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Nrc: le 10 crisi più trascurate al mondo sono tutte africane

di Marco Cochi

L’autorevole Consiglio norvegese per i rifugiati (Nrc) ha pubblicato l’annuale rapporto che elenca le dieci crisi di sfollamento più trascurate, sia a livello politico che mediatico, dalla comunità internazionale. Scorrendo l’infausta graduatoria riferita al 2021, non costituisce una novità che molti paesi africani siano in cima alla lista.

Come dimostra la crisi più dimenticata in assoluto, quella della Repubblica democratica del Congo (RdC), ormai diventata un esempio da manuale di abbandono con una presenza fissa nelle precedenti cinque edizioni del report dell’Ong di Oslo (La RdC è stata in cima alla classifica già due volte nel 2017 e 2020, mentre si è classificata seconda nel 2016, 2018 e 2019).

Il nord-est della RdC è afflitto da tensioni e conflitti intercomunitari, con un drammatico aumento degli attacchi ai campi profughi dal novembre 2021, che uniti all’insicurezza alimentare, che ha raggiunto il livello più alto mai registrato, hanno causato lo sfollamento di oltre 5,5 milioni di persone all’interno del paese.

Secondo lo studio, l’aiuto fornito lo scorso anno alla RdC è stato pari a meno di un dollaro a settimana per persona bisognosa e l’appello umanitario è stato finanziato per meno della metà, non consentendo agli operatori sul campo di decidere a cosa e a chi dare la priorità. Al contrario, l’appello umanitario lanciato dall’Ucraina lo scorso primo marzo è stato quasi interamente finanziato lo stesso giorno.

Non vanno meglio le cose per gli altri paesi africani: in Burkina Faso, seconda nazione della graduatoria, nonostante un forte aumento di persone che fuggono dalle loro case, durante l’intero 2021 la crisi degli sfollati burkinabe ha ricevuto una copertura mediatica sostanzialmente inferiore, rispetto alla media che la guerra in Ucraina ha ricevuto quotidianamente durante i primi tre mesi del conflitto. 

Nella speciale classifica stilata dall’Nrc, la RdC e il Burkina Faso, sono seguite da Camerun, Sud Sudan, Ciad, Mali, Sudan, Nigeria, Burundi ed Etiopia. Così, per la prima volta, tutte e dieci le crisi più neglette dalla comunità internazionale sono nel continente africano. Un triste primato che indica il fallimento cronico dei decisori, dei donatori e dei media nell’affrontare i conflitti e le sofferenze umane nel continente.

L’Nrc ha sviluppato la lista delle dieci crisi più trascurate basandosi su tre criteri. In primo luogo, ha tenuto conto del numero di iniziative politiche e diplomatiche internazionali in corso per trovare soluzioni durature.

Per esempio, negli ultimi quattro anni, il Camerun è sempre nei primi posti della classifica a causa della mancanza di impegno da parte della comunità internazionale per risolvere gli annosi problemi, che affliggono la popolazione della parte anglofona del paese africano.

Un altro criterio su cui i ricercatori della Ong norvegese hanno basato lo studio è la mancanza di attenzione riservata alle crisi dai media internazionali, che coprono raramente questi paesi, al di là di rapporti ad hoc su nuovi focolai di violenza o malattie. Mentre in diversi Stati africani la mancanza di libertà di stampa aggrava la carenza di attenzione mediatica. 

Per indicare un esempio, dal 2019 i media hanno citato i quasi due milioni gli sfollati in Burkina Faso causati dagli attacchi dei gruppi islamisti, lo stesso numero di volte dei profughi ucraini durante i primi tre mesi del conflitto.

Infine, l’Nrc si è concentrato sulla carenza di aiuti finanziari internazionali caratterizzata da una certa stanchezza dei donatori e il fatto che molti paesi africani sono considerati di limitato interesse geopolitico.

Il basso livello di finanziamento limita un adeguato soccorso

Senza tralasciare, che il basso livello di finanziamento limita in maniera significativa la capacità delle organizzazioni umanitarie sia di fornire un adeguato soccorso alle popolazioni sia di svolgere un’efficace attività di advocacy e comunicazione per queste crisi, attivando un circolo vizioso. 

Le conseguenze sono ben descritte dai numeri, che raccontano come nel 2021, nella RdC erano necessari due miliardi di dollari per coprire i bisogni primari del paese, di cui solo il 44% è stato coperto e nel 2022 si stima che la copertura sarà limitata al 10%.

In risposta alla tragica crisi in Ucraina, abbiamo assistito a un’imponente dimostrazione di umanità e solidarietà, sostenuta dalla rapidità di azione da parte della politica. I paesi donatori, le aziende private e le opinioni pubbliche hanno tutti contribuito generosamente, mentre i media hanno seguito ininterrottamente lo scoppio della guerra prodotta dall’aggressione militare della Russia. Allo stesso tempo, la situazione si sta deteriorando per milioni di persone afflitte da crisi, che si stanno profilando all’ombra del conflitto in corso in Ucraina.

I livelli di malnutrizione sono in aumento nella maggior parte dei dieci paesi presenti nell’elenco delle crisi trascurate, aggravate dall’aumento dei prezzi del grano e del carburante causati dalla guerra in Ucraina. Le organizzazioni umanitarie hanno lanciato costantemente l’allarme dall’inizio del 2022, ma la comunità internazionale stenta a intraprendere l’azione necessaria.

Inoltre, i finanziamenti per queste crisi trascurate sono in pericolo. Diversi paesi donatori stanno ora decidendo di ridurre gli aiuti all’Africa e di reindirizzare i finanziamenti verso la risposta dell’Ucraina e l’accoglienza dei rifugiati in Europa.

Una situazione perfettamente descritta dal segretario generale dell’Nrc, Jan Egeland, che alla presentazione del report ha affermato che «la guerra in Ucraina ha dimostrato l’immenso divario tra ciò che è possibile fare quando la comunità internazionale si unisce e la realtà quotidiana di milioni di persone che soffrono in silenzio nel continente africano, che il mondo ha scelto di ignorare».


Ucraina: Cosa succede a Severodonetsk? Il commento di C. Bertolotti

Il commento del Direttore Claudio Bertolotti sull’evoluzione della guerra in Ucraina. TV2000, TGTG del 6 giugno 2022.

Gli effetti della guerra di logoramento e attrito

A oltre 100 giorni di guerra entrambi i fronti stanno mostrando segni di stanchezza e vulnerabilità: le forze russe sono stanche, ma quelle ucraine sono esauste e logorate. Questi sono gli effetti di una guerra di logoramento e attrito che si è imposta a partire dal secondo mese.

La battaglia del #Donbas, e ancora di più i combattimenti di #Severodonetsk ci confermano ancora una volta come il combattimento nei centri abitati sia l’opzione che gli eserciti cercano di evitare e che affrontano solamente quando non vi sono alternative. E il controllo di Severodonetsk è essenziale per poter condurre operazioni ad ampio raggio nel settore meridionale: per gestire lo schieramento delle forze, per costringere in una morsa mortale gli ucraini e per avere libertà di movimento, logistico e operativo, lungo le principali strade e autostrade.

Il conflitto nel Donbas ha raggiunto la massima intensità da quando è cominciata. Dopo un periodo di vantaggio tattico sostanziale da parte delle forze russe, due giorni fa si è registrato il contrattacco, limitato, circoscritto ma efficace, da parte delle unità ucraine su Severodonetsk che hanno saputo imporre gravi danni e perdite alle unità russe, tra questi una componente rilevante di miliziani filo-russi e unità associate alla compagnia privata Wagner.

Un ruolo importante è stato giocato dall’artiglieria ucraina nella vicina Lysychansk che ha colpito i reparti russi e le loro retrovie. Un’azione cruenta ma simbolica poiché le aree della città in precedenza sotto il controllo dei russi sono tornate nelle loro mani riportando la situazione al punto di partenza.

Sono gli effetti della guerra di logoramento e attrito, che definiscono i confini di un conflitto di più bassa intensità ma dalla durata indefinita.

Cosa succede a Severodonetsk?

Ad oggi (7 giugno) possiamo appurare che le forze russe mantengono il controllo su gran parte della città di Severodonetsk. Le forze ucraine non possono far altro che rallentare le unità russe che provano a realizzare l’accerchiamento della provincia di Luhansk e al tempo stesso, contengono gli assalti frontali russi a Severodonetsk attraverso contrattacchi locali, limitati e non risolutivi. Al contempo, sempre a Severodonetsk, gli ucraini insistono con una rigida e al momento efficace azione di difesa della riva occidentale del fiume Siverskyi Donets dove i russi starebbero tentando di avanzare in direzione di Slovyansk.

Nel complesso, riporta l’ISW, le forze russe nell’area di Izyum hanno mantenuto la posizione, mentre – a conferma di un sostanziale vantaggio tattico – muovono verso ovest da Lyman su Shchurove e Staryi Karavan e starebbero “ripulendo” Sviatohirsk (il che significa che sono probabilmente impegnati in combattimenti urbani all’interno della città).

Nel settore di Kharkiv i piccoli e limitati contrattacchi ucraini del 5 giugno hanno indotto le truppe russe a mantenere una postura difensiva a nord della città.

Non risolutivi sarebbero stati i tentativi russi di interrompere le linee di comunicazione ucraine a nord-est di Bakhmut.

Infine, la Marina ucraina sarebbe impegnata in azioni di disturbo nel tentativo di limitare la capacità di manovra della flotta russa del Mar Nero, con probabile intento di ridurre la pressione del blocco russo sui porti meridionali dell’Ucraina.


Ucraina (D+95) Lotta per il Donbas: come i russi stanno imparando dai propri errori. Il commento del Generale Mick Ryan

di Mick Ryan, AM, Strategist, Leader & Author, Retired Army Major General

@WarintheFuture

Nei 95 giorni trascorsi dall’invasione della Russia in #Ucraina, ho esplorato l’adattamento e il modo in cui le istituzioni militari imparano durante la guerra. Oggi esamino ciò che le ultime due settimane nel Donbas ci dicono su come i russi stanno imparando nella battaglia di #adattamento in corso.

Sir Michael Howard ha scritto in “The Uses and Abuses of Military History” (trad. Gli usi e gli abusi della storia militare) che le istituzioni militari normalmente sbagliano la guerra successiva, per lo più per ragioni che sfuggono al loro controllo. Pertanto, una virtù importante per le organizzazioni militari deve essere l’adattabilità agli eventi inattesi.

A marzo ho esplorato il concetto di adattamento in guerra e il modo in cui gli sforzi di trasformazione della Russia dal 2008 sembrano aver ottenuto miglioramenti minimi a livello tattico e strategico. Nelle ultime settimane, i russi hanno compiuto progressi costanti, anche se lenti, nella condotta della loro offensiva orientale nel Donbas. Progressi che indicano comunque come i russi stiano apprendendo dai loro precedenti fallimenti.

Prima di esplorare questo aspetto in dettaglio, è necessaria una breve deviazione per definire un quadro di riferimento utile ad esplorare dove i russi hanno appreso. Le organizzazioni militari utilizzano questi principi per addestrare i soldati, sviluppare tattiche comuni e organizzare le formazioni di combattimento e di supporto. Principi che si traducono in direttive, di fatto “verità essenziali” sulla condotta pratica di guerre, campagne militari e operazioni di successo. Nel contesto di questa analisi dell’apprendimento russo, spiccano in particolare tre principi di guerra: la selezione e il mantenimento dell’obiettivo, la concentrazione della forza e la cooperazione.

In qualsiasi azione militare, l’obiettivo deve essere semplice, ampiamente compreso e nei limiti delle forze disponibili. Gli obiettivi bellici iniziali della Russia erano di ampio respiro e non prevedevano un massiccio aiuto militare occidentale all’Ucraina. È diventato presto chiaro che questi obiettivi erano al di là delle capacità militari russe. I russi stavano usando un esercito d’invasione più piccolo di quello dello Stato che stavano attaccando, e hanno fallito. Più di recente – come evidenziato nei briefing degli alti ufficiali russi – hanno consolidato le loro mire verso obiettivi più ristretti nell’est del Paese. E hanno spostato le loro forze per avere maggiori possibilità di raggiungere questi obiettivi strategici più limitati.

Concentrazione degli sforzi. Il successo in guerra spesso dipende dalla concentrazione delle forze militari nel momento e nel luogo più opportuno. Questa dovrebbe essere supportata da sforzi come le operazioni informative e la diplomazia per amplificare l’impatto delle forze militari. A livello più elevato, Mosca ha nominato un alto generale come comandante generale della campagna ucraina. Egli ha supervisionato un approccio brutale e distruttivo nella parte orientale, ma è probabile che i russi vedano i loro limitati guadagni come grandi successi.

Ma sostenere l’apprendimento tattico per generare un vantaggio operativo sarà una sfida significativa, date le altre carenze della leadership russa. È troppo poco, e troppo tardi?

Ciò impone una questione più ampia: quale potrebbe essere l’impatto di tale apprendimento tattico russo sulla condotta complessiva della guerra? E data l’intensità delle operazioni orientali della Russia, saranno ancora in grado di effettuare operazioni offensive dopo le prossime settimane?

Questo dipende dalla logistica russa, dalla strategia difensiva ucraina, dall’afflusso di aiuti occidentali e dalla condotta di offensive ucraine altrove che potrebbero distrarre le forze russe. E l’adattamento tattico a breve termine (anche se difficile) è più semplice dell’adattamento strategico a lungo termine. Murray, Knox e Bernstein hanno scritto: “È più importante prendere decisioni corrette a livello politico e strategico che a livello tattico. Gli errori nelle operazioni e nelle tattiche possono essere corretti, ma gli errori politici e strategici vivono per sempre“.

La Russia ha dimostrato una certa capacità di imparare dai suoi fallimenti tattici. Ma la sua capacità nazionale di imparare e adattarsi agli impatti economici, diplomatici, informativi e di altro tipo della sua strategia fallimentare di invasione dell’Ucraina resta da vedere. Questo probabilmente prolungherà la guerra.

Editore Claudio Bertolotti, Direttore START InSight, @cbertolotti1

info@startinsight.eu


Ucraina: Generali sotto tiro e “terminator” in azione in Donbass (D+87)

di Luigi Chiapperini*

Punto di situazione sul conflitto russo-ucraino al D+87

La fase più critica del conflitto in Ucraina si sarebbe forse potuta chiudere in due o tre giorni solo se il presidente Zelensky fosse fuggito e il governo ucraino fosse crollato. A quel punto si sarebbe assistito all’inizio dell’occupazione russa con il molto probabile avvio della resistenza ucraina sotto forma di guerriglia.

Ma tutto ciò non è avvenuto e la situazione sul terreno è quella che un po’ tutti abbiamo imparato a conoscere: il tentativo fallito di assedio a Kiev e la penetrazione nell’est con attacchi reiterati su Kharkiv dall’esito anch’esso non positivo mentre a sud la situazione, che ha visto le forze russe provenienti dalla Crimea e quelle filo-russe del Donbass chiudere l’Ucraina in una sorta di enclave terrestre (ad esclusione al momento di Odessa il cui porto peraltro è chiuso con conseguenze drammatiche per l’approvvigionamento di cereali nel mondo), sembra essersi cristallizzata da qualche settimana.

Colpa dei generali russi che avrebbero pianificato male e condotto peggio l’operazione?

In un ambiente permeato dalla cultura del capro espiatorio è stato alquanto normale “silurare” un certo numero di vertici militari, tra i quali il generale Serhiy Kisel, che sarebbe stato sospeso “per non essere riuscito a conquistare Karkhiv”, e il vice ammiraglio Igor Osipov, che sarebbe stato licenziato “a seguito dell’affondamento dell’incrociatore Moskva”. Probabilmente anche il capo di stato maggiore russo, il Gen. Valeriy Gerasimov, non avrebbe più la totale fiducia di Putin ma al momento sembra essere rimasto al suo posto.

Lo scopo dell’attacco, ma anche il modo con il quale l’Ucraina è stata invasa il 24 febbraio scorso, ha fatto partorire discussioni e teorie più o meno valide tra vecchi e nuovi geo-strateghi e analisti militari (affidabili o presunti tali).

A nostro avviso quella russa è stata una penetrazione su un fronte troppo ampio (ben 1.500 km. circa) verosimilmente non per un errore operativo da parte dei decisori militari russi (sarebbe stato veramente imperdonabile) ma per una scelta strategica da parte del vertice politico ben precisa ancorché azzardata: indurre il panico nella popolazione e nelle istituzioni e costringere il governo ucraino a capitolare in pochi giorni. O almeno così si sperava.

Come sappiamo, ciò non è avvenuto e pertanto i russi hanno dovuto dapprima, ma senza successo e con non pochi problemi di natura essenzialmente logistica, immettere le seconde schiere e le unità in riserva e successivamente riarticolare l’intero dispositivo abbandonando gli sforzi su Kiev e più recentemente su Karkiv per assicurare una sufficiente gravitazione delle forze nelle aree che possono essere considerate gli obiettivi territoriali minimi di Putin: la regione completa del Donbass e l’area costiera meridionale dell’Ucraina.

Il tutto naturalmente in funzione delle richieste russe al tavolo delle trattative che si rifanno verosimilmente al discorso del presidente Putin del 22 febbraio 2022: Ucraina neutrale, Crimea russa, Donbass “libero”.

In realtà il numero dei cosiddetti BTG (Batalonnaja Takticheskaja Gruppa), cioè delle Task Force russe di livello battaglione impiegate (ognuna costituita da circa 800-1.000 soldati), è stato sinora di circa 90 su 180 totali teoricamente disponibili nella Federazione russa. Le sole forze di manovra russe in Ucraina sono pertanto formate da circa 80-90.000 soldati mentre il totale impiegato, comprese le milizie delle autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk, raggiunge verosimilmente le 150.000 unità. Le forze armate ucraine dovrebbero invece aver ormai toccato, tra forze regolari e milizie territoriali, le 200-250.000 unità dislocate però sull’intero territorio nazionale, naturalmente con una maggiore concentrazione nelle aree a contatto con quelle russe dove si presume siano impiegati circa 150.000 soldati e miliziani (non tutti impiegabili in un combattimento ad alta intensità). Da questi numeri si può dedurre pertanto un rapporto di forza che solo attualmente è di 1:1 mentre a inizio conflitto, stante la eccessiva lunghezza del fronte, era verosimilmente sfavorevole alle forze attaccanti russe la cui superiorità aerea e qualitativa di alcuni degli equipaggiamenti non sembra peraltro essere stata decisiva. Se infatti esaminiamo quello che nelle scuole di guerra si definisce “rapporto di spazio”, si scopre che a inizio operazione, con il numero disponibile di BTG, che teoricamente avrebbero potuto coprire circa 600 (massimo 900) km. sulla fronte, i russi hanno dovuto invece attaccare gli ucraini su un’ampiezza non sostenibile in quanto pari quasi al doppio di quanto previsto dalla dottrina.

Da qui, oltre ad altri fattori come l’ottima performance dell’esercito ucraino (quadri preparati, soldati motivati, piani predisposti) e l’aiuto che si è rivelato fondamentale da parte occidentale (in particolare la presunta “assistenza” all’intelligence ucraina, armi controcarro e sistemi d’arma contraerei moderni ed efficaci), è scaturito il mancato raggiungimento di tutti gli obiettivi iniziali auspicati dalla leadership russa.

La seconda fase, in atto, delle operazioni russe

Alla prima fase dell’attacco “generalizzato” che ha coinvolto quasi la metà dell’intera frontiera terrestre ucraina, parzialmente fallito, è seguita la fase attuale che vede i russi combattere su un fronte molto più ristretto a sud-est e a sud. Ma le notizie che pervengono dalla linea di contatto ci raccontano di una avanzata che, pur con successi locali, continua ad essere ancora relativamente lenta. Molti commentatori ritengono che anche in questa seconda fase l’offensiva russa abbia raggiunto il culminating point (punto culmine), cioè una situazione in cui non sarebbe più in grado di operare avendo immesso in combattimento tutto il suo potenziale bellico senza aver completato la missione.

È veramente così? Probabilmente no. Bisogna tener conto del fatto che siamo di fronte ad un conflitto che almeno inizialmente aveva natura simmetrica, intesa come confronto tra forze convenzionali di qualità e consistenza pressoché similari e che grazie agli aiuti occidentali continuerà ancora ad essere tale. È vero che anche in questo quadrante le truppe russe hanno subito pesanti perdite come ad esempio nel tentativo di forzare il fiume Siverskyi Donets, ma è d’uopo evidenziare che oltre alla sin qui efficace resistenza degli ucraini che, non dimentichiamolo, conoscono molto bene l’area avendo operato negli ultimi otto anni contro i separatisti russofoni, l’offensiva delle forze russe e filo-russe risente negativamente di orografia, idrografia e presenza antropica che non consentono una agevole manovra, manovra che grazie ad alcuni importanti successi locali solo ora sembra iniziare a produrre risultati positivi in particolare a Izyum, a Popasna e nella stessa Severodonetsk.

Inoltre i russi possono contare ora non solo sulle forze recuperate e già immesse nuovamente in combattimento dalle direttrici non più operative del nord (Kiev) e del nord est (Sumy), ma anche sui circa 10 BTG che erano impegnati a Mariupol. Questi ultimi, dopo un adeguato ricondizionamento, potranno andare a rafforzare la gravitazione esercitata su Severodonetsk dando la spallata decisiva alle forze ucraine in difesa oppure per andare a ristabilire una linea del fronte che a Kherson-Mykolayiv continua a presentare non pochi problemi. 

Comunque lo sforzo principale in questa fase sembra essere proprio quello in Donbass dove i BTG russi, come detto, operano nelle aree di Izyum (per sfondare a sud-est verso Slovyansk) e di Popasna (per raggiungere verso nord Severodonetsk e nord-ovest Kramatorsk), allo scopo di assumere il controllo dell’autostrada M3 (E-40). Questa manovra di accerchiamento chiuderebbe in una sacca i reparti ucraini (probabilmente una ventina di BTG) impegnati nel saliente di Izyum-Lyman-Severodonetsk-Hirske-Popasna.

Se la manovra di accerchiamento tra Izyum e Popasna dovesse avere successo, sarebbe indubbiamente raggiunto e superato un punto decisivo della linea di operazione il cui obiettivo è la conquista dell’intero Donbass.

Sempre a sud, dopo ben 84 giorni di resistenza nelle locali acciaierie, divenute ormai un ammasso di macerie, Mariupol è stata definitivamente conquistata. I russi e le milizie del Donbass, oltre ad aver liberato forze da poter impiegare altrove, hanno così assicurato quel continuum territoriale con la penisola di Crimea che riveste grandissimo valore simbolico oltre che economico. Inoltre, mentre continua lo sforzo verso nord per raggiungere l’importante città di Zaporizhzia, a nord-ovest della penisola si continua a combattere lungo la linea Kherson – Mykolayiv con esito alterno sin dall’inizio del conflitto. La mancata acquisizione completa di questa area, oltre alle perdite dell’incrociatore lanciamissili Moskva e di alcune navi anfibie, è uno dei motivi per i quali i russi non sono ancora riusciti ad attaccare Odessa, altra città simbolo dell’Ucraina e “porta da sfondare” per congiungere la Russia alla Transnistria, regione moldava dichiaratasi anch’essa autonoma e che nel 2014 ha chiesto l’adesione a quella che considerano la loro “madrepatria”.

Riassumendo, concentrando l’attenzione agli “oblast” meridionali dell’Ucraina, i russi intendono finalmente impiegare in maniera più consona e rispondente ai principi basilari della dottrina militare le proprie unità, almeno per quanto riguarda il giusto rapporto di forze e spazio. Il fronte ha ora una lunghezza tale da poter essere investito con maggiore efficacia dai BTG disponibili.

I russi hanno sicuramente subito perdite considerevoli, ma gli ucraini hanno visto le proprie componenti corazzata e aerea quasi completamente distrutte e una parte consistente del proprio territorio cadere in mani russe. Solo i citati aiuti militari occidentali, compresi i carri armati T-72 polacchi, e la loro grandissima motivazione, hanno consentito agli ucraini di continuare a porre in atto una difesa alquanto efficace che potrebbe portare eventualmente a un conflitto di attrito e quindi di lunga durata. Ecco che per i russi potrebbe essere necessario passare alla fase 2.1, cioè vincere in Donbass e nell’area di Odessa nel più breve tempo possibile impiegando nuovi micidiali mezzi.

I possibili nuovi protagonisti dei campi di battaglia in Ucraina

Per detti motivi, oltre a un impiego ancora più massiccio dei migliori sistemi d’arma come i missili ipersonici ad alta precisione aria-terra Khinzal e terra-terra Iskander con gittate rispettivamente di 2.000 e 500 km. o i micidiali TOS-1 (Buratino), sistemi montati su telai di carri armati T-72 in grado di lanciare missili con testate termobariche, alcuni ritengono che stiano per comparire sul campo di battaglia altri sistemi d’arma russi modernissimi che per una serie di motivi, primo tra tutti proprio perché da poco usciti dalle linee di montaggio, non sono stati ancora impiegati.

Ecco alcuni di questi nuovi mezzi, limitandoci a quelli operanti nell’ambiente terrestre che è risultato essere stato sinora quello più sanguinoso e che sarà decisivo per le sorti del conflitto.

Come detto, fondamentale risulta la capacità di acquisire informazioni su entità, dislocazione natura e atteggiamento del nemico. Per fare questo anche gli ucraini dispongono di droni (alcuni dei quali probabilmente forniti dalle nazioni che stanno contribuendo alla sua difesa) contro i quali sembra che negli ultimi giorni i russi abbiano utilizzato un sistema d’arma laser, lo Zadira, che secondo il vice premier russo Yuri Borisov è “capace di incenerire un drone ma anche altri mezzi a 5 km di distanza”.

Relativamente ai mezzi più “convenzionali”, sin dall’inizio delle operazioni i russi impiegano i carri armati T-72B3M e quelli delle serie T-80 e T-90, i quali sono equipaggiati con sistemi di protezione ERA (Explosive Reactive Armour, cioè corazzature reattive esplosive) del tipo Kontakt-5 e Relikt, considerate fino a febbraio molto avanzate ma che sono risultate non sufficientemente idonee a fronteggiare le nuove minacce dei temibili missili controcarri occidentali, ad esempio i Javelin.

Ecco perché la Russia potrebbe inviare in Ucraina i mastodontici (rispetto agli standard dei veicoli sinora prodotti in oriente) T-14 Armata, mezzi con caratteristiche similari a quelle dei carri occidentali sia in termini di dimensioni che di utilizzo esteso dell’elettronica ma che avrebbero la capacità di sparare fino a dieci colpi da 125 mm. al minuto e colpire bersagli a una distanza di sette chilometri.

Per dare un’idea di quanto sia potente l’ultimo nato in casa russa, il carro armato statunitense M1 Abrams può sparare “solo” tre colpi al minuto e ha una portata di “appena” 4.500 metri. Inoltre, il nuovo carro dispone di corazza reattiva Malachit e di un sistema di protezione attiva Afganit che include un radar a onde millimetriche per rilevare, monitorare e intercettare munizioni anticarro in arrivo a similitudine dell’avanzatissimo sistema israeliano Trophy. Di MBT (Main Battle Tank) T-14, che ha avuto una genesi a dir poco travagliata proprio a causa della sua complessità e dei costi di sviluppo e produzione molto elevati, ce ne sono al momento disponibili relativamente pochi (alcune decine) nelle disponibilità di una delle divisioni di punta dell’esercito russo, la 2^ Divisone della Guardia “Tamanskaya”. La domanda è se i russi si fideranno ad immettere in combattimento un veicolo sicuramente mobile, protetto e potente ma verosimilmente non ancora maturo in quanto non testato a sufficienza.

Sui campi di battaglia dell’Ucraina potrebbe comparire anche il nuovo mezzo da combattimento per la fanteria da affiancare al T-14. Avendo la stessa piattaforma ha lo stesso nome, Armata, ma con codice identificativo diverso: T-15. I fanti russi, che hanno subìto pesanti perdite a seguito della distruzione di mezzi scarsamente protetti come i BMP-2 e 3, non vedono l’ora di riceverli ma non sarà così semplice. Come per i T-14, ne sarebbero disponibili al momento poche decine di unità. Anche questo mezzo, inoltre, potrebbe avere gli stessi problemi di “maturità” del fratello maggiore T-14.

Un altro mezzo micidiale che è già stato dispiegato verso la metà del mese di maggio 2022 in Donbass è il BMPT Terminator-2, un veicolo idoneo ad affiancare i carri armati in particolare nei centri abitati in quanto dispone di un set di armi composito: una mitragliatrice cal. 7,62 e due lanciagranate anti personale, due cannoni da 30 mm contro veicoli blindati e 4 lanciatori per missili guidati contro carri. Il modello che viene già impiegato è su scafo T-72, quindi risalente all’epoca sovietica ancorché migliorato. Un nuovo modello molto più protetto, più automatizzato e anche con capacità contraerea è il BMPT-15 Terminator-3, un sistema d’arma su scafo del citato Armata.

Grazie alla disponibilità di detti mezzi, i russi potrebbero costituire alcuni BTG modernissimi con i quali dare l’ultima spallata alla resistenza ucraina in Donbass e a Odessa.

* Generale di Corpo d’Armata dei lagunari Luigi Chiapperini, già pianificatore nel comando Kosovo Force della NATO, comandante dei contingenti nazionali NATO in Kosovo nel 2001 e ONU in Libano nel 2006 e del contingente multinazionale NATO in Afghanistan tra il 2012 e il 2013, Vice Capo del Reparto Pianificazione Generale e Direzione Strategica / Politica delle Alleanze presso lo Stato Maggiore Difesa, Capo Ufficio Generale del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, attualmente membro del Centro Studi dell’Esercito e collaboratore del Campus universitario CIELS di Padova.


Ucraina: il paradosso dei prigionieri dell’Azovstal (Adnkronos).

Bertolotti (Ispi): “La Russia potrebbe ‘mediare’ per liberare i prigionieri Azovstal”

Tratto dall’articolo originale di Cristiano Camera per ADNKRONOS.

L’analista dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, interpellato da ADNKRONOS, rileva il possibile paradosso, in sede di negoziati futuri, con Mosca che potrebbe trattare la scarcerazione dei militari detenuti nel Donetsk in cambio di concessioni.

La domanda vera sul lungo assedio dell’Azovstal e sulla sua resa, sulla caduta dell’ultimo baluardo della difesa di Mariupol, è cosa ne sarà dei militari che fino all’altro ieri erano asserragliati nell’ex acciaieria ucraina. Di cosa ne farà la Russia, se saranno più utili da vivi che da morti e se saranno sottoposti a un processo regolare e la loro detenzione rispetterà il diritto internazionale dei prigionieri di guerra oppure no, tutto questo dipenderà anche da un ragionamento di opportunità. Lo sostiene parlando con l’Adnkronos Claudio Bertolotti, analista dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) e direttore di START InSight, secondo cui “il fatto che i prigionieri non siano detenuti in Russia, ma in due villaggi della Repubblica Popolare del Donetsk, potrebbe permettere a Mosca di non entrare direttamente nella questione, lasciando all’autoproclamata repubblica l’onere dell’eventuale gestione della sanzione o della pena. E’ una scelta di opportunità che la Russia potrebbe mettere sul tavolo negoziale proponendosi come intermediario facilitatore per la loro liberazione. Una situazione che potremmo definire paradossale e che sembra essere creata ‘ad hoc’ per escludere la Russia da ovvie conseguenze sul piano del diritto internazionale. Ma sappiamo che in guerra si coglie ogni opportunità, in questo caso quella di ottenere su un futuro tavolo negoziale una qualche concessione” (ADNKRONOS).

“Secondo il diritto internazionale – ricorda Bertolotti – i prigionieri di guerra non devono essere sottoposti a maltrattamenti e torture e dovrebbero essere posti sotto il controllo e interfacciarsi con il comitato internazionale della Croce Rossa. Questa è una responsabilità che le autorità che detengono i prigionieri di guerra devono rispettare, secondo la convenzione di Ginevra. Qui però sorge il vero problema, dato che la Russia non ha formalizzato lo stato di guerra con l’Ucraina, insistendo invece sempre sull’operazione militare speciale. Questo risolve i problemi di Mosca in termini di gestione politica interna del dossier Ucraina ma non sul piano del diritto internazionale, secondo cui la salvaguardia e la tutela della vita dei prigionieri spetta all’autorità di governo che detiene quelle persone”. Una responsabilità che, come detto, la Russia potrebbe delegare al Donetsk, salvo poi proporsi come mediatrice per una successiva liberazione dei prigionieri in cambio di concessioni al tavolo delle trattative. “Se però è vero che qui non si tratta formalmente di prigionieri di guerra – rileva l’analista- in quanto non c’è uno stato di guerra formale, siamo comunque di fronte a uno stato di guerra sostanziale. Tuttavia queste persone, pur non rientrando nella categoria di prigionieri di guerra, godono dei loro stessi diritti” (ADNKRONOS).

“Un altro aspetto importante – fa notare il ricercatore dell’Ispi – è che la Russia ha parlato spesso di ‘terroristi’ facendo riferimento ai combattenti di Mariupol e in particolare ai componenti del Battaglione Azov, che raccoglie al suo interno anche soggetti ideologicamente schierati su posizioni neonaziste. E la narrativa della guerra russa, dell’operazione speciale in Ucraina, ha insistito moltissimo sulla questione neonazista, sulla liberazione dal nazismo delle popolazioni dell’Ucraina. Questo non avrebbe in ogni caso nessuna conseguenza rispetto ai diritti di un trattamento equo e giusto. La Russia avrebbe comunque il dovere di tutelare le persone poste sotto la sua giurisdizione o tutela (ADNKRONOS).

Un altro scenario vedrebbe i prigionieri dell’Azovstal utilizzati come oggetto di scambio con i russi in mano ucraina, dando così un segnale positivo alle famiglie dei prigionieri russi e, di conseguenza, ottenere il favore dell’opinione pubblica russa.

Guardando al futuro, – sostiene Bertolotti – questi prigionieri serviranno alla Russia più vivi che morti, non fosse altro che per comminare ad alcuni di loro, i prigionieri più esposti in termini di responsabilità militare oppure da un punto di vista mediatico, pene esemplari. Lo stesso discorso vale anche per l’autorità della Repubblica Popolare del Donetsk, che ha le stesse responsabilità di chiunque detenga dei prigionieri” (ADNKRONOS).


Ucraina: la Russia di Putin e la visione di Macron

di Claudio Bertolotti

Il discorso del Presidente russo Vladimir Putin del 9 maggio, in occasione della parata per celebrare la vittoria sul nazismo nella seconda guerra mondiale, è stato volutamente rassicurante nei confronti dell’opinione pubblica russa, e volutamente contenuto. E al contempo è stato coerente con la visione russa di quanto sta accadendo e di come la sua classe dirigente, e con essa anche il suo popolo, percepisce l’ipotesi di una minaccia permanente. La frase pronunciata da Putin – cito – di un “pericolo cresciuto ogni giorno, la Russia ha dato un colpo preventivo” si colloca esattamente all’interno di questa percezione, che è nota come la sindrome da “fortezza sotto assedio”, una percezione storicamente presente all’interno della società russa e che per questo motivo ha definito la propria politica estera e scritto la dottrina strategica militare prevedendo “azioni preventive” in un’ottica difensiva. È una lettura interessante, che non si limita ad osservare quanto accade dal punto di vista ucraino o occidentale. Questo non vuol dire giustificare, ma offre uno strumento di lettura che spiega il relativo sostegno del sistema e del popolo russo a questa guerra.

Dal punto di vista operativo, lo scontro si è ormai consolidato come guerra di attrito e logoramento e si sta trasformando in una sciagura per la Russia, almeno rispetto alle aspettative iniziali. Russia che mantiene il vantaggio tattico ma con un’Ucraina, sempre più sostenuta dagli Stati Uniti e il Regno Unito e dagli altri paesi occidentali e della Nato, che si rafforza sempre più e che, da una posizione di difesa, sta assumendo una postura attiva caratterizzata da alcune azioni di contrattacco, non rilevanti sul piano generale ma certamente significative e galvanizzanti per il morale delle truppe di Kiev.

LE CONDIZIONI PER UN NEGOZIATO

E allora si guarda al negoziato, al momento lontano dal potersi realizzare perché un negoziato, per essere tale, deve porre sullo stesso piano, in posizione paritaria, i due contendenti; altrimenti è l’imposizione della resa e come tale non verrà accettata da entrambi i soggetti. È necessario trovare una soluzione mediata che consenta a Mosca e a Kiev di uscire a testa alta nei confronti dei rispettivi cittadini. Detto in altri termini, la Russia – e Putin per primo – non accetterà una soluzione che imponga un ritiro senza l’ottenimento di un risultato concreto. Un risultato che non potrà escludere il controllo della Crimea da parte della Russia, e con essa la continuità territoriale con il Donbas.

MACRON: UNA RISPOSTA PRAGMATICA DA LEADER EUROPEO

Il presidente francese Emmanuel Macron ha dato una risposta da leader europeo, forte, pragmatica, razionale e molto lontana dall’idealismo di chi chiede il ritiro incondizionato della Russia e vuole una partecipazione europea che continui a insistere su un dialogo che parta dal presupposto dell’accordo politico come presupposto all’arresto delle manovre militari. Macron sa, e lo esplicita, che la Russia non farà un passo indietro che possa essere recepito o letto come un’umiliazione. Sostenere l’Ucraina affinchè la Russia non vinca è l’unica opzione per portare a uno stallo operativo da cui partire. Detto in altri termini: è dal campo di battaglia, e dai territori materialmente occupati, che si definisce la base di un accordo negoziale e non il contrario.

E Macron ha l’ardire, o l’onestà intellettuale, di evidenziare un altro aspetto chiave: gli interessi dell’Unione europea non sono gli stessi degli Stati Uniti. E questo spiega la ragione dei diversi approcci, visioni, e partecipazione.

GLI INTERESSI DELL’UNIONE EUROPEA NON SONO QUELLI STATUNITENSI

Guardando alla guerra in Ucraina, gli Stati Uniti hanno una priorità: indebolire la Russia. Una volontà, quella di Washington (e dell’amministrazione guidata da Joe Biden), che non considera le priorità europee e che percepisce la guerra ucraina come un’occasione per porre un freno, economico prima che militare, all’attivismo russo sul piano delle relazioni internazionali; anche a costo di un prolungamento forzato della stessa guerra. Non che la Russia rappresenti una minaccia diretta per gli Stati Uniti, ma l’occasione è quella di rendere Mosca l’anello debole di una possibile coalizione russo-cinese in un’ottica di competizione tra Washington e Pechino. Una competizione che ha ormai da tempo spostato l’asse strategico sull’Oceano Pacifico, relegando il Vecchio Continente in una posizione subordinata e secondaria, ma comunque utile e funzionale agli obiettivi di medio-lungo periodo.

Al contrario, i buoni rapporti tra la Russia e l’Unione Europea, o meglio con alcuni paesi dell’Unione europea – per ragioni prevalentemente commerciali ed energetiche –, rappresentano un potenziale ostacolo a una posizione europea unitaria in termini di sanzioni nei confronti di Mosca. Questo è un limite che lo stesso presidente francese, Emmanuelle Macron, ha posto in evidenza, ancora una volta, invitando gli alleati e i partner ad agire in maniera coerente con quelli che sono i principi e gli interessi di quella stessa Unione che, al contrario degli Stati uniti, ha molto da perdere dal perdurare di un conflitto ai propri confini e che coinvolge un paese, l’Ucraina, che ha espresso il desiderio di entrare a far parte dell’Unione.


9 maggio: la guerra russo-ucraina tra retorica e scontro militare

L’intervento del direttore Claudio Bertolotti a Teleticino (dal minuto 15), Puntata del TG del 6 maggio 2022.

Guarda il video e leggi l’estratto del commento di Claudio Bertolotti, direttore di START InSight

9 maggio: un momento segnato in rosso nell’agenda russa, cosa ci dobbiamo aspettare?

Credo che siano due le aspettative associate al 9 maggio: la prima è un’intensificazione della narrativa associata alla vittoria della Russia contro il nazismo che vedrà una conferma nella caduta di Mariupol difesa fino alla fine da quegli ucraini che la propaganda russa associa ai nazisti, in particolare il battaglione Azov, che pur non essendo stata l’unica unità impegnata nella difesa della città è però quella che ha ricevuto più e forse esclusivamente attenzione mediatica. Dunque Putin avrà gioco facile nel dichiarare l’ottenimento di un successo così importante.

La seconda aspettativa è invece rivolta al campo di battaglia dove le forze russe stanno intensificando le azioni, in particolare nell’area di Kharkiv e Izium, che sono due obiettivi strategici primari. Solo con la loro conquista la Russia potrà agevolmente procedere con l’offensiva sul Donbass e chiudere in una morsa mortale le truppe ucraine che ancora oggi sbarrano la strada agli invasori russi.

Più in generale spesso gli analisti affermano che la Russia non si aspettava questa resistenza Ucraina. La Russia è in difficoltà? La Russia è indubbiamente in difficoltà: prevalentemente sono difficoltà logistiche per le truppe schierate al fronte, e difficoltà tattiche che devono sostenere i battaglioni russi a causa della resistenza ucraina sostenuta dai paesi occidentali. È però vero che la Russia, ad oggi, mantiene il vantaggio tattico, ossia ha ancora il potere di imporre i tempi e le azioni sul campo di battaglia. Una capacità di manovra, quella russa, superiore a quella ucraina, dovuta anche alla superiorità di mezzi ed equipaggiamenti corazzati e di artiglierie che invece sono presenti in maniera ancora limitata sul fronte di Kiev e su cui gli alleati e sostenitori dell’Ucraina stanno discutendo su qualità e quantità di aiuti militari che saranno necessari all’Ucraina per sopravvivere resistendo, anche se ciò non potrà avvenire all’infinito.

Secondo lei che scenari si prospettano per il futuro? È in gioco la sopravvivenza politica di Putin e, ancor di più, della sua eredità politica. È dunque altamente improbabile che, salvo eventi eccezionali, la Russia decida di sospendere le operazioni militari. È vero che la Russia ha già ottenuto un notevole vantaggio: impoverire l’Ucraina, azzerarne le infrastrutture, rendere di fatto il Mare d’Azov un mare nostrum russo attraverso la continuità territoriale dal Dondass alla Crimea passando per Mariupol.

Molto dipende dunque dal ruolo che intendono giocare i partner occidentali di Kiev, in particolare gli Stati Uniti. Al momento l’obiettivo primario di Washington sembra essere quello di indebolire sul lungo periodo la Russia, e le sanzioni economiche vanno in questa direzione e certo non vanno a incidere sulle dinamiche militari. E, in particolare, gli aiuti militari, sono si consistenti, ma adeguati a una buona difesa, ma non a un’azione controffensiva risolutiva, tutt’al più ad azioni di contrattacco, anche di rilievo, ma non decisive.

Sarà una lunga guerra? Sulla carta (perlomeno) quali vie d’uscita ci sono?

La soluzione della guerra russo-ucraina sarà determinata dai risultati sul campo di battaglia, a cui gli accordi negoziali, qualcuno li chiamerà accordi di pace, saranno subordinati. Nessuna trattativa sarà conclusa finchè la Russia non avrà raggiunto l’obiettivo minimale, nella migliore delle ipotesi il consolidamento delle posizioni attuali, o quello massimalista: il congiungimento dei territori costieri dalla Crimea alla Transnistria, di fatto trasformando l’Ucraina in un’enclave terrestre senza sbocco sul mare. Le prospettive, dunque, sono quelle di una guerra a media intensità che potrebbe durare mesi o addirittura anni.


Ucraina: la Russia mantiene il vantaggio tattico. Quali sviluppi?

Quadro sul campo di battaglia: quale la situazione? La Russia quanto e dove sta prevalendo? Quali i risultati della resistenza ucraina? Risponde Claudio Bertolotti ai microfoni di Radio InBlu

Aggiornamenti dal fronte russo-ucraino: ascolta l’intervista di Chiara Piacenti al direttore Claudio Bertolotti (Radio InBlu, puntata del 27 aprile 2022)

Come confermato dagli attacchi missilistici degli ultimi giorni, Le forze russe si sono concentrate nel tentativo di interrompere i rinforzi e la logistica ucraini. E allo stesso tempo hanno dimostrato la capacità di avere il predominio nell’uso dei bombardamenti di obiettivi con missili a lunga distanza.

Una capacità che si accompagna al vantaggio tattico che la Russia, nonostante le perdite registrate in oltre due mesi di guerra, continua a mantenere su tutti i fronti.

Come sintetizzato dall’Institute for the Study of War (ISW) e illustrato nelle recenti analisi tattiche e operative di START InSight

Lo sforzo principale delle forze russe si concentra nell’Ucraina orientale, insistendo su due assi principali Mariupol e Donetsk e Luhansk, per la conquista del Donbas, e mariupol per garantire la continuità territoriale dalla Crimea al Donbas. A questo sforzo principale si affiancano le tre azioni di sostegno:

  • la prima –  su Kharkiv e Izyum – finalizzata a ottenere l’accerchiamento delle forze ucraine;
  • la seconda, sull’Asse meridionale, con perno di manovra sull’area di Kherson, dove la Russia tiene le posizioni e sfrutta le vulnerabilità ucraine (che tentano di disturbare lo schieramento russo con azioni di contrattacco, limitate e non decisive;
  • la terza, su Sumy e Ucraina nord-orientale dove l’obiettivo russo consiste nel completare il disimpegno delle proprie truppe che saranno rischierate, senza riposo, sul fronte orientale

La resistenza delle forze ucraine, al contrario, è in grado di attuare azioni di contrasto e imporre parziali rallentamenti ai russi, ma manca della capacità di effettuare una vera controffensiva. Così come armata, equipaggiata e impiegata oggi l’Ucraina può solamente rallentare i russi, disturbarne la manovra. E non è un caso che si siano registrati recentemente possibili colpi di mano in Russia contro obiettivi militari e logistici.

È possibile per i russi arrivare fino a Odessa e Transnistria?

Al momento non è un obiettivo primario: tutt’al più gli attacchi e l’attivismo russo in queste aree possono essere funzionali a disorientare gli ucraini e a distrarne parte delle forze tenute pronte per la difesa di Odessa. In particolare, la Transnistria, è presidiata da poche truppe russe – tra 1200 e 1500 – delle quali non più di 400 con adeguata capacità operativa.

Tensione crescente Mosca-Londra

Il Regno Unito, insieme a Washington, è il paese che più si espone e si oppone in maniera decisa alla politica aggressiva della Russia: lo dimostrano le armi, gli istruttori britannici a favore di Kiev il supporto concreto di Londra.  I toni tra i due paesi si alzano progressivamente lasciando immaginare scenari peggiori di quelli attuali. Ma è bene evidenziare che di norma è la realpolitik a prevalere e nessuno dei due vuole un’escalation che apra ad un allargamento del conflitto. In quest’ottica va considerata come molto coerente la dialettica che si è imposta tra Londra e Mosca, fatta di provocazioni, accuse e minacce reciproche. Una dinamica che alzando assicella del conflitto potrebbe però sfuggire di mano.

Incontro Putin Guterres: risultati limitati

L’incontro non è stato anticipato da buoni auspici o da un sostegno trasversale. Al contrario l’Ucraina si è opposta all’incontro tra il segretario dell’Onu e il presidente Putin. I risultati non sono stati deludenti, ma coerenti con le aspettative. Si è parlato di gestione dei corridoi umanitari e dell’impegno a supporto degli sfollati: bene, questo è importante. Di più, davvero, l’Onu non poteva fare, sedendo, la Russia, al tavolo del consiglio di sicurezza delle nazioni Unite, e con diritto di veto.

Esistono reali possibilità di un accordo negoziale nel breve periodo?

Solo quando Putin lo riterrà opportuno: ora la Russia ha il vantaggio tattico, ha preso possesso di importanti obiettivi, ha consolidato un fronte estremamente ampio: da est a sud e sud-ovest. Le difficoltà, che pure sono oggettive, sono inferiori ai vantaggi nel proseguire la spinta offensiva nel Donbas. Ad oggi non vedo ragioni, da parte russa, per accettare un accordo negoziale che non conceda più di quanto già ottenuto sul campo di battaglia.


La crescente presenza della Russia in Mali: tra sostegno politico e aiuto militare

di Marco Cochi

Mentre le forze d’invasione russe intensificano l’offensiva militare per conquistare le città ucraine, la giunta militare, al potere in Mali dall’agosto del 2020, lo scorso 17 aprile ha reso noto di aver ricevuto dalla Russia una nuova fornitura di equipaggiamenti militari. Si tratta di due elicotteri da combattimento e da trasporto truppe Mil Mi-24P, di un sistema radar aereo di quarta generazione e di altro materiale bellico.

Un altro lotto comprensivo di due elicotteri da combattimento e da trasporto truppe Mil Mi-35P, un sistema radar aereo 59N6-TE e altre attrezzature militari erano stato ricevute dal governo provvisorio di Bamako il 31 marzo, mentre lo scorso ottobre una fornitura di quattro elicotteri da trasporto multiruolo Mil Mi-17 e una serie di armamenti, erano stati consegnati dai russi all’aeroporto internazionale Modibo Keïta di Bamako.

Attraverso un comunicato stampa della Direzione dell’informazione e delle pubbliche relazioni delle Forze armate (Dirpa), il capo di stato maggiore dell’esercito maliano, Oumar Diarra, non ha mancato di manifestare il suo compiacimento per l’avvenuta consegna, che comprova un partenariato assai fruttuoso con la Federazione russa.

Diarra ha poi aggiunto che lo stock appena ricevuto da Mosca «è anche la manifestazione di una volontà politica molto forte di dotare l’esercito maliano di mezzi più moderni affinché possa svolgere al meglio la sua missione di difesa dell’integrità territoriale».

Secondo il generale Diarra, questo nuovo lotto di equipaggiamento proveniente dalla Russia aiuterà sicuramente le Forze armate maliane (FAMa) nella lotta quotidiana per sradicare il terrorismo su tutto il territorio nazionale. L’alto ufficiale ha poi precisato che nell’ambito della cooperazione tra Mali e Russia seguirà l’invio di altri equipaggiamenti militari, da parte di Mosca.

Del resto, lo scorso 6 marzo, poco meno di due settimane dopo che la Russia aveva invaso l’Ucraina, su Jeune Afrique è stata pubblicata la notizia che il generale Diarra e il colonnelloSadio Camara, attuale ministro della Difesa del Mali, sono volati a Mosca per discutere l’ulteriore consegna di equipaggiamento militare.

Sembra evidente, che i rapporti con il Cremlino hanno radici ben più profonde di quanto dichiarato dalla propaganda della giunta militare presieduta dal colonnello Assimi Goïta. Giunta che si ostina a non definire in maniera chiara il calendario della transizione, che dovrebbe concludersi con le elezioni e il passaggio dei poteri ai civili.

Un atteggiamento che ha creato a Bamako vari problemi con l’Ecowas, la Comunità economica dell’Africa occidentale. Mentre ai vertici della Nazioni Unite si stanno interrogando sull’opportunità di rinnovare il mandato in scadenza della Minusma, la missione Onu che dal 2013 opera in Mali per aiutare la stabilizzazione del paese.

Senza tralasciare, che lo scorso 2 marzo, il Mali è stato tra i 17 paesi africani che si sono astenuti dal voto della risoluzione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (28 paesi africani hanno votato a favore della risoluzione, otto paesi non hanno votato e l’Eritrea ha votato contro la risoluzione).

La Russia ha ampiamente mantenuto la sua presenza in Mali, nonostante il Cremlino abbia richiamato molti suoi mercenari della società militare privata Wagner attivi in Libia e nella Repubblica centrafricana per combattere accanto alle truppe di Mosca in Ucraina. Come confermato da Stephen Townsend, capo di AFRICOM, Comando militare per le operazioni USA nel continente africano, in un’intervista esclusiva a VOA news il 17 marzo scorso.

In Mali, sono impegnati circa 1.000 effettivi russi, tra istruttori militari e contractor del Gruppo Wagner. Mentre circa 200 militari maliani e nove agenti di polizia stanno attualmente ricevendo formazione in Russia, come dichiarato lo scorso 7 aprile da Anna Evstigneeva, la vice rappresentante permanente della missione russa presso le Nazioni Unite.

Inoltre, il quotidiano francese Libération e Human Rights Watch hanno accusato i miliziani del gruppo Wagnerdi aver perpetrato tra il 27 e il 31 marzo scorso nella località di Moura, nella regione centrale di Mopti, il massacro di centinaia di civili durante un’operazione militare.

Nel corso del raid, avvenuto durante lo svolgimento di una fiera del bestiame, sono rimasti uccisi tra i 200 e i 400 civili mitragliatidagli elicotteri oppure uccisi a sangue freddo nelle perquisizioni casa per casa perché identificati come jihadisti. Un’identificazione motivata solo dalle barbe lunghe o dell’accento che contraddistingue i pastori fulani, spesso accusati di essere vicini ai gruppi islamisti attivi nel paese.

Tuttavia, la giunta militare ha respinto ogni accusa al mittente e ha affermato che più di 200 terroristi sono stati neutralizzati, a seguito di un’operazione militare “su larga scala”. Inoltre, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova si è congratulata con le autorità maliane per questa importante vittoria nella lotta contro la minaccia terroristica. 

Zakharova ha poi negato le accuse secondo cui mercenari russi avrebbero preso parte alla missione, affermando che queste accuse fanno parte di una campagna di disinformazione messa in atto dall’Ucraina a danno della Russia.

Tutto ciò indica che, nonostante il sempre più pressante impegno militare in Ucraina, Mosca sta cercando di preservare i suoi crescenti interessi diplomatici e militari in Mali e anche nel resto dell’Africa, dove dal 2018 le forze russe irregolari hanno fornito uomini e addestramento a governi e movimenti ribelli. 


Ucraina: la guerra e la diplomazia

Il commento del Direttore Claudio Bertolotti a RaiNews 24 (30 marzo 2022)

Le porte aperte dal dialogo di Istanbul (e subito chiuse)

Due aspetti di rilevo: il primo è che sia stata la Turchia ad assumere il ruolo di ospite. Turchia che gioca magistralmente su tre fronti: quello ucraino, fornendo i micidiali droni militari a Kiev usati contro le colonne russe; il fronte russo, con cui ha importanti relazioni commerciali ma anche dossier aperti, dalla Siria alla Libia e, infine, quello della NATO, dove è sì membro dell’Alleanza atlantica ma non ha aderito alle pesanti sanzioni che l’Occidente ha voluto imporre a Mosca. Il secondo aspetto di rilievo è che più che di negoziato dobbiamo parlare di dialogo con aperture e promesse poi negate: le parti si sono incontrate, un’importate ipotesi di riduzione della pressione militare è stata messa sul tavolo della discussione da parte di Mosca, ma nessun accordo di cessate il fuoco è stato ad ora siglato e le truppe stanno tutt’ora combattendo. Al contrario, con la successiva dichiarazione, la Russia sembra aver ribadito che è Mosca a gestire la guerra e ad imporre i tempi e gli spazi di un eventuale negoziato. Questo significa una cosa sola: il dialogo e la guerra procedono su due binari paralleli, ma con tempi e dinamiche diverse ed entrambi gli attori, Russia da una parte e Ucraina, dall’altra con il sostegno di alcuni paesi occidentali, continueranno a riorganizzare le loro truppe al fine di non trovarsi svantaggiate. E la Russia non cesserà di premere, da sud a nord, al fine di rafforzare la propria posizione a quel tavolo: è una necessità russa e l’Ucraina subisce sia sul piano militare che su quello politico-diplomatico le decisioni di Mosca.

Quali gli sviluppi sul piano militare?

Sul piano militare la Russia continua a mantenere un vantaggio tattico – il che non vuol dire vincere la guerra ma comunque imporne tempi e sviluppi; un vantaggio che è di rilievo nel sud e sud est, dal Donbass alla Crimea, mentre a nord e in particolare attorno alla capitale, è in una posizione da assedio e difensiva non del tutto consolidata grazie alle puntate controffensive delle forze armate ucraine e a causa di un dispositivo militare non ancora riorganizzato con le truppe di rinforzo appena giunte e in fase di rischieramento.

Le forze russe continuarono a combattere per mantenere le posizioni avanzate nelle aree periferiche a est e a ovest della capitale suggerendo, da un lato, che Mosca non avrebbe intenzione, né capacità, di attaccare Kiev per occuparla con le sue truppe, ma, dall’altro lato, potrebbe colpirla con le sue artiglierie oltre che con gli attacchi missilistici: una guerra di attrito a tutti gli effetti che però sembra non voler spingere in una battaglia offensiva le unità già schierate, e fortemente provate, oltre a quelle appena giunte e che giungeranno nei prossimi giorni. E un’ormai evidente la limitazione in termini offensivi, quella russa, che potrebbe essere presentata al tavolo negoziale come una disponibilità a contenere la pressione militare sulla capitale, presentando così la Russia come soggetto forte ma disposto a concedere qualcosa. Insomma un piano d’inganno che, spesso utilizzato sul campo di battaglia dai russi, potrebbe rivelarsi fruttuoso anche su quello diplomatico e negoziale.

Ucraina in Europa?

Prematuro parlarne, e non opportuno per la stessa Europa, trattandosi di un’ipotesi non priva di sfide che potrebbero essere molto impegnative per l’Unione europea. Non dimentichiamo la clausola di difesa reciproca prevista dal trattato dell’Unione europea che stabilisce che i paesi dell’unione sono obbligati ad assistere uno Stato membro “vittima di un’aggressione armata sul suo territorio”. Un ipotetico intervento della Russia porterebbe l’Europa a schierarsi sul fronte ucraino. Uno scenario che nessuno si auspica e che per questo certamente rallenterà un eventuale processo di integrazione europea nei confronti di Kiev.

Attrito Russia Cina: cosa c’è di vero?

Pechino ha ribadito poco fa che le relazioni tra i due paesi sono ottime. Questa potrebbe essere una conferma di qualcosa che non va tra i due importanti attori ma sarà comunque un qualcosa che Mosca e Pechino risolveranno tra loro, senza interessare l’occidente, in primis gli Stati Uniti che di elementi di attrito con la Cina ne ha parecchi.

La prima preoccupazione della Cina è quella economica: uno dei fattori di maggiore interesse di Pechino è il rapporto tra target di crescita e indebitamento e nell’ultimo biennio pandemico i consumi non hanno mantenuto il ritmo sperato. Una crisi legata alla guerra in Ucraina e l’ipotesi di rimetterci nel sostenere la Russia potrebbero indurre Pechino a un sostegno più moderato nei confronti di Mosca, ma questa ovviamente è una valutazione occidentale poiché,  se da un lato Pechino è preoccupata dalle sanzioni che potrebbero toccare la Cina in caso di prolungamento del conflitto, è però vero che le relazioni politiche e commerciali tra la Russia e la Cina continuano ad essere forti, addirittura più forti tenendo contro delle dinamiche dei mercati asiatici, aperti all’economia russa, e ancora di più tenendo conto degli ottimi rapporti tra i membri della SCO, la Shangai Cooperation Organization, fondata su aspetti quali la sicurezza, l’economia, il settore energetico: e Cina e Russia sono i due attori principali dell’organizzazione, difficile immaginare di trovarli su posizioni contrapposte. In tutto questo credo che la Cina non si farà comunque scrupoli a spingere la Russia a prendere decisioni a tutela dell’agenda economica e strategica di Pechino, è questione di sopravvivenza ma ancor più di supremazia nell’arena delle relazioni internazionali.