La rivolta e la mano invisibile. Chi alimenta il caos nelle piazze europee? Il caso Siher.
di Claudio Bertolotti.
Dal Movimento 17 ottobre alle strategie di influenza di Russia e Iran. La destabilizzazione interna come possibile strumento della competizione geopolitica.
La protesta, la violenza e il sospetto di una regia
esterna
Le piazze
italiane ed europee tornano a essere attraversate da una violenza che sembra
riproporre dinamiche conosciute, ma che oggi assume caratteristiche nuove.
Cambiano i protagonisti, le parole d’ordine e le motivazioni dichiarate ma rimane
la capacità di aggregare gruppi differenti attorno a una comune
contrapposizione con le istituzioni, trasformando il dissenso in mobilitazione
antagonista e, in alcuni casi, in violenza organizzata.
Dalle
manifestazioni pro-palestinesi (pro-pal) alle mobilitazioni dell’antagonismo
radicale, dalle proteste contro le politiche governative alle azioni contro le
forze dell’ordine, emerge un fenomeno che merita di essere osservato oltre la
dimensione dell’ordine pubblico.
L’inchiesta
sul cosiddetto Movimento 17 ottobre, raccontata dalla stampa nazionale il
26 ottobre, offre un nuovo elemento di riflessione in cui la rete riconducibile
a Youssef Siher, i canali digitali di mobilitazione, i messaggi destinati a
orientare i partecipanti e il linguaggio rivoluzionario utilizzato delineano un
modello organizzativo nel quale la piattaforma digitale diventa il luogo di
preparazione dell’azione collettiva.
Il passaggio
è significativo perché vi è un trasferimento dalla propaganda alla
mobilitazione, e dalla mobilitazione alla possibilità di un’azione coordinata,
sebbene sia soprattutto il contesto internazionale a rendere interessante
questa vicenda in quanto le tensioni
sociali europee diventano il terreno fertile per attori stranieri interessati a
indebolire la coesione politica, istituzionale e sociale dell’Occidente. Ed è
qui che il disordine interno incontra la competizione sul piano delle relazioni
internazionali.
La guerra ibrida e il vantaggio di sfruttare le
fragilità altrui
La guerra
ibrida contemporanea si fonda su un principio relativamente semplice, ossia il
perseguimento di effetti strategici attraverso strumenti che consentano di
esercitare pressione sull’avversario senza ricorrere necessariamente al
confronto militare diretto; ed è qui che la disinformazione, la manipolazione
delle percezioni, l’amplificazione delle divisioni sociali, la pressione
economica e il ricorso a intermediari si impongono quali strumenti di una
competizione permanente, spesso condotta al di sotto della soglia del conflitto
armato.
In questa
prospettiva, le società democratiche offrono un terreno particolarmente
favorevole in cui, la libertà di espressione, il pluralismo politico, la
presenza di movimenti antagonisti e la diffusione delle piattaforme digitali
costituiscono elementi strutturali di sistemi aperti: elementi che possono
facilitare operazioni ostili di influenza in cui un attore esterno può
individuare tensioni già presenti, selezionare le narrazioni più divisive,
amplificarle attraverso reti digitali e favorire la radicalizzazione del confronto.
Uno scenario
in cui l’obiettivo sarebbe quello di imporre un clima di instabilità
permanente, costringendo le istituzioni a impiegare risorse crescenti nella
gestione delle crisi interne e contribuendo a indebolire la fiducia dei
cittadini nello Stato. E così facendo, la violenza nelle piazze si imporrebbe
quale strumento di pressione indiretta.
Il modello iraniano: dall’influenza alla violenza per
procura
In due miei
studi dedicati alle capacità di influenza dell’Iran in Europa, pubblicati
rispettivamente sulla rivista scientifica Sicurezza, Terrorismo e Società
nel 2025 e nell’Osservatorio
Strategico del CASD/SSUOS nel
2026, ho affrontato il tema della proiezione dell’influenza iraniana attraverso
reti ideologiche, mediatiche, associative e operative.
Il primo è
quello narrativo, attraverso la diffusione di messaggi capaci di orientare le
percezioni, alimentare contrapposizioni identitarie e mobilitare segmenti della
società.
Il secondo
riguarda la dimensione relazionale, attraverso reti associative, comunitarie e
mediatiche che possono contribuire alla circolazione e alla legittimazione
delle narrazioni promosse da Teheran.
Il terzo livello
è quello operativo, nel quale l’influenza può assumere forme coercitive,
attraverso intermediari locali e organizzazioni criminali.
È proprio
quest’ultima dimensione a meritare particolare attenzione.
Il caso
della rete criminale svedese Foxtrot, associata dalle autorità di sicurezza a
operazioni condotte nell’interesse iraniano, rappresenta un esempio
significativo del ricorso a soggetti criminali locali per realizzare azioni
violente. Il meccanismo è quello del criminal outsourcing, ossia l’esternalizzazione
della violenza in cui una potenza straniera può utilizzare capacità operative
già presenti sul territorio europeo, riducendo i costi organizzativi, limitando
l’esposizione dei propri apparati e aumentando la difficoltà di attribuzione
delle responsabilità.
La negabilità
plausibile diventa così parte integrante della strategia. E il modello
iraniano suggerisce una possibile evoluzione dell’influenza ostile: dalla
costruzione del consenso alla mobilitazione ideologica, fino all’eventuale ricorso
a soggetti capaci di esercitare violenza.
Russia e Iran: interessi convergenti nella
destabilizzazione europea
Il tema
dell’influenza esterna non riguarda soltanto l’Iran. E infatti, l’altro
importante attore internazionale, la Russia, ha sviluppato nel tempo un
articolato sistema di operazioni informative e di influenza orientato a
sfruttare le fratture politiche, sociali e culturali delle società occidentali
in cui la competizione con la NATO, il confronto con l’Unione europea e la
guerra in Ucraina hanno rafforzato l’interesse di Mosca verso ogni dinamica capace
di indebolire la coesione del fronte occidentale.
In questo
quadro, le mobilitazioni antagoniste, le proteste contro i governi e le
campagne di delegittimazione istituzionale possono costituire opportunità da
sfruttare in cui il metodo russo, che privilegia frequentemente la manipolazione
dell’ambiente informativo, opera attraverso la selezione dei contenuti, l’amplificazione
artificiale, la diffusione di narrazioni polarizzanti e l’utilizzo di reti
digitali capaci di raggiungere pubblici differenti.
L’Iran
dispone di strumenti e priorità diversi, ma presenta un interesse convergente
nell’indebolimento della capacità occidentale di esercitare pressione politica,
economica e militare. Il conflitto mediorientale offre un terreno
particolarmente favorevole: la causa palestinese rappresenta un potente fattore
di mobilitazione transnazionale in cui la sua centralità emotiva e politica
consente di aggregare ambienti ideologicamente differenti, dall’attivismo
umanitario all’antagonismo radicale, fino a gruppi che adottano una visione
apertamente rivoluzionaria e antioccidentale.
In questo
scenario, Russia e Iran potrebbero
trovare vantaggioso il medesimo risultato: un’Europa politicamente frammentata,
socialmente polarizzata e impegnata nella gestione di tensioni interne sempre
più frequenti.
Il Movimento 17 ottobre e la nuova organizzazione
digitale della protesta
Il caso del
Movimento 17 ottobre presenta caratteristiche particolarmente interessanti per
comprendere l’evoluzione delle mobilitazioni radicali in cui la rete digitale
diventa il centro dell’organizzazione attraverso i canali di comunicazione che permettono
di diffondere rapidamente messaggi, costruire un’identità collettiva,
individuare obiettivi simbolici e orientare la partecipazione. E la dimensione
virtuale assume così una funzione operativa.
I due
messaggi destinati ai canali del movimento, secondo quanto riportato dalle
inchieste giornalistiche, avrebbero dovuto fornire indicazioni per il concentramento
dei partecipanti, le tecniche, tattiche e procedure per agire e reagire alla repressione
delle forze di polizia, ma la loro mancata diffusione, conseguente
all’intervento investigativo, avrebbe interrotto una fase del processo di
mobilitazione.
È una
dinamica che richiama alcuni elementi delle forme contemporanee di
radicalizzazione e organizzazione attraverso le piattaforme digitali in cui la
velocità di aggregazione, la circolazione di contenuti rivoluzionari e la
possibilità di coordinare iniziative territoriali attraverso strutture
relativamente leggere modificano profondamente il rapporto tra organizzazione e
azione.
Un nuovo, e
ormai consolidato approccio in cui un numero ristretto di soggetti può tentare
di esercitare un’influenza su una platea molto più ampia; una rete digitale che
potrebbe risultare particolarmente permeabile a operazioni esterne di
amplificazione, infiltrazione informativa o sostegno indiretto. E il punto
strategico è proprio questo, ossia il fatto che una rete locale possa trasformarsi in un moltiplicatore di effetti
geopolitici, soprattutto quando le sue parole d’ordine coincidono con gli
interessi di attori ostili.
Dalla piazza al sistema: il rischio della
destabilizzazione permanente
La violenza
politica ha accompagnato la storia europea attraverso fasi differenti.
Le rivolte
popolari, i movimenti rivoluzionari, l’antagonismo radicale e il terrorismo
ideologico hanno spesso rappresentato manifestazioni estreme di fratture
sociali e politiche. Ma la novità contemporanea risiede nella connessione tra
questi fenomeni e un ambiente internazionale caratterizzato da competizione
permanente, strumenti digitali e crescente interdipendenza. Qui, le tensioni
locali possono essere immediatamente proiettate su scala globale e un episodio
di violenza in una città italiana (o europea) può diventare materiale
propagandistico per reti transnazionali, alimentare campagne informative e
contribuire alla costruzione di una narrazione più ampia contro le istituzioni
occidentali.
La dinamica
può svilupparsi attraverso una sequenza relativamente riconoscibile che
possiamo leggere come strutturata in cinque passi: l’individuazione della frattura
sociale (una crisi
politica, economica, identitaria o internazionale alimenta il malcontento),
primo passo; l’amplificazione narrativa (la tensione viene rappresentata attraverso messaggi polarizzanti
e contenuti emotivamente mobilitanti), secondo passo; l’aggregazione digitale (le
piattaforme favoriscono la costruzione di reti e la circolazione di indicazioni
organizzative), terzo passo; la radicalizzazione della mobilitazione (segmenti più estremi cercano di
orientare la protesta verso forme di contrapposizione violenta), quarto passo e,
quinto passo, lo sfruttamento strategico (attori esterni possono amplificare
gli effetti della crisi, contribuendo alla delegittimazione delle istituzioni e
alla polarizzazione sociale).
Il risultato
è un ambiente nel quale la violenza può produrre conseguenze politiche superiori
alla sua dimensione materiale, anche attraverso episodi circoscritti e locali
ma che possono acquisire un valore simbolico e comunicativo molto elevato. Ed è
precisamente questa sproporzione tra risorse impiegate ed effetti prodotti a
rendere la destabilizzazione interna uno strumento interessante nella
competizione ibrida.
Il sostegno esterno: finanziamenti, reti e capacità
operative
L’esistenza di
un sostegno straniero alle mobilitazioni radicali europee potrebbe manifestarsi
attraverso modalità differenti.
In primo
luogo attraverso attività di finanziamento, diretto o indiretto, di strutture
associative, reti militanti, strumenti di comunicazione e attività logistiche.
A questo elemento si somma il sostegno informativo, attraverso campagne
coordinate di amplificazione, diffusione di contenuti e costruzione di
narrazioni convergenti. E ancora, un ulteriore fattore può trovare concretezza
nella dimensione relazionale, fondata sull’impiego di intermediari,
facilitatori e soggetti capaci di collegare ambienti ideologici differenti. Infine,
vi è la dimensione operativa, quella della manifestazione violenta in cui si
impone il possibile utilizzo di reti criminali o gruppi radicali per realizzare
azioni coercitive.
Il modello
analizzato negli studi sull’influenza iraniana in Europa evidenzia quanto
queste dimensioni possano diventare complementari. Ad esempio, una rete di
propaganda può contribuire alla costruzione di un ambiente favorevole alla
mobilitazione, mentre una struttura relazionale può facilitarne la diffusione
e, ancora, un intermediario può favorire il passaggio verso forme di pressione
più aggressive.
La somma dei
vari effetti si concretizza così in un’efficacia complessiva che è strettamente
connessa alla capacità di utilizzare risorse già disponibili nel contesto
locale, da cui il risultato finale, dato da una forma di competizione asimmetrica
particolarmente vantaggiosa per attori che intendano esercitare pressione
sull’Europa limitando il proprio coinvolgimento visibile.
Quali considerazioni sulla destabilizzazione come arma
geopolitica?
Le violenze
che hanno attraversato e stanno attraversando le piazze italiane ed europee si
inseriscono in un contesto internazionale nel quale la distinzione tra
sicurezza interna e competizione geopolitica appare sempre meno netta. In tale
ampio quadro si inserisce l’inchiesta sul Movimento
17 ottobre, andando a sollevare interrogativi che superano la vicenda
giudiziaria e investono il rapporto tra mobilitazione digitale,
radicalizzazione politica e possibili interferenze straniere.
Le
esperienze europee analizzate nei miei studi sull’influenza iraniana mostrano
come propaganda, reti locali e capacità coercitive possano in questo modo concorrere
alla costruzione di strumenti di pressione indiretta. Sull’altro fronte, quello
russo, le operazioni informative di Mosca evidenziano l’importanza attribuita
allo sfruttamento delle divisioni interne delle democrazie occidentali. E qui,
alla ricerca di un possibile punto di convergenza, possiamo guardare alla
volontà di destabilizzare le democrazie interne in cui gli elementi ostili
possono guardare a un’Europa attraversata da tensioni sociali ricorrenti,
polarizzazione politica e violenza nelle piazze, come a un obiettivo estremamente
vulnerabile, meno coeso e potenzialmente meno capace di esprimere una posizione
internazionale unitaria.
La sfida per
gli apparati di sicurezza e intelligence
consiste quindi nell’individuare le eventuali connessioni tra reti locali e
interessi esterni, ricostruendo flussi finanziari, rapporti organizzativi,
operazioni informative e possibili forme di sostegno operativo.
Il caso
italiano potrebbe rappresentare un importante terreno di approfondimento, ma la
questione è più ampia e riguarda la capacità delle democrazie europee di
riconoscere una minaccia che tende a manifestarsi attraverso fenomeni
apparentemente interni, in cui una rivolta sobillata da lontano si impone come
condotta di una strategia di destabilizzazione da parte di un attore ostile
esterno. E tali attori, sulla base di una strutturata e razionale capacità di alimentare una rivolta senza comparire tra
coloro che la guidano, godono della collaborazione, consapevole o meno, di piccoli
attori locali, marginali e minoritari, che si alimentano – e alimentano essi
stessi – una narrazione offensiva che insiste su temi emotivamente coinvolgenti
e motivanti, dal concetto di “genocidio palestinese perpetrato da Israele”,
alla “resistenza anti-sionista” sino ad arrivare al sostegno alla guerra russa
a danno dell’Ucraina o al gruppo terrorista Hamas.
Trump e la tregua energetica tra Russia e Ucraina. Fuffa o sostanza?
Ascolta il Podcast – Officina Geopolitica di Claudio Bertolotti
La dichiarazione di Trump su una possibile tregua energetica tra Russia e Ucraina? Non la liquiderei come “fuffa”, ma oggi vedo un annuncio politico che precede un accordo ancora da dimostrare. Trump ha proclamato una tregua immediata, mentre Zelensky si è detto in attesa dei dettagli e Mosca non l’ha immediatamente confermata. È una distanza sostanziale tra la comunicazione e la realtà diplomatica.
La mia lettura è che Trump stia cercando di trasformare una pressione economica in una leva negoziale. Vuole contenere il prezzo dei carburanti, anche in vista delle elezioni di metà mandato, e ottenere un risultato spendibile politicamente. Questo interesse può aprire uno spazio di trattativa, ma non dimostra ancora una convergenza sulle condizioni per fermare la guerra.
Il nodo strategico è il contenuto della tregua. La proposta riguarderebbe inizialmente le raffinerie, rinviando la protezione delle reti elettriche. Se fosse così, vedrei un rischio evidente di squilibrio: limitare la capacità ucraina di colpire il sistema petrolifero russo senza garantire contemporaneamente elettricità e riscaldamento alla popolazione ucraina. Una reciprocità formale potrebbe nascondere vantaggi molto diversi per le due parti.
Per questo guardo a tre elementi concreti: quali infrastrutture vengono protette, come si verificano gli attacchi e quali conseguenze affronta chi viola l’intesa. Kiev ha denunciato nuovi attacchi alle proprie infrastrutture energetiche dopo l’annuncio: un elemento che impone prudenza.
Dunque, qualcosa si muove sul piano della pressione diplomatica; sul piano della tregua effettiva, la prova deve ancora arrivare. Se l’intesa sarà reciproca e verificabile, potrà rappresentare un primo passo utile. Fino ad allora, io misurerei il successo di Trump sulle infrastrutture risparmiate e sulla continuità dei servizi essenziali, non sulla forza dell’annuncio.
Il nemico nella cabina. Il caso Flydubai e la vulnerabilità indicibile
di Claudio Bertolotti.
Quanto accaduto
il 30 settembre 2026 a bordo del volo Flydubai FZ1073, decollato da Dubai e
diretto a Tel Aviv, impone una riflessione che va oltre la drammaticità
dell’episodio e oltre la sua ancora incerta classificazione come atto terroristico,
perché ciò che emerge dalla dinamica dell’evento è, prima ancora della
possibile matrice ideologica, l’esistenza di una vulnerabilità strutturale: la
minaccia interna, l’insider threat,
quando il soggetto potenzialmente ostile è qualcuno al quale il sistema concede
accesso, fiducia e capacità operative.
Pur lasciando
aperta la questione fondamentale del movente, i dati oggi disponibili
consentono di ricostruire con maggiore precisione quanto avvenuto: secondo le
autorità israeliane, il copilota del Boeing 737 MAX 8, cittadino omanita,
avrebbe aggredito con un coltello il comandante, identificato da fonti indiane
come Smit Machchhar, cittadino indiano e comandante Flydubai dal 2022. Stando
alla ricostruzione israeliana, il copilota avrebbe tentato di assumere il
controllo dell’aeromobile e di provocarne la caduta; la compagnia aerea ha sì confermato
che nella cabina di pilotaggio si sia verificata una colluttazione, pur non
avendo attribuito pubblicamente un movente all’aggressore.
I dati di volo
aggiungono un elemento particolarmente significativo in quanto l’aereo, che
viaggiava a oltre 30.000 piedi, avrebbe perso più di 14.000 piedi di quota in
circa trenta secondi. Flightradar24 ha poi registrato il codice transponder
7700, indicativo di un’emergenza generale, e successivamente il codice 7500,
utilizzato internazionalmente per segnalare un’interferenza illecita a bordo
dell’aeromobile; segnale che è poi tornato al 7700 durante la deviazione verso
l’Arabia Saudita.
È in quella
manciata di secondi che la natura dell’evento pare essere cambiata poiché sposta
l’ipotesi di una mera aggressione tra due membri dell’equipaggio a quella in
cui la violenza esercitata all’interno della cabina di pilotaggio ha
direttamente compromesso la sicurezza dell’aeromobile e di tutti coloro che si
trovavano a bordo.
Secondo le
testimonianze raccolte da Reuters, il comandante ferito sarebbe riuscito ad
aprire la porta della cabina prima di collassare e qui, alcuni passeggeri
sarebbero intervenuti riuscendo a neutralizzare il copilota. Un equipaggio
Flydubai di riserva presente sull’aereo ha successivamente assunto il controllo
del velivolo riportandolo a terra all’aeroporto di Tabuk, in Arabia Saudita. I
filmati successivi all’aggressione, sempre secondo Reuters, mostrano entrambi i
piloti feriti e insanguinati.
Terrorismo o altro?
Il presunto
aggressore, sopravvissuto e arrestato dalle autorità saudite è l’elemento da
cui deve partire l’analisi di quanto avvenuto, al fine di comprendere se si sia
trattato di terrorismo o di una forma di violenza individuali diversamente
motivata. Il movente non è stato reso pubblico dalle autorità saudite e
Flydubai non ha confermato l’esistenza di una motivazione politica, religiosa o
ideologica.
Il ministro
della Difesa israeliano Israel Katz ha però definito quanto accaduto come un attentato
terroristico di matrice jihadista jihadista; un’ipotesi sostenuta anche dal primo
ministro Benjamin Netanyahu. È possibile, certo, per quanto non vi siano
elementi, al momento disponibili da fonti aperte, che possano confermare tale
ipotesi, al vaglio delle autorità israeliane.
Ora, la domanda cardine
del ragionamento non è se il copilota abbia tentato di provocare la caduta
dell’aereo, ma perché avrebbe voluto farlo.
Il fatto che il
volo fosse diretto a Tel Aviv, che a bordo vi fossero oltre 170 cittadini
israeliani e che l’aggressore fosse un cittadino di un Paese, l’Oman, che non
intrattiene relazioni diplomatiche con Israele sono elementi di rilievo in un
processo di analisi. E lo sono ancora di più sul piano investigativo; possono
sì suggerire una spinta ideologica di matrice jihadista, o antisionista, ma non
sono prove concrete in grado di dimostrarlo. Ma nulla può ad oggi essere
escluso.
Non abbiamo
informazioni che ci possano indicare se l’aggressore fosse in qualche modo
legato ad organizzazioni terroristiche o se avesse manifestato posizioni
ideologicamente definite o, ancora, se fosse in atto un processo di
radicalizzazione. Nulla di nulla: ma non perché non si sia trovato nulla, più
semplicemente perché è troppo presto. Nessun messaggio, nessuna rivendicazione;
e ricordo che il gruppo Stato islamico
rivendica solamente operazioni terroristiche di successo, e questa non lo è
stata.
E dunque, essere
tentati dall’attribuire prematuramente l’attacco allo Stato Islamico, ad al-Qa’ida o
a un più generico jihadismo significherebbe confondere un’ipotesi con un fatto.
Non lo esclude, ma non lo conferma.
Quel che è certo
è che, al di là delle ipotesi di adesione ideologica, quello a cui abbiamo assistito
è un chiaro esempio di insider threat
dove il sistema di sicurezza viene aggirato dall’interno. E allora, se
l’intenzionalità dell’azione fosse confermata, il dato strategicamente più
importante non sarebbe però rappresentato dal coltello utilizzato, bensì
dall’identità di chi lo impugnava, perché l’aggressore non era un passeggero
che aveva superato illegalmente i controlli aeroportuali. Era il copilota. Ed è
proprio questo fatto a far emergere la principale delle vulnerabilità.
Dopo l’11
settembre 2001, gran parte dell’architettura della sicurezza aeronautica
occidentale è stata costruita attorno al principio di separazione tra passeggeri
e cabina di pilotaggio, con porte rinforzate, procedure di accesso, controlli
dei passeggeri, limitazioni al trasporto di oggetti e liquidi, screening sempre più sofisticati, con lo
scopo di impedire all’aggressore di raggiungere il centro decisionale e
operativo dell’aeromobile.
Nel caso
Flydubai la dinamica è inversa in quanto il soggetto ostile era già all’interno
della cabina, aveva accesso ai comandi, conosceva il funzionamento
dell’aeromobile, le procedure e le vulnerabilità operative, e non aveva bisogno
di superare una barriera, poiché quella barriera era alle sue spalle, e lo
proteggeva da eventuali azioni esterne tese a neutralizzare la sua azione. E proprio
quella barriera fisica, progettata per proteggere il velivolo da un aggressore
esterno avrebbe contribuito, almeno nella fase iniziale, a separare
l’aggressore da coloro che avrebbero potuto impedirgli di agire.
È proprio questo
il paradosso dell’insider threat
quando, quanto più elevato è il livello di fiducia attribuito a una funzione,
tanto maggiore può essere il danno prodotto nel momento in cui quella fiducia viene
tradita. Così il sistema non viene penetrato, ma utilizzato contro se stesso.
E se fosse davvero terrorismo?
In questo caso
ci sarebbe una coerenza cristallina con l’evoluzione ormai consolidata della
minaccia rappresentata dal terrorismo contemporaneo in cui emerge la
progressiva riduzione della complessità tattico-operativa necessaria per
produrre conseguenze potenzialmente strategiche. È così da molti anni, è un
assunto ormai consolidato che abbiamo posto in evidenza nel corso del tempo
attraverso l’annuale rapporto
sul radicalismo e il contrasto al terrorismo dell’Osservatorio #ReaCT.
Un attacco a un
aereo di linea non richiede necessariamente esplosivi sofisticati, cellule
strutturate, infiltrazione di squadre operative o mesi di preparazione quando può
essere sufficiente un individuo e, nel caso specifico, un individuo collocato
nel luogo giusto, nel momento giusto, con accesso privilegiato a un sistema
complesso. Qui si pone il concetto di massimizzazione dell’effetto attraverso la
minimizzazione delle risorse; una dinamica che ritroviamo in molte manifestazioni
del terrorismo contemporaneo e che ho ricondotto al processo di progressiva individualizzazione
della violenza in cui l’organizzazione tende a perdere centralità operativa
mentre aumenta la capacità del singolo di trasformare strumenti ordinari,
accessi professionali o semplici opportunità in capacità offensive.
Ma ciò non
significa che il terrorismo organizzato sia scomparso, significa piuttosto che
il rapporto tra organizzazione, ideologia e attore operativo sia diventato più
elastico, non più concreto nella maggior parte dei casi. L’organizzazione può sì
dirigere un attacco, può favorirlo, può ispirarlo, oppure può non avere alcun
rapporto diretto con l’autore, limitandosi a fornire un’idea di appartenenza,
un immaginario ideologico all’interno del quale l’individuo legittima
autonomamente la propria azione, si riconosce nell’organizzazione (o nell’ideologia)
e l’organizzazione stessa lo riconosce come proprio “soldato”, un mujaheddin: un testimonial in altri termini. Ed è precisamente questo rapporto che
l’indagine sul copilota dovrà chiarire.
L’obiettivo: Israele?
Perché proprio
quel volo? Se fosse dimostrato che il copilota ha scelto deliberatamente il
volo FZ1073 perché diretto a Tel Aviv e perché trasportava in prevalenza
cittadini israeliani, l’elemento ideologico acquisirebbe un peso completamente
diverso in quanto l’obiettivo non sarebbe più semplicemente un aeromobile
civile, ma un obiettivo israeliano per destinazione e composizione dei passeggeri.
Il fatto che la compagnia aerea sia emiratina sarebbe solamente un elemento
secondario. E allora, in questo scenario, l’aereo assumerebbe la doppia
funzione di obiettivo materiale e simbolico.
E proprio la
dimensione simbolica è essenziale per comprendere e tracciare i confini del
terrorismo, in cui il terrorista non colpisce soltanto ciò che vuole distruggere,
ma ciò che vuole rappresentare. E proprio l’aviazione civile conserva, venticinque
anni dopo l’11 settembre, uno straordinario valore simbolico poiché l’aereo
è uno spazio chiuso, incontrollabile per chi viaggia, tecnologicamente
complesso e vulnerabile all’azione di pochissimi individui; ed è soprattutto
uno strumento capace di trasformare un numero limitato di vittime potenziali in
un pubblico globale composto da milioni di spettatori. In questa prospettiva l’attacco
diventa strumento di comunicazione e condizionamento psicologico con evidenti
ripercussioni in termini di percezione della minaccia, paura, e anche eccesso
di reazione.
L’effetto strategico di un attacco fallito:
il blocco funzionale
Quando il
terrorismo fallisce ottiene comunque un risultato. Qualunque esso sia, gioca a
favore del terrore. Il fatto che l’aereo non sia precipitato non significa che
l’eventuale attentato, qualora ne fosse confermata la natura terroristica, sia
stato completamente inefficace: il successo o il fallimento di un atto
terroristico non possono essere misurati soltanto attraverso il numero delle
vittime ma è necessario osservare gli effetti prodotti, il cui esito è il “blocco
funzionale”, il concetto che ho voluto introdurre nell’ambito dell’analisi del
terrorismo e che si conferma sempre più come determinante e forse vero
risultato perseguito e ottenuto dal terrorismo. Il blocco funzionale è
l’effetto attraverso il quale un’azione terroristica, indipendentemente dal suo
successo tattico, determina una riduzione, interruzione o alterazione delle
normali funzioni del sistema colpito, imponendo costi, modificazioni
comportamentali, nuove misure di sicurezza e una riallocazione delle risorse
L’episodio ha
determinato l’attivazione delle procedure di emergenza, il decollo di velivoli
militari israeliani, il coinvolgimento delle autorità saudite, l’intervento dei
servizi di sicurezza israeliani, una crisi diplomatica e operativa
potenzialmente complessa e, soprattutto, una immediata revisione delle
procedure di sicurezza. Israele ha già annunciato l’intenzione di rafforzare i
controlli sui piloti dei voli diretti verso il Paese. E questo è proprio il blocco
funzionale: la capacità di un’azione violenta di imporre modificazioni del
comportamento, dei protocolli e dell’allocazione delle risorse anche senza
raggiungere pienamente l’obiettivo tattico.
Il terrorismo funziona quando obbliga il
sistema colpito a reagire.
Ogni nuovo
controllo ha un costo, così come ogni procedura aggiuntiva richiede personale,
tempo, infrastrutture e, ancora, ogni percezione di vulnerabilità modifica il
comportamento del pubblico. In questo senso, persino un attentato materialmente
fallito può produrre un risultato funzionale.
Ma è insito anche
un effetto sul fronte opposto, in cui una reazione sproporzionata può
amplificare indirettamente gli effetti dell’azione; e una delle sfide della
sicurezza contemporanea consiste precisamente nel rafforzare la capacità di
prevenzione senza trasformare ogni vulnerabilità in un moltiplicatore
permanente della paura.
E qui non
possiamo che evidenziare il peso crescente proprio della vulnerabilità
cognitiva, che si colloca sul piano informativo e comunicativo. Nelle prime ore
successive all’incidente sono circolate interpretazioni molto differenti tra le
quali una lite tra piloti, uno russo e l’altro ucraino, un tentato
dirottamento, attacco suicida, terrorismo jihadista.
È una dinamica
prevedibile quando l’informazione viaggia più velocemente dell’investigazione. E
quando l’evento contiene elementi fortemente simbolici quali un aereo, Israele,
un aggressore musulmano, l’ipotesi di un tentativo di schianto, il processo
attraverso il quale l’opinione pubblica costruisce una spiegazione tende
inevitabilmente a precedere quello attraverso il quale gli investigatori
raccolgono le prove.
E questa
vulnerabilità cognitiva sposta il suo baricentro dal controllo dell’aeromobile
a quello della narrazione.
In questa
prospettiva, accettare immediatamente la natura dell’aggressore come «terrorista
jihadista» prima che ne siano note le motivazioni, è comprensibile sul piano dell’opportunità
(opportunismo) politico o emotivo, ma analiticamente rischia di anticipare le
conclusioni. Ma attenzione, perchè vale anche il contrario: escludere
aprioristicamente il terrorismo sarebbe altrettanto metodologicamente scorretto,
prima che un grande errore in termini di prevenzione e contrasto della minaccia
terroristica.
La risposta forse
sta nella capacità di mantenere separate le tre dimensioni di ciò che sappiamo,
di ciò che riteniamo probabile e di ciò che dobbiamo ancora dimostrare.
Ciò che sappiamo
è che un copilota ha aggredito violentemente il comandante di un volo diretto a
Tel Aviv, che l’aeromobile ha subito una perdita di quota estremamente rapida,
che è stato trasmesso il codice previsto per un’interferenza illecita, che l’aggressore
è stato neutralizzato, che un equipaggio di riserva ha ripreso il controllo del
velivolo e che l’uomo è ora sotto custodia saudita. Ciò che le autorità
israeliane sostengono è che l’uomo abbia deliberatamente tentato di far
precipitare il velivolo e che possa essersi trattato di terrorismo jihadista:
attendiamo la conferma.
La questione non
è dunque come sia stato possibile introdurre un coltello in una cabina di pilotaggio,
ma e qualcosa di più complesso, ossia come si possa garantire, nel tempo, l’affidabilità
di un individuo al quale viene affidato il controllo di un sistema capace, se
utilizzato deliberatamente in modo ostile, di trasformarsi in un’arma? Forse è
opportuno cominciare a ragionare su questa domanda.
Venticinque anni dopo l’11 settembre: al‑Qaida non ha vinto, ma il jihadismo è diventato globale.
di Claudio Bertolotti.
Momento di bilanci: l’11 settembre e la guerra al terrore sono stati un fallimento? E, se l’Occidente ha fallito, al‑Qaida ha vinto?
Io parlerei di un fallimento strategico parziale, perché occorre distinguere
i diversi livelli. Sul piano tattico e operativo, l’Occidente ha ottenuto
risultati rilevanti: ha distrutto santuari, eliminato leader, smantellato
catene di comando, impedito ad al‑Qaida di replicare un’operazione della
portata dell’11 settembre e, successivamente, ha abbattuto il califfato
territoriale dello Stato islamico.
Il fallimento è stato politico e strategico. Si è pensato di poter
sconfiggere militarmente non soltanto un’organizzazione, ma un fenomeno
ideologico e sociale. E si è finito per sovrapporre lotta al terrorismo,
cambiamento di regime e costruzione dello Stato. L’Iraq ha creato il vuoto nel
quale è cresciuto lo Stato islamico; l’Afghanistan si è concluso con il ritorno
al potere dei talebani.
Ma il fallimento dell’Occidente non coincide automaticamente con la vittoria di al‑Qaida. Al‑Qaida non ha rovesciato i regimi arabi, non ha espulso l’Occidente dal mondo musulmano e non ha costruito il califfato universale. Bin Laden ha però ottenuto un risultato indiretto: trascinare gli Stati Uniti in guerre lunghe e costose, polarizzare le società e trasformare il jihad da progetto di un’organizzazione in un fenomeno globale. Al‑Qaida non ha vinto la guerra, ma l’Occidente è entrato, almeno in parte, nella trappola strategica preparata da al‑Qaida.
El Difraoui sostiene che il jihadismo non sia mai stato così diffuso, pur non essendo necessariamente più forte. Sei d’accordo? Qual è il pericolo?
Sì, sono d’accordo, purché non si confonda la diffusione con la forza. Nel
2001 il jihadismo era concentrato in pochi teatri e dipendeva maggiormente da
organizzazioni, leader e santuari. Oggi è molto meno centralizzato, ma è
presente dall’Afghanistan al Sahel, dal Corno d’Africa allo Yemen, fino alle
comunità virtuali e agli individui radicalizzati in Europa.
Il paradosso è evidente anche nei numeri: secondo ReaCT, il nostro rapporto
annuale, nel 2025 il 92 per cento delle azioni jihadiste in Europa è stato
compiuto da individui e la metà ha avuto carattere emulativo; allo stesso
tempo, dal 2022 nessun attentato ha conseguito un vero successo strategico. Il
jihadismo è dunque più diffuso, ma non necessariamente più capace.
Ed è proprio questa dispersione a rappresentare il pericolo. Una minaccia diffusa è meno visibile, più resiliente e non ha bisogno di una grande organizzazione centrale. È sufficiente una narrazione globale che un gruppo locale possa adattare alla propria guerra o che un singolo individuo possa trasformare in violenza di prossimità. Non dobbiamo quindi lasciarci rassicurare dall’assenza di grandi attentati coordinati: la minaccia contemporanea è meno spettacolare, ma più ubiqua, frammentata e difficile da anticipare.
.Quale eredità ritroviamo nei gruppi jihadisti contemporanei? Che cosa hanno imparato in questi venticinque anni?
Hanno imparato, anzitutto, che sopravvivere è più importante che controllare
un territorio. I grandi campi di addestramento, le gerarchie rigide e le
strutture visibili possono essere individuati e distrutti. Una rete
clandestina, un sistema di franchising o una costellazione di cellule autonome,
invece, può perdere i propri leader e continuare a operare.
Hanno poi imparato a collegare l’ideologia globale alle rivendicazioni
locali. Al‑Qaida ha progressivamente affidato il proprio marchio a gruppi
radicati nei conflitti africani, mediorientali e asiatici; lo Stato islamico ha
perfezionato l’esternalizzazione della violenza, trasformando simpatizzanti e
individui radicalizzati in strumenti tattici autonomi.
La terza lezione riguarda il tempo. Le democrazie ragionano sulla durata dei
governi e delle missioni militari; i movimenti jihadisti possono attendere
anni. Il ritorno dei talebani a Kabul, pur appartenendo a una prospettiva
prevalentemente nazionale, è stato utilizzato dalla propaganda jihadista come
dimostrazione che la perseveranza può logorare anche una potenza superiore.
Infine, hanno compreso che l’obiettivo dell’attentato non è soltanto uccidere.
È provocare una reazione, alimentare paura, polarizzazione e ostilità verso le
comunità musulmane, rendendo credibile la narrativa del “noi contro loro”. In
sintesi, l’Occidente ha imparato a decapitare le organizzazioni; i jihadisti
hanno imparato a sopravvivere alla decapitazione. Ed è questo il lascito più
insidioso dei venticinque anni successivi all’11 settembre.
Droni, sabotaggi e voto: la guerra ibrida russa si avvicina all’Italia?
Il 1° settembre 2026 il
governo tedesco ha attribuito alla Russia il tentato attacco del 4 agosto
all’aeroporto di Lipsia/Halle, dove un drone dotato di esplosivo e sistema di
detonazione è stato rinvenuto nell’area di sicurezza, in prossimità di velivoli
cargo ucraini. Berlino ha indicato come base dell’attribuzione la convergenza
tra indagini di polizia, modalità operative e risultanze d’intelligence. Mosca
respinge l’accusa. La Germania ha annunciato misure diplomatiche e ulteriori
iniziative in sede europea.
Questo evento segna un
possibile salto di qualità nella pressione ibrida attribuita alla Russia. Ma
quanto è distante quel fronte dall’Italia? Dai sabotaggi alle operazioni cyber,
fino alla manipolazione informativa e alle possibili interferenze elettorali,
Claudio Bertolotti analizza una minaccia che tende a muoversi deliberatamente
sotto la soglia della guerra convenzionale. Il vero obiettivo di Mosca non
sarebbe lo scontro diretto con la NATO, quanto aumentare vulnerabilità, costi e
divisioni interne all’Europa. E l’Italia, per peso politico e infrastrutture
strategiche, non può considerarsi al riparo.
La Germania accusa la Russia del lancio di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Cosa possiamo aspettarci?
Credo
che quanto accaduto a Lipsia non debba essere letto soltanto per quello che
materialmente è, ma soprattutto per quello che avrebbe potuto produrre. Un
drone non ha provocato l’esplosione prevista e, dunque, sul piano tattico
l’azione è fallita. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo dato. Sul piano
strategico, invece, l’episodio ha già prodotto un effetto perchè ha dimostrato,
almeno secondo l’attribuzione formulata dal governo tedesco, che un attore
ostile è in grado di portare un dispositivo esplosivo all’interno di un’infrastruttura
critica europea e di avvicinarlo a velivoli inseriti nella catena logistica di
sostegno all’Ucraina. E questo è un problema, quasi scontato, ma che non ha
destato preoccupazione fin quando la vulnerabilità non è stata resa palese;
così cambia la prospettiva. Lipsia/Halle non è un aeroporto qualsiasi, ma è un
grande nodo logistico europeo, elemento della capacità di trasporto strategico
utilizzata dalla NATO. E colpire, o tentare di colpire, quel sistema significa
agire contro uno degli elementi che consentono all’Europa di sostenere
materialmente Kiev, ma senza attaccare direttamente un comando o
un’infrastruttura direttamente della NATO. È quella zona grigia in cui la
competizione ibrida trova la propria convenienza.
Cosa
succederà adesso? Probabile aspettarsi una risposta calibrata. Berlino ha già
scelto la strada diplomatica, delle restrizioni, delle sanzioni e del
rafforzamento della sicurezza. Non credo che la Germania abbia interesse a
trasformare automaticamente l’episodio in una crisi militare con Mosca, poiché
non c’è convenienza, né capacità in questo senso. C’è un però: il problema sarà
dimostrare che un’azione sotto la soglia della guerra non sia un’azione priva
di costo, ed è qui che si gioca la credibilità europea: rispondere senza offrire
alla Russia il vantaggio dell’escalation, ma facendo aumentare progressivamente
il costo politico, diplomatico, economico e operativo di simili iniziative.
Il
vero rischio non è tanto ciò che accadrà domani mattina, quanto la
normalizzazione di episodi di questo tipo. Se un tentativo di sabotaggio contro
un’infrastruttura strategica viene assorbito come uno dei tanti incidenti della
guerra in Ucraina, allora la soglia di ciò che diventa politicamente
accettabile tende inevitabilmente a spostarsi. E quando la soglia si sposta,
aumenta lo spazio per l’azione successiva. È un problema tutto nostro, non
della Russia.
Per alcuni analisti la Russia ha dichiarato
la guerra (ibrida) ad uno dei Paesi europei più importanti. Ma è una
dichiarazione di guerra all’Europa intera oppure nulla di tutto ciò?
Dobbiamo
essere realisti: non è una “dichiarazione di guerra”, e non userei nemmeno il
termine perché rischia di farci interpretare con le categorie della guerra
convenzionale un fenomeno che, per sua natura, tende proprio a sottrarsi a
quelle categorie. La guerra ibrida funziona perché consente di esercitare
pressione sull’avversario senza assumersi formalmente la responsabilità
politica e giuridica di una guerra: è la “plausibile negabilità” dell’atto, e
in questo la Russia (come l’Iran e la Corea del Nord) è maestra. Sabotaggio,
cyber-attacchi, disinformazione, interferenze, ricorso a intermediari e agenti
sacrificabili hanno in comune il vantaggio comune di rendere più complessa
l’attribuzione e, conseguentemente, più difficile la risposta.
Direi
quindi che, se l’attribuzione tedesca verrà consolidata dalle risultanze
investigative, Lipsia rappresenterà un ulteriore salto di qualità in una
campagna di pressione che l’Europa considera già in corso. Non è necessario che
Mosca “dichiari” una guerra ibrida alla Germania, perché la caratteristica
della competizione ibrida è esattamente l’assenza di quella dichiarazione. È
così, lo è da tempo.
E non
parlerei neppure di una dichiarazione di guerra all’Europa intera. Parlerei,
piuttosto, di un messaggio rivolto all’intero sistema europeo in cui nessun
Paese che contribuisca in maniera significativa al sostegno dell’Ucraina può
più considerarsi esterno al conflitto. Questo non significa che la Russia
voglia combattere militarmente contro l’Europa o contro la NATO, anzi è
esattamente il contrario e io continuo a ritenere che Mosca abbia tutto
l’interesse a evitare un confronto militare diretto con l’Alleanza. Il
paradosso però è evidente in quanto, nel tentativo di aumentare la pressione
sull’Europa senza arrivare alla guerra, la Russia tende a moltiplicare le
occasioni nelle quali un errore, una vittima, un sabotaggio riuscito o una
reazione non prevista potrebbero avvicinare proprio quel confronto che avrebbe
interesse a evitare.
La
Germania, poi, ha un valore particolare perché è una potenza economica,
industriale e logistica centrale, oltre ad essere uno dei principali
sostenitori europei dell’Ucraina, ed è politicamente determinante per la tenuta
della risposta europea. Fare pressione sulla Germania significa quindi tentare
di produrre un effetto che va ben oltre i confini tedeschi, significa influire
sulla percezione del rischio, sul consenso interno, sui costi del sostegno a
Kiev e, in ultima analisi, sulla coesione europea.
E la Nato?
La
NATO è di fronte a uno scenario che si basa sull’accettazione di una
distinzione fondamentale. La posizione dell’Alleanza è complessa perché deve
garantire deterrenza senza trasformare automaticamente ogni azione ibrida in un
casus belli.
L’Articolo
5 non è un interruttore che scatta automaticamente ogni volta che si verifica
un sabotaggio, un cyber-attacco o un’incursione con un drone. La valutazione
dipende dalla natura dell’azione, dagli effetti prodotti, dalla sua
attribuzione e dalla gravità complessiva e per questo, nel caso di Lipsia, il
punto più importante non è chiedersi se debba essere invocato l’Articolo 5, ma
comprendere come l’Alleanza possa impedire che la fascia al di sotto di quella
soglia diventi uno spazio operativo nel quale l’avversario possa agire quasi
impunemente.
Il
punto, a mio avviso, è che la deterrenza deve funzionare anche sotto la soglia
dell’Articolo 5, e se funziona soltanto quando siamo già di fronte a un attacco
armato convenzionale, allora lasciamo all’avversario uno spazio enorme nel
quale operare. Ed è precisamente quello spazio che oggi deve essere ridotto.
In Europa agirebbero molti agenti al
servizio della Federazione Russa. Dovremmo aspettarci un’intensificazione delle
azioni di sabotaggio?
È uno
scenario plausibile, e direi che dobbiamo prepararci a un aumento della
pressione, senza però trasformare una valutazione di rischio in una certezza
predittiva. Il punto che più trovo interessante è che il modello operativo che
le autorità europee stanno descrivendo non è necessariamente costituito da
agenti professionisti inviati da Mosca, ma da reti molto più flessibili,
composte da intermediari, criminali, soggetti reclutati attraverso piattaforme
digitali e quelli che i tedeschi definiscono, con un’espressione efficace,
“agenti usa e getta”: e anche qui ci vedo un parallelo con quanto starebbe
facendo l’Iran attraverso il reclutamento delle gang giovanili di immigrati per
destabilizzare la sicurezza (o la percezione di sicurezza) dei paesi europei
target.
E
questo avviene perché è un modello particolarmente conveniente che riduce il
costo dell’operazione, aumenta la distanza tra mandante ed esecutore e rende
più difficile ottenere una prova giudiziaria capace di ricondurre l’intera catena
di comando allo Stato che avrebbe promosso l’azione. L’esecutore può sapere
pochissimo del committente e persino ignorare la finalità strategica
dell’incarico, e proprio questa frammentazione è la forza del sistema.
Per
questo mi aspetto che la minaccia evolva più in termini di quantità,
diversificazione e imprevedibilità che attraverso operazioni necessariamente
spettacolari: depositi, ferrovie, aeroporti, reti energetiche, aziende della
difesa, sistemi informatici e infrastrutture legate al sostegno all’Ucraina
costituiscono obiettivi potenzialmente vulnerabili. Non tutti gli episodi
saranno riconducibili alla Russia e sarebbe metodologicamente sbagliato
attribuire automaticamente a Mosca ogni incendio, guasto o sabotaggio. Ma è
proprio la moltiplicazione degli eventi ambigui a produrre uno degli effetti
desiderati dalla guerra ibrida: rendere più difficile distinguere il caso, il
crimine comune, l’attivismo politico e l’operazione coordinata da un servizio
d’intelligence.
La
risposta europea dovrà quindi essere prima di tutto di metodo perchè occorre
mettere in relazione gli episodi, condividere intelligence e indicatori,
seguire i flussi finanziari e le modalità di reclutamento, proteggere le
infrastrutture e, soprattutto, evitare due errori opposti: sottovalutare il
fenomeno e attribuire alla Russia qualunque evento anomalo.
E
dunque sì, ritengo probabile un’intensificazione della competizione ibrida
nella misura in cui questa continuerà a offrire a Mosca risultati politici e
psicologici a costi relativamente contenuti, per quanto, proprio per questo, la
risposta più efficace non può essere quella emotivamente più forte, bensì
quella capace di ridurre progressivamente il tornaconto strategico di queste
operazioni, rendendole più difficili da organizzare, più facili da attribuire
e, soprattutto, più costose da promuovere.
Quanto è distante Lipsia dall’Italia? È un
campanello d’allarme anche per noi?
Non è
così distante, perché Lipsia dimostra che la minaccia ibrida non riguarda più
soltanto cyber-attacchi o propaganda, ma può tradursi in azioni fisiche contro
infrastrutture critiche, nodi logistici, trasporti ed energia. L’Italia dispone
di porti, aeroporti, reti ferroviarie e infrastrutture militari che hanno un
ruolo rilevante anche nel sostegno all’Ucraina: quindi il rischio non è
teorico. Il campanello d’allarme è proprio questo: la guerra può entrare nello
spazio europeo senza assumere la forma della guerra convenzionale. E la
presenza di gruppi o movimenti antagonisti o di estrema sinistra e destra
vicini alla Russia non può che aumentare la probabilità di tali azioni.
Il ministro degli Esteri italiano,
Antonio Tajani, parla di possibili interferenze russe nelle elezioni. Perché è importante
non sottovalutare?
Perché
l’obiettivo non è necessariamente “far vincere” un partito, ma alterare il
contesto nel quale gli elettori maturano le proprie decisioni, polarizzare,
amplificare le divisioni esistenti, delegittimare le istituzioni e il processo
elettorale e, ancora, esasperare le masse, o porzioni di elettorato su temi
sensibili, di fatto creando una polarizzazione sociale e politica. Tajani ha
ragione quando sottolinea la necessità di intervenire prima, perché le
operazioni di influenza funzionano soprattutto quando riescono a confondersi
con il normale dibattito politico e informativo.
In che
modo le interferenze russe si sono intensificate sull’Italia dal 2022 a oggi?
Quali i settori più sensibili?
Dal
2022 il salto di qualità riguarda soprattutto la convergenza tra strumenti diversi,
dalla disinformazione, alla manipolazione informativa, alle cyber-attività,
reti di influenza e al potenziale sabotaggio di obiettivi industriali o
infrastrutturali. E in questo quadro evolutivo non dobbiamo porre in secondo
piano la possibile convergenza dei gruppi antagonisti. I settori più sensibili
sono quelli che incidono direttamente sulla resilienza dello Stato, come il
sistema politico-elettorale, lo spazio informativo e i social media, così come
le infrastrutture energetiche e digitali, i trasporti, porti, aeroporti e
filiera industriale della difesa. Il punto, però, è non leggere questi
strumenti separatamente, in quanto la forza della strategia ibrida sta proprio
nella loro combinazione perché consente di produrre un effetto strategico senza
superare apertamente la soglia della guerra.
Una NATO senza NATO: il Patto della Mecca e il nuovo ordine della sicurezza regionale
Turchia, Arabia Saudita e Pakistan costruiscono un nuovo polo di deterrenza tra Medio Oriente e Asia. Più che un’alleanza alternativa all’Occidente, il Patto della Mecca è il segnale di un ordine multipolare nel quale le potenze regionali vogliono passare da consumatori a produttori di sicurezza.
Il Mecca Joint
Defence Agreement sottoscritto il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia
e Pakistan, è certamente un evento strategicamente significativo, pur essendo
lontano dall’essere un’alleanza paragonabile per capacità, struttura e coesione
alla NATO.
Partirei da un dato che considero essenziale, ossia il
fatto che il testo integrale dell’accordo non è stato ancora reso pubblico.
Disponiamo delle dichiarazioni dei governi e delle indicazioni successive fornite
in particolare da Ankara, sappiamo che un attacco armato contro uno dei tre
firmatari viene considerato un attacco contro tutti, sappiamo, inoltre, che
sono previsti meccanismi di coordinamento politico-militare ai massimi livelli,
esercitazioni congiunte, cooperazione industriale e tecnologica e attività nei
domini terrestre, marittimo e aereo, oltre che nei settori della difesa aerea,
dei sistemi unmanned, della guerra
elettronica e dell’intelligenza artificiale. È dunque qualcosa di più di una
dichiarazione politica, ma non sappiamo ancora fino a che punto l’obbligo di
mutua assistenza sia automatico né quale forma debba assumere concretamente la
risposta militare. Ed è proprio qui che, a mio avviso, occorre iniziare
l’analisi.
L’Articolo 5 non fa, da solo, una NATO
La formula «un attacco contro uno è un attacco contro
tutti» è evocativo e porta a un’immediata associazione all’Articolo 5 del
Trattato Nord Atlantico. Ma sarebbe un errore confondere il principio politico
della difesa collettiva con la capacità militare di esercitarla.
La NATO non è semplicemente una promessa di
solidarietà, ma è il risultato di oltre settant’anni di integrazione militare,
strutture permanenti di comando, pianificazione operativa, procedure comuni,
standardizzazione, interoperabilità, intelligence condivisa, logistica
integrata, esercitazioni continuative e una cultura strategico-militare
consolidata. Il vero valore intrinseco dell’Articolo 5 deriva dal fatto che
dietro quella dichiarazione politica esiste una macchina militare in grado di
trasformarla in azione.
Il Mecca Joint Defence Agreement non è nulla di tutto
ciò, poiché deve ancora costruire le basi di un’ipotetica infrastruttura
integrata.
È significativo che la stessa Turchia abbia indicato
come prossimo passaggio proprio l’istituzionalizzazione dell’iniziativa che
prevede la creazione di un’agenda di incontri dei ministri della Difesa e degli
Esteri, il coinvolgimento dei capi di Stato maggiore, le esercitazioni
congiunte e i programmi comuni nel settore industriale e tecnologico, con ciò
significando che i tre firmatari sono consapevoli del problema e stanno
cercando di passare dalla prima e generica dichiarazione di solidarietà a una
capacità di cooperazione militare strutturata. E proprio per questo sarei –
come sono – cauto nel considerare l’iniziativa come una NATO alternativa ma parlerei
piuttosto di un embrione di
architettura di sicurezza collettiva.
La chiave interpretativa: non rottura, ma hedging
Trovo particolarmente convincente la lettura proposta
da Tim Chattell di Chatham House, che già prima della firma dell’accordo
interpretava il possibile ingresso turco nel sistema saudita-pakistano come una
strategia di hedging, ossia la creazione di una “ridondanza nelle
proprie garanzie di sicurezza senza abbandonare quelle esistenti”. Chattell
osservava correttamente che Ankara non otterrebbe dal Pakistan e dall’Arabia
Saudita una protezione militare migliore di quella offerta dalla NATO, ma
acquisirebbe maggiore flessibilità strategica, peso regionale, possibilità di
espansione industriale e un ulteriore strumento negoziale.[1]
È un’interpretazione alla quale mi sento molto vicino,
perché non credo che Turchia, Arabia Saudita e Pakistan stiano scegliendo tra
Stati Uniti e un nuovo ordine regionale, bensì ritengo più probabile che stiano
cercando di non dover scegliere.
Questo è uno degli elementi caratterizzanti dell’attuale
sistema multipolare, in cui le potenze regionali non costruiscono più
necessariamente alleanze esclusive, ma accumulano relazioni, partenariati e
garanzie differenti, a volte anche contraddittorie, così da aumentare la
propria libertà d’azione.
La Turchia può così rimanere nella NATO e
contemporaneamente costruire una rete militare con Riyadh e Islamabad, mentre
il Pakistan può mantenere la propria relazione strategica con la Cina,
dialogare con Washington e contemporaneamente diventare garante della sicurezza
saudita, e Riyadh può continuare ad acquistare equipaggiamenti militari statunitensi
e allo stesso tempo costruire un’alternativa parziale alla dipendenza dagli
Stati Uniti.
Non vedo incoerenza, anzi, rilevo un’autonomia
strategica attraverso lo strumento della ridondanza strategica (strategic redundancy).
Burcu Ozcelik del RUSI aggiunge un elemento
interessante valutando l’accordo come fattore compatibile anche con la
richiesta americana di maggiore burden-sharing, cioè che gli alleati
regionali assumano direttamente una parte crescente dei costi e delle
responsabilità della propria sicurezza. E questa può essere letto come una
scelta che si sposa alla concezione turca delle «soluzioni regionali ai
problemi regionali».[2]
Da questo punto di vista, l’accordo potrebbe paradossalmente essere sia un
sintomo della ridotta fiducia nell’ombrello statunitense, sia una risposta
coerente alle richieste americane di maggiore autonomia degli alleati.
La complementarità: denaro, capacità convenzionale,
deterrenza
La forza potenziale dell’intesa risiede nella
complementarità dei tre firmatari. Se da un lato, l’Arabia Saudita dispone di
risorse finanziarie straordinarie, centralità energetica, capacità di
investimento e crescente ambizione politico-diplomatica, dall’altro la Turchia
mette sul tavolo ciò che Riyadh non possiede nella stessa misura: un grande
apparato militare, esperienza operativa, una base industriale della difesa
sempre più autonoma e competenze consolidate nei droni, nei sistemi navali,
nella missilistica, nell’elettronica e nelle piattaforme terrestri. Infine, il
Pakistan aggiunge una grande forza armata, esperienza operativa, una posizione
strategica tra Medio Oriente, Asia meridionale e Cina e, soprattutto, il
fattore nucleare (da non confondere però con l’ipotesi di un “ombrello nucleare”
pakistano a sostegno degli alleati, come ho voluto approfondire nel successivo
paragrafo).
È così quasi inevitabile sintetizzare la relazione
secondo una formula strutturata su capitale saudita, tecnologia e capacità
operativa turca, massa militare e deterrenza pakistana. Ma proprio
sull’ultima componente occorre la maggiore prudenza.
L’ombrello nucleare pakistano: deterrenza reale o
ambiguità strategica?
Una parte del dibattito internazionale tende a
considerare il Pakistan come il potenziale fornitore di un’extended nuclear deterrence all’Arabia Saudita e, ora, almeno
teoricamente, anche alla Turchia. Io invece credo che questa conclusione sia ampiamente
azzardata, o quantomeno prematura.
Samir Puri e Marion Messmer di Chatham House hanno poi
osservato, analizzando il precedente accordo bilaterale saudita-pakistano del
settembre 2025, che l’intesa non menzionava esplicitamente né armi nucleari né
cooperazione nucleare. Allora come oggi, Islamabad non aveva formalmente offerto a
Riyadh il proprio deterrente e non esistevano indicazioni di un possibile
dispiegamento fisico di testate sul territorio saudita.[3]
Sameer Ali Khan, nel Nuclear Network del CSIS, va
ancora oltre e mette in evidenza il rischio di un’ambiguità di fondo dove il
deterrente nucleare pakistano, sviluppato essenzialmente in funzione dell’India,
se esteso al Medioriente comporterebbe una radicale revisione della dottrina
pakistana della Credible Minimum Deterrence, di fatto aumentando
requisiti di comando e controllo, capacità C4ISR, vettori e numero delle forze
disponibili. Islamabad rischierebbe cioè di promettere una garanzia che
potrebbe non essere in grado di rendere pienamente credibile.[4]
E questo sarebbe un rischio eccessivo che Islamabad non accetterebbe sul serio.
La prudenza è dunque d’obbligo perché la deterrenza
nucleare non consiste nel possedere una bomba e dichiararsi disponibili a
proteggere un alleato, ma è soprattutto credibilità
della volontà politica di utilizzarla.
Dobbiamo allora porci un paio di domande molto
semplice: il Pakistan sarebbe realmente disposto a rischiare un’escalation nucleare
per difendere Riyadh? E sarebbe disposto a farlo per Ankara?
Oggi non abbiamo elementi sufficienti per rispondere
affermativamente, ma l’ambiguità può però essere deliberata in quanto il
semplice dubbio sulla possibilità di un coinvolgimento nucleare pakistano
aumenta l’incertezza dell’eventuale aggressore e produce, entro certi limiti,
un effetto deterrente. Ma il problema è che l’ambiguità strategica funziona
finché non viene messa alla prova.
Tre alleati, ma tre mappe delle minacce
Qui arriviamo, a mio avviso, al principale punto di
fragilità in quanto le alleanze diventano solide quando i membri condividono
una percezione relativamente omogenea della minaccia, e Turchia, Arabia Saudita
e Pakistan non hanno questa omogeneità.
Per Islamabad, l’India rimane il riferimento
strategico fondamentale. Per Riyadh, le priorità sono la sicurezza del Golfo,
la stabilità delle rotte energetiche, l’Iran, le capacità missilistiche e le
minacce provenienti dagli attori non statali regionali. Per Ankara, lo spazio
strategico è molto più esteso: Siria, Mediterraneo orientale, Caucaso, Mar
Nero, Russia, dinamiche curde, Israele e competizione per il ruolo di potenza
regionale.
Carnegie pone correttamente il problema in termini
molto concreti guardando alle dinamiche dei singoli attori e ponendo legittimi
dubbi di concretezza sull’ipotesi più estrema: se l’Arabia Saudita fosse
attaccata dall’Iran, Ankara e Islamabad entrerebbero realmente in guerra al suo
fianco? La risposta non è automatica poiché un eventuale attacco determinerebbe
consultazioni tra i tre governi per stabilire la risposta.[5]
Questo aspetto è rilevante perché il patto stabilisce una solidarietà politica
automatica, ma non è ancora chiaro se stabilisca un intervento militare
automatico. È una differenza sostanziale.
Contenere l’Iran oppure contenere Israele?
Un’altra semplificazione che eviterei è interpretare
il patto esclusivamente come una «NATO sunnita» costruita contro l’Iran in
quanto la realtà regionale del 2026 è molto più complessa. Certamente la
pressione militare iraniana e la vulnerabilità degli Stati del Golfo hanno
accelerato la ricerca di nuove garanzie di sicurezza, ma l’accordo credo vada
interpretato come un tentativo di evitare un vuoto di sicurezza prodotto
dall’indebolimento dell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti.
Emerge però una dinamica differente basata su una
convergenza tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan finalizzata anche a limitare
l’espansione dell’influenza israeliana nella regione e, secondo questa lettura,
l’aggregazione non sarebbe semplicemente anti-iraniana, ma risponderebbe
all’esigenza di impedire che una sola potenza regionale – Israele – possa
acquisire una posizione egemonica approfittando dell’indebolimento iraniano.
Le due ipotesi non sono necessariamente alternative, direi,
anzi, che è proprio questa ambivalenza a rendere interessante il patto.
Riyadh e Ankara non vogliono un Iran egemone, ma
non vogliono neppure un Israele egemone, e la loro preferenza sembra
orientarsi verso un equilibrio regionale nel quale nessuna potenza possa
imporre unilateralmente le proprie condizioni. Quindi non parlerei di
un’alleanza «contro» qualcuno, almeno nella sua fase iniziale, ma la leggo
piuttosto come uno strumento volto a impedire che gli equilibri regionali
vengano definiti da altri.
Il fattore India
Il problema indiano è forse quello più sottovalutato
da una lettura esclusivamente mediorientale dell’accordo in quanto il Pakistan
entra nell’intesa portando con sé una rivalità strategica che non appartiene
naturalmente agli altri due firmatari.
L’Arabia Saudita mantiene importanti relazioni
economiche con l’India mentre la Turchia ha assunto in diverse occasioni
posizioni vicine a Islamabad sulla questione del Kashmir; in questo quadro il
rischio è che una crisi indo-pakistana possa mettere alla prova una clausola di
solidarietà concepita principalmente per altre minacce.
Anche qui emerge una domanda di credibilità, ossia se
Riyadh sarebbe realmente disposta a considerare un attacco indiano al Pakistan
come un attacco contro l’Arabia Saudita.
È proprio questo tipo di scenario, che distingue tra
un’alleanza dichiarata e un’alleanza politicamente consolidata, che spiega
perché considero l’attuale fase soprattutto come costruzione di deterrenza
attraverso l’incertezza, più che come automatismo militare.
Una NATO islamica? La definizione è sbagliata anche
per un’altra ragione
C’è poi la componente «islamica», che considero poco
utile dal punto di vista analitico.
La maggior parte dei Paesi musulmani non appartiene
all’accordo: Iran, Indonesia, Algeria, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Malaysia e
numerosi altri attori rimangono fuori, e soprattutto la religione non
rappresenta oggi il principale criterio attraverso il quale questi Paesi
definiscono le proprie alleanze. E dunque, parlare di «NATO islamica» è
fuorviante perché la maggior parte degli Stati musulmani resta esterna e la
religione ha un peso limitato nell’effettiva determinazione delle politiche
regionali, contrariamente alla lettura superficiale che riconduce la
competizione regionale a un confronto ideologico-settario tra sciiti e sunniti.
Lo dimostra bene la situazione degli Emirati Arabi
Uniti, come rilevato da Cinzia Bianco, analista dell’ECFR la quale, in un’analisi
sul tema, descrive una possibile configurazione regionale concorrente, con Abu
Dhabi maggiormente orientata verso una costellazione di sicurezza con Stati
Uniti e Israele e, dall’altra parte, un blocco emergente imperniato su Arabia
Saudita, Turchia e Pakistan. Ma la stessa analisi pone il dubbio sul fatto che
quest’ultimo possa trasformarsi facilmente in un’alleanza coesa, proprio perché
persistono interessi divergenti e relazioni trasversali.[6]
È un’ulteriore conferma del fatto che non
stiamo assistendo alla ricomposizione geopolitica del mondo islamico ma, al
contrario, siamo testimoni di una frammentazione competitiva del Medio Oriente
in reti di sicurezza differenti e sovrapposte.
L’Egitto sarebbe il vero salto di qualità
La possibilità che l’accordo venga esteso è, a mio
avviso, uno degli indicatori da osservare con maggiore attenzione: Ankara ha
esplicitamente indicato l’Egitto come potenziale partecipante e l’ingresso del
Cairo cambierebbe significativamente la natura del progetto in quanto
porterebbe massa militare, posizione geografica, controllo del canale di Suez,
accesso strategico al Mediterraneo e al Mar Rosso e soprattutto una legittimità
politica araba che né Turchia né Pakistan possono offrire.
Passeremmo così da una triangolazione molto singolare
– una potenza del Golfo, una potenza anatolica e una potenza sudasiatica – a
una struttura capace di collegare Mediterraneo orientale, Mar Rosso, Golfo e
Asia meridionale: è a quel punto che la definizione di nuova architettura
regionale di sicurezza diventerebbe più convincente.
Il vero obiettivo: diventare produttori di sicurezza
Arrivo così a quello chè è, a mio avviso, il punto
centrale. Per decenni Arabia Saudita, Pakistan e, in modo diverso, anche
Turchia hanno operato all’interno di un sistema di sicurezza nel quale gli
Stati Uniti rappresentavano l’ultimo garante; un modello che, pur non essendo
necessariamente terminato, vede gli Stati Uniti mantenere il ruolo di maggiore
potenza militare esterna presente nella regione a fronte di uno scenario in cui
nessuno dei tre firmatari dispone singolarmente di equivalenti capacità: ma la
fiducia nell’automatismo della protezione americana si è ridotta.
Avevo già valutato come l’accordo saudita-pakistano fosse
il segnale della volontà di Riyadh di non affidarsi esclusivamente a Washington
e ciò può oggi essere interpretato come risposta alla percezione di un
possibile vuoto di sicurezza, evidenziando l’affermazione del citato principio
delle «regional solutions to regional problems».
Letture e prospettive differenti, ma che convergono su
uno stesso processo. Le potenze
regionali stanno cercando di trasformarsi da consumatori di sicurezza a
produttori di sicurezza, ed è proprio su questo aspetto che colloco il
significato strategico dell’accordo della Mecca. Non vedo la nascita di una
NATO islamica, anzi contesto tale affermazione, e vedo qualcosa di forse più
interessante come la costruzione progressiva di un sistema nel quale le medie
potenze cercano di ridurre la distanza tra la propria ambizione geopolitica e
la propria capacità di garantirsi autonomamente la sicurezza.
Quale orizzonte strategico?
La mia valutazione guarda a tre livelli temporali.
Nel breve periodo, il Mecca Joint Defence Agreement è soprattutto uno strumento di
deterrenza politica e di signalling
strategico che aumenta il costo potenziale di un’aggressione introducendo
l’incertezza sulla possibile risposta degli altri firmatari.
Nel medio periodo, potrebbe trasformarsi in una
piattaforma di integrazione militare e industriale, soprattutto nei settori
nei quali i tre Paesi sono maggiormente complementari come la difesa aerea e
missilistica, i droni, la guerra elettronica, il cyber, l’intelligence, la
produzione congiunta e la logistica, e i programmi annunciati dopo la firma
dimostrano che questa dimensione è già presente.
Nel lungo periodo, tutto dipenderà invece dalla
capacità di costruire credibilità dell’impegno collettivo, e la
credibilità non si misura attraverso le dichiarazioni, bensì chiedendosi cosa
succederebbe alle tre del mattino di un venerdì in cui uno dei firmatari
venisse realmente attaccato: esisterebbe un comando capace di reagire?
Esisterebbero piani militari già predisposti? Le forze sarebbero
interoperabili? L’intelligence
verrebbe condivisa immediatamente? Gli altri due governi sarebbero
politicamente disposti a entrare in una guerra che potrebbe non coincidere con
i loro interessi nazionali?
Sono queste le domande che distinguono un’alleanza dalla
dichiarazione di un’alleanza, e per questo ritengo prematuro parlare oggi di
«NATO islamica», per quanto sarebbe comunque sbagliato liquidare l’accordo come
una costruzione propagandistica.
Il processo che vediamo svilupparsi tra Ankara, Riyadh
e Islamabad è parte di un cambiamento più ampio in cui l’ordine
internazionale sta passando da sistemi di alleanze relativamente rigidi a reti
di sicurezza sovrapposte, flessibili e transazionali. E in questo nuovo
ambiente le medie potenze non vogliono più limitarsi a scegliere da quale grande
potenza farsi proteggere, ma vogliono accumulare opzioni, costruire capacità
autonome e diventare esse stesse poli di deterrenza.
Il Mecca Joint
Defence Agreement potrebbe fallire, rimanere una struttura prevalentemente
politica oppure evolvere in qualcosa di molto più ambizioso, e per capire quale
delle tre possibilità prevarrà, più che il nome che gli attribuiamo oggi,
dovremo osservare cinque principali indicatori, che sono l’istituzionalizzazione del comando, la pianificazione
militare comune, l’interoperabilità reale, la definizione – anche implicita –
della deterrenza nucleare pakistana e, infine, la capacità di allargamento ad
altri attori regionali.
Se questi cinque elementi dovessero convergere, allora
non avremmo semplicemente una «NATO islamica», ma avremmo qualcosa di
strategicamente più rilevante, ossia un nuovo polo militare autonomo tra
Mediterraneo, Medio Oriente e Asia meridionale, capace di incidere
simultaneamente sugli equilibri con Iran, Israele e India e, soprattutto, di
ridefinire il rapporto tra le potenze regionali e gli Stati Uniti. È questo,
a mio avviso, il punto sul quale vale realmente la pena concentrare
l’attenzione.
[1] Chattel T., Talk of a Turkish
military alliance with Saudi Arabia and Pakistan reflects Ankara’s
opportunistic ‘hedging’ strategy, Chatam House, 30 gennaio 2026, in https://www.chathamhouse.org/2026/01/talk-turkish-military-alliance-saudi-arabia-and-pakistan-reflects-ankaras-opportunistic.
[2] RUSI, Saudi Arabia, Turkey and
Pakistan sign defence pact in Mecca, Financial Times, 7 agosto 2026, in https://www.rusi.org/news-and-comment/in-the-news/saudi-arabia-turkey-and-pakistan-sign-defence-pact-mecca.
[3] Puri S., Messmer M., Saudi Arabia and Pakistan’s mutual defence
pact sets a precedent for extended deterrence, Chatam House, 23 settembre
2025, in: https://www.chathamhouse.org/2025/09/saudi-arabia-and-pakistans-mutual-defence-pact-sets-precedent-extended-deterrence.
[4] Khan S. A., All Military Means? Pakistan, Saudi Arabia,
and the Risks of Nuclear Ambiguity, CSIS – Nuclear Network, in: https://nuclearnetwork.csis.org/all-military-means-pakistan-saudi-arabia-and-the-risks-of-nuclear-ambiguity/.
[5] Cheema A., Hage M.A., The
Mecca Agreement Unpacked, Canergie, 7 agosto 2026, in https://carnegieendowment.org/middle-east/diwan/2026/08/the-mecca-agreement-unpacked.
[6] Bianco C., The postwar UAE and the remaking of Gulf
politics, ECFR, 15 maggio 2026, in https://ecfr.eu/article/the-postwar-uae-and-the-remaking-of-gulf-politics/.
Un confronto tra la Russia e la NATO? È un (pericoloso) rischio non calcolato da Mosca.
di Claudio Bertolotti.
Le recenti dichiarazioni di Vladimir Putin dal Pacifico, dove il presidente russo ha minacciato ritorsioni in caso di sequestro di navi mercantili della Federazione e ha evocato un rischio di confronto con la NATO, si inseriscono in una fase di crescente pressione militare e strategica sulla Russia. Quasi contemporaneamente, l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro obiettivi in Crimea e contro il porto di Novorossiysk, rivendicando un’operazione definita “senza precedenti” e sostenendo di aver compromesso in modo sostanziale la capacità russa di utilizzare la Crimea come base navale.
Sono
eventi distinti, ma non necessariamente scollegati poiché la questione su cui
tutto si incardina è comprendere se essi rappresentino segmenti di una stessa
dinamica di escalation.
A
guardare lo scenario che si sta prospettando, non credo che gli ultimi eventi
indichino una maggiore volontà russa di arrivare a un conflitto con la NATO.
Anzi, partirei dall’assunto opposto: Mosca non vuole una guerra diretta con l’Alleanza,
perché ne conosce costi, rischi e soprattutto l’imprevedibilità. Il problema,
però, è che molte delle mosse che la Russia sta compiendo sembrano spingerla
proprio nella direzione che vorrebbe evitare, ed è questo, a mio avviso,
l’elemento più preoccupante.
E,
dunque, le dichiarazioni di Putin sui possibili sequestri di navi mercantili
russe vanno lette in questa prospettiva, ma non sono necessariamente il
preludio a una decisione di confronto con la NATO, quanto piuttosto un
tentativo di ristabilire una capacità di deterrenza che Mosca percepisce come
progressivamente erosa. In questa prospettiva, credo che il messaggio voglia essere:
“se colpite i nostri interessi, noi allargheremo lo spazio nel quale siamo
disposti a rispondere”. Ma proprio qui nasce il rischio.
Gli
attacchi ucraini contro la Crimea e, soprattutto, contro Novorossiysk
accentuano questa dinamica poichè Kiev sta progressivamente riducendo gli spazi
di sicurezza operativa della Russia nel Mar Nero. Sebastopoli è diventata molto
più vulnerabile e parte delle capacità navali russe è stata trasferita verso
Novorossiysk, e colpire anche quest’ultima significa cercare di dimostrare che non esiste più un
retroterra realmente sicuro per la Flotta del Mar Nero.
Questo
non implica che la Russia abbia “perso” la Crimea in senso militare. Sarebbe un
grave errore di analisi poiché la Russia, nonostante questi eventi emotivamente
coinvolgenti, mantiene il vantaggio tattico su tutti i fronti del campo di
battaglia. Ma la penisola rimane fondamentale come piattaforma logistica, aerea
e missilistica, per quanto la sua funzione di santuario navale sia stata
seriamente compromessa. E quando una grande potenza vede restringersi i propri
margini di manovra tende a cercare compensazioni altrove. È un bilanciamento
lineare, quasi scontato.
È
qui che collegherei gli attacchi ucraini alle parole di Putin. Non attraverso
una relazione immediata di causa ed effetto, ma attraverso una più ampia dinamica di azione,
reazione e compensazione. L’Ucraina aumenta la pressione nel
Mar Nero, mentre Mosca, dal canto suo, cerca di ampliare lo spazio della
propria deterrenza, prospettando ritorsioni anche lontano da quel teatro. E
così il conflitto tende ad allargarsi sul piano geografico senza che nessuno
dei principali attori dichiari di volerlo allargare su quello politico.
E
qui si impone il paradosso in cui la Russia non vuole provocare la NATO per
trascinarla deliberatamente in guerra sebbene, nel tentativo di dimostrare di
non essere vulnerabile, moltiplichi le occasioni nelle quali potrebbe
verificarsi un confronto con un Paese dell’Alleanza: una nave intercettata, una
scorta militare che interviene, un’azione interpretata come ostile, una
risposta sproporzionata, un errore di valutazione.
Per
questo sarei prudente nell’affermare che «stanno crescendo le possibilità di
una guerra Russia-NATO». Non cresce necessariamente la volontà politica di quella guerra, quanto
piuttosto cresce la probabilità che si creino le condizioni perché essa possa
iniziare senza essere stata realmente scelta.
Ed
è forse questo l’aspetto più grave perché, lo sappiamo dalla lettura storica
dei conflitti, le guerre non cominciano sempre perché qualcuno decide
consapevolmente di iniziarle, ma possono cominciare anche attraverso una
successione di decisioni razionali prese singolarmente, ma che, sommandosi,
producono un risultato irrazionale nel suo insieme.
E
così, oggi vediamo qualcosa di simile, in cui Mosca cerca di evitare di
apparire debole, Kiev cerca di ampliare la vulnerabilità russa, i Paesi europei
cercano di restringere ulteriormente gli spazi economici e marittimi della
Russia. Insomma, ognuno cerca di controllare l’escalation,
ma contemporaneamente contribuisce ad alimentarla.
Il punto,
dunque, non è che Putin voglia la guerra con la NATO, ma è che la Russia continua a
compiere mosse che possono avvicinarla a quella guerra senza volerla, e forse
senza essere pienamente in grado di governare il processo che sta mettendo in
moto. Ed è proprio
questa perdita progressiva di controllo sull’escalation, più che una deliberata
volontà di confronto, ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente.
LO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE: LA NATO SECONDO TRUMP
di Melissa de Teffé, da Washington, DC –
Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START
InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
La testa di Trump si muove su binari
lontani da quelli politici tradizionali, per essere miti, e quando giorni fa
Axios lo intervista su come “vive, vede” l’esercizio del potere e
“chi” lo esercita, secondo lui, fra tutti i leader mondiali, mi sarei
aspettata che qualche nome europeo fosse elencato. Invece no: Trump parla solo
di Xi Jinping e di Modi, commentando: “molto intelligenti e in
gamba”. Ma perché Trump non parla di Europa e di europei?
La risposta sta nel fatto che, per
l’attuale inquilino della Casa Bianca, il Vecchio
Continente ha smesso di essere un partner politico strategico paritario per diventare
un mero mercato di sbocco commerciale. Nella sua visione transazionale del
potere, le relazioni transatlantiche non si misurano più in valori condivisi o
allineamento strategico, ma si riducono a un rapporto contabile di dare e avere
— lo dice lui stesso, parlando della Spagna ad Ankara:
“They don’t participate, they don’t pay. I don’t want anything to do with Spain.”
Walter Russell Mead, il teorico del
“Jacksonianismo” trumpiano (Hudson
Institute), la inquadra con precisione: “Trump
likes allies, but only of a certain type” — alleati utili nella misura
in cui si accollano rischio e costo, non partner da trattare alla pari.”
Se la richiesta
di Trump del 5% regala qualche miliardo alle casse dello stato americano,
sembra però essere uno specchietto per le allodole, visto il suo non interesse
a investire soldi, tempo ed energie con la nostra Europa.
Il traguardo del 5% del PIL, in realtà,
non nasce ad Ankara: Trump lo aveva già strappato agli alleati al vertice
dell’Aia nel giugno 2025. Quello che porta a
casa dalla Turchia è piuttosto la sua monetizzazione industriale: 3 miliardi di
dollari in nuovi accordi, dalla manutenzione dei sistemi Patriot di Lockheed
Martin ai droni da sorveglianza marittima di Northrop Grumman, dai missili Stinger prodotti in Europa da RTX fino alle
bombe di piccolo diametro che Boeing svilupperà con Rheinmetall in Italia. Nel
solo 2025 gli alleati hanno acquistato 54 miliardi di dollari in
equipaggiamento americano, sostenendo quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati
Uniti — il vero “Trump Trillion”, 1.210 miliardi accumulati dal primo
mandato. La sicurezza europea, insomma, si converte in export manifatturiero a
stelle e strisce: l’Europa paga di più, l’industria della difesa americana
incassa, e Washington nel frattempo restituisce le proprie truppe “ai
livelli pre-2022” — un modo elegante per certificare, nel linguaggio
stesso della Casa Bianca, il ritiro parziale che i think tank chiamano invece
il più grande cambiamento nella postura di difesa del continente dalla Guerra
Fredda.
IL “TEST DI LEALTÀ”
GEOPOLITICO
A Trump, in fondo, non interessano i
calcoli percentuali quanto la sottomissione politica. Le sue accuse nascono dal
fatto che l’Europa ha storicamente limitato l’uso delle proprie basi e si è
rifiutata di sposare senza condizioni le operazioni unilaterali americane —
come la guerra
preventiva contro l’Iran, quando
alleati come la Spagna hanno negato l’uso delle piste di decollo. La richiesta
di fondi maschera così una pretesa più profonda: lealtà geopolitica
incondizionata, non un bilancio in regola.
LA CRITICA
DEGLI ESPERTI: PERCENTUALI SENZA STRATEGIA
Il sospetto che gli obiettivi in
percentuale contino meno della sostanza militare non è nuovo — anzi, precede
Trump stesso. Già nel 2018, durante il primo mandato, l’analista Anthony
Cordesman del CSIS bollava il target del 2% come un “obiettivo percentuale
privo di significato” (meaningless percentage goal), sostenendo che
concentrarsi sui numeri distraesse dal vero problema: una pianificazione di
forza coerente e una strategia di difesa comune reale. Otto anni e un target
quasi raddoppiato dopo, l’obiezione resta intatta e forse ancora più calzante:
rincorrere il 5% del PIL dice poco su quali capacità l’Alleanza costruisca
davvero, e quanto queste rispondano a una strategia condivisa piuttosto che a
una lista della spesa imposta da Washington.
L’EUROPA,
LONTANA DALLA REALTÀ AMERICANA
Le diverse
costituzioni che compongono i paesi europei, una Bruxelles claudicante senza
veri poteri e senza unità, in un periodo di guerra, fanno capire a Trump
soprattutto una cosa: che il tempo stringe. Meglio investirlo altrove — in Sud
America e nel Sud-est asiatico — piuttosto che aspettare che 27 capitali trovino
una linea comune. E i motivi non sono solo commerciali, ma includono anche la
corsa sia alle famigerate terre rare, che alla creazione dei data centers per
l’AI.
Mentre l’Europa discute, Washington
firma. A maggio Trump riceve alla Casa Bianca il presidente brasiliano Lula — e
firma un’intesa commerciale, nata dalla necessità americana di diversificare
l’accesso a questi minerali strategici prima del vertice con Xi Jinping. Questa intesa sarebbe impensabile visto che
proprio nell’intervista con Axios, qualche
giorno fa, ha dichiarato che Lula è un uomo volubile. Quasi contemporaneamente
la società USA Rare Earth annuncia l’acquisizione del gruppo brasiliano Serra Verde, una delle
poche miniere al mondo fuori dalla Cina capaci di fornire terre rare pesanti e
che possiede anche un ottimo impianto di lavorazione. Sul fronte asiatico, la
Lynas Advanced Material Plant in Malesia — il più grande impianto di
raffinazione di terre rare al mondo al di fuori della Cina, esteso quanto 220
campi da calcio — è già diventata il fulcro della strategia di Washington per
spezzare il monopolio cinese, che controlla ancora oltre il 90% della
lavorazione globale. Il Giappone, parallelamente, si assicura l’accesso al
nichel e alle terre rare dell’Indonesia. Il messaggio è chiaro: se l’Europa
offre trattati e burocrazia, Sud America e Sud-est asiatico offrono le materie
prime del futuro — e Trump, che ha fretta, va dove trova entrambe le cose
insieme: velocità di decisione e sottosuolo.
LA GROENLANDIA,
LA PERIFERIA CHE NON È MAI STATA EUROPEA
Sulla carta la Groenlandia appartiene
al Regno di Danimarca, e dunque all’Unione Europea per interposta persona — ma
nella testa di Trump, e in una certa misura nella geografia stessa, l’isola sta
dall’altra parte dell’Atlantico. Geologicamente è parte della placca nordamericana,
non di quella eurasiatica; strategicamente ospita l’unica base statunitense
nell’Artico, la Pituffik Space Base, che fornisce l’allerta missilistica per
l’intero Nord America e non per l’Europa. È lo stesso principio di homeland esteso
all’intero Emisfero Occidentale — che la National Defense Strategy formalizza a
gennaio, e che i commentatori americani hanno già ribattezzato “Donroe Doctrine“,
fondendo il nome di Trump con la dottrina Monroe: la stessa logica invocata
dopo la cattura del leader venezuelano Maduro, e ora, estesa fino al circolo
polare artico. Non stupisce che ad Ankara Trump abbia rilanciato la pretesa più
esplicita di sempre — “deve essere controllata dagli Stati Uniti, non
dalla Danimarca” — mentre, contestualmente, minaccia di ritirare altre
truppe dall’Europa. Nella sua mappa mentale, la Groenlandia non è un
possedimento europeo, è un avamposto occidentale-americano da riportare a casa.
La premier danese Mette Frederiksen ha risposto senza esitazioni che l’isola
resta “non in vendita”, pronta a difendere “ogni
centimetro” del proprio territorio; il segretario NATO Rutte, dal canto
suo, si è trovato nella scomoda posizione di dare ragione a Trump sul pericolo
— tenere Cina e Russia fuori dall’Artico — pur senza avallarne la soluzione,
certificando così quanto la sovranità danese sia oggi più formale che
sostanziale.
SOTTO IL
GHIACCIO, LE TERRE RARE
Se la cornice militare spiega perché
Trump voglia la Groenlandia, è la geologia a spiegare la fretta. Sotto la
calotta polare del sud dell’isola giace il giacimento di Tanbreez, una
risorsa da 4,7 miliardi di tonnellate che contiene tutti e otto gli elementi
delle terre rare pesanti, disprosio e terbio inclusi — i materiali critici per
i magneti dei sistemi d’arma di ultima generazione, dai caccia ai droni. Ed è
così che Trump arriva in Groenlandia attraverso Wall Street. La società
americana Critical Metals Corp. (Nasdaq:
CRML), dopo una rastrellata di successo, controlla oggi il 92,5% del progetto.
Il governo groenlandese ha già
approvato il trasferimento definitivo lo scorso aprile. È lo stesso schema che
si osserva in Brasile con Serra Verde e in Malesia con l’impianto Lynas:
Washington non aspetta più che Bruxelles negozi trattati commerciali
quinquennali, compra direttamente le quote delle società che possiedono il
sottosuolo strategico. La Groenlandia, in questo senso, non è un’anomalia
artica nella strategia americana verso le Americhe e il Sud-est asiatico — ne è
semmai il tassello più settentrionale, unito dagli stessi due fili conduttori:
sicurezza militare diretta e corsa alle materie prime critiche, entrambi
elementi che l’Europa, con la sua architettura istituzionale lenta e
frammentata, non riesce a offrire nella stessa valuta.
Il quadro che emerge da Ankara,
dall’intervista Axios e dai dossier sulle terre rare non descrive un disimpegno
americano dal mondo, ma una ridefinizione delle priorità strategiche in base a
un criterio preciso: dove si trova il vantaggio competitivo più immediato. La
NATO resta formalmente intatta — la Section 1250A del NDAA (National
Defense Authorization Act) blinda comunque il ruolo del Congresso su qualsiasi
ipotesi di uscita — ma la sua funzione nella gerarchia trumpiana si è
ridimensionata da alleanza di valori condivisi a strumento di burden-sharing
industriale, in cui la sicurezza europea si converte in ordini per l’industria
della difesa americana e la componente valoriale, se mai è esistita nella sua
forma originaria, passa in secondo piano rispetto al criterio della reciprocità
economica.
Resta aperta, e probabilmente lo sarà
ancora per lungo tempo, la domanda se questo riposizionamento risponda a un
disegno strategico coerente — la tesi di chi lo inquadra nella tradizione Jacksoniana teorizzata da Mead, o nella
priorità sequenziale della National Defense
Strategy — oppure sia il risultato di una serie di decisioni transazionali
prese caso per caso, senza una dottrina unificante alle spalle. Le due letture
non sono necessariamente incompatibili: è possibile che una logica di fondo —
massimizzare il ritorno immediato, minimizzare l’impegno vincolante — generi,
nella pratica, esattamente lo stesso pattern di comportamento che una strategia
elaborata a tavolino produrrebbe. Per l’Europa, la distinzione tra le due
ipotesi ha conseguenze pratiche identiche: in entrambi i casi, la garanzia di
sicurezza americana andrà commisurata sempre più a ciò che il continente è
disposto — e in grado — di offrire in cambio, non a un’appartenenza valoriale
data per acquisita.
L’America di Trump ridisegna il mondo
attorno a un asse che va dalle Americhe al Sud-est asiatico, passando per
l’Artico: ovunque ci siano terre rare, minerali critici, o semplicemente un
interlocutore disposto a trattare da pari a pari senza il fastidio di
ventisette parlamenti da consultare.
Per l’Europa,
la lezione più amara non è che Trump minacci di andarsene. È che, quando gli
conviene, se ne sia già andato — e se ne sia accorta per ultima.
TRUMP E LA VITTORIA DI PIRRO
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Sicuramente è tempo di spegnere le
fanfare trumpiane, perché questa è una vittoria di Pirro. Per chi non
ricordasse la storia, la rammento: nel 279 a.C., in Puglia, Pirro, re
dell’Epiro — sbarcato l’anno precedente con 19 elefanti indiani come arma segreta
per terrorizzare i Romani — è sicuro di piegare la formidabile macchina bellica
della Repubblica. Pirro stravince la battaglia, ma a un costo umano devastante:
sul campo muore la stragrande maggioranza dei suoi soldati scelti e dei suoi
generali più fidati. I Romani, dal canto loro, giocano in casa e applicano la
spietata logica dei numeri. Sfruttando la leva di massa tra i propri cittadini
e l’obbligo dei popoli alleati di fornire contingenti, Roma riesce a
rimpiazzare le perdite nel giro di poche settimane.
Ma allora viene spontaneo chiedersi: a
Washington qualcuno ha fatto i conti prima di compiere questa mossa? La
risposta è imbarazzante, perché i conti li avevano fatti tutti, in anticipo,
per iscritto e ad alta voce. Già a inizio marzo 2026, sul nascere della crisi,
gli analisti di ING avvertivano
che chiudere lo Stretto di Hormuz avrebbe potuto spingere il greggio fino a 140
dollari al barile nello scenario peggiore. Bloomberg, dopo aver interpellato
oltre tre dozzine di trader, scriveva che il mondo non aveva ancora colto la
gravità della situazione, evocando lo shock petrolifero degli anni Settanta e
un prezzo che poteva toccare i 200 dollari. A maggio è entrata in scena
l’artiglieria delle istituzioni: JPMorgan vedeva le scorte globali toccare
livelli critici entro settembre; Rapidan Energy le dava
per esaurite già tra luglio e agosto, prospettando un’economia destinata a
“incepparsi”, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia metteva in
guardia su rincari in arrivo proprio alla vigilia del picco estivo. Persino il
servizio studi del Congresso aveva acceso un faro, ricordando l’ovvio: per la
gran parte del greggio che attraversa lo Stretto non esiste una via d’uscita
alternativa. Il preventivo, insomma, era sul tavolo, firmato e controfirmato.
Allora dov’è l’errore? Non nel calcolo,
ma in due scommesse perse. La prima: tutti davano per scontato che la chiusura
sarebbe stata breve. Homayoun Falakshahi, capo
dell’analisi sul greggio di Kpler, aveva avvertito che con lo Stretto chiuso il
barile poteva volare a 120-130 dollari, ma “at
least temporarily” (almeno temporaneamente), poiché si assumeva che
nessuno potesse reggere a lungo quel blocco, che avrebbe ritorto il colpo
contro Teheran tagliandole l’export e i legami con la Cina. Si era preventivato
uno shock-lampo; è arrivato un
logorìo di quattro mesi. Ed è qui che la pazienza del bazaar ha fatto la
differenza.
L’Iran ha rovesciato proprio la
premessa dei modelli occidentali: ha tenuto duro per mesi accettando di
rimetterci in prima persona — meno greggio venduto, clienti spazientiti — ma
sapendo di poter sopportare la ferita più a lungo di Washington. E mentre i
serbatoi americani si svuotavano sul serio, l’allarme ha cambiato tempo
verbale, passando dal futuro al presente. “We have to solve this
problem in the Strait of Hormuz” (Dobbiamo risolvere questo problema
nello Stretto di Hormuz), ha ammesso Mike Sommers, presidente
dell’American Petroleum Institute, mentre le scorte statunitensi viaggiavano
verso i minimi storici. Vince chi regge l’attrito, non chi colpisce più forte:
l’aritmetica romana, misurata in barili anziché in legioni.
La seconda scommessa persa è
l’illusione dell’insularità. Gli Stati Uniti importano pochissimo dal Golfo
Persico e a Washington la batosta sembrava un guaio confinato ad asiatici ed
europei. Salvo poi riscoprire che il prezzo del petrolio è globale e che lo
Stretto da cui passa circa il 20% del commercio mondiale di greggio e gas non
manda il conto solo a Pechino. Il conto è arrivato puntuale alla pompa
dell’Ohio: benzina a 4,11 dollari al gallone contro i 3,12 dell’anno prima e
inflazione al 4,2%, la più alta in tre anni. Il peggio doveva ancora venire,
perché le scorte usate per tamponare i prezzi rischiavano di prosciugarsi nel
giro di settimane, proprio nel pieno della stagione dei viaggi estivi.
Ecco perché Trump è corso al tavolo
delle trattative con il cronometro in mano. Nonostante la sfoggiata forza
militare, si è ritrovato con una pistola economica puntata alla tempia, il cui
grilletto è mosso dal calendario elettorale: a Teheran si contratta con la
flemma del mercante, mentre a Washington i serbatoi si svuotano e le elezioni
di metà mandato si avvicinano. La firma del memorandum d’intesa non spegne
l’incendio: anche a Stretto riaperto, gli analisti avvertono che i flussi
globali si normalizzeranno solo verso il quarto trimestre. Tra petroliere
bloccate, scorte da ricostituire e infrastrutture danneggiate, l’inflazione
continuerà a cavalcare le nostre vite.
Nessuno, dunque, potrà dire di non aver
saputo. Pirro, almeno, poteva giurare di non aver previsto la tenacia di Roma;
qui il preventivo lo avevano scritto gli analisti, mese per mese, cifra per
cifra. Oltre alla beffa, però, rimane l’inganno. Infatti, dopo aver fatto
credere per anni, a suon di dichiarazioni altisonanti, che il regime iraniano
andasse radicalmente debellato in quanto minaccia globale — si ricordi l’8
aprile 2019, quando il New York Times titolava “Trump
Designates Iran’s Revolutionary Guards a Foreign Terrorist Group”,
riportando la storica decisione di bollare un’intera branca militare statale
come organizzazione terroristica — ieri il presidente ha liquidato la questione
dicendo: “I
never cared about regime change. It was never a part” (Non mi è mai
importato del cambio di regime. Non ne ha mai fatto parte).
Eppure, come in ogni accordo, il diavolo si
nasconde nei dettagli. E i dettagli raccontano una storia diversa dalle
fanfare. Il memorandum apre una finestra negoziale di sessanta giorni e
promette, a regime, la fine dell’embargo: la rimozione di tutte le sanzioni,
comprese quelle delle Nazioni Unite e quelle unilaterali americane sull’export
di greggio. In cambio, Teheran ribadisce l’impegno a non dotarsi di armi atomiche, mentre il nodo
dell’arricchimento viene rinviato al tavolo finale.
Il punto più clamoroso, però, riguarda i soldi. Il testo
prevede la creazione di un fondo di 300 miliardi di dollari per la
“ricostruzione e lo sviluppo economico” dell’Iran, da finanziare
insieme ai partner regionali, le monarchie arabe del Golfo. Qui Washington
gioca una partita sottile, perché non spende un dollaro. JD Vance, lo precisa in
conferenza stampa, bollando come falsa la notizia di un investimento americano
e giurando di “non investire nemmeno 10 cents”. Il ruolo degli Stati
Uniti è quello di revocare tutte le sanzioni e consentire anche ad altri paesi d’investire. “Permetteremo
investimenti nella ricostruzione del loro Paese”, spiega Vance, evocando
l’immagine di una centrale elettrica costruita dagli Emirati in territorio
iraniano. Il tutto, solo se ad accordi conclusi Teheran rispetta le condizioni.
Una finestra di sessanta giorni e un
sollievo economico condizionato sono, in fondo, il terreno ideale per questi
maestri dell’attesa. L’Iran porta a casa la firma, l’embargo cade, il greggio
torna a fluire, e i dettagli che contano davvero — l’arricchimento, i missili,
i tempi — restano consegnati a un negoziato futuro, dove la flemma del mercante
può lavorare indisturbata.
Washington, dal canto suo, si prepara a
rimuovere l’embargo, spalanca le casseforti delle monarchie del Golfo e rischia
così di contribuire alla stabilizzazione economica di un regime che per anni
aveva indicato come una minaccia da contenere. Un’altra voce, anch’essa, nel
bilancio della vittoria di Pirro.
Questo quadro di condizioni storiche
presenta analogie con la consolidata prassi diplomatica persiana, storicamente
imperniata sulla dilazione temporale e sulla condotta ambigua. Nel corso del
XIX secolo, la dinastia Qajar, minacciata dalle opposte pressioni degli imperi
russo e britannico, garantì la propria continuità istituzionale attraverso una
strategia di bilanciamento geopolitico, alternando concessioni asimmetriche a
tattiche dilatorie. Il caso della crisi del tabacco del 1890,
culminato nella rescissione formale della concessione britannica a seguito di
pressioni interne, evidenzia come per Teheran i vincoli contrattuali
rappresentino storicamente variabili negoziali e non esiti definitivi. Tale
approccio traspone i meccanismi del bazar nelle relazioni internazionali: si
formalizzano tempestivamente le intese utili a ottenere benefici immediati —
quali l’allentamento del regime sanzionatorio e il ripristino delle transazioni
finanziarie — differendo sine die i restanti impegni gravosi.
Questo drastico voltafaccia ha lasciato
la popolazione e la diaspora iraniana intrappolate in un profondo dilemma
emotivo e politico. Se da un lato gli iraniani in patria esprimono sollievo per
lo scampato pericolo di una guerra totale con la possibilità di vedere nuovi
investimenti senza embarghi, dall’altro vivono questo accordo come un doloroso
tradimento. La decisione di Washington di abbandonare la linea del “cambio
di regime” e di sbloccare miliardi di dollari in asset congelati è vista
dagli attivisti come una formale legittimazione della teocrazia di Teheran,
spegnendo le speranze di una svolta vicina e alimentando la convinzione che il
futuro della transizione democratica dipenderà esclusivamente dalle forze della
resistenza interna.
Di fronte alle trasformazioni violente
dello scacchiere mediorientale, l’Unione Europea ha allineato la propria
condotta a una logica di laissez-faire geopolitico: un
non-intervento calcolato, che tollera le sistematiche violazioni dei diritti
umani di attori chiave come l’Iran pur di salvaguardare una parvenza di
stabilità nei mercati regionali. La rinuncia ai princìpi fondativi nasce da una
fragilità anteriore alla crisi mediorientale: l’Europa è già claudicante,
segnata dalla frattura — energetica, commerciale, geopolitica — consumatasi con
la Federazione Russa. Ne deriva un’asimmetria etica evidente, in cui la difesa
dei diritti universali cede il passo alle urgenze della sicurezza economica.
È in questa asimmetria etica che si
consuma il declassamento delle cancellerie del vecchio continente, ridotte al
rango di moderni valvassori della geopolitica contemporanea. Sospesa
tra subalternità e realpolitik, Bruxelles si confronta intanto con l’amara
consapevolezza di non poter azzerare i rapporti con Vladimir Putin. La
necessità di riaprire canali diretti è emersa chiaramente anche nei recenti
contatti diplomatici promossi dal Consiglio Europeo guidato da
António Costa, mentre resta ancora l’incognita su chi assumerà formalmente il
ruolo di emissario ufficiale.
Questa medesima urgenza costringe
l’Europa a subire le decisioni unilaterali delle grandi potenze a scapito della
propria autonomia strategica; il continente abdica così alla propria funzione
di garante internazionale, accettando una marginalità destinata a eroderne, nel
lungo periodo, la forza negoziale. La stabilità energetica temporanea rischia
di pagare il prezzo di un’irrimediabile irrilevanza storica.
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