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#ReaCT2025 – Terrorismo jihadista in Europa. Cosa raccontano i numeri

Traiettorie storiche, dinamiche sociali e trasformazioni operative nell’attuale fase di mutamento globale

di Claudio Bertolotti, START InSight, Direttore

Articolo pubblicato in #ReaCT2025 – Rapporto annuale sul terrorismo e il radicalismo in Europa

Il terrorismo come fenomeno sociale e conflittuale in evoluzione continua.

Il terrorismo contemporaneo non è un’eccezione storica: è l’esito di una lunga sedimentazione di conflitti, dottrine e opportunità. Negli ultimi vent’anni, in particolare, abbiamo osservato un’evoluzione che ha cambiato forma più volte senza perdere la propria funzione: produrre paura, polarizzazione e condizionamento politico-sociale con un investimento relativamente contenuto. Dopo l’11 settembre, il terrorismo jihadista ha assunto una dimensione globalizzata e “sistemica”, incardinata su reti transnazionali e su una narrazione capace di collegare guerra, identità, ideologia e pragmatismo politico. La fase successiva – quella di Iraq e Afghanistan – ha trasformato la violenza in esperienza operativa e in capitale simbolico: l’insurrezione, il terrorismo come tecnica, tattica e procedura e la comunicazione come moltiplicatore hanno finito per fondersi. Con l’emergere dello Stato islamico, tra 2014 e 2017, abbiamo visto il passaggio a un modello ibrido: organizzazione territoriale e proiezione esterna, commando e “lone actors”, attacchi coordinati e micro-azioni improvvisate. Poi la contrazione del “califfato” non ha significato sconfitta del fenomeno, ma sua riconfigurazione: più frammentazione, più emulazione, più iniziativa individuale.

In questo quadro, la minaccia jihadista resta particolarmente rilevante perché si intreccia con le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali e con la competizione in Medio Oriente e in Africa, e perché attinge a una lettura radicale dell’Islam che trasforma l’evento politico in pretesto morale ammantandolo con la giustificazione religiosa. Ma diventa ancora più sensibile in Europa quando si innesta su una ricerca di identità individuale e di gruppo, alimentata dall’opposizione culturale di una componente non marginale di immigrati maghrebini di seconda e terza generazione: un terreno dove l’appartenenza si costruisce anche “contro” l’altro e dove la polarizzazione funziona da moltiplicatore di rischio.

Non parliamo, infatti, di un blocco monolitico. La galassia jihadista è oggi frammentata: ideologie, priorità operative e modelli d’azione divergono, e questo impone di leggere il terrorismo contemporaneo anche come fenomeno sociale, non soltanto come espressione di organizzazioni clandestine. Cambiano le forme, ma soprattutto cambiano i meccanismi di produzione della violenza: tempi di attivazione più rapidi, soglie operative più basse, maggiore permeabilità all’emulazione e all’innesco mediatico.

Da qui discende una riflessione che, dopo vent’anni di adattamenti, non è più rinviabile e sulla quale torniamo a insistere: ha ancora senso definire il terrorismo solo come violenza finalizzata a ottenere un risultato politico, quindi valutata nelle intenzioni? Oppure è più utile leggerlo come effetto della violenza applicata, cioè come manifestazione capace di produrre impatto indipendentemente dalla catena di comando? In altri termini: è terrorismo l’atto violento in quanto tale, anche quando non c’è – o non è dimostrabile – un’organizzazione alle spalle. Il baricentro, allora, si sposta dalla struttura all’evento: terrorismo nella manifestazione, non necessariamente nell’organizzazione.

Dentro la galassia jihadista, il terrorismo rimane strumento di lotta, resistenza e prevaricazione, ma si dispiega lungo uno spettro di violenza che va dall’azione individuale a quella organizzata; dalla violenza ispirata a quella emulativa; fino al terrorismo insurrezionale che abbiamo conosciuto in Afghanistan e in Iraq e che, in parte, osserviamo nelle sue manifestazioni nella Striscia di Gaza, dove l’esercito israeliano si confronta con Hamas (Bertolotti, 2024). In questa prospettiva, la continuità non è nella forma dell’attacco, ma nella sua funzione: comprimere sicurezza e libertà, spingere lo Stato a reagire, e trasformare la frattura sociale in spazio operativo.

Trend e dinamiche: calano i numeri, ma la minaccia del terrorismo persiste – un’analisi degli attacchi dal 2014 al 2025.

In prospettiva quantitativa gli attacchi terroristici di matrice jihadista degli ultimi cinque anni confermano un andamento lineare, con una percettibile diminuzione registrata negli ultimi anni, attestandosi ai livelli pre-fenomeno Isis/Stato islamico. Dal 2020 al 2025 sono stati registrati nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in Svizzera 99 attacchi (12 nel 2025), di successo e fallimentari: 99 quelli rilevati nel precedente periodo 2014-2018 (12 nel 2015).

Sulla scia della stagione dei grandi attentati in Europa compiuti nel nome dello Stato islamico e, successivamente, in verosimile relazione con i fattori galvanizzanti prodotti dalla presa del potere talebano in Afghanistan e dall’appello di Hamas, tra il 2014 e il 2023 sono state registrate 221 azioni in nome del jihad. Di queste, 77 sono state attribuibili allo Stato islamico. Ai fatti hanno preso parte 271 terroristi (7 donne), di cui 78 morti in azione. Il bilancio complessivo è di 457 vittime decedute e 2667 feriti (database START InSight).

Nel solo 2025 si contano 12 azioni jihadiste: un dato in lieve flessione rispetto all’anno precedente (15 attacchi nel 2024), coerente con i 12 attacchi del 2023 ma decisamente inferiore ai 18 registrati nel 2022 e nel 2021. La riduzione numerica, tuttavia, non coincide con una diminuzione del rischio: cresce in modo marcato la quota di azioni “emulative”, cioè ispirate da altri attacchi avvenuti nei giorni immediatamente precedenti. Il peso dell’emulazione passa dal 17% del totale nel 2022 al 58% nel 2023 (era il 56% nel 2021) e 50% nel 2025, riportando il fenomeno su livelli di intensità comparabili a quelli degli anni precedenti.

Il 2025, inoltre, consolida un trend strutturale nell’evoluzione della minaccia, con una predominanza di azioni individuali, non organizzate e spesso improvvisate, che hanno progressivamente sostituito le operazioni strutturate e coordinate tipiche del “campo di battaglia” urbano europeo del periodo 2015-2017. Un modello operativo che, nel 2025, ha caratterizzato il 92% delle azioni ma che ha visto il ritorno dell’utilizzo dei veicoli ariete impiegati contro obiettivi civili, prevalentemente passanti, nel 17% degli episodi.

Il profilo dei terroristi “europei”.

Il jihadismo, nei dati, continua a presentarsi come un fenomeno a prevalente partecipazione maschile. Su 329 attentatori censiti, il 94% è di genere maschile; le donne sono 10. Il quadro è anche dinamico: se nel 2020 si registrano 3 attentatrici coinvolte in azioni terroristiche, nel quinquennio 2021-2025 non emerge alcuna loro partecipazione diretta.

Sul piano anagrafico, i terroristi identificati (uomini e donne) per i quali sono disponibili dati personali pubblici mostrano un’età mediana pari a 26 anni. È un valore che oscilla nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 nel 2019, fino a segnare un rialzo nell’ultima fase osservata con 28,5 anni nel 2023 e, sorprendentemente, 35 nel 2025; con ciò evidenziando un aumento dell’età dei soggetti attentatori. Entrando nel dettaglio dei 200 individui per i quali disponiamo di informazioni anagrafiche sufficienti, la distribuzione per classi d’età restituisce un profilo più articolato: il 7% ha meno di 19 anni (con un peso dei minori che si riduce con il passare degli anni), il 38% rientra nella fascia 19-26, il 41,5% in quella 27-35, mentre il 13,5% ha più di 35 anni. Nel complesso, questi dati suggeriscono un progressivo innalzamento dell’età media all’interno del segmento 19-35 con un incremento di rilievo per la fascia sopra i 35 anni, accompagnato da una contrazione dei minorenni coinvolti negli attacchi nello stesso arco temporale.

Quanto allo status e alle origini, il profilo prevalente degli autori è riconducibile alla categoria degli “immigrati” in senso ampio (prima, seconda e terza generazione), sia regolari sia irregolari: parliamo del 93% dei soggetti che hanno portato a compimento un atto terroristico. Nel sottoinsieme analizzato tramite il database START InSight (155 casi su 237 terroristi), il 45% risulta composto da immigrati regolari di prima generazione; il 28% da discendenti di immigrati (seconda o terza generazione); gli immigrati irregolari rappresentano il 26%. Quest’ultimo dato, però, è quello che segnala la discontinuità più netta: si attesta al 25% nel 2020, raddoppia al 50% nel 2021, arriva al 67% nel 2023 per poi attestarsi al 31% nel 2025. La tendenza conferma una crescita della presenza di attentatori di prima generazione; rilevante anche il 6% di cittadini di origine europea convertiti all’Islam, in costante ma lieve flessione rispetto alla media degli anni precedenti.

La dimensione etno-nazionale dei terroristi in Europa.

In Europa la radicalizzazione jihadista non colpisce in modo uniforme: tende a concentrarsi su specifiche componenti nazionali ed etniche. Nei dati si conferma una relazione di proporzionalità piuttosto chiara tra la composizione dei principali gruppi migratori e la provenienza (diretta o familiare) degli autori di atti terroristici: la nazionalità dei terroristi, o delle loro famiglie d’origine, riflette spesso la dimensione e la storicità delle comunità straniere presenti nei singoli Paesi europei. Dentro questo quadro, l’origine maghrebina è prevalente. I gruppi etno-nazionali più associati all’adesione jihadista restano quelli marocchino (con evidenze significative in Francia, Belgio, Spagna e Italia) e algerino (in Francia). Non a caso, il fenomeno appare più marcato in Belgio e in Francia, dove comunità numerose di origine marocchina e algerina hanno registrato, nel tempo, livelli elevati di mobilitazione giovanile verso ambienti e organizzazioni jihadiste. In Francia, ad esempio, una quota rilevante dei terroristi coinvolti negli attentati recenti proviene da famiglie di origine algerina e marocchina, in coerenza con la presenza storica e la consistenza numerica di queste comunità nel Paese (Bertolotti, 2023 e 2024).

Recidivi e terroristi già noti all’intelligence.

Un secondo indicatore, sempre più rilevante, riguarda la rilevanza del fenomeno della recidiva, anche come effetto del rilascio di soggetti al termine di pene detentive concluse di recente. Parliamo di individui già condannati per terrorismo che tornano a colpire una volta usciti dal carcere e, in alcuni casi, riescono a portare a termine azioni violente persino all’interno delle strutture penitenziarie. La traiettoria è chiara: i recidivi rappresentano il 3% del totale dei terroristi che hanno colpito nel 2018 (1 caso), il 7% nel 2019 (2), il 27% nel 2020 (6), il 25% nel 2023 (3) per poi scendere all’8% nel 2025 (1). Il dato, sebbene in evidente contrazione, conferma la pericolosità sociale di soggetti che, pur neutralizzati temporaneamente dalla detenzione, spesso non abbandonano l’intenzione di agire: semmai la differiscono, attendendo la finestra operativa più favorevole. In prospettiva, questo implicherebbe un aumento della probabilità di attacchi nei prossimi anni, in parallelo con il rientro in libertà di un numero crescente di detenuti per reati di terrorismo.

A rafforzare il quadro, START InSight evidenzia anche la tendenza delle azioni terroristiche compiute da individui già noti alle forze dell’ordine o ai servizi di intelligence europei. Nel 2020 questi casi costituiscono il 54% del totale e nel 2021 il 44%, 37% nel 2022: valori molto superiori al 10% del 2019 e al 17% del 2018. Nel 2023 il dato cresce ulteriormente e si stabilizza al 75%, confermando, nei fatti, le ragioni di preoccupazione delle istituzioni impegnate nel contrasto alla minaccia, sebbene il 2025 si sia concluso con un dato più rassicurante del 23%.

Infine, il profilo dei soggetti con precedenti detentivi (anche per reati non legati al terrorismo) mostra una continuità significativa lungo l’arco temporale considerato: nel 2021 sono il 23%, in lieve calo rispetto al 33% del 2020, ma in linea con il 23% del 2019 (28% nel 2018 e 12% nel 2017). Pur a fronte di un dato 2023 sensibilmente più basso (8%) e un sostanziale azzeramento nel 2025, l’evidenza complessiva continua a sostenere l’ipotesi che identifica i luoghi di detenzione come spazi a rischio, dove radicalizzazione e adesione al terrorismo possono trovare condizioni favorevoli.

Quale la reale capacità distruttiva del terrorismo?

Per leggere il terrorismo in modo realistico occorre scomporlo, senza sovrapporre piani diversi, su tre livelli: strategico, operativo e tattico. La dimensione strategica riguarda l’impiego delle risorse per conseguire obiettivi di lungo periodo, quelli che incidono sull’assetto complessivo del conflitto e sul comportamento degli Stati. La dimensione tattica, invece, attiene all’uso della forza nel singolo “contatto”, per ottenere un risultato immediato e circoscritto. In mezzo c’è il livello operativo: la cerniera che coordina, ordina e combina azioni tattiche in modo da produrre effetti coerenti con l’obiettivo strategico. È una distinzione essenziale perché, nel terrorismo, ciò che appare “piccolo” sul piano tattico può essere decisivo sul piano operativo, e solo marginale sul piano strategico. In ultima analisi, questa lettura rimette al centro l’impiego degli uomini – più che dei mezzi – nella produzione dell’effetto militare e politico.

Il successo strategico: marginale e in contrazione.

Sul piano strategico il successo delle azioni terroristiche, inteso come capacità di produrre risultati strutturali e sistemici (blocco del traffico aereo o ferroviario nazionale e/o internazionale, mobilitazione delle forze armate, interventi legislativi di ampia portata), tende a scomparire con il passare del tempo. L’andamento storico rileva infatti la riduzione progressiva della capacità di ottenere effetti strategici, con oscillazioni ma con una traiettoria chiara: 75% di successo strategico nel 2014; 42% nel 2015; 17% nel 2016; 28% nel 2017; 4% nel 2018; 5% nel 2019; 12% nel 2020; 6% nel 2021. Dal 2022, gli attacchi non riescono più a conseguire successo strategico. Un risultato, quello ottenuto in passato dal valore elevato se messo in rapporto al basso investimento organizzativo e finanziario richiesto, specie quando l’azione è individuale o a bassa complessità.

In parallelo, si osserva un calo dell’attenzione mediatica complessiva verso gli attacchi. A livello strategico, gli attentati hanno ottenuto attenzione dei media internazionali nel 70% dei casi e dei media nazionali nel 93%. Le operazioni condotte da commando e team-raid, quando presenti, hanno ricevuto copertura piena. Questo “successo mediatico” potrebbe aver avuto un impatto diretto sulla capacità di reclutamento di aspiranti martiri o combattenti jihadisti, con un picco nei periodi di maggiore intensità della violenza (2016-2017). Ma l’effetto amplificatore dei media sul reclutamento tende a ridursi nel tempo per due ragioni convergenti: primo, la progressiva prevalenza di azioni a “bassa intensità” rispetto a quelle ad “alta intensità”, diminuite, mentre quelle a bassa e media intensità aumentano in modo significativo dal 2017 al 2021, pur con un incremento marcato delle azioni a media intensità nel 2023 (75%) e nel 2025 (58%) e una ripresa delle azioni ad “alta intensità” nel 2025 (8%); secondo, l’assuefazione emotiva del pubblico alla violenza, soprattutto quando gli eventi sono a bassa o “media intensità”, riduce la capacità dell’attacco di dominare lo spazio informativo.

Il livello tattico: preoccupante, ma non centrale per la logica del terrorismo.

Se assumiamo come obiettivo tattico primario la morte del “nemico” – con le forze di sicurezza individuate come bersaglio nel 28% dei casi – questo risultato viene raggiunto, in media, nel 48% dei casi nel periodo 2004-2025. Va però considerato che un arco temporale così ampio amplifica il margine di errore. Guardando all’intervallo 2014-2025, emerge un deterioramento della capacità di produrre l’effetto desiderato: prevalgono attacchi a bassa intensità e cresce il numero di azioni fallimentari, almeno fino al 2022, quando il successo tattico si stabilizza al 33%, coerente con il dato del 2016. Dal 2023, invece, si registra un’inversione di tendenza.

Negli ultimi sei anni, la dinamica è particolarmente emblematica. Nel 2016 il successo tattico è al 31%, con il 6% di atti fallimentari. Nel 2017 sale al 40%, mentre il fallimento raggiunge il 20%. Nel 2018 il successo scende al 33% e gli attacchi falliti raddoppiano al 42%. Nel 2019 cala ulteriormente al 25%, per poi risalire e stabilizzarsi al 33% nel periodo 2020-2022. Questo andamento può essere letto come effetto combinato della riduzione della capacità operativa dei terroristi e della maggiore reattività delle forze di sicurezza europee. Sebbene nel 2023 il dato torni al 50% di azioni in grado di ottenere un successo tattico, cioè la morte di almeno un obiettivo, nel 2024 e 2025 il dato torna ai livelli degli anni precedenti, con un 20-25% di successi tattici.

Il vero risultato: il successo operativo e il “blocco funzionale”.

Il punto decisivo è che anche un attacco “non riuscito”, dal punto di vista della produzione di vittime, può generare un risultato operativo significativo. L’azione terrorista tende a saturare e vincolare risorse (Bertolotti, 2023, 2024): impegna in modo pesante forze armate e forze di polizia, distogliendole dalle attività ordinarie o limitandone la capacità di intervento a favore della collettività. Può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari; limitare, rallentare, deviare o bloccare la mobilità urbana, aerea e navale; ostacolare lo svolgimento regolare delle attività quotidiane, commerciali e professionali, con impatto diretto sulle comunità colpite. Così facendo, riduce il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo complessivo e comprime la resilienza. È un danno che può essere diretto o indiretto e che si manifesta anche in assenza di vittime. E soprattutto produce un effetto misurabile: la limitazione della libertà dei cittadini.

In questa prospettiva, il successo del terrorismo – anche quando non uccide – conferma una capacità di imporre costi economici e sociali alla collettività e di condizionare nel tempo i comportamenti, in relazione alle misure di sicurezza e alle limitazioni introdotte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. È ciò che definiamo “blocco funzionale”. Nonostante la progressiva riduzione della capacità operativa, il “blocco funzionale” resta uno dei risultati più rilevanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato efficacia nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Un risultato notevole, conseguito con risorse limitate, che conferma un rapporto costo-beneficio favorevole al terrorismo. Ma anche qui si registra una perdita progressiva di capacità: l’ottenimento del “blocco funzionale” scende al 78% nel 2022, al 67% nel 2023 e 58% nel 2025.

Bibliografia

Bertolotti, C. (2024a), Gaza Underground: la guerra sotterranea e urbana tra Israele e Hamas. Storia, strategie, tattiche, guerra cognitiva e intelligenza artificiale, START InSight ed., Lugano.

Bertolotti, C. (2024b), Una fotografia del terrorismo jihadista in Europa: evoluzione storica e operativa, in #ReaCT2024, 5° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START InSight ed., Lugano, ISBN 978-88-322-94-27-9, ISSN 2813-1037 (print), ISSN 2813-1045 (online).

Bertolotti, C. (2023), L’evoluzione del terrorismo in Europa: terrorismo di sinistra, destra, anarchico, individuale, e il ruolo degli immigrati nel terrorismo jihadista all’interno dell’Unione Europea (Analisi di correlazione e regressione), in #ReaCT2023, 4° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START InSight ed., Lugano, ISBN 978-88-322-94-18-7, ISSN 2813-1037 (print), ISSN 2813-1045 (online).


TRUMP A CANOSSA CON RUBIO?

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Al contrario di Trump che non conosce la storia come gli italiani, l’arrivo a Roma del Segretario di Stato Rubio suona tanto come un ritorno a Canossa, solo che l’allora Enrico IV rimase tre giorni nella neve, contrito, prima di venir perdonato dal Papa Gregorio VII. Ma Trump non è nemmeno Bismark (“Noi non andremo a Canossa, né con il corpo né con lo spirito”) che 800 anni dopo Enrico IV, riafferma il potere politico su quello religioso.

Infatti se nessuno contesta il fatto che il regime iraniano sia appunto un regime, sarebbe stato sicuramente meno complesso ottenere il supporto europeo se richiesto in modi oculati con strategie descritte e politiche chiare. D’altra parte i trattati vengono scritti e riscritti, stracciati e rimpiazzati come la carta, basta la volontà di riscriverli in modo più esauriente alle circostanze che viviamo.  È sempre stato così. Il Trattato di Westfalia del 1648 ridisegnò l’intera architettura europea dopo trent’anni di guerra. Il Congresso di Vienna del 1815 ricostruì l’ordine dopo Napoleone. Ogni volta, non fu la volontà di conservare a prevalere, ma quella di riscrivere in modo più adeguato alle circostanze. (vedi Hans Morgenthau, Politics Among Nations 1948).

Lo stesso vale oggi per la NATO. Il CFR lo dice esplicitamente: il patto transatlantico è già in fase di rinegoziazione. Non significa uscire dalla NATO — ma significa una revisione profonda dei termini, con un ritiro progressivo delle forze americane dall’Europa. La National Defense Strategy 2026 è stata chiara: descrive gli alleati europei come “dipendenti a carico” e afferma che la difesa dell’Europa contro eventuali aggressioni russe sarà responsabilità della NATO stessa, con gli Stati Uniti come riserva.

Nel caso della guerra contro l’Iran, nessuno politico europeo contesta il fatto che il regime iraniano sia appunto un regime. Il Middle East Institute lo afferma senza ambiguità: “neutralizzare le minacce provenienti dall’Iran è nell’interesse per la sicurezza europea, e non è possibile preservare la sicurezza del continente senza gli americani.” Il punto non è il fine, ma il metodo. GLOBSEC lo ha documentato con precisione: Trump ha chiesto agli alleati di proteggere lo Stretto di Hormuz — dal quale dipende buona parte dell’energia europea — ma senza fornire chiarezza sugli obiettivi, la durata e la strategia d’uscita dell’operazione. La risposta degli alleati è quindi stata rapida e univoca:” questo non è il nostro modo di fare le cose.”

Fra le varie fonti statunitensi riguardo alla guerra contro l’Iran e la postura europea nel contesto NATO, la Carnegie Endowment  lo dichiara in modo ancora più esplicito: “la fiducia degli alleati negli Stati Uniti e nel loro impegno verso l’Articolo 5 è già stata compromessa. Non ci sarà un ritorno alla normalità — né con questa amministrazione né con la prossima”. Un’alleanza si può rinegoziare, la fiducia no.

Da un lato Trump ha le midterm, e non può permettersi di fare a meno dei voti cattolici, soprattutto dopo aver licenziato tre donne — ma è solo una casualità — di grande rilievo.

Kristi Noem, a capo della sicurezza interna, è caduta su una campagna pubblicitaria da 220 milioni di dollari di fondi pubblici che la vedeva protagonista a cavallo davanti al Monte Rushmore — e sulla sua gestione delle morti di due cittadini americani a Minneapolis durante un’operazione di controllo dell’immigrazione. Pam Bondi, procuratrice generale, licenziata il 2 aprile dopo che Trump si era stancato della sua gestione dei file Epstein: aveva promesso la piena trasparenza, poi aveva trattenuto migliaia di documenti, tradendo sia i sopravvissuti che la base trumpiana. Lori Chavez-DeRemer, a capo del Dipartimento del Lavoro, è uscita nel mezzo di un’indagine interna per presunti abusi: una relazione con un membro della sua scorta, uso di fondi pubblici per viaggi personali, e il marito bandito dalla sede del dipartimento dopo denunce di comportamenti inappropriati verso giovani collaboratori.

In questo quadro, attaccare il Papa — primo pontefice americano della storia, con un indice di gradimento dell’84% tra i cattolici contro un Trump fermo al 40% a livello nazionale — si è rivelato un errore di calcolo. Alle elezioni del 2024, il 59% dei cattolici aveva votato Trump contro il 39% per Kamala Harris. Quella base oggi scricchiola. I cattolici rappresentano una quota significativa dell’elettorato nei collegi più competitivi e anche piccoli spostamenti potrebbero compromettere i margini repubblicani. Ryan Burge, ricercatore delle tendenze di voto tra i gruppi religiosi americani, è diretto: “Questo è sicuramente il fattore principale che danneggerà il GOP tra i cattolici alle elezioni di midterm.”

Mandare Rubio a Roma, dunque, non è diplomazia. È campagna elettorale.

 Dalla parte italiana, Meloni non sta navigando in acque calme. Le prossime elezioni  di fine mandato, il fallimento referendario, le ben accette dimissioni di Santanchè, le mancate riforme promesse durante la campagna elettorale, vedono, nel dietrofront meloniano dalle richieste di Trump, riguardo all’uso delle basi militari, come un appeasement verso la sinistra che sgranocchia minime percentuali di gradimento dall’elettorato. E sappiamo bene, quanto contino i numeri pre elezioni!

Ecco che l’incontro dell’8 maggio tra Rubio e Meloni vedrà sul tavolo essenzialmente tre dossier concreti: Il primo è Sigonella. Già a fine marzo, il ministro della Difesa, Crosetto,  aveva negato l’accesso alla base navale ai velivoli militari americani diretti in Medio Oriente, sostenendo che Washington non aveva richiesto la necessaria autorizzazione preventiva né consultato i vertici militari italiani. La risposta di Rubio era arrivata immediata e tagliente. “Se la NATO significa solo che noi difendiamo l’Europa quando viene attaccata, ma poi ci negano i diritti di base quando ne abbiamo bisogno, non è un buon accordo”. E ad Al Jazeera ha aggiunto: “è difficile restare coinvolti e dire che questo è un bene per gli Stati Uniti. Tutto questo dovrà essere riesaminato.”

Il secondo dossier riguarda la spesa per la difesa. La National Defense Strategy 2026, analizzata dal CSIS, descrive gli alleati europei come “dipendenti a carico” con “carenze dovute alle scelte irresponsabili dei loro leader”, e afferma esplicitamente che la difesa dell’Europa contro eventuali aggressioni russe sarà responsabilità della NATO stessa, con gli Stati Uniti in un ruolo di riserva. 

Infine, il terzo dossier è lo Stretto di Hormuz. Italia, Giappone e Australia, hanno già dichiarato esplicitamente che non avrebbero partecipato agli sforzi bellici per la riapertura dello Stretto. E persino la tanto criticata CNN ha definito il rifiuto italiano emblematico: “È significativo che anche un alleato percepito come vicino, come il governo di destra italiano, abbia negato una richiesta militare americana.”

Così Trump ha posto, come da sua consetudine, la questione in termini ultimativi. “È giusto che i beneficiari dello Stretto contribuiscano a garantire che non succeda nulla di brutto”, e al Financial Times ha dichiarato: “Se la risposta è negativa, penso che sarà molto negativo per il futuro della NATO.” Nel tentativo di salvare il salvabile, il Segretario Generale della NATO Rutte ha riferito che sempre più paesi europei stanno “pre-posizionando supporto logistico essenziale, ad esempio cacciamine, per la fase successiva” — un modo diplomatico per dire che gli alleati stanno cercando di recuperare terreno.

Sul tavolo, dunque, non ci sono solo buone intenzioni, ci sono conti da pagare. Il do ut des pesa. Enrico IV aspettò tre giorni nella neve prima di essere ricevuto. Almeno sapeva di avere torto. Trump attacca il Papa la mattina e manda il suo emissario a Roma il pomeriggio. Bismarck almeno aveva una strategia. Questa non è diplomazia, è gestione del danno — in diretta.