Iran, Israele, Hamas, Russia, NATO: il commento di C. Bertolotti a SKY TG24

La presentazione di Gaza Underground – il libro, a SKY TG24: le incognite e le difficoltà nella guerra urbana e sotterranea. E ancora: la morte del presidente di Raisi e la sua successione: quali ripercussioni a livello interno ed esterno? La Russia minaccia di ridefinire i confini marittimi: provocazione o atto deliberato?

Il commento di Claudio Bertolotti a TIMELINE, SKY TG24 (puntata del 22 maggio 2024).


Gaza Underground: la guerra sotterranea e urbana tra Israele-Hamas – il nuovo libro di C. Bertolotti

Storia, strategie, tattiche, guerra cognitiva e intelligenza artificiale

Il nuovo libro di C. Bertolotti è disponibile su Amazon

Nel cuore della terra, sotto il confine tra Israele e Gaza, si è sviluppata una guerra invisibile, tanto silenziosa quanto pericolosa. Questa è la storia della guerra sotterranea combattuta da Israele contro Hamas. La lotta contro l’uso strategico dei tunnel da parte del movimento islamista rappresenta un capitolo oscuro e complesso del conflitto israelo-palestinese, un fronte di battaglia che si è esteso ben al di là della vista e della percezione pubblica.

La dimensione sotterra­nea della nuova guerra

Mentre il mondo guarda le immagini di distruzione e ascolta i racconti di chi è colpito dalla violenza in superficie, pochi comprendono la portata e la complessità della guerra svolta nel ventre della terra: la dimensione sotterra­nea della nuova guerra. Ma i tunnel di Gaza non sono semplici passaggi sotterranei; sono arterie di un vasto organismo vivente, pulsante di armi, di strategie e di intenti terroristici. Sono la manifestazione fisica di un conflitto che ha abbracciato una nuova dimensione, quella sotterranea, dove il buio e il silenzio nascondono operazioni di infiltrazione, attacchi a sorpresa e tattiche di guerriglia.

Strategie e conseguenze della guerra invisibile

GAZA UNDERGROUND: la guerra sotterranea e urbana tra Israele e Hamas, il nuovo libro di Claudio Bertolotti, esplora questa guerra nascosta, partendo dalle origini dell’utilizzo dei tunnel nella storia del conflitto israelo-palestinese, analizzando come Hamas li abbia trasformati in uno strumento chiave della propria strategia militare. Attraverso la ricerca d’archivio, documenti ufficiali, nonché testimonianze dirette, cercheremo di capire come Israele abbia risposto a questa minaccia, sviluppando tecnologie e tattiche per rilevare, distruggere o neutralizzare queste via di attacco nascoste.

La guerra sotterranea tra Israele e Hamas a Gaza è una lotta continua di ingegno, risorse e determinazione. È una dimostrazione di come il campo di battaglia si sia evoluto, richiedendo a entrambe le parti di adattarsi a nuove realtà. L’obbiettivo posto a premessa del nuovo libro di Claudio Bertolotti consiste nell’analizzare e comprendere le sfide, le strategie e le conseguenze di questa guerra invisibile, offrendo al lettore una comprensione più profonda di uno degli aspetti più inquietanti e meno conosciuti del conflitto israelo-palestinese, aprendo la prospettiva sui futuri scenari di guerra che, per ragioni demografiche, sociali, economiche e tecnologiche, vedranno le città e le loro dimensioni sotterranee assumere un ruolo sempre più determinante.

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L’Iran attacca Israele: il giorno dopo. C. Bertolotti a SKY TG 24

di Claudio Bertolotti (dall’intervento a SKY TG 24 del 14 aprile 2024, ore 18.15).

Teheran ha portato a termine la rappresaglia annunciata per l’attacco subito il primo aprile, quando il suo consolato a Damasco venne colpito, evento che causò la morte di almeno 16 persone, inclusi due comandanti dei Guardiani della Rivoluzione. Durante la notte, più di 300 droni e missili da crociera, lanciati dalla Repubblica Islamica e dai suoi alleati regionali – gli Ansar Allah degli Houthi dello Yemen, le milizie sciite irachene e il libanese Hezbollah – hanno preso di mira installazioni militari israeliane, con la maggior parte di questi intercettati dai sistemi di difesa Iron Dome.

L’attacco di Teheran a Israele è un evento che finalmente mette in luce quelle dinamiche conflittuali del Medioriente che sino ad oggi hanno visto Teheran colpire Israele in maniera indiretta, senza mai esporsi. Oggi tutto è cambiato, e questo è l’evento storico che segna un cambio di passo, al di la degli effettivi risultati ottenuti sul campo.

E forse è un risultato ottenuto da Israele quello di essere riuscito a tirare fuori dall’ombra chi, nel corso degli ultimi vent’anni e più, ha gestito gli attacchi e le offese a Israele nascondendosi dietro ai suoi proxy regionali, dalla Siria, al libanese Hezbollah agli Ansar Allah degli Houti in Yemen, alle milizie sciite irachene e lo stesso Hamas più recentemente.

Un evento storico che potrebbe essere determinante per risolvere conflittualità irrisolte per decenni ma che gli Stati Uniti non consentiranno di risolvere e questo non per un timore di allargamento regionale del conflitto ma perché l’evento in sé si colloca in piena campagna elettorale e il presidente in carica teme di perdere i voti della componente araba e musulmana, che è significativa.

Sul piano tattico, quello meno rilevante, possiamo leggerlo come un tentativo di saturare il sistema di difesa aerea israeliana inviando un elevato numero di velivoli droni per poi colpire gli obiettivi con i missili balistici. Un risultato fallimentare.

Sul piano strategico, quello più rilevante, e che ci consente di fare una previsione su quelli che potranno essere gli scenari futuri del conflitto in corso, sebbene molti analisti sostengano che sia stato un atto dimostrativo, quasi simbolico, con la speranza da parte dell’Iran di considerare concluso il confronto diretto tra Gerusalemme e Teheran, personalmente ritengo si sia trattato invece di un’opzione senza scelta in relazione al ruolo dell’Iran nel cosiddetto “Asse della Resistenza”: chiedere per anni ai suoi proxy di combattere coerentemente con l’ambizione di potenza di Teheran non sarebbe più stato sostenibile dopo l’attacco israeliano all’ambasciata iraniana in Siria. Coerenza, opportunità, condivisione dello sforzo: se Teheran non avesse agito, l’intero Asse della Resistenza si sarebbe indebolito, progressivamente frantumato, lasciando Teheran da sola ad affrontare Israele.

Teheran è anche particolarmente fragile sul piano politico interno, con un malcontento generazionale sempre più acuto ed evidente.. la ricerca del nemico esterno che rappresenta una minaccia esistenziale è un escamotage politico vecchio quanto la guerra. Su questo non dobbiamo dirci sorpresi.

Temo però che la partita sia ancora aperta, anche se possiamo aspettarci una pausa diplomatica fortemente voluta dall’amministrazione Biden, e questo per ragioni di campagna elettorale più che di opportunità strategica di Washington.


Tre palestinesi arrestati a L’Aquila per terrorismo: “Attentati per conto delle Brigate Tulkarem” (al-Aqsa).

di Claudio Bertolotti

La Polizia di Stato italiana ha arrestato a L’Aquila tre cittadini palestinesi – tra cui Anan Yaeesh, 37 enne palestinese attualmente in carcere a Terni dopo essere stato arrestato il 27 gennaio scorso su richiesta delle autorità israeliane che ne chiedono l’estradizione – accusati di aver pianificato attacchi terroristici, nell’ambito di un’operazione contro l’estremismo. Sono stati presi in custodia in seguito all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare per il reato di associazione con scopi di terrorismo, inclusi obiettivi internazionali, e sovversione dell’ordine democratico. Secondo le forze dell’ordine, gli arrestati erano coinvolti in attività di proselitismo e divulgazione a favore dell’organizzazione e avevano l’intento di compiere attacchi, incluso il sacrificio personale, contro bersagli civili e militari fuori dai confini nazionali. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha espresso la sua soddisfazione per l’arresto dei tre individui ritenuti estremamente pericolosi, sottolineando l’impegno e l’eccellenza investigativa delle forze dell’ordine italiane. Questa operazione dimostra, secondo il ministro, l’efficace vigilanza e l’azione preventiva contro l’estremismo e la radicalizzazione, per cui ha esteso i suoi ringraziamenti alla polizia e alla magistratura per il significativo successo ottenuto, che evidenzia la costante attenzione alle minacce alla sicurezza interna.

Chi sono e quali le origini e gli obiettivi Brigate dei Martiri di Al-Aqsa?

Le “Brigate dei Martiri di Al-Aqsa” rappresentano un’ala militante del movimento Fatah, fondato nel tardo 1950 da Yasser Arafat e altri leader palestinesi. Emerse all’inizio dell’Intifada di Al-Aqsa nel settembre 2000, questo gruppo ha giocato un ruolo significativo nel conflitto israelo-palestinese, conducendo attacchi contro obiettivi israeliani sia militari che civili. Le Brigate hanno dichiarato di voler combattere l’occupazione israeliana e hanno rivendicato responsabilità per numerosi attacchi suicidi, sparatorie e lanci di missili.

All’interno di questa organizzazione, il “Gruppo di Risposta Rapida – Brigate Tulkarem” rappresenta una specifica articolazione operativa che opera principalmente nell’area di Tulkarem, una città situata nella parte occidentale della Cisgiordania. Questo gruppo specifico è stato costituito con l’obiettivo di fornire una risposta rapida alle incursioni militari israeliane, sfruttando la conoscenza del terreno locale e la capacità di mobilitare rapidamente i suoi membri in caso di conflitto.

La natura del “Gruppo di Risposta Rapida” si caratterizza per la sua agilità operativa e la capacità di condurre attacchi mirati. Il gruppo utilizza tattiche di guerriglia urbana e si adatta rapidamente alle dinamiche del campo di battaglia, il che lo rende una componente efficace all’interno della più ampia strategia delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. La loro attività è volta a creare un senso di insicurezza continua tra le forze israeliane, cercando di impedire o rallentare le operazioni militari nella loro area di influenza.

Nonostante la loro determinazione, l’azione di gruppi come il “Gruppo di Risposta Rapida – Brigate Tulkarem” solleva questioni significative riguardo al ciclo di violenza nel conflitto israelo-palestinese. Le loro operazioni, spesso dirette contro obiettivi civili, hanno portato a condanne internazionali e hanno accentuato la sofferenza umana su entrambi i lati del conflitto. La complessità della loro esistenza e operazioni riflette l’intricata rete di cause, identità e lealtà che caratterizzano il lungo e doloroso scontro tra israeliani e palestinesi.

La presenza e le azioni di gruppi come le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa e il loro “Gruppo di Risposta Rapida – Brigate Tulkarem” in Italia come, è possibile valutare, sia in Europa che negli Stati Uniti, sono testimoni della profonda capacità di permeazione da parte del terrorismo jihadista associato ad Hamas che, attraverso una serie di appelli alla “rabbia” dei musulmani ha chiamato i suoi accoliti a colpire, in difesa dell’Islam. Di fatto spingendo verso quel fenomeno ormai consolidato di terrorismo emulativo, improvvisato e prevalentemente individuale che ha ormai imposta le proprie presenza e volontà d’azione, in Europa, dall’avvento del fenomeno Stato Islamico (già ISIS) negli anni 2014/2017. Oggi, quel terrorismo di fatto autonomo e spesso fallimentare, si è inserito in una nuova dinamica competitiva tra i brand Stato islamico e il “nuovo” attore del jihad, Hamas, che pur ponendosi come “movimento di liberazione nazionale” non ha mancato di estendere sul piano comunicativo, ideologico e propagandistico la propria visione e l’appello a colpire ovunque, con atti di “jihad” atti a difendere l’islam dalla corruzione e dalla violenza dell’occidente.


Proxy War: il ruolo di Teheran nello scacchiere mediorientale

di Andrea Molle

La teoria della guerra per procura, o Proxy War Theory, si basa sull’idea che gli attori statali egemoni, noti come “mandanti” o “principali”, possano perseguire i propri interessi attraverso attori non statali, chiamati “agenti”, che agiscono come intermediari per conto dei mandanti. Questo modello è spesso associato alle guerre, dove gli attori principali cercano di raggiungere i propri obiettivi senza coinvolgimento diretto in azioni ostili. Tuttavia, questa dinamica può estendersi anche a periodi di pace relativa, evidenziando la complessità delle relazioni internazionali. La teoria mette in luce il ruolo degli attori intermediari nel facilitare o esacerbare le tensioni internazionali. Gli Stati possono influenzare gli eventi globali attraverso questi proxies, che possono essere gruppi ribelli, milizie o altre entità non statali. L’approccio analitico implicito a questa teoria offre una prospettiva approfondita sulla natura delle alleanze, dei conflitti e delle strategie di potere a livello globale. In sostanza, la Proxy War Theory fornisce un quadro concettuale per comprendere come gli attori statali possano agire indirettamente attraverso terze parti per perseguire i propri interessi, sia durante i periodi di conflitto aperto che in tempi di relativa pace. La sua applicazione consente di esaminare in modo critico le dinamiche complesse delle relazioni internazionali, evidenziando le connessioni e le influenze nascoste che possono sfuggire a una visione superficiale degli eventi globali.

Sotto il profilo formale, un elemento cruciale della Proxy War Theory è la complessità delle relazioni tra gli agenti e i principali. A un livello di base, gli Stati detti principali possono fornire sostegno finanziario, militare o politico agli agenti non statali, consentendo loro di operare più efficacemente sul territorio. Tuttavia, questa dinamica è spesso caratterizzata da un’asimmetria di potere e di informazioni, creando un contesto in cui il principale cerca di massimizzare il proprio controllo, guidando le azioni dell’agente in linea con i propri interessi. In generale, la decisione di impiegare proxy può derivare da diverse decisioni o condizioni strategiche. Ciò può includere il desiderio di mantenere una certa distanza da azioni dirette, come quelle di natura militare, o risolvere impasse diplomatiche. L’utilizzo di agenti non statali può anche offrire l’opportunità di sfruttare risorse locali e competenze specifiche dei gruppi coinvolti, consentendo al principale di perseguire obiettivi attraverso terzi attori senza esporsi direttamente. Inoltre, situazioni in cui il principale non dispone delle risorse necessarie per perseguire autonomamente i propri obiettivi possono motivare l’adozione di questa strategia indiretta.

Attualmente, chiunque osservi il coinvolgimento dell’Iran nel Medio Oriente non può ignorare le complesse dinamiche in atto. Nel corso degli anni, Teheran ha sostenuto diversi gruppi regionali, influenzando gli sviluppi nel teatro mediorientale senza farsi coinvolgere direttamente in operazioni militari. Con astuzia, l’Iran ha tessuto una rete intricata di proxies in vari paesi, utilizzandoli come strumenti per perseguire i propri interessi strategici a medio e lungo termine. Questi intermediari, costituiscono attualmente un elemento cruciale nella politica estera iraniana, permettendo a Teheran di estendere la sua influenza e avere un impatto significativo sulle dinamiche regionali senza esporsi direttamente o impegnare risorse che attualmente potrebbero non essere disponibili.

Tra i gruppi attualmente controllati a diversi livelli dalla Repubblica Islamica, è importante menzionare innanzitutto Hezbollah. Fondato nel 1982 durante l’occupazione israeliana del Libano, il movimento sciita Hezbollah è attualmente il principale agente dell’Iran. Questa organizzazione è nota sia per le sue capacità militari che per la sua ostilità verso Israele ed ha guadagnato notevole sostegno, sia politico che sociale, in Libano. Hezbollah è stato coinvolto direttamente in conflitti regionali, incluso il sostegno al regime di Bashar al-Assad nella guerra in Siria. Le milizie Houthi, conosciute anche come Ansar Allah, sono anch’esse sostenute dall’Iran nella lotta contro il governo yemenita appoggiato dall’Arabia Saudita. Il sostegno iraniano include forniture di armi e addestramento, alimentando oggi il conflitto nello Yemen e le tensioni nel Mar Rosso. In Iraq, diverse milizie paramilitari sostenute dall’Iran operano con una certa autonomia, emergendo durante l’occupazione statunitense e consolidando la loro presenza nel tempo, partecipando anche alle operazioni in Siria e in altri contesti regionali. In Siria, l’Iran ha offerto sostegno a diverse milizie e gruppi armati locali che combattono al fianco del regime di Bashar al-Assad nella guerra civile. Infine, Hamas. La relazione tra l’Iran e Hamas è complessa. Nonostante il sostegno finanziario e logistico evidente, la natura di questa connessione non è così chiara come nei casi di altri gruppi. Mentre ci sono prove di un livello di supporto iraniano, la relazione non è così diretta come nel caso di Hezbollah o dei gruppi in Iraq e Yemen. Alcuni analisti notano variazioni nel sostegno iraniano a Hamas nel tempo, con fasi di collaborazione e distanziamento. Pertanto, la definizione di Hamas come proxy dell’Iran richiede un approccio più sfumato rispetto ad altri gruppi nella regione.

Mentre l’Iran vede indubbiamente in questi gruppi lo strumento ideale per perseguire i propri interessi strategici in Medio Oriente, l’analisi di queste relazioni rivela dinamiche complesse e sfide legate alla gestione delle alleanze e alla ricerca di una coerenza di obiettivi tra Teheran e i suoi proxies. La presenza e l’azione di questi proxies contribuiscono certamente a ridefinire gli equilibri di potere nella regione e ad influenzare le dinamiche geopolitiche su scala globale. Tuttavia, sottostà a un rapporto complesso in cui Teheran, nonostante il sostegno finanziario e militare fornito ai suoi proxies, sembra non poter contare sul loro completo controllo. L’intelligence statunitense stima infatti che diversi gruppi, tra cui le milizie Houthi e quelle operanti in Iraq e Siria, agiscano ormai in modo relativamente autonomo, mostrando interessi e ambizioni divergenti da quelli di Teheran e rischiando di portare il paese sull’orlo di un conflitto che non può certamente permettersi.

Chi si avvicina a queste problematiche con l’idea che esista una relazione deterministica e gerarchica esclusiva tra il principale e l’agente fatica a comprendere le ragioni di questa contingenza, ma per la Scienza Politica, ciò non rappresenta certo una novità. L’emergere di conflitti di interessi tra il principale e i proxies può generare divergenze operative e decisioni autonome da parte di questi ultimi. Inoltre, informazioni asimmetriche e mancanza di controllo sui processi decisionali possono complicare la gestione delle esigenze operative a breve termine e generare incertezze nelle risposte di tutti gli attori coinvolti, compresa la comunità internazionale.

Questa situazione è conosciuta in Economia come il “problema principale-agente”, in cui possono emergere conflitti di interessi dovuti a divergenze di priorità che portano gli agenti a agire in modo autonomo e indipendente dal principale. Le potenziali implicazioni della mancanza di controllo sono significative sia per la situazione geopolitica della regione che per determinare i parametri di risposta delle potenze occidentali, ad esempio nel caso degli attacchi alle imbarcazioni commerciali o contro le loro truppe presenti nel teatro operativo.

L’intelligence americana e dei paesi NATO, pur riconoscendo il sostegno iraniano e la natura della relazione principale-agente, non attribuisce pertanto direttamente a Teheran la progettazione e l’esecuzione di tali attacchi. Ciò genera incertezza sulle contromisure da adottare, poiché non è chiaro fino a che punto l’Iran sia coinvolto o responsabile, ma allo stesso tempo riduce la probabilità di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e dell’Europa in un conflitto aperto con l’Iran. Questo scenario complica comunque la reazione politica e le decisioni operative degli attori occidentali, che devono considerare la disparità di interessi tra Teheran e i suoi proxies. Infine, la mancanza di un controllo totale su gruppi come gli Houthi suggerisce che la cessazione di conflitti specifici, come quello a Gaza, potrebbe non portare automaticamente a una pausa delle ostilità da parte dei proxies iraniani.

Questa riflessione è di estrema importanza poiché mette in discussione alcuni concetti consolidati diventati dogmi nell’analisi geopolitica dei conflitti in Medio Oriente. Un’applicazione accorta della Proxy War Theory mina in particolare la presunta relazione causale tra gli attacchi nel Mar Rosso e in Iraq e la guerra tra Israele e Hamas. Sebbene l’avvio delle operazioni dell’IDF nella Striscia di Gaza abbia probabilmente contribuito all’estensione del conflitto, l’idea che la fine delle ostilità tra Israele e i palestinesi porti automaticamente alla cessazione dei conflitti nelle zone circostanti è ingenua e priva di fondamento. Esistono diversi motivi per questa conclusione.

Innanzitutto, il contesto delle operazioni di questi agenti nel teatro precede gli eventi del 7 ottobre 2023, sebbene l’intensità e la natura dei loro obiettivi siano cambiate. Inoltre, non si può escludere che l’Iran abbia interesse a prolungare gli scontri per creare un nuovo status quo che gli permetta maggior spazio di manovra sulla sua politica nucleare. È importante considerare anche che altri attori internazionali, come Russia o Cina, che sono in qualche modo “principali” dell’Iran, potrebbero trovare la situazione utile per raggiungere i propri obiettivi strategici, come ad esempio indebolire le economie occidentali o testare/erodere le capacità militari della NATO. Infine, come emerge dalla discussione precedente, non è scontato che siano solo i proxies iraniani a non essere influenzati da ragioni diplomatiche.


Azione israeliana in Libano e rischio di escalation regionale: il punto del Direttore.

Dall’intervista di Stefano Leszczynski a Claudio Bertolotti, per Radio Vaticana, trasmissione Il Mondo alla Radio del 3 gennaio 2024 (VAI AL PODCAST)

L’azione israeliana in Libano e il rischio di escalation.

Gli attentati a Beirut e in Iran infiammano la crisi medio orientale. La guerra di Israele tra battaglie nella Striscia di Gaza e omicidi mirati.

Federica Saini Fasanotti – storica militare e studiosa dell’ISPI

Eric Salerno – giornalista esperto di questioni medio orientali e relazioni internazionali

Claudio Bertolotti – direttore di Start Insight e ricercatore ISPI

Il 2 gennaio 2024, un attacco nel sud di Beirut, Libano, in cui è avvenuta l’uccisione del numero due di Hamas, Saleh al-Arouri, è stato attribuito a Israele e ha preso di mira una roccaforte del gruppo sciita e filo-iraniano Hezbollah. L’attacco ha causato anche vittime collaterali, suscitando la condanna di Hezbollah e la promessa che l'”assassinio” di al Arouri a Beirut non resterà impunito. Le forze armate israeliane hanno diffuso video dell’attacco, sottolineando il loro coinvolgimento nell’incidente. L’evento ha sollevato preoccupazioni riguardo a una possibile escalation tra Libano e Israele.

Dottor Bertolotti, c’è il rischio che le operazioni mirate israeliane come quella in Libano inneschino davvero un conflitto regionale?

Dal punto di vista razionale – secondo Bertolotti – nessuno degli attori coinvolti vuole un allargamento del conflitto a livello regionale. Non lo vuole Israele e non lo vuole l’Iran che, invece, punta a una serie di micro-conflitti e coinvolgimento dei piccoli attori regionali, dagli Houthi nello Yemen ad Hezbollah in Libano per distrarre lo sforzo militare di Israele, indebolendolo. Ma al di la della volontà razionale ci sono le scelte emotive, che spesso condizionano le dinamiche delle relazioni internazionali che possono portare ad effetti incontrollabili. E il rischio di un’escalation orizzontale a livello regionale, in questo senso, è un rischio possibile.

Dott. Bertolotti, la prudenza del governo libanese, che ha chiesto a Hezbollah di non reagire a Israele in maniera autonoma, che cosa suggerisce?

Il governo di Beirut è il primo a voler scongiurare un allargamento del conflitto, perchè ciò significherebbe il collasso dello stato libanese e l’avvio di una nuova guerra civile che sarebbe micidiale per la sopravvivenza dello stesso stato libanese. Questa la ragione per cui il governo libanese svolge un ruolo di intermediario con Hezbollah che noN è, come non è mai stato, sotto controllo governativo, ponendosi come milizia, esercito autonomo legato ai gruppi di potere sciiti a loro volta legati con l’Iran, che di Hezbollah ne sta facendo un uso opportunistico in funzione anti-israeliana, senza però farsi direttamente coinvolgere.

Direttore, la posizione di Ankara (membro della NATO) in questa crisi pone alcuni interrogativi sul proprio ruolo e affidabilità?

La Turchia persegue un proprio e ben definito progetto di proiezione di influenza in tutto l’arco mediterraneo allargato, dal Corno d’Africa ai paesi del Maghreb. La vicinanza ad Hamas, che si lega alla pericolosa organizzazione dei Fratelli Musulmani, è coerente con questa visione di potenza che prevede il consolidamento dei rapporti con i governi e le organizzazioni locali in un’ottica di ricostituzione di un perimetro geopolitico artificiosamente coerente con la storia e con l’ego sproporzionato del presidente Erdogan. Ma non illudiamoci che una qualsiasi alternativa a Erdogan possa avere una visione differente, questa è l’ambizione della Turchia contemporanea.


Medioriente: attacco mirato statunitense in Siria contro obiettivi iraniani.

Intervista a C. Bertolotti, ospite di Laura Zucchetti a TELETICINO, edizione del 27 ottobre 2023, ore 12.00.


Intervista a Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight (edizione dl 27 ottobre 2023, ore 12.00).

Due aerei da combattimento statunitensi hanno colpito depositi di armi e munizioni in Siria come rappresaglia per gli attacchi alle forze americane in Iraq da parte delle milizie sostenute dall’Iran.

Il presidente Joe Biden ha ordinato attacchi alle due strutture utilizzate dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane e dai gruppi di milizie da queste sostenuti, avvertendo che gli Stati Uniti sono pronti ad adottare ulteriori misure se gli attacchi da parte dei proxy dell’Iran dovessero continuare. Un chiaro segnale di posizionamento statunitense in funzione di deterrenza all’ipotesi di escalation orizzontale del conflitto in Medioriente.


Gaza è una trappola, ma l’offensiva di terra inevitabile (Bertolotti -Ispi), ADNKRONOS

Incubo close combat e urban warfare, dimensione sotterranea della Striscia è l’asso nella manica di Hamas, rischio ‘escalation orizzontale’

ADNKRONOS, 24 ottobre 2923, (Vir/Adnkronos)

“Gaza è una trappola”, ma non c’è alternativa all’operazione dentro la Striscia. L’incubo israeliano si chiama ‘close combat’. E lo scenario peggiore si concretizza nella “dimensione sotterranea” della Striscia, in quel labirinto di tunnel che sono l’obiettivo dei raid israeliani e l’ “asso nella manica” di Hamas mentre l’opinione pubblica israeliana si aspetta il ‘mission accomplished’. Ma c’è anche il rischio “escalation orizzontale”. Claudio Bertolotti, analista dell’Ispi esperto di Medio Oriente e Nord Africa, di radicalizzazione e terrorismo internazionale e direttore di Start InSight, ragiona con l’Adnkronos mentre la crisi in Medio Oriente, scatenata dal terribile attacco del 7 ottobre di Hamas in Israele, non sembra destinata a esaurirsi in tempi brevi e anzi si teme un allargamento del conflitto.

Bertolotti è convinto che “non esista un’opzione alternativa dal punto di vista politico” all’operazione dentro la Striscia, ritiene sia una “opzione inevitabile”, perché “non agire con forza” nei confronti di Hamas dopo quel brutale attacco significherebbe dire che qualunque azione terroristica di fondo passa senza grandi conseguenze… (vai all’articolo di Alessia Virdis per ADNKRONOS.

Punti in evidenza nell’articolo

‘Mettere in conto un numero di perdite elevato’

‘In area urbana mezzi corazzati estremamente vulnerabili’

‘Iran opera per aprire due fronti, quello libanese e quello siriano’


L’informazione “dettata” da Hamas: la guerra cognitiva dei terroristi. Dal commento di C. Bertolotti a Start (SKY TG24).

I commenti di Claudio Bertolotti, Direttore di START inSight e Natalie Tocci, Direttore IAI a START, trasmissione di SKY TG24 (puntata del 19 ottobre 2023)

(Bertolotti) “Guardando al caso dell’ospedale nella striscia di Gaza colpito da un razzo palestinese, emerge quanto sia pericoloso dar credito a informazioni non verificate in grado di incidere in maniera significativa, sia sull’opinione pubblica, sia sui processi decisionali, politici e militari.

In questo specifico caso, così come in molti altri, la percezione ha prevalso sulla realtà: e questo è l’effetto della guerra cognitiva, volta a indirizzare il nostro pensiero. Una guerra che Hamas sta conducendo in maniera estremamente abile e che ha portato a definire i tempi e le modalità delle relazioni internazionali, annullando o posticipando gli incontri tra le parti. La responsabilità di Israele è stata esclusa, ammesso che ci sia mai stata. E questa, da un lato è la sconfitta del giornalismo che non è stato in grado di verificare, prestandosi alla propaganda di un gruppo jihadista, e, dall’altro è stata la grande vittoria della disinformazione di Hamas, che è così riuscita a spingere le masse arabe nelle piazze e, al contempo, ha smosso la mole di utili inconsapevoli che in Occidente sono caduti nel tranello, o meglio nell’operazione.”


Il richiamo di Hamas e il rischio di terrorismo. Il commento del direttore C. Bertolotti a TGCOM 24

L’intervento del Direttore C. Bertolotti a TGCOM 24 Mediaset (approfondimento del 18 ottobre 2023) – PRIMA PARTE

L’intervento del Direttore C. Bertolotti a TGCOM 24 Mediaset (approfondimento del 18 ottobre 2023) – SECONDA PARTE

Dopo gli attacchi terroristici operati da Hamas e il Jihad Islamico nel sud di Israele, e dopo la violenza inaudita utilizzata contro civili inermi, sembra che si stia riproponendo il metodo jihadista utilizzato all’epoca aurea del Califfato. Questo ha riacceso gli animi dei così detti lupi solitari in Europa. Che rischi di emulazione si corrono sulla base di quanto accaduto in Francia e Belgio?

Il terrorismo jihadista, così come l’abbiamo conosciuto nel corso degli ultimi anni, ha avuto la sua massima espressione di violenza nel periodo 2015-2017, in concomitanza con l’espansione dello Stato islamico in Siria e in Iraq. Anche grazie all’amplificazione massmediatica, lo Stato islamico riuscì ad attirare una serie di reclute, di adepti, ma anche semplicemente a ispirare soggetti che poi colpirono in suo nome, pur senza fare parte dell’organizzazione. Dal 2018, gli attacchi terroristici sono diminuiti e si sono stabilizzati su numeri comunque importanti per l’Europa. Parliamo di 18, 20 attentati all’anno, spesso fallimentari e con una bassa attenzione mediatica. Azioni che non hanno alimentato l’effetto emulativo.

Oggi, al contrario, ci troviamo di nuovo in una situazione simile a quella del 2015-2017: non c’è più lo Stato islamico che si impone mediaticamente, ma c’è la guerra, la contrapposizione fra israeliani e Hamas.

La guerra tra Israele e Hamas è un grande evento che, purtroppo, alimenta la minaccia potenziale – sempre in attesa di essere attivata – di singoli soggetti emulatori, i quali aspirano a essere riconosciuti come mujaheddin ed eventualmente shahid (martiri) imponendo, attraverso la violenza, il messaggio jihadista del “noi contro voi”. La fabbrica dell’odio – se così possiamo chiamarla – è però sempre rimasta attiva, non si è mai fermata, con riferimento a ciò che avviene in un mondo parallelo, quello virtuale del Web dove la fabbrica dell’odio non soltanto esiste, ma si consolida lentamente. Un mondo parallelo, nel quale tutto viene inteso e interpretato in maniera assoluta e trasformato in una visione del mondo a senso unico. Chi entra in questa bolla virtuale, alla fine crede di essere portatore di un’istanza di massa contro l’Occidente, che inevitabilmente diventa il nemico da abbattere. Piùdei luoghi fisici, cioè più delle moschee e più dei centri sociali di incontro dei radicalizzati, il Web è così diventato da molto tempo il terreno di confronto e di raccolta di informazioni degli estremisti.