Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale
Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”, Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)
La minaccia dal Medioriente all’Europa
di Claudio Bertolotti
Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.
La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.
Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.
Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.
Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.
Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.
Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.
Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.
Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.
Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.
Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.
Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.
In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.
La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.
Il popolo kazako approva la sua nuova Costituzione
di Francesco Lombardi.
A
metà dello scorso mese di marzo, in Kazakhstan, un referendum popolare,
largamente partecipato (hanno
votato più di 8 milioni di elettori pari al 73,12 % degli aventi diritto)
ha approvato, con l’87,15% dei Si, la nuova Costituzione della più estesa e
prosperosa tra le repubbliche centroasiatiche. Un cambiamento fortemente voluto
dall’attuale Presidente, Kassym-Jomart
Tokayev, che ha rivendicato il lavoro svolto per realizzare una Costituzione “che rispecchia le vere aspirazioni del
popolo kazako a vivere in un Paese giusto ed equo, fondato sui principi di
legge e ordine, sul rispetto e la tutela incondizionati dei diritti umani e
delle libertà fondamentali, su una società modernizzata e su un forte impegno a
promuovere l’istruzione, la scienza, la tecnologia, la cultura, l’ecologia, il
volontariato e il patriottismo”. La modifica, che ha avuto l’imprimatur
popolare qualche settimana orsono, è
la seconda variante alla Costituzione negli ultimi quattro anni. Si
inserisce nel solco di cambiamenti nella struttura istituzionale volti a dare
un assetto più moderno al Paese, a renderlo competitivo in un mondo in continuo
cambiamento e a liberare le energie economiche ed organizzative che sono ancora
sopite. La riforma,
infatti, riflette anni di graduale modernizzazione politica per rispondere alle
nuove sfide come i diritti digitali e la protezione dei dati. La consultazione
ha visto, tra l’altro, l’impegno di osservatori provenienti da 34 Paesi i quali
hanno giudicato il processo elettorale, articolato su 10.000 seggi, in
Kazakhstan ed all’estero, trasparente e conforme agli standard internazionali. Accanto
agli osservatori internazionali, si è segnalata una considerevole
partecipazione di rappresentanti della società civile e di liberi cittadini che
hanno monitorato la corretta esecuzione delle procedure; se ne sono contati
fino a 10 per ogni seggio. Non sono poche infatti, le aspettative della
leadership e del popolo kazako per questi significativi cambiamenti. Questa
nuova Costituzione è la naturale prosecuzione di un cambiamento avviatosi nel
2019, con una iniziale procedura che intendeva modificare solo meno del 40%
dell’articolato precedente ma, nel corso dei lavori, è emerso che per dare una
struttura coerente ed efficiente alla nuova legge, necessitavano modifiche a
circa l’80% del testo iniziale. Un lavoro che ha impegnato una Commissione
costituzionale con una rappresentanza senza precedenti di 129 cittadini, che ha
esaminato ogni dettaglio, ha valutato circa 12.000 proposte di vari esperti e
organizzazioni della società civile e ha supervisionato sei mesi di dibattiti
pubblici. Il tutto per arrivare ad un modello che lo stesso Presidente Tokayev ha definito: “Presidente forte, Parlamento influente e
Governo responsabile“.
La
Costituzione precedente è stata in vigore per circa 30 anni. Per allontanarsi
dal passato sovietico una prima Costituzione fu adottata nel 1993 e poi
modificata nel 1995. Ora il Paese ha deciso di effettuare un deciso salto verso
la modernità e la democrazia per poter meglio affrontare le sfide del momento e
del futuro.
Una
delle principali modifiche introdotte dalla nuova Costituzione è l’abolizione
del parlamento bicamerale a favore di un parlamento unicamerale, che si
chiamerà Kurultai. Viene abolita una quota presidenziale onde rafforzare l’indipendenza
del potere legislativo. Il passaggio a un parlamento monocamerale consentirà un
processo legislativo più rapido e trasparente. Le elezioni per i 145 seggi del
parlamento riorganizzato si terranno quest’estate, ha dichiarato Tokayev ai
giornalisti dopo aver votato ad Astana.
Vi
è, inoltre, la reintroduzione della vicepresidenza, anche allo scopo di
agevolare la pianificazione della successione. Un nuovo Consiglio popolare
consultivo (il Khalyk Kenesi) amplierà la partecipazione e il dialogo pubblico.
Le
riforme istituzionali previste dal nuovo quadro costituzionale rafforzano anche
lo sviluppo della governance e garantiscono un regolare ricambio dei vertici. Nel
contempo si definiscono limiti di mandato per i principali funzionari statali.
Questa
riforma, poi, rende il kazako la principale e unica lingua di Stato,
declassando la lingua russa. Un ulteriore gesto finalizzato a rafforzare il
sentimento di identità e costruzione nazionale di un Paese articolato su
centinaia di etnie la cui convivenza, però, è sempre stata un esempio di
rispetto e tolleranza.
La
riforma costituzionale rappresenta uno dei principali momenti della presidenza Tokayev in cui ha riversato tutta la sua
esperienza ed il suo background diplomatico e politico. Ha svolto, in
precedenza due mandati come ministro degli Esteri (1994-1999 e 2002-2007). Nel
corso della sua presidenza, poi, Tokayev ha promosso la politica estera
multidirezionale del Kazakhstan e ne ha rafforzato l’indipendenza. Ha ricoperto
posizioni di alto livello e ha guidato gli sforzi per assicurare al Kazakhstan
la guida di varie organizzazioni regionali e intergovernative, gestendo
complesse relazioni tra interessi contrastanti all’interno e all’esterno della
regione.
A seguito dell’esito referendario, il
presidente Tokayev ha anche ricevuto i messaggi di
congratulazioni di diversi leader regionali e mondiali. Diverse capitali e capi
di Stato hanno inviato messaggi di congratulazioni ad Astana, leggendo l’esito
del voto come un fattore di stabilità per il Kazakhstan e per l’intera regione.
Le reazioni positive di partner regionali e di grandi attori vicini mostrano
quanto il Kazakhstan sia percepito come un perno strategico dell’Asia Centrale.
Trattandosi di un Paese di grandi dimensioni, ricco di risorse naturali,
collocato tra Russia, Cina e attraversato da corridoi commerciali eurasiatici,
ogni sua trasformazione costituzionale ha inevitabilmente una risonanza almeno regionale. Il Kazakhstan è il nono paese più grande
al mondo per superficie. Ha ottenuto l’indipendenza dall’URSS il 16 dicembre
1991. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, nel 2025 il Kazakhstan
ha superato la Cina in termini di crescita del PIL pro capite, affermandosi non
solo come il paese economicamente più prospero dell’Asia centrale, ma anche
come un’economia in costante crescita a livello globale. Il Kazakhstan ha
inoltre mostrato una crescita costante nell’Indice di Sviluppo Umano (ISU),
valutato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), con un
aumento del 21,5% (da 0,689 a 0,837) tra il 1990 e il 2023, ed è stato
riconosciuto per il suo approccio lungimirante in materia di istruzione,
economia, tecnologia e finanza.
Il Paese entra ora in una nuova fase
politica, con nuove elezioni previste nei prossimi mesi al fine di dare
concretezza alla nuova legge fondamentale. Una nuova fase che converrà seguire
con attenzione viste anche le tante (e in crescita) relazioni economiche e
commerciali con il nostro Paese.
La propaganda bellica iraniana: il ruolo della famiglia come arma nel dominio cognitivo
Leggendo alcuni documenti ufficiali
divulgati dal governo iraniano nei primi giorni del conflitto contro la
coalizione israelo – americana, colpisce in modo particolare la ridondanza del
concetto del martirio ascritto non solo ai rappresentanti della leadership
politico-militare eliminati nell’immediato dei primi attacchi subiti, ma
soprattutto ai “figli” della nazione, strettamente correlati alla figura delle
“madri”. La narrazione sottende un messaggio orientato a conquistare e
consolidare l’accettazione di gravi lutti dovuti alla guerra da parte delle
famiglie. Le “madri”, metonimia di forte impatto emotivo, assurgono a simboli della
resilienza del popolo iraniano, presentato come coeso e monolitico contro
l’odiato nemico. Accanto alle madri troviamo i “figli”, il cui destino
escatologico eleva il sacrificio dei caduti iraniani alla dimensione religiosa,
rafforzata dal concetto del martirio. Tutto questo per far metabolizzare l’idea
che i morti dalla parte di Teheran sono destinati ad essere tanti, come sempre
è stato nei conflitti che hanno visto coinvolto il regime degli ayatollah.
Nella propaganda bellica iraniana, dunque, la famiglia non è solo un’unità
sociale, ma un pilastro
ideologico utilizzato per mobilitare la nazione,
giustificare il sacrificio e consolidare l’identità rivoluzionaria. Il
regime modella i ruoli familiari per servire gli obiettivi dello Stato
attraverso diversi meccanismi.
Il primo è proprio l’idealizzazione del martirio
e il ruolo della madre: la propaganda eleva la figura della “madre del
martire” come l’ideale supremo di cittadinanza femminile. Le donne
sono ritratte come madri o mogli che spingono con orgoglio i propri cari verso
il fronte, trasformando il dolore privato in onore pubblico. Spesso raffigurate
con simboli religiosi (come il Corano), le donne fungono da àncora morale che
legittima la “guerra santa”. Il secondo riguarda la formazione
del “cittadino guerriero” secondo cui il ruolo maschile nella
famiglia è strettamente legato alla difesa della patria e dei valori
islamici. Ai bambini viene insegnato fin da piccoli che la protezione
dell’onore familiare coincide con la difesa dello Stato. La propaganda utilizza
sovente immagini di fratelli maggiori o padri eroici per spingere i giovani a
unirsi a forze paramilitari come i Basij. Un
terzo aspetto è riferito all’istruzione e alla trasmissione culturale. Lo Stato
integra la narrazione bellica direttamente nella vita domestica e
scolastica. Recentemente, sono stati introdotti compiti che richiedono
agli studenti di discutere la preparazione alle crisi con i
genitori, normalizzando il conflitto come parte della realtà familiare. Il
cinema e i media di stato, poi, lavorano per colmare il “divario
generazionale”, presentando i valori dei combattenti degli anni Ottanta
come il modello da seguire per i giovani di oggi.
Nella
propaganda del regime, la dimensione vulnerabile della patria viene rappresentata
in modo paradigmatico dalla rilevante immagine femminile della “madre del
martire”, spesso raffigurata mentre tiene in mano l’immagine di un
martire, lo seppellisce o gli rende omaggio. La “madre del martire”
compare ripetutamente in una serie di materiali visivi, già a partire dalla guerra
Iran-Iraq. La rappresentazione di questa figura e la volontà del regime di
riconoscerla e promuoverla come icona-chiave dello Stato sono in linea con il
trattamento che le viene riservato nella realtà: lo Stato fornisce alle
famiglie dei martiri benefici sociali ed economici e capitale culturale,
riconoscendole come una classe sociale a pieno titolo. Spesso beneficiano di
agevolazioni fiscali, alloggi riservati e quote di ammissione all’università.
Si tratta di una tendenza che si è estesa persino alle famiglie dei martiri
della Brigata Fatemiyoun, l’unità interamente afghana che ha combattuto
in Siria su mandato iraniano, nonostante né i combattenti né le loro famiglie
possiedano la cittadinanza iraniana[1]. La campagna
sviluppata nel 2022 dall’agenzia di produzione audiovisiva e di design Khatt
Media, intitolata Madri e mogli dei martiri, rappresenta un tipico
esempio della continua promozione dell’importante ruolo svolto dalle donne come
sostenitrici e persone in lutto per i martiri maschi[2].
In tempi di dissenso interno o conflitti
recenti, lo Stato utilizza le famiglie per scopi tattici. Il dolore delle famiglie vittime degli
attacchi esterni viene amplificato dai media statali per alimentare il
sentimento nazionalista e la ritorsione in forma di vendetta. L’aspetto
peggiore del confezionamento della propaganda pro-regime, tuttavia, riguarda le
autorità accusate di forzare i familiari di vittime a rilasciare interviste
televisive in cui negano la responsabilità dello Stato nelle morti,
attribuendole a cause accidentali. Va anche detto che, mentre la propaganda
ufficiale promuove l’immagine una famiglia unita e devota, esiste una crescente
frattura sociale tra i valori predicati dall’élite governativa e lo
stile di vita occidentale dei loro stessi figli all’estero, un fenomeno spesso
criticato come ipocrisia dai cittadini comuni.
2. Evoluzione del modello familiare in Iran
In Iran, il modello familiare
dominante era quello della famiglia allargata patriarcale. I suoi membri,
legati da vincoli di sangue e di alleanza, comprendevano la coppia iniziale, i
figli e le famiglie di questi ultimi. Questo modello familiare era
caratterizzato dal potere assoluto del padre, capofamiglia, da una forte
solidarietà tra i figli maschi, che godevano di pari diritti di successione e
da un’elevata frequenza di endogamia, solitamente tra cugini di primo grado,
con l’ideale rappresentato dal matrimonio tra i figli di due fratelli.
I compiti e le responsabilità
della famiglia tradizionale erano molteplici e sostanziali. La famiglia si
occupava del benessere dei suoi membri dalla nascita alla morte, coprendo tutti
gli aspetti della vita sociale. Oltre a fornire supporto emotivo, la famiglia
provvedeva anche all’istruzione, all’assistenza medica e al sostegno finanziario
dei suoi membri. Tra i molteplici incarichi nel nucleo famigliare vi erano
anche quelli di trovare un impiego, di organizzare le nozze e di provvedere
all’accumulo dei fondi pensionistici per i propri propri appartenenti. Il
coinvolgimento familiare si basava sul primato della solidarietà di lignaggio e
richiedeva una continua interdipendenza tra i suoi membri. Negli ultimi
decenni, tuttavia, si è assistito a una modernizzazione delle condizioni
socio-economiche in Iran, legata allo sviluppo di un’economia di mercato e del
lavoro salariato, all’urbanizzazione e all’accesso all’istruzione e ai servizi
sociali finanziati dallo Stato. Ciò sembra aver indotto cambiamenti sostanziali
nelle dimensioni e nella struttura della famiglia, nonché nelle sue funzioni
sociali.
In seguito alla Rivoluzione del
1979, furono create diverse fondazioni per sostenere e migliorare le condizioni
di vita dei più indigenti, noti come mostaz’afin (espropriati). Queste
fondazioni disponevano di considerevoli risorse finanziarie, derivanti in gran
parte da sovvenzioni governative, tasse e donazioni religiose. Dopo i tumulti
dei primi anni del nuovo regime – esacerbati dall’inizio della guerra contro
l’Iraq e dal nuovo peso imposto dal conflitto – il Comitato di Soccorso Imam
Khomeini (IKRC, fondato nel 1979) organizzò le proprie attività in servizi
distinti. I più importanti erano l’assistenza finanziaria a individui o
famiglie senza risorse, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza medica, prestiti
senza interessi, aiuti finanziari per la ristrutturazione di abitazioni, borse
di studio e piccole pensioni concesse a persone di età pari o superiore a 60
anni residenti in zone rurali. Diversi milioni di persone appartenenti ai
settori più svantaggiati della popolazione hanno beneficiato e continuano a
beneficiare delle diverse forme di aiuto e dei servizi forniti da questa
fondazione. La Fondazione è legata ad enti come la Setad (Esecutivo
dell’Ordine dell’Imam) un colosso commerciale sotto la supervisione diretta della
“guida suprema”, con una partecipazione in quasi tutti i settori dell’economia
iraniana, inclusi quello energetico, quello delle telecomunicazioni e quello
dei servizi finanziari. L’istituzione opera all’interno del sistema teocratico iraniano,
caratterizzato da un’impronta fondamentalista sciita e, sebbene si presenti
come un ente benefico, viene descritta come uno strumento di “espansione
ideologica” e soft power, con attività che talvolta si estendono ad
altre aree di influenza iraniana[3]. Nel
marzo 2026, si sono verificate segnalazioni di attacchi (inclusa un’esplosione)
contro le sedi del Comitato di Soccorso Khomeini a Chenaran, nel Razavi
Khorasan, da parte di unità di resistenza che avversano il regime khomeinista[4]. Altri
importanti enti sono la Fondazione dei Martiri (creata nel 1980) e la Fondazione
15 Khordad (creata nel 1981), che si occupano delle famiglie di coloro che
sono morti per la Repubblica Islamica, intese come vittime del periodo
rivoluzionario e della guerra contro l’Iraq, degli ex militari disabili, dei
prigionieri di guerra e dei dispersi, nonché dei bisognosi. Il sostegno
finanziario e le pensioni erogate da queste fondazioni sono estremamente
modesti, ma tale assistenza ai più bisognosi, soprattutto nelle aree rurali, ha
sancito il loro diritto alla protezione sociale.
Se ipotizziamo che queste
fondazioni abbiano sostituito i gruppi familiari e le reti locali, assistiamo
ad una graduale riduzione del ruolo della famiglia nel sostegno ai propri
componenti. Con la loro influenza sull’organizzazione tradizionale della
solidarietà familiare, queste fondazioni hanno certamente contribuito a minare
il principio di interdipendenza familiare e hanno favorito l’emergere dell’autonomia
individuale[5].
3. Donne e bambini icone della propaganda
Nel precedente paragrafo abbiamo
detto delle vittime della Rivoluzione e della guerra contro l’Iraq. Vediamo,
allora, in riferimento alla guerra, situazione che oggi si riproponte
prepotentemente sullo scenario mediorientale, in che modo la narrazione
propagandistica di Teheran già negli anni Ottanta confezionasse messaggi tesi
ad esaltare la sacralità della figura femminile e dei giovanissimi descritti
come eroi votati al martirio per il neonato Stato teocratico.
Mentre i combattimenti infuriavano,
l’intera società iraniana fu esortata a partecipare allo sforzo bellico. I
manifesti giocarono un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nel conforto
del popolo iraniano, comprese donne e bambini. Ragazzi iraniani anche di soli
dodici anni venivano reclutati nei Basij, forze paramilitari volontarie
che combattevano al fianco dell’esercito nazionale. I Basij sono
ricordati soprattutto per i loro assalti a ondate umane, in cui gruppi di
ragazzi attraversavano a piedi i campi di battaglia disseminati di mine per
consentire il passaggio successivo di altre unità dell’esercito. In questo atto
mortale di indipendenza, sfida e fervore salvifico si celava il reale desiderio
dei giovani iraniani di proteggere la propria patria e le proprie famiglie con
ogni mezzo necessario, inclusa la perdita degli arti e il sacrificio della vita.
Gli artisti commemoravano il
coraggio dei bambini in guerra, lamentando al contempo la loro tragica e
prematura morte. Ad esempio, un manifesto, intitolato Questi sono i nostri
eroi, raffigura un ragazzino che si prepara a unirsi alla battaglia; le
granate legate alla sua cintura simboleggiano la sua inevitabile
autodistruzione in un assalto di massa, mentre la sorella in lacrime stringe il
Corano. Una scritta graffitata sul muro dietro le due figure esalta altri
ragazzi come “guide” che si sono già sacrificati per la causa. Il manifesto
simboleggia la perdita dell’innocenza per la giovane generazione, così come per
la stessa nascente Repubblica Islamica.
Anche le donne furono sfruttate per
la propaganda bellica. La Repubblica Islamica incoraggiò le donne a seguire i
modelli islamici di femminilità e umiltà. Come osserva Shirin Saeidi, “la
descrizione di genere dei cittadini ideali da parte della Repubblica Islamica
durante la guerra Iran-Iraq… raffigurava il cittadino maschio ideale come un
guerriero e la donna ideale come una moglie o una madre che mandava
volontariamente i propri cari in guerra“[6]. Nonostante
la molteplicità dei ruoli svolti dalle donne durante la guerra, che hanno
sfidato e al contempo minato i binarismi e le norme di genere promossi dallo
Stato, le raffigurazioni delle donne nell’iconografia del regime postbellico si
sono concentrate principalmente sul loro ruolo di testimoni, sostenitrici e generatrici
di combattenti e martiri[7]. Tali
raffigurazioni sono in linea con la classica rappresentazione sciita delle
donne, che incarnano i ruoli svolti da Fatima (figlia del Profeta, moglie di
Ali e madre di Husayn e Hasan) e da sua figlia Zaynab[8]. Fatima è
un archetipo della virtù femminile sciita. Venerata come simbolo di
rettitudine, pazienza, pietà e come madre del più importante martire sciita,
l’Imam Husayn, Fatima è esaltata come madre di tutti i martiri. Per queste
ragioni, i cimiteri creati per i soldati iraniani caduti durante la guerra
Iran-Iraq portano il suo nome. Zaynab, invece, viene ricordata per il suo
coraggio e la sua resilienza, dovuti alla sua leggendaria sfida a Yazid I dopo
il massacro della sua famiglia nella battaglia di Karbala (680 d.C.). Come
donna attiva e persino combattiva, il suo esempio ispirò le donne iraniane
durante la Rivoluzione. Anche durante la guerra, i programmi artistici della
Repubblica Islamica diffondevano l’immagine di Zaynab come donna a sostegno dei
soldati sciiti.
L’artista di guerra Nasser Palangi
realizzò degli schizzi di donne iraniane durante le prime fasi dell’invasione
irachena della città iraniana di Khorramshahr. Intitolando uno dei suoi disegni
Le eredi di Zaynab, Palangi mette in luce il legame tra l’eroina del VII
secolo e le donne di Khorramshahr, che combatterono in difesa della città. La
battaglia di Karbala si trasformò ancora una volta in un paradigma attraverso
il quale anche le combattenti potevano emulare le eroine della storia sacra
sciita. Vale la pena raccontare che nel 2021, in occasione della Giornata degli
Infermieri in Iran, è stato presentato un murale intitolato L’esercito degli
infermieri, che mostrava operatori sanitari uomini e donne nella lotta
contro il COVID-19. Celebrata
annualmente per riconoscere il contributo e i sacrifici degli iraniani che
lavorano nel settore sanitario, la Giornata degli Infermieri cade
nell’anniversario della nascita di Zaynab, nipote del Profeta, ricordata
soprattutto per aver assistito, come detto, al martirio di suo fratello Husayn
e di altri famigliari nella battaglia di Karbala. La coincidenza della Giornata
degli Infermieri con il compleanno di Zaynab non è casuale: questo allineamento
intende collegare le azioni degli operatori sanitari iraniani di oggi alla
memoria e all’eredità di Zaynab, che non solo fu testimone della battaglia, ma
si prese anche cura delle donne e dei bambini sopravvissuti dopo il conflitto[9]. Il murale in questione è un esempio di soft
propaganda la cui peculiarità è quella di sovvertirele consolidate rappresentazioni delle norme di genere nella
Repubblica Islamica. Mentre le rappresentazioni classiche enfatizzano il
martirio e il sacrificio per la nazione come un’impresa prevalentemente
maschile, questo murale si distingue per la presenza di un uomo che
regge l’immagine di una martire . Tale inversione dei ruoli di genere
indica come la posizione assegnata a uomini e donne nella produzione culturale
statale incentrata sul martirio e sull’eroizzazione sia soggetta a una forma di
rinegoziazione. La logica sostantiva a questa rinegoziazione risiede nella
realtà delle donne che hanno prestato servizio in prima linea e sacrificato la
propria vita durante la pandemia di COVID-19 nella Repubblica Islamica. Non
riconoscere il loro ruolo nella protezione della patria e nel loro sacrificio
significherebbe sminuire questa realtà. In altre parole, in Iran la
“gerarchia del martirio” basata sul genere è stata adattata alle
reali condizioni della pandemia di COVID-19, quando le donne hanno dovuto
pagare un prezzo di sangue sempre più elevato.
Tra i tanti manifesti,
appare particolarmente toccante quello della Ragazza che imbraccia un fucile (1979). Una fotografia ritrae una bambina
con il chador completo che impugna un fucile Kalashnikov con un fiore
infilato nella canna. La didascalia del poster riporta una citazione
dell’Ayatollah Taleqani: “Il nostro esercito non appartiene solo ai
nostri fratelli nelle forze armate. Uomini e donne, giovani e anziani del
nostro Paese sono membri dell’Esercito Islamico e sono i custodi dell’Islam“.
La Repubblica Islamica incoraggiava tutti gli iraniani a condividere la
responsabilità di salvaguardare il proprio Paese, sia combattendo in guerra,
sia sostenendo lo sforzo bellico, sia difendendo l’Islam di fronte
all’aggressione straniera. Mentre la ragazzina si prepara a difendere la sua
patria, il gruppo di soldati alle sue spalle rimanda alla prontezza dei soldati
iraniani a combattere per la Repubblica Islamica[10].
In generale, tuttavia,
nonostante la capacità della propaganda di Stato di rinegoziare le norme di
genere, questo processo rimane circoscritto dai meccanismi di costruzione del
mito maschile e dall’archetipo maschile del martire. Di fatto, tali processi non implicano
l’uguaglianza di genere, bensì rivelano come i discorsi sul martirio femminile siano
ambivalenti: se da un lato alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella
storia, dall’altro viene ribadita la logica della gerarchia di genere. Tali
osservazioni sull’iconografia visiva promossa dallo Stato nell’Iran
contemporaneo contribuiscono allo studio delle tecniche di propaganda
utilizzate dai regimi autoritari.
4. Conclusioni. Figli e figliastri
A partire dalla conclusione della guerra Iran-Iraq, i prototipi di genere del “fratello guerriero e della sorella velata” sono stati costantemente raffigurati e diffusi nell’iconografia della Repubblica islamica[11]. Questi prototipi appaiono come un insieme semi-fisso di motivi a cui gli organi di propaganda del regime attingono regolarmente e continuano a permeare il discorso quotidiano. Quando si parla di martirio e sacrificio, i prototipi di genere si distinguono tra l’atto maschile di combattere e morire e l’atto femminile di sostenere, assistere e infine piangere il martire. Queste rappresentazioni dicotomiche possono essere definite Husayn-ingeZaynab-ing, che, va notato, non sono solo rappresentazioni nella propaganda di stato iraniana, ma si allineano strettamente alla realtà della guerra stessa, quando le donne non venivano ufficialmente reclutate per combattere. L’esempio classico a questo proposito è quello dell’infermiera che sostiene il martire, spesso utilizzato per rendere visibile il contributo delle donne nei processi storici. L’effetto è duplice: da un lato, alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro vengono ridotte a figure di supporto[12]
Il
legame di lunga data tra norme di genere, martirio e protezione della patria
permea l’iconografia odierna della Repubblica islamica. Nel dicembre 2021, un
murale è apparso sul cartellone pubblicitario Vali Asr di Teheran raffigurante
il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassam Soleimani e il segretario
generale di Katai’b Hezbollah iracheno Abu Mahdi al-Muhandis al centro,
affiancati da un lato da un gruppo di bambini e dall’altro da un gruppo di
soldati. Occupando ciascuna metà separata del murale, ogni gruppo intende
simboleggiare un diverso elemento della nazione. I bambini, che appaiono in un
verdeggiante paesaggio urbano, stringendo le immagini dei martiri,
rappresentano l’idilliaca patria; i soldati, ritratti in piedi nell’arido
paesaggio di battaglia mentre esprimono con gioia il cameratismo marziale,
rappresentano l’idealizzata comunità di fratellanza desiderosa di proteggere la
patria in territorio nemico. Mostrato una settimana prima del secondo
anniversario dell’assassinio di Soleimani e Muhandis da parte di un attacco di
droni statunitensi, il murale reca la didascalia: “La rabbia verso il
nemico e l’amore per la patria, ecco cosa porta sicurezza alla tua casa“[13]. La rabbia e la lotta contro il nemico sono
un’impresa esclusivamente maschile. Le donne sono le destinatarie di questi
valorosi sforzi e hanno il solo compito di sostenerle. In quanto membri
femminili della famiglia dei martiri, è loro dovere mantenere viva la memoria
degli uomini defunti e del loro sacrificio. Il modello storico-mistico di
questi ruoli di genere prototipici, lo ribadiamo,si trova nella coppia di
fratelli martiri Husayn e Zaynab. È a Zaynab, dopotutto, che si dice derivino i
rituali di lutto sciiti che commemorano la morte di Husayn nel 680 d.C. a
Karbala[14],
di cui abbiamo parlato in precedenza. Nelle raffigurazioni celebrative della
battaglia di Karbala, sono gli uomini a combattere per un giusto ordine
sociale, mentre le donne fungono da sostenitrici e testimoni delle loro gesta
eroiche in battaglia.
Arriviamo a tempi più recenti. Nelle settimane
successive alla guerra dei dodici giorni, il Ministero dell’Istruzione iraniano
ha distribuito nuovi libri di testo alle scuole di tutto il paese, con l’obiettivo
di introdurre gli studenti delle scuole elementari e medie a quelle che i
funzionari definiscono lezioni fondamentali di difesa nazionale e resistenza.
Il libro di testo per le elementari si apre con una citazione del 1980
dell’ayatollah Khomeini: “Vi prometto la vittoria. Non temete alcuna
superpotenza e non abbiate paura di alcuna propaganda. Seguiremo la nostra
strada, e quella strada è quella di Dio“. Tale operazione rappresenta
l’impegno del Ministero nel plasmare la comprensione del conflitto da parte
delle nuove generazioni attraverso storie, attività didattiche e immagini
incentrate su missili, droni e prontezza militare. Dopo la fine del conflitto,
i funzionari del ministero hanno dichiarato che “Il messaggio della
guerra e le azioni del sistema politico devono essere trasmessi alle scuole il
più rapidamente possibile“[15].
Nel testo, concepito nell’ambito del pacchetto didattico “Il nostro
Iran” e integrato nei programmi scolastici obbligatori, roviamo dei capitoli
intitolati “Eroe di quartiere“, “Soldato della patria“,
“Solidarietà nei momenti difficili” e “Nemico comune“.
Secondo i documenti del Ministero, l’obiettivo principale è quello di fornire
“opportunità educative agli alunni di seconda elementare” per
comprendere “i fattori determinanti per la vittoria in guerra e le sue
diverse dimensioni” attraverso situazioni di apprendimento, dialogo e
attività congiunte. Le istruzioni rivolte agli insegnanti sottolineano che
l’obiettivo finale va oltre la semplice spiegazione di un singolo evento
militare[16].
Fin qui appare tutto coerente con
le narrazioni storico-propagandistiche del regime degli ayatollah. Tuttavia
se guardiamo alla progenie dell’élite governativa iraniana qualcosa non
torna. Una narrazione così pervasiva del tessuto sociale e così orientata alla
vocazione al martirio, in linea di principio dovrebbe far vibrare nel cuore dei
leader iraniani l’orgoglio di avere figli e figlie pronti a immolarsi
per la patria e per la causa anti-sionista e anti-americana. La leadership
di Teheran continua a insistere sul fatto che il sistema instaurato dopo la
rivoluzione del 1979 sia giusto, indipendente e moralmente superiore
all’Occidente. Proclamano che l’Iran è autosufficiente e culturalmente immune
all’influenza straniera. Pretendono che i cittadini comuni rimangano leali,
sopportino le difficoltà e considerino l’isolamento una virtù. Eppure, quando si
tratta delle loro famiglie, la narrazione crolla. I figli delle figure
politiche, militari e religiose più potenti dell’Iran scelgono in stragrande
maggioranza di vivere all’estero, il più delle volte negli Stati Uniti, in
Canada, in Europa o in Australia. Studiano nelle università occidentali,
lavorano in aziende occidentali e godono delle libertà occidentali. Non si tratta né di un caso né di un’anomalia. È uno schema
talmente ricorrente che gli iraniani gli hanno dato un nome: la “diaspora del
privilegio”[17].
Mentre i comuni cittadini iraniani si trovano ad affrontare sanzioni,
inflazione, disoccupazione e severe limitazioni alla libertà di movimento e
alle opportunità, i figli degli alti funzionari aggirano agevolmente questi
ostacoli. Passaporti occidentali, visti di lunga durata, titoli di studio
prestigiosi e lavori ben retribuiti diventano accessibili grazie al denaro,
all’influenza e alla protezione politica. Non si tratta della diaspora generata
dalla repressione o dal collasso economico, il percorso intrapreso da milioni
di iraniani comuni per necessità. Si tratta di qualcosa di completamente
diverso: una diaspora della classe dirigente, nata dal privilegio e dalla
contraddizione.
[1] K. L. Schwartz, “Citizen Martyrs”: The Afghan
Fatemiyoun Brigade in Iran, Afghanistan 5, n. 1, 2022.
[2] دیوارنگاره میدان ولیعصر (عج) به پیشواز روز مادر رفت (Il murale di
Piazza Vali Asr (A.S.) è stato inaugurato in occasione della Festa della Mamma), Agenzia di stampa Mehr, 14/01/2022. https://www.mehrnews.com/news/.
[3] S. Cegalin, Iran, il soft
power in Medio Oriente, la Redazione, 21/11/2023.
https://www.laredazione.net/iran-il-soft-power-in-medio-oriente/#:~:text=Iran%2C%20il%20soft%20power%20in%20Medio%20Oriente.
[4]Unità di Resistenza Colpiscono IRGC e Basij in 20 Città Iraniane, CNRI, 05/03/2026. https://it.ncr-iran.org/notizie/resistenza-iraniana/unita-di-resistenza-colpiscono-irgc-e-basij-in-20-citta-iraniane/#:~:text=%E2%80%93%20Incendio%20di%20una%20base%20IRGC%20Basij,Khorasan%20%E2%80%93%20Attacco%20a%20un%20seminario%20del.
[5] M. Ladier-Fouladi, Iranian
Families between Demographic Change and the Birth of the Welfare State,
Population (English edition), 57ᵉ année, n°2, 2002.
pp. 361-370.
[6] S. Saeidi, Women
and the Islamic Republic: How Gendered Citizenship Conditions the Iranian State,
Cambridge University Press, 2022.
[7] E.
Koolaee, The Impact of the Iraq-Iran War on Social Roles of Iranian Women, Middle
East Critique 23, n. 3, 2014.
[8] R. Wellman, Feeding Iran: Shiʿi Families and the Making of the Islamic Republic, Berkeley
University of California Press, 2021.
[9] P. J. Chelkowski, The Iconography of the Women of
Karbala: Tiles, Stamps, and Posters, in The Women of Karbala:
Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʿi Islam,
University of Texas Press, Austin, 2005.
[11] M. Moallem, Between Warrior Brother and Veiled Sister: Islamic
Fundamentalism and the Politics of Patriarchy in Iran, Berkeley University of
California Press, 2005.
[13]بیلبورد «ولی عصر»
با شعار «افتخار برای میهن» رونمایی شد (È stato inaugurato il
cartellone pubblicitario “Vali Asr” con lo slogan Onore alla Patria), Mizan News, 28/12/2021.
https://www.mizanonline.ir/003IDN
[14] K. Scot Aghaie, Gendered Aspects of the Emergence and
Historical Development of Shiʻi Symbols and Rituals, in The Women of
Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʻi Islam,
University of Texas Press, Austin, 2005.
[15] M. Tabriz, Iran introduces war curriculum to
elementary students following 12 days conflict, Iran International,
25/11/2025. https://iranwire.com/en/features/146547-iran-introduces-war-curriculum-to-elementary-students-following-12-day-conflict/.
[17] L. Bazargan, Iran’s rulers don’t mind the ship sinking, their
brood jumped long ago, Iran International, 15/11/2025.
https://www.iranintl.com/en/202511134705.
Guerra, crisi economica e compromessi. Trump cerca una via d’uscita?
di Melissa
de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia
presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight
presso il Dipartimento di Stato.
Donald
Trump ha vinto la sua campagna elettorale costruendo una narrativa politica
molto precisa, che è stata capace di costruire la sua nota base elettorale
estremamente fedele: il movimento MAGA – Make America Great Again.
Il messaggio semplice e diretto doveva dare soluzioni a un elettorato
stanco per l’instabilità economica, sordo a qualsiasi iniziativa di conflitti
internazionali.
Presentatosi
come il presidente della pace e della prosperità economica queste lepromesse
centrali della campagna:
1.porre
fine alle guerre infinite che
hanno caratterizzato la politica estera americana negli ultimi decenni,
soprattutto dopo Afghanistan e Iraq. Trump ha ripetuto fino alla noia, che gli
Stati Uniti non dovessero più essere trascinati in conflitti lunghi e costosi.
2. ridurre
l’inflazione e abbassare il costo della vita. Il prezzo dell’energia, della
benzina e dei beni di consumo sono divenuti uno dei temi più sentiti
dall’elettorato americano.
3. ristabilire
trasparenza e fiducia nelle istituzioni, anche attraverso la promessa —
molto discussa — di rendere pubblici documenti sensibili come i cosiddetti Epstein
files, e Kennedy.
Queste promesse hanno consolidato un consenso politico forte, capace di
trasformare il movimento MAGA in una delle basi elettorali più compatte della
storia recente americana.
Oggi la realtà è un’altra.
LA GUERRA Gli Stati Uniti si trovano coinvolti in un nuovo conflitto in Medio Oriente, con l’Iran, che è stato evitato con infinita cautela per anni. A causa di questa guerra i mercati energetici stanno reagendo con forte volatilità e il prezzo del petrolio è tornato a essere uno dei principali fattori di pressione sull’economia globale.
Negli ultimi giorni il Brent ha registrato oscillazioni violente, passando da circa 84 dollari al barile a oltre 119, per poi ridiscendere vicino ai 100 dollari. L’impatto si è già visto alla pompa, dove il prezzo della benzina è aumentato di circa un dollaro al gallone, pari a quasi il 30%, mentre il diesel è salito di circa due dollari, con un incremento vicino al 66%. Un segnale immediato di come le tensioni nel Golfo si trasmettano rapidamente all’economia reale mentre i mercati tentano di capire se il conflitto rimane limitato e breve o assumerà dimensioni più ampie che includerebbero l’intervento di truppe a terra. Inoltre, con la quasi chiusura totale dello Stretto di Hormuz, dove transita un quinto del petrolio globale, ci chiediamo quale sia la strategia di Trump.
Il conflitto solleva scenari ancora più preoccupanti legati alla stabilità
stessa della regione. Una delle vulnerabilità più critiche del Golfo riguarda
l’approvvigionamento idrico. Gran parte dei Paesi della penisola arabica
dipende infatti da impianti di desalinizzazione, infrastrutture
essenziali che trasformano l’acqua del mare in acqua potabile. Si stima che circa
il 70% dell’acqua utilizzata a Riyadh provenga da questi impianti, e che
complessivamente circa 100 milioni di persone nella penisola arabica
dipendano dalla desalinizzazione per il proprio approvvigionamento idrico.
In un’area desertica come questa, tali infrastrutture rappresentano tuttavia
obiettivi estremamente vulnerabili. Alcuni episodi recenti mostrano già una
dinamica di ritorsione reciproca: dopo il danneggiamento di un impianto
energetico in Iran, Teheran avrebbe colpito a sua volta una struttura di
desalinizzazione nella regione del Golfo. Se questo tipo di attacchi dovesse
intensificarsi, le conseguenze potrebbero essere devastanti. La distruzione
sistematica degli impianti di desalinizzazione renderebbe infatti impossibile
garantire acqua potabile a milioni di persone, trasformando la crisi in una
catastrofe umanitaria oltre che economica. In uno scenario estremo, ampie
aree del Golfo potrebbero diventare difficilmente abitabili, con effetti
destabilizzanti per l’intera regione.
IMPATTO ECONOMICO Secondo alcune stime di Goldman Sachs, l’aumento del prezzo del petrolio potrebbe tradursi in una revisione al rialzo delle previsioni di inflazione negli Stati Uniti, con l’indice PCE atteso salire dal 2,1% al 2,9% nel corso dell’anno. Allo stesso tempo, la banca prevede un rallentamento della crescita economica, con una riduzione del PIL di circa 30 punti base, accompagnata da un possibile aumento della disoccupazione e da un deterioramento della fiducia di consumatori e imprese. Alcuni segnali iniziano già a emergere: il mercato del lavoro statunitense resta solido, ma la disoccupazione ha registrato un primo incremento di circa il 10% rispetto ai livelli precedenti, un dato ancora contenuto ma osservato con attenzione dagli analisti come possibile indicatore di rallentamento economico. Il petrolio, infatti, non è soltanto una fonte di energia, ma uno dei principali input dell’economia globale, utilizzato in quasi tutti i settori produttivi, dai trasporti alla logistica fino alla manifattura. Quando il prezzo del petrolio sale rapidamente, l’effetto si trasmette lungo tutta la catena economica, aumentando i costi di produzione, comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e alimentando nuove pressioni inflazionistiche.
LA PROMESSA DEGLI “EPSTEIN FILES” Un altro tema che ha contribuito a consolidare la fiducia della base MAGA durante la campagna elettorale è stata la promessa di trasparenza totale sul caso Jeffrey Epstein. Lo scorso novembre, il presidente ha firmato l’Epstein Files Transparency Act, una legge approvata quasi all’unanimità dal Congresso che obbliga il Dipartimento di Giustizia a rendere pubblici i documenti relativi al caso. Tuttavia, la pubblicazione dei file è stata parziale e fortemente criticata: molte pagine sono state rilasciate con ampie parti oscurate e diverse scadenze previste dalla legge non sono state rispettate. La gestione dei documenti ha generato tensioni sia nell’opinione pubblica sia all’interno dello stesso mondo MAGA, dove per anni la richiesta di pubblicare i files era stata una delle principali rivendicazioni politiche. In questo senso, il tema rappresenta uno degli esempi più evidenti dello scarto tra la narrativa elettorale — basata sulla promessa di piena trasparenza — e la pratica una volta vinte le elezioni.
Un’altra scivolata politica significativa è stata la gestione del caso Minnesota, che ha contribuito ad accelerare la fine della carriera di Kristi Noem alla guida del Department of Homeland Security. Durante alcune operazioni federali anti-immigrazione illegale a Minneapolis, agenti dell’ICE hanno ucciso due attivisti locali, Renée Nicole Good e Alex Pretti, episodi che hanno scatenato proteste e richieste di indagini indipendenti. Molti osservatori hanno sostenuto che l’escalation avrebbe potuto essere evitata con una gestione più prudente e coordinata delle operazioni federali.
Le critiche alla sua leadership erano già
aumentate nelle settimane precedenti anche per un altro motivo: una campagna
pubblicitaria da circa 220 milioni di dollari finanziata con fondi pubblici,
con cui il Department of Homeland Security promuoveva la linea dura
sull’immigrazione e nella quale la stessa Noem appariva in prima persona. Il
costo e le modalità di assegnazione dei contratti hanno attirato forti critiche
sia dai democratici sia da alcuni repubblicani al Congresso. Tra polemiche politiche, audizioni parlamentari e
crescenti tensioni interne all’amministrazione, questi episodi hanno
progressivamente indebolito la posizione della segretaria, fino alla decisione
del presidente Donald Trump di rimuoverla dall’incarico.
LA VARIABILE POLITICA: LE MIDTERM Con le elezioni di midterm previste a novembre, la pressione politica sulla Casa Bianca è destinata ad aumentare. A quasi metà mandato, molte delle promesse centrali della campagna elettorale restano parzialmente irrisolte. L’immigrazione rimane uno dei pochi fronti su cui l’amministrazione può rivendicare risultati concreti, ma sul piano economico la situazione appare più complessa. L’inflazione continua a rappresentare una preoccupazione per l’elettorato americano, mentre i costi energetici elevati incidono direttamente sul potere d’acquisto delle famiglie. Il mercato immobiliare mostra segnali di miglioramento, ma senza una vera svolta. Alla fine di febbraio 2026, i tassi medi per i mutui trentennali a tasso fisso sono scesi sotto il 6% per la prima volta in oltre tre anni, attestandosi intorno al 5,98%, un miglioramento rispetto ai livelli di inizio marzo (circa 6,19%), ma ancora lontani dalle condizioni che avevano sostenuto il boom immobiliare degli anni precedenti. In altre parole, il contesto economico resta fragile e politicamente sensibile.
Sul fronte istituzionale, Trump è riuscito a far approvare alla Camera dei
Rappresentanti una proposta di legge che introduce una forma più rigorosa di
identificazione elettorale, la cosiddetta scheda elettorale, presentata dai
repubblicani come uno strumento per rafforzare la sicurezza del voto e
prevenire possibili frodi. Tuttavia, il provvedimento deve ancora superare il
passaggio al Senato, e anche in caso di approvazione definitiva difficilmente
rappresenterebbe da solo una soluzione ai problemi economici percepiti dagli
elettori.
Di fronte a un quadro interno così complesso, la domanda diventa
inevitabile: su quale leva può puntare la strategia presidenziale per ribaltare
la narrativa economica nei mesi che precedono i midterm?
Una possibile risposta potrebbe
arrivare non tanto dalla politica domestica quanto dal piano geopolitico. Ed
è qui che entra in gioco un attore decisivo: la Cina.
Pechino oggi importa circa il 20% del
proprio petrolio da Iran e Russia, e gran parte di queste forniture dipende
dalla stabilità delle rotte energetiche del Golfo. Eppure, nonostante
l’escalation militare, la Cina non è intervenuta a difesa dell’Iran e soprattutto
non ha cancellato il vertice previsto con Trump tra due settimane.
Questo dettaglio potrebbe essere decisivo. Se il conflitto nel Golfo
dovesse trasformarsi in una crisi energetica globale, la Cina sarebbe tra i
paesi più colpiti. Proprio per questo motivo Pechino potrebbe avere tutto
l’interesse a favorire una via d’uscita negoziale.
In questo scenario, la guerra con l’Iran smette di essere solo un conflitto
regionale e diventa qualcosa di più: una partita strategica tra Washington e
Pechino sul futuro equilibrio energetico e geopolitico globale.
IL POSSIBILE ACCORDO CON LA CINA In questo scenario, una delle leve più efficaci per ridurre le pressioni inflazionistiche interne potrebbe arrivare dal piano commerciale e geopolitico, in particolare dal rapporto con la Cina. Pechino rimane infatti uno dei principali partner economici degli Stati Uniti e uno dei maggiori importatori di energia e prodotti agricoli americani. Un possibile accordo tra Washington e Pechino potrebbe includere un aumento delle esportazioni statunitensi di petrolio e gas naturale liquefatto (LNG) verso la Cina, rafforzando la strategia energetica americana spesso sintetizzata nello slogan “drill baby drill”. Gli Stati Uniti sono oggi il primo produttore mondiale di petrolio e gas, con una produzione superiore ai 20 milioni di barili al giorno tra greggio e liquidi petroliferi, e l’espansione delle esportazioni energetiche potrebbe contribuire ad aumentare l’offerta globale e stabilizzare i prezzi dell’energia.
Parallelamente, un’intesa commerciale
potrebbe prevedere una riduzione dei dazi reciproci imposti durante la
guerra commerciale iniziata nel 2018. Le tariffe statunitensi su circa 300
miliardi di dollari di beni cinesi continuano infatti a incidere sui prezzi
al consumo negli Stati Uniti, mentre Pechino mantiene dazi su numerosi prodotti
americani. Secondo diverse analisi economiche, una riduzione delle tariffe
commerciali potrebbe contribuire ad abbassare i costi di beni di consumo,
componenti industriali ed elettronica, con effetti diretti sull’inflazione.
Un altro capitolo centrale
riguarderebbe l’agricoltura. La Cina è storicamente uno dei principali
acquirenti di soia, mais e prodotti agricoli statunitensi, e durante
l’accordo commerciale del 2020 si era impegnata ad aumentare significativamente
gli acquisti di prodotti agricoli americani. Un nuovo accordo potrebbe
rilanciare queste importazioni, sostenendo il settore agricolo statunitense e contribuendo a
stabilizzare i prezzi alimentari globali. (U.S. Department of Agriculture –
USDA).
In altre parole, un’intesa più ampia tra Washington e Pechino potrebbe agire su diversi fronti contemporaneamente — energia, commercio e agricoltura — con un potenziale effetto stabilizzante sui prezzi globali. In un momento in cui l’inflazione rimane una delle principali preoccupazioni dell’elettorato americano, la diplomazia economica con la Cina potrebbe rappresentare uno degli strumenti più rapidi per ridurre le pressioni sui prezzi interni.
GEOPOLITICA, RELIGIONE E LA TENTAZIONE DELLO SCONTRO DI CIVILTÀ
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato.
Lo scontro evidente e continuo che attraversa oggi molte società
occidentali – sia in Europa sia negli Stati Uniti – attorno alla presenza
islamica e alla sua integrazione politica, sociale e culturale non nasce nel
vuoto. In parallelo, la guerra in Iran contro una classe politica religiosa che
da decenni governa il Paese con un sistema teocratico e repressivo riporta al
centro del dibattito una domanda antica: fino a che punto i conflitti
contemporanei possono essere letti anche come conflitti di natura religiosa o civilizzazionale?
Il concetto di guerra religiosa appartiene a una lunga tradizione storica.
Senza tornare alle Crociate o ai grandi conflitti medievali tra cristianità e
mondo islamico, è negli anni Novanta che la contrapposizione tra Occidente e
civiltà islamica entra con forza nel dibattito strategico contemporaneo.
Fu il politologo americano Samuel Huntington a formulare la teoria destinata a segnare profondamente il dibattito geopolitico degli ultimi decenni. Nella sua visione del mondo post-Guerra Fredda, Huntington sosteneva che le principali linee di frattura della politica globale non sarebbero state più ideologiche – come durante il confronto tra capitalismo e comunismo – ma culturali e civilizzazionali.
Secondo Huntington, gli individui e le società tendono a definire la
propria identità attraverso elementi profondi come religione, storia, lingua e
tradizioni. In questo quadro, le relazioni internazionali sarebbero sempre più
influenzate dalle affinità culturali tra Stati e dalle differenze tra grandi
civiltà.
“I musulmani combattono contro i non-musulmani più di chiunque altro,
probabilmente. La singola frase del mio articolo su Foreign Affairs del 1993
che ha suscitato le critiche più vigorose è stata il mio riferimento ai ‘confini
sanguinosi dell’Islam’. Tuttavia, questo è un dato di fatto contemporaneo e
il mio libro espone prove statistiche piuttosto massicce provenienti da fonti
imparziali — il lavoro di altri studiosi — che dimostrano come la situazione
sia tale.
Inoltre, facendo ricerca per il libro, ho scoperto che le prove dimostrano
anche che l’interno dell’Islam è sanguinoso, perché allo stato attuale i
musulmani si combattono tra loro molto più spesso di quanto non facciano le
persone di altre civiltà.
Perché accade questo? Riguardo a questa propensione musulmana verso la
violenza, alcuni hanno sostenuto che sia insita nella natura dell’Islam come
religione, che l’Islam sia intrinsecamente una religione militarista. Io non
sono d’accordo. Penso che se si volesse assegnare un ‘punto’ per la
violenza tra le religioni mondiali, i cristiani probabilmente ne uscirebbero
vincitori.
Tuttavia, abbiamo questo fenomeno contemporaneo che riguarda la violenza
musulmana. Una possibile causa, credo, è che dal declino dell’Impero Ottomano non
è esistito alcuno ‘Stato guida’ (core state) nell’Islam capace di
esercitare la leadership, mantenere l’ordine e imporre disciplina.
Una seconda causa, e credo più importante, riguarda gli alti tassi di
natalità nei paesi musulmani, che hanno creato un massiccio ‘youth
bulge’ (surplus di giovani): persone tra i 15 e i 25 anni. La storia
dimostra che quando le persone in quella fascia d’età superano il 20% della
popolazione di una società, l’instabilità, la violenza e i conflitti tendono a
intensificarsi.
In molti paesi musulmani, questo surplus giovanile ha raggiunto la soglia
del 20%, dando origine alla militanza islamica, alla migrazione musulmana e
alla pressione delle società musulmane in rapida crescita sui loro vicini. Per
il prossimo futuro, quindi, le relazioni tra l’Occidente e l’Islam saranno
probabilmente distanti e acrimoniose, e talvolta conflittuali e violente. Nel
lungo periodo…” Huntington ha letto brillantemente il
nostro futuro. Era il 1997.
Una delle differenze fondamentali tra il modello politico occidentale e
quello di molte società islamiche riguarda il rapporto tra religione e potere.
In Europa, dopo secoli di guerre religiose, si è progressivamente affermato il
principio della separazione tra Stato e Chiesa.
A partire dalla Pace di Westfalia (1648), che pose fine alla Guerra
dei Trent’anni, si consolidò il principio cuius regio, eius religio —
“di chi è il territorio, di lui sia la religione” — riconoscendo ai sudditi
appartenenti a confessioni diverse il diritto di praticare il proprio culto in
forma privata. Da quel momento iniziò in Europa un lungo processo storico che
avrebbe progressivamente portato alla distinzione tra potere religioso e potere
politico, uno dei pilastri delle democrazie occidentali contemporanee.
Il caso dell’Iran rappresenta invece un modello opposto: dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha costruito un sistema politico in cui l’autorità religiosa non è separata dallo Stato ma ne costituisce il fondamento. È proprio questa differenza strutturale – più che una semplice contrapposizione religiosa – che aiuta a comprendere molte delle tensioni tra Iran e Occidente.
Un altro elemento che alimenta la percezione di un confronto più ampio tra
Iran e Occidente riguarda la strategia regionale di Teheran. Da decenni la
Repubblica islamica ha costruito una rete di alleanze con movimenti armati e
milizie in diverse aree del Medio Oriente, spesso definita dagli analisti come “Axis
of Resistance”. Questa rete include gruppi come Hezbollah in Libano, Hamas
nei territori palestinesi, milizie sciite in Iraq e il movimento Houthi nello Yemen.
Secondo numerosi studi di politica internazionale, l’Iran
utilizza questi gruppi come strumenti di proiezione strategica: attraverso
finanziamenti, addestramento militare e supporto logistico, Teheran riesce a
esercitare influenza regionale senza entrare direttamente in conflitto con gli
Stati occidentali o con Israele. Il caso di Hezbollah è particolarmente
emblematico. Il gruppo sciita libanese è stato per anni uno dei principali
beneficiari del sostegno iraniano, con stime che indicano trasferimenti di
centinaia di milioni di dollari l’anno per il suo apparato politico e militare. Allo stesso modo, Teheran ha
sostenuto nel tempo anche organizzazioni palestinesi come Hamas e la Jihad islamica, fornendo risorse finanziarie,
armi e addestramento.
Nel Golfo e nel Mar Rosso, il movimento Houthi nello Yemen rappresenta un
ulteriore tassello di questo sistema di alleanze, che consente all’Iran di
influenzare equilibri strategici cruciali come le rotte marittime e i conflitti
regionali.
Attraverso questa rete di attori non statali, spesso definita dagli
analisti come “Axis of Resistance”, Teheran ha costruito nel tempo una
forma di guerra indiretta che permette di esercitare pressione sull’ordine
regionale e sugli interessi occidentali senza un confronto militare diretto.
Questo confronto, tuttavia, non rimane confinato al Medio Oriente: negli
ultimi decenni esso ha iniziato a riflettersi anche all’interno delle stesse
società occidentali.
La crescente presenza di cittadini di origine e fede musulmana nelle
istituzioni politiche occidentali riflette trasformazioni demografiche e
sociali profonde. Negli Stati Uniti, figure politiche come Zohran Mamdani
rappresentano una nuova generazione politica emersa in società sempre più
pluralistiche.
Per alcuni osservatori, queste dinamiche rappresentano un naturale sviluppo delle democrazie liberali. Per altri, invece, riflettono una tensione crescente tra modelli di pluralismo culturale promossi da parte delle élite politiche occidentali e identità storiche percepite come parte integrante delle società europee e nord-americane.
In questo contesto, la religione diventa spesso uno strumento di
mobilitazione politica e culturale. Più che uno scontro lineare tra civiltà, il
quadro che emerge è quello di società occidentali attraversate da un confronto
interno sempre più acceso su identità, pluralismo e sul futuro delle proprie
istituzioni democratiche.
Il Regno Unito rappresenta oggi uno dei casi più emblematici di questa
dinamica. Nel paese operano da oltre vent’anni organismi di arbitrato islamico
utilizzati da alcune comunità musulmane per controversie familiari e civili,
che secondo uno studio della House of Commons Library non fanno parte del
sistema giudiziario statale ma funzionano come strutture di mediazione
religiosa. Parallelamente, come osserva il Pew Research Center, la presenza
musulmana in Europa è destinata a continuare a crescere nei prossimi decenni,
rendendo inevitabile un confronto politico e culturale sempre più intenso sul
rapporto tra pluralismo religioso e istituzioni democratiche.
Fra tutti i paesi europei, il peso della presenza musulmana nel Regno Unito
rappresenta oggi un fattore non secondario anche nelle scelte di politica
interna ed estera del governo guidato da Keir Starmer. L’atteggiamento
ambivalente o oscillante del Primo Ministro è la causa prima del raffreddamento
delle relazioni USA-UK.
Da un lato vi è una dimensione elettorale e sociale. La comunità musulmana
britannica costituisce una componente rilevante dell’elettorato urbano e
tradizionalmente vicino al Partito Laburista. Per questo motivo, l’appoggio a
politiche o leader percepiti come ostili al mondo musulmano – come nel caso del
controverso Muslim Ban promosso dall’amministrazione Trump – potrebbe
generare forti tensioni politiche e sociali all’interno del paese.
Vi è poi una dimensione ideologica. Il governo Starmer ha ribadito
un’impostazione che si richiama alla tradizione pluralista della democrazia
britannica, fondata sulla tutela delle minoranze e sulla convivenza tra
comunità religiose e culturali diverse. In questa prospettiva, un allineamento
con una retorica politica percepita come identitaria o esclusiva entrerebbe in
tensione con il modello multiculturale sviluppato nel Regno Unito negli ultimi
decenni.
Infine, esiste anche una dimensione internazionale. Il Regno Unito ospita
una vasta diaspora proveniente da paesi a maggioranza musulmana e mantiene
relazioni economiche e diplomatiche significative con numerosi stati del Medio
Oriente e dell’Asia meridionale. Per questo motivo, la leadership britannica
sembra essere posizionata tra l’incudine e il martello. Le scelte di Starmer
riflettono una realtà politica ormai evidente: nel Regno Unito contemporaneo,
la presenza islamica detta, dietro le quinte, visioni e decisioni lontane dalla
Britannia di Churchill, come Trump ha ricordato nella sua recente conferenza
stampa.
Ecco che la realtà britannica e non
solo, ci fa pensare a quale sarà il futuro dell’Occidente, che, apparentemente
si gioca su uno snodo cruciale: da un lato la fermezza delle istituzioni,
dall’altro la capacità di esercitare quel soft power culturale che
potremmo paragonare alla saggezza dei nonni. Se alcune correnti dell’Islam
politico stanno vivendo una fase di espansione demografica e fervore radicale —
che per certi aspetti ricorda i periodi più bui della storia europea —
l’Occidente possiede un vantaggio decisivo: l’esperienza storica. La consapevolezza,
maturata attraverso secoli di conflitti religiosi, che il potere della forza è
sempre effimero rispetto alla forza della cultura.
L’Iran, o meglio la Persia ha influenzato il mondo anche attraverso il
potere politico e militare, ma soprattutto grazie a una raffinatezza estetica,
poetica e filosofica che ha finito per trasformare persino i suoi
conquistatori, dai Mongoli agli stessi dominatori arabi. In questo senso,
l’Occidente potrebbe proporsi non tanto come un antagonista militare, quanto
come un mentore civile, capace di offrire un modello in cui libertà
individuale, creatività e pluralismo risultano più attraenti del dogma.
Il futuro dipenderà dalla capacità
delle società occidentali di muoversi lungo tre direttrici fondamentali.
Riscoprire la propria identità.
Non si può trasmettere nulla se non si
è consapevoli di ciò che si è. L’Occidente non deve rinunciare ai propri
principi di libertà, pluralismo e separazione tra religione e Stato, ma
presentarli come conquiste storiche maturate attraverso conflitti e trasformazioni.
Valorizzare le voci moderate e
intellettuali.
Come la cultura persiana seppe mitigare
l’impeto guerriero di epoche turbolente, anche oggi le correnti riformiste e
intellettuali del mondo islamico — spesso marginalizzate o perseguitate nei
propri paesi — rappresentano interlocutori fondamentali per costruire un
terreno di dialogo e stabilità.
Affrontare la pressione demografica
giovanile.
Senza opportunità educative, culturali
ed economiche capaci di sostituire la retorica del martirio con quella del
progresso e della dignità individuale, il cosiddetto youth bulge
continuerà ad alimentare tensioni e radicalizzazioni.
In definitiva, se alcune correnti del
mondo islamico rappresentano oggi l’energia turbolenta della giovinezza,
l’Occidente potrebbe incarnare l’autorità dell’esperienza: quella di una
civiltà che ha attraversato l’Inquisizione, le guerre di religione e le
tragedie del Novecento, trasformando gradualmente quei conflitti in istituzioni
fondate sul diritto, sulla scienza e sulla libertà.
Il futuro, quindi, non sarà un’omologazione delle civiltà, ma una convivenza inevitabilmente complessa. In questo equilibrio fragile, la vera forza dell’Occidente potrebbe non essere la superiorità militare, ma la sua inesauribile capacità di attrarre attraverso la cultura, la ragione e la libertà.
Kazakhstan, al via nuove riforme costituzionali per rendere ancora più attrattivo il Paese
di Francesco Lombardi, Generale di Divisione, già Vice-Direttore dello IASD.
Il
Presidente del Kazakhstan, Kassym-Jomart
Tokayev, intende proseguire nel suo progetto di riforma della repubblica
attraverso importanti innovazioni costituzionali oltre che ambiziosi progetti
economici, industriali e commerciali, peraltro già tracciati in suoi precedenti
interventi pubblici.
Nel
suo recente discorso al Congresso,
infatti, ha delineato una serie di proposte che intende portare avanti per
modernizzare la governance del Paese
ed assicurare stabilità politica ed istituzionale, avvicinando ulteriormente la
grande repubblica centroasiatica alle più avanzate democrazie del pianeta. Il
Presidente ha poi sottolineato una serie di priorità che guideranno la sua
politica nel breve e medio termine, per favorire lo sviluppo economico nel
solco dei mutamenti tecnologici e digitali che stanno influenzando moltissimi aspetti del vivere
moderno.
Il Presidente Tokayev
deve aver ben chiaro che i grandi investitori internazionali sono alla ricerca
di nazioni caratterizzate da stabilità istituzionale ed infrastrutture efficienti
dove far confluire i loro capitali, vieppiù in un periodo come l’attuale,
caratterizzato da terremoti geopolitici non registrati nei decenni passati.
Pertanto, intende presentare alla comunità internazionale, nel volgere di pochi
anni, un paese istituzionalmente saldo, ancorato a principi liberali e certezza
del diritto, rispettoso delle regole democratiche, con efficienti
infrastrutture normative, materiali ed organizzative.
Più
nello specifico, il leader kazako ha
presentato un pacchetto di riforme costituzionali e istituzionali volte a
modernizzare il sistema statale, chiarire l’architettura di governance e rafforzare la stabilità
politica a lungo termine. Al centro del discorso vi sono state le proposte per
formalizzare le regole di successione presidenziale, istituire la carica di
Vicepresidente e passare a un modello costituzionale fondamentalmente nuovo, da
ratificare comunque con referendum.
Tra le innovazioni istituzionali di maggior rilievo, prossime
venture, un nuovo Parlamento unicamerale, definito Congresso (Qurultay), che
dovrà essere “snello e funzionale”, composto di 145 seggi complessivi, tre
vicepresidenti e non più di otto commissioni parlamentari. Oggi, il Parlamento
kazakho è strutturato su un’Assemblea di 98 deputati e un Senato di 40 (questi
ultimi eletti dalle regioni, dai comuni di Almaty, Astana e Shymkent e nominati
per un quarto dal Presidente). Il nuovo Congresso dovrebbe avere una durata di cinque
anni. Tokayev ha spiegato che tale configurazione consentirebbe un funzionamento
più efficace dell’organo legislativo e una maggiore attenzione sulle priorità
di sviluppo del Paese. L’elezione dei deputati su base proporzionale mira, inoltre,
a responsabilizzare i partiti, avvicinandoli alle effettive esigenze dei
cittadini.
Il nuovo Congresso sarà affiancato da un Consiglio del Popolo
finalizzato a dare rappresentatività ai gruppi etnici e alle principali
comunità sociali del Paese. Tale Consiglio sarà composto da 126 membri: 42
rappresentanti delle associazioni etno-culturali, 42 rappresentanti delle
amministrazioni locali e 42 rappresentanti organizzazioni pubbliche. Nel nuovo
organismo non ci sarà più una quota di membri riservata al Presidente.
Queste
preannunciate riforme fanno seguito a quelle del 2022 (tra cui l’istituzione
della Corte costituzionale, la creazione di corti di cassazione e il
riconoscimento dello status costituzionale al Commissario per i diritti umani –
Ombudsman) che, ha tenuto a precisare il Presidente Tokayev, hanno rafforzato
lo Stato di diritto, potenziato la tutela delle prerogative dei cittadini, chiarito
le responsabilità delle istituzioni ed accresciuto il senso di partecipazione.
Di
rilievo anche la prossima istituzione dell’Ufficio del Vicepresidente, nominato
dal Presidente con il consenso del Parlamento. La nuova figura sarebbe il
naturale sostituto in caso di impedimenti del Presidente, occupandosi comunque
di materie e tematiche a lui delegate. Quest’ultima innovazione, unitamente
alla definizione in Costituzione delle regole per la successione presidenziale,
mirano a dare stabilità alla governance
della Repubblica evitando, anche in situazioni di crisi, problematiche sul
lineare passaggio di poteri e responsabilità. Modifiche che saranno inserite in
una nuova Costituzione, la cui scrittura sarà affidata ad una specifica
Commissione, per poi essere sottoposta al voto popolare.
Emerge,
tra l’altro, nelle riforme annunciate, la ricerca di un sistema di check and balance come nelle più
avanzate democrazie, dando centralità alla Costituzione da un lato e rassicurando
quegli investitori attirati da istituzioni stabili e chiaramente regolamentate,
dall’altro. Infatti, un sistema
politico che distribuisce il potere tra diversi rami di governo (esecutivo,
legislativo, giudiziario) previene abusi, garantisce che ogni istituzione possa
mitigare derive autoritarie di altre, assicurando responsabilità e stabilità.
Accanto
a queste proposte, Tokayev ha annunciato una serie di politiche che intende da
subito avviare od implementare, in linea con lo spirito dei mutamenti costituzionali
suindicati. Vuole, al riguardo, perseguire una politica estera, equilibrata,
saldamente ancorata agli interessi nazionali, finalizzata alla ricerca di
soluzioni diplomatiche non conflittuali.
Enfasi
particolare alle politiche ambientali ed idriche. Le scelte del periodo
sovietico hanno lasciato al Kazakhstan in eredità problemi di non facile
soluzione, in particolare per quel che attiene alla disponibilità di acque per
usi civili ed agricoli. L’intera regione è attraversata da contese tra i Paesi coinvolti
nel controllo delle disponibilità idriche. Il Presidente Tokayev, identificando
l’acqua come una risorsa strategica nazionale e regionale, intende avviare
politiche da condividere con le repubbliche confinanti per soluzioni valide ed
efficaci. Ha proposto, in proposito, l’istituzione di un’Organizzazione
Internazionale per l’Acqua nell’ambito delle Nazioni Unite.
Le
scelte del Presidente che da 7 anni governa la più estesa delle Repubbliche
centroasiatiche evidenziano la volontà di guidare il Paese verso istituzioni
moderne con interventi ambiziosi e significativi, talvolta repentini, ma allo
stesso tempo senza scossoni. Una transizione altamente rispettosa della storia
del Kazakhstan, delle sue tradizioni e della pluralità delle culture. Infatti,
il discorso del Presidente si è concluso con le necessità dello sviluppo
culturale e spirituale della nazione. Il successo delle riforme politiche ed
economiche dipende anche dalla trasformazione della coscienza pubblica e dal
rafforzamento dei valori nazionali. La scelta di utilizzare il termine Qurultay per il prossimo Congresso Nazionale,
come nel medioevo era chiamato il concilio
politico militare dell’aristocrazia mongola ed altaica, intende certamente
realizzare un legame con le radici del popolo kazako. La ricerca storica
e culturale, unitamente a una maggiore conoscenza, anche in ambito
internazionale, del passato kazako contribuirà a cementare l’identità nazionale e legare popolo e istituzioni.
OPERATION “ABSOLUTE RESOLVE”
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
La domanda da porsi di fronte alle critiche internazionali sull’estrazione di Nicolás Maduro da parte delle forze armate statunitensi è semplice: quali diritti umani sarebbero stati violati? La risposta più immediata è altrettanto semplice: quelli dei narcotrafficanti. Tuttavia, poiché quasi nessuno sembra ricordare il contesto e i precedenti, è necessario tornare indietro per comprendere ciò che sta accadendo oggi.
Il kirchnerismo in Argentina, insieme al castro-chavismo
cubano-venezuelano, ha rappresentato uno dei principali nemici della stabilità
democratica del Sud America, contribuendo all’instaurazione e al consolidamento
di regimi autoritari. Il caso del Nicaragua è emblematico, ma il vero centro
operativo è sempre stato Cuba. Non a caso, Nicolás Maduro era protetto da
agenti cubani, come raccontavano apertamente gli stessi venezuelani. Ed è
significativo che gli unici a perdere la vita durante l’operazione siano
stati proprio gli agenti cubani incaricati della sua protezione.
A partire dal 2007, il regime castro-chavista ha avviato un processo
sistematico di espropriazione delle risorse. Sotto Maduro, il prodotto interno
lordo del Venezuela si è ridotto di circa l’80% in meno di un decennio,
spingendo gran parte della popolazione a sopravvivere con pochi dollari al mese
e causando il collasso dei servizi essenziali.
Tre figure hanno segnato in modo particolarmente negativo il destino del
Sud America: Lula, i Kirchner e Hugo Chávez, spesso
definiti “i tre cavalieri dell’Apocalisse”, affiancati dal regime cubano e
responsabili del disastro regionale. È noto, inoltre, che Chávez e Maduro
furono preparati politicamente a Cuba sotto la supervisione di Fidel Castro per
prendere il controllo del Venezuela, come documentato da Cara e’ Crimen
di Pablo Medina.
A ciò si aggiunge un elemento cruciale: le elezioni venezuelane sono
state oggetto di frode sistematica. I verbali non sono mai
stati resi pubblici ed è ampiamente riconosciuto che Nicolás Maduro non sia il
presidente legittimamente eletto. Su di lui grava inoltre un’accusa gravissima:
quella di essere il capo del cosiddetto Cartel de los Soles,
organizzazione narcotrafficante infiltrata nelle istituzioni statali.
Come rileva LLilia Lemoine “Improvvisamente molti parlano di diritto internazionale e si autodefiniscono esperti. Ma quando nel 1992 il chavismo bombardò il Palazzo di Miraflores per prendere il potere, causando la morte di tra le 300 e le 400 persone civili, nessuno intervenne. Fu un’azione militare e allora non si sollevò alcuna protesta.”
Il chavismo è ancora presente in Venezuela e continuerà a esserlo. Proprio
per questo, la transizione non potrà che essere lunga e complessa. Coinvolge
molte persone oggi spaventate — e a ragione — perché hanno finalmente compreso
che non si trattava di una minaccia vuota: non si negozia con criminali, non
si stringono accordi con dittatori.
Gli Stati Uniti non hanno invaso il Venezuela. Non hanno bombardato
scuole, ospedali o infrastrutture civili. Hanno condotto un’operazione mirata
per estrarre un narcoterrorista. Non c’è stato alcun attentato contro la vita,
la libertà o la proprietà della popolazione venezuelana. È stata un’operazione
chirurgica, in cui sono stati colpiti esclusivamente coloro che difendevano il
dittatore e lavoravano per lui.
Chiunque abbia parlato con un rifugiato venezuelano conosce racconti di
violenze, torture, detenzioni arbitrarie. Gli oltre otto milioni di venezuelani
che hanno lasciato il Paese non lo hanno fatto per ambizione personale, come
spesso accade ai migranti economici, ma per sopravvivere. Eppure, numerosi
esponenti del mondo dei diritti umani hanno protestato contro l’azione statunitense,
senza chiedersi chi sarebbe davvero disposto a scendere in piazza a favore
di Maduro.
Il contesto geopolitico è essenziale per comprendere il momento
dell’intervento. Prosegue infatti l’assedio petrolifero volto a
chiudere il rubinetto del greggio venezuelano, colpendo indirettamente Russia e
Cina e testando al contempo la disponibilità di Putin a favorire l’uscita di
scena di Maduro. Il Venezuela rappresenta un asset energetico e finanziario
strategico per Mosca: attraverso società come Rosneft, il petrolio venezuelano
a forte sconto ha garantito liquidità, partecipazioni nei giacimenti e canali
opachi per aggirare le sanzioni.
Il blocco petrolifero colpisce la Russia in modo strutturale. In
un’economia fortemente dipendente dalle rendite energetiche, il petrolio
venezuelano ha funzionato come valvola di compensazione per finanziare
operazioni fuori dai circuiti ufficiali. Interrompere questi flussi riduce la
flessibilità finanziaria di Mosca e aumenta i costi interni, già aggravati
dalla guerra in Ucraina. Il Venezuela, inoltre, è un hub per l’elusione delle
sanzioni attraverso triangolazioni e rietichettature. Con il blocco, tali
operazioni diventano più costose, rischiose e meno sostenibili.
È in questo quadro che si colloca Operation Final Liberty.
Secondo la ricostruzione fornita da CCarlos Ruckauf, venerdì sera intorno alle 21 il generale Kain riceve l’informazione decisiva da un agente dell’intelligence infiltrato direttamente nel gruppo di custodia di Nicolás Maduro. L’agente comunica il luogo esatto in cui Maduro avrebbe dormito quella notte. L’azione viene affidata a un’unità Delta specificamente addestrata per intervenire in quella determinata abitazione. Maduro, infatti, alternava il pernottamento tra tre residenze diverse, per ciascuna delle quali esisteva un piano operativo dedicato.
Alle 22:40, verificate le condizioni meteorologiche favorevoli, Donald Trump dà l’ordine. È una notte di luna piena. Le forze statunitensi interrompono l’elettricità in tutta Caracas, lasciando la capitale completamente al buio. Solo chi dispone di sistemi di visione notturna può muoversi.
Entrano in azione i Night Stalkers, elicotteri progettati per
operazioni in ambienti estremamente complessi. Dodici elicotteri penetrano
nella capitale attraverso un corridoio montuoso altamente critico, mentre un dispositivo
molto più ampio — circa 150 assetti aerei, inclusi droni — viene attivato in
parallelo. I droni accecano i sistemi di difesa, mentre gli assetti in quota
colpiscono Fuerte Tiuna e l’intero apparato difensivo circostante. Le altre due
residenze di Maduro vengono attaccate simultaneamente per disorientare
completamente il dispositivo di sicurezza.
Gli unici a perdere la vita sono gli “Avispas Negras”, unità cubane
che costituivano il secondo anello di difesa del dittatore.
Il 3 gennaio 2026, l’operazione si conclude con la cattura di Nicolás Maduro. A seguito dell’arresto, la Corte Suprema del Venezuela ordina a Delcy Rodríguez di assumere le funzioni di presidente ad interim per garantire la continuità dello Stato.
In conferenza stampa, Donald Trump lancia un messaggio ambiguo a Rodríguez:
da un lato apre a un dialogo per guidare una transizione ordinata, dall’altro
chiarisce che, in caso di mancata collaborazione, potrebbe “pagare un prezzo
ancora più alto” di quello pagato da Maduro. L’opzione coercitiva resta
esplicitamente sul tavolo.
Parallelamente emergono accuse di tradimento interno. L’ex vicepresidente colombiano ed ex ambasciatore a Washington Francisco Santos afferma di essere convinto che Delcy Rodríguez abbia consegnato Maduro agli Stati Uniti per ambizione personale. Anche il figlio di Maduro, senza fare nomi, parla apertamente di tradimento ai vertici del regime.
Secondo Ron Aledo, ex analista senior della CIA, il messaggio reale dell’amministrazione statunitense — coerente con le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio — è chiaro: la transizione democratica arriverà, ma non immediatamente. Machado non è stata eletta presidente; il candidato formalmente eletto è Edmundo González, sebbene in un processo non legittimo. Gli Stati Uniti intendono gestire una fase di transizione controllata, mantenendo Delcy Rodríguez come presidente di facciata per diversi mesi.
Nel frattempo, Washington garantirà il controllo della situazione sul terreno, anche attraverso una presenza militare dissuasiva al largo di Caracas. Solo una volta ristabilita la piena stabilità, si procederà gradualmente verso elezioni e un governo autonomo. In sostanza, il Venezuela verrebbe governato indirettamente dagli Stati Uniti, almeno nella fase iniziale della transizione.
Nuova guerra tra Pakistan e Afghanistan talebano? La preoccupazione di Russia e Cina (SKY TG24).
di Claudio Bertolotti.
Il commento di C. Bertolotti a SKY TG24 MONDO (Puntata dell’11 dicembre 2025)
Il punto di partenza è lo scontro diplomatico andato in scena all’ONU: da un lato il Pakistan che rivendica i propri raid “antiterrorismo” in Afghanistan; dall’altro l’India che, rompendo gli schemi, difende apertamente i talebani, condanna i bombardamenti pakistani e denuncia il “trade and transit terrorism”, cioè l’uso politico dei valichi e dei transiti commerciali per mettere Kabul in ginocchio. È il segnale plastico di un ribaltamento: il vecchio asse talebani–Islamabad scricchiola, mentre il baricentro si sposta, gradualmente, verso Nuova Delhi.
Perché i
talebani si sono avvicinati all’India e non al Pakistan?
I talebani non stanno “scegliendo”
semplicemente l’India contro il Pakistan: stanno cercando di massimizzare
margini di manovra tra tutti gli attori regionali. Ma oggi il pendolo pende
chiaramente più verso Nuova Delhi che verso Islamabad. Dal loro punto di vista,
è razionale: chi li difende al Consiglio di Sicurezza e promette di riaprire
l’ambasciata è più utile di chi bombarda il loro territorio e chiude i valichi.
Non è una storia di affinità politiche, è puro calcolo di potere.
Per decenni la relazione con il Pakistan è
stata quella classica tra “sponsor” e proxy: l’ISI offriva santuari, logistica,
sostegno politico; i talebani garantivano profondità strategica verso
l’Afghanistan e influenza sul dossier afgano. Dopo il 2021, però, il rapporto
si è rapidamente deteriorato. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non
proteggere – il Tehrik-e-Taliban Pakistan, responsabile di una lunga serie di attentati
sul territorio pakistano. I raid aerei condotti in questi anni dentro
l’Afghanistan, ufficialmente contro il TTP, hanno prodotto vittime civili e
umiliazioni pubbliche per il governo talebano. Sullo sfondo, le tensioni
croniche sulla Durand Line, che i talebani non riconoscono come confine
legittimo, e sul muro eretto dal Pakistan lungo la frontiera alimentano una
narrazione anti–ingerenza pakistana che a Kabul è ormai dominante.
Da qui il secondo movimento: la ricerca di
autonomia e legittimità. I talebani sanno che restare inchiodati all’immagine
di “braccio armato del Pakistan” li condanna all’irrilevanza diplomatica e
all’isolamento economico. Per questo provano a costruire una politica estera
autonoma, che includa India, Iran, Russia, Cina e i Paesi del Golfo. La logica
è semplice: diversificare i partner per non restare ostaggio né di Islamabad né
di Pechino, che utilizza il Pakistan come cerniera strategica verso l’Oceano
Indiano e l’Afghanistan.
Su questo terreno si inserisce l’offerta indiana.
Nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan, l’India ha investito
miliardi in infrastrutture, scuole, dighe, edifici simbolici, costruendosi un
capitale di simpatia soprattutto nelle aree urbane. Dopo il ritorno dei
talebani al potere, Nuova Delhi ha scelto una linea di cautela pragmatica:
nessun riconoscimento formale, ma riapertura di una presenza tecnica a Kabul,
contatti politici e, nell’autunno 2025, l’annuncio della riapertura
dell’ambasciata in occasione della visita del ministro degli Esteri talebano.
In sede ONU, l’India ha articolato una posizione che parla direttamente agli
interessi di Kabul: condanna dei raid pakistani, denuncia delle pressioni
economiche sui transiti, proposta di un engagement “pragmatico e basato su
incentivi” con il governo talebano. In altre parole: niente lezioni sui
diritti, ma una disponibilità a trattare da attore a attore.
Che
ruolo hanno Russia e Cina?
In questo quadro, Russia e Cina sono i veri
garanti esterni del nuovo equilibrio intorno all’Afghanistan. Mosca è stata la
prima a rompere il tabù, riconoscendo formalmente il governo talebano e
accettandone l’ambasciatore: un gesto politico che vale molto più di tanti
comunicati. Gli obiettivi russi sono triplici: evitare che l’Afghanistan si
trasformi in una piattaforma per ISKP e altre sigle jihadiste capaci di
proiettare violenza verso la Russia e l’Asia Centrale; riaffermare il proprio
ruolo di “stabilizzatore” nello spazio ex sovietico dopo il ritiro NATO; aprire
canali di scambio, energia e accesso alle risorse minerarie afgane, in
un’ottica di lungo termine.
La Cina, dal canto suo, ha scelto una
continuità prudente ma molto concreta: ambasciata sempre aperta, accreditamento
dell’ambasciatore talebano a Pechino, visite di alto livello, inclusa quella
del ministro degli Esteri cinese a Kabul. Pechino punta a blindare i propri
corridoi strategici – in particolare la Belt and Road e il CPEC – estendendoli
all’Afghanistan per trasformarlo in un nodo di transito sino–centrico,
riducendo al minimo il fattore di rischio. Al tempo stesso, esige garanzie dure
contro ETIM e gruppi uiguri, temendo che l’Afghanistan torni a essere un
retrovia jihadista anti–cinese. L’accesso alle risorse minerarie e a progetti
infrastrutturali è un obiettivo reale, ma da perseguire – nella logica cinese –
senza impantanarsi in costose missioni militari o in avventure di nation
building.
Russia e Cina convergono quindi su tre linee:
limitare l’instabilità e le infiltrazioni jihadiste, ridurre gli spazi di
influenza occidentale e, in misura diversa, contenere anche il protagonismo
indiano; evitare un’escalation incontrollata tra Pakistan e talebani che
metterebbe a rischio investimenti, corridoi e la sicurezza dei loro partner in
Asia Centrale.
Rischio
che scoppi una vera e propria guerra?
Resta la domanda cruciale: c’è il rischio che
lo scontro degeneri in una vera e propria guerra? Dipende da cosa intendiamo
per guerra. Quella a bassa intensità è già in corso: raid aerei e colpi
d’artiglieria pakistani in territorio afghano, attacchi del TTP e di altri
gruppi armati dal lato afgano verso il Pakistan, scontri di frontiera e
chiusure intermittenti dei valichi. Questo livello di conflitto “caldo ma
gestito” è ormai la normalità lungo il confine.
Una guerra apertamente dichiarata è meno
probabile, ma non impossibile. Il Pakistan resta militarmente superiore, con
capacità convenzionali e arsenale nucleare, ma vive una crisi economica e
politica profonda che limita drasticamente la possibilità di sostenere una
campagna prolungata in Afghanistan senza pagare un prezzo interno altissimo. I
talebani, dal canto loro, non hanno alcun interesse a una guerra totale:
perderebbero infrastrutture, consenso e, soprattutto, la possibilità di
capitalizzare il riconoscimento russo, l’apertura cinese e il canale indiano.
Attori come Cina, Russia, Iran e Qatar lavorano – ciascuno per i propri calcoli
– a contenere l’escalation, anche tramite l’idea di integrare l’Afghanistan
nell’estensione del CPEC e in altri corridoi regionali. Il risultato è un
quadro in cui il rischio maggiore è la cronicizzazione di un conflitto a bassa
intensità, fatto di raid, attentati e guerre per procura; il rischio di una
guerra convenzionale dichiarata resta più basso, ma potrebbe impennarsi in caso
di attentato spettacolare in Pakistan attribuito direttamente a Kabul o di
bombardamento su larga scala con centinaia di vittime in Afghanistan.
Chi avrà
la meglio e chi rischia di più?
Chi ha più da guadagnare – e chi rischia di
più – in questo gioco? Non c’è un vero vincitore possibile. Il Pakistan, sulla
carta, può infliggere danni enormi: superiorità convenzionale, capacità
missilistiche, arma nucleare. Ma è anche l’anello più fragile: un conflitto
aperto contro un vicino ostile e imprevedibile, mentre il Paese è
economicamente in ginocchio e politicamente polarizzato, rischia di minare la
legittimità dell’establishment militare e aprire fronti interni difficilmente
gestibili.
I talebani, d’altra parte, dispongono della
profondità territoriale, della mobilità insurrezionale e del vantaggio di
combattere “in casa”. Possono usare il TTP e reti jihadiste come leva contro
Islamabad, ma ogni passo in quella direzione li allontana da India, Russia e
Cina sul dossier terrorismo. Il loro rischio maggiore è strategico: bruciare i
ponti con il Pakistan senza riuscire a soddisfare le aspettative di sicurezza
dei nuovi partner significherebbe ritrovarsi isolati, poveri, e con un Paese
sempre più vicino alla definizione di “buco nero” regionale. Nel breve periodo
il soggetto più esposto è il Pakistan; nel medio periodo, la sopravvivenza del
regime talebano dipende dalla capacità di non trasformare l’Afghanistan in un
problema ingestibile per tutti i vicini.
Che
impatto nella regione?
L’impatto sulla regione è già visibile. La
“questione afghana” torna a essere una vera arena di competizione regionale:
India, Pakistan, Iran, Russia, Cina, i Paesi del Golfo e quelli dell’Asia
Centrale cercano, ciascuno con strumenti diversi – aiuti, riconoscimento,
corridoi energetici, progetti infrastrutturali – di legare a sé Kabul e di
condizionare le scelte talebane. Se il rapporto Kabul–Islamabad resta
conflittuale, aumentano di peso le alternative: l’asse con l’Iran (porto di
Chabahar e corridoi verso l’Asia Centrale), i progetti sino–russi, eventuali
iniziative indiane pensate per bypassare il territorio pakistano.
Un Afghanistan progressivamente integrato nel
dispositivo di sicurezza russo–cinese può ridurre alcuni rischi immediati (in
primis ISKP e traffici incontrollati), ma al prezzo di aumentare la dipendenza
dei Paesi centroasiatici dall’asse Mosca–Pechino. In controluce, si profila una
normalizzazione “non occidentale” dei talebani: se India, Russia e Cina
consolidano i rapporti con Kabul senza reali miglioramenti sul piano dei
diritti umani, si consolida il messaggio che stabilità, corridoi e risorse
pesano più di inclusività, diritti delle donne e libertà civili.
Che
interesse per l’Occidente?
Per l’Occidente, la posta in gioco è
tutt’altro che marginale. La priorità immediata resta il contro–terrorismo:
impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per minacce dirette
verso Europa e Nord America. Su questo terreno, esiste una convergenza di
interessi oggettiva con India, Russia e Cina nel contenere jihadismo
transnazionale; si potrebbero aprire spazi di cooperazione tecnica
(intelligence, controllo delle frontiere, scambio di informazioni), anche in
assenza di un riconoscimento politico del regime talebano.
La stabilità del Pakistan, Stato nucleare in
crisi strutturale, è un altro punto critico: ogni dinamica che indebolisca
ulteriormente Islamabad, tra nuova ondata terroristica, crisi economica
aggravata e tensione militare con Kabul, è un problema diretto per Stati Uniti
ed Europa, non soltanto per l’India.
C’è poi il livello strategico più ampio:
lasciare la partita afghana interamente nelle mani di India, Russia e Cina
significa rinunciare a qualsiasi leva su un nodo che collega Medio Oriente,
Asia Centrale e Indo–Pacifico. Per l’Unione Europea, in particolare,
l’Afghanistan pesa in termini di migrazioni, narcotraffico, sicurezza
energetica e rapporti con l’Iran e lo spazio centroasiatico. Infine, si apre il
solito dilemma tra valori e realpolitik: più gli attori regionali normalizzano
i rapporti con i talebani, più USA e UE saranno costretti a scegliere se
mantenere una linea di isolamento fondata sui diritti – soprattutto quelli
delle donne – oppure accettare forme di engagement limitato per non essere
espulsi dal tavolo. In mezzo, c’è un Afghanistan che prova a sopravvivere,
oscillando tra vecchi sponsor e nuovi partner, e un Pakistan che rischia di
pagare il prezzo più alto di un equilibrio che, oggi, è tutt’altro che stabile.
Amore: un’infrastruttura strategica tra sicurezza cognitiva, guerra ibrida e legami emotivi
di Valentina Ciappina, Direttrice del Torino Crime.
L’amore è una delle categorie più sottovalutate
nel discorso pubblico contemporaneo, viene spesso trattato come un sentimento
privato, emotivo, intrinsecamente imprevedibile. Un fenomeno “indisciplinato”
nel senso comune del termine, qualcosa che sfugge al controllo e appartiene
alla sfera dell’intimità.
Tuttavia, se proviamo a risignificare il
concetto, liberandolo da questa cornice riduttiva, emerge una prospettiva
diversa. L’amore non è soltanto un’emozione, è un modulatore cognitivo. Incide
sulla gerarchia degli stimoli, modifica il peso dei rischi, ridefinisce le
priorità decisionali. In questo senso è davvero “indisciplinato”, non perché
privo di regole, ma perché introduce deviazioni sistematiche rispetto alle
logiche di ottimizzazione individuale. Ed è proprio questa capacità di alterare
la percezione del rischio e di ricalibrare ciò che consideriamo significativo
che rende l’amore pertinente anche in domini che gli sono tradizionalmente
estranei.
Può sembrare stonato, o addirittura azzardato, associare l’amore alla guerra. Ma se accettiamo l’idea che oggi il principale teatro del conflitto sia la mente, e non soltanto il territorio, allora risulta meno sorprendente che un fenomeno capace di incidere così profondamente sulle nostre priorità cognitive possa avere un ruolo nella comprensione della sicurezza contemporanea.
Negli ultimi anni la difesa europea ha iniziato
a pronunciare parole che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate estranee al
lessico militare: sicurezza cognitiva, resilienza epistemica, scudo cognitivo.
L’European Union Institute for Security Studies ha messo nero su bianco che non
si difendono più solo infrastrutture e confini, ma anche processi decisionali,
fiducia collettiva e assetti mentali condivisi. Il Consiglio Supremo di Difesa
italiano ha portato la guerra cognitiva sul tavolo della sicurezza nazionale:
minacce ibride, manipolazione delle percezioni, operazioni di influenza
strutturale non sono più un tema per pochi addetti ai lavori, ma una
vulnerabilità di sistema.
Eppure un punto cieco rimane: si parla molto di
come proteggere il cittadino dalla disinformazione, quasi mai di che cosa renda
quel cittadino, strutturalmente, meno manipolabile, esposto, “reclutabile”. Si
ragiona di filtri, fact-checking, norme, e molto meno di cura e responsabilità.
È proprio qui che il discorso sull’amore entra, senza retorica, come categoria
strategica.
Pensiamo a come il Cremlino negli ultimi anni ha
costruito un “secondo piano di realtà”, una versione russa dei fatti sostenuta
da troll, hacker, disinformazione sistematica, con l’obiettivo di fare della
guerra non solo un fatto militare ma un’operazione di sostituzione del mondo.
Producendo di fatto un ecosistema narrativo in cui il cittadino, russo o
occidentale, vive immerso in un campo di forze semantiche alternative, spesso
contraddittorie, il cui scopo non è convincere ma confondere, logorare e
relativizzare ogni verità.
Potremmo considerare la strategia russa una
delle forme più sofisticate di colonizzazione cognitiva. In parole semplici:
non orientare ciò che pensi, ma comprimere la struttura stessa con cui
distingui il reale dal fittizio. È, in fondo, la massima espressione di quel
“cervello ideologico” che si accontenta della versione che lo rassicura, della
comunità simbolica che gli promette appartenenza, della narrazione che lo
solleva dall’onere della complessità.
In questo scenario, l’amore torna a essere una
variabile teorica decisiva e non perché “vince sull’odio”, formula buona per
gli slogan, ma per una ragione più precisa: l’amore è l’esperienza che ancora
costringe il cervello a saldare il reale con le sue conseguenze, restituendo
peso e responsabilità a ciò che accade. Una madre che ha un figlio in trincea,
un uomo che ha la persona amata in una città bombardata, un’amica che vede
l’amica cadere in una spirale di radicalizzazione: per loro la guerra ibrida
non è un tema di talk show. È vita o morte, dignità o umiliazione. Qualsiasi
narrativa, russa, europea, americana, governativa o oppositiva, viene filtrata
attraverso questa domanda brutalmente concreta: che cosa succede a lei / a lui?
È un test empirico di realtà. L’amore produce,
per sua natura, una funzione di controllo incrociato, verifica se la narrazione
che ricevi regge quando la applichi a qualcuno che non vuoi sacrificare. Da un
punto di vista neurale, è un esperimento di salienza; il cervello assegna un
peso enorme agli stimoli che toccano il benessere di chi amiamo, e questo peso
può prevalere sulle gratificazioni identitarie offerte da un’ideologia. Da un
punto di vista fisico, è una correlazione non locale, nel senso che decisioni
prese in un parlamento o in un vertice europeo collassano immediatamente come
realtà nel microcosmo di una cucina di periferia, di un ospedale, di una
trincea. L’amore, di fatto, riduce la distanza tra livello strategico e livello
esistenziale.
E se vi sembra ancora strano parlare di amore,
provate a interrogarvi sul perché la propaganda funziona più facilmente su chi
non ha nulla da perdere o nessuno da proteggere, perché le guerre ibride
puntano a isolare, a polarizzare, a distruggere le comunità, perché il calcolo
politico più cinico si affida sempre alla stanchezza emotiva dell’elettorato e
mai alla sua capacità di immaginare un futuro condiviso.
Forse perché l’amore, nelle sue forme più
esigenti, introduce un vincolo che nessuna operazione cognitiva può replicare.
Del resto, quando amate qualcuno, anche senza rendervene conto, la vostra
funzione di realtà cambia, si ridefiniscono i pericoli, viene ricalibrato
l’orizzonte temporale delle decisioni. La mente, che la propaganda vorrebbe
reattiva e impulsiva, diventa improvvisamente lenta, riflessiva, difficile da
spostare.
Se guardiamo al rischio di elezioni anticipate
in Italia attraverso questa lente, la dimensione cognitiva è evidente. Analisi
recenti descrivono la tentazione di capitalizzare sull’oggi per evitare perdite
di consenso domani. Questo passa attraverso la volontà di anticipare il voto
prima che arrivino l’esaurimento dei fondi del PNRR, le manovre più impopolari,
la possibile erosione del consenso e l’effetto dei referendum sulla giustizia.
Tutto ciò non è una peculiarità nostrana, ma il riflesso di una politica che
ragiona sempre di più in termini di finestre di opportunità emozionale, non di
cicli strutturali. L’elettore viene trattato come un sistema da sollecitare nel
momento in cui è più disponibile a confermare il presente, prima che il futuro
presenti il conto.
Capite bene che in una “democrazia” esposta al
rischio della guerra e a ingerenze esterne, questo gioco diventa estremamente
pericoloso. Se il voto si concentra in un punto temporale scelto in base a
calcoli di convenienza narrativa e non in base alla maturazione reale dei
dossier economici, sociali, strategici, diventa, di fatto, una consultazione
sullo stato d’animo più che sulla direzione di marcia. Di conseguenza si presta
a essere terreno ideale per tutte le “brigate”, russe, cinesi, interne,
corporate, che lavorano sulle emozioni come il risentimento, la paura,
l’esasperazione, l’illusione di salvezza.
In questo senso, l’amore, inteso come legame
concreto e non come slogan, introduce un’altra forma di razionalità politica.
Quando un cittadino ama, non chiede solo “chi ci governa domani?”, ma “che cosa
succede tra cinque, dieci anni alle persone a cui tengo, se oggi assecondo
questo impulso?”. È una forma di discount rate diverso: meno orientato al
presente immediato, più sensibile al danno accumulato nel tempo. In termini di
fisica economica, si potrebbe dire che l’amore abbassa il tasso di sconto
temporale, rendendo meno accettabile bruciare il futuro per massimizzare un
guadagno transitorio di consenso.
Questo non significa che l’amore renda
automaticamente “migliori” le scelte, ma che introduce nel calcolo politico un
vincolo intergenerazionale che la pura lotta per il potere tende a espellere.
L’elettore che resta solo individuo-consumatore può essere guidato da incentivi
immediati, bonus, paure a breve raggio. L’elettore che si percepisce come nodo
in una rete di legami affettivi, familiari, comunitari è più difficile da
orientare con tecniche puramente impulsive.
C’è poi il livello europeo. Se la difesa comune
è, come molti analisti definiscono, non solo un problema di industria e
capacità, ma anche di opinioni pubbliche e fiducia reciproca tra Paesi, allora
la domanda diventa: su cosa si fonda, in ultima analisi, la volontà politica di
difendere l’altro? Che cosa rende credibile, agli occhi di un cittadino
italiano, il fatto che valga la pena spendere risorse per l’Ucraina, per la
sicurezza del Baltico o per le infrastrutture critiche di un altro Stato
membro?
Di nuovo, l’amore, declinato come capacità di
riconoscere nell’altro una vulnerabilità analoga alla propria, è il
prerequisito minimo di qualsiasi solidarietà strategica. Senza questo
slittamento cognitivo, l’Europa resta una somma di interessi che si incrociano
solo finché conviene. Diversamente, può diventare, almeno potenzialmente, uno
spazio in cui la sicurezza dell’altro rientra nella mia funzione di utilità
perché non posso più pensare me stesso come isola. In altri termini, si
potrebbe parlare di empatia strutturata; quella che i filosofi definirebbero
una forma embrionale di amor mundi.
Tutto questo porta a una conclusione che può
sembrare scandalosa in un dibattito sulla sicurezza, ma è coerente con il
ragionamento fin qui sviluppato: un sistema politico che erode sistematicamente
i legami affettivi, comunitari, intergenerazionali indebolisce anche la propria
difesa cognitiva. Una società di individui isolati, saturi di stimoli ma poveri
di relazioni significative, è più esposta alle brigate di troll, alle campagne
d’odio, alle scorciatoie autoritarie travestite da efficienza. Al contrario,
una società in cui esistono ancora reti di cura reale, responsabilità
reciproca, adesioni non puramente identitarie ma concrete, genera menti meno
disponibili a farsi usare come terreno di guerra.
In questo senso, l’amore è un vincolo teorico
che ogni strategia di risposta alla guerra ibrida dovrebbe integrare, se vuole
essere lungimirante. Parlare di neurorights, di sovranità digitale, di scudi
cognitivi senza interrogarsi su che cosa i cittadini vogliono proteggere, quali
volti, quali storie, quali legami, significa costruire mura senza decidere che
cosa c’è dentro la città.
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