Venticinque anni dopo l’11 settembre: al‑Qaida non ha vinto, ma il jihadismo è diventato globale.
di Claudio Bertolotti.
Momento di bilanci: l’11 settembre e la guerra al terrore sono stati un fallimento? E, se l’Occidente ha fallito, al‑Qaida ha vinto?
Io parlerei di un fallimento strategico parziale, perché occorre distinguere
i diversi livelli. Sul piano tattico e operativo, l’Occidente ha ottenuto
risultati rilevanti: ha distrutto santuari, eliminato leader, smantellato
catene di comando, impedito ad al‑Qaida di replicare un’operazione della
portata dell’11 settembre e, successivamente, ha abbattuto il califfato
territoriale dello Stato islamico.
Il fallimento è stato politico e strategico. Si è pensato di poter
sconfiggere militarmente non soltanto un’organizzazione, ma un fenomeno
ideologico e sociale. E si è finito per sovrapporre lotta al terrorismo,
cambiamento di regime e costruzione dello Stato. L’Iraq ha creato il vuoto nel
quale è cresciuto lo Stato islamico; l’Afghanistan si è concluso con il ritorno
al potere dei talebani.
Ma il fallimento dell’Occidente non coincide automaticamente con la vittoria di al‑Qaida. Al‑Qaida non ha rovesciato i regimi arabi, non ha espulso l’Occidente dal mondo musulmano e non ha costruito il califfato universale. Bin Laden ha però ottenuto un risultato indiretto: trascinare gli Stati Uniti in guerre lunghe e costose, polarizzare le società e trasformare il jihad da progetto di un’organizzazione in un fenomeno globale. Al‑Qaida non ha vinto la guerra, ma l’Occidente è entrato, almeno in parte, nella trappola strategica preparata da al‑Qaida.
El Difraoui sostiene che il jihadismo non sia mai stato così diffuso, pur non essendo necessariamente più forte. Sei d’accordo? Qual è il pericolo?
Sì, sono d’accordo, purché non si confonda la diffusione con la forza. Nel
2001 il jihadismo era concentrato in pochi teatri e dipendeva maggiormente da
organizzazioni, leader e santuari. Oggi è molto meno centralizzato, ma è
presente dall’Afghanistan al Sahel, dal Corno d’Africa allo Yemen, fino alle
comunità virtuali e agli individui radicalizzati in Europa.
Il paradosso è evidente anche nei numeri: secondo ReaCT, il nostro rapporto
annuale, nel 2025 il 92 per cento delle azioni jihadiste in Europa è stato
compiuto da individui e la metà ha avuto carattere emulativo; allo stesso
tempo, dal 2022 nessun attentato ha conseguito un vero successo strategico. Il
jihadismo è dunque più diffuso, ma non necessariamente più capace.
Ed è proprio questa dispersione a rappresentare il pericolo. Una minaccia diffusa è meno visibile, più resiliente e non ha bisogno di una grande organizzazione centrale. È sufficiente una narrazione globale che un gruppo locale possa adattare alla propria guerra o che un singolo individuo possa trasformare in violenza di prossimità. Non dobbiamo quindi lasciarci rassicurare dall’assenza di grandi attentati coordinati: la minaccia contemporanea è meno spettacolare, ma più ubiqua, frammentata e difficile da anticipare.
.Quale eredità ritroviamo nei gruppi jihadisti contemporanei? Che cosa hanno imparato in questi venticinque anni?
Hanno imparato, anzitutto, che sopravvivere è più importante che controllare
un territorio. I grandi campi di addestramento, le gerarchie rigide e le
strutture visibili possono essere individuati e distrutti. Una rete
clandestina, un sistema di franchising o una costellazione di cellule autonome,
invece, può perdere i propri leader e continuare a operare.
Hanno poi imparato a collegare l’ideologia globale alle rivendicazioni
locali. Al‑Qaida ha progressivamente affidato il proprio marchio a gruppi
radicati nei conflitti africani, mediorientali e asiatici; lo Stato islamico ha
perfezionato l’esternalizzazione della violenza, trasformando simpatizzanti e
individui radicalizzati in strumenti tattici autonomi.
La terza lezione riguarda il tempo. Le democrazie ragionano sulla durata dei
governi e delle missioni militari; i movimenti jihadisti possono attendere
anni. Il ritorno dei talebani a Kabul, pur appartenendo a una prospettiva
prevalentemente nazionale, è stato utilizzato dalla propaganda jihadista come
dimostrazione che la perseveranza può logorare anche una potenza superiore.
Infine, hanno compreso che l’obiettivo dell’attentato non è soltanto uccidere.
È provocare una reazione, alimentare paura, polarizzazione e ostilità verso le
comunità musulmane, rendendo credibile la narrativa del “noi contro loro”. In
sintesi, l’Occidente ha imparato a decapitare le organizzazioni; i jihadisti
hanno imparato a sopravvivere alla decapitazione. Ed è questo il lascito più
insidioso dei venticinque anni successivi all’11 settembre.
Droni, sabotaggi e voto: la guerra ibrida russa si avvicina all’Italia?
Il 1° settembre 2026 il
governo tedesco ha attribuito alla Russia il tentato attacco del 4 agosto
all’aeroporto di Lipsia/Halle, dove un drone dotato di esplosivo e sistema di
detonazione è stato rinvenuto nell’area di sicurezza, in prossimità di velivoli
cargo ucraini. Berlino ha indicato come base dell’attribuzione la convergenza
tra indagini di polizia, modalità operative e risultanze d’intelligence. Mosca
respinge l’accusa. La Germania ha annunciato misure diplomatiche e ulteriori
iniziative in sede europea.
Questo evento segna un
possibile salto di qualità nella pressione ibrida attribuita alla Russia. Ma
quanto è distante quel fronte dall’Italia? Dai sabotaggi alle operazioni cyber,
fino alla manipolazione informativa e alle possibili interferenze elettorali,
Claudio Bertolotti analizza una minaccia che tende a muoversi deliberatamente
sotto la soglia della guerra convenzionale. Il vero obiettivo di Mosca non
sarebbe lo scontro diretto con la NATO, quanto aumentare vulnerabilità, costi e
divisioni interne all’Europa. E l’Italia, per peso politico e infrastrutture
strategiche, non può considerarsi al riparo.
La Germania accusa la Russia del lancio di droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia. Cosa possiamo aspettarci?
Credo
che quanto accaduto a Lipsia non debba essere letto soltanto per quello che
materialmente è, ma soprattutto per quello che avrebbe potuto produrre. Un
drone non ha provocato l’esplosione prevista e, dunque, sul piano tattico
l’azione è fallita. Ma sarebbe un errore fermarsi a questo dato. Sul piano
strategico, invece, l’episodio ha già prodotto un effetto perchè ha dimostrato,
almeno secondo l’attribuzione formulata dal governo tedesco, che un attore
ostile è in grado di portare un dispositivo esplosivo all’interno di un’infrastruttura
critica europea e di avvicinarlo a velivoli inseriti nella catena logistica di
sostegno all’Ucraina. E questo è un problema, quasi scontato, ma che non ha
destato preoccupazione fin quando la vulnerabilità non è stata resa palese;
così cambia la prospettiva. Lipsia/Halle non è un aeroporto qualsiasi, ma è un
grande nodo logistico europeo, elemento della capacità di trasporto strategico
utilizzata dalla NATO. E colpire, o tentare di colpire, quel sistema significa
agire contro uno degli elementi che consentono all’Europa di sostenere
materialmente Kiev, ma senza attaccare direttamente un comando o
un’infrastruttura direttamente della NATO. È quella zona grigia in cui la
competizione ibrida trova la propria convenienza.
Cosa
succederà adesso? Probabile aspettarsi una risposta calibrata. Berlino ha già
scelto la strada diplomatica, delle restrizioni, delle sanzioni e del
rafforzamento della sicurezza. Non credo che la Germania abbia interesse a
trasformare automaticamente l’episodio in una crisi militare con Mosca, poiché
non c’è convenienza, né capacità in questo senso. C’è un però: il problema sarà
dimostrare che un’azione sotto la soglia della guerra non sia un’azione priva
di costo, ed è qui che si gioca la credibilità europea: rispondere senza offrire
alla Russia il vantaggio dell’escalation, ma facendo aumentare progressivamente
il costo politico, diplomatico, economico e operativo di simili iniziative.
Il
vero rischio non è tanto ciò che accadrà domani mattina, quanto la
normalizzazione di episodi di questo tipo. Se un tentativo di sabotaggio contro
un’infrastruttura strategica viene assorbito come uno dei tanti incidenti della
guerra in Ucraina, allora la soglia di ciò che diventa politicamente
accettabile tende inevitabilmente a spostarsi. E quando la soglia si sposta,
aumenta lo spazio per l’azione successiva. È un problema tutto nostro, non
della Russia.
Per alcuni analisti la Russia ha dichiarato
la guerra (ibrida) ad uno dei Paesi europei più importanti. Ma è una
dichiarazione di guerra all’Europa intera oppure nulla di tutto ciò?
Dobbiamo
essere realisti: non è una “dichiarazione di guerra”, e non userei nemmeno il
termine perché rischia di farci interpretare con le categorie della guerra
convenzionale un fenomeno che, per sua natura, tende proprio a sottrarsi a
quelle categorie. La guerra ibrida funziona perché consente di esercitare
pressione sull’avversario senza assumersi formalmente la responsabilità
politica e giuridica di una guerra: è la “plausibile negabilità” dell’atto, e
in questo la Russia (come l’Iran e la Corea del Nord) è maestra. Sabotaggio,
cyber-attacchi, disinformazione, interferenze, ricorso a intermediari e agenti
sacrificabili hanno in comune il vantaggio comune di rendere più complessa
l’attribuzione e, conseguentemente, più difficile la risposta.
Direi
quindi che, se l’attribuzione tedesca verrà consolidata dalle risultanze
investigative, Lipsia rappresenterà un ulteriore salto di qualità in una
campagna di pressione che l’Europa considera già in corso. Non è necessario che
Mosca “dichiari” una guerra ibrida alla Germania, perché la caratteristica
della competizione ibrida è esattamente l’assenza di quella dichiarazione. È
così, lo è da tempo.
E non
parlerei neppure di una dichiarazione di guerra all’Europa intera. Parlerei,
piuttosto, di un messaggio rivolto all’intero sistema europeo in cui nessun
Paese che contribuisca in maniera significativa al sostegno dell’Ucraina può
più considerarsi esterno al conflitto. Questo non significa che la Russia
voglia combattere militarmente contro l’Europa o contro la NATO, anzi è
esattamente il contrario e io continuo a ritenere che Mosca abbia tutto
l’interesse a evitare un confronto militare diretto con l’Alleanza. Il
paradosso però è evidente in quanto, nel tentativo di aumentare la pressione
sull’Europa senza arrivare alla guerra, la Russia tende a moltiplicare le
occasioni nelle quali un errore, una vittima, un sabotaggio riuscito o una
reazione non prevista potrebbero avvicinare proprio quel confronto che avrebbe
interesse a evitare.
La
Germania, poi, ha un valore particolare perché è una potenza economica,
industriale e logistica centrale, oltre ad essere uno dei principali
sostenitori europei dell’Ucraina, ed è politicamente determinante per la tenuta
della risposta europea. Fare pressione sulla Germania significa quindi tentare
di produrre un effetto che va ben oltre i confini tedeschi, significa influire
sulla percezione del rischio, sul consenso interno, sui costi del sostegno a
Kiev e, in ultima analisi, sulla coesione europea.
E la Nato?
La
NATO è di fronte a uno scenario che si basa sull’accettazione di una
distinzione fondamentale. La posizione dell’Alleanza è complessa perché deve
garantire deterrenza senza trasformare automaticamente ogni azione ibrida in un
casus belli.
L’Articolo
5 non è un interruttore che scatta automaticamente ogni volta che si verifica
un sabotaggio, un cyber-attacco o un’incursione con un drone. La valutazione
dipende dalla natura dell’azione, dagli effetti prodotti, dalla sua
attribuzione e dalla gravità complessiva e per questo, nel caso di Lipsia, il
punto più importante non è chiedersi se debba essere invocato l’Articolo 5, ma
comprendere come l’Alleanza possa impedire che la fascia al di sotto di quella
soglia diventi uno spazio operativo nel quale l’avversario possa agire quasi
impunemente.
Il
punto, a mio avviso, è che la deterrenza deve funzionare anche sotto la soglia
dell’Articolo 5, e se funziona soltanto quando siamo già di fronte a un attacco
armato convenzionale, allora lasciamo all’avversario uno spazio enorme nel
quale operare. Ed è precisamente quello spazio che oggi deve essere ridotto.
In Europa agirebbero molti agenti al
servizio della Federazione Russa. Dovremmo aspettarci un’intensificazione delle
azioni di sabotaggio?
È uno
scenario plausibile, e direi che dobbiamo prepararci a un aumento della
pressione, senza però trasformare una valutazione di rischio in una certezza
predittiva. Il punto che più trovo interessante è che il modello operativo che
le autorità europee stanno descrivendo non è necessariamente costituito da
agenti professionisti inviati da Mosca, ma da reti molto più flessibili,
composte da intermediari, criminali, soggetti reclutati attraverso piattaforme
digitali e quelli che i tedeschi definiscono, con un’espressione efficace,
“agenti usa e getta”: e anche qui ci vedo un parallelo con quanto starebbe
facendo l’Iran attraverso il reclutamento delle gang giovanili di immigrati per
destabilizzare la sicurezza (o la percezione di sicurezza) dei paesi europei
target.
E
questo avviene perché è un modello particolarmente conveniente che riduce il
costo dell’operazione, aumenta la distanza tra mandante ed esecutore e rende
più difficile ottenere una prova giudiziaria capace di ricondurre l’intera catena
di comando allo Stato che avrebbe promosso l’azione. L’esecutore può sapere
pochissimo del committente e persino ignorare la finalità strategica
dell’incarico, e proprio questa frammentazione è la forza del sistema.
Per
questo mi aspetto che la minaccia evolva più in termini di quantità,
diversificazione e imprevedibilità che attraverso operazioni necessariamente
spettacolari: depositi, ferrovie, aeroporti, reti energetiche, aziende della
difesa, sistemi informatici e infrastrutture legate al sostegno all’Ucraina
costituiscono obiettivi potenzialmente vulnerabili. Non tutti gli episodi
saranno riconducibili alla Russia e sarebbe metodologicamente sbagliato
attribuire automaticamente a Mosca ogni incendio, guasto o sabotaggio. Ma è
proprio la moltiplicazione degli eventi ambigui a produrre uno degli effetti
desiderati dalla guerra ibrida: rendere più difficile distinguere il caso, il
crimine comune, l’attivismo politico e l’operazione coordinata da un servizio
d’intelligence.
La
risposta europea dovrà quindi essere prima di tutto di metodo perchè occorre
mettere in relazione gli episodi, condividere intelligence e indicatori,
seguire i flussi finanziari e le modalità di reclutamento, proteggere le
infrastrutture e, soprattutto, evitare due errori opposti: sottovalutare il
fenomeno e attribuire alla Russia qualunque evento anomalo.
E
dunque sì, ritengo probabile un’intensificazione della competizione ibrida
nella misura in cui questa continuerà a offrire a Mosca risultati politici e
psicologici a costi relativamente contenuti, per quanto, proprio per questo, la
risposta più efficace non può essere quella emotivamente più forte, bensì
quella capace di ridurre progressivamente il tornaconto strategico di queste
operazioni, rendendole più difficili da organizzare, più facili da attribuire
e, soprattutto, più costose da promuovere.
Quanto è distante Lipsia dall’Italia? È un
campanello d’allarme anche per noi?
Non è
così distante, perché Lipsia dimostra che la minaccia ibrida non riguarda più
soltanto cyber-attacchi o propaganda, ma può tradursi in azioni fisiche contro
infrastrutture critiche, nodi logistici, trasporti ed energia. L’Italia dispone
di porti, aeroporti, reti ferroviarie e infrastrutture militari che hanno un
ruolo rilevante anche nel sostegno all’Ucraina: quindi il rischio non è
teorico. Il campanello d’allarme è proprio questo: la guerra può entrare nello
spazio europeo senza assumere la forma della guerra convenzionale. E la
presenza di gruppi o movimenti antagonisti o di estrema sinistra e destra
vicini alla Russia non può che aumentare la probabilità di tali azioni.
Il ministro degli Esteri italiano,
Antonio Tajani, parla di possibili interferenze russe nelle elezioni. Perché è importante
non sottovalutare?
Perché
l’obiettivo non è necessariamente “far vincere” un partito, ma alterare il
contesto nel quale gli elettori maturano le proprie decisioni, polarizzare,
amplificare le divisioni esistenti, delegittimare le istituzioni e il processo
elettorale e, ancora, esasperare le masse, o porzioni di elettorato su temi
sensibili, di fatto creando una polarizzazione sociale e politica. Tajani ha
ragione quando sottolinea la necessità di intervenire prima, perché le
operazioni di influenza funzionano soprattutto quando riescono a confondersi
con il normale dibattito politico e informativo.
In che
modo le interferenze russe si sono intensificate sull’Italia dal 2022 a oggi?
Quali i settori più sensibili?
Dal
2022 il salto di qualità riguarda soprattutto la convergenza tra strumenti diversi,
dalla disinformazione, alla manipolazione informativa, alle cyber-attività,
reti di influenza e al potenziale sabotaggio di obiettivi industriali o
infrastrutturali. E in questo quadro evolutivo non dobbiamo porre in secondo
piano la possibile convergenza dei gruppi antagonisti. I settori più sensibili
sono quelli che incidono direttamente sulla resilienza dello Stato, come il
sistema politico-elettorale, lo spazio informativo e i social media, così come
le infrastrutture energetiche e digitali, i trasporti, porti, aeroporti e
filiera industriale della difesa. Il punto, però, è non leggere questi
strumenti separatamente, in quanto la forza della strategia ibrida sta proprio
nella loro combinazione perché consente di produrre un effetto strategico senza
superare apertamente la soglia della guerra.
Una NATO senza NATO: il Patto della Mecca e il nuovo ordine della sicurezza regionale
Turchia, Arabia Saudita e Pakistan costruiscono un nuovo polo di deterrenza tra Medio Oriente e Asia. Più che un’alleanza alternativa all’Occidente, il Patto della Mecca è il segnale di un ordine multipolare nel quale le potenze regionali vogliono passare da consumatori a produttori di sicurezza.
Il Mecca Joint
Defence Agreement sottoscritto il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia
e Pakistan, è certamente un evento strategicamente significativo, pur essendo
lontano dall’essere un’alleanza paragonabile per capacità, struttura e coesione
alla NATO.
Partirei da un dato che considero essenziale, ossia il
fatto che il testo integrale dell’accordo non è stato ancora reso pubblico.
Disponiamo delle dichiarazioni dei governi e delle indicazioni successive fornite
in particolare da Ankara, sappiamo che un attacco armato contro uno dei tre
firmatari viene considerato un attacco contro tutti, sappiamo, inoltre, che
sono previsti meccanismi di coordinamento politico-militare ai massimi livelli,
esercitazioni congiunte, cooperazione industriale e tecnologica e attività nei
domini terrestre, marittimo e aereo, oltre che nei settori della difesa aerea,
dei sistemi unmanned, della guerra
elettronica e dell’intelligenza artificiale. È dunque qualcosa di più di una
dichiarazione politica, ma non sappiamo ancora fino a che punto l’obbligo di
mutua assistenza sia automatico né quale forma debba assumere concretamente la
risposta militare. Ed è proprio qui che, a mio avviso, occorre iniziare
l’analisi.
L’Articolo 5 non fa, da solo, una NATO
La formula «un attacco contro uno è un attacco contro
tutti» è evocativo e porta a un’immediata associazione all’Articolo 5 del
Trattato Nord Atlantico. Ma sarebbe un errore confondere il principio politico
della difesa collettiva con la capacità militare di esercitarla.
La NATO non è semplicemente una promessa di
solidarietà, ma è il risultato di oltre settant’anni di integrazione militare,
strutture permanenti di comando, pianificazione operativa, procedure comuni,
standardizzazione, interoperabilità, intelligence condivisa, logistica
integrata, esercitazioni continuative e una cultura strategico-militare
consolidata. Il vero valore intrinseco dell’Articolo 5 deriva dal fatto che
dietro quella dichiarazione politica esiste una macchina militare in grado di
trasformarla in azione.
Il Mecca Joint Defence Agreement non è nulla di tutto
ciò, poiché deve ancora costruire le basi di un’ipotetica infrastruttura
integrata.
È significativo che la stessa Turchia abbia indicato
come prossimo passaggio proprio l’istituzionalizzazione dell’iniziativa che
prevede la creazione di un’agenda di incontri dei ministri della Difesa e degli
Esteri, il coinvolgimento dei capi di Stato maggiore, le esercitazioni
congiunte e i programmi comuni nel settore industriale e tecnologico, con ciò
significando che i tre firmatari sono consapevoli del problema e stanno
cercando di passare dalla prima e generica dichiarazione di solidarietà a una
capacità di cooperazione militare strutturata. E proprio per questo sarei –
come sono – cauto nel considerare l’iniziativa come una NATO alternativa ma parlerei
piuttosto di un embrione di
architettura di sicurezza collettiva.
La chiave interpretativa: non rottura, ma hedging
Trovo particolarmente convincente la lettura proposta
da Tim Chattell di Chatham House, che già prima della firma dell’accordo
interpretava il possibile ingresso turco nel sistema saudita-pakistano come una
strategia di hedging, ossia la creazione di una “ridondanza nelle
proprie garanzie di sicurezza senza abbandonare quelle esistenti”. Chattell
osservava correttamente che Ankara non otterrebbe dal Pakistan e dall’Arabia
Saudita una protezione militare migliore di quella offerta dalla NATO, ma
acquisirebbe maggiore flessibilità strategica, peso regionale, possibilità di
espansione industriale e un ulteriore strumento negoziale.[1]
È un’interpretazione alla quale mi sento molto vicino,
perché non credo che Turchia, Arabia Saudita e Pakistan stiano scegliendo tra
Stati Uniti e un nuovo ordine regionale, bensì ritengo più probabile che stiano
cercando di non dover scegliere.
Questo è uno degli elementi caratterizzanti dell’attuale
sistema multipolare, in cui le potenze regionali non costruiscono più
necessariamente alleanze esclusive, ma accumulano relazioni, partenariati e
garanzie differenti, a volte anche contraddittorie, così da aumentare la
propria libertà d’azione.
La Turchia può così rimanere nella NATO e
contemporaneamente costruire una rete militare con Riyadh e Islamabad, mentre
il Pakistan può mantenere la propria relazione strategica con la Cina,
dialogare con Washington e contemporaneamente diventare garante della sicurezza
saudita, e Riyadh può continuare ad acquistare equipaggiamenti militari statunitensi
e allo stesso tempo costruire un’alternativa parziale alla dipendenza dagli
Stati Uniti.
Non vedo incoerenza, anzi, rilevo un’autonomia
strategica attraverso lo strumento della ridondanza strategica (strategic redundancy).
Burcu Ozcelik del RUSI aggiunge un elemento
interessante valutando l’accordo come fattore compatibile anche con la
richiesta americana di maggiore burden-sharing, cioè che gli alleati
regionali assumano direttamente una parte crescente dei costi e delle
responsabilità della propria sicurezza. E questa può essere letto come una
scelta che si sposa alla concezione turca delle «soluzioni regionali ai
problemi regionali».[2]
Da questo punto di vista, l’accordo potrebbe paradossalmente essere sia un
sintomo della ridotta fiducia nell’ombrello statunitense, sia una risposta
coerente alle richieste americane di maggiore autonomia degli alleati.
La complementarità: denaro, capacità convenzionale,
deterrenza
La forza potenziale dell’intesa risiede nella
complementarità dei tre firmatari. Se da un lato, l’Arabia Saudita dispone di
risorse finanziarie straordinarie, centralità energetica, capacità di
investimento e crescente ambizione politico-diplomatica, dall’altro la Turchia
mette sul tavolo ciò che Riyadh non possiede nella stessa misura: un grande
apparato militare, esperienza operativa, una base industriale della difesa
sempre più autonoma e competenze consolidate nei droni, nei sistemi navali,
nella missilistica, nell’elettronica e nelle piattaforme terrestri. Infine, il
Pakistan aggiunge una grande forza armata, esperienza operativa, una posizione
strategica tra Medio Oriente, Asia meridionale e Cina e, soprattutto, il
fattore nucleare (da non confondere però con l’ipotesi di un “ombrello nucleare”
pakistano a sostegno degli alleati, come ho voluto approfondire nel successivo
paragrafo).
È così quasi inevitabile sintetizzare la relazione
secondo una formula strutturata su capitale saudita, tecnologia e capacità
operativa turca, massa militare e deterrenza pakistana. Ma proprio
sull’ultima componente occorre la maggiore prudenza.
L’ombrello nucleare pakistano: deterrenza reale o
ambiguità strategica?
Una parte del dibattito internazionale tende a
considerare il Pakistan come il potenziale fornitore di un’extended nuclear deterrence all’Arabia Saudita e, ora, almeno
teoricamente, anche alla Turchia. Io invece credo che questa conclusione sia ampiamente
azzardata, o quantomeno prematura.
Samir Puri e Marion Messmer di Chatham House hanno poi
osservato, analizzando il precedente accordo bilaterale saudita-pakistano del
settembre 2025, che l’intesa non menzionava esplicitamente né armi nucleari né
cooperazione nucleare. Allora come oggi, Islamabad non aveva formalmente offerto a
Riyadh il proprio deterrente e non esistevano indicazioni di un possibile
dispiegamento fisico di testate sul territorio saudita.[3]
Sameer Ali Khan, nel Nuclear Network del CSIS, va
ancora oltre e mette in evidenza il rischio di un’ambiguità di fondo dove il
deterrente nucleare pakistano, sviluppato essenzialmente in funzione dell’India,
se esteso al Medioriente comporterebbe una radicale revisione della dottrina
pakistana della Credible Minimum Deterrence, di fatto aumentando
requisiti di comando e controllo, capacità C4ISR, vettori e numero delle forze
disponibili. Islamabad rischierebbe cioè di promettere una garanzia che
potrebbe non essere in grado di rendere pienamente credibile.[4]
E questo sarebbe un rischio eccessivo che Islamabad non accetterebbe sul serio.
La prudenza è dunque d’obbligo perché la deterrenza
nucleare non consiste nel possedere una bomba e dichiararsi disponibili a
proteggere un alleato, ma è soprattutto credibilità
della volontà politica di utilizzarla.
Dobbiamo allora porci un paio di domande molto
semplice: il Pakistan sarebbe realmente disposto a rischiare un’escalation nucleare
per difendere Riyadh? E sarebbe disposto a farlo per Ankara?
Oggi non abbiamo elementi sufficienti per rispondere
affermativamente, ma l’ambiguità può però essere deliberata in quanto il
semplice dubbio sulla possibilità di un coinvolgimento nucleare pakistano
aumenta l’incertezza dell’eventuale aggressore e produce, entro certi limiti,
un effetto deterrente. Ma il problema è che l’ambiguità strategica funziona
finché non viene messa alla prova.
Tre alleati, ma tre mappe delle minacce
Qui arriviamo, a mio avviso, al principale punto di
fragilità in quanto le alleanze diventano solide quando i membri condividono
una percezione relativamente omogenea della minaccia, e Turchia, Arabia Saudita
e Pakistan non hanno questa omogeneità.
Per Islamabad, l’India rimane il riferimento
strategico fondamentale. Per Riyadh, le priorità sono la sicurezza del Golfo,
la stabilità delle rotte energetiche, l’Iran, le capacità missilistiche e le
minacce provenienti dagli attori non statali regionali. Per Ankara, lo spazio
strategico è molto più esteso: Siria, Mediterraneo orientale, Caucaso, Mar
Nero, Russia, dinamiche curde, Israele e competizione per il ruolo di potenza
regionale.
Carnegie pone correttamente il problema in termini
molto concreti guardando alle dinamiche dei singoli attori e ponendo legittimi
dubbi di concretezza sull’ipotesi più estrema: se l’Arabia Saudita fosse
attaccata dall’Iran, Ankara e Islamabad entrerebbero realmente in guerra al suo
fianco? La risposta non è automatica poiché un eventuale attacco determinerebbe
consultazioni tra i tre governi per stabilire la risposta.[5]
Questo aspetto è rilevante perché il patto stabilisce una solidarietà politica
automatica, ma non è ancora chiaro se stabilisca un intervento militare
automatico. È una differenza sostanziale.
Contenere l’Iran oppure contenere Israele?
Un’altra semplificazione che eviterei è interpretare
il patto esclusivamente come una «NATO sunnita» costruita contro l’Iran in
quanto la realtà regionale del 2026 è molto più complessa. Certamente la
pressione militare iraniana e la vulnerabilità degli Stati del Golfo hanno
accelerato la ricerca di nuove garanzie di sicurezza, ma l’accordo credo vada
interpretato come un tentativo di evitare un vuoto di sicurezza prodotto
dall’indebolimento dell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti.
Emerge però una dinamica differente basata su una
convergenza tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan finalizzata anche a limitare
l’espansione dell’influenza israeliana nella regione e, secondo questa lettura,
l’aggregazione non sarebbe semplicemente anti-iraniana, ma risponderebbe
all’esigenza di impedire che una sola potenza regionale – Israele – possa
acquisire una posizione egemonica approfittando dell’indebolimento iraniano.
Le due ipotesi non sono necessariamente alternative, direi,
anzi, che è proprio questa ambivalenza a rendere interessante il patto.
Riyadh e Ankara non vogliono un Iran egemone, ma
non vogliono neppure un Israele egemone, e la loro preferenza sembra
orientarsi verso un equilibrio regionale nel quale nessuna potenza possa
imporre unilateralmente le proprie condizioni. Quindi non parlerei di
un’alleanza «contro» qualcuno, almeno nella sua fase iniziale, ma la leggo
piuttosto come uno strumento volto a impedire che gli equilibri regionali
vengano definiti da altri.
Il fattore India
Il problema indiano è forse quello più sottovalutato
da una lettura esclusivamente mediorientale dell’accordo in quanto il Pakistan
entra nell’intesa portando con sé una rivalità strategica che non appartiene
naturalmente agli altri due firmatari.
L’Arabia Saudita mantiene importanti relazioni
economiche con l’India mentre la Turchia ha assunto in diverse occasioni
posizioni vicine a Islamabad sulla questione del Kashmir; in questo quadro il
rischio è che una crisi indo-pakistana possa mettere alla prova una clausola di
solidarietà concepita principalmente per altre minacce.
Anche qui emerge una domanda di credibilità, ossia se
Riyadh sarebbe realmente disposta a considerare un attacco indiano al Pakistan
come un attacco contro l’Arabia Saudita.
È proprio questo tipo di scenario, che distingue tra
un’alleanza dichiarata e un’alleanza politicamente consolidata, che spiega
perché considero l’attuale fase soprattutto come costruzione di deterrenza
attraverso l’incertezza, più che come automatismo militare.
Una NATO islamica? La definizione è sbagliata anche
per un’altra ragione
C’è poi la componente «islamica», che considero poco
utile dal punto di vista analitico.
La maggior parte dei Paesi musulmani non appartiene
all’accordo: Iran, Indonesia, Algeria, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Malaysia e
numerosi altri attori rimangono fuori, e soprattutto la religione non
rappresenta oggi il principale criterio attraverso il quale questi Paesi
definiscono le proprie alleanze. E dunque, parlare di «NATO islamica» è
fuorviante perché la maggior parte degli Stati musulmani resta esterna e la
religione ha un peso limitato nell’effettiva determinazione delle politiche
regionali, contrariamente alla lettura superficiale che riconduce la
competizione regionale a un confronto ideologico-settario tra sciiti e sunniti.
Lo dimostra bene la situazione degli Emirati Arabi
Uniti, come rilevato da Cinzia Bianco, analista dell’ECFR la quale, in un’analisi
sul tema, descrive una possibile configurazione regionale concorrente, con Abu
Dhabi maggiormente orientata verso una costellazione di sicurezza con Stati
Uniti e Israele e, dall’altra parte, un blocco emergente imperniato su Arabia
Saudita, Turchia e Pakistan. Ma la stessa analisi pone il dubbio sul fatto che
quest’ultimo possa trasformarsi facilmente in un’alleanza coesa, proprio perché
persistono interessi divergenti e relazioni trasversali.[6]
È un’ulteriore conferma del fatto che non
stiamo assistendo alla ricomposizione geopolitica del mondo islamico ma, al
contrario, siamo testimoni di una frammentazione competitiva del Medio Oriente
in reti di sicurezza differenti e sovrapposte.
L’Egitto sarebbe il vero salto di qualità
La possibilità che l’accordo venga esteso è, a mio
avviso, uno degli indicatori da osservare con maggiore attenzione: Ankara ha
esplicitamente indicato l’Egitto come potenziale partecipante e l’ingresso del
Cairo cambierebbe significativamente la natura del progetto in quanto
porterebbe massa militare, posizione geografica, controllo del canale di Suez,
accesso strategico al Mediterraneo e al Mar Rosso e soprattutto una legittimità
politica araba che né Turchia né Pakistan possono offrire.
Passeremmo così da una triangolazione molto singolare
– una potenza del Golfo, una potenza anatolica e una potenza sudasiatica – a
una struttura capace di collegare Mediterraneo orientale, Mar Rosso, Golfo e
Asia meridionale: è a quel punto che la definizione di nuova architettura
regionale di sicurezza diventerebbe più convincente.
Il vero obiettivo: diventare produttori di sicurezza
Arrivo così a quello chè è, a mio avviso, il punto
centrale. Per decenni Arabia Saudita, Pakistan e, in modo diverso, anche
Turchia hanno operato all’interno di un sistema di sicurezza nel quale gli
Stati Uniti rappresentavano l’ultimo garante; un modello che, pur non essendo
necessariamente terminato, vede gli Stati Uniti mantenere il ruolo di maggiore
potenza militare esterna presente nella regione a fronte di uno scenario in cui
nessuno dei tre firmatari dispone singolarmente di equivalenti capacità: ma la
fiducia nell’automatismo della protezione americana si è ridotta.
Avevo già valutato come l’accordo saudita-pakistano fosse
il segnale della volontà di Riyadh di non affidarsi esclusivamente a Washington
e ciò può oggi essere interpretato come risposta alla percezione di un
possibile vuoto di sicurezza, evidenziando l’affermazione del citato principio
delle «regional solutions to regional problems».
Letture e prospettive differenti, ma che convergono su
uno stesso processo. Le potenze
regionali stanno cercando di trasformarsi da consumatori di sicurezza a
produttori di sicurezza, ed è proprio su questo aspetto che colloco il
significato strategico dell’accordo della Mecca. Non vedo la nascita di una
NATO islamica, anzi contesto tale affermazione, e vedo qualcosa di forse più
interessante come la costruzione progressiva di un sistema nel quale le medie
potenze cercano di ridurre la distanza tra la propria ambizione geopolitica e
la propria capacità di garantirsi autonomamente la sicurezza.
Quale orizzonte strategico?
La mia valutazione guarda a tre livelli temporali.
Nel breve periodo, il Mecca Joint Defence Agreement è soprattutto uno strumento di
deterrenza politica e di signalling
strategico che aumenta il costo potenziale di un’aggressione introducendo
l’incertezza sulla possibile risposta degli altri firmatari.
Nel medio periodo, potrebbe trasformarsi in una
piattaforma di integrazione militare e industriale, soprattutto nei settori
nei quali i tre Paesi sono maggiormente complementari come la difesa aerea e
missilistica, i droni, la guerra elettronica, il cyber, l’intelligence, la
produzione congiunta e la logistica, e i programmi annunciati dopo la firma
dimostrano che questa dimensione è già presente.
Nel lungo periodo, tutto dipenderà invece dalla
capacità di costruire credibilità dell’impegno collettivo, e la
credibilità non si misura attraverso le dichiarazioni, bensì chiedendosi cosa
succederebbe alle tre del mattino di un venerdì in cui uno dei firmatari
venisse realmente attaccato: esisterebbe un comando capace di reagire?
Esisterebbero piani militari già predisposti? Le forze sarebbero
interoperabili? L’intelligence
verrebbe condivisa immediatamente? Gli altri due governi sarebbero
politicamente disposti a entrare in una guerra che potrebbe non coincidere con
i loro interessi nazionali?
Sono queste le domande che distinguono un’alleanza dalla
dichiarazione di un’alleanza, e per questo ritengo prematuro parlare oggi di
«NATO islamica», per quanto sarebbe comunque sbagliato liquidare l’accordo come
una costruzione propagandistica.
Il processo che vediamo svilupparsi tra Ankara, Riyadh
e Islamabad è parte di un cambiamento più ampio in cui l’ordine
internazionale sta passando da sistemi di alleanze relativamente rigidi a reti
di sicurezza sovrapposte, flessibili e transazionali. E in questo nuovo
ambiente le medie potenze non vogliono più limitarsi a scegliere da quale grande
potenza farsi proteggere, ma vogliono accumulare opzioni, costruire capacità
autonome e diventare esse stesse poli di deterrenza.
Il Mecca Joint
Defence Agreement potrebbe fallire, rimanere una struttura prevalentemente
politica oppure evolvere in qualcosa di molto più ambizioso, e per capire quale
delle tre possibilità prevarrà, più che il nome che gli attribuiamo oggi,
dovremo osservare cinque principali indicatori, che sono l’istituzionalizzazione del comando, la pianificazione
militare comune, l’interoperabilità reale, la definizione – anche implicita –
della deterrenza nucleare pakistana e, infine, la capacità di allargamento ad
altri attori regionali.
Se questi cinque elementi dovessero convergere, allora
non avremmo semplicemente una «NATO islamica», ma avremmo qualcosa di
strategicamente più rilevante, ossia un nuovo polo militare autonomo tra
Mediterraneo, Medio Oriente e Asia meridionale, capace di incidere
simultaneamente sugli equilibri con Iran, Israele e India e, soprattutto, di
ridefinire il rapporto tra le potenze regionali e gli Stati Uniti. È questo,
a mio avviso, il punto sul quale vale realmente la pena concentrare
l’attenzione.
[1] Chattel T., Talk of a Turkish
military alliance with Saudi Arabia and Pakistan reflects Ankara’s
opportunistic ‘hedging’ strategy, Chatam House, 30 gennaio 2026, in https://www.chathamhouse.org/2026/01/talk-turkish-military-alliance-saudi-arabia-and-pakistan-reflects-ankaras-opportunistic.
[2] RUSI, Saudi Arabia, Turkey and
Pakistan sign defence pact in Mecca, Financial Times, 7 agosto 2026, in https://www.rusi.org/news-and-comment/in-the-news/saudi-arabia-turkey-and-pakistan-sign-defence-pact-mecca.
[3] Puri S., Messmer M., Saudi Arabia and Pakistan’s mutual defence
pact sets a precedent for extended deterrence, Chatam House, 23 settembre
2025, in: https://www.chathamhouse.org/2025/09/saudi-arabia-and-pakistans-mutual-defence-pact-sets-precedent-extended-deterrence.
[4] Khan S. A., All Military Means? Pakistan, Saudi Arabia,
and the Risks of Nuclear Ambiguity, CSIS – Nuclear Network, in: https://nuclearnetwork.csis.org/all-military-means-pakistan-saudi-arabia-and-the-risks-of-nuclear-ambiguity/.
[5] Cheema A., Hage M.A., The
Mecca Agreement Unpacked, Canergie, 7 agosto 2026, in https://carnegieendowment.org/middle-east/diwan/2026/08/the-mecca-agreement-unpacked.
[6] Bianco C., The postwar UAE and the remaking of Gulf
politics, ECFR, 15 maggio 2026, in https://ecfr.eu/article/the-postwar-uae-and-the-remaking-of-gulf-politics/.
Un confronto tra la Russia e la NATO? È un (pericoloso) rischio non calcolato da Mosca.
di Claudio Bertolotti.
Le recenti dichiarazioni di Vladimir Putin dal Pacifico, dove il presidente russo ha minacciato ritorsioni in caso di sequestro di navi mercantili della Federazione e ha evocato un rischio di confronto con la NATO, si inseriscono in una fase di crescente pressione militare e strategica sulla Russia. Quasi contemporaneamente, l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro obiettivi in Crimea e contro il porto di Novorossiysk, rivendicando un’operazione definita “senza precedenti” e sostenendo di aver compromesso in modo sostanziale la capacità russa di utilizzare la Crimea come base navale.
Sono
eventi distinti, ma non necessariamente scollegati poiché la questione su cui
tutto si incardina è comprendere se essi rappresentino segmenti di una stessa
dinamica di escalation.
A
guardare lo scenario che si sta prospettando, non credo che gli ultimi eventi
indichino una maggiore volontà russa di arrivare a un conflitto con la NATO.
Anzi, partirei dall’assunto opposto: Mosca non vuole una guerra diretta con l’Alleanza,
perché ne conosce costi, rischi e soprattutto l’imprevedibilità. Il problema,
però, è che molte delle mosse che la Russia sta compiendo sembrano spingerla
proprio nella direzione che vorrebbe evitare, ed è questo, a mio avviso,
l’elemento più preoccupante.
E,
dunque, le dichiarazioni di Putin sui possibili sequestri di navi mercantili
russe vanno lette in questa prospettiva, ma non sono necessariamente il
preludio a una decisione di confronto con la NATO, quanto piuttosto un
tentativo di ristabilire una capacità di deterrenza che Mosca percepisce come
progressivamente erosa. In questa prospettiva, credo che il messaggio voglia essere:
“se colpite i nostri interessi, noi allargheremo lo spazio nel quale siamo
disposti a rispondere”. Ma proprio qui nasce il rischio.
Gli
attacchi ucraini contro la Crimea e, soprattutto, contro Novorossiysk
accentuano questa dinamica poichè Kiev sta progressivamente riducendo gli spazi
di sicurezza operativa della Russia nel Mar Nero. Sebastopoli è diventata molto
più vulnerabile e parte delle capacità navali russe è stata trasferita verso
Novorossiysk, e colpire anche quest’ultima significa cercare di dimostrare che non esiste più un
retroterra realmente sicuro per la Flotta del Mar Nero.
Questo
non implica che la Russia abbia “perso” la Crimea in senso militare. Sarebbe un
grave errore di analisi poiché la Russia, nonostante questi eventi emotivamente
coinvolgenti, mantiene il vantaggio tattico su tutti i fronti del campo di
battaglia. Ma la penisola rimane fondamentale come piattaforma logistica, aerea
e missilistica, per quanto la sua funzione di santuario navale sia stata
seriamente compromessa. E quando una grande potenza vede restringersi i propri
margini di manovra tende a cercare compensazioni altrove. È un bilanciamento
lineare, quasi scontato.
È
qui che collegherei gli attacchi ucraini alle parole di Putin. Non attraverso
una relazione immediata di causa ed effetto, ma attraverso una più ampia dinamica di azione,
reazione e compensazione. L’Ucraina aumenta la pressione nel
Mar Nero, mentre Mosca, dal canto suo, cerca di ampliare lo spazio della
propria deterrenza, prospettando ritorsioni anche lontano da quel teatro. E
così il conflitto tende ad allargarsi sul piano geografico senza che nessuno
dei principali attori dichiari di volerlo allargare su quello politico.
E
qui si impone il paradosso in cui la Russia non vuole provocare la NATO per
trascinarla deliberatamente in guerra sebbene, nel tentativo di dimostrare di
non essere vulnerabile, moltiplichi le occasioni nelle quali potrebbe
verificarsi un confronto con un Paese dell’Alleanza: una nave intercettata, una
scorta militare che interviene, un’azione interpretata come ostile, una
risposta sproporzionata, un errore di valutazione.
Per
questo sarei prudente nell’affermare che «stanno crescendo le possibilità di
una guerra Russia-NATO». Non cresce necessariamente la volontà politica di quella guerra, quanto
piuttosto cresce la probabilità che si creino le condizioni perché essa possa
iniziare senza essere stata realmente scelta.
Ed
è forse questo l’aspetto più grave perché, lo sappiamo dalla lettura storica
dei conflitti, le guerre non cominciano sempre perché qualcuno decide
consapevolmente di iniziarle, ma possono cominciare anche attraverso una
successione di decisioni razionali prese singolarmente, ma che, sommandosi,
producono un risultato irrazionale nel suo insieme.
E
così, oggi vediamo qualcosa di simile, in cui Mosca cerca di evitare di
apparire debole, Kiev cerca di ampliare la vulnerabilità russa, i Paesi europei
cercano di restringere ulteriormente gli spazi economici e marittimi della
Russia. Insomma, ognuno cerca di controllare l’escalation,
ma contemporaneamente contribuisce ad alimentarla.
Il punto,
dunque, non è che Putin voglia la guerra con la NATO, ma è che la Russia continua a
compiere mosse che possono avvicinarla a quella guerra senza volerla, e forse
senza essere pienamente in grado di governare il processo che sta mettendo in
moto. Ed è proprio
questa perdita progressiva di controllo sull’escalation, più che una deliberata
volontà di confronto, ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente.
LO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE: LA NATO SECONDO TRUMP
di Melissa de Teffé, da Washington, DC –
Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START
InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
La testa di Trump si muove su binari
lontani da quelli politici tradizionali, per essere miti, e quando giorni fa
Axios lo intervista su come “vive, vede” l’esercizio del potere e
“chi” lo esercita, secondo lui, fra tutti i leader mondiali, mi sarei
aspettata che qualche nome europeo fosse elencato. Invece no: Trump parla solo
di Xi Jinping e di Modi, commentando: “molto intelligenti e in
gamba”. Ma perché Trump non parla di Europa e di europei?
La risposta sta nel fatto che, per
l’attuale inquilino della Casa Bianca, il Vecchio
Continente ha smesso di essere un partner politico strategico paritario per diventare
un mero mercato di sbocco commerciale. Nella sua visione transazionale del
potere, le relazioni transatlantiche non si misurano più in valori condivisi o
allineamento strategico, ma si riducono a un rapporto contabile di dare e avere
— lo dice lui stesso, parlando della Spagna ad Ankara:
“They don’t participate, they don’t pay. I don’t want anything to do with Spain.”
Walter Russell Mead, il teorico del
“Jacksonianismo” trumpiano (Hudson
Institute), la inquadra con precisione: “Trump
likes allies, but only of a certain type” — alleati utili nella misura
in cui si accollano rischio e costo, non partner da trattare alla pari.”
Se la richiesta
di Trump del 5% regala qualche miliardo alle casse dello stato americano,
sembra però essere uno specchietto per le allodole, visto il suo non interesse
a investire soldi, tempo ed energie con la nostra Europa.
Il traguardo del 5% del PIL, in realtà,
non nasce ad Ankara: Trump lo aveva già strappato agli alleati al vertice
dell’Aia nel giugno 2025. Quello che porta a
casa dalla Turchia è piuttosto la sua monetizzazione industriale: 3 miliardi di
dollari in nuovi accordi, dalla manutenzione dei sistemi Patriot di Lockheed
Martin ai droni da sorveglianza marittima di Northrop Grumman, dai missili Stinger prodotti in Europa da RTX fino alle
bombe di piccolo diametro che Boeing svilupperà con Rheinmetall in Italia. Nel
solo 2025 gli alleati hanno acquistato 54 miliardi di dollari in
equipaggiamento americano, sostenendo quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati
Uniti — il vero “Trump Trillion”, 1.210 miliardi accumulati dal primo
mandato. La sicurezza europea, insomma, si converte in export manifatturiero a
stelle e strisce: l’Europa paga di più, l’industria della difesa americana
incassa, e Washington nel frattempo restituisce le proprie truppe “ai
livelli pre-2022” — un modo elegante per certificare, nel linguaggio
stesso della Casa Bianca, il ritiro parziale che i think tank chiamano invece
il più grande cambiamento nella postura di difesa del continente dalla Guerra
Fredda.
IL “TEST DI LEALTÀ”
GEOPOLITICO
A Trump, in fondo, non interessano i
calcoli percentuali quanto la sottomissione politica. Le sue accuse nascono dal
fatto che l’Europa ha storicamente limitato l’uso delle proprie basi e si è
rifiutata di sposare senza condizioni le operazioni unilaterali americane —
come la guerra
preventiva contro l’Iran, quando
alleati come la Spagna hanno negato l’uso delle piste di decollo. La richiesta
di fondi maschera così una pretesa più profonda: lealtà geopolitica
incondizionata, non un bilancio in regola.
LA CRITICA
DEGLI ESPERTI: PERCENTUALI SENZA STRATEGIA
Il sospetto che gli obiettivi in
percentuale contino meno della sostanza militare non è nuovo — anzi, precede
Trump stesso. Già nel 2018, durante il primo mandato, l’analista Anthony
Cordesman del CSIS bollava il target del 2% come un “obiettivo percentuale
privo di significato” (meaningless percentage goal), sostenendo che
concentrarsi sui numeri distraesse dal vero problema: una pianificazione di
forza coerente e una strategia di difesa comune reale. Otto anni e un target
quasi raddoppiato dopo, l’obiezione resta intatta e forse ancora più calzante:
rincorrere il 5% del PIL dice poco su quali capacità l’Alleanza costruisca
davvero, e quanto queste rispondano a una strategia condivisa piuttosto che a
una lista della spesa imposta da Washington.
L’EUROPA,
LONTANA DALLA REALTÀ AMERICANA
Le diverse
costituzioni che compongono i paesi europei, una Bruxelles claudicante senza
veri poteri e senza unità, in un periodo di guerra, fanno capire a Trump
soprattutto una cosa: che il tempo stringe. Meglio investirlo altrove — in Sud
America e nel Sud-est asiatico — piuttosto che aspettare che 27 capitali trovino
una linea comune. E i motivi non sono solo commerciali, ma includono anche la
corsa sia alle famigerate terre rare, che alla creazione dei data centers per
l’AI.
Mentre l’Europa discute, Washington
firma. A maggio Trump riceve alla Casa Bianca il presidente brasiliano Lula — e
firma un’intesa commerciale, nata dalla necessità americana di diversificare
l’accesso a questi minerali strategici prima del vertice con Xi Jinping. Questa intesa sarebbe impensabile visto che
proprio nell’intervista con Axios, qualche
giorno fa, ha dichiarato che Lula è un uomo volubile. Quasi contemporaneamente
la società USA Rare Earth annuncia l’acquisizione del gruppo brasiliano Serra Verde, una delle
poche miniere al mondo fuori dalla Cina capaci di fornire terre rare pesanti e
che possiede anche un ottimo impianto di lavorazione. Sul fronte asiatico, la
Lynas Advanced Material Plant in Malesia — il più grande impianto di
raffinazione di terre rare al mondo al di fuori della Cina, esteso quanto 220
campi da calcio — è già diventata il fulcro della strategia di Washington per
spezzare il monopolio cinese, che controlla ancora oltre il 90% della
lavorazione globale. Il Giappone, parallelamente, si assicura l’accesso al
nichel e alle terre rare dell’Indonesia. Il messaggio è chiaro: se l’Europa
offre trattati e burocrazia, Sud America e Sud-est asiatico offrono le materie
prime del futuro — e Trump, che ha fretta, va dove trova entrambe le cose
insieme: velocità di decisione e sottosuolo.
LA GROENLANDIA,
LA PERIFERIA CHE NON È MAI STATA EUROPEA
Sulla carta la Groenlandia appartiene
al Regno di Danimarca, e dunque all’Unione Europea per interposta persona — ma
nella testa di Trump, e in una certa misura nella geografia stessa, l’isola sta
dall’altra parte dell’Atlantico. Geologicamente è parte della placca nordamericana,
non di quella eurasiatica; strategicamente ospita l’unica base statunitense
nell’Artico, la Pituffik Space Base, che fornisce l’allerta missilistica per
l’intero Nord America e non per l’Europa. È lo stesso principio di homeland esteso
all’intero Emisfero Occidentale — che la National Defense Strategy formalizza a
gennaio, e che i commentatori americani hanno già ribattezzato “Donroe Doctrine“,
fondendo il nome di Trump con la dottrina Monroe: la stessa logica invocata
dopo la cattura del leader venezuelano Maduro, e ora, estesa fino al circolo
polare artico. Non stupisce che ad Ankara Trump abbia rilanciato la pretesa più
esplicita di sempre — “deve essere controllata dagli Stati Uniti, non
dalla Danimarca” — mentre, contestualmente, minaccia di ritirare altre
truppe dall’Europa. Nella sua mappa mentale, la Groenlandia non è un
possedimento europeo, è un avamposto occidentale-americano da riportare a casa.
La premier danese Mette Frederiksen ha risposto senza esitazioni che l’isola
resta “non in vendita”, pronta a difendere “ogni
centimetro” del proprio territorio; il segretario NATO Rutte, dal canto
suo, si è trovato nella scomoda posizione di dare ragione a Trump sul pericolo
— tenere Cina e Russia fuori dall’Artico — pur senza avallarne la soluzione,
certificando così quanto la sovranità danese sia oggi più formale che
sostanziale.
SOTTO IL
GHIACCIO, LE TERRE RARE
Se la cornice militare spiega perché
Trump voglia la Groenlandia, è la geologia a spiegare la fretta. Sotto la
calotta polare del sud dell’isola giace il giacimento di Tanbreez, una
risorsa da 4,7 miliardi di tonnellate che contiene tutti e otto gli elementi
delle terre rare pesanti, disprosio e terbio inclusi — i materiali critici per
i magneti dei sistemi d’arma di ultima generazione, dai caccia ai droni. Ed è
così che Trump arriva in Groenlandia attraverso Wall Street. La società
americana Critical Metals Corp. (Nasdaq:
CRML), dopo una rastrellata di successo, controlla oggi il 92,5% del progetto.
Il governo groenlandese ha già
approvato il trasferimento definitivo lo scorso aprile. È lo stesso schema che
si osserva in Brasile con Serra Verde e in Malesia con l’impianto Lynas:
Washington non aspetta più che Bruxelles negozi trattati commerciali
quinquennali, compra direttamente le quote delle società che possiedono il
sottosuolo strategico. La Groenlandia, in questo senso, non è un’anomalia
artica nella strategia americana verso le Americhe e il Sud-est asiatico — ne è
semmai il tassello più settentrionale, unito dagli stessi due fili conduttori:
sicurezza militare diretta e corsa alle materie prime critiche, entrambi
elementi che l’Europa, con la sua architettura istituzionale lenta e
frammentata, non riesce a offrire nella stessa valuta.
Il quadro che emerge da Ankara,
dall’intervista Axios e dai dossier sulle terre rare non descrive un disimpegno
americano dal mondo, ma una ridefinizione delle priorità strategiche in base a
un criterio preciso: dove si trova il vantaggio competitivo più immediato. La
NATO resta formalmente intatta — la Section 1250A del NDAA (National
Defense Authorization Act) blinda comunque il ruolo del Congresso su qualsiasi
ipotesi di uscita — ma la sua funzione nella gerarchia trumpiana si è
ridimensionata da alleanza di valori condivisi a strumento di burden-sharing
industriale, in cui la sicurezza europea si converte in ordini per l’industria
della difesa americana e la componente valoriale, se mai è esistita nella sua
forma originaria, passa in secondo piano rispetto al criterio della reciprocità
economica.
Resta aperta, e probabilmente lo sarà
ancora per lungo tempo, la domanda se questo riposizionamento risponda a un
disegno strategico coerente — la tesi di chi lo inquadra nella tradizione Jacksoniana teorizzata da Mead, o nella
priorità sequenziale della National Defense
Strategy — oppure sia il risultato di una serie di decisioni transazionali
prese caso per caso, senza una dottrina unificante alle spalle. Le due letture
non sono necessariamente incompatibili: è possibile che una logica di fondo —
massimizzare il ritorno immediato, minimizzare l’impegno vincolante — generi,
nella pratica, esattamente lo stesso pattern di comportamento che una strategia
elaborata a tavolino produrrebbe. Per l’Europa, la distinzione tra le due
ipotesi ha conseguenze pratiche identiche: in entrambi i casi, la garanzia di
sicurezza americana andrà commisurata sempre più a ciò che il continente è
disposto — e in grado — di offrire in cambio, non a un’appartenenza valoriale
data per acquisita.
L’America di Trump ridisegna il mondo
attorno a un asse che va dalle Americhe al Sud-est asiatico, passando per
l’Artico: ovunque ci siano terre rare, minerali critici, o semplicemente un
interlocutore disposto a trattare da pari a pari senza il fastidio di
ventisette parlamenti da consultare.
Per l’Europa,
la lezione più amara non è che Trump minacci di andarsene. È che, quando gli
conviene, se ne sia già andato — e se ne sia accorta per ultima.
TRUMP E LA VITTORIA DI PIRRO
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Sicuramente è tempo di spegnere le
fanfare trumpiane, perché questa è una vittoria di Pirro. Per chi non
ricordasse la storia, la rammento: nel 279 a.C., in Puglia, Pirro, re
dell’Epiro — sbarcato l’anno precedente con 19 elefanti indiani come arma segreta
per terrorizzare i Romani — è sicuro di piegare la formidabile macchina bellica
della Repubblica. Pirro stravince la battaglia, ma a un costo umano devastante:
sul campo muore la stragrande maggioranza dei suoi soldati scelti e dei suoi
generali più fidati. I Romani, dal canto loro, giocano in casa e applicano la
spietata logica dei numeri. Sfruttando la leva di massa tra i propri cittadini
e l’obbligo dei popoli alleati di fornire contingenti, Roma riesce a
rimpiazzare le perdite nel giro di poche settimane.
Ma allora viene spontaneo chiedersi: a
Washington qualcuno ha fatto i conti prima di compiere questa mossa? La
risposta è imbarazzante, perché i conti li avevano fatti tutti, in anticipo,
per iscritto e ad alta voce. Già a inizio marzo 2026, sul nascere della crisi,
gli analisti di ING avvertivano
che chiudere lo Stretto di Hormuz avrebbe potuto spingere il greggio fino a 140
dollari al barile nello scenario peggiore. Bloomberg, dopo aver interpellato
oltre tre dozzine di trader, scriveva che il mondo non aveva ancora colto la
gravità della situazione, evocando lo shock petrolifero degli anni Settanta e
un prezzo che poteva toccare i 200 dollari. A maggio è entrata in scena
l’artiglieria delle istituzioni: JPMorgan vedeva le scorte globali toccare
livelli critici entro settembre; Rapidan Energy le dava
per esaurite già tra luglio e agosto, prospettando un’economia destinata a
“incepparsi”, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia metteva in
guardia su rincari in arrivo proprio alla vigilia del picco estivo. Persino il
servizio studi del Congresso aveva acceso un faro, ricordando l’ovvio: per la
gran parte del greggio che attraversa lo Stretto non esiste una via d’uscita
alternativa. Il preventivo, insomma, era sul tavolo, firmato e controfirmato.
Allora dov’è l’errore? Non nel calcolo,
ma in due scommesse perse. La prima: tutti davano per scontato che la chiusura
sarebbe stata breve. Homayoun Falakshahi, capo
dell’analisi sul greggio di Kpler, aveva avvertito che con lo Stretto chiuso il
barile poteva volare a 120-130 dollari, ma “at
least temporarily” (almeno temporaneamente), poiché si assumeva che
nessuno potesse reggere a lungo quel blocco, che avrebbe ritorto il colpo
contro Teheran tagliandole l’export e i legami con la Cina. Si era preventivato
uno shock-lampo; è arrivato un
logorìo di quattro mesi. Ed è qui che la pazienza del bazaar ha fatto la
differenza.
L’Iran ha rovesciato proprio la
premessa dei modelli occidentali: ha tenuto duro per mesi accettando di
rimetterci in prima persona — meno greggio venduto, clienti spazientiti — ma
sapendo di poter sopportare la ferita più a lungo di Washington. E mentre i
serbatoi americani si svuotavano sul serio, l’allarme ha cambiato tempo
verbale, passando dal futuro al presente. “We have to solve this
problem in the Strait of Hormuz” (Dobbiamo risolvere questo problema
nello Stretto di Hormuz), ha ammesso Mike Sommers, presidente
dell’American Petroleum Institute, mentre le scorte statunitensi viaggiavano
verso i minimi storici. Vince chi regge l’attrito, non chi colpisce più forte:
l’aritmetica romana, misurata in barili anziché in legioni.
La seconda scommessa persa è
l’illusione dell’insularità. Gli Stati Uniti importano pochissimo dal Golfo
Persico e a Washington la batosta sembrava un guaio confinato ad asiatici ed
europei. Salvo poi riscoprire che il prezzo del petrolio è globale e che lo
Stretto da cui passa circa il 20% del commercio mondiale di greggio e gas non
manda il conto solo a Pechino. Il conto è arrivato puntuale alla pompa
dell’Ohio: benzina a 4,11 dollari al gallone contro i 3,12 dell’anno prima e
inflazione al 4,2%, la più alta in tre anni. Il peggio doveva ancora venire,
perché le scorte usate per tamponare i prezzi rischiavano di prosciugarsi nel
giro di settimane, proprio nel pieno della stagione dei viaggi estivi.
Ecco perché Trump è corso al tavolo
delle trattative con il cronometro in mano. Nonostante la sfoggiata forza
militare, si è ritrovato con una pistola economica puntata alla tempia, il cui
grilletto è mosso dal calendario elettorale: a Teheran si contratta con la
flemma del mercante, mentre a Washington i serbatoi si svuotano e le elezioni
di metà mandato si avvicinano. La firma del memorandum d’intesa non spegne
l’incendio: anche a Stretto riaperto, gli analisti avvertono che i flussi
globali si normalizzeranno solo verso il quarto trimestre. Tra petroliere
bloccate, scorte da ricostituire e infrastrutture danneggiate, l’inflazione
continuerà a cavalcare le nostre vite.
Nessuno, dunque, potrà dire di non aver
saputo. Pirro, almeno, poteva giurare di non aver previsto la tenacia di Roma;
qui il preventivo lo avevano scritto gli analisti, mese per mese, cifra per
cifra. Oltre alla beffa, però, rimane l’inganno. Infatti, dopo aver fatto
credere per anni, a suon di dichiarazioni altisonanti, che il regime iraniano
andasse radicalmente debellato in quanto minaccia globale — si ricordi l’8
aprile 2019, quando il New York Times titolava “Trump
Designates Iran’s Revolutionary Guards a Foreign Terrorist Group”,
riportando la storica decisione di bollare un’intera branca militare statale
come organizzazione terroristica — ieri il presidente ha liquidato la questione
dicendo: “I
never cared about regime change. It was never a part” (Non mi è mai
importato del cambio di regime. Non ne ha mai fatto parte).
Eppure, come in ogni accordo, il diavolo si
nasconde nei dettagli. E i dettagli raccontano una storia diversa dalle
fanfare. Il memorandum apre una finestra negoziale di sessanta giorni e
promette, a regime, la fine dell’embargo: la rimozione di tutte le sanzioni,
comprese quelle delle Nazioni Unite e quelle unilaterali americane sull’export
di greggio. In cambio, Teheran ribadisce l’impegno a non dotarsi di armi atomiche, mentre il nodo
dell’arricchimento viene rinviato al tavolo finale.
Il punto più clamoroso, però, riguarda i soldi. Il testo
prevede la creazione di un fondo di 300 miliardi di dollari per la
“ricostruzione e lo sviluppo economico” dell’Iran, da finanziare
insieme ai partner regionali, le monarchie arabe del Golfo. Qui Washington
gioca una partita sottile, perché non spende un dollaro. JD Vance, lo precisa in
conferenza stampa, bollando come falsa la notizia di un investimento americano
e giurando di “non investire nemmeno 10 cents”. Il ruolo degli Stati
Uniti è quello di revocare tutte le sanzioni e consentire anche ad altri paesi d’investire. “Permetteremo
investimenti nella ricostruzione del loro Paese”, spiega Vance, evocando
l’immagine di una centrale elettrica costruita dagli Emirati in territorio
iraniano. Il tutto, solo se ad accordi conclusi Teheran rispetta le condizioni.
Una finestra di sessanta giorni e un
sollievo economico condizionato sono, in fondo, il terreno ideale per questi
maestri dell’attesa. L’Iran porta a casa la firma, l’embargo cade, il greggio
torna a fluire, e i dettagli che contano davvero — l’arricchimento, i missili,
i tempi — restano consegnati a un negoziato futuro, dove la flemma del mercante
può lavorare indisturbata.
Washington, dal canto suo, si prepara a
rimuovere l’embargo, spalanca le casseforti delle monarchie del Golfo e rischia
così di contribuire alla stabilizzazione economica di un regime che per anni
aveva indicato come una minaccia da contenere. Un’altra voce, anch’essa, nel
bilancio della vittoria di Pirro.
Questo quadro di condizioni storiche
presenta analogie con la consolidata prassi diplomatica persiana, storicamente
imperniata sulla dilazione temporale e sulla condotta ambigua. Nel corso del
XIX secolo, la dinastia Qajar, minacciata dalle opposte pressioni degli imperi
russo e britannico, garantì la propria continuità istituzionale attraverso una
strategia di bilanciamento geopolitico, alternando concessioni asimmetriche a
tattiche dilatorie. Il caso della crisi del tabacco del 1890,
culminato nella rescissione formale della concessione britannica a seguito di
pressioni interne, evidenzia come per Teheran i vincoli contrattuali
rappresentino storicamente variabili negoziali e non esiti definitivi. Tale
approccio traspone i meccanismi del bazar nelle relazioni internazionali: si
formalizzano tempestivamente le intese utili a ottenere benefici immediati —
quali l’allentamento del regime sanzionatorio e il ripristino delle transazioni
finanziarie — differendo sine die i restanti impegni gravosi.
Questo drastico voltafaccia ha lasciato
la popolazione e la diaspora iraniana intrappolate in un profondo dilemma
emotivo e politico. Se da un lato gli iraniani in patria esprimono sollievo per
lo scampato pericolo di una guerra totale con la possibilità di vedere nuovi
investimenti senza embarghi, dall’altro vivono questo accordo come un doloroso
tradimento. La decisione di Washington di abbandonare la linea del “cambio
di regime” e di sbloccare miliardi di dollari in asset congelati è vista
dagli attivisti come una formale legittimazione della teocrazia di Teheran,
spegnendo le speranze di una svolta vicina e alimentando la convinzione che il
futuro della transizione democratica dipenderà esclusivamente dalle forze della
resistenza interna.
Di fronte alle trasformazioni violente
dello scacchiere mediorientale, l’Unione Europea ha allineato la propria
condotta a una logica di laissez-faire geopolitico: un
non-intervento calcolato, che tollera le sistematiche violazioni dei diritti
umani di attori chiave come l’Iran pur di salvaguardare una parvenza di
stabilità nei mercati regionali. La rinuncia ai princìpi fondativi nasce da una
fragilità anteriore alla crisi mediorientale: l’Europa è già claudicante,
segnata dalla frattura — energetica, commerciale, geopolitica — consumatasi con
la Federazione Russa. Ne deriva un’asimmetria etica evidente, in cui la difesa
dei diritti universali cede il passo alle urgenze della sicurezza economica.
È in questa asimmetria etica che si
consuma il declassamento delle cancellerie del vecchio continente, ridotte al
rango di moderni valvassori della geopolitica contemporanea. Sospesa
tra subalternità e realpolitik, Bruxelles si confronta intanto con l’amara
consapevolezza di non poter azzerare i rapporti con Vladimir Putin. La
necessità di riaprire canali diretti è emersa chiaramente anche nei recenti
contatti diplomatici promossi dal Consiglio Europeo guidato da
António Costa, mentre resta ancora l’incognita su chi assumerà formalmente il
ruolo di emissario ufficiale.
Questa medesima urgenza costringe
l’Europa a subire le decisioni unilaterali delle grandi potenze a scapito della
propria autonomia strategica; il continente abdica così alla propria funzione
di garante internazionale, accettando una marginalità destinata a eroderne, nel
lungo periodo, la forza negoziale. La stabilità energetica temporanea rischia
di pagare il prezzo di un’irrimediabile irrilevanza storica.
Negli ultimi anni, accanto ai tradizionali strumenti di propaganda — discorsi ufficiali, televisione di stato, comunicati — l’Iran ha sviluppato una presenza sempre più sofisticata nel mondo dei social media. Reti di account e canali Telegram producono e diffondono contenuti digitali pensati per raggiungere il pubblico occidentale: non con messaggi ideologici espliciti, ma con meme, video brevi e immagini ironiche capaci di circolare autonomamente online.
Tra questi contenuti ha attirato l’attenzione degli analisti un formato insolito: scene di conflitto geopolitico — attacchi, scontri, simboli militari — reinterpretate con l’estetica dei mattoncini LEGO. Il risultato è straniante: immagini che parlano di guerra appaiono rassicuranti, quasi divertenti, e per questo più facili da condividere senza troppa riflessione critica. Il messaggio raramente è esplicito: questi contenuti non celebrano l’Iran, ma attaccano governi occidentali, istituzioni e operazioni militari in Medio Oriente — alimentando sfiducia e cinismo nelle società bersaglio, spesso senza che chi li ricondivide sappia o si chieda da dove vengano.
L’utilizzo di meme in stile LEGO associati all’ecosistema informativo iraniano non va interpretato, però, come una semplice innovazione estetica della propaganda digitale. Il fenomeno segnala una trasformazione più profonda: il passaggio dalla comunicazione politica tradizionale a forme di influenza fondate su intrattenimento, partecipazione, adattamento culturale e circolazione transnazionale delle narrazioni.
Il
punto centrale non è stabilire soltanto cosa dicano questi contenuti, ma
comprendere come funzionino: quali emozioni attivino, quali cornici
interpretative propongano, quali pubblici raggiungano, attraverso quali reti
vengano amplificati e in che misura possano tradursi in comportamenti online o
offline. In questa prospettiva, il meme diventa una tecnologia narrativa, un
vero e proprio strumento capace di semplificare il conflitto, renderlo
emotivamente accessibile e trasformarlo in contenuto condivisibile.
L’elemento
decisivo è la convergenza tra gamification
e narrative warfare, dove la prima
rende il messaggio più familiare, meno minaccioso e più adatto alle logiche
delle piattaforme, mentre la seconda sposta l’obiettivo dalla persuasione
diretta alla costruzione di ambienti narrativi nei quali il pubblico non è più
soltanto destinatario, ma vettore attivo della diffusione.
1. Decostruire il meme: oltre il contenuto, la struttura narrativa
L’analisi
dei meme LEGO collegati all’ecosistema informativo iraniano richiede un cambio
di prospettiva in cui la domanda tradizionale, «cosa dice questo contenuto?», è
insufficiente. Occorre chiedersi quale emozione venga attivata per prima, quale
storia politica venga raccontata, quali elementi siano omessi, perché un utente
dovrebbe condividere quel contenuto e quale comportamento esso possa
incoraggiare.
In
questo modo l’attenzione si sposta dalla sola veridicità del messaggio al suo
funzionamento cognitivo. E qui il meme non è soltanto un oggetto comunicativo
leggero o ironico, ma assume la consistenza di una struttura narrativa
progettata per orientare l’attenzione e l’interpretazione degli eventi.
L’estetica LEGO riduce la complessità del conflitto trasformandolo in una
rappresentazione semplificata, riconoscibile e culturalmente familiare.
Osservando
da questa prospettiva il fenomeno, la dimensione ludica non ne elimina il
contenuto politico, ma lo rende più assimilabile. La guerra, la crisi
geopolitica e la contrapposizione tra attori statuali vengono riformulate
attraverso un linguaggio visivo associato al gioco, all’infanzia e
all’intrattenimento. In questo modo il contenuto abbassa le difese cognitive
dell’utente e lo predispone all’interazione.
2. Le narrazioni strategiche costruite dai meme
Le
immagini analizzate suggeriscono che il messaggio non sia finalizzato
principalmente a promuovere l’Iran come attore geopolitico. L’obiettivo appare
più indiretto, teso ad alimentare sfiducia verso istituzioni, élite politiche,
media tradizionali e interventismo occidentale; dall’altro lato, la narrazione
non chiede al pubblico di sostenere l’Iran, ma chiede piuttosto di mettere in
discussione il proprio sistema politico e informativo.
Le
cornici principali in cui tale fenomeno si sta sviluppando possono essere
ricondotte a quattro aree. La prima è anti-élite,
in cui leader politici, governi e classi dirigenti vengono rappresentati come
corrotti, autoreferenziali e distanti dai cittadini. La seconda è anti-establishment, dove istituzioni, media mainstream e partiti sono
descritti come manipolatori o strutturalmente inaffidabili. La terza è
anti-intervento, dove le operazioni militari occidentali vengono presentate
come imposizioni esterne ai danni di popolazioni che non le avrebbero
richieste. La quarta, infine, è identitaria e morale: qui l’Iran viene
raffigurato meno come potenza regionale e più come soggetto che rivela verità
nascoste e denuncia ipocrisie sistemiche.
Un
quadro complessivo, quello che viene a crearsi e consolidarsi in cui emerge la
differenza tra propaganda classica e narrative
warfare, dove la propaganda tradizionale tende a costruire consenso verso
sé stessa; la guerra delle narrazioni lavora invece sulla delegittimazione
dell’avversario, sull’erosione della fiducia e sulla moltiplicazione di dubbi
interpretativi.
3. Gamification della guerra e trasformazione della percezione
L’estetica
LEGO modifica radicalmente il modo in cui il conflitto viene percepito. La
comunicazione bellica tradizionale si fonda su paura, realismo, osservazione e
distanza emotiva e, coerentemente, le immagini di guerra mostrano distruzione,
vittime e devastazione, collocando lo spettatore in una posizione di
osservatore esterno.
La
trasposizione del conflitto nell’universo LEGO produce invece effetti opposti basati
su familiarità, astrazione, partecipazione e accessibilità emotiva in cui le
immagini perdono parte della loro crudezza e vengono reinterpretate attraverso
un codice visivo rassicurante e immediatamente riconoscibile, dove il conflitto
non scompare, ma diventa più guardabile, più commentabile e più condivisibile.
In
questo senso la gamification non è un
semplice espediente grafico ma una tecnologia narrativa che trasforma la guerra
in contenuto in cui le persone incontrano sempre più spesso i conflitti
geopolitici attraverso meme, video brevi, contenuti generati dall’intelligenza
artificiale, influencer e piattaforme
social, piuttosto che attraverso
notizie, reportage o documentari. Il
mutamento non riguarda soltanto il formato, ma il modo in cui gli individui
costruiscono la propria comprensione della realtà internazionale.
4. Dalla propaganda alla distribuzione
La
comunicazione tradizionale iraniana si è storicamente fondata su risentimento,
martirio e argomentazione morale. Al contrario, le forme emergenti di
comunicazione digitale mantengono obiettivi strategici simili, ma modificano il
linguaggio operativo ponendo al centro, non più soltanto ideologia e
persuasione, ma humour, viralità,
competenza culturale, partecipazione e storytelling
nativo delle piattaforme.
Il
punto decisivo è che l’obiettivo non è semplicemente persuadere, ma è la
condivisione. Se nel paradigma tradizionale il successo di una campagna veniva
misurato in termini di cambiamento delle opinioni, nel paradigma emergente il
successo si misura attraverso la sequenza reach,
amplification, participation, narrative
penetration.
Osservando
il panorama comunicativo nel suo complesso emergono limitate conferme su un
cambiamento diretto delle convinzioni politiche profonde degli utenti, ma vi
sono invece segnali più consistenti della capacità di amplificare specifiche
narrazioni, aumentarne la visibilità e favorirne l’ingresso in comunità
normalmente esterne alla comunicazione politica. L’obiettivo non è
necessariamente creare sostenitori dell’Iran, ma utenti disposti a far
circolare contenuti coerenti con interessi narrativi favorevoli all’Iran: un
vero e proprio cambiamento di paradigma.
5. La circolazione transnazionale delle narrazioni
Una
delle dinamiche più rilevanti è la diffusione internazionale delle narrazioni e
l’aspetto più rilevante ad emergere è il fatto che il pubblico occidentale
raramente interpreta questi contenuti come messaggi iraniani, ma li percepisce piuttosto
come risposte a problemi locali: corruzione, disuguaglianza, crisi della
rappresentanza, sfiducia nei media,
opposizione agli interventi militari.
In
questo modo la narrazione segue un percorso articolato: produzione,
distribuzione, attraversamento dei confini, interpretazione locale e
adattamento locale (coerente con le agende dei gruppi politici, di opposizione
al sistema o ideologici locali). Durante questo processo il contenuto viene
progressivamente separato dalla sua origine poiché non arriva in Europa come
narrazione iraniana, ma come cornice compatibile con sensibilità e frustrazioni
già presenti nei contesti nazionali.
E
dunque, le narrazioni non vengono semplicemente esportate; vengono tradotte
culturalmente. Atterrano, si adattano e mettono radici nei contesti locali. E
così, l’attribuzione a un attore straniero diventa più difficile, mentre cresce
l’importanza dell’analisi dei percorsi di circolazione, degli intermediari e
dei pubblici che conferiscono significato al messaggio.
6. Influenza, identità e mobilitazione
La
mobilitazione contemporanea passa sempre meno attraverso istruzioni esplicite e
sempre più attraverso l’identificazione: nei contenuti analizzati non emergono
necessariamente inviti diretti alla protesta o all’azione politica, emergono
piuttosto segnali di consapevolezza, resistenza, amplificazione e identità.
L’obiettivo
non è dire alle persone cosa fare, ma suggerire chi esse siano. Gli utenti
condividono un contenuto perché esso conferma una posizione identitaria: da
cittadino europeo, da britannico, da norvegese, da americano, da membro di una
comunità percepita come minacciata o tradita. La sequenza rilevante diventa narrative adoption, identity signalling, amplification
in cui l’azione collettiva può seguire, ma non è necessariamente il primo
obiettivo.
La
partecipazione assume così un ruolo centrale dove il pubblico non deve essere
d’accordo con il messaggio, ma deve interagire attraverso like, commenti, condivisioni e remix, che così divengono indicatori
più rilevanti dell’adesione ideologica: l’engagement
diventa così la soglia minima della mobilitazione narrativa.
7. L’architettura dell’influenza gamificata
La
cosiddetta Lego Influence Architecture
può essere descritta come un processo in cinque fasi. 1. La prima è la
produzione, costituita da piccoli team,
supportati dall’intelligenza artificiale, che possono generare grandi quantità
di contenuti a costi ridotti.
2. La
seconda è l’adattamento narrativo in cui i messaggi vengono tradotti in
linguaggi culturalmente familiari e inseriti in frame no-war, anti-elite, anti-establishment, humanitarian e anti-intervention.
3. La
terza fase è la distribuzione, costruita per circolare in modo nativo su Telegram,
TikTok, Instagram e X.
4. La
quarta è l’amplificazione, realizzata attraverso influencer, media
alternativi, celebrità, utenti ordinari e comunità digitali.
5. La
quinta, infine, è la mobilitazione, quando le narrazioni diventano linguaggio
identitario, discussione pubblica, partecipazione sociale o protesta.
In
questa architettura non esiste un unico canale decisivo. Alcuni attori
producono “copertura”, rendendo visibile il messaggio; altri generano “legittimazione”,
conferendo credibilità; altri ancora facilitano la “mobilitazione”,
trasformando discussione e coinvolgimento in comportamento (le manifestazioni
di piazza, spesso caratterizzate da violenza. Le campagne più efficaci
distribuiscono queste funzioni tra attori diversi, spesso apparentemente
indipendenti.
8. Il laundering effect: quando
la fonte scompare
Un
aspetto cruciale è il narrative
laundering, o lavaggio della narrazione; che può strutturarsi seguendo un
percorso definito e semplice: contenuto iraniano, rilancio da parte di influencer, ripresa mediatica, circolazione
interna (allo stato, regione), scomparsa della fonte originaria, permanenza
della narrazione.
Il
meccanismo ricorda in effetti il principio fondante del fenomeno del
riciclaggio in l’origine del contenuto viene progressivamente occultata
attraverso passaggi intermedi che ne aumentano accettabilità e credibilità.
Alla fine del processo l’utente non si chiede più chi abbia prodotto il
contenuto, ma se esso sia coerente con la propria visione del mondo.
Questo
passaggio riduce la centralità dell’attribuzione. Certo, l’attribuzione resta
importante, ma non basta a spiegare l’impatto poiché ciò che conta è la
circolazione, la capacità del contenuto di attraversare reti, comunità e
piattaforme fino a diventare parte di un discorso pubblico più ampio.
9. Dalle Information Operations
alle Attention Operations
Il
caso dei meme LEGO evidenzia il passaggio dalle Information Operations alle Attention
Operations. Per decenni le operazioni di influenza si sono fondate sul
controllo dell’informazione: gestire il flusso delle notizie, produrre messaggi
ideologici, comunicare in modo stato-centrico, persuadere attraverso formati
lunghi e concentrare l’attenzione sull’attribuzione.
Oggi
si è imposto un cambiamento e il centro di gravità si è spostato. Le campagne
emergenti privilegiano messaggi nativi dei meme, amplificazione reticolare, engagement breve, partecipazione dell’audience e competizione per
l’attenzione. Non conta più soltanto chi produce il contenuto, ma chi riesce a
renderlo visibile, condivisibile e culturalmente compatibile con i pubblici di
riferimento.
E
così, la sequenza operativa può essere sintetizzata in quattro passaggi: attention, emotion, participation, mobilisation. La mobilitazione non è più
necessariamente il risultato diretto della persuasione ideologica, ma si impone
come conseguenza indiretta della capacità di catturare attenzione, generare
coinvolgimento emotivo e trasformare il pubblico in distributore volontario
della narrazione.
10. Indicatori di monitoraggio e strumenti analitici
Per
analisti, ricercatori e decisori pubblici la domanda operativa non è più
soltanto come una narrazione venga costruita, ma come possa essere identificata
e monitorata. Il modello proposto individua cinque categorie di indicatori.
Gli indicatori narrativi riguardano la storia che viene promossa:
quale cornice interpretativa viene costruita e quali messaggi coerenti orientano
la percezione degli eventi.
Gli indicatori emotivi riguardano i sentimenti attivati:
rabbia, paura, umiliazione, ingiustizia, solidarietà o appartenenza.
Gli indicatori di amplificazione osservano chi condivide
il contenuto e attraverso quali reti.
Gli indicatori di adattamento analizzano come la narrativa
cambi tra pubblici diversi.
Gli indicatori di mobilitazione valutano quali
comportamenti online o offline siano incoraggiati.
Questo
approccio sposta l’analisi dalla singola fonte al sistema di propagazione. Non
basta contare visualizzazioni o identificare contenuti problematici, ma occorre
comprendere come il messaggio si adatti, chi lo legittimi, quali emozioni
produca e se generi effetti sociali o politici concreti.
11. Principi interpretativi e implicazioni di policy
Possiamo
concludere che almeno quattro principi ci consentono di interpretare il
fenomeno.
Il primo è che l’influenza è adattiva, non statica: le
narrazioni cambiano in funzione di crisi, opportunità politiche e vulnerabilità
locali.
Il secondo è che le
emozioni contano spesso più dei fatti: rabbia, paura, umiliazione e senso di
ingiustizia possono essere più mobilitanti dell’adesione ideologica.
Il terzo è che gli
ecosistemi ibridi contano: le narrazioni online
acquisiscono credibilità quando vengono rinforzate offline da media, influencer, manifestazioni o attori
politici.
Il quarto è che una reazione sproporzionata può
rafforzare la narrazione che si intende contrastare, alimentando
vittimizzazione, sospetti di censura e sfiducia.
Le
risposte tradizionali, basate su attribuzione, rimozione dei contenuti e fact-checking, restano necessarie ma non
sono più sufficienti – sempre ammesso che possano esserlo stati in passato.
L’influenza contemporanea opera attraverso emozione, identità, partecipazione e
amplificazione, e per questo motivo le politiche pubbliche non possono
escludere la conoscenza approfondita dei pubblici target, il monitoraggio cross-platform,
il rafforzamento della resilienza sociale, la valorizzazione di comunicatori
locali credibili e le strategie comunicative che evitino di amplificare la
polarizzazione.
È
inoltre essenziale distinguere tra attivismo legittimo, lealtà transnazionale e
operazioni di influenza. Non ogni amplificazione è manipolazione; l’attivismo
legittimo si fonda su mobilitazione autentica, organizzazione trasparente e
autonomia decisionale mentre la lealtà transnazionale può derivare da legami
identitari, familiari, diasporici o religiosi senza coordinamento esterno. Invece,
le operazioni di influenza implicano manipolazione strategica delle narrazioni,
amplificazione coordinata e sponsorizzazione o attribuzione ingannevole.
12. Conclusioni sul caso LEGO
Il
caso iraniano-LEGO non è importante perché riguarda i LEGO, ma lo è perché
illustra una trasformazione più ampia delle dinamiche di influenza
contemporanee che muove dalla persuasione alla partecipazione, dalla propaganda
alla cultura, dalle campagne informative agli ecosistemi di influenza.
L’influenza
opera sempre più attraverso la cultura, mentre la sola attribuzione è ormai di
per sé insufficiente. La fiducia emerge come una risorsa strategica: un fatto
confermato dalle narrazioni che si diffondono più facilmente laddove esista una
crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni, dei media o delle élite politiche. Per questo occorre
monitorare non soltanto i contenuti, ma l’adattamento delle narrazioni, i
percorsi di amplificazione e la traduzione dall’online all’offline.
La
sfida per ricercatori, analisti e decisori politici non consiste più soltanto
nell’identificare messaggi ostili o manipolativi, ma nel comprendere come le narrazioni
acquisiscano legittimità, attraversino comunità differenti, si adattino ai
contesti locali e si traducano in mobilitazione sociale e politica. La domanda
strategica non sarà più soltanto «chi produce una narrazione?», ma soprattutto
«come una narrazione diventa credibile, circola tra comunità diverse e si
trasforma in comportamento collettivo?».
Le infiltrazioni “Pro-pal” e del “pacifismo antagonista”: uno strumento di influenza di Iran e Russia?
di Claudio Bertolotti
Dalla disinformazione alla guerra cognitiva: influenza esterna, polarizzazione dell’opinione pubblica e resilienza della coesione nazionale
La disinformazione non va più letta come semplice diffusione di «notizie
false», ma come componente di una strategia più ampia di influenza, finalizzata
a modificare percezioni, emozioni collettive, fiducia istituzionale e coesione
sociale. Russia e Iran operano con modelli diversi ma convergenti: Mosca
attraverso una diplomazia pubblica strutturata, culturale, digitale e
istituzionale; Teheran attraverso una strategia «a spettro completo» che
combina narrazione emotiva, infrastrutture religiose e associative, reti
digitali, plausibile negabilità e, nei casi più critici, interfacce criminali o
micro-proxy locali.
1. Il nuovo
campo di battaglia è la percezione
La coesione nazionale non è oggetto di aggressioni solamente con attacchi
informatici, pressioni energetiche o minacce militari, ma viene erosa più
lentamente, e spesso più efficacemente, attraverso la manipolazione della
percezione pubblica, la polarizzazione del dibattito e la delegittimazione
delle istituzioni.
La guerra cognitiva agisce su informazione, emozione, identità e fiducia,
con l’obiettivo – non di convincere tutti – di frammentare il campo sociale,
creare dubbio, moltiplicare narrazioni incompatibili e rendere più difficile
una risposta pubblica condivisa. Nel caso russo – come ho avuto modo di
approfondire nel mio articolo “La diplomazia
pubblica russa nella guerra cognitiva: attori, narrazioni
e strumenti digitali” – questa
dinamica si colloca all’interno della conflittualità ibrida, nella quale
informazione, percezione e influenza culturale assumono valore strategico.
2. La Russia e la diplomazia pubblica come influenza ibrida
La Russia non usa soltanto propaganda bensì un ecosistema che sfrutta le
dimensioni identitaria, della memoria storica, culturale, istituzionale, mediatica,
dei social network, della diplomazia
digitale e delle narrazioni anti-occidentali.
Il concetto di Russkij Mir – il
«Mondo Russo» – opera come dispositivo ideologico che tende non solo a una promozione
culturale, ma a creare e consolidare una cornice geopolitica che legittimi la
protezione delle comunità russofone e, in prospettiva, l’intervento politico o
militare narrativamente a tutela delle stesse. A questo si affiancano strumenti
istituzionali come la Fondazione Russkij Mir, Rossotrudnichestvo, il Gorchakov
Fund, la Chiesa ortodossa russa, i media
statali e le piattaforme digitali.
La diplomazia digitale russa sfrutta così i social media, crea e diffonde i contenuti di portali informativi
alternativi e piattaforme digitali per veicolare narrazioni filo-russe, per alimentare
il dubbio, per polarizzare l’opinione pubblica e per delegittimare le
narrazioni occidentali. Il caso italiano dell’operazione «Dalla Russia con amore» è utile come esempio di convergenza fra
assistenza umanitaria, propaganda, disinformazione e potenziale raccolta
informativa in un contesto di emergenza.
La Russia, così facendo, non cerca soltanto di raccontare una versione
alternativa dei fatti ma cerca di costruire un ambiente informativo nel quale
la verità diventa negoziabile, la fiducia istituzionale diventa fragile e la
coesione democratica diventa vulnerabile.
3. L’Iran e la strategia d’influenza «a spettro completo»
L’Iran, dopo il 7 ottobre 2023, ha aggiornato il proprio repertorio di
influenza, saldando la guerra di Gaza a un meta-frame emotivo basato sui
concetti di «Occidente contro Islam», «genocidio», «ipocrisia occidentale», vittimizzazione
dei musulmani, delegittimazione di Israele e degli oppositori in esilio,
erosione della fiducia civica e della coesione sociale europea.
Ne ho parlato in maniera dettagliata nel mio articolo “Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea” in cui evidenzio l’esistenza di tre livelli: il primo, la costruzione di una narrazione emotiva; il secondo, l’uso selettivo di infrastrutture religiose e associative; il terzo, l’esternalizzazione tattica della coercizione a reti criminali locali. L’obiettivo è polarizzare il discorso pubblico europeo, alimentare l’antisemitismo, delegittimare oppositori in esilio ed erodere fiducia civica e coesione sociale, mantenendo la plausibile negabilità.
La componente mediatico-digitale è centrale: PressTV e HispanTV producono
contenuti multilingue, poi distribuiti su piattaforme più permissive come
Telegram e Rumble, amplificati da reti inautentiche, siti proxy e adattamenti
linguistici alle diverse audience europee.
4. Il nodo pro-Pal: protesta legittima, sfruttamento ostile e
radicalizzazione del frame
È essenziale distinguere fra protesta legittima, critica politica,
mobilitazione pro-palestinese e sfruttamento ostile di quelle mobilitazioni da
parte di attori statali o para-statali. Il problema non è l’esistenza del
dissenso di per sè, ma la sua cattura narrativa, la sua amplificazione
artificiale e, in alcuni casi, il suo legame a reti radicali, antagoniste,
comunitarie o criminali.
Quello che pongo in evidenza nel mio articolo è che il fatto che il caso
iraniano non si limiti alla propaganda su Gaza, ma cerchi di trasformare un
conflitto esterno portandolo verso una polarizzazione interna europea seguendo una
chiara e definita sequenza che parte dalla costruzione della cornice emotiva, passa
attraverso il radicamento attraverso reti comunitarie e piattaforme digitali e
arriva all’eventuale impiego di micro-proxy locali per azioni dimostrative o
violente. In questa prospettiva, la narrazione non rimane online ma tende a trasformarsi in mobilitazione, pressione sociale,
intimidazione, radicalizzazione identitaria e, nei casi più estremi, violenza.
Il punto non è più, dunque, criminalizzare la protesta, bensì impedire che la protesta si imponga come un’infrastruttura inconsapevole di una strategia ostile di influenza.
5. Russia e Iran: due modelli diversi, una convergenza strategica
Schema comparativo, che evidenzia la convergenza dei due approcci: entrambi
gli attori, Russia e Iran, operano su quella che possiamo identificare come la vulnerabilità
più rilevante dei paesi democratici, ossia la fiducia: nelle istituzioni, nei media, nella comunità nazionale, nella
legittimità dell’azione pubblica e nella possibilità stessa di distinguere tra
informazione, propaganda e manipolazione.
Frame emotivo-religioso-politico, Gaza,
anti-occidentalismo, antisemitismo, diaspora, reti comunitarie, piattaforme
digitali.
Obiettivo
Legittimare la postura geopolitica russa, delegittimare
l’Occidente, alimentare sfiducia verso istituzioni democratiche.
Polarizzare il discorso pubblico europeo, delegittimare
oppositori, rafforzare la proiezione ideologica e ridurre i costi di
attribuzione.
Metodo
Soft power ibridato con disinformazione, diplomazia
digitale e, in contesti di crisi, penetrazione informativa.
Influenza «a spettro completo», con narrazione, reti
associative, media statali, piattaforme permissive e potenziale outsourcing
criminale.
6. Il rischio principale: erosione della coesione nazionale
La minaccia non è soltanto informativa. È sociale, politica e istituzionale
poiché la disinformazione produce effetti cumulativi: sfiducia nelle
istituzioni, radicalizzazione delle identità, delegittimazione dell’avversario,
frammentazione del dibattito pubblico, sospetto permanente verso media e
autorità, vulnerabilità delle comunità diasporiche, normalizzazione dell’odio
politico o religioso.
Nel modello iraniano, la minaccia emerge quando propaganda, economie
criminali e nodi comunitari si fondono; per questo occorre separare narrazione
e coercizione, tagliando l’accesso ai «fornitori» di violenza e delegittimando
le interfacce organizzative che trasformano il frame in azione.
7. Risposta strategica: dalla contro-disinformazione alla resilienza
cognitiva
Non basta smontare le fake news
una per una. Occorre rafforzare la resilienza cognitiva del sistema
democratico. Come è dunque possibile definire le possibili linee di risposta?
Proviamo a identificare alcune opzioni rilevanti.
L’alfabetizzazione
informativa, non intesa come educazione generica ai media, ma come capacità di riconoscere
frame ostili, manipolazione emotiva, falsi dilemmi, contenuti coordinati e
amplificazione artificiale.
La trasparenza
istituzionale rapida. Il vuoto informativo è lo spazio operativo della
disinformazione.
La protezione delle
comunità vulnerabili. Diaspore, minoranze religiose, giovani e ambienti
digitali polarizzati non vanno trattati come minacce, ma come spazi da
proteggere da infiltrazione, radicalizzazione e sfruttamento.
L’integrazione fra
sicurezza interna, intelligence, diplomazia pubblica, scuola, università, media
e società civile.
La risposta europea
coordinata. Le reti di influenza non rispettano confini nazionali; una risposta
solo nazionale rischia di essere tardiva, frammentata e facilmente aggirabile.
L’osservazione dello scenario sociale, politico e informativo, ci propone
un fenomeno in via di evoluzione e trasformazione. La disinformazione è solo la
superficie visibile di un fenomeno più profondo, cioè la competizione per il
controllo razionale dell’informazione. Russia e Iran non cercano semplicemente
di convincere le opinioni pubbliche europee, ma cercano di dividere,
disorientare e rendere più costosa e lenta ogni decisione collettiva. La difesa
della coesione nazionale, dunque, non è censura, non è propaganda di segno
opposto, non è repressione del dissenso; al contrario, è capacità democratica
di distinguere tra conflitto politico legittimo e manipolazione ostile, tra
protesta e strumentalizzazione, tra pluralismo e frammentazione indotta. In
questo spazio si misura oggi la vera resilienza delle democrazie europee.
Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale
Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”, Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)
La minaccia dal Medioriente all’Europa
di Claudio Bertolotti
Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.
La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.
Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.
Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.
Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.
Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.
Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.
Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.
Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.
Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.
Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.
Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.
In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.
La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.
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