MADURO-SAYS-HE-IS-PRISONER-OF-WAR-AND-DENIES-ALL-CHARGES-IN-US-COURT

OPERATION “ABSOLUTE RESOLVE”

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

La domanda da porsi di fronte alle critiche internazionali sull’estrazione di Nicolás Maduro da parte delle forze armate statunitensi è semplice: quali diritti umani sarebbero stati violati?
La risposta più immediata è altrettanto semplice: quelli dei narcotrafficanti. Tuttavia, poiché quasi nessuno sembra ricordare il contesto e i precedenti, è necessario tornare indietro per comprendere ciò che sta accadendo oggi.

Il kirchnerismo in Argentina, insieme al castro-chavismo cubano-venezuelano, ha rappresentato uno dei principali nemici della stabilità democratica del Sud America, contribuendo all’instaurazione e al consolidamento di regimi autoritari. Il caso del Nicaragua è emblematico, ma il vero centro operativo è sempre stato Cuba. Non a caso, Nicolás Maduro era protetto da agenti cubani, come raccontavano apertamente gli stessi venezuelani. Ed è significativo che gli unici a perdere la vita durante l’operazione siano stati proprio gli agenti cubani incaricati della sua protezione.

A partire dal 2007, il regime castro-chavista ha avviato un processo sistematico di espropriazione delle risorse. Sotto Maduro, il prodotto interno lordo del Venezuela si è ridotto di circa l’80% in meno di un decennio, spingendo gran parte della popolazione a sopravvivere con pochi dollari al mese e causando il collasso dei servizi essenziali.

Tre figure hanno segnato in modo particolarmente negativo il destino del Sud America: Lula, i Kirchner e Hugo Chávez, spesso definiti “i tre cavalieri dell’Apocalisse”, affiancati dal regime cubano e responsabili del disastro regionale. È noto, inoltre, che Chávez e Maduro furono preparati politicamente a Cuba sotto la supervisione di Fidel Castro per prendere il controllo del Venezuela, come documentato da Cara e’ Crimen di Pablo Medina.

A ciò si aggiunge un elemento cruciale: le elezioni venezuelane sono state oggetto di frode sistematica. I verbali non sono mai stati resi pubblici ed è ampiamente riconosciuto che Nicolás Maduro non sia il presidente legittimamente eletto. Su di lui grava inoltre un’accusa gravissima: quella di essere il capo del cosiddetto Cartel de los Soles, organizzazione narcotrafficante infiltrata nelle istituzioni statali.

Come rileva LLilia Lemoine “Improvvisamente molti parlano di diritto internazionale e si autodefiniscono esperti. Ma quando nel 1992 il chavismo bombardò il Palazzo di Miraflores per prendere il potere, causando la morte di tra le 300 e le 400 persone civili, nessuno intervenne. Fu un’azione militare e allora non si sollevò alcuna protesta.”

Il chavismo è ancora presente in Venezuela e continuerà a esserlo. Proprio per questo, la transizione non potrà che essere lunga e complessa. Coinvolge molte persone oggi spaventate — e a ragione — perché hanno finalmente compreso che non si trattava di una minaccia vuota: non si negozia con criminali, non si stringono accordi con dittatori.

Gli Stati Uniti non hanno invaso il Venezuela. Non hanno bombardato scuole, ospedali o infrastrutture civili. Hanno condotto un’operazione mirata per estrarre un narcoterrorista. Non c’è stato alcun attentato contro la vita, la libertà o la proprietà della popolazione venezuelana. È stata un’operazione chirurgica, in cui sono stati colpiti esclusivamente coloro che difendevano il dittatore e lavoravano per lui.

Chiunque abbia parlato con un rifugiato venezuelano conosce racconti di violenze, torture, detenzioni arbitrarie. Gli oltre otto milioni di venezuelani che hanno lasciato il Paese non lo hanno fatto per ambizione personale, come spesso accade ai migranti economici, ma per sopravvivere. Eppure, numerosi esponenti del mondo dei diritti umani hanno protestato contro l’azione statunitense, senza chiedersi chi sarebbe davvero disposto a scendere in piazza a favore di Maduro.

Il contesto geopolitico è essenziale per comprendere il momento dell’intervento. Prosegue infatti l’assedio petrolifero volto a chiudere il rubinetto del greggio venezuelano, colpendo indirettamente Russia e Cina e testando al contempo la disponibilità di Putin a favorire l’uscita di scena di Maduro. Il Venezuela rappresenta un asset energetico e finanziario strategico per Mosca: attraverso società come Rosneft, il petrolio venezuelano a forte sconto ha garantito liquidità, partecipazioni nei giacimenti e canali opachi per aggirare le sanzioni.

Il blocco petrolifero colpisce la Russia in modo strutturale. In un’economia fortemente dipendente dalle rendite energetiche, il petrolio venezuelano ha funzionato come valvola di compensazione per finanziare operazioni fuori dai circuiti ufficiali. Interrompere questi flussi riduce la flessibilità finanziaria di Mosca e aumenta i costi interni, già aggravati dalla guerra in Ucraina. Il Venezuela, inoltre, è un hub per l’elusione delle sanzioni attraverso triangolazioni e rietichettature. Con il blocco, tali operazioni diventano più costose, rischiose e meno sostenibili.

È in questo quadro che si colloca Operation Final Liberty.

Secondo la ricostruzione fornita da CCarlos Ruckauf, venerdì sera intorno alle 21 il generale Kain riceve l’informazione decisiva da un agente dell’intelligence infiltrato direttamente nel gruppo di custodia di Nicolás Maduro. L’agente comunica il luogo esatto in cui Maduro avrebbe dormito quella notte. L’azione viene affidata a un’unità Delta specificamente addestrata per intervenire in quella determinata abitazione. Maduro, infatti, alternava il pernottamento tra tre residenze diverse, per ciascuna delle quali esisteva un piano operativo dedicato.

Alle 22:40, verificate le condizioni meteorologiche favorevoli, Donald Trump dà l’ordine. È una notte di luna piena. Le forze statunitensi interrompono l’elettricità in tutta Caracas, lasciando la capitale completamente al buio. Solo chi dispone di sistemi di visione notturna può muoversi.

Entrano in azione i Night Stalkers, elicotteri progettati per operazioni in ambienti estremamente complessi. Dodici elicotteri penetrano nella capitale attraverso un corridoio montuoso altamente critico, mentre un dispositivo molto più ampio — circa 150 assetti aerei, inclusi droni — viene attivato in parallelo. I droni accecano i sistemi di difesa, mentre gli assetti in quota colpiscono Fuerte Tiuna e l’intero apparato difensivo circostante. Le altre due residenze di Maduro vengono attaccate simultaneamente per disorientare completamente il dispositivo di sicurezza.

Gli unici a perdere la vita sono gli “Avispas Negras”, unità cubane che costituivano il secondo anello di difesa del dittatore.

Il 3 gennaio 2026, l’operazione si conclude con la cattura di Nicolás Maduro. A seguito dell’arresto, la Corte Suprema del Venezuela ordina a Delcy Rodríguez di assumere le funzioni di presidente ad interim per garantire la continuità dello Stato.

In conferenza stampa, Donald Trump lancia un messaggio ambiguo a Rodríguez: da un lato apre a un dialogo per guidare una transizione ordinata, dall’altro chiarisce che, in caso di mancata collaborazione, potrebbe “pagare un prezzo ancora più alto” di quello pagato da Maduro. L’opzione coercitiva resta esplicitamente sul tavolo.

Parallelamente emergono accuse di tradimento interno. L’ex vicepresidente colombiano ed ex ambasciatore a Washington Francisco Santos afferma di essere convinto che Delcy Rodríguez abbia consegnato Maduro agli Stati Uniti per ambizione personale. Anche il figlio di Maduro, senza fare nomi, parla apertamente di tradimento ai vertici del regime.

Secondo Ron Aledo, ex analista senior della CIA, il messaggio reale dell’amministrazione statunitense — coerente con le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio — è chiaro: la transizione democratica arriverà, ma non immediatamente. Machado non è stata eletta presidente; il candidato formalmente eletto è Edmundo González, sebbene in un processo non legittimo. Gli Stati Uniti intendono gestire una fase di transizione controllata, mantenendo Delcy Rodríguez come presidente di facciata per diversi mesi.

Nel frattempo, Washington garantirà il controllo della situazione sul terreno, anche attraverso una presenza militare dissuasiva al largo di Caracas. Solo una volta ristabilita la piena stabilità, si procederà gradualmente verso elezioni e un governo autonomo. In sostanza, il Venezuela verrebbe governato indirettamente dagli Stati Uniti, almeno nella fase iniziale della transizione.


Nuova guerra tra Pakistan e Afghanistan talebano? La preoccupazione di Russia e Cina (SKY TG24).

di Claudio Bertolotti.


Il commento di C. Bertolotti a SKY TG24 MONDO (Puntata dell’11 dicembre 2025)

Il punto di partenza è lo scontro diplomatico andato in scena all’ONU: da un lato il Pakistan che rivendica i propri raid “antiterrorismo” in Afghanistan; dall’altro l’India che, rompendo gli schemi, difende apertamente i talebani, condanna i bombardamenti pakistani e denuncia il “trade and transit terrorism”, cioè l’uso politico dei valichi e dei transiti commerciali per mettere Kabul in ginocchio. È il segnale plastico di un ribaltamento: il vecchio asse talebani–Islamabad scricchiola, mentre il baricentro si sposta, gradualmente, verso Nuova Delhi.

Perché i talebani si sono avvicinati all’India e non al Pakistan?

I talebani non stanno “scegliendo” semplicemente l’India contro il Pakistan: stanno cercando di massimizzare margini di manovra tra tutti gli attori regionali. Ma oggi il pendolo pende chiaramente più verso Nuova Delhi che verso Islamabad. Dal loro punto di vista, è razionale: chi li difende al Consiglio di Sicurezza e promette di riaprire l’ambasciata è più utile di chi bombarda il loro territorio e chiude i valichi. Non è una storia di affinità politiche, è puro calcolo di potere.

Per decenni la relazione con il Pakistan è stata quella classica tra “sponsor” e proxy: l’ISI offriva santuari, logistica, sostegno politico; i talebani garantivano profondità strategica verso l’Afghanistan e influenza sul dossier afgano. Dopo il 2021, però, il rapporto si è rapidamente deteriorato. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non proteggere – il Tehrik-e-Taliban Pakistan, responsabile di una lunga serie di attentati sul territorio pakistano. I raid aerei condotti in questi anni dentro l’Afghanistan, ufficialmente contro il TTP, hanno prodotto vittime civili e umiliazioni pubbliche per il governo talebano. Sullo sfondo, le tensioni croniche sulla Durand Line, che i talebani non riconoscono come confine legittimo, e sul muro eretto dal Pakistan lungo la frontiera alimentano una narrazione anti–ingerenza pakistana che a Kabul è ormai dominante.

Da qui il secondo movimento: la ricerca di autonomia e legittimità. I talebani sanno che restare inchiodati all’immagine di “braccio armato del Pakistan” li condanna all’irrilevanza diplomatica e all’isolamento economico. Per questo provano a costruire una politica estera autonoma, che includa India, Iran, Russia, Cina e i Paesi del Golfo. La logica è semplice: diversificare i partner per non restare ostaggio né di Islamabad né di Pechino, che utilizza il Pakistan come cerniera strategica verso l’Oceano Indiano e l’Afghanistan.

Su questo terreno si inserisce l’offerta indiana. Nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan, l’India ha investito miliardi in infrastrutture, scuole, dighe, edifici simbolici, costruendosi un capitale di simpatia soprattutto nelle aree urbane. Dopo il ritorno dei talebani al potere, Nuova Delhi ha scelto una linea di cautela pragmatica: nessun riconoscimento formale, ma riapertura di una presenza tecnica a Kabul, contatti politici e, nell’autunno 2025, l’annuncio della riapertura dell’ambasciata in occasione della visita del ministro degli Esteri talebano. In sede ONU, l’India ha articolato una posizione che parla direttamente agli interessi di Kabul: condanna dei raid pakistani, denuncia delle pressioni economiche sui transiti, proposta di un engagement “pragmatico e basato su incentivi” con il governo talebano. In altre parole: niente lezioni sui diritti, ma una disponibilità a trattare da attore a attore.

Che ruolo hanno Russia e Cina?

In questo quadro, Russia e Cina sono i veri garanti esterni del nuovo equilibrio intorno all’Afghanistan. Mosca è stata la prima a rompere il tabù, riconoscendo formalmente il governo talebano e accettandone l’ambasciatore: un gesto politico che vale molto più di tanti comunicati. Gli obiettivi russi sono triplici: evitare che l’Afghanistan si trasformi in una piattaforma per ISKP e altre sigle jihadiste capaci di proiettare violenza verso la Russia e l’Asia Centrale; riaffermare il proprio ruolo di “stabilizzatore” nello spazio ex sovietico dopo il ritiro NATO; aprire canali di scambio, energia e accesso alle risorse minerarie afgane, in un’ottica di lungo termine.

La Cina, dal canto suo, ha scelto una continuità prudente ma molto concreta: ambasciata sempre aperta, accreditamento dell’ambasciatore talebano a Pechino, visite di alto livello, inclusa quella del ministro degli Esteri cinese a Kabul. Pechino punta a blindare i propri corridoi strategici – in particolare la Belt and Road e il CPEC – estendendoli all’Afghanistan per trasformarlo in un nodo di transito sino–centrico, riducendo al minimo il fattore di rischio. Al tempo stesso, esige garanzie dure contro ETIM e gruppi uiguri, temendo che l’Afghanistan torni a essere un retrovia jihadista anti–cinese. L’accesso alle risorse minerarie e a progetti infrastrutturali è un obiettivo reale, ma da perseguire – nella logica cinese – senza impantanarsi in costose missioni militari o in avventure di nation building.

Russia e Cina convergono quindi su tre linee: limitare l’instabilità e le infiltrazioni jihadiste, ridurre gli spazi di influenza occidentale e, in misura diversa, contenere anche il protagonismo indiano; evitare un’escalation incontrollata tra Pakistan e talebani che metterebbe a rischio investimenti, corridoi e la sicurezza dei loro partner in Asia Centrale.

Rischio che scoppi una vera e propria guerra?

Resta la domanda cruciale: c’è il rischio che lo scontro degeneri in una vera e propria guerra? Dipende da cosa intendiamo per guerra. Quella a bassa intensità è già in corso: raid aerei e colpi d’artiglieria pakistani in territorio afghano, attacchi del TTP e di altri gruppi armati dal lato afgano verso il Pakistan, scontri di frontiera e chiusure intermittenti dei valichi. Questo livello di conflitto “caldo ma gestito” è ormai la normalità lungo il confine.

Una guerra apertamente dichiarata è meno probabile, ma non impossibile. Il Pakistan resta militarmente superiore, con capacità convenzionali e arsenale nucleare, ma vive una crisi economica e politica profonda che limita drasticamente la possibilità di sostenere una campagna prolungata in Afghanistan senza pagare un prezzo interno altissimo. I talebani, dal canto loro, non hanno alcun interesse a una guerra totale: perderebbero infrastrutture, consenso e, soprattutto, la possibilità di capitalizzare il riconoscimento russo, l’apertura cinese e il canale indiano. Attori come Cina, Russia, Iran e Qatar lavorano – ciascuno per i propri calcoli – a contenere l’escalation, anche tramite l’idea di integrare l’Afghanistan nell’estensione del CPEC e in altri corridoi regionali. Il risultato è un quadro in cui il rischio maggiore è la cronicizzazione di un conflitto a bassa intensità, fatto di raid, attentati e guerre per procura; il rischio di una guerra convenzionale dichiarata resta più basso, ma potrebbe impennarsi in caso di attentato spettacolare in Pakistan attribuito direttamente a Kabul o di bombardamento su larga scala con centinaia di vittime in Afghanistan.

Chi avrà la meglio e chi rischia di più?

Chi ha più da guadagnare – e chi rischia di più – in questo gioco? Non c’è un vero vincitore possibile. Il Pakistan, sulla carta, può infliggere danni enormi: superiorità convenzionale, capacità missilistiche, arma nucleare. Ma è anche l’anello più fragile: un conflitto aperto contro un vicino ostile e imprevedibile, mentre il Paese è economicamente in ginocchio e politicamente polarizzato, rischia di minare la legittimità dell’establishment militare e aprire fronti interni difficilmente gestibili.

I talebani, d’altra parte, dispongono della profondità territoriale, della mobilità insurrezionale e del vantaggio di combattere “in casa”. Possono usare il TTP e reti jihadiste come leva contro Islamabad, ma ogni passo in quella direzione li allontana da India, Russia e Cina sul dossier terrorismo. Il loro rischio maggiore è strategico: bruciare i ponti con il Pakistan senza riuscire a soddisfare le aspettative di sicurezza dei nuovi partner significherebbe ritrovarsi isolati, poveri, e con un Paese sempre più vicino alla definizione di “buco nero” regionale. Nel breve periodo il soggetto più esposto è il Pakistan; nel medio periodo, la sopravvivenza del regime talebano dipende dalla capacità di non trasformare l’Afghanistan in un problema ingestibile per tutti i vicini.

Che impatto nella regione?

L’impatto sulla regione è già visibile. La “questione afghana” torna a essere una vera arena di competizione regionale: India, Pakistan, Iran, Russia, Cina, i Paesi del Golfo e quelli dell’Asia Centrale cercano, ciascuno con strumenti diversi – aiuti, riconoscimento, corridoi energetici, progetti infrastrutturali – di legare a sé Kabul e di condizionare le scelte talebane. Se il rapporto Kabul–Islamabad resta conflittuale, aumentano di peso le alternative: l’asse con l’Iran (porto di Chabahar e corridoi verso l’Asia Centrale), i progetti sino–russi, eventuali iniziative indiane pensate per bypassare il territorio pakistano.

Un Afghanistan progressivamente integrato nel dispositivo di sicurezza russo–cinese può ridurre alcuni rischi immediati (in primis ISKP e traffici incontrollati), ma al prezzo di aumentare la dipendenza dei Paesi centroasiatici dall’asse Mosca–Pechino. In controluce, si profila una normalizzazione “non occidentale” dei talebani: se India, Russia e Cina consolidano i rapporti con Kabul senza reali miglioramenti sul piano dei diritti umani, si consolida il messaggio che stabilità, corridoi e risorse pesano più di inclusività, diritti delle donne e libertà civili.

Che interesse per l’Occidente?

Per l’Occidente, la posta in gioco è tutt’altro che marginale. La priorità immediata resta il contro–terrorismo: impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per minacce dirette verso Europa e Nord America. Su questo terreno, esiste una convergenza di interessi oggettiva con India, Russia e Cina nel contenere jihadismo transnazionale; si potrebbero aprire spazi di cooperazione tecnica (intelligence, controllo delle frontiere, scambio di informazioni), anche in assenza di un riconoscimento politico del regime talebano.

La stabilità del Pakistan, Stato nucleare in crisi strutturale, è un altro punto critico: ogni dinamica che indebolisca ulteriormente Islamabad, tra nuova ondata terroristica, crisi economica aggravata e tensione militare con Kabul, è un problema diretto per Stati Uniti ed Europa, non soltanto per l’India.

C’è poi il livello strategico più ampio: lasciare la partita afghana interamente nelle mani di India, Russia e Cina significa rinunciare a qualsiasi leva su un nodo che collega Medio Oriente, Asia Centrale e Indo–Pacifico. Per l’Unione Europea, in particolare, l’Afghanistan pesa in termini di migrazioni, narcotraffico, sicurezza energetica e rapporti con l’Iran e lo spazio centroasiatico. Infine, si apre il solito dilemma tra valori e realpolitik: più gli attori regionali normalizzano i rapporti con i talebani, più USA e UE saranno costretti a scegliere se mantenere una linea di isolamento fondata sui diritti – soprattutto quelli delle donne – oppure accettare forme di engagement limitato per non essere espulsi dal tavolo. In mezzo, c’è un Afghanistan che prova a sopravvivere, oscillando tra vecchi sponsor e nuovi partner, e un Pakistan che rischia di pagare il prezzo più alto di un equilibrio che, oggi, è tutt’altro che stabile.


Amore: un’infrastruttura strategica tra sicurezza cognitiva, guerra ibrida e legami emotivi

di Valentina Ciappina, Direttrice del Torino Crime.

L’amore è una delle categorie più sottovalutate nel discorso pubblico contemporaneo, viene spesso trattato come un sentimento privato, emotivo, intrinsecamente imprevedibile. Un fenomeno “indisciplinato” nel senso comune del termine, qualcosa che sfugge al controllo e appartiene alla sfera dell’intimità.

Tuttavia, se proviamo a risignificare il concetto, liberandolo da questa cornice riduttiva, emerge una prospettiva diversa. L’amore non è soltanto un’emozione, è un modulatore cognitivo. Incide sulla gerarchia degli stimoli, modifica il peso dei rischi, ridefinisce le priorità decisionali. In questo senso è davvero “indisciplinato”, non perché privo di regole, ma perché introduce deviazioni sistematiche rispetto alle logiche di ottimizzazione individuale. Ed è proprio questa capacità di alterare la percezione del rischio e di ricalibrare ciò che consideriamo significativo che rende l’amore pertinente anche in domini che gli sono tradizionalmente estranei.

Può sembrare stonato, o addirittura azzardato, associare l’amore alla guerra. Ma se accettiamo l’idea che oggi il principale teatro del conflitto sia la mente, e non soltanto il territorio, allora risulta meno sorprendente che un fenomeno capace di incidere così profondamente sulle nostre priorità cognitive possa avere un ruolo nella comprensione della sicurezza contemporanea.

Negli ultimi anni la difesa europea ha iniziato a pronunciare parole che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate estranee al lessico militare: sicurezza cognitiva, resilienza epistemica, scudo cognitivo. L’European Union Institute for Security Studies ha messo nero su bianco che non si difendono più solo infrastrutture e confini, ma anche processi decisionali, fiducia collettiva e assetti mentali condivisi. Il Consiglio Supremo di Difesa italiano ha portato la guerra cognitiva sul tavolo della sicurezza nazionale: minacce ibride, manipolazione delle percezioni, operazioni di influenza strutturale non sono più un tema per pochi addetti ai lavori, ma una vulnerabilità di sistema.

Eppure un punto cieco rimane: si parla molto di come proteggere il cittadino dalla disinformazione, quasi mai di che cosa renda quel cittadino, strutturalmente, meno manipolabile, esposto, “reclutabile”. Si ragiona di filtri, fact-checking, norme, e molto meno di cura e responsabilità. È proprio qui che il discorso sull’amore entra, senza retorica, come categoria strategica.

Pensiamo a come il Cremlino negli ultimi anni ha costruito un “secondo piano di realtà”, una versione russa dei fatti sostenuta da troll, hacker, disinformazione sistematica, con l’obiettivo di fare della guerra non solo un fatto militare ma un’operazione di sostituzione del mondo. Producendo di fatto un ecosistema narrativo in cui il cittadino, russo o occidentale, vive immerso in un campo di forze semantiche alternative, spesso contraddittorie, il cui scopo non è convincere ma confondere, logorare e relativizzare ogni verità.

Potremmo considerare la strategia russa una delle forme più sofisticate di colonizzazione cognitiva. In parole semplici: non orientare ciò che pensi, ma comprimere la struttura stessa con cui distingui il reale dal fittizio. È, in fondo, la massima espressione di quel “cervello ideologico” che si accontenta della versione che lo rassicura, della comunità simbolica che gli promette appartenenza, della narrazione che lo solleva dall’onere della complessità.

In questo scenario, l’amore torna a essere una variabile teorica decisiva e non perché “vince sull’odio”, formula buona per gli slogan, ma per una ragione più precisa: l’amore è l’esperienza che ancora costringe il cervello a saldare il reale con le sue conseguenze, restituendo peso e responsabilità a ciò che accade. Una madre che ha un figlio in trincea, un uomo che ha la persona amata in una città bombardata, un’amica che vede l’amica cadere in una spirale di radicalizzazione: per loro la guerra ibrida non è un tema di talk show. È vita o morte, dignità o umiliazione. Qualsiasi narrativa, russa, europea, americana, governativa o oppositiva, viene filtrata attraverso questa domanda brutalmente concreta: che cosa succede a lei / a lui?

È un test empirico di realtà. L’amore produce, per sua natura, una funzione di controllo incrociato, verifica se la narrazione che ricevi regge quando la applichi a qualcuno che non vuoi sacrificare. Da un punto di vista neurale, è un esperimento di salienza; il cervello assegna un peso enorme agli stimoli che toccano il benessere di chi amiamo, e questo peso può prevalere sulle gratificazioni identitarie offerte da un’ideologia. Da un punto di vista fisico, è una correlazione non locale, nel senso che decisioni prese in un parlamento o in un vertice europeo collassano immediatamente come realtà nel microcosmo di una cucina di periferia, di un ospedale, di una trincea. L’amore, di fatto, riduce la distanza tra livello strategico e livello esistenziale.

E se vi sembra ancora strano parlare di amore, provate a interrogarvi sul perché la propaganda funziona più facilmente su chi non ha nulla da perdere o nessuno da proteggere, perché le guerre ibride puntano a isolare, a polarizzare, a distruggere le comunità, perché il calcolo politico più cinico si affida sempre alla stanchezza emotiva dell’elettorato e mai alla sua capacità di immaginare un futuro condiviso.

Forse perché l’amore, nelle sue forme più esigenti, introduce un vincolo che nessuna operazione cognitiva può replicare. Del resto, quando amate qualcuno, anche senza rendervene conto, la vostra funzione di realtà cambia, si ridefiniscono i pericoli, viene ricalibrato l’orizzonte temporale delle decisioni. La mente, che la propaganda vorrebbe reattiva e impulsiva, diventa improvvisamente lenta, riflessiva, difficile da spostare.

Se guardiamo al rischio di elezioni anticipate in Italia attraverso questa lente, la dimensione cognitiva è evidente. Analisi recenti descrivono la tentazione di capitalizzare sull’oggi per evitare perdite di consenso domani. Questo passa attraverso la volontà di anticipare il voto prima che arrivino l’esaurimento dei fondi del PNRR, le manovre più impopolari, la possibile erosione del consenso e l’effetto dei referendum sulla giustizia. Tutto ciò non è una peculiarità nostrana, ma il riflesso di una politica che ragiona sempre di più in termini di finestre di opportunità emozionale, non di cicli strutturali. L’elettore viene trattato come un sistema da sollecitare nel momento in cui è più disponibile a confermare il presente, prima che il futuro presenti il conto.

Capite bene che in una “democrazia” esposta al rischio della guerra e a ingerenze esterne, questo gioco diventa estremamente pericoloso. Se il voto si concentra in un punto temporale scelto in base a calcoli di convenienza narrativa e non in base alla maturazione reale dei dossier economici, sociali, strategici, diventa, di fatto, una consultazione sullo stato d’animo più che sulla direzione di marcia. Di conseguenza si presta a essere terreno ideale per tutte le “brigate”, russe, cinesi, interne, corporate, che lavorano sulle emozioni come il risentimento, la paura, l’esasperazione, l’illusione di salvezza.

In questo senso, l’amore, inteso come legame concreto e non come slogan, introduce un’altra forma di razionalità politica. Quando un cittadino ama, non chiede solo “chi ci governa domani?”, ma “che cosa succede tra cinque, dieci anni alle persone a cui tengo, se oggi assecondo questo impulso?”. È una forma di discount rate diverso: meno orientato al presente immediato, più sensibile al danno accumulato nel tempo. In termini di fisica economica, si potrebbe dire che l’amore abbassa il tasso di sconto temporale, rendendo meno accettabile bruciare il futuro per massimizzare un guadagno transitorio di consenso.

Questo non significa che l’amore renda automaticamente “migliori” le scelte, ma che introduce nel calcolo politico un vincolo intergenerazionale che la pura lotta per il potere tende a espellere. L’elettore che resta solo individuo-consumatore può essere guidato da incentivi immediati, bonus, paure a breve raggio. L’elettore che si percepisce come nodo in una rete di legami affettivi, familiari, comunitari è più difficile da orientare con tecniche puramente impulsive.

C’è poi il livello europeo. Se la difesa comune è, come molti analisti definiscono, non solo un problema di industria e capacità, ma anche di opinioni pubbliche e fiducia reciproca tra Paesi, allora la domanda diventa: su cosa si fonda, in ultima analisi, la volontà politica di difendere l’altro? Che cosa rende credibile, agli occhi di un cittadino italiano, il fatto che valga la pena spendere risorse per l’Ucraina, per la sicurezza del Baltico o per le infrastrutture critiche di un altro Stato membro?

Di nuovo, l’amore, declinato come capacità di riconoscere nell’altro una vulnerabilità analoga alla propria, è il prerequisito minimo di qualsiasi solidarietà strategica. Senza questo slittamento cognitivo, l’Europa resta una somma di interessi che si incrociano solo finché conviene. Diversamente, può diventare, almeno potenzialmente, uno spazio in cui la sicurezza dell’altro rientra nella mia funzione di utilità perché non posso più pensare me stesso come isola. In altri termini, si potrebbe parlare di empatia strutturata; quella che i filosofi definirebbero una forma embrionale di amor mundi.

Tutto questo porta a una conclusione che può sembrare scandalosa in un dibattito sulla sicurezza, ma è coerente con il ragionamento fin qui sviluppato: un sistema politico che erode sistematicamente i legami affettivi, comunitari, intergenerazionali indebolisce anche la propria difesa cognitiva. Una società di individui isolati, saturi di stimoli ma poveri di relazioni significative, è più esposta alle brigate di troll, alle campagne d’odio, alle scorciatoie autoritarie travestite da efficienza. Al contrario, una società in cui esistono ancora reti di cura reale, responsabilità reciproca, adesioni non puramente identitarie ma concrete, genera menti meno disponibili a farsi usare come terreno di guerra.

In questo senso, l’amore è un vincolo teorico che ogni strategia di risposta alla guerra ibrida dovrebbe integrare, se vuole essere lungimirante. Parlare di neurorights, di sovranità digitale, di scudi cognitivi senza interrogarsi su che cosa i cittadini vogliono proteggere, quali volti, quali storie, quali legami, significa costruire mura senza decidere che cosa c’è dentro la città.


USA: il vicolo cieco venezuelano.

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Quando nel 1983 Ronald Reagan annunciò, con un pragmatismo da Guerra Fredda, “We have invaded Grenada”, gli Stati Uniti mandarono un messaggio chiaro: nelle acque dei Caraibi, le crisi non vengono lasciate maturare.
L’Operazione Urgent Fury, l’invasione guidata dagli Stati Uniti nell’ottobre 1983, fu la risposta a un collasso politico immediato — l’esecuzione del premier Maurice Bishop e l’ascesa di una giunta più radicale, sostenuta e armata da Cuba. Washington intervenne per “proteggere i cittadini americani”, ma anche per impedire che l’Unione Sovietica consolidasse un avamposto strategico. L’operazione fu rapida e, da allora, l’isola è tornata a essere una democrazia parlamentare rappresentativa e si è mantenuta politicamente stabile.

Oggi, le acque del Venezuela ricordano quelle di Grenada: un governo isolato, un Paese al collasso, una crisi che avanza a ritmo accelerato e un’influenza esterna — quella di Cuba — che tiene le leve del potere con una presa ben più profonda e sistemica di quella degli anni Ottanta.

La salita al potere di Nicolás Maduro in Venezuela è avvenuta in un contesto di forte instabilità politica, segnato dalla malattia e poi dalla morte di Hugo Chávez, figura dominante della vita nazionale per oltre un decennio. Designato come suo successore politico, Maduro – allora vicepresidente e fedele esponente del chavismo – assunse la presidenza ad interim nel marzo 2013, alla scomparsa di Chávez. Le elezioni anticipate dell’aprile successivo lo videro vincitore per un margine estremamente ristretto contro il candidato dell’opposizione Henrique Capriles, in un clima di accuse di irregolarità e contestazioni interne. Una volta insediato, Maduro ereditò un’economia già in recessione e un apparato statale profondamente polarizzato, elementi che contribuirono a trasformare la sua leadership in una delle più controverse e discusse della storia venezuelana recente. Negli anni della leadership di Maduro l’economia del Venezuela è ulteriormente precipitata: il prodotto interno lordo è crollato drasticamente, l’iperinflazione ha eroso salari e risparmi, e la carenza cronica di beni essenziali — cibo, medicinali, servizi pubblici — ha reso insostenibile la vita quotidiana per milioni di cittadini.  Di conseguenza, una larga parte della popolazione ha preso la via dell’esilio: secondo le stime più recenti, ormai più di 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il paese alla ricerca di condizioni di vita dignitose e stabilità. Gran parte di questi migranti si è diretta verso altre nazioni sudamericane, con Argentina e Cile che figurano tra le principali destinazioni. Questo esodo massivo ha rappresentato non solo una fuga dall’emergenza economica e sociale, ma anche una perdita significativa di capitale umano — numerosi giovani e professionisti hanno scelto l’estero, rifuggendo un futuro segnato dalla crisi e dall’incertezza.

Durante la sua presidenza, Nicolás Maduro ha consolidato un sistema di alleanze con i governi progressisti della regione, mantenendo viva l’eredità diplomatica di Hugo Chávez. Il rapporto con l’Argentina dei Kirchner è rimasto tra i più significativi, sostenuto da una comune narrativa anti-neoliberale e da una cooperazione politica attiva in organismi regionali come UNASUR e CELAC. Parallelamente, Maduro ha mantenuto rapporti privilegiati con la Bolivia di Evo Morales e il Nicaragua di Daniel Ortega, rafforzati da una visione condivisa di “sovranità regionale” e dalla critica comune alle pressioni di Washington.

Pensando al 1962, la finestra per evitare il “fiasco del secolo” si sta chiudendo.  Nella lettura di molti analisti latinoamericani, gli Stati Uniti avrebbero già usato quasi tutte le leve disponibili e di “massima pressione” contro il regime di Nicolás Maduro: sanzioni economiche, isolamento diplomatico, minacce credibili di uso della forza e operazioni mirate contro il narcotraffico nella regione. Da alcuni giorni anche la chiusura degli spazi aerei (no fly zone) . L’attuale livello di dispiegamento militare nei Caraibi viene spesso paragonato, per intensità e simbolismo, non solo all’invasione di Panama del 1989 – l’operazione Just Cause progettata per rovesciare Manuel Noriega, Il messaggio implicito è chiaro: per la Casa Bianca, il dossier Venezuela non è più un “problema regionale”, ma un test di credibilità strategica paragonabile alle grandi crisi della Guerra fredda.

Il dilemma di Washington: costi, Congresso e guerra d’immagine

Il nodo politico per Donald Trump è evidente: se, dopo settimane di escalation, tutto dovesse concludersi con una ritirata ordinata della flotta senza cambiamenti reali a Caracas, il rischio sarebbe quello che in molti già definiscono il “fiasco del secolo”.

Mantenere questo dispositivo militare ha un costo elevato (stimato da vari commentatori nell’ordine di decine di milioni di dollari al giorno) e richiede rinnovi periodici delle autorizzazioni del Congresso. In parallelo cresce la resistenza di una parte del Partito Democratico e dei media liberal – New York Times, Washington Post – che, pur non essendo “filo-Maduro”, finiscono di fatto per contestare la logica dell’escalation militare e denunciare i rischi di violazioni del diritto umanitario.

Le critiche si sono intensificate dopo il caso del colpo contro una barca venezuelana legata al narcotraffico, in cui un secondo strike su sopravvissuti ha sollevato dubbi sulla legalità dell’operazione: la Casa Bianca difende l’attacco come conforme al diritto dei conflitti armati, mentre giuristi militari e ONG parlano apertamente di possibile crimine di guerra.

Per Trump, la variabile tempo è quindi centrale: più la crisi si prolunga senza un esito visibile, più cresce il fronte interno che descrive l’operazione come moralmente e giuridicamente insostenibile

Se la crisi venezuelana ha una dimensione geopolitica, ne ha una altrettanto evidente sul piano economico. A differenza dell’amministrazione Biden — che negli ultimi anni non ha stipulato accordi energetici con Caracas e si è limitata a scambi di prigionieri ad alto profilo  — la logica dell’amministrazione Trump è apertamente legata al valore economico del petrolio venezuelano.

Il Venezuela possiede una delle più grandi riserve di greggio pesante al mondo, esattamente il tipo di petrolio per cui molte raffinerie statunitensi del Golfo del Messico sono state progettate. La riattivazione di quel flusso di export verso gli USA rappresenterebbe un vantaggio immediato per il settore energetico americano, riducendo la dipendenza da forniture più costose provenienti da Canada e Medio Oriente. Non è un caso che all’interno del GOP questa prospettiva sia ormai discussa apertamente.

 La deputata repubblicana Maria Salazar, in un’intervista a Newsweek, ha affermato che gli Stati Uniti «potrebbero intervenire in Venezuela» e ha definito le risorse petrolifere venezuelane una potenziale “manna per l’economia americana”, una volta normalizzata la situazione interna del Paese.

Questa narrativa, sempre più esplicita, si inserisce nella dottrina economica trumpiana secondo cui Washington dovrebbe controllare — direttamente o indirettamente — le fonti energetiche del proprio emisfero, riducendo l’influenza di attori extra-regionali (Russia, Iran, Cina) e riportando negli Stati Uniti petrolio a basso costo che potrebbe sostenere la produzione industriale interna.

In questa prospettiva, il Venezuela non è soltanto un problema democratico o umanitario, ma una leva economica cruciale:

  • per la competitività delle raffinerie USA,
  • per la stabilità dei prezzi del carburante,
  • e per la politica energetica “America First” che Trump ha sempre rivendicato.

Maduro non decide da solo: il protettorato cubano

Un elemento chiave spesso sottovalutato nel dibattito pubblico è il ruolo di Cuba. Dal fallito golpe contro Hugo Chávez nel 2002, l’Avana ha progressivamente colonizzato l’apparato di sicurezza venezuelano: accordi bilaterali riservati hanno permesso ai servizi cubani di riorganizzare la contro-intelligence, infiltrare le forze armate e costruire una rete di sorveglianza capillare capace di prevenire complotti interni.

Secondo un’ampia mole di inchieste giornalistiche, nessuna promozione militare significativa in Venezuela, da anni, avviene senza il via libera cubano. Questo spiega perché i tentativi di incoraggiare un golpe “dal centro” da parte di ufficiali medi – lo scenario “Portogallo 1974” evocato da molti commentatori – siano finora falliti: il sistema di controllo è troppo penetrante.

In questo schema, Maduro non è un caudillo autonomo, ma un uomo dell’Avana, legato a Cuba da oltre vent’anni. La figura che incarna il vero potere interno è Diosdado Cabello, uomo forte del chavismo, considerato da Washington uno dei principali snodi tra regime, apparato militare e narcotraffico. Per questo, l’idea che Maduro possa negoziare la propria uscita senza consenso cubano è sostanzialmente irrealistica.

A Cuba conviene ancora il Venezuela: per Cuba, il mantenimento di un regime amico a Caracas non è solo una questione ideologica, ma un vincolo economico vitale. Lo storico programma di cooperazione medica Barrio Adentro ha visto l’invio in Venezuela di migliaia di medici cubani in cambio di forniture di petrolio a condizioni favorevoli.

Per anni, le stime parlavano di decine di migliaia di barili al giorno diretti a Cuba; oggi, nonostante il crollo produttivo venezuelano, Caracas continua a fornire all’Avana una quota significativa di greggio, intorno a 50–55 mila barili al giorno anche nei periodi recenti. In un contesto in cui Cuba soffre blackout prolungati e riduzioni drastiche delle forniture da altri partner come il Messico, questa linea di rifornimento da Caracas resta fondamentale.

L’Avana non ha alcun interesse a perdere di colpo la sua principale ancora energetica e finanziaria. Senza una grande negoziazione con Washington che garantisca una forma di continuità degli aiuti – o un sostituto funzionale della rendita venezuelana – è improbabile che Cuba dia il via libera alla rimozione di Maduro.

8 milioni di venezuelani in fuga

Intanto, sullo sfondo, il Paese è già collassato. Secondo UNHCR e altre fonti internazionali, quasi 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese negli ultimi anni, trasformando la crisi in uno dei più grandi esodi al mondo.

La conseguenza è che ogni esitazione americana viene letta, fuori e dentro il Venezuela, come l’ennesimo “al lupo, al lupo” che ogni settimana si diffonde la voce di un attacco imminente, e puntualmente arriva domenica senza il lupo.

Rimangono sul tavolo due opzioni:

  1. Colpo di mano selettivo: operazioni di forze speciali già presenti sul terreno; neutralizzazione mirata di un gruppo ristretto di leader considerati pericolosi come oltre a Maduro, Cabello, ministro Giustizia, e il ministro della Difesa Padrino López); azioni di intelligence simili a quella che in passato ha permesso di far uscire oppositori nascosti in sedi diplomatiche a Caracas, o in ospedali o strutture civili.
    1. Campagna aerea mirata: attacchi di precisione contro bunker, infrastrutture militari collegate al narcotraffico e nodi di comando; consapevolezza che molti leader del regime passano parte del loro tempo nascosti in ospedali o strutture civili, (incluso Maduro stesso).

I rischi sono elevatissimi.

In parallelo, un elemento nuovo è l’atteggiamento della Russia: negli ultimi giorni tour operator russi e l’associazione ATORUS hanno confermato l’avvio di evacuazioni di turisti da Isla Margarita, con voli speciali diretti a Mosca, proprio mentre l’amministrazione Trump dichiara lo spazio aereo venezuelano “chiuso”. È un segnale che Mosca si prepara al peggio, riducendo l’esposizione dei propri cittadini senza rompere formalmente con Maduro.

In questo contesto, le condizioni che Maduro avrebbe posto nella sua telefonata con Trump – uscita graduale, controllo persistente sulle forze armate attraverso Cabello, amnistia totale per sé e per il proprio entourage – sono state categoricamente rifiutate da Trump che al massimo sembra disposto a un indulto personale e limitato alla famiglia.

Ma sotto la superficie la realtà è più semplice e più brutale: un Paese devastato, milioni di persone in fuga, un apparato di sicurezza colonizzato da Cuba e una potenza globale che non può permettersi di minacciare senza, prima o poi, decidere se e come colpire.

La “finestra di una settimana” evocata da alcuni analisti potrebbe essere letterale, e fotografa bene il punto: da qui in avanti, ogni giorno in più senza una svolta rafforza la percezione di stallo e rende ancora più costoso — politicamente e umanamente — qualsiasi passo successivo.


𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨? 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?

di Claudio Bertolotti.

Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.

Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.

Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.

Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.

Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.

A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.

In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.


La cooperazione UE-Kazakistan per un futuro sostenibile

di Francesco Lombardi.

Il Kazakhstan guarda all’UE come un partner affidabile per una crescente cooperazione che presenti aspetti di rilievo per ambo le parti. Un pensiero messo nero su bianco dal ministro degli Esteri Yermek Kosherbayev in un articolo di opinione per Euronews.

Il ministro kazako, infatti, sottolinea il valore che un approvvigionamento sicuro e continuo di energia e di minerali critici può avere per lo sviluppo tecnologico del vecchio continente e dare piena possibilità di realizzazione alla trasformazione digitale ed ambientale che rappresenta uno dei principali obiettivi del Vecchio Continente. Gli avvenimenti recenti hanno evidenziato il pericolo per l’Europa costituito dalla dipendenza per i propri approvvigionamenti (in particolare di prodotti energetici e di altri minerali critici) da pochi fornitori; inoltre, l’incertezza relativa alla percorribilità di taluni importanti corridoi logistici in ragione dell’accresciuta e generale instabilità di molte aree non garantisce la continuità delle forniture, aspetto di importanza capitale nel quadro della programmazione ed esecuzione delle attività industriali.

Le parole del ministro kazako rivelano come l’obiettivo del Paese sia quello di diventare un hub logistico, commerciale e finanziario nell’Asia centrale, avvalendosi della sua posizione geografica nel cuore dell’Eurasia. Il Kazakhstan costituisce infatti, per dimensione e posizione geografica, disponibilità di riserve energetiche, tassi di crescita economica e riforme in senso liberale della società e dell’economia, uno degli attori chiave della regione centro-asiatica. Negli ultimi anni, le relazioni e le cooperazioni tra l’Unione nel suo insieme (ma anche tra il nostro Paese) ed il Kazakhstan sono cresciute e si sono approfondite estendendosi a vari campi: i due Attori hanno istituito un dialogo politico, istituzionale e commerciale che, pur oramai abbastanza consolidato, presenta ancora margini di implementazione. L’UE è la maggiore controparte commerciale del Kazakhstan e il livello degli investimenti europei nel Paese è in costante crescita. Come ricorda il ministro Kosherbayev al riguardo,nell’ultimo decennio, da quando cioè il Kazakhstan e l’Unione Europea hanno firmato l’Accordo di partenariato e cooperazione rafforzato (EPCA), pietra miliare per un impegno comune verso una partnership ampia e lungimirante, la cooperazione si è ampliata e con oltre 200 miliardi di euro investiti dal 2005, l’UE è oggi il principale partner commerciale e di investimento del Kazakhstan.

Da parte europea vi è la necessità di approvvigionarsi di materiali critici (terre rare in particolare) così indispensabili all’industria tecnologica, militare oltre che civile, che in tempi di riarmo assumono ulteriore valore, affrancandosi, per quanto possibile, dal quasi monopolio cinese, utilizzato da questi ultimi talvolta come leva negoziale; il Kazakhstan, il cui sottosuolo è ricco di tali prodotti, necessita di investimenti, infrastrutture e know-how per dare un buster alla propria economia. I materiali in questione sono essenziali per le tecnologie energetiche, in particolare quelle green, e la domanda mondiale, già oggi consistente, è destinata a quadruplicare da qui al 2040. Il Kazakhstan è il principale produttore mondiale di uranio e uno dei primi dieci esportatori di rame e zinco. Esso è tra i primi 20 Paesi con riserve provate di cromo, zinco, piombo, rame, oro, titanio, ferro, manganese, cadmio e bauxite. Oltre la metà dei materiali considerati critici dall’UE sono già prodotti in Kazakistan cui va aggiunta la recente scoperta, annunciata la scorsa primavera, di un grande giacimento di terre rare a Karagandy, che pare accreditato di quasi un milione di tonnellatedi cerio, lantanio, neodimio, ittrio ed altri materiali appetibili. Come riporta l’ONU, poi: “Il Kazakhstan è un importante produttore di energia a livello mondiale. Si colloca tra i primi quindici Paesi al mondo per le sue riserve di petrolio, carbone e uranio, e tra i primi venti per l’estrazione di gas naturale….I principali partner di esportazione del Paese sono Italia (19%), Cina (10%), Paesi Bassi (10%)”.

Gia’ nel 2020 l’UE aveva avviato il proprio Piano d’azione per i materiali critici. In esso, l’obiettivo d’azione 9 prevedeva l’incremento della collaborazione con Paesi affini e ricchi di risorse per rafforzare la resilienza dell’industria verde dell’Unione Europea. E quindi l’incremento della collaborazione UE-Kazakhstan, auspicata dal ministro degli esteri di Astana, pare perfettamente inserirsi in tale quadro.

Al momento, nonostante la ricchezza del sottosuolo, il Paese necessita di investimenti ed infrastrutture. E’ interesse di Astana attivare investimenti e partnership per realizzare l’estrazione ed il trattamento in loco dei minerali in questione onde favorire l’economia domestica, pur con una spiccata attenzione ai processi di raffinazione che rischiano di aggravare precarie situazioni ambientali ereditate dalla dominazione sovietica. Inoltre, un aumento della produzione potrebbe comportare investimenti in logistica, con un ampliamento delle potenzialità del Corridoio di Mezzo, una rotta commerciale che, attraverso il Mar Caspio e la Turchia, evita di intrecciare la Russia e risulta ora molto più agevole e sicura dopo l’accordo Armenia-Azerbaijan. Le risorse e più in generale lo sviluppo che deriveranno da un uso sostenibile delle risorse minerarie kazake potranno contribuire a realizzare l’ambizioso programma di riforme lanciato dal Presidente Kassym-Jomart Tokayev ed incentrato sulla trasformazione digitale, la modernizzazione degli investimenti, la connettività globale e il rinnovamento istituzionale. Il programma vuole fare del Kazakhstan un paese leader nell’era dell’intelligenza artificiale. E’ prevista al riguardo la creazione di un nuovo Ministero dell’Intelligenza Artificiale e dello Sviluppo Digitale che sarà guidato da uno esperto del settore. Il nuovo organismo guiderà la transizione del Kazakhstan verso quella che il Presidente ha descritto come una “nazione completamente digitale entro tre anni”. Questi cambiamenti, uniti al prossimo snellimento di una folta burocrazia ancora presente, consentiranno al Paese di essere ancor più attrattivo di quanto registrato fino ad ora. Cinque anni orsono, il rapporto Doing Business 2020 della Banca Mondiale poneva il Kazakistan al quarto posto per il rispetto degli accordi contrattuali e al ventiduesimo posto per facilità nell’avvio di un’impresa. Passi avanti ne sono già stati fatti ed altri di certo ne saranno realizzati. Ci sono quindi tutti i presupposti dunque affinché le parole del ministro degli esteri kazako diventino una positiva realtà in cui UE e Kazakhstan possano costruire un partenariato forte e resiliente per trasformare le sfide comuni in punti di forza condivisi.


Il piano di pace di Trump per l’Ucraina? Una resa senza condizioni.

di Claudio Bertolotti.

Il piano in 28 punti proposto da Trump, se confermato così come annunciato, sarebbe inaccettabile da parte dell’Ucraina, a meno di non dichiarare contestualmente la capitolazione di fronte all’aggressione della Russia.

E dico questo perché la cessione territoriale è un’accettazione della sconfitta. Oggi l’Ucraina non è sconfitta, semplicemente non è nelle condizioni di poter vincere la guerra e, con il passare del tempo, potrebbe non essere in grado di tenere il fronte.

Sì, perché l’Ucraina resiste solamente grazie al supporto militare, tecnologico e di intelligence occidentale. Senza di quello avrebbe già perso. E forse questo potrebbe essere l’asso nella manica di un Trump determinato a porre fine al conflitto: non dare all’Ucraina la possibilità di scelta togliendo o riducendo al minimo gli aiuti militari di Washington e lasciando che il tempo giochi a favore della Russia. Ma Trump non vuole che la Russia prosegua la guerra, perché sa che non si fermerebbe al limite del Donbass, ma andrebbe oltre con il tempo.

E il tempo è il fattore determinante a favore di una Russia che mantiene il vantaggio tattico ormai da due anni e mezzo. In questo momento, direi che quel “piano di pace” è politicamente quasi impossibile da realizzare, almeno nelle forme trapelate sui media.

Il piano punterebbe innanzitutto a una cessione a Mosca dell’intero Donbas, comprese le aree ancora controllate da Kiev, al riconoscimento definitivo della Crimea e dei territori occupati, e al congelamento delle linee sul resto del fronte. A ciò si aggiungerebbero la riduzione significativa delle forze armate ucraine e limiti stringenti alle capacità d’attacco a lungo raggio, in cambio di garanzie di sicurezza occidentali e della fine delle ostilità. Si tratterebbe, però, di una bozza informale: non è un accordo ufficiale e non ha finora ricevuto l’assenso né del governo ucraino né degli alleati europei.

Per Kiev, l’accettazione di un simile compromesso risulta quasi impossibile. La Costituzione ucraina stabilisce che qualsiasi modifica territoriale debba passare attraverso un referendum nazionale, e vieta emendamenti che compromettano l’integrità dello Stato. Un referendum, peraltro, non è praticabile sotto legge marziale. Inoltre, significherebbe chiedere alla popolazione di approvare la rinuncia definitiva a territori che il Paese considera parte integrante della sua sovranità. Anche l’opinione pubblica resta, nella sua maggioranza, contraria a concessioni territoriali: pur stanca del conflitto, una parte significativa degli ucraini teme che un accordo affrettato possa trasformarsi in una resa mascherata. Per Zelensky, già indebolito internamente, firmare un’intesa percepita come capitolazione equivarrebbe ad affrontare una crisi politica potenzialmente devastante, con il rischio concreto di fratture interne e radicalizzazione.

Europa e Stati Uniti?

Neppure dal lato occidentale il piano appare realmente sostenibile. Le principali capitali europee hanno reagito in modo critico, definendo l’impostazione come una forma di “capitolazione” e ricordando che una pace stabile non può basarsi sulla legittimazione dell’aggressione. Senza il consenso di Kiev e dell’Unione Europea, un’intesa scritta tra Washington e Mosca avrebbe pochissime possibilità di reggere; anzi, rischierebbe di dividere ulteriormente il fronte occidentale anziché avvicinare la fine della guerra.

La Russia?

Dal punto di vista russo, la proposta sarebbe indubbiamente conveniente: consoliderebbe gli attuali guadagni territoriali, ridurrebbe la forza militare ucraina e limiterebbe l’arrivo di armi occidentali. Proprio per questo, tuttavia, il Cremlino potrebbe ritenere opportuno proseguire le operazioni militari nella convinzione di poter ottenere ancora di più, soprattutto nelle zone dove mantiene l’iniziativa.

Nel complesso, la fattibilità immediata del piano è estremamente bassa. È percepito come una resa da Kiev e da buona parte dell’Europa, e urta contro vincoli costituzionali difficilmente superabili. Nel medio periodo potrebbe però influenzare il dibattito politico, ridefinendo ciò che una parte dell’establishment occidentale considera negoziabile. Tuttavia, difficilmente sarà questo il documento che chiuderà il conflitto: una vera intesa richiederà il pieno coinvolgimento dell’Ucraina e dell’UE, garanzie di sicurezza molto più solide e, soprattutto, un formato negoziale che non somigli a una capitolazione unilaterale.


Bataclan: a dieci anni dal più grande attentato terroristico in Europa.

di Claudio Bertolotti.

Dieci anni ci separano dal più grande attentato terroristico in Europa. L’attacco al “Bataclan” rappresenta infatti un evento eccezionale in termini di impatto emotivo, mediatico e operativo. Al tempo stesso quel terribile evento dimostra come un’azione a basso costo in termini di realizzazione possa ottenere un risultato dalle drammatiche conseguenze sul piano operativo e strategico. In particolare l’utilizzo all’interno della realtà europea, delle sue città, contro i suoi cittadini, di tecniche, tattiche e procedure militari acquisite dai terroristi jihadisti sui campi di battaglia mediorientali – in particolare la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan – ha dimostrato di saper mettere in crisi la sicurezza interna degli stati europei.

Oggi, a dieci anni da quell’evento straordinario, riproponiamo la lettura analitica su quanto accadde nella drammatica notte del 13 novembre 2015, e nei giorni successivi.

Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.

Keywords: Bataclan, jihadismo, radicalizzazione, terrorismo.

Sintesi dell’evento

Cosa accadde in quei giorni di dieci anni fa? L’arco operativo degli attentati di Parigi si articolò in più fasi, distribuite su un periodo di cinque giorni, tra il 13 e il 18 novembre; un’operazione pianificata con logica militare, caratterizzata da un’elevata coordinazione e da una precisa volontà strategica: colpire il cuore simbolico e politico dell’Europa.

La sera del 13 novembre, a partire dalle 21:16, prese avvio una sequenza di attacchi simultanei che investì tre aree della capitale francese: lo Stade de France, alcuni bistrot e ristoranti nei quartieri orientali e, infine, il teatro Bataclan. In meno di tre ore, tra le 21:16 e le 00:20, le cellule jihadiste misero in atto un’azione coordinata e ad altissima letalità, colpendo

obiettivi civili, simbolici e mediaticamente sensibili. Il bilancio fu devastante: 130 vittime, oltre 350 feriti e un’intera città paralizzata dal terrore.

Il giorno successivo, 14 novembre, lo Stato francese reagì con una misura d’emergenza senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale. Fu dichiarato lo stato d’emergenza nazionale, vennero sospese alcune garanzie costituzionali e si avviò una vasta operazione di intelligence e controterrorismo mirata all’identificazione dei responsabili, dei fiancheggiatori e della rete logistica che aveva consentito la pianificazione dell’attacco.

L’epilogo giunse all’alba del 18 novembre, quando le forze speciali francesi (RAID e BRI) circondarono un edificio nel quartiere di Saint-Denis, dove si nascondeva Abdelhamid Abaaoud, considerato il cervello operativo dell’attentato. Dopo un prolungato scontro a fuoco, Abaaoud e due suoi complici vennero uccisi. L’operazione segnò la conclusione della fase operativa del più grave attentato jihadista mai compiuto in Francia.

Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.

Introduzione

A meno di un anno di distanza dal terribile attacco a Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, il terrore ha investito nuovamente il cuore dell’Europa attraverso una serie di azioni spettacolari.

E proprio l’attacco alla Francia del 13 novembre 2015, proseguito con i violenti
scontri del giorno 18 nel quartiere di Saint Denis, – spartiacque sostanziale nell’evoluzione del fenomeno terroristico contemporaneo –
evidenzia come il fondamentalismo jihadista, che si diffonde dal Medio Oriente, attraverso il Nord Africa, fino ad arrivare a colpire il cuore della Europa, sia una minaccia concreta e crescente: una minaccia che è conseguenza
dell’avanzata neo-jihadista del gruppo Stato islamico (IS/Daesh) in combinazione con le dinamiche conflittuali locali (interne all’area MENA) e con il disagio sociale di una parte della comunità musulmana, sia dell’area MENA (in particolare Tunisia, Libia, area del Syraq) sia europea, quest’ultima spesso di
seconda, o terza, generazione.

Un’imposizione di violenza che, con i suoi 130 morti, 350 feriti – almeno cento in modo grave –, e 11 jihadisti caduti nei due giorni di combattimento a Parigi (13 e 18 novembre), ha portato a compimento con successo una serie di
operazioni coordinate e simultanee. Ciò che è avvenuto è stato un classico esempio di trasferimento di capacità tattica da un teatro operativo a un altro.

Ma a differenza del passato, dove le tecniche, tattiche e procedure venivano trasferite dall’Iraq all’Afghanistan, alla Siria, o alla Libia, oggi l’evoluzione di una tecnica di combattimento maturata e collaudata nell’area del Grande-Medioriente – dal sub-continente indiano al Maghreb – si è imposta in Francia,
uno Stato europeo, e potrà verosimilmente espandersi ad altri stati dell’Unione,
e l’Italia rappresenta un obiettivo significativo sul cui territorio vi sono molteplici target di alto valore (HVT – High Value Target), materiale e
simbolico.

È la tecnica del ‘commando suicida’, largamente utilizzata e affinata, che ha
fatto la sua comparsa per la prima volta nel 2008.

Oggi, esportando questa tecnica, il gruppo Stato islamico ha dimostrato di essere in grado, direttamente o indirettamente – di minacciare realmente l’Europa e i suoi cittadini.

E lo ha fatto dimostrando di disporre di ‘combattenti’ in grado di costituire nuclei di individui determinati, con adeguato livello di addestramento e Commando suicidi’: coordinamento e con buona capacità operativa in un contesto urbano; il livello delle capacità logistiche e intelligence è valutato come adeguato, per quanto minimale. Si tratta di capacità procedurali già applicate in Afghanistan, prima,
e nei teatri operativi del Syraq (Siria e Iraq) e della Libia, più recentemente.

1. La dinamica dell’attacco

Un attacco senza precedenti è stato portato, quello del 13 novembre, a cui ha fatto seguito, il successivo 18 novembre, la reazione al blitz delle forze di sicurezza francesi nel quartiere Saint Denis.

Giorno 13 novembre

Un commando di attaccanti suicidi ha colpito sei volte in meno di mezz’ora. Un’azione propriamente militare sviluppatasi, per la prima volta in Europa, attraverso la tecnica del ‘commando suicida’.

7 gli attaccanti suicidi, affiancati da elementi di supporto al combattimento, equipaggiati con armi da guerra (AK47 e fucili shotgun a pompa), bombe a mano e giubbotti esplosivi individuali.

Obiettivo ‘uno’: Stade de France’ porta ‘B’, colpito alle 21.20 da un attaccante suicida fermato mentre tentava di accedere allo stadio (con regolare biglietto acquistato); riconosciuto si è dato alla fuga facendosi esplodere e
provocando la morte di un passante. Un secondo attaccante suicida si è fatto esplodere alla porta ‘H’, senza provocare ulteriori vittime.

Nel complesso, le azioni sono state due, entrambe all’esterno della struttura; di queste una in fase di penetrazione (sventata dal sistema di sicurezza).

Obiettivo ‘due’: locali pubblici (ristoranti e bistrot) collocati all’interno del XII arrondissement. La tecnica è quella del fuoco di saturazione contro i ristoranti Carillon e Petit Cambodge, dove sono state uccise complessivamente 15 persone (altre 10 gravemente ferite); segue un altro attacco con fuoco di saturazione al locale Bonne Biere (19 vittime) e poi un’altra azione viene portata a compimento da un attaccante suicida in boulevard Voltaire.

Obiettivo ‘tre’: teatro-sala concerti ‘Bataclan’, dove il commando principale (composto da 4 attaccanti) ha fatto irruzione nel locale sparando sulla folla e tenuto la posizione per circa tre ore provocando 89 morti. L’azione si è conclusa con la morte (autoindotta per esplosione) di tre attaccanti e l’uccisione di uno di questi da parte delle forze di sicurezza.

Giorno 18 novembre

Quartiere di Saint Denis, nel corso di un blitz da parte delle forze di sicurezza francesi finalizzato alla neutralizzazione/cattura degli altri elementi componenti il gruppo di terroristi,

– un uomo si è fatto esplodere attaccando le forze di sicurezza;

– gli altri elementi del nucleo hanno opposto resistenza cercando di contrastare il blitz dall’interno di un appartamento condominiale, provocando il ferimento di 5 elementi della squadra d’intervento.

Equipaggiamento utilizzato:

– armi individuali: fucili d’assalto AK47, fucili a pompa tipo;

– giubbotti esplosivi: tritolo rafforzato da perossido di idrogeno con chiodi e bulloni per creare l’effetto shrapnel;

– veicoli: due auto noleggiate (Seat ‘Leon’ colore nero, e Volkswagen ‘Polo’).

La natura degli obiettivi colpiti

Si tratta di obiettivi dal forte impatto emotivo e simbolico poiché rappresentano i simboli quotidiani della società occidentale: stadio, teatro, ristoranti.

– L’obiettivo ‘uno’ è tecnicamente un hard-target, con un medio livello di sicurezza, ad elevata concentrazione di popolazione – tra queste il presidente Francois Hollande. L’obiettivo presunto era il pubblico presente alla
manifestazione sportiva che avrebbe dovuto, nei piani dell’organizzazione, essere coinvolto sfruttando gli effetti del panico generale, prevedendone  una fuga di massa che avrebbe provocato ancora più vittime dello stesso attacco.

– Gli obiettivi ‘due’ e ‘tre’ (locali XII arrondissement e teatro ‘Bataclan’) sono di tipo soft target, caratterizzati da un basso livello di sicurezza e alta concentrazione di popolazione.

Tutti gli obiettivi sono di natura puntiforme, distanziati sul piano spaziale al fine di imporre la dispersione sul terreno delle forze di sicurezza, un aumento delle unità impiegate, di quelle di pronto impiego e riserva.

Il risultato, a fronte di un costo ridotto per la condotta degli attacchi, è stata l’imposizione di significativi costi, in termini di risorse materiali e umane, sforzi logistico-operativi, difficoltà di coordinamento, ritardo nell’intervento da parte dell’apparato di sicurezza francese.

2. Tattica, tecnica e procedura

La tattica utilizzata è il raid condotto da ‘commando suicidi’ affiancati da elementi di supporto operativo convenzionale (tiratori dotati di armi automatiche individuali) attraverso fasi successive. Le tre singole azioni prese
in esame sono vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi dei combattenti-suicidi si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei combattenti. In particolare, per l’obiettivo ‘tre’, le fasi operative si sono così succedute: movimento verso l’obiettivo, penetrazione, uccisione indiscriminata, ricerca del panico, ostaggi, uccisione selettiva, conclusione con la morte autoindotta degli attaccanti (giubbotti esplosivi).

Ha fatto la sua comparsa, dunque anche in Europa, la tecnica di attacco delle unità commando composte da più combattenti-suicidi affiancati e sostenuti da elementi operativi. Una tecnica che ha dato prova di efficacia in Afghanistan e successivamente anche nel teatro operativo del Syraq. Il primo episodio di questo tipo ad aver ottenuto un’attenzione mediatica globale è quello di Mumbai nel novembre del 2008.

Inoltre, nella sua variante europea, si è manifestato come azione inserita in un contesto esclusivamente urbano, e per questo ascrivibile ad operazione dello urban warfare contemporaneo: l’evoluzione del combattimento nei centri abitati, difficile da contrastare, a rischio coinvolgimento di attori non-combattenti (popolazione civile), caratterizzato dall’imprevedibilità della minaccia e dall’elevato numero di target potenziali.

Si tratta di una tattica efficace – frutto della commistione dei due metodi classici veicolo-bomba[1] e uomo-bomba[2] uniti alla tecnica dell’assalto armato convenzionale – basata sul coordinamento di uno o più combattenti-suicidi
(spesso divisi in sotto-unità o scaglioni) sostenuti da nuclei di «sicurezza vicina» e finalizzata alla massimizzazione dell’opera di distruzione in funzione della penetrazione delle linee difensive e a sostegno dell’attacco suicida principale. Una tecnica che si è sviluppata e affinata attraverso il tempo grazie alla capacità di information-sharing tra i gruppi di opposizione armata e l’influenza diretta del conflitto iracheno; tecnica utilizzata ed evolutasi nel conflitto del Kashmir e applicata da quei gruppi insurrezionali kashmiri e pakistani, in primis il Lashkar-e-Taiba.

Questa tipologia di azione ottiene il risultato di un elevato numero di vittime provocate per singolo attacco, maggiore che non per le azioni condotte da singoli attaccanti, e maggiore attenzione mediatica.

E Parigi – come altre capitali o principali città europee – rappresenta un importante obiettivo, strategico e simbolico al tempo stesso; qui, le opportunità di colpire obiettivi di alto profilo sono elevate e garantiscono proprio quella eco mediatica amplificata che viene ricercata dai gruppi di opposizione armata: è l’opportunità a dettare la scelta per la condotta dei cosiddetti «attacchi spettacolari», al fine di spettacolarizzare la violenza.

Il successo del terrorismo è a livello operativo.

Come abbiamo avuto modo di evidenziare in #ReaCT2024 – 5° Rapporto sul radicalismo e il terrorismo in Europa, anche quando un attacco terroristico non riesce, produce comunque un risultato significativo: impegna pesantemente le forze armate e di polizia, distraendole dalle loro normali attività o impedendo loro di intervenire a favore della collettività. Inoltre, può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari, limitare, rallentare, deviare o fermare la mobilità urbana, aerea e navale, e ostacolare il regolare svolgimento delle attività quotidiane, commerciali e professionali, danneggiando le comunità colpite. Questo riduce efficacemente il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo, nonché la capacità di resilienza. In generale, infligge danni diretti e indiretti, indipendentemente dalla capacità di provocare vittime. La limitazione della libertà dei cittadini è un risultato misurabile ottenuto attraverso queste azioni.

In sostanza, il successo del terrorismo, anche senza causare vittime, risiede nell’imporre costi economici e sociali alla collettività e nel condizionare i comportamenti nel tempo in relazione alle misure di sicurezza o limitazioni imposte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. Questo fenomeno è noto come “blocco funzionale”. Nonostante la capacità operativa del terrorismo sia sempre più ridotta, il “blocco funzionale” rimane uno dei risultati più importanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Questo risultato impressionante, ottenuto con risorse limitate, conferma il vantaggioso rapporto costo-beneficio a favore del terrorismo, pur a fronte di una rilevata perdita progressiva di capacità che ha visto diminuire l’ottenimento del “blocco funzionale”, sceso al 78% nel 2022 e al 67% nel 2023.

Il terrorismo oggi: opportuna riflessione (dall’originale articolo per Formiche)

Il terrorismo jihadista si impone come una minaccia ideologica diffusa, collegata alle dinamiche storiche, conflittuali, delle relazioni internazionali e della competizione in Medio Oriente, in Africa e alla violenza discendente dalla lettura radicale dell’Islam; una dinamica conflittuale che oggi si associa sempre più spesso alla ricerca di identità di gruppi e individui attraverso l’opposizione culturale di una componente non marginale degli immigrati maghrebini di seconda e terza generazione in Europa, ma con una crescente componente di immigrati di prima generazione, spesso giunti in Europa da poco tempo. E parliamo di una galassia jihadista frammentata e caratterizzata da diverse ideologie e approcci pratici, tanto da indurre una riflessione sul concetto di terrorismo contemporaneo che si impone come fenomeno sociale molto diverso dai terrorismi che lo hanno preceduto; con ciò invitando a un cambio di paradigma nella stessa definizione di terrorismo: non più un’azione volta ad ottenere risultati politici attraverso la violenza, dunque nelle intenzioni; bensì intesa come l’effetto della violenza applicata. È così il terrorismo diviene manifestazione di violenza, priva di un’organizzazione alle spalle: è terrorismo nella manifestazione, non nell’organizzazione.

All’interno della stessa galassia jihadista, il terrorismo si impone come strumento di lotta, e lo fa con diversi gradi e modelli di violenza: da quella individuale, a quella organizzata, a quella ispirata e ancora al terrorismo insurrezionale che ben abbiamo conosciuto in Afghanistan, in Iraq.


[1] SVBIED: suicide vehicle-borne improvised explosive Device.

[2] SBBIED: suicide body-borne improvised explosive Device.


Hezbollah oggi: dopo la guerra con Israele. La metamorfosi tra deterrenza, profondità e resilienza

di Claudio Bertolotti.

Questa analisi è parte di una serie di valutazioni frutto di dialogo e confronto con gli esperti dei principali centri di ricerca e analisi israeliani e di osservazione sul campo dei settori critici del fronte di guerra israeliano (Gaza e fronte settentrionale).

Dal Litani alla Beqaa: la strategia della sopravvivenza di Hezbollah dal punto di vista israeliano.

L’analisi fornita dall’Alma Research and Education Center israeliano – in occasione di una recente visita del direttore di START InSight, Claudio Bertolotti, – rivela, con chiarezza e coerenza, la logica militare che guida l’attuale fase di riorganizzazione e rafforzamento di Hezbollah. L’organizzazione è stata colpita negli ultimi anni da perdite materiali e logistiche pari all’85% in termini di capacita’ operativa, in conseguenza dell’intervento israeliano in territorio libanese del 2024 che, nella prima notte di operazioni ha colpito e distrutto circa 1400 obiettivi di Hezbollah, comprensivi di strutture militari e quadri dal livello di plotone a livello di corpo d’armata . Oggi, terminata la fase più intensa dell’operazione militare, Israele è impegnato a contenere, con azioni mirate, la riorganizzazione di Hezbollah che, seppure a fatica, ha avviato un prevedibile processo sistematico di riorganizzazione militare che si fonda su tre principali assi strategici: la ridislocazione territoriale, la profondità difensiva e la sopravvivenza operativa attraverso infrastrutture sotterranee.

Dalla linea del Litani alla profondità della Beqaa

Il primo elemento di rilievo è la trasformazione della geografia militare di Hezbollah. Dopo il 2006, e più ancora dopo le campagne aeree israeliane del 2020–2023, l’asse meridionale a sud del fiume Litani — tradizionalmente sede delle unità Nasr e Aziz — ha perso parte della sua funzione strategica diretta. Oggi è considerato come “ex centro di potere militare” per il fronte sud, dove la presenza del movimento resta ma con finalità più difensive e limitate.
Parallelamente, Hezbollah ha avviato una nuova ridislocazione a nord del Litani, costruendo infrastrutture e depositi per armi e missili. Questa scelta risponde a due obiettivi complementari: ridurre l’esposizione al fuoco israeliano e mantenere capacità di lancio strategico a media e lunga gittata: un adattamento coerente alla natura ibrida di un’organizzazione che opera tra logiche convenzionali e clandestine.

Beirut e la centralità del “comando urbano”

Beirut resta il centro nevralgico di comando e controllo. Qui Hezbollah concentra la sua struttura di comando strategico, le sale operative e parte dei depositi di armi più sensibili. È la dimensione politico-militare dell’organizzazione: la prossimità a infrastrutture civili e la densità urbana offrono una duplice protezione – sul piano fisico e su quello della narrazione – poiché ogni attacco israeliano in questo contesto, coinvolgendo l’opinione pubblica occidentale – sia le frange ideologizzate estremiste sia quelle moderate – produce inevitabilmente conseguenze mediatiche e diplomatiche. La capitale libanese è, in altri termini, il simbolo del “fronte politico armato” di Hezbollah: un centro di potere che fonde capacità militare e deterrenza psicologica.

L’unità Badr e la resilienza tattica del fronte montano

Come rilevato in occasione del briefing da parte del Centro Alma, la Badr Unit nell’area di Hatzbaya riveste il ruolo di nodo cruciale per la difesa del fronte meridionale. Essa coordina quattro elementi tattici fondamentali:

  1. schieramenti difensivi e sistemi antiaerei;
  2. batterie di lancio e unità di fuoco;
  3. depositi e sistemi di stoccaggio;
  4. infrastrutture sotterranee.

L’obiettivo è garantire continuità operativa anche in condizioni di attacco massiccio. La presenza di tunnel e bunker non è più solo una misura difensiva: è un dispositivo di sopravvivenza che consente a Hezbollah di mantenere capacità di comando, controllo e fuoco anche dopo un attacco israeliano di grande scala.

La valle della Beqaa: profondità strategica e capacità missilistica

La valle della Beqaa rappresenta la retrovia strategica del sistema impostato da Hezbollah. Qui si concentra la produzione, l’assemblaggio e lo stoccaggio di armamenti, oltre alle basi di addestramento. È qui anche la sede dei missili balistici e da crociera a lungo raggio, destinati a garantire la capacità di colpire in profondità il territorio israeliano.
Tra i vettori disponibili: Fateh-110 (gittata di 300 km), SCUD (700 km), Abu Mahdi (1000 km, stimata) e Hoveyzeh (1300 km, stimata). A questi si aggiungono sistemi antinave (C-802, Yakhont, Khalij Fars) e antiaerei (Sayyad-2C, Pantsir, SA-17).
La logica è quella di una deterrenza multilivello: colpire dal profondo, proteggere la costa, garantire una copertura antiaerea parziale e saturare la capacità di difesa israeliana con un numero elevato di colpi sparati.

Il fronte sud: la prima linea di “resistenza”

Nel sud del Libano, Hezbollah mantiene una struttura articolata su armi a corto e medio raggio: razzi Burkan, Falaq, Grad e Fajr-5, con gittate tra 10 e 75 km. È una forza prevalentemente offensiva a livello tattico, pensata per saturare le difese del nord di Israele nei primi giorni di conflitto.
Completano lo schieramento i sistemi anticarro guidati ATGM (Kornet, Dehlaviyeh, Almas, Milan) e le difese a corto raggio contro droni ed elicotteri (Igla, Strela, Verba). L’obiettivo di questa “first line of defense” non è tanto arrestare un’avanzata israeliana, quanto ritardarla e infliggerle perdite significative, mantenendo al contempo una primaria pressione psicologica sulle comunità di confine israeliane.

Conclusioni: la strategia della sopravvivenza

Hezbollah sta trasformando il proprio dispositivo da forza di resistenza territoriale a sistema missilistico integrato a più livelli. La ridislocazione verso nord e la dispersione delle capacità in infrastrutture sotterranee testimoniano una chiara evoluzione dottrinale:

  • passaggio dalla logica della “difesa di posizione” alla difesa in profondità;
  • ibridazione tra forze convenzionali, strutture clandestine e funzioni di deterrenza strategica;
  • costruzione di un ombrello missilistico a lungo raggio in grado di compensare la superiorità aerea israeliana.
    Guardando in prospettiva, possiamo vedere uno scenario in cui il Libano meridionale diviene campo di battaglia multilivello, dove la distinzione tra front line e rear area tende a dissolversi.
    Israele, da parte sua, è consapevole che un futuro scontro con Hezbollah non sarà più un conflitto localizzato, ma una guerra di logoramento sistemica, nella quale l’infrastruttura sotterranea (la rete dei tunnel, analogamente a quanto avviene nella Striscia di Gaza), la resilienza delle catene logistiche e la gestione del fronte interno diventeranno i fattori decisivi di sopravvivenza nazionale.

Questo quadro conferma la transizione di Hezbollah verso un modello operativo asimmetrico-strategico, più vicino a quello di un attore statale ibrido che a una milizia. E, a conferma della capacità di valutazione israeliana, già classificato come “piccolo esercito regionale” nella vigente dottrina strategica israeliana. Una trasformazione strutturale che Israele osserva con preoccupazione e che, inevitabilmente, ridefinisce la postura difensiva dell’intero fronte nord di Israele.