Un confronto tra la Russia e la NATO? È un (pericoloso) rischio non calcolato da Mosca.
di Claudio Bertolotti.
Le recenti dichiarazioni di Vladimir Putin dal Pacifico, dove il presidente russo ha minacciato ritorsioni in caso di sequestro di navi mercantili della Federazione e ha evocato un rischio di confronto con la NATO, si inseriscono in una fase di crescente pressione militare e strategica sulla Russia. Quasi contemporaneamente, l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro obiettivi in Crimea e contro il porto di Novorossiysk, rivendicando un’operazione definita “senza precedenti” e sostenendo di aver compromesso in modo sostanziale la capacità russa di utilizzare la Crimea come base navale.
Sono eventi distinti, ma non necessariamente scollegati poiché la questione su cui tutto si incardina è comprendere se essi rappresentino segmenti di una stessa dinamica di escalation.
A guardare lo scenario che si sta prospettando, non credo che gli ultimi eventi indichino una maggiore volontà russa di arrivare a un conflitto con la NATO. Anzi, partirei dall’assunto opposto: Mosca non vuole una guerra diretta con l’Alleanza, perché ne conosce costi, rischi e soprattutto l’imprevedibilità. Il problema, però, è che molte delle mosse che la Russia sta compiendo sembrano spingerla proprio nella direzione che vorrebbe evitare, ed è questo, a mio avviso, l’elemento più preoccupante.
E, dunque, le dichiarazioni di Putin sui possibili sequestri di navi mercantili russe vanno lette in questa prospettiva, ma non sono necessariamente il preludio a una decisione di confronto con la NATO, quanto piuttosto un tentativo di ristabilire una capacità di deterrenza che Mosca percepisce come progressivamente erosa. In questa prospettiva, credo che il messaggio voglia essere: “se colpite i nostri interessi, noi allargheremo lo spazio nel quale siamo disposti a rispondere”. Ma proprio qui nasce il rischio.
Gli attacchi ucraini contro la Crimea e, soprattutto, contro Novorossiysk accentuano questa dinamica poichè Kiev sta progressivamente riducendo gli spazi di sicurezza operativa della Russia nel Mar Nero. Sebastopoli è diventata molto più vulnerabile e parte delle capacità navali russe è stata trasferita verso Novorossiysk, e colpire anche quest’ultima significa cercare di dimostrare che non esiste più un retroterra realmente sicuro per la Flotta del Mar Nero.
Questo non implica che la Russia abbia “perso” la Crimea in senso militare. Sarebbe un grave errore di analisi poiché la Russia, nonostante questi eventi emotivamente coinvolgenti, mantiene il vantaggio tattico su tutti i fronti del campo di battaglia. Ma la penisola rimane fondamentale come piattaforma logistica, aerea e missilistica, per quanto la sua funzione di santuario navale sia stata seriamente compromessa. E quando una grande potenza vede restringersi i propri margini di manovra tende a cercare compensazioni altrove. È un bilanciamento lineare, quasi scontato.
È qui che collegherei gli attacchi ucraini alle parole di Putin. Non attraverso una relazione immediata di causa ed effetto, ma attraverso una più ampia dinamica di azione, reazione e compensazione. L’Ucraina aumenta la pressione nel Mar Nero, mentre Mosca, dal canto suo, cerca di ampliare lo spazio della propria deterrenza, prospettando ritorsioni anche lontano da quel teatro. E così il conflitto tende ad allargarsi sul piano geografico senza che nessuno dei principali attori dichiari di volerlo allargare su quello politico.
E qui si impone il paradosso in cui la Russia non vuole provocare la NATO per trascinarla deliberatamente in guerra sebbene, nel tentativo di dimostrare di non essere vulnerabile, moltiplichi le occasioni nelle quali potrebbe verificarsi un confronto con un Paese dell’Alleanza: una nave intercettata, una scorta militare che interviene, un’azione interpretata come ostile, una risposta sproporzionata, un errore di valutazione.
Per questo sarei prudente nell’affermare che «stanno crescendo le possibilità di una guerra Russia-NATO». Non cresce necessariamente la volontà politica di quella guerra, quanto piuttosto cresce la probabilità che si creino le condizioni perché essa possa iniziare senza essere stata realmente scelta.
Ed è forse questo l’aspetto più grave perché, lo sappiamo dalla lettura storica dei conflitti, le guerre non cominciano sempre perché qualcuno decide consapevolmente di iniziarle, ma possono cominciare anche attraverso una successione di decisioni razionali prese singolarmente, ma che, sommandosi, producono un risultato irrazionale nel suo insieme.
E così, oggi vediamo qualcosa di simile, in cui Mosca cerca di evitare di apparire debole, Kiev cerca di ampliare la vulnerabilità russa, i Paesi europei cercano di restringere ulteriormente gli spazi economici e marittimi della Russia. Insomma, ognuno cerca di controllare l’escalation, ma contemporaneamente contribuisce ad alimentarla.
Il punto, dunque, non è che Putin voglia la guerra con la NATO, ma è che la Russia continua a compiere mosse che possono avvicinarla a quella guerra senza volerla, e forse senza essere pienamente in grado di governare il processo che sta mettendo in moto. Ed è proprio questa perdita progressiva di controllo sull’escalation, più che una deliberata volontà di confronto, ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente.