di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
Se John F. Kennedy — insieme al suo speechwriter Ted Sorensen — ha rubato la scena a tutti i presidenti che gli sono susseguiti, per aver creato le più belle frasi mai composte nella retorica politico-diplomatica, Donald Trump è impareggiabile per i colpi di scena che, come questo, strappano quantomeno un sorriso.
La sorpresa è stata quella di invitare in galleria come ospiti speciali il team olimpico di hockey, reduce da una storica medaglia d’oro contro l’acerrimo avversario, il Canada. Quale miglior augurio, volutamente apolitico, da regalare al Paese! La celebrazione di una vittoria sportiva: una condivisione tipicamente americana di unità e gioia — soprattutto in un frangente storico particolarmente complesso.
Dall’altra sponda politica invece diversi esponenti democratici hanno scelto di boicottare il discorso presidenziale, in un gesto simbolico che riflette il clima politico particolarmente teso di Washington. Secondo le stime, sono una trentina i rappresentanti che hanno annunciato la loro assenza, preferendo partecipare a eventi alternativi come il “People’s State of the Union” o restando nei propri distretti. Tra i nomi più visibili figurano Chris Murphy, Jeff Merkley, Adam Schiff, e Katherine Clark, (House minority whip) quest’ultima la più alta esponente della leadership democratica a dichiarare apertamente che non avrebbe partecipato. Non si tratta tuttavia di un boicottaggio compatto di partito: molti democratici saranno comunque in aula, scegliendo forme di dissenso più discrete. Fra le critiche silenziose dei democratici presenti in aula, a spiccare è stato il cartellino bianco appuntato sui baveri delle giacche con la scritta “Release the Files”,riferendosi ai documenti di Epstein, che secondo loro mancano di parti pertinenti a Trump direttamente.
I temi affrontati da Trump sono stati molti — e tutt’altro che semplici: inflazione, costi energetici; poi l’immigrazione e il ruolo dell’ICE, il voto. Sullo sfondo, la guerra in Ucraina, il rischio di un’escalation con l’Iran e molti momenti emotivi dove sono stati ricordati oltre che ad eroi e sopravvissuti anche Charlie Kirk con la presenza della vedova.
Ma il momento centrale — e forse il più
sorprendente — è arrivato a metà discorso, quando Trump, con una premessa che
qui parafraso, ha detto: “Questa è una fantastica occasione per i cittadini
americani di vedere cosa votano i loro rappresentanti. Chiedo a chi è d’accordo
con me di alzarsi se crede che il primo dovere sia difendere i cittadini
americani e non gli immigrati illegali.”
A quel punto, metà dell’aula è rimasta seduta, mentre l’altra metà —
presumibilmente repubblicana — si è alzata in piedi ad applaudire. Da lì Trump
ha incalzato con la proposta di introdurre l’uso della tessera elettorale per
soli cittadini americani e di vietare il voto per posta, se non per pochissime
eccezioni. Anche su questo passaggio, i democratici non hanno dato sostegno.
Ironia della sorte — come lo stesso Trump ha evidenziato — proprio oggi Mamdani
richiede a chi desideri essere assunto temporaneamente per spalare la neve, nel
pieno dell’ondata di maltempo, ben due documenti d’identità per lavorare per
l’amministrazione cittadina a 19 dollari l’ora. (Nota bene, in America quasi
nessuno ha due documenti d’identità, si usa generalmente la patente, non
esistendo la carta di identità in generale e pochi hanno il passaporto).
Ma entriamo nel merito del discorso.
ECONOMIA
Sul fronte economico, Trump ha costruito una narrativa fortemente numerica
per sostenere la tesi della svolta. Ha rivendicato un’inflazione core scesa
all’1,7% negli ultimi mesi del 2025, il prezzo della benzina sotto i 2,30
dollari al gallone nella maggior parte degli Stati — con punte, ha detto, fino
a 1,85 dollari in Iowa — e tassi sui mutui ai minimi degli ultimi quattro anni,
con un risparmio medio di quasi 5.000 dollari annui per i nuovi contraenti. A
rafforzare il quadro, il presidente ha citato 53 nuovi record storici del
mercato azionario dall’elezione, sostenendo che pensioni, 401(k) e conti
pensionistici degli americani sarebbero “tutti in forte crescita”. Sul piano
degli investimenti, Trump ha contrapposto meno di 1.000 miliardi raccolti
dall’amministrazione precedente in quattro anni a oltre 18.000 miliardi di
impegni annunciati — a suo dire — nei primi dodici mesi del suo mandato.
Parallelamente, il presidente ha intrecciato la lettura economica con una nuova offensiva fiscale e regolatoria. Ha rivendicato tagli alle imposte — incluse “no tasse sulle mance”, “no tasse per gli straordinari” e l’azzeramento delle tasse sulla Social Security per gli anziani — insieme a una sua iniziativa: la possibilità di aprire conti bancari d’investimento per bambini, (trust funds) sostenuti anche da donazioni private come i 6,25 miliardi citati da Michael e Susan Dell. Poi è velocemente scivolato a parlare dei “dannati” dazi che hanno apportato alle casse dello stato centinaia di miliardi di entrate e ha rilanciato la prospettiva, già evocata in passato, che le tariffe possano nel tempo sostituire in parte l’attuale sistema di imposta sul reddito. Il messaggio politico è stato chiaro: meno tasse interne, più entrate dall’estero e un mercato — nelle sue parole — “più forte che mai”.
POLTICA ESTERA
Sul piano internazionale, Trump ha
riportato al centro del discorso la linea di massima pressione sull’Iran,
riaffermando come “dottrina storica” degli Stati Uniti l’impegno a impedire a
Teheran di dotarsi di armi nucleari. Il presidente ha descritto il regime
iraniano come il principale sponsor globale del terrorismo, rivendicando
l’eliminazione del generale Qassem Soleimani durante il suo primo mandato e
sostenendo che, nonostante operazioni recenti — tra cui quella che ha definito “Midnight
Hammer” — l’Iran starebbe nuovamente tentando di ricostruire il proprio
programma nucleare e missilistico. Pur dichiarando di preferire una soluzione
diplomatica, Trump ha scandito con fermezza la linea rossa americana:
Washington, ha detto, non permetterà mai a Teheran di ottenere l’arma
atomica. Grazie alla minaccia di un
intervento militare statunitense ha contribuito a fermare ulteriori esecuzioni
in Iran, affermando che Washington è intervenuta “con la minaccia di una seria
forza” per impedire che venissero impiccati altri manifestanti, in un contesto
in cui — secondo le sue parole — il regime avrebbe già ucciso circa 32.000
persone.
Il passaggio si è inserito in una più
ampia narrativa di “peace through strength”, accompagnata dall’annuncio
di un budget militare da 1.000 miliardi di dollari e da un richiamo pressante
agli alleati NATO. Trump ha rivendicato il successo per aver ottenuto che i
partner europei aumentassero la spesa per la difesa fino al 5% del PIL — ben
oltre la storica soglia del 2% — presentando il risultato come una vittoria
negoziale personale. Il messaggio strategico è apparso chiaro: deterrenza
militare rafforzata, pressione economico-diplomatica sugli avversari e una
richiesta esplicita agli alleati di condividere in misura molto più ampia il
peso della sicurezza occidentale.
Il presidente ha inoltre ribadito che
gli aiuti militari diretti all’Ucraina verrebbero oggi incanalati attraverso
acquisti degli alleati, i quali acquistano armi statunitensi per poi
trasferirle a Kiev, riducendo l’esposizione diretta di Washington.
Parallelamente, Trump ha rafforzato la
narrativa di potenza militare e coesione interna, annunciando un “warrior
dividend” simbolico da 1.776 dollari per tutti i militari e rivendicando
livelli record di reclutamento nelle forze armate. Nel contesto della politica
estera, il presidente si è focalizzato nella designazione dei cartelli della
droga come organizzazioni terroristiche e la classificazione del fentanyl come
arma di distruzione di massa. Nella sua politica estera si intrecciano sempre
deterrenza militare, condivisione di responsabilità con gli alleati e sicurezza
interna in un’unica cornice: un’America più forte, meno disposta a farsi carico
di tutti i costi e determinata — nelle sue parole — a ristabilire la propria “dominance”
regionale e globale.
Nel corso del discorso, numerosi ospiti
sono stati onorati con medaglie del Congresso per i loro risultati, in
particolare in ambito militare. Tra i momenti più toccanti, la consegna
dell’onorificenza a un veterano centenario che ha servito nella Seconda guerra
mondiale, in Corea e in Vietnam — una presenza che ha attraversato, in una sola
vita, alcune delle pagine più decisive della storia contemporanea. Con questo
gesto, Trump ha voluto portare simbolicamente “a casa”, nel momento più solenne
dell’anno presidenziale, una cerimonia dal forte valore commemorativo,
riecheggiando quello spirito di riconoscimento pubblico del servizio e del
sacrificio che in Europa associamo a momenti come Dunkerque.
Chiudo questo articolo con le ultime
parole tradotte del discorso, perché anche in questo passaggio emerge con
chiarezza il divario tra le due ali dell’aula. Da un lato, Trump insiste passo
dopo passo sulla centralità della storia americana come collante identitario e
leva politica; dall’altro, dall’emiciclo democratico arriva un silenzio
assordante che colpisce per la sua intensità. Un contrasto che sorprende
profondamente chi, come molti osservatori internazionali, ha avuto modo di
constatare quanto gli americani — al di là delle divisioni politiche —
attribuiscano tradizionalmente un valore quasi sacrale alla loro, pur giovane,
storia nazionale.
____________________________________________
Thomas Jefferson esalò il suo ultimo respiro. Solo una singola lunga vita
umana separa i giganti che dichiararono e conquistarono la nostra indipendenza
dagli eroi che sono tra noi questa sera. Tutto ciò che la nostra nazione ha
fatto, tutto ciò che abbiamo raggiunto, è stato opera di quelle poche grandi
vite. In quei brevi capitoli, gli americani hanno costruito questa nazione da
13 umili colonie fino al culmine della civiltà umana e della libertà umana, la
nazione più forte, più ricca, più potente, più di successo di tutta la storia.
Gli americani si avventurarono attraverso il continente arduo e pericoloso.
Abbiamo tracciato sentieri in una natura selvaggia e implacabile,
colonizzato una frontiera sconfinata e domato il bellissimo ma molto, molto
pericoloso Far West. Da paludi deserte e vaste pianure abbiamo innalzato le più
grandi città del mondo. Insieme, abbiamo dominato le industrie più potenti del
pianeta, abbattuto le mostruose tirannie della storia e liberato milioni di
persone dalle catene del fascismo, del comunismo, dell’oppressione e del
terrore.
Gli americani hanno sollevato l’umanità nei cieli sulle ali di alluminio e
acciaio. E poi abbiamo lanciato il genere umano tra le stelle su razzi
alimentati dalla pura volontà americana e dall’orgoglio americano incrollabile.
Abbiamo cablato il globo con il nostro ingegno, abbiamo affascinato il pianeta
con la cultura americana e ora stiamo aprendo la strada alle prossime grandi
innovazioni americane che cambieranno il mondo intero.
Tutto questo e molto altro è l’eredità duratura, la gloria senza eguali dei
patrioti laboriosi che hanno costruito e difeso questo Paese e che ancora oggi
portano sulle proprie spalle le speranze e le libertà di tutta l’umanità. Per
anni sono stati dimenticati, traditi e messi da parte, ma quel grande
tradimento è finito e non saranno mai più dimenticati, perché quando il mondo
ha bisogno di coraggio, di visione audace e di ispirazione, continua a
rivolgersi all’America.
E quando Dio ha bisogno di una nazione per compiere i Suoi miracoli, sa
esattamente chi chiamare. Non esiste sfida che gli americani non possano
superare, nessuna frontiera troppo vasta da conquistare, nessun sogno troppo
audace da inseguire, nessun orizzonte troppo lontano da raggiungere. Perché il
nostro destino è scritto dalla mano della Provvidenza e questi primi 250 anni
sono stati solo l’inizio.
Dalle aspre città di confine del Texas ai villaggi del cuore dell’America
in Michigan. Dalle coste baciate dal sole della Florida agli infiniti campi
delle Dakota. E dalle storiche strade di Philadelphia fino a qui, nella
capitale della nostra nazione, Washington DC, l’Età dell’Oro dell’America è su
di noi.
La rivoluzione iniziata nel 1776 non è finita; continua ancora oggi, perché
la fiamma della libertà e dell’indipendenza arde ancora nel cuore di ogni
patriota americano. E il nostro futuro sarà più grande, migliore, più luminoso,
più audace e più glorioso che mai.
Grazie. Dio vi benedica e Dio benedica l’America.
STATI UNITI -DISINFORMAZIONE, PAURA E POTERE
Quando la Politica Trasforma le Istituzioni in Minacce
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
Oramai sembra di vivere solo di politica e interpretazioni. La politica ha
debordato i suoi ruoli e funzioni, pervadendo tutti i nostri spazi e in un’era
dove l’IA può riprodurre la realtà falsandola perfettamente è ancora più arduo
separare il falso dal vero.
La scorsa settimana, ascoltando trasmissioni italiane autorevoli, dove ospiti di prima levatura hanno fatto dichiarazioni “assolutamente false” su quanto sta succedendo qui negli USA, ho deciso di affrontare alcuni argomenti per trasmettere la verità supportata da fatti e non da opinioni.
1. “ICE ai seggi”? La Politica dell’Allarme e la
Disinformazione
La prima crisi di sfiducia nel sistema
elettorale americano nasce nel 2000, quando Al Gore perde la presidenza per
poche centinaia di voti della Florida contro George W. Bush. Dopo settimane di riconteggi, schede perforate
(“hanging chads”) e dispute legali, la Corte Suprema degli Stati Uniti
interviene, fermando il riconteggio delle schede e con una decisione di 5-4.
Bush diventa presidente con un margine di 537 voti in quello Stato. Formalmente,
la Corte applica un principio di uniformità costituzionale nel
conteggio. Politicamente, però, milioni di americani percepirono la decisione
come un atto di interferenza giudiziaria nel processo democratico.
La Corte Suprema si basò sul principio
di “eguale protezione” (Equal Protection Clause) sancito dal XIV
Emendamento. In Florida, ogni contea stava usando criteri diversi per decidere quali
schede contare: in alcune si accettavano le schede forate a metà, in altre solo
quelle completamente bucate. La Corte stabilì che non si poteva dare un valore
diverso al voto di un cittadino a seconda della contea di residenza. L’assenza
quindi di uno standard unico avrebbe violato il diritto costituzionale degli
elettori ad essere trattati tutti egualmente.
Sul piano politico, tuttavia, la
percezione fu ben diversa. Milioni di americani erano convinti che la Corte
Suprema non stesse proteggendo la Costituzione, bensì scegliendo il vincitore.
Inoltre, il fatto che la decisione sia stata presa con una maggioranza di 5
voti contro 4 — ha confermato l’impressione di una sentenza di parte.
L’intervento della magistratura “a gamba tesa” fischiando la fine
della partita mentre il risultato era ancora in bilico scioccò molti se non
tutti.
Da quel momento, la Corte Suprema ha smesso di essere vista come un arbitro
imparziale super partes ed è diventata l’ultima istanza del potere politico. È
qui che nasce l’idea moderna che un’elezione non si vinca solo ai seggi, ma
anche (e soprattutto) attraverso la battaglia legale e la nomina di giudici
favorevoli. A distanza di venticinque
anni da Bush v. Gore, il sistema elettorale statunitense resta profondamente
decentrato. Negli Stati Uniti non esiste un’autorità elettorale nazionale con
competenze operative uniformi. Ogni Stato – e spesso ogni contea – gestisce in
modo diverso: registrazioni, liste elettorali, modalità di voto anticipato,
voto per corrispondenza e requisiti di identificazione. Il risultato è un
mosaico normativo:
Stati che richiedono un documento con
foto.
Stati che accettano documenti non
fotografici.
Stati che consentono il voto con
semplice dichiarazione giurata.
Stati che verificano l’identità tramite
firma comparata.
Non esiste una tessera elettorale federale. Non esiste un database nazionale unico. Non esiste una carta d’identità obbligatoria per tutti i cittadini americani.
Dopo le elezioni del 2016 e soprattutto dopo quelle del 2020, il tema della
verifica del voto è entrato stabilmente nel dibattito pubblico. Accuse di
irregolarità, errori nei registri, contestazioni sul voto per corrispondenza
hanno alimentato una narrazione di vulnerabilità sistemica – spesso amplificata
dai social media e da dichiarazioni politiche polarizzate.
Tanto per inserire una nota personale, alcuni anni fa, proprio durante il
periodo critico delle elezioni del 2016, scoprii per caso che sia io che mia
figlia — entrambe cittadine statunitensi — risultavamo registrate come
affiliate a un partito politico in uno Stato in cui non abbiamo mai risieduto.
Non avevamo mai presentato alcuna richiesta in tal senso. Nessuna comunicazione
preventiva. Nessuna spiegazione immediata. Una cara amica, invece, il giorno
delle elezioni si sentì dire al seggio che il suo voto risultava già
registrato. Ma se tre rondini non fanno primavera, è legittimo essere
consapevoli di quanto si potrebbe migliorare il clima di fiducia elettorale con
una semplice carta elettorale e d’identità.
Trump, però, nel suo stile negoziale ha già iniziato a tastare il terreno
dicendo che potrebbe dispiegare agenti ICE ai seggi elettorali. È una dinamica
ricorrente: alzare l’asticella per capire quali le reazioni. Possiamo solo
augurarci che, invece di percorrere la strada simbolica della forza, se davvero
l’obiettivo è rafforzare la fiducia nel sistema, la via non sia la presenza di
agenti armati ai seggi, ma una proposta legislativa seria che uniformi i
criteri di verifica dell’identità su tutto il territorio nazionale — come
avviene in gran parte del mondo democratico. Le istituzioni si consolidano con
regole chiare e condivise.
2. INSIDER TRADING AL CONGRESSO:
ricchezza, privilegi e sfiducia
Uno degli elementi che più ha
contribuito all’erosione della fiducia nelle istituzioni americane riguarda le
attività finanziarie dei membri del Congresso, in particolare il loro
coinvolgimento nel mercato azionario e i sospetti di insider trading o
vantaggi derivanti dall’accesso a informazioni privilegiate.
Un quadro legale debole
Nel 2012 il Congresso approvò lo STOCK Act, una legge pensata per proibire ai legislatori di usare informazioni non
pubbliche ottenute durante il loro mandato per trarne un vantaggio finanziario
diretto tramite operazioni in borsa. La norma impone anche che i parlamentari
rendano pubbliche le loro transazioni finanziarie entro 30 giorni, aumentando
la trasparenza.
Tuttavia, l’applicazione pratica della
legge si è rivelata insoddisfacente. Nessun membro del Congresso è mai stato
perseguito penalmente sotto lo STOCK Act, nonostante l’evidente accumulo di
profitti e le numerose segnalazioni pubbliche di presunte violazioni.
In molti casi, le infrazioni vengono
trattate come ritardi burocratici o errori di rendicontazione, e
le sanzioni sono minime (una multa standard di poche centinaia di dollari),
insufficienti rispetto alle possibilità di guadagno che politicamente informati
possono ottenere con una strategia di trading efficace. Negli ultimi anni sono
emersi numerosi episodi che hanno alimentato dubbi, critiche e richieste di
riforma più radicale: alcuni membri hanno acquistato o venduto titoli di
società collegate direttamente alle loro responsabilità legislative o a
decisioni politiche imminenti, suscitando domande sul possibile uso di
informazioni privilegiate.
Secondo analisi giornalistiche e dataset pubblici, una parte significativa dei
legislatori effettua transazioni in settori che sono collegati alle commissioni
di cui fanno parte, suggerendo un vantaggio informato anche se non
sempre provato come illegale.
Anche episodi recenti come quelli che hanno visto membri del Congresso
comprare azioni poco prima di annunci politici importanti — come sospensioni tariffarie o
integrazioni tecnologiche — hanno riacceso il dibattito pubblico sulle
potenziali asimmetrie informative.
Questi casi, spesso non sfociano in
condanne penali, ma alimentano una percezione potente: che alcuni
parlamentari possano trarre vantaggio personale dal loro ruolo, anche se
formalmente non violano la legge. Secondo una revisione delle disclosure
finanziarie condotta dal Campaign Legal Center,
12 senatori avrebbero effettuato almeno 227
operazioni di acquisto o vendita, con profitti stimati pari a 98,3
milioni di dollari;
alla Camera, 37 rappresentanti avrebbero realizzato 1.358
transazioni, con benefici complessivi stimati intorno a 60,5 milioni di
dollari.
Questi numeri non dimostrano automaticamente attività illegali. Le transazioni possono essere formalmente lecite. Ma alimentano una domanda politica e morale: è opportuno che chi legifera su mercati, regolazioni e politiche fiscali possa contemporaneamente operare attivamente in quei mercati?
3. L’ASSENZA DI UNA NUOVA LEADERSHIP DEMOCRATICA
Se il bullismo politico di Donald Trump rappresenta un’ottima occasione per
catalizzare nuove energie democratiche in vista delle elezioni di mid-term al
Congresso, la realtà appare più complessa e deludente.
In teoria, la situazione potrebbe far nascere una nuova leadership
polarizzante e muscolare attraverso candidati preparati, proposte articolate,
una piattaforma soprattutto riformista capace di intercettare il malcontento
generale e trasformarlo in un progetto politico di successo, più moderato, ma
necessario.
In pratica, però, si ha l’impressione che il Partito Democratico fatichi a
proporre volti realmente nuovi e contenuti strutturali altrettanto nuovi. Molti
dei nomi che emergono nel dibattito pubblico sono già figure consolidate nel
panorama nazionale — potenziali candidati per le prossime presidenziali — più
che espressione di un rinnovamento generazionale e programmatico. Il problema
non è la visibilità. È la sostanza.
La presenza di Alexandria Ocasio-Cortez
alla Munich Security Conference è stata letta da molti osservatori come
un banco di prova internazionale in vista di ambizioni presidenziali. Monaco
non è un palco qualunque: è un contesto dove la preparazione storica, la
padronanza della politica estera e la capacità di muoversi tra riferimenti
geopolitici complessi vengono osservate con attenzione. Proprio per questo ha
suscitato sorpresa e rammarico il suo intervento critico nei confronti di Marco
Rubio, accusato di aver utilizzato citazioni storiche scorrette nel suo
discorso. Peccato che lui ha studiato e lei no, rendendo la contestazione di
Ocasio uno scivolone alla Petrecca.
In un contesto internazionale di alto livello, la differenza tra critica politica e contestazione imprecisa diventa rilevante. Monaco non è un’arena da social media: è un luogo in cui la credibilità si misura nella precisione dei riferimenti e nella solidità dell’argomentazione. Se l’obiettivo era dimostrare statura presidenziale, l’episodio ha sollevato interrogativi sulla profondità dell’elaborazione strategica più che sulla forza retorica.
Allo stesso modo, la partecipazione di
Gavin Newsom è stata interpretata come una prova generale per il pubblico
americano. Il governatore californiano ha usato la platea internazionale per criticare Donald Trump, una scelta politicamente
comprensibile in chiave domestica, ma che pone una questione di opportunità:
quando le divisioni interne vengono proiettate su un palco globale, il confine
tra legittima opposizione ed esposizione delle fragilità interne diventa
sottile.
L’intervento di Newsom è stato descritto come un “tour
anti-Trump” in Europa. Ha rassicurato gli alleati internazionali
dichiarando che l’attuale corso della politica estera americana è “temporaneo” (affermando testualmente:
“Se ne andrà tra tre anni”), esortando i leader mondiali e i vertici
aziendali a non cedere alle pressioni e a rimanere fedeli ai valori democratici
e scientifici. Peccato che i conti della California come abbiamo raccontato la settimana
scorsa, non tornino.
Quanto a Hillary Clinton, la sua presenza a Monaco rappresenta continuità
dell’establishment democratico in materia di politica estera. Tuttavia, proprio
questa continuità riapre il tema del rinnovamento. In un’epoca segnata da
sfiducia verso le élite tradizionali, la riproposizione degli stessi volti
rischia di rafforzare la percezione di immobilismo più che di stabilità.
Il momento più duro della Clinton è
stato il suo affondo contro la politica estera della Casa Bianca. Ha definito
“vergognosa” la pressione esercitata su Kyiv per accettare un accordo di pace con
la Russia, arrivando a dichiarare che l’attuale amministrazione sta “tradendo
l’Occidente” e i valori umani fondamentali. Se Newsom ha usato toni
sarcastici (“Trump è temporaneo”), la Clinton ha usato toni morali e
storici, dipingendo l’attuale corso come un errore epocale e corrotto. Però ha
ammesso che l’immigrazione negli Stati Uniti “è andata troppo
oltre”, definendola un fattore “dirompente e destabilizzante” per la tenuta
delle democrazie occidentali. Clinton ha agito come una consulente strategica
per i leader europei (incontrando Macron e il Cancelliere Merz), suggerendo che
l’imprevedibilità di Washington può essere “neutralizzata” se gli
alleati mantengono una posizione ferma e unita., ma se per Newsom i conti della
California non tornano, per Hillary Clinton il problema è la distanza tra la
sua retorica e la sua percezione interna: basti citare i file di Epstein
(ma sappiamo tutti molto bene delle scappatelle di Bill senza dover leggere
le email di Epstein).
In sintesi, se Newsom è andato a Monaco
per costruire il suo domani, Hillary è andata per difendere il suo ieri
(l’ordine atlantista), finendo però per confermare l’immagine di una leadership
democratica che si sente più a casa tra le élite di Monaco che tra gli elettori
della Rust Belt.
Se Monaco doveva essere l’occasione per presentare una visione rinnovata
interessante e preparata, della futura leadership democratica statunitense a un
pubblico internazionale, l’unico ad uscirne gloriato è Rubio.
In un’epoca in cui la politica ha debordato dai suoi
confini naturali per invadere ogni ambito della nostra vita, persino quello
dell’intrattenimento — dove figure come Stephen Colbert hanno trasformato la
satira in un esercizio di “io ho ragione e tu no” che non fa più
ridere nessuno — è diventato urgente invertire la rotta. Non basta più
semplicemente abbassare i toni; serve avviare una modernizzazione radicale
delle istituzioni che ne ripristini la funzione originaria. Bisogna arginare
quell’avidità di potere e denaro che ha penetrato i gangli dello Stato,
trasformando il servizio pubblico in un’opportunità di arricchimento personale
per pochi. Quando le istituzioni smettono di eseguire il mandato per cui sono
nate, perdendo credibilità giorno dopo giorno, non è più solo una crisi
politica, ma un fallimento del patto sociale. La via d’uscita non passa
attraverso nuovi slogan o agenti armati ai seggi, ma attraverso il ritorno a
regole chiare, all’onestà dei numeri e a una leadership che senta nuovamente il
peso della responsabilità verso il cittadino, prima ancora che verso il proprio
tornaconto o la propria bolla ideologica.
CALIFORNIA – IL SOGNO INFRANTO DEGLI AMERICANI
di Melissa
de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia
presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight
presso il Dipartimento di Stato
Negli ultimi mesi il mercato del lavoro
americano ha mostrato segnali di difficoltà e riorganizzazione, in
particolare nel settore tecnologico e in alcune aree del paese.
Gli Stati Uniti hanno visto oltre 1
milione di licenziamenti annunciati in vari settori, con una tendenza in
aumento negli ultimi anni — soprattutto nel 2025 — e livelli di tagli più alti
rispetto agli anni recenti. Questo fenomeno è stato attribuito agli effetti
combinati della trasformazione tecnologica,
ristrutturazioni aziendali e a un’economia che sta rallentando le nuove
assunzioni.
Il
mercato
del lavoro americano sta effettivamente attraversando un momento di profonda
metamorfosi che va ben oltre la semplice statistica dei licenziamenti. Quello a
cui stiamo assistendo nel 2026 è il risultato di una tempesta perfetta dove la
tecnologia non è più solo un supporto, ma il motore di una ristrutturazione
radicale. Dopo anni di assunzioni frenetiche dettate dalla paura di rimanere
senza personale, le grandi aziende hanno invertito la rotta, passando da una
fase di accumulo a una di estrema ottimizzazione.
Gran parte di questo milione di tagli è
riconducibile al fatto che molte società hanno finalmente integrato
l’intelligenza artificiale nei loro processi operativi, rendendo superflue
intere linee di ruoli amministrativi e tecnici che fino a due anni fa erano
considerati indispensabili. Questo non significa necessariamente che il lavoro
stia scomparendo, ma che si sta spostando: mentre il settore tech e quello dei
servizi finanziari riducono i ranghi per compiacere gli azionisti e tagliare i
costi fissi, settori come l’energia pulita e la sanità continuano a cercare
disperatamente figure specializzate.
A complicare il quadro c’è la pressione dei
tassi di interesse che, restando alti più a lungo del previsto, hanno reso il
capitale molto costoso. Le aziende non possono più permettersi di finanziare la
crescita a debito e sono costrette a tagliare tutto ciò che non è
immediatamente redditizio. Questo ha creato una strana dicotomia: da un lato
vediamo uffici vuoti e ondate di esuberi nelle grandi metropoli del software,
dall’altro un’economia reale che cerca di resistere, pur con una velocità di
assunzione decisamente più cauta rispetto al passato. In definitiva, il
lavoratore americano oggi non combatte solo contro il rischio di una
recessione, ma contro la necessità di reinventarsi in un mercato che premia
l’efficienza tecnologica rispetto alla sola presenza numerica.
Cosa sta succedendo in California
Negli ultimi cinque-sei anni la California sta vivendo una fase di trasformazione strutturale. Non è un crollo, né un declino lineare, ma una riconfigurazione del suo modello economico. Per decenni lo Stato è stato sinonimo di innovazione, capitale di rischio, tecnologia e mobilità sociale. Oggi resta una delle economie più grandi del mondo, ma sta affrontando tre pressioni simultanee: costo della vita molto elevato, fiscalità progressiva particolarmente incisiva sui redditi alti e una crescente competizione interstatale.
Il primo segnale è demografico. Per la prima
volta nella sua storia moderna, la California ha registrato un calo netto di
popolazione. Non si tratta solo di miliardari, ma soprattutto di famiglie e
professionisti della classe media che faticano a sostenere prezzi immobiliari e
affitti tra i più alti degli Stati Uniti. L’area della Bay Area e San Francisco
ha visto un indebolimento del mercato immobiliare commerciale dopo la
diffusione massiva del lavoro da remoto, con un impatto diretto sugli uffici e
sul tessuto urbano.
Azienda
Nuova sede
When
Nota
Tesla
Austin, Texas
2021
HQ spostato da Palo Alto; mantiene stabilimenti CA
Oracle
Austin, Texas
2020
Trasferimento sede corporate
Hewlett Packard Enterprise
Houston, Texas
2020
Riorganizzazione globale
Palantir Technologies
Denver Colorado
2021
HQ spostato da Silicon Valley
Charles Schwab
Westlake, Texas
2021
Consolidamento post-acquisizione
Motivi
principali per gli spostamenti aziendali:
Costi operativi più bassi fuori dalla
California
Clima fiscale più favorevole (assenza
di imposta sul reddito statale in FL, TX)
Maggiore disponibilità di spazi e
personale
Più facilità per espansione e crescita
in settori tech e avanzati
Il fenomeno dell’esodo aziendale dalla California è spinto da un mix letale di costi operativi alle stelle, una pressione fiscale tra le più alte della nazione e un quadro normativo così complesso da rendere spesso più conveniente ricominciare da zero in Stati come il Texas o il Nevada.
La storia di Walmart in
California: un addio strategico
La
presenza di Walmart in California è sempre stata una sfida, ma negli ultimi
anni il rapporto si è incrinato definitivamente. Ecco i passaggi chiave che
spiegano perché il gigante del retail ha deciso di staccare la spina a molti
dei suoi punti vendita nel “Golden State”.
Walmart
è arrivata in California puntando sul volume e sui prezzi bassi, ma si è
scontrata con costi immobiliari proibitivi. Gestire un magazzino di 15.000
metri quadrati a San Francisco o San Diego ha costi fissi (affitto, utenze,
assicurazioni) che sono il doppio rispetto a quelli di una sede in Arizona.
Quando i margini di profitto hanno iniziato a ridursi, l’azienda ha smesso di
vedere la California come un terreno di espansione, passandola alla lista delle
“aree a rischio”.
La goccia che ha fatto
traboccare il vaso è stata l’esplosione dei furti organizzati, alimentata da
una controversa legge statale nota come Proposition 47. Questa norma ha
innalzato a 950 dollari la soglia minima di valore della merce rubata
affinché il furto possa essere perseguito come reato grave (felony).
Sotto questa cifra, l’atto viene considerato un semplice reato minore (misdemeanor),
che nella pratica si traduce raramente in un arresto o in una pena detentiva.
Per Walmart, questo ha significato affrontare un clima di “impunità legale”: bande organizzate entrano nei negozi sapendo esattamente quanto possono rubare per evitare il carcere, rendendo i furti un costo fisso insostenibile. Le perdite record di inventario e la necessità di blindare la merce dietro vetrate chiuse a chiave hanno degradato l’esperienza d’acquisto a tal punto che l’azienda ha preferito chiudere i battenti piuttosto che continuare a operare in un sistema dove la legge sembra aver rinunciato a proteggere il commercio al dettaglio. Invece di investire milioni in sicurezza privata e blindature degli scaffali—che rovinano l’esperienza d’acquisto—Walmart ha preferito chiudere i negozi più colpiti, dichiarando apertamente che la mancanza di sicurezza pubblica rendeva l’attività non più sostenibile.
La sfida dell’automazione
Mentre lo Stato imponeva salari minimi sempre più alti (soprattutto nel settore alimentare e retail), Walmart ha provato a rispondere con le casse automatiche. Tuttavia, la California ha risposto con nuove normative che limitano l’uso della tecnologia a favore della tutela del lavoro umano. Sentendosi “incastrata” tra salari alti e il divieto di automatizzare per risparmiare, l’azienda ha scelto di investire quei capitali nel potenziamento dell’e-commerce, servendo i clienti californiani da centri di distribuzione situati in Stati vicini con meno restrizioni.
Il
caso di San Diego e Sacramento
Le
chiusure
recenti a San Diego e Sacramento non sono state semplici tagli di budget, ma
segnali politici. Walmart ha scelto di chiudere anche sedi che avevano ancora
un buon afflusso di clienti, proprio per inviare un messaggio chiaro: se i
costi della burocrazia e i rischi legati alla criminalità superano una certa
soglia, neanche il più grande retailer del mondo ha interesse a restare.
L’uscita di scena della California è un movimento a due livelli: mentre le imprese come Walmart o Target chiudono i negozi fisici per sfuggire a costi e criminalità, i loro detentori e i giganti del tech stanno cambiando residenza fiscale per proteggere i propri patrimoni. Il catalizzatore è il 2026 Billionaire Tax Act, che ha trasformato la residenza in California in un rischio finanziario da miliardi di dollari.
I
“profughi” eccellenti:
Nome
Dove
Motivi
Mark Zuckerberg (Meta)
Miami
Acquisto proprietà a Indian Creek; possibile riallo- cazione residenza in vista della proposta di billionaire tax
2025–2026
Larry Page (Google co-founder)
Florida
Acquisti immobiliari e ristruttura- zione asset fuori CA
2025
Sergey Brin (Google co-founder)
Nevada e Florida
Trasferimento entità societarie e asset; riduzione esposizione fiscale CA
2025
Peter Thiel (VC, Palantir)
Miami
Espansione operativa e residen-za; contesto fiscale favorevole
2024–2025
Don Hankey (finance billionaire)
Nevada
Cambio residenza verso stato senza income tax
2025
David Sacks (Craft Vent)
Austin Texas
Ha annunciato pubblicamente l’apertura di un ufficio a Austin (“God bless Texas…”), citato nel contesto di urgenza a “stabilire” legami fuori CA prima delle scadenze legate alla proposta di tassa
2026
Perché: 👉 Evita
potenziale tassa sulle ricchezze elevate; 👉 Tasse personali più basse
(Florida e Texas non hanno imposta sul reddito statale); 👉 Ambiente percepito come più
favorevole per investimenti e famiglie
Oltre all’esodo fiscale e societario,
la California sta affrontando quello che molti definiscono un fallimento
epocale nella ricostruzione dopo i devastanti incendi di gennaio 2025
(Palisades ed Eaton Fire). Ad oggi, febbraio 2026, il paesaggio tra Malibu,
Pacific Palisades e Altadena è ancora segnato da distese di lotti vuoti e
macerie.
Ecco i numeri e
i dati che descrivono questa paralisi:
Case Ricostruite: A un anno e un mese dal disastro, su circa 13.000 abitazioni distrutte, meno di 12 case sono state effettivamente completate in tutta la contea di Los Angeles.
Permessi in Sospeso: Nonostante il governatore Newsom parli di “tempi record”, a Malibu sono stati rilasciati solo 25 permessi di costruzione per abitazioni singole su centinaia di richieste.
Spostamento Permanente: Più di 600 lotti dove sorgevano case unifamiliari sono già stati venduti. Molti residenti storici hanno preferito incassare il valore del terreno (crollato del 50%) piuttosto che affrontare l’odissea burocratica.
Spostati e Senza Casa: Secondo il Department of Angels, il 70% delle famiglie colpite vive ancora in sistemazioni temporanee o camper parcheggiati sui propri terreni bruciati.
Sembra che il
fallimento non sia dovuto alla mancanza di volontà, ma a tre ostacoli
strutturali che stanno rendendo la California “impossibile da
abitare”:
Il Collasso delle Assicurazioni: Le compagnie
assicurative hanno pagato oltre 22 miliardi di dollari per i danni del
2025, ma ora molte si rifiutano di rinnovare le polizze o chiedono premi
triplicati. Senza assicurazione, le banche non concedono mutui per ricostruire.
Costi di Costruzione: Il costo per
piede quadrato è aumentato del 30-40% a causa della carenza di
manodopera specializzata e delle nuove normative antisismiche e ignifughe,
rendendo i rimborsi assicurativi insufficienti a coprire i costi reali.
Contaminazione del Suolo: Test recenti
della UCLA hanno rivelato che il 49% dei lotti ad Altadena presenta
ancora livelli elevati di piombo e materiali tossici, bloccando l’approvazione
finale dei terreni per uso residenziale.
Ma sono davvero queste le vere ragioni?
Ridurre tutto al “collasso delle assicurazioni” e all’aumento
dei costi di costruzione è una semplificazione. Le compagnie non stanno
lasciando la California solo per i 22 miliardi pagati, ma perché il sistema
regolatorio rende difficile adeguare i premi a un rischio climatico in
crescita. Anche i costi edilizi sono aumentati ovunque negli Stati Uniti, non
solo in California, per inflazione e carenza di manodopera. E le norme
antisismiche e ignifughe, pur costose, servono a prevenire nuovi disastri.
Senza considerare burocrazia, pianificazione urbanistica e costruzioni in aree
ad alto rischio, la spiegazione resta incompleta.
Per capire il clima del lavoro in
questo momento basta guardare a quello che sta accadendo in Amazon. Dopo anni di
espansione aggressiva, l’azienda ha avviato nuove ondate di tagli nel
2025–2026, colpendo divisioni corporate, dispositivi, servizi cloud e ruoli
amministrativi. Non si tratta solo di riduzione dei costi, ma di un cambio di
paradigma: meno personale intermedio, più automazione, più intelligenza
artificiale integrata nei processi logistici e decisionali. Il messaggio è
chiaro: il lavoro non sparisce, ma cambia forma e richiede competenze diverse.
Tuttavia, questa trasformazione avviene in un contesto di crescente insicurezza
per la classe media urbana, dove salari reali compressi, affitti elevati e
volatilità occupazionale stanno erodendo quella promessa di mobilità che per
decenni ha alimentato il “sogno americano”.
Il nodo, allora, non è ideologico ma
amministrativo. Se a New York il sindaco Zohran Mamdani a fatica ammette
solo ora (quasi caduto dal cielo) un buco di bilancio da 12 miliardi di dollari
che rende difficilmente sostenibili il 90% delle promesse elettorali, il
problema non è “di destra o di sinistra”, ma di pianificazione, controllo della
spesa e capacità di previsione. Quando i conti pubblici vengono affrontati in
ritardo, l’impatto ricade inevitabilmente su servizi, investimenti e fiducia
degli operatori economici.
Il confronto reale oggi non è tra
etichette politiche, ma tra modelli di governo che riescano a garantire
stabilità fiscale, attrattività per le imprese e prevedibilità normativa. In
questo senso, la Florida di Ron DeSantis viene percepita da molti
investitori come un modello di amministrazione orientato alla crescita e alla
chiarezza regolatoria. La questione centrale, più che ideologica, resta quindi
una sola: vince chi sa gestire meglio bilanci, sicurezza economica e fiducia
nel futuro.
Ombre cinesi negli Stati Uniti
di Melissa de Tefféda Washington, DC –
Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica
statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
Era domenica, 23 settembre 2012, quando il
Parlamento della California ha approvato una legge apparentemente
tecnica, destinata a passare quasi inosservata fuori dagli ambienti giuridici.
L’Assembly Bill 1217, inserita nel California Family Code,
stabiliva che i contratti di gestazione per altri sarebbero stati pienamente
legali, applicabili e tutelati dai tribunali statali.
La normaentra
in vigore il 1° gennaio 2013. Da quel momento, la California diviene uno
dei pochi luoghi al mondo in cui nascita, diritto e mercato
s’intrecciano senza apparente ambiguità: 1. un contratto legalizzato 2. una
compensazione economica consentita 3. genitorialità riconosciuta prima del
parto 4. cittadinanza americana automatica per i bambini nati nel suo suolo.
La legge non era stata pensata per
attrarre flussi internazionali, né per ridisegnare le geografie della mobilità
globale. Doveva offrire certezza giuridica a famiglie americane e coppie che
non potevano avere figli. Ma come spesso accade nei sistemi ultra-liberali, ciò
che nasce per risolvere un problema interno diventa rapidamente un’infrastruttura
globale.
Negli anni successivi, cliniche e agenzie per la
maternità surrogata in California iniziarono ad accogliere una clientela sempre
più internazionale. Tra questi, un numero crescente di cittadini cinesi
appartenenti all’élite economica, per i quali la maternità surrogata in
California non rappresentava solo una scelta riproduttiva, ma una strategia
di accesso al futuro.
Il principio giuridico — l’intenzione come fondamento
della genitorialità — ha reso la California un unicum globale. Un sistema
stabile, prevedibile, sicuro. Ed è proprio questa prevedibilità ad aver
attirato, nel tempo, non solo famiglie americane,
ma attori internazionali capaci di leggere il diritto come infrastruttura
strategica.
Tra questi, un numero crescente di cittadini cinesi
appartenenti all’élite economica. Per loro, la maternità surrogata in
California non è semplicemente una risposta a un desiderio individuale, ma un meccanismo
ordinato di accesso al futuro: un figlio che nasce cittadino americano, in
un Paese dove la cittadinanza non si chiede, ma si acquisisce per ius
solis.
Il XIV emendamento Sez. 1 della Costituzione dice: Tutte
le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro
giurisdizione, sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono.
Nessuno Stato potrà emanare o
applicare leggi che riducano i privilegi o le immunità dei cittadini degli
Stati Uniti; né potrà privare alcuna persona della vita, della libertà o della
proprietà senza un giusto procedimento di legge; né negare a qualsiasi persona
soggetta alla sua giurisdizione l’eguale protezione delle leggi.
Questo principio costituzionale produce
un effetto semplice e radicale: la cittadinanza americana non dipende da chi
sei, ma dove nasci. E allo stesso tempo impone agli Stati di trattare chiunque
si trovi sotto la loro giurisdizione — cittadini e stranieri — secondo le
stesse regole. La California, quindi, non può distinguere per nazionalità
l’accesso all’utero in affitto, in base all’origine dei genitori. Il diritto
regola le condizioni della nascita, ma non i suoi effetti politici. Ed è
in questo spazio — tra neutralità giuridica e diseguaglianza globale — che una
norma, pensata per tutelare individui con problematiche di salute, diventa infrastruttura
geopolitica.
Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, un miliardario cinese del settore gaming avrebbe avuto oltre cento figli attraverso agenzie di maternità surrogata negli Stati Uniti, principalmente in California. La cifra esatta è oggetto di contenzioso: l’ex compagna dell’imprenditore sostiene che il numero reale superi i trecento, mentre società a lui collegate parlano di “poco più di cento” figli nati nel corso di diversi anni. In dichiarazioni pubbliche e post sui social media poi rimossi o archiviati, l’uomo avrebbe descritto il proprio progetto come la costruzione di una dinastia familiare, arrivando a definirsi “il primo padre della Cina” e dichiarando l’intenzione di avere decine di figli maschi da destinare, in futuro, alla gestione del proprio impero economico.
Nel 2023, un giudice
del tribunale di famiglia di Los Angeles ha respinto una sua richiesta
di riconoscimento genitoriale relativa ad alcuni minori, aprendo una fase di
contenziosi legali e dispute di custodia con l’ex partner. Secondo le
ricostruzioni giornalistiche, molti dei bambini vivrebbero oggi in un’unica
proprietà a Irvine, California, accuditi da personale professionale. Il
caso ha suscitato un acceso dibattito ad oggi irrisolto.
Questo caso ci mostra come
il diritto renda la nascita un processo contrattuale prevedibile, che può
essere utilizzato non solo per formare una famiglia, ma per progettare il
futuro su scala generazionale. È questa neutralità — pensata per garantire
diritti individuali — a rendere possibile un uso sistemico della nascita come leva
di mobilità, protezione e proiezione generazionale.
Trump, che è contrario al
concetto di utero in affitto, ha siglato un ordine esecutivo che mira a
cancellare la garanzia dello ius solis, per interderci,che per
molti costituzionalisti è incompatibile con il XIV Emendamento. Alcuni
giudici di tribunali federali hanno bloccato la sua
applicazione, e la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accettato di esaminare
il caso,creando così lapossibilità
di un cambiamento storico nel modo in cui si assegna la cittadinanza negli
Stati Uniti.
Ma la presenza cinese negli
Usa, negli ultimi vent’anni, non si è manifestata oltre che attraverso
investimenti industriali, tecnologici o immobiliari urbani, anche tramite
l’acquisto di terre agricole e terreni strategici. Un fenomeno
quantitativamente limitato rispetto al totale delle superfici agricole
statunitensi, ma politicamente esplosivo per la sua localizzazione e per
il contesto geopolitico in cui avviene.
Quanto
territorio è stato acquistato
Secondo dati del
Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA),
soggetti cinesi controllano meno dell’1% delle terre agricole possedute da
entità straniere negli USA. In termini assoluti, si parla di circa 350.000
acri (metà della Valle d’Aosta): una cifra modesta che però assume
tutt’altra rilevanza se si guarda dove queste terre si trovano.
Le acquisizioni non sono distribuite in
modo uniforme. Al contrario, mostrano una concentrazione in Stati e aree che
incrociano agricoltura, energia e sicurezza nazionale.
Texas: Acquisto di terreni
agricoli ma anche di aree prossime a basi militari e di infrastrutture
energetiche. È uno degli Stati che ha reagito più duramente, introducendo
restrizioni dirette.
North Dakota: nel 2022 un’azienda legata
a interessi cinesi ha acquistato terreni vicino a una base militare dell’Air
Force, scatenando un’ondata bipartisan di critiche seguita da un blocco
politico.
Missouri e Arkansas: stati
prevalentemente agricoli, ha creato dibattito controversi soprattutto durante i
periodi elettorali per il legame tra sicurezza alimentare e sovranità
nazionale.
California: l’altissimo valore logico
per i punti portuali di maggior interesse quindi meno acquisti agro-alimentari.
GLI ACQUISTI
Un punto chiave – spesso
frainteso nel dibattito pubblico – è che non è lo Stato cinese ad acquistare
direttamente le terre, bensì:
società private cinesi
holding agro-alimentari
fondi e veicoli societari registrati negli USA
Il caso più citato è quello
della Smithfield Foods, storico colosso americano
della carne suina, acquisito nel 2013 dalla cinese WH Group.
L’operazione non riguardava solo un marchio, ma l’accesso a migliaia di
ettari di terra e a un’intera filiera alimentare, dalla produzione al
consumo. Dal punto di vista legale, tutto è avvenuto nel rispetto delle norme
allora vigenti. Dal punto di vista strategico, però, l’operazione ha segnato un
punto di svolta: la terra come asset geopolitico.
L’interesse cinese per
l’acquisizione di terre all’estero si inserisce anzitutto in una questione
strutturale di sicurezza alimentare. La Cina deve garantire
l’approvvigionamento a quasi il 20% della popolazione mondiale potendo contare
su meno del 10% delle terre coltivabili globali, una sproporzione importante.
In questo contesto, controllare direttamente la produzione agricola fuori dai
confini nazionali rappresenta una forma di assicurazione strategica, capace di
ridurre dipendenze e incertezze. L’acquisto consente di presidiare l’intera
filiera agro-alimentare, dalla produzione primaria alla trasformazione
industriale, fino allo stoccaggio e alla distribuzione. La terra diventa così il primo
anello di una catena del valore molto più ampia, che permette di esercitare
un’influenza significativa sui flussi di beni essenziali e sui mercati globali,
soprattutto in un’epoca segnata da interruzioni logistiche e tensioni commerciali.
Esiste poi una dimensione meno visibile ma politicamente sensibile: quella dell’opzione strategica. Anche appezzamenti di dimensioni limitate, se situati in prossimità di infrastrutture critiche, corridoi energetici o installazioni militari, possono acquisire rilevanza in scenari di competizione geopolitica o tecnologica. In questi casi, la terra non è solo un asset produttivo, ma un elemento che amplia il margine di manovra strategico nel lungo periodo. Negli Stati Uniti, questa consapevolezza è maturata soprattutto negli ultimi tre anni. Dopo una lunga fase di relativa distrazione, il dibattito pubblico/politico ha cambiato tono: oltre la metà degli Stati ha introdotto, o sta valutando, restrizioni all’acquisto di terreni da parte di soggetti collegati a Paesi considerati “avversari”, con la Cina esplicitamente citata in molte iniziative legislative. Il segnale che emerge è netto: la terra non viene più percepita soltanto come un bene economico o agricolo, ma come una vera e propria infrastruttura strategica, al pari dell’energia, dei dati o delle reti di comunicazione.
Il terzo ambito in cui
emerge la presenza cinese negli Stati Uniti non riguarda investimenti legali
con motivazioni dubbiose, ma attività apertamente criminali. Negli
ultimi anni, in particolare nello Stato del Maine, le autorità federali e
statali hanno smantellato reti organizzate che hanno acquistato abitazioni e
proprietà rurali per convertirle in impianti illegali di coltivazione di
marijuana. Le indagini del Dipartimento di Giustizia descrivono un modello
ricorrente: case unifamiliari acquistate formalmente come normali immobili
residenziali, spesso in piccoli centri o aree agricole, trasformate in “grow
house” clandestine, dove venivano applicati sistemi intensivi di coltivazione,
un consumo anomalo di elettricità e senza legami con il mercato legale della
cannabis. In più procedimenti penali, cittadini cinesi sono stati incriminati
per aver gestito operazioni su larga scala. Le accuse includono: produzione
e distribuzione illegale di stupefacenti, riciclaggio di denaro, frode
finanziaria e, in alcuni casi, sfruttamento di manodopera irregolare. I
proventi dell’attività criminale venivano spesso reinvestiti nell’acquisto di
ulteriori immobili, alimentando un circuito chiuso di espansione illegale.
Questo fenomeno ha spinto le autorità federali e i rappresentanti politici
locali a intervenire, chiarendo che non si tratta di investimenti esteri
controversi o discutibili, ma di criminalità organizzata che utilizza il
mercato immobiliare come strumento operativo.
Il Maine, dove il fenomeno ha assunto contorni allarmanti, è stato scelto come punto strategico per una combinazione di fattori strutturali: prezzi immobiliari relativamente bassi, soprattutto nelle aree rurali, bassa densità abitativa, controlli locali limitati e la presenza di un mercato legale della cannabis che inizialmente ha contribuito a mascherare l’attività illecita. A partire dal 2020, le autorità statali e federali hanno individuato numerose abitazioni unifamiliari acquistate e riconvertite in grow house clandestine, all’interno di piccole comunità. Secondo quanto riportato dal Bangor Daily News, le case venivano formalmente comprate come normali immobili residenziali e poi trasformate, dimostrando come il mercato immobiliare possa diventare un centro operativa per attività criminali organizzate.
Scritti uno accanto
all’altro, questi tre fenomeni – come il caso somalo in Minnesota – raccontano
un’America che sembra procedere con gli occhi bendati da un lato e con le mani
sporche dall’altro. Perché se è vero che alcuni vuoti normativi hanno favorito
acquisizioni opache e presenze difficili da tracciare, è altrettanto vero che
qualcuno quelle compravendite le ha autorizzate, firmate, avallate. Nulla
accade nel vuoto. Tra sottovalutazione del rischio, disattenzione istituzionale
e interessi economici locali, si è creato uno spazio grigio in cui legalità
formale e sicurezza sostanziale hanno smesso di coincidere. Ed è proprio in
quello spazio che oggi si annidano le fragilità più profonde di un Paese che,
mentre guarda ossessivamente alle minacce esterne, fatica ancora a rendersi
conto di quanti si sono approfittati della sua generosità e ingenuità. E se di
politici corrotti è pieno il mondo, il punto non è lo scandalo in sé, ma la
difficoltà di riconoscere – e correggere – responsabilità che sono, prima di
tutto, interne.
📌#ReaCT2023 The 4th annual Report on Terrorism and Radicalisation in Europe ⬇📈launches on 23rd May. Don't miss it! 📊📚Numbers, trends, analyses, books, interviews👇 pic.twitter.com/KLIWWlrJXS
🔴📚 OUT SOON! #ReaCT2023 Annual Report on Terrorism and Radicalisation in Europe | Start Insight ⬇ 16 articles by different authors discuss current trends and numbers. Available in Italian and English startinsight.eu/en/out-soon-r…
🔴@cbertolotti1 a FanPage sulle varie ipotesi dell'attacco👉"(...) non si tratterebbe di droni in grado di fare danni significativi, ma piuttosto di una tipologia di equipaggiamento in grado di fare danni limitati con l'obiettivo di portare l'attenzione mediatica sulla questione" twitter.com/cbertolotti1/s…
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.