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Una NATO senza NATO: il Patto della Mecca e il nuovo ordine della sicurezza regionale

di Claudio Bertolotti.

Turchia, Arabia Saudita e Pakistan costruiscono un nuovo polo di deterrenza tra Medio Oriente e Asia. Più che un’alleanza alternativa all’Occidente, il Patto della Mecca è il segnale di un ordine multipolare nel quale le potenze regionali vogliono passare da consumatori a produttori di sicurezza.

Il Mecca Joint Defence Agreement sottoscritto il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, è certamente un evento strategicamente significativo, pur essendo lontano dall’essere un’alleanza paragonabile per capacità, struttura e coesione alla NATO.

Partirei da un dato che considero essenziale, ossia il fatto che il testo integrale dell’accordo non è stato ancora reso pubblico. Disponiamo delle dichiarazioni dei governi e delle indicazioni successive fornite in particolare da Ankara, sappiamo che un attacco armato contro uno dei tre firmatari viene considerato un attacco contro tutti, sappiamo, inoltre, che sono previsti meccanismi di coordinamento politico-militare ai massimi livelli, esercitazioni congiunte, cooperazione industriale e tecnologica e attività nei domini terrestre, marittimo e aereo, oltre che nei settori della difesa aerea, dei sistemi unmanned, della guerra elettronica e dell’intelligenza artificiale. È dunque qualcosa di più di una dichiarazione politica, ma non sappiamo ancora fino a che punto l’obbligo di mutua assistenza sia automatico né quale forma debba assumere concretamente la risposta militare. Ed è proprio qui che, a mio avviso, occorre iniziare l’analisi.

L’Articolo 5 non fa, da solo, una NATO

La formula «un attacco contro uno è un attacco contro tutti» è evocativo e porta a un’immediata associazione all’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. Ma sarebbe un errore confondere il principio politico della difesa collettiva con la capacità militare di esercitarla.

La NATO non è semplicemente una promessa di solidarietà, ma è il risultato di oltre settant’anni di integrazione militare, strutture permanenti di comando, pianificazione operativa, procedure comuni, standardizzazione, interoperabilità, intelligence condivisa, logistica integrata, esercitazioni continuative e una cultura strategico-militare consolidata. Il vero valore intrinseco dell’Articolo 5 deriva dal fatto che dietro quella dichiarazione politica esiste una macchina militare in grado di trasformarla in azione.

Il Mecca Joint Defence Agreement non è nulla di tutto ciò, poiché deve ancora costruire le basi di un’ipotetica infrastruttura integrata.

È significativo che la stessa Turchia abbia indicato come prossimo passaggio proprio l’istituzionalizzazione dell’iniziativa che prevede la creazione di un’agenda di incontri dei ministri della Difesa e degli Esteri, il coinvolgimento dei capi di Stato maggiore, le esercitazioni congiunte e i programmi comuni nel settore industriale e tecnologico, con ciò significando che i tre firmatari sono consapevoli del problema e stanno cercando di passare dalla prima e generica dichiarazione di solidarietà a una capacità di cooperazione militare strutturata. E proprio per questo sarei – come sono – cauto nel considerare l’iniziativa come una NATO alternativa ma parlerei piuttosto di un embrione di architettura di sicurezza collettiva.

La chiave interpretativa: non rottura, ma hedging

Trovo particolarmente convincente la lettura proposta da Tim Chattell di Chatham House, che già prima della firma dell’accordo interpretava il possibile ingresso turco nel sistema saudita-pakistano come una strategia di hedging, ossia la creazione di una “ridondanza nelle proprie garanzie di sicurezza senza abbandonare quelle esistenti”. Chattell osservava correttamente che Ankara non otterrebbe dal Pakistan e dall’Arabia Saudita una protezione militare migliore di quella offerta dalla NATO, ma acquisirebbe maggiore flessibilità strategica, peso regionale, possibilità di espansione industriale e un ulteriore strumento negoziale.[1]

È un’interpretazione alla quale mi sento molto vicino, perché non credo che Turchia, Arabia Saudita e Pakistan stiano scegliendo tra Stati Uniti e un nuovo ordine regionale, bensì ritengo più probabile che stiano cercando di non dover scegliere.

Questo è uno degli elementi caratterizzanti dell’attuale sistema multipolare, in cui le potenze regionali non costruiscono più necessariamente alleanze esclusive, ma accumulano relazioni, partenariati e garanzie differenti, a volte anche contraddittorie, così da aumentare la propria libertà d’azione.

La Turchia può così rimanere nella NATO e contemporaneamente costruire una rete militare con Riyadh e Islamabad, mentre il Pakistan può mantenere la propria relazione strategica con la Cina, dialogare con Washington e contemporaneamente diventare garante della sicurezza saudita, e Riyadh può continuare ad acquistare equipaggiamenti militari statunitensi e allo stesso tempo costruire un’alternativa parziale alla dipendenza dagli Stati Uniti.

Non vedo incoerenza, anzi, rilevo un’autonomia strategica attraverso lo strumento della ridondanza strategica (strategic redundancy).

Burcu Ozcelik del RUSI aggiunge un elemento interessante valutando l’accordo come fattore compatibile anche con la richiesta americana di maggiore burden-sharing, cioè che gli alleati regionali assumano direttamente una parte crescente dei costi e delle responsabilità della propria sicurezza. E questa può essere letto come una scelta che si sposa alla concezione turca delle «soluzioni regionali ai problemi regionali».[2] Da questo punto di vista, l’accordo potrebbe paradossalmente essere sia un sintomo della ridotta fiducia nell’ombrello statunitense, sia una risposta coerente alle richieste americane di maggiore autonomia degli alleati.

La complementarità: denaro, capacità convenzionale, deterrenza

La forza potenziale dell’intesa risiede nella complementarità dei tre firmatari. Se da un lato, l’Arabia Saudita dispone di risorse finanziarie straordinarie, centralità energetica, capacità di investimento e crescente ambizione politico-diplomatica, dall’altro la Turchia mette sul tavolo ciò che Riyadh non possiede nella stessa misura: un grande apparato militare, esperienza operativa, una base industriale della difesa sempre più autonoma e competenze consolidate nei droni, nei sistemi navali, nella missilistica, nell’elettronica e nelle piattaforme terrestri. Infine, il Pakistan aggiunge una grande forza armata, esperienza operativa, una posizione strategica tra Medio Oriente, Asia meridionale e Cina e, soprattutto, il fattore nucleare (da non confondere però con l’ipotesi di un “ombrello nucleare” pakistano a sostegno degli alleati, come ho voluto approfondire nel successivo paragrafo).

È così quasi inevitabile sintetizzare la relazione secondo una formula strutturata su capitale saudita, tecnologia e capacità operativa turca, massa militare e deterrenza pakistana. Ma proprio sull’ultima componente occorre la maggiore prudenza.

L’ombrello nucleare pakistano: deterrenza reale o ambiguità strategica?

Una parte del dibattito internazionale tende a considerare il Pakistan come il potenziale fornitore di un’extended nuclear deterrence all’Arabia Saudita e, ora, almeno teoricamente, anche alla Turchia. Io invece credo che questa conclusione sia ampiamente azzardata, o quantomeno prematura.

Samir Puri e Marion Messmer di Chatham House hanno poi osservato, analizzando il precedente accordo bilaterale saudita-pakistano del settembre 2025, che l’intesa non menzionava esplicitamente né armi nucleari né cooperazione nucleare. Allora come oggi,  Islamabad non aveva formalmente offerto a Riyadh il proprio deterrente e non esistevano indicazioni di un possibile dispiegamento fisico di testate sul territorio saudita.[3]

Sameer Ali Khan, nel Nuclear Network del CSIS, va ancora oltre e mette in evidenza il rischio di un’ambiguità di fondo dove il deterrente nucleare pakistano, sviluppato essenzialmente in funzione dell’India, se esteso al Medioriente comporterebbe una radicale revisione della dottrina pakistana della Credible Minimum Deterrence, di fatto aumentando requisiti di comando e controllo, capacità C4ISR, vettori e numero delle forze disponibili. Islamabad rischierebbe cioè di promettere una garanzia che potrebbe non essere in grado di rendere pienamente credibile.[4] E questo sarebbe un rischio eccessivo che Islamabad non accetterebbe sul serio.

La prudenza è dunque d’obbligo perché la deterrenza nucleare non consiste nel possedere una bomba e dichiararsi disponibili a proteggere un alleato, ma è soprattutto credibilità della volontà politica di utilizzarla.

Dobbiamo allora porci un paio di domande molto semplice: il Pakistan sarebbe realmente disposto a rischiare un’escalation nucleare per difendere Riyadh? E sarebbe disposto a farlo per Ankara?

Oggi non abbiamo elementi sufficienti per rispondere affermativamente, ma l’ambiguità può però essere deliberata in quanto il semplice dubbio sulla possibilità di un coinvolgimento nucleare pakistano aumenta l’incertezza dell’eventuale aggressore e produce, entro certi limiti, un effetto deterrente. Ma il problema è che l’ambiguità strategica funziona finché non viene messa alla prova.

Tre alleati, ma tre mappe delle minacce

Qui arriviamo, a mio avviso, al principale punto di fragilità in quanto le alleanze diventano solide quando i membri condividono una percezione relativamente omogenea della minaccia, e Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non hanno questa omogeneità.

Per Islamabad, l’India rimane il riferimento strategico fondamentale. Per Riyadh, le priorità sono la sicurezza del Golfo, la stabilità delle rotte energetiche, l’Iran, le capacità missilistiche e le minacce provenienti dagli attori non statali regionali. Per Ankara, lo spazio strategico è molto più esteso: Siria, Mediterraneo orientale, Caucaso, Mar Nero, Russia, dinamiche curde, Israele e competizione per il ruolo di potenza regionale.

Carnegie pone correttamente il problema in termini molto concreti guardando alle dinamiche dei singoli attori e ponendo legittimi dubbi di concretezza sull’ipotesi più estrema: se l’Arabia Saudita fosse attaccata dall’Iran, Ankara e Islamabad entrerebbero realmente in guerra al suo fianco? La risposta non è automatica poiché un eventuale attacco determinerebbe consultazioni tra i tre governi per stabilire la risposta.[5] Questo aspetto è rilevante perché il patto stabilisce una solidarietà politica automatica, ma non è ancora chiaro se stabilisca un intervento militare automatico. È una differenza sostanziale.

Contenere l’Iran oppure contenere Israele?

Un’altra semplificazione che eviterei è interpretare il patto esclusivamente come una «NATO sunnita» costruita contro l’Iran in quanto la realtà regionale del 2026 è molto più complessa. Certamente la pressione militare iraniana e la vulnerabilità degli Stati del Golfo hanno accelerato la ricerca di nuove garanzie di sicurezza, ma l’accordo credo vada interpretato come un tentativo di evitare un vuoto di sicurezza prodotto dall’indebolimento dell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti.

Emerge però una dinamica differente basata su una convergenza tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan finalizzata anche a limitare l’espansione dell’influenza israeliana nella regione e, secondo questa lettura, l’aggregazione non sarebbe semplicemente anti-iraniana, ma risponderebbe all’esigenza di impedire che una sola potenza regionale – Israele – possa acquisire una posizione egemonica approfittando dell’indebolimento iraniano.

Le due ipotesi non sono necessariamente alternative, direi, anzi, che è proprio questa ambivalenza a rendere interessante il patto.

Riyadh e Ankara non vogliono un Iran egemone, ma non vogliono neppure un Israele egemone, e la loro preferenza sembra orientarsi verso un equilibrio regionale nel quale nessuna potenza possa imporre unilateralmente le proprie condizioni. Quindi non parlerei di un’alleanza «contro» qualcuno, almeno nella sua fase iniziale, ma la leggo piuttosto come uno strumento volto a impedire che gli equilibri regionali vengano definiti da altri.

Il fattore India

Il problema indiano è forse quello più sottovalutato da una lettura esclusivamente mediorientale dell’accordo in quanto il Pakistan entra nell’intesa portando con sé una rivalità strategica che non appartiene naturalmente agli altri due firmatari.

L’Arabia Saudita mantiene importanti relazioni economiche con l’India mentre la Turchia ha assunto in diverse occasioni posizioni vicine a Islamabad sulla questione del Kashmir; in questo quadro il rischio è che una crisi indo-pakistana possa mettere alla prova una clausola di solidarietà concepita principalmente per altre minacce.

Anche qui emerge una domanda di credibilità, ossia se Riyadh sarebbe realmente disposta a considerare un attacco indiano al Pakistan come un attacco contro l’Arabia Saudita.

È proprio questo tipo di scenario, che distingue tra un’alleanza dichiarata e un’alleanza politicamente consolidata, che spiega perché considero l’attuale fase soprattutto come costruzione di deterrenza attraverso l’incertezza, più che come automatismo militare.

Una NATO islamica? La definizione è sbagliata anche per un’altra ragione

C’è poi la componente «islamica», che considero poco utile dal punto di vista analitico.

La maggior parte dei Paesi musulmani non appartiene all’accordo: Iran, Indonesia, Algeria, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Malaysia e numerosi altri attori rimangono fuori, e soprattutto la religione non rappresenta oggi il principale criterio attraverso il quale questi Paesi definiscono le proprie alleanze. E dunque, parlare di «NATO islamica» è fuorviante perché la maggior parte degli Stati musulmani resta esterna e la religione ha un peso limitato nell’effettiva determinazione delle politiche regionali, contrariamente alla lettura superficiale che riconduce la competizione regionale a un confronto ideologico-settario tra sciiti e sunniti.

Lo dimostra bene la situazione degli Emirati Arabi Uniti, come rilevato da Cinzia Bianco, analista dell’ECFR la quale, in un’analisi sul tema, descrive una possibile configurazione regionale concorrente, con Abu Dhabi maggiormente orientata verso una costellazione di sicurezza con Stati Uniti e Israele e, dall’altra parte, un blocco emergente imperniato su Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Ma la stessa analisi pone il dubbio sul fatto che quest’ultimo possa trasformarsi facilmente in un’alleanza coesa, proprio perché persistono interessi divergenti e relazioni trasversali.[6] È un’ulteriore conferma del fatto che non stiamo assistendo alla ricomposizione geopolitica del mondo islamico ma, al contrario, siamo testimoni di una frammentazione competitiva del Medio Oriente in reti di sicurezza differenti e sovrapposte.

L’Egitto sarebbe il vero salto di qualità

La possibilità che l’accordo venga esteso è, a mio avviso, uno degli indicatori da osservare con maggiore attenzione: Ankara ha esplicitamente indicato l’Egitto come potenziale partecipante e l’ingresso del Cairo cambierebbe significativamente la natura del progetto in quanto porterebbe massa militare, posizione geografica, controllo del canale di Suez, accesso strategico al Mediterraneo e al Mar Rosso e soprattutto una legittimità politica araba che né Turchia né Pakistan possono offrire.

Passeremmo così da una triangolazione molto singolare – una potenza del Golfo, una potenza anatolica e una potenza sudasiatica – a una struttura capace di collegare Mediterraneo orientale, Mar Rosso, Golfo e Asia meridionale: è a quel punto che la definizione di nuova architettura regionale di sicurezza diventerebbe più convincente.

Il vero obiettivo: diventare produttori di sicurezza

Arrivo così a quello chè è, a mio avviso, il punto centrale. Per decenni Arabia Saudita, Pakistan e, in modo diverso, anche Turchia hanno operato all’interno di un sistema di sicurezza nel quale gli Stati Uniti rappresentavano l’ultimo garante; un modello che, pur non essendo necessariamente terminato, vede gli Stati Uniti mantenere il ruolo di maggiore potenza militare esterna presente nella regione a fronte di uno scenario in cui nessuno dei tre firmatari dispone singolarmente di equivalenti capacità: ma la fiducia nell’automatismo della protezione americana si è ridotta.

Avevo già valutato come l’accordo saudita-pakistano fosse il segnale della volontà di Riyadh di non affidarsi esclusivamente a Washington e ciò può oggi essere interpretato come risposta alla percezione di un possibile vuoto di sicurezza, evidenziando l’affermazione del citato principio delle «regional solutions to regional problems».

Letture e prospettive differenti, ma che convergono su uno stesso processo. Le potenze regionali stanno cercando di trasformarsi da consumatori di sicurezza a produttori di sicurezza, ed è proprio su questo aspetto che colloco il significato strategico dell’accordo della Mecca. Non vedo la nascita di una NATO islamica, anzi contesto tale affermazione, e vedo qualcosa di forse più interessante come la costruzione progressiva di un sistema nel quale le medie potenze cercano di ridurre la distanza tra la propria ambizione geopolitica e la propria capacità di garantirsi autonomamente la sicurezza.

Quale orizzonte strategico?

La mia valutazione guarda a tre livelli temporali.

Nel breve periodo, il Mecca Joint Defence Agreement è soprattutto uno strumento di deterrenza politica e di signalling strategico che aumenta il costo potenziale di un’aggressione introducendo l’incertezza sulla possibile risposta degli altri firmatari.

Nel medio periodo, potrebbe trasformarsi in una piattaforma di integrazione militare e industriale, soprattutto nei settori nei quali i tre Paesi sono maggiormente complementari come la difesa aerea e missilistica, i droni, la guerra elettronica, il cyber, l’intelligence, la produzione congiunta e la logistica, e i programmi annunciati dopo la firma dimostrano che questa dimensione è già presente.

Nel lungo periodo, tutto dipenderà invece dalla capacità di costruire credibilità dell’impegno collettivo, e la credibilità non si misura attraverso le dichiarazioni, bensì chiedendosi cosa succederebbe alle tre del mattino di un venerdì in cui uno dei firmatari venisse realmente attaccato: esisterebbe un comando capace di reagire? Esisterebbero piani militari già predisposti? Le forze sarebbero interoperabili? L’intelligence verrebbe condivisa immediatamente? Gli altri due governi sarebbero politicamente disposti a entrare in una guerra che potrebbe non coincidere con i loro interessi nazionali?

Sono queste le domande che distinguono un’alleanza dalla dichiarazione di un’alleanza, e per questo ritengo prematuro parlare oggi di «NATO islamica», per quanto sarebbe comunque sbagliato liquidare l’accordo come una costruzione propagandistica.

Il processo che vediamo svilupparsi tra Ankara, Riyadh e Islamabad è parte di un cambiamento più ampio in cui l’ordine internazionale sta passando da sistemi di alleanze relativamente rigidi a reti di sicurezza sovrapposte, flessibili e transazionali. E in questo nuovo ambiente le medie potenze non vogliono più limitarsi a scegliere da quale grande potenza farsi proteggere, ma vogliono accumulare opzioni, costruire capacità autonome e diventare esse stesse poli di deterrenza.

Il Mecca Joint Defence Agreement potrebbe fallire, rimanere una struttura prevalentemente politica oppure evolvere in qualcosa di molto più ambizioso, e per capire quale delle tre possibilità prevarrà, più che il nome che gli attribuiamo oggi, dovremo osservare cinque principali indicatori, che sono l’istituzionalizzazione del comando, la pianificazione militare comune, l’interoperabilità reale, la definizione – anche implicita – della deterrenza nucleare pakistana e, infine, la capacità di allargamento ad altri attori regionali.

Se questi cinque elementi dovessero convergere, allora non avremmo semplicemente una «NATO islamica», ma avremmo qualcosa di strategicamente più rilevante, ossia un nuovo polo militare autonomo tra Mediterraneo, Medio Oriente e Asia meridionale, capace di incidere simultaneamente sugli equilibri con Iran, Israele e India e, soprattutto, di ridefinire il rapporto tra le potenze regionali e gli Stati Uniti. È questo, a mio avviso, il punto sul quale vale realmente la pena concentrare l’attenzione.


[1] Chattel T., Talk of a Turkish military alliance with Saudi Arabia and Pakistan reflects Ankara’s opportunistic ‘hedging’ strategy, Chatam House, 30 gennaio 2026, in https://www.chathamhouse.org/2026/01/talk-turkish-military-alliance-saudi-arabia-and-pakistan-reflects-ankaras-opportunistic.

[2] RUSI, Saudi Arabia, Turkey and Pakistan sign defence pact in Mecca, Financial Times, 7 agosto 2026, in https://www.rusi.org/news-and-comment/in-the-news/saudi-arabia-turkey-and-pakistan-sign-defence-pact-mecca.

[3] Puri S., Messmer M., Saudi Arabia and Pakistan’s mutual defence pact sets a precedent for extended deterrence, Chatam House, 23 settembre 2025, in: https://www.chathamhouse.org/2025/09/saudi-arabia-and-pakistans-mutual-defence-pact-sets-precedent-extended-deterrence.

[4] Khan S. A., All Military Means? Pakistan, Saudi Arabia, and the Risks of Nuclear Ambiguity, CSIS – Nuclear Network, in: https://nuclearnetwork.csis.org/all-military-means-pakistan-saudi-arabia-and-the-risks-of-nuclear-ambiguity/.

[5] Cheema A., Hage M.A., The Mecca Agreement Unpacked, Canergie, 7 agosto 2026, in https://carnegieendowment.org/middle-east/diwan/2026/08/the-mecca-agreement-unpacked.

[6] Bianco C., The postwar UAE and the remaking of Gulf politics, ECFR, 15 maggio 2026, in https://ecfr.eu/article/the-postwar-uae-and-the-remaking-of-gulf-politics/.


Geopolitica della nota: soft power, trauma acustico e guerra cognitiva

di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

Quando analizziamo le direttrici del potere globale, la nostra attenzione si rivolge quasi istintivamente ai palazzi della politica, agli spiegamenti militari e ai flussi macroeconomici. Esiste tuttavia una sfera dell’influenza strategica più sottile e meno visibile, capace di agire sulla regolazione emotiva, sul sistema nervoso autonomo e sulla disposizione interiore delle collettività: il dominio acustico.

L’apparato uditivo, a differenza di quello visivo, non può essere semplicemente sottratto al mondo esterno attraverso un gesto volontario. Anche quando non ascoltiamo intenzionalmente, restiamo immersi in un ambiente sonoro che ci attraversa, orienta la vigilanza, può modificare il ritmo respiratorio e contribuisce a delineare un orizzonte affettivo. La ricerca sull’esperienza musicale ha mostrato come i suoni organizzati possano indurre risposte emotive attraverso diversi meccanismi: riflessi del tronco encefalico, contagio emotivo, immaginazione visiva, aspettativa musicale, memoria episodica e condizionamento valutativo (Juslin & Västfjäll, 2008).

Dietro la parvenza innocente dell’intrattenimento estetico, il suono opera come uno dei più raffinati strumenti di orientamento delle preferenze comunitarie, collocandosi nel cuore del soft power codificato da Joseph Nye (1990). Questo vettore comunicativo seduce prima di spiegare e genera familiarità psicologica prima di produrre un’adesione razionale. Modellando un paesaggio mentale entro cui un popolo percepisce sé stesso, la musica non impone ordini, ma traduce una matrice culturale in una visione del mondo avvertita come spontanea e desiderabile.

Il suono del “noi”: melodramma, egemonia e mente collettiva

La convergenza tra strutture musicali, senso di appartenenza e proiezione geopolitica non è un fenomeno della contemporaneità digitale. Secoli prima delle moderne strategie di influenza, il teatro lirico italiano ha funzionato come una vera e propria fucina della memoria collettiva, capace di esportare il patrimonio culturale del Paese ben oltre i suoi limiti territoriali.

L’opera ha compreso precocemente che l’egemonia, per sedimentarsi, deve anche farsi suono. Il coro operistico rappresenta in questo senso una figura psichica della coesione del gruppo: dà forma acustica a un “noi”, traducendo sulla scena una mente di gruppo in cui il sentimento del singolo si dissolve nell’affetto comune. È un meccanismo potente, capace di generare solidarietà e riti comuni, ma anche di irrigidirsi in conformismo, pressione sociale e totale abdicazione del pensiero critico individuale.

In Giuseppe Verdi questa dinamica trova il suo paradigma. Il “Va, pensiero” del Nabucco ne è la dimostrazione più nota: è stato spesso letto come una forma sonora di appartenenza collettiva, capace di trasformare perdita e nostalgia in immaginario politico condiviso. Ma è in Aida che questo processo rivela la sua sfaccettatura più interessante. Se la “Marcia trionfale” magnifica il potere faraonico trasformandolo in uno splendore solenne e inevitabile, la sensibilità verdiana lascia emergere i costi psichici latenti del dominio. Dietro la gloria della facciata pubblica coesistono prigionieri, sacrifici e lacerazioni esistenziali.

Nel “Te Deum” della Tosca di Giacomo Puccini, questo chiaroscuro si sposta sul piano religioso: la maestosità della liturgia diventa lo sfondo sonoro entro cui si inscrive la strategia predatoria di Scarpia. La musica si trasforma in uno spazio di ambiguità politica, dove l’elevazione spirituale della massa fa da paravento alla violenza del sopruso sul singolo.

Nella tradizione tedesca, Richard Wagner sposta il baricentro dal coro al tessuto orchestrale attraverso l’impiego sistemico del leitmotiv. Il motivo ricorrente non è un mero espediente formale, bensì una traccia mnestica che orienta associazioni, anticipazioni e riconoscimenti nell’ascoltatore. La percezione viene così guidata all’interno di una narrazione ideologica strutturata attorno a precise tensioni mitologiche e simboliche.

Il suono della Guerra Fredda: jazz, disciplina e desiderio d’Occidente

La forza del melodramma di generare collettività attorno a specifiche visioni del mondo è uscita dai teatri d’opera nel corso del Novecento per integrarsi stabilmente nelle agende di sicurezza e politica estera delle superpotenze. Durante lo scontro bipolare, il palcoscenico è divenuto a tutti gli effetti un’estensione del confronto globale.

Nonostante i contrasti logistici e ideologici con i singoli musicisti – come Duke Ellington e Louis Armstrong –, la jazz diplomacy avviata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1956 con Dizzy Gillespie (Castagneto, 2014) si rivelò un’efficace operazione di diplomazia culturale e orientamento simbolico. L’assolo jazzistico si trasformò nella metafora perfetta dell’Occidente: l’espressione di un soggetto libero, in grado di improvvisare dentro una struttura condivisa senza venire assorbito dallo Stato.

A questa flessibilità della narrazione statunitense, l’Unione Sovietica oppose una strategia di prestigio culturale basata sulla monumentalità, sul rigore e sulla superiorità tecnica della musica classica e del balletto del Bol’šoj. L’obiettivo di Mosca era dimostrare l’eccellenza del sistema socialista nel produrre una disciplina collettiva impeccabile, destinata a tradursi in prestigio formale e a contrapporre la solidità della tradizione alla fluidità occidentale.

Un esempio emblematico della capacità del suono di scavalcare i confini fisici e simbolici fu il concerto dei Depeche Mode a Berlino Est nel marzo del 1988. La sensibilità elettronica e malinconica della band britannica generò una perturbazione culturale di natura peculiare: in assenza di proclami ideologici espliciti, quella musica fece percepire la tangibilità di un “altrove” desiderabile. Si tratta di una forma specifica di soft power acustico che potremmo definire “nostalgia anticipata”: la capacità di un suono di agire sull’immaginario evocando come familiare un modello di esistenza non ancora vissuto. Non è la promessa di un manifesto programmatico, ma qualcosa di più sottile e difficile da neutralizzare: l’intima certezza che una vita alternativa appartenga già all’ascoltatore.

Il suono come assedio: droni, trauma acustico e guerra cognitiva

Nelle asimmetrie contemporanee, il dominio acustico esce dalle sale d’opera e dagli spazi della diplomazia culturale per entrare direttamente nelle dinamiche tattiche della guerra cognitiva, fino a configurare una vera e propria militarizzazione del suono. L’impiego massiccio e pervasivo dei sistemi aerei senza pilota nei teatri bellici attuali ha ridefinito in profondità l’orizzonte sensoriale dei combattenti e delle popolazioni civili (Pino & Pettigrew, 2024).

Il ronzio continuo e ad alta frequenza dei droni, storicamente indicato nel conflitto a Gaza con il termine zanzana, compone un paesaggio sonoro permanente, una sorta di assedio acustico in cui il rumore non accompagna soltanto la minaccia, ma diventa esso stesso minaccia (Ahmed & González Paz, 2024). In questo ambiente percettivo alterato, persino l’improvvisa cessazione del suono non coincide con il sollievo. Al contrario, può aprire a un’angoscia più intensa: l’assenza del sibilo elettronico viene interpretata come il segnale che il bersaglio sia stato individuato e che, alla perturbazione acustica, possa seguire di lì a poco l’impatto missilistico.

L’esposizione prolungata a questa minaccia sonora agisce allora come un innesco psicologico profondo. Riattiva forme latenti di ansia anticipatoria, che richiamano lo shell shock della Prima guerra mondiale, e alimenta stati di ipervigilanza cronica, fino a incidere anche sul piano biologico. È il caso di una sorta di alert sleep (Ahmed & González Paz, 2024): un sonno vigile e abitato dalla paura. Dal punto di vista clinico, ciò riflette uno stato di iperattivazione cronica in cui il sistema nervoso resta in sorveglianza, faticando ad accedere alle fasi più profonde e realmente riparative del riposo (Pace-Schott et al., 2015).

Nell’epoca dei conflitti digitali, questa dimensione acustica non resta confinata al campo di battaglia, ma viene scomposta, rilanciata e amplificata dai social network. Come suggerisce il caso ucraino, analizzato attraverso dataset di contenuti TikTok, la rappresentazione della guerra può essere rapidamente riconfigurata in formati brevi, emotivamente densi e facilmente condivisibili (Steel et al., 2023).

I video ripresi dalla visuale soggettiva dei droni, così come quelli dei grandi esacotteri notturni, vengono montati e diffusi online con colonne sonore cupe e minacciose. Non documentano soltanto la guerra: ne amplificano l’effetto psicologico. La loro circolazione porta la minaccia oltre la linea del fronte, alimentando la percezione che anche le retrovie siano esposte e che nessun riparo sia davvero sicuro.

Il digitale si appropria così del suono della guerra e lo trasforma in uno strumento di condizionamento diffuso. L’orrore acustico non resta più confinato al luogo dell’evento, ma diventa un ambiente virtuale e pervasivo, capace di attraversare lo schermo e raggiungere anche chi osserva da lontano.

L’ecosistema digitale come cassa di risonanza: K-pop, canzoni di rivolta e nasheed jihadisti

Il medesimo ecosistema digitale che amplifica e diffonde il trauma acustico della guerra non è però uno spazio monofunzionale. Accanto alle colonne sonore della violenza circolano flussi sonori di tutt’altra natura, ugualmente capaci di attraversare confini, plasmare identità e mobilitare collettività. La differenza non è nel mezzo, ma nell’intenzione e nell’effetto.

Un uso diverso di questa forza si ritrova nella Hallyu, l’onda culturale coreana, e nel K-pop, sostenuti dal governo di Seul come strumenti di diplomazia pubblica e soft power. Attraverso YouTube, X e TikTok, il K-pop ha costruito una connettività globale fondata sui fandom, capace di incidere sull’immaginario giovanile in Occidente e nei mercati emergenti (Zulkifli, 2025). Questa partecipazione diffusa mostra però che lo stesso ambiente digitale può veicolare emozioni molto diverse.

Nel settembre 2022, il brano Baraye del musicista Shervin Hajipour si è diffuso rapidamente nell’ecosistema digitale iraniano. Costruita a partire dai tweet dei cittadini che protestavano dopo la morte della giovane curda Jina Mahsa Amini, la canzone è diventata in quarantotto ore un inno transnazionale delle proteste. Ha mostrato così come testo, memoria personale e ambiente digitale possano raccogliere rivendicazioni diverse – dalla repressione religiosa alle crisi ecologiche ed economiche – in un oggetto sonoro capace di aggirare la censura di Stato e alimentare la memoria collettiva anche dopo l’arresto dell’autore (Olszewska, 2022).

La capacità del suono di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore e di attenuarne la distanza critica trova una delle sue espressioni più estreme nell’uso dei nasheed da parte dello Stato Islamico: inni religiosi a cappella trasformati in strumenti di mobilitazione ideologica. A differenza della propaganda visiva o testuale, i nasheed non cercano di convincere attraverso l’argomentazione, ma agiscono per via ritmica, ripetitiva e mnestica. La guerra, la brutalità, il riscatto dall’umiliazione e la promessa di una gloria terrena e ultraterrena ne costituiscono i nuclei tematici ricorrenti. La loro forza risiede anche nella forma: le strutture ritmiche della poesia araba tradizionale e l’uso della monorima favoriscono la memorizzazione e l’interiorizzazione del messaggio. Attraverso immagini potenti – il sangue, i leoni, il martirio – il nasheed non si limita a comunicare un’idea ma interviene sulla dimensione identitaria profonda dell’ascoltatore. La rete, in questo quadro, non si limita a distribuire contenuti. Diventa una cassa di risonanza psicologica, nella quale il suono, inserito nel flusso multimediale digitale, sostiene una mobilitazione emotiva e ideologica diffusa, decentralizzata e globale (Gråtrud, 2016).

Pur nella loro radicale eterogeneità, K-pop, Baraye e nasheed jihadisti condividono un medesimo meccanismo di fondo: il suono non veicola un contenuto ideologico solo attraverso la persuasione razionale, ma costruisce un ambiente emotivo nel quale una determinata visione del mondo può apparire naturale, desiderabile o necessaria. La trasparenza del processo e la sua direzione etica cambiano profondamente da caso a caso; la struttura psicologica sottostante, tuttavia, rimane riconoscibile.

In ultima analisi, si ritorna alla logica del “Te Deum” di Tosca: il suono non accompagna semplicemente il potere. Lo mette in scena, lo sacralizza e lo rende emotivamente familiare.

Conclusioni

Il punto di caduta decisivo nell’analisi del potere sonoro risiede proprio in questa modificazione preventiva della disposizione affettiva dell’individuo affinché quella specifica conclusione appaia, in un secondo momento, del tutto naturale. Ciò che viene assimilato tramite il canale sensoriale ed emotivo tende a essere interiorizzato, memorizzato e difeso con maggiore vigore.

Eppure il dominio acustico non è esclusivo appannaggio di chi detiene il potere. Nei contesti attraversati dalla guerra, dal trauma collettivo e dalla frammentazione dell’esperienza, cantare, suonare o riconoscersi in una traccia condivisa può diventare un gesto minimo ma decisivo di resistenza alla disgregazione. Questa funzione controegemonica del suono rivela l’ambivalenza profonda del dominio acustico. Lo stesso mezzo impiegato per radicalizzare, anestetizzare o manipolare può diventare, nelle mani di chi resiste, una trama attraverso cui una comunità ferita continua a riconoscersi e a immaginare sopravvivenza.

La linea di demarcazione tra la diplomazia culturale legittima e la manipolazione percettiva risiede nel grado di trasparenza, nell’intenzionalità dell’attore e nello spazio di dissenso e riflessione critica concesso all’ascoltatore.

L’opera lirica ha codificato e reso visibile questa intrinseca ambivalenza prima di ogni altro medium. Una medesima partitura possiede la facoltà di unire ed elevare le coscienze, ma può parimenti esasperare il nazionalismo escludente, anestetizzare la distanza critica del pubblico e rendere esteticamente affascinante ciò che sul piano della realtà oggettiva risulterebbe intollerabile.

Riferimenti bibliografici

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TRUMP E LA VITTORIA DI PIRRO

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Sicuramente è tempo di spegnere le fanfare trumpiane, perché questa è una vittoria di Pirro. Per chi non ricordasse la storia, la rammento: nel 279 a.C., in Puglia, Pirro, re dell’Epiro — sbarcato l’anno precedente con 19 elefanti indiani come arma segreta per terrorizzare i Romani — è sicuro di piegare la formidabile macchina bellica della Repubblica. Pirro stravince la battaglia, ma a un costo umano devastante: sul campo muore la stragrande maggioranza dei suoi soldati scelti e dei suoi generali più fidati. I Romani, dal canto loro, giocano in casa e applicano la spietata logica dei numeri. Sfruttando la leva di massa tra i propri cittadini e l’obbligo dei popoli alleati di fornire contingenti, Roma riesce a rimpiazzare le perdite nel giro di poche settimane.

Ma allora viene spontaneo chiedersi: a Washington qualcuno ha fatto i conti prima di compiere questa mossa? La risposta è imbarazzante, perché i conti li avevano fatti tutti, in anticipo, per iscritto e ad alta voce. Già a inizio marzo 2026, sul nascere della crisi, gli analisti di ING avvertivano che chiudere lo Stretto di Hormuz avrebbe potuto spingere il greggio fino a 140 dollari al barile nello scenario peggiore. Bloomberg, dopo aver interpellato oltre tre dozzine di trader, scriveva che il mondo non aveva ancora colto la gravità della situazione, evocando lo shock petrolifero degli anni Settanta e un prezzo che poteva toccare i 200 dollari. A maggio è entrata in scena l’artiglieria delle istituzioni: JPMorgan vedeva le scorte globali toccare livelli critici entro settembre; Rapidan Energy le dava per esaurite già tra luglio e agosto, prospettando un’economia destinata a “incepparsi”, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia metteva in guardia su rincari in arrivo proprio alla vigilia del picco estivo. Persino il servizio studi del Congresso aveva acceso un faro, ricordando l’ovvio: per la gran parte del greggio che attraversa lo Stretto non esiste una via d’uscita alternativa. Il preventivo, insomma, era sul tavolo, firmato e controfirmato.

Allora dov’è l’errore? Non nel calcolo, ma in due scommesse perse. La prima: tutti davano per scontato che la chiusura sarebbe stata breve. Homayoun Falakshahi, capo dell’analisi sul greggio di Kpler, aveva avvertito che con lo Stretto chiuso il barile poteva volare a 120-130 dollari, ma “at least temporarily” (almeno temporaneamente), poiché si assumeva che nessuno potesse reggere a lungo quel blocco, che avrebbe ritorto il colpo contro Teheran tagliandole l’export e i legami con la Cina. Si era preventivato uno shock-lampo; è arrivato un logorìo di quattro mesi. Ed è qui che la pazienza del bazaar ha fatto la differenza.

L’Iran ha rovesciato proprio la premessa dei modelli occidentali: ha tenuto duro per mesi accettando di rimetterci in prima persona — meno greggio venduto, clienti spazientiti — ma sapendo di poter sopportare la ferita più a lungo di Washington. E mentre i serbatoi americani si svuotavano sul serio, l’allarme ha cambiato tempo verbale, passando dal futuro al presente. “We have to solve this problem in the Strait of Hormuz” (Dobbiamo risolvere questo problema nello Stretto di Hormuz), ha ammesso Mike Sommers, presidente dell’American Petroleum Institute, mentre le scorte statunitensi viaggiavano verso i minimi storici. Vince chi regge l’attrito, non chi colpisce più forte: l’aritmetica romana, misurata in barili anziché in legioni.

La seconda scommessa persa è l’illusione dell’insularità. Gli Stati Uniti importano pochissimo dal Golfo Persico e a Washington la batosta sembrava un guaio confinato ad asiatici ed europei. Salvo poi riscoprire che il prezzo del petrolio è globale e che lo Stretto da cui passa circa il 20% del commercio mondiale di greggio e gas non manda il conto solo a Pechino. Il conto è arrivato puntuale alla pompa dell’Ohio: benzina a 4,11 dollari al gallone contro i 3,12 dell’anno prima e inflazione al 4,2%, la più alta in tre anni. Il peggio doveva ancora venire, perché le scorte usate per tamponare i prezzi rischiavano di prosciugarsi nel giro di settimane, proprio nel pieno della stagione dei viaggi estivi.

Ecco perché Trump è corso al tavolo delle trattative con il cronometro in mano. Nonostante la sfoggiata forza militare, si è ritrovato con una pistola economica puntata alla tempia, il cui grilletto è mosso dal calendario elettorale: a Teheran si contratta con la flemma del mercante, mentre a Washington i serbatoi si svuotano e le elezioni di metà mandato si avvicinano. La firma del memorandum d’intesa non spegne l’incendio: anche a Stretto riaperto, gli analisti avvertono che i flussi globali si normalizzeranno solo verso il quarto trimestre. Tra petroliere bloccate, scorte da ricostituire e infrastrutture danneggiate, l’inflazione continuerà a cavalcare le nostre vite.

Nessuno, dunque, potrà dire di non aver saputo. Pirro, almeno, poteva giurare di non aver previsto la tenacia di Roma; qui il preventivo lo avevano scritto gli analisti, mese per mese, cifra per cifra. Oltre alla beffa, però, rimane l’inganno. Infatti, dopo aver fatto credere per anni, a suon di dichiarazioni altisonanti, che il regime iraniano andasse radicalmente debellato in quanto minaccia globale — si ricordi l’8 aprile 2019, quando il New York Times titolava “Trump Designates Iran’s Revolutionary Guards a Foreign Terrorist Group”, riportando la storica decisione di bollare un’intera branca militare statale come organizzazione terroristica — ieri il presidente ha liquidato la questione dicendo: “I never cared about regime change. It was never a part” (Non mi è mai importato del cambio di regime. Non ne ha mai fatto parte).

Eppure, come in ogni accordo, il diavolo si nasconde nei dettagli. E i dettagli raccontano una storia diversa dalle fanfare. Il memorandum apre una finestra negoziale di sessanta giorni e promette, a regime, la fine dell’embargo: la rimozione di tutte le sanzioni, comprese quelle delle Nazioni Unite e quelle unilaterali americane sull’export di greggio. In cambio, Teheran ribadisce l’impegno a non dotarsi di  armi atomiche, mentre il nodo dell’arricchimento viene rinviato al tavolo finale.

 Il punto più clamoroso, però, riguarda i soldi. Il testo prevede la creazione di un fondo di 300 miliardi di dollari per la “ricostruzione e lo sviluppo economico” dell’Iran, da finanziare insieme ai partner regionali, le monarchie arabe del Golfo. Qui Washington gioca una partita sottile, perché non spende un dollaro. JD Vance, lo precisa in conferenza stampa, bollando come falsa la notizia di un investimento americano e giurando di “non investire nemmeno 10 cents”. Il ruolo degli Stati Uniti è quello di revocare tutte le sanzioni e consentire anche ad altri  paesi d’investire. “Permetteremo investimenti nella ricostruzione del loro Paese”, spiega Vance, evocando l’immagine di una centrale elettrica costruita dagli Emirati in territorio iraniano. Il tutto, solo se ad accordi conclusi Teheran rispetta le condizioni.

Una finestra di sessanta giorni e un sollievo economico condizionato sono, in fondo, il terreno ideale per questi maestri dell’attesa. L’Iran porta a casa la firma, l’embargo cade, il greggio torna a fluire, e i dettagli che contano davvero — l’arricchimento, i missili, i tempi — restano consegnati a un negoziato futuro, dove la flemma del mercante può lavorare indisturbata.

Washington, dal canto suo, si prepara a rimuovere l’embargo, spalanca le casseforti delle monarchie del Golfo e rischia così di contribuire alla stabilizzazione economica di un regime che per anni aveva indicato come una minaccia da contenere. Un’altra voce, anch’essa, nel bilancio della vittoria di Pirro.

Questo quadro di condizioni storiche presenta analogie con la consolidata prassi diplomatica persiana, storicamente imperniata sulla dilazione temporale e sulla condotta ambigua. Nel corso del XIX secolo, la dinastia Qajar, minacciata dalle opposte pressioni degli imperi russo e britannico, garantì la propria continuità istituzionale attraverso una strategia di bilanciamento geopolitico, alternando concessioni asimmetriche a tattiche dilatorie. Il caso della crisi del tabacco del 1890, culminato nella rescissione formale della concessione britannica a seguito di pressioni interne, evidenzia come per Teheran i vincoli contrattuali rappresentino storicamente variabili negoziali e non esiti definitivi. Tale approccio traspone i meccanismi del bazar nelle relazioni internazionali: si formalizzano tempestivamente le intese utili a ottenere benefici immediati — quali l’allentamento del regime sanzionatorio e il ripristino delle transazioni finanziarie — differendo sine die i restanti impegni gravosi.

Questo drastico voltafaccia ha lasciato la popolazione e la diaspora iraniana intrappolate in un profondo dilemma emotivo e politico. Se da un lato gli iraniani in patria esprimono sollievo per lo scampato pericolo di una guerra totale con la possibilità di vedere nuovi investimenti senza embarghi, dall’altro vivono questo accordo come un doloroso tradimento. La decisione di Washington di abbandonare la linea del “cambio di regime” e di sbloccare miliardi di dollari in asset congelati è vista dagli attivisti come una formale legittimazione della teocrazia di Teheran, spegnendo le speranze di una svolta vicina e alimentando la convinzione che il futuro della transizione democratica dipenderà esclusivamente dalle forze della resistenza interna.

Di fronte alle trasformazioni violente dello scacchiere mediorientale, l’Unione Europea ha allineato la propria condotta a una logica di laissez-faire geopolitico: un non-intervento calcolato, che tollera le sistematiche violazioni dei diritti umani di attori chiave come l’Iran pur di salvaguardare una parvenza di stabilità nei mercati regionali. La rinuncia ai princìpi fondativi nasce da una fragilità anteriore alla crisi mediorientale: l’Europa è già claudicante, segnata dalla frattura — energetica, commerciale, geopolitica — consumatasi con la Federazione Russa. Ne deriva un’asimmetria etica evidente, in cui la difesa dei diritti universali cede il passo alle urgenze della sicurezza economica.

È in questa asimmetria etica che si consuma il declassamento delle cancellerie del vecchio continente, ridotte al rango di moderni valvassori della geopolitica contemporanea. Sospesa tra subalternità e realpolitik, Bruxelles si confronta intanto con l’amara consapevolezza di non poter azzerare i rapporti con Vladimir Putin. La necessità di riaprire canali diretti è emersa chiaramente anche nei recenti contatti diplomatici promossi dal Consiglio Europeo guidato da António Costa, mentre resta ancora l’incognita su chi assumerà formalmente il ruolo di emissario ufficiale. 

Questa medesima urgenza costringe l’Europa a subire le decisioni unilaterali delle grandi potenze a scapito della propria autonomia strategica; il continente abdica così alla propria funzione di garante internazionale, accettando una marginalità destinata a eroderne, nel lungo periodo, la forza negoziale. La stabilità energetica temporanea rischia di pagare il prezzo di un’irrimediabile irrilevanza storica.


La propaganda si fa gioco: i meme LEGO dell’Iran

di Claudio Bertolotti

Negli ultimi anni, accanto ai tradizionali strumenti di propaganda — discorsi ufficiali, televisione di stato, comunicati — l’Iran ha sviluppato una presenza sempre più sofisticata nel mondo dei social media. Reti di account e canali Telegram producono e diffondono contenuti digitali pensati per raggiungere il pubblico occidentale: non con messaggi ideologici espliciti, ma con meme, video brevi e immagini ironiche capaci di circolare autonomamente online.

Tra questi contenuti ha attirato l’attenzione degli analisti un formato insolito: scene di conflitto geopolitico — attacchi, scontri, simboli militari — reinterpretate con l’estetica dei mattoncini LEGO. Il risultato è straniante: immagini che parlano di guerra appaiono rassicuranti, quasi divertenti, e per questo più facili da condividere senza troppa riflessione critica. Il messaggio raramente è esplicito: questi contenuti non celebrano l’Iran, ma attaccano governi occidentali, istituzioni e operazioni militari in Medio Oriente — alimentando sfiducia e cinismo nelle società bersaglio, spesso senza che chi li ricondivide sappia o si chieda da dove vengano.

L’utilizzo di meme in stile LEGO associati all’ecosistema informativo iraniano non va interpretato, però, come una semplice innovazione estetica della propaganda digitale. Il fenomeno segnala una trasformazione più profonda: il passaggio dalla comunicazione politica tradizionale a forme di influenza fondate su intrattenimento, partecipazione, adattamento culturale e circolazione transnazionale delle narrazioni.

Il punto centrale non è stabilire soltanto cosa dicano questi contenuti, ma comprendere come funzionino: quali emozioni attivino, quali cornici interpretative propongano, quali pubblici raggiungano, attraverso quali reti vengano amplificati e in che misura possano tradursi in comportamenti online o offline. In questa prospettiva, il meme diventa una tecnologia narrativa, un vero e proprio strumento capace di semplificare il conflitto, renderlo emotivamente accessibile e trasformarlo in contenuto condivisibile.

L’elemento decisivo è la convergenza tra gamification e narrative warfare, dove la prima rende il messaggio più familiare, meno minaccioso e più adatto alle logiche delle piattaforme, mentre la seconda sposta l’obiettivo dalla persuasione diretta alla costruzione di ambienti narrativi nei quali il pubblico non è più soltanto destinatario, ma vettore attivo della diffusione.

1. Decostruire il meme: oltre il contenuto, la struttura narrativa

L’analisi dei meme LEGO collegati all’ecosistema informativo iraniano richiede un cambio di prospettiva in cui la domanda tradizionale, «cosa dice questo contenuto?», è insufficiente. Occorre chiedersi quale emozione venga attivata per prima, quale storia politica venga raccontata, quali elementi siano omessi, perché un utente dovrebbe condividere quel contenuto e quale comportamento esso possa incoraggiare.

In questo modo l’attenzione si sposta dalla sola veridicità del messaggio al suo funzionamento cognitivo. E qui il meme non è soltanto un oggetto comunicativo leggero o ironico, ma assume la consistenza di una struttura narrativa progettata per orientare l’attenzione e l’interpretazione degli eventi. L’estetica LEGO riduce la complessità del conflitto trasformandolo in una rappresentazione semplificata, riconoscibile e culturalmente familiare.

Osservando da questa prospettiva il fenomeno, la dimensione ludica non ne elimina il contenuto politico, ma lo rende più assimilabile. La guerra, la crisi geopolitica e la contrapposizione tra attori statuali vengono riformulate attraverso un linguaggio visivo associato al gioco, all’infanzia e all’intrattenimento. In questo modo il contenuto abbassa le difese cognitive dell’utente e lo predispone all’interazione.

2. Le narrazioni strategiche costruite dai meme

Le immagini analizzate suggeriscono che il messaggio non sia finalizzato principalmente a promuovere l’Iran come attore geopolitico. L’obiettivo appare più indiretto, teso ad alimentare sfiducia verso istituzioni, élite politiche, media tradizionali e interventismo occidentale; dall’altro lato, la narrazione non chiede al pubblico di sostenere l’Iran, ma chiede piuttosto di mettere in discussione il proprio sistema politico e informativo.

Le cornici principali in cui tale fenomeno si sta sviluppando possono essere ricondotte a quattro aree. La prima è anti-élite, in cui leader politici, governi e classi dirigenti vengono rappresentati come corrotti, autoreferenziali e distanti dai cittadini. La seconda è anti-establishment, dove istituzioni, media mainstream e partiti sono descritti come manipolatori o strutturalmente inaffidabili. La terza è anti-intervento, dove le operazioni militari occidentali vengono presentate come imposizioni esterne ai danni di popolazioni che non le avrebbero richieste. La quarta, infine, è identitaria e morale: qui l’Iran viene raffigurato meno come potenza regionale e più come soggetto che rivela verità nascoste e denuncia ipocrisie sistemiche.

Un quadro complessivo, quello che viene a crearsi e consolidarsi in cui emerge la differenza tra propaganda classica e narrative warfare, dove la propaganda tradizionale tende a costruire consenso verso sé stessa; la guerra delle narrazioni lavora invece sulla delegittimazione dell’avversario, sull’erosione della fiducia e sulla moltiplicazione di dubbi interpretativi.

3. Gamification della guerra e trasformazione della percezione

L’estetica LEGO modifica radicalmente il modo in cui il conflitto viene percepito. La comunicazione bellica tradizionale si fonda su paura, realismo, osservazione e distanza emotiva e, coerentemente, le immagini di guerra mostrano distruzione, vittime e devastazione, collocando lo spettatore in una posizione di osservatore esterno.

La trasposizione del conflitto nell’universo LEGO produce invece effetti opposti basati su familiarità, astrazione, partecipazione e accessibilità emotiva in cui le immagini perdono parte della loro crudezza e vengono reinterpretate attraverso un codice visivo rassicurante e immediatamente riconoscibile, dove il conflitto non scompare, ma diventa più guardabile, più commentabile e più condivisibile.

In questo senso la gamification non è un semplice espediente grafico ma una tecnologia narrativa che trasforma la guerra in contenuto in cui le persone incontrano sempre più spesso i conflitti geopolitici attraverso meme, video brevi, contenuti generati dall’intelligenza artificiale, influencer e piattaforme social, piuttosto che attraverso notizie, reportage o documentari. Il mutamento non riguarda soltanto il formato, ma il modo in cui gli individui costruiscono la propria comprensione della realtà internazionale.

4. Dalla propaganda alla distribuzione

La comunicazione tradizionale iraniana si è storicamente fondata su risentimento, martirio e argomentazione morale. Al contrario, le forme emergenti di comunicazione digitale mantengono obiettivi strategici simili, ma modificano il linguaggio operativo ponendo al centro, non più soltanto ideologia e persuasione, ma humour, viralità, competenza culturale, partecipazione e storytelling nativo delle piattaforme.

Il punto decisivo è che l’obiettivo non è semplicemente persuadere, ma è la condivisione. Se nel paradigma tradizionale il successo di una campagna veniva misurato in termini di cambiamento delle opinioni, nel paradigma emergente il successo si misura attraverso la sequenza reach, amplification, participation, narrative penetration.

Osservando il panorama comunicativo nel suo complesso emergono limitate conferme su un cambiamento diretto delle convinzioni politiche profonde degli utenti, ma vi sono invece segnali più consistenti della capacità di amplificare specifiche narrazioni, aumentarne la visibilità e favorirne l’ingresso in comunità normalmente esterne alla comunicazione politica. L’obiettivo non è necessariamente creare sostenitori dell’Iran, ma utenti disposti a far circolare contenuti coerenti con interessi narrativi favorevoli all’Iran: un vero e proprio cambiamento di paradigma.

5. La circolazione transnazionale delle narrazioni

Una delle dinamiche più rilevanti è la diffusione internazionale delle narrazioni e l’aspetto più rilevante ad emergere è il fatto che il pubblico occidentale raramente interpreta questi contenuti come messaggi iraniani, ma li percepisce piuttosto come risposte a problemi locali: corruzione, disuguaglianza, crisi della rappresentanza, sfiducia nei media, opposizione agli interventi militari.

In questo modo la narrazione segue un percorso articolato: produzione, distribuzione, attraversamento dei confini, interpretazione locale e adattamento locale (coerente con le agende dei gruppi politici, di opposizione al sistema o ideologici locali). Durante questo processo il contenuto viene progressivamente separato dalla sua origine poiché non arriva in Europa come narrazione iraniana, ma come cornice compatibile con sensibilità e frustrazioni già presenti nei contesti nazionali.

E dunque, le narrazioni non vengono semplicemente esportate; vengono tradotte culturalmente. Atterrano, si adattano e mettono radici nei contesti locali. E così, l’attribuzione a un attore straniero diventa più difficile, mentre cresce l’importanza dell’analisi dei percorsi di circolazione, degli intermediari e dei pubblici che conferiscono significato al messaggio.

6. Influenza, identità e mobilitazione

La mobilitazione contemporanea passa sempre meno attraverso istruzioni esplicite e sempre più attraverso l’identificazione: nei contenuti analizzati non emergono necessariamente inviti diretti alla protesta o all’azione politica, emergono piuttosto segnali di consapevolezza, resistenza, amplificazione e identità.

L’obiettivo non è dire alle persone cosa fare, ma suggerire chi esse siano. Gli utenti condividono un contenuto perché esso conferma una posizione identitaria: da cittadino europeo, da britannico, da norvegese, da americano, da membro di una comunità percepita come minacciata o tradita. La sequenza rilevante diventa narrative adoption, identity signalling, amplification in cui l’azione collettiva può seguire, ma non è necessariamente il primo obiettivo.

La partecipazione assume così un ruolo centrale dove il pubblico non deve essere d’accordo con il messaggio, ma deve interagire attraverso like, commenti, condivisioni e remix, che così divengono indicatori più rilevanti dell’adesione ideologica: l’engagement diventa così la soglia minima della mobilitazione narrativa.

7. L’architettura dell’influenza gamificata

La cosiddetta Lego Influence Architecture può essere descritta come un processo in cinque fasi. 1. La prima è la produzione, costituita da piccoli team, supportati dall’intelligenza artificiale, che possono generare grandi quantità di contenuti a costi ridotti.

2. La seconda è l’adattamento narrativo in cui i messaggi vengono tradotti in linguaggi culturalmente familiari e inseriti in frame no-war, anti-elite, anti-establishment, humanitarian e anti-intervention.

3. La terza fase è la distribuzione, costruita per circolare in modo nativo su Telegram, TikTok, Instagram e X.

4. La quarta è l’amplificazione, realizzata attraverso influencer, media alternativi, celebrità, utenti ordinari e comunità digitali.

5. La quinta, infine, è la mobilitazione, quando le narrazioni diventano linguaggio identitario, discussione pubblica, partecipazione sociale o protesta.

In questa architettura non esiste un unico canale decisivo. Alcuni attori producono “copertura”, rendendo visibile il messaggio; altri generano “legittimazione”, conferendo credibilità; altri ancora facilitano la “mobilitazione”, trasformando discussione e coinvolgimento in comportamento (le manifestazioni di piazza, spesso caratterizzate da violenza. Le campagne più efficaci distribuiscono queste funzioni tra attori diversi, spesso apparentemente indipendenti.

8. Il laundering effect: quando la fonte scompare

Un aspetto cruciale è il narrative laundering, o lavaggio della narrazione; che può strutturarsi seguendo un percorso definito e semplice: contenuto iraniano, rilancio da parte di influencer, ripresa mediatica, circolazione interna (allo stato, regione), scomparsa della fonte originaria, permanenza della narrazione.

Il meccanismo ricorda in effetti il principio fondante del fenomeno del riciclaggio in l’origine del contenuto viene progressivamente occultata attraverso passaggi intermedi che ne aumentano accettabilità e credibilità. Alla fine del processo l’utente non si chiede più chi abbia prodotto il contenuto, ma se esso sia coerente con la propria visione del mondo.

Questo passaggio riduce la centralità dell’attribuzione. Certo, l’attribuzione resta importante, ma non basta a spiegare l’impatto poiché ciò che conta è la circolazione, la capacità del contenuto di attraversare reti, comunità e piattaforme fino a diventare parte di un discorso pubblico più ampio.

9. Dalle Information Operations alle Attention Operations

Il caso dei meme LEGO evidenzia il passaggio dalle Information Operations alle Attention Operations. Per decenni le operazioni di influenza si sono fondate sul controllo dell’informazione: gestire il flusso delle notizie, produrre messaggi ideologici, comunicare in modo stato-centrico, persuadere attraverso formati lunghi e concentrare l’attenzione sull’attribuzione.

Oggi si è imposto un cambiamento e il centro di gravità si è spostato. Le campagne emergenti privilegiano messaggi nativi dei meme, amplificazione reticolare, engagement breve, partecipazione dell’audience e competizione per l’attenzione. Non conta più soltanto chi produce il contenuto, ma chi riesce a renderlo visibile, condivisibile e culturalmente compatibile con i pubblici di riferimento.

E così, la sequenza operativa può essere sintetizzata in quattro passaggi: attention, emotion, participation, mobilisation. La mobilitazione non è più necessariamente il risultato diretto della persuasione ideologica, ma si impone come conseguenza indiretta della capacità di catturare attenzione, generare coinvolgimento emotivo e trasformare il pubblico in distributore volontario della narrazione.

10. Indicatori di monitoraggio e strumenti analitici

Per analisti, ricercatori e decisori pubblici la domanda operativa non è più soltanto come una narrazione venga costruita, ma come possa essere identificata e monitorata. Il modello proposto individua cinque categorie di indicatori.

  • Gli indicatori narrativi riguardano la storia che viene promossa: quale cornice interpretativa viene costruita e quali messaggi coerenti orientano la percezione degli eventi.
  • Gli indicatori emotivi riguardano i sentimenti attivati: rabbia, paura, umiliazione, ingiustizia, solidarietà o appartenenza.
  • Gli indicatori di amplificazione osservano chi condivide il contenuto e attraverso quali reti.
  • Gli indicatori di adattamento analizzano come la narrativa cambi tra pubblici diversi.
  • Gli indicatori di mobilitazione valutano quali comportamenti online o offline siano incoraggiati.

Questo approccio sposta l’analisi dalla singola fonte al sistema di propagazione. Non basta contare visualizzazioni o identificare contenuti problematici, ma occorre comprendere come il messaggio si adatti, chi lo legittimi, quali emozioni produca e se generi effetti sociali o politici concreti.

11. Principi interpretativi e implicazioni di policy

Possiamo concludere che almeno quattro principi ci consentono di interpretare il fenomeno.

  1. Il primo è che l’influenza è adattiva, non statica: le narrazioni cambiano in funzione di crisi, opportunità politiche e vulnerabilità locali.
  2. Il secondo è che le emozioni contano spesso più dei fatti: rabbia, paura, umiliazione e senso di ingiustizia possono essere più mobilitanti dell’adesione ideologica.
  3. Il terzo è che gli ecosistemi ibridi contano: le narrazioni online acquisiscono credibilità quando vengono rinforzate offline da media, influencer, manifestazioni o attori politici.
  4. Il quarto è che una reazione sproporzionata può rafforzare la narrazione che si intende contrastare, alimentando vittimizzazione, sospetti di censura e sfiducia.

Le risposte tradizionali, basate su attribuzione, rimozione dei contenuti e fact-checking, restano necessarie ma non sono più sufficienti – sempre ammesso che possano esserlo stati in passato. L’influenza contemporanea opera attraverso emozione, identità, partecipazione e amplificazione, e per questo motivo le politiche pubbliche non possono escludere la conoscenza approfondita dei pubblici target, il monitoraggio cross-platform, il rafforzamento della resilienza sociale, la valorizzazione di comunicatori locali credibili e le strategie comunicative che evitino di amplificare la polarizzazione.

È inoltre essenziale distinguere tra attivismo legittimo, lealtà transnazionale e operazioni di influenza. Non ogni amplificazione è manipolazione; l’attivismo legittimo si fonda su mobilitazione autentica, organizzazione trasparente e autonomia decisionale mentre la lealtà transnazionale può derivare da legami identitari, familiari, diasporici o religiosi senza coordinamento esterno. Invece, le operazioni di influenza implicano manipolazione strategica delle narrazioni, amplificazione coordinata e sponsorizzazione o attribuzione ingannevole.

12. Conclusioni sul caso LEGO

Il caso iraniano-LEGO non è importante perché riguarda i LEGO, ma lo è perché illustra una trasformazione più ampia delle dinamiche di influenza contemporanee che muove dalla persuasione alla partecipazione, dalla propaganda alla cultura, dalle campagne informative agli ecosistemi di influenza.

L’influenza opera sempre più attraverso la cultura, mentre la sola attribuzione è ormai di per sé insufficiente. La fiducia emerge come una risorsa strategica: un fatto confermato dalle narrazioni che si diffondono più facilmente laddove esista una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni, dei media o delle élite politiche. Per questo occorre monitorare non soltanto i contenuti, ma l’adattamento delle narrazioni, i percorsi di amplificazione e la traduzione dall’online all’offline.

La sfida per ricercatori, analisti e decisori politici non consiste più soltanto nell’identificare messaggi ostili o manipolativi, ma nel comprendere come le narrazioni acquisiscano legittimità, attraversino comunità differenti, si adattino ai contesti locali e si traducano in mobilitazione sociale e politica. La domanda strategica non sarà più soltanto «chi produce una narrazione?», ma soprattutto «come una narrazione diventa credibile, circola tra comunità diverse e si trasforma in comportamento collettivo?».


Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale

Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”,
Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)

La minaccia dal Medioriente all’Europa

di Claudio Bertolotti

Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.

La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.

Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.

Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.

Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.

Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.

Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.

Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.

Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.

Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.

Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.

Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.

In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.

La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.


La propaganda bellica iraniana: il ruolo della famiglia come arma nel dominio cognitivo

di Nicola Cristadoro.

1. Premessa

Leggendo alcuni documenti ufficiali divulgati dal governo iraniano nei primi giorni del conflitto contro la coalizione israelo – americana, colpisce in modo particolare la ridondanza del concetto del martirio ascritto non solo ai rappresentanti della leadership politico-militare eliminati nell’immediato dei primi attacchi subiti, ma soprattutto ai “figli” della nazione, strettamente correlati alla figura delle “madri”. La narrazione sottende un messaggio orientato a conquistare e consolidare l’accettazione di gravi lutti dovuti alla guerra da parte delle famiglie. Le “madri”, metonimia di forte impatto emotivo, assurgono a simboli della resilienza del popolo iraniano, presentato come coeso e monolitico contro l’odiato nemico. Accanto alle madri troviamo i “figli”, il cui destino escatologico eleva il sacrificio dei caduti iraniani alla dimensione religiosa, rafforzata dal concetto del martirio. Tutto questo per far metabolizzare l’idea che i morti dalla parte di Teheran sono destinati ad essere tanti, come sempre è stato nei conflitti che hanno visto coinvolto il regime degli ayatollah. Nella propaganda bellica iraniana, dunque, la famiglia non è solo un’unità sociale, ma un pilastro ideologico utilizzato per mobilitare la nazione, giustificare il sacrificio e consolidare l’identità rivoluzionaria. Il regime modella i ruoli familiari per servire gli obiettivi dello Stato attraverso diversi meccanismi.

Il primo è proprio l’idealizzazione del martirio e il ruolo della madre: la propaganda eleva la figura della “madre del martire” come l’ideale supremo di cittadinanza femminile. Le donne sono ritratte come madri o mogli che spingono con orgoglio i propri cari verso il fronte, trasformando il dolore privato in onore pubblico. Spesso raffigurate con simboli religiosi (come il Corano), le donne fungono da àncora morale che legittima la “guerra santa”. Il secondo riguarda la formazione del “cittadino guerriero” secondo cui il ruolo maschile nella famiglia è strettamente legato alla difesa della patria e dei valori islamici. Ai bambini viene insegnato fin da piccoli che la protezione dell’onore familiare coincide con la difesa dello Stato. La propaganda utilizza sovente immagini di fratelli maggiori o padri eroici per spingere i giovani a unirsi a forze paramilitari come i Basij. Un terzo aspetto è riferito all’istruzione e alla trasmissione culturale. Lo Stato integra la narrazione bellica direttamente nella vita domestica e scolastica.  Recentemente, sono stati introdotti compiti che richiedono agli studenti di discutere la preparazione alle crisi con i genitori, normalizzando il conflitto come parte della realtà familiare. Il cinema e i media di stato, poi, lavorano per colmare il “divario generazionale”, presentando i valori dei combattenti degli anni Ottanta come il modello da seguire per i giovani di oggi. 

Nella propaganda del regime, la dimensione vulnerabile della patria viene rappresentata in modo paradigmatico dalla rilevante immagine femminile della “madre del martire”, spesso raffigurata mentre tiene in mano l’immagine di un martire, lo seppellisce o gli rende omaggio. La “madre del martire” compare ripetutamente in una serie di materiali visivi, già a partire dalla guerra Iran-Iraq. La rappresentazione di questa figura e la volontà del regime di riconoscerla e promuoverla come icona-chiave dello Stato sono in linea con il trattamento che le viene riservato nella realtà: lo Stato fornisce alle famiglie dei martiri benefici sociali ed economici e capitale culturale, riconoscendole come una classe sociale a pieno titolo. Spesso beneficiano di agevolazioni fiscali, alloggi riservati e quote di ammissione all’università. Si tratta di una tendenza che si è estesa persino alle famiglie dei martiri della Brigata Fatemiyoun, l’unità interamente afghana che ha combattuto in Siria su mandato iraniano, nonostante né i combattenti né le loro famiglie possiedano la cittadinanza iraniana[1]. La campagna sviluppata nel 2022 dall’agenzia di produzione audiovisiva e di design Khatt Media, intitolata Madri e mogli dei martiri, rappresenta un tipico esempio della continua promozione dell’importante ruolo svolto dalle donne come sostenitrici e persone in lutto per i martiri maschi[2].

In tempi di dissenso interno o conflitti recenti, lo Stato utilizza le famiglie per scopi tattici.  Il dolore delle famiglie vittime degli attacchi esterni viene amplificato dai media statali per alimentare il sentimento nazionalista e la ritorsione in forma di vendetta. L’aspetto peggiore del confezionamento della propaganda pro-regime, tuttavia, riguarda le autorità accusate di forzare i familiari di vittime a rilasciare interviste televisive in cui negano la responsabilità dello Stato nelle morti, attribuendole a cause accidentali. Va anche detto che, mentre la propaganda ufficiale promuove l’immagine una famiglia unita e devota, esiste una crescente frattura sociale tra i valori predicati dall’élite governativa e lo stile di vita occidentale dei loro stessi figli all’estero, un fenomeno spesso criticato come ipocrisia dai cittadini comuni. 

2. Evoluzione del modello familiare in Iran

In Iran, il modello familiare dominante era quello della famiglia allargata patriarcale. I suoi membri, legati da vincoli di sangue e di alleanza, comprendevano la coppia iniziale, i figli e le famiglie di questi ultimi. Questo modello familiare era caratterizzato dal potere assoluto del padre, capofamiglia, da una forte solidarietà tra i figli maschi, che godevano di pari diritti di successione e da un’elevata frequenza di endogamia, solitamente tra cugini di primo grado, con l’ideale rappresentato dal matrimonio tra i figli di due fratelli.

I compiti e le responsabilità della famiglia tradizionale erano molteplici e sostanziali. La famiglia si occupava del benessere dei suoi membri dalla nascita alla morte, coprendo tutti gli aspetti della vita sociale. Oltre a fornire supporto emotivo, la famiglia provvedeva anche all’istruzione, all’assistenza medica e al sostegno finanziario dei suoi membri. Tra i molteplici incarichi nel nucleo famigliare vi erano anche quelli di trovare un impiego, di organizzare le nozze e di provvedere all’accumulo dei fondi pensionistici per i propri propri appartenenti. Il coinvolgimento familiare si basava sul primato della solidarietà di lignaggio e richiedeva una continua interdipendenza tra i suoi membri. Negli ultimi decenni, tuttavia, si è assistito a una modernizzazione delle condizioni socio-economiche in Iran, legata allo sviluppo di un’economia di mercato e del lavoro salariato, all’urbanizzazione e all’accesso all’istruzione e ai servizi sociali finanziati dallo Stato. Ciò sembra aver indotto cambiamenti sostanziali nelle dimensioni e nella struttura della famiglia, nonché nelle sue funzioni sociali.

In seguito alla Rivoluzione del 1979, furono create diverse fondazioni per sostenere e migliorare le condizioni di vita dei più indigenti, noti come mostaz’afin (espropriati). Queste fondazioni disponevano di considerevoli risorse finanziarie, derivanti in gran parte da sovvenzioni governative, tasse e donazioni religiose. Dopo i tumulti dei primi anni del nuovo regime – esacerbati dall’inizio della guerra contro l’Iraq e dal nuovo peso imposto dal conflitto – il Comitato di Soccorso Imam Khomeini (IKRC, fondato nel 1979) organizzò le proprie attività in servizi distinti. I più importanti erano l’assistenza finanziaria a individui o famiglie senza risorse, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza medica, prestiti senza interessi, aiuti finanziari per la ristrutturazione di abitazioni, borse di studio e piccole pensioni concesse a persone di età pari o superiore a 60 anni residenti in zone rurali. Diversi milioni di persone appartenenti ai settori più svantaggiati della popolazione hanno beneficiato e continuano a beneficiare delle diverse forme di aiuto e dei servizi forniti da questa fondazione. La Fondazione è legata ad enti come la Setad (Esecutivo dell’Ordine dell’Imam) un colosso commerciale sotto la supervisione diretta della “guida suprema”, con una partecipazione in quasi tutti i settori dell’economia iraniana, inclusi quello energetico, quello delle telecomunicazioni e quello dei servizi finanziari. L’istituzione opera all’interno del sistema teocratico iraniano, caratterizzato da un’impronta fondamentalista sciita e, sebbene si presenti come un ente benefico, viene descritta come uno strumento di “espansione ideologica” e soft power, con attività che talvolta si estendono ad altre aree di influenza iraniana[3]. Nel marzo 2026, si sono verificate segnalazioni di attacchi (inclusa un’esplosione) contro le sedi del Comitato di Soccorso Khomeini a Chenaran, nel Razavi Khorasan, da parte di unità di resistenza che avversano il regime khomeinista[4]. Altri importanti enti sono la Fondazione dei Martiri (creata nel 1980) e la Fondazione 15 Khordad (creata nel 1981), che si occupano delle famiglie di coloro che sono morti per la Repubblica Islamica, intese come vittime del periodo rivoluzionario e della guerra contro l’Iraq, degli ex militari disabili, dei prigionieri di guerra e dei dispersi, nonché dei bisognosi. Il sostegno finanziario e le pensioni erogate da queste fondazioni sono estremamente modesti, ma tale assistenza ai più bisognosi, soprattutto nelle aree rurali, ha sancito il loro diritto alla protezione sociale.

Se ipotizziamo che queste fondazioni abbiano sostituito i gruppi familiari e le reti locali, assistiamo ad una graduale riduzione del ruolo della famiglia nel sostegno ai propri componenti. Con la loro influenza sull’organizzazione tradizionale della solidarietà familiare, queste fondazioni hanno certamente contribuito a minare il principio di interdipendenza familiare e hanno favorito l’emergere dell’autonomia individuale[5].

3. Donne e bambini icone della propaganda

Nel precedente paragrafo abbiamo detto delle vittime della Rivoluzione e della guerra contro l’Iraq. Vediamo, allora, in riferimento alla guerra, situazione che oggi si riproponte prepotentemente sullo scenario mediorientale, in che modo la narrazione propagandistica di Teheran già negli anni Ottanta confezionasse messaggi tesi ad esaltare la sacralità della figura femminile e dei giovanissimi descritti come eroi votati al martirio per il neonato Stato teocratico.

Mentre i combattimenti infuriavano, l’intera società iraniana fu esortata a partecipare allo sforzo bellico. I manifesti giocarono un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nel conforto del popolo iraniano, comprese donne e bambini. Ragazzi iraniani anche di soli dodici anni venivano reclutati nei Basij, forze paramilitari volontarie che combattevano al fianco dell’esercito nazionale. I Basij sono ricordati soprattutto per i loro assalti a ondate umane, in cui gruppi di ragazzi attraversavano a piedi i campi di battaglia disseminati di mine per consentire il passaggio successivo di altre unità dell’esercito. In questo atto mortale di indipendenza, sfida e fervore salvifico si celava il reale desiderio dei giovani iraniani di proteggere la propria patria e le proprie famiglie con ogni mezzo necessario, inclusa la perdita degli arti e il sacrificio della vita.

Gli artisti commemoravano il coraggio dei bambini in guerra, lamentando al contempo la loro tragica e prematura morte. Ad esempio, un manifesto, intitolato Questi sono i nostri eroi, raffigura un ragazzino che si prepara a unirsi alla battaglia; le granate legate alla sua cintura simboleggiano la sua inevitabile autodistruzione in un assalto di massa, mentre la sorella in lacrime stringe il Corano. Una scritta graffitata sul muro dietro le due figure esalta altri ragazzi come “guide” che si sono già sacrificati per la causa. Il manifesto simboleggia la perdita dell’innocenza per la giovane generazione, così come per la stessa nascente Repubblica Islamica.

Anche le donne furono sfruttate per la propaganda bellica. La Repubblica Islamica incoraggiò le donne a seguire i modelli islamici di femminilità e umiltà. Come osserva Shirin Saeidi, “la descrizione di genere dei cittadini ideali da parte della Repubblica Islamica durante la guerra Iran-Iraq… raffigurava il cittadino maschio ideale come un guerriero e la donna ideale come una moglie o una madre che mandava volontariamente i propri cari in guerra[6]. Nonostante la molteplicità dei ruoli svolti dalle donne durante la guerra, che hanno sfidato e al contempo minato i binarismi e le norme di genere promossi dallo Stato, le raffigurazioni delle donne nell’iconografia del regime postbellico si sono concentrate principalmente sul loro ruolo di testimoni, sostenitrici e generatrici di combattenti e martiri[7]. Tali raffigurazioni sono in linea con la classica rappresentazione sciita delle donne, che incarnano i ruoli svolti da Fatima (figlia del Profeta, moglie di Ali e madre di Husayn e Hasan) e da sua figlia Zaynab[8]. Fatima è un archetipo della virtù femminile sciita. Venerata come simbolo di rettitudine, pazienza, pietà e come madre del più importante martire sciita, l’Imam Husayn, Fatima è esaltata come madre di tutti i martiri. Per queste ragioni, i cimiteri creati per i soldati iraniani caduti durante la guerra Iran-Iraq portano il suo nome. Zaynab, invece, viene ricordata per il suo coraggio e la sua resilienza, dovuti alla sua leggendaria sfida a Yazid I dopo il massacro della sua famiglia nella battaglia di Karbala (680 d.C.). Come donna attiva e persino combattiva, il suo esempio ispirò le donne iraniane durante la Rivoluzione. Anche durante la guerra, i programmi artistici della Repubblica Islamica diffondevano l’immagine di Zaynab come donna a sostegno dei soldati sciiti.

L’artista di guerra Nasser Palangi realizzò degli schizzi di donne iraniane durante le prime fasi dell’invasione irachena della città iraniana di Khorramshahr. Intitolando uno dei suoi disegni Le eredi di Zaynab, Palangi mette in luce il legame tra l’eroina del VII secolo e le donne di Khorramshahr, che combatterono in difesa della città. La battaglia di Karbala si trasformò ancora una volta in un paradigma attraverso il quale anche le combattenti potevano emulare le eroine della storia sacra sciita. Vale la pena raccontare che nel 2021, in occasione della Giornata degli Infermieri in Iran, è stato presentato un murale intitolato L’esercito degli infermieri, che mostrava operatori sanitari uomini e donne nella lotta contro il COVID-19. Celebrata annualmente per riconoscere il contributo e i sacrifici degli iraniani che lavorano nel settore sanitario, la Giornata degli Infermieri cade nell’anniversario della nascita di Zaynab, nipote del Profeta, ricordata soprattutto per aver assistito, come detto, al martirio di suo fratello Husayn e di altri famigliari nella battaglia di Karbala. La coincidenza della Giornata degli Infermieri con il compleanno di Zaynab non è casuale: questo allineamento intende collegare le azioni degli operatori sanitari iraniani di oggi alla memoria e all’eredità di Zaynab, che non solo fu testimone della battaglia, ma si prese anche cura delle donne e dei bambini sopravvissuti dopo il conflitto[9]. Il murale in questione è un esempio di soft propaganda la cui peculiarità è quella di sovvertirele consolidate rappresentazioni delle norme di genere nella Repubblica Islamica. Mentre le rappresentazioni classiche enfatizzano il martirio e il sacrificio per la nazione come un’impresa prevalentemente maschile, questo murale si distingue per la presenza di un uomo che regge l’immagine di una martire . Tale inversione dei ruoli di genere indica come la posizione assegnata a uomini e donne nella produzione culturale statale incentrata sul martirio e sull’eroizzazione sia soggetta a una forma di rinegoziazione. La logica sostantiva a questa rinegoziazione risiede nella realtà delle donne che hanno prestato servizio in prima linea e sacrificato la propria vita durante la pandemia di COVID-19 nella Repubblica Islamica. Non riconoscere il loro ruolo nella protezione della patria e nel loro sacrificio significherebbe sminuire questa realtà. In altre parole, in Iran la “gerarchia del martirio” basata sul genere è stata adattata alle reali condizioni della pandemia di COVID-19, quando le donne hanno dovuto pagare un prezzo di sangue sempre più elevato.

Tra i tanti manifesti, appare particolarmente toccante quello della Ragazza che imbraccia un fucile (1979). Una fotografia ritrae una bambina con il chador completo che impugna un fucile Kalashnikov con un fiore infilato nella canna. La didascalia del poster riporta una citazione dell’Ayatollah Taleqani: “Il nostro esercito non appartiene solo ai nostri fratelli nelle forze armate. Uomini e donne, giovani e anziani del nostro Paese sono membri dell’Esercito Islamico e sono i custodi dell’Islam“. La Repubblica Islamica incoraggiava tutti gli iraniani a condividere la responsabilità di salvaguardare il proprio Paese, sia combattendo in guerra, sia sostenendo lo sforzo bellico, sia difendendo l’Islam di fronte all’aggressione straniera. Mentre la ragazzina si prepara a difendere la sua patria, il gruppo di soldati alle sue spalle rimanda alla prontezza dei soldati iraniani a combattere per la Repubblica Islamica[10].

In generale, tuttavia, nonostante la capacità della propaganda di Stato di rinegoziare le norme di genere, questo processo rimane circoscritto dai meccanismi di costruzione del mito maschile e dall’archetipo maschile del martire. Di fatto, tali processi non implicano l’uguaglianza di genere, bensì rivelano come i discorsi sul martirio femminile siano ambivalenti: se da un lato alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro viene ribadita la logica della gerarchia di genere. Tali osservazioni sull’iconografia visiva promossa dallo Stato nell’Iran contemporaneo contribuiscono allo studio delle tecniche di propaganda utilizzate dai regimi autoritari.

4. Conclusioni. Figli e figliastri

A partire dalla conclusione della guerra Iran-Iraq, i prototipi di genere del “fratello guerriero e della sorella velata” sono stati costantemente raffigurati e diffusi nell’iconografia della Repubblica islamica[11]. Questi prototipi appaiono come un insieme semi-fisso di motivi a cui gli organi di propaganda del regime attingono regolarmente e continuano a permeare il discorso quotidiano. Quando si parla di martirio e sacrificio, i prototipi di genere si distinguono tra l’atto maschile di combattere e morire e l’atto femminile di sostenere, assistere e infine piangere il martire. Queste rappresentazioni dicotomiche possono essere definite Husayn-ingeZaynab-ing, che, va notato, non sono solo rappresentazioni nella propaganda di stato iraniana, ma si allineano strettamente alla realtà della guerra stessa, quando le donne non venivano ufficialmente reclutate per combattere. L’esempio classico a questo proposito è quello dell’infermiera che sostiene il martire, spesso utilizzato per rendere visibile il contributo delle donne nei processi storici. L’effetto è duplice: da un lato, alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro vengono ridotte a figure di supporto[12]

       Il legame di lunga data tra norme di genere, martirio e protezione della patria permea l’iconografia odierna della Repubblica islamica. Nel dicembre 2021, un murale è apparso sul cartellone pubblicitario Vali Asr di Teheran raffigurante il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassam Soleimani e il segretario generale di Katai’b Hezbollah iracheno Abu Mahdi al-Muhandis al centro, affiancati da un lato da un gruppo di bambini e dall’altro da un gruppo di soldati. Occupando ciascuna metà separata del murale, ogni gruppo intende simboleggiare un diverso elemento della nazione. I bambini, che appaiono in un verdeggiante paesaggio urbano, stringendo le immagini dei martiri, rappresentano l’idilliaca patria; i soldati, ritratti in piedi nell’arido paesaggio di battaglia mentre esprimono con gioia il cameratismo marziale, rappresentano l’idealizzata comunità di fratellanza desiderosa di proteggere la patria in territorio nemico. Mostrato una settimana prima del secondo anniversario dell’assassinio di Soleimani e Muhandis da parte di un attacco di droni statunitensi, il murale reca la didascalia: “La rabbia verso il nemico e l’amore per la patria, ecco cosa porta sicurezza alla tua casa[13]. La rabbia e la lotta contro il nemico sono un’impresa esclusivamente maschile. Le donne sono le destinatarie di questi valorosi sforzi e hanno il solo compito di sostenerle. In quanto membri femminili della famiglia dei martiri, è loro dovere mantenere viva la memoria degli uomini defunti e del loro sacrificio. Il modello storico-mistico di questi ruoli di genere prototipici, lo ribadiamo,si trova nella coppia di fratelli martiri Husayn e Zaynab. È a Zaynab, dopotutto, che si dice derivino i rituali di lutto sciiti che commemorano la morte di Husayn nel 680 d.C. a Karbala[14], di cui abbiamo parlato in precedenza. Nelle raffigurazioni celebrative della battaglia di Karbala, sono gli uomini a combattere per un giusto ordine sociale, mentre le donne fungono da sostenitrici e testimoni delle loro gesta eroiche in battaglia.

Arriviamo a tempi più recenti. Nelle settimane successive alla guerra dei dodici giorni, il Ministero dell’Istruzione iraniano ha distribuito nuovi libri di testo alle scuole di tutto il paese, con l’obiettivo di introdurre gli studenti delle scuole elementari e medie a quelle che i funzionari definiscono lezioni fondamentali di difesa nazionale e resistenza. Il libro di testo per le elementari si apre con una citazione del 1980 dell’ayatollah Khomeini: “Vi prometto la vittoria. Non temete alcuna superpotenza e non abbiate paura di alcuna propaganda. Seguiremo la nostra strada, e quella strada è quella di Dio“. Tale operazione rappresenta l’impegno del Ministero nel plasmare la comprensione del conflitto da parte delle nuove generazioni attraverso storie, attività didattiche e immagini incentrate su missili, droni e prontezza militare. Dopo la fine del conflitto, i funzionari del ministero hanno dichiarato che “Il messaggio della guerra e le azioni del sistema politico devono essere trasmessi alle scuole il più rapidamente possibile[15]. Nel testo, concepito nell’ambito del pacchetto didattico “Il nostro Iran” e integrato nei programmi scolastici obbligatori, roviamo dei capitoli intitolati “Eroe di quartiere“, “Soldato della patria“, “Solidarietà nei momenti difficili” e “Nemico comune“. Secondo i documenti del Ministero, l’obiettivo principale è quello di fornire “opportunità educative agli alunni di seconda elementare” per comprendere “i fattori determinanti per la vittoria in guerra e le sue diverse dimensioni” attraverso situazioni di apprendimento, dialogo e attività congiunte. Le istruzioni rivolte agli insegnanti sottolineano che l’obiettivo finale va oltre la semplice spiegazione di un singolo evento militare[16].

Fin qui appare tutto coerente con le narrazioni storico-propagandistiche del regime degli ayatollah. Tuttavia se guardiamo alla progenie dell’élite governativa iraniana qualcosa non torna. Una narrazione così pervasiva del tessuto sociale e così orientata alla vocazione al martirio, in linea di principio dovrebbe far vibrare nel cuore dei leader iraniani l’orgoglio di avere figli e figlie pronti a immolarsi per la patria e per la causa anti-sionista e anti-americana. La leadership di Teheran continua a insistere sul fatto che il sistema instaurato dopo la rivoluzione del 1979 sia giusto, indipendente e moralmente superiore all’Occidente. Proclamano che l’Iran è autosufficiente e culturalmente immune all’influenza straniera. Pretendono che i cittadini comuni rimangano leali, sopportino le difficoltà e considerino l’isolamento una virtù. Eppure, quando si tratta delle loro famiglie, la narrazione crolla. I figli delle figure politiche, militari e religiose più potenti dell’Iran scelgono in stragrande maggioranza di vivere all’estero, il più delle volte negli Stati Uniti, in Canada, in Europa o in Australia. Studiano nelle università occidentali, lavorano in aziende occidentali e godono delle libertà occidentali. Non si tratta né di un caso né di un’anomalia. È uno schema talmente ricorrente che gli iraniani gli hanno dato un nome: la “diaspora del privilegio”[17]. Mentre i comuni cittadini iraniani si trovano ad affrontare sanzioni, inflazione, disoccupazione e severe limitazioni alla libertà di movimento e alle opportunità, i figli degli alti funzionari aggirano agevolmente questi ostacoli. Passaporti occidentali, visti di lunga durata, titoli di studio prestigiosi e lavori ben retribuiti diventano accessibili grazie al denaro, all’influenza e alla protezione politica. Non si tratta della diaspora generata dalla repressione o dal collasso economico, il percorso intrapreso da milioni di iraniani comuni per necessità. Si tratta di qualcosa di completamente diverso: una diaspora della classe dirigente, nata dal privilegio e dalla contraddizione.


[1] K. L. Schwartz, “Citizen Martyrs”: The Afghan Fatemiyoun Brigade in Iran, Afghanistan 5, n. 1, 2022.

[2] دیوارنگاره میدان ولیعصر (عج) به پیشواز روز مادر رفت (Il murale di Piazza Vali Asr (A.S.) è stato inaugurato in occasione della Festa della Mamma), Agenzia di stampa Mehr, 14/01/2022. https://www.mehrnews.com/news/.

[3] S. Cegalin, Iran, il soft power in Medio Oriente, la Redazione, 21/11/2023. https://www.laredazione.net/iran-il-soft-power-in-medio-oriente/#:~:text=Iran%2C%20il%20soft%20power%20in%20Medio%20Oriente.

[4] Unità di Resistenza Colpiscono IRGC e Basij in 20 Città Iraniane, CNRI, 05/03/2026. https://it.ncr-iran.org/notizie/resistenza-iraniana/unita-di-resistenza-colpiscono-irgc-e-basij-in-20-citta-iraniane/#:~:text=%E2%80%93%20Incendio%20di%20una%20base%20IRGC%20Basij,Khorasan%20%E2%80%93%20Attacco%20a%20un%20seminario%20del.

[5] M. Ladier-Fouladi, Iranian Families between Demographic Change and the Birth of the Welfare State, Population (English edition), 57ᵉ année, n°2, 2002. pp. 361-370.

[6] S. Saeidi, Women and the Islamic Republic: How Gendered Citizenship Conditions the Iranian State, Cambridge University Press, 2022.

[7] E. Koolaee, The Impact of the Iraq-Iran War on Social Roles of Iranian Women, Middle East Critique 23, n. 3, 2014.

[8] R. Wellman, Feeding IranShiʿi Families and the Making of the Islamic Republic, Berkeley University of California Press, 2021.

[9] P. J. Chelkowski, The Iconography of the Women of Karbala: Tiles, Stamps, and Posters, in The Women of Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʿi Islam, University of Texas Press, Austin, 2005.

[10] https://www.lib.uchicago.edu/collex/exhibits/graphics-revolution-and-war-iranian-poster-arts/women-and-children/.

[11] M. Moallem, Between Warrior Brother and Veiled Sister: Islamic Fundamentalism and the Politics of Patriarchy in Iran, Berkeley University of California Press, 2005.

[12] S. Saeidi, op. cit..

[13]بیلبورد «ولی عصر» با شعار «افتخار برای میهن» رونمایی شد (È stato inaugurato il cartellone pubblicitario “Vali Asr” con lo slogan Onore alla Patria), Mizan News, 28/12/2021. https://www.mizanonline.ir/003IDN 

[14] K. Scot Aghaie, Gendered Aspects of the Emergence and Historical Development of Shiʻi Symbols and Rituals, in The Women of Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʻi Islam, University of Texas Press, Austin, 2005.

[15] M. Tabriz, Iran introduces war curriculum to elementary students following 12 days conflict, Iran International, 25/11/2025. https://iranwire.com/en/features/146547-iran-introduces-war-curriculum-to-elementary-students-following-12-day-conflict/.

[16] Ibid.

[17] L. Bazargan, Iran’s rulers don’t mind the ship sinking, their brood jumped long ago, Iran International, 15/11/2025. https://www.iranintl.com/en/202511134705.


DAL PETROLIO ALL’ALGORITMO

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

L’intervento militare di Donald Trump, con il sostegno di Israele contro l’Iran e culminato nella morte di Ali Khamenei e dei membri del suo entourage, non è soltanto un’operazione militare ma mostra come questo intervento sia uno nell’asse strategica americana: il contenimento delle forniture energetiche verso la Cina, l’indebolimento della rete di proxy regionali sostenuti da Teheran e l’opportunità per il popolo iraniano di scegliersi il suo sistema politico.

Sul primo fronte, l’Iran rappresenta da anni uno snodo rilevante — diretto e indiretto — per l’approvvigionamento energetico asiatico, con Pechino tra i principali acquirenti del greggio iraniano nonostante le sanzioni. Colpire Teheran significa quindi incidere su una delle arterie energetiche che alimentano la crescita cinese.

Sul secondo fronte, la Repubblica Islamica ha costruito nell’ultimo decennio una fitta rete di proiezione indiretta attraverso attori come gli Houthi nello Yemen, Hezbollah in Libano e varie milizie sciite in Iraq e Siria. Questi gruppi sono stati ripetutamente accusati dall’Occidente di attacchi contro navi commerciali, infrastrutture energetiche e interessi occidentali nei principali snodi marittimi della regione, dal Mar Rosso al Golfo.

Infine, sul piano interno, l’Iran arriva a questo passaggio dopo anni di proteste popolari — dalle mobilitazioni del 2019 fino alle rivolte seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022 — represse con durezza dalle autorità nate dalla rivoluzione del 1979 guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. Per una parte dell’opposizione, la fase attuale potrebbe rappresentare la prima vera frattura sistemica tra società iraniana e apparato teocratico.

Se questa traiettoria dovesse consolidarsi, l’operazione in corso rischia di essere ricordata non solo come un’escalation militare, ma come l’avvio di una possibile riconfigurazione simultanea degli equilibri energetici, regionali e strategici ben oltre il Medio Oriente.

La novità storica è che il fronte arabo, per interessi energetici e sicurezza interna, non si compatta attorno a Teheran: inizia invece a trattarla come il problema strutturale della regione — e questo cambia i calcoli di Washington su energia, rotte marittime e deterrenza.

Questo riallineamento arabo crea lo spazio per un altro elemento, più sottile e valido: la guerra si combatte anche sul terreno della legittimità storica. Reza Pahlavi — figura simbolica dell’opposizione in esilio — nel corso della sua visita in Israele nell’aprile 2023,  ha costruito il proprio intervento attorno a un riferimento simbolico preciso: Ciro il Grande.

Richiamando l’episodio della conquista di Babilonia nel 539 a.C. e il ritorno degli ebrei dall’esilio, Pahlavi ha presentato Ciro come figura di tolleranza e pluralismo, radicata tanto nella memoria persiana quanto nella tradizione ebraica. Il messaggio politico era chiaro: distinguere l’Iran come nazione e civiltà millenaria dalla Repubblica Islamica, sostenendo che l’ostilità verso Israele sia una scelta del regime e non del popolo iraniano. In questo quadro ha evocato l’idea di futuri “Cyrus Accords”, un possibile ampliamento degli Accordi di Abramo che includessero un Iran post-teocratico in un’architettura regionale fondata sul riconoscimento reciproco e la cooperazione. Il riferimento a Ciro, quindi, non assume un valore nostalgico, ma strategico: offrire una legittimazione storica a un’eventuale normalizzazione tra un Iran futuro e Israele. (Nel 539 a.C., Ciro il Grande, re di Persia, conquistò Babilonia e liberò gli ebrei dalla cattività babilonese. Emanò un editto (538 a.C.) che permise loro di tornare a Gerusalemme e ricostruire il Tempio, ponendo fine all’esilio iniziato da Nabucodonosor II.)

Sul piano sociale, la reazione del popolo iraniano appare molto più complessa — ma in parte ricorda dinamiche già viste nel contesto venezuelano. Nelle ore successive alla morte della Guida Suprema Ali Khamenei, si sono registrate reazioni profondamente polarizzate: mentre il regime ha organizzato manifestazioni di lutto, video e testimonianze indicano che molti iraniani hanno festeggiato in modo discreto, tra clacson, balli e segnali di sollievo, nonostante ci sia ancora un clima diffuso di paura e repressione.

Parallelamente, mentre una parte della diaspora iraniana ha accolto con favore l’azione americana, in Occidente si è riattivato il consueto fronte di protesta contro ogni intervento militare statunitense. Dalle prese di posizione di figure storicamente pacifiste come Jane Fonda fino alle mobilitazioni studentesche in diverse università occidentali, dove la narrativa dominante nei movimenti antiguerra continua a leggere la crisi prevalentemente attraverso la lente dell’opposizione all’interventismo americano. Tuttavia, diversi osservatori notano come queste proteste tendano talvolta a sottovalutare la natura del regime iraniano e il sostegno che esso fornisce a una rete di attori armati regionali.

Il dibattito non è nuovo nemmeno in Europa. L’Italia, spesso criticata per un presunto allineamento automatico a Washington, offre un precedente emblematico: nel gennaio 2016, durante la visita ufficiale a Roma del presidente iraniano Hassan Rouhani sotto il governo di Matteo Renzi, diverse statue dei Musei Capitolini lungo il percorso della delegazione furono coperte per evitare possibili offese alla sensibilità iraniana — una decisione che all’epoca suscitò un acceso dibattito pubblico sul bilanciamento tra diplomazia, valori culturali e realpolitik.

Il contrasto tra queste diverse reazioni — piazze occidentali mobilitate contro l’intervento e segmenti dell’opposizione iraniana che lo interpretano come possibile punto di svolta — evidenzia quanto la crisi attuale venga letta attraverso cornici politiche profondamente divergenti.

Raduni a New York, San Francisco e in altre capitali occidentali hanno visto manifestanti della diaspora sventolare bandiere pre-1979 e ringraziare apertamente Washington, interpretando l’operazione come un possibile punto di svolta dopo decenni di repressione.

Tuttavia, come già osservato in altri contesti — dal Venezuela ad altri regimi sotto pressione — l’immagine di un popolo unanimemente in festa sarebbe fuorviante. Le stesse fonti descrivono un Paese attraversato da sentimenti contrastanti: speranza tra parte dell’opposizione, ma anche timore diffuso per l’instabilità, le vittime civili e la capacità dell’apparato di sicurezza di mantenere il controllo.

A questo quadro si aggiunge una dimensione spesso tralasciata ed è quella tecnologica. Se infatti la crisi viene letta prevalentemente in chiave di geopolitica ed energetica, on si può non parlare come le  nuove architetture di potere passino anche attraverso l’intelligenza artificiale e le infrastrutture di calcolo avanzato.

Un titolo del Sole 24 Ore del 3 marzo 2026

In una recente intervista a CBS News, il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha evidenziato come l’AI stia rapidamente assumendo una rilevanza strategica per la sicurezza nazionale statunitense, pur ribadendo la necessità di mantenere limiti chiari — in particolare contro l’uso per sorveglianza di massa o per sistemi d’arma completamente autonomi senza supervisione umana.

Le sue parole riflettono una consapevolezza crescente: la competizione globale non si gioca più soltanto su energia, rotte marittime o capacità militare tradizionale, ma sempre più sul controllo delle infrastrutture di calcolo e dei modelli di intelligenza artificiale.

In una recente intervista a CBS News, il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha confermato quanto l’intelligenza artificiale sia ormai pienamente integrata nelle architetture di sicurezza nazionale statunitensi. Anthropic — ha spiegato — è stata tra le prime aziende a distribuire i propri modelli su cloud classificati e a sviluppare versioni personalizzate per applicazioni di intelligence, cyber e supporto operativo militare.

Allo stesso tempo, Amodei ha tracciato una linea rossa netta: la disponibilità a collaborare con il governo americano copre “il 98–99% dei casi d’uso”, ma esclude due ambiti ritenuti ad alto rischio sistemico — la sorveglianza di massa domestica e lo sviluppo di armi completamente autonome prive di supervisione umana. Il motivo, ha sottolineato, è duplice: da un lato la necessità di difendere gli Stati Uniti da avversari autocratici come Cina e Russia; dall’altro l’obbligo di preservare i valori democratici proprio mentre la competizione tecnologica si intensifica.

“Se si dispone di un grande esercito di droni o robot in grado di operare senza alcuna supervisione umana, dove non ci sono soldati umani a prendere decisioni su chi colpire o contro chi aprire il fuoco, questo solleva preoccupazioni e richiede che si apra una discussione su come tali sistemi debbano essere supervisionati — una discussione che, ad oggi, non abbiamo ancora avuto. Per questo riteniamo con forza che questi due casi d’uso non dovrebbero essere consentiti.

Il Pentagono ci ha detto di aver accettato in linea di principio queste due restrizioni e di voler raggiungere un accordo”.

Purtroppo sappiamo che non è stato possibile. Amodei racconta: “Ci è stato dato un ultimatum: accettare i loro termini entro tre giorni oppure essere designati come rischio per la supply chain ai sensi del Defense Production Act”. “Di fatto, non hanno accettato in modo significativo le nostre eccezioni”.

In risposta alle accuse di Donald Trump — che ha definito la posizione di Anthropic “egoista” e dannosa per la sicurezza nazionale — Dario Amodei ha ribadito che l’azienda è disposta a continuare a supportare il Dipartimento della Difesa anche di fronte a misure straordinarie contro di essa. Ha spiegato che Anthropic ha offerto continuità operativa per evitare interruzioni ai sistemi militari, pur mantenendo le proprie linee rosse. Secondo Amodei, un’eventuale esclusione dell’azienda come fornitore rappresenterebbe un rischio concreto di ritardo operativo per le forze armate — potenzialmente di sei mesi o più — motivo per cui la società ha cercato attivamente un accordo, attribuendo però la rottura negoziale alla tempistica imposta dal Pentagono.

Un accordo — ha spiegato — richiede entrambe le parti. Anthropic, da parte sua, si è detta disponibile a servire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e a fornire i propri modelli a tutti i rami del governo, incluso il Dipartimento della Difesa e la comunità di intelligence, ma entro i limiti delle proprie linee rosse. L’obiettivo, ha chiarito, non è sostenere una specifica amministrazione o singoli funzionari del Pentagono, bensì contribuire alla sicurezza nazionale del Paese.

Amodei ha inoltre sottolineato che le restrizioni imposte dall’azienda riguardano circa l’1% dei possibili casi d’uso e che, per quanto a loro conoscenza, sul campo non si sono ancora verificati scenari in cui tali limiti abbiano effettivamente ostacolato le operazioni.

Alla domanda sul perché gli americani dovrebbero fidarsi del CEO di una società privata per prendere decisioni su principi fondamentali invece che del governo federale, Amodei ha risposto articolando due punti.

“Primo: Anthropic è un’azienda privata e, come tale, può decidere se vendere o meno i propri servizi. Esistono altri fornitori; se il Dipartimento della Difesa o il governo non condividono le condizioni o i principi dell’azienda, possono rivolgersi a un altro contraente. Sarebbe stata — ha osservato — la modalità normale di gestione della divergenza: scegliere un altro modello, anche in disaccordo, ma nel rispetto reciproco.”

Secondo: per Amodei, la questione ha assunto una dimensione diversa quando l’amministrazione ha esteso le misure oltre il solo Dipartimento della Difesa, tentando di “revocare contratti in tutti gli altri ambiti governativi”. Tale designazione, ha spiegato, impedirebbe anche ad altre aziende private con contratti militari di utilizzare tecnologia Anthropic in progetti collegati alla difesa. Un intervento che, a suo avviso, va oltre la normale concorrenza contrattuale e appare di natura punitiva nei confronti di un’impresa privata.

Ma, conoscendo lo stile comunicativo di Donald Trump, non sorprende che abbia scritto che la “selfishness” di Anthropic starebbe mettendo “American lives at risk”, “our troops in danger” e “our national security in jeopardy”.

Resta da vedere se Anthropic riuscirà a reggere l’eventuale revoca dei contratti federali minacciata da Donald Trump. Tuttavia, a Dario Amodei va riconosciuto il merito di aver posto esplicitamente dei limiti etici alle richieste governative — una scelta non scontata nel contesto dell’attuale competizione tecnologica. Una scelta che nessun fisico nucleare ebbe la possibilità di porsi nel 1945.

D’altra parte, il tema tocca una sensibilità trasversale: pochi cittadini, indipendentemente dall’appartenenza politica, sono disposti ad accettare senza riserve l’idea di una sorveglianza estesa da parte del proprio Stato. È proprio in questa tensione tra sicurezza nazionale e libertà civili che si giocherà una parte crescente della competizione strategica del XXI secolo.

Ad ogni modo oggi a fronte del rifiuto di Anthropic di allentare alcune restrizioni d’uso considerate sensibili, OpenAI ha proceduto alla firma del nuovo accordo con il Dipartimento della Difesa. Ciò evidenzia come, nell’attuale fase della competizione tecnologica, le scelte di governance dei modelli possano incidere direttamente sugli equilibri contrattuali nel settore della difesa. L’ingresso di OpenAI in questo spazio contrattuale sembra quindi implicare il superamento di quelle linee rosse “morali” che Amodei ha accuratamente delineato. Scopriremo, spero, presto se Altman le ha varcate a discapito nostro e di tanti altri nei teatri di guerra presenti.

Dall’Iran all’Ucraina, dal Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, le crisi contemporanee mostrano un tratto comune: la convergenza tra hard power e potere tecnologico. In questo scenario, le decisioni prese oggi su AI, sorveglianza e autonomia dei sistemi d’arma avranno conseguenze ben oltre il ciclo politico immediato.

La vera domanda non è se la tecnologia cambierà la guerra. È chi ne stabilirà i limiti.


Oltre il confine: l’epigenetica del trauma che imprigiona israeliani e palestinesi

di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

La geografia del silenzio

È mattina presto. Eyal guida verso il lavoro mentre la radio trasmette aggiornamenti di sicurezza. Non ascolta davvero le parole: riconosce il ritmo. È lo stesso da anni. Ogni notizia si deposita nel corpo prima ancora che nel pensiero. Stringe il volante. Pensa a sua figlia, alla scuola, alle procedure. Non formula scenari politici. Formula solo una certezza silenziosa: non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Il futuro, per lui, non è un orizzonte: è una linea che può spezzarsi.

Alla stessa ora, Yusuf aspetta che torni la corrente. Il telefono è scarico, ma non prova urgenza. Le notizie non cambiano nulla. Guarda il muro di fronte alla casa, lo conosce a memoria. Non pensa a un’esplosione imminente, ma a una continuità che pesa. Non è che stiamo per scomparire, pensa. È che siamo già stati cancellati abbastanza da non fare più notizia. Il futuro, per lui, non è una minaccia: è una sospensione.

Eyal percepisce Gaza come un rischio costante, un luogo da cui può arrivare la fine. Yusuf percepisce Israele come una struttura immobile, che definisce la sua vita senza bisogno di nominarlo. Nessuno dei due sta vedendo l’altro. Entrambi abitano una realtà in cui il trauma ha ristretto lo spazio mentale disponibile: per l’uno, tutto ciò che non è difesa appare pericoloso; per l’altro, tutto ciò che non è resistenza appare inutile.

Tra queste due configurazioni traumatiche si consuma uno dei conflitti più complessi del nostro tempo, bloccato a livello cognitivo ed emotivo prima ancora che politico. Da una prospettiva di guerra cognitiva, questo blocco rappresenta una vulnerabilità strategica: quando una collettività rimane intrappolata in uno stato di minaccia permanente, la sua cognizione diventa più prevedibile, più rigida, più facilmente orientabile. Il trauma non elaborato restringe il campo del possibile, trasformando la memoria traumatica in leva attiva di controllo del significato.

Questa rigidità cognitiva è un terreno fertile per la manipolazione. La propaganda, sia interna che esterna, agisce attivando deliberatamente questi trigger traumatici per mantenere le popolazioni in uno stato di reattività limbica. Trasformando la vulnerabilità biologica in leva politica, le regie del potere possono giustificare l’immobilismo negoziale come l’unica forma possibile di sopravvivenza, rendendo il trauma un’arma di controllo sociale invisibile.

Eredità biologica: l’epigenetica del trauma

Il trauma collettivo non è soltanto memoria di un dolore che fu. Come ci ricorda Gilad Hirschberger (2018), esso si configura come evento cataclismatico capace di lacerare il tessuto simbolico e relazionale di una società. Si incista nella percezione, diventando il filtro percettivo attraverso cui ogni nuova minaccia viene letta come potenzialmente definitiva.

Quando la ferita non si rimargina, il tempo non guarisce: sospende. Ricerche recenti hanno mostrato che i discendenti di sopravvissuti alla Shoah – tre generazioni dopo – presentano un’incidenza significativamente più alta di sintomi post-traumatici. Prima del 7 ottobre 2023, i tassi di PTSD nella popolazione israeliana discendente da sopravvissuti erano simili a quelli generali (10,4% contro 11,5%); nei due mesi successivi all’attacco, quel divario si è ampliato drammaticamente: 20,9% contro 11,5% (Shrira et al., 2024). È come se il trauma non scomparisse, ma dormisse, attendendo l’occasione per riemergere.

La neuroepigenetica offre una chiave di lettura inquietante. Gli studi di Rachel Yehuda hanno documentato nell’essere umano un meccanismo di trasmissione intergenerazionale del trauma: esposizioni traumatiche intense possono modificare l’espressione del gene FKBP5, cruciale nella regolazione della risposta allo stress. Queste alterazioni epigenetiche – non mutazioni del DNA, ma segni lasciati dall’esperienza sulla sua lettura (metilazione) – possono essere trasmesse ai figli (Yehuda et al., 2016). Non si eredita la memoria, ma la vulnerabilità. Non si tramanda il ricordo, ma la soglia abbassata del sistema nervoso.

La restrizione del campo percettivo

Quando una collettività traumatizzata percepisce se stessa come sull’orlo dell’annientamento, avviene una trasformazione qualitativa della cognizione. Il campo percettivo si restringe secondo modalità specifiche: ipervigilanza costante, polarizzazione identitaria binaria, interpretazione selettiva delle informazioni, difficoltà nel riconoscere la sofferenza dell’altro.

Vamik Volkan (2001) introduce il concetto di chosen trauma per indicare quella ferita collettiva che un gruppo non solo subisce, ma assume deliberatamente come perno fondativo della propria identità. La Shoah, per molti israeliani, non è semplicemente un evento accaduto: è un trauma non elaborato, che permane nel tempo presente e continua a modellare la percezione di sé come popolo eternamente esposto alla minaccia.

Quando questa identità viene percepita come attaccata o delegittimata, la risposta non è apertura, ma irrigidimento progressivo dell’identità del gruppo come struttura psichica collettiva, al cui interno il chosen trauma agisce da pilastro centrale, da sostegno invisibile e inamovibile. Questo restringimento percettivo non è solo cognitivo: si inscrive nei corpi, nei rituali, nei simboli.

Sul versante palestinese, nessuna immagine condensa questa dinamica meglio di Handala, che incarna una congelazione traumatica dell’identità. Creato nel 1969, questo bambino di dieci anni rimane eternamente voltato di spalle.  Nel silenzio ostinato di Handala si condensa l’essenza del trauma palestinese: un’identità collettiva sospesa, congelata nel tempo dell’attesa. Non è immaturità storica, ma scelta radicale: il rifiuto di avanzare lungo una linea del tempo che non ha ancora riconosciuto l’ingiustizia originaria.

La postura di Handala – di spalle, mani intrecciate, lo sguardo negato – non è passività ma resistenza deliberata. È “non-partecipazione attiva”: un corpo che si ritira per sottrazione simbolica. Non urla, non implora, non cerca lo sguardo altrui. Lo nega. Non cresce, non cambia, non si volta finché la Nakba non verrà riconosciuta. Handala non è simbolo di vittimismo, ma di fedeltà irriducibile a un’identità non negoziabile.

La ferita morale: quando il trauma è frattura dell’anima

La moral injury è una forma di trauma che va oltre la minaccia alla sopravvivenza. Non è la paura a generarla, ma il conflitto profondo tra ciò che si è costretti a fare – o subire – e ciò in cui si credeva. È la dissonanza che sorge quando il senso del giusto viene violato e non trova più appoggio nel mondo (Litz, 2009).

Per molti israeliani, la frattura si colloca nello spazio teso tra il bisogno percepito di protezione spesso declinato in pratiche difensive aspre e controverse – e l’autorappresentazione di sé come società fondata su principi etici. È una lacerazione intima, che interroga l’identità profonda: chi siamo diventati per poterci difendere?

Sul versante palestinese, la moral injury prende forma nell’esperienza reiterata dell’invisibilità. È la ferita della negazione: del dolore, della storia, del diritto stesso a essere riconosciuti come esistenti. La Nakba, in questa prospettiva, non appartiene al passato, ma si impone come condizione che si rinnova, un presente continuo che non trova chiusura.

È qui che la ferita morale si fa trauma identitario. Il conflitto non si articola più attorno a territori o sicurezza, ma sul nodo più intimo: chi siamo? Ogni concessione diventa minaccia, ogni compromesso tradimento. Non si negoziano più condizioni politiche, ma verità morali vissute come non negoziabili.

Deumanizzazione simmetrica: quando l’altro scompare

Tra le derive più oscure del conflitto, una delle più inquietanti è la deumanizzazione reciproca. Le ricerche condotte durante il conflitto di Gaza del 2014 hanno documentato che israeliani e palestinesi mostravano livelli comparabili di deumanizzazione dell’altro (Bruneau & Kteily, 2017). La violenza simbolica è reciproca, specchio tragico della sofferenza non riconosciuta.

Quando il dolore non trova parola né ascolto, il campo percettivo si restringe: diventa binario, rigido, impermeabile alla complessità. I palestinesi vengono rappresentati non come attori politici con legittime rivendicazioni, ma come “orde” mosse dall’odio. Gli israeliani non come cittadini traumatizzati, ma come occupanti senza volto.

È qui che la guerra cognitiva mostra la sua potenza più sottile: agisce sul modo stesso in cui il conflitto viene percepito, narrato, pensato. Quando l’altro non è più umano, ogni dialogo è già fallito. Delegittimare in modo sistematico la sofferenza dell’altro non è semplice propaganda: è una forma di assedio cognitivo.

La soglia del riconoscimento

Nel conflitto israelo-palestinese, il fallimento del riconoscimento reciproco è totale. Come suggeriscono Strömbom e Kapshuk (2022), esiste un riconoscimento thin, sottile: un’ammissione formale dell’esistenza dell’altro, sterile sul piano umano. Ma c’è anche un riconoscimento thick, denso: quello che scorge nell’altro una storia, una ferita, una dignità paragonabile alla propria. Il processo di Oslo aveva provato ad avvicinarsi a questa soglia più profonda. Eppure quel percorso si è interrotto. Le fratture successive hanno prodotto un ritorno dal riconoscimento denso a quello minimo, e infine alla sua negazione. Non più l’altro come volto, ma come sagoma. Non più come soggetto di diritti, ma come problema da contenere.

Questo vincolo percettivo non si esaurisce nello spazio del conflitto: si rifrange, e spesso si amplifica, nello sguardo della comunità internazionale. Gli osservatori esterni, nel tentativo di comprendere o schierarsi, finiscono sovente per irrigidire ulteriormente il blocco, adottando letture semplificate e polarizzate che comprimono traumi storici in narrazioni ideologiche. Questa semplificazione non è neutra: conferma e rafforza la cornice interpretativa traumatica attraverso cui le parti si osservano, aggiungendo un ulteriore strato di deumanizzazione e allontanando la possibilità di quel riconoscimento thick senza il quale nessuna pace è davvero immaginabile.

Sbloccare il futuro: dal trauma alla possibilità

Finché lo sguardo resta intrappolato nella griglia di lettura opaca del trauma, il conflitto israelo-palestinese non è soltanto irrisolto: è impensabile. Non perché manchino soluzioni politiche, ma perché si è smarrita la capacità psichica di concepirle come reali, legittime, condivisibili.

La guerra cognitiva agisce non solo nel manipolare informazioni, ma nel bloccare l’immaginazione collettiva. Congela il futuro, trasforma ogni alternativa in minaccia. Per spezzare questo incantesimo non bastano negoziati. Serve un attraversamento simbolico del trauma collettivo, una sua rielaborazione che non significhi dimenticare, ma disinnescare.

Finché israeliani e palestinesi continueranno a percepirsi attraverso il codice percettivo traumatico non elaborato, il conflitto rimarrà paralizzato sul piano cognitivo ed emotivo, e di conseguenza su quello politico. Se è vero che il trauma può oscurare la realtà, è altrettanto vero che può essere narrato, contestualizzato, storicizzato.

Elaborare un trauma significa storicizzare, simbolizzare, restituire complessità. La Shoah deve essere collocata come evento storico terribile del passato, non come condizione permanente della contemporaneità. La Nakba deve essere riconosciuta come catastrofe reale con conseguenze reali, non negata o minimizzata. Entrambi gli eventi devono divenire parte della storia, non dell’eterna contemporaneità.

Uscire dal burrone non significa negare la paura israeliana. Girare Handala non significa cancellare il trauma palestinese. Significa riconoscere che un trauma non elaborato non protegge: governa la percezione dell’altro, riduce il campo cognitivo, incatena il presente al passato, blocca il futuro.

È su questa soglia – cognitiva, simbolica, morale – che si gioca la possibilità, ancora fragile, di un futuro dove israeliani e palestinesi non si guardino come burrone e nemico, ma come popoli obbligati a reimparare a vedersi. In assenza di questo lavoro, il trauma trasforma il conflitto in una prigione cognitiva senza uscita.

Riferimenti bibliografici

Bruneau, E. & Kteily, N. (2017). The enemy as animal: Symmetric dehumanization during asymmetric warfare. PLoS One, 12(7):e0181422. doi: 10.1371/journal.pone.0181422. PMID: 28746412; PMCID: PMC5528981.

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Shrira, A., Greenblatt-Kimron, L., & Palgi, Y. (2024). Intergenerational Effects of the Holocaust Following the October 7 Attack in Israel. Journal of Psychiatric Research. 181. 10.1016/j.jpsychires.2024.11.067.

Strömbom, L. & Kapshuk, Y. (2022). Tracing responses to recognition in the Oslo peace process and its aftermath—The interlinkage between relational and internal ontological security. Conflict Resolution Quarterly, 39. 10.1002/crq.21333.

Volkan, V. (2001). Transgenerational Transmissions and Chosen Traumas: An Aspect of Large-Group Identity. Group Analysis, 34, 79-97. 10.1177/05333160122077730. Yehuda, R., Daskalakis, N. P., Bierer, L. M., Bader, H.N., Klengel, T., Holsboer, F., & Binder, E.B. (2016). Holocaust Exposure Induced Intergenerational Effects on FKBP5 Methylation. Biological Psychiatry, 80(5), 372-380. DOI: 10.1016/j.biopsych.2015.08.005


Nuova guerra tra Pakistan e Afghanistan talebano? La preoccupazione di Russia e Cina (SKY TG24).

di Claudio Bertolotti.


Il commento di C. Bertolotti a SKY TG24 MONDO (Puntata dell’11 dicembre 2025)

Il punto di partenza è lo scontro diplomatico andato in scena all’ONU: da un lato il Pakistan che rivendica i propri raid “antiterrorismo” in Afghanistan; dall’altro l’India che, rompendo gli schemi, difende apertamente i talebani, condanna i bombardamenti pakistani e denuncia il “trade and transit terrorism”, cioè l’uso politico dei valichi e dei transiti commerciali per mettere Kabul in ginocchio. È il segnale plastico di un ribaltamento: il vecchio asse talebani–Islamabad scricchiola, mentre il baricentro si sposta, gradualmente, verso Nuova Delhi.

Perché i talebani si sono avvicinati all’India e non al Pakistan?

I talebani non stanno “scegliendo” semplicemente l’India contro il Pakistan: stanno cercando di massimizzare margini di manovra tra tutti gli attori regionali. Ma oggi il pendolo pende chiaramente più verso Nuova Delhi che verso Islamabad. Dal loro punto di vista, è razionale: chi li difende al Consiglio di Sicurezza e promette di riaprire l’ambasciata è più utile di chi bombarda il loro territorio e chiude i valichi. Non è una storia di affinità politiche, è puro calcolo di potere.

Per decenni la relazione con il Pakistan è stata quella classica tra “sponsor” e proxy: l’ISI offriva santuari, logistica, sostegno politico; i talebani garantivano profondità strategica verso l’Afghanistan e influenza sul dossier afgano. Dopo il 2021, però, il rapporto si è rapidamente deteriorato. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non proteggere – il Tehrik-e-Taliban Pakistan, responsabile di una lunga serie di attentati sul territorio pakistano. I raid aerei condotti in questi anni dentro l’Afghanistan, ufficialmente contro il TTP, hanno prodotto vittime civili e umiliazioni pubbliche per il governo talebano. Sullo sfondo, le tensioni croniche sulla Durand Line, che i talebani non riconoscono come confine legittimo, e sul muro eretto dal Pakistan lungo la frontiera alimentano una narrazione anti–ingerenza pakistana che a Kabul è ormai dominante.

Da qui il secondo movimento: la ricerca di autonomia e legittimità. I talebani sanno che restare inchiodati all’immagine di “braccio armato del Pakistan” li condanna all’irrilevanza diplomatica e all’isolamento economico. Per questo provano a costruire una politica estera autonoma, che includa India, Iran, Russia, Cina e i Paesi del Golfo. La logica è semplice: diversificare i partner per non restare ostaggio né di Islamabad né di Pechino, che utilizza il Pakistan come cerniera strategica verso l’Oceano Indiano e l’Afghanistan.

Su questo terreno si inserisce l’offerta indiana. Nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan, l’India ha investito miliardi in infrastrutture, scuole, dighe, edifici simbolici, costruendosi un capitale di simpatia soprattutto nelle aree urbane. Dopo il ritorno dei talebani al potere, Nuova Delhi ha scelto una linea di cautela pragmatica: nessun riconoscimento formale, ma riapertura di una presenza tecnica a Kabul, contatti politici e, nell’autunno 2025, l’annuncio della riapertura dell’ambasciata in occasione della visita del ministro degli Esteri talebano. In sede ONU, l’India ha articolato una posizione che parla direttamente agli interessi di Kabul: condanna dei raid pakistani, denuncia delle pressioni economiche sui transiti, proposta di un engagement “pragmatico e basato su incentivi” con il governo talebano. In altre parole: niente lezioni sui diritti, ma una disponibilità a trattare da attore a attore.

Che ruolo hanno Russia e Cina?

In questo quadro, Russia e Cina sono i veri garanti esterni del nuovo equilibrio intorno all’Afghanistan. Mosca è stata la prima a rompere il tabù, riconoscendo formalmente il governo talebano e accettandone l’ambasciatore: un gesto politico che vale molto più di tanti comunicati. Gli obiettivi russi sono triplici: evitare che l’Afghanistan si trasformi in una piattaforma per ISKP e altre sigle jihadiste capaci di proiettare violenza verso la Russia e l’Asia Centrale; riaffermare il proprio ruolo di “stabilizzatore” nello spazio ex sovietico dopo il ritiro NATO; aprire canali di scambio, energia e accesso alle risorse minerarie afgane, in un’ottica di lungo termine.

La Cina, dal canto suo, ha scelto una continuità prudente ma molto concreta: ambasciata sempre aperta, accreditamento dell’ambasciatore talebano a Pechino, visite di alto livello, inclusa quella del ministro degli Esteri cinese a Kabul. Pechino punta a blindare i propri corridoi strategici – in particolare la Belt and Road e il CPEC – estendendoli all’Afghanistan per trasformarlo in un nodo di transito sino–centrico, riducendo al minimo il fattore di rischio. Al tempo stesso, esige garanzie dure contro ETIM e gruppi uiguri, temendo che l’Afghanistan torni a essere un retrovia jihadista anti–cinese. L’accesso alle risorse minerarie e a progetti infrastrutturali è un obiettivo reale, ma da perseguire – nella logica cinese – senza impantanarsi in costose missioni militari o in avventure di nation building.

Russia e Cina convergono quindi su tre linee: limitare l’instabilità e le infiltrazioni jihadiste, ridurre gli spazi di influenza occidentale e, in misura diversa, contenere anche il protagonismo indiano; evitare un’escalation incontrollata tra Pakistan e talebani che metterebbe a rischio investimenti, corridoi e la sicurezza dei loro partner in Asia Centrale.

Rischio che scoppi una vera e propria guerra?

Resta la domanda cruciale: c’è il rischio che lo scontro degeneri in una vera e propria guerra? Dipende da cosa intendiamo per guerra. Quella a bassa intensità è già in corso: raid aerei e colpi d’artiglieria pakistani in territorio afghano, attacchi del TTP e di altri gruppi armati dal lato afgano verso il Pakistan, scontri di frontiera e chiusure intermittenti dei valichi. Questo livello di conflitto “caldo ma gestito” è ormai la normalità lungo il confine.

Una guerra apertamente dichiarata è meno probabile, ma non impossibile. Il Pakistan resta militarmente superiore, con capacità convenzionali e arsenale nucleare, ma vive una crisi economica e politica profonda che limita drasticamente la possibilità di sostenere una campagna prolungata in Afghanistan senza pagare un prezzo interno altissimo. I talebani, dal canto loro, non hanno alcun interesse a una guerra totale: perderebbero infrastrutture, consenso e, soprattutto, la possibilità di capitalizzare il riconoscimento russo, l’apertura cinese e il canale indiano. Attori come Cina, Russia, Iran e Qatar lavorano – ciascuno per i propri calcoli – a contenere l’escalation, anche tramite l’idea di integrare l’Afghanistan nell’estensione del CPEC e in altri corridoi regionali. Il risultato è un quadro in cui il rischio maggiore è la cronicizzazione di un conflitto a bassa intensità, fatto di raid, attentati e guerre per procura; il rischio di una guerra convenzionale dichiarata resta più basso, ma potrebbe impennarsi in caso di attentato spettacolare in Pakistan attribuito direttamente a Kabul o di bombardamento su larga scala con centinaia di vittime in Afghanistan.

Chi avrà la meglio e chi rischia di più?

Chi ha più da guadagnare – e chi rischia di più – in questo gioco? Non c’è un vero vincitore possibile. Il Pakistan, sulla carta, può infliggere danni enormi: superiorità convenzionale, capacità missilistiche, arma nucleare. Ma è anche l’anello più fragile: un conflitto aperto contro un vicino ostile e imprevedibile, mentre il Paese è economicamente in ginocchio e politicamente polarizzato, rischia di minare la legittimità dell’establishment militare e aprire fronti interni difficilmente gestibili.

I talebani, d’altra parte, dispongono della profondità territoriale, della mobilità insurrezionale e del vantaggio di combattere “in casa”. Possono usare il TTP e reti jihadiste come leva contro Islamabad, ma ogni passo in quella direzione li allontana da India, Russia e Cina sul dossier terrorismo. Il loro rischio maggiore è strategico: bruciare i ponti con il Pakistan senza riuscire a soddisfare le aspettative di sicurezza dei nuovi partner significherebbe ritrovarsi isolati, poveri, e con un Paese sempre più vicino alla definizione di “buco nero” regionale. Nel breve periodo il soggetto più esposto è il Pakistan; nel medio periodo, la sopravvivenza del regime talebano dipende dalla capacità di non trasformare l’Afghanistan in un problema ingestibile per tutti i vicini.

Che impatto nella regione?

L’impatto sulla regione è già visibile. La “questione afghana” torna a essere una vera arena di competizione regionale: India, Pakistan, Iran, Russia, Cina, i Paesi del Golfo e quelli dell’Asia Centrale cercano, ciascuno con strumenti diversi – aiuti, riconoscimento, corridoi energetici, progetti infrastrutturali – di legare a sé Kabul e di condizionare le scelte talebane. Se il rapporto Kabul–Islamabad resta conflittuale, aumentano di peso le alternative: l’asse con l’Iran (porto di Chabahar e corridoi verso l’Asia Centrale), i progetti sino–russi, eventuali iniziative indiane pensate per bypassare il territorio pakistano.

Un Afghanistan progressivamente integrato nel dispositivo di sicurezza russo–cinese può ridurre alcuni rischi immediati (in primis ISKP e traffici incontrollati), ma al prezzo di aumentare la dipendenza dei Paesi centroasiatici dall’asse Mosca–Pechino. In controluce, si profila una normalizzazione “non occidentale” dei talebani: se India, Russia e Cina consolidano i rapporti con Kabul senza reali miglioramenti sul piano dei diritti umani, si consolida il messaggio che stabilità, corridoi e risorse pesano più di inclusività, diritti delle donne e libertà civili.

Che interesse per l’Occidente?

Per l’Occidente, la posta in gioco è tutt’altro che marginale. La priorità immediata resta il contro–terrorismo: impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per minacce dirette verso Europa e Nord America. Su questo terreno, esiste una convergenza di interessi oggettiva con India, Russia e Cina nel contenere jihadismo transnazionale; si potrebbero aprire spazi di cooperazione tecnica (intelligence, controllo delle frontiere, scambio di informazioni), anche in assenza di un riconoscimento politico del regime talebano.

La stabilità del Pakistan, Stato nucleare in crisi strutturale, è un altro punto critico: ogni dinamica che indebolisca ulteriormente Islamabad, tra nuova ondata terroristica, crisi economica aggravata e tensione militare con Kabul, è un problema diretto per Stati Uniti ed Europa, non soltanto per l’India.

C’è poi il livello strategico più ampio: lasciare la partita afghana interamente nelle mani di India, Russia e Cina significa rinunciare a qualsiasi leva su un nodo che collega Medio Oriente, Asia Centrale e Indo–Pacifico. Per l’Unione Europea, in particolare, l’Afghanistan pesa in termini di migrazioni, narcotraffico, sicurezza energetica e rapporti con l’Iran e lo spazio centroasiatico. Infine, si apre il solito dilemma tra valori e realpolitik: più gli attori regionali normalizzano i rapporti con i talebani, più USA e UE saranno costretti a scegliere se mantenere una linea di isolamento fondata sui diritti – soprattutto quelli delle donne – oppure accettare forme di engagement limitato per non essere espulsi dal tavolo. In mezzo, c’è un Afghanistan che prova a sopravvivere, oscillando tra vecchi sponsor e nuovi partner, e un Pakistan che rischia di pagare il prezzo più alto di un equilibrio che, oggi, è tutt’altro che stabile.