OPERATION “ABSOLUTE RESOLVE”
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
La domanda da porsi di fronte alle critiche internazionali sull’estrazione di Nicolás Maduro da parte delle forze armate statunitensi è semplice: quali diritti umani sarebbero stati violati?
La risposta più immediata è altrettanto semplice: quelli dei narcotrafficanti. Tuttavia, poiché quasi nessuno sembra ricordare il contesto e i precedenti, è necessario tornare indietro per comprendere ciò che sta accadendo oggi.
Il kirchnerismo in Argentina, insieme al castro-chavismo
cubano-venezuelano, ha rappresentato uno dei principali nemici della stabilità
democratica del Sud America, contribuendo all’instaurazione e al consolidamento
di regimi autoritari. Il caso del Nicaragua è emblematico, ma il vero centro
operativo è sempre stato Cuba. Non a caso, Nicolás Maduro era protetto da
agenti cubani, come raccontavano apertamente gli stessi venezuelani. Ed è
significativo che gli unici a perdere la vita durante l’operazione siano
stati proprio gli agenti cubani incaricati della sua protezione.
A partire dal 2007, il regime castro-chavista ha avviato un processo
sistematico di espropriazione delle risorse. Sotto Maduro, il prodotto interno
lordo del Venezuela si è ridotto di circa l’80% in meno di un decennio,
spingendo gran parte della popolazione a sopravvivere con pochi dollari al mese
e causando il collasso dei servizi essenziali.
Tre figure hanno segnato in modo particolarmente negativo il destino del
Sud America: Lula, i Kirchner e Hugo Chávez, spesso
definiti “i tre cavalieri dell’Apocalisse”, affiancati dal regime cubano e
responsabili del disastro regionale. È noto, inoltre, che Chávez e Maduro
furono preparati politicamente a Cuba sotto la supervisione di Fidel Castro per
prendere il controllo del Venezuela, come documentato da Cara e’ Crimen
di Pablo Medina.
A ciò si aggiunge un elemento cruciale: le elezioni venezuelane sono
state oggetto di frode sistematica. I verbali non sono mai
stati resi pubblici ed è ampiamente riconosciuto che Nicolás Maduro non sia il
presidente legittimamente eletto. Su di lui grava inoltre un’accusa gravissima:
quella di essere il capo del cosiddetto Cartel de los Soles,
organizzazione narcotrafficante infiltrata nelle istituzioni statali.
Come rileva LLilia Lemoine “Improvvisamente molti parlano di diritto internazionale e si autodefiniscono esperti. Ma quando nel 1992 il chavismo bombardò il Palazzo di Miraflores per prendere il potere, causando la morte di tra le 300 e le 400 persone civili, nessuno intervenne. Fu un’azione militare e allora non si sollevò alcuna protesta.”
Il chavismo è ancora presente in Venezuela e continuerà a esserlo. Proprio
per questo, la transizione non potrà che essere lunga e complessa. Coinvolge
molte persone oggi spaventate — e a ragione — perché hanno finalmente compreso
che non si trattava di una minaccia vuota: non si negozia con criminali, non
si stringono accordi con dittatori.
Gli Stati Uniti non hanno invaso il Venezuela. Non hanno bombardato
scuole, ospedali o infrastrutture civili. Hanno condotto un’operazione mirata
per estrarre un narcoterrorista. Non c’è stato alcun attentato contro la vita,
la libertà o la proprietà della popolazione venezuelana. È stata un’operazione
chirurgica, in cui sono stati colpiti esclusivamente coloro che difendevano il
dittatore e lavoravano per lui.
Chiunque abbia parlato con un rifugiato venezuelano conosce racconti di
violenze, torture, detenzioni arbitrarie. Gli oltre otto milioni di venezuelani
che hanno lasciato il Paese non lo hanno fatto per ambizione personale, come
spesso accade ai migranti economici, ma per sopravvivere. Eppure, numerosi
esponenti del mondo dei diritti umani hanno protestato contro l’azione statunitense,
senza chiedersi chi sarebbe davvero disposto a scendere in piazza a favore
di Maduro.
Il contesto geopolitico è essenziale per comprendere il momento
dell’intervento. Prosegue infatti l’assedio petrolifero volto a
chiudere il rubinetto del greggio venezuelano, colpendo indirettamente Russia e
Cina e testando al contempo la disponibilità di Putin a favorire l’uscita di
scena di Maduro. Il Venezuela rappresenta un asset energetico e finanziario
strategico per Mosca: attraverso società come Rosneft, il petrolio venezuelano
a forte sconto ha garantito liquidità, partecipazioni nei giacimenti e canali
opachi per aggirare le sanzioni.
Il blocco petrolifero colpisce la Russia in modo strutturale. In
un’economia fortemente dipendente dalle rendite energetiche, il petrolio
venezuelano ha funzionato come valvola di compensazione per finanziare
operazioni fuori dai circuiti ufficiali. Interrompere questi flussi riduce la
flessibilità finanziaria di Mosca e aumenta i costi interni, già aggravati
dalla guerra in Ucraina. Il Venezuela, inoltre, è un hub per l’elusione delle
sanzioni attraverso triangolazioni e rietichettature. Con il blocco, tali
operazioni diventano più costose, rischiose e meno sostenibili.
È in questo quadro che si colloca Operation Final Liberty.
Secondo la ricostruzione fornita da CCarlos Ruckauf, venerdì sera intorno alle 21 il generale Kain riceve l’informazione decisiva da un agente dell’intelligence infiltrato direttamente nel gruppo di custodia di Nicolás Maduro. L’agente comunica il luogo esatto in cui Maduro avrebbe dormito quella notte. L’azione viene affidata a un’unità Delta specificamente addestrata per intervenire in quella determinata abitazione. Maduro, infatti, alternava il pernottamento tra tre residenze diverse, per ciascuna delle quali esisteva un piano operativo dedicato.
Alle 22:40, verificate le condizioni meteorologiche favorevoli, Donald Trump dà l’ordine. È una notte di luna piena. Le forze statunitensi interrompono l’elettricità in tutta Caracas, lasciando la capitale completamente al buio. Solo chi dispone di sistemi di visione notturna può muoversi.
Entrano in azione i Night Stalkers, elicotteri progettati per
operazioni in ambienti estremamente complessi. Dodici elicotteri penetrano
nella capitale attraverso un corridoio montuoso altamente critico, mentre un dispositivo
molto più ampio — circa 150 assetti aerei, inclusi droni — viene attivato in
parallelo. I droni accecano i sistemi di difesa, mentre gli assetti in quota
colpiscono Fuerte Tiuna e l’intero apparato difensivo circostante. Le altre due
residenze di Maduro vengono attaccate simultaneamente per disorientare
completamente il dispositivo di sicurezza.
Gli unici a perdere la vita sono gli “Avispas Negras”, unità cubane
che costituivano il secondo anello di difesa del dittatore.
Il 3 gennaio 2026, l’operazione si conclude con la cattura di Nicolás Maduro. A seguito dell’arresto, la Corte Suprema del Venezuela ordina a Delcy Rodríguez di assumere le funzioni di presidente ad interim per garantire la continuità dello Stato.
In conferenza stampa, Donald Trump lancia un messaggio ambiguo a Rodríguez:
da un lato apre a un dialogo per guidare una transizione ordinata, dall’altro
chiarisce che, in caso di mancata collaborazione, potrebbe “pagare un prezzo
ancora più alto” di quello pagato da Maduro. L’opzione coercitiva resta
esplicitamente sul tavolo.
Parallelamente emergono accuse di tradimento interno. L’ex vicepresidente colombiano ed ex ambasciatore a Washington Francisco Santos afferma di essere convinto che Delcy Rodríguez abbia consegnato Maduro agli Stati Uniti per ambizione personale. Anche il figlio di Maduro, senza fare nomi, parla apertamente di tradimento ai vertici del regime.
Secondo Ron Aledo, ex analista senior della CIA, il messaggio reale dell’amministrazione statunitense — coerente con le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio — è chiaro: la transizione democratica arriverà, ma non immediatamente. Machado non è stata eletta presidente; il candidato formalmente eletto è Edmundo González, sebbene in un processo non legittimo. Gli Stati Uniti intendono gestire una fase di transizione controllata, mantenendo Delcy Rodríguez come presidente di facciata per diversi mesi.
Nel frattempo, Washington garantirà il controllo della situazione sul terreno, anche attraverso una presenza militare dissuasiva al largo di Caracas. Solo una volta ristabilita la piena stabilità, si procederà gradualmente verso elezioni e un governo autonomo. In sostanza, il Venezuela verrebbe governato indirettamente dagli Stati Uniti, almeno nella fase iniziale della transizione.
Amore: un’infrastruttura strategica tra sicurezza cognitiva, guerra ibrida e legami emotivi
di Valentina Ciappina, Direttrice del Torino Crime.
L’amore è una delle categorie più sottovalutate
nel discorso pubblico contemporaneo, viene spesso trattato come un sentimento
privato, emotivo, intrinsecamente imprevedibile. Un fenomeno “indisciplinato”
nel senso comune del termine, qualcosa che sfugge al controllo e appartiene
alla sfera dell’intimità.
Tuttavia, se proviamo a risignificare il
concetto, liberandolo da questa cornice riduttiva, emerge una prospettiva
diversa. L’amore non è soltanto un’emozione, è un modulatore cognitivo. Incide
sulla gerarchia degli stimoli, modifica il peso dei rischi, ridefinisce le
priorità decisionali. In questo senso è davvero “indisciplinato”, non perché
privo di regole, ma perché introduce deviazioni sistematiche rispetto alle
logiche di ottimizzazione individuale. Ed è proprio questa capacità di alterare
la percezione del rischio e di ricalibrare ciò che consideriamo significativo
che rende l’amore pertinente anche in domini che gli sono tradizionalmente
estranei.
Può sembrare stonato, o addirittura azzardato, associare l’amore alla guerra. Ma se accettiamo l’idea che oggi il principale teatro del conflitto sia la mente, e non soltanto il territorio, allora risulta meno sorprendente che un fenomeno capace di incidere così profondamente sulle nostre priorità cognitive possa avere un ruolo nella comprensione della sicurezza contemporanea.
Negli ultimi anni la difesa europea ha iniziato
a pronunciare parole che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate estranee al
lessico militare: sicurezza cognitiva, resilienza epistemica, scudo cognitivo.
L’European Union Institute for Security Studies ha messo nero su bianco che non
si difendono più solo infrastrutture e confini, ma anche processi decisionali,
fiducia collettiva e assetti mentali condivisi. Il Consiglio Supremo di Difesa
italiano ha portato la guerra cognitiva sul tavolo della sicurezza nazionale:
minacce ibride, manipolazione delle percezioni, operazioni di influenza
strutturale non sono più un tema per pochi addetti ai lavori, ma una
vulnerabilità di sistema.
Eppure un punto cieco rimane: si parla molto di
come proteggere il cittadino dalla disinformazione, quasi mai di che cosa renda
quel cittadino, strutturalmente, meno manipolabile, esposto, “reclutabile”. Si
ragiona di filtri, fact-checking, norme, e molto meno di cura e responsabilità.
È proprio qui che il discorso sull’amore entra, senza retorica, come categoria
strategica.
Pensiamo a come il Cremlino negli ultimi anni ha
costruito un “secondo piano di realtà”, una versione russa dei fatti sostenuta
da troll, hacker, disinformazione sistematica, con l’obiettivo di fare della
guerra non solo un fatto militare ma un’operazione di sostituzione del mondo.
Producendo di fatto un ecosistema narrativo in cui il cittadino, russo o
occidentale, vive immerso in un campo di forze semantiche alternative, spesso
contraddittorie, il cui scopo non è convincere ma confondere, logorare e
relativizzare ogni verità.
Potremmo considerare la strategia russa una
delle forme più sofisticate di colonizzazione cognitiva. In parole semplici:
non orientare ciò che pensi, ma comprimere la struttura stessa con cui
distingui il reale dal fittizio. È, in fondo, la massima espressione di quel
“cervello ideologico” che si accontenta della versione che lo rassicura, della
comunità simbolica che gli promette appartenenza, della narrazione che lo
solleva dall’onere della complessità.
In questo scenario, l’amore torna a essere una
variabile teorica decisiva e non perché “vince sull’odio”, formula buona per
gli slogan, ma per una ragione più precisa: l’amore è l’esperienza che ancora
costringe il cervello a saldare il reale con le sue conseguenze, restituendo
peso e responsabilità a ciò che accade. Una madre che ha un figlio in trincea,
un uomo che ha la persona amata in una città bombardata, un’amica che vede
l’amica cadere in una spirale di radicalizzazione: per loro la guerra ibrida
non è un tema di talk show. È vita o morte, dignità o umiliazione. Qualsiasi
narrativa, russa, europea, americana, governativa o oppositiva, viene filtrata
attraverso questa domanda brutalmente concreta: che cosa succede a lei / a lui?
È un test empirico di realtà. L’amore produce,
per sua natura, una funzione di controllo incrociato, verifica se la narrazione
che ricevi regge quando la applichi a qualcuno che non vuoi sacrificare. Da un
punto di vista neurale, è un esperimento di salienza; il cervello assegna un
peso enorme agli stimoli che toccano il benessere di chi amiamo, e questo peso
può prevalere sulle gratificazioni identitarie offerte da un’ideologia. Da un
punto di vista fisico, è una correlazione non locale, nel senso che decisioni
prese in un parlamento o in un vertice europeo collassano immediatamente come
realtà nel microcosmo di una cucina di periferia, di un ospedale, di una
trincea. L’amore, di fatto, riduce la distanza tra livello strategico e livello
esistenziale.
E se vi sembra ancora strano parlare di amore,
provate a interrogarvi sul perché la propaganda funziona più facilmente su chi
non ha nulla da perdere o nessuno da proteggere, perché le guerre ibride
puntano a isolare, a polarizzare, a distruggere le comunità, perché il calcolo
politico più cinico si affida sempre alla stanchezza emotiva dell’elettorato e
mai alla sua capacità di immaginare un futuro condiviso.
Forse perché l’amore, nelle sue forme più
esigenti, introduce un vincolo che nessuna operazione cognitiva può replicare.
Del resto, quando amate qualcuno, anche senza rendervene conto, la vostra
funzione di realtà cambia, si ridefiniscono i pericoli, viene ricalibrato
l’orizzonte temporale delle decisioni. La mente, che la propaganda vorrebbe
reattiva e impulsiva, diventa improvvisamente lenta, riflessiva, difficile da
spostare.
Se guardiamo al rischio di elezioni anticipate
in Italia attraverso questa lente, la dimensione cognitiva è evidente. Analisi
recenti descrivono la tentazione di capitalizzare sull’oggi per evitare perdite
di consenso domani. Questo passa attraverso la volontà di anticipare il voto
prima che arrivino l’esaurimento dei fondi del PNRR, le manovre più impopolari,
la possibile erosione del consenso e l’effetto dei referendum sulla giustizia.
Tutto ciò non è una peculiarità nostrana, ma il riflesso di una politica che
ragiona sempre di più in termini di finestre di opportunità emozionale, non di
cicli strutturali. L’elettore viene trattato come un sistema da sollecitare nel
momento in cui è più disponibile a confermare il presente, prima che il futuro
presenti il conto.
Capite bene che in una “democrazia” esposta al
rischio della guerra e a ingerenze esterne, questo gioco diventa estremamente
pericoloso. Se il voto si concentra in un punto temporale scelto in base a
calcoli di convenienza narrativa e non in base alla maturazione reale dei
dossier economici, sociali, strategici, diventa, di fatto, una consultazione
sullo stato d’animo più che sulla direzione di marcia. Di conseguenza si presta
a essere terreno ideale per tutte le “brigate”, russe, cinesi, interne,
corporate, che lavorano sulle emozioni come il risentimento, la paura,
l’esasperazione, l’illusione di salvezza.
In questo senso, l’amore, inteso come legame
concreto e non come slogan, introduce un’altra forma di razionalità politica.
Quando un cittadino ama, non chiede solo “chi ci governa domani?”, ma “che cosa
succede tra cinque, dieci anni alle persone a cui tengo, se oggi assecondo
questo impulso?”. È una forma di discount rate diverso: meno orientato al
presente immediato, più sensibile al danno accumulato nel tempo. In termini di
fisica economica, si potrebbe dire che l’amore abbassa il tasso di sconto
temporale, rendendo meno accettabile bruciare il futuro per massimizzare un
guadagno transitorio di consenso.
Questo non significa che l’amore renda
automaticamente “migliori” le scelte, ma che introduce nel calcolo politico un
vincolo intergenerazionale che la pura lotta per il potere tende a espellere.
L’elettore che resta solo individuo-consumatore può essere guidato da incentivi
immediati, bonus, paure a breve raggio. L’elettore che si percepisce come nodo
in una rete di legami affettivi, familiari, comunitari è più difficile da
orientare con tecniche puramente impulsive.
C’è poi il livello europeo. Se la difesa comune
è, come molti analisti definiscono, non solo un problema di industria e
capacità, ma anche di opinioni pubbliche e fiducia reciproca tra Paesi, allora
la domanda diventa: su cosa si fonda, in ultima analisi, la volontà politica di
difendere l’altro? Che cosa rende credibile, agli occhi di un cittadino
italiano, il fatto che valga la pena spendere risorse per l’Ucraina, per la
sicurezza del Baltico o per le infrastrutture critiche di un altro Stato
membro?
Di nuovo, l’amore, declinato come capacità di
riconoscere nell’altro una vulnerabilità analoga alla propria, è il
prerequisito minimo di qualsiasi solidarietà strategica. Senza questo
slittamento cognitivo, l’Europa resta una somma di interessi che si incrociano
solo finché conviene. Diversamente, può diventare, almeno potenzialmente, uno
spazio in cui la sicurezza dell’altro rientra nella mia funzione di utilità
perché non posso più pensare me stesso come isola. In altri termini, si
potrebbe parlare di empatia strutturata; quella che i filosofi definirebbero
una forma embrionale di amor mundi.
Tutto questo porta a una conclusione che può
sembrare scandalosa in un dibattito sulla sicurezza, ma è coerente con il
ragionamento fin qui sviluppato: un sistema politico che erode sistematicamente
i legami affettivi, comunitari, intergenerazionali indebolisce anche la propria
difesa cognitiva. Una società di individui isolati, saturi di stimoli ma poveri
di relazioni significative, è più esposta alle brigate di troll, alle campagne
d’odio, alle scorciatoie autoritarie travestite da efficienza. Al contrario,
una società in cui esistono ancora reti di cura reale, responsabilità
reciproca, adesioni non puramente identitarie ma concrete, genera menti meno
disponibili a farsi usare come terreno di guerra.
In questo senso, l’amore è un vincolo teorico
che ogni strategia di risposta alla guerra ibrida dovrebbe integrare, se vuole
essere lungimirante. Parlare di neurorights, di sovranità digitale, di scudi
cognitivi senza interrogarsi su che cosa i cittadini vogliono proteggere, quali
volti, quali storie, quali legami, significa costruire mura senza decidere che
cosa c’è dentro la città.
USA: il vicolo cieco venezuelano.
di Melissa de Teffé da Washington, DC –
Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica
statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
(US)
Quando nel 1983
Ronald Reagan annunciò, con un pragmatismo da Guerra Fredda, “We have
invaded Grenada”, gli Stati Uniti mandarono un messaggio chiaro: nelle
acque dei Caraibi, le crisi non vengono lasciate maturare.
L’Operazione
Urgent Fury, l’invasione guidata dagli Stati Uniti nell’ottobre 1983, fu la
risposta a un collasso politico immediato — l’esecuzione del premier Maurice
Bishop e l’ascesa di una giunta più radicale, sostenuta e armata da Cuba.
Washington intervenne per “proteggere i cittadini americani”, ma
anche per impedire che l’Unione Sovietica consolidasse un avamposto strategico.
L’operazione fu rapida e, da allora, l’isola è tornata a essere una democrazia
parlamentare rappresentativa e si è mantenuta politicamente stabile.
Oggi, le acque del Venezuela ricordano quelle di Grenada:
un governo isolato, un Paese al collasso, una crisi che avanza a ritmo
accelerato e un’influenza esterna — quella di Cuba — che tiene le leve del
potere con una presa ben più profonda e sistemica di quella degli anni Ottanta.
La salita al potere di Nicolás Maduro in Venezuela è
avvenuta in un contesto di forte instabilità politica, segnato dalla malattia e
poi dalla morte di Hugo Chávez, figura dominante della vita nazionale per oltre
un decennio. Designato come suo successore politico, Maduro – allora
vicepresidente e fedele esponente del chavismo – assunse la presidenza ad interim nel marzo 2013, alla
scomparsa di Chávez. Le elezioni anticipate dell’aprile successivo lo videro
vincitore per un margine estremamente ristretto contro il candidato
dell’opposizione Henrique Capriles, in un clima di accuse di irregolarità e
contestazioni interne. Una volta insediato, Maduro ereditò un’economia già in
recessione e un apparato statale profondamente polarizzato, elementi che
contribuirono a trasformare la sua leadership
in una delle più controverse e discusse della storia venezuelana recente. Negli
anni della leadership di Maduro l’economia del Venezuela è ulteriormente
precipitata: il prodotto interno lordo è crollato drasticamente, l’iperinflazione
ha eroso salari e risparmi, e la carenza cronica di beni essenziali — cibo,
medicinali, servizi pubblici — ha reso insostenibile la vita quotidiana per
milioni di cittadini. Di conseguenza, una larga parte della
popolazione ha preso la via dell’esilio: secondo le stime più recenti, ormai
più di 8 milioni di venezuelani
hanno lasciato il paese alla ricerca di condizioni di vita dignitose e
stabilità. Gran parte di questi migranti si è diretta verso altre nazioni
sudamericane, con Argentina e Cile che
figurano tra le principali destinazioni. Questo esodo massivo ha rappresentato
non solo una fuga dall’emergenza economica e sociale, ma anche una perdita
significativa di capitale umano — numerosi giovani e professionisti hanno
scelto l’estero, rifuggendo un futuro segnato dalla crisi e dall’incertezza.
Durante la sua
presidenza, Nicolás Maduro ha consolidato un sistema di alleanze con i governi
progressisti della regione, mantenendo viva l’eredità diplomatica di Hugo
Chávez. Il rapporto con l’Argentina dei Kirchner è rimasto tra i più
significativi, sostenuto da una comune narrativa anti-neoliberale e da una
cooperazione politica attiva in organismi regionali come UNASUR e CELAC. Parallelamente,
Maduro ha mantenuto rapporti privilegiati con la Bolivia di Evo Morales
e il Nicaragua di Daniel
Ortega, rafforzati da una visione condivisa di “sovranità regionale” e dalla
critica comune alle pressioni di Washington.
Pensando al
1962, la finestra per evitare il “fiasco del secolo” si sta chiudendo. Nella lettura di molti analisti
latinoamericani, gli Stati Uniti avrebbero già usato quasi tutte le leve
disponibili e di “massima pressione” contro il regime di Nicolás Maduro:
sanzioni economiche, isolamento diplomatico, minacce credibili di uso della
forza e operazioni mirate contro il narcotraffico nella regione. Da alcuni
giorni anche la chiusura degli spazi aerei (no fly zone) . L’attuale
livello di dispiegamento militare nei Caraibi viene spesso paragonato, per
intensità e simbolismo, non solo all’invasione di Panama del 1989 –
l’operazione Just Cause progettata per rovesciare Manuel Noriega, Il messaggio
implicito è chiaro: per la Casa Bianca, il dossier Venezuela non è più un
“problema regionale”, ma un test di credibilità strategica paragonabile alle
grandi crisi della Guerra fredda.
Il dilemma di
Washington: costi, Congresso e guerra d’immagine
Il nodo
politico per Donald Trump è evidente: se, dopo settimane di escalation, tutto dovesse concludersi
con una ritirata ordinata della flotta senza cambiamenti reali a
Caracas, il rischio sarebbe quello che in molti già definiscono il “fiasco del
secolo”.
Mantenere
questo dispositivo militare ha un costo elevato (stimato da vari commentatori
nell’ordine di decine di milioni di dollari al giorno) e richiede rinnovi
periodici delle autorizzazioni del Congresso. In parallelo cresce la resistenza
di una parte del Partito Democratico e dei media liberal – New York Times,
Washington Post – che, pur non essendo “filo-Maduro”, finiscono di fatto
per contestare la logica dell’escalation militare e denunciare i rischi di
violazioni del diritto umanitario.
Le critiche si
sono intensificate dopo il caso del colpo contro una barca venezuelana
legata al narcotraffico, in cui un secondo strike su sopravvissuti ha
sollevato dubbi sulla legalità dell’operazione: la Casa Bianca difende
l’attacco come conforme al diritto dei conflitti armati, mentre giuristi
militari e ONG parlano apertamente di possibile
crimine di guerra.
Per Trump, la
variabile tempo è quindi centrale: più la crisi si prolunga senza un esito
visibile, più cresce il fronte interno che descrive l’operazione come
moralmente e giuridicamente insostenibile.
Se la crisi venezuelana ha una dimensione geopolitica, ne
ha una altrettanto evidente sul piano economico. A differenza
dell’amministrazione Biden — che negli ultimi anni non ha stipulato accordi
energetici con Caracas e si è limitata a scambi di prigionieri ad alto
profilo — la logica dell’amministrazione
Trump è apertamente legata al valore economico del petrolio venezuelano.
Il Venezuela possiede una delle più grandi riserve di greggio
pesante al mondo, esattamente il tipo di petrolio per cui molte raffinerie
statunitensi del Golfo del Messico sono state progettate. La riattivazione di
quel flusso di export verso gli USA rappresenterebbe un vantaggio immediato per
il settore energetico americano, riducendo la dipendenza da forniture più
costose provenienti da Canada e Medio Oriente. Non è un caso che all’interno
del GOP questa prospettiva sia ormai discussa apertamente.
La deputata repubblicana Maria
Salazar, in un’intervista a Newsweek, ha affermato che gli Stati
Uniti «potrebbero intervenire in Venezuela» e ha definito le risorse
petrolifere venezuelane una potenziale “manna per l’economia americana”,
una volta normalizzata la situazione interna del Paese.
Questa narrativa, sempre più esplicita, si inserisce
nella dottrina economica trumpiana secondo cui Washington dovrebbe
controllare — direttamente o indirettamente — le fonti energetiche del proprio
emisfero, riducendo l’influenza di attori extra-regionali (Russia, Iran,
Cina) e riportando negli Stati Uniti petrolio a basso costo che potrebbe
sostenere la produzione industriale interna.
In questa prospettiva, il Venezuela non è soltanto un problema democratico
o umanitario, ma una leva economica cruciale:
- per la competitività delle raffinerie USA,
- per la stabilità dei prezzi del carburante,
- e per la politica energetica “America First” che Trump ha
sempre rivendicato.
Maduro non
decide da solo: il protettorato cubano
Un elemento chiave spesso
sottovalutato nel dibattito pubblico è il ruolo di Cuba. Dal fallito
golpe contro Hugo Chávez nel 2002, l’Avana ha progressivamente colonizzato
l’apparato di sicurezza venezuelano: accordi bilaterali riservati hanno
permesso ai servizi cubani di riorganizzare la contro-intelligence, infiltrare
le forze armate e costruire una rete di sorveglianza capillare capace di
prevenire complotti interni.
Secondo
un’ampia mole di inchieste giornalistiche, nessuna promozione militare
significativa in Venezuela, da anni, avviene senza il via libera cubano.
Questo spiega perché i tentativi di incoraggiare un golpe “dal centro” da parte
di ufficiali medi – lo scenario “Portogallo 1974” evocato da molti commentatori
– siano finora falliti: il sistema di controllo è troppo penetrante.
In questo
schema, Maduro non è un caudillo autonomo, ma un uomo dell’Avana, legato
a Cuba da oltre vent’anni. La figura che incarna il vero potere interno è Diosdado
Cabello, uomo forte del chavismo, considerato da Washington uno dei
principali snodi tra regime, apparato militare e narcotraffico. Per questo,
l’idea che Maduro possa negoziare la propria uscita senza consenso cubano è
sostanzialmente irrealistica.
A Cuba conviene
ancora il Venezuela: per Cuba, il mantenimento di un regime amico a Caracas
non è solo una questione ideologica, ma un vincolo economico vitale. Lo
storico programma di cooperazione medica Barrio Adentro ha visto
l’invio in Venezuela di migliaia di medici cubani in cambio di forniture di
petrolio a condizioni favorevoli.
Per anni, le
stime parlavano di decine di migliaia di barili al giorno diretti a Cuba; oggi,
nonostante il crollo produttivo venezuelano, Caracas continua a fornire
all’Avana una quota significativa di greggio, intorno a 50–55 mila barili al
giorno anche nei periodi recenti. In un
contesto in cui Cuba soffre blackout prolungati e riduzioni drastiche delle
forniture da altri partner come il Messico, questa linea di rifornimento da
Caracas resta fondamentale.
L’Avana non ha
alcun interesse a perdere di colpo la sua principale ancora energetica e
finanziaria. Senza una grande negoziazione con Washington che
garantisca una forma di continuità degli aiuti – o un sostituto funzionale
della rendita venezuelana – è improbabile che Cuba dia il via libera alla
rimozione di Maduro.
8 milioni di
venezuelani in fuga
Intanto, sullo
sfondo, il Paese è già collassato. Secondo UNHCR e altre fonti
internazionali, quasi 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese
negli ultimi anni, trasformando la crisi in uno dei più grandi esodi al mondo.
La conseguenza
è che ogni esitazione americana viene letta, fuori e dentro il Venezuela,
come l’ennesimo “al lupo, al lupo” che ogni settimana si diffonde la voce
di un attacco imminente, e puntualmente arriva domenica senza il lupo.
Rimangono sul
tavolo due opzioni:
- Colpo di mano selettivo: operazioni di
forze speciali già presenti sul terreno; neutralizzazione mirata di un gruppo
ristretto di leader considerati pericolosi
come oltre a Maduro, Cabello, ministro Giustizia, e il ministro della Difesa
Padrino López); azioni di intelligence simili a quella che in passato ha
permesso di far uscire oppositori nascosti in sedi diplomatiche a Caracas, o in
ospedali o strutture civili.
- Campagna aerea mirata: attacchi di
precisione contro bunker, infrastrutture militari collegate al narcotraffico e nodi di
comando; consapevolezza che molti leader del regime passano parte del loro
tempo nascosti in ospedali o strutture civili, (incluso Maduro stesso).
I rischi sono
elevatissimi.
In parallelo,
un elemento nuovo è l’atteggiamento della Russia: negli ultimi
giorni tour operator russi e l’associazione ATORUS hanno confermato l’avvio di evacuazioni
di turisti da Isla Margarita, con voli speciali diretti a Mosca, proprio
mentre l’amministrazione Trump dichiara lo spazio aereo venezuelano “chiuso”. È
un segnale che Mosca si prepara al peggio, riducendo l’esposizione dei
propri cittadini senza rompere formalmente con Maduro.
In questo
contesto, le condizioni che Maduro avrebbe posto nella sua telefonata con Trump
– uscita graduale, controllo persistente sulle forze armate attraverso Cabello,
amnistia totale per sé e per il proprio entourage – sono state categoricamente
rifiutate da Trump che al massimo sembra disposto a un indulto personale e
limitato alla famiglia.
Ma sotto la
superficie la realtà è più semplice e più brutale: un Paese devastato, milioni
di persone in fuga, un apparato di sicurezza colonizzato da Cuba e una potenza
globale che non può permettersi di minacciare senza, prima o poi, decidere se e
come colpire.
La “finestra di
una settimana” evocata da alcuni analisti potrebbe essere letterale, e
fotografa bene il punto: da qui in avanti, ogni giorno in più senza una svolta
rafforza la percezione di stallo e rende ancora più costoso — politicamente e
umanamente — qualsiasi passo successivo.
𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨? 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?
di Claudio Bertolotti.
Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.
Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.
Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.
Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.
Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.
A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.
In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.
La cooperazione UE-Kazakistan per un futuro sostenibile
di Francesco Lombardi.
Il Kazakhstan guarda all’UE come un partner affidabile per una crescente cooperazione che presenti aspetti di rilievo per ambo le parti. Un pensiero messo nero su bianco dal ministro degli Esteri Yermek Kosherbayev in un articolo di opinione per Euronews.
Il ministro kazako, infatti, sottolinea il valore
che un approvvigionamento sicuro e continuo di energia e di minerali critici
può avere per lo sviluppo tecnologico del vecchio continente e dare piena
possibilità di realizzazione alla trasformazione digitale ed ambientale che
rappresenta uno dei principali obiettivi del Vecchio Continente. Gli
avvenimenti recenti hanno evidenziato il pericolo per l’Europa costituito dalla
dipendenza per i propri approvvigionamenti (in particolare di prodotti
energetici e di altri minerali critici) da pochi fornitori; inoltre, l’incertezza
relativa alla percorribilità di taluni importanti corridoi logistici in ragione
dell’accresciuta e generale instabilità di molte aree non garantisce la
continuità delle forniture, aspetto di importanza capitale nel quadro della
programmazione ed esecuzione delle attività industriali.
Le parole del ministro
kazako rivelano come l’obiettivo
del Paese sia quello di diventare un hub logistico, commerciale e finanziario
nell’Asia centrale, avvalendosi della sua posizione geografica nel cuore dell’Eurasia.
Il Kazakhstan costituisce infatti, per dimensione e posizione geografica,
disponibilità di riserve energetiche, tassi di crescita economica e riforme in
senso liberale della società e dell’economia, uno degli attori chiave della
regione centro-asiatica. Negli ultimi anni, le relazioni e le cooperazioni tra
l’Unione nel suo insieme (ma anche tra il nostro Paese) ed il Kazakhstan sono
cresciute e si sono approfondite estendendosi a vari campi: i due Attori hanno
istituito un dialogo politico, istituzionale e commerciale che, pur oramai abbastanza
consolidato, presenta ancora margini di implementazione. L’UE è la maggiore
controparte commerciale del Kazakhstan e il livello degli investimenti europei
nel Paese è in costante crescita. Come ricorda il ministro Kosherbayev al riguardo,nell’ultimo
decennio, da quando cioè il Kazakhstan e l’Unione Europea hanno firmato l’Accordo
di partenariato e cooperazione rafforzato (EPCA), pietra miliare per un impegno
comune verso una partnership ampia e lungimirante, la cooperazione si è
ampliata e con oltre 200 miliardi di euro investiti dal 2005, l’UE è oggi il
principale partner commerciale e di investimento del Kazakhstan.
Da
parte europea vi è la necessità di approvvigionarsi di materiali critici (terre
rare in particolare) così indispensabili all’industria tecnologica, militare
oltre che civile, che in tempi di riarmo assumono ulteriore valore, affrancandosi,
per quanto possibile, dal quasi monopolio cinese, utilizzato da questi ultimi
talvolta come leva negoziale; il Kazakhstan, il cui
sottosuolo è ricco di tali prodotti, necessita di investimenti, infrastrutture
e know-how per dare un buster alla propria economia. I materiali in questione sono essenziali
per le tecnologie energetiche, in particolare quelle green, e la domanda
mondiale, già oggi consistente, è destinata a quadruplicare da qui al 2040. Il
Kazakhstan è il principale produttore mondiale di uranio e uno dei primi dieci
esportatori di rame e zinco. Esso è tra i primi 20 Paesi con riserve
provate di cromo, zinco, piombo, rame, oro, titanio, ferro, manganese, cadmio e
bauxite. Oltre la metà dei materiali considerati critici dall’UE
sono già prodotti in Kazakistan cui va aggiunta la recente scoperta, annunciata la
scorsa primavera, di un grande giacimento di terre rare a Karagandy, che
pare accreditato di quasi un milione di tonnellatedi cerio, lantanio, neodimio,
ittrio ed altri materiali appetibili. Come riporta l’ONU, poi:
“Il Kazakhstan è
un importante produttore di energia a livello mondiale. Si colloca tra i primi quindici Paesi
al mondo per le sue riserve di petrolio, carbone e uranio, e
tra i primi venti per l’estrazione di gas naturale….I principali partner di
esportazione del Paese sono Italia (19%), Cina (10%), Paesi Bassi (10%)”.
Gia’ nel 2020 l’UE aveva avviato il proprio Piano d’azione
per i materiali critici. In esso, l’obiettivo d’azione 9 prevedeva l’incremento della collaborazione con
Paesi affini e ricchi di risorse per rafforzare la resilienza dell’industria
verde dell’Unione Europea. E quindi l’incremento della collaborazione
UE-Kazakhstan, auspicata dal ministro degli esteri di Astana, pare perfettamente inserirsi in tale quadro.
Al momento, nonostante la ricchezza del sottosuolo, il Paese necessita di investimenti ed infrastrutture. E’ interesse di Astana attivare investimenti e partnership per realizzare l’estrazione ed il trattamento in loco dei minerali in questione onde favorire l’economia domestica, pur con una spiccata attenzione ai processi di raffinazione che rischiano di aggravare precarie situazioni ambientali ereditate dalla dominazione sovietica. Inoltre, un aumento della produzione potrebbe comportare investimenti in logistica, con un ampliamento delle potenzialità del Corridoio di Mezzo, una rotta commerciale che, attraverso il Mar Caspio e la Turchia, evita di intrecciare la Russia e risulta ora molto più agevole e sicura dopo l’accordo Armenia-Azerbaijan. Le risorse e più in generale lo sviluppo che deriveranno da un uso sostenibile delle risorse minerarie kazake potranno contribuire a realizzare l’ambizioso programma di riforme lanciato dal Presidente Kassym-Jomart Tokayev ed incentrato sulla trasformazione digitale, la modernizzazione degli investimenti, la connettività globale e il rinnovamento istituzionale. Il programma vuole fare del Kazakhstan un paese leader nell’era dell’intelligenza artificiale. E’ prevista al riguardo la creazione di un nuovo Ministero dell’Intelligenza Artificiale e dello Sviluppo Digitale che sarà guidato da uno esperto del settore. Il nuovo organismo guiderà la transizione del Kazakhstan verso quella che il Presidente ha descritto come una “nazione completamente digitale entro tre anni”. Questi cambiamenti, uniti al prossimo snellimento di una folta burocrazia ancora presente, consentiranno al Paese di essere ancor più attrattivo di quanto registrato fino ad ora. Cinque anni orsono, il rapporto Doing Business 2020 della Banca Mondiale poneva il Kazakistan al quarto posto per il rispetto degli accordi contrattuali e al ventiduesimo posto per facilità nell’avvio di un’impresa. Passi avanti ne sono già stati fatti ed altri di certo ne saranno realizzati. Ci sono quindi tutti i presupposti dunque affinché le parole del ministro degli esteri kazako diventino una positiva realtà in cui UE e Kazakhstan possano costruire un partenariato forte e resiliente per trasformare le sfide comuni in punti di forza condivisi.
Il piano di pace di Trump per l’Ucraina? Una resa senza condizioni.
di Claudio Bertolotti.
Il piano in 28 punti proposto da Trump, se confermato così come annunciato, sarebbe inaccettabile da parte dell’Ucraina, a meno di non dichiarare contestualmente la capitolazione di fronte all’aggressione della Russia.
E dico questo perché la cessione territoriale è un’accettazione
della sconfitta. Oggi l’Ucraina non è sconfitta, semplicemente non è nelle
condizioni di poter vincere la guerra e, con il passare del tempo, potrebbe non
essere in grado di tenere il fronte.
Sì, perché l’Ucraina resiste solamente grazie al supporto
militare, tecnologico e di intelligence occidentale. Senza di quello avrebbe
già perso. E forse questo potrebbe essere l’asso nella manica di un Trump
determinato a porre fine al conflitto: non dare all’Ucraina la possibilità di
scelta togliendo o riducendo al minimo gli aiuti militari di Washington e
lasciando che il tempo giochi a favore della Russia. Ma Trump non vuole che la
Russia prosegua la guerra, perché sa che non si fermerebbe al limite del
Donbass, ma andrebbe oltre con il tempo.
E il tempo è il fattore determinante a favore di una Russia che mantiene il vantaggio tattico ormai da due anni e mezzo. In questo momento, direi che quel “piano di pace” è politicamente quasi impossibile da realizzare, almeno nelle forme trapelate sui media.
Il piano punterebbe innanzitutto a una cessione a Mosca dell’intero Donbas, comprese le aree ancora controllate da Kiev, al riconoscimento definitivo della Crimea e dei territori occupati, e al congelamento delle linee sul resto del fronte. A ciò si aggiungerebbero la riduzione significativa delle forze armate ucraine e limiti stringenti alle capacità d’attacco a lungo raggio, in cambio di garanzie di sicurezza occidentali e della fine delle ostilità. Si tratterebbe, però, di una bozza informale: non è un accordo ufficiale e non ha finora ricevuto l’assenso né del governo ucraino né degli alleati europei.
Per Kiev, l’accettazione di un simile compromesso risulta quasi impossibile. La Costituzione ucraina stabilisce che qualsiasi modifica territoriale debba passare attraverso un referendum nazionale, e vieta emendamenti che compromettano l’integrità dello Stato. Un referendum, peraltro, non è praticabile sotto legge marziale. Inoltre, significherebbe chiedere alla popolazione di approvare la rinuncia definitiva a territori che il Paese considera parte integrante della sua sovranità. Anche l’opinione pubblica resta, nella sua maggioranza, contraria a concessioni territoriali: pur stanca del conflitto, una parte significativa degli ucraini teme che un accordo affrettato possa trasformarsi in una resa mascherata. Per Zelensky, già indebolito internamente, firmare un’intesa percepita come capitolazione equivarrebbe ad affrontare una crisi politica potenzialmente devastante, con il rischio concreto di fratture interne e radicalizzazione.
Europa e Stati Uniti?
Neppure dal lato occidentale il piano appare realmente sostenibile. Le principali capitali europee hanno reagito in modo critico, definendo l’impostazione come una forma di “capitolazione” e ricordando che una pace stabile non può basarsi sulla legittimazione dell’aggressione. Senza il consenso di Kiev e dell’Unione Europea, un’intesa scritta tra Washington e Mosca avrebbe pochissime possibilità di reggere; anzi, rischierebbe di dividere ulteriormente il fronte occidentale anziché avvicinare la fine della guerra.
La Russia?
Dal punto di vista russo, la proposta sarebbe indubbiamente conveniente: consoliderebbe gli attuali guadagni territoriali, ridurrebbe la forza militare ucraina e limiterebbe l’arrivo di armi occidentali. Proprio per questo, tuttavia, il Cremlino potrebbe ritenere opportuno proseguire le operazioni militari nella convinzione di poter ottenere ancora di più, soprattutto nelle zone dove mantiene l’iniziativa.
Nel complesso, la fattibilità immediata del piano è estremamente bassa. È percepito come una resa da Kiev e da buona parte dell’Europa, e urta contro vincoli costituzionali difficilmente superabili. Nel medio periodo potrebbe però influenzare il dibattito politico, ridefinendo ciò che una parte dell’establishment occidentale considera negoziabile. Tuttavia, difficilmente sarà questo il documento che chiuderà il conflitto: una vera intesa richiederà il pieno coinvolgimento dell’Ucraina e dell’UE, garanzie di sicurezza molto più solide e, soprattutto, un formato negoziale che non somigli a una capitolazione unilaterale.
Bataclan: a dieci anni dal più grande attentato terroristico in Europa.
di Claudio Bertolotti.
Dieci anni ci separano dal più grande attentato terroristico in Europa. L’attacco al “Bataclan” rappresenta infatti un evento eccezionale in termini di impatto emotivo, mediatico e operativo. Al tempo stesso quel terribile evento dimostra come un’azione a basso costo in termini di realizzazione possa ottenere un risultato dalle drammatiche conseguenze sul piano operativo e strategico. In particolare l’utilizzo all’interno della realtà europea, delle sue città, contro i suoi cittadini, di tecniche, tattiche e procedure militari acquisite dai terroristi jihadisti sui campi di battaglia mediorientali – in particolare la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan – ha dimostrato di saper mettere in crisi la sicurezza interna degli stati europei.
Oggi, a dieci anni da
quell’evento straordinario, riproponiamo la lettura analitica su quanto accadde
nella drammatica notte del 13 novembre 2015, e nei giorni successivi.
Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti,
Commando suicidi’: dopo gli attacchi di
Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo
Terrorismo Insurrezionale’, Speciale
terrorismo, in Osservatorio
Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.
Keywords: Bataclan, jihadismo, radicalizzazione, terrorismo.
Sintesi dell’evento
Cosa accadde
in quei giorni di dieci anni fa? L’arco operativo degli attentati di Parigi si
articolò in più fasi, distribuite su un periodo di cinque giorni, tra il 13 e
il 18 novembre; un’operazione pianificata con logica militare, caratterizzata
da un’elevata coordinazione e da una precisa volontà strategica: colpire il
cuore simbolico e politico dell’Europa.
La sera del 13 novembre, a
partire dalle 21:16, prese avvio
una sequenza di attacchi simultanei
che investì tre aree della capitale francese: lo Stade de France, alcuni bistrot
e ristoranti nei quartieri orientali e, infine, il teatro Bataclan. In meno di tre ore,
tra le 21:16 e le 00:20, le cellule jihadiste misero in atto un’azione
coordinata e ad altissima letalità, colpendo
obiettivi civili, simbolici e mediaticamente sensibili. Il bilancio fu
devastante: 130 vittime, oltre 350 feriti e un’intera città
paralizzata dal terrore.
Il giorno successivo, 14 novembre,
lo Stato francese reagì con una misura d’emergenza senza precedenti dalla
Seconda guerra mondiale. Fu dichiarato lo stato d’emergenza nazionale, vennero sospese alcune garanzie
costituzionali e si avviò una vasta operazione
di intelligence e controterrorismo mirata all’identificazione dei
responsabili, dei fiancheggiatori e della rete logistica che aveva consentito
la pianificazione dell’attacco.
L’epilogo giunse all’alba del 18
novembre, quando le forze speciali francesi (RAID e BRI) circondarono un
edificio nel quartiere di Saint-Denis,
dove si nascondeva Abdelhamid Abaaoud,
considerato il cervello operativo dell’attentato. Dopo un prolungato scontro a
fuoco, Abaaoud e due suoi complici vennero uccisi. L’operazione segnò la
conclusione della fase operativa del più grave attentato jihadista mai compiuto
in Francia.
Dall’articolo
originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi
della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione
Speciale, CeMiSS, CASD 2016.
Introduzione
A meno di un anno di distanza dal terribile attacco a
Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, il terrore ha investito nuovamente il cuore
dell’Europa attraverso una serie di azioni spettacolari.
E proprio l’attacco alla Francia del 13 novembre 2015,
proseguito con i violenti
scontri del giorno 18 nel quartiere di Saint Denis, – spartiacque sostanziale
nell’evoluzione del fenomeno terroristico contemporaneo –
evidenzia come il fondamentalismo jihadista, che si diffonde dal Medio Oriente,
attraverso il Nord Africa, fino ad arrivare a colpire il cuore della Europa,
sia una minaccia concreta e crescente: una minaccia che è conseguenza
dell’avanzata neo-jihadista del gruppo Stato
islamico (IS/Daesh) in combinazione con le dinamiche conflittuali locali
(interne all’area MENA) e con il disagio sociale di una parte della comunità musulmana,
sia dell’area MENA (in particolare Tunisia, Libia, area del Syraq) sia europea,
quest’ultima spesso di
seconda, o terza, generazione.
Un’imposizione di violenza che, con i suoi 130 morti, 350
feriti – almeno cento in modo grave –, e 11 jihadisti caduti nei due giorni di
combattimento a Parigi (13 e 18 novembre), ha portato a compimento con successo
una serie di
operazioni coordinate e simultanee. Ciò che è avvenuto è stato un classico esempio
di trasferimento di capacità tattica da un teatro operativo a un altro.
Ma a differenza del passato, dove le tecniche, tattiche e
procedure venivano trasferite dall’Iraq all’Afghanistan, alla Siria, o alla
Libia, oggi l’evoluzione di una tecnica di combattimento maturata e collaudata
nell’area del Grande-Medioriente – dal sub-continente indiano al Maghreb – si è
imposta in Francia,
uno Stato europeo, e potrà verosimilmente espandersi ad altri stati
dell’Unione,
e l’Italia rappresenta un obiettivo significativo sul cui territorio vi sono molteplici
target di alto valore (HVT – High Value Target),
materiale e
simbolico.
È la tecnica del ‘commando suicida’, largamente
utilizzata e affinata, che ha
fatto la sua comparsa per la prima volta nel 2008.
Oggi, esportando questa tecnica, il gruppo Stato islamico ha dimostrato di essere
in grado, direttamente o indirettamente – di minacciare realmente l’Europa e i
suoi cittadini.
E lo ha fatto dimostrando di disporre di ‘combattenti’ in
grado di costituire nuclei di individui determinati, con adeguato livello di
addestramento e Commando suicidi’: coordinamento e con buona capacità operativa
in un contesto urbano; il livello delle capacità logistiche e intelligence è
valutato come adeguato, per quanto minimale. Si tratta di capacità procedurali
già applicate in Afghanistan, prima,
e nei teatri operativi del Syraq (Siria e Iraq) e della Libia, più
recentemente.
1. La dinamica dell’attacco
Un attacco senza precedenti è stato portato, quello del
13 novembre, a cui ha fatto seguito, il successivo 18 novembre, la reazione al
blitz delle forze di sicurezza francesi nel quartiere Saint Denis.
Giorno 13 novembre
Un commando di attaccanti suicidi ha colpito sei volte in
meno di mezz’ora. Un’azione propriamente militare sviluppatasi, per la prima
volta in Europa, attraverso la tecnica del ‘commando suicida’.
7 gli attaccanti suicidi, affiancati da elementi di
supporto al combattimento, equipaggiati con armi da guerra (AK47 e fucili shotgun a pompa), bombe a mano e giubbotti
esplosivi individuali.
– Obiettivo ‘uno’:
Stade de France’ porta ‘B’, colpito alle 21.20 da un attaccante suicida fermato
mentre tentava di accedere allo stadio (con regolare biglietto acquistato);
riconosciuto si è dato alla fuga facendosi esplodere e
provocando la morte di un passante. Un secondo attaccante suicida si è fatto esplodere
alla porta ‘H’, senza provocare ulteriori vittime.
Nel complesso, le azioni sono state due, entrambe
all’esterno della struttura; di queste una in fase di penetrazione (sventata
dal sistema di sicurezza).
– Obiettivo ‘due’:
locali pubblici (ristoranti e bistrot) collocati all’interno del XII
arrondissement. La tecnica è quella del fuoco di saturazione contro i ristoranti
Carillon e Petit Cambodge, dove sono state uccise complessivamente 15 persone
(altre 10 gravemente ferite); segue un altro attacco con fuoco di saturazione
al locale Bonne Biere (19 vittime) e poi un’altra azione viene portata a
compimento da un attaccante suicida in boulevard Voltaire.
– Obiettivo ‘tre’:
teatro-sala concerti ‘Bataclan’, dove il commando principale (composto da 4
attaccanti) ha fatto irruzione nel locale sparando sulla folla e tenuto la
posizione per circa tre ore provocando 89 morti. L’azione si è conclusa con la
morte (autoindotta per esplosione) di tre attaccanti e l’uccisione di uno di
questi da parte delle forze di sicurezza.
Giorno 18 novembre
Quartiere di Saint Denis, nel corso di un blitz da parte
delle forze di sicurezza francesi finalizzato alla neutralizzazione/cattura degli
altri elementi componenti il gruppo di terroristi,
– un uomo si è fatto esplodere attaccando le forze di
sicurezza;
– gli altri elementi del nucleo hanno opposto resistenza
cercando di contrastare il blitz dall’interno di un appartamento condominiale,
provocando il ferimento di 5 elementi della squadra d’intervento.
Equipaggiamento utilizzato:
– armi individuali: fucili d’assalto AK47, fucili a pompa
tipo;
– giubbotti esplosivi: tritolo rafforzato da perossido di
idrogeno con chiodi e bulloni per creare l’effetto shrapnel;
– veicoli: due auto noleggiate (Seat ‘Leon’ colore nero,
e Volkswagen ‘Polo’).
La
natura degli obiettivi colpiti
Si tratta di obiettivi dal forte impatto emotivo e
simbolico poiché rappresentano i simboli quotidiani della società occidentale:
stadio, teatro, ristoranti.
– L’obiettivo ‘uno’ è tecnicamente un hard-target, con un medio livello di sicurezza,
ad elevata concentrazione di popolazione – tra queste il presidente Francois
Hollande. L’obiettivo presunto era il pubblico presente alla
manifestazione sportiva che avrebbe dovuto, nei piani dell’organizzazione, essere
coinvolto sfruttando gli effetti del panico generale, prevedendone una fuga di massa che avrebbe provocato ancora
più vittime dello stesso attacco.
– Gli obiettivi ‘due’ e ‘tre’ (locali XII arrondissement
e teatro ‘Bataclan’) sono di tipo soft target, caratterizzati da un basso
livello di sicurezza e alta concentrazione di popolazione.
Tutti gli obiettivi sono di natura puntiforme,
distanziati sul piano spaziale al fine di imporre la dispersione sul terreno
delle forze di sicurezza, un aumento delle unità impiegate, di quelle di pronto
impiego e riserva.
Il risultato, a fronte di un costo ridotto per la condotta
degli attacchi, è stata l’imposizione di significativi costi, in termini di
risorse materiali e umane, sforzi logistico-operativi, difficoltà di coordinamento,
ritardo nell’intervento da parte dell’apparato di sicurezza francese.
2.
Tattica, tecnica e procedura
La tattica utilizzata è il raid condotto da ‘commando
suicidi’ affiancati da elementi di supporto operativo convenzionale (tiratori
dotati di armi automatiche individuali) attraverso fasi successive. Le tre
singole azioni prese
in esame sono vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi
dei combattenti-suicidi si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei
combattenti. In particolare, per l’obiettivo ‘tre’, le fasi operative si sono
così succedute: movimento verso l’obiettivo, penetrazione, uccisione indiscriminata,
ricerca del panico, ostaggi, uccisione selettiva, conclusione con la morte
autoindotta degli attaccanti (giubbotti esplosivi).
Ha fatto la sua comparsa, dunque anche in Europa, la
tecnica di attacco delle unità commando composte da più combattenti-suicidi
affiancati e sostenuti da elementi operativi. Una tecnica che ha dato prova di
efficacia in Afghanistan e successivamente anche nel teatro operativo del
Syraq. Il primo episodio di questo tipo ad aver ottenuto un’attenzione
mediatica globale è quello di Mumbai nel novembre del 2008.
Inoltre, nella sua variante europea, si è manifestato
come azione inserita in un contesto esclusivamente urbano, e per questo ascrivibile
ad operazione dello urban warfare
contemporaneo: l’evoluzione del combattimento nei centri abitati, difficile da
contrastare, a rischio coinvolgimento di attori non-combattenti (popolazione
civile), caratterizzato dall’imprevedibilità della minaccia e dall’elevato
numero di target potenziali.
Si tratta di una tattica efficace – frutto della commistione
dei due metodi classici veicolo-bomba[1] e uomo-bomba[2] uniti alla tecnica
dell’assalto armato convenzionale – basata sul coordinamento di uno o più
combattenti-suicidi
(spesso divisi in sotto-unità o scaglioni) sostenuti da nuclei di «sicurezza vicina»
e finalizzata alla massimizzazione dell’opera di distruzione in funzione della
penetrazione delle linee difensive e a sostegno dell’attacco suicida principale.
Una tecnica che si è sviluppata e affinata attraverso il tempo grazie alla
capacità di information-sharing tra i
gruppi di opposizione armata e l’influenza diretta del conflitto iracheno; tecnica
utilizzata ed evolutasi nel conflitto del Kashmir e applicata da quei gruppi
insurrezionali kashmiri e pakistani, in primis il Lashkar-e-Taiba.
Questa tipologia di azione ottiene il risultato di un
elevato numero di vittime provocate per singolo attacco, maggiore che non per
le azioni condotte da singoli attaccanti, e maggiore attenzione mediatica.
E Parigi – come altre capitali o principali città europee
– rappresenta un importante obiettivo, strategico e simbolico al tempo stesso;
qui, le opportunità di colpire obiettivi di alto profilo sono elevate e
garantiscono proprio quella eco mediatica amplificata che viene ricercata dai
gruppi di opposizione armata: è l’opportunità a dettare la scelta per la
condotta dei cosiddetti «attacchi spettacolari», al fine di spettacolarizzare
la violenza.
Il successo del terrorismo è a livello operativo.
Come abbiamo avuto modo di evidenziare in #ReaCT2024 – 5°
Rapporto sul radicalismo e il terrorismo in Europa, anche quando un attacco
terroristico non riesce, produce comunque un risultato significativo: impegna
pesantemente le forze armate e di polizia, distraendole dalle loro normali
attività o impedendo loro di intervenire a favore della collettività. Inoltre,
può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari, limitare, rallentare,
deviare o fermare la mobilità urbana, aerea e navale, e ostacolare il regolare
svolgimento delle attività quotidiane, commerciali e professionali,
danneggiando le comunità colpite. Questo riduce efficacemente il vantaggio
tecnologico e il potenziale operativo, nonché la capacità di resilienza. In
generale, infligge danni diretti e indiretti, indipendentemente dalla capacità
di provocare vittime. La limitazione della libertà dei cittadini è un risultato
misurabile ottenuto attraverso queste azioni.
In sostanza, il successo del terrorismo, anche senza causare vittime, risiede nell’imporre costi economici e sociali alla collettività e nel condizionare i comportamenti nel tempo in relazione alle misure di sicurezza o limitazioni imposte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. Questo fenomeno è noto come “blocco funzionale”. Nonostante la capacità operativa del terrorismo sia sempre più ridotta, il “blocco funzionale” rimane uno dei risultati più importanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Questo risultato impressionante, ottenuto con risorse limitate, conferma il vantaggioso rapporto costo-beneficio a favore del terrorismo, pur a fronte di una rilevata perdita progressiva di capacità che ha visto diminuire l’ottenimento del “blocco funzionale”, sceso al 78% nel 2022 e al 67% nel 2023.
Il terrorismo oggi: opportuna riflessione (dall’originale articolo per Formiche)
Il terrorismo jihadista si impone come una minaccia ideologica diffusa, collegata alle dinamiche storiche, conflittuali, delle relazioni internazionali e della competizione in Medio Oriente, in Africa e alla violenza discendente dalla lettura radicale dell’Islam; una dinamica conflittuale che oggi si associa sempre più spesso alla ricerca di identità di gruppi e individui attraverso l’opposizione culturale di una componente non marginale degli immigrati maghrebini di seconda e terza generazione in Europa, ma con una crescente componente di immigrati di prima generazione, spesso giunti in Europa da poco tempo. E parliamo di una galassia jihadista frammentata e caratterizzata da diverse ideologie e approcci pratici, tanto da indurre una riflessione sul concetto di terrorismo contemporaneo che si impone come fenomeno sociale molto diverso dai terrorismi che lo hanno preceduto; con ciò invitando a un cambio di paradigma nella stessa definizione di terrorismo: non più un’azione volta ad ottenere risultati politici attraverso la violenza, dunque nelle intenzioni; bensì intesa come l’effetto della violenza applicata. È così il terrorismo diviene manifestazione di violenza, priva di un’organizzazione alle spalle: è terrorismo nella manifestazione, non nell’organizzazione.
All’interno della stessa galassia jihadista, il terrorismo si impone come strumento di lotta, e lo fa con diversi gradi e modelli di violenza: da quella individuale, a quella organizzata, a quella ispirata e ancora al terrorismo insurrezionale che ben abbiamo conosciuto in Afghanistan, in Iraq.
[1] SVBIED: suicide vehicle-borne improvised explosive Device.
[2] SBBIED: suicide body-borne improvised explosive Device.
Hezbollah oggi: dopo la guerra con Israele. La metamorfosi tra deterrenza, profondità e resilienza
di Claudio Bertolotti.
Questa analisi è parte di una serie di valutazioni frutto di dialogo e confronto con gli esperti dei principali centri di ricerca e analisi israeliani e di osservazione sul campo dei settori critici del fronte di guerra israeliano (Gaza e fronte settentrionale).
Dal Litani alla Beqaa: la strategia della sopravvivenza di Hezbollah dal punto di vista israeliano.
L’analisi fornita dall’Alma Research and Education Center israeliano – in occasione di una recente visita del direttore di START InSight, Claudio Bertolotti, – rivela, con chiarezza e coerenza, la logica militare che guida l’attuale fase di riorganizzazione e rafforzamento di Hezbollah. L’organizzazione è stata colpita negli ultimi anni da perdite materiali e logistiche pari all’85% in termini di capacita’ operativa, in conseguenza dell’intervento israeliano in territorio libanese del 2024 che, nella prima notte di operazioni ha colpito e distrutto circa 1400 obiettivi di Hezbollah, comprensivi di strutture militari e quadri dal livello di plotone a livello di corpo d’armata . Oggi, terminata la fase più intensa dell’operazione militare, Israele è impegnato a contenere, con azioni mirate, la riorganizzazione di Hezbollah che, seppure a fatica, ha avviato un prevedibile processo sistematico di riorganizzazione militare che si fonda su tre principali assi strategici: la ridislocazione territoriale, la profondità difensiva e la sopravvivenza operativa attraverso infrastrutture sotterranee.
Dalla linea del Litani alla profondità della Beqaa
Il primo elemento di rilievo è la trasformazione della geografia militare di Hezbollah. Dopo il 2006, e più ancora dopo le campagne aeree israeliane del 2020–2023, l’asse meridionale a sud del fiume Litani — tradizionalmente sede delle unità Nasr e Aziz — ha perso parte della sua funzione strategica diretta. Oggi è considerato come “ex centro di potere militare” per il fronte sud, dove la presenza del movimento resta ma con finalità più difensive e limitate.
Parallelamente, Hezbollah ha avviato una nuova ridislocazione a nord del Litani, costruendo infrastrutture e depositi per armi e missili. Questa scelta risponde a due obiettivi complementari: ridurre l’esposizione al fuoco israeliano e mantenere capacità di lancio strategico a media e lunga gittata: un adattamento coerente alla natura ibrida di un’organizzazione che opera tra logiche convenzionali e clandestine.
Beirut e la centralità del “comando urbano”
Beirut resta il centro nevralgico di comando e controllo. Qui Hezbollah concentra la sua struttura di comando strategico, le sale operative e parte dei depositi di armi più sensibili. È la dimensione politico-militare dell’organizzazione: la prossimità a infrastrutture civili e la densità urbana offrono una duplice protezione – sul piano fisico e su quello della narrazione – poiché ogni attacco israeliano in questo contesto, coinvolgendo l’opinione pubblica occidentale – sia le frange ideologizzate estremiste sia quelle moderate – produce inevitabilmente conseguenze mediatiche e diplomatiche. La capitale libanese è, in altri termini, il simbolo del “fronte politico armato” di Hezbollah: un centro di potere che fonde capacità militare e deterrenza psicologica.
L’unità Badr e la resilienza tattica del fronte montano
Come rilevato in occasione del briefing da parte del Centro Alma, la Badr Unit nell’area di Hatzbaya riveste il ruolo di nodo cruciale per la difesa del fronte meridionale. Essa coordina quattro elementi tattici fondamentali:
- schieramenti difensivi e sistemi antiaerei;
- batterie di lancio e unità di fuoco;
- depositi e sistemi di stoccaggio;
- infrastrutture sotterranee.
L’obiettivo è garantire continuità operativa anche in condizioni di attacco massiccio. La presenza di tunnel e bunker non è più solo una misura difensiva: è un dispositivo di sopravvivenza che consente a Hezbollah di mantenere capacità di comando, controllo e fuoco anche dopo un attacco israeliano di grande scala.
La valle della Beqaa: profondità strategica e capacità missilistica
La valle della Beqaa rappresenta la retrovia strategica del sistema impostato da Hezbollah. Qui si concentra la produzione, l’assemblaggio e lo stoccaggio di armamenti, oltre alle basi di addestramento. È qui anche la sede dei missili balistici e da crociera a lungo raggio, destinati a garantire la capacità di colpire in profondità il territorio israeliano.
Tra i vettori disponibili: Fateh-110 (gittata di 300 km), SCUD (700 km), Abu Mahdi (1000 km, stimata) e Hoveyzeh (1300 km, stimata). A questi si aggiungono sistemi antinave (C-802, Yakhont, Khalij Fars) e antiaerei (Sayyad-2C, Pantsir, SA-17).
La logica è quella di una deterrenza multilivello: colpire dal profondo, proteggere la costa, garantire una copertura antiaerea parziale e saturare la capacità di difesa israeliana con un numero elevato di colpi sparati.
Il fronte sud: la prima linea di “resistenza”
Nel sud del Libano, Hezbollah mantiene una struttura articolata su armi a corto e medio raggio: razzi Burkan, Falaq, Grad e Fajr-5, con gittate tra 10 e 75 km. È una forza prevalentemente offensiva a livello tattico, pensata per saturare le difese del nord di Israele nei primi giorni di conflitto.
Completano lo schieramento i sistemi anticarro guidati ATGM (Kornet, Dehlaviyeh, Almas, Milan) e le difese a corto raggio contro droni ed elicotteri (Igla, Strela, Verba). L’obiettivo di questa “first line of defense” non è tanto arrestare un’avanzata israeliana, quanto ritardarla e infliggerle perdite significative, mantenendo al contempo una primaria pressione psicologica sulle comunità di confine israeliane.
Conclusioni: la strategia della sopravvivenza
Hezbollah sta trasformando il proprio dispositivo da forza di resistenza territoriale a sistema missilistico integrato a più livelli. La ridislocazione verso nord e la dispersione delle capacità in infrastrutture sotterranee testimoniano una chiara evoluzione dottrinale:
- passaggio dalla logica della “difesa di posizione” alla difesa in profondità;
- ibridazione tra forze convenzionali, strutture clandestine e funzioni di deterrenza strategica;
- costruzione di un ombrello missilistico a lungo raggio in grado di compensare la superiorità aerea israeliana.
Guardando in prospettiva, possiamo vedere uno scenario in cui il Libano meridionale diviene campo di battaglia multilivello, dove la distinzione tra front line e rear area tende a dissolversi.
Israele, da parte sua, è consapevole che un futuro scontro con Hezbollah non sarà più un conflitto localizzato, ma una guerra di logoramento sistemica, nella quale l’infrastruttura sotterranea (la rete dei tunnel, analogamente a quanto avviene nella Striscia di Gaza), la resilienza delle catene logistiche e la gestione del fronte interno diventeranno i fattori decisivi di sopravvivenza nazionale.
Questo quadro conferma la transizione di Hezbollah verso un modello operativo asimmetrico-strategico, più vicino a quello di un attore statale ibrido che a una milizia. E, a conferma della capacità di valutazione israeliana, già classificato come “piccolo esercito regionale” nella vigente dottrina strategica israeliana. Una trasformazione strutturale che Israele osserva con preoccupazione e che, inevitabilmente, ridefinisce la postura difensiva dell’intero fronte nord di Israele.