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Una NATO senza NATO: il Patto della Mecca e il nuovo ordine della sicurezza regionale

di Claudio Bertolotti.

Turchia, Arabia Saudita e Pakistan costruiscono un nuovo polo di deterrenza tra Medio Oriente e Asia. Più che un’alleanza alternativa all’Occidente, il Patto della Mecca è il segnale di un ordine multipolare nel quale le potenze regionali vogliono passare da consumatori a produttori di sicurezza.

Il Mecca Joint Defence Agreement sottoscritto il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, è certamente un evento strategicamente significativo, pur essendo lontano dall’essere un’alleanza paragonabile per capacità, struttura e coesione alla NATO.

Partirei da un dato che considero essenziale, ossia il fatto che il testo integrale dell’accordo non è stato ancora reso pubblico. Disponiamo delle dichiarazioni dei governi e delle indicazioni successive fornite in particolare da Ankara, sappiamo che un attacco armato contro uno dei tre firmatari viene considerato un attacco contro tutti, sappiamo, inoltre, che sono previsti meccanismi di coordinamento politico-militare ai massimi livelli, esercitazioni congiunte, cooperazione industriale e tecnologica e attività nei domini terrestre, marittimo e aereo, oltre che nei settori della difesa aerea, dei sistemi unmanned, della guerra elettronica e dell’intelligenza artificiale. È dunque qualcosa di più di una dichiarazione politica, ma non sappiamo ancora fino a che punto l’obbligo di mutua assistenza sia automatico né quale forma debba assumere concretamente la risposta militare. Ed è proprio qui che, a mio avviso, occorre iniziare l’analisi.

L’Articolo 5 non fa, da solo, una NATO

La formula «un attacco contro uno è un attacco contro tutti» è evocativo e porta a un’immediata associazione all’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. Ma sarebbe un errore confondere il principio politico della difesa collettiva con la capacità militare di esercitarla.

La NATO non è semplicemente una promessa di solidarietà, ma è il risultato di oltre settant’anni di integrazione militare, strutture permanenti di comando, pianificazione operativa, procedure comuni, standardizzazione, interoperabilità, intelligence condivisa, logistica integrata, esercitazioni continuative e una cultura strategico-militare consolidata. Il vero valore intrinseco dell’Articolo 5 deriva dal fatto che dietro quella dichiarazione politica esiste una macchina militare in grado di trasformarla in azione.

Il Mecca Joint Defence Agreement non è nulla di tutto ciò, poiché deve ancora costruire le basi di un’ipotetica infrastruttura integrata.

È significativo che la stessa Turchia abbia indicato come prossimo passaggio proprio l’istituzionalizzazione dell’iniziativa che prevede la creazione di un’agenda di incontri dei ministri della Difesa e degli Esteri, il coinvolgimento dei capi di Stato maggiore, le esercitazioni congiunte e i programmi comuni nel settore industriale e tecnologico, con ciò significando che i tre firmatari sono consapevoli del problema e stanno cercando di passare dalla prima e generica dichiarazione di solidarietà a una capacità di cooperazione militare strutturata. E proprio per questo sarei – come sono – cauto nel considerare l’iniziativa come una NATO alternativa ma parlerei piuttosto di un embrione di architettura di sicurezza collettiva.

La chiave interpretativa: non rottura, ma hedging

Trovo particolarmente convincente la lettura proposta da Tim Chattell di Chatham House, che già prima della firma dell’accordo interpretava il possibile ingresso turco nel sistema saudita-pakistano come una strategia di hedging, ossia la creazione di una “ridondanza nelle proprie garanzie di sicurezza senza abbandonare quelle esistenti”. Chattell osservava correttamente che Ankara non otterrebbe dal Pakistan e dall’Arabia Saudita una protezione militare migliore di quella offerta dalla NATO, ma acquisirebbe maggiore flessibilità strategica, peso regionale, possibilità di espansione industriale e un ulteriore strumento negoziale.[1]

È un’interpretazione alla quale mi sento molto vicino, perché non credo che Turchia, Arabia Saudita e Pakistan stiano scegliendo tra Stati Uniti e un nuovo ordine regionale, bensì ritengo più probabile che stiano cercando di non dover scegliere.

Questo è uno degli elementi caratterizzanti dell’attuale sistema multipolare, in cui le potenze regionali non costruiscono più necessariamente alleanze esclusive, ma accumulano relazioni, partenariati e garanzie differenti, a volte anche contraddittorie, così da aumentare la propria libertà d’azione.

La Turchia può così rimanere nella NATO e contemporaneamente costruire una rete militare con Riyadh e Islamabad, mentre il Pakistan può mantenere la propria relazione strategica con la Cina, dialogare con Washington e contemporaneamente diventare garante della sicurezza saudita, e Riyadh può continuare ad acquistare equipaggiamenti militari statunitensi e allo stesso tempo costruire un’alternativa parziale alla dipendenza dagli Stati Uniti.

Non vedo incoerenza, anzi, rilevo un’autonomia strategica attraverso lo strumento della ridondanza strategica (strategic redundancy).

Burcu Ozcelik del RUSI aggiunge un elemento interessante valutando l’accordo come fattore compatibile anche con la richiesta americana di maggiore burden-sharing, cioè che gli alleati regionali assumano direttamente una parte crescente dei costi e delle responsabilità della propria sicurezza. E questa può essere letto come una scelta che si sposa alla concezione turca delle «soluzioni regionali ai problemi regionali».[2] Da questo punto di vista, l’accordo potrebbe paradossalmente essere sia un sintomo della ridotta fiducia nell’ombrello statunitense, sia una risposta coerente alle richieste americane di maggiore autonomia degli alleati.

La complementarità: denaro, capacità convenzionale, deterrenza

La forza potenziale dell’intesa risiede nella complementarità dei tre firmatari. Se da un lato, l’Arabia Saudita dispone di risorse finanziarie straordinarie, centralità energetica, capacità di investimento e crescente ambizione politico-diplomatica, dall’altro la Turchia mette sul tavolo ciò che Riyadh non possiede nella stessa misura: un grande apparato militare, esperienza operativa, una base industriale della difesa sempre più autonoma e competenze consolidate nei droni, nei sistemi navali, nella missilistica, nell’elettronica e nelle piattaforme terrestri. Infine, il Pakistan aggiunge una grande forza armata, esperienza operativa, una posizione strategica tra Medio Oriente, Asia meridionale e Cina e, soprattutto, il fattore nucleare (da non confondere però con l’ipotesi di un “ombrello nucleare” pakistano a sostegno degli alleati, come ho voluto approfondire nel successivo paragrafo).

È così quasi inevitabile sintetizzare la relazione secondo una formula strutturata su capitale saudita, tecnologia e capacità operativa turca, massa militare e deterrenza pakistana. Ma proprio sull’ultima componente occorre la maggiore prudenza.

L’ombrello nucleare pakistano: deterrenza reale o ambiguità strategica?

Una parte del dibattito internazionale tende a considerare il Pakistan come il potenziale fornitore di un’extended nuclear deterrence all’Arabia Saudita e, ora, almeno teoricamente, anche alla Turchia. Io invece credo che questa conclusione sia ampiamente azzardata, o quantomeno prematura.

Samir Puri e Marion Messmer di Chatham House hanno poi osservato, analizzando il precedente accordo bilaterale saudita-pakistano del settembre 2025, che l’intesa non menzionava esplicitamente né armi nucleari né cooperazione nucleare. Allora come oggi,  Islamabad non aveva formalmente offerto a Riyadh il proprio deterrente e non esistevano indicazioni di un possibile dispiegamento fisico di testate sul territorio saudita.[3]

Sameer Ali Khan, nel Nuclear Network del CSIS, va ancora oltre e mette in evidenza il rischio di un’ambiguità di fondo dove il deterrente nucleare pakistano, sviluppato essenzialmente in funzione dell’India, se esteso al Medioriente comporterebbe una radicale revisione della dottrina pakistana della Credible Minimum Deterrence, di fatto aumentando requisiti di comando e controllo, capacità C4ISR, vettori e numero delle forze disponibili. Islamabad rischierebbe cioè di promettere una garanzia che potrebbe non essere in grado di rendere pienamente credibile.[4] E questo sarebbe un rischio eccessivo che Islamabad non accetterebbe sul serio.

La prudenza è dunque d’obbligo perché la deterrenza nucleare non consiste nel possedere una bomba e dichiararsi disponibili a proteggere un alleato, ma è soprattutto credibilità della volontà politica di utilizzarla.

Dobbiamo allora porci un paio di domande molto semplice: il Pakistan sarebbe realmente disposto a rischiare un’escalation nucleare per difendere Riyadh? E sarebbe disposto a farlo per Ankara?

Oggi non abbiamo elementi sufficienti per rispondere affermativamente, ma l’ambiguità può però essere deliberata in quanto il semplice dubbio sulla possibilità di un coinvolgimento nucleare pakistano aumenta l’incertezza dell’eventuale aggressore e produce, entro certi limiti, un effetto deterrente. Ma il problema è che l’ambiguità strategica funziona finché non viene messa alla prova.

Tre alleati, ma tre mappe delle minacce

Qui arriviamo, a mio avviso, al principale punto di fragilità in quanto le alleanze diventano solide quando i membri condividono una percezione relativamente omogenea della minaccia, e Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non hanno questa omogeneità.

Per Islamabad, l’India rimane il riferimento strategico fondamentale. Per Riyadh, le priorità sono la sicurezza del Golfo, la stabilità delle rotte energetiche, l’Iran, le capacità missilistiche e le minacce provenienti dagli attori non statali regionali. Per Ankara, lo spazio strategico è molto più esteso: Siria, Mediterraneo orientale, Caucaso, Mar Nero, Russia, dinamiche curde, Israele e competizione per il ruolo di potenza regionale.

Carnegie pone correttamente il problema in termini molto concreti guardando alle dinamiche dei singoli attori e ponendo legittimi dubbi di concretezza sull’ipotesi più estrema: se l’Arabia Saudita fosse attaccata dall’Iran, Ankara e Islamabad entrerebbero realmente in guerra al suo fianco? La risposta non è automatica poiché un eventuale attacco determinerebbe consultazioni tra i tre governi per stabilire la risposta.[5] Questo aspetto è rilevante perché il patto stabilisce una solidarietà politica automatica, ma non è ancora chiaro se stabilisca un intervento militare automatico. È una differenza sostanziale.

Contenere l’Iran oppure contenere Israele?

Un’altra semplificazione che eviterei è interpretare il patto esclusivamente come una «NATO sunnita» costruita contro l’Iran in quanto la realtà regionale del 2026 è molto più complessa. Certamente la pressione militare iraniana e la vulnerabilità degli Stati del Golfo hanno accelerato la ricerca di nuove garanzie di sicurezza, ma l’accordo credo vada interpretato come un tentativo di evitare un vuoto di sicurezza prodotto dall’indebolimento dell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti.

Emerge però una dinamica differente basata su una convergenza tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan finalizzata anche a limitare l’espansione dell’influenza israeliana nella regione e, secondo questa lettura, l’aggregazione non sarebbe semplicemente anti-iraniana, ma risponderebbe all’esigenza di impedire che una sola potenza regionale – Israele – possa acquisire una posizione egemonica approfittando dell’indebolimento iraniano.

Le due ipotesi non sono necessariamente alternative, direi, anzi, che è proprio questa ambivalenza a rendere interessante il patto.

Riyadh e Ankara non vogliono un Iran egemone, ma non vogliono neppure un Israele egemone, e la loro preferenza sembra orientarsi verso un equilibrio regionale nel quale nessuna potenza possa imporre unilateralmente le proprie condizioni. Quindi non parlerei di un’alleanza «contro» qualcuno, almeno nella sua fase iniziale, ma la leggo piuttosto come uno strumento volto a impedire che gli equilibri regionali vengano definiti da altri.

Il fattore India

Il problema indiano è forse quello più sottovalutato da una lettura esclusivamente mediorientale dell’accordo in quanto il Pakistan entra nell’intesa portando con sé una rivalità strategica che non appartiene naturalmente agli altri due firmatari.

L’Arabia Saudita mantiene importanti relazioni economiche con l’India mentre la Turchia ha assunto in diverse occasioni posizioni vicine a Islamabad sulla questione del Kashmir; in questo quadro il rischio è che una crisi indo-pakistana possa mettere alla prova una clausola di solidarietà concepita principalmente per altre minacce.

Anche qui emerge una domanda di credibilità, ossia se Riyadh sarebbe realmente disposta a considerare un attacco indiano al Pakistan come un attacco contro l’Arabia Saudita.

È proprio questo tipo di scenario, che distingue tra un’alleanza dichiarata e un’alleanza politicamente consolidata, che spiega perché considero l’attuale fase soprattutto come costruzione di deterrenza attraverso l’incertezza, più che come automatismo militare.

Una NATO islamica? La definizione è sbagliata anche per un’altra ragione

C’è poi la componente «islamica», che considero poco utile dal punto di vista analitico.

La maggior parte dei Paesi musulmani non appartiene all’accordo: Iran, Indonesia, Algeria, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Malaysia e numerosi altri attori rimangono fuori, e soprattutto la religione non rappresenta oggi il principale criterio attraverso il quale questi Paesi definiscono le proprie alleanze. E dunque, parlare di «NATO islamica» è fuorviante perché la maggior parte degli Stati musulmani resta esterna e la religione ha un peso limitato nell’effettiva determinazione delle politiche regionali, contrariamente alla lettura superficiale che riconduce la competizione regionale a un confronto ideologico-settario tra sciiti e sunniti.

Lo dimostra bene la situazione degli Emirati Arabi Uniti, come rilevato da Cinzia Bianco, analista dell’ECFR la quale, in un’analisi sul tema, descrive una possibile configurazione regionale concorrente, con Abu Dhabi maggiormente orientata verso una costellazione di sicurezza con Stati Uniti e Israele e, dall’altra parte, un blocco emergente imperniato su Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Ma la stessa analisi pone il dubbio sul fatto che quest’ultimo possa trasformarsi facilmente in un’alleanza coesa, proprio perché persistono interessi divergenti e relazioni trasversali.[6] È un’ulteriore conferma del fatto che non stiamo assistendo alla ricomposizione geopolitica del mondo islamico ma, al contrario, siamo testimoni di una frammentazione competitiva del Medio Oriente in reti di sicurezza differenti e sovrapposte.

L’Egitto sarebbe il vero salto di qualità

La possibilità che l’accordo venga esteso è, a mio avviso, uno degli indicatori da osservare con maggiore attenzione: Ankara ha esplicitamente indicato l’Egitto come potenziale partecipante e l’ingresso del Cairo cambierebbe significativamente la natura del progetto in quanto porterebbe massa militare, posizione geografica, controllo del canale di Suez, accesso strategico al Mediterraneo e al Mar Rosso e soprattutto una legittimità politica araba che né Turchia né Pakistan possono offrire.

Passeremmo così da una triangolazione molto singolare – una potenza del Golfo, una potenza anatolica e una potenza sudasiatica – a una struttura capace di collegare Mediterraneo orientale, Mar Rosso, Golfo e Asia meridionale: è a quel punto che la definizione di nuova architettura regionale di sicurezza diventerebbe più convincente.

Il vero obiettivo: diventare produttori di sicurezza

Arrivo così a quello chè è, a mio avviso, il punto centrale. Per decenni Arabia Saudita, Pakistan e, in modo diverso, anche Turchia hanno operato all’interno di un sistema di sicurezza nel quale gli Stati Uniti rappresentavano l’ultimo garante; un modello che, pur non essendo necessariamente terminato, vede gli Stati Uniti mantenere il ruolo di maggiore potenza militare esterna presente nella regione a fronte di uno scenario in cui nessuno dei tre firmatari dispone singolarmente di equivalenti capacità: ma la fiducia nell’automatismo della protezione americana si è ridotta.

Avevo già valutato come l’accordo saudita-pakistano fosse il segnale della volontà di Riyadh di non affidarsi esclusivamente a Washington e ciò può oggi essere interpretato come risposta alla percezione di un possibile vuoto di sicurezza, evidenziando l’affermazione del citato principio delle «regional solutions to regional problems».

Letture e prospettive differenti, ma che convergono su uno stesso processo. Le potenze regionali stanno cercando di trasformarsi da consumatori di sicurezza a produttori di sicurezza, ed è proprio su questo aspetto che colloco il significato strategico dell’accordo della Mecca. Non vedo la nascita di una NATO islamica, anzi contesto tale affermazione, e vedo qualcosa di forse più interessante come la costruzione progressiva di un sistema nel quale le medie potenze cercano di ridurre la distanza tra la propria ambizione geopolitica e la propria capacità di garantirsi autonomamente la sicurezza.

Quale orizzonte strategico?

La mia valutazione guarda a tre livelli temporali.

Nel breve periodo, il Mecca Joint Defence Agreement è soprattutto uno strumento di deterrenza politica e di signalling strategico che aumenta il costo potenziale di un’aggressione introducendo l’incertezza sulla possibile risposta degli altri firmatari.

Nel medio periodo, potrebbe trasformarsi in una piattaforma di integrazione militare e industriale, soprattutto nei settori nei quali i tre Paesi sono maggiormente complementari come la difesa aerea e missilistica, i droni, la guerra elettronica, il cyber, l’intelligence, la produzione congiunta e la logistica, e i programmi annunciati dopo la firma dimostrano che questa dimensione è già presente.

Nel lungo periodo, tutto dipenderà invece dalla capacità di costruire credibilità dell’impegno collettivo, e la credibilità non si misura attraverso le dichiarazioni, bensì chiedendosi cosa succederebbe alle tre del mattino di un venerdì in cui uno dei firmatari venisse realmente attaccato: esisterebbe un comando capace di reagire? Esisterebbero piani militari già predisposti? Le forze sarebbero interoperabili? L’intelligence verrebbe condivisa immediatamente? Gli altri due governi sarebbero politicamente disposti a entrare in una guerra che potrebbe non coincidere con i loro interessi nazionali?

Sono queste le domande che distinguono un’alleanza dalla dichiarazione di un’alleanza, e per questo ritengo prematuro parlare oggi di «NATO islamica», per quanto sarebbe comunque sbagliato liquidare l’accordo come una costruzione propagandistica.

Il processo che vediamo svilupparsi tra Ankara, Riyadh e Islamabad è parte di un cambiamento più ampio in cui l’ordine internazionale sta passando da sistemi di alleanze relativamente rigidi a reti di sicurezza sovrapposte, flessibili e transazionali. E in questo nuovo ambiente le medie potenze non vogliono più limitarsi a scegliere da quale grande potenza farsi proteggere, ma vogliono accumulare opzioni, costruire capacità autonome e diventare esse stesse poli di deterrenza.

Il Mecca Joint Defence Agreement potrebbe fallire, rimanere una struttura prevalentemente politica oppure evolvere in qualcosa di molto più ambizioso, e per capire quale delle tre possibilità prevarrà, più che il nome che gli attribuiamo oggi, dovremo osservare cinque principali indicatori, che sono l’istituzionalizzazione del comando, la pianificazione militare comune, l’interoperabilità reale, la definizione – anche implicita – della deterrenza nucleare pakistana e, infine, la capacità di allargamento ad altri attori regionali.

Se questi cinque elementi dovessero convergere, allora non avremmo semplicemente una «NATO islamica», ma avremmo qualcosa di strategicamente più rilevante, ossia un nuovo polo militare autonomo tra Mediterraneo, Medio Oriente e Asia meridionale, capace di incidere simultaneamente sugli equilibri con Iran, Israele e India e, soprattutto, di ridefinire il rapporto tra le potenze regionali e gli Stati Uniti. È questo, a mio avviso, il punto sul quale vale realmente la pena concentrare l’attenzione.


[1] Chattel T., Talk of a Turkish military alliance with Saudi Arabia and Pakistan reflects Ankara’s opportunistic ‘hedging’ strategy, Chatam House, 30 gennaio 2026, in https://www.chathamhouse.org/2026/01/talk-turkish-military-alliance-saudi-arabia-and-pakistan-reflects-ankaras-opportunistic.

[2] RUSI, Saudi Arabia, Turkey and Pakistan sign defence pact in Mecca, Financial Times, 7 agosto 2026, in https://www.rusi.org/news-and-comment/in-the-news/saudi-arabia-turkey-and-pakistan-sign-defence-pact-mecca.

[3] Puri S., Messmer M., Saudi Arabia and Pakistan’s mutual defence pact sets a precedent for extended deterrence, Chatam House, 23 settembre 2025, in: https://www.chathamhouse.org/2025/09/saudi-arabia-and-pakistans-mutual-defence-pact-sets-precedent-extended-deterrence.

[4] Khan S. A., All Military Means? Pakistan, Saudi Arabia, and the Risks of Nuclear Ambiguity, CSIS – Nuclear Network, in: https://nuclearnetwork.csis.org/all-military-means-pakistan-saudi-arabia-and-the-risks-of-nuclear-ambiguity/.

[5] Cheema A., Hage M.A., The Mecca Agreement Unpacked, Canergie, 7 agosto 2026, in https://carnegieendowment.org/middle-east/diwan/2026/08/the-mecca-agreement-unpacked.

[6] Bianco C., The postwar UAE and the remaking of Gulf politics, ECFR, 15 maggio 2026, in https://ecfr.eu/article/the-postwar-uae-and-the-remaking-of-gulf-politics/.


Un confronto tra la Russia e la NATO? È un (pericoloso) rischio non calcolato da Mosca.

di Claudio Bertolotti.

Le recenti dichiarazioni di Vladimir Putin dal Pacifico, dove il presidente russo ha minacciato ritorsioni in caso di sequestro di navi mercantili della Federazione e ha evocato un rischio di confronto con la NATO, si inseriscono in una fase di crescente pressione militare e strategica sulla Russia. Quasi contemporaneamente, l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro obiettivi in Crimea e contro il porto di Novorossiysk, rivendicando un’operazione definita “senza precedenti” e sostenendo di aver compromesso in modo sostanziale la capacità russa di utilizzare la Crimea come base navale.

Sono eventi distinti, ma non necessariamente scollegati poiché la questione su cui tutto si incardina è comprendere se essi rappresentino segmenti di una stessa dinamica di escalation.

A guardare lo scenario che si sta prospettando, non credo che gli ultimi eventi indichino una maggiore volontà russa di arrivare a un conflitto con la NATO. Anzi, partirei dall’assunto opposto: Mosca non vuole una guerra diretta con l’Alleanza, perché ne conosce costi, rischi e soprattutto l’imprevedibilità. Il problema, però, è che molte delle mosse che la Russia sta compiendo sembrano spingerla proprio nella direzione che vorrebbe evitare, ed è questo, a mio avviso, l’elemento più preoccupante.

E, dunque, le dichiarazioni di Putin sui possibili sequestri di navi mercantili russe vanno lette in questa prospettiva, ma non sono necessariamente il preludio a una decisione di confronto con la NATO, quanto piuttosto un tentativo di ristabilire una capacità di deterrenza che Mosca percepisce come progressivamente erosa. In questa prospettiva, credo che il messaggio voglia essere: “se colpite i nostri interessi, noi allargheremo lo spazio nel quale siamo disposti a rispondere”. Ma proprio qui nasce il rischio.

Gli attacchi ucraini contro la Crimea e, soprattutto, contro Novorossiysk accentuano questa dinamica poichè Kiev sta progressivamente riducendo gli spazi di sicurezza operativa della Russia nel Mar Nero. Sebastopoli è diventata molto più vulnerabile e parte delle capacità navali russe è stata trasferita verso Novorossiysk, e colpire anche quest’ultima significa cercare di dimostrare che non esiste più un retroterra realmente sicuro per la Flotta del Mar Nero.

Questo non implica che la Russia abbia “perso” la Crimea in senso militare. Sarebbe un grave errore di analisi poiché la Russia, nonostante questi eventi emotivamente coinvolgenti, mantiene il vantaggio tattico su tutti i fronti del campo di battaglia. Ma la penisola rimane fondamentale come piattaforma logistica, aerea e missilistica, per quanto la sua funzione di santuario navale sia stata seriamente compromessa. E quando una grande potenza vede restringersi i propri margini di manovra tende a cercare compensazioni altrove. È un bilanciamento lineare, quasi scontato.

È qui che collegherei gli attacchi ucraini alle parole di Putin. Non attraverso una relazione immediata di causa ed effetto, ma attraverso una più ampia dinamica di azione, reazione e compensazione. L’Ucraina aumenta la pressione nel Mar Nero, mentre Mosca, dal canto suo, cerca di ampliare lo spazio della propria deterrenza, prospettando ritorsioni anche lontano da quel teatro. E così il conflitto tende ad allargarsi sul piano geografico senza che nessuno dei principali attori dichiari di volerlo allargare su quello politico.

E qui si impone il paradosso in cui la Russia non vuole provocare la NATO per trascinarla deliberatamente in guerra sebbene, nel tentativo di dimostrare di non essere vulnerabile, moltiplichi le occasioni nelle quali potrebbe verificarsi un confronto con un Paese dell’Alleanza: una nave intercettata, una scorta militare che interviene, un’azione interpretata come ostile, una risposta sproporzionata, un errore di valutazione.

Per questo sarei prudente nell’affermare che «stanno crescendo le possibilità di una guerra Russia-NATO». Non cresce necessariamente la volontà politica di quella guerra, quanto piuttosto cresce la probabilità che si creino le condizioni perché essa possa iniziare senza essere stata realmente scelta.

Ed è forse questo l’aspetto più grave perché, lo sappiamo dalla lettura storica dei conflitti, le guerre non cominciano sempre perché qualcuno decide consapevolmente di iniziarle, ma possono cominciare anche attraverso una successione di decisioni razionali prese singolarmente, ma che, sommandosi, producono un risultato irrazionale nel suo insieme.

E così, oggi vediamo qualcosa di simile, in cui Mosca cerca di evitare di apparire debole, Kiev cerca di ampliare la vulnerabilità russa, i Paesi europei cercano di restringere ulteriormente gli spazi economici e marittimi della Russia. Insomma, ognuno cerca di controllare l’escalation, ma contemporaneamente contribuisce ad alimentarla.

Il punto, dunque, non è che Putin voglia la guerra con la NATO, ma è che la Russia continua a compiere mosse che possono avvicinarla a quella guerra senza volerla, e forse senza essere pienamente in grado di governare il processo che sta mettendo in moto. Ed è proprio questa perdita progressiva di controllo sull’escalation, più che una deliberata volontà di confronto, ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente.


LO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE: LA NATO SECONDO TRUMP

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

La testa di Trump si muove su binari lontani da quelli politici tradizionali, per essere miti, e quando giorni fa Axios lo intervista su come “vive, vede” l’esercizio del potere e “chi” lo esercita, secondo lui, fra tutti i leader mondiali, mi sarei aspettata che qualche nome europeo fosse elencato. Invece no: Trump parla solo di Xi Jinping e di Modi, commentando: “molto intelligenti e in gamba”. Ma perché Trump non parla di Europa e di europei?

La risposta sta nel fatto che, per l’attuale inquilino della Casa Bianca, il Vecchio Continente ha smesso di essere un partner politico strategico paritario per diventare un mero mercato di sbocco commerciale. Nella sua visione transazionale del potere, le relazioni transatlantiche non si misurano più in valori condivisi o allineamento strategico, ma si riducono a un rapporto contabile di dare e avere — lo dice lui stesso, parlando della Spagna ad Ankara: “They don’t participate, they don’t pay. I don’t want anything to do with Spain.”

Walter Russell Mead, il teorico del “Jacksonianismo” trumpiano (Hudson Institute), la inquadra con precisione: “Trump likes allies, but only of a certain type” — alleati utili nella misura in cui si accollano rischio e costo, non partner da trattare alla pari.”

Se la richiesta di Trump del 5% regala qualche miliardo alle casse dello stato americano, sembra però essere uno specchietto per le allodole, visto il suo non interesse a investire soldi, tempo ed energie con la nostra Europa.

Il traguardo del 5% del PIL, in realtà, non nasce ad Ankara: Trump lo aveva già strappato agli alleati al vertice dell’Aia nel giugno 2025. Quello che porta a casa dalla Turchia è piuttosto la sua monetizzazione industriale: 3 miliardi di dollari in nuovi accordi, dalla manutenzione dei sistemi Patriot di Lockheed Martin ai droni da sorveglianza marittima di Northrop Grumman, dai missili Stinger prodotti in Europa da RTX fino alle bombe di piccolo diametro che Boeing svilupperà con Rheinmetall in Italia. Nel solo 2025 gli alleati hanno acquistato 54 miliardi di dollari in equipaggiamento americano, sostenendo quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati Uniti — il vero “Trump Trillion”, 1.210 miliardi accumulati dal primo mandato. La sicurezza europea, insomma, si converte in export manifatturiero a stelle e strisce: l’Europa paga di più, l’industria della difesa americana incassa, e Washington nel frattempo restituisce le proprie truppe “ai livelli pre-2022” — un modo elegante per certificare, nel linguaggio stesso della Casa Bianca, il ritiro parziale che i think tank chiamano invece il più grande cambiamento nella postura di difesa del continente dalla Guerra Fredda.

IL “TEST DI LEALTÀ” GEOPOLITICO

A Trump, in fondo, non interessano i calcoli percentuali quanto la sottomissione politica. Le sue accuse nascono dal fatto che l’Europa ha storicamente limitato l’uso delle proprie basi e si è rifiutata di sposare senza condizioni le operazioni unilaterali americane — come la guerra preventiva contro l’Iran, quando alleati come la Spagna hanno negato l’uso delle piste di decollo. La richiesta di fondi maschera così una pretesa più profonda: lealtà geopolitica incondizionata, non un bilancio in regola.

LA CRITICA DEGLI ESPERTI: PERCENTUALI SENZA STRATEGIA

Il sospetto che gli obiettivi in percentuale contino meno della sostanza militare non è nuovo — anzi, precede Trump stesso. Già nel 2018, durante il primo mandato, l’analista Anthony Cordesman del CSIS bollava il target del 2% come un “obiettivo percentuale privo di significato” (meaningless percentage goal), sostenendo che concentrarsi sui numeri distraesse dal vero problema: una pianificazione di forza coerente e una strategia di difesa comune reale. Otto anni e un target quasi raddoppiato dopo, l’obiezione resta intatta e forse ancora più calzante: rincorrere il 5% del PIL dice poco su quali capacità l’Alleanza costruisca davvero, e quanto queste rispondano a una strategia condivisa piuttosto che a una lista della spesa imposta da Washington.

L’EUROPA, LONTANA DALLA REALTÀ AMERICANA

Le diverse costituzioni che compongono i paesi europei, una Bruxelles claudicante senza veri poteri e senza unità, in un periodo di guerra, fanno capire a Trump soprattutto una cosa: che il tempo stringe. Meglio investirlo altrove — in Sud America e nel Sud-est asiatico — piuttosto che aspettare che 27 capitali trovino una linea comune. E i motivi non sono solo commerciali, ma includono anche la corsa sia alle famigerate terre rare, che alla creazione dei data centers per l’AI.

Mentre l’Europa discute, Washington firma. A maggio Trump riceve alla Casa Bianca il presidente brasiliano Lula — e firma un’intesa commerciale, nata dalla necessità americana di diversificare l’accesso a questi minerali strategici prima del vertice con Xi Jinping.  Questa intesa sarebbe impensabile visto che proprio nell’intervista con  Axios, qualche giorno fa, ha dichiarato che Lula è un uomo volubile. Quasi contemporaneamente la società USA Rare Earth annuncia l’acquisizione del gruppo brasiliano Serra Verde, una delle poche miniere al mondo fuori dalla Cina capaci di fornire terre rare pesanti e che possiede anche un ottimo impianto di lavorazione. Sul fronte asiatico, la Lynas Advanced Material Plant in Malesia — il più grande impianto di raffinazione di terre rare al mondo al di fuori della Cina, esteso quanto 220 campi da calcio — è già diventata il fulcro della strategia di Washington per spezzare il monopolio cinese, che controlla ancora oltre il 90% della lavorazione globale. Il Giappone, parallelamente, si assicura l’accesso al nichel e alle terre rare dell’Indonesia. Il messaggio è chiaro: se l’Europa offre trattati e burocrazia, Sud America e Sud-est asiatico offrono le materie prime del futuro — e Trump, che ha fretta, va dove trova entrambe le cose insieme: velocità di decisione e sottosuolo.

LA GROENLANDIA, LA PERIFERIA CHE NON È MAI STATA EUROPEA

Sulla carta la Groenlandia appartiene al Regno di Danimarca, e dunque all’Unione Europea per interposta persona — ma nella testa di Trump, e in una certa misura nella geografia stessa, l’isola sta dall’altra parte dell’Atlantico. Geologicamente è parte della placca nordamericana, non di quella eurasiatica; strategicamente ospita l’unica base statunitense nell’Artico, la Pituffik Space Base, che fornisce l’allerta missilistica per l’intero Nord America e non per l’Europa. È lo stesso principio di homeland esteso all’intero Emisfero Occidentale — che la National Defense Strategy formalizza a gennaio, e che i commentatori americani hanno già ribattezzato “Donroe Doctrine“, fondendo il nome di Trump con la dottrina Monroe: la stessa logica invocata dopo la cattura del leader venezuelano Maduro, e ora, estesa fino al circolo polare artico. Non stupisce che ad Ankara Trump abbia rilanciato la pretesa più esplicita di sempre — “deve essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca” — mentre, contestualmente, minaccia di ritirare altre truppe dall’Europa. Nella sua mappa mentale, la Groenlandia non è un possedimento europeo, è un avamposto occidentale-americano da riportare a casa. La premier danese Mette Frederiksen ha risposto senza esitazioni che l’isola resta “non in vendita”, pronta a difendere “ogni centimetro” del proprio territorio; il segretario NATO Rutte, dal canto suo, si è trovato nella scomoda posizione di dare ragione a Trump sul pericolo — tenere Cina e Russia fuori dall’Artico — pur senza avallarne la soluzione, certificando così quanto la sovranità danese sia oggi più formale che sostanziale.

SOTTO IL GHIACCIO, LE TERRE RARE

Se la cornice militare spiega perché Trump voglia la Groenlandia, è la geologia a spiegare la fretta. Sotto la calotta polare del sud dell’isola giace il giacimento di Tanbreez, una risorsa da 4,7 miliardi di tonnellate che contiene tutti e otto gli elementi delle terre rare pesanti, disprosio e terbio inclusi — i materiali critici per i magneti dei sistemi d’arma di ultima generazione, dai caccia ai droni. Ed è così che Trump arriva in Groenlandia attraverso Wall Street. La società americana Critical Metals Corp.  (Nasdaq: CRML), dopo una rastrellata di successo, controlla oggi il 92,5% del progetto. Il governo groenlandese ha già approvato il trasferimento definitivo lo scorso aprile. È lo stesso schema che si osserva in Brasile con Serra Verde e in Malesia con l’impianto Lynas: Washington non aspetta più che Bruxelles negozi trattati commerciali quinquennali, compra direttamente le quote delle società che possiedono il sottosuolo strategico. La Groenlandia, in questo senso, non è un’anomalia artica nella strategia americana verso le Americhe e il Sud-est asiatico — ne è semmai il tassello più settentrionale, unito dagli stessi due fili conduttori: sicurezza militare diretta e corsa alle materie prime critiche, entrambi elementi che l’Europa, con la sua architettura istituzionale lenta e frammentata, non riesce a offrire nella stessa valuta.

Il quadro che emerge da Ankara, dall’intervista Axios e dai dossier sulle terre rare non descrive un disimpegno americano dal mondo, ma una ridefinizione delle priorità strategiche in base a un criterio preciso: dove si trova il vantaggio competitivo più immediato. La NATO resta formalmente intatta — la Section 1250A del NDAA (National Defense Authorization Act) blinda comunque il ruolo del Congresso su qualsiasi ipotesi di uscita — ma la sua funzione nella gerarchia trumpiana si è ridimensionata da alleanza di valori condivisi a strumento di burden-sharing industriale, in cui la sicurezza europea si converte in ordini per l’industria della difesa americana e la componente valoriale, se mai è esistita nella sua forma originaria, passa in secondo piano rispetto al criterio della reciprocità economica.

Resta aperta, e probabilmente lo sarà ancora per lungo tempo, la domanda se questo riposizionamento risponda a un disegno strategico coerente — la tesi di chi lo inquadra nella tradizione Jacksoniana teorizzata da Mead, o nella priorità sequenziale della National Defense Strategy — oppure sia il risultato di una serie di decisioni transazionali prese caso per caso, senza una dottrina unificante alle spalle. Le due letture non sono necessariamente incompatibili: è possibile che una logica di fondo — massimizzare il ritorno immediato, minimizzare l’impegno vincolante — generi, nella pratica, esattamente lo stesso pattern di comportamento che una strategia elaborata a tavolino produrrebbe. Per l’Europa, la distinzione tra le due ipotesi ha conseguenze pratiche identiche: in entrambi i casi, la garanzia di sicurezza americana andrà commisurata sempre più a ciò che il continente è disposto — e in grado — di offrire in cambio, non a un’appartenenza valoriale data per acquisita.

L’America di Trump ridisegna il mondo attorno a un asse che va dalle Americhe al Sud-est asiatico, passando per l’Artico: ovunque ci siano terre rare, minerali critici, o semplicemente un interlocutore disposto a trattare da pari a pari senza il fastidio di ventisette parlamenti da consultare.

Per l’Europa, la lezione più amara non è che Trump minacci di andarsene. È che, quando gli conviene, se ne sia già andato — e se ne sia accorta per ultima.


TRUMP E LA VITTORIA DI PIRRO

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Sicuramente è tempo di spegnere le fanfare trumpiane, perché questa è una vittoria di Pirro. Per chi non ricordasse la storia, la rammento: nel 279 a.C., in Puglia, Pirro, re dell’Epiro — sbarcato l’anno precedente con 19 elefanti indiani come arma segreta per terrorizzare i Romani — è sicuro di piegare la formidabile macchina bellica della Repubblica. Pirro stravince la battaglia, ma a un costo umano devastante: sul campo muore la stragrande maggioranza dei suoi soldati scelti e dei suoi generali più fidati. I Romani, dal canto loro, giocano in casa e applicano la spietata logica dei numeri. Sfruttando la leva di massa tra i propri cittadini e l’obbligo dei popoli alleati di fornire contingenti, Roma riesce a rimpiazzare le perdite nel giro di poche settimane.

Ma allora viene spontaneo chiedersi: a Washington qualcuno ha fatto i conti prima di compiere questa mossa? La risposta è imbarazzante, perché i conti li avevano fatti tutti, in anticipo, per iscritto e ad alta voce. Già a inizio marzo 2026, sul nascere della crisi, gli analisti di ING avvertivano che chiudere lo Stretto di Hormuz avrebbe potuto spingere il greggio fino a 140 dollari al barile nello scenario peggiore. Bloomberg, dopo aver interpellato oltre tre dozzine di trader, scriveva che il mondo non aveva ancora colto la gravità della situazione, evocando lo shock petrolifero degli anni Settanta e un prezzo che poteva toccare i 200 dollari. A maggio è entrata in scena l’artiglieria delle istituzioni: JPMorgan vedeva le scorte globali toccare livelli critici entro settembre; Rapidan Energy le dava per esaurite già tra luglio e agosto, prospettando un’economia destinata a “incepparsi”, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia metteva in guardia su rincari in arrivo proprio alla vigilia del picco estivo. Persino il servizio studi del Congresso aveva acceso un faro, ricordando l’ovvio: per la gran parte del greggio che attraversa lo Stretto non esiste una via d’uscita alternativa. Il preventivo, insomma, era sul tavolo, firmato e controfirmato.

Allora dov’è l’errore? Non nel calcolo, ma in due scommesse perse. La prima: tutti davano per scontato che la chiusura sarebbe stata breve. Homayoun Falakshahi, capo dell’analisi sul greggio di Kpler, aveva avvertito che con lo Stretto chiuso il barile poteva volare a 120-130 dollari, ma “at least temporarily” (almeno temporaneamente), poiché si assumeva che nessuno potesse reggere a lungo quel blocco, che avrebbe ritorto il colpo contro Teheran tagliandole l’export e i legami con la Cina. Si era preventivato uno shock-lampo; è arrivato un logorìo di quattro mesi. Ed è qui che la pazienza del bazaar ha fatto la differenza.

L’Iran ha rovesciato proprio la premessa dei modelli occidentali: ha tenuto duro per mesi accettando di rimetterci in prima persona — meno greggio venduto, clienti spazientiti — ma sapendo di poter sopportare la ferita più a lungo di Washington. E mentre i serbatoi americani si svuotavano sul serio, l’allarme ha cambiato tempo verbale, passando dal futuro al presente. “We have to solve this problem in the Strait of Hormuz” (Dobbiamo risolvere questo problema nello Stretto di Hormuz), ha ammesso Mike Sommers, presidente dell’American Petroleum Institute, mentre le scorte statunitensi viaggiavano verso i minimi storici. Vince chi regge l’attrito, non chi colpisce più forte: l’aritmetica romana, misurata in barili anziché in legioni.

La seconda scommessa persa è l’illusione dell’insularità. Gli Stati Uniti importano pochissimo dal Golfo Persico e a Washington la batosta sembrava un guaio confinato ad asiatici ed europei. Salvo poi riscoprire che il prezzo del petrolio è globale e che lo Stretto da cui passa circa il 20% del commercio mondiale di greggio e gas non manda il conto solo a Pechino. Il conto è arrivato puntuale alla pompa dell’Ohio: benzina a 4,11 dollari al gallone contro i 3,12 dell’anno prima e inflazione al 4,2%, la più alta in tre anni. Il peggio doveva ancora venire, perché le scorte usate per tamponare i prezzi rischiavano di prosciugarsi nel giro di settimane, proprio nel pieno della stagione dei viaggi estivi.

Ecco perché Trump è corso al tavolo delle trattative con il cronometro in mano. Nonostante la sfoggiata forza militare, si è ritrovato con una pistola economica puntata alla tempia, il cui grilletto è mosso dal calendario elettorale: a Teheran si contratta con la flemma del mercante, mentre a Washington i serbatoi si svuotano e le elezioni di metà mandato si avvicinano. La firma del memorandum d’intesa non spegne l’incendio: anche a Stretto riaperto, gli analisti avvertono che i flussi globali si normalizzeranno solo verso il quarto trimestre. Tra petroliere bloccate, scorte da ricostituire e infrastrutture danneggiate, l’inflazione continuerà a cavalcare le nostre vite.

Nessuno, dunque, potrà dire di non aver saputo. Pirro, almeno, poteva giurare di non aver previsto la tenacia di Roma; qui il preventivo lo avevano scritto gli analisti, mese per mese, cifra per cifra. Oltre alla beffa, però, rimane l’inganno. Infatti, dopo aver fatto credere per anni, a suon di dichiarazioni altisonanti, che il regime iraniano andasse radicalmente debellato in quanto minaccia globale — si ricordi l’8 aprile 2019, quando il New York Times titolava “Trump Designates Iran’s Revolutionary Guards a Foreign Terrorist Group”, riportando la storica decisione di bollare un’intera branca militare statale come organizzazione terroristica — ieri il presidente ha liquidato la questione dicendo: “I never cared about regime change. It was never a part” (Non mi è mai importato del cambio di regime. Non ne ha mai fatto parte).

Eppure, come in ogni accordo, il diavolo si nasconde nei dettagli. E i dettagli raccontano una storia diversa dalle fanfare. Il memorandum apre una finestra negoziale di sessanta giorni e promette, a regime, la fine dell’embargo: la rimozione di tutte le sanzioni, comprese quelle delle Nazioni Unite e quelle unilaterali americane sull’export di greggio. In cambio, Teheran ribadisce l’impegno a non dotarsi di  armi atomiche, mentre il nodo dell’arricchimento viene rinviato al tavolo finale.

 Il punto più clamoroso, però, riguarda i soldi. Il testo prevede la creazione di un fondo di 300 miliardi di dollari per la “ricostruzione e lo sviluppo economico” dell’Iran, da finanziare insieme ai partner regionali, le monarchie arabe del Golfo. Qui Washington gioca una partita sottile, perché non spende un dollaro. JD Vance, lo precisa in conferenza stampa, bollando come falsa la notizia di un investimento americano e giurando di “non investire nemmeno 10 cents”. Il ruolo degli Stati Uniti è quello di revocare tutte le sanzioni e consentire anche ad altri  paesi d’investire. “Permetteremo investimenti nella ricostruzione del loro Paese”, spiega Vance, evocando l’immagine di una centrale elettrica costruita dagli Emirati in territorio iraniano. Il tutto, solo se ad accordi conclusi Teheran rispetta le condizioni.

Una finestra di sessanta giorni e un sollievo economico condizionato sono, in fondo, il terreno ideale per questi maestri dell’attesa. L’Iran porta a casa la firma, l’embargo cade, il greggio torna a fluire, e i dettagli che contano davvero — l’arricchimento, i missili, i tempi — restano consegnati a un negoziato futuro, dove la flemma del mercante può lavorare indisturbata.

Washington, dal canto suo, si prepara a rimuovere l’embargo, spalanca le casseforti delle monarchie del Golfo e rischia così di contribuire alla stabilizzazione economica di un regime che per anni aveva indicato come una minaccia da contenere. Un’altra voce, anch’essa, nel bilancio della vittoria di Pirro.

Questo quadro di condizioni storiche presenta analogie con la consolidata prassi diplomatica persiana, storicamente imperniata sulla dilazione temporale e sulla condotta ambigua. Nel corso del XIX secolo, la dinastia Qajar, minacciata dalle opposte pressioni degli imperi russo e britannico, garantì la propria continuità istituzionale attraverso una strategia di bilanciamento geopolitico, alternando concessioni asimmetriche a tattiche dilatorie. Il caso della crisi del tabacco del 1890, culminato nella rescissione formale della concessione britannica a seguito di pressioni interne, evidenzia come per Teheran i vincoli contrattuali rappresentino storicamente variabili negoziali e non esiti definitivi. Tale approccio traspone i meccanismi del bazar nelle relazioni internazionali: si formalizzano tempestivamente le intese utili a ottenere benefici immediati — quali l’allentamento del regime sanzionatorio e il ripristino delle transazioni finanziarie — differendo sine die i restanti impegni gravosi.

Questo drastico voltafaccia ha lasciato la popolazione e la diaspora iraniana intrappolate in un profondo dilemma emotivo e politico. Se da un lato gli iraniani in patria esprimono sollievo per lo scampato pericolo di una guerra totale con la possibilità di vedere nuovi investimenti senza embarghi, dall’altro vivono questo accordo come un doloroso tradimento. La decisione di Washington di abbandonare la linea del “cambio di regime” e di sbloccare miliardi di dollari in asset congelati è vista dagli attivisti come una formale legittimazione della teocrazia di Teheran, spegnendo le speranze di una svolta vicina e alimentando la convinzione che il futuro della transizione democratica dipenderà esclusivamente dalle forze della resistenza interna.

Di fronte alle trasformazioni violente dello scacchiere mediorientale, l’Unione Europea ha allineato la propria condotta a una logica di laissez-faire geopolitico: un non-intervento calcolato, che tollera le sistematiche violazioni dei diritti umani di attori chiave come l’Iran pur di salvaguardare una parvenza di stabilità nei mercati regionali. La rinuncia ai princìpi fondativi nasce da una fragilità anteriore alla crisi mediorientale: l’Europa è già claudicante, segnata dalla frattura — energetica, commerciale, geopolitica — consumatasi con la Federazione Russa. Ne deriva un’asimmetria etica evidente, in cui la difesa dei diritti universali cede il passo alle urgenze della sicurezza economica.

È in questa asimmetria etica che si consuma il declassamento delle cancellerie del vecchio continente, ridotte al rango di moderni valvassori della geopolitica contemporanea. Sospesa tra subalternità e realpolitik, Bruxelles si confronta intanto con l’amara consapevolezza di non poter azzerare i rapporti con Vladimir Putin. La necessità di riaprire canali diretti è emersa chiaramente anche nei recenti contatti diplomatici promossi dal Consiglio Europeo guidato da António Costa, mentre resta ancora l’incognita su chi assumerà formalmente il ruolo di emissario ufficiale. 

Questa medesima urgenza costringe l’Europa a subire le decisioni unilaterali delle grandi potenze a scapito della propria autonomia strategica; il continente abdica così alla propria funzione di garante internazionale, accettando una marginalità destinata a eroderne, nel lungo periodo, la forza negoziale. La stabilità energetica temporanea rischia di pagare il prezzo di un’irrimediabile irrilevanza storica.


La propaganda si fa gioco: i meme LEGO dell’Iran

di Claudio Bertolotti

Negli ultimi anni, accanto ai tradizionali strumenti di propaganda — discorsi ufficiali, televisione di stato, comunicati — l’Iran ha sviluppato una presenza sempre più sofisticata nel mondo dei social media. Reti di account e canali Telegram producono e diffondono contenuti digitali pensati per raggiungere il pubblico occidentale: non con messaggi ideologici espliciti, ma con meme, video brevi e immagini ironiche capaci di circolare autonomamente online.

Tra questi contenuti ha attirato l’attenzione degli analisti un formato insolito: scene di conflitto geopolitico — attacchi, scontri, simboli militari — reinterpretate con l’estetica dei mattoncini LEGO. Il risultato è straniante: immagini che parlano di guerra appaiono rassicuranti, quasi divertenti, e per questo più facili da condividere senza troppa riflessione critica. Il messaggio raramente è esplicito: questi contenuti non celebrano l’Iran, ma attaccano governi occidentali, istituzioni e operazioni militari in Medio Oriente — alimentando sfiducia e cinismo nelle società bersaglio, spesso senza che chi li ricondivide sappia o si chieda da dove vengano.

L’utilizzo di meme in stile LEGO associati all’ecosistema informativo iraniano non va interpretato, però, come una semplice innovazione estetica della propaganda digitale. Il fenomeno segnala una trasformazione più profonda: il passaggio dalla comunicazione politica tradizionale a forme di influenza fondate su intrattenimento, partecipazione, adattamento culturale e circolazione transnazionale delle narrazioni.

Il punto centrale non è stabilire soltanto cosa dicano questi contenuti, ma comprendere come funzionino: quali emozioni attivino, quali cornici interpretative propongano, quali pubblici raggiungano, attraverso quali reti vengano amplificati e in che misura possano tradursi in comportamenti online o offline. In questa prospettiva, il meme diventa una tecnologia narrativa, un vero e proprio strumento capace di semplificare il conflitto, renderlo emotivamente accessibile e trasformarlo in contenuto condivisibile.

L’elemento decisivo è la convergenza tra gamification e narrative warfare, dove la prima rende il messaggio più familiare, meno minaccioso e più adatto alle logiche delle piattaforme, mentre la seconda sposta l’obiettivo dalla persuasione diretta alla costruzione di ambienti narrativi nei quali il pubblico non è più soltanto destinatario, ma vettore attivo della diffusione.

1. Decostruire il meme: oltre il contenuto, la struttura narrativa

L’analisi dei meme LEGO collegati all’ecosistema informativo iraniano richiede un cambio di prospettiva in cui la domanda tradizionale, «cosa dice questo contenuto?», è insufficiente. Occorre chiedersi quale emozione venga attivata per prima, quale storia politica venga raccontata, quali elementi siano omessi, perché un utente dovrebbe condividere quel contenuto e quale comportamento esso possa incoraggiare.

In questo modo l’attenzione si sposta dalla sola veridicità del messaggio al suo funzionamento cognitivo. E qui il meme non è soltanto un oggetto comunicativo leggero o ironico, ma assume la consistenza di una struttura narrativa progettata per orientare l’attenzione e l’interpretazione degli eventi. L’estetica LEGO riduce la complessità del conflitto trasformandolo in una rappresentazione semplificata, riconoscibile e culturalmente familiare.

Osservando da questa prospettiva il fenomeno, la dimensione ludica non ne elimina il contenuto politico, ma lo rende più assimilabile. La guerra, la crisi geopolitica e la contrapposizione tra attori statuali vengono riformulate attraverso un linguaggio visivo associato al gioco, all’infanzia e all’intrattenimento. In questo modo il contenuto abbassa le difese cognitive dell’utente e lo predispone all’interazione.

2. Le narrazioni strategiche costruite dai meme

Le immagini analizzate suggeriscono che il messaggio non sia finalizzato principalmente a promuovere l’Iran come attore geopolitico. L’obiettivo appare più indiretto, teso ad alimentare sfiducia verso istituzioni, élite politiche, media tradizionali e interventismo occidentale; dall’altro lato, la narrazione non chiede al pubblico di sostenere l’Iran, ma chiede piuttosto di mettere in discussione il proprio sistema politico e informativo.

Le cornici principali in cui tale fenomeno si sta sviluppando possono essere ricondotte a quattro aree. La prima è anti-élite, in cui leader politici, governi e classi dirigenti vengono rappresentati come corrotti, autoreferenziali e distanti dai cittadini. La seconda è anti-establishment, dove istituzioni, media mainstream e partiti sono descritti come manipolatori o strutturalmente inaffidabili. La terza è anti-intervento, dove le operazioni militari occidentali vengono presentate come imposizioni esterne ai danni di popolazioni che non le avrebbero richieste. La quarta, infine, è identitaria e morale: qui l’Iran viene raffigurato meno come potenza regionale e più come soggetto che rivela verità nascoste e denuncia ipocrisie sistemiche.

Un quadro complessivo, quello che viene a crearsi e consolidarsi in cui emerge la differenza tra propaganda classica e narrative warfare, dove la propaganda tradizionale tende a costruire consenso verso sé stessa; la guerra delle narrazioni lavora invece sulla delegittimazione dell’avversario, sull’erosione della fiducia e sulla moltiplicazione di dubbi interpretativi.

3. Gamification della guerra e trasformazione della percezione

L’estetica LEGO modifica radicalmente il modo in cui il conflitto viene percepito. La comunicazione bellica tradizionale si fonda su paura, realismo, osservazione e distanza emotiva e, coerentemente, le immagini di guerra mostrano distruzione, vittime e devastazione, collocando lo spettatore in una posizione di osservatore esterno.

La trasposizione del conflitto nell’universo LEGO produce invece effetti opposti basati su familiarità, astrazione, partecipazione e accessibilità emotiva in cui le immagini perdono parte della loro crudezza e vengono reinterpretate attraverso un codice visivo rassicurante e immediatamente riconoscibile, dove il conflitto non scompare, ma diventa più guardabile, più commentabile e più condivisibile.

In questo senso la gamification non è un semplice espediente grafico ma una tecnologia narrativa che trasforma la guerra in contenuto in cui le persone incontrano sempre più spesso i conflitti geopolitici attraverso meme, video brevi, contenuti generati dall’intelligenza artificiale, influencer e piattaforme social, piuttosto che attraverso notizie, reportage o documentari. Il mutamento non riguarda soltanto il formato, ma il modo in cui gli individui costruiscono la propria comprensione della realtà internazionale.

4. Dalla propaganda alla distribuzione

La comunicazione tradizionale iraniana si è storicamente fondata su risentimento, martirio e argomentazione morale. Al contrario, le forme emergenti di comunicazione digitale mantengono obiettivi strategici simili, ma modificano il linguaggio operativo ponendo al centro, non più soltanto ideologia e persuasione, ma humour, viralità, competenza culturale, partecipazione e storytelling nativo delle piattaforme.

Il punto decisivo è che l’obiettivo non è semplicemente persuadere, ma è la condivisione. Se nel paradigma tradizionale il successo di una campagna veniva misurato in termini di cambiamento delle opinioni, nel paradigma emergente il successo si misura attraverso la sequenza reach, amplification, participation, narrative penetration.

Osservando il panorama comunicativo nel suo complesso emergono limitate conferme su un cambiamento diretto delle convinzioni politiche profonde degli utenti, ma vi sono invece segnali più consistenti della capacità di amplificare specifiche narrazioni, aumentarne la visibilità e favorirne l’ingresso in comunità normalmente esterne alla comunicazione politica. L’obiettivo non è necessariamente creare sostenitori dell’Iran, ma utenti disposti a far circolare contenuti coerenti con interessi narrativi favorevoli all’Iran: un vero e proprio cambiamento di paradigma.

5. La circolazione transnazionale delle narrazioni

Una delle dinamiche più rilevanti è la diffusione internazionale delle narrazioni e l’aspetto più rilevante ad emergere è il fatto che il pubblico occidentale raramente interpreta questi contenuti come messaggi iraniani, ma li percepisce piuttosto come risposte a problemi locali: corruzione, disuguaglianza, crisi della rappresentanza, sfiducia nei media, opposizione agli interventi militari.

In questo modo la narrazione segue un percorso articolato: produzione, distribuzione, attraversamento dei confini, interpretazione locale e adattamento locale (coerente con le agende dei gruppi politici, di opposizione al sistema o ideologici locali). Durante questo processo il contenuto viene progressivamente separato dalla sua origine poiché non arriva in Europa come narrazione iraniana, ma come cornice compatibile con sensibilità e frustrazioni già presenti nei contesti nazionali.

E dunque, le narrazioni non vengono semplicemente esportate; vengono tradotte culturalmente. Atterrano, si adattano e mettono radici nei contesti locali. E così, l’attribuzione a un attore straniero diventa più difficile, mentre cresce l’importanza dell’analisi dei percorsi di circolazione, degli intermediari e dei pubblici che conferiscono significato al messaggio.

6. Influenza, identità e mobilitazione

La mobilitazione contemporanea passa sempre meno attraverso istruzioni esplicite e sempre più attraverso l’identificazione: nei contenuti analizzati non emergono necessariamente inviti diretti alla protesta o all’azione politica, emergono piuttosto segnali di consapevolezza, resistenza, amplificazione e identità.

L’obiettivo non è dire alle persone cosa fare, ma suggerire chi esse siano. Gli utenti condividono un contenuto perché esso conferma una posizione identitaria: da cittadino europeo, da britannico, da norvegese, da americano, da membro di una comunità percepita come minacciata o tradita. La sequenza rilevante diventa narrative adoption, identity signalling, amplification in cui l’azione collettiva può seguire, ma non è necessariamente il primo obiettivo.

La partecipazione assume così un ruolo centrale dove il pubblico non deve essere d’accordo con il messaggio, ma deve interagire attraverso like, commenti, condivisioni e remix, che così divengono indicatori più rilevanti dell’adesione ideologica: l’engagement diventa così la soglia minima della mobilitazione narrativa.

7. L’architettura dell’influenza gamificata

La cosiddetta Lego Influence Architecture può essere descritta come un processo in cinque fasi. 1. La prima è la produzione, costituita da piccoli team, supportati dall’intelligenza artificiale, che possono generare grandi quantità di contenuti a costi ridotti.

2. La seconda è l’adattamento narrativo in cui i messaggi vengono tradotti in linguaggi culturalmente familiari e inseriti in frame no-war, anti-elite, anti-establishment, humanitarian e anti-intervention.

3. La terza fase è la distribuzione, costruita per circolare in modo nativo su Telegram, TikTok, Instagram e X.

4. La quarta è l’amplificazione, realizzata attraverso influencer, media alternativi, celebrità, utenti ordinari e comunità digitali.

5. La quinta, infine, è la mobilitazione, quando le narrazioni diventano linguaggio identitario, discussione pubblica, partecipazione sociale o protesta.

In questa architettura non esiste un unico canale decisivo. Alcuni attori producono “copertura”, rendendo visibile il messaggio; altri generano “legittimazione”, conferendo credibilità; altri ancora facilitano la “mobilitazione”, trasformando discussione e coinvolgimento in comportamento (le manifestazioni di piazza, spesso caratterizzate da violenza. Le campagne più efficaci distribuiscono queste funzioni tra attori diversi, spesso apparentemente indipendenti.

8. Il laundering effect: quando la fonte scompare

Un aspetto cruciale è il narrative laundering, o lavaggio della narrazione; che può strutturarsi seguendo un percorso definito e semplice: contenuto iraniano, rilancio da parte di influencer, ripresa mediatica, circolazione interna (allo stato, regione), scomparsa della fonte originaria, permanenza della narrazione.

Il meccanismo ricorda in effetti il principio fondante del fenomeno del riciclaggio in l’origine del contenuto viene progressivamente occultata attraverso passaggi intermedi che ne aumentano accettabilità e credibilità. Alla fine del processo l’utente non si chiede più chi abbia prodotto il contenuto, ma se esso sia coerente con la propria visione del mondo.

Questo passaggio riduce la centralità dell’attribuzione. Certo, l’attribuzione resta importante, ma non basta a spiegare l’impatto poiché ciò che conta è la circolazione, la capacità del contenuto di attraversare reti, comunità e piattaforme fino a diventare parte di un discorso pubblico più ampio.

9. Dalle Information Operations alle Attention Operations

Il caso dei meme LEGO evidenzia il passaggio dalle Information Operations alle Attention Operations. Per decenni le operazioni di influenza si sono fondate sul controllo dell’informazione: gestire il flusso delle notizie, produrre messaggi ideologici, comunicare in modo stato-centrico, persuadere attraverso formati lunghi e concentrare l’attenzione sull’attribuzione.

Oggi si è imposto un cambiamento e il centro di gravità si è spostato. Le campagne emergenti privilegiano messaggi nativi dei meme, amplificazione reticolare, engagement breve, partecipazione dell’audience e competizione per l’attenzione. Non conta più soltanto chi produce il contenuto, ma chi riesce a renderlo visibile, condivisibile e culturalmente compatibile con i pubblici di riferimento.

E così, la sequenza operativa può essere sintetizzata in quattro passaggi: attention, emotion, participation, mobilisation. La mobilitazione non è più necessariamente il risultato diretto della persuasione ideologica, ma si impone come conseguenza indiretta della capacità di catturare attenzione, generare coinvolgimento emotivo e trasformare il pubblico in distributore volontario della narrazione.

10. Indicatori di monitoraggio e strumenti analitici

Per analisti, ricercatori e decisori pubblici la domanda operativa non è più soltanto come una narrazione venga costruita, ma come possa essere identificata e monitorata. Il modello proposto individua cinque categorie di indicatori.

  • Gli indicatori narrativi riguardano la storia che viene promossa: quale cornice interpretativa viene costruita e quali messaggi coerenti orientano la percezione degli eventi.
  • Gli indicatori emotivi riguardano i sentimenti attivati: rabbia, paura, umiliazione, ingiustizia, solidarietà o appartenenza.
  • Gli indicatori di amplificazione osservano chi condivide il contenuto e attraverso quali reti.
  • Gli indicatori di adattamento analizzano come la narrativa cambi tra pubblici diversi.
  • Gli indicatori di mobilitazione valutano quali comportamenti online o offline siano incoraggiati.

Questo approccio sposta l’analisi dalla singola fonte al sistema di propagazione. Non basta contare visualizzazioni o identificare contenuti problematici, ma occorre comprendere come il messaggio si adatti, chi lo legittimi, quali emozioni produca e se generi effetti sociali o politici concreti.

11. Principi interpretativi e implicazioni di policy

Possiamo concludere che almeno quattro principi ci consentono di interpretare il fenomeno.

  1. Il primo è che l’influenza è adattiva, non statica: le narrazioni cambiano in funzione di crisi, opportunità politiche e vulnerabilità locali.
  2. Il secondo è che le emozioni contano spesso più dei fatti: rabbia, paura, umiliazione e senso di ingiustizia possono essere più mobilitanti dell’adesione ideologica.
  3. Il terzo è che gli ecosistemi ibridi contano: le narrazioni online acquisiscono credibilità quando vengono rinforzate offline da media, influencer, manifestazioni o attori politici.
  4. Il quarto è che una reazione sproporzionata può rafforzare la narrazione che si intende contrastare, alimentando vittimizzazione, sospetti di censura e sfiducia.

Le risposte tradizionali, basate su attribuzione, rimozione dei contenuti e fact-checking, restano necessarie ma non sono più sufficienti – sempre ammesso che possano esserlo stati in passato. L’influenza contemporanea opera attraverso emozione, identità, partecipazione e amplificazione, e per questo motivo le politiche pubbliche non possono escludere la conoscenza approfondita dei pubblici target, il monitoraggio cross-platform, il rafforzamento della resilienza sociale, la valorizzazione di comunicatori locali credibili e le strategie comunicative che evitino di amplificare la polarizzazione.

È inoltre essenziale distinguere tra attivismo legittimo, lealtà transnazionale e operazioni di influenza. Non ogni amplificazione è manipolazione; l’attivismo legittimo si fonda su mobilitazione autentica, organizzazione trasparente e autonomia decisionale mentre la lealtà transnazionale può derivare da legami identitari, familiari, diasporici o religiosi senza coordinamento esterno. Invece, le operazioni di influenza implicano manipolazione strategica delle narrazioni, amplificazione coordinata e sponsorizzazione o attribuzione ingannevole.

12. Conclusioni sul caso LEGO

Il caso iraniano-LEGO non è importante perché riguarda i LEGO, ma lo è perché illustra una trasformazione più ampia delle dinamiche di influenza contemporanee che muove dalla persuasione alla partecipazione, dalla propaganda alla cultura, dalle campagne informative agli ecosistemi di influenza.

L’influenza opera sempre più attraverso la cultura, mentre la sola attribuzione è ormai di per sé insufficiente. La fiducia emerge come una risorsa strategica: un fatto confermato dalle narrazioni che si diffondono più facilmente laddove esista una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni, dei media o delle élite politiche. Per questo occorre monitorare non soltanto i contenuti, ma l’adattamento delle narrazioni, i percorsi di amplificazione e la traduzione dall’online all’offline.

La sfida per ricercatori, analisti e decisori politici non consiste più soltanto nell’identificare messaggi ostili o manipolativi, ma nel comprendere come le narrazioni acquisiscano legittimità, attraversino comunità differenti, si adattino ai contesti locali e si traducano in mobilitazione sociale e politica. La domanda strategica non sarà più soltanto «chi produce una narrazione?», ma soprattutto «come una narrazione diventa credibile, circola tra comunità diverse e si trasforma in comportamento collettivo?».


Le infiltrazioni “Pro-pal” e del “pacifismo antagonista”: uno strumento di influenza di Iran e Russia?

di Claudio Bertolotti

Dalla disinformazione alla guerra cognitiva: influenza esterna, polarizzazione dell’opinione pubblica e resilienza della coesione nazionale

La disinformazione non va più letta come semplice diffusione di «notizie false», ma come componente di una strategia più ampia di influenza, finalizzata a modificare percezioni, emozioni collettive, fiducia istituzionale e coesione sociale. Russia e Iran operano con modelli diversi ma convergenti: Mosca attraverso una diplomazia pubblica strutturata, culturale, digitale e istituzionale; Teheran attraverso una strategia «a spettro completo» che combina narrazione emotiva, infrastrutture religiose e associative, reti digitali, plausibile negabilità e, nei casi più critici, interfacce criminali o micro-proxy locali.

1. Il nuovo campo di battaglia è la percezione

La coesione nazionale non è oggetto di aggressioni solamente con attacchi informatici, pressioni energetiche o minacce militari, ma viene erosa più lentamente, e spesso più efficacemente, attraverso la manipolazione della percezione pubblica, la polarizzazione del dibattito e la delegittimazione delle istituzioni.

La guerra cognitiva agisce su informazione, emozione, identità e fiducia, con l’obiettivo – non di convincere tutti – di frammentare il campo sociale, creare dubbio, moltiplicare narrazioni incompatibili e rendere più difficile una risposta pubblica condivisa. Nel caso russo – come ho avuto modo di approfondire nel mio articolo “La diplomazia pubblica russa nella guerra cognitiva: attori, narrazioni e strumenti digitali” – questa dinamica si colloca all’interno della conflittualità ibrida, nella quale informazione, percezione e influenza culturale assumono valore strategico.

2. La Russia e la diplomazia pubblica come influenza ibrida

La Russia non usa soltanto propaganda bensì un ecosistema che sfrutta le dimensioni identitaria, della memoria storica, culturale, istituzionale, mediatica, dei social network, della diplomazia digitale e delle narrazioni anti-occidentali.

Il concetto di Russkij Mir – il «Mondo Russo» – opera come dispositivo ideologico che tende non solo a una promozione culturale, ma a creare e consolidare una cornice geopolitica che legittimi la protezione delle comunità russofone e, in prospettiva, l’intervento politico o militare narrativamente a tutela delle stesse. A questo si affiancano strumenti istituzionali come la Fondazione Russkij Mir, Rossotrudnichestvo, il Gorchakov Fund, la Chiesa ortodossa russa, i media statali e le piattaforme digitali.

La diplomazia digitale russa sfrutta così i social media, crea e diffonde i contenuti di portali informativi alternativi e piattaforme digitali per veicolare narrazioni filo-russe, per alimentare il dubbio, per polarizzare l’opinione pubblica e per delegittimare le narrazioni occidentali. Il caso italiano dell’operazione «Dalla Russia con amore» è utile come esempio di convergenza fra assistenza umanitaria, propaganda, disinformazione e potenziale raccolta informativa in un contesto di emergenza.

La Russia, così facendo, non cerca soltanto di raccontare una versione alternativa dei fatti ma cerca di costruire un ambiente informativo nel quale la verità diventa negoziabile, la fiducia istituzionale diventa fragile e la coesione democratica diventa vulnerabile.

3. L’Iran e la strategia d’influenza «a spettro completo»

L’Iran, dopo il 7 ottobre 2023, ha aggiornato il proprio repertorio di influenza, saldando la guerra di Gaza a un meta-frame emotivo basato sui concetti di «Occidente contro Islam», «genocidio», «ipocrisia occidentale», vittimizzazione dei musulmani, delegittimazione di Israele e degli oppositori in esilio, erosione della fiducia civica e della coesione sociale europea.

Ne ho parlato in maniera dettagliata nel mio articolo “Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea” in cui evidenzio l’esistenza di tre livelli: il primo, la costruzione di una narrazione emotiva; il secondo, l’uso selettivo di infrastrutture religiose e associative; il terzo, l’esternalizzazione tattica della coercizione a reti criminali locali. L’obiettivo è polarizzare il discorso pubblico europeo, alimentare l’antisemitismo, delegittimare oppositori in esilio ed erodere fiducia civica e coesione sociale, mantenendo la plausibile negabilità.

La componente mediatico-digitale è centrale: PressTV e HispanTV producono contenuti multilingue, poi distribuiti su piattaforme più permissive come Telegram e Rumble, amplificati da reti inautentiche, siti proxy e adattamenti linguistici alle diverse audience europee.

4. Il nodo pro-Pal: protesta legittima, sfruttamento ostile e radicalizzazione del frame

È essenziale distinguere fra protesta legittima, critica politica, mobilitazione pro-palestinese e sfruttamento ostile di quelle mobilitazioni da parte di attori statali o para-statali. Il problema non è l’esistenza del dissenso di per sè, ma la sua cattura narrativa, la sua amplificazione artificiale e, in alcuni casi, il suo legame a reti radicali, antagoniste, comunitarie o criminali.

Quello che pongo in evidenza nel mio articolo è che il fatto che il caso iraniano non si limiti alla propaganda su Gaza, ma cerchi di trasformare un conflitto esterno portandolo verso una polarizzazione interna europea seguendo una chiara e definita sequenza che parte dalla costruzione della cornice emotiva, passa attraverso il radicamento attraverso reti comunitarie e piattaforme digitali e arriva all’eventuale impiego di micro-proxy locali per azioni dimostrative o violente. In questa prospettiva, la narrazione non rimane online ma tende a trasformarsi in mobilitazione, pressione sociale, intimidazione, radicalizzazione identitaria e, nei casi più estremi, violenza.

Il punto non è più, dunque, criminalizzare la protesta, bensì impedire che la protesta si imponga come un’infrastruttura inconsapevole di una strategia ostile di influenza.

5. Russia e Iran: due modelli diversi, una convergenza strategica

Schema comparativo, che evidenzia la convergenza dei due approcci: entrambi gli attori, Russia e Iran, operano su quella che possiamo identificare come la vulnerabilità più rilevante dei paesi democratici, ossia la fiducia: nelle istituzioni, nei media, nella comunità nazionale, nella legittimità dell’azione pubblica e nella possibilità stessa di distinguere tra informazione, propaganda e manipolazione.

Elemento Russia Iran
Leva principale Diplomazia pubblica, cultura, memoria, identità, media, istituzioni. Frame emotivo-religioso-politico, Gaza, anti-occidentalismo, antisemitismo, diaspora, reti comunitarie, piattaforme digitali.
Obiettivo Legittimare la postura geopolitica russa, delegittimare l’Occidente, alimentare sfiducia verso istituzioni democratiche. Polarizzare il discorso pubblico europeo, delegittimare oppositori, rafforzare la proiezione ideologica e ridurre i costi di attribuzione.
Metodo Soft power ibridato con disinformazione, diplomazia digitale e, in contesti di crisi, penetrazione informativa. Influenza «a spettro completo», con narrazione, reti associative, media statali, piattaforme permissive e potenziale outsourcing criminale.

6. Il rischio principale: erosione della coesione nazionale

La minaccia non è soltanto informativa. È sociale, politica e istituzionale poiché la disinformazione produce effetti cumulativi: sfiducia nelle istituzioni, radicalizzazione delle identità, delegittimazione dell’avversario, frammentazione del dibattito pubblico, sospetto permanente verso media e autorità, vulnerabilità delle comunità diasporiche, normalizzazione dell’odio politico o religioso.

Nel modello iraniano, la minaccia emerge quando propaganda, economie criminali e nodi comunitari si fondono; per questo occorre separare narrazione e coercizione, tagliando l’accesso ai «fornitori» di violenza e delegittimando le interfacce organizzative che trasformano il frame in azione.

7. Risposta strategica: dalla contro-disinformazione alla resilienza cognitiva

Non basta smontare le fake news una per una. Occorre rafforzare la resilienza cognitiva del sistema democratico. Come è dunque possibile definire le possibili linee di risposta? Proviamo a identificare alcune opzioni rilevanti.

  • L’alfabetizzazione informativa, non intesa come educazione generica ai media, ma come capacità di riconoscere frame ostili, manipolazione emotiva, falsi dilemmi, contenuti coordinati e amplificazione artificiale.
  • La trasparenza istituzionale rapida. Il vuoto informativo è lo spazio operativo della disinformazione.
  • La protezione delle comunità vulnerabili. Diaspore, minoranze religiose, giovani e ambienti digitali polarizzati non vanno trattati come minacce, ma come spazi da proteggere da infiltrazione, radicalizzazione e sfruttamento.
  • L’integrazione fra sicurezza interna, intelligence, diplomazia pubblica, scuola, università, media e società civile.
  • La risposta europea coordinata. Le reti di influenza non rispettano confini nazionali; una risposta solo nazionale rischia di essere tardiva, frammentata e facilmente aggirabile.

L’osservazione dello scenario sociale, politico e informativo, ci propone un fenomeno in via di evoluzione e trasformazione. La disinformazione è solo la superficie visibile di un fenomeno più profondo, cioè la competizione per il controllo razionale dell’informazione. Russia e Iran non cercano semplicemente di convincere le opinioni pubbliche europee, ma cercano di dividere, disorientare e rendere più costosa e lenta ogni decisione collettiva. La difesa della coesione nazionale, dunque, non è censura, non è propaganda di segno opposto, non è repressione del dissenso; al contrario, è capacità democratica di distinguere tra conflitto politico legittimo e manipolazione ostile, tra protesta e strumentalizzazione, tra pluralismo e frammentazione indotta. In questo spazio si misura oggi la vera resilienza delle democrazie europee.


Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale

Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”,
Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)

La minaccia dal Medioriente all’Europa

di Claudio Bertolotti

Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.

La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.

Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.

Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.

Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.

Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.

Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.

Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.

Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.

Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.

Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.

Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.

In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.

La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.


Il popolo kazako approva la sua nuova Costituzione

di Francesco Lombardi.

A metà dello scorso mese di marzo, in Kazakhstan, un referendum popolare, largamente partecipato (hanno votato più di 8 milioni di elettori pari al 73,12 % degli aventi diritto) ha approvato, con l’87,15% dei Si, la nuova Costituzione della più estesa e prosperosa tra le repubbliche centroasiatiche. Un cambiamento fortemente voluto dall’attuale Presidente, Kassym-Jomart Tokayev, che ha rivendicato il lavoro svolto per realizzare una Costituzione “che rispecchia le vere aspirazioni del popolo kazako a vivere in un Paese giusto ed equo, fondato sui principi di legge e ordine, sul rispetto e la tutela incondizionati dei diritti umani e delle libertà fondamentali, su una società modernizzata e su un forte impegno a promuovere l’istruzione, la scienza, la tecnologia, la cultura, l’ecologia, il volontariato e il patriottismo”. La modifica, che ha avuto l’imprimatur popolare qualche settimana orsono, è la seconda variante alla Costituzione negli ultimi quattro anni. Si inserisce nel solco di cambiamenti nella struttura istituzionale volti a dare un assetto più moderno al Paese, a renderlo competitivo in un mondo in continuo cambiamento e a liberare le energie economiche ed organizzative che sono ancora sopite. La riforma, infatti, riflette anni di graduale modernizzazione politica per rispondere alle nuove sfide come i diritti digitali e la protezione dei dati. La consultazione ha visto, tra l’altro, l’impegno di osservatori provenienti da 34 Paesi i quali hanno giudicato il processo elettorale, articolato su 10.000 seggi, in Kazakhstan ed all’estero, trasparente e conforme agli standard internazionali. Accanto agli osservatori internazionali, si è segnalata una considerevole partecipazione di rappresentanti della società civile e di liberi cittadini che hanno monitorato la corretta esecuzione delle procedure; se ne sono contati fino a 10 per ogni seggio. Non sono poche infatti, le aspettative della leadership e del popolo kazako per questi significativi cambiamenti. Questa nuova Costituzione è la naturale prosecuzione di un cambiamento avviatosi nel 2019, con una iniziale procedura che intendeva modificare solo meno del 40% dell’articolato precedente ma, nel corso dei lavori, è emerso che per dare una struttura coerente ed efficiente alla nuova legge, necessitavano modifiche a circa l’80% del testo iniziale. Un lavoro che ha impegnato una Commissione costituzionale con una rappresentanza senza precedenti di 129 cittadini, che ha esaminato ogni dettaglio, ha valutato circa 12.000 proposte di vari esperti e organizzazioni della società civile e ha supervisionato sei mesi di dibattiti pubblici. Il tutto per arrivare ad un modello che lo stesso Presidente Tokayev ha definito: “Presidente forte, Parlamento influente e Governo responsabile“.

La Costituzione precedente è stata in vigore per circa 30 anni. Per allontanarsi dal passato sovietico una prima Costituzione fu adottata nel 1993 e poi modificata nel 1995. Ora il Paese ha deciso di effettuare un deciso salto verso la modernità e la democrazia per poter meglio affrontare le sfide del momento e del futuro.

Una delle principali modifiche introdotte dalla nuova Costituzione è l’abolizione del parlamento bicamerale a favore di un parlamento unicamerale, che si chiamerà Kurultai. Viene abolita una quota presidenziale onde rafforzare l’indipendenza del potere legislativo. Il passaggio a un parlamento monocamerale consentirà un processo legislativo più rapido e trasparente. Le elezioni per i 145 seggi del parlamento riorganizzato si terranno quest’estate, ha dichiarato Tokayev ai giornalisti dopo aver votato ad Astana.

Vi è, inoltre, la reintroduzione della vicepresidenza, anche allo scopo di agevolare la pianificazione della successione. Un nuovo Consiglio popolare consultivo (il Khalyk Kenesi) amplierà la partecipazione e il dialogo pubblico.

Le riforme istituzionali previste dal nuovo quadro costituzionale rafforzano anche lo sviluppo della governance e garantiscono un regolare ricambio dei vertici. Nel contempo si definiscono limiti di mandato per i principali funzionari statali.

Questa riforma, poi, rende il kazako la principale e unica lingua di Stato, declassando la lingua russa. Un ulteriore gesto finalizzato a rafforzare il sentimento di identità e costruzione nazionale di un Paese articolato su centinaia di etnie la cui convivenza, però, è sempre stata un esempio di rispetto e tolleranza.

La riforma costituzionale rappresenta uno dei principali momenti della presidenza Tokayev in cui ha riversato tutta la sua esperienza ed il suo background diplomatico e politico. Ha svolto, in precedenza due mandati come ministro degli Esteri (1994-1999 e 2002-2007). Nel corso della sua presidenza, poi, Tokayev ha promosso la politica estera multidirezionale del Kazakhstan e ne ha rafforzato l’indipendenza. Ha ricoperto posizioni di alto livello e ha guidato gli sforzi per assicurare al Kazakhstan la guida di varie organizzazioni regionali e intergovernative, gestendo complesse relazioni tra interessi contrastanti all’interno e all’esterno della regione.

A seguito dell’esito referendario, il presidente Tokayev ha anche ricevuto i messaggi di congratulazioni di diversi leader regionali e mondiali. Diverse capitali e capi di Stato hanno inviato messaggi di congratulazioni ad Astana, leggendo l’esito del voto come un fattore di stabilità per il Kazakhstan e per l’intera regione. Le reazioni positive di partner regionali e di grandi attori vicini mostrano quanto il Kazakhstan sia percepito come un perno strategico dell’Asia Centrale. Trattandosi di un Paese di grandi dimensioni, ricco di risorse naturali, collocato tra Russia, Cina e attraversato da corridoi commerciali eurasiatici, ogni sua trasformazione costituzionale ha inevitabilmente una risonanza almeno regionale. Il Kazakhstan è il nono paese più grande al mondo per superficie. Ha ottenuto l’indipendenza dall’URSS il 16 dicembre 1991. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, nel 2025 il Kazakhstan ha superato la Cina in termini di crescita del PIL pro capite, affermandosi non solo come il paese economicamente più prospero dell’Asia centrale, ma anche come un’economia in costante crescita a livello globale. Il Kazakhstan ha inoltre mostrato una crescita costante nell’Indice di Sviluppo Umano (ISU), valutato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), con un aumento del 21,5% (da 0,689 a 0,837) tra il 1990 e il 2023, ed è stato riconosciuto per il suo approccio lungimirante in materia di istruzione, economia, tecnologia e finanza.

Il Paese entra ora in una nuova fase politica, con nuove elezioni previste nei prossimi mesi al fine di dare concretezza alla nuova legge fondamentale. Una nuova fase che converrà seguire con attenzione viste anche le tante (e in crescita) relazioni economiche e commerciali con il nostro Paese.


La propaganda bellica iraniana: il ruolo della famiglia come arma nel dominio cognitivo

di Nicola Cristadoro.

1. Premessa

Leggendo alcuni documenti ufficiali divulgati dal governo iraniano nei primi giorni del conflitto contro la coalizione israelo – americana, colpisce in modo particolare la ridondanza del concetto del martirio ascritto non solo ai rappresentanti della leadership politico-militare eliminati nell’immediato dei primi attacchi subiti, ma soprattutto ai “figli” della nazione, strettamente correlati alla figura delle “madri”. La narrazione sottende un messaggio orientato a conquistare e consolidare l’accettazione di gravi lutti dovuti alla guerra da parte delle famiglie. Le “madri”, metonimia di forte impatto emotivo, assurgono a simboli della resilienza del popolo iraniano, presentato come coeso e monolitico contro l’odiato nemico. Accanto alle madri troviamo i “figli”, il cui destino escatologico eleva il sacrificio dei caduti iraniani alla dimensione religiosa, rafforzata dal concetto del martirio. Tutto questo per far metabolizzare l’idea che i morti dalla parte di Teheran sono destinati ad essere tanti, come sempre è stato nei conflitti che hanno visto coinvolto il regime degli ayatollah. Nella propaganda bellica iraniana, dunque, la famiglia non è solo un’unità sociale, ma un pilastro ideologico utilizzato per mobilitare la nazione, giustificare il sacrificio e consolidare l’identità rivoluzionaria. Il regime modella i ruoli familiari per servire gli obiettivi dello Stato attraverso diversi meccanismi.

Il primo è proprio l’idealizzazione del martirio e il ruolo della madre: la propaganda eleva la figura della “madre del martire” come l’ideale supremo di cittadinanza femminile. Le donne sono ritratte come madri o mogli che spingono con orgoglio i propri cari verso il fronte, trasformando il dolore privato in onore pubblico. Spesso raffigurate con simboli religiosi (come il Corano), le donne fungono da àncora morale che legittima la “guerra santa”. Il secondo riguarda la formazione del “cittadino guerriero” secondo cui il ruolo maschile nella famiglia è strettamente legato alla difesa della patria e dei valori islamici. Ai bambini viene insegnato fin da piccoli che la protezione dell’onore familiare coincide con la difesa dello Stato. La propaganda utilizza sovente immagini di fratelli maggiori o padri eroici per spingere i giovani a unirsi a forze paramilitari come i Basij. Un terzo aspetto è riferito all’istruzione e alla trasmissione culturale. Lo Stato integra la narrazione bellica direttamente nella vita domestica e scolastica.  Recentemente, sono stati introdotti compiti che richiedono agli studenti di discutere la preparazione alle crisi con i genitori, normalizzando il conflitto come parte della realtà familiare. Il cinema e i media di stato, poi, lavorano per colmare il “divario generazionale”, presentando i valori dei combattenti degli anni Ottanta come il modello da seguire per i giovani di oggi. 

Nella propaganda del regime, la dimensione vulnerabile della patria viene rappresentata in modo paradigmatico dalla rilevante immagine femminile della “madre del martire”, spesso raffigurata mentre tiene in mano l’immagine di un martire, lo seppellisce o gli rende omaggio. La “madre del martire” compare ripetutamente in una serie di materiali visivi, già a partire dalla guerra Iran-Iraq. La rappresentazione di questa figura e la volontà del regime di riconoscerla e promuoverla come icona-chiave dello Stato sono in linea con il trattamento che le viene riservato nella realtà: lo Stato fornisce alle famiglie dei martiri benefici sociali ed economici e capitale culturale, riconoscendole come una classe sociale a pieno titolo. Spesso beneficiano di agevolazioni fiscali, alloggi riservati e quote di ammissione all’università. Si tratta di una tendenza che si è estesa persino alle famiglie dei martiri della Brigata Fatemiyoun, l’unità interamente afghana che ha combattuto in Siria su mandato iraniano, nonostante né i combattenti né le loro famiglie possiedano la cittadinanza iraniana[1]. La campagna sviluppata nel 2022 dall’agenzia di produzione audiovisiva e di design Khatt Media, intitolata Madri e mogli dei martiri, rappresenta un tipico esempio della continua promozione dell’importante ruolo svolto dalle donne come sostenitrici e persone in lutto per i martiri maschi[2].

In tempi di dissenso interno o conflitti recenti, lo Stato utilizza le famiglie per scopi tattici.  Il dolore delle famiglie vittime degli attacchi esterni viene amplificato dai media statali per alimentare il sentimento nazionalista e la ritorsione in forma di vendetta. L’aspetto peggiore del confezionamento della propaganda pro-regime, tuttavia, riguarda le autorità accusate di forzare i familiari di vittime a rilasciare interviste televisive in cui negano la responsabilità dello Stato nelle morti, attribuendole a cause accidentali. Va anche detto che, mentre la propaganda ufficiale promuove l’immagine una famiglia unita e devota, esiste una crescente frattura sociale tra i valori predicati dall’élite governativa e lo stile di vita occidentale dei loro stessi figli all’estero, un fenomeno spesso criticato come ipocrisia dai cittadini comuni. 

2. Evoluzione del modello familiare in Iran

In Iran, il modello familiare dominante era quello della famiglia allargata patriarcale. I suoi membri, legati da vincoli di sangue e di alleanza, comprendevano la coppia iniziale, i figli e le famiglie di questi ultimi. Questo modello familiare era caratterizzato dal potere assoluto del padre, capofamiglia, da una forte solidarietà tra i figli maschi, che godevano di pari diritti di successione e da un’elevata frequenza di endogamia, solitamente tra cugini di primo grado, con l’ideale rappresentato dal matrimonio tra i figli di due fratelli.

I compiti e le responsabilità della famiglia tradizionale erano molteplici e sostanziali. La famiglia si occupava del benessere dei suoi membri dalla nascita alla morte, coprendo tutti gli aspetti della vita sociale. Oltre a fornire supporto emotivo, la famiglia provvedeva anche all’istruzione, all’assistenza medica e al sostegno finanziario dei suoi membri. Tra i molteplici incarichi nel nucleo famigliare vi erano anche quelli di trovare un impiego, di organizzare le nozze e di provvedere all’accumulo dei fondi pensionistici per i propri propri appartenenti. Il coinvolgimento familiare si basava sul primato della solidarietà di lignaggio e richiedeva una continua interdipendenza tra i suoi membri. Negli ultimi decenni, tuttavia, si è assistito a una modernizzazione delle condizioni socio-economiche in Iran, legata allo sviluppo di un’economia di mercato e del lavoro salariato, all’urbanizzazione e all’accesso all’istruzione e ai servizi sociali finanziati dallo Stato. Ciò sembra aver indotto cambiamenti sostanziali nelle dimensioni e nella struttura della famiglia, nonché nelle sue funzioni sociali.

In seguito alla Rivoluzione del 1979, furono create diverse fondazioni per sostenere e migliorare le condizioni di vita dei più indigenti, noti come mostaz’afin (espropriati). Queste fondazioni disponevano di considerevoli risorse finanziarie, derivanti in gran parte da sovvenzioni governative, tasse e donazioni religiose. Dopo i tumulti dei primi anni del nuovo regime – esacerbati dall’inizio della guerra contro l’Iraq e dal nuovo peso imposto dal conflitto – il Comitato di Soccorso Imam Khomeini (IKRC, fondato nel 1979) organizzò le proprie attività in servizi distinti. I più importanti erano l’assistenza finanziaria a individui o famiglie senza risorse, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza medica, prestiti senza interessi, aiuti finanziari per la ristrutturazione di abitazioni, borse di studio e piccole pensioni concesse a persone di età pari o superiore a 60 anni residenti in zone rurali. Diversi milioni di persone appartenenti ai settori più svantaggiati della popolazione hanno beneficiato e continuano a beneficiare delle diverse forme di aiuto e dei servizi forniti da questa fondazione. La Fondazione è legata ad enti come la Setad (Esecutivo dell’Ordine dell’Imam) un colosso commerciale sotto la supervisione diretta della “guida suprema”, con una partecipazione in quasi tutti i settori dell’economia iraniana, inclusi quello energetico, quello delle telecomunicazioni e quello dei servizi finanziari. L’istituzione opera all’interno del sistema teocratico iraniano, caratterizzato da un’impronta fondamentalista sciita e, sebbene si presenti come un ente benefico, viene descritta come uno strumento di “espansione ideologica” e soft power, con attività che talvolta si estendono ad altre aree di influenza iraniana[3]. Nel marzo 2026, si sono verificate segnalazioni di attacchi (inclusa un’esplosione) contro le sedi del Comitato di Soccorso Khomeini a Chenaran, nel Razavi Khorasan, da parte di unità di resistenza che avversano il regime khomeinista[4]. Altri importanti enti sono la Fondazione dei Martiri (creata nel 1980) e la Fondazione 15 Khordad (creata nel 1981), che si occupano delle famiglie di coloro che sono morti per la Repubblica Islamica, intese come vittime del periodo rivoluzionario e della guerra contro l’Iraq, degli ex militari disabili, dei prigionieri di guerra e dei dispersi, nonché dei bisognosi. Il sostegno finanziario e le pensioni erogate da queste fondazioni sono estremamente modesti, ma tale assistenza ai più bisognosi, soprattutto nelle aree rurali, ha sancito il loro diritto alla protezione sociale.

Se ipotizziamo che queste fondazioni abbiano sostituito i gruppi familiari e le reti locali, assistiamo ad una graduale riduzione del ruolo della famiglia nel sostegno ai propri componenti. Con la loro influenza sull’organizzazione tradizionale della solidarietà familiare, queste fondazioni hanno certamente contribuito a minare il principio di interdipendenza familiare e hanno favorito l’emergere dell’autonomia individuale[5].

3. Donne e bambini icone della propaganda

Nel precedente paragrafo abbiamo detto delle vittime della Rivoluzione e della guerra contro l’Iraq. Vediamo, allora, in riferimento alla guerra, situazione che oggi si riproponte prepotentemente sullo scenario mediorientale, in che modo la narrazione propagandistica di Teheran già negli anni Ottanta confezionasse messaggi tesi ad esaltare la sacralità della figura femminile e dei giovanissimi descritti come eroi votati al martirio per il neonato Stato teocratico.

Mentre i combattimenti infuriavano, l’intera società iraniana fu esortata a partecipare allo sforzo bellico. I manifesti giocarono un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nel conforto del popolo iraniano, comprese donne e bambini. Ragazzi iraniani anche di soli dodici anni venivano reclutati nei Basij, forze paramilitari volontarie che combattevano al fianco dell’esercito nazionale. I Basij sono ricordati soprattutto per i loro assalti a ondate umane, in cui gruppi di ragazzi attraversavano a piedi i campi di battaglia disseminati di mine per consentire il passaggio successivo di altre unità dell’esercito. In questo atto mortale di indipendenza, sfida e fervore salvifico si celava il reale desiderio dei giovani iraniani di proteggere la propria patria e le proprie famiglie con ogni mezzo necessario, inclusa la perdita degli arti e il sacrificio della vita.

Gli artisti commemoravano il coraggio dei bambini in guerra, lamentando al contempo la loro tragica e prematura morte. Ad esempio, un manifesto, intitolato Questi sono i nostri eroi, raffigura un ragazzino che si prepara a unirsi alla battaglia; le granate legate alla sua cintura simboleggiano la sua inevitabile autodistruzione in un assalto di massa, mentre la sorella in lacrime stringe il Corano. Una scritta graffitata sul muro dietro le due figure esalta altri ragazzi come “guide” che si sono già sacrificati per la causa. Il manifesto simboleggia la perdita dell’innocenza per la giovane generazione, così come per la stessa nascente Repubblica Islamica.

Anche le donne furono sfruttate per la propaganda bellica. La Repubblica Islamica incoraggiò le donne a seguire i modelli islamici di femminilità e umiltà. Come osserva Shirin Saeidi, “la descrizione di genere dei cittadini ideali da parte della Repubblica Islamica durante la guerra Iran-Iraq… raffigurava il cittadino maschio ideale come un guerriero e la donna ideale come una moglie o una madre che mandava volontariamente i propri cari in guerra[6]. Nonostante la molteplicità dei ruoli svolti dalle donne durante la guerra, che hanno sfidato e al contempo minato i binarismi e le norme di genere promossi dallo Stato, le raffigurazioni delle donne nell’iconografia del regime postbellico si sono concentrate principalmente sul loro ruolo di testimoni, sostenitrici e generatrici di combattenti e martiri[7]. Tali raffigurazioni sono in linea con la classica rappresentazione sciita delle donne, che incarnano i ruoli svolti da Fatima (figlia del Profeta, moglie di Ali e madre di Husayn e Hasan) e da sua figlia Zaynab[8]. Fatima è un archetipo della virtù femminile sciita. Venerata come simbolo di rettitudine, pazienza, pietà e come madre del più importante martire sciita, l’Imam Husayn, Fatima è esaltata come madre di tutti i martiri. Per queste ragioni, i cimiteri creati per i soldati iraniani caduti durante la guerra Iran-Iraq portano il suo nome. Zaynab, invece, viene ricordata per il suo coraggio e la sua resilienza, dovuti alla sua leggendaria sfida a Yazid I dopo il massacro della sua famiglia nella battaglia di Karbala (680 d.C.). Come donna attiva e persino combattiva, il suo esempio ispirò le donne iraniane durante la Rivoluzione. Anche durante la guerra, i programmi artistici della Repubblica Islamica diffondevano l’immagine di Zaynab come donna a sostegno dei soldati sciiti.

L’artista di guerra Nasser Palangi realizzò degli schizzi di donne iraniane durante le prime fasi dell’invasione irachena della città iraniana di Khorramshahr. Intitolando uno dei suoi disegni Le eredi di Zaynab, Palangi mette in luce il legame tra l’eroina del VII secolo e le donne di Khorramshahr, che combatterono in difesa della città. La battaglia di Karbala si trasformò ancora una volta in un paradigma attraverso il quale anche le combattenti potevano emulare le eroine della storia sacra sciita. Vale la pena raccontare che nel 2021, in occasione della Giornata degli Infermieri in Iran, è stato presentato un murale intitolato L’esercito degli infermieri, che mostrava operatori sanitari uomini e donne nella lotta contro il COVID-19. Celebrata annualmente per riconoscere il contributo e i sacrifici degli iraniani che lavorano nel settore sanitario, la Giornata degli Infermieri cade nell’anniversario della nascita di Zaynab, nipote del Profeta, ricordata soprattutto per aver assistito, come detto, al martirio di suo fratello Husayn e di altri famigliari nella battaglia di Karbala. La coincidenza della Giornata degli Infermieri con il compleanno di Zaynab non è casuale: questo allineamento intende collegare le azioni degli operatori sanitari iraniani di oggi alla memoria e all’eredità di Zaynab, che non solo fu testimone della battaglia, ma si prese anche cura delle donne e dei bambini sopravvissuti dopo il conflitto[9]. Il murale in questione è un esempio di soft propaganda la cui peculiarità è quella di sovvertirele consolidate rappresentazioni delle norme di genere nella Repubblica Islamica. Mentre le rappresentazioni classiche enfatizzano il martirio e il sacrificio per la nazione come un’impresa prevalentemente maschile, questo murale si distingue per la presenza di un uomo che regge l’immagine di una martire . Tale inversione dei ruoli di genere indica come la posizione assegnata a uomini e donne nella produzione culturale statale incentrata sul martirio e sull’eroizzazione sia soggetta a una forma di rinegoziazione. La logica sostantiva a questa rinegoziazione risiede nella realtà delle donne che hanno prestato servizio in prima linea e sacrificato la propria vita durante la pandemia di COVID-19 nella Repubblica Islamica. Non riconoscere il loro ruolo nella protezione della patria e nel loro sacrificio significherebbe sminuire questa realtà. In altre parole, in Iran la “gerarchia del martirio” basata sul genere è stata adattata alle reali condizioni della pandemia di COVID-19, quando le donne hanno dovuto pagare un prezzo di sangue sempre più elevato.

Tra i tanti manifesti, appare particolarmente toccante quello della Ragazza che imbraccia un fucile (1979). Una fotografia ritrae una bambina con il chador completo che impugna un fucile Kalashnikov con un fiore infilato nella canna. La didascalia del poster riporta una citazione dell’Ayatollah Taleqani: “Il nostro esercito non appartiene solo ai nostri fratelli nelle forze armate. Uomini e donne, giovani e anziani del nostro Paese sono membri dell’Esercito Islamico e sono i custodi dell’Islam“. La Repubblica Islamica incoraggiava tutti gli iraniani a condividere la responsabilità di salvaguardare il proprio Paese, sia combattendo in guerra, sia sostenendo lo sforzo bellico, sia difendendo l’Islam di fronte all’aggressione straniera. Mentre la ragazzina si prepara a difendere la sua patria, il gruppo di soldati alle sue spalle rimanda alla prontezza dei soldati iraniani a combattere per la Repubblica Islamica[10].

In generale, tuttavia, nonostante la capacità della propaganda di Stato di rinegoziare le norme di genere, questo processo rimane circoscritto dai meccanismi di costruzione del mito maschile e dall’archetipo maschile del martire. Di fatto, tali processi non implicano l’uguaglianza di genere, bensì rivelano come i discorsi sul martirio femminile siano ambivalenti: se da un lato alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro viene ribadita la logica della gerarchia di genere. Tali osservazioni sull’iconografia visiva promossa dallo Stato nell’Iran contemporaneo contribuiscono allo studio delle tecniche di propaganda utilizzate dai regimi autoritari.

4. Conclusioni. Figli e figliastri

A partire dalla conclusione della guerra Iran-Iraq, i prototipi di genere del “fratello guerriero e della sorella velata” sono stati costantemente raffigurati e diffusi nell’iconografia della Repubblica islamica[11]. Questi prototipi appaiono come un insieme semi-fisso di motivi a cui gli organi di propaganda del regime attingono regolarmente e continuano a permeare il discorso quotidiano. Quando si parla di martirio e sacrificio, i prototipi di genere si distinguono tra l’atto maschile di combattere e morire e l’atto femminile di sostenere, assistere e infine piangere il martire. Queste rappresentazioni dicotomiche possono essere definite Husayn-ingeZaynab-ing, che, va notato, non sono solo rappresentazioni nella propaganda di stato iraniana, ma si allineano strettamente alla realtà della guerra stessa, quando le donne non venivano ufficialmente reclutate per combattere. L’esempio classico a questo proposito è quello dell’infermiera che sostiene il martire, spesso utilizzato per rendere visibile il contributo delle donne nei processi storici. L’effetto è duplice: da un lato, alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro vengono ridotte a figure di supporto[12]

       Il legame di lunga data tra norme di genere, martirio e protezione della patria permea l’iconografia odierna della Repubblica islamica. Nel dicembre 2021, un murale è apparso sul cartellone pubblicitario Vali Asr di Teheran raffigurante il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassam Soleimani e il segretario generale di Katai’b Hezbollah iracheno Abu Mahdi al-Muhandis al centro, affiancati da un lato da un gruppo di bambini e dall’altro da un gruppo di soldati. Occupando ciascuna metà separata del murale, ogni gruppo intende simboleggiare un diverso elemento della nazione. I bambini, che appaiono in un verdeggiante paesaggio urbano, stringendo le immagini dei martiri, rappresentano l’idilliaca patria; i soldati, ritratti in piedi nell’arido paesaggio di battaglia mentre esprimono con gioia il cameratismo marziale, rappresentano l’idealizzata comunità di fratellanza desiderosa di proteggere la patria in territorio nemico. Mostrato una settimana prima del secondo anniversario dell’assassinio di Soleimani e Muhandis da parte di un attacco di droni statunitensi, il murale reca la didascalia: “La rabbia verso il nemico e l’amore per la patria, ecco cosa porta sicurezza alla tua casa[13]. La rabbia e la lotta contro il nemico sono un’impresa esclusivamente maschile. Le donne sono le destinatarie di questi valorosi sforzi e hanno il solo compito di sostenerle. In quanto membri femminili della famiglia dei martiri, è loro dovere mantenere viva la memoria degli uomini defunti e del loro sacrificio. Il modello storico-mistico di questi ruoli di genere prototipici, lo ribadiamo,si trova nella coppia di fratelli martiri Husayn e Zaynab. È a Zaynab, dopotutto, che si dice derivino i rituali di lutto sciiti che commemorano la morte di Husayn nel 680 d.C. a Karbala[14], di cui abbiamo parlato in precedenza. Nelle raffigurazioni celebrative della battaglia di Karbala, sono gli uomini a combattere per un giusto ordine sociale, mentre le donne fungono da sostenitrici e testimoni delle loro gesta eroiche in battaglia.

Arriviamo a tempi più recenti. Nelle settimane successive alla guerra dei dodici giorni, il Ministero dell’Istruzione iraniano ha distribuito nuovi libri di testo alle scuole di tutto il paese, con l’obiettivo di introdurre gli studenti delle scuole elementari e medie a quelle che i funzionari definiscono lezioni fondamentali di difesa nazionale e resistenza. Il libro di testo per le elementari si apre con una citazione del 1980 dell’ayatollah Khomeini: “Vi prometto la vittoria. Non temete alcuna superpotenza e non abbiate paura di alcuna propaganda. Seguiremo la nostra strada, e quella strada è quella di Dio“. Tale operazione rappresenta l’impegno del Ministero nel plasmare la comprensione del conflitto da parte delle nuove generazioni attraverso storie, attività didattiche e immagini incentrate su missili, droni e prontezza militare. Dopo la fine del conflitto, i funzionari del ministero hanno dichiarato che “Il messaggio della guerra e le azioni del sistema politico devono essere trasmessi alle scuole il più rapidamente possibile[15]. Nel testo, concepito nell’ambito del pacchetto didattico “Il nostro Iran” e integrato nei programmi scolastici obbligatori, roviamo dei capitoli intitolati “Eroe di quartiere“, “Soldato della patria“, “Solidarietà nei momenti difficili” e “Nemico comune“. Secondo i documenti del Ministero, l’obiettivo principale è quello di fornire “opportunità educative agli alunni di seconda elementare” per comprendere “i fattori determinanti per la vittoria in guerra e le sue diverse dimensioni” attraverso situazioni di apprendimento, dialogo e attività congiunte. Le istruzioni rivolte agli insegnanti sottolineano che l’obiettivo finale va oltre la semplice spiegazione di un singolo evento militare[16].

Fin qui appare tutto coerente con le narrazioni storico-propagandistiche del regime degli ayatollah. Tuttavia se guardiamo alla progenie dell’élite governativa iraniana qualcosa non torna. Una narrazione così pervasiva del tessuto sociale e così orientata alla vocazione al martirio, in linea di principio dovrebbe far vibrare nel cuore dei leader iraniani l’orgoglio di avere figli e figlie pronti a immolarsi per la patria e per la causa anti-sionista e anti-americana. La leadership di Teheran continua a insistere sul fatto che il sistema instaurato dopo la rivoluzione del 1979 sia giusto, indipendente e moralmente superiore all’Occidente. Proclamano che l’Iran è autosufficiente e culturalmente immune all’influenza straniera. Pretendono che i cittadini comuni rimangano leali, sopportino le difficoltà e considerino l’isolamento una virtù. Eppure, quando si tratta delle loro famiglie, la narrazione crolla. I figli delle figure politiche, militari e religiose più potenti dell’Iran scelgono in stragrande maggioranza di vivere all’estero, il più delle volte negli Stati Uniti, in Canada, in Europa o in Australia. Studiano nelle università occidentali, lavorano in aziende occidentali e godono delle libertà occidentali. Non si tratta né di un caso né di un’anomalia. È uno schema talmente ricorrente che gli iraniani gli hanno dato un nome: la “diaspora del privilegio”[17]. Mentre i comuni cittadini iraniani si trovano ad affrontare sanzioni, inflazione, disoccupazione e severe limitazioni alla libertà di movimento e alle opportunità, i figli degli alti funzionari aggirano agevolmente questi ostacoli. Passaporti occidentali, visti di lunga durata, titoli di studio prestigiosi e lavori ben retribuiti diventano accessibili grazie al denaro, all’influenza e alla protezione politica. Non si tratta della diaspora generata dalla repressione o dal collasso economico, il percorso intrapreso da milioni di iraniani comuni per necessità. Si tratta di qualcosa di completamente diverso: una diaspora della classe dirigente, nata dal privilegio e dalla contraddizione.


[1] K. L. Schwartz, “Citizen Martyrs”: The Afghan Fatemiyoun Brigade in Iran, Afghanistan 5, n. 1, 2022.

[2] دیوارنگاره میدان ولیعصر (عج) به پیشواز روز مادر رفت (Il murale di Piazza Vali Asr (A.S.) è stato inaugurato in occasione della Festa della Mamma), Agenzia di stampa Mehr, 14/01/2022. https://www.mehrnews.com/news/.

[3] S. Cegalin, Iran, il soft power in Medio Oriente, la Redazione, 21/11/2023. https://www.laredazione.net/iran-il-soft-power-in-medio-oriente/#:~:text=Iran%2C%20il%20soft%20power%20in%20Medio%20Oriente.

[4] Unità di Resistenza Colpiscono IRGC e Basij in 20 Città Iraniane, CNRI, 05/03/2026. https://it.ncr-iran.org/notizie/resistenza-iraniana/unita-di-resistenza-colpiscono-irgc-e-basij-in-20-citta-iraniane/#:~:text=%E2%80%93%20Incendio%20di%20una%20base%20IRGC%20Basij,Khorasan%20%E2%80%93%20Attacco%20a%20un%20seminario%20del.

[5] M. Ladier-Fouladi, Iranian Families between Demographic Change and the Birth of the Welfare State, Population (English edition), 57ᵉ année, n°2, 2002. pp. 361-370.

[6] S. Saeidi, Women and the Islamic Republic: How Gendered Citizenship Conditions the Iranian State, Cambridge University Press, 2022.

[7] E. Koolaee, The Impact of the Iraq-Iran War on Social Roles of Iranian Women, Middle East Critique 23, n. 3, 2014.

[8] R. Wellman, Feeding IranShiʿi Families and the Making of the Islamic Republic, Berkeley University of California Press, 2021.

[9] P. J. Chelkowski, The Iconography of the Women of Karbala: Tiles, Stamps, and Posters, in The Women of Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʿi Islam, University of Texas Press, Austin, 2005.

[10] https://www.lib.uchicago.edu/collex/exhibits/graphics-revolution-and-war-iranian-poster-arts/women-and-children/.

[11] M. Moallem, Between Warrior Brother and Veiled Sister: Islamic Fundamentalism and the Politics of Patriarchy in Iran, Berkeley University of California Press, 2005.

[12] S. Saeidi, op. cit..

[13]بیلبورد «ولی عصر» با شعار «افتخار برای میهن» رونمایی شد (È stato inaugurato il cartellone pubblicitario “Vali Asr” con lo slogan Onore alla Patria), Mizan News, 28/12/2021. https://www.mizanonline.ir/003IDN 

[14] K. Scot Aghaie, Gendered Aspects of the Emergence and Historical Development of Shiʻi Symbols and Rituals, in The Women of Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʻi Islam, University of Texas Press, Austin, 2005.

[15] M. Tabriz, Iran introduces war curriculum to elementary students following 12 days conflict, Iran International, 25/11/2025. https://iranwire.com/en/features/146547-iran-introduces-war-curriculum-to-elementary-students-following-12-day-conflict/.

[16] Ibid.

[17] L. Bazargan, Iran’s rulers don’t mind the ship sinking, their brood jumped long ago, Iran International, 15/11/2025. https://www.iranintl.com/en/202511134705.