaria; riabilitazione dei servizi essenziali
(acqua-energia-sanità) in prossimità degli insediamenti di sfollati. L’insieme
dei dati converge su un quadro: devastazione sistemica dell’ambiente antropico
e pressione prolungata sulle infrastrutture civili, con conseguenze cumulative
sulla capacità di gestione degli aiuti.
In
termini di policy, questa fotografia,
seppur parziale, non descrive solo l’entità del danno ma anche mappa delle
priorità. La densità delle strutture distrutte, la segmentazione della rete
viaria e l’elevato numero di feriti impongono una sequenza di interventi che
privilegi sicurezza dei cantieri, corridoi logistici e ripristino minimo
funzionale degli ospedali. Ogni ritardo nella rimozione delle macerie e nel
ripristino delle arterie principali amplifica le difficoltà delle comunità e
deprime la resilienza sociale, prolungando la dipendenza dagli aiuti e alzando
i costi futuri di ricostruzione.
I costi e
i tempi della ricostruzione: dieci anni e 80 miliardi
La
stima congiunta di Banca Mondiale e UNDP – circa 80 miliardi di dollari – non è
solo un mero dato numerico: è la misura di uno sforzo sistemico. All’interno di
quella cifra si collocano tre livelli di intervento che si sostengono a
vicenda: messa in sicurezza e rimozione delle macerie; ripristino funzionale
delle reti vitali (acqua, elettricità, sanità, viabilità primaria);
ricostruzione del tessuto residenziale, scolastico e produttivo. Senza il primo
livello, gli altri due non partono; senza il secondo, il terzo non è
sostenibile nel tempo.
La
variabile che determina tempi e costi è il debris
management. Oltre 40 milioni di tonnellate di macerie equivalgono a
un’operazione civile-militare continuativa, soggetta a vincoli di sicurezza,
carburante, accessi di frontiera, disponibilità di mezzi pesanti e siti di
conferimento. Una stima “di banco” aiuta a capire gli ordini di grandezza: se
un autocarro trasporta 20 tonnellate a viaggio, per spostare 40.000.000
tonnellate servono 2.000.000 di viaggi. Con 500 camion operativi che effettuano
2 viaggi al giorno, si ottengono 1.000 viaggi/giorno; 1.000 moltiplicato 20
tonnellate fa 20.000 tonnellate/giorno. Dividendo 40.000.000 per 20.000 si
ottengono 2.000 giorni di lavoro netto, ossia circa 5 anni e mezzo in
condizioni ideali. Ogni attrito reale – strade interrotte, bonifica da ordigni
inesplosi, soste ai valichi, guasti, indisponibilità di carburante – allunga il
cronoprogramma verso l’ordine del decennio. Ecco perché le valutazioni
proiettano un orizzonte temporale superiore a dieci anni.
In
più va tenuto conto del fatto che non tutte le macerie sono uguali. Una quota
rilevante è mista (cemento, metallo, legno, plastica, amianto), con rischi
ambientali e sanitari che impongono triage,
frantumazione controllata e riciclo in aggregati per sottofondi stradali. Una
gestione “circolare” riduce i costi logistici e di importazione dei materiali,
ma richiede impianti mobili di frantumazione, aree sicure di stoccaggio e una
rete viaria praticabile. In assenza di questi fattori, i costi unitari
aumentano e il cronoprogramma slitta.
7 i miliardi
indicati per il ripristino dei servizi militari e di sicurezza vanno letti come
componente abilitante. Sicurezza del cantiere, scorta ai convogli, bonifica
EOD/UXO, controllo degli accessi, protezione di ospedali e snodi logistici sono
prerequisiti; senza di essi, assicurazioni e appalti non partono, i premi di
rischio lievitano e la filiera resta incompleta. In tutti i teatri
post-bellici, la sicurezza è un moltiplicatore: abbassa i costi indiretti,
accelera i flussi e riduce la mortalità evitabile.
Sul piano finanziario, gli 80 miliardi dovranno essere investiti in fasi e strumenti diversi.
La fase 0-1 (0–12 mesi) assorbe le donazioni per
stabilizzazione, macerie e servizi essenziali;
la fase 2 (12–36 mesi) richiede blending tra donatori, banche multilaterali e garanzie per lavori
su reti idriche, elettriche e trasporti;
la fase 3 (oltre 36 mesi) apre a PPP mirati su edilizia
sociale, energia distribuita e waste management.
Qui si giocheranno le partite dei grandi appalti: procurement trasparente, antifrode, clausole sociali minime, filiere locali e indicatori di performance misurabili (giorni-uomo in sicurezza, chilometri di arterie viarie riaperte, megawatt ripristinati, metri cubi d’acqua trattati).
Tre
rischi possono erodere la stima iniziale: inflazione dei materiali e della
logistica (cemento, acciaio, bitume), colli di bottiglia ai valichi e
volatilità del cambio per gli input importati. Tre leve, al contrario, possono
contenerla: riciclo degli inerti in situ, micro-reti elettriche modulari per
ridurre perdite e furti, standardizzazione dei moduli abitativi e sanitari per
economie di scala.
In
estrema sintesi: gli 80 miliardi descrivono la dimensione di un progetto di
ricostruzione che è insieme ingegneristico e politico. Senza un corridoio di
sicurezza stabile, la bonifica delle oltre 40 milioni di tonnellate di macerie resterà
il collo di bottiglia che congela il resto. L’allocazione di 7 miliardi alla
funzione sicurezza non sottrae risorse: le abilita, perché consente a cantieri,
assicurazioni e supply chain di
operare con continuità e a costi prevedibili.
La
dimensione infrastrutturale
L’impatto
sulle infrastrutture civili è sistemico e spezza la continuità funzionale del
territorio. La rete viaria – 3.479 chilometri tra distrutti e gravemente
danneggiati – non è solo un’informazione ingegneristica: è l’indicatore che
misura la capacità del sistema di respirare. Dove le strade non esistono o sono
interrotte, l’assistenza non arriva, i cantieri non si aprono, i materiali non
si trasferiscono né distribuiscono. La geografia del danno è asimmetrica: i
picchi di distruzione si addensano nei nodi urbani e logistici a maggiore
densità, con 442 km distrutti a Khan Yunis e 363 km nell’area di Gaza City.
Qui, il tessuto urbano compatto, la sovrapposizione tra tessuto residenziale e
infrastrutture critiche, e l’uso militare del sottosuolo da parte di Hamas hanno
moltiplicato la vulnerabilità.
La
cifra di 30 miliardi di dollari per il ripristino delle reti idriche,
elettriche e viarie va letta come costo di ri-funzionalizzazione del sistema,
non come semplice somma di lavori pubblici. Idrico, elettrico e stradale sono
sottosistemi interdipendenti: senza viabilità primaria non si posano condotte e
cavi; senza energia non si pompano acqua e reflui; senza acqua non regge
l’igiene dei campi e degli ospedali. Il primo obiettivo non è dunque
“ricostruire tutto”, ma ristabilire corridoi di servizio minimi che
garantiscano una capacità operativa di base al territorio. In termini
operativi, significa riaprire in sequenza le arterie A-B (corridoi est–ovest e
nord–sud), creare hub di logistica in
aree relativamente indenni, e collegare a stella gli insediamenti più popolati,
anche con soluzioni provvisorie (ponti bailey,
bypass su sottofondi stabilizzati, pavimentazioni temporanee).
Sul
fronte idrico, la perdita fisica e commerciale (NRW) tenderà a esplodere per
rotture diffuse, furti e mancanza di telemetria. Il ripristino “a parità”
sarebbe inefficiente: conviene procedere per distretti idrici (DMA), con
riduzioni di pressione, valvole di settore e misurazione a monte, privilegiando
la riattivazione dei pozzi e delle condotte che alimentano ospedali, strutture
collettive e scuole. Per l’elettrico, la priorità è la maglia di media
tensione, i centri di trasformazione e le protezioni: linee provvisorie aeree,
micro-reti modulari in prossimità degli insediamenti, generazione ibrida
(diesel+fotovoltaico) per ridurre la dipendenza dal carburante e limitare le
perdite di rete.
Sulle
strade, i 3.479 km danneggiati non hanno lo stesso peso strategico. Un
chilometro di arteria primaria riaperta vale più di dieci di strade locali se
consente il transito di convogli pesanti e il trasporto di inerti riciclati
dalle macerie. La logica deve essere quella della rete essenziale: clearance
EOD/UXO, ripristino delle pavimentazioni collassate, posa di griglie e
sottofondi riciclati, bitumatura a caldo solo dove la portanza lo richiede;
altrove, trattamenti superficiali a freddo. In parallelo, ponti e tombini: sono
i colli di bottiglia che, se non trattati, interrompono catene logistiche
altrimenti funzionanti. La ricostruzione “perfetta” viene dopo: prima serve la
transitabilità sicura, con standard uniformi di segnaletica e controllo
accessi.
La
dimensione economica conferma questa sequenza. Dentro i 30 miliardi, le voci
che pesano sono gli impianti di trattamento acqua e reflui, i trasformatori e
gli switchgear di media tensione, gli
aggregati per pavimentazioni e la meccanizzazione leggera per cantieri diffusi.
Qui si vincono o si perdono anni e miliardi: standardizzare capitolati,
favorire il riuso in situ degli inerti, centralizzare gli acquisti di
componentistica elettrica, suddividere i lotti stradali in pacchetti
cantierabili da imprese locali supervisionate da prime contractor. Una governance chiara – corridoi sicuri,
assicurazioni accessibili, pagamenti certi, anticorruzione – riduce il premio
di rischio e sposta risorse dal “costo della frizione” al “costo del
risultato”.
In
sintesi: i numeri descrivono una devastazione estesa, ma soprattutto indicano
una rotta. Ripartire dalle arterie vitali, dai distretti idrici e dalle
micro-reti elettriche non è un compromesso al ribasso: è la condizione per evitare
che la ricostruzione resti ostaggio della geografia del danno. Se i corridoi
logistici reggono, i 30 miliardi diventano investimento in resilienza; se
saltano, si trasformano in spesa ciclica, destinata a inseguire emergenze senza
chiuderne nessuna.
Gli
attori economici
Tra
le imprese potenzialmente coinvolte nella ricostruzione figurano grandi gruppi
internazionali, tra cui: Orascom e Arab Contractors (Egitto), CCC (Grecia),
Organi, Limak e Tekfen (Turchia), Webuild, Cementir e Buzzi (Italia), Vinci, Bouygues,
Saint-Gobain, Holcim, Heidelberg Materials, Vicat, Imerys, Veolia, Suez, EDF
(Francia e Germania), e Siemens Energy, RWE (Germania). Nel settore energetico
e delle risorse naturali sono coinvolte compagnie come Amar, Leviathan, Karish
e Newmed (Israele), Chevron (USA), Energean (Regno Unito), Eni (Italia),
British Petroleum (Regno Unito), Socar (Azerbaijan), Dana Petroleum (Scozia) e
Ratio Energies (Israele).
Governance
e finanziamenti internazionali
La
scansione temporale conta. Il 13 ottobre 2025 la Banca Mondiale ha reso
operativo il quadro di gara del Palestinian
Health System Reform Project (PHSRP) pubblicando il Procurement Plan 2025-2027 (codice P508917): attuatore il Ministero
della Salute palestinese, strumentazione STEP e capitolati standard WB, con
prima tornata di lotti su apparecchiature mediche, cliniche mobili e servizi
consulenziali per la riorganizzazione della medicina di famiglia e della
farmacovigilanza. È il “capo-ponte” sanitario della ricostruzione: non solo
acquisti, ma architettura di spesa e governance
(procurement centralizzato, criteri
di trasparenza, calendario lotti) per trasformare fondi eterogenei in servizi
effettivi.
Sul
lato europeo, Bruxelles ha valutato un investimento triennale fino a 1,6 miliardi di euro (2025-2027): sovvenzioni
dirette alla PA (circa 620 mln), dotazione per progetti di resilienza e recovery in Cisgiordania e Gaza (circa
580 mln, “quando le condizioni lo consentiranno”) e una facility EIB da 400 mln
in prestiti garantiti dalla Commissione, dedicata al tessuto produttivo. Non è
un fondo unico, ma un programma a “tre tasche” che chiede coordinamento: BEI
(Banca europea per gli investimenti) per credito e garanzie, DG (Direzione
generale) vicinato per le sovvenzioni, agenzie nazionali per l’esecuzione nei
settori energia, acqua e rifiuti. La logica è di blending sequenziale: donazioni per l’avvio (stabilizzazione e
servizi minimi), poi leva creditizia per scalare investimenti con ritorno.
Il
nesso strategico tra i due pilastri è evidente. Sanità: il Palestinian Health
System Reform Project (PHSRP) agisce sulla “funzionalità di base” (procurement sanitario, cliniche mobili,
percorsi di cura) che permette di assorbire meglio i flussi infrastrutturali
futuri. Infrastrutture: la EU Gaza Facility – nel suo disegno –
alloca capitali verso reti idriche, elettriche e gestione rifiuti,
precondizione per far funzionare ospedali, catene del freddo e impianti di
trattamento. Quando il piano sanitario dispone acquisti e standard,
l’infrastrutturale può agganciarsi con cantieri compatibili, evitando i
“progetti orfani” (ospedali senza energia o acqua). È la differenza tra spesa e
capacità: senza programmazione congiunta, gli euro e i dollari evaporano in
attriti logistici.
Tre
elementi meritano attenzione operativa:
Sequenziamento. Il
calendario gare WB (ott-dic 2025) va sincronizzato con corridoi logistici,
clearance EOD/UXO e ripristino
MT/BT, per non immobilizzare forniture negli hub di ingresso.
Trasparenza e
rischio. L’uso di STEP e dei documenti standard WB riduce il premio di
rischio per i fornitori; sul versante UE-EIB, le garanzie di Bruxelles
de-rischizzano i prestiti alle PMI locali, ampliando la platea di
esecutori e manutentori.
Allineamento
settoriale. Acquisti in sanità (diagnostica, mobilità clinica,
farmaci essenziali) devono riflettere la gerarchia infrastrutturale UE:
priorità a strutture coperte da micro-reti e da distretti idrici
funzionanti, per massimizzare l’uptime dei servizi.
In
sintesi, PHSRP e EU Gaza Facility non sono “due
notizie”, ma i due lati della stessa strategia: lo standard di spesa (WB) che
rende sostenibile l’investimento (UE-EIB) e, viceversa, la massa critica
finanziaria europea che rende scalabile la riforma sanitaria. Dove i due flussi
si incrociano – procurement
trasparente e capitale a lungo termine – la ricostruzione smette di essere un
elenco di progetti e diventa capability
territoriale.
Le gare
di ricostruzione
La
Striscia di Gaza beneficia dello status “special
conflict-affected” della Banca Mondiale, che consente l’accesso agevolato
di imprese europee ai bandi multilaterali. L’UNDP/PAPP, programma ONU per
l’assistenza al popolo palestinese, ha avviato una gara internazionale per la
fornitura e installazione di unità prefabbricate (scadenza: 20 ottobre 2025).
L’OMS ha aperto un bando per apparecchiature mediche destinate agli ospedali
palestinesi (scadenza: 15 ottobre 2025).
Considerazioni
strategiche: la ricostruzione come strumento d’influenza
La ricostruzione di Gaza non può essere ovviamente letta solo in termini economici; al contrario, rappresenta un banco di prova per la governance internazionale e per la cooperazione tra istituzioni multilaterali e Stati. Il coinvolgimento di attori privati, la competizione per i contratti e la presenza di fondi congiunti UE–World Bank indicano una dimensione geopolitica emergente in cui la ricostruzione diviene strumento di influenza. In questo quadro, l’Italia potrebbe giocare un ruolo significativo attraverso le proprie imprese e l’esperienza maturata nei contesti di post-conflitto, in particolare con le proprie capacità militare (in particolare le capacità Stability & Reconstruction, e Security Force Assistance) e di cooperazione internazionale, rafforzando la propria presenza strategica nel Mediterraneo allargato.
È inoltre fondamentale sottolineare che le implicazioni strategiche e le dinamiche economiche fanno parte di un quadro più ampio; resta il dato umano di una popolazione chiamata a ricominciare in condizioni di profonda fragilità. La ricostruzione di Gaza non sarà solo una questione di risorse o governance, ma anche di capacità collettiva di restituire normalità, sicurezza e prospettive di vita a una comunità duramente colpita. La stabilità futura dell’area passerà dalla capacità di integrare sicurezza, sviluppo e dignità umana in un unico percorso sostenibile.
L’operazione israeliana a Gaza City, così come delineata dalle autorità di Tel Aviv, si muove in un territorio grigio in cui il diritto alla difesa si scontra con il dovere di limitare l’impatto sulla popolazione civile. Sul piano strettamente legale e strategico, le misure proposte possono essere considerate legittime, a condizione che vengano adottati tutti gli strumenti possibili per ridurre il numero delle vittime innocenti e prevenire danni sproporzionati. È questa, però, una condizione tanto chiara in teoria quanto difficile da realizzare nella pratica.
La realtà operativa è che Hamas non rinuncerà alla propria strategia di utilizzare la popolazione come scudo umano. Ospedali, scuole e asili resteranno obiettivi ambigui, luoghi in cui l’infrastruttura civile si sovrappone a funzioni militari. Ciò crea un contesto urbano in cui la distinzione tra combattenti e civili è volutamente confusa, trasformando ogni intervento militare in un dilemma etico e operativo.
In questo scenario, il rischio principale per Israele non è solo il costo immediato dell’operazione, ma la sua trasformazione in un pantano prolungato. La guerra urbana, con il suo logoramento quotidiano, può diventare il preludio a una fase insurrezionale in cui il conflitto si estende oltre il controllo territoriale, alimentato da risentimento, vendetta e un senso diffuso di occupazione.
A ciò si aggiunge una questione logistica e umanitaria di proporzioni imponenti: la gestione del deflusso e dell’assistenza a un milione di abitanti di Gaza. Fornire loro servizi minimi essenziali – acqua, elettricità, assistenza medica – in un contesto di distruzione infrastrutturale è un compito che metterebbe a dura prova qualsiasi forza armata o amministrazione civile. Per Israele, sarà un banco di prova quasi impossibile da superare senza il sostegno di attori esterni, sia sul piano umanitario che politico.
E allora, che accadrà? Con ogni probabilità, vedremo un’escalation lenta ma inesorabile, in cui l’obiettivo di neutralizzare Hamas rischia di cedere il passo alla gestione di una crisi umanitaria e di sicurezza sempre più complessa. La legittimità dell’operazione, pur riconosciuta in termini giuridici, sarà giudicata dall’opinione pubblica internazionale e regionale non solo dai risultati militari, ma dalla capacità – o incapacità – di Israele di garantire la sopravvivenza e la dignità della popolazione civile.
In definitiva, è in questo equilibrio precario tra forza e responsabilità che si giocherà il futuro della Striscia (e dell’intera regione).
Da Kiev al Medioriente: il commento di C. Bertolotti a SKY TG 24 TIMELINE.
di Claudio Bertolotti.
Da Kiev al Medioriente: il commento di C. Bertolotti a SKY TG 24 TIMELINE (puntata del 4 luglio 2025).
Dopo la telefonata Trump-Putin
A conversazione conclusa, il presidente statunitense Donal J. Trump ha ammesso
di non aver ottenuto “alcun passo avanti” verso il cessate-il-fuoco, lasciando
trapelare delusione e irritazione. Pochi minuti dopo, dal Cremlino filtrava la
ferma linea di Mosca: “gli obiettivi militari resteranno immutati” e i
negoziati dovranno svolgersi «solo fra Mosca e Kyiv, senza mediatori».
L’ondata di
missili e droni
Le parole hanno trovato immediata conferma nei fatti: fra la notte del 3 e
l’alba del 4 luglio la Russia ha scatenato la più massiccia offensiva aerea
dall’inizio della guerra — circa 550 vettori tra droni Shahed e missili
balistici, diretti soprattutto su Kyiv ma anche su diverse città dell’ovest
ucraino — un segnale assai eloquente di continuità bellica reuters.com.
La chiave
di lettura
Putin sta usando la pressione militare come leva negoziale: più alza la soglia
del dolore ucraino, più indebolisco la loro resilienza politica e la loro
fiducia nelle difese occidentali». Quando lancia centinaia di droni e missili,
il presidente russo Vladimir Putin sa che la contraerea ucraina non potrà
intercettarli tutti. È una dimostrazione pratica del vantaggio tattico e
operativo mantenuto da Mosca in questo conflitto e degli effetti in termini di vulnerabilità
psicologica ucraina.
Non si tratta soltanto di terrorizzare i
civili; la campagna aerea serve a preparare l’offensiva estiva: «la Russia
chiama i coscritti due volte l’anno, in aprile e novembre; dopo due mesi
d’addestramento sono pronti. Siamo esattamente all’apice di quel ciclo: da un
momento all’altro Mosca potrebbe puntare su Odessa per chiudere l’accesso
ucraino al Mar Nero
L’arma-tempo
e il nodo degli aiuti USA
Il fattore decisivo è la pazienza strategica di Mosca: «Più il tempo passa, più
Kiev dipende dagli arsenali occidentali, mentre la Russia rigenera
continuamente le proprie riserve umane». In questo quadro, la decisione di
Washington di sospendere parte delle forniture — in particolare i Patriot e le
munizioni guidate — pesa in modo sproporzionato: «Kyiv non può permettersi
buchi di poche settimane, figuriamoci di mesi».
Trump nega che si tratti di un vero
“congelamento” e insiste sulla necessità di salvaguardare le scorte interne, ma
il messaggio politico che arriva in Ucraina (e in Russia) è chiaro: la
protezione USA non è più illimitata. Ma, a ben guardare i precedenti, è più
probabile che tale scelta sia una concessione indiretta a Putin, con la
clausola non scritta di riprendere la fornitura di equipaggiamenti militari all’Ucraina
nel momento in cui Putin non dovesse aprire a una qualunque ipotesi negoziale.
Che cosa
vedo all’orizzonte
Un’escalation “controllata”: Mosca continuerà a
colpire infrastrutture civili e militari per logorare la rete di difesa aerea e
mostrare l’impotenza di Kyiv.
Pressione su Odessa: il rafforzamento russo a
sud fa pensare a un tentativo di sigillare definitivamente la costa ucraina.
Diplomazia in stallo: finché nell’arco atlantico
non si chiarirà l’entità reale dello stop agli aiuti, qualunque negoziato
resterà intrappolato in un gioco di specchi.
Fragilità europea: l’UE dipende dalla linea di
Washington; senza un piano alternativo, rischia di trovarsi spettatrice di un
accordo imposto dal terreno di battaglia.
Per
concludere
La sequenza telefonata-bombardamenti mostra come Putin utilizzi
sistematicamente l’azione militare per dettare i tempi politici, contando sul
logoramento del sostegno occidentale. Se Washington non riattiverà in fretta la
filiera degli armamenti — o se Mosca non incapperà in un errore strategico — le
prossime settimane potrebbero segnare un ulteriore peggioramento per l’Ucraina,
con un tavolo negoziale sempre più sbilanciato a favore del Cremlino.
Perché è normale che Iron Dome non intercetti tutti i missili iraniani
di Andrea Molle dagli Stati Uniti
In questi giorni di accentuata tensione tra Israele e Iran, diverse analisi superficiali hanno sollevato dubbi sull’efficacia dei sistemi di difesa israeliani – in particolare Iron Dome, David’s Sling e Arrow. Il fatto che alcuni missili iraniani siano riusciti a colpire il territorio israeliano viene interpretato da alcuni come segnale di un cedimento tecnico o strategico. Ma la realtà è più complessa – e molto più razionale.
1. I sistemi di difesa non sono scudi magici Ogni sistema antimissile lavora su principi di probabilità e priorità. Non esiste al mondo una tecnologia in grado di garantire l’intercettazione del 100% delle minacce. Anche i sistemi più avanzati devono operare in condizioni di incertezza e fare i conti con le leggi della statistica, della fisica, della logistica e della guerra elettronica.
2. Le
munizioni intercettanti sono limitate
Ogni batteria ha un numero finito di missili intercettori. Lanciare un
intercettore costa centinaia di migliaia di dollari. Davanti a un attacco a
saturazione – cioè il lancio simultaneo di decine o centinaia di missili – i sistemi
israeliani sono costretti a fare delle scelte: proteggere con priorità gli
obiettivi critici, lasciando che altri vettori meno pericolosi vadano a segno
in aree secondarie o disabitate.
3. Rotazione dei lanciatori e logoramento operativo I sistemi di lancio come quelli di Iron Dome vengono spostati e ruotati con regolarità per evitare l’esaurimento, la vulnerabilità a colpi mirati e la saturazione in un unico settore. Questo significa che in certi momenti, certe zone potrebbero non essere pienamente coperte – per scelta, non per errore.
4. Il fattore
tempo e sorpresa
Molti missili iraniani sono a medio-lungo raggio e partono da grandi distanze,
ma altri possono essere lanciati da proxy più vicini (come Hezbollah). La
varietà delle minacce, unita alla possibilità di attacchi simultanei da nord,
est e sud, rende impossibile una copertura totale e istantanea.
5. La difesa multilivello funziona, ma ha limiti Israele ha costruito una difesa stratificata (Iron Dome per razzi a corto raggio, David’s Sling per missili a medio raggio, Arrow per minacce balistiche). Tuttavia, ogni sistema ha un angolo ottimale di ingaggio, e l’attacco simultaneo da più direzioni può ridurre l’efficacia complessiva.
In sintesi: non è
un fallimento. È esattamente come funziona la guerra moderna. L’efficacia di un
sistema di difesa non si misura con lo zero assoluto di missili entrati, ma con
il rapporto tra danni subiti e quelli evitati. E, finora, i numeri dimostrano
che la rete israeliana, pur sotto pressione, sta reggendo.
Nucleare e Guerra Irregolare: escalation reale nel conflitto tra Israele e Iran
di Andrea Molle dagli Stati Uniti
Il conflitto tra Israele e Iran non è più una guerra per procura né un confronto limitato al dominio cibernetico o all’azione clandestina. A partire dal 13 giugno 2025, il Medio Oriente ha assistito a uno degli scontri più gravi della sua storia recente: oltre 400 missili balistici e più di 1.000 droni sono stati lanciati dall’Iran e dai suoi alleati diretti contro infrastrutture civili e militari israeliane in risposta all’attacco avviato da Gerusalemme contro le infrastrutture militari del paese. Tra gli obiettivi colpiti dagli iraniani figurano l’ospedale Soroka di Beersheba, le centrali elettriche nel Negev e strutture aeroportuali in Galilea. Le Forze di Difesa Israeliane hanno risposto con un’offensiva aerea senza precedenti, colpendo più di 100 obiettivi militari in Iran, inclusi i siti nucleari di Natanz, Fordow e Arak, basi dell’IRGC e impianti energetici strategici. L’intervento americano ha complicato ulteriormente questa equazione.
Questa nuova fase del conflitto, ormai esplicitamente cinetica, ha dissolto la distinzione tra guerra convenzionale e guerra irregolare. La presenza di proxy come Hezbollah, Houthi e milizie sciite in Iraq e Siria resta cruciale, ma si affianca ora a un coinvolgimento diretto e dichiarato tra Stati, con Israele e Iran che si colpiscono reciprocamente sui rispettivi territori nazionali. La guerra ibrida si è trasformata in guerra ad alta intensità, pur conservando al suo interno gli elementi irregolari che l’Iran ha saputo integrare sistematicamente nella propria dottrina militare.
In questo contesto, il tema del nucleare iraniano assume una valenza operativa immediata. Le ispezioni recenti dell’AIEA confermano che Teheran possiede circa 9 tonnellate di uranio arricchito, con materiale al 60% e oltre, sufficiente – secondo le stime – per produrre fino a nove testate. Il “breakout time”, ovvero il tempo necessario a produrre un ordigno pronto all’uso, è ormai ridotto sebbene gli esperti siano divisi su quanto in realtà questo si traduca realmente in un arco di pochi mesi o addirittura settimane come sostenuto da Gerusalemme. Parallelamente, l’Iran ha ridotto la cooperazione con l’Agenzia, ostacolando l’accesso degli ispettori a Fordow e ad altri siti chiave.
La possibilità
che Teheran ricorra a un impiego diretto dell’arma atomica in ambito
convenzionale resta remota, per via del principio di sopravvivenza strategica
che guida anche i regimi più ostili. Tuttavia, la minaccia dell’uso nucleare si
inserisce perfettamente in una logica di guerra irregolare. L’atomica, anche
solo nella sua forma latente, diventa uno strumento politico: uno scudo
strategico che consente all’Iran di intensificare le attività dei suoi proxy
regionali, dissuadendo Israele e gli Stati Uniti dal continuare a colpirli direttamente per timore
di un’escalation atomica.
Questo scenario,
già ipotizzato in ambito dottrinale come “deterrenza inversa”, ha oggi
riscontri concreti. Israele è costretto a operare sotto la minaccia esplicita
che un attacco troppo profondo al cuore del sistema iraniano possa causare una
reazione nucleare, o accelerare un passaggio da deterrenza a compellence. A sua
volta, Teheran usa la propria ambiguità nucleare per garantire libertà d’azione
ai suoi attori non statali, alimentando un’instabilità sistemica.
Un secondo
rischio, meno discusso ma altrettanto realistico, riguarda la possibilità che
l’Iran trasferisca materiali radiologici a gruppi alleati per costruire ordigni
impropri, le cosiddette “bombe sporche”. L’uso simbolico e psicologico di
un’arma del genere, anche in assenza di un impatto distruttivo su larga scala,
provocherebbe una paralisi politico-sociale e una crisi diplomatica globale,
alterando radicalmente l’equilibrio strategico in Medio Oriente e nel
Mediterraneo.
Infine, va
considerata l’ipotesi estrema: l’adozione, da parte dell’Iran, di una strategia
di “ultima spiaggia” nel caso in cui il regime percepisse una minaccia
esistenziale. In tale scenario, la leadership potrebbe minacciare o impiegare
un ordigno a basso rendimento in un’area simbolica (come lo Stretto di Hormuz)
per costringere le controparti a un cessate il fuoco immediato o addirittura in
un territorio terzo di un paese beligerante come gli Stati Uniti. Un’escalation
del genere, benché non inevitabile, è compatibile con la logica di “escalate to
de-escalate” già teorizzata da altre potenze nucleari come la Russia.
Israele continua
a rispondere attraverso una dottrina di deterrenza attiva, basata sulla
capacità di colpire preventivamente le infrastrutture critiche e i centri di
comando iraniani. Le forze aeree israeliane, il Mossad e le unità cyber
collaborano in operazioni integrate che mirano a ritardare, sabotare o
neutralizzare la capacità iraniana di costruire e impiegare un’arma nucleare. Gli
ultimi conflitti, da Gaza al Libano, hanno ampiamente dimostrato che Israele è
disposto a superare i limiti di una guerra di contenimento, adottando una
postura offensiva multilivello.
Per l’Italia e i Paesi europei, questa evoluzione impone una rivalutazione delle priorità strategiche nella regione. Il conflitto non è più limitato a uno scontro per l’egemonia locale: coinvolge direttamente le rotte commerciali, le linee di approvvigionamento energetico, le missioni navali internazionali, le relazioni con le monarchie del Golfo e la tenuta dell’intero sistema euro-mediterraneo di sicurezza. Un Iran nuclearizzato, pienamente inserito in una strategia di guerra ibrida, rappresenta oggi una minaccia transnazionale e multi-dominio, ma un conflitto ad alta intensità o un repentino, quanto caotico, cambio di regime a Teheran comportano rischi.
Rispetto all’evoluzione della dottrina della guerra irregolare, l’integrazione del nucleare non è più una deviazione teorica ma un processo in atto, osservabile nelle dinamiche attuali del conflitto. Se fino a pochi mesi fa si trattava di un’ipotesi strategica, oggi è un dato operativo da cui dipendono le scelte tattiche di Israele, degli Stati Uniti e, indirettamente, anche dell’Europa. La bomba non è (ancora) esplosa, ma già pesa come una leva politica e psicologica, mutando la natura stessa della guerra. Il caso iraniano, sotto questo profilo, rappresenta il primo vero banco di prova di una nuova realtà del conflitto ibrido globale in un’epoca che ormai è sempre più chiaramente svincolata dal diritto internazionale.
L’arsenale militare iraniano: potenza apparente, limiti strutturali, minaccia asimmetrica
di Claudio Bertolotti, dall’intervista a Lorenzo Santucci, per Huffington Post Italia.
Il commento di C. Bertolotti per START InSight e Huffington Post.
Nonostante una narrazione che tende a enfatizzarne la forza, l’arsenale militare iraniano è segnato da forti limiti strutturali, in particolare nel dominio della guerra convenzionale. Il comparto aeronautico, ad esempio, si basa ancora in gran parte su tecnologie risalenti agli anni ’70, risalenti al periodo pre-rivoluzionario e acquisite durante il regno dello Scià. Ne fanno parte aerei da combattimento come gli F-4 Phantom, gli F-5 e alcuni F-14 Tomcat, mantenuti operativi con difficoltà grazie a reverse engineering, cannibalizzazione di pezzi di ricambio e una rete industriale interna che ha cercato di supplire alla mancanza di accesso ai mercati globali per via dell’embargo.
La potenza missilistica: la vera carta strategica
Il vero elemento di deterrenza e di proiezione di forza per Teheran risiede nella componente missilistica. Secondo stime attendibili, l’Iran dispone di oltre 3.000 missili balistici, il che ne fa una delle più imponenti potenze missilistiche del Medio Oriente. Questi vettori includono una gamma diversificata di missili a corto e medio raggio (come i Fateh-110, Zolfaghar, Shahab-3 e Sejjil), capaci di colpire bersagli a distanze comprese tra i 300 e i 2.000 km.
Dal punto di vista tecnico, questi missili sono spesso alimentati nella fase iniziale tramite razzi a propellente solido o liquido, ma non sono dotati di sistemi di guida o propulsione terminale, il che significa che, una volta raggiunto l’apogeo della traiettoria, ricadono “a caduta libera” sull’obiettivo. Questa caratteristica riduce la precisione rispetto ai più sofisticati sistemi occidentali o russi, ma resta comunque efficace se usata su obiettivi di area o in una logica di saturazione.
Tecnologia obsoleta, ma strategia moderna
A dispetto dell’obsolescenza tecnologica in molte componenti convenzionali (carri armati, aerei, difesa antiaerea), l’Iran ha saputo adattarsi a una logica di guerra asimmetrica e ibrida. Il know-how sviluppato sul terreno (soprattutto in Siria, Iraq, Libano e Yemen) e il ricorso a proxy armati ben addestrati e forniti, ha trasformato il potenziale militare iraniano in una minaccia diluita, flessibile e difficilmente neutralizzabile con la sola superiorità aerea.
In particolare, i programmi missilistici sono accompagnati dallo sviluppo di droni d’attacco e di sorveglianza (come i Mohajer e i Shahed), utilizzati sia direttamente sia forniti a forze alleate (Hezbollah, Hamas, milizie sciite irachene, Houthi). Questi strumenti hanno dimostrato una crescente efficacia, sia in termini tattici che simbolici.
Conclusione: una minaccia non convenzionale
L’Iran non può competere direttamente con le potenze regionali o globali sul piano convenzionale, ma ha saputo sviluppare un arsenale che, sebbene basato in larga parte su tecnologia obsoleta, rappresenta una minaccia significativa in chiave asimmetrica e strategica. I suoi missili balistici, in particolare, costituiscono un elemento chiave nella dottrina della deterrenza offensiva, in grado di colpire obiettivi critici in tutta la regione. La crescente interconnessione tra capacità missilistiche, droni e rete di proxy regionali moltiplica il potenziale distruttivo dell’Iran, compensando in parte le lacune della sua forza convenzionale.
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