ChatGPT Image Feb 25, 2026, 05_16_17 PM

2026: THE STATE OF THE UNION

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Se John F. Kennedy — insieme al suo speechwriter Ted Sorensen — ha rubato la scena a tutti i presidenti che gli sono susseguiti, per aver creato le più belle frasi mai composte nella retorica politico-diplomatica, Donald Trump è impareggiabile per i colpi di scena che, come questo, strappano quantomeno un sorriso.

La sorpresa è stata quella di invitare in galleria come ospiti speciali il team olimpico di hockey, reduce da una storica medaglia d’oro contro l’acerrimo avversario, il Canada.  Quale miglior augurio, volutamente apolitico, da regalare al Paese! La celebrazione di una vittoria sportiva: una condivisione tipicamente americana di unità e gioia — soprattutto in un frangente storico particolarmente complesso.

Dall’altra sponda politica invece diversi esponenti democratici hanno scelto di boicottare il discorso presidenziale, in un gesto simbolico che riflette il clima politico particolarmente teso di Washington. Secondo le stime, sono una trentina i rappresentanti che hanno annunciato la loro assenza, preferendo partecipare a eventi alternativi come il “People’s State of the Union o restando nei propri distretti. Tra i nomi più visibili figurano Chris Murphy, Jeff Merkley, Adam Schiff, e Katherine Clark, (House minority whip) quest’ultima la più alta esponente della leadership democratica a dichiarare apertamente che non avrebbe partecipato. Non si tratta tuttavia di un boicottaggio compatto di partito: molti democratici saranno comunque in aula, scegliendo forme di dissenso più discrete. Fra le critiche silenziose dei democratici presenti in aula, a spiccare è stato il cartellino bianco appuntato sui baveri delle giacche con la scritta “Release the Files”,riferendosi ai documenti di Epstein, che secondo loro mancano di parti pertinenti a Trump direttamente.

I temi affrontati da Trump sono stati molti — e tutt’altro che semplici: inflazione, costi energetici; poi l’immigrazione e il ruolo dell’ICE, il voto. Sullo sfondo, la guerra in Ucraina, il rischio di un’escalation con l’Iran e molti momenti emotivi dove sono stati ricordati oltre che ad eroi e sopravvissuti anche Charlie Kirk con la presenza della vedova.

Ma il momento centrale — e forse il più sorprendente — è arrivato a metà discorso, quando Trump, con una premessa che qui parafraso, ha detto: “Questa è una fantastica occasione per i cittadini americani di vedere cosa votano i loro rappresentanti. Chiedo a chi è d’accordo con me di alzarsi se crede che il primo dovere sia difendere i cittadini americani e non gli immigrati illegali.”

A quel punto, metà dell’aula è rimasta seduta, mentre l’altra metà — presumibilmente repubblicana — si è alzata in piedi ad applaudire. Da lì Trump ha incalzato con la proposta di introdurre l’uso della tessera elettorale per soli cittadini americani e di vietare il voto per posta, se non per pochissime eccezioni. Anche su questo passaggio, i democratici non hanno dato sostegno. Ironia della sorte — come lo stesso Trump ha evidenziato — proprio oggi Mamdani richiede a chi desideri essere assunto temporaneamente per spalare la neve, nel pieno dell’ondata di maltempo, ben due documenti d’identità per lavorare per l’amministrazione cittadina a 19 dollari l’ora. (Nota bene, in America quasi nessuno ha due documenti d’identità, si usa generalmente la patente, non esistendo la carta di identità in generale e pochi hanno il passaporto).

Ma entriamo nel merito del discorso.

ECONOMIA

Sul fronte economico, Trump ha costruito una narrativa fortemente numerica per sostenere la tesi della svolta. Ha rivendicato un’inflazione core scesa all’1,7% negli ultimi mesi del 2025, il prezzo della benzina sotto i 2,30 dollari al gallone nella maggior parte degli Stati — con punte, ha detto, fino a 1,85 dollari in Iowa — e tassi sui mutui ai minimi degli ultimi quattro anni, con un risparmio medio di quasi 5.000 dollari annui per i nuovi contraenti. A rafforzare il quadro, il presidente ha citato 53 nuovi record storici del mercato azionario dall’elezione, sostenendo che pensioni, 401(k) e conti pensionistici degli americani sarebbero “tutti in forte crescita”. Sul piano degli investimenti, Trump ha contrapposto meno di 1.000 miliardi raccolti dall’amministrazione precedente in quattro anni a oltre 18.000 miliardi di impegni annunciati — a suo dire — nei primi dodici mesi del suo mandato.

Parallelamente, il presidente ha intrecciato la lettura economica con una nuova offensiva fiscale e regolatoria. Ha rivendicato tagli alle imposte — incluse “no tasse sulle mance”, “no tasse per gli straordinari” e l’azzeramento delle tasse sulla Social Security per gli anziani — insieme a una sua iniziativa: la possibilità di aprire conti bancari d’investimento per bambini, (trust funds) sostenuti anche da donazioni private come i 6,25 miliardi citati da Michael e Susan Dell. Poi è velocemente scivolato a parlare dei “dannati” dazi che hanno apportato alle casse dello stato centinaia di miliardi di entrate e ha rilanciato la prospettiva, già evocata in passato, che le tariffe possano nel tempo sostituire in parte l’attuale sistema di imposta sul reddito. Il messaggio politico è stato chiaro: meno tasse interne, più entrate dall’estero e un mercato — nelle sue parole — “più forte che mai”.

POLTICA ESTERA

Sul piano internazionale, Trump ha riportato al centro del discorso la linea di massima pressione sull’Iran, riaffermando come “dottrina storica” degli Stati Uniti l’impegno a impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. Il presidente ha descritto il regime iraniano come il principale sponsor globale del terrorismo, rivendicando l’eliminazione del generale Qassem Soleimani durante il suo primo mandato e sostenendo che, nonostante operazioni recenti — tra cui quella che ha definito “Midnight Hammer” — l’Iran starebbe nuovamente tentando di ricostruire il proprio programma nucleare e missilistico. Pur dichiarando di preferire una soluzione diplomatica, Trump ha scandito con fermezza la linea rossa americana: Washington, ha detto, non permetterà mai a Teheran di ottenere l’arma atomica.  Grazie alla minaccia di un intervento militare statunitense ha contribuito a fermare ulteriori esecuzioni in Iran, affermando che Washington è intervenuta “con la minaccia di una seria forza” per impedire che venissero impiccati altri manifestanti, in un contesto in cui — secondo le sue parole — il regime avrebbe già ucciso circa 32.000 persone.

Il passaggio si è inserito in una più ampia narrativa di “peace through strength”, accompagnata dall’annuncio di un budget militare da 1.000 miliardi di dollari e da un richiamo pressante agli alleati NATO. Trump ha rivendicato il successo per aver ottenuto che i partner europei aumentassero la spesa per la difesa fino al 5% del PIL — ben oltre la storica soglia del 2% — presentando il risultato come una vittoria negoziale personale. Il messaggio strategico è apparso chiaro: deterrenza militare rafforzata, pressione economico-diplomatica sugli avversari e una richiesta esplicita agli alleati di condividere in misura molto più ampia il peso della sicurezza occidentale.

Il presidente ha inoltre ribadito che gli aiuti militari diretti all’Ucraina verrebbero oggi incanalati attraverso acquisti degli alleati, i quali acquistano armi statunitensi per poi trasferirle a Kiev, riducendo l’esposizione diretta di Washington.

Parallelamente, Trump ha rafforzato la narrativa di potenza militare e coesione interna, annunciando un “warrior dividend” simbolico da 1.776 dollari per tutti i militari e rivendicando livelli record di reclutamento nelle forze armate. Nel contesto della politica estera, il presidente si è focalizzato nella designazione dei cartelli della droga come organizzazioni terroristiche e la classificazione del fentanyl come arma di distruzione di massa. Nella sua politica estera si intrecciano sempre deterrenza militare, condivisione di responsabilità con gli alleati e sicurezza interna in un’unica cornice: un’America più forte, meno disposta a farsi carico di tutti i costi e determinata — nelle sue parole — a ristabilire la propria “dominance” regionale e globale.

Nel corso del discorso, numerosi ospiti sono stati onorati con medaglie del Congresso per i loro risultati, in particolare in ambito militare. Tra i momenti più toccanti, la consegna dell’onorificenza a un veterano centenario che ha servito nella Seconda guerra mondiale, in Corea e in Vietnam — una presenza che ha attraversato, in una sola vita, alcune delle pagine più decisive della storia contemporanea. Con questo gesto, Trump ha voluto portare simbolicamente “a casa”, nel momento più solenne dell’anno presidenziale, una cerimonia dal forte valore commemorativo, riecheggiando quello spirito di riconoscimento pubblico del servizio e del sacrificio che in Europa associamo a momenti come Dunkerque.

Chiudo questo articolo con le ultime parole tradotte del discorso, perché anche in questo passaggio emerge con chiarezza il divario tra le due ali dell’aula. Da un lato, Trump insiste passo dopo passo sulla centralità della storia americana come collante identitario e leva politica; dall’altro, dall’emiciclo democratico arriva un silenzio assordante che colpisce per la sua intensità. Un contrasto che sorprende profondamente chi, come molti osservatori internazionali, ha avuto modo di constatare quanto gli americani — al di là delle divisioni politiche — attribuiscano tradizionalmente un valore quasi sacrale alla loro, pur giovane, storia nazionale.

____________________________________________

Thomas Jefferson esalò il suo ultimo respiro. Solo una singola lunga vita umana separa i giganti che dichiararono e conquistarono la nostra indipendenza dagli eroi che sono tra noi questa sera. Tutto ciò che la nostra nazione ha fatto, tutto ciò che abbiamo raggiunto, è stato opera di quelle poche grandi vite. In quei brevi capitoli, gli americani hanno costruito questa nazione da 13 umili colonie fino al culmine della civiltà umana e della libertà umana, la nazione più forte, più ricca, più potente, più di successo di tutta la storia. Gli americani si avventurarono attraverso il continente arduo e pericoloso.

Abbiamo tracciato sentieri in una natura selvaggia e implacabile, colonizzato una frontiera sconfinata e domato il bellissimo ma molto, molto pericoloso Far West. Da paludi deserte e vaste pianure abbiamo innalzato le più grandi città del mondo. Insieme, abbiamo dominato le industrie più potenti del pianeta, abbattuto le mostruose tirannie della storia e liberato milioni di persone dalle catene del fascismo, del comunismo, dell’oppressione e del terrore.

Gli americani hanno sollevato l’umanità nei cieli sulle ali di alluminio e acciaio. E poi abbiamo lanciato il genere umano tra le stelle su razzi alimentati dalla pura volontà americana e dall’orgoglio americano incrollabile. Abbiamo cablato il globo con il nostro ingegno, abbiamo affascinato il pianeta con la cultura americana e ora stiamo aprendo la strada alle prossime grandi innovazioni americane che cambieranno il mondo intero.

Tutto questo e molto altro è l’eredità duratura, la gloria senza eguali dei patrioti laboriosi che hanno costruito e difeso questo Paese e che ancora oggi portano sulle proprie spalle le speranze e le libertà di tutta l’umanità. Per anni sono stati dimenticati, traditi e messi da parte, ma quel grande tradimento è finito e non saranno mai più dimenticati, perché quando il mondo ha bisogno di coraggio, di visione audace e di ispirazione, continua a rivolgersi all’America.

E quando Dio ha bisogno di una nazione per compiere i Suoi miracoli, sa esattamente chi chiamare. Non esiste sfida che gli americani non possano superare, nessuna frontiera troppo vasta da conquistare, nessun sogno troppo audace da inseguire, nessun orizzonte troppo lontano da raggiungere. Perché il nostro destino è scritto dalla mano della Provvidenza e questi primi 250 anni sono stati solo l’inizio.

Dalle aspre città di confine del Texas ai villaggi del cuore dell’America in Michigan. Dalle coste baciate dal sole della Florida agli infiniti campi delle Dakota. E dalle storiche strade di Philadelphia fino a qui, nella capitale della nostra nazione, Washington DC, l’Età dell’Oro dell’America è su di noi.

La rivoluzione iniziata nel 1776 non è finita; continua ancora oggi, perché la fiamma della libertà e dell’indipendenza arde ancora nel cuore di ogni patriota americano. E il nostro futuro sarà più grande, migliore, più luminoso, più audace e più glorioso che mai.

Grazie. Dio vi benedica e Dio benedica l’America.


STATI UNITI -DISINFORMAZIONE, PAURA E POTERE

Quando la Politica Trasforma le Istituzioni in Minacce

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Oramai sembra di vivere solo di politica e interpretazioni. La politica ha debordato i suoi ruoli e funzioni, pervadendo tutti i nostri spazi e in un’era dove l’IA può riprodurre la realtà falsandola perfettamente è ancora più arduo separare il falso dal vero.

La scorsa settimana, ascoltando trasmissioni italiane autorevoli, dove ospiti di prima levatura hanno fatto dichiarazioni “assolutamente false” su quanto sta succedendo qui negli USA, ho deciso di affrontare alcuni argomenti per trasmettere la verità supportata da fatti e non da opinioni.

1. “ICE ai seggi”? La Politica dell’Allarme e la Disinformazione

La prima crisi di sfiducia nel sistema elettorale americano nasce nel 2000, quando Al Gore perde la presidenza per poche centinaia di voti della Florida contro George W. Bush.  Dopo settimane di riconteggi, schede perforate (“hanging chads”) e dispute legali, la Corte Suprema degli Stati Uniti interviene, fermando il riconteggio delle schede e con una decisione di 5-4. Bush diventa presidente con un margine di 537 voti in quello Stato. Formalmente, la Corte applica un principio di uniformità costituzionale nel conteggio. Politicamente, però, milioni di americani percepirono la decisione come un atto di interferenza giudiziaria nel processo democratico.

La Corte Suprema si basò sul principio di “eguale protezione” (Equal Protection Clause) sancito dal XIV Emendamento. In Florida, ogni contea stava usando criteri diversi per decidere quali schede contare: in alcune si accettavano le schede forate a metà, in altre solo quelle completamente bucate. La Corte stabilì che non si poteva dare un valore diverso al voto di un cittadino a seconda della contea di residenza. L’assenza quindi di uno standard unico avrebbe violato il diritto costituzionale degli elettori ad essere trattati tutti egualmente.

Sul piano politico, tuttavia, la percezione fu ben diversa. Milioni di americani erano convinti che la Corte Suprema non stesse proteggendo la Costituzione, bensì scegliendo il vincitore. Inoltre, il fatto che la decisione sia stata presa con una maggioranza di 5 voti contro 4 — ha confermato l’impressione di una sentenza di parte. L’intervento della magistratura “a gamba tesa” fischiando la fine della partita mentre il risultato era ancora in bilico scioccò molti se non tutti.

Da quel momento, la Corte Suprema ha smesso di essere vista come un arbitro imparziale super partes ed è diventata l’ultima istanza del potere politico. È qui che nasce l’idea moderna che un’elezione non si vinca solo ai seggi, ma anche (e soprattutto) attraverso la battaglia legale e la nomina di giudici favorevoli.  A distanza di venticinque anni da Bush v. Gore, il sistema elettorale statunitense resta profondamente decentrato. Negli Stati Uniti non esiste un’autorità elettorale nazionale con competenze operative uniformi. Ogni Stato – e spesso ogni contea – gestisce in modo diverso: registrazioni, liste elettorali, modalità di voto anticipato, voto per corrispondenza e requisiti di identificazione. Il risultato è un mosaico normativo:

  • Stati che richiedono un documento con foto.
  • Stati che accettano documenti non fotografici.
  • Stati che consentono il voto con semplice dichiarazione giurata.
  • Stati che verificano l’identità tramite firma comparata.

Non esiste una tessera elettorale federale. Non esiste un database nazionale unico. Non esiste una carta d’identità obbligatoria per tutti i cittadini americani.

Dopo le elezioni del 2016 e soprattutto dopo quelle del 2020, il tema della verifica del voto è entrato stabilmente nel dibattito pubblico. Accuse di irregolarità, errori nei registri, contestazioni sul voto per corrispondenza hanno alimentato una narrazione di vulnerabilità sistemica – spesso amplificata dai social media e da dichiarazioni politiche polarizzate.

Tanto per inserire una nota personale, alcuni anni fa, proprio durante il periodo critico delle elezioni del 2016, scoprii per caso che sia io che mia figlia — entrambe cittadine statunitensi — risultavamo registrate come affiliate a un partito politico in uno Stato in cui non abbiamo mai risieduto. Non avevamo mai presentato alcuna richiesta in tal senso. Nessuna comunicazione preventiva. Nessuna spiegazione immediata. Una cara amica, invece, il giorno delle elezioni si sentì dire al seggio che il suo voto risultava già registrato. Ma se tre rondini non fanno primavera, è legittimo essere consapevoli di quanto si potrebbe migliorare il clima di fiducia elettorale con una semplice carta elettorale e d’identità.

Trump, però, nel suo stile negoziale ha già iniziato a tastare il terreno dicendo che potrebbe dispiegare agenti ICE ai seggi elettorali. È una dinamica ricorrente: alzare l’asticella per capire quali le reazioni. Possiamo solo augurarci che, invece di percorrere la strada simbolica della forza, se davvero l’obiettivo è rafforzare la fiducia nel sistema, la via non sia la presenza di agenti armati ai seggi, ma una proposta legislativa seria che uniformi i criteri di verifica dell’identità su tutto il territorio nazionale — come avviene in gran parte del mondo democratico. Le istituzioni si consolidano con regole chiare e condivise.

2. INSIDER TRADING AL CONGRESSO: ricchezza, privilegi e sfiducia

Uno degli elementi che più ha contribuito all’erosione della fiducia nelle istituzioni americane riguarda le attività finanziarie dei membri del Congresso, in particolare il loro coinvolgimento nel mercato azionario e i sospetti di insider trading o vantaggi derivanti dall’accesso a informazioni privilegiate.

Un quadro legale debole

Nel 2012 il Congresso approvò lo STOCK Act, una legge pensata per proibire ai legislatori di usare informazioni non pubbliche ottenute durante il loro mandato per trarne un vantaggio finanziario diretto tramite operazioni in borsa. La norma impone anche che i parlamentari rendano pubbliche le loro transazioni finanziarie entro 30 giorni, aumentando la trasparenza.

Tuttavia, l’applicazione pratica della legge si è rivelata insoddisfacente. Nessun membro del Congresso è mai stato perseguito penalmente sotto lo STOCK Act, nonostante l’evidente accumulo di profitti e le numerose segnalazioni pubbliche di presunte violazioni.

In molti casi, le infrazioni vengono trattate come ritardi burocratici o errori di rendicontazione, e le sanzioni sono minime (una multa standard di poche centinaia di dollari), insufficienti rispetto alle possibilità di guadagno che politicamente informati possono ottenere con una strategia di trading efficace. Negli ultimi anni sono emersi numerosi episodi che hanno alimentato dubbi, critiche e richieste di riforma più radicale: alcuni membri hanno acquistato o venduto titoli di società collegate direttamente alle loro responsabilità legislative o a decisioni politiche imminenti, suscitando domande sul possibile uso di informazioni privilegiate.

  • Secondo analisi giornalistiche e dataset pubblici, una parte significativa dei legislatori effettua transazioni in settori che sono collegati alle commissioni di cui fanno parte, suggerendo un vantaggio informato anche se non sempre provato come illegale.
  • Anche episodi recenti come quelli che hanno visto membri del Congresso comprare azioni poco prima di annunci politici importanti — come sospensioni tariffarie o integrazioni tecnologiche — hanno riacceso il dibattito pubblico sulle potenziali asimmetrie informative.

Questi casi, spesso non sfociano in condanne penali, ma alimentano una percezione potente: che alcuni parlamentari possano trarre vantaggio personale dal loro ruolo, anche se formalmente non violano la legge. Secondo una revisione delle disclosure finanziarie condotta dal Campaign Legal Center,

  • 12 senatori avrebbero effettuato almeno 227 operazioni di acquisto o vendita, con profitti stimati pari a 98,3 milioni di dollari;
  • alla Camera, 37 rappresentanti avrebbero realizzato 1.358 transazioni, con benefici complessivi stimati intorno a 60,5 milioni di dollari.

Questi numeri non dimostrano automaticamente attività illegali. Le transazioni possono essere formalmente lecite. Ma alimentano una domanda politica e morale: è opportuno che chi legifera su mercati, regolazioni e politiche fiscali possa contemporaneamente operare attivamente in quei mercati?

3. L’ASSENZA DI UNA NUOVA LEADERSHIP DEMOCRATICA

Se il bullismo politico di Donald Trump rappresenta un’ottima occasione per catalizzare nuove energie democratiche in vista delle elezioni di mid-term al Congresso, la realtà appare più complessa e deludente.

In teoria, la situazione potrebbe far nascere una nuova leadership polarizzante e muscolare attraverso candidati preparati, proposte articolate, una piattaforma soprattutto riformista capace di intercettare il malcontento generale e trasformarlo in un progetto politico di successo, più moderato, ma necessario.

In pratica, però, si ha l’impressione che il Partito Democratico fatichi a proporre volti realmente nuovi e contenuti strutturali altrettanto nuovi. Molti dei nomi che emergono nel dibattito pubblico sono già figure consolidate nel panorama nazionale — potenziali candidati per le prossime presidenziali — più che espressione di un rinnovamento generazionale e programmatico. Il problema non è la visibilità.  È la sostanza.

La presenza di Alexandria Ocasio-Cortez alla Munich Security Conference è stata letta da molti osservatori come un banco di prova internazionale in vista di ambizioni presidenziali. Monaco non è un palco qualunque: è un contesto dove la preparazione storica, la padronanza della politica estera e la capacità di muoversi tra riferimenti geopolitici complessi vengono osservate con attenzione. Proprio per questo ha suscitato sorpresa e rammarico il suo intervento critico nei confronti di Marco Rubio, accusato di aver utilizzato citazioni storiche scorrette nel suo discorso. Peccato che lui ha studiato e lei no, rendendo la contestazione di Ocasio uno scivolone alla Petrecca.

In un contesto internazionale di alto livello, la differenza tra critica politica e contestazione imprecisa diventa rilevante. Monaco non è un’arena da social media: è un luogo in cui la credibilità si misura nella precisione dei riferimenti e nella solidità dell’argomentazione. Se l’obiettivo era dimostrare statura presidenziale, l’episodio ha sollevato interrogativi sulla profondità dell’elaborazione strategica più che sulla forza retorica.

Allo stesso modo, la partecipazione di Gavin Newsom è stata interpretata come una prova generale per il pubblico americano. Il governatore californiano ha usato la platea internazionale per criticare Donald Trump, una scelta politicamente comprensibile in chiave domestica, ma che pone una questione di opportunità: quando le divisioni interne vengono proiettate su un palco globale, il confine tra legittima opposizione ed esposizione delle fragilità interne diventa sottile.

L’intervento di Newsom è stato descritto come un “tour anti-Trump” in Europa. Ha rassicurato gli alleati internazionali dichiarando che l’attuale corso della politica estera americana è “temporaneo” (affermando testualmente: “Se ne andrà tra tre anni”), esortando i leader mondiali e i vertici aziendali a non cedere alle pressioni e a rimanere fedeli ai valori democratici e scientifici. Peccato che i conti della California come abbiamo raccontato la settimana scorsa, non tornino.

Quanto a Hillary Clinton, la sua presenza a Monaco rappresenta continuità dell’establishment democratico in materia di politica estera. Tuttavia, proprio questa continuità riapre il tema del rinnovamento. In un’epoca segnata da sfiducia verso le élite tradizionali, la riproposizione degli stessi volti rischia di rafforzare la percezione di immobilismo più che di stabilità.

Il momento più duro della Clinton è stato il suo affondo contro la politica estera della Casa Bianca. Ha definito “vergognosa” la pressione esercitata su Kyiv per accettare un accordo di pace con la Russia, arrivando a dichiarare che l’attuale amministrazione sta “tradendo l’Occidente” e i valori umani fondamentali. Se Newsom ha usato toni sarcastici (“Trump è temporaneo”), la Clinton ha usato toni morali e storici, dipingendo l’attuale corso come un errore epocale e corrotto. Però ha ammesso che l’immigrazione negli Stati Uniti “è andata troppo oltre”, definendola un fattore “dirompente e destabilizzante” per la tenuta delle democrazie occidentali. Clinton ha agito come una consulente strategica per i leader europei (incontrando Macron e il Cancelliere Merz), suggerendo che l’imprevedibilità di Washington può essere “neutralizzata” se gli alleati mantengono una posizione ferma e unita., ma se per Newsom i conti della California non tornano, per Hillary Clinton il problema è la distanza tra la sua retorica e la sua percezione interna: basti citare i file di Epstein (ma sappiamo tutti molto bene delle scappatelle di Bill senza dover leggere le email di Epstein).

In sintesi, se Newsom è andato a Monaco per costruire il suo domani, Hillary è andata per difendere il suo ieri (l’ordine atlantista), finendo però per confermare l’immagine di una leadership democratica che si sente più a casa tra le élite di Monaco che tra gli elettori della Rust Belt.

Se Monaco doveva essere l’occasione per presentare una visione rinnovata interessante e preparata, della futura leadership democratica statunitense a un pubblico internazionale, l’unico ad uscirne gloriato è Rubio.

In un’epoca in cui la politica ha debordato dai suoi confini naturali per invadere ogni ambito della nostra vita, persino quello dell’intrattenimento — dove figure come Stephen Colbert hanno trasformato la satira in un esercizio di “io ho ragione e tu no” che non fa più ridere nessuno — è diventato urgente invertire la rotta. Non basta più semplicemente abbassare i toni; serve avviare una modernizzazione radicale delle istituzioni che ne ripristini la funzione originaria. Bisogna arginare quell’avidità di potere e denaro che ha penetrato i gangli dello Stato, trasformando il servizio pubblico in un’opportunità di arricchimento personale per pochi. Quando le istituzioni smettono di eseguire il mandato per cui sono nate, perdendo credibilità giorno dopo giorno, non è più solo una crisi politica, ma un fallimento del patto sociale. La via d’uscita non passa attraverso nuovi slogan o agenti armati ai seggi, ma attraverso il ritorno a regole chiare, all’onestà dei numeri e a una leadership che senta nuovamente il peso della responsabilità verso il cittadino, prima ancora che verso il proprio tornaconto o la propria bolla ideologica.


CALIFORNIA – IL SOGNO INFRANTO DEGLI AMERICANI

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Negli ultimi mesi il mercato del lavoro americano ha mostrato segnali di difficoltà e riorganizzazione, in particolare nel settore tecnologico e in alcune aree del paese.

Gli Stati Uniti hanno visto oltre 1 milione di licenziamenti annunciati in vari settori, con una tendenza in aumento negli ultimi anni — soprattutto nel 2025 — e livelli di tagli più alti rispetto agli anni recenti. Questo fenomeno è stato attribuito agli effetti combinati della trasformazione tecnologica, ristrutturazioni aziendali e a un’economia che sta rallentando le nuove assunzioni.

Il mercato del lavoro americano sta effettivamente attraversando un momento di profonda metamorfosi che va ben oltre la semplice statistica dei licenziamenti. Quello a cui stiamo assistendo nel 2026 è il risultato di una tempesta perfetta dove la tecnologia non è più solo un supporto, ma il motore di una ristrutturazione radicale. Dopo anni di assunzioni frenetiche dettate dalla paura di rimanere senza personale, le grandi aziende hanno invertito la rotta, passando da una fase di accumulo a una di estrema ottimizzazione.

Gran parte di questo milione di tagli è riconducibile al fatto che molte società hanno finalmente integrato l’intelligenza artificiale nei loro processi operativi, rendendo superflue intere linee di ruoli amministrativi e tecnici che fino a due anni fa erano considerati indispensabili. Questo non significa necessariamente che il lavoro stia scomparendo, ma che si sta spostando: mentre il settore tech e quello dei servizi finanziari riducono i ranghi per compiacere gli azionisti e tagliare i costi fissi, settori come l’energia pulita e la sanità continuano a cercare disperatamente figure specializzate.

A complicare il quadro c’è la pressione dei tassi di interesse che, restando alti più a lungo del previsto, hanno reso il capitale molto costoso. Le aziende non possono più permettersi di finanziare la crescita a debito e sono costrette a tagliare tutto ciò che non è immediatamente redditizio. Questo ha creato una strana dicotomia: da un lato vediamo uffici vuoti e ondate di esuberi nelle grandi metropoli del software, dall’altro un’economia reale che cerca di resistere, pur con una velocità di assunzione decisamente più cauta rispetto al passato. In definitiva, il lavoratore americano oggi non combatte solo contro il rischio di una recessione, ma contro la necessità di reinventarsi in un mercato che premia l’efficienza tecnologica rispetto alla sola presenza numerica.

Cosa sta succedendo in California

Negli ultimi cinque-sei anni la California sta vivendo una fase di trasformazione strutturale. Non è un crollo, né un declino lineare, ma una riconfigurazione del suo modello economico. Per decenni lo Stato è stato sinonimo di innovazione, capitale di rischio, tecnologia e mobilità sociale. Oggi resta una delle economie più grandi del mondo, ma sta affrontando tre pressioni simultanee: costo della vita molto elevato, fiscalità progressiva particolarmente incisiva sui redditi alti e una crescente competizione interstatale.

Il primo segnale è demografico. Per la prima volta nella sua storia moderna, la California ha registrato un calo netto di popolazione. Non si tratta solo di miliardari, ma soprattutto di famiglie e professionisti della classe media che faticano a sostenere prezzi immobiliari e affitti tra i più alti degli Stati Uniti. L’area della Bay Area e San Francisco ha visto un indebolimento del mercato immobiliare commerciale dopo la diffusione massiva del lavoro da remoto, con un impatto diretto sugli uffici e sul tessuto urbano.

Azienda Nuova sede When Nota
Tesla Austin, Texas 2021 HQ spostato da Palo Alto;
mantiene stabilimenti CA
Oracle Austin, Texas 2020 Trasferimento sede
corporate
Hewlett Packard
Enterprise
Houston, Texas 2020 Riorganizzazione globale
Palantir
Technologies
Denver Colorado 2021 HQ spostato da Silicon Valley
Charles Schwab Westlake, Texas 2021 Consolidamento
post-acquisizione

Motivi principali per gli spostamenti aziendali:

  • Costi operativi più bassi fuori dalla California
  • Clima fiscale più favorevole (assenza di imposta sul reddito statale in FL, TX)
  • Maggiore disponibilità di spazi e personale
  • Più facilità per espansione e crescita in settori tech e avanzati

Il fenomeno dell’esodo aziendale dalla California è spinto da un mix letale di costi operativi alle stelle, una pressione fiscale tra le più alte della nazione e un quadro normativo così complesso da rendere spesso più conveniente ricominciare da zero in Stati come il Texas o il Nevada.

La storia di Walmart in California: un addio strategico

La presenza di Walmart in California è sempre stata una sfida, ma negli ultimi anni il rapporto si è incrinato definitivamente. Ecco i passaggi chiave che spiegano perché il gigante del retail ha deciso di staccare la spina a molti dei suoi punti vendita nel “Golden State”.

Walmart è arrivata in California puntando sul volume e sui prezzi bassi, ma si è scontrata con costi immobiliari proibitivi. Gestire un magazzino di 15.000 metri quadrati a San Francisco o San Diego ha costi fissi (affitto, utenze, assicurazioni) che sono il doppio rispetto a quelli di una sede in Arizona. Quando i margini di profitto hanno iniziato a ridursi, l’azienda ha smesso di vedere la California come un terreno di espansione, passandola alla lista delle “aree a rischio”.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’esplosione dei furti organizzati, alimentata da una controversa legge statale nota come Proposition 47. Questa norma ha innalzato a 950 dollari la soglia minima di valore della merce rubata affinché il furto possa essere perseguito come reato grave (felony). Sotto questa cifra, l’atto viene considerato un semplice reato minore (misdemeanor), che nella pratica si traduce raramente in un arresto o in una pena detentiva.

Per Walmart, questo ha significato affrontare un clima di “impunità legale”: bande organizzate entrano nei negozi sapendo esattamente quanto possono rubare per evitare il carcere, rendendo i furti un costo fisso insostenibile. Le perdite record di inventario e la necessità di blindare la merce dietro vetrate chiuse a chiave hanno degradato l’esperienza d’acquisto a tal punto che l’azienda ha preferito chiudere i battenti piuttosto che continuare a operare in un sistema dove la legge sembra aver rinunciato a proteggere il commercio al dettaglio.  Invece di investire milioni in sicurezza privata e blindature degli scaffali—che rovinano l’esperienza d’acquisto—Walmart ha preferito chiudere i negozi più colpiti, dichiarando apertamente che la mancanza di sicurezza pubblica rendeva l’attività non più sostenibile.

La sfida dell’automazione

Mentre lo Stato imponeva salari minimi sempre più alti (soprattutto nel settore alimentare e retail), Walmart ha provato a rispondere con le casse automatiche. Tuttavia, la California ha risposto con nuove normative che limitano l’uso della tecnologia a favore della tutela del lavoro umano. Sentendosi “incastrata” tra salari alti e il divieto di automatizzare per risparmiare, l’azienda ha scelto di investire quei capitali nel potenziamento dell’e-commerce, servendo i clienti californiani da centri di distribuzione situati in Stati vicini con meno restrizioni.

Il caso di San Diego e Sacramento

Le chiusure recenti a San Diego e Sacramento non sono state semplici tagli di budget, ma segnali politici. Walmart ha scelto di chiudere anche sedi che avevano ancora un buon afflusso di clienti, proprio per inviare un messaggio chiaro: se i costi della burocrazia e i rischi legati alla criminalità superano una certa soglia, neanche il più grande retailer del mondo ha interesse a restare.

L’uscita di scena della California è un movimento a due livelli: mentre le imprese come Walmart o Target chiudono i negozi fisici per sfuggire a costi e criminalità, i loro detentori e i giganti del tech stanno cambiando residenza fiscale per proteggere i propri patrimoni. Il catalizzatore è il 2026 Billionaire Tax Act, che ha trasformato la residenza in California in un rischio finanziario da miliardi di dollari.

I “profughi” eccellenti:

Nome Dove Motivi
Mark
Zuckerberg (Meta)
Miami Acquisto proprietà a Indian
Creek; possibile riallo-
cazione residenza in vista della
proposta di billionaire tax
2025–2026
Larry Page
(Google co-founder)
Florida Acquisti immobiliari e
ristruttura-
zione asset fuori CA
2025
Sergey Brin
(Google co-founder)
Nevada e Florida Trasferimento entità societarie e
asset; riduzione esposizione
fiscale CA
2025
Peter Thiel
(VC, Palantir)
Miami Espansione operativa e residen-za; contesto fiscale favorevole 2024–2025
Don Hankey
(finance billionaire)
Nevada Cambio residenza verso stato
senza income tax
2025
David Sacks (Craft Vent)   Austin
Texas  
Ha annunciato pubblicamente
l’apertura di
un ufficio a Austin
(“God bless Texas…”), citato nel
contesto di urgenza
a “stabilire” legami fuori CA
prima delle
scadenze legate alla proposta
di tassa
2026

Perché: 👉 Evita potenziale tassa sulle ricchezze elevate;  👉 Tasse personali più basse (Florida e Texas non hanno imposta sul reddito statale);  👉 Ambiente percepito come più favorevole per investimenti e famiglie

Oltre all’esodo fiscale e societario, la California sta affrontando quello che molti definiscono un fallimento epocale nella ricostruzione dopo i devastanti incendi di gennaio 2025 (Palisades ed Eaton Fire). Ad oggi, febbraio 2026, il paesaggio tra Malibu, Pacific Palisades e Altadena è ancora segnato da distese di lotti vuoti e macerie.

Ecco i numeri e i dati che descrivono questa paralisi:

I Numeri del “Cantiere Fantasma” (Febbraio 2026)

  • Case Ricostruite: A un anno e un mese dal disastro, su circa 13.000 abitazioni distrutte, meno di 12 case sono state effettivamente completate in tutta la contea di Los Angeles.
  • Permessi in Sospeso: Nonostante il governatore Newsom parli di “tempi record”, a Malibu sono stati rilasciati solo 25 permessi di costruzione per abitazioni singole su centinaia di richieste.
  • Spostamento Permanente: Più di 600 lotti dove sorgevano case unifamiliari sono già stati venduti. Molti residenti storici hanno preferito incassare il valore del terreno (crollato del 50%) piuttosto che affrontare l’odissea burocratica.
  • Spostati e Senza Casa: Secondo il Department of Angels, il 70% delle famiglie colpite vive ancora in sistemazioni temporanee o camper parcheggiati sui propri terreni bruciati.

Sembra che il fallimento non sia dovuto alla mancanza di volontà, ma a tre ostacoli strutturali che stanno rendendo la California “impossibile da abitare”:

  1. Il Collasso delle Assicurazioni: Le compagnie assicurative hanno pagato oltre 22 miliardi di dollari per i danni del 2025, ma ora molte si rifiutano di rinnovare le polizze o chiedono premi triplicati. Senza assicurazione, le banche non concedono mutui per ricostruire.
  2. Costi di Costruzione: Il costo per piede quadrato è aumentato del 30-40% a causa della carenza di manodopera specializzata e delle nuove normative antisismiche e ignifughe, rendendo i rimborsi assicurativi insufficienti a coprire i costi reali.
  3. Contaminazione del Suolo: Test recenti della UCLA hanno rivelato che il 49% dei lotti ad Altadena presenta ancora livelli elevati di piombo e materiali tossici, bloccando l’approvazione finale dei terreni per uso residenziale.

Ma sono davvero queste le vere ragioni? Ridurre tutto al “collasso delle assicurazioni” e all’aumento dei costi di costruzione è una semplificazione. Le compagnie non stanno lasciando la California solo per i 22 miliardi pagati, ma perché il sistema regolatorio rende difficile adeguare i premi a un rischio climatico in crescita. Anche i costi edilizi sono aumentati ovunque negli Stati Uniti, non solo in California, per inflazione e carenza di manodopera. E le norme antisismiche e ignifughe, pur costose, servono a prevenire nuovi disastri. Senza considerare burocrazia, pianificazione urbanistica e costruzioni in aree ad alto rischio, la spiegazione resta incompleta.

Per capire il clima del lavoro in questo momento basta guardare a quello che sta accadendo in Amazon. Dopo anni di espansione aggressiva, l’azienda ha avviato nuove ondate di tagli nel 2025–2026, colpendo divisioni corporate, dispositivi, servizi cloud e ruoli amministrativi. Non si tratta solo di riduzione dei costi, ma di un cambio di paradigma: meno personale intermedio, più automazione, più intelligenza artificiale integrata nei processi logistici e decisionali. Il messaggio è chiaro: il lavoro non sparisce, ma cambia forma e richiede competenze diverse. Tuttavia, questa trasformazione avviene in un contesto di crescente insicurezza per la classe media urbana, dove salari reali compressi, affitti elevati e volatilità occupazionale stanno erodendo quella promessa di mobilità che per decenni ha alimentato il “sogno americano”.

Il nodo, allora, non è ideologico ma amministrativo. Se a New York il sindaco Zohran Mamdani a fatica ammette solo ora (quasi caduto dal cielo) un buco di bilancio da 12 miliardi di dollari che rende difficilmente sostenibili il 90% delle promesse elettorali, il problema non è “di destra o di sinistra”, ma di pianificazione, controllo della spesa e capacità di previsione. Quando i conti pubblici vengono affrontati in ritardo, l’impatto ricade inevitabilmente su servizi, investimenti e fiducia degli operatori economici.

Il confronto reale oggi non è tra etichette politiche, ma tra modelli di governo che riescano a garantire stabilità fiscale, attrattività per le imprese e prevedibilità normativa. In questo senso, la Florida di Ron DeSantis viene percepita da molti investitori come un modello di amministrazione orientato alla crescita e alla chiarezza regolatoria. La questione centrale, più che ideologica, resta quindi una sola: vince chi sa gestire meglio bilanci, sicurezza economica e fiducia nel futuro.


Ombre cinesi negli Stati Uniti

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Era domenica, 23 settembre 2012, quando il Parlamento della California ha approvato una legge apparentemente tecnica, destinata a passare quasi inosservata fuori dagli ambienti giuridici. L’Assembly Bill 1217, inserita nel California Family Code, stabiliva che i contratti di gestazione per altri sarebbero stati pienamente legali, applicabili e tutelati dai tribunali statali.

La norma entra in vigore il 1° gennaio 2013. Da quel momento, la California diviene uno dei pochi luoghi al mondo in cui nascita, diritto e mercato s’intrecciano senza apparente ambiguità: 1. un contratto legalizzato 2. una compensazione economica consentita 3. genitorialità riconosciuta prima del parto 4. cittadinanza americana automatica per i bambini nati nel suo suolo.

La legge non era stata pensata per attrarre flussi internazionali, né per ridisegnare le geografie della mobilità globale. Doveva offrire certezza giuridica a famiglie americane e coppie che non potevano avere figli. Ma come spesso accade nei sistemi ultra-liberali, ciò che nasce per risolvere un problema interno diventa rapidamente un’infrastruttura globale.

Negli anni successivi, cliniche e agenzie per la maternità surrogata in California iniziarono ad accogliere una clientela sempre più internazionale. Tra questi, un numero crescente di cittadini cinesi appartenenti all’élite economica, per i quali la maternità surrogata in California non rappresentava solo una scelta riproduttiva, ma una strategia di accesso al futuro.

Il principio giuridico — l’intenzione come fondamento della genitorialità — ha reso la California un unicum globale. Un sistema stabile, prevedibile, sicuro. Ed è proprio questa prevedibilità ad aver attirato, nel tempo, non solo famiglie americane, ma attori internazionali capaci di leggere il diritto come infrastruttura strategica.

Tra questi, un numero crescente di cittadini cinesi appartenenti all’élite economica. Per loro, la maternità surrogata in California non è semplicemente una risposta a un desiderio individuale, ma un meccanismo ordinato di accesso al futuro: un figlio che nasce cittadino americano, in un Paese dove la cittadinanza non si chiede, ma si acquisisce per ius solis.

Il XIV emendamento Sez. 1 della Costituzione dice: Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono.  Nessuno Stato potrà emanare o applicare leggi che riducano i privilegi o le immunità dei cittadini degli Stati Uniti; né potrà privare alcuna persona della vita, della libertà o della proprietà senza un giusto procedimento di legge; né negare a qualsiasi persona soggetta alla sua giurisdizione l’eguale protezione delle leggi.

Questo principio costituzionale produce un effetto semplice e radicale: la cittadinanza americana non dipende da chi sei, ma dove nasci. E allo stesso tempo impone agli Stati di trattare chiunque si trovi sotto la loro giurisdizione — cittadini e stranieri — secondo le stesse regole. La California, quindi, non può distinguere per nazionalità l’accesso all’utero in affitto, in base all’origine dei genitori. Il diritto regola le condizioni della nascita, ma non i suoi effetti politici. Ed è in questo spazio — tra neutralità giuridica e diseguaglianza globale — che una norma, pensata per tutelare individui con problematiche di salute, diventa infrastruttura geopolitica.

Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, un miliardario cinese del settore gaming avrebbe avuto oltre cento figli attraverso agenzie di maternità surrogata negli Stati Uniti, principalmente in California. La cifra esatta è oggetto di contenzioso: l’ex compagna dell’imprenditore sostiene che il numero reale superi i trecento, mentre società a lui collegate parlano di “poco più di cento” figli nati nel corso di diversi anni. In dichiarazioni pubbliche e post sui social media poi rimossi o archiviati, l’uomo avrebbe descritto il proprio progetto come la costruzione di una dinastia familiare, arrivando a definirsi “il primo padre della Cina” e dichiarando l’intenzione di avere decine di figli maschi da destinare, in futuro, alla gestione del proprio impero economico.

Nel 2023, un giudice del tribunale di famiglia di Los Angeles ha respinto una sua richiesta di riconoscimento genitoriale relativa ad alcuni minori, aprendo una fase di contenziosi legali e dispute di custodia con l’ex partner. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, molti dei bambini vivrebbero oggi in un’unica proprietà a Irvine, California, accuditi da personale professionale. Il caso ha suscitato un acceso dibattito ad oggi irrisolto.

Questo caso ci mostra come il diritto renda la nascita un processo contrattuale prevedibile, che può essere utilizzato non solo per formare una famiglia, ma per progettare il futuro su scala generazionale. È questa neutralità — pensata per garantire diritti individuali — a rendere possibile un uso sistemico della nascita come leva di mobilità, protezione e proiezione generazionale.

Trump, che è contrario al concetto di utero in affitto, ha siglato un ordine esecutivo che mira a cancellare la garanzia dello ius solis, per interderci,che per molti costituzionalisti è incompatibile con il XIV Emendamento. Alcuni giudici di tribunali federali hanno bloccato la sua applicazione, e la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accettato di esaminare il caso, creando così lapossibilità di un cambiamento storico nel modo in cui si assegna la cittadinanza negli Stati Uniti.

Ma la presenza cinese negli Usa, negli ultimi vent’anni, non si è manifestata oltre che attraverso investimenti industriali, tecnologici o immobiliari urbani, anche tramite l’acquisto di terre agricole e terreni strategici. Un fenomeno quantitativamente limitato rispetto al totale delle superfici agricole statunitensi, ma politicamente esplosivo per la sua localizzazione e per il contesto geopolitico in cui avviene.

Quanto territorio è stato acquistato

Secondo dati del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA), soggetti cinesi controllano meno dell’1% delle terre agricole possedute da entità straniere negli USA. In termini assoluti, si parla di circa 350.000 acri (metà della Valle d’Aosta): una cifra modesta che però assume tutt’altra rilevanza se si guarda dove queste terre si trovano.

Le acquisizioni non sono distribuite in modo uniforme. Al contrario, mostrano una concentrazione in Stati e aree che incrociano agricoltura, energia e sicurezza nazionale.

  • Texas: Acquisto di terreni agricoli ma anche di aree prossime a basi militari e di infrastrutture energetiche. È uno degli Stati che ha reagito più duramente, introducendo restrizioni dirette.
  • North Dakota: nel 2022 un’azienda legata a interessi cinesi ha acquistato terreni vicino a una base militare dell’Air Force, scatenando un’ondata bipartisan di critiche seguita da un blocco politico.
  • Missouri e Arkansas: stati prevalentemente agricoli, ha creato dibattito controversi soprattutto durante i periodi elettorali per il legame tra sicurezza alimentare e sovranità nazionale.
  • California: l’altissimo valore logico per i punti portuali di maggior interesse quindi meno acquisti agro-alimentari.

GLI ACQUISTI

Un punto chiave – spesso frainteso nel dibattito pubblico – è che non è lo Stato cinese ad acquistare direttamente le terre, bensì:

  • società private cinesi
  • holding agro-alimentari
  • fondi e veicoli societari registrati negli USA

Il caso più citato è quello della Smithfield Foods, storico colosso americano della carne suina, acquisito nel 2013 dalla cinese WH Group. L’operazione non riguardava solo un marchio, ma l’accesso a migliaia di ettari di terra e a un’intera filiera alimentare, dalla produzione al consumo. Dal punto di vista legale, tutto è avvenuto nel rispetto delle norme allora vigenti. Dal punto di vista strategico, però, l’operazione ha segnato un punto di svolta: la terra come asset geopolitico.

L’interesse cinese per l’acquisizione di terre all’estero si inserisce anzitutto in una questione strutturale di sicurezza alimentare. La Cina deve garantire l’approvvigionamento a quasi il 20% della popolazione mondiale potendo contare su meno del 10% delle terre coltivabili globali, una sproporzione importante. In questo contesto, controllare direttamente la produzione agricola fuori dai confini nazionali rappresenta una forma di assicurazione strategica, capace di ridurre dipendenze e incertezze. L’acquisto consente di presidiare l’intera filiera agro-alimentare, dalla produzione primaria alla trasformazione industriale, fino allo stoccaggio e alla distribuzione. La terra diventa così il primo anello di una catena del valore molto più ampia, che permette di esercitare un’influenza significativa sui flussi di beni essenziali e sui mercati globali, soprattutto in un’epoca segnata da interruzioni logistiche e tensioni commerciali.

Esiste poi una dimensione meno visibile ma politicamente sensibile: quella dell’opzione strategica. Anche appezzamenti di dimensioni limitate, se situati in prossimità di infrastrutture critiche, corridoi energetici o installazioni militari, possono acquisire rilevanza in scenari di competizione geopolitica o tecnologica. In questi casi, la terra non è solo un asset produttivo, ma un elemento che amplia il margine di manovra strategico nel lungo periodo. Negli Stati Uniti, questa consapevolezza è maturata soprattutto negli ultimi tre anni. Dopo una lunga fase di relativa distrazione, il dibattito pubblico/politico ha cambiato tono: oltre la metà degli Stati ha introdotto, o sta valutando, restrizioni all’acquisto di terreni da parte di soggetti collegati a Paesi considerati “avversari”, con la Cina esplicitamente citata in molte iniziative legislative. Il segnale che emerge è netto: la terra non viene più percepita soltanto come un bene economico o agricolo, ma come una vera e propria infrastruttura strategica, al pari dell’energia, dei dati o delle reti di comunicazione.

Il terzo ambito in cui emerge la presenza cinese negli Stati Uniti non riguarda investimenti legali con motivazioni dubbiose, ma attività apertamente criminali. Negli ultimi anni, in particolare nello Stato del Maine, le autorità federali e statali hanno smantellato reti organizzate che hanno acquistato abitazioni e proprietà rurali per convertirle in impianti illegali di coltivazione di marijuana. Le indagini del Dipartimento di Giustizia descrivono un modello ricorrente: case unifamiliari acquistate formalmente come normali immobili residenziali, spesso in piccoli centri o aree agricole, trasformate in “grow house” clandestine, dove venivano applicati sistemi intensivi di coltivazione, un consumo anomalo di elettricità e senza legami con il mercato legale della cannabis. In più procedimenti penali, cittadini cinesi sono stati incriminati per aver gestito operazioni su larga scala. Le accuse includono: produzione e distribuzione illegale di stupefacenti, riciclaggio di denaro, frode finanziaria e, in alcuni casi, sfruttamento di manodopera irregolare. I proventi dell’attività criminale venivano spesso reinvestiti nell’acquisto di ulteriori immobili, alimentando un circuito chiuso di espansione illegale. Questo fenomeno ha spinto le autorità federali e i rappresentanti politici locali a intervenire, chiarendo che non si tratta di investimenti esteri controversi o discutibili, ma di criminalità organizzata che utilizza il mercato immobiliare come strumento operativo.

Il Maine, dove il fenomeno ha assunto contorni allarmanti, è stato scelto come punto strategico per una combinazione di fattori strutturali: prezzi immobiliari relativamente bassi, soprattutto nelle aree rurali, bassa densità abitativa, controlli locali limitati e la presenza di un mercato legale della cannabis che inizialmente ha contribuito a mascherare l’attività illecita. A partire dal 2020, le autorità statali e federali hanno individuato numerose abitazioni unifamiliari acquistate e riconvertite in grow house clandestine, all’interno di piccole comunità. Secondo quanto riportato dal Bangor Daily News, le case venivano formalmente comprate come normali immobili residenziali e poi trasformate, dimostrando come il mercato immobiliare possa diventare un centro operativa per attività criminali organizzate.

Scritti uno accanto all’altro, questi tre fenomeni – come il caso somalo in Minnesota – raccontano un’America che sembra procedere con gli occhi bendati da un lato e con le mani sporche dall’altro. Perché se è vero che alcuni vuoti normativi hanno favorito acquisizioni opache e presenze difficili da tracciare, è altrettanto vero che qualcuno quelle compravendite le ha autorizzate, firmate, avallate. Nulla accade nel vuoto. Tra sottovalutazione del rischio, disattenzione istituzionale e interessi economici locali, si è creato uno spazio grigio in cui legalità formale e sicurezza sostanziale hanno smesso di coincidere. Ed è proprio in quello spazio che oggi si annidano le fragilità più profonde di un Paese che, mentre guarda ossessivamente alle minacce esterne, fatica ancora a rendersi conto di quanti si sono approfittati della sua generosità e ingenuità. E se di politici corrotti è pieno il mondo, il punto non è lo scandalo in sé, ma la difficoltà di riconoscere – e correggere – responsabilità che sono, prima di tutto, interne.