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IL GIOCO REPUBBLICANO

Casse piene, maggioranza nelle Camere, ma tutti appesi a un filo, quello di Trump ovviamente.

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

La scorsa settimana sono stata al comizio di Donald Trump a sostegno di Darline Graham. Darline è la sorella del celebre senatore Lindsey Graham, morto improvvisamente per un malore dopo un viaggio in Ucraina. Com’è consuetudine negli USA quando un seggio si rende vacante, un familiare stretto viene designato per completare il mandato: in questo caso la sorella ne ha preso il posto per i cinque mesi rimanenti, con il pieno appoggio dei vertici del partito. Poi ha deciso di candidarsi davvero, e a novembre ci sarà il suo nome sulla scheda per i repubblicani.

In questo contesto ho potuto analizzare nuovamente la politica dei Repubblicani oggi, con i mid-term in arrivo e le presidenziali dietro l’angolo. Se da un lato abbiamo i Democratici che litigano fra di loro per la nascita di una seconda corrente molto di sinistra e contraria ai fondamentali americani (come visto nell’articolo “Tra i due litiganti), i Repubblicani hanno a loro volta una serie di problemi non indifferenti.

Sul fronte finanziario non c’è partita: il comitato nazionale repubblicano (RNC) ha 129 milioni in cassa e zero debiti, mentre quello democratico (DNC) è ufficialmente in rosso con 16 milioni in cassa e 18 milioni di debiti. Eppure, il denaro non compra il consenso: a luglio il 43% degli elettori registrati dichiarava che avrebbe votato un candidato democratico al Congresso, contro il 37% per un repubblicano.

Tuttavia, la decisione di Trump di combattere contemporaneamente su così tanti fronti — economico, giudiziario, interno e internazionale — sta logorando la coesione stessa del Partito Repubblicano. Dal punto di vista interno, non sarà probabilmente possibile veder passare il SAVE America Act: il provvedimento che introduce l’obbligo di documentare la cittadinanza al momento dell’iscrizione alle liste elettorali e di esibire un documento con fotografia per votare alle elezioni federali, ha superato la Camera per 218 voti contro 213, ma è bloccato al Senato per la mancanza dei 60 voti necessari. Il capogruppo repubblicano John Thune ripete da mesi che quei voti non esistono, e il suo gruppo si è persino rifiutato di abolire il filibuster come chiesto da Trump per sbloccarlo.

Questo stallo legislativo costringe il partito a muoversi per decreti e vie legali, esponendosi alle decisioni della Corte Suprema. Se il 24 agosto la Corte ha dato via libera alle restrizioni sul voto per posta, lo scorso 29 giugno ha invece inflitto una dura sconfitta a Trump, stabilendo che gli Stati possono validare le schede spedite entro il giorno del voto anche se arrivano dopo. A pesare, in quella decisione, non è stata la minoranza liberal ma la defezione dei giudici Roberts e Barrett: la seconda nominata da Trump stesso. Il presidente l’ha definita una sconfitta enorme.

Poi ci sono i prezzi. A luglio l’inflazione è al 3,4%, in leggero calo, ma i salari crescono meno: 3,2%. Tradotto, da quattro mesi gli aumenti di stipendio spariscono prima di arrivare in tasca, e la benzina costa ancora un quarto in più rispetto a un anno fa. Ecco perché il messaggio sul carovita non attecchisce: gli americani non leggono le statistiche, guardano lo scontrino.

Scott Bessent, il segretario al Tesoro, ripete che il carovita l’amministrazione l’ha ereditato, non creato. Intanto però il debito pubblico ha superato i 40.000 miliardi di dollari, e i soli interessi sono costati 963 miliardi in dieci mesi: un dollaro ogni sette spesi dal governo federale serve a pagare gli interessi sul debito, prima di qualunque politica. Alla domanda su come se ne esca, Bessent risponde che gli Stati Uniti cresceranno abbastanza da rendere quel debito sostenibile: non ripagandolo, ma facendo crescere l’economia più in fretta di quanto cresce il debito, così che il peso relativo si riduca da solo.

La frattura più profonda si consuma però sulla politica estera, dove il Partito Repubblicano si spacca letteralmente in tre.

L’accordo con l’Iran ha infranto la coalizione che portò Trump alla Casa Bianca. Da una parte si schierano gli isolazionisti del “basta guerre altrui“, contrari al conflitto fin dal principio. Dall’altra scalpitano i falchi, che vedono nell’intesa una resa incondizionata: sanzioni allentate, fondi scongelati, 300 miliardi concessi per la ricostruzione e sessanta giorni di trattative senza alcuna contropartita. Nel mezzo restano i fedelissimi, pronti ad approvare ogni decisione presidenziale. La vera novità è che gli ultimi a muoversi contro Trump sono stati proprio i falchi filo israeliani, ovvero i suoi storici alleati, come ho già raccontato in La Vittoria di Pirro. Tre anime, quindi, che sull’unica domanda che conta — quando vale la pena combattere — rispondono in tre modi opposti.

Sulla difesa, la contraddizione emerge dritta dagli atti del Congresso. La strategia militare approvata quest’anno stabilisce che la priorità assoluta dell’America sia la Cina e che il teatro principale resti il Pacifico. Durante un’audizione alla Camera, la deputata Marilyn Strickland ha domandato a Elbridge Colby, il sottosegretario autore di quel documento, se la linea fosse ancora quella: Cina al primo posto, Pacifico prioritario e risorse limitate da gestire con rigida disciplina. Colby ha risposto di sì per tre volte. Peccato che la domanda successiva riguardasse le operazioni navali e aeree condotte contro l’Iran nella settimana precedente. È l’esatta misurazione del vuoto strategico: una dottrina scritta che punta in una direzione e una flotta reale che naviga da tutt’altra parte.

Il nodo, tuttavia, non è esclusivamente militare. Come fa notare Rahm Emanuel — ex capo di gabinetto di Obama, poi sindaco di Chicago e ambasciatore a Tokyo, che non ha escluso una candidatura democratica alle presidenziali del 2028 — Trump sta sprecando la grande occasione di isolare Pechino. La mossa corretta sarebbe unire in un solo blocco economico Giappone, Corea, Australia, Taiwan, Unione Europea e America Latina, anziché colpire indistintamente tutti con i dazi.

La strategia cinese punta a rendere il mondo dipendente da Pechino e la Cina indipendente dal mondo. Se Washington blocca le esportazioni di soia, Pechino si limita a comprarla in Brasile o in Argentina. Se un singolo Paese alza la voce, viene punito economicamente in isolamento, senza che nessuno lo difenda. È un gioco che alla Cina riesce facile, finché tratta con un avversario alla volta. Un grande blocco alleato toglierebbe a Pechino proprio questo potere: la possibilità di scegliersi la vittima. Inoltre, offrirebbe all’Occidente il tempo necessario per ricostruire la capacità industriale e tecnologica persa negli ultimi trent’anni. Emanuel la definisce la strategia di isolate the isolator. I dazi di Trump ottengono l’effetto opposto: colpiscono gli alleati insieme ai rivali, costringendo ogni singola nazione a negoziare per conto proprio.

Nel frattempo, la Cina alza il livello dello scontro con le Filippine nel Mar Cinese Meridionale e attorno alle isole Senkaku, dove conduce manovre militari congiunte con la Russia senza alcuna reazione visibile da parte americana. Il Giappone si ritrova così sotto una fortissima pressione economica, politica e militare. Questo accade proprio mentre Sanae Takaichi, prima donna alla guida del governo di Tokyo, ha pronunciato ad alta voce ciò che Washington chiedeva invano da tre decenni: che un attacco a Taiwan rappresenterebbe una minaccia diretta alla sicurezza nazionale giapponese. Ma dopo averlo dichiarato, Pechino si è infuriata e il più cruciale alleato asiatico degli Stati Uniti è solo.

In questo scenario si inserisce l’Europa nel ruolo del classico vaso di coccio. Nessuna delle tre correnti politiche americane la considera una priorità. La dottrina attuale la relega a teatro secondario. C’è chi difende lo storico impegno statunitense nel Vecchio Continente, ma è ormai in netta minoranza tra i Repubblicani: Mitch McConnell, che ha guidato il partito al Senato per vent’anni, ha votato contro la nomina di Colby e ha definito la sua linea un vero e proprio autolesionismo geostrategico: abbandonare l’Europa e l’Ucraina per concentrarsi solo sull’Asia non è una mossa astuta sullo scacchiere, ha avvertito, ma un autolesionismo che rende gli avversari più arditi e apre crepe fra l’America e i suoi alleati. McConnell, senatore del Kentucky dal 1985, ha guidato i repubblicani al Senato dal 2007 al 2025.

D’altra parte, sappiamo bene in che acque noi europei stiamo navigando, e le critiche da oltre oceano su Bruxelles, come troppo burocratica, non ci vengono risparmiate. L’unico a essere citato con favore è Mario Draghi, il cui rapporto sulla competitività viene riconosciuto come il tentativo più serio di mettere a fuoco il problema. L’Europa, sostiene Emanuel, ha partecipato alla propria asfissia soffocando innovazione e competitività sotto il peso delle regole. Lui però smonta anche la tesi corrente secondo cui i guai europei nascerebbero da politiche di sinistra: la cancelliera che dopo Fukushima chiude le centrali nucleari, rendendo la Germania dipendente dal gas russo, e nel 2015 apre le frontiere, è Angela Merkel, e viene dalla CDU. Oggi l’industria tedesca perde 10.000 posti di lavoro al mese sotto i colpi della concorrenza cinese, 124.000 nel solo 2025, per metà nell’automotive. Washington, in tutto questo, invece di offrire sostegno, alimenta le tensioni interne europee.

Ultimo argomento, non certo per importanza: le presidenziali. Il partito ha un favorito ma non un erede.  Trump indica JD Vance come successore naturale, salvo poi citare anche Marco Rubio nella stessa frase, e ventilare che si presentino insieme: una benedizione tenuta volutamente ambigua, perché finché non si pronuncia resta lui il centro di gravità del partito. Vance ha i vantaggi che contano — è presidente del comitato finanziario repubblicano, quindi in contatto quotidiano con i grandi donatori, e ha già dalla sua l’organizzazione giovanile più influente della destra americana — e ha fatto sapere che del proprio futuro parlerà con il presidente dopo il voto di novembre.

Ma la successione non è affatto chiusa. Il 21 agosto Ted Cruz ha dichiarato che i repubblicani non si sono compattati su Vance e ha chiesto un dibattito per capire quale direzione prendere. In New Hampshire, primo Stato a votare nelle primarie, il vicepresidente è dato al 36% contro il 26% di Rubio, che sale. Ken Griffin, tra i maggiori finanziatori del partito, ha fatto sapere che in una primaria sosterrebbe il segretario di Stato. Infine, c’è l’Iran, il dossier che nella corsa al 2028 pesa più di tutti: Vance viene dall’ala che le guerre altrui non le voleva, e sarà costretto a scegliere tra quella base e i falchi che finanziano le campagne.

Il punto è un altro, e guarda più lontano delle urne di novembre. I democratici litigano perché hanno due anime e prima o poi dovranno sceglierne una. I repubblicani gli aspiranti alla successione ce li hanno eccome, ma nessuno di loro propone una direzione diversa: aspettano tutti che sia Trump a indicare il nome.  Rubio ripete che non correrà contro Vance, e ha ragione a farlo: da segretario di Stato costruisce un profilo senza logorarsi, mentre una primaria persa lo brucerebbe.  Nel 2028 Trump non potrà ricandidarsi, e quel giorno il partito dovrà decidere da solo che cosa vuole essere. La domanda di novembre, in fondo, non è chi vince, ma quale America uscirà da questa presidenza: o quella che manda le portaerei nel Golfo o quella che aveva promesso di non mandarle più.

Fonti: rendiconti FEC di luglio, RNC e DNC; Bureau of Labor Statistics, indice dei prezzi al consumo di luglio; Congressional Budget Office sugli interessi netti; NPR, 29 giugno, sulla sentenza relativa alle schede per posta; Axios, 24 agosto, sull’ordine esecutivo e, 2 agosto, sul rapporto Vance-Rubio; CNBC, 19 e 20 agosto, sui riacquisti del Tesoro; Washington Post, 20 agosto; audizione Strickland-Colby, atti della Camera; statement di Colby alla commissione Forze armate del Senato; The Diplomat e USNI News, 14 agosto, sul discorso di Manila; Fox News sulle dichiarazioni di McConnell e sul sondaggio UNH in New Hampshire; The Hill, 21 agosto, su Cruz; All-In, 13 agosto, intervista a Rahm Emanuel; EY su dati Destatis per l’industria tedesca; Pew Research Center, 23 luglio, sulle intenzioni di voto.


USA: IL NODO DEI DEM. FRA I DUE LITIGANTI FORSE IL TERZO VINCE

Democratici e social-democratici ai ferri corti, ma la borsa è in mano alla vecchia guardia. E i soldi, alla fine, contano sempre.

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Dall’insediamento di Zohran Mamdani a New York abbiamo scoperto che in America esiste un filone politico che nessuno aveva davvero misurato: quello dei millennial e della generazione successiva, che per la prima volta dal dopoguerra si trovano economicamente peggio dei propri genitori e hanno cominciato a considerare la politica non come amministrazione ma come riscatto. Non è un’intuizione da commentatori: è nei sondaggi ed è nei numeri delle primarie. Il Cato Institute, think tank libertario e dunque il meno sospettabile di simpatie collettiviste, rileva che il sessantadue per cento degli americani tra i diciotto e i ventinove anni ha un’opinione favorevole del socialismo. Una rilevazione di Heartland con Rasmussen, fotografa la premessa materiale di quel dato: 44% dei giovani ritiene che il proprio futuro economico sarà peggiore di quello dei genitori, soltanto 22% crede che sarà migliore, e 3/4 considerano il costo della casa una vera emergenza nazionale.

In questo quadro l’America si sveglia scoprendo il socialismo. Quella strega orribile, demonizzata per un secolo, evocata dai tempi di McCarthy come lo spettro contro cui serrare i ranghi, oggi si presenta vestita di bianco: non più maledizione da esorcizzare, ma promessa da sposare. E chi la porta all’altare non è il proletariato di sempre, ma la gioventù laureata delle grandi città, quella cresciuta aspettandosi il sogno americano e ritrovatasi senza casa. È una sinistra bianca, urbana e istruita, e proprio qui sta il suo limite: le rilevazioni del Pew Research Center registrano tra i democratici afroamericani una diffidenza persistente verso i candidati socialisti. Un movimento che parla in nome della classe lavoratrice avanza nella parte più istruita dell’elettorato e arretra in quella storicamente più fedele al partito. È la contraddizione che i suoi dirigenti non hanno ancora affrontato, ed è la ragione per cui i moderati sono convinti di poter reggere l’urto.

Novecento persone a Chicago

A cavallo tra luglio e agosto, mentre l’Italia si preparava alle ferie, il Democratic Socialists of America si è riunito a Chicago per tre giorni. Non un congresso deliberativo — quello si terrà nel 2027 — ma la conferenza nazionale di organizzazione: formazione, addestramento, sessioni parallele. Novecento partecipanti in tutto, contando il raduno giovanile in contemporanea. Una cifra minuscola per un movimento che dichiara oltre centomila iscritti ed è la più grande organizzazione socialista della storia americana; microscopica rispetto allo spazio che quelle settantadue ore hanno occupato sui giornali del Paese. Non era previsto neppure il catering: agli ammessi era stato chiesto di portarsi acqua e cibo da casa e un test COVID negativo.

Quello che ha lasciato molti sorpresi, e non pochi allibiti, è stato leggere che cosa quelle novecento persone avessero messo per iscritto. Il programma, riscritto alla vigilia e intitolato ‘Workers Deserve More’, chiede l’abolizione dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, la legalizzazione della migrazione e un’amnistia per chi si trova già nel Paese. Chiede la cancellazione del Senato, giudicato antidemocratico perché assegna a ogni Stato la stessa rappresentanza a prescindere dalla popolazione. Chiede un embargo sulle armi verso Israele e la fine del sostegno americano. Chiede una settimana lavorativa di trentadue ore a parità di salario. E in materia di sicurezza pubblica mantiene formulazioni che nella traduzione politica quotidiana significano meno soldi alla polizia e meno carcere. Rispetto alla versione del 2024 il testo ha perso la richiesta di fermare ogni espulsione e guadagnato quella di abolire il Senato: arretra dove la piattaforma diventa un’arma in mano agli avversari, rilancia dove non costa nulla.

I tre giorni traducevano l’agenda in tecnica. Cinque percorsi paralleli, ciascun partecipante ammesso al massimo a due. Il primo insegnava a governare da socialisti, cioè a mantenere il controllo sui propri eletti una volta arrivati nelle istituzioni. Il secondo, curato dalla commissione sindacale, aveva un obiettivo dichiarato tutt’altro che retorico — lo sciopero generale — e partiva dal Primo Maggio scorso, quando oltre centosettanta sezioni locali sono scese in piazza chiedendo tassazione dei patrimoni, abolizione dell’ICE ed embargo sulle armi. Il terzo era interamente dedicato alla Palestina e all’attivismo antimperialista. Il quarto, il più operativo, insegnava a ostacolare l’ICE nei luoghi di lavoro e nei campus, a costruire reti locali di risposta rapida, a esercitare pressione sulle aziende che forniscono servizi all’agenzia federale. Il quinto era un corso per formatori: come si conduce una riunione, come si imposta una conversazione porta a porta, come si addestra il quadro successivo.

La stampa è stata ammessa col contagocce: quindici testate accreditate, accesso limitato a dieci sole sessioni, divieto di interviste a sorpresa ai partecipanti. Un’organizzazione che sa di essere osservata da chi spera di coglierla in fallo davanti a una telecamera.

L’assente

Il grande protagonista non c’era. Mamdani ha disertato Chicago, e non per una banale sovrapposizione di agenda. A giugno, sette mesi dopo l’insediamento, il movimento che lo aveva portato in carica lo ha sconfessato pubblicamente. Il motivo: il sindaco aveva appoggiato un piano per assumere cinquecentottanta nuovi agenti di polizia. La sezione newyorkese del DSA ha dichiarato che la misura contraddiceva i valori del movimento operaio e socialista che lo aveva eletto e gli ha chiesto di ritirarla. Mamdani ha fatto marcia indietro.

Cinquantamila volontari e un milione e seicentomila porte bussate lo avevano portato al Municipio, con quasi l’ottanta per cento degli under trenta. Poi si è insediato, e i suoi lo hanno condannato non per aver tradito il socialismo, ma per aver governato.

Nella sala accanto l’ala studentesca votava l’ipotesi opposta: un candidato presidenziale socialista nel 2028 e un partito indipendente dai democratici. Deliberazioni senza peso — i giovani non controllano il comitato nazionale — ma con un nome preciso, coniato dai fondatori del movimento: dirty break, servirsi dell’infrastruttura democratica finché conviene, poi abbandonarla.

Nel frattempo, a New York, mentre Mamdani rilancia la tassa sui pied-à-terre che dovrebbe colpire i proprietari di seconde case di lusso e alimentare casse comunali risanate da poco grazie a un intervento del governatore dello Stato — pagato con i soldi dei contribuenti di tutto lo Stato — la Camera di Commercio della Florida gli dedica un cartellone a Times Square. Lo ringrazia sarcasticamente e gli assegna il premio di Economic Developer of the Year, promotore dello sviluppo economico dell’anno, per aver spinto aziende, posti di lavoro, residenti abbienti e acquirenti di immobili a trasferirsi altrove. È satira, certo, ma è satira che seppur comprata a peso d’oro nel punto pubblicitario più caro del pianeta, evidentemente ha dei ritorni moltiplicati.

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La vecchia guardia sfrattata

I veterani non si sono tolti di mezzo: sono stati tolti di mezzo. Sette deputati democratici uscenti hanno perso le primarie, cinque oltre l’età pensionabile, quasi tutti battuti da sfidanti molto più giovani e in buona parte socialisti.

Ma non è monopolio della sinistra: nove deputati sconfitti in tutto contando le vittime del trumpismo, il numero più alto dal 1970, più sessantadue rinunce e due senatori repubblicani battuti in casa. Non una faglia ideologica: una sostituzione generazionale che entrambe le basi impongono ai rispettivi apparati.

Chi tiene la borsa

Qui però la storia cambia direzione, perché nelle primarie contano i volontari e nelle elezioni generali contano i bonifici. E i bonifici non passano dalle sezioni locali.

Il 9 agosto Bernie Sanders scrive ai tre vertici del partito — Chuck Schumer al Senato, Hakeem Jeffries alla Camera, Ken Martin al comitato nazionale — chiedendo di vietare ai super PAC, i comitati di raccolta fondi indipendenti che possono spendere somme illimitate purché non si coordinino con i candidati, di intervenire nelle primarie democratiche. L’argomento del senatore del Vermont non è morale ma aritmetico: quei comitati hanno già speso oltre cinquecento milioni di dollari in questo ciclo, e quando la loro scelta perde le primarie passano a finanziare il repubblicano nella corsa generale. Il partito, sostiene, ha già oggi il potere di escluderli dalle proprie consultazioni interne: non serve una riforma federale, serve una decisione. Che la decisione spetti proprio ai tre destinatari della lettera, e che nessuno dei tre abbia interesse a prenderla, è il punto che rende l’iniziativa più simbolica che operativa.

Il caso è il Michigan. Nelle primarie senatoriali AIPAC e gruppi collegati hanno speso oltre trenta milioni per impedire al progressista Abdul El-Sayed di diventare il candidato democratico, sostenendo la moderata Haley Stevens. Hanno perso: El-Sayed è il nome ufficiale del partito. Ma l’organizzazione ha subito fatto sapere che continuerà a lavorare perché gli elettori lo respingano a novembre. In un sistema a due partiti, osserva Sanders, questo significa una cosa sola: chi spende dentro il partito per sceglierne il candidato e poi si adopera per farlo perdere nella corsa generale lavora, di fatto, per l’avversario.

Ma un’inchiesta di Fox News sui rendiconti federali, uscita all’indomani delle primarie, individua oltre $115.000 da diverse persone legate a CAIR (Council on American-Islamic Relations) — l’organizzazione musulmano-americana che Texas e Florida hanno etichettato come terroristica e che nel 2007 la procura federale indicò come co-cospiratrice non incriminata in un processo per finanziamento del terrorismo, senza che ne seguisse mai un’imputazione e con la smentita costante dell’organizzazione. Tra i donatori, i vertici nazionali del gruppo. El-Sayed aveva promesso una campagna finanziata dai cittadini e non dalle lobby, e si ritrova sostenuto da una rete organizzata pari a quella che ha finanziato la sua avversaria per batterlo. È il paradosso che condanna la proposta di Sanders: giusta, in linea di principio, impraticabile nei fatti, perché nessuno può permettersi il disarmo unilaterale.

La risposta dell’establishment va nella direzione esattamente opposta a quella auspicata da Sanders. Invece di rinunciare al denaro esterno, ne mette altro sul tavolo: Third Way, think tank centrista di lunga tradizione democratica, ha annunciato una campagna da quindici milioni di dollari da qui al 2028 per screditare il socialismo democratico, definito un pericolo mortale per il partito. Non contro i repubblicani: contro la propria ala sinistra.

E qui l’aritmetica diventa impietosa. Il comitato nazionale democratico ha chiuso giugno con circa $16 milioni in cassa e oltre $18 di debiti — in parte per un prestito da $15 milioni acceso dopo il ciclo presidenziale del 2024 e garantito dalla sede di Washington. Il comitato repubblicano, alla stessa data, dispone di oltre $128 milioni e nessuna esposizione. Ken Martin difende la scelta sostenendo di aver investito in anticipo in infrastruttura permanente anziché in campagne mordi e fuggi, e rivendica la migliore raccolta mai realizzata da un partito privo della Casa Bianca.

Ed è qui che la partita si decide davvero. La sinistra ha i militanti e non ha i soldi; la vecchia guardia ha i soldi e non ha più i militanti. E i soldi, alla fine, si spostano dove vogliono: possono premiare un candidato in primavera o abbandonarlo in autunno.

La quadratura del cerchio

Il 16 agosto, negli studi della NBC, Hakeem Jeffries, leader della minoranza dem alla Camera, ha tentato l’impossibile: elenca ciò che non condivide del programma socialista — taglio dei fondi alla polizia, frontiere aperte, abolizione del Senato — ma alla domanda se ci sia posto per i socialisti sotto il tetto democratico non dice no. Chi vince una primaria e poi vince a novembre entrerà nel gruppo parlamentare, e quel gruppo sarà largo. Sul denaro dei comitati esterni, otto giorni dopo la lettera di Sanders, non una parola: la posizione di chi ha contato i seggi e ha capito di non poter espellere nessuno né sposarne il programma.

Hillary Clinton è più esplicita. Avverte che l’etichetta comunista e socialista sarà un’arma micidiale nelle mani repubblicane, osserva che le stesse accuse non hanno fermato l’ascesa di Mamdani, e rinfaccia alla sinistra un rapporto a senso unico: i moderati si allineano dietro i vincitori progressisti, il contrario accade di rado. La conclusione è un appello all’unità che suona come una resa: divisi, i repubblicani non si battono.

Che cosa sostengono i due campi

La destra ha un suo precedente, quando nel 2010, visse una sua rivolta interna populista, detta Tea party, contro i dirigenti di partito. Ne risultarono candidati impresentabili, seggi regalati ai Dem. persero il Senato, in un anno per altro positivo. La morale è, se hai l’entusiasmo di solo una metà del partito, anche se i candidati sono eletti internamente finiranno per perdere con l’elettorato pubblico. Infine, aggiunge sempre la destra secondo un dato dello stesso Cato, che l’entusiasmo giovanile per il socialismo è più che altro semantico: quando si chiede ai ragazzi che cosa intendano, parlano di sanità pubblica e tasse sui ricchi, non di collettivizzare le fabbriche, rimanendo affezionati alla libera impresa.

La sinistra risponde con l’unica cosa che conta in una primaria: i voti. Oltre trentacinque vittorie, sette deputati uscenti abbattuti, un candidato al Senato che resiste a $30 milioni di pubblicità ostile. Non stiamo importando un’ideologia, dice, stiamo dando un nome a un problema — e il problema è che una generazione cresciuta aspettandosi il sogno americano non riesce a pagare l’affitto. Che il partito non l’abbia capito lo dicono gli stessi giovani: un sondaggio di Harvard li fotografa convinti che la loro opposizione sia debole.

E il terzo….

Restano tre mesi. E restano due partiti che, per ragioni opposte, arrivano al voto senza controllo sui rispettivi candidati. I repubblicani difendono un presidente che non sarà sulla scheda e le cui scelte più costose dovranno spiegarle altri. Storicamente, il partito della Casa Bianca perde le elezioni di metà mandato, dispone di $128 milioni, nessun debito, e ha un avversario che sta bruciando le proprie risorse in una faida interna. I democratici sono da decenni i meglio equipaggiati sul terreno, con una rete di volontari efficientissima nonostante le casse vuote, e un programma che, per quanto terrorizzi i moderati, ha portato al partito elettori nuovi sotto i trent’anni. Manca però l’ultimo anello: un gruppo dirigente capace di decidere se quel programma sia il proprio o quello di qualcun altro. Ad ogni modo 900 persone in una sala di Chicago sono poche, eppure hanno dettato l’agenda mediatica di un partito che ne rappresenta decine di milioni.

Il 3 novembre non stabilirà quale delle due correnti abbia ragione. Stabilirà soltanto se, mentre litigavano, qualcun altro si sia portato via la posta.

Fonti: sito ufficiale DSA; CNN, 3 agosto; Semafor, 31 luglio; CBS Face the Nation, 9 agosto; NBC Meet the Press, 16 agosto; Fox News Digital, 5 agosto, sui donatori di El-Sayed; Washington Free Beacon; NBC e Washington Examiner sui deputati sconfitti; Fortune, 23 luglio; Cato Institute, Heartland/Rasmussen e Pew Research Center sui giovani; AEI e Harvard Youth Poll; rendiconti FEC al 30 giugno.


Una NATO senza NATO: il Patto della Mecca e il nuovo ordine della sicurezza regionale

di Claudio Bertolotti.

Turchia, Arabia Saudita e Pakistan costruiscono un nuovo polo di deterrenza tra Medio Oriente e Asia. Più che un’alleanza alternativa all’Occidente, il Patto della Mecca è il segnale di un ordine multipolare nel quale le potenze regionali vogliono passare da consumatori a produttori di sicurezza.

Il Mecca Joint Defence Agreement sottoscritto il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, è certamente un evento strategicamente significativo, pur essendo lontano dall’essere un’alleanza paragonabile per capacità, struttura e coesione alla NATO.

Partirei da un dato che considero essenziale, ossia il fatto che il testo integrale dell’accordo non è stato ancora reso pubblico. Disponiamo delle dichiarazioni dei governi e delle indicazioni successive fornite in particolare da Ankara, sappiamo che un attacco armato contro uno dei tre firmatari viene considerato un attacco contro tutti, sappiamo, inoltre, che sono previsti meccanismi di coordinamento politico-militare ai massimi livelli, esercitazioni congiunte, cooperazione industriale e tecnologica e attività nei domini terrestre, marittimo e aereo, oltre che nei settori della difesa aerea, dei sistemi unmanned, della guerra elettronica e dell’intelligenza artificiale. È dunque qualcosa di più di una dichiarazione politica, ma non sappiamo ancora fino a che punto l’obbligo di mutua assistenza sia automatico né quale forma debba assumere concretamente la risposta militare. Ed è proprio qui che, a mio avviso, occorre iniziare l’analisi.

L’Articolo 5 non fa, da solo, una NATO

La formula «un attacco contro uno è un attacco contro tutti» è evocativo e porta a un’immediata associazione all’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. Ma sarebbe un errore confondere il principio politico della difesa collettiva con la capacità militare di esercitarla.

La NATO non è semplicemente una promessa di solidarietà, ma è il risultato di oltre settant’anni di integrazione militare, strutture permanenti di comando, pianificazione operativa, procedure comuni, standardizzazione, interoperabilità, intelligence condivisa, logistica integrata, esercitazioni continuative e una cultura strategico-militare consolidata. Il vero valore intrinseco dell’Articolo 5 deriva dal fatto che dietro quella dichiarazione politica esiste una macchina militare in grado di trasformarla in azione.

Il Mecca Joint Defence Agreement non è nulla di tutto ciò, poiché deve ancora costruire le basi di un’ipotetica infrastruttura integrata.

È significativo che la stessa Turchia abbia indicato come prossimo passaggio proprio l’istituzionalizzazione dell’iniziativa che prevede la creazione di un’agenda di incontri dei ministri della Difesa e degli Esteri, il coinvolgimento dei capi di Stato maggiore, le esercitazioni congiunte e i programmi comuni nel settore industriale e tecnologico, con ciò significando che i tre firmatari sono consapevoli del problema e stanno cercando di passare dalla prima e generica dichiarazione di solidarietà a una capacità di cooperazione militare strutturata. E proprio per questo sarei – come sono – cauto nel considerare l’iniziativa come una NATO alternativa ma parlerei piuttosto di un embrione di architettura di sicurezza collettiva.

La chiave interpretativa: non rottura, ma hedging

Trovo particolarmente convincente la lettura proposta da Tim Chattell di Chatham House, che già prima della firma dell’accordo interpretava il possibile ingresso turco nel sistema saudita-pakistano come una strategia di hedging, ossia la creazione di una “ridondanza nelle proprie garanzie di sicurezza senza abbandonare quelle esistenti”. Chattell osservava correttamente che Ankara non otterrebbe dal Pakistan e dall’Arabia Saudita una protezione militare migliore di quella offerta dalla NATO, ma acquisirebbe maggiore flessibilità strategica, peso regionale, possibilità di espansione industriale e un ulteriore strumento negoziale.[1]

È un’interpretazione alla quale mi sento molto vicino, perché non credo che Turchia, Arabia Saudita e Pakistan stiano scegliendo tra Stati Uniti e un nuovo ordine regionale, bensì ritengo più probabile che stiano cercando di non dover scegliere.

Questo è uno degli elementi caratterizzanti dell’attuale sistema multipolare, in cui le potenze regionali non costruiscono più necessariamente alleanze esclusive, ma accumulano relazioni, partenariati e garanzie differenti, a volte anche contraddittorie, così da aumentare la propria libertà d’azione.

La Turchia può così rimanere nella NATO e contemporaneamente costruire una rete militare con Riyadh e Islamabad, mentre il Pakistan può mantenere la propria relazione strategica con la Cina, dialogare con Washington e contemporaneamente diventare garante della sicurezza saudita, e Riyadh può continuare ad acquistare equipaggiamenti militari statunitensi e allo stesso tempo costruire un’alternativa parziale alla dipendenza dagli Stati Uniti.

Non vedo incoerenza, anzi, rilevo un’autonomia strategica attraverso lo strumento della ridondanza strategica (strategic redundancy).

Burcu Ozcelik del RUSI aggiunge un elemento interessante valutando l’accordo come fattore compatibile anche con la richiesta americana di maggiore burden-sharing, cioè che gli alleati regionali assumano direttamente una parte crescente dei costi e delle responsabilità della propria sicurezza. E questa può essere letto come una scelta che si sposa alla concezione turca delle «soluzioni regionali ai problemi regionali».[2] Da questo punto di vista, l’accordo potrebbe paradossalmente essere sia un sintomo della ridotta fiducia nell’ombrello statunitense, sia una risposta coerente alle richieste americane di maggiore autonomia degli alleati.

La complementarità: denaro, capacità convenzionale, deterrenza

La forza potenziale dell’intesa risiede nella complementarità dei tre firmatari. Se da un lato, l’Arabia Saudita dispone di risorse finanziarie straordinarie, centralità energetica, capacità di investimento e crescente ambizione politico-diplomatica, dall’altro la Turchia mette sul tavolo ciò che Riyadh non possiede nella stessa misura: un grande apparato militare, esperienza operativa, una base industriale della difesa sempre più autonoma e competenze consolidate nei droni, nei sistemi navali, nella missilistica, nell’elettronica e nelle piattaforme terrestri. Infine, il Pakistan aggiunge una grande forza armata, esperienza operativa, una posizione strategica tra Medio Oriente, Asia meridionale e Cina e, soprattutto, il fattore nucleare (da non confondere però con l’ipotesi di un “ombrello nucleare” pakistano a sostegno degli alleati, come ho voluto approfondire nel successivo paragrafo).

È così quasi inevitabile sintetizzare la relazione secondo una formula strutturata su capitale saudita, tecnologia e capacità operativa turca, massa militare e deterrenza pakistana. Ma proprio sull’ultima componente occorre la maggiore prudenza.

L’ombrello nucleare pakistano: deterrenza reale o ambiguità strategica?

Una parte del dibattito internazionale tende a considerare il Pakistan come il potenziale fornitore di un’extended nuclear deterrence all’Arabia Saudita e, ora, almeno teoricamente, anche alla Turchia. Io invece credo che questa conclusione sia ampiamente azzardata, o quantomeno prematura.

Samir Puri e Marion Messmer di Chatham House hanno poi osservato, analizzando il precedente accordo bilaterale saudita-pakistano del settembre 2025, che l’intesa non menzionava esplicitamente né armi nucleari né cooperazione nucleare. Allora come oggi,  Islamabad non aveva formalmente offerto a Riyadh il proprio deterrente e non esistevano indicazioni di un possibile dispiegamento fisico di testate sul territorio saudita.[3]

Sameer Ali Khan, nel Nuclear Network del CSIS, va ancora oltre e mette in evidenza il rischio di un’ambiguità di fondo dove il deterrente nucleare pakistano, sviluppato essenzialmente in funzione dell’India, se esteso al Medioriente comporterebbe una radicale revisione della dottrina pakistana della Credible Minimum Deterrence, di fatto aumentando requisiti di comando e controllo, capacità C4ISR, vettori e numero delle forze disponibili. Islamabad rischierebbe cioè di promettere una garanzia che potrebbe non essere in grado di rendere pienamente credibile.[4] E questo sarebbe un rischio eccessivo che Islamabad non accetterebbe sul serio.

La prudenza è dunque d’obbligo perché la deterrenza nucleare non consiste nel possedere una bomba e dichiararsi disponibili a proteggere un alleato, ma è soprattutto credibilità della volontà politica di utilizzarla.

Dobbiamo allora porci un paio di domande molto semplice: il Pakistan sarebbe realmente disposto a rischiare un’escalation nucleare per difendere Riyadh? E sarebbe disposto a farlo per Ankara?

Oggi non abbiamo elementi sufficienti per rispondere affermativamente, ma l’ambiguità può però essere deliberata in quanto il semplice dubbio sulla possibilità di un coinvolgimento nucleare pakistano aumenta l’incertezza dell’eventuale aggressore e produce, entro certi limiti, un effetto deterrente. Ma il problema è che l’ambiguità strategica funziona finché non viene messa alla prova.

Tre alleati, ma tre mappe delle minacce

Qui arriviamo, a mio avviso, al principale punto di fragilità in quanto le alleanze diventano solide quando i membri condividono una percezione relativamente omogenea della minaccia, e Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non hanno questa omogeneità.

Per Islamabad, l’India rimane il riferimento strategico fondamentale. Per Riyadh, le priorità sono la sicurezza del Golfo, la stabilità delle rotte energetiche, l’Iran, le capacità missilistiche e le minacce provenienti dagli attori non statali regionali. Per Ankara, lo spazio strategico è molto più esteso: Siria, Mediterraneo orientale, Caucaso, Mar Nero, Russia, dinamiche curde, Israele e competizione per il ruolo di potenza regionale.

Carnegie pone correttamente il problema in termini molto concreti guardando alle dinamiche dei singoli attori e ponendo legittimi dubbi di concretezza sull’ipotesi più estrema: se l’Arabia Saudita fosse attaccata dall’Iran, Ankara e Islamabad entrerebbero realmente in guerra al suo fianco? La risposta non è automatica poiché un eventuale attacco determinerebbe consultazioni tra i tre governi per stabilire la risposta.[5] Questo aspetto è rilevante perché il patto stabilisce una solidarietà politica automatica, ma non è ancora chiaro se stabilisca un intervento militare automatico. È una differenza sostanziale.

Contenere l’Iran oppure contenere Israele?

Un’altra semplificazione che eviterei è interpretare il patto esclusivamente come una «NATO sunnita» costruita contro l’Iran in quanto la realtà regionale del 2026 è molto più complessa. Certamente la pressione militare iraniana e la vulnerabilità degli Stati del Golfo hanno accelerato la ricerca di nuove garanzie di sicurezza, ma l’accordo credo vada interpretato come un tentativo di evitare un vuoto di sicurezza prodotto dall’indebolimento dell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti.

Emerge però una dinamica differente basata su una convergenza tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan finalizzata anche a limitare l’espansione dell’influenza israeliana nella regione e, secondo questa lettura, l’aggregazione non sarebbe semplicemente anti-iraniana, ma risponderebbe all’esigenza di impedire che una sola potenza regionale – Israele – possa acquisire una posizione egemonica approfittando dell’indebolimento iraniano.

Le due ipotesi non sono necessariamente alternative, direi, anzi, che è proprio questa ambivalenza a rendere interessante il patto.

Riyadh e Ankara non vogliono un Iran egemone, ma non vogliono neppure un Israele egemone, e la loro preferenza sembra orientarsi verso un equilibrio regionale nel quale nessuna potenza possa imporre unilateralmente le proprie condizioni. Quindi non parlerei di un’alleanza «contro» qualcuno, almeno nella sua fase iniziale, ma la leggo piuttosto come uno strumento volto a impedire che gli equilibri regionali vengano definiti da altri.

Il fattore India

Il problema indiano è forse quello più sottovalutato da una lettura esclusivamente mediorientale dell’accordo in quanto il Pakistan entra nell’intesa portando con sé una rivalità strategica che non appartiene naturalmente agli altri due firmatari.

L’Arabia Saudita mantiene importanti relazioni economiche con l’India mentre la Turchia ha assunto in diverse occasioni posizioni vicine a Islamabad sulla questione del Kashmir; in questo quadro il rischio è che una crisi indo-pakistana possa mettere alla prova una clausola di solidarietà concepita principalmente per altre minacce.

Anche qui emerge una domanda di credibilità, ossia se Riyadh sarebbe realmente disposta a considerare un attacco indiano al Pakistan come un attacco contro l’Arabia Saudita.

È proprio questo tipo di scenario, che distingue tra un’alleanza dichiarata e un’alleanza politicamente consolidata, che spiega perché considero l’attuale fase soprattutto come costruzione di deterrenza attraverso l’incertezza, più che come automatismo militare.

Una NATO islamica? La definizione è sbagliata anche per un’altra ragione

C’è poi la componente «islamica», che considero poco utile dal punto di vista analitico.

La maggior parte dei Paesi musulmani non appartiene all’accordo: Iran, Indonesia, Algeria, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Malaysia e numerosi altri attori rimangono fuori, e soprattutto la religione non rappresenta oggi il principale criterio attraverso il quale questi Paesi definiscono le proprie alleanze. E dunque, parlare di «NATO islamica» è fuorviante perché la maggior parte degli Stati musulmani resta esterna e la religione ha un peso limitato nell’effettiva determinazione delle politiche regionali, contrariamente alla lettura superficiale che riconduce la competizione regionale a un confronto ideologico-settario tra sciiti e sunniti.

Lo dimostra bene la situazione degli Emirati Arabi Uniti, come rilevato da Cinzia Bianco, analista dell’ECFR la quale, in un’analisi sul tema, descrive una possibile configurazione regionale concorrente, con Abu Dhabi maggiormente orientata verso una costellazione di sicurezza con Stati Uniti e Israele e, dall’altra parte, un blocco emergente imperniato su Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Ma la stessa analisi pone il dubbio sul fatto che quest’ultimo possa trasformarsi facilmente in un’alleanza coesa, proprio perché persistono interessi divergenti e relazioni trasversali.[6] È un’ulteriore conferma del fatto che non stiamo assistendo alla ricomposizione geopolitica del mondo islamico ma, al contrario, siamo testimoni di una frammentazione competitiva del Medio Oriente in reti di sicurezza differenti e sovrapposte.

L’Egitto sarebbe il vero salto di qualità

La possibilità che l’accordo venga esteso è, a mio avviso, uno degli indicatori da osservare con maggiore attenzione: Ankara ha esplicitamente indicato l’Egitto come potenziale partecipante e l’ingresso del Cairo cambierebbe significativamente la natura del progetto in quanto porterebbe massa militare, posizione geografica, controllo del canale di Suez, accesso strategico al Mediterraneo e al Mar Rosso e soprattutto una legittimità politica araba che né Turchia né Pakistan possono offrire.

Passeremmo così da una triangolazione molto singolare – una potenza del Golfo, una potenza anatolica e una potenza sudasiatica – a una struttura capace di collegare Mediterraneo orientale, Mar Rosso, Golfo e Asia meridionale: è a quel punto che la definizione di nuova architettura regionale di sicurezza diventerebbe più convincente.

Il vero obiettivo: diventare produttori di sicurezza

Arrivo così a quello chè è, a mio avviso, il punto centrale. Per decenni Arabia Saudita, Pakistan e, in modo diverso, anche Turchia hanno operato all’interno di un sistema di sicurezza nel quale gli Stati Uniti rappresentavano l’ultimo garante; un modello che, pur non essendo necessariamente terminato, vede gli Stati Uniti mantenere il ruolo di maggiore potenza militare esterna presente nella regione a fronte di uno scenario in cui nessuno dei tre firmatari dispone singolarmente di equivalenti capacità: ma la fiducia nell’automatismo della protezione americana si è ridotta.

Avevo già valutato come l’accordo saudita-pakistano fosse il segnale della volontà di Riyadh di non affidarsi esclusivamente a Washington e ciò può oggi essere interpretato come risposta alla percezione di un possibile vuoto di sicurezza, evidenziando l’affermazione del citato principio delle «regional solutions to regional problems».

Letture e prospettive differenti, ma che convergono su uno stesso processo. Le potenze regionali stanno cercando di trasformarsi da consumatori di sicurezza a produttori di sicurezza, ed è proprio su questo aspetto che colloco il significato strategico dell’accordo della Mecca. Non vedo la nascita di una NATO islamica, anzi contesto tale affermazione, e vedo qualcosa di forse più interessante come la costruzione progressiva di un sistema nel quale le medie potenze cercano di ridurre la distanza tra la propria ambizione geopolitica e la propria capacità di garantirsi autonomamente la sicurezza.

Quale orizzonte strategico?

La mia valutazione guarda a tre livelli temporali.

Nel breve periodo, il Mecca Joint Defence Agreement è soprattutto uno strumento di deterrenza politica e di signalling strategico che aumenta il costo potenziale di un’aggressione introducendo l’incertezza sulla possibile risposta degli altri firmatari.

Nel medio periodo, potrebbe trasformarsi in una piattaforma di integrazione militare e industriale, soprattutto nei settori nei quali i tre Paesi sono maggiormente complementari come la difesa aerea e missilistica, i droni, la guerra elettronica, il cyber, l’intelligence, la produzione congiunta e la logistica, e i programmi annunciati dopo la firma dimostrano che questa dimensione è già presente.

Nel lungo periodo, tutto dipenderà invece dalla capacità di costruire credibilità dell’impegno collettivo, e la credibilità non si misura attraverso le dichiarazioni, bensì chiedendosi cosa succederebbe alle tre del mattino di un venerdì in cui uno dei firmatari venisse realmente attaccato: esisterebbe un comando capace di reagire? Esisterebbero piani militari già predisposti? Le forze sarebbero interoperabili? L’intelligence verrebbe condivisa immediatamente? Gli altri due governi sarebbero politicamente disposti a entrare in una guerra che potrebbe non coincidere con i loro interessi nazionali?

Sono queste le domande che distinguono un’alleanza dalla dichiarazione di un’alleanza, e per questo ritengo prematuro parlare oggi di «NATO islamica», per quanto sarebbe comunque sbagliato liquidare l’accordo come una costruzione propagandistica.

Il processo che vediamo svilupparsi tra Ankara, Riyadh e Islamabad è parte di un cambiamento più ampio in cui l’ordine internazionale sta passando da sistemi di alleanze relativamente rigidi a reti di sicurezza sovrapposte, flessibili e transazionali. E in questo nuovo ambiente le medie potenze non vogliono più limitarsi a scegliere da quale grande potenza farsi proteggere, ma vogliono accumulare opzioni, costruire capacità autonome e diventare esse stesse poli di deterrenza.

Il Mecca Joint Defence Agreement potrebbe fallire, rimanere una struttura prevalentemente politica oppure evolvere in qualcosa di molto più ambizioso, e per capire quale delle tre possibilità prevarrà, più che il nome che gli attribuiamo oggi, dovremo osservare cinque principali indicatori, che sono l’istituzionalizzazione del comando, la pianificazione militare comune, l’interoperabilità reale, la definizione – anche implicita – della deterrenza nucleare pakistana e, infine, la capacità di allargamento ad altri attori regionali.

Se questi cinque elementi dovessero convergere, allora non avremmo semplicemente una «NATO islamica», ma avremmo qualcosa di strategicamente più rilevante, ossia un nuovo polo militare autonomo tra Mediterraneo, Medio Oriente e Asia meridionale, capace di incidere simultaneamente sugli equilibri con Iran, Israele e India e, soprattutto, di ridefinire il rapporto tra le potenze regionali e gli Stati Uniti. È questo, a mio avviso, il punto sul quale vale realmente la pena concentrare l’attenzione.


[1] Chattel T., Talk of a Turkish military alliance with Saudi Arabia and Pakistan reflects Ankara’s opportunistic ‘hedging’ strategy, Chatam House, 30 gennaio 2026, in https://www.chathamhouse.org/2026/01/talk-turkish-military-alliance-saudi-arabia-and-pakistan-reflects-ankaras-opportunistic.

[2] RUSI, Saudi Arabia, Turkey and Pakistan sign defence pact in Mecca, Financial Times, 7 agosto 2026, in https://www.rusi.org/news-and-comment/in-the-news/saudi-arabia-turkey-and-pakistan-sign-defence-pact-mecca.

[3] Puri S., Messmer M., Saudi Arabia and Pakistan’s mutual defence pact sets a precedent for extended deterrence, Chatam House, 23 settembre 2025, in: https://www.chathamhouse.org/2025/09/saudi-arabia-and-pakistans-mutual-defence-pact-sets-precedent-extended-deterrence.

[4] Khan S. A., All Military Means? Pakistan, Saudi Arabia, and the Risks of Nuclear Ambiguity, CSIS – Nuclear Network, in: https://nuclearnetwork.csis.org/all-military-means-pakistan-saudi-arabia-and-the-risks-of-nuclear-ambiguity/.

[5] Cheema A., Hage M.A., The Mecca Agreement Unpacked, Canergie, 7 agosto 2026, in https://carnegieendowment.org/middle-east/diwan/2026/08/the-mecca-agreement-unpacked.

[6] Bianco C., The postwar UAE and the remaking of Gulf politics, ECFR, 15 maggio 2026, in https://ecfr.eu/article/the-postwar-uae-and-the-remaking-of-gulf-politics/.


Afghanistan, cinque anni dopo la caduta di Kabul

«I talebani hanno vinto la guerra, ma non la sfida dello Stato»

di Claudio Bertolotti, direttore di START InSight

A cinque anni dalla caduta di Kabul del 15 agosto 2021, l’Afghanistan ci restituisce un’immagine per molti aspetti paradossale. I talebani hanno vinto la guerra, hanno eliminato l’alternativa politica e militare interna e sono riusciti a mantenere il controllo del Paese. Ma vincere una guerra e governare uno Stato sono due cose profondamente diverse.
La prima considerazione che farei, guardando a questi cinque anni, è che la vittoria talebana non fu improvvisa e, soprattutto, non fu imprevedibile. Nell’agosto 2021 assistemmo alla fase conclusiva di un processo iniziato molto prima. I talebani avevano progressivamente conquistato spazio nelle aree rurali, costruito reti di governo parallelo, imposto sistemi di tassazione e amministrazione della giustizia, infiltrato le istituzioni e, soprattutto, eroso la volontà di combattere delle forze di sicurezza afghane. Quando venne meno il sostegno occidentale, ciò che rimaneva dello Stato afghano collassò rapidamente.
È questo, a mio avviso, il punto da cui partire per comprendere ciò che accadde: non furono soltanto i talebani a conquistare Kabul; fu lo Stato afghano costruito in vent’anni dall’Occidente a dissolversi davanti alla loro avanzata.
E qui emerge il grande fallimento politico e strategico dell’esperienza occidentale.

(ed. START InSight, 2019)

Come ho ampiamente scritto in “Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga“, in Afghanistan abbiamo ottenuto risultati tattici importanti, abbiamo formato centinaia di migliaia di militari e poliziotti, costruito infrastrutture, scuole e istituzioni, migliorato le condizioni di vita di una parte significativa della popolazione. Ma abbiamo commesso l’errore di confondere la costruzione delle istituzioni con la costruzione dello Stato. Abbiamo creato strutture che dipendevano finanziariamente, logisticamente e militarmente dalla presenza internazionale e che, venuto meno quel sostegno, non sono state in grado di sostenersi autonomamente.
I talebani, al contrario, hanno dimostrato una straordinaria capacità di adattamento. Sono passati dall’insurrezione alla negoziazione, dalla guerriglia alla comunicazione strategica, dalla pressione militare alla diplomazia. L’accordo di Doha del 2020 ha rappresentato, da questo punto di vista, un passaggio fondamentale perché ha consentito loro di ottenere ciò che cercavano da anni: negoziare direttamente con gli Stati Uniti il ritiro occidentale, marginalizzando progressivamente il governo afghano.
Cinque anni dopo, però, anche la narrazione dei “nuovi talebani”, più pragmatici e moderati rispetto al regime degli anni Novanta, si è dimostrata largamente illusoria. Il movimento è certamente più sofisticato sul piano politico, diplomatico e comunicativo, ma sul piano ideologico rimane profondamente conservatore e fondamentalista. La progressiva esclusione delle donne dall’istruzione, dal lavoro e dalla vita pubblica ne è la dimostrazione più evidente. L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo nel quale alle ragazze è formalmente impedito di frequentare l’istruzione secondaria e superiore. Questo produce un danno che va ben oltre la questione, già gravissima, dei diritti individuali. Privare metà della popolazione dell’istruzione significa compromettere strutturalmente lo sviluppo futuro dell’Afghanistan. Significa rinunciare a insegnanti, medici, funzionari, imprenditori e professionisti; significa rendere ancora più fragile un’economia che continua a dipendere dall’assistenza internazionale e da un sistema produttivo estremamente debole. Secondo l’UNESCO, circa 2,4 milioni di ragazze afghane sono oggi escluse dall’istruzione secondaria.


Photo by Zach Wear on Unsplash (ottobre 2024)

C’è poi la questione della sicurezza. Ed è qui che occorre evitare una semplificazione frequente: talebani e Stato islamico non sono la stessa cosa. I talebani perseguono essenzialmente un progetto politico nazionale: vogliono governare l’Afghanistan attraverso il loro Emirato islamico. Lo Stato islamico nella provincia del Khorasan, IS-K, interpreta invece l’Afghanistan come una piattaforma di un progetto jihadista transnazionale. Per questo i due soggetti sono concorrenti e nemici.
È un paradosso che avevo evidenziato già nell’agosto del 2021: una volta conquistato Kabul, i talebani sarebbero diventati, oggettivamente, uno dei principali argini alla crescita dello Stato islamico in Afghanistan, pur mantenendo rapporti storicamente problematici con altre componenti del jihadismo, a partire dalla galassia qaedista.
Questo crea oggi una convergenza di interessi che sarebbe stato difficile immaginare vent’anni fa. Stati Uniti, Russia, Cina, Iran, Pakistan e Paesi dell’Asia centrale, pur con interessi profondamente differenti, non hanno alcun interesse a consentire che l’Afghanistan torni a essere un grande santuario del jihadismo transnazionale. E i talebani, che cercano riconoscimento politico, investimenti e progressiva reintegrazione internazionale, hanno a loro volta interesse a dimostrare di poter controllare quella minaccia.
È dunque necessario distinguere riconoscimento e interlocuzione. Pensare di poter isolare indefinitamente l’Afghanistan significa ignorare la realtà: i talebani governano il Paese e con loro, piaccia o meno, è necessario confrontarsi. Ma dialogare non significa legittimare automaticamente l’Emirato né rinunciare a porre condizioni sui diritti fondamentali, sull’accesso delle donne all’istruzione e al lavoro, sulla rappresentatività delle istituzioni e sul contrasto alle organizzazioni terroristiche.


Photo by Farid Ershad on Unsplash (July 2021)

Il rischio, cinque anni dopo, è piuttosto un altro: che l’Afghanistan scompaia nuovamente dall’attenzione occidentale. È già accaduto in passato. Quando l’Afghanistan non rappresenta un’emergenza immediata tende a uscire dall’agenda internazionale, salvo poi tornarvi quando le conseguenze della sua instabilità superano i suoi confini.
La lezione del 2021 dovrebbe invece essere esattamente opposta: possiamo decidere di non occuparci dell’Afghanistan, ma questo non significa che ciò che accade in Afghanistan smetterà di avere conseguenze per noi.
A cinque anni dalla caduta di Kabul, dunque, non parlerei né di normalizzazione né di pacificazione. Parlerei piuttosto di stabilizzazione autoritaria. I talebani hanno ottenuto ciò che per vent’anni avevano perseguito: il monopolio del potere e la ricostituzione dell’Emirato islamico. Ma rimangono aperte le questioni che determineranno il futuro del Paese: sostenibilità economica, diritti fondamentali, inclusione politica, rapporti con il jihadismo internazionale e riconoscimento esterno.
La guerra iniziata nel 2001 è terminata, ma il dossier Afghanistan, invece, rimane ancora aperto.

Copertina: Photo by Farid Ershad on Unsplash (dicembre 2021)


Un confronto tra la Russia e la NATO? È un (pericoloso) rischio non calcolato da Mosca.

di Claudio Bertolotti.

Le recenti dichiarazioni di Vladimir Putin dal Pacifico, dove il presidente russo ha minacciato ritorsioni in caso di sequestro di navi mercantili della Federazione e ha evocato un rischio di confronto con la NATO, si inseriscono in una fase di crescente pressione militare e strategica sulla Russia. Quasi contemporaneamente, l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro obiettivi in Crimea e contro il porto di Novorossiysk, rivendicando un’operazione definita “senza precedenti” e sostenendo di aver compromesso in modo sostanziale la capacità russa di utilizzare la Crimea come base navale.

Sono eventi distinti, ma non necessariamente scollegati poiché la questione su cui tutto si incardina è comprendere se essi rappresentino segmenti di una stessa dinamica di escalation.

A guardare lo scenario che si sta prospettando, non credo che gli ultimi eventi indichino una maggiore volontà russa di arrivare a un conflitto con la NATO. Anzi, partirei dall’assunto opposto: Mosca non vuole una guerra diretta con l’Alleanza, perché ne conosce costi, rischi e soprattutto l’imprevedibilità. Il problema, però, è che molte delle mosse che la Russia sta compiendo sembrano spingerla proprio nella direzione che vorrebbe evitare, ed è questo, a mio avviso, l’elemento più preoccupante.

E, dunque, le dichiarazioni di Putin sui possibili sequestri di navi mercantili russe vanno lette in questa prospettiva, ma non sono necessariamente il preludio a una decisione di confronto con la NATO, quanto piuttosto un tentativo di ristabilire una capacità di deterrenza che Mosca percepisce come progressivamente erosa. In questa prospettiva, credo che il messaggio voglia essere: “se colpite i nostri interessi, noi allargheremo lo spazio nel quale siamo disposti a rispondere”. Ma proprio qui nasce il rischio.

Gli attacchi ucraini contro la Crimea e, soprattutto, contro Novorossiysk accentuano questa dinamica poichè Kiev sta progressivamente riducendo gli spazi di sicurezza operativa della Russia nel Mar Nero. Sebastopoli è diventata molto più vulnerabile e parte delle capacità navali russe è stata trasferita verso Novorossiysk, e colpire anche quest’ultima significa cercare di dimostrare che non esiste più un retroterra realmente sicuro per la Flotta del Mar Nero.

Questo non implica che la Russia abbia “perso” la Crimea in senso militare. Sarebbe un grave errore di analisi poiché la Russia, nonostante questi eventi emotivamente coinvolgenti, mantiene il vantaggio tattico su tutti i fronti del campo di battaglia. Ma la penisola rimane fondamentale come piattaforma logistica, aerea e missilistica, per quanto la sua funzione di santuario navale sia stata seriamente compromessa. E quando una grande potenza vede restringersi i propri margini di manovra tende a cercare compensazioni altrove. È un bilanciamento lineare, quasi scontato.

È qui che collegherei gli attacchi ucraini alle parole di Putin. Non attraverso una relazione immediata di causa ed effetto, ma attraverso una più ampia dinamica di azione, reazione e compensazione. L’Ucraina aumenta la pressione nel Mar Nero, mentre Mosca, dal canto suo, cerca di ampliare lo spazio della propria deterrenza, prospettando ritorsioni anche lontano da quel teatro. E così il conflitto tende ad allargarsi sul piano geografico senza che nessuno dei principali attori dichiari di volerlo allargare su quello politico.

E qui si impone il paradosso in cui la Russia non vuole provocare la NATO per trascinarla deliberatamente in guerra sebbene, nel tentativo di dimostrare di non essere vulnerabile, moltiplichi le occasioni nelle quali potrebbe verificarsi un confronto con un Paese dell’Alleanza: una nave intercettata, una scorta militare che interviene, un’azione interpretata come ostile, una risposta sproporzionata, un errore di valutazione.

Per questo sarei prudente nell’affermare che «stanno crescendo le possibilità di una guerra Russia-NATO». Non cresce necessariamente la volontà politica di quella guerra, quanto piuttosto cresce la probabilità che si creino le condizioni perché essa possa iniziare senza essere stata realmente scelta.

Ed è forse questo l’aspetto più grave perché, lo sappiamo dalla lettura storica dei conflitti, le guerre non cominciano sempre perché qualcuno decide consapevolmente di iniziarle, ma possono cominciare anche attraverso una successione di decisioni razionali prese singolarmente, ma che, sommandosi, producono un risultato irrazionale nel suo insieme.

E così, oggi vediamo qualcosa di simile, in cui Mosca cerca di evitare di apparire debole, Kiev cerca di ampliare la vulnerabilità russa, i Paesi europei cercano di restringere ulteriormente gli spazi economici e marittimi della Russia. Insomma, ognuno cerca di controllare l’escalation, ma contemporaneamente contribuisce ad alimentarla.

Il punto, dunque, non è che Putin voglia la guerra con la NATO, ma è che la Russia continua a compiere mosse che possono avvicinarla a quella guerra senza volerla, e forse senza essere pienamente in grado di governare il processo che sta mettendo in moto. Ed è proprio questa perdita progressiva di controllo sull’escalation, più che una deliberata volontà di confronto, ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente.