Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale
Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”, Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)
La minaccia dal Medioriente all’Europa
di Claudio Bertolotti
Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.
La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.
Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.
Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.
Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.
Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.
Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.
Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.
Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.
Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.
Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.
Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.
In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.
La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.
La propaganda bellica iraniana: il ruolo della famiglia come arma nel dominio cognitivo
Leggendo alcuni documenti ufficiali
divulgati dal governo iraniano nei primi giorni del conflitto contro la
coalizione israelo – americana, colpisce in modo particolare la ridondanza del
concetto del martirio ascritto non solo ai rappresentanti della leadership
politico-militare eliminati nell’immediato dei primi attacchi subiti, ma
soprattutto ai “figli” della nazione, strettamente correlati alla figura delle
“madri”. La narrazione sottende un messaggio orientato a conquistare e
consolidare l’accettazione di gravi lutti dovuti alla guerra da parte delle
famiglie. Le “madri”, metonimia di forte impatto emotivo, assurgono a simboli della
resilienza del popolo iraniano, presentato come coeso e monolitico contro
l’odiato nemico. Accanto alle madri troviamo i “figli”, il cui destino
escatologico eleva il sacrificio dei caduti iraniani alla dimensione religiosa,
rafforzata dal concetto del martirio. Tutto questo per far metabolizzare l’idea
che i morti dalla parte di Teheran sono destinati ad essere tanti, come sempre
è stato nei conflitti che hanno visto coinvolto il regime degli ayatollah.
Nella propaganda bellica iraniana, dunque, la famiglia non è solo un’unità
sociale, ma un pilastro
ideologico utilizzato per mobilitare la nazione,
giustificare il sacrificio e consolidare l’identità rivoluzionaria. Il
regime modella i ruoli familiari per servire gli obiettivi dello Stato
attraverso diversi meccanismi.
Il primo è proprio l’idealizzazione del martirio
e il ruolo della madre: la propaganda eleva la figura della “madre del
martire” come l’ideale supremo di cittadinanza femminile. Le donne
sono ritratte come madri o mogli che spingono con orgoglio i propri cari verso
il fronte, trasformando il dolore privato in onore pubblico. Spesso raffigurate
con simboli religiosi (come il Corano), le donne fungono da àncora morale che
legittima la “guerra santa”. Il secondo riguarda la formazione
del “cittadino guerriero” secondo cui il ruolo maschile nella
famiglia è strettamente legato alla difesa della patria e dei valori
islamici. Ai bambini viene insegnato fin da piccoli che la protezione
dell’onore familiare coincide con la difesa dello Stato. La propaganda utilizza
sovente immagini di fratelli maggiori o padri eroici per spingere i giovani a
unirsi a forze paramilitari come i Basij. Un
terzo aspetto è riferito all’istruzione e alla trasmissione culturale. Lo Stato
integra la narrazione bellica direttamente nella vita domestica e
scolastica. Recentemente, sono stati introdotti compiti che richiedono
agli studenti di discutere la preparazione alle crisi con i
genitori, normalizzando il conflitto come parte della realtà familiare. Il
cinema e i media di stato, poi, lavorano per colmare il “divario
generazionale”, presentando i valori dei combattenti degli anni Ottanta
come il modello da seguire per i giovani di oggi.
Nella
propaganda del regime, la dimensione vulnerabile della patria viene rappresentata
in modo paradigmatico dalla rilevante immagine femminile della “madre del
martire”, spesso raffigurata mentre tiene in mano l’immagine di un
martire, lo seppellisce o gli rende omaggio. La “madre del martire”
compare ripetutamente in una serie di materiali visivi, già a partire dalla guerra
Iran-Iraq. La rappresentazione di questa figura e la volontà del regime di
riconoscerla e promuoverla come icona-chiave dello Stato sono in linea con il
trattamento che le viene riservato nella realtà: lo Stato fornisce alle
famiglie dei martiri benefici sociali ed economici e capitale culturale,
riconoscendole come una classe sociale a pieno titolo. Spesso beneficiano di
agevolazioni fiscali, alloggi riservati e quote di ammissione all’università.
Si tratta di una tendenza che si è estesa persino alle famiglie dei martiri
della Brigata Fatemiyoun, l’unità interamente afghana che ha combattuto
in Siria su mandato iraniano, nonostante né i combattenti né le loro famiglie
possiedano la cittadinanza iraniana[1]. La campagna
sviluppata nel 2022 dall’agenzia di produzione audiovisiva e di design Khatt
Media, intitolata Madri e mogli dei martiri, rappresenta un tipico
esempio della continua promozione dell’importante ruolo svolto dalle donne come
sostenitrici e persone in lutto per i martiri maschi[2].
In tempi di dissenso interno o conflitti
recenti, lo Stato utilizza le famiglie per scopi tattici. Il dolore delle famiglie vittime degli
attacchi esterni viene amplificato dai media statali per alimentare il
sentimento nazionalista e la ritorsione in forma di vendetta. L’aspetto
peggiore del confezionamento della propaganda pro-regime, tuttavia, riguarda le
autorità accusate di forzare i familiari di vittime a rilasciare interviste
televisive in cui negano la responsabilità dello Stato nelle morti,
attribuendole a cause accidentali. Va anche detto che, mentre la propaganda
ufficiale promuove l’immagine una famiglia unita e devota, esiste una crescente
frattura sociale tra i valori predicati dall’élite governativa e lo
stile di vita occidentale dei loro stessi figli all’estero, un fenomeno spesso
criticato come ipocrisia dai cittadini comuni.
2. Evoluzione del modello familiare in Iran
In Iran, il modello familiare
dominante era quello della famiglia allargata patriarcale. I suoi membri,
legati da vincoli di sangue e di alleanza, comprendevano la coppia iniziale, i
figli e le famiglie di questi ultimi. Questo modello familiare era
caratterizzato dal potere assoluto del padre, capofamiglia, da una forte
solidarietà tra i figli maschi, che godevano di pari diritti di successione e
da un’elevata frequenza di endogamia, solitamente tra cugini di primo grado,
con l’ideale rappresentato dal matrimonio tra i figli di due fratelli.
I compiti e le responsabilità
della famiglia tradizionale erano molteplici e sostanziali. La famiglia si
occupava del benessere dei suoi membri dalla nascita alla morte, coprendo tutti
gli aspetti della vita sociale. Oltre a fornire supporto emotivo, la famiglia
provvedeva anche all’istruzione, all’assistenza medica e al sostegno finanziario
dei suoi membri. Tra i molteplici incarichi nel nucleo famigliare vi erano
anche quelli di trovare un impiego, di organizzare le nozze e di provvedere
all’accumulo dei fondi pensionistici per i propri propri appartenenti. Il
coinvolgimento familiare si basava sul primato della solidarietà di lignaggio e
richiedeva una continua interdipendenza tra i suoi membri. Negli ultimi
decenni, tuttavia, si è assistito a una modernizzazione delle condizioni
socio-economiche in Iran, legata allo sviluppo di un’economia di mercato e del
lavoro salariato, all’urbanizzazione e all’accesso all’istruzione e ai servizi
sociali finanziati dallo Stato. Ciò sembra aver indotto cambiamenti sostanziali
nelle dimensioni e nella struttura della famiglia, nonché nelle sue funzioni
sociali.
In seguito alla Rivoluzione del
1979, furono create diverse fondazioni per sostenere e migliorare le condizioni
di vita dei più indigenti, noti come mostaz’afin (espropriati). Queste
fondazioni disponevano di considerevoli risorse finanziarie, derivanti in gran
parte da sovvenzioni governative, tasse e donazioni religiose. Dopo i tumulti
dei primi anni del nuovo regime – esacerbati dall’inizio della guerra contro
l’Iraq e dal nuovo peso imposto dal conflitto – il Comitato di Soccorso Imam
Khomeini (IKRC, fondato nel 1979) organizzò le proprie attività in servizi
distinti. I più importanti erano l’assistenza finanziaria a individui o
famiglie senza risorse, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza medica, prestiti
senza interessi, aiuti finanziari per la ristrutturazione di abitazioni, borse
di studio e piccole pensioni concesse a persone di età pari o superiore a 60
anni residenti in zone rurali. Diversi milioni di persone appartenenti ai
settori più svantaggiati della popolazione hanno beneficiato e continuano a
beneficiare delle diverse forme di aiuto e dei servizi forniti da questa
fondazione. La Fondazione è legata ad enti come la Setad (Esecutivo
dell’Ordine dell’Imam) un colosso commerciale sotto la supervisione diretta della
“guida suprema”, con una partecipazione in quasi tutti i settori dell’economia
iraniana, inclusi quello energetico, quello delle telecomunicazioni e quello
dei servizi finanziari. L’istituzione opera all’interno del sistema teocratico iraniano,
caratterizzato da un’impronta fondamentalista sciita e, sebbene si presenti
come un ente benefico, viene descritta come uno strumento di “espansione
ideologica” e soft power, con attività che talvolta si estendono ad
altre aree di influenza iraniana[3]. Nel
marzo 2026, si sono verificate segnalazioni di attacchi (inclusa un’esplosione)
contro le sedi del Comitato di Soccorso Khomeini a Chenaran, nel Razavi
Khorasan, da parte di unità di resistenza che avversano il regime khomeinista[4]. Altri
importanti enti sono la Fondazione dei Martiri (creata nel 1980) e la Fondazione
15 Khordad (creata nel 1981), che si occupano delle famiglie di coloro che
sono morti per la Repubblica Islamica, intese come vittime del periodo
rivoluzionario e della guerra contro l’Iraq, degli ex militari disabili, dei
prigionieri di guerra e dei dispersi, nonché dei bisognosi. Il sostegno
finanziario e le pensioni erogate da queste fondazioni sono estremamente
modesti, ma tale assistenza ai più bisognosi, soprattutto nelle aree rurali, ha
sancito il loro diritto alla protezione sociale.
Se ipotizziamo che queste
fondazioni abbiano sostituito i gruppi familiari e le reti locali, assistiamo
ad una graduale riduzione del ruolo della famiglia nel sostegno ai propri
componenti. Con la loro influenza sull’organizzazione tradizionale della
solidarietà familiare, queste fondazioni hanno certamente contribuito a minare
il principio di interdipendenza familiare e hanno favorito l’emergere dell’autonomia
individuale[5].
3. Donne e bambini icone della propaganda
Nel precedente paragrafo abbiamo
detto delle vittime della Rivoluzione e della guerra contro l’Iraq. Vediamo,
allora, in riferimento alla guerra, situazione che oggi si riproponte
prepotentemente sullo scenario mediorientale, in che modo la narrazione
propagandistica di Teheran già negli anni Ottanta confezionasse messaggi tesi
ad esaltare la sacralità della figura femminile e dei giovanissimi descritti
come eroi votati al martirio per il neonato Stato teocratico.
Mentre i combattimenti infuriavano,
l’intera società iraniana fu esortata a partecipare allo sforzo bellico. I
manifesti giocarono un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nel conforto
del popolo iraniano, comprese donne e bambini. Ragazzi iraniani anche di soli
dodici anni venivano reclutati nei Basij, forze paramilitari volontarie
che combattevano al fianco dell’esercito nazionale. I Basij sono
ricordati soprattutto per i loro assalti a ondate umane, in cui gruppi di
ragazzi attraversavano a piedi i campi di battaglia disseminati di mine per
consentire il passaggio successivo di altre unità dell’esercito. In questo atto
mortale di indipendenza, sfida e fervore salvifico si celava il reale desiderio
dei giovani iraniani di proteggere la propria patria e le proprie famiglie con
ogni mezzo necessario, inclusa la perdita degli arti e il sacrificio della vita.
Gli artisti commemoravano il
coraggio dei bambini in guerra, lamentando al contempo la loro tragica e
prematura morte. Ad esempio, un manifesto, intitolato Questi sono i nostri
eroi, raffigura un ragazzino che si prepara a unirsi alla battaglia; le
granate legate alla sua cintura simboleggiano la sua inevitabile
autodistruzione in un assalto di massa, mentre la sorella in lacrime stringe il
Corano. Una scritta graffitata sul muro dietro le due figure esalta altri
ragazzi come “guide” che si sono già sacrificati per la causa. Il manifesto
simboleggia la perdita dell’innocenza per la giovane generazione, così come per
la stessa nascente Repubblica Islamica.
Anche le donne furono sfruttate per
la propaganda bellica. La Repubblica Islamica incoraggiò le donne a seguire i
modelli islamici di femminilità e umiltà. Come osserva Shirin Saeidi, “la
descrizione di genere dei cittadini ideali da parte della Repubblica Islamica
durante la guerra Iran-Iraq… raffigurava il cittadino maschio ideale come un
guerriero e la donna ideale come una moglie o una madre che mandava
volontariamente i propri cari in guerra“[6]. Nonostante
la molteplicità dei ruoli svolti dalle donne durante la guerra, che hanno
sfidato e al contempo minato i binarismi e le norme di genere promossi dallo
Stato, le raffigurazioni delle donne nell’iconografia del regime postbellico si
sono concentrate principalmente sul loro ruolo di testimoni, sostenitrici e generatrici
di combattenti e martiri[7]. Tali
raffigurazioni sono in linea con la classica rappresentazione sciita delle
donne, che incarnano i ruoli svolti da Fatima (figlia del Profeta, moglie di
Ali e madre di Husayn e Hasan) e da sua figlia Zaynab[8]. Fatima è
un archetipo della virtù femminile sciita. Venerata come simbolo di
rettitudine, pazienza, pietà e come madre del più importante martire sciita,
l’Imam Husayn, Fatima è esaltata come madre di tutti i martiri. Per queste
ragioni, i cimiteri creati per i soldati iraniani caduti durante la guerra
Iran-Iraq portano il suo nome. Zaynab, invece, viene ricordata per il suo
coraggio e la sua resilienza, dovuti alla sua leggendaria sfida a Yazid I dopo
il massacro della sua famiglia nella battaglia di Karbala (680 d.C.). Come
donna attiva e persino combattiva, il suo esempio ispirò le donne iraniane
durante la Rivoluzione. Anche durante la guerra, i programmi artistici della
Repubblica Islamica diffondevano l’immagine di Zaynab come donna a sostegno dei
soldati sciiti.
L’artista di guerra Nasser Palangi
realizzò degli schizzi di donne iraniane durante le prime fasi dell’invasione
irachena della città iraniana di Khorramshahr. Intitolando uno dei suoi disegni
Le eredi di Zaynab, Palangi mette in luce il legame tra l’eroina del VII
secolo e le donne di Khorramshahr, che combatterono in difesa della città. La
battaglia di Karbala si trasformò ancora una volta in un paradigma attraverso
il quale anche le combattenti potevano emulare le eroine della storia sacra
sciita. Vale la pena raccontare che nel 2021, in occasione della Giornata degli
Infermieri in Iran, è stato presentato un murale intitolato L’esercito degli
infermieri, che mostrava operatori sanitari uomini e donne nella lotta
contro il COVID-19. Celebrata
annualmente per riconoscere il contributo e i sacrifici degli iraniani che
lavorano nel settore sanitario, la Giornata degli Infermieri cade
nell’anniversario della nascita di Zaynab, nipote del Profeta, ricordata
soprattutto per aver assistito, come detto, al martirio di suo fratello Husayn
e di altri famigliari nella battaglia di Karbala. La coincidenza della Giornata
degli Infermieri con il compleanno di Zaynab non è casuale: questo allineamento
intende collegare le azioni degli operatori sanitari iraniani di oggi alla
memoria e all’eredità di Zaynab, che non solo fu testimone della battaglia, ma
si prese anche cura delle donne e dei bambini sopravvissuti dopo il conflitto[9]. Il murale in questione è un esempio di soft
propaganda la cui peculiarità è quella di sovvertirele consolidate rappresentazioni delle norme di genere nella
Repubblica Islamica. Mentre le rappresentazioni classiche enfatizzano il
martirio e il sacrificio per la nazione come un’impresa prevalentemente
maschile, questo murale si distingue per la presenza di un uomo che
regge l’immagine di una martire . Tale inversione dei ruoli di genere
indica come la posizione assegnata a uomini e donne nella produzione culturale
statale incentrata sul martirio e sull’eroizzazione sia soggetta a una forma di
rinegoziazione. La logica sostantiva a questa rinegoziazione risiede nella
realtà delle donne che hanno prestato servizio in prima linea e sacrificato la
propria vita durante la pandemia di COVID-19 nella Repubblica Islamica. Non
riconoscere il loro ruolo nella protezione della patria e nel loro sacrificio
significherebbe sminuire questa realtà. In altre parole, in Iran la
“gerarchia del martirio” basata sul genere è stata adattata alle
reali condizioni della pandemia di COVID-19, quando le donne hanno dovuto
pagare un prezzo di sangue sempre più elevato.
Tra i tanti manifesti,
appare particolarmente toccante quello della Ragazza che imbraccia un fucile (1979). Una fotografia ritrae una bambina
con il chador completo che impugna un fucile Kalashnikov con un fiore
infilato nella canna. La didascalia del poster riporta una citazione
dell’Ayatollah Taleqani: “Il nostro esercito non appartiene solo ai
nostri fratelli nelle forze armate. Uomini e donne, giovani e anziani del
nostro Paese sono membri dell’Esercito Islamico e sono i custodi dell’Islam“.
La Repubblica Islamica incoraggiava tutti gli iraniani a condividere la
responsabilità di salvaguardare il proprio Paese, sia combattendo in guerra,
sia sostenendo lo sforzo bellico, sia difendendo l’Islam di fronte
all’aggressione straniera. Mentre la ragazzina si prepara a difendere la sua
patria, il gruppo di soldati alle sue spalle rimanda alla prontezza dei soldati
iraniani a combattere per la Repubblica Islamica[10].
In generale, tuttavia,
nonostante la capacità della propaganda di Stato di rinegoziare le norme di
genere, questo processo rimane circoscritto dai meccanismi di costruzione del
mito maschile e dall’archetipo maschile del martire. Di fatto, tali processi non implicano
l’uguaglianza di genere, bensì rivelano come i discorsi sul martirio femminile siano
ambivalenti: se da un lato alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella
storia, dall’altro viene ribadita la logica della gerarchia di genere. Tali
osservazioni sull’iconografia visiva promossa dallo Stato nell’Iran
contemporaneo contribuiscono allo studio delle tecniche di propaganda
utilizzate dai regimi autoritari.
4. Conclusioni. Figli e figliastri
A partire dalla conclusione della guerra Iran-Iraq, i prototipi di genere del “fratello guerriero e della sorella velata” sono stati costantemente raffigurati e diffusi nell’iconografia della Repubblica islamica[11]. Questi prototipi appaiono come un insieme semi-fisso di motivi a cui gli organi di propaganda del regime attingono regolarmente e continuano a permeare il discorso quotidiano. Quando si parla di martirio e sacrificio, i prototipi di genere si distinguono tra l’atto maschile di combattere e morire e l’atto femminile di sostenere, assistere e infine piangere il martire. Queste rappresentazioni dicotomiche possono essere definite Husayn-ingeZaynab-ing, che, va notato, non sono solo rappresentazioni nella propaganda di stato iraniana, ma si allineano strettamente alla realtà della guerra stessa, quando le donne non venivano ufficialmente reclutate per combattere. L’esempio classico a questo proposito è quello dell’infermiera che sostiene il martire, spesso utilizzato per rendere visibile il contributo delle donne nei processi storici. L’effetto è duplice: da un lato, alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro vengono ridotte a figure di supporto[12]
Il
legame di lunga data tra norme di genere, martirio e protezione della patria
permea l’iconografia odierna della Repubblica islamica. Nel dicembre 2021, un
murale è apparso sul cartellone pubblicitario Vali Asr di Teheran raffigurante
il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassam Soleimani e il segretario
generale di Katai’b Hezbollah iracheno Abu Mahdi al-Muhandis al centro,
affiancati da un lato da un gruppo di bambini e dall’altro da un gruppo di
soldati. Occupando ciascuna metà separata del murale, ogni gruppo intende
simboleggiare un diverso elemento della nazione. I bambini, che appaiono in un
verdeggiante paesaggio urbano, stringendo le immagini dei martiri,
rappresentano l’idilliaca patria; i soldati, ritratti in piedi nell’arido
paesaggio di battaglia mentre esprimono con gioia il cameratismo marziale,
rappresentano l’idealizzata comunità di fratellanza desiderosa di proteggere la
patria in territorio nemico. Mostrato una settimana prima del secondo
anniversario dell’assassinio di Soleimani e Muhandis da parte di un attacco di
droni statunitensi, il murale reca la didascalia: “La rabbia verso il
nemico e l’amore per la patria, ecco cosa porta sicurezza alla tua casa“[13]. La rabbia e la lotta contro il nemico sono
un’impresa esclusivamente maschile. Le donne sono le destinatarie di questi
valorosi sforzi e hanno il solo compito di sostenerle. In quanto membri
femminili della famiglia dei martiri, è loro dovere mantenere viva la memoria
degli uomini defunti e del loro sacrificio. Il modello storico-mistico di
questi ruoli di genere prototipici, lo ribadiamo,si trova nella coppia di
fratelli martiri Husayn e Zaynab. È a Zaynab, dopotutto, che si dice derivino i
rituali di lutto sciiti che commemorano la morte di Husayn nel 680 d.C. a
Karbala[14],
di cui abbiamo parlato in precedenza. Nelle raffigurazioni celebrative della
battaglia di Karbala, sono gli uomini a combattere per un giusto ordine
sociale, mentre le donne fungono da sostenitrici e testimoni delle loro gesta
eroiche in battaglia.
Arriviamo a tempi più recenti. Nelle settimane
successive alla guerra dei dodici giorni, il Ministero dell’Istruzione iraniano
ha distribuito nuovi libri di testo alle scuole di tutto il paese, con l’obiettivo
di introdurre gli studenti delle scuole elementari e medie a quelle che i
funzionari definiscono lezioni fondamentali di difesa nazionale e resistenza.
Il libro di testo per le elementari si apre con una citazione del 1980
dell’ayatollah Khomeini: “Vi prometto la vittoria. Non temete alcuna
superpotenza e non abbiate paura di alcuna propaganda. Seguiremo la nostra
strada, e quella strada è quella di Dio“. Tale operazione rappresenta
l’impegno del Ministero nel plasmare la comprensione del conflitto da parte
delle nuove generazioni attraverso storie, attività didattiche e immagini
incentrate su missili, droni e prontezza militare. Dopo la fine del conflitto,
i funzionari del ministero hanno dichiarato che “Il messaggio della
guerra e le azioni del sistema politico devono essere trasmessi alle scuole il
più rapidamente possibile“[15].
Nel testo, concepito nell’ambito del pacchetto didattico “Il nostro
Iran” e integrato nei programmi scolastici obbligatori, roviamo dei capitoli
intitolati “Eroe di quartiere“, “Soldato della patria“,
“Solidarietà nei momenti difficili” e “Nemico comune“.
Secondo i documenti del Ministero, l’obiettivo principale è quello di fornire
“opportunità educative agli alunni di seconda elementare” per
comprendere “i fattori determinanti per la vittoria in guerra e le sue
diverse dimensioni” attraverso situazioni di apprendimento, dialogo e
attività congiunte. Le istruzioni rivolte agli insegnanti sottolineano che
l’obiettivo finale va oltre la semplice spiegazione di un singolo evento
militare[16].
Fin qui appare tutto coerente con
le narrazioni storico-propagandistiche del regime degli ayatollah. Tuttavia
se guardiamo alla progenie dell’élite governativa iraniana qualcosa non
torna. Una narrazione così pervasiva del tessuto sociale e così orientata alla
vocazione al martirio, in linea di principio dovrebbe far vibrare nel cuore dei
leader iraniani l’orgoglio di avere figli e figlie pronti a immolarsi
per la patria e per la causa anti-sionista e anti-americana. La leadership
di Teheran continua a insistere sul fatto che il sistema instaurato dopo la
rivoluzione del 1979 sia giusto, indipendente e moralmente superiore
all’Occidente. Proclamano che l’Iran è autosufficiente e culturalmente immune
all’influenza straniera. Pretendono che i cittadini comuni rimangano leali,
sopportino le difficoltà e considerino l’isolamento una virtù. Eppure, quando si
tratta delle loro famiglie, la narrazione crolla. I figli delle figure
politiche, militari e religiose più potenti dell’Iran scelgono in stragrande
maggioranza di vivere all’estero, il più delle volte negli Stati Uniti, in
Canada, in Europa o in Australia. Studiano nelle università occidentali,
lavorano in aziende occidentali e godono delle libertà occidentali. Non si tratta né di un caso né di un’anomalia. È uno schema
talmente ricorrente che gli iraniani gli hanno dato un nome: la “diaspora del
privilegio”[17].
Mentre i comuni cittadini iraniani si trovano ad affrontare sanzioni,
inflazione, disoccupazione e severe limitazioni alla libertà di movimento e
alle opportunità, i figli degli alti funzionari aggirano agevolmente questi
ostacoli. Passaporti occidentali, visti di lunga durata, titoli di studio
prestigiosi e lavori ben retribuiti diventano accessibili grazie al denaro,
all’influenza e alla protezione politica. Non si tratta della diaspora generata
dalla repressione o dal collasso economico, il percorso intrapreso da milioni
di iraniani comuni per necessità. Si tratta di qualcosa di completamente
diverso: una diaspora della classe dirigente, nata dal privilegio e dalla
contraddizione.
[1] K. L. Schwartz, “Citizen Martyrs”: The Afghan
Fatemiyoun Brigade in Iran, Afghanistan 5, n. 1, 2022.
[2] دیوارنگاره میدان ولیعصر (عج) به پیشواز روز مادر رفت (Il murale di
Piazza Vali Asr (A.S.) è stato inaugurato in occasione della Festa della Mamma), Agenzia di stampa Mehr, 14/01/2022. https://www.mehrnews.com/news/.
[3] S. Cegalin, Iran, il soft
power in Medio Oriente, la Redazione, 21/11/2023.
https://www.laredazione.net/iran-il-soft-power-in-medio-oriente/#:~:text=Iran%2C%20il%20soft%20power%20in%20Medio%20Oriente.
[4]Unità di Resistenza Colpiscono IRGC e Basij in 20 Città Iraniane, CNRI, 05/03/2026. https://it.ncr-iran.org/notizie/resistenza-iraniana/unita-di-resistenza-colpiscono-irgc-e-basij-in-20-citta-iraniane/#:~:text=%E2%80%93%20Incendio%20di%20una%20base%20IRGC%20Basij,Khorasan%20%E2%80%93%20Attacco%20a%20un%20seminario%20del.
[5] M. Ladier-Fouladi, Iranian
Families between Demographic Change and the Birth of the Welfare State,
Population (English edition), 57ᵉ année, n°2, 2002.
pp. 361-370.
[6] S. Saeidi, Women
and the Islamic Republic: How Gendered Citizenship Conditions the Iranian State,
Cambridge University Press, 2022.
[7] E.
Koolaee, The Impact of the Iraq-Iran War on Social Roles of Iranian Women, Middle
East Critique 23, n. 3, 2014.
[8] R. Wellman, Feeding Iran: Shiʿi Families and the Making of the Islamic Republic, Berkeley
University of California Press, 2021.
[9] P. J. Chelkowski, The Iconography of the Women of
Karbala: Tiles, Stamps, and Posters, in The Women of Karbala:
Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʿi Islam,
University of Texas Press, Austin, 2005.
[11] M. Moallem, Between Warrior Brother and Veiled Sister: Islamic
Fundamentalism and the Politics of Patriarchy in Iran, Berkeley University of
California Press, 2005.
[13]بیلبورد «ولی عصر»
با شعار «افتخار برای میهن» رونمایی شد (È stato inaugurato il
cartellone pubblicitario “Vali Asr” con lo slogan Onore alla Patria), Mizan News, 28/12/2021.
https://www.mizanonline.ir/003IDN
[14] K. Scot Aghaie, Gendered Aspects of the Emergence and
Historical Development of Shiʻi Symbols and Rituals, in The Women of
Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʻi Islam,
University of Texas Press, Austin, 2005.
[15] M. Tabriz, Iran introduces war curriculum to
elementary students following 12 days conflict, Iran International,
25/11/2025. https://iranwire.com/en/features/146547-iran-introduces-war-curriculum-to-elementary-students-following-12-day-conflict/.
[17] L. Bazargan, Iran’s rulers don’t mind the ship sinking, their
brood jumped long ago, Iran International, 15/11/2025.
https://www.iranintl.com/en/202511134705.
DAL PETROLIO ALL’ALGORITMO
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
L’intervento militare di Donald Trump, con il sostegno di Israele contro
l’Iran e culminato nella morte di Ali Khamenei e dei membri del suo entourage,
non è soltanto un’operazione militare ma mostra come questo intervento sia uno
nell’asse strategica americana: il contenimento delle forniture energetiche
verso la Cina, l’indebolimento della rete di proxy regionali sostenuti da
Teheran e l’opportunità per il popolo iraniano di scegliersi il suo sistema
politico.
Sul primo fronte, l’Iran rappresenta da
anni uno snodo rilevante — diretto e indiretto — per l’approvvigionamento
energetico asiatico, con Pechino tra i principali acquirenti del greggio
iraniano nonostante le sanzioni. Colpire Teheran significa quindi incidere su
una delle arterie energetiche che alimentano la crescita cinese.
Sul secondo fronte, la Repubblica
Islamica ha costruito nell’ultimo decennio una fitta rete di proiezione
indiretta attraverso attori come gli Houthi nello Yemen, Hezbollah in Libano e
varie milizie sciite in Iraq e Siria. Questi gruppi sono stati ripetutamente
accusati dall’Occidente di attacchi contro navi commerciali, infrastrutture
energetiche e interessi occidentali nei principali snodi marittimi della
regione, dal Mar Rosso al Golfo.
Infine, sul piano interno, l’Iran
arriva a questo passaggio dopo anni di proteste popolari — dalle mobilitazioni
del 2019 fino alle rivolte seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022 —
represse con durezza dalle autorità nate dalla rivoluzione del 1979 guidata
dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. Per una parte dell’opposizione, la fase
attuale potrebbe rappresentare la prima vera frattura sistemica tra società
iraniana e apparato teocratico.
Se questa traiettoria dovesse
consolidarsi, l’operazione in corso rischia di essere ricordata non solo come
un’escalation militare, ma come l’avvio di una possibile riconfigurazione
simultanea degli equilibri energetici, regionali e strategici ben oltre il
Medio Oriente.
La novità storica è che il fronte arabo, per interessi energetici e sicurezza
interna, non si compatta attorno a Teheran: inizia invece a trattarla come il
problema strutturale della regione — e questo cambia i calcoli di Washington su
energia, rotte marittime e deterrenza.
Questo riallineamento arabo crea lo spazio per un altro elemento, più sottile e valido: la guerra si combatte anche sul terreno della legittimità storica. Reza Pahlavi — figura simbolica dell’opposizione in esilio — nel corso della sua visita in Israele nell’aprile 2023, ha costruito il proprio intervento attorno a un riferimento simbolico preciso: Ciro il Grande.
Richiamando l’episodio della conquista
di Babilonia nel 539 a.C. e il ritorno degli ebrei dall’esilio, Pahlavi ha
presentato Ciro come figura di tolleranza e pluralismo, radicata tanto nella
memoria persiana quanto nella tradizione ebraica. Il messaggio politico era
chiaro: distinguere l’Iran come nazione e civiltà millenaria dalla Repubblica
Islamica, sostenendo che l’ostilità verso Israele sia una scelta del regime e
non del popolo iraniano. In questo quadro ha evocato l’idea di futuri “Cyrus Accords”, un possibile ampliamento degli
Accordi di Abramo che includessero un Iran post-teocratico in un’architettura
regionale fondata sul riconoscimento reciproco e la cooperazione. Il
riferimento a Ciro, quindi, non assume un valore nostalgico, ma strategico:
offrire una legittimazione storica a un’eventuale normalizzazione tra un Iran
futuro e Israele. (Nel 539 a.C., Ciro il Grande, re di Persia, conquistò Babilonia e
liberò gli ebrei dalla cattività babilonese. Emanò un editto (538 a.C.) che
permise loro di tornare a Gerusalemme e ricostruire il Tempio, ponendo fine
all’esilio iniziato da Nabucodonosor II.)
Sul piano sociale, la reazione del
popolo iraniano appare molto più complessa — ma in parte ricorda dinamiche già
viste nel contesto venezuelano. Nelle ore successive alla morte della Guida
Suprema Ali Khamenei, si sono registrate reazioni profondamente polarizzate:
mentre il regime ha organizzato manifestazioni di lutto, video e testimonianze
indicano che molti iraniani hanno festeggiato in modo discreto, tra
clacson, balli e segnali di sollievo, nonostante ci sia ancora un clima diffuso
di paura e repressione.
Parallelamente,
mentre una parte della diaspora iraniana ha accolto con favore l’azione
americana, in Occidente si è riattivato il consueto fronte di protesta contro
ogni intervento militare statunitense. Dalle prese di posizione di figure
storicamente pacifiste come Jane Fonda fino
alle mobilitazioni studentesche in diverse università occidentali, dove la
narrativa dominante nei movimenti antiguerra continua a leggere la crisi
prevalentemente attraverso la lente dell’opposizione all’interventismo
americano. Tuttavia, diversi osservatori
notano come queste proteste tendano talvolta a sottovalutare la natura del
regime iraniano e il sostegno che esso fornisce a una rete di attori armati
regionali.
Il
dibattito non è nuovo nemmeno in Europa. L’Italia, spesso criticata per un presunto
allineamento automatico a Washington, offre un precedente emblematico: nel
gennaio 2016, durante la visita ufficiale a Roma del presidente iraniano Hassan
Rouhani sotto il governo di Matteo Renzi,
diverse statue dei Musei Capitolini lungo il percorso della delegazione furono
coperte per evitare possibili offese alla sensibilità iraniana — una decisione
che all’epoca suscitò un acceso dibattito pubblico sul bilanciamento tra
diplomazia, valori culturali e realpolitik.
Il contrasto tra queste diverse reazioni — piazze occidentali mobilitate
contro l’intervento e segmenti dell’opposizione iraniana che lo interpretano
come possibile punto di svolta — evidenzia quanto la crisi attuale venga letta
attraverso cornici politiche profondamente divergenti.
Raduni
a New York, San
Francisco e in altre capitali occidentali hanno visto manifestanti della
diaspora sventolare bandiere pre-1979 e ringraziare apertamente Washington,
interpretando l’operazione come un possibile punto di svolta dopo decenni di
repressione.
Tuttavia, come già osservato in altri contesti — dal Venezuela ad altri
regimi sotto pressione — l’immagine di un popolo unanimemente in festa sarebbe
fuorviante. Le stesse fonti descrivono un Paese attraversato da sentimenti
contrastanti: speranza tra parte dell’opposizione, ma anche timore diffuso per
l’instabilità, le vittime civili e la capacità dell’apparato di sicurezza di
mantenere il controllo.
A questo quadro si aggiunge una dimensione spesso tralasciata ed è quella tecnologica. Se infatti la crisi viene letta prevalentemente in chiave di geopolitica ed energetica, on si può non parlare come le nuove architetture di potere passino anche attraverso l’intelligenza artificiale e le infrastrutture di calcolo avanzato.
Un titolo del Sole 24 Ore del 3 marzo 2026
In una recente intervista a CBS News,
il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha evidenziato come l’AI stia rapidamente
assumendo una rilevanza strategica per la sicurezza nazionale statunitense, pur
ribadendo la necessità di mantenere limiti chiari — in particolare contro l’uso
per sorveglianza di massa o per sistemi d’arma completamente autonomi senza
supervisione umana.
Le sue parole riflettono una
consapevolezza crescente: la competizione globale non si gioca più soltanto su
energia, rotte marittime o capacità militare tradizionale, ma sempre più sul
controllo delle infrastrutture di calcolo e dei modelli di intelligenza
artificiale.
In una recente intervista a CBS News,
il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha confermato quanto l’intelligenza
artificiale sia ormai pienamente integrata nelle architetture di sicurezza
nazionale statunitensi. Anthropic — ha spiegato — è stata tra le prime aziende
a distribuire i propri modelli su cloud classificati e a sviluppare versioni
personalizzate per applicazioni di intelligence, cyber e supporto operativo
militare.
Allo stesso tempo, Amodei ha tracciato
una linea rossa netta: la disponibilità a collaborare con il governo americano
copre “il 98–99% dei casi d’uso”, ma esclude due ambiti ritenuti ad alto
rischio sistemico — la sorveglianza di massa domestica e lo sviluppo di armi
completamente autonome prive di supervisione umana. Il motivo, ha sottolineato,
è duplice: da un lato la necessità di difendere gli Stati Uniti da avversari
autocratici come Cina e Russia; dall’altro l’obbligo di preservare i valori
democratici proprio mentre la competizione tecnologica si intensifica.
“Se si dispone di un grande esercito di
droni o robot in grado di operare senza alcuna supervisione umana, dove non ci
sono soldati umani a prendere decisioni su chi colpire o contro chi aprire il
fuoco, questo solleva preoccupazioni e richiede che si apra una discussione su
come tali sistemi debbano essere supervisionati — una discussione che, ad oggi,
non abbiamo ancora avuto. Per questo riteniamo con forza che questi due casi
d’uso non dovrebbero essere consentiti.
Il Pentagono ci ha detto di aver accettato in linea di principio queste due
restrizioni e di voler raggiungere un accordo”.
Purtroppo sappiamo che non è stato
possibile. Amodei racconta: “Ci è stato dato un ultimatum: accettare i loro
termini entro tre giorni oppure essere designati come rischio per la supply
chain ai sensi del Defense Production Act”. “Di fatto, non hanno accettato in
modo significativo le nostre eccezioni”.
In risposta alle accuse di Donald Trump
— che ha definito la posizione di Anthropic “egoista” e dannosa per la
sicurezza nazionale — Dario Amodei ha ribadito che l’azienda è disposta a
continuare a supportare il Dipartimento della Difesa anche di fronte a misure
straordinarie contro di essa. Ha spiegato che Anthropic ha offerto continuità
operativa per evitare interruzioni ai sistemi militari, pur mantenendo le
proprie linee rosse. Secondo Amodei, un’eventuale esclusione dell’azienda come
fornitore rappresenterebbe un rischio concreto di ritardo operativo per le
forze armate — potenzialmente di sei mesi o più — motivo per cui la società ha
cercato attivamente un accordo, attribuendo però la rottura negoziale alla
tempistica imposta dal Pentagono.
Un accordo — ha spiegato — richiede
entrambe le parti. Anthropic, da parte sua, si è detta disponibile a servire la
sicurezza nazionale degli Stati Uniti e a fornire i propri modelli a tutti i
rami del governo, incluso il Dipartimento della Difesa e la comunità di
intelligence, ma entro i limiti delle proprie linee rosse. L’obiettivo, ha
chiarito, non è sostenere una specifica amministrazione o singoli funzionari
del Pentagono, bensì contribuire alla sicurezza nazionale del Paese.
Amodei ha inoltre sottolineato che le
restrizioni imposte dall’azienda riguardano circa l’1% dei possibili casi d’uso
e che, per quanto a loro conoscenza, sul campo non si sono ancora verificati
scenari in cui tali limiti abbiano effettivamente ostacolato le operazioni.
Alla domanda sul perché gli americani
dovrebbero fidarsi del CEO di una società privata per prendere decisioni su
principi fondamentali invece che del governo federale, Amodei ha risposto
articolando due punti.
“Primo: Anthropic è un’azienda privata
e, come tale, può decidere se vendere o meno i propri servizi. Esistono altri
fornitori; se il Dipartimento della Difesa o il governo non condividono le
condizioni o i principi dell’azienda, possono rivolgersi a un altro contraente.
Sarebbe stata — ha osservato — la modalità normale di gestione della
divergenza: scegliere un altro modello, anche in disaccordo, ma nel rispetto
reciproco.”
Secondo: per Amodei, la questione ha assunto una dimensione diversa quando
l’amministrazione ha esteso le misure oltre il solo Dipartimento della Difesa,
tentando di “revocare contratti in tutti gli altri ambiti governativi”. Tale
designazione, ha spiegato, impedirebbe anche ad altre aziende private con
contratti militari di utilizzare tecnologia Anthropic in progetti collegati
alla difesa. Un intervento che, a suo avviso, va oltre la normale concorrenza
contrattuale e appare di natura punitiva nei confronti di un’impresa privata.
Ma, conoscendo lo stile comunicativo di Donald Trump, non sorprende che abbia scritto che la “selfishness” di Anthropic starebbe mettendo “American lives at risk”, “our troops in danger” e “our national security in jeopardy”.
Resta da vedere se Anthropic riuscirà a reggere l’eventuale revoca dei
contratti federali minacciata da Donald Trump. Tuttavia, a Dario Amodei va
riconosciuto il merito di aver posto esplicitamente dei limiti etici alle
richieste governative — una scelta non scontata nel contesto dell’attuale
competizione tecnologica. Una scelta che nessun fisico nucleare ebbe la
possibilità di porsi nel 1945.
D’altra parte, il tema tocca una
sensibilità trasversale: pochi cittadini, indipendentemente dall’appartenenza
politica, sono disposti ad accettare senza riserve l’idea di una sorveglianza
estesa da parte del proprio Stato. È proprio in questa tensione tra sicurezza
nazionale e libertà civili che si giocherà una parte crescente della
competizione strategica del XXI secolo.
Ad
ogni modo oggi a fronte del rifiuto di Anthropic di allentare alcune
restrizioni d’uso considerate sensibili, OpenAI ha proceduto alla firma del
nuovo accordo con il Dipartimento della Difesa. Ciò evidenzia come,
nell’attuale fase della competizione tecnologica, le scelte di governance dei
modelli possano incidere direttamente sugli equilibri contrattuali nel settore
della difesa. L’ingresso di OpenAI in questo spazio contrattuale sembra quindi
implicare il superamento di quelle linee rosse “morali” che Amodei ha
accuratamente delineato. Scopriremo, spero, presto se Altman le ha varcate a
discapito nostro e di tanti altri nei teatri di guerra presenti.
Dall’Iran all’Ucraina, dal Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, le crisi
contemporanee mostrano un tratto comune: la convergenza tra hard power e potere
tecnologico. In questo scenario, le decisioni prese oggi su AI, sorveglianza e
autonomia dei sistemi d’arma avranno conseguenze ben oltre il ciclo politico
immediato.
La vera domanda non è se la tecnologia cambierà la guerra. È chi ne
stabilirà i limiti.
Oltre il confine: l’epigenetica del trauma che imprigiona israeliani e palestinesi
di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale
La geografia del silenzio
È mattina presto. Eyal guida verso il lavoro mentre la
radio trasmette aggiornamenti di sicurezza. Non ascolta davvero le parole:
riconosce il ritmo. È lo stesso da anni. Ogni notizia si deposita nel corpo
prima ancora che nel pensiero. Stringe il volante. Pensa a sua figlia, alla
scuola, alle procedure. Non formula scenari politici. Formula solo una certezza
silenziosa: non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Il futuro, per
lui, non è un orizzonte: è una linea che può spezzarsi.
Alla stessa ora, Yusuf aspetta che torni la corrente. Il
telefono è scarico, ma non prova urgenza. Le notizie non cambiano nulla. Guarda
il muro di fronte alla casa, lo conosce a memoria. Non pensa a un’esplosione
imminente, ma a una continuità che pesa. Non è che stiamo per scomparire,
pensa. È che siamo già stati cancellati abbastanza da non fare più notizia. Il
futuro, per lui, non è una minaccia: è una sospensione.
Eyal percepisce Gaza come un rischio costante, un luogo
da cui può arrivare la fine. Yusuf percepisce Israele come una struttura
immobile, che definisce la sua vita senza bisogno di nominarlo. Nessuno dei due
sta vedendo l’altro. Entrambi abitano una realtà in cui il trauma ha ristretto
lo spazio mentale disponibile: per l’uno, tutto ciò che non è difesa appare
pericoloso; per l’altro, tutto ciò che non è resistenza appare inutile.
Tra queste due configurazioni traumatiche si consuma uno
dei conflitti più complessi del nostro tempo, bloccato a livello cognitivo ed
emotivo prima ancora che politico. Da una prospettiva di guerra cognitiva,
questo blocco rappresenta una vulnerabilità strategica: quando una collettività
rimane intrappolata in uno stato di minaccia permanente, la sua cognizione
diventa più prevedibile, più rigida, più facilmente orientabile. Il trauma non
elaborato restringe il campo del possibile, trasformando la memoria traumatica
in leva attiva di controllo del significato.
Questa rigidità cognitiva è un terreno fertile per la
manipolazione. La propaganda, sia interna che esterna, agisce attivando
deliberatamente questi trigger traumatici per mantenere le popolazioni in uno
stato di reattività limbica. Trasformando la vulnerabilità biologica in leva politica,
le regie del potere possono giustificare l’immobilismo negoziale come l’unica
forma possibile di sopravvivenza, rendendo il trauma un’arma di controllo
sociale invisibile.
Eredità biologica: l’epigenetica del trauma
Il trauma collettivo non è soltanto memoria di un dolore
che fu. Come ci ricorda Gilad Hirschberger (2018), esso si configura come
evento cataclismatico capace di lacerare il tessuto simbolico e relazionale di
una società. Si incista nella percezione, diventando il filtro percettivo
attraverso cui ogni nuova minaccia viene letta come potenzialmente definitiva.
Quando la ferita non si rimargina, il tempo non guarisce:
sospende. Ricerche recenti hanno mostrato che i discendenti di sopravvissuti
alla Shoah – tre
generazioni dopo – presentano
un’incidenza significativamente più alta di sintomi post-traumatici. Prima del
7 ottobre 2023, i tassi di PTSD nella popolazione israeliana discendente da
sopravvissuti erano simili a quelli generali (10,4% contro 11,5%); nei due mesi
successivi all’attacco, quel divario si è ampliato drammaticamente: 20,9%
contro 11,5% (Shrira et al., 2024). È come se il trauma non scomparisse, ma
dormisse, attendendo l’occasione per riemergere.
La neuroepigenetica offre una chiave di lettura inquietante. Gli studi di Rachel Yehuda hanno documentato nell’essere umano un meccanismo di trasmissione intergenerazionale del trauma: esposizioni traumatiche intense possono modificare l’espressione del gene FKBP5, cruciale nella regolazione della risposta allo stress. Queste alterazioni epigenetiche – non mutazioni del DNA, ma segni lasciati dall’esperienza sulla sua lettura (metilazione) – possono essere trasmesse ai figli (Yehuda et al., 2016). Non si eredita la memoria, ma la vulnerabilità. Non si tramanda il ricordo, ma la soglia abbassata del sistema nervoso.
La restrizione del campo percettivo
Quando una collettività traumatizzata percepisce se
stessa come sull’orlo dell’annientamento, avviene una trasformazione
qualitativa della cognizione. Il campo percettivo si restringe secondo modalità
specifiche: ipervigilanza costante, polarizzazione identitaria binaria,
interpretazione selettiva delle informazioni, difficoltà nel riconoscere la
sofferenza dell’altro.
Vamik Volkan (2001) introduce il concetto di chosen
trauma per indicare quella ferita collettiva che un gruppo non solo
subisce, ma assume deliberatamente come perno fondativo della propria identità.
La Shoah, per molti israeliani, non è semplicemente un evento accaduto: è un
trauma non elaborato, che permane nel tempo presente e continua a modellare la
percezione di sé come popolo eternamente esposto alla minaccia.
Quando questa identità viene percepita come attaccata o
delegittimata, la risposta non è apertura, ma irrigidimento progressivo
dell’identità del gruppo come struttura psichica collettiva, al cui interno il chosen
trauma agisce da pilastro centrale, da sostegno invisibile e inamovibile. Questo
restringimento percettivo non è solo cognitivo: si inscrive nei corpi, nei
rituali, nei simboli.
Sul versante palestinese, nessuna immagine condensa
questa dinamica meglio di Handala, che incarna una congelazione traumatica
dell’identità. Creato nel 1969, questo bambino di dieci anni rimane eternamente
voltato di spalle. Nel silenzio ostinato
di Handala si condensa l’essenza del trauma palestinese: un’identità collettiva
sospesa, congelata nel tempo dell’attesa. Non è immaturità storica, ma scelta
radicale: il rifiuto di avanzare lungo una linea del tempo che non ha ancora
riconosciuto l’ingiustizia originaria.
La postura di Handala – di spalle, mani intrecciate, lo sguardo negato – non è passività ma resistenza deliberata. È “non-partecipazione
attiva”: un corpo che si ritira per sottrazione simbolica. Non urla, non
implora, non cerca lo sguardo altrui. Lo nega. Non cresce, non cambia, non si
volta finché la Nakba non verrà riconosciuta. Handala non è simbolo di
vittimismo, ma di fedeltà irriducibile a un’identità non negoziabile.
La ferita morale: quando il trauma è frattura dell’anima
La moral injury è una forma di trauma che va oltre
la minaccia alla sopravvivenza. Non è la paura a generarla, ma il conflitto
profondo tra ciò che si è costretti a fare – o subire – e ciò in cui si
credeva. È la dissonanza che sorge quando il senso del giusto viene violato e
non trova più appoggio nel mondo (Litz, 2009).
Per molti israeliani, la frattura si colloca nello spazio
teso tra il bisogno percepito di protezione – spesso
declinato in pratiche difensive aspre e controverse – e l’autorappresentazione di sé come società fondata su
principi etici. È una lacerazione intima, che interroga l’identità profonda:
chi siamo diventati per poterci difendere?
Sul versante palestinese, la moral injury prende
forma nell’esperienza reiterata dell’invisibilità. È la ferita della negazione:
del dolore, della storia, del diritto stesso a essere riconosciuti come
esistenti. La Nakba, in questa prospettiva, non appartiene al passato, ma si
impone come condizione che si rinnova, un presente continuo che non trova
chiusura.
È qui che la ferita morale si fa trauma identitario. Il
conflitto non si articola più attorno a territori o sicurezza, ma sul nodo più
intimo: chi siamo? Ogni concessione diventa minaccia, ogni compromesso
tradimento. Non si negoziano più condizioni politiche, ma verità morali vissute
come non negoziabili.
Deumanizzazione simmetrica: quando l’altro scompare
Tra le derive più oscure del conflitto, una delle più
inquietanti è la deumanizzazione reciproca. Le ricerche condotte durante il
conflitto di Gaza del 2014 hanno documentato che israeliani e palestinesi
mostravano livelli comparabili di deumanizzazione dell’altro (Bruneau & Kteily, 2017). La violenza
simbolica è reciproca, specchio tragico della sofferenza non riconosciuta.
Quando il dolore non trova parola né ascolto, il campo
percettivo si restringe: diventa binario, rigido, impermeabile alla
complessità. I palestinesi vengono rappresentati non come attori politici con
legittime rivendicazioni, ma come “orde” mosse dall’odio. Gli israeliani non
come cittadini traumatizzati, ma come occupanti senza volto.
È qui che la guerra cognitiva mostra la sua potenza più
sottile: agisce sul modo stesso in cui il conflitto viene percepito, narrato,
pensato. Quando l’altro non è più umano, ogni dialogo è già fallito. Delegittimare
in modo sistematico la sofferenza dell’altro non è semplice propaganda: è una
forma di assedio cognitivo.
La soglia del riconoscimento
Nel conflitto israelo-palestinese, il fallimento del riconoscimento reciproco è totale. Come suggeriscono Strömbom e Kapshuk (2022), esiste un riconoscimento thin, sottile: un’ammissione formale dell’esistenza dell’altro, sterile sul piano umano. Ma c’è anche un riconoscimento thick, denso: quello che scorge nell’altro una storia, una ferita, una dignità paragonabile alla propria. Il processo di Oslo aveva provato ad avvicinarsi a questa soglia più profonda. Eppure quel percorso si è interrotto. Le fratture successive hanno prodotto un ritorno dal riconoscimento denso a quello minimo, e infine alla sua negazione. Non più l’altro come volto, ma come sagoma. Non più come soggetto di diritti, ma come problema da contenere.
Questo vincolo percettivo non si esaurisce nello spazio del conflitto: si rifrange, e spesso si amplifica, nello sguardo della comunità internazionale. Gli osservatori esterni, nel tentativo di comprendere o schierarsi, finiscono sovente per irrigidire ulteriormente il blocco, adottando letture semplificate e polarizzate che comprimono traumi storici in narrazioni ideologiche. Questa semplificazione non è neutra: conferma e rafforza la cornice interpretativa traumatica attraverso cui le parti si osservano, aggiungendo un ulteriore strato di deumanizzazione e allontanando la possibilità di quel riconoscimento thick senza il quale nessuna pace è davvero immaginabile.
Sbloccare il futuro: dal trauma alla possibilità
Finché lo sguardo resta intrappolato nella griglia di lettura opaca del
trauma, il conflitto israelo-palestinese non è soltanto irrisolto: è
impensabile. Non perché manchino soluzioni politiche, ma perché si è smarrita
la capacità psichica di concepirle come reali, legittime, condivisibili.
La guerra cognitiva agisce non solo nel manipolare
informazioni, ma nel bloccare l’immaginazione collettiva. Congela il futuro,
trasforma ogni alternativa in minaccia. Per spezzare questo incantesimo non
bastano negoziati. Serve un attraversamento simbolico del trauma collettivo,
una sua rielaborazione che non significhi dimenticare, ma disinnescare.
Finché israeliani e palestinesi continueranno a
percepirsi attraverso il codice percettivo traumatico non elaborato, il
conflitto rimarrà paralizzato sul piano cognitivo ed emotivo, e di conseguenza
su quello politico. Se è vero che il trauma può oscurare la realtà, è
altrettanto vero che può essere narrato, contestualizzato, storicizzato.
Elaborare un trauma significa storicizzare, simbolizzare,
restituire complessità. La Shoah deve essere collocata come evento storico
terribile del passato, non come condizione permanente della contemporaneità. La
Nakba deve essere riconosciuta come catastrofe reale con conseguenze reali, non
negata o minimizzata. Entrambi gli eventi devono divenire parte della storia,
non dell’eterna contemporaneità.
Uscire dal burrone non significa negare la paura
israeliana. Girare Handala non significa cancellare il trauma palestinese.
Significa riconoscere che un trauma non elaborato non protegge: governa la
percezione dell’altro, riduce il campo cognitivo, incatena il presente al
passato, blocca il futuro.
È su questa soglia – cognitiva, simbolica, morale – che si gioca la possibilità, ancora fragile, di un
futuro dove israeliani e palestinesi non si guardino come burrone e nemico, ma
come popoli obbligati a reimparare a vedersi. In assenza di questo lavoro, il
trauma trasforma il conflitto in una prigione cognitiva senza uscita.
Riferimenti bibliografici
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Nuova guerra tra Pakistan e Afghanistan talebano? La preoccupazione di Russia e Cina (SKY TG24).
di Claudio Bertolotti.
Il commento di C. Bertolotti a SKY TG24 MONDO (Puntata dell’11 dicembre 2025)
Il punto di partenza è lo scontro diplomatico andato in scena all’ONU: da un lato il Pakistan che rivendica i propri raid “antiterrorismo” in Afghanistan; dall’altro l’India che, rompendo gli schemi, difende apertamente i talebani, condanna i bombardamenti pakistani e denuncia il “trade and transit terrorism”, cioè l’uso politico dei valichi e dei transiti commerciali per mettere Kabul in ginocchio. È il segnale plastico di un ribaltamento: il vecchio asse talebani–Islamabad scricchiola, mentre il baricentro si sposta, gradualmente, verso Nuova Delhi.
Perché i
talebani si sono avvicinati all’India e non al Pakistan?
I talebani non stanno “scegliendo”
semplicemente l’India contro il Pakistan: stanno cercando di massimizzare
margini di manovra tra tutti gli attori regionali. Ma oggi il pendolo pende
chiaramente più verso Nuova Delhi che verso Islamabad. Dal loro punto di vista,
è razionale: chi li difende al Consiglio di Sicurezza e promette di riaprire
l’ambasciata è più utile di chi bombarda il loro territorio e chiude i valichi.
Non è una storia di affinità politiche, è puro calcolo di potere.
Per decenni la relazione con il Pakistan è
stata quella classica tra “sponsor” e proxy: l’ISI offriva santuari, logistica,
sostegno politico; i talebani garantivano profondità strategica verso
l’Afghanistan e influenza sul dossier afgano. Dopo il 2021, però, il rapporto
si è rapidamente deteriorato. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non
proteggere – il Tehrik-e-Taliban Pakistan, responsabile di una lunga serie di attentati
sul territorio pakistano. I raid aerei condotti in questi anni dentro
l’Afghanistan, ufficialmente contro il TTP, hanno prodotto vittime civili e
umiliazioni pubbliche per il governo talebano. Sullo sfondo, le tensioni
croniche sulla Durand Line, che i talebani non riconoscono come confine
legittimo, e sul muro eretto dal Pakistan lungo la frontiera alimentano una
narrazione anti–ingerenza pakistana che a Kabul è ormai dominante.
Da qui il secondo movimento: la ricerca di
autonomia e legittimità. I talebani sanno che restare inchiodati all’immagine
di “braccio armato del Pakistan” li condanna all’irrilevanza diplomatica e
all’isolamento economico. Per questo provano a costruire una politica estera
autonoma, che includa India, Iran, Russia, Cina e i Paesi del Golfo. La logica
è semplice: diversificare i partner per non restare ostaggio né di Islamabad né
di Pechino, che utilizza il Pakistan come cerniera strategica verso l’Oceano
Indiano e l’Afghanistan.
Su questo terreno si inserisce l’offerta indiana.
Nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan, l’India ha investito
miliardi in infrastrutture, scuole, dighe, edifici simbolici, costruendosi un
capitale di simpatia soprattutto nelle aree urbane. Dopo il ritorno dei
talebani al potere, Nuova Delhi ha scelto una linea di cautela pragmatica:
nessun riconoscimento formale, ma riapertura di una presenza tecnica a Kabul,
contatti politici e, nell’autunno 2025, l’annuncio della riapertura
dell’ambasciata in occasione della visita del ministro degli Esteri talebano.
In sede ONU, l’India ha articolato una posizione che parla direttamente agli
interessi di Kabul: condanna dei raid pakistani, denuncia delle pressioni
economiche sui transiti, proposta di un engagement “pragmatico e basato su
incentivi” con il governo talebano. In altre parole: niente lezioni sui
diritti, ma una disponibilità a trattare da attore a attore.
Che
ruolo hanno Russia e Cina?
In questo quadro, Russia e Cina sono i veri
garanti esterni del nuovo equilibrio intorno all’Afghanistan. Mosca è stata la
prima a rompere il tabù, riconoscendo formalmente il governo talebano e
accettandone l’ambasciatore: un gesto politico che vale molto più di tanti
comunicati. Gli obiettivi russi sono triplici: evitare che l’Afghanistan si
trasformi in una piattaforma per ISKP e altre sigle jihadiste capaci di
proiettare violenza verso la Russia e l’Asia Centrale; riaffermare il proprio
ruolo di “stabilizzatore” nello spazio ex sovietico dopo il ritiro NATO; aprire
canali di scambio, energia e accesso alle risorse minerarie afgane, in
un’ottica di lungo termine.
La Cina, dal canto suo, ha scelto una
continuità prudente ma molto concreta: ambasciata sempre aperta, accreditamento
dell’ambasciatore talebano a Pechino, visite di alto livello, inclusa quella
del ministro degli Esteri cinese a Kabul. Pechino punta a blindare i propri
corridoi strategici – in particolare la Belt and Road e il CPEC – estendendoli
all’Afghanistan per trasformarlo in un nodo di transito sino–centrico,
riducendo al minimo il fattore di rischio. Al tempo stesso, esige garanzie dure
contro ETIM e gruppi uiguri, temendo che l’Afghanistan torni a essere un
retrovia jihadista anti–cinese. L’accesso alle risorse minerarie e a progetti
infrastrutturali è un obiettivo reale, ma da perseguire – nella logica cinese –
senza impantanarsi in costose missioni militari o in avventure di nation
building.
Russia e Cina convergono quindi su tre linee:
limitare l’instabilità e le infiltrazioni jihadiste, ridurre gli spazi di
influenza occidentale e, in misura diversa, contenere anche il protagonismo
indiano; evitare un’escalation incontrollata tra Pakistan e talebani che
metterebbe a rischio investimenti, corridoi e la sicurezza dei loro partner in
Asia Centrale.
Rischio
che scoppi una vera e propria guerra?
Resta la domanda cruciale: c’è il rischio che
lo scontro degeneri in una vera e propria guerra? Dipende da cosa intendiamo
per guerra. Quella a bassa intensità è già in corso: raid aerei e colpi
d’artiglieria pakistani in territorio afghano, attacchi del TTP e di altri
gruppi armati dal lato afgano verso il Pakistan, scontri di frontiera e
chiusure intermittenti dei valichi. Questo livello di conflitto “caldo ma
gestito” è ormai la normalità lungo il confine.
Una guerra apertamente dichiarata è meno
probabile, ma non impossibile. Il Pakistan resta militarmente superiore, con
capacità convenzionali e arsenale nucleare, ma vive una crisi economica e
politica profonda che limita drasticamente la possibilità di sostenere una
campagna prolungata in Afghanistan senza pagare un prezzo interno altissimo. I
talebani, dal canto loro, non hanno alcun interesse a una guerra totale:
perderebbero infrastrutture, consenso e, soprattutto, la possibilità di
capitalizzare il riconoscimento russo, l’apertura cinese e il canale indiano.
Attori come Cina, Russia, Iran e Qatar lavorano – ciascuno per i propri calcoli
– a contenere l’escalation, anche tramite l’idea di integrare l’Afghanistan
nell’estensione del CPEC e in altri corridoi regionali. Il risultato è un
quadro in cui il rischio maggiore è la cronicizzazione di un conflitto a bassa
intensità, fatto di raid, attentati e guerre per procura; il rischio di una
guerra convenzionale dichiarata resta più basso, ma potrebbe impennarsi in caso
di attentato spettacolare in Pakistan attribuito direttamente a Kabul o di
bombardamento su larga scala con centinaia di vittime in Afghanistan.
Chi avrà
la meglio e chi rischia di più?
Chi ha più da guadagnare – e chi rischia di
più – in questo gioco? Non c’è un vero vincitore possibile. Il Pakistan, sulla
carta, può infliggere danni enormi: superiorità convenzionale, capacità
missilistiche, arma nucleare. Ma è anche l’anello più fragile: un conflitto
aperto contro un vicino ostile e imprevedibile, mentre il Paese è
economicamente in ginocchio e politicamente polarizzato, rischia di minare la
legittimità dell’establishment militare e aprire fronti interni difficilmente
gestibili.
I talebani, d’altra parte, dispongono della
profondità territoriale, della mobilità insurrezionale e del vantaggio di
combattere “in casa”. Possono usare il TTP e reti jihadiste come leva contro
Islamabad, ma ogni passo in quella direzione li allontana da India, Russia e
Cina sul dossier terrorismo. Il loro rischio maggiore è strategico: bruciare i
ponti con il Pakistan senza riuscire a soddisfare le aspettative di sicurezza
dei nuovi partner significherebbe ritrovarsi isolati, poveri, e con un Paese
sempre più vicino alla definizione di “buco nero” regionale. Nel breve periodo
il soggetto più esposto è il Pakistan; nel medio periodo, la sopravvivenza del
regime talebano dipende dalla capacità di non trasformare l’Afghanistan in un
problema ingestibile per tutti i vicini.
Che
impatto nella regione?
L’impatto sulla regione è già visibile. La
“questione afghana” torna a essere una vera arena di competizione regionale:
India, Pakistan, Iran, Russia, Cina, i Paesi del Golfo e quelli dell’Asia
Centrale cercano, ciascuno con strumenti diversi – aiuti, riconoscimento,
corridoi energetici, progetti infrastrutturali – di legare a sé Kabul e di
condizionare le scelte talebane. Se il rapporto Kabul–Islamabad resta
conflittuale, aumentano di peso le alternative: l’asse con l’Iran (porto di
Chabahar e corridoi verso l’Asia Centrale), i progetti sino–russi, eventuali
iniziative indiane pensate per bypassare il territorio pakistano.
Un Afghanistan progressivamente integrato nel
dispositivo di sicurezza russo–cinese può ridurre alcuni rischi immediati (in
primis ISKP e traffici incontrollati), ma al prezzo di aumentare la dipendenza
dei Paesi centroasiatici dall’asse Mosca–Pechino. In controluce, si profila una
normalizzazione “non occidentale” dei talebani: se India, Russia e Cina
consolidano i rapporti con Kabul senza reali miglioramenti sul piano dei
diritti umani, si consolida il messaggio che stabilità, corridoi e risorse
pesano più di inclusività, diritti delle donne e libertà civili.
Che
interesse per l’Occidente?
Per l’Occidente, la posta in gioco è
tutt’altro che marginale. La priorità immediata resta il contro–terrorismo:
impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per minacce dirette
verso Europa e Nord America. Su questo terreno, esiste una convergenza di
interessi oggettiva con India, Russia e Cina nel contenere jihadismo
transnazionale; si potrebbero aprire spazi di cooperazione tecnica
(intelligence, controllo delle frontiere, scambio di informazioni), anche in
assenza di un riconoscimento politico del regime talebano.
La stabilità del Pakistan, Stato nucleare in
crisi strutturale, è un altro punto critico: ogni dinamica che indebolisca
ulteriormente Islamabad, tra nuova ondata terroristica, crisi economica
aggravata e tensione militare con Kabul, è un problema diretto per Stati Uniti
ed Europa, non soltanto per l’India.
C’è poi il livello strategico più ampio:
lasciare la partita afghana interamente nelle mani di India, Russia e Cina
significa rinunciare a qualsiasi leva su un nodo che collega Medio Oriente,
Asia Centrale e Indo–Pacifico. Per l’Unione Europea, in particolare,
l’Afghanistan pesa in termini di migrazioni, narcotraffico, sicurezza
energetica e rapporti con l’Iran e lo spazio centroasiatico. Infine, si apre il
solito dilemma tra valori e realpolitik: più gli attori regionali normalizzano
i rapporti con i talebani, più USA e UE saranno costretti a scegliere se
mantenere una linea di isolamento fondata sui diritti – soprattutto quelli
delle donne – oppure accettare forme di engagement limitato per non essere
espulsi dal tavolo. In mezzo, c’è un Afghanistan che prova a sopravvivere,
oscillando tra vecchi sponsor e nuovi partner, e un Pakistan che rischia di
pagare il prezzo più alto di un equilibrio che, oggi, è tutt’altro che stabile.
Hezbollah oggi: dopo la guerra con Israele. La metamorfosi tra deterrenza, profondità e resilienza
di Claudio Bertolotti.
Questa analisi è parte di una serie di valutazioni frutto di dialogo e confronto con gli esperti dei principali centri di ricerca e analisi israeliani e di osservazione sul campo dei settori critici del fronte di guerra israeliano (Gaza e fronte settentrionale).
Dal Litani alla Beqaa: la strategia della sopravvivenza di Hezbollah dal punto di vista israeliano.
L’analisi fornita dall’Alma Research and Education Center israeliano – in occasione di una recente visita del direttore di START InSight,Claudio Bertolotti, – rivela, con chiarezza e coerenza, la logica militare che guida l’attuale fase di riorganizzazione e rafforzamento di Hezbollah. L’organizzazione è stata colpita negli ultimi anni da perdite materiali e logistiche pari all’85% in termini di capacita’ operativa, in conseguenza dell’intervento israeliano in territorio libanese del 2024 che, nella prima notte di operazioni ha colpito e distrutto circa 1400 obiettivi di Hezbollah, comprensivi di strutture militari e quadri dal livello di plotone a livello di corpo d’armata . Oggi, terminata la fase più intensa dell’operazione militare, Israele è impegnato a contenere, con azioni mirate, la riorganizzazione di Hezbollah che, seppure a fatica, ha avviato un prevedibile processo sistematico di riorganizzazione militare che si fonda su tre principali assi strategici: la ridislocazione territoriale, la profondità difensiva e la sopravvivenza operativa attraverso infrastrutture sotterranee.
Dalla linea del Litani alla profondità della Beqaa
Il primo elemento di rilievo è la trasformazione della geografia militare di Hezbollah. Dopo il 2006, e più ancora dopo le campagne aeree israeliane del 2020–2023, l’asse meridionale a sud del fiume Litani — tradizionalmente sede delle unità Nasr e Aziz — ha perso parte della sua funzione strategica diretta. Oggi è considerato come “ex centro di potere militare” per il fronte sud, dove la presenza del movimento resta ma con finalità più difensive e limitate. Parallelamente, Hezbollah ha avviato una nuova ridislocazione a nord del Litani, costruendo infrastrutture e depositi per armi e missili. Questa scelta risponde a due obiettivi complementari: ridurre l’esposizione al fuoco israeliano e mantenere capacità di lancio strategico a media e lunga gittata: un adattamento coerente alla natura ibrida di un’organizzazione che opera tra logiche convenzionali e clandestine.
Beirut e la centralità del “comando urbano”
Beirut resta il centro nevralgico di comando e controllo. Qui Hezbollah concentra la sua struttura di comando strategico, le sale operative e parte dei depositi di armi più sensibili. È la dimensione politico-militare dell’organizzazione: la prossimità a infrastrutture civili e la densità urbana offrono una duplice protezione – sul piano fisico e su quello della narrazione – poiché ogni attacco israeliano in questo contesto, coinvolgendo l’opinione pubblica occidentale – sia le frange ideologizzate estremiste sia quelle moderate – produce inevitabilmente conseguenze mediatiche e diplomatiche. La capitale libanese è, in altri termini, il simbolo del “fronte politico armato” di Hezbollah: un centro di potere che fonde capacità militare e deterrenza psicologica.
L’unità Badr e la resilienza tattica del fronte montano
Come rilevato in occasione del briefing da parte del Centro Alma, la Badr Unit nell’area di Hatzbaya riveste il ruolo di nodo cruciale per la difesa del fronte meridionale. Essa coordina quattro elementi tattici fondamentali:
schieramenti difensivi e sistemi antiaerei;
batterie di lancio e unità di fuoco;
depositi e sistemi di stoccaggio;
infrastrutture sotterranee.
L’obiettivo è garantire continuità operativa anche in condizioni di attacco massiccio. La presenza di tunnel e bunker non è più solo una misura difensiva: è un dispositivo di sopravvivenza che consente a Hezbollah di mantenere capacità di comando, controllo e fuoco anche dopo un attacco israeliano di grande scala.
La valle della Beqaa: profondità strategica e capacità missilistica
La valle della Beqaa rappresenta la retrovia strategica del sistema impostato da Hezbollah. Qui si concentra la produzione, l’assemblaggio e lo stoccaggio di armamenti, oltre alle basi di addestramento. È qui anche la sede dei missili balistici e da crociera a lungo raggio, destinati a garantire la capacità di colpire in profondità il territorio israeliano. Tra i vettori disponibili: Fateh-110 (gittata di 300 km), SCUD (700 km), Abu Mahdi (1000 km, stimata) e Hoveyzeh (1300 km, stimata). A questi si aggiungono sistemi antinave (C-802, Yakhont, Khalij Fars) e antiaerei (Sayyad-2C, Pantsir, SA-17). La logica è quella di una deterrenza multilivello: colpire dal profondo, proteggere la costa, garantire una copertura antiaerea parziale e saturare la capacità di difesa israeliana con un numero elevato di colpi sparati.
Il fronte sud: la prima linea di “resistenza”
Nel sud del Libano, Hezbollah mantiene una struttura articolata su armi a corto e medio raggio: razzi Burkan, Falaq, Grad e Fajr-5, con gittate tra 10 e 75 km. È una forza prevalentemente offensiva a livello tattico, pensata per saturare le difese del nord di Israele nei primi giorni di conflitto. Completano lo schieramento i sistemi anticarro guidati ATGM (Kornet, Dehlaviyeh, Almas, Milan) e le difese a corto raggio contro droni ed elicotteri (Igla, Strela, Verba). L’obiettivo di questa “first line of defense” non è tanto arrestare un’avanzata israeliana, quanto ritardarla e infliggerle perdite significative, mantenendo al contempo una primaria pressione psicologica sulle comunità di confine israeliane.
Conclusioni: la strategia della sopravvivenza
Hezbollah sta trasformando il proprio dispositivo da forza di resistenza territoriale a sistema missilistico integrato a più livelli. La ridislocazione verso nord e la dispersione delle capacità in infrastrutture sotterranee testimoniano una chiara evoluzione dottrinale:
passaggio dalla logica della “difesa di posizione” alla difesa in profondità;
ibridazione tra forze convenzionali, strutture clandestine e funzioni di deterrenza strategica;
costruzione di un ombrello missilistico a lungo raggio in grado di compensare la superiorità aerea israeliana.
Guardando in prospettiva, possiamo vedere uno scenario in cui il Libano meridionale diviene campo di battaglia multilivello, dove la distinzione tra front line e rear area tende a dissolversi.
Israele, da parte sua, è consapevole che un futuro scontro con Hezbollah non sarà più un conflitto localizzato, ma una guerra di logoramento sistemica, nella quale l’infrastruttura sotterranea (la rete dei tunnel, analogamente a quanto avviene nella Striscia di Gaza), la resilienza delle catene logistiche e la gestione del fronte interno diventeranno i fattori decisivi di sopravvivenza nazionale.
Questo quadro conferma la transizione di Hezbollah verso un modello operativo asimmetrico-strategico, più vicino a quello di un attore statale ibrido che a una milizia. E, a conferma della capacità di valutazione israeliana, già classificato come “piccolo esercito regionale” nella vigente dottrina strategica israeliana. Una trasformazione strutturale che Israele osserva con preoccupazione e che, inevitabilmente, ridefinisce la postura difensiva dell’intero fronte nord di Israele.
Africa occidentale: laboratorio di guerra ibrida
di Andrea Molle
Negli ultimi anni l’Africa occidentale è tornata a occupare un ruolo centrale nelle dinamiche dell’instabilità globale. Una regione storicamente fragile, caratterizzata da istituzioni deboli, corruzione endemica e tensioni etniche, è divenuta oggi terreno d’azione privilegiato per attori non statali e potenze revisioniste. Due protagonisti ne incarnano le logiche più profonde: Hezbollah e il Gruppo Wagner, riorganizzato dopo la morte di Prigožin come Africa Corps sotto il diretto controllo del Ministero della Difesa russo. Apparentemente diversi, i due attori condividono una medesima strategia: proiettare potere e influenza attraverso canali non convenzionali, operando in quella zona grigia tra criminalità, politica e guerra per procura.
Hezbollah: la
colonizzazione silenziosa
Per Hezbollah, l’Africa occidentale non rappresenta un fronte militare, ma un centro logistico e finanziario essenziale. Sfruttando la fitta rete della diaspora libanese, l’organizzazione ha costruito nel tempo una infrastruttura economica parallela basata su società di comodo, traffici illeciti e attività di riciclaggio. I proventi del commercio di diamanti, oro e opere d’arte, insieme a donazioni spesso estorte, alimentano le operazioni in Libano e in Siria, compensando la progressiva riduzione del sostegno iraniano. Attraverso l’uso di coperture consolari e diplomatiche, Hezbollah riesce a muoversi con relativa impunità, infiltrandosi nei circuiti economici e politici locali.
Questa strategia
produce effetti profondamente corrosivi. La “colonizzazione economica” di
Hezbollah mina la sovranità degli Stati africani, corrompe funzionari e
imprenditori, e rende la distinzione tra legalità e illegalità sempre più
sfumata. Il gruppo non conquista territori, ma colonizza economie,
appropriandosi delle rendite e dei canali di intermediazione. È una
penetrazione silenziosa, difficilmente riconducibile a uno schema tradizionale
di minaccia terroristica, ma devastante nel lungo periodo perché erode
dall’interno la capacità dello Stato di governare.
Wagner: la
militarizzazione dell’influenza
Il Gruppo
Wagner rappresenta invece la dimensione opposta: visibile, coercitiva e
brutale. Operando in Mali, Sudan, Niger e Repubblica Centrafricana,
Wagner è divenuto lo strumento principale della proiezione di potenza russa
in Africa. Attraverso accordi formalmente commerciali o di sicurezza, offre
protezione militare e sostegno propagandistico a regimi isolati in cambio di concessioni
minerarie e influenza politica. Il caso del massacro di Moura nel
2022, in cui centinaia di civili furono uccisi, mostra come la presenza russa
non porti stabilità ma ulteriore violenza, alimentando la narrativa jihadista
del “nemico straniero”.
Con la trasformazione in Africa Corps, Mosca ha scelto di istituzionalizzare il modello Wagner, rendendolo parte integrante della propria architettura strategica. L’obiettivo è duplice: mantenere una presenza geopolitica diretta sul continente e al tempo stesso garantirsi un margine di negabilità politica. È una forma di imperialismo privatizzato, in cui la forza militare si fonde con la logica del profitto e del controllo delle risorse naturali.
La coesistenza di Hezbollah e Wagner trasforma l’Africa occidentale in un laboratorio di guerra ibrida, dove terrorismo, criminalità organizzata e geopolitica delle grandi potenze si sovrappongono. Entrambi gli attori sfruttano le stesse vulnerabilità strutturali—l’assenza di governance, la debolezza istituzionale, l’emarginazione economica—e finiscono per alimentarsi a vicenda. Da un lato, le reti finanziarie di Hezbollah corrodono la legittimità economica degli Stati; dall’altro, il mercenariato russo altera gli equilibri politici e di sicurezza. Il risultato è una destabilizzazione multilivello che travalica i confini regionali.
Le conseguenze
raggiungono anche l’Europa. Le reti di riciclaggio di Hezbollah si
intrecciano con banche e società europee, mentre la proiezione russa in Africa
fornisce a Mosca una leva strategica sulle catene di approvvigionamento
energetiche e minerarie. Ignorare questi processi significherebbe lasciare
che la periferia meridionale dell’Europa diventi un laboratorio di influenza
ostile.
Verso un
cambio di paradigma
La risposta
europea finora è stata frammentata e insufficiente. Né la cooperazione
militare né gli aiuti allo sviluppo possono da soli contrastare attori che
agiscono su piani economici, politici e cognitivi. Il Piano Mattei promosso dall’Italia può essere un punto di
partenza, ma deve evolvere in una strategia integrata che combini
sicurezza, governance e finanza internazionale. Servono strumenti per
rafforzare le istituzioni giudiziarie africane, migliorare i controlli contro
il riciclaggio, e affrontare le cause strutturali della vulnerabilità:
diseguaglianza, corruzione e dipendenza economica.
L’occasione
italiana
Per l’Italia, la
sfida è anche un’opportunità di leadership. Roma, grazie alla sua posizione
geopolitica e alla credibilità diplomatica nel Mediterraneo allargato, può guidare
una strategia europea verso l’Africa fondata su partenariati paritari e
duraturi. Oltre al contributo militare, occorre investire in infrastrutture,
formazione e sviluppo istituzionale, riducendo la dipendenza dei governi
africani da attori opachi e coercitivi.
In definitiva, l’Africa occidentale rappresenta oggi un microcosmo dell’ordine mondiale emergente: un sistema in cui la sovranità è negoziata, la violenza è esternalizzata e l’influenza si esercita attraverso reti ibride di potere. Hezbollah e Wagner ne sono il simbolo. Per restare un attore credibile, l’Europa deve riconoscere che la sicurezza africana è parte integrante della propria sicurezza. Trascurarla significherebbe cedere spazio a chi, nell’ombra, ha già compreso quanto strategica sia diventata l’instabilità africana per i propri interessi.
Ricostruire Gaza: costi, attori e implicazioni strategiche. 80 miliardi e dieci anni di tempo.
La ricostruzione della Striscia di Gaza rappresenta una delle operazioni post-conflitto più complesse del XXI secolo. Dopo due anni di guerra e devastazione, il territorio affronta un piano di ricostruzione stimato in 80 miliardi di dollari – pari a circa 46.000 dollari per abitante – che intreccia dimensioni ingegneristiche, politiche e di sicurezza. Con il 78% del patrimonio edilizio distrutto o danneggiato e oltre 40 milioni di tonnellate di macerie, il processo di ricostruzione si configura come un’impresa sistemica in cui il debris management diviene la variabile critica che condiziona tempi, costi e sicurezza operativa. La rimozione delle macerie, la riattivazione dei corridoi logistici e il ripristino delle reti vitali (acqua, energia, viabilità, sanità) costituiscono le precondizioni per qualsiasi strategia di stabilizzazione. Al contempo, la ricostruzione diventa un’arena di competizione geopolitica e industriale: il coordinamento tra la Banca Mondiale e l’Unione Europea – attraverso il Palestinian Health System Reform Project e la EU Gaza Facility – segnala l’intreccio tra governance economica e influenza politica. In questo scenario, la sicurezza è fattore abilitante e moltiplicatore di resilienza: senza corridoi protetti e standard di trasparenza, la ricostruzione rischia di rimanere un esercizio contabile, incapace di trasformarsi in capacità territoriale.
La ricostruzione della Striscia di Gaza è una delle sfide
più complesse del dopoguerra contemporaneo. Dopo due anni di conflitto e
devastazione, la regione si prepara a un piano di ricostruzione da 80 miliardi
di dollari, con un costo stimato di 46mila dollari per abitante. L’entità dei
danni e la quantità di risorse necessarie rendono l’impresa non solo un grande
sforzo economico ma anche politico, poiché il processo di “ricostruzione” (a
cui si associa quello di “stabilizzazione”) si configura come terreno di
competizione tra attori internazionali, governi e imprese.
Il
bilancio della distruzione
Secondo
l’analisi satellitare di UNOSAT, consolidata da OCHA, a inizio luglio 2025
risultano distrutte o danneggiate 192.812 strutture nella Striscia di Gaza: il
78% del patrimonio edilizio complessivo. Nel dettaglio: 102.067 edifici
distrutti, 17.421 gravemente danneggiati, 41.895 moderatamente danneggiati e
31.429 con danni potenziali. Si tratta di una stima frutto di un’analisi
eterogenea in termini di fonti e sulla base di serie temporali di immagini a
diversa risoluzione; il dato, per natura, è ovviamente dinamico e tende a
crescere con l’aggiornamento delle acquisizioni e della possibilità di
effettuare sopraluoghi (ad oggi ancora molto limitata). L’ordine di grandezza,
tuttavia, si presenta come consolidato e coerente con le ultime sintesi OCHA
basate sui rilevamenti UNOSAT pubblicati nell’estate 2025.[1]
Il bilancio umano rispecchia l’entità della distruzione, sebbene con numeri che sul piano meramente statistico sono i più bassi di tutti i conflitti urbani degli ultimi decenni, comparati ad analoghi casi come Mosul e Falluja in Iraq e Grozny in Cecenia. Le principali fonti che riportano il numero delle vittime palestinesi – in gran parte riconducibili alle autorità sanitarie di Gaza, cui fanno riferimento anche le agenzie ONU – indicano, alla metà di settembre 2025, 65.062 morti (di cui circa la metà appartenenti o affiliati a Hamas) e 165.697 feriti; valori ripresi da più testate internazionali e aggiornamenti d’agenzia, pur senza una piena possibilità di verifica indipendente. La forbice d’incertezza resta ampia: una quota dei decessi non è stata identificata, parte delle vittime è presumibilmente ancora sotto le macerie e alcuni decessi per cause indirette potrebbero essere sottostimati. Pur in un contesto di guerra, la continuità del sistema sanitario locale consente di considerare i dati raccolti come relativamente affidabili e coerenti nel confronto con gli anni precedenti. 100.000 le nascite riportate durante il periodo in esame, con un saldo finale positivo.
L’impatto
territoriale non è omogeneo. Le distruzioni più estese si concentrano nelle
aree urbane a più alta densità – Gaza City e Khan Yunis – dove il tessuto
urbano compatto e la prossimità di nodi logistici e di infrastrutture militari
sotterranee utilizzate da Hamas hanno alimentato cicli ripetuti di
combattimento, di fatto imponendo un rallentamento della manovra militare
israeliana. Le rilevazioni satellitari UNOSAT sulla rete viaria segnalano
migliaia di chilometri di strade distrutte o gravemente compromesse, un fattore
che condiziona tanto l’accesso umanitario quanto la futura cantierizzazione dei
lavori di rimozione macerie e ricostruzione. In assenza di corridoi terrestri
sicuri e di capacità meccaniche adeguate, la finestra temporale per la gestione
delle macerie (debris management) si
estende oltre il decennio stimato dalle principali valutazioni internazionali.
Da
un punto di vista metodologico, le categorie di danno utilizzate da UNOSAT
distinguono tra “distrutto”, “gravemente”, “moderatamente” e “potenzialmente”
danneggiato, con margini d’errore variabili a seconda della prospettiva e della
limitazione di acquisizione immagini. Per questo, i conteggi dovrebbero essere
letti come baseline operativa per
priorità di intervento: stabilizzazione delle macerie e safety clearance; ripristino dei corridoi stradali primari per la
logistica umanitaria; riabilitazione dei servizi essenziali
(acqua-energia-sanità) in prossimità degli insediamenti di sfollati. L’insieme
dei dati converge su un quadro: devastazione sistemica dell’ambiente antropico
e pressione prolungata sulle infrastrutture civili, con conseguenze cumulative
sulla capacità di gestione degli aiuti.
In
termini di policy, questa fotografia,
seppur parziale, non descrive solo l’entità del danno ma anche mappa delle
priorità. La densità delle strutture distrutte, la segmentazione della rete
viaria e l’elevato numero di feriti impongono una sequenza di interventi che
privilegi sicurezza dei cantieri, corridoi logistici e ripristino minimo
funzionale degli ospedali. Ogni ritardo nella rimozione delle macerie e nel
ripristino delle arterie principali amplifica le difficoltà delle comunità e
deprime la resilienza sociale, prolungando la dipendenza dagli aiuti e alzando
i costi futuri di ricostruzione.
I costi e
i tempi della ricostruzione: dieci anni e 80 miliardi
La
stima congiunta di Banca Mondiale e UNDP – circa 80 miliardi di dollari – non è
solo un mero dato numerico: è la misura di uno sforzo sistemico. All’interno di
quella cifra si collocano tre livelli di intervento che si sostengono a
vicenda: messa in sicurezza e rimozione delle macerie; ripristino funzionale
delle reti vitali (acqua, elettricità, sanità, viabilità primaria);
ricostruzione del tessuto residenziale, scolastico e produttivo. Senza il primo
livello, gli altri due non partono; senza il secondo, il terzo non è
sostenibile nel tempo.
La
variabile che determina tempi e costi è il debris
management. Oltre 40 milioni di tonnellate di macerie equivalgono a
un’operazione civile-militare continuativa, soggetta a vincoli di sicurezza,
carburante, accessi di frontiera, disponibilità di mezzi pesanti e siti di
conferimento. Una stima “di banco” aiuta a capire gli ordini di grandezza: se
un autocarro trasporta 20 tonnellate a viaggio, per spostare 40.000.000
tonnellate servono 2.000.000 di viaggi. Con 500 camion operativi che effettuano
2 viaggi al giorno, si ottengono 1.000 viaggi/giorno; 1.000 moltiplicato 20
tonnellate fa 20.000 tonnellate/giorno. Dividendo 40.000.000 per 20.000 si
ottengono 2.000 giorni di lavoro netto, ossia circa 5 anni e mezzo in
condizioni ideali. Ogni attrito reale – strade interrotte, bonifica da ordigni
inesplosi, soste ai valichi, guasti, indisponibilità di carburante – allunga il
cronoprogramma verso l’ordine del decennio. Ecco perché le valutazioni
proiettano un orizzonte temporale superiore a dieci anni.
In
più va tenuto conto del fatto che non tutte le macerie sono uguali. Una quota
rilevante è mista (cemento, metallo, legno, plastica, amianto), con rischi
ambientali e sanitari che impongono triage,
frantumazione controllata e riciclo in aggregati per sottofondi stradali. Una
gestione “circolare” riduce i costi logistici e di importazione dei materiali,
ma richiede impianti mobili di frantumazione, aree sicure di stoccaggio e una
rete viaria praticabile. In assenza di questi fattori, i costi unitari
aumentano e il cronoprogramma slitta.
7 i miliardi
indicati per il ripristino dei servizi militari e di sicurezza vanno letti come
componente abilitante. Sicurezza del cantiere, scorta ai convogli, bonifica
EOD/UXO, controllo degli accessi, protezione di ospedali e snodi logistici sono
prerequisiti; senza di essi, assicurazioni e appalti non partono, i premi di
rischio lievitano e la filiera resta incompleta. In tutti i teatri
post-bellici, la sicurezza è un moltiplicatore: abbassa i costi indiretti,
accelera i flussi e riduce la mortalità evitabile.
Sul piano finanziario, gli 80 miliardi dovranno essere investiti in fasi e strumenti diversi.
La fase 0-1 (0–12 mesi) assorbe le donazioni per
stabilizzazione, macerie e servizi essenziali;
la fase 2 (12–36 mesi) richiede blending tra donatori, banche multilaterali e garanzie per lavori
su reti idriche, elettriche e trasporti;
la fase 3 (oltre 36 mesi) apre a PPP mirati su edilizia
sociale, energia distribuita e waste management.
Qui si giocheranno le partite dei grandi appalti: procurement trasparente, antifrode, clausole sociali minime, filiere locali e indicatori di performance misurabili (giorni-uomo in sicurezza, chilometri di arterie viarie riaperte, megawatt ripristinati, metri cubi d’acqua trattati).
Tre
rischi possono erodere la stima iniziale: inflazione dei materiali e della
logistica (cemento, acciaio, bitume), colli di bottiglia ai valichi e
volatilità del cambio per gli input importati. Tre leve, al contrario, possono
contenerla: riciclo degli inerti in situ, micro-reti elettriche modulari per
ridurre perdite e furti, standardizzazione dei moduli abitativi e sanitari per
economie di scala.
In
estrema sintesi: gli 80 miliardi descrivono la dimensione di un progetto di
ricostruzione che è insieme ingegneristico e politico. Senza un corridoio di
sicurezza stabile, la bonifica delle oltre 40 milioni di tonnellate di macerie resterà
il collo di bottiglia che congela il resto. L’allocazione di 7 miliardi alla
funzione sicurezza non sottrae risorse: le abilita, perché consente a cantieri,
assicurazioni e supply chain di
operare con continuità e a costi prevedibili.
La
dimensione infrastrutturale
L’impatto
sulle infrastrutture civili è sistemico e spezza la continuità funzionale del
territorio. La rete viaria – 3.479 chilometri tra distrutti e gravemente
danneggiati – non è solo un’informazione ingegneristica: è l’indicatore che
misura la capacità del sistema di respirare. Dove le strade non esistono o sono
interrotte, l’assistenza non arriva, i cantieri non si aprono, i materiali non
si trasferiscono né distribuiscono. La geografia del danno è asimmetrica: i
picchi di distruzione si addensano nei nodi urbani e logistici a maggiore
densità, con 442 km distrutti a Khan Yunis e 363 km nell’area di Gaza City.
Qui, il tessuto urbano compatto, la sovrapposizione tra tessuto residenziale e
infrastrutture critiche, e l’uso militare del sottosuolo da parte di Hamas hanno
moltiplicato la vulnerabilità.
La
cifra di 30 miliardi di dollari per il ripristino delle reti idriche,
elettriche e viarie va letta come costo di ri-funzionalizzazione del sistema,
non come semplice somma di lavori pubblici. Idrico, elettrico e stradale sono
sottosistemi interdipendenti: senza viabilità primaria non si posano condotte e
cavi; senza energia non si pompano acqua e reflui; senza acqua non regge
l’igiene dei campi e degli ospedali. Il primo obiettivo non è dunque
“ricostruire tutto”, ma ristabilire corridoi di servizio minimi che
garantiscano una capacità operativa di base al territorio. In termini
operativi, significa riaprire in sequenza le arterie A-B (corridoi est–ovest e
nord–sud), creare hub di logistica in
aree relativamente indenni, e collegare a stella gli insediamenti più popolati,
anche con soluzioni provvisorie (ponti bailey,
bypass su sottofondi stabilizzati, pavimentazioni temporanee).
Sul
fronte idrico, la perdita fisica e commerciale (NRW) tenderà a esplodere per
rotture diffuse, furti e mancanza di telemetria. Il ripristino “a parità”
sarebbe inefficiente: conviene procedere per distretti idrici (DMA), con
riduzioni di pressione, valvole di settore e misurazione a monte, privilegiando
la riattivazione dei pozzi e delle condotte che alimentano ospedali, strutture
collettive e scuole. Per l’elettrico, la priorità è la maglia di media
tensione, i centri di trasformazione e le protezioni: linee provvisorie aeree,
micro-reti modulari in prossimità degli insediamenti, generazione ibrida
(diesel+fotovoltaico) per ridurre la dipendenza dal carburante e limitare le
perdite di rete.
Sulle
strade, i 3.479 km danneggiati non hanno lo stesso peso strategico. Un
chilometro di arteria primaria riaperta vale più di dieci di strade locali se
consente il transito di convogli pesanti e il trasporto di inerti riciclati
dalle macerie. La logica deve essere quella della rete essenziale: clearance
EOD/UXO, ripristino delle pavimentazioni collassate, posa di griglie e
sottofondi riciclati, bitumatura a caldo solo dove la portanza lo richiede;
altrove, trattamenti superficiali a freddo. In parallelo, ponti e tombini: sono
i colli di bottiglia che, se non trattati, interrompono catene logistiche
altrimenti funzionanti. La ricostruzione “perfetta” viene dopo: prima serve la
transitabilità sicura, con standard uniformi di segnaletica e controllo
accessi.
La
dimensione economica conferma questa sequenza. Dentro i 30 miliardi, le voci
che pesano sono gli impianti di trattamento acqua e reflui, i trasformatori e
gli switchgear di media tensione, gli
aggregati per pavimentazioni e la meccanizzazione leggera per cantieri diffusi.
Qui si vincono o si perdono anni e miliardi: standardizzare capitolati,
favorire il riuso in situ degli inerti, centralizzare gli acquisti di
componentistica elettrica, suddividere i lotti stradali in pacchetti
cantierabili da imprese locali supervisionate da prime contractor. Una governance chiara – corridoi sicuri,
assicurazioni accessibili, pagamenti certi, anticorruzione – riduce il premio
di rischio e sposta risorse dal “costo della frizione” al “costo del
risultato”.
In
sintesi: i numeri descrivono una devastazione estesa, ma soprattutto indicano
una rotta. Ripartire dalle arterie vitali, dai distretti idrici e dalle
micro-reti elettriche non è un compromesso al ribasso: è la condizione per evitare
che la ricostruzione resti ostaggio della geografia del danno. Se i corridoi
logistici reggono, i 30 miliardi diventano investimento in resilienza; se
saltano, si trasformano in spesa ciclica, destinata a inseguire emergenze senza
chiuderne nessuna.
Gli
attori economici
Tra
le imprese potenzialmente coinvolte nella ricostruzione figurano grandi gruppi
internazionali, tra cui: Orascom e Arab Contractors (Egitto), CCC (Grecia),
Organi, Limak e Tekfen (Turchia), Webuild, Cementir e Buzzi (Italia), Vinci, Bouygues,
Saint-Gobain, Holcim, Heidelberg Materials, Vicat, Imerys, Veolia, Suez, EDF
(Francia e Germania), e Siemens Energy, RWE (Germania). Nel settore energetico
e delle risorse naturali sono coinvolte compagnie come Amar, Leviathan, Karish
e Newmed (Israele), Chevron (USA), Energean (Regno Unito), Eni (Italia),
British Petroleum (Regno Unito), Socar (Azerbaijan), Dana Petroleum (Scozia) e
Ratio Energies (Israele).
Governance
e finanziamenti internazionali
La
scansione temporale conta. Il 13 ottobre 2025 la Banca Mondiale ha reso
operativo il quadro di gara del Palestinian
Health System Reform Project (PHSRP) pubblicando il Procurement Plan 2025-2027 (codice P508917): attuatore il Ministero
della Salute palestinese, strumentazione STEP e capitolati standard WB, con
prima tornata di lotti su apparecchiature mediche, cliniche mobili e servizi
consulenziali per la riorganizzazione della medicina di famiglia e della
farmacovigilanza. È il “capo-ponte” sanitario della ricostruzione: non solo
acquisti, ma architettura di spesa e governance
(procurement centralizzato, criteri
di trasparenza, calendario lotti) per trasformare fondi eterogenei in servizi
effettivi.
Sul
lato europeo, Bruxelles ha valutato un investimento triennale fino a 1,6 miliardi di euro (2025-2027): sovvenzioni
dirette alla PA (circa 620 mln), dotazione per progetti di resilienza e recovery in Cisgiordania e Gaza (circa
580 mln, “quando le condizioni lo consentiranno”) e una facility EIB da 400 mln
in prestiti garantiti dalla Commissione, dedicata al tessuto produttivo. Non è
un fondo unico, ma un programma a “tre tasche” che chiede coordinamento: BEI
(Banca europea per gli investimenti) per credito e garanzie, DG (Direzione
generale) vicinato per le sovvenzioni, agenzie nazionali per l’esecuzione nei
settori energia, acqua e rifiuti. La logica è di blending sequenziale: donazioni per l’avvio (stabilizzazione e
servizi minimi), poi leva creditizia per scalare investimenti con ritorno.
Il
nesso strategico tra i due pilastri è evidente. Sanità: il Palestinian Health
System Reform Project (PHSRP) agisce sulla “funzionalità di base” (procurement sanitario, cliniche mobili,
percorsi di cura) che permette di assorbire meglio i flussi infrastrutturali
futuri. Infrastrutture: la EU Gaza Facility – nel suo disegno –
alloca capitali verso reti idriche, elettriche e gestione rifiuti,
precondizione per far funzionare ospedali, catene del freddo e impianti di
trattamento. Quando il piano sanitario dispone acquisti e standard,
l’infrastrutturale può agganciarsi con cantieri compatibili, evitando i
“progetti orfani” (ospedali senza energia o acqua). È la differenza tra spesa e
capacità: senza programmazione congiunta, gli euro e i dollari evaporano in
attriti logistici.
Tre
elementi meritano attenzione operativa:
Sequenziamento. Il
calendario gare WB (ott-dic 2025) va sincronizzato con corridoi logistici,
clearance EOD/UXO e ripristino
MT/BT, per non immobilizzare forniture negli hub di ingresso.
Trasparenza e
rischio. L’uso di STEP e dei documenti standard WB riduce il premio di
rischio per i fornitori; sul versante UE-EIB, le garanzie di Bruxelles
de-rischizzano i prestiti alle PMI locali, ampliando la platea di
esecutori e manutentori.
Allineamento
settoriale. Acquisti in sanità (diagnostica, mobilità clinica,
farmaci essenziali) devono riflettere la gerarchia infrastrutturale UE:
priorità a strutture coperte da micro-reti e da distretti idrici
funzionanti, per massimizzare l’uptime dei servizi.
In
sintesi, PHSRP e EU Gaza Facility non sono “due
notizie”, ma i due lati della stessa strategia: lo standard di spesa (WB) che
rende sostenibile l’investimento (UE-EIB) e, viceversa, la massa critica
finanziaria europea che rende scalabile la riforma sanitaria. Dove i due flussi
si incrociano – procurement
trasparente e capitale a lungo termine – la ricostruzione smette di essere un
elenco di progetti e diventa capability
territoriale.
Le gare
di ricostruzione
La
Striscia di Gaza beneficia dello status “special
conflict-affected” della Banca Mondiale, che consente l’accesso agevolato
di imprese europee ai bandi multilaterali. L’UNDP/PAPP, programma ONU per
l’assistenza al popolo palestinese, ha avviato una gara internazionale per la
fornitura e installazione di unità prefabbricate (scadenza: 20 ottobre 2025).
L’OMS ha aperto un bando per apparecchiature mediche destinate agli ospedali
palestinesi (scadenza: 15 ottobre 2025).
Considerazioni
strategiche: la ricostruzione come strumento d’influenza
La ricostruzione di Gaza non può essere ovviamente letta solo in termini economici; al contrario, rappresenta un banco di prova per la governance internazionale e per la cooperazione tra istituzioni multilaterali e Stati. Il coinvolgimento di attori privati, la competizione per i contratti e la presenza di fondi congiunti UE–World Bank indicano una dimensione geopolitica emergente in cui la ricostruzione diviene strumento di influenza. In questo quadro, l’Italia potrebbe giocare un ruolo significativo attraverso le proprie imprese e l’esperienza maturata nei contesti di post-conflitto, in particolare con le proprie capacità militare (in particolare le capacità Stability & Reconstruction, e Security Force Assistance) e di cooperazione internazionale, rafforzando la propria presenza strategica nel Mediterraneo allargato.
È inoltre fondamentale sottolineare che le implicazioni strategiche e le dinamiche economiche fanno parte di un quadro più ampio; resta il dato umano di una popolazione chiamata a ricominciare in condizioni di profonda fragilità. La ricostruzione di Gaza non sarà solo una questione di risorse o governance, ma anche di capacità collettiva di restituire normalità, sicurezza e prospettive di vita a una comunità duramente colpita. La stabilità futura dell’area passerà dalla capacità di integrare sicurezza, sviluppo e dignità umana in un unico percorso sostenibile.
L’operazione israeliana a Gaza City, così come delineata dalle autorità di Tel Aviv, si muove in un territorio grigio in cui il diritto alla difesa si scontra con il dovere di limitare l’impatto sulla popolazione civile. Sul piano strettamente legale e strategico, le misure proposte possono essere considerate legittime, a condizione che vengano adottati tutti gli strumenti possibili per ridurre il numero delle vittime innocenti e prevenire danni sproporzionati. È questa, però, una condizione tanto chiara in teoria quanto difficile da realizzare nella pratica.
La realtà operativa è che Hamas non rinuncerà alla propria strategia di utilizzare la popolazione come scudo umano. Ospedali, scuole e asili resteranno obiettivi ambigui, luoghi in cui l’infrastruttura civile si sovrappone a funzioni militari. Ciò crea un contesto urbano in cui la distinzione tra combattenti e civili è volutamente confusa, trasformando ogni intervento militare in un dilemma etico e operativo.
In questo scenario, il rischio principale per Israele non è solo il costo immediato dell’operazione, ma la sua trasformazione in un pantano prolungato. La guerra urbana, con il suo logoramento quotidiano, può diventare il preludio a una fase insurrezionale in cui il conflitto si estende oltre il controllo territoriale, alimentato da risentimento, vendetta e un senso diffuso di occupazione.
A ciò si aggiunge una questione logistica e umanitaria di proporzioni imponenti: la gestione del deflusso e dell’assistenza a un milione di abitanti di Gaza. Fornire loro servizi minimi essenziali – acqua, elettricità, assistenza medica – in un contesto di distruzione infrastrutturale è un compito che metterebbe a dura prova qualsiasi forza armata o amministrazione civile. Per Israele, sarà un banco di prova quasi impossibile da superare senza il sostegno di attori esterni, sia sul piano umanitario che politico.
E allora, che accadrà? Con ogni probabilità, vedremo un’escalation lenta ma inesorabile, in cui l’obiettivo di neutralizzare Hamas rischia di cedere il passo alla gestione di una crisi umanitaria e di sicurezza sempre più complessa. La legittimità dell’operazione, pur riconosciuta in termini giuridici, sarà giudicata dall’opinione pubblica internazionale e regionale non solo dai risultati militari, ma dalla capacità – o incapacità – di Israele di garantire la sopravvivenza e la dignità della popolazione civile.
In definitiva, è in questo equilibrio precario tra forza e responsabilità che si giocherà il futuro della Striscia (e dell’intera regione).
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