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Quando la fragilità incontra l’ideologia: psicopatologia, radicalizzazione e terrorismo contemporaneo

di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

Oltre la falsa alternativa tra terrorismo e follia

Ogni volta che un episodio di violenza estrema irrompe nello spazio pubblico, emerge quasi automaticamente la stessa domanda: terrorismo o follia individuale? Il dibattito tende a oscillare tra due semplificazioni opposte: da un lato la patologizzazione automatica dell’autore, dall’altro una lettura esclusivamente ideologica, come se il soggetto radicalizzato fosse sempre pienamente razionale e impermeabile alla sofferenza psichica. Entrambe le interpretazioni, se assunte in modo rigido, impediscono una comprensione davvero utile del fenomeno.

Più che un’alternativa secca, il problema riguarda il punto in cui una fragilità individuale incontra una narrazione capace di darle forma, significato e direzione. Il rapporto tra disagio e ideologia non è lineare: la sofferenza psichica può precedere l’adesione radicale, ma trova nell’ideologia una cornice in cui canalizzarsi e assumere un senso. Questo processo – la radicalizzazione violenta – porta l’individuo ad adottare idee che possono condurre al sostegno o alla realizzazione di atti terroristici, un fenomeno la cui espansione è oggi strettamente legata alle dinamiche della rete (Parlamento europeo, 2023). Non si tratta di una diagnosi clinica, ma di un fenomeno dinamico e multifattoriale, che prende forma dentro specifici contesti biografici, relazionali, sociali e digitali.

Negli ultimi anni il tema è tornato con particolare insistenza di fronte a episodi compiuti da soggetti isolati (lone actors), spesso segnati da emarginazione, rancore sociale, esposizione online e riferimenti ideologici disorganici. È proprio questa zona grigia, in cui il disagio individuale si mescola all’immaginario estremista, a rendere più difficile distinguere tra sofferenza psichica e adesione ideologica, valutando il reale rischio di passaggio all’atto. A conferma di questa minaccia composita e ideologicamente diversificata, i dati dell’Europol TE-SAT 2025 segnalano che nel 2024 sono stati registrati nell’Unione europea 58 attacchi terroristici (tra completati, falliti e sventati) in 14 Stati membri. Di questi, 24 sono stati attribuiti al terrorismo jihadista – in aumento rispetto ai 14 dell’anno precedente – che si conferma come la forma di terrorismo più letale con cinque vittime uccise e 18 feriti (Europol, 2025).

Sul piano strettamente clinico, c’è chiarezza su un punto: la maggioranza delle persone con disturbi psichiatrici non commette atti violenti, ed è anzi più spesso vittima che autrice di aggressioni. Allo stesso tempo, molti soggetti coinvolti in attività terroristiche non presentano diagnosi psichiatriche rilevanti. Il disturbo mentale, dunque, non rappresenta una spiegazione sufficiente o un nesso di causalità diretta con la violenza ideologica (Borum, 2011), ma può funzionare come fattore di vulnerabilità, soprattutto quando si combina con umiliazione, isolamento, crisi identitaria e ricerca di appartenenza.

Fragilità psichica e radicalizzazione

I dati scientifici disponibili sul rapporto tra disturbi psichiatrici, radicalizzazione e terrorismo invitano alla massima prudenza. Una revisione sistematica della letteratura (Trimbur et al., 2021) ha rilevato percentuali molto variabili di disturbi psichiatrici nelle popolazioni radicalizzate (tra il 6% e il 41%) e tra i terroristi (tra il 3,4% e il 48,5%), riscontrando una maggiore frequenza nei lone actors rispetto ai soggetti inseriti in gruppi organizzati e strutturati. Gli autori non individuano un’associazione significativa e generalizzabile, sottolineando la scarsa qualità metodologica di molti studi e la necessità di valutazioni standardizzate.

Questo punto è essenziale: non bisogna trasformare il terrorismo in un mero sintomo psichiatrico. Al contempo, però, non si può escludere la dimensione clinica dai percorsi individuali. In determinati casi la fragilità psichica può aumentare la recettività verso narrazioni capaci di dare un nome e un bersaglio al malessere, offrendo un ancoraggio simbolico che riempie il vuoto di senso. Va chiarito che fragilità non significa inevitabilità. La presenza di disagio, trauma o sintomi non conduce automaticamente alla violenza; ciò che fa la differenza è la complessa convergenza tra la vulnerabilità del singolo e l’esposizione a stimoli radicalizzanti.

Il web come ambiente cognitivo e acceleratore identitario

Le piattaforme digitali vanno comprese come veri e propri ambienti cognitivi ed emotivi, spazi nei quali paura, rabbia, risentimento e bisogno di appartenenza vengono amplificati, normalizzati e resi condivisibili. La propaganda contemporanea agisce ben oltre la persuasione razionale: coinvolge l’interiorità del soggetto, polarizza, produce identificazione e orienta il comportamento attraverso l’attivazione di fragilità affettive. In questo senso, il web non genera dal nulla il radicalismo; opera piuttosto per accumulazione ed esposizione ripetuta, accelerando tendenze già presenti, moltiplicando le conferme e riducendo il contatto con prospettive alternative.

Tale evoluzione si inscrive nel vasto scenario della guerra cognitiva contemporanea, in cui il conflitto investe le modalità attraverso cui le persone percepiscono la realtà e costruiscono la propria identità. All’interno di questo ecosistema, i contenuti ad alto impatto emotivo e le teorie del complotto trovano una circolazione privilegiata, contribuendo a creare camere d’eco in cui la complessità si perde e il pensiero radicale può attecchire con più facilità. È dentro queste vulnerabilità che si inseriscono le organizzazioni estremiste. Esse offrono spiegazioni semplici a problemi complessi, trasformano il disagio in militanza e ordinano il mondo secondo una logica dicotomica: noi contro loro, puri contro corrotti, vittime contro persecutori. Questa struttura binaria risulta profondamente seduttiva per soggetti che vivono disorientamento, marginalità o frammentazione interiore. Non si tratta solo di una dottrina a cui aderire, ma di una struttura cognitiva che promette rivalsa e punti di riferimento saldi. Se in passato il pensiero persecutorio poteva rimanere confinato nello spazio individuale, oggi internet consente a convinzioni estreme di trovare conferma continua, comunità di riferimento e legittimazione reciproca.

La centralità dell’ambiente digitale è ormai riconosciuta anche a livello normativo. Il Regolamento europeo sulla diffusione di contenuti terroristici online, applicabile dal 7 giugno 2022, introduce un obbligo stringente di rimozione entro un’ora dall’identificazione dei contenuti (Commissione europea, sd).

Vulnerabilità psicologiche e ricerca di significato

Come evidenziato dalla letteratura scientifica, non esiste un profilo unico del terrorista (Borum, 2011). Entrano tuttavia in gioco specifiche fragilità psicologiche e relazionali capaci di indebolire le difese individuali di fronte alla propaganda: impulsività, rigidità cognitiva, tratti paranoidi, traumi irrisolti e una rabbia cronica che si nutre di un profondo bisogno di riconoscimento.

In tale prospettiva, risulta particolarmente utile il concetto di quest for significance descritto da Arie Kruglanski: il bisogno di sentirsi importanti, riconosciuti e necessari può orientare alcuni individui verso ideologie radicali capaci di promettere una rivalutazione di sé, affiliazione e una missione salvifica (Kruglanski et al., 2014). L’ideologia, allora, non offre soltanto una spiegazione del mondo, ma restituisce al soggetto una posizione nel mondo: alla frammentazione interna oppone coerenza; all’umiliazione o alla vergogna promette riscatto; alla solitudine offre legame; all’impotenza consegna un mandato d’azione, una forma di agency.

A questo si collega un altro concetto decisivo: la need for cognitive closure, cioè il bisogno di ridurre l’ambiguità e chiudere rapidamente il campo delle possibilità interpretative (Webber et al., 2018). Le narrative estremiste rispondono perfettamente a questa urgenza perché azzerano le sfumature della realtà e la riconducono a una certezza morale: il dolore trova un colpevole, l’incertezza una spiegazione definitiva e il disorientamento un bersaglio contro cui indirizzare l’azione. In soggetti già esposti a crisi identitarie o a inclinazioni persecutorie in cui l’ambiente viene percepito come costantemente ostile, questo sistema coerente di conferme risulta estremamente attraente.

Quando l’ideologia prende il posto della regolazione emotiva

Il passaggio più delicato di questo percorso avviene quando l’ideologia smette di essere un semplice insieme di convinzioni e diventa un vero e proprio sistema di regolazione emotiva. In questa fase, la rabbia individuale viene legittimata come giustizia, la vergogna viene idealizzata e trasformata in martirio, la marginalità diventa elezione spirituale o politica e la violenza si presenta come un dovere morale. Il soggetto non agisce più soltanto “in nome di” un’idea: si sente realizzato, autorizzato e protetto da quella stessa visione.

Qui interviene il meccanismo del moral disengagement (disimpegno morale), ovvero la dinamica attraverso cui l’individuo sospende i normali freni etici che impediscono di infliggere danno ad altri. La disumanizzazione del nemico, la minimizzazione del danno, la giustificazione superiore e lo spostamento di responsabilità rendono l’atto violento psicologicamente praticabile e moralmente capovolto (Bandura, 1999). Non si tratta più di una trasgressione, ma di una riorganizzazione interiore che autorizza la violenza.

Nelle traiettorie a più forte impronta individualizzata, subentra infine una forma di identity fusion (fusione dell’identità): il soggetto fonde il proprio Sé con la causa fino a percepire l’attacco al gruppo o alla dottrina come un attacco diretto alla propria persona. Questo rende l’attivazione violenta non solo accettabile, ma vissuta come prova di autenticità, coerenza e fedeltà assoluta (Swann et al., 2014).

Trauma collettivo e mentalità d’assedio

La chiusura identitaria prende forma anche nell’intreccio profondo tra ferite individuali e traumi collettivi non elaborati. Il trauma collettivo, quando resta privo di spazi simbolici e istituzionali di elaborazione, può trasformarsi in una vulnerabilità condivisa: una disposizione emotiva che rende più persuasive le narrazioni di accerchiamento, declino e vendetta. Pandemia, conflitti globali, terrorismo, instabilità geopolitica e crisi economiche hanno alimentato un diffuso senso di precarietà e sfiducia nei contesti democratici.

In questo scenario si diffonde una sorta di mentalità d’assedio: la percezione che il proprio gruppo di riferimento sia costantemente minacciato, umiliato o destinato al declino.  Quando l’angoscia sociale incontra una narrativa estremista, la violenza collettiva viene ridefinita, apparendo come legittima difesa e reazione necessaria a una minaccia. Il singolo smarrisce così la percezione del proprio agire distruttivo, inscrivendolo in un mandato di protezione del gruppo. Là dove il tessuto sociale si frammenta e mancano spazi condivisi per riconoscere ed elaborare la vulnerabilità, l’estremismo offre una risposta disfunzionale ma potente, promettendo protezione e inclusione.

Segnali deboli e prevenzione precoce

A volte si incontra una persona che non appare radicalizzata in senso evidente, ma si mostra progressivamente meno raggiungibile. Il suo linguaggio si restringe e si irrigidisce su posizioni assolute, la sofferenza assume una forma persecutoria, i rapporti si chiudono e la complessità viene respinta. È in questa zona intermedia, prima del consolidamento ideologico, che la prevenzione può ancora utilmente intercettare il percorso di deriva.

Parlare di segnali deboli non significa trasformare la sofferenza psichica in sospetto. Significa riconoscere alcuni indicatori di una progressiva chiusura cognitiva: isolamento crescente e ritiro sociale; schemi di pensiero fortemente polarizzati; fascinazione per la vendetta e fantasie apocalittiche; perdita di flessibilità mentale e di tolleranza dell’ambivalenza; assorbimento totalizzante in circuiti digitali e spazi virtuali autoreferenziali.

Questi elementi non sono indicatori immediati di pericolosità e devono sempre essere interpretati con prudenza, all’interno di una valutazione competente e multidisciplinare. Tuttavia, ignorarli significherebbe perdere la possibilità di intervenire quando il disagio è ancora permeabile al cambiamento, prima che l’architettura identitaria si strutturi in modo definitivo. In definitiva, la radicalizzazione può essere compresa come una patologia della complessità: un processo che disimpara le sfumature della realtà e sottrae all’altro il suo statuto umano.


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Per una clinica della sicurezza cognitiva

Le analisi del Radicalisation Awareness Network (RAN, 2024) confermano che non esiste una causa unica che porti all’estremismo violento. Di conseguenza, le fonti scientifiche e istituzionali convergono sulla necessità di un approccio integrato. Una prevenzione efficace non può limitarsi alla sola rimozione dei contenuti estremisti o alla sorveglianza. Deve saper riconoscere le condizioni psicologiche e sociali che rendono quei contenuti desiderabili per chi li incontra in un momento di crisi.

Serve quindi un lavoro sinergico e strutturato che veda cooperare attivamente salute mentale, scuola, servizi sociali, programmi di deradicalizzazione, monitoraggio online, intelligence e forze dell’ordine, poiché il fenomeno si colloca esattamente all’incrocio tra clinica, cultura digitale e sicurezza.

In un ecosistema in cui le minacce attraversano l’attenzione, la memoria e l’identità, la protezione della società passa dalla capacità di comprendere come le menti vengono orientate. Una clinica della sicurezza cognitiva si propone di formare operatori capaci di leggere, accanto ai messaggi estremisti, i processi psichici che ne sostengono l’efficacia. In questo senso, la prevenzione precoce deve includere: alfabetizzazione emotiva e digitale; educazione alla complessità e al pensiero critico; sostegno strutturato ai legami sociali e interventi sul disagio marginale; costruzione di contesti sani in cui la ricerca di senso e l’esigenza di valore individuale non vengano intercettate soltanto da narrative distruttive.

Conclusione

La radicalizzazione, nei suoi percorsi più complessi, non nasce semplicemente dall’incontro tra un individuo e una dottrina estremista. Nasce quando quella narrazione riesce a intercettare una ferita, a strutturare un vuoto, a trasformare una sofferenza in identità e l’identità in missione. È in questo spazio, fragile e pericoloso, che clinica, prevenzione e sicurezza devono imparare a dialogare in modo permanente. Comprendere questo intreccio significa assumere la responsabilità di intervenire prima che la fragilità venga assorbita dal dogmatismo e la mente assediata trovi nella distruzione l’unica forma possibile di significato.

Bibliografia

Bandura, A. (1999). Moral Disengagement in the Perpetration of Inhumanities. Personality and Social Psychology Review3(3), 193-209.

Borum, R. (2011). Radicalization into Violent Extremism I: A Review of Social Science Theories. Journal of Strategic Security4(4), 7–36.

Commissione europea. (sd). Terrorist content online. Migration and Home Affairs. https://home-affairs.ec.europa.eu/policies/internal-security/counter-terrorism-and-radicalisation/prevention-radicalisation/terrorist-content-online_en

Europol. (2025). European Union Terrorism Situation and Trend Report 2025 (EU TE-SAT). Publications Office of the European Union, Luxembourg, 2025. https://www.europol.europa.eu/publication-events/main-reports/european-union-terrorism-situation-and-trend-report-2025-eu-te-sat

Kruglanski, A. W., Gelfand, M. J., Bélanger, J. J., Sheveland, A., Hetiarachchi, M., & Gunaratna, R. (2014). The Psychology of Radicalization and Deradicalization: How Significance Quest Impacts Violent Extremism. Political Psychology, 35(S1), 69–93.

Parlamento europeo. (2023). Cos’è e come si può prevenire la radicalizzazione nell’Unione europea? https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20210121STO96105/cos-e-e-come-si-puo-prevenire-la-radicalizzazione-nell-unione-europea

Radicalisation Awareness Network (RAN). (2024). The Root Causes of Violent Extremism. European Commission. https://home-affairs.ec.europa.eu/document/download/63770ad9-8c0b-44c4-a568-254bb22a8009_en?filename=ran_root_causes_of_violent_extremism_ranstorp_meines_july_2024.pdf

Swann, W. B., Gómez, A., Buhrmester, M. D., López-Rodríguez, L., Jiménez, J., & Vázquez, A. (2014). Contemplating the ultimate sacrifice: identity fusion channels pro-group affect, cognition, and moral decision making. Journal of Personality and Social Psychology, 106(5), 713–727.

Trimbur, M., Amad, A., Horn, M., Thomas, P., & Fovet, T. (2021). Are radicalization and terrorism associated with psychiatric disorders? A systematic review. Journal of Psychiatric Research, 141, 214–222.

Webber, D., Babush, M., Schori-Eyal, N., Vazeou-Nieuwenhuis, A., Hettiarachchi, M., Bélanger, J. J., Moyano, M., Trujillo, H. M., Gunaratna, R., Kruglanski, A. W., & Gelfand, M. J. (2018). The road to extremism: Field and experimental evidence that significance loss-induced need for closure fosters radicalization. Journal of Personality and Social Psychology, 114(2), 270–285.


L’orizzonte spezzato: la Cuba di Leonardo Padura e l’esodo verso l’America Latina

Corrispondenza di Martino Rigacci da Buenos Aires/Montevideo

    BUENOS AIRES – “Mi chiedete cosa può succedere a Cuba? Di tutto!”. E’ un Leonardo Padura lucido come sempre, e preoccupato per il destino del suo paese, quello che lo scorso 29 aprile ha risposto alla stampa al termine di uno dei numerosi eventi organizzati dal ‘Salone del libro di Buenos Aires’.

    Il tema in programma era ‘La letteratura nei Caraibi’ ma è stato proprio l’aggravarsi della crisi cubana a rubare spesso la scena. Padura ha evitato voli pindarici o macro-analisi, ricordando per esempio la situazione “di chi a sessanta e passa anni, o a settanta, prende la pensione e si trova ad affrontare una vulnerabilità davvero molto grande. Mia madre ha 98 anni e la sua pensione è di 1500 pesos: per comprare 30 uova di pesos ne servono 3000”.

    L’analisi del giornalista e scrittore nato nel tradizionale quartiere Mantilla dell’Avana non si ferma qua: “il mio ultimo romanzo, ‘Morire nella sabbia’, racconta il destino di una generazione a cui era promesso un futuro. Guardate a cosa siamo arrivati…”.

    Il tracollo di Cuba colpisce interi strati sociali e fasce d’età: i piu’ anziani e indifesi, l’infanzia, gli impiegati pubblici, gli insegnanti, gli studenti e chi lavora nel turismo, settore ai minimi storici, da decenni traino dell’economia e controllato con mano ferma dalla holding militare GAESA.

   “Sul tavolo ci sono diversi scenari, può cambiare tutto affinchè non cambi niente, o che non cambi niente, oppure che ci sia un’invasione americana e invece cambi appunto tutto… ”, ha aggiunto Padura e quel “tutto può capitare” di fine aprile detto a Buenos Aires ancora non comprendeva le tante novità degli ultimi giorni: l’incursione nelle acque caraibiche della portaerei monstre Nimitz, le bellicose prese di posizioni del presidente Donald Trump e, soprattutto, la ‘spada di Damocle’ rappresentata da un blitz militare.

    Sullo sfondo rimangono la recente incriminazione inflitta dal Dipartimento di giustizia statunitense a Raul Castro e la minacciosa ombra dell’operazione all’alba dello scorso 3 gennaio a Caracas con la quale le forze USA hanno portato a termine la cinematografica cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro. Tuttavia, le differenze tra i due casi sono tante e consistenti: Cuba non ha infatti le riserve petrolifere –nè le dimensioni- del Venezuela e il potere del ‘chavismo’ era meno concentrato, e organizzato, di quello cubano.

    Il paese è a un passo da una crisi terminale. Il post-castrismo avulso da ogni riforma significativa promosso in questi anni dal presidente Miguel Diaz Canel appare isolato in un contesto internazionale dove, al netto degli aiuti e la retorica, Russia e Cina si mantengono lontane dallAvana e guardano ad altri orizzonti geopolitici ben più strategici.

  Intanto, la diaspora non si ferma: i cubani continuano ad andarsene e a imboccare le infinite vie che da sempre accompagnano le migrazioni. In realtà, certo non da ora, esistono due Cuba, l’isola e quella dell’esodo, che ha storicamente puntato sulla vicina Florida. Chi decide di partire scommette ancora sull’America intesa quale USA ma negli ultimi tempi è spuntata ‘l’altr’ America, quella Latina. E’ da queste parti che si cercano, e si trovano, nuovi approdi.

   Per i cubani l’area latinoamericana “ha smesso di essere un corridoio di migranti e ogni giorno di più è un focolare”, sottolinea Maria Moita, responsabile per l’area dell’Organizzazione mondiale dei migranti (OIM). Le rotte più battute per la fuga passano dal Venezuela o dalla Guyana –dove non sono richiesti visti- per poi proseguire in terra brasiliana attraverso lo stato settentrionale del Roraima.

   Tra le mete sudamericane più ambite è spuntato a sorpresa uno dei paesi confinanti con il Brasile, il piccolo l’Uruguay, e non solo la capitale, Montevideo, ma anche altre località, per es. Punta del Este, oggi paradiso del turismo vip, che in un lontano passato si era già incrociato con il destino di Cuba: fu infatti qui dove nel 1961 l’inviato di Fidel Castro, Ernesto ‘Che’ Guevara,  pronunciò un duro discorso contro l’Alleanza per il Progresso promossa dall’amministrazione Kennedy che segnò il definitivo divorzio tra l’Avana e Washington.

   La lunga strada per raggiungere la nuova meta ‘uruguaya’ è un’ odissea. Si viaggia in aereo, in auto, via bus, qualche tratto anche a piedi. E ovviamente ai posti di frontiera, soprattutto quelli meno controllati, prolifera il business dei coyotes, mediatori e agenzie di viaggio spesso farlocchi ma inevitabili per chi non ha tutti i documenti necessari.

   Come in ogni fenomeno migratorio il primo passo è trovare lavoro e casa. E si parte lo stesso anche se le distanze sono significative, come nel caso appunto L’Avana-Montevideo.

   “In arrivo intere famiglie con nonni e bambini denutriti”, ha intitolato lo scorso 16 marzo in un lungo articolo El Pais, principale quotidiano di Montevideo. La scommessa cubana sull’Uruguay ha una sua logica: il paese è un modello di stabilità, ha un alto PIL pro-capite, non ci sono ovviamente problemi di lingua e gli uruguaiani non sono certo xenofobi. I tempi di attesa per avere i documenti e regolarizzare la propria situazione sono inoltre minori rispetto ad altre nazioni del continente.

   Nel 2025 il bilancio dei migranti giunti dall’isola ha avuto un’ impennata, circa 15 mila persone a fronte dei 5900 nel 2024. E la situazione non è molto diversa in Brasile, i cui controlli sono però più severi. L’altra faccia della medaglia dei tanti ‘adios a Cuba’ di questi anni è quello che gli esperti definiscono lo “svuotamento del paese”: la popolazione ha avuto un forte calo, è infatti passata dagli 11,2 milioni del 2020 ai 9,4 milioni del 2024. Qualsiasi sia il futuro dell’isola il forte calo demografico sarà un dato chiave e condizionerà la crescita.

   Ieri come oggi, non sono certo un mistero le ragioni per le quali si scappa. La situazione è al limite su tanti fronti, anche se c’è un settore, quello dell’energia elettrica, che racchiude gran parte dei problemi di fondo, una vulnerabilità alla Padura.

   Avviato nei primi anni ’60, l’embargo americano anti-Cuba ha aggiunto un nuovo e strategico capitolo nella sua lunga storia a seguito del blocco petrolifero imposto a gennaio da Washington, un nuovo fronte del devastante e ormai quasi eterno bloqueo USA. A mancare sono non solo gli alimenti e l’acqua (a causa dei tanti problemi della rete idrica) ma anche l’energia, fatto che ha una ricaduta concreta e pesante sui mille fronti della vita quotidiana.

   Da anni nell’isola circola la seguente battuta: “En Cuba no hay apagones, hay alumbrones” (A Cuba non ci sono black out, ci sono bagliori). Uno humor, quello degli habaneros, senza dubbio graffiante, ma che ha anche il sapore di una inconsolabile e crescente disperazione.- 


Le infiltrazioni “Pro-pal” e del “pacifismo antagonista”: uno strumento di influenza di Iran e Russia?

di Claudio Bertolotti

Dalla disinformazione alla guerra cognitiva: influenza esterna, polarizzazione dell’opinione pubblica e resilienza della coesione nazionale

La disinformazione non va più letta come semplice diffusione di «notizie false», ma come componente di una strategia più ampia di influenza, finalizzata a modificare percezioni, emozioni collettive, fiducia istituzionale e coesione sociale. Russia e Iran operano con modelli diversi ma convergenti: Mosca attraverso una diplomazia pubblica strutturata, culturale, digitale e istituzionale; Teheran attraverso una strategia «a spettro completo» che combina narrazione emotiva, infrastrutture religiose e associative, reti digitali, plausibile negabilità e, nei casi più critici, interfacce criminali o micro-proxy locali.

1. Il nuovo campo di battaglia è la percezione

La coesione nazionale non è oggetto di aggressioni solamente con attacchi informatici, pressioni energetiche o minacce militari, ma viene erosa più lentamente, e spesso più efficacemente, attraverso la manipolazione della percezione pubblica, la polarizzazione del dibattito e la delegittimazione delle istituzioni.

La guerra cognitiva agisce su informazione, emozione, identità e fiducia, con l’obiettivo – non di convincere tutti – di frammentare il campo sociale, creare dubbio, moltiplicare narrazioni incompatibili e rendere più difficile una risposta pubblica condivisa. Nel caso russo – come ho avuto modo di approfondire nel mio articolo “La diplomazia pubblica russa nella guerra cognitiva: attori, narrazioni e strumenti digitali” – questa dinamica si colloca all’interno della conflittualità ibrida, nella quale informazione, percezione e influenza culturale assumono valore strategico.

2. La Russia e la diplomazia pubblica come influenza ibrida

La Russia non usa soltanto propaganda bensì un ecosistema che sfrutta le dimensioni identitaria, della memoria storica, culturale, istituzionale, mediatica, dei social network, della diplomazia digitale e delle narrazioni anti-occidentali.

Il concetto di Russkij Mir – il «Mondo Russo» – opera come dispositivo ideologico che tende non solo a una promozione culturale, ma a creare e consolidare una cornice geopolitica che legittimi la protezione delle comunità russofone e, in prospettiva, l’intervento politico o militare narrativamente a tutela delle stesse. A questo si affiancano strumenti istituzionali come la Fondazione Russkij Mir, Rossotrudnichestvo, il Gorchakov Fund, la Chiesa ortodossa russa, i media statali e le piattaforme digitali.

La diplomazia digitale russa sfrutta così i social media, crea e diffonde i contenuti di portali informativi alternativi e piattaforme digitali per veicolare narrazioni filo-russe, per alimentare il dubbio, per polarizzare l’opinione pubblica e per delegittimare le narrazioni occidentali. Il caso italiano dell’operazione «Dalla Russia con amore» è utile come esempio di convergenza fra assistenza umanitaria, propaganda, disinformazione e potenziale raccolta informativa in un contesto di emergenza.

La Russia, così facendo, non cerca soltanto di raccontare una versione alternativa dei fatti ma cerca di costruire un ambiente informativo nel quale la verità diventa negoziabile, la fiducia istituzionale diventa fragile e la coesione democratica diventa vulnerabile.

3. L’Iran e la strategia d’influenza «a spettro completo»

L’Iran, dopo il 7 ottobre 2023, ha aggiornato il proprio repertorio di influenza, saldando la guerra di Gaza a un meta-frame emotivo basato sui concetti di «Occidente contro Islam», «genocidio», «ipocrisia occidentale», vittimizzazione dei musulmani, delegittimazione di Israele e degli oppositori in esilio, erosione della fiducia civica e della coesione sociale europea.

Ne ho parlato in maniera dettagliata nel mio articolo “Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea” in cui evidenzio l’esistenza di tre livelli: il primo, la costruzione di una narrazione emotiva; il secondo, l’uso selettivo di infrastrutture religiose e associative; il terzo, l’esternalizzazione tattica della coercizione a reti criminali locali. L’obiettivo è polarizzare il discorso pubblico europeo, alimentare l’antisemitismo, delegittimare oppositori in esilio ed erodere fiducia civica e coesione sociale, mantenendo la plausibile negabilità.

La componente mediatico-digitale è centrale: PressTV e HispanTV producono contenuti multilingue, poi distribuiti su piattaforme più permissive come Telegram e Rumble, amplificati da reti inautentiche, siti proxy e adattamenti linguistici alle diverse audience europee.

4. Il nodo pro-Pal: protesta legittima, sfruttamento ostile e radicalizzazione del frame

È essenziale distinguere fra protesta legittima, critica politica, mobilitazione pro-palestinese e sfruttamento ostile di quelle mobilitazioni da parte di attori statali o para-statali. Il problema non è l’esistenza del dissenso di per sè, ma la sua cattura narrativa, la sua amplificazione artificiale e, in alcuni casi, il suo legame a reti radicali, antagoniste, comunitarie o criminali.

Quello che pongo in evidenza nel mio articolo è che il fatto che il caso iraniano non si limiti alla propaganda su Gaza, ma cerchi di trasformare un conflitto esterno portandolo verso una polarizzazione interna europea seguendo una chiara e definita sequenza che parte dalla costruzione della cornice emotiva, passa attraverso il radicamento attraverso reti comunitarie e piattaforme digitali e arriva all’eventuale impiego di micro-proxy locali per azioni dimostrative o violente. In questa prospettiva, la narrazione non rimane online ma tende a trasformarsi in mobilitazione, pressione sociale, intimidazione, radicalizzazione identitaria e, nei casi più estremi, violenza.

Il punto non è più, dunque, criminalizzare la protesta, bensì impedire che la protesta si imponga come un’infrastruttura inconsapevole di una strategia ostile di influenza.

5. Russia e Iran: due modelli diversi, una convergenza strategica

Schema comparativo, che evidenzia la convergenza dei due approcci: entrambi gli attori, Russia e Iran, operano su quella che possiamo identificare come la vulnerabilità più rilevante dei paesi democratici, ossia la fiducia: nelle istituzioni, nei media, nella comunità nazionale, nella legittimità dell’azione pubblica e nella possibilità stessa di distinguere tra informazione, propaganda e manipolazione.

Elemento Russia Iran
Leva principale Diplomazia pubblica, cultura, memoria, identità, media, istituzioni. Frame emotivo-religioso-politico, Gaza, anti-occidentalismo, antisemitismo, diaspora, reti comunitarie, piattaforme digitali.
Obiettivo Legittimare la postura geopolitica russa, delegittimare l’Occidente, alimentare sfiducia verso istituzioni democratiche. Polarizzare il discorso pubblico europeo, delegittimare oppositori, rafforzare la proiezione ideologica e ridurre i costi di attribuzione.
Metodo Soft power ibridato con disinformazione, diplomazia digitale e, in contesti di crisi, penetrazione informativa. Influenza «a spettro completo», con narrazione, reti associative, media statali, piattaforme permissive e potenziale outsourcing criminale.

6. Il rischio principale: erosione della coesione nazionale

La minaccia non è soltanto informativa. È sociale, politica e istituzionale poiché la disinformazione produce effetti cumulativi: sfiducia nelle istituzioni, radicalizzazione delle identità, delegittimazione dell’avversario, frammentazione del dibattito pubblico, sospetto permanente verso media e autorità, vulnerabilità delle comunità diasporiche, normalizzazione dell’odio politico o religioso.

Nel modello iraniano, la minaccia emerge quando propaganda, economie criminali e nodi comunitari si fondono; per questo occorre separare narrazione e coercizione, tagliando l’accesso ai «fornitori» di violenza e delegittimando le interfacce organizzative che trasformano il frame in azione.

7. Risposta strategica: dalla contro-disinformazione alla resilienza cognitiva

Non basta smontare le fake news una per una. Occorre rafforzare la resilienza cognitiva del sistema democratico. Come è dunque possibile definire le possibili linee di risposta? Proviamo a identificare alcune opzioni rilevanti.

  • L’alfabetizzazione informativa, non intesa come educazione generica ai media, ma come capacità di riconoscere frame ostili, manipolazione emotiva, falsi dilemmi, contenuti coordinati e amplificazione artificiale.
  • La trasparenza istituzionale rapida. Il vuoto informativo è lo spazio operativo della disinformazione.
  • La protezione delle comunità vulnerabili. Diaspore, minoranze religiose, giovani e ambienti digitali polarizzati non vanno trattati come minacce, ma come spazi da proteggere da infiltrazione, radicalizzazione e sfruttamento.
  • L’integrazione fra sicurezza interna, intelligence, diplomazia pubblica, scuola, università, media e società civile.
  • La risposta europea coordinata. Le reti di influenza non rispettano confini nazionali; una risposta solo nazionale rischia di essere tardiva, frammentata e facilmente aggirabile.

L’osservazione dello scenario sociale, politico e informativo, ci propone un fenomeno in via di evoluzione e trasformazione. La disinformazione è solo la superficie visibile di un fenomeno più profondo, cioè la competizione per il controllo razionale dell’informazione. Russia e Iran non cercano semplicemente di convincere le opinioni pubbliche europee, ma cercano di dividere, disorientare e rendere più costosa e lenta ogni decisione collettiva. La difesa della coesione nazionale, dunque, non è censura, non è propaganda di segno opposto, non è repressione del dissenso; al contrario, è capacità democratica di distinguere tra conflitto politico legittimo e manipolazione ostile, tra protesta e strumentalizzazione, tra pluralismo e frammentazione indotta. In questo spazio si misura oggi la vera resilienza delle democrazie europee.


Cuba alla resa dei conti

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Avevamo lasciato il Segretario di Stato Marco Rubio a Roma che rassicurava tutti, ma soprattutto il Papa, che gli Stati Uniti, nonostante i profondi tagli al dipartimento USAID, avrebbero allocato 100 milioni di dollari per aiutare la popolazione di Cuba attraverso la potente mano della Caritas Cattolica. Questo gesto umanitario, a ridosso sia della guerra in Iran sia della situazione venezuelana — con il blocco delle forniture di petrolio e quindi di energia a Cuba — dimostrerebbe buona volontà.

Ed ecco che il 20 maggio, giorno della festa d’indipendenza di Cuba, Rubio -figlio di esuli cubani- non perde l’occasione per rivolgersi direttamente ai cittadini dell’isola con parole dal forte impatto emotivo, che vogliono spiegare la posizione americana e scardinare la narrativa del regime:

“La ragione per cui siete costretti a sopravvivere 22 ore al giorno senza elettricità non è dovuta a un “blocco” petrolifero da parte degli Stati Uniti. Come sapete meglio di chiunque altro, soffrite di blackout da anni.

La vera ragione per cui non avete elettricità, carburante o cibo è che coloro che controllano il vostro Paese hanno saccheggiato miliardi di dollari, ma nulla è stato utilizzato per aiutare il popolo.

Trent’anni fa, Raúl Castro fondò una società chiamata GAESA. Questa società è di proprietà delle Forze Armate, che la gestiscono, e ha entrate pari a tre volte il budget del vostro attuale governo. Oggi, mentre voi soffrite, questi uomini d’affari possiedono 18 miliardi di dollari in beni e controllano il 70% dell’economia di Cuba. Traggono profitto da hotel, edilizia, banche, negozi e persino dal denaro che i vostri parenti vi inviano dagli Stati Uniti; tutto, tutto passa dalle loro mani. Da queste rimesse trattengono una percentuale, ma dai profitti di GAESA a voi non arriva nulla.

Invece di usare il denaro per comprare petrolio, come tutti gli altri Paesi del mondo, dipendevano dal petrolio gratuito di Hugo Chávez e Maduro per tenersi i soldi. Ma ora che il petrolio gratuito ha smesso di arrivare, comprano il carburante per i loro generatori e i loro veicoli, mentre al popolo viene chiesto di fare sacrifici.

Invece di usare il denaro per mantenere e modernizzare le centrali elettriche danneggiate, usano i soldi per costruire altri hotel per stranieri e per mandare i loro parenti a vivere nel lusso a Madrid e persino qui negli Stati Uniti.

Oggi Cuba non è controllata da alcuna “rivoluzione”. Cuba è controllata da GAESA. Uno “Stato nello Stato” che non rende conto a nessuno e accaparra i profitti delle sue attività a beneficio di una ristretta élite. E l’unico ruolo svolto dal cosiddetto “governo” è quello di esigere che continuiate a fare “sacrifici” e di reprimere chiunque osi lamentarsi.

Il Presidente Trump offre una nuova relazione tra gli Stati Uniti e Cuba. Ma deve essere direttamente con voi, il popolo cubano, non con GAESA.

In primo luogo, offriamo 100 milioni di dollari in cibo e medicine per voi, il popolo. Ma devono essere distribuiti direttamente al popolo cubano dalla Chiesa cattolica o da altri gruppi caritativi di fiducia. Non rubati da GAESA per essere venduti in uno dei loro negozi.

Tuttavia, al popolo cubano non interessa la carità permanente. Voi volete l’opportunità di vivere nel vostro Paese così come i vostri parenti vivono negli Stati Uniti o in altri Paesi del mondo….

Oggi a Cuba, solo chi è vicino all’élite di GAESA o ne fa parte può avere attività redditizie….Una nuova Cuba in cui voi, e non solo GAESA, potrete aprire una banca o avere un’impresa edile….Una nuova Cuba in cui voi, e non solo il Partito Comunista di Cuba, potrete possedere una stazione televisiva o un giornale…..E una nuova Cuba in cui avrete la reale opportunità di scegliere chi governa il vostro Paese e votare per sostituirlo se non sta facendo un buon lavoro…..E, attualmente, l’unica cosa che si frappone alla strada verso un futuro migliore sono coloro che controllano il vostro Paese.”

Il colpo di scena giudiziario

Quasi contemporaneamente, in un ennesimo colpo di scena, mentre Rubio termina il suo discorso, l’Acting Attorney General Todd Blanche apre una conferenza stampa nella storica Freedom Tower di Miami — l’edificio simbolo dell’esilio cubano che tra il 1962 e il 1974 ospitò il Cuban Assistance Center, accogliendo centinaia di migliaia di profughi in fuga dal regime di Fidel Castro. Il motivo della convocazione è la presentazione ufficiale di un clamoroso atto d’accusa sostitutivo (superseding indictment) per omicidio e cospirazione contro Raúl Castro, oggi 94enne, i cui dettagli erano finora secretati. Le accuse si riferiscono all’abbattimento, avvenuto il 24 febbraio 1996, di due aerei civili disarmati dell’organizzazione umanitaria Brothers to the Rescue, costato la vita a quattro persone. La mossa coordinata punta a sfruttare il momento di estrema fragilità dell’isola, colpita da una gravissima crisi energetica. L’amministrazione USA sta mandando un messaggio chiaro ai quadri intermedi del governo e dell’esercito cubano: la leadership storica è formalmente incriminata dalla giustizia internazionale, mentre per il popolo c’è un pacchetto di aiuti pronto e la fine dell’isolamento economico.

La pressione politica e la svolta

Sempre quasi in un afflato armonico, alcune ore prima dell’annuncio di Blanche, quattro deputati repubblicani di origine cubana — Mario Díaz-Balart, Carlos Gimenez, Nicole Malliotakis e Maria Elvira Salazar — hanno tenuto una conferenza stampa a Capitol Hill, chiedendo l’incriminazione di Castro. Gimenez ha ricordato come quegli aerei stessero solo cercando persone in mare, definendole “solo quattro delle probabilmente migliaia di persone che Raúl Castro ha ucciso”. La deputata Salazar ha evocato il duro precedente del leader venezuelano: «Pensavano che il presidente Trump non fosse serio, e guardate dove si trova ora Maduro — in una prigione federale a New York».

Il comunicato del Dipartimento di Giustizia convalida formalmente queste dichiarazioni, specificando che l’organizzazione operava nello Stretto della Florida per “cercare migranti cubani in difficoltà” e che i due Cessna sono stati distrutti senza preavviso “al di fuori del territorio cubano, nello spazio aereo internazionale”. L’imputazione non ammette sconti legati al ruolo politico e prevede come pena massima l’ergastolo o la pena di morte. Tra i co-imputati, il pilota Luis Raúl González-Pardo Rodríguez si trova sorprendentemente già in custodia negli Stati Uniti, dopo essere caduto in trappola da solo a causa di dichiarazioni mendaci sui suoi documenti di immigrazione.

L’ombra della tempesta militare

La tensione è ormai giunta al punto di rottura. Di recente, Axios ha riportato che Cuba avrebbe acquisito centinaia di droni militari per l’eventualità di un’invasione USA. Molti analisti di sicurezza nazionale hanno interpretato quel reportage come una fuga di notizie mirata a costruire “il” caso per un attacco militare statunitense.

Questo scenario sembra trovare parziale conferma nei movimenti sul campo. I tracciamenti radar indicano un’intensa attività di ricognizione da parte del Pentagono a ridosso delle coste cubane. Brian Fonseca, direttore del Jack D. Gordon Institute for Public Policy, inquadra così la situazione: «Gli Stati Uniti stanno inviando un messaggio inequivocabile all’Avana. Più che un’operazione imminente, si stanno ponendo in modo metodico le basi logistiche e il pretesto legale per un potenziale intervento armato sull’isola, mantenendo l’uso della forza come ultima, letale risorsa sul tavolo».

Tuttavia, l’ipotesi di uno scontro frontale solleva dubbi tra gli strateghi di Washington. Daniel DePetris, analista del think tank Defense Priorities, invita alla prudenza indicando i rischi strutturali di un’invasione: «Non c’è dubbio che l’amministrazione Trump stia esaminando l’azione militare a Cuba come un’opzione concreta del Pentagono. Tuttavia, il fatto di vantare un netto vantaggio tecnologico non si traduce automaticamente in una vittoria strategica». L’apparato difensivo e la militarizzazione interna rischiano infatti di impantanare le forze americane in una logorante guerriglia urbana.

La linea geopolitica più accreditata suggerisce quindi che l’incriminazione formale di Raúl Castro punti a una strategia di soffocamento totale per provocare un collasso dall’interno. Come osservato da Lee Schlenker del Quincy Institute for Responsible Statecraft, i nuovi decreti americani mirano a isolare lo “Stato nello Stato” gestito dalla holding militare GAESA, tagliando fuori ogni partner commerciale straniero.

Tra la promessa di aiuti alla popolazione, la pressione legale sui leader storici e lo spettro dei droni nei cieli dei Caraibi, la tragedia cubana è giunta all’ultimo atto: per l’élite dell’Avana il tempo è scaduto, e la scelta rimasta è ormai solo tra una transizione forzata o il rischio reale di un conflitto aperto.


Pubblicità, politica e supereroi: l’America sempre un passo avanti

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Anche questa volta gli Stati Uniti fanno da apriporta con umorismo, sarcasmo e tante verità nella nuova campagna elettorale per il posto di sindaco di Los Angeles che non solo rivoluzionerà il mondo delle campagne elettorali ma che per noi europei rappresenta, al di là dell’AI, l’America che abbiamo sempre conosciuto e ammirato.

Spencer Pratt, attore televisivo nella serie di reality The Hills, sposato con una cantante con la quale ha avuto due figli, viveva a Palisades, il noto sobborgo di Los Angeles devastato completamente dall’incendio del 2025.

Pratt rivela di non aver mai voluto fare il sindaco, ma di essersi candidato perché nessun altro con esperienza si è fatto avanti per sfidare Karen Bass. Il suo mantra è quello di voler ricostruire Los Angeles per i suoi figli, trasformandola in una città migliore e più sicura, libera dalla droga e dalla quantità di senza tetto che hanno reso diverse zone infrequentabili e poco sane. Sogna di trasformarla in una città bella, sicura, pulita. Pratt sottolinea che le sue idee non hanno partito ma si basano sul buon senso. Infatti, ha ottenuto il sostegno di molti elettori sia democratici che indipendenti. Il suo messaggio è locale, scevro da paragoni con altri stati o città o allineato a politiche e ideologie nazionali. Facendo un parallelismo ironico con New York, promette che sotto la sua guida la metropolitana non sarà gratuita (free) ma sicuramente libera dal degrado e dalla criminalità. Los Angeles ha lo status di “città santuario” che per legge vieta la collaborazione diretta con l’ICE e dà rifugio a immigrati illegali, ma Pratt assicura che combatterà duramente i criminali più pericolosi per toglierli dalle strade. Dichiara inoltre di voler collaborare attivamente con agenzie federali come l’FBI, la DEA e il CDC per ripulire le strade dallo spaccio di fentanyl e dalle emergenze sanitarie.

La crisi dei senzatetto

Sotto la guida di Karen Bass, la crisi dei senzatetto a Los Angeles è rimasta un punto critico fortemente contestato. Nonostante il lancio di programmi ad alto budget come Inside Safe, i critici accusano l’amministrazione di aver sprecato miliardi di dollari dei contribuenti per un numero irrisorio di sistemazioni definitive. I detrattori evidenziano la mancanza di sicurezza all’interno delle strutture stesse, dove spesso vengono fatti convivere senza adeguati servizi di supporto madri single, veterani e persone con precedenti penali, trasformando i rifugi in zone franche pericolose sia per chi ci vive dentro sia per i quartieri circostanti. Secondo l’ultimo censimento ufficiale della Los Angeles Homeless Services Authority (LAHSA):

  • 43.695 persone vivono in stato di totale indigenza all’interno dei soli confini della City of Los Angeles. Sebbene i dati di LAHSA mostrino una leggera flessione percentuale rispetto agli anni passati, il numero di persone che vivono in auto, tende o ripari di fortuna sui marciapiedi rimane tra i più alti degli Stati Uniti.

Le cifre del “fallimento” di Inside Safe

Il programma Inside Safe, lanciato a fine 2022 con l’obiettivo di ripulire gli accampamenti e spostare le persone in alloggi temporanei (principalmente motel), è finito al centro di dure polemiche finanziarie e strutturali. Ma il tasso di ritorno in strada è del 40%. Un’analisi dettagliata pubblicata dal Los Angeles Times ha rivelato che circa 2.300 persone su 5.800 assistite sono ritornate a vivere per strada a causa della mancanza di tutele, sicurezza e alloggi permanenti. La spesa totale: oltre 300 milioni di dollari dal suo avvio. Il costo è per una singola stanza è esorbitante, secondo un rapporto del City Administrative Officer; mantenere un singolo senzatetto in una stanza di motel convenzionata costa ai contribuenti una media di 82.421 dollari all’anno (circa 226 dollari a notte). Altre stime diffuse durante i dibattiti elettorali calcolano che il costo complessivo per persona assistita (inclusi i servizi sociali fallimentari) vanta cifre ancora superiori, denunciate in termini di sprechi anche dal New York Post.

Il piano originario prevedeva lo spostamento in alloggi permanenti entro un massimo di 6 mesi. I dati attuali mostrano invece che il tempo medio di permanenza nei motel “temporanei” è schizzato a ben 362 giorni. A fronte di centinaia di milioni spesi complessivamente ogni anno, appena il 10% dei fondi si traduce in un effettivo ricollocamento stabile e permanente dei senzatetto, lasciando il restante 90% bloccato in una gestione burocratica e assistenziale d’emergenza.

Fentanyl e crisi sanitaria

La gestione della sicurezza pubblica e della crisi degli oppioidi è considerata uno dei fallimenti più evidenti. Gli oppositori sottolineano come le risorse delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco siano totalmente assorbite dall’enorme mole di chiamate legate alle overdosi da super-meth e fentanyl, ampiamente documentate nei report territoriali del Los Angeles Times, con il risultato di tempi di risposta al 911 drasticamente dilatati per i normali cittadini.

L’amministrazione Bass viene accusata di adottare un approccio esclusivamente focalizzato sull’aumento dei posti letto, ignorando la necessità di trattamenti medici obbligatori per una popolazione di strada e drogata. I dati epidemiologici del Los Angeles County Department of Public Health confermano l’impatto letale delle sostanze stupefacenti, e le linee guida della Drug Enforcement Administration (DEA) indicano come circa il 90% della popolazione tossicodipendente sul territorio necessiti di cure sanitarie urgenti e coattive, e non di semplice assistenza abitativa.

Screenshot da un documentario di PBS sulla crisi del fentanyl a Los Angeles

Il “caso Ghana” e la gestione delle emergenze

Ma la critica più dura rivolta alla sindaca Karen Bass riguarda la sua assenza fisica durante lo scoppio dei devastanti incendi Palisades Fire ed Eaton Fire del gennaio 2025. Mentre la città affrontava uno dei roghi più distruttivi della sua storia, Karen Bass si trovava in Ghana per una missione diplomatica presidenziale. Come riportato dal Los Angeles Times, la sindaca partecipava a un ricevimento ufficiale mentre scattavano le evacuazioni.

All’epoca dei fatti, il ruolo istituzionale di Sindaco Facente Funzioni venne assunto dal Presidente del Consiglio Comunale Marqueece Harris-Dawson. Tuttavia, sul piano operativo della sicurezza, emerse un enorme scandalo legato al braccio destro di Bass, il Vicesindaco alla Sicurezza Pubblica Brian Williams. Poche settimane prima dell’incendio, Williams era stato messo in congedo d’urgenza poiché indagato dall’FBI per aver inventato e simulato una minaccia bomba contro il Municipio di Los Angeles usando una app sul suo telefono, al fine di evitare una riunione di lavoro stressante. Di conseguenza, nel momento di massima emergenza, il dipartimento chiave di coordinamento era decapitato. Inoltre, come svelato da inchieste giornalistiche riprese da  YouTube, l’amministrazione è stata accusata di aver fatto pressioni per modificare i report ufficiali dei vigili del fuoco per nascondere i difetti organizzativi.

I dati e i numeri del fallimento della ricostruzione

A distanza di oltre un anno dal disastro, i dati analizzati da testate internazionali come The Guardian rivelano una realtà drammatica: a fronte di oltre 4.000 case completamente distrutte nella sola area residenziale di Pacific Palisades, appena 10 abitazioni sono state effettivamente ricostruite e completate a causa delle lungaggini burocratiche dei permessi comunali e della crisi dei risarcimenti assicurativi. Sul fronte della pulizia iniziale dei detriti tossici, i portali dello Stato su CA.gov certificano la rimozione delle macerie su oltre 9.000 lotti idonei, ma la realtà sul campo tracciata dai servizi di NBC Los Angeles / YouTube evidenzia una forte preoccupazione sociale: con la fine dei sussidi temporanei, circa 300 lotti vuoti sono stati messi in vendita dai vecchi proprietari impossibilitati a ricostruire, alimentando il rischio di speculazioni edilizie.

L’arrivo quindi di Pratt come candidato sindaco viene percepito dai sostenitori come una ventata d’aria fresca che vuole ristabilire ordine, pulizia, case ai residenti e affrontare il grave problema dei tossicodipendenti e dei senzatetto che occupano la città rendendola insicura.

Il fenomeno virale dell’AI generativa

Ma a rendere davvero popolare la candidatura di Pratt è stato un primo video, seguito poi da altri, ideato e orchestrato da Charles Curran, regista specializzato in contenuti satirici iper-virali realizzati con l’Intelligenza Artificiale e noto online per i suoi meme digitali da decine di milioni di visualizzazioni. Non appena ha visto il video in cui Spencer Pratt annunciava di volersi candidare a sindaco, Curran ha colto l’attimo: un personaggio iconico dei reality (il celebre “cattivo” di The Hills) che si trasformava in un candidato furioso contro l’establishment democratico era il materiale perfetto per un esperimento di cultura pop di massa.

La satira di Curran ha funzionato perché ha toccato un nervo scoperto dei cittadini. Rappresentare il sindaco Karen Bass nelle vesti di Joker  (Spencer Pratt – A.I. Batman Campaign Ad for L.A. Mayor 202 #lamayor #queenamaya #politics)

che ride davanti ai problemi — con estratti video ripresi da network televisivi come la NBC News, CBS News — o raffigurare il governatore Gavin Newsom nei panni di un Luigi XVI (il riferimento a Maria Antonietta è ovvio) che offre donne a transessuali mentre la città brucia, costituisce una metafora visiva spietata ma efficace del presunto distacco della classe politica attuale dai problemi reali dei cittadini. Il fenomeno ha assunto una tale rilevanza nazionale da spingere testate di primo piano come The Hill a monitorarne l’impatto sul voto, mentre case di produzione cinematografiche importanti hanno già avviato lo sviluppo di progetti legati a questa corsa elettorale, come confermato da The Hollywood Reporter.

In questo cortocircuito perfetto tra finzione digitale e cruda realtà, la corsa alla poltrona di Los Angeles smette di essere una noiosa sequenza di comizi per trasformarsi in un vero blockbuster hollywoodiano.

La provocazione visiva di Curran e la discesa in campo di Pratt non sono solo fenomeni passeggeri da scorrere sullo schermo di uno smartphone, ma il manifesto di un nuovo modo di fare propaganda. Nel frattempo, l’America ci dimostra ancora una volta la sua straordinaria capacità di fare qualsiasi cosa, quando decide davvero di farla . Ecco che questa volta la politica diventa narrazione cinematografica, dove persino i supereroi della porta accanto viaggiano a colpi di algoritmo e intelligenza artificiale.

Qui un altro video in spagnolo: Spencer, Saca La Basura!


Radicalizzazione 2025: il nuovo volto dell’estremismo in Europa

di Chiara Sulmoni, Presidente e coordinatrice editoriale, START InSight

Adolescenti e radicalizzazione, un coinvolgimento inarrestabile?
Nel Rapporto 2025 sulla sicurezza della Svizzera si legge che “i casi di minori e giovani adulti che si radicalizzano online e sviluppano intenzioni terroristiche continueranno ad aumentare” (1). Il fenomeno dei teenagers coinvolti in varie forme di estremismo violento caratterizza da almeno sei anni l’Europa in maniera diffusa, ma riguarda anche altri paesi come Stati Uniti e Australia. Non solo: in alcune nazioni asiatiche quali Filippine e Corea del Sud, si registra un aumento di ideologie di destra e misogine (2). La radicalizzazione giovanile si manifesta come un’epidemia sociale che attraversa confini, culture e matrici ideologiche.
Nel Michigan e nel New Jersey, nel novembre del 2025, sono stati arrestati diversi adolescenti in contatto fra loro, accusati di pianificare un attacco terroristico in nome dell’ISIS durante il weekend di Halloween (3). Negli stessi giorni a Canberra (Australia), è stato fermato un diciassettenne ritenuto responsabile di aver progettato attacchi ispirati a ideologie razziste ed estremiste: avrebbe scritto in una chat personale che questi piani gli davano uno scopo durante la depressione (4).
Il direttore dell’intelligence australiana in un discorso pronunciato nel febbraio 2025 menziona una casistica preoccupante: minorenni che avrebbero condiviso video di decapitazioni nel cortile della scuola; un dodicenne che avrebbe manifestato l’intenzione di far esplodere un luogo di culto. Oggi l’età media in cui i minori entrano per la prima volta nel radar dei servizi di intelligence australiani è di 15 anni. Ha inoltre sottolineato che, a breve, raggiungerà l’età più esposta alla radicalizzazione una generazione cresciuta interamente online e che, per molti di questi giovani, il mondo digitale costituisce ormai il principale riferimento per la costruzione della propria identità, del senso di appartenenza e della percezione della realtà (5).
Nel Regno Unito, tendenze analoghe sono state osservate con particolare anticipo rispetto ad altri paesi. Limitando l’analisi al periodo compreso tra aprile 2024 e marzo 2025, in Inghilterra e Galles la fascia d’età tra gli 11 e i 15 anni continua a rappresentare il gruppo più frequentemente segnalato per sospetta radicalizzazione (6). Nel 2024 sono state aggiornate le categorie utilizzate per classificare i casi, introducendo anche voci come “fascinazione per la violenza estrema o per gli at-tacchi di massa”, pensate per descrivere situazioni in cui non si riconosce una chiara ideologia sottostante, ma emerge un interesse ossessivo per atti violenti. La maggior parte rientra proprio in questa area grigia, in cui si osserva una vulnerabilità generica alla radicalizzazione. Il fatto che solo un numero limitato di queste segnalazioni venga poi selezionato per un intervento strutturato, induce a pensare che si tratti più di segnali di disagio psicologico/personale che dell’inizio di un vero e proprio percorso verso l’estremismo violento. Tuttavia, il caso di Axel Rudakubana – il diciassettenne che nel 2024 uccise tre bambine in una scuola di danza a Southport (GB) – ha messo in luce i limiti di valutazioni del rischio basate esclusivamente sulla presenza o sull’assenza di un’ideologia. Nonostante fosse stato attenzionato più volte per il suo interesse nei confronti della violenza, non fu preso a carico dal sistema di prevenzione in quanto non emergeva un movente ideologico chiaro; una scelta che, a posteriori, si è dimostrata inadeguata.
Anche nella Repubblica Ceca è emerso come la radicalizzazione dei minori avvenga principalmente online e senza che vi sia necessariamente un’adesione ideologica. La polizia interviene in media 10 volte a settimana a causa delle violenze a scuola (7).


Nell’UE, nel 2024, circa un terzo delle persone arrestate per reati legati al terrorismo aveva meno di 20 anni; in Belgio, un terzo circa dei soggetti che negli ultimi tre anni hanno pianificato attacchi non aveva ancora raggiunto la maggiore età (8); in Italia, nel luglio 2025, la Polizia di Stato ha eseguito ventidue perquisizioni nei confronti di adolescenti tra i 13 e i 17 anni legati a contesti estremisti di diversa matrice (9).
Tra il gennaio e il novembre del 2025, la Francia contava 17 minorenni incriminati per reati collegati al terrorismo, due dei quali avrebbero pianificato attacchi contro la Torre Eiffel e sinagoghe parigine (10); mentre tre giovani donne fra i 18 e i 20 anni sono state fermate con l’accusa di preparare un attentato jihadista nella capitale (11). Di fronte a questa tendenza preoccupante in atto da tempo, a inizio 2025 la Procura nazionale antiterrorismo pensava di istituire una sezione dedicata ai minori, per studiare e prevenire in modo più efficace la radicalizzazione precoce (12).
L’elenco continua: in Germania, nel maggio 2025 sono stati arrestati cinque adolescenti fra i 14 e i 21 anni, accusati di appartenere al gruppo terroristico di estrema destra “Letzte Verteidigungswelle”, che punterebbe a rovesciare il sistema democratico prendendo di mira in particolare strutture di accoglienza per richiedenti l’asilo e rappresentanti politici (13). Per farne parte, serve provare di aver commesso reati ideologicamente motivati, come aggressioni nei confronti di migranti o azioni violente e simboliche (14). Nel paese, l’estremismo di destra sta diventando più presente. Atteggiamenti razzisti e antisemiti, svastiche e saluti nazisti sono in aumento fra i giovani, con insegnanti che segnalano questo clima anche nelle scuole (15); simboli ed estetiche dell’estrema destra vengono assorbiti nei codici della cultura giovanile, contribuendo a una loro progressiva normalizzazione (16). La scena neonazista alimenta questa dinamica anche attraverso l’organizzazione di eventi informali in cui promuove musica suprematista bianca e commercializza merchandising, rendendo così i propri simboli visibili nello spazio pubblico e trasformandoli in strumenti di riconoscimento, identità e appartenenza (17).
Anche la Svizzera è alle prese con gli stessi trend europei. Nella primavera del 2025 è stato sventato un presunto attacco con coltello, di matrice islamista, da parte di un 18enne (18). Nel Canton Vaud, i dati dell’Unità di prevenzione delle radicalizzazioni (UPRAD) indicano che quasi la metà dei casi più difficili riguarda minori (45%), inclusi bambini a partire dai 10 anni (19). Particolarmente significativo è il fatto che, a differenza di quanto si osserva solitamente altrove, le ragazze sono colpite dal fenomeno nella stessa misura dei ragazzi (20). Secondo Serge Terribilini, alla testa dell’UPRAD da gennaio 2026, a preoccupare maggiormente sono oggi “ragazzi di 13-14 anni, con una spiccata propensione alla violenza, per i discorsi omofobi, antisemiti o misogini e con un forte coinvolgimento sui social network e nei videogiochi online” (21). Nel Canton Berna, nel 2024, il servizio di mentoring ha accompagnato 12 persone radicalizzate, di età compresa tra 11 e 20 anni (22). Il Rapporto ReaCT 2024 aveva già riportato come l’allora capo dell’intelligence elvetica avesse osservato che la Svizzera è colpita dal fenomeno jihadista tra i minori in misura persino superiore rispetto ad altri Paesi europei (23); più recentemente, il procuratore generale della Confederazione Stefan Blättler ha affermato che si tratta di un problema di natura sociale (24).
E se lo jihadismo continua a rimanere al centro dell’attenzione, in quanto si tratta della forma più letale di violenza estremista, un’indagine del magazine Republik mette in luce un fenomeno emergente altrettanto allarmante, presente in Svizzera ma anche altrove: quello di bande di adolescenti che si autodefiniscono “cacciatori di pedofili” e, fingendosi minori online, attirano i loro ‘bersagli’ in luoghi isolati per aggredirli, documentando il tutto in video (25). Minori, spesso, lo sono per davvero -nel Canton Ticino nel 2024 è stato fermato un gruppo simile composto da 19 giovani fra i 13 e i 18 anni (26). Ma un ulteriore aspetto, altrettanto inquietante emerso dall’inchiesta giornalistica è che nel contesto di queste aggregazioni si possono riscontrare atteggiamenti, simboli, linguaggi e figure di riferimento riconducibili all’estrema destra, retoriche d’odio, una logica di giusti-zia fai-da-te e talvolta un intento puramente criminale. Questa commistione, secondo gli esperti, rappresenta un rischio significativo sia sotto il profilo della sicurezza pubblica, sia per possibili percorsi di radicalizzazione giovanile.

Convergenze pericolose fra criminalità ed estremismi
I rischi appena evidenziati si inseriscono in una dinamica più ampia: negli ultimi anni, l’intreccio tra criminalità ed estremismo si è rafforzato, parallelamente a un aumento dello sfruttamento di giovani e minorenni. A destare particolare preoccupazione c’è il famigerato ‘764’, un network internazionale -che rientra in quelle che Europol definisce comunità settarie digitali- presente su piattaforme di gioco e social media come Telegram, Discord, Roblox e suddiviso in innumerevoli cellule decentralizzate, i cui adepti condividono però la stessa ‘devianza’ e lo stesso modus operandi: manipolano individui giovani e vulnerabili attraverso pressioni psicologiche, minacce e stalking online, spingendoli a riprendersi in atteggiamenti sessualmente espliciti e umilianti. Questo materiale diventa uno strumento di ricatto: sotto la minaccia della sua diffusione, le vittime vengono progressivamente costrette a comportamenti sempre più estremi verso sé stesse o verso gli altri, che includono auto-mutilazioni e tentativi di suicidio. Nella spirale sono rimasti intrappolati anche bambini di nove anni (27). Nato dalla mente di un 15enne texano ma ormai diffuso ad ogni latitudine, le autorità statunitensi definiscono 764 un gruppo “nichilista” con tratti accelerazionisti, che non persegue un’ideologia politica coerente, ma mira a generare caos, sofferenza e distruzione come forma di dominio, a cui unisce riferimenti e simbologia satanica e apocalittica. Al suo interno, immagini e video cruenti vengono scambiati come “valuta” per ottenere influenza. In questo contesto, la violenza diventa parte di una dinamica di potere e sopraffazione, esercitata spesso dagli stessi adolescenti. Nel suo Rapporto 2025, Europol segnala la crescente presenza di elementi dell’estrema destra in queste comunità occultiste violente.
In Italia a inizio 2025, un quindicenne è stato fermato dalla Sezione Antiterrorismo della questura di Bolzano con l’accusa di essere affiliato al network e di avere l’intenzione di uccidere un senzatetto o un disabile con lo scopo di diffondere il video online (28). Un altro giovane di 21 anni arrestato a novembre 2025 negli Stati Uniti, secondo gli inquirenti, oltre a ricattare adolescenti, avrebbe pensato di portare avanti attacchi jihadisti e deteneva libri sulla fabbricazione di bombe (29).
L’Institute for Strategic Dialogue (ISD) ha potuto osservare chat su Telegram che raggiungono anche 15.000 utenti alla volta (30), mentre l’FBI nel novembre 2025 registrava almeno 350 inchieste attive (31) legate a questi contesti. Il 30 ottobre 2025, l’agenzia americana ha incriminato per terrorismo un giovane attivo nel gruppo fin da teenager che, fra le altre cose, ha pubblicato una guida online su come identificare, adescare e ricattare minori vulnerabili e con problemi di salute mentale (32).
Per la complessità delle sue dinamiche e per la fusione tra abuso, manipolazione psicologica e riferimenti pseudo-ideologici, 764 è oggi considerato una minaccia emergente all’intersezione tra criminalità online ed estremismo giovanile, contraddistinta dalla centralità e glorificazione della violenza (33).
Anche altri circuiti transnazionali puntano al coinvolgimento di adolescenti, per spingerli a commettere reati gravi, fra cui aggressioni e delitti (34). Si tratta di organizzazioni criminali che hanno dato origine a un fenomeno noto come violence as a service, in cui esternalizzano l’esecuzione di attività illecite e atti violenti a minorenni, fornendo loro compensi economici, istruzioni operative e supporto logistico. I ‘reclutatori’ adescano gli ‘esecutori’ su social network, piattaforme di gioco e servizi di messaggistica criptata sfruttando linguaggi e dinamiche tipiche della cultura digitale giovanile e presentando gli atti violenti come fossero delle missioni da portare a termine, sfide o livelli da superare, simili a quelli, appunto, dei videogio-chi. Questo meccanismo, noto come gamification, attenua la percezione dei rischi reali. Di conseguenza, molti adolescenti finiscono per essere coinvolti in crimini organizzati senza coglierne le conseguenze concrete e irreversibili. Se da un lato le reti criminali cercano deliberatamente di arruolare minorenni, perché più facilmente influenzabili e perché il loro coinvolgimento riduce l’esposizione dell’organizzazione a conseguenze penali, dall’altro esiste una significativa disponibilità da parte di questi giovani a farsi coinvolgere, sedotti dalla prospettiva di guadagni rapidi, visibilità e potere – una prospettiva che, sebbene illusoria, esercita un forte richiamo su chi cerca identità e gratificazione immediata. Queste dinamiche non sono marginali né episodiche. Dati forniti a Europol rivelano che la presenza di minorenni si estende ormai a più del 70% degli ambiti criminali (35) mentre, prima della sua chiusura, un canale Telegram finalizzato al reclutamento di sicari sotto la maggiore età raccoglieva circa 11.000 utenti (36).
In tutti questi contesti, la violenza viene progressivamente normalizzata all’interno di ambienti digitali quotidiani, favorendo la nascita di forme di radicalizzazione non strutturate. A tale processo contribuisce in modo significativo l’esposizione a contenuti cosiddetti “gore”, cruenti e grafici, che includono immagini e video di atti terroristici, torture e uccisioni, scene di guerra e abusi, in particolare contro le donne. Si tratta di materiale spesso accessibile anche in assenza di una ricerca intenzionale, grazie a meccanismi di viralità e sistemi di raccomandazione algoritmica, e che può circolare sia su piattaforme dedicate sia su servizi mainstream, comparendo nei feed o venendo condiviso all’interno di gruppi privati. Per dare un’idea delle proporzioni del fenomeno, un’analisi condotta da Human Digital su 24 siti di questo genere ha rilevato che a livello globale, tra aprile 2023 e marzo 2024, la media delle visite mensili è aumentata del 28,5%, passando da 29,5 milioni a 37,9 milioni37. In Australia, una ricerca promossa dall’autorità per la sicurezza digitale (e-security) indica che il 22% dei ragazzi di età compresa tra i 10 e i 17 anni è stato esposto online a scene di violenza reale. Pur sottolineando la necessità di ulteriori studi scientifici per chiarire gli effetti a lungo termine dell’esposizione ripetuta a questi contenuti e il loro eventuale legame con comportamenti violenti, la letteratura esistente mostra che possono avere un impatto significativo sul benessere psicologico di bambini e adolescenti. Tra le possibili conseguenze figurano ansia, processi di assuefazione o desensibilizzazione, condotte di evitamento (38); inoltre, l’interiorizzazione di questi materiali può favorire lo sviluppo di una fissazione per la violenza: un fattore oggi riconosciuto come rilevante nei percorsi di radicalizzazione giovanile. Alcuni autori di attacchi o sparatorie di massa nelle scuole sono risultati consumatori di ‘gore’. Europol osserva fra l’altro che l’interesse degli adolescenti verso questo tipo di azione -le stragi scolastiche- è in aumento.
Uno degli aspetti più critici e delicati nello studio e nella comprensione di queste dinamiche consiste nel dover riconoscere che, pur provenendo spesso da contesti di fragilità psicologica, sociale o familiare che li rendono vulnerabili e, in molti casi, vittime di manipolazione o sfruttamento, i giovani possono anche assumere il ruolo di esecutori attivi e consapevoli di atti violenti. Questa compresenza di vulnerabilità e iniziativa personale impone di superare letture semplicistiche del fenomeno, che tendono a riconoscere negli adolescenti coinvolti come dei semplici soggetti passivi o strumentalizzati.

Comprendere l’epidemia di violenza estrema nell’epoca degli attori solitari

Benessere e salute mentale: la nuova sfida per la prevenzione della radicalizzazione
Secondo Europol, l’intreccio tra isolamento sociale, disagio psicologico e uso intensivo delle tecnologie digitali costituisce oggi uno dei terreni più fertili per la radicalizzazione precoce (39). In questo contesto, la salute mentale non è un tema secondario: condizioni come ansia, depressione, solitudine, senso di inutilità o esperienze traumatiche possono rendere alcuni giovani più ricettivi a narrazioni polarizzanti che offrono risposte semplici e immediate a bisogni profondi, come la voglia di rivalsa, il desiderio di potere e riconoscimento, lo sfogo dalle frustrazioni personali.
Come osserva Clare Allely in The Psychology of Extreme Violence, “la violenza nasce spesso dal tentativo dell’individuo di recuperare un senso di valore o significato personale perduto o minacciato” (4). Le forme di radicalizzazione rapide e violente con cui ci confrontiamo oggi, non sono solo una questione di ideologia, ma un meccanismo di compensazione.
Ricerche e dati statistici emergenti segnalano, inoltre, una presenza di condizioni neurodivergenti, come i disturbi dello spettro autistico, in contesti specifici di radicalizzazione (fra gli attori solitari, nei casi di auto-radicalizzazione online). Tali condizioni non rappresentano un fattore di rischio diretto né causale per l’estremismo; tuttavia, in situazioni di vulnerabilità, alcuni tratti caratteristici – come le difficoltà nell’interpretare norme sociali implicite o le emozioni altrui, il pensiero rigido/categorico e il bisogno di chiarezza e struttura – possono aumentare l’attrattiva esercitata da gruppi e ambienti virtuali dove vigono regole chiare e precise, confini netti, identità definite, linguaggio semplice e un senso di appartenenza immediato.
Per questo, si parla da tempo della necessità di un approccio di salute pubblica alla prevenzione della radicalizzazione, che integri le misure di sicurezza con interventi mirati al benessere mentale, al sostegno alle persone più fragili e al rafforzamento della capacità, da parte della società, di proteggere i propri membri, in particolare i più giovani.
In concreto, questo vuol dire tessere una rete elastica e duratura con chi già lavora sul territorio: psicologi, operatori sociali, educatori, scuola, famiglie e associazioni che seguono i ragazzi nel quotidiano. Rafforzare i legami di prossimità e il coordinamento tra questi attori permette di individuare per tempo le situazioni di disagio e di intervenire quando c’è ancora spazio per accompagnare, sostenere e orientare i giovani vulnerabili prima che scivolino verso percorsi estremi. Affinché il meccanismo funzioni serve una base comune: conoscenza aggiornata dei fenomeni, dei segnali precoci e dei fattori protettivi; formazione continua; linguaggio condiviso e dialogo. Senza questi elementi, la cooperazione resta frammentata e l’efficacia cala.
Questo approccio richiede anche la promozione di una cultura che riconosca il disagio giovanile come una responsabilità collettiva, e non come un problema indi-viduale, delegato a singoli servizi.

L’ecosistema digitale come laboratorio identitario
L’estremismo contemporaneo tende sempre più a configurarsi come un fenomeno “autonomo ed emancipato” (41), svincolato da leadership gerarchiche, da strutture organizzative tradizionali e da una propaganda centralizzata. Le narrazioni estremiste — intese come insiemi di interpretazioni che definiscono il mondo, individuano nemici e vittime e attribuiscono agli individui un ruolo eroico, una missione salvifica o una forma di appartenenza esclusiva— circolano oggi in modo orizzontale all’interno degli ecosistemi digitali, grazie alla partecipazione attiva di una pluralità di utenti ordinari. Questi contribuiscono, spesso in modo informale e non coordinato, alla produzione, diffusione e progressiva normalizzazione di idee e atteggiamenti riconducibili a visioni polarizzanti, implicitamente o esplicitamente antidemocratiche e violente. L’efficacia di tali narrazioni risiede nella loro capacità di agire sul piano identitario, intercettando bisogni individuali profondi e offrendo a soggetti vulnerabili, in crisi, in transizione, marginalizzati o predisposti, un senso di potere e di azione che spesso la vita reale non è in grado di soddisfare.
Questa dinamica di compartecipazione e amplificazione collettiva è favorita sia dagli algoritmi delle piattaforme digitali — che tendono a privilegiare contenuti emotivamente intensi, controversi e capaci di generare elevati livelli di interazione — sia dalla presenza di sottoculture digitali fluide: comunità virtuali i cui membri condividono interessi comuni, ma anche codici estetici, linguaggi e modelli comportamentali. Particolarmente diffuse su piattaforme frequentate da adolescenti e giovani adulti, come TikTok, Instagram, Discord, Telegram, Reddit o 4chan, tali comunità nascono spesso attorno a tematiche apparentemente ordinarie — fitness, auto-aiuto, relazioni sentimentali, stili di vita, format dedicati all’arricchimento personale — e non sono dichiaratamente estremiste. Tuttavia, attraverso i meccanismi di raccomandazione algoritmica, l’interazione tra gli utenti e le contaminazioni tra ambienti affini, esse possono innescare processi graduali di radicalizzazione sul piano cognitivo e discorsivo, senza necessariamente tradursi in forme di mobilitazione o di azione concreta. Analizzando il caso di un quattordicenne singaporeano che, nell’arco di meno di un anno, ha sviluppato forme di auto-radicalizzazione attraverso ambienti digitali eterogenei — spaziando dal jihadismo a contenuti riconducibili all’estrema destra, alla subcultura incel, alla misoginia, all’antisemitismo — le ricercatrici Yasmine Wong e Antara Chakraborthy spiegano come molte comunità online apparentemente distinte siano in realtà porose e interconnesse. Tale interconnessione deriva dalla convergenza di temi narrativi, cornici emotive e meccanismi algoritmici che facilitano il passaggio tra contenuti differenti. Questa contiguità favorisce il funzionamento di tali ambienti come spazi comunicanti, in cui l’esposizione a un determinato ambito aumenta la ricettività verso narrazioni estremiste provenienti da contesti paralleli. Ne risulta una moltiplicazione e diversificazione delle traiettorie di accesso all’estremismo, che tendono a svilupparsi al di fuori dei tradizionali canali di socializzazione politica (42).
Esempi ricorrenti di comunità digitali che possono radicalizzarsi includono le tipologie che promuovono modelli di mascolinità dominante (alpha male), che evol-vono verso forme di misoginia radicale; le trad wives (mogli tradizionali), le cui narrazioni incentrate sull’idealizzazione dell’ambiente domestico e del ruolo della donna nella famiglia possono spostarsi verso posizioni sempre più conservatrici, antifemministe o suprematiste; e in modo emergente, perfino alcune nicchie di true crime, in cui la ricerca di risoluzioni ai casi di cronaca criminale può portare alla spettacolarizzazione della violenza e all’idolatria degli autori.
La fluidità di queste sottoculture risiede nell’assenza di confini ideologici rigidi: simboli e linguaggi si contaminano, si ricombinano e migrano rapidamente da una piattaforma all’altra.

TikTok e la radicalizzazione come esperienza emotiva
All’interno di questo universo, TikTok rappresenta un caso emblematico. Sulla piattaforma circolano contenuti politici, religiosi, identitari, ma anche motivazionali o survivalisti, spesso percepiti come innocui o anche positivi. Non sempre questi messaggi invitano apertamente alla violenza; più frequentemente richiamano temi di forza, autodifesa, dignità, tradizione, veicolando una rappresentazione del mondo esterno come intrinsecamente ostile. Video incentrati su resilienza, crescita personale, mindset vincente, orgoglio, valori o speranza di riscatto si presentano come forme di ispirazione genuina, facendo leva su insicurezze reali — anche di natura fisica — per instaurare un legame immediato.
La caratteristica centrale di questi contenuti è la capacità di agire prevalentemente sul piano emotivo, più che di stimolare una riflessione razionale. Format brevi e virali, estetica curata, musica coinvolgente — come i nasheed (canti devozionali) nel contesto islamico o hit remixate in contesti extra-religiosi — e iconografia creativa potenziata dall’intelligenza artificiale generano un’attrazione immediata. Prima della piena comprensione, può instaurarsi un processo di identificazione: chi guarda si sente galvanizzato, senza interrogarsi sul significato più profondo dei messaggi veicolati.
Simboli, emoji, colori, gesti e posture funzionano come segnali di appartenenza difficilmente decifrabili per gli adulti, ma immediatamente riconoscibili per i più giovani. L’ideologia, in molti casi, passa senza essere nominata: viene comunicata attraverso allusioni, ironia o ambiguità. La violenza è presente, ma spesso in forma simbolica, così da non allarmare la piattaforma.
Questi materiali non mirano primariamente a reclutare individui pronti all’azione violenta, ma possono portare a una normalizzazione/accettazione graduale delle narrazioni radicali, rendendole familiari, condivisibili “per gioco” o perché presentate in modo ‘cool’. Le intenzioni serie e i piani operativi veri e propri non nascono solitamente sui social mainstream: emergono e si consolidano in gruppi privati e su piattaforme criptate.
Sebbene espressioni come “TikTok jihad” e il fenomeno della radicalizzazione accelerata sui social media riflettano preoccupazioni reali, le piattaforme digitali non agiscono come agenti ideologici autonomi. In quanto strumenti progettati per massimizzare l’engagement, abbassano la soglia di accesso a contenuti emotivamente intensi e amplificano dinamiche di imitazione e viralità. Gli adolescenti, a loro volta, non sono meri destinatari passivi: attraverso interazioni spesso inconsapevoli contribuiscono alla configurazione della propria bolla algoritmica, senza disporre degli strumenti necessari per comprenderne il funzionamento. È proprio questa opacità a costituire il principale fattore di rischio: contenuti che si presentano come positivi o motivazionali attirano l’utente sul piano emotivo, introducendo gradualmente visioni del mondo fondate su contrapposizione e ostilità. In questo senso, TikTok favorisce forme di radicalizzazione basate sull’assorbimento emotivo più che sul confronto critico.

Violenza simbolica, imitazione e attori solitari
Le piattaforme digitali diventano così spazi di socializzazione alternativa, nei quali la radicalizzazione si sviluppa meno su basi ideologiche consolidate e più attraverso interazioni online, dinamiche imitative e partecipazione a comunità ibride.
Come osserva il ricercatore Kevin McDonald, “le ideologie cedono il posto agli immaginari” e la radicalizzazione si configura sempre più come un’immersione in una narrazione online a più mani, simile a un gioco o a una cospirazione collettiva, dove contano estetizzazione della violenza e messa in scena” (43). Quasi come un grande palcoscenico accessibile a tutti.
In questo quadro, l’ideologia non scompare, ma si trasforma in una cornice che permette ai giovani di dare senso alla propria esperienza. Fragilità personali e disagi
psicosociali — isolamento, rifiuto, discriminazione, percezione di ingiustizia, mancanza di riconoscimento o realizzazione personale e anche situazioni di burnout (44) — rendono alcuni particolarmente suscettibili a narrazioni semplificate.
All’interno di tali contesti, la violenza assume un valore simbolico: da espressione di frustrazione individuale si trasforma in risorsa narrativa attraverso cui costruire identità, status e ruolo sociale, rendendo chi la compie potenziale fonte di identificazione e, in alcuni casi, di ispirazione o venerazione.
Emblematico è il caso di Luigi Mangione, il giovane che nel 2024 uccise a New York un dirigente della compagnia assicurativa sanitaria United Healthcare e che una (esigua) parte della Generazione Z americana, ha trasformato in un’icona pop/folk ribattezzata “San Luigi”. La violenza viene qui reinterpretata come atto di giustizia alternativa e come risposta alla frustrazione collettiva e alla perdita di fiducia nelle istituzioni.
Come scrive il ricercatore John Richardson, autore di Luigi: The Making and Meaning: “Cercare di individuare il movente di Luigi è fuorviante. Ciò che conta è la sua elusività. Per un numero crescente di giovani che vibrano di ansie esistenziali, è diventato uno schermo su cui proiettano le proprie paure e i propri sogni” (45).
È da casi simili che emerge come la violenza tenda a svolgere una funzione un tempo propria dell’ideologia: non tanto orientare l’azione collettiva, quanto produrre significato condiviso all’interno di comunità frammentate ma interconnesse. In questo quadro, l’ideologia assume una funzione prevalentemente individuale, di razionalizzazione e legittimazione dell’atto, mentre la violenza, attraverso la sua circolazione mediatica, opera come dispositivo collettivo di produzione di senso.
Anche l’arresto, nel 2025, di due adolescenti britannici sospettati di voler emulare (separatamente) l’attacco di Axel Rudakubana (46), mostra come la violenza possa diffondersi oggi lungo una di queste traiettorie emulative, trasformandosi rapidamente in modello replicabile.

Conclusione
Oggi la radicalizzazione giovanile non è solo una questione ideologica, ma il segnale di una crisi più ampia che attraversa la vita di molti ragazzi. L’estremismo contemporaneo non si presenta più in forme nette e riconoscibili, ma si articola in un insieme frammentato di esperienze, emozioni e identità, alimentato da solitudine, sfiducia nelle istituzioni, percezione di un futuro bloccato e da un mondo virtuale che diventa sempre più centrale come spazio di riferimento.
In questo contesto, l’ideologia non scompare, ma perde la funzione di progetto collettivo strutturato e assume il ruolo di cornice capace di offrire un significato personale immediato. I percorsi di radicalizzazione tendono così a essere più individuali e personalizzati: la dimensione collettiva resta, ma spesso rappresenta il punto di arrivo — e non di partenza — di traiettorie che nascono da vissuti di marginalità, frustrazione o ricerca di riconoscimento. All’interno di specifici ecosistemi digitali, la violenza può trasformarsi in una risorsa simbolica per la costruzione di identità, status e appartenenza, acquisendo un valore che va oltre l’atto in sé.
In questo laboratorio identitario digitale, la prevenzione non può limitarsi al controllo dei contenuti, ma deve intervenire sulle condizioni che rendono queste narrazioni attraenti, intercettando i bisogni profondi che esse sfruttano.

Implicazioni per la prevenzione e il dibattito pubblico

  1. Legislatori / policy maker
    – Le leggi solo repressive o limitate alla rimozione di contenuti sono insufficienti: non affrontano le radici emotive e identitarie della radicalizzazione contemporanea.
    – La radicalizzazione è un processo complesso; spesso inizia prima che emerga un’ideologia strutturata o che si commetta un reato. Non basta chiedersi ‘quali idee professa questa persona?’: bisogna osservare il rapporto con la violenza — simbolica, estetizzata o performativa — spesso visibile nei segnali trapelati online o in comportamenti precoci.
    – I criteri di rischio vanno ripensati in chiave multidimensionale: includere vulnerabilità emotive, fascinazione per la violenza e ossessione per figure “giustizialiste” o mitizzate, non solo adesione ideologica esplicita.
    – Servono politiche integrate e non settoriali: combinare salute mentale, scuola, comunità locali, regolazione delle piattaforme e sicurezza, privilegiando interventi precoci prima che emergano reati.
    – La prevenzione efficace avviene prima della soglia penale: investire in percorsi di supporto tempestivi evita escalation e alleggerisce il carico sul sistema giudiziario.
    Promemoria pratico:
    Leggi e repressione non bastano: investire in prevenzione precoce, supporto psicosociale e politiche integrate aumenta l’efficacia complessiva.
  2. Chi si occupa di prevenzione (educatori, operatori sociali, scuola, associazioni giovanili)
    – Non aspettare l’adesione ideologica esplicita: molti percorsi iniziano da segnali emotivi o simbolici, prima che emerga una convinzione ideologica.
    – Osservare segnali deboli e ambigui: fascinazione per la violenza, estetizzazione dei gesti violenti, ironia ambigua, simboli condivisi in subculture digitali (meme, reel, challenge).
    -Prestare attenzione ai contenuti “motivazionali”: narrazioni apparentemente positive o di empowerment possono costruire mondi ostili e dicotomici (“vittimismo → vendetta”, “ingiustizia → contrapposi-zione”).
    – Intervenire precocemente su vulnerabilità emotive e bisogno di riconoscimento: rafforzare resilienza affettiva, senso di appartenenza positiva e capacità critica prima che la violenza diventi “risorsa narrativa”.
    – Fare distinzione tra violenza giovanile e radicalizzazione violenta: i percorsi possono intrecciarsi, ma hanno cause, dinamiche e soluzioni diverse; non tutti i ragazzi attratti dalla violenza sono radicalizzati.
    Promemoria pratico:
    Riconoscere segnali pre-ideologici e agire precocemente riduce il rischio di escalation e previene la trasformazione della violenza in identità condivisa.
  3. I media e il dibattito pubblico
    – Evitare letture moralistiche → Non ridurre tutto a “mostri”, “devianze” o “mele marce”: semplifica e oscura le dinamiche sociali ed emotive.
    – Evitare il panico tecnologico → Le piattaforme non “creano terroristi”, ma amplificano vulnerabilità già presenti; il focus deve essere sulle condizioni che rendono attraenti le narrazioni violente.
    – Spostare la domanda centrale → Non solo “da dove viene l’odio?”, ma “perché queste narrazioni funzionano così bene oggi?”: indagare il vuoto esistenziale, la ricerca di senso e il ruolo degli algoritmi.
    – Responsabilità narrativa → Il modo in cui la violenza viene raccontata può mitizzarla, renderla imitabile o trasformarla in simbolo.
    Promemoria pratico:
    Ogni racconto pubblico può rafforzare o indebolire il valore simbolico della violenza: scegliere parole, immagini e cornici con consapevolezza aiuta a prevenire emulazione e normalizzazione.

Note:

  1. https://www.vbs.admin.ch/it/sic-sicurezza-della-svizzera-2025
  2. https://thesoufancenter.org/intelbrief-2025-september-9/
  3. https://abcnews.go.com/US/new-jersey-teens-arrested-halloween-terror-plot-michigan/story?id=127177705
  4. https://www.abc.net.au/news/2025-11-06/act-teen-behind-bars-over-detailed-plans-for-public-attacks/105980252
  5. https://www.intelligence.gov.au/news/asio-annual-threat-assessment-2025#:~:text=Fewer%20than%2017%25%20of%20the,backs%20on%20violence%20and%20extremism
  6. https://www.gov.uk/government/statistics/individuals-referred-to-prevent-to-march-2025/individuals-referred-to-and-supported-through-the-prevent-programme-april-2024-to-march-2025
  7. https://francais.radio.cz/la-radicalisation-des-mineurs-au-coeur-des-preoccupations-des-autorites-tcheques-8852486
  8. https://www.rtbf.be/article/belgique-un-tiers-de-mineurs-parmi-les-personnes-planifiant-des-attentats-selon-l-ocam-11560513
  9. https://questure.poliziadistato.it/it/Catanzaro/articolo/1807688b55adedfc4796152845
  10. https://fr.euronews.com/2025/08/27/deux-adolescents-mis-en-examen-pour-des-projets-dattentats-contre-la-tour-eiffel-et-des-sy
  11. https://www.lemonde.fr/societe/article/2025/11/08/trois-femmes-suspectees-d-avoir-prepare-un-projet-d-attentat-djihadiste-ecrouees_6652719_3224.html
  12. https://fr.euronews.com/2025/08/27/deux-adolescents-mis-en-examen-pour-des-projets-dattentats-contre-la-tour-eiffel-et-des-sy
  13. https://www.hessenschau.de/panorama/letzte-verteidigungswelle-jugendliche-terrorverdaechtige-angeklagt-v1,anklage-terror-100.html
  14. https://www.tagesschau.de/investigativ/ndr/letzte-verteidigungswelle-anklage-100.html
  15. https://www.euronews.com/2023/07/25/teachers-who-made-desperate-plea-for-end-to-far-right-behaviour-at-german-school-leave-tow
  16. https://www.dw.com/en/in-eastern-germany-youths-embrace-nationalism-extremism/a-73062295
  17. https://www.tagesschau.de/investigativ/mdr/rechtsextreme-netzwerke-neonazis-merchandise-lagerverkauf-100.html
  18. https://www.rts.ch/info/suisse/2025/article/attentat-terroriste-dejoue-en-suisse-un-jeune-de-18-ans-arrete-29026118.html
  19. https://www.letemps.ch/suisse/vaud/depuis-les-attaques-du-7-octobre-les-cas-de-radicalisation-ont-double-dans-le-canton-de-vaud?srsltid=AfmBOoov6l8-sx8pIqaN4AC8bR89XmB0G90A-l5cKZUcvHc3-e-BnnGo
  20. https://radiochablais.ch/infos/100576-lutte-contre-les-extremismes-violents-vaud-veut-renforcer-la-prevention?utm_source=chatgpt.com
  21. https://www.rts.ch/info/regions/vaud/2025/article/vaud-cree-une-unite-pour-prevenir-la-radicalisation-croissante-des-jeunes-28915910.html
  22. chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://polizei.news/wp-content/uploads/2025/04/Jahresbericht-2024.pdf
  23. https://www.startinsight.eu/wp-content/uploads/2024/10/react2024_bozza_margini3.2_web-1.pdf
  24. https://www.rts.ch/info/suisse/2025/article/attentat-terroriste-dejoue-en-suisse-un-jeune-de-18-ans-arrete-29026118.html
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  29. https://abcnews.go.com/US/modern-day-terrorism-online-extremist-network-764-threatening/story?id=127528502
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  31. https://www.foxnews.com/us/fbi-investigating-more-than-350-subjects-tied-online-764-network
  32. https://www.justice.gov/opa/pr/arizona-leader-violent-extremist-network-764-charged-running-child-exploitation-enterprise
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  34. https://www.asisonline.org/security-management-magazine/latest-news/today-in-security/2025/august/Violence-as-a-Service-Recruits-Young-People/
  35. https://www.europol.europa.eu/cms/sites/default/files/documents/IN_The-recruitment-of-young-perpetrators-for-criminal-networks.pdf
  36. https://www.voxnews.al/english/aktualitet/mezi-pres-te-shoh-kufomen-time-te-pare-200-arrestime-ne-gjithe-europe-i106030
  37. chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://voxpol.eu/wp-content/uploads/2025/07/DCUPN0751-Gore-Extremism-WEB-250704.pdf
  38. https://www.esafety.gov.au/newsroom/blogs/gore-online-how-violent-content-is-reaching-children-and-what-you-can-do
  39. Te-Sat 2025
  40. Allely, C. S. (2020). The psychology of extreme violence: A case study approach to serial homicide, mass shooting, school shooting and lone-actor terrorism. Routledge
  41. Sulmoni, C., Estremismo giovane, autonomo ed emancipato, in: #ReaCT2024
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  43. McDonald, K. (2024). Au-delà du paradigme des idéologies : penser les reconfigurations des expériences de radicalisation. In R. Ber-trand & T. Renard (Eds.), Expériences autour de la radicalisation et sa prévention (pp. 147–162). Toulouse: érès.
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  45. https://nypost.com/2025/11/04/opinion/whats-really-fueling-gen-zs-love-of-luigi-mangione/
  46. https://news.sky.com/story/two-teenagers-who-allegedly-wanted-to-emulate-southport-killer-have-been-arrested-13468022

#ReaCT2025 – Terrorismo jihadista in Europa. Cosa raccontano i numeri

Traiettorie storiche, dinamiche sociali e trasformazioni operative nell’attuale fase di mutamento globale

di Claudio Bertolotti, START InSight, Direttore

Articolo pubblicato in #ReaCT2025 – Rapporto annuale sul terrorismo e il radicalismo in Europa

Il terrorismo come fenomeno sociale e conflittuale in evoluzione continua.

Il terrorismo contemporaneo non è un’eccezione storica: è l’esito di una lunga sedimentazione di conflitti, dottrine e opportunità. Negli ultimi vent’anni, in particolare, abbiamo osservato un’evoluzione che ha cambiato forma più volte senza perdere la propria funzione: produrre paura, polarizzazione e condizionamento politico-sociale con un investimento relativamente contenuto. Dopo l’11 settembre, il terrorismo jihadista ha assunto una dimensione globalizzata e “sistemica”, incardinata su reti transnazionali e su una narrazione capace di collegare guerra, identità, ideologia e pragmatismo politico. La fase successiva – quella di Iraq e Afghanistan – ha trasformato la violenza in esperienza operativa e in capitale simbolico: l’insurrezione, il terrorismo come tecnica, tattica e procedura e la comunicazione come moltiplicatore hanno finito per fondersi. Con l’emergere dello Stato islamico, tra 2014 e 2017, abbiamo visto il passaggio a un modello ibrido: organizzazione territoriale e proiezione esterna, commando e “lone actors”, attacchi coordinati e micro-azioni improvvisate. Poi la contrazione del “califfato” non ha significato sconfitta del fenomeno, ma sua riconfigurazione: più frammentazione, più emulazione, più iniziativa individuale.

In questo quadro, la minaccia jihadista resta particolarmente rilevante perché si intreccia con le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali e con la competizione in Medio Oriente e in Africa, e perché attinge a una lettura radicale dell’Islam che trasforma l’evento politico in pretesto morale ammantandolo con la giustificazione religiosa. Ma diventa ancora più sensibile in Europa quando si innesta su una ricerca di identità individuale e di gruppo, alimentata dall’opposizione culturale di una componente non marginale di immigrati maghrebini di seconda e terza generazione: un terreno dove l’appartenenza si costruisce anche “contro” l’altro e dove la polarizzazione funziona da moltiplicatore di rischio.

Non parliamo, infatti, di un blocco monolitico. La galassia jihadista è oggi frammentata: ideologie, priorità operative e modelli d’azione divergono, e questo impone di leggere il terrorismo contemporaneo anche come fenomeno sociale, non soltanto come espressione di organizzazioni clandestine. Cambiano le forme, ma soprattutto cambiano i meccanismi di produzione della violenza: tempi di attivazione più rapidi, soglie operative più basse, maggiore permeabilità all’emulazione e all’innesco mediatico.

Da qui discende una riflessione che, dopo vent’anni di adattamenti, non è più rinviabile e sulla quale torniamo a insistere: ha ancora senso definire il terrorismo solo come violenza finalizzata a ottenere un risultato politico, quindi valutata nelle intenzioni? Oppure è più utile leggerlo come effetto della violenza applicata, cioè come manifestazione capace di produrre impatto indipendentemente dalla catena di comando? In altri termini: è terrorismo l’atto violento in quanto tale, anche quando non c’è – o non è dimostrabile – un’organizzazione alle spalle. Il baricentro, allora, si sposta dalla struttura all’evento: terrorismo nella manifestazione, non necessariamente nell’organizzazione.

Dentro la galassia jihadista, il terrorismo rimane strumento di lotta, resistenza e prevaricazione, ma si dispiega lungo uno spettro di violenza che va dall’azione individuale a quella organizzata; dalla violenza ispirata a quella emulativa; fino al terrorismo insurrezionale che abbiamo conosciuto in Afghanistan e in Iraq e che, in parte, osserviamo nelle sue manifestazioni nella Striscia di Gaza, dove l’esercito israeliano si confronta con Hamas (Bertolotti, 2024). In questa prospettiva, la continuità non è nella forma dell’attacco, ma nella sua funzione: comprimere sicurezza e libertà, spingere lo Stato a reagire, e trasformare la frattura sociale in spazio operativo.

Trend e dinamiche: calano i numeri, ma la minaccia del terrorismo persiste – un’analisi degli attacchi dal 2014 al 2025.

In prospettiva quantitativa gli attacchi terroristici di matrice jihadista degli ultimi cinque anni confermano un andamento lineare, con una percettibile diminuzione registrata negli ultimi anni, attestandosi ai livelli pre-fenomeno Isis/Stato islamico. Dal 2020 al 2025 sono stati registrati nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in Svizzera 99 attacchi (12 nel 2025), di successo e fallimentari: 99 quelli rilevati nel precedente periodo 2014-2018 (12 nel 2015).

Sulla scia della stagione dei grandi attentati in Europa compiuti nel nome dello Stato islamico e, successivamente, in verosimile relazione con i fattori galvanizzanti prodotti dalla presa del potere talebano in Afghanistan e dall’appello di Hamas, tra il 2014 e il 2023 sono state registrate 221 azioni in nome del jihad. Di queste, 77 sono state attribuibili allo Stato islamico. Ai fatti hanno preso parte 271 terroristi (7 donne), di cui 78 morti in azione. Il bilancio complessivo è di 457 vittime decedute e 2667 feriti (database START InSight).

Nel solo 2025 si contano 12 azioni jihadiste: un dato in lieve flessione rispetto all’anno precedente (15 attacchi nel 2024), coerente con i 12 attacchi del 2023 ma decisamente inferiore ai 18 registrati nel 2022 e nel 2021. La riduzione numerica, tuttavia, non coincide con una diminuzione del rischio: cresce in modo marcato la quota di azioni “emulative”, cioè ispirate da altri attacchi avvenuti nei giorni immediatamente precedenti. Il peso dell’emulazione passa dal 17% del totale nel 2022 al 58% nel 2023 (era il 56% nel 2021) e 50% nel 2025, riportando il fenomeno su livelli di intensità comparabili a quelli degli anni precedenti.

Il 2025, inoltre, consolida un trend strutturale nell’evoluzione della minaccia, con una predominanza di azioni individuali, non organizzate e spesso improvvisate, che hanno progressivamente sostituito le operazioni strutturate e coordinate tipiche del “campo di battaglia” urbano europeo del periodo 2015-2017. Un modello operativo che, nel 2025, ha caratterizzato il 92% delle azioni ma che ha visto il ritorno dell’utilizzo dei veicoli ariete impiegati contro obiettivi civili, prevalentemente passanti, nel 17% degli episodi.

Il profilo dei terroristi “europei”.

Il jihadismo, nei dati, continua a presentarsi come un fenomeno a prevalente partecipazione maschile. Su 329 attentatori censiti, il 94% è di genere maschile; le donne sono 10. Il quadro è anche dinamico: se nel 2020 si registrano 3 attentatrici coinvolte in azioni terroristiche, nel quinquennio 2021-2025 non emerge alcuna loro partecipazione diretta.

Sul piano anagrafico, i terroristi identificati (uomini e donne) per i quali sono disponibili dati personali pubblici mostrano un’età mediana pari a 26 anni. È un valore che oscilla nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 nel 2019, fino a segnare un rialzo nell’ultima fase osservata con 28,5 anni nel 2023 e, sorprendentemente, 35 nel 2025; con ciò evidenziando un aumento dell’età dei soggetti attentatori. Entrando nel dettaglio dei 200 individui per i quali disponiamo di informazioni anagrafiche sufficienti, la distribuzione per classi d’età restituisce un profilo più articolato: il 7% ha meno di 19 anni (con un peso dei minori che si riduce con il passare degli anni), il 38% rientra nella fascia 19-26, il 41,5% in quella 27-35, mentre il 13,5% ha più di 35 anni. Nel complesso, questi dati suggeriscono un progressivo innalzamento dell’età media all’interno del segmento 19-35 con un incremento di rilievo per la fascia sopra i 35 anni, accompagnato da una contrazione dei minorenni coinvolti negli attacchi nello stesso arco temporale.

Quanto allo status e alle origini, il profilo prevalente degli autori è riconducibile alla categoria degli “immigrati” in senso ampio (prima, seconda e terza generazione), sia regolari sia irregolari: parliamo del 93% dei soggetti che hanno portato a compimento un atto terroristico. Nel sottoinsieme analizzato tramite il database START InSight (155 casi su 237 terroristi), il 45% risulta composto da immigrati regolari di prima generazione; il 28% da discendenti di immigrati (seconda o terza generazione); gli immigrati irregolari rappresentano il 26%. Quest’ultimo dato, però, è quello che segnala la discontinuità più netta: si attesta al 25% nel 2020, raddoppia al 50% nel 2021, arriva al 67% nel 2023 per poi attestarsi al 31% nel 2025. La tendenza conferma una crescita della presenza di attentatori di prima generazione; rilevante anche il 6% di cittadini di origine europea convertiti all’Islam, in costante ma lieve flessione rispetto alla media degli anni precedenti.

La dimensione etno-nazionale dei terroristi in Europa.

In Europa la radicalizzazione jihadista non colpisce in modo uniforme: tende a concentrarsi su specifiche componenti nazionali ed etniche. Nei dati si conferma una relazione di proporzionalità piuttosto chiara tra la composizione dei principali gruppi migratori e la provenienza (diretta o familiare) degli autori di atti terroristici: la nazionalità dei terroristi, o delle loro famiglie d’origine, riflette spesso la dimensione e la storicità delle comunità straniere presenti nei singoli Paesi europei. Dentro questo quadro, l’origine maghrebina è prevalente. I gruppi etno-nazionali più associati all’adesione jihadista restano quelli marocchino (con evidenze significative in Francia, Belgio, Spagna e Italia) e algerino (in Francia). Non a caso, il fenomeno appare più marcato in Belgio e in Francia, dove comunità numerose di origine marocchina e algerina hanno registrato, nel tempo, livelli elevati di mobilitazione giovanile verso ambienti e organizzazioni jihadiste. In Francia, ad esempio, una quota rilevante dei terroristi coinvolti negli attentati recenti proviene da famiglie di origine algerina e marocchina, in coerenza con la presenza storica e la consistenza numerica di queste comunità nel Paese (Bertolotti, 2023 e 2024).

Recidivi e terroristi già noti all’intelligence.

Un secondo indicatore, sempre più rilevante, riguarda la rilevanza del fenomeno della recidiva, anche come effetto del rilascio di soggetti al termine di pene detentive concluse di recente. Parliamo di individui già condannati per terrorismo che tornano a colpire una volta usciti dal carcere e, in alcuni casi, riescono a portare a termine azioni violente persino all’interno delle strutture penitenziarie. La traiettoria è chiara: i recidivi rappresentano il 3% del totale dei terroristi che hanno colpito nel 2018 (1 caso), il 7% nel 2019 (2), il 27% nel 2020 (6), il 25% nel 2023 (3) per poi scendere all’8% nel 2025 (1). Il dato, sebbene in evidente contrazione, conferma la pericolosità sociale di soggetti che, pur neutralizzati temporaneamente dalla detenzione, spesso non abbandonano l’intenzione di agire: semmai la differiscono, attendendo la finestra operativa più favorevole. In prospettiva, questo implicherebbe un aumento della probabilità di attacchi nei prossimi anni, in parallelo con il rientro in libertà di un numero crescente di detenuti per reati di terrorismo.

A rafforzare il quadro, START InSight evidenzia anche la tendenza delle azioni terroristiche compiute da individui già noti alle forze dell’ordine o ai servizi di intelligence europei. Nel 2020 questi casi costituiscono il 54% del totale e nel 2021 il 44%, 37% nel 2022: valori molto superiori al 10% del 2019 e al 17% del 2018. Nel 2023 il dato cresce ulteriormente e si stabilizza al 75%, confermando, nei fatti, le ragioni di preoccupazione delle istituzioni impegnate nel contrasto alla minaccia, sebbene il 2025 si sia concluso con un dato più rassicurante del 23%.

Infine, il profilo dei soggetti con precedenti detentivi (anche per reati non legati al terrorismo) mostra una continuità significativa lungo l’arco temporale considerato: nel 2021 sono il 23%, in lieve calo rispetto al 33% del 2020, ma in linea con il 23% del 2019 (28% nel 2018 e 12% nel 2017). Pur a fronte di un dato 2023 sensibilmente più basso (8%) e un sostanziale azzeramento nel 2025, l’evidenza complessiva continua a sostenere l’ipotesi che identifica i luoghi di detenzione come spazi a rischio, dove radicalizzazione e adesione al terrorismo possono trovare condizioni favorevoli.

Quale la reale capacità distruttiva del terrorismo?

Per leggere il terrorismo in modo realistico occorre scomporlo, senza sovrapporre piani diversi, su tre livelli: strategico, operativo e tattico. La dimensione strategica riguarda l’impiego delle risorse per conseguire obiettivi di lungo periodo, quelli che incidono sull’assetto complessivo del conflitto e sul comportamento degli Stati. La dimensione tattica, invece, attiene all’uso della forza nel singolo “contatto”, per ottenere un risultato immediato e circoscritto. In mezzo c’è il livello operativo: la cerniera che coordina, ordina e combina azioni tattiche in modo da produrre effetti coerenti con l’obiettivo strategico. È una distinzione essenziale perché, nel terrorismo, ciò che appare “piccolo” sul piano tattico può essere decisivo sul piano operativo, e solo marginale sul piano strategico. In ultima analisi, questa lettura rimette al centro l’impiego degli uomini – più che dei mezzi – nella produzione dell’effetto militare e politico.

Il successo strategico: marginale e in contrazione.

Sul piano strategico il successo delle azioni terroristiche, inteso come capacità di produrre risultati strutturali e sistemici (blocco del traffico aereo o ferroviario nazionale e/o internazionale, mobilitazione delle forze armate, interventi legislativi di ampia portata), tende a scomparire con il passare del tempo. L’andamento storico rileva infatti la riduzione progressiva della capacità di ottenere effetti strategici, con oscillazioni ma con una traiettoria chiara: 75% di successo strategico nel 2014; 42% nel 2015; 17% nel 2016; 28% nel 2017; 4% nel 2018; 5% nel 2019; 12% nel 2020; 6% nel 2021. Dal 2022, gli attacchi non riescono più a conseguire successo strategico. Un risultato, quello ottenuto in passato dal valore elevato se messo in rapporto al basso investimento organizzativo e finanziario richiesto, specie quando l’azione è individuale o a bassa complessità.

In parallelo, si osserva un calo dell’attenzione mediatica complessiva verso gli attacchi. A livello strategico, gli attentati hanno ottenuto attenzione dei media internazionali nel 70% dei casi e dei media nazionali nel 93%. Le operazioni condotte da commando e team-raid, quando presenti, hanno ricevuto copertura piena. Questo “successo mediatico” potrebbe aver avuto un impatto diretto sulla capacità di reclutamento di aspiranti martiri o combattenti jihadisti, con un picco nei periodi di maggiore intensità della violenza (2016-2017). Ma l’effetto amplificatore dei media sul reclutamento tende a ridursi nel tempo per due ragioni convergenti: primo, la progressiva prevalenza di azioni a “bassa intensità” rispetto a quelle ad “alta intensità”, diminuite, mentre quelle a bassa e media intensità aumentano in modo significativo dal 2017 al 2021, pur con un incremento marcato delle azioni a media intensità nel 2023 (75%) e nel 2025 (58%) e una ripresa delle azioni ad “alta intensità” nel 2025 (8%); secondo, l’assuefazione emotiva del pubblico alla violenza, soprattutto quando gli eventi sono a bassa o “media intensità”, riduce la capacità dell’attacco di dominare lo spazio informativo.

Il livello tattico: preoccupante, ma non centrale per la logica del terrorismo.

Se assumiamo come obiettivo tattico primario la morte del “nemico” – con le forze di sicurezza individuate come bersaglio nel 28% dei casi – questo risultato viene raggiunto, in media, nel 48% dei casi nel periodo 2004-2025. Va però considerato che un arco temporale così ampio amplifica il margine di errore. Guardando all’intervallo 2014-2025, emerge un deterioramento della capacità di produrre l’effetto desiderato: prevalgono attacchi a bassa intensità e cresce il numero di azioni fallimentari, almeno fino al 2022, quando il successo tattico si stabilizza al 33%, coerente con il dato del 2016. Dal 2023, invece, si registra un’inversione di tendenza.

Negli ultimi sei anni, la dinamica è particolarmente emblematica. Nel 2016 il successo tattico è al 31%, con il 6% di atti fallimentari. Nel 2017 sale al 40%, mentre il fallimento raggiunge il 20%. Nel 2018 il successo scende al 33% e gli attacchi falliti raddoppiano al 42%. Nel 2019 cala ulteriormente al 25%, per poi risalire e stabilizzarsi al 33% nel periodo 2020-2022. Questo andamento può essere letto come effetto combinato della riduzione della capacità operativa dei terroristi e della maggiore reattività delle forze di sicurezza europee. Sebbene nel 2023 il dato torni al 50% di azioni in grado di ottenere un successo tattico, cioè la morte di almeno un obiettivo, nel 2024 e 2025 il dato torna ai livelli degli anni precedenti, con un 20-25% di successi tattici.

Il vero risultato: il successo operativo e il “blocco funzionale”.

Il punto decisivo è che anche un attacco “non riuscito”, dal punto di vista della produzione di vittime, può generare un risultato operativo significativo. L’azione terrorista tende a saturare e vincolare risorse (Bertolotti, 2023, 2024): impegna in modo pesante forze armate e forze di polizia, distogliendole dalle attività ordinarie o limitandone la capacità di intervento a favore della collettività. Può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari; limitare, rallentare, deviare o bloccare la mobilità urbana, aerea e navale; ostacolare lo svolgimento regolare delle attività quotidiane, commerciali e professionali, con impatto diretto sulle comunità colpite. Così facendo, riduce il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo complessivo e comprime la resilienza. È un danno che può essere diretto o indiretto e che si manifesta anche in assenza di vittime. E soprattutto produce un effetto misurabile: la limitazione della libertà dei cittadini.

In questa prospettiva, il successo del terrorismo – anche quando non uccide – conferma una capacità di imporre costi economici e sociali alla collettività e di condizionare nel tempo i comportamenti, in relazione alle misure di sicurezza e alle limitazioni introdotte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. È ciò che definiamo “blocco funzionale”. Nonostante la progressiva riduzione della capacità operativa, il “blocco funzionale” resta uno dei risultati più rilevanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato efficacia nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Un risultato notevole, conseguito con risorse limitate, che conferma un rapporto costo-beneficio favorevole al terrorismo. Ma anche qui si registra una perdita progressiva di capacità: l’ottenimento del “blocco funzionale” scende al 78% nel 2022, al 67% nel 2023 e 58% nel 2025.

Bibliografia

Bertolotti, C. (2024a), Gaza Underground: la guerra sotterranea e urbana tra Israele e Hamas. Storia, strategie, tattiche, guerra cognitiva e intelligenza artificiale, START InSight ed., Lugano.

Bertolotti, C. (2024b), Una fotografia del terrorismo jihadista in Europa: evoluzione storica e operativa, in #ReaCT2024, 5° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START InSight ed., Lugano, ISBN 978-88-322-94-27-9, ISSN 2813-1037 (print), ISSN 2813-1045 (online).

Bertolotti, C. (2023), L’evoluzione del terrorismo in Europa: terrorismo di sinistra, destra, anarchico, individuale, e il ruolo degli immigrati nel terrorismo jihadista all’interno dell’Unione Europea (Analisi di correlazione e regressione), in #ReaCT2023, 4° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START InSight ed., Lugano, ISBN 978-88-322-94-18-7, ISSN 2813-1037 (print), ISSN 2813-1045 (online).


TRUMP A CANOSSA CON RUBIO?

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Al contrario di Trump che non conosce la storia come gli italiani, l’arrivo a Roma del Segretario di Stato Rubio suona tanto come un ritorno a Canossa, solo che l’allora Enrico IV rimase tre giorni nella neve, contrito, prima di venir perdonato dal Papa Gregorio VII. Ma Trump non è nemmeno Bismark (“Noi non andremo a Canossa, né con il corpo né con lo spirito”) che 800 anni dopo Enrico IV, riafferma il potere politico su quello religioso.

Infatti se nessuno contesta il fatto che il regime iraniano sia appunto un regime, sarebbe stato sicuramente meno complesso ottenere il supporto europeo se richiesto in modi oculati con strategie descritte e politiche chiare. D’altra parte i trattati vengono scritti e riscritti, stracciati e rimpiazzati come la carta, basta la volontà di riscriverli in modo più esauriente alle circostanze che viviamo.  È sempre stato così. Il Trattato di Westfalia del 1648 ridisegnò l’intera architettura europea dopo trent’anni di guerra. Il Congresso di Vienna del 1815 ricostruì l’ordine dopo Napoleone. Ogni volta, non fu la volontà di conservare a prevalere, ma quella di riscrivere in modo più adeguato alle circostanze. (vedi Hans Morgenthau, Politics Among Nations 1948).

Lo stesso vale oggi per la NATO. Il CFR lo dice esplicitamente: il patto transatlantico è già in fase di rinegoziazione. Non significa uscire dalla NATO — ma significa una revisione profonda dei termini, con un ritiro progressivo delle forze americane dall’Europa. La National Defense Strategy 2026 è stata chiara: descrive gli alleati europei come “dipendenti a carico” e afferma che la difesa dell’Europa contro eventuali aggressioni russe sarà responsabilità della NATO stessa, con gli Stati Uniti come riserva.

Nel caso della guerra contro l’Iran, nessuno politico europeo contesta il fatto che il regime iraniano sia appunto un regime. Il Middle East Institute lo afferma senza ambiguità: “neutralizzare le minacce provenienti dall’Iran è nell’interesse per la sicurezza europea, e non è possibile preservare la sicurezza del continente senza gli americani.” Il punto non è il fine, ma il metodo. GLOBSEC lo ha documentato con precisione: Trump ha chiesto agli alleati di proteggere lo Stretto di Hormuz — dal quale dipende buona parte dell’energia europea — ma senza fornire chiarezza sugli obiettivi, la durata e la strategia d’uscita dell’operazione. La risposta degli alleati è quindi stata rapida e univoca:” questo non è il nostro modo di fare le cose.”

Fra le varie fonti statunitensi riguardo alla guerra contro l’Iran e la postura europea nel contesto NATO, la Carnegie Endowment  lo dichiara in modo ancora più esplicito: “la fiducia degli alleati negli Stati Uniti e nel loro impegno verso l’Articolo 5 è già stata compromessa. Non ci sarà un ritorno alla normalità — né con questa amministrazione né con la prossima”. Un’alleanza si può rinegoziare, la fiducia no.

Da un lato Trump ha le midterm, e non può permettersi di fare a meno dei voti cattolici, soprattutto dopo aver licenziato tre donne — ma è solo una casualità — di grande rilievo.

Kristi Noem, a capo della sicurezza interna, è caduta su una campagna pubblicitaria da 220 milioni di dollari di fondi pubblici che la vedeva protagonista a cavallo davanti al Monte Rushmore — e sulla sua gestione delle morti di due cittadini americani a Minneapolis durante un’operazione di controllo dell’immigrazione. Pam Bondi, procuratrice generale, licenziata il 2 aprile dopo che Trump si era stancato della sua gestione dei file Epstein: aveva promesso la piena trasparenza, poi aveva trattenuto migliaia di documenti, tradendo sia i sopravvissuti che la base trumpiana. Lori Chavez-DeRemer, a capo del Dipartimento del Lavoro, è uscita nel mezzo di un’indagine interna per presunti abusi: una relazione con un membro della sua scorta, uso di fondi pubblici per viaggi personali, e il marito bandito dalla sede del dipartimento dopo denunce di comportamenti inappropriati verso giovani collaboratori.

In questo quadro, attaccare il Papa — primo pontefice americano della storia, con un indice di gradimento dell’84% tra i cattolici contro un Trump fermo al 40% a livello nazionale — si è rivelato un errore di calcolo. Alle elezioni del 2024, il 59% dei cattolici aveva votato Trump contro il 39% per Kamala Harris. Quella base oggi scricchiola. I cattolici rappresentano una quota significativa dell’elettorato nei collegi più competitivi e anche piccoli spostamenti potrebbero compromettere i margini repubblicani. Ryan Burge, ricercatore delle tendenze di voto tra i gruppi religiosi americani, è diretto: “Questo è sicuramente il fattore principale che danneggerà il GOP tra i cattolici alle elezioni di midterm.”

Mandare Rubio a Roma, dunque, non è diplomazia. È campagna elettorale.

 Dalla parte italiana, Meloni non sta navigando in acque calme. Le prossime elezioni  di fine mandato, il fallimento referendario, le ben accette dimissioni di Santanchè, le mancate riforme promesse durante la campagna elettorale, vedono, nel dietrofront meloniano dalle richieste di Trump, riguardo all’uso delle basi militari, come un appeasement verso la sinistra che sgranocchia minime percentuali di gradimento dall’elettorato. E sappiamo bene, quanto contino i numeri pre elezioni!

Ecco che l’incontro dell’8 maggio tra Rubio e Meloni vedrà sul tavolo essenzialmente tre dossier concreti: Il primo è Sigonella. Già a fine marzo, il ministro della Difesa, Crosetto,  aveva negato l’accesso alla base navale ai velivoli militari americani diretti in Medio Oriente, sostenendo che Washington non aveva richiesto la necessaria autorizzazione preventiva né consultato i vertici militari italiani. La risposta di Rubio era arrivata immediata e tagliente. “Se la NATO significa solo che noi difendiamo l’Europa quando viene attaccata, ma poi ci negano i diritti di base quando ne abbiamo bisogno, non è un buon accordo”. E ad Al Jazeera ha aggiunto: “è difficile restare coinvolti e dire che questo è un bene per gli Stati Uniti. Tutto questo dovrà essere riesaminato.”

Il secondo dossier riguarda la spesa per la difesa. La National Defense Strategy 2026, analizzata dal CSIS, descrive gli alleati europei come “dipendenti a carico” con “carenze dovute alle scelte irresponsabili dei loro leader”, e afferma esplicitamente che la difesa dell’Europa contro eventuali aggressioni russe sarà responsabilità della NATO stessa, con gli Stati Uniti in un ruolo di riserva. 

Infine, il terzo dossier è lo Stretto di Hormuz. Italia, Giappone e Australia, hanno già dichiarato esplicitamente che non avrebbero partecipato agli sforzi bellici per la riapertura dello Stretto. E persino la tanto criticata CNN ha definito il rifiuto italiano emblematico: “È significativo che anche un alleato percepito come vicino, come il governo di destra italiano, abbia negato una richiesta militare americana.”

Così Trump ha posto, come da sua consetudine, la questione in termini ultimativi. “È giusto che i beneficiari dello Stretto contribuiscano a garantire che non succeda nulla di brutto”, e al Financial Times ha dichiarato: “Se la risposta è negativa, penso che sarà molto negativo per il futuro della NATO.” Nel tentativo di salvare il salvabile, il Segretario Generale della NATO Rutte ha riferito che sempre più paesi europei stanno “pre-posizionando supporto logistico essenziale, ad esempio cacciamine, per la fase successiva” — un modo diplomatico per dire che gli alleati stanno cercando di recuperare terreno.

Sul tavolo, dunque, non ci sono solo buone intenzioni, ci sono conti da pagare. Il do ut des pesa. Enrico IV aspettò tre giorni nella neve prima di essere ricevuto. Almeno sapeva di avere torto. Trump attacca il Papa la mattina e manda il suo emissario a Roma il pomeriggio. Bismarck almeno aveva una strategia. Questa non è diplomazia, è gestione del danno — in diretta.