ChatGPT Image Jan 27, 2026, 04_35_10 PM

Oltre il confine: l’epigenetica del trauma che imprigiona israeliani e palestinesi

di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

La geografia del silenzio

È mattina presto. Eyal guida verso il lavoro mentre la radio trasmette aggiornamenti di sicurezza. Non ascolta davvero le parole: riconosce il ritmo. È lo stesso da anni. Ogni notizia si deposita nel corpo prima ancora che nel pensiero. Stringe il volante. Pensa a sua figlia, alla scuola, alle procedure. Non formula scenari politici. Formula solo una certezza silenziosa: non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Il futuro, per lui, non è un orizzonte: è una linea che può spezzarsi.

Alla stessa ora, Yusuf aspetta che torni la corrente. Il telefono è scarico, ma non prova urgenza. Le notizie non cambiano nulla. Guarda il muro di fronte alla casa, lo conosce a memoria. Non pensa a un’esplosione imminente, ma a una continuità che pesa. Non è che stiamo per scomparire, pensa. È che siamo già stati cancellati abbastanza da non fare più notizia. Il futuro, per lui, non è una minaccia: è una sospensione.

Eyal percepisce Gaza come un rischio costante, un luogo da cui può arrivare la fine. Yusuf percepisce Israele come una struttura immobile, che definisce la sua vita senza bisogno di nominarlo. Nessuno dei due sta vedendo l’altro. Entrambi abitano una realtà in cui il trauma ha ristretto lo spazio mentale disponibile: per l’uno, tutto ciò che non è difesa appare pericoloso; per l’altro, tutto ciò che non è resistenza appare inutile.

Tra queste due configurazioni traumatiche si consuma uno dei conflitti più complessi del nostro tempo, bloccato a livello cognitivo ed emotivo prima ancora che politico. Da una prospettiva di guerra cognitiva, questo blocco rappresenta una vulnerabilità strategica: quando una collettività rimane intrappolata in uno stato di minaccia permanente, la sua cognizione diventa più prevedibile, più rigida, più facilmente orientabile. Il trauma non elaborato restringe il campo del possibile, trasformando la memoria traumatica in leva attiva di controllo del significato.

Questa rigidità cognitiva è un terreno fertile per la manipolazione. La propaganda, sia interna che esterna, agisce attivando deliberatamente questi trigger traumatici per mantenere le popolazioni in uno stato di reattività limbica. Trasformando la vulnerabilità biologica in leva politica, le regie del potere possono giustificare l’immobilismo negoziale come l’unica forma possibile di sopravvivenza, rendendo il trauma un’arma di controllo sociale invisibile.

Eredità biologica: l’epigenetica del trauma

Il trauma collettivo non è soltanto memoria di un dolore che fu. Come ci ricorda Gilad Hirschberger (2018), esso si configura come evento cataclismatico capace di lacerare il tessuto simbolico e relazionale di una società. Si incista nella percezione, diventando il filtro percettivo attraverso cui ogni nuova minaccia viene letta come potenzialmente definitiva.

Quando la ferita non si rimargina, il tempo non guarisce: sospende. Ricerche recenti hanno mostrato che i discendenti di sopravvissuti alla Shoah – tre generazioni dopo – presentano un’incidenza significativamente più alta di sintomi post-traumatici. Prima del 7 ottobre 2023, i tassi di PTSD nella popolazione israeliana discendente da sopravvissuti erano simili a quelli generali (10,4% contro 11,5%); nei due mesi successivi all’attacco, quel divario si è ampliato drammaticamente: 20,9% contro 11,5% (Shrira et al., 2024). È come se il trauma non scomparisse, ma dormisse, attendendo l’occasione per riemergere.

La neuroepigenetica offre una chiave di lettura inquietante. Gli studi di Rachel Yehuda hanno documentato nell’essere umano un meccanismo di trasmissione intergenerazionale del trauma: esposizioni traumatiche intense possono modificare l’espressione del gene FKBP5, cruciale nella regolazione della risposta allo stress. Queste alterazioni epigenetiche – non mutazioni del DNA, ma segni lasciati dall’esperienza sulla sua lettura (metilazione) – possono essere trasmesse ai figli (Yehuda et al., 2016). Non si eredita la memoria, ma la vulnerabilità. Non si tramanda il ricordo, ma la soglia abbassata del sistema nervoso.

La restrizione del campo percettivo

Quando una collettività traumatizzata percepisce se stessa come sull’orlo dell’annientamento, avviene una trasformazione qualitativa della cognizione. Il campo percettivo si restringe secondo modalità specifiche: ipervigilanza costante, polarizzazione identitaria binaria, interpretazione selettiva delle informazioni, difficoltà nel riconoscere la sofferenza dell’altro.

Vamik Volkan (2001) introduce il concetto di chosen trauma per indicare quella ferita collettiva che un gruppo non solo subisce, ma assume deliberatamente come perno fondativo della propria identità. La Shoah, per molti israeliani, non è semplicemente un evento accaduto: è un trauma non elaborato, che permane nel tempo presente e continua a modellare la percezione di sé come popolo eternamente esposto alla minaccia.

Quando questa identità viene percepita come attaccata o delegittimata, la risposta non è apertura, ma irrigidimento progressivo dell’identità del gruppo come struttura psichica collettiva, al cui interno il chosen trauma agisce da pilastro centrale, da sostegno invisibile e inamovibile. Questo restringimento percettivo non è solo cognitivo: si inscrive nei corpi, nei rituali, nei simboli.

Sul versante palestinese, nessuna immagine condensa questa dinamica meglio di Handala, che incarna una congelazione traumatica dell’identità. Creato nel 1969, questo bambino di dieci anni rimane eternamente voltato di spalle.  Nel silenzio ostinato di Handala si condensa l’essenza del trauma palestinese: un’identità collettiva sospesa, congelata nel tempo dell’attesa. Non è immaturità storica, ma scelta radicale: il rifiuto di avanzare lungo una linea del tempo che non ha ancora riconosciuto l’ingiustizia originaria.

La postura di Handala – di spalle, mani intrecciate, lo sguardo negato – non è passività ma resistenza deliberata. È “non-partecipazione attiva”: un corpo che si ritira per sottrazione simbolica. Non urla, non implora, non cerca lo sguardo altrui. Lo nega. Non cresce, non cambia, non si volta finché la Nakba non verrà riconosciuta. Handala non è simbolo di vittimismo, ma di fedeltà irriducibile a un’identità non negoziabile.

La ferita morale: quando il trauma è frattura dell’anima

La moral injury è una forma di trauma che va oltre la minaccia alla sopravvivenza. Non è la paura a generarla, ma il conflitto profondo tra ciò che si è costretti a fare – o subire – e ciò in cui si credeva. È la dissonanza che sorge quando il senso del giusto viene violato e non trova più appoggio nel mondo (Litz, 2009).

Per molti israeliani, la frattura si colloca nello spazio teso tra il bisogno percepito di protezione spesso declinato in pratiche difensive aspre e controverse – e l’autorappresentazione di sé come società fondata su principi etici. È una lacerazione intima, che interroga l’identità profonda: chi siamo diventati per poterci difendere?

Sul versante palestinese, la moral injury prende forma nell’esperienza reiterata dell’invisibilità. È la ferita della negazione: del dolore, della storia, del diritto stesso a essere riconosciuti come esistenti. La Nakba, in questa prospettiva, non appartiene al passato, ma si impone come condizione che si rinnova, un presente continuo che non trova chiusura.

È qui che la ferita morale si fa trauma identitario. Il conflitto non si articola più attorno a territori o sicurezza, ma sul nodo più intimo: chi siamo? Ogni concessione diventa minaccia, ogni compromesso tradimento. Non si negoziano più condizioni politiche, ma verità morali vissute come non negoziabili.

Deumanizzazione simmetrica: quando l’altro scompare

Tra le derive più oscure del conflitto, una delle più inquietanti è la deumanizzazione reciproca. Le ricerche condotte durante il conflitto di Gaza del 2014 hanno documentato che israeliani e palestinesi mostravano livelli comparabili di deumanizzazione dell’altro (Bruneau & Kteily, 2017). La violenza simbolica è reciproca, specchio tragico della sofferenza non riconosciuta.

Quando il dolore non trova parola né ascolto, il campo percettivo si restringe: diventa binario, rigido, impermeabile alla complessità. I palestinesi vengono rappresentati non come attori politici con legittime rivendicazioni, ma come “orde” mosse dall’odio. Gli israeliani non come cittadini traumatizzati, ma come occupanti senza volto.

È qui che la guerra cognitiva mostra la sua potenza più sottile: agisce sul modo stesso in cui il conflitto viene percepito, narrato, pensato. Quando l’altro non è più umano, ogni dialogo è già fallito. Delegittimare in modo sistematico la sofferenza dell’altro non è semplice propaganda: è una forma di assedio cognitivo.

La soglia del riconoscimento

Nel conflitto israelo-palestinese, il fallimento del riconoscimento reciproco è totale. Come suggeriscono Strömbom e Kapshuk (2022), esiste un riconoscimento thin, sottile: un’ammissione formale dell’esistenza dell’altro, sterile sul piano umano. Ma c’è anche un riconoscimento thick, denso: quello che scorge nell’altro una storia, una ferita, una dignità paragonabile alla propria. Il processo di Oslo aveva provato ad avvicinarsi a questa soglia più profonda. Eppure quel percorso si è interrotto. Le fratture successive hanno prodotto un ritorno dal riconoscimento denso a quello minimo, e infine alla sua negazione. Non più l’altro come volto, ma come sagoma. Non più come soggetto di diritti, ma come problema da contenere.

Questo vincolo percettivo non si esaurisce nello spazio del conflitto: si rifrange, e spesso si amplifica, nello sguardo della comunità internazionale. Gli osservatori esterni, nel tentativo di comprendere o schierarsi, finiscono sovente per irrigidire ulteriormente il blocco, adottando letture semplificate e polarizzate che comprimono traumi storici in narrazioni ideologiche. Questa semplificazione non è neutra: conferma e rafforza la cornice interpretativa traumatica attraverso cui le parti si osservano, aggiungendo un ulteriore strato di deumanizzazione e allontanando la possibilità di quel riconoscimento thick senza il quale nessuna pace è davvero immaginabile.

Sbloccare il futuro: dal trauma alla possibilità

Finché lo sguardo resta intrappolato nella griglia di lettura opaca del trauma, il conflitto israelo-palestinese non è soltanto irrisolto: è impensabile. Non perché manchino soluzioni politiche, ma perché si è smarrita la capacità psichica di concepirle come reali, legittime, condivisibili.

La guerra cognitiva agisce non solo nel manipolare informazioni, ma nel bloccare l’immaginazione collettiva. Congela il futuro, trasforma ogni alternativa in minaccia. Per spezzare questo incantesimo non bastano negoziati. Serve un attraversamento simbolico del trauma collettivo, una sua rielaborazione che non significhi dimenticare, ma disinnescare.

Finché israeliani e palestinesi continueranno a percepirsi attraverso il codice percettivo traumatico non elaborato, il conflitto rimarrà paralizzato sul piano cognitivo ed emotivo, e di conseguenza su quello politico. Se è vero che il trauma può oscurare la realtà, è altrettanto vero che può essere narrato, contestualizzato, storicizzato.

Elaborare un trauma significa storicizzare, simbolizzare, restituire complessità. La Shoah deve essere collocata come evento storico terribile del passato, non come condizione permanente della contemporaneità. La Nakba deve essere riconosciuta come catastrofe reale con conseguenze reali, non negata o minimizzata. Entrambi gli eventi devono divenire parte della storia, non dell’eterna contemporaneità.

Uscire dal burrone non significa negare la paura israeliana. Girare Handala non significa cancellare il trauma palestinese. Significa riconoscere che un trauma non elaborato non protegge: governa la percezione dell’altro, riduce il campo cognitivo, incatena il presente al passato, blocca il futuro.

È su questa soglia – cognitiva, simbolica, morale – che si gioca la possibilità, ancora fragile, di un futuro dove israeliani e palestinesi non si guardino come burrone e nemico, ma come popoli obbligati a reimparare a vedersi. In assenza di questo lavoro, il trauma trasforma il conflitto in una prigione cognitiva senza uscita.

Riferimenti bibliografici

Bruneau, E. & Kteily, N. (2017). The enemy as animal: Symmetric dehumanization during asymmetric warfare. PLoS One, 12(7):e0181422. doi: 10.1371/journal.pone.0181422. PMID: 28746412; PMCID: PMC5528981.

Hirschberger, G. (2018). Collective trauma and the social construction of meaning. Frontiers in Psychology, 9, 1441. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2018.01441

Litz, B.T., Stein, N., Delaney, E., Lebowitz, L., Nash, W.P., Silva, C., Maguen, S. (2009). Moral injury and moral repair in war veterans: a preliminary model and intervention strategy. Clinical Psychology Review, 29(8), 695-706. doi: 10.1016/j.cpr.2009.07.003. Epub 2009 Jul 29. PMID: 19683376.

Shrira, A., Greenblatt-Kimron, L., & Palgi, Y. (2024). Intergenerational Effects of the Holocaust Following the October 7 Attack in Israel. Journal of Psychiatric Research. 181. 10.1016/j.jpsychires.2024.11.067.

Strömbom, L. & Kapshuk, Y. (2022). Tracing responses to recognition in the Oslo peace process and its aftermath—The interlinkage between relational and internal ontological security. Conflict Resolution Quarterly, 39. 10.1002/crq.21333.

Volkan, V. (2001). Transgenerational Transmissions and Chosen Traumas: An Aspect of Large-Group Identity. Group Analysis, 34, 79-97. 10.1177/05333160122077730. Yehuda, R., Daskalakis, N. P., Bierer, L. M., Bader, H.N., Klengel, T., Holsboer, F., & Binder, E.B. (2016). Holocaust Exposure Induced Intergenerational Effects on FKBP5 Methylation. Biological Psychiatry, 80(5), 372-380. DOI: 10.1016/j.biopsych.2015.08.005


Kazakhstan, al via nuove riforme costituzionali per rendere ancora più attrattivo il Paese

di Francesco Lombardi, Generale di Divisione, già Vice-Direttore dello IASD.

Il Presidente del Kazakhstan, Kassym-Jomart Tokayev, intende proseguire nel suo progetto di riforma della repubblica attraverso importanti innovazioni costituzionali oltre che ambiziosi progetti economici, industriali e commerciali, peraltro già tracciati in suoi precedenti interventi pubblici.

Nel suo recente discorso al Congresso, infatti, ha delineato una serie di proposte che intende portare avanti per modernizzare la governance del Paese ed assicurare stabilità politica ed istituzionale, avvicinando ulteriormente la grande repubblica centroasiatica alle più avanzate democrazie del pianeta. Il Presidente ha poi sottolineato una serie di priorità che guideranno la sua politica nel breve e medio termine, per favorire lo sviluppo economico nel solco dei mutamenti tecnologici e digitali che stanno influenzando moltissimi aspetti del vivere moderno.

Il Presidente Tokayev deve aver ben chiaro che i grandi investitori internazionali sono alla ricerca di nazioni caratterizzate da stabilità istituzionale ed infrastrutture efficienti dove far confluire i loro capitali, vieppiù in un periodo come l’attuale, caratterizzato da terremoti geopolitici non registrati nei decenni passati. Pertanto, intende presentare alla comunità internazionale, nel volgere di pochi anni, un paese istituzionalmente saldo, ancorato a principi liberali e certezza del diritto, rispettoso delle regole democratiche, con efficienti infrastrutture normative, materiali ed organizzative.

Più nello specifico, il leader kazako ha presentato un pacchetto di riforme costituzionali e istituzionali volte a modernizzare il sistema statale, chiarire l’architettura di governance e rafforzare la stabilità politica a lungo termine. Al centro del discorso vi sono state le proposte per formalizzare le regole di successione presidenziale, istituire la carica di Vicepresidente e passare a un modello costituzionale fondamentalmente nuovo, da ratificare comunque con referendum.

Tra le innovazioni istituzionali di maggior rilievo, prossime venture, un nuovo Parlamento unicamerale, definito Congresso (Qurultay), che dovrà essere “snello e funzionale”, composto di 145 seggi complessivi, tre vicepresidenti e non più di otto commissioni parlamentari. Oggi, il Parlamento kazakho è strutturato su un’Assemblea di 98 deputati e un Senato di 40 (questi ultimi eletti dalle regioni, dai comuni di Almaty, Astana e Shymkent e nominati per un quarto dal Presidente). Il nuovo Congresso dovrebbe avere una durata di cinque anni. Tokayev ha spiegato che tale configurazione consentirebbe un funzionamento più efficace dell’organo legislativo e una maggiore attenzione sulle priorità di sviluppo del Paese. L’elezione dei deputati su base proporzionale mira, inoltre, a responsabilizzare i partiti, avvicinandoli alle effettive esigenze dei cittadini.

Il nuovo Congresso sarà affiancato da un Consiglio del Popolo finalizzato a dare rappresentatività ai gruppi etnici e alle principali comunità sociali del Paese. Tale Consiglio sarà composto da 126 membri: 42 rappresentanti delle associazioni etno-culturali, 42 rappresentanti delle amministrazioni locali e 42 rappresentanti organizzazioni pubbliche. Nel nuovo organismo non ci sarà più una quota di membri riservata al Presidente.

Queste preannunciate riforme fanno seguito a quelle del 2022 (tra cui l’istituzione della Corte costituzionale, la creazione di corti di cassazione e il riconoscimento dello status costituzionale al Commissario per i diritti umani – Ombudsman) che, ha tenuto a precisare il Presidente Tokayev, hanno rafforzato lo Stato di diritto, potenziato la tutela delle prerogative dei cittadini, chiarito le responsabilità delle istituzioni ed accresciuto il senso di partecipazione.

Di rilievo anche la prossima istituzione dell’Ufficio del Vicepresidente, nominato dal Presidente con il consenso del Parlamento. La nuova figura sarebbe il naturale sostituto in caso di impedimenti del Presidente, occupandosi comunque di materie e tematiche a lui delegate. Quest’ultima innovazione, unitamente alla definizione in Costituzione delle regole per la successione presidenziale, mirano a dare stabilità alla governance della Repubblica evitando, anche in situazioni di crisi, problematiche sul lineare passaggio di poteri e responsabilità. Modifiche che saranno inserite in una nuova Costituzione, la cui scrittura sarà affidata ad una specifica Commissione, per poi essere sottoposta al voto popolare.

Emerge, tra l’altro, nelle riforme annunciate, la ricerca di un sistema di check and balance come nelle più avanzate democrazie, dando centralità alla Costituzione da un lato e rassicurando quegli investitori attirati da istituzioni stabili e chiaramente regolamentate, dall’altro. Infatti, un sistema politico che distribuisce il potere tra diversi rami di governo (esecutivo, legislativo, giudiziario) previene abusi, garantisce che ogni istituzione possa mitigare derive autoritarie di altre, assicurando responsabilità e stabilità.

Accanto a queste proposte, Tokayev ha annunciato una serie di politiche che intende da subito avviare od implementare, in linea con lo spirito dei mutamenti costituzionali suindicati. Vuole, al riguardo, perseguire una politica estera, equilibrata, saldamente ancorata agli interessi nazionali, finalizzata alla ricerca di soluzioni diplomatiche non conflittuali.

Enfasi particolare alle politiche ambientali ed idriche. Le scelte del periodo sovietico hanno lasciato al Kazakhstan in eredità problemi di non facile soluzione, in particolare per quel che attiene alla disponibilità di acque per usi civili ed agricoli. L’intera regione è attraversata da contese tra i Paesi coinvolti nel controllo delle disponibilità idriche. Il Presidente Tokayev, identificando l’acqua come una risorsa strategica nazionale e regionale, intende avviare politiche da condividere con le repubbliche confinanti per soluzioni valide ed efficaci. Ha proposto, in proposito, l’istituzione di un’Organizzazione Internazionale per l’Acqua nell’ambito delle Nazioni Unite.

Le scelte del Presidente che da 7 anni governa la più estesa delle Repubbliche centroasiatiche evidenziano la volontà di guidare il Paese verso istituzioni moderne con interventi ambiziosi e significativi, talvolta repentini, ma allo stesso tempo senza scossoni. Una transizione altamente rispettosa della storia del Kazakhstan, delle sue tradizioni e della pluralità delle culture. Infatti, il discorso del Presidente si è concluso con le necessità dello sviluppo culturale e spirituale della nazione. Il successo delle riforme politiche ed economiche dipende anche dalla trasformazione della coscienza pubblica e dal rafforzamento dei valori nazionali. La scelta di utilizzare il termine Qurultay per il prossimo Congresso Nazionale, come nel medioevo era chiamato il concilio politico militare dell’aristocrazia mongola ed altaica, intende certamente realizzare un legame con le radici del popolo kazako. La ricerca storica e culturale, unitamente a una maggiore conoscenza, anche in ambito internazionale, del passato kazako contribuirà a cementare l’identità nazionale e legare popolo e istituzioni. 


QUANDO IL POTERE CAMBIA FACCIA

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

È iniziato il secondo anno di questa presidenza americana, che continua a lasciarci senza fiato e senza tregua. Una sequenza serrata di decisioni, contraddizioni, ritrattazioni, minacce e azioni che rompono con molte delle coordinate politiche e diplomatiche che hanno caratterizzato l’ordine occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Di fronte a questa apparente discontinuità permanente, emergono due linee di pensiero che possono aiutare a dare una chiave di lettura agli eventi e a fare maggiore chiarezza sulle logiche che guidano queste scelte.

Donald Trump, in risposta al dispiegamento di forze militari questa settimana da parte di Francia, Germania, Svezia e Norvegia in Groenlandia, effettuato in coordinamento con la Danimarca, ha annunciato che fisserà dazi del 10% su tutte le merci importate negli Stati Uniti provenienti da questi Paesi.

Il dispiegamento militare è stato presentato dai governi europei come un’azione dimostrativa di solidarietà e sicurezza, volta a riaffermare che la Groenlandia è un territorio autonomo sotto sovranità danese e rientra quindi nel perimetro geopolitico europeo ed euro-atlantico, anche in quanto parte dell’area di interesse della NATO. La risposta di Trump utilizza la leva commerciale come strumento di pressione politica nei confronti dei Paesi coinvolti.

La sequenza degli eventi mette in luce una dinamica ormai ricorrente nei rapporti transatlantici: ogni tentativo europeo di affermare una propria autonomia strategica viene letto da Trump come un dissenso netto, da contrastare non sul piano diplomatico, ma su quello economico. Il dispiegamento militare in Groenlandia, pur limitato nei numeri e dichiaratamente difensivo, assume un valore simbolico sproporzionato rispetto alla sua portata operativa, diventando il catalizzatore di una risposta commerciale punitiva.

La decisione di colpire quei Paesi europei che hanno inviato supporto militare — rafforza l’interpretazione di una strategia divisiva, volta a indebolire il fronte europeo più che a negoziare un accordo strutturato. In questo quadro, i dazi non sono concepiti come misura temporanea o tecnica, ma come strumento politico di deterrenza, utile a scoraggiare ulteriori iniziative europee in aree considerate di interesse strategico statunitense.

Al tempo stesso, l’episodio evidenzia le fragilità dell’Europa: pur mostrando una crescente volontà di coordinamento in materia di sicurezza, l’Unione resta esposta quando il confronto si sposta sul terreno economico, dove la leva commerciale statunitense continua a rappresentare un fattore di pressione efficace. La Groenlandia diventa così non solo un nodo geopolitico artico, ma il punto di frizione visibile di un riequilibrio incompiuto nei rapporti di forza tra Stati Uniti ed Europa.

In prospettiva, la questione va oltre Trump e oltre la Groenlandia. Ciò che emerge è uno scontro strutturale tra due visioni: da un lato, un’Europa che tenta faticosamente di costruire una postura strategica comune; dall’altro, una leadership americana che concepisce le alleanze come rapporti condizionati e reversibili, costantemente da rinegoziare attraverso la minaccia economica. In questo contesto, il rischio è che l’Artico diventi il primo banco di prova di una relazione transatlantica sempre più instabile e transazionale.

Esistono due teorie che aiutano a spiegare questo rivolgimento. La prima si rifà al pensiero di Curtis  Yarvin, secondo il quale la democrazia, intesa come reale espressione della volontà politica attraverso i meccanismi democratici, sarebbe di fatto superata. Negli Stati Uniti, sostiene l’autore, il potere effettivo risiederebbe oggi nelle mani dei grandi attori economici e industriali.

Il discorso si apre dall’osservazione che il conflitto politico contemporaneo ruota attorno a una parola chiave: democrazia, intesa come fonte ultima di legittimità del potere. Oggi, secondo l’autore, populismo e meritocrazia si contendono il significato di questo termine. Il populismo sostiene che la democrazia coincida con il controllo del governo da parte di rappresentanti eletti, espressione diretta della volontà popolare; la meritocrazia, invece, identifica la democrazia con un sistema in cui le decisioni sono prese dai più competenti, spesso appartenenti a élite tecniche, culturali o istituzionali. Entrambe le visioni rivendicano di essere democratiche, ma propongono criteri di legittimazione radicalmente diversi.

Per comprendere meglio questo scontro, l’autore richiama le categorie classiche di Aristotele e suggerisce che non si tratti di un conflitto tra modelli politici moderni, bensì di una tensione strutturale tra democrazia e oligarchia. In questa lettura, molte delle istituzioni contemporanee funzionerebbero come oligarchie, pur continuando a legittimarsi attraverso il linguaggio democratico. La democrazia diventa così una parola “magica”, utilizzata più per giustificare il potere che per descriverne il reale funzionamento.

Un elemento centrale dell’analisi è che ciò che muove oggi la maggior parte delle persone non è tanto l’adesione positiva a un modello politico, quanto la paura del modello opposto. Chi proviene da contesti culturali ed elitari tende a temere il populismo per la sua presunta irrazionalità e imprevedibilità; chi si riconosce nel populismo teme invece il potere opaco, non eletto e autoreferenziale delle élite. In questo senso, ogni parte coglie aspetti reali delle debolezze dell’altra, ma costruisce la propria identità soprattutto in opposizione, più che su una visione condivisa di governo.

Questa dinamica di contrapposizione e di legittimazione del potere non si esprime solo nel conflitto politico attuale, ma si riflette anche nel modo in cui, nel tempo, alcune categorie e identità politiche si sono trasformate, cambiando linguaggio più che struttura.

In questo passaggio storico assume un ruolo centrale il termine “progressista”, che l’autore descrive come un’etichetta volutamente ambigua. Nel tempo, questa parola avrebbe permesso di rendere accettabili posizioni politiche radicali senza nominarle esplicitamente. Molti soggetti che oggi si definiscono progressisti, secondo questa interpretazione, non avrebbero una reale consapevolezza delle origini ideologiche del termine, ma lo vivrebbero come un’identità spontanea, svincolata da una tradizione politica precisa.

La conclusione è che oggi, negli Stati Uniti, movimenti come il woke rappresentano un esempio di questa sinistra progressista, che si autodefinisce tale e che ha origine proprio dal contesto culturale americano. La provocazione finale risiede nell’ipotizzare una soluzione politica monarchica, che però non va letta come una proposta concreta, ma come un puro espediente retorico per mettere in discussione l’autenticità di sistemi che si definiscono democratici mentre operano, di fatto, secondo logiche oligarchiche.

Il punto centrale dell’autore non è che “nulla è autentico”, ma che il potere moderno raramente si presenta per ciò che è. Cambia linguaggio, cambia simboli, cambia portatori morali, ma tende a conservarsi attraverso reti competenti e organizzate. Quando una forma di potere perde legittimità, non scompare, ma si trasforma.

La tensione tra democrazia e oligarchia non è nuova, e la storia del Novecento mostra come ideali universalistici possano convivere – talvolta inconsapevolmente – con forme di governance élitaria. È questa ambiguità, più che una cospirazione, che l’autore invita a riconoscere.

A questo punto il passaggio cruciale è che la monarchia non viene difesa come sistema morale, ma come struttura organizzativa. L’autore sostiene che qualsiasi organizzazione efficiente – un’azienda, un esercito, una squadra creativa, perfino una cucina professionale – tende a funzionare secondo una logica verticale, con una leadership chiara. Se esistesse una forma di organizzazione più efficiente di una struttura gerarchica, sostiene, qualcuno l’avrebbe già scoperta e adottata.

Qui arriva l’analogia centrale: una democrazia, con divisione dei poteri, controlli incrociati e processi complessi, assomiglia più a una burocrazia che a un’organizzazione orientata ai risultati. Applicare una struttura “democratica” a un’azienda tecnologica o a un progetto industriale renderebbe impossibile costruire prodotti complessi. Per questo, secondo l’autore, le democrazie tendono a diventare lente, procedurali e incapaci di realizzare grandi opere.

Questo ragionamento si collega direttamente alla parte iniziale del discorso sulla democrazia come parola ambigua. Chiamare un sistema “democratico” non dice nulla su come il potere venga realmente esercitato. In pratica, anche nelle democrazie avanzate, il potere tende a concentrarsi in élite amministrative, tecniche o burocratiche: non è più una monarchia formale, ma oligarchia funzionale.

La Cina come specchio: il vantaggio della decisione centralizzata

Il caso della Cina viene portato come esempio estremo. L’autore descrive la Cina contemporanea come una monarchia di fatto, anche se non di nome: il potere è altamente centralizzato, la catena decisionale è breve e lo Stato è in grado di mobilitare risorse enormi in tempi rapidi. La transizione da Mao Zedong a Deng Xiaoping viene interpretata come il passaggio da una monarchia caotica e ideologica a una monarchia pragmatica e orientata allo sviluppo.

Il punto non è assolvere i costi umani di questo sistema, che riconosce come enormi, ma sottolineare che l’efficacia organizzativa della Cina ha permesso una trasformazione economica rapidissima, mentre le democrazie occidentali sarebbero bloccate da burocrazia, conflitti interni e incapacità decisionale. In questa chiave, la competizione geopolitica attuale viene letta come uno scontro tra strutture di potere, non tra ideologie.

Se la democrazia moderna funziona sempre più come un sistema oligarchico mascherato, lento e burocratico, e se le monarchie (o sistemi equivalenti) risultano più efficienti nel prendere decisioni e realizzarle, allora – provocatoriamente – l’autore suggerisce che la monarchia sia almeno più onesta. Non promette partecipazione universale, ma garantisce chiarezza su dove risiede il potere.

La conclusione implicita non è “dobbiamo tornare alla monarchia” ma che vista la crisi delle democrazie, il problema è strutturale e non morale. Quindi le monarchie, o strutture equivalenti, rendono più chiaro dove risiede il potere, mentre le democrazie moderne possono mascherare le oligarchie dietro procedure burocratiche e complessità, e questo è il nodo del problema.  E finché non si affronta il problema di come il potere è realmente organizzato, parlare di democrazia rischia di restare solo una formula legittimante.

La seconda interpretazione è più lineare e guarda alla continuità storica: per comprendere molte delle scelte attuali degli Stati Uniti è utile tornare alle modalità con cui il Paese si è formato e si è progressivamente espanso, spesso attraverso acquisizioni territoriali e decisioni centralizzate, più che tramite rotture improvvise con il passato.

Gli Stati Uniti nascono come una federazione di tredici ex colonie britanniche, unite dall’esperienza della guerra d’indipendenza ma non ancora da un’identità statale pienamente definita. Fin dall’inizio, il nuovo Paese non è concepito come uno Stato compatto, bensì come un progetto aperto, destinato ad allargarsi. La questione centrale diventa quindi come crescere territorialmente senza riprodurre il modello degli imperi europei.

Il primo passo è la gestione delle terre a ovest degli Appalachi, cedute dagli Stati al governo federale. Con l’Ordinanza del Nord-Ovest del 1787 viene stabilito un principio fondamentale: i territori non sono colonie permanenti, ma entità transitorie che, una volta soddisfatti determinati requisiti, entrano nell’Unione come Stati a pieno titolo e su base di uguaglianza. Questo crea una struttura federale flessibile, capace di assorbire nuove entità senza gerarchie formali.

Accanto a questo modello “interno”, gli Stati Uniti iniziano presto a espandersi attraverso accordi e acquisizioni tra Stati sovrani. L’acquisto della Louisiana dalla Francia nel 1803 raddoppia le dimensioni del Paese e introduce un principio cruciale: la sovranità territoriale può essere negoziata e comprata. È una decisione presa dal governo federale in modo fortemente centralizzato, giustificata da ragioni strategiche e di sicurezza, anche forzando una lettura rigorosa della Costituzione.

Un caso particolarmente significativo è quello della Repubblica del Texas. Dopo essersi separato dal Messico nel 1836, il Texas non entra subito negli Stati Uniti, ma è, per quasi dieci anni, uno Stato indipendente, con un proprio governo, una propria politica estera con ambasciate ufficiali a Londra e Parigi. Questo dato è importante perché mostra come l’espansione americana non avvenga semplicemente inglobando territori deboli, ma anche assorbendo entità politiche già sovrane, riconosciute a livello internazionale.

L’annessione del Texas nel 1845 è quindi una scelta politica e strategica, non un esito automatico. Ciò dimostra che l’Unione funziona come una struttura capace di integrare Stati preesistenti, negoziando condizioni e tempi d’ingresso. Lo stesso vale, in forme diverse, per l’espansione verso sud-ovest dopo la guerra con il Messico e per successive acquisizioni mirate, come il Gadsden Purchase (l’acquisto dell’Arizona e del New Mexico dal Messico), pensato per esigenze infrastrutturali, o l’acquisto dell’Alaska dalla Russia nel 1867.

Nel loro insieme, questi passaggi mostrano che gli Stati Uniti sono democratici soprattutto nel modo in cui integrano i nuovi Stati, ma molto meno nel modo in cui acquisiscono i territori. L’ingresso nell’Unione avviene attraverso procedure rappresentative e paritarie; l’espansione territoriale, invece, è guidata da decisioni centralizzate, prese da élite politiche sulla base di calcoli geopolitici, economici e di sicurezza.

Gli Stati Uniti nascono come repubblica fondata sul consenso, ma crescono come Stato capace di agire in modo fortemente centralizzato nelle scelte strutturali. È una tensione costitutiva, che aiuta a capire perché nella storia americana convivano, fin dall’origine, ideali democratici e pratiche di potere tipiche degli Stati forti.

In un mondo dove le forme di governo possono cambiare volto, resta essenziale mantenere uno sguardo critico e consapevole su come il potere viene esercitato, chi lo detiene davvero e come questo influisce sulle nostre società. È certo che l’attuale contesto storico sta vivendo un momento difficile, e sembra necessario un cambiamento importante da parte del campo politico internazionale, chi più chi meno, se vogliamo vedere una democrazia interpretata in modo utile e autentica.


LE DUE FACCE DELL’AMERICA

Un impero sfinito tra conti in rosso e rivoluzioni di una sinistra senza méta

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Il progressivo declino delle Nazioni Unite non coincide con un singolo atto formale, ma con una sequenza di eventi che ne hanno progressivamente svuotato l’autorità. Per molti osservatori, il punto di rottura simbolico può essere individuato nell’invasione russa della Crimea nel 2014 e, successivamente, nel conflitto nel Donbas: violazioni evidenti del principio di integrità territoriale che non hanno incontrato una risposta efficace da parte del sistema di sicurezza collettiva internazionale. L’incapacità dell’ONU di intervenire in modo vincolante — anche a fronte di una sostanziale accettazione di fatto da parte delle grandi potenze occidentali — ha reso manifesto il limite strutturale dell’organizzazione. Questo processo di delegittimazione si è ulteriormente consolidato oggi con il nuovo decreto presidenziale di Donald Trump, che sancisce il disimpegno degli Stati Uniti da numerose agenzie delle Nazioni Unite.

Eppure, l’idea di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione e sulla risoluzione pacifica dei conflitti affonda le sue radici nel primo dopoguerra. La Società delle Nazioni, ispirata dal progetto wilsoniano del 1919, nacque dal tentativo di evitare il ripetersi delle devastazioni della Prima guerra mondiale attraverso la diplomazia multilaterale. Il suo fallimento, dovuto all’assenza di poteri coercitivi e alla riluttanza degli Stati a vincolarsi realmente, portò nel 1945 alla nascita delle Nazioni Unite, concepite come un’architettura più solida per garantire la sicurezza collettiva.

Tuttavia, anche l’ONU si è sviluppata all’interno del paradigma westfaliano della sovranità statale: gli Stati restano gli unici detentori del potere ultimo e l’organizzazione può operare solo sulla base del loro consenso. In assenza di una reale delega di sovranità, l’ONU ha progressivamente mostrato la propria incapacità di agire come autorità super partes proprio nei momenti in cui sarebbe stata chiamata a farlo. È in questa contraddizione strutturale — tra l’ambizione di prevenire la guerra e l’impossibilità di imporre decisioni vincolanti agli Stati — che risiede il suo fallimento operativo. Non è mai esistita una reale delega della sovranità statale.

Quindi la notizia di questi giorni secondo cui Donald Trump ha deciso di ritirare la partecipazione degli Stati Uniti da 66 agenzie delle Nazioni Unite non rappresenta una sorpresa. Essa si inserisce in una linea di critica ormai consolidata nei confronti delle organizzazioni internazionali che, nate come strumenti pragmatici di cooperazione tra Stati per garantire pace, stabilità e coordinamento, si sono progressivamente evolute in strutture di governance globale sempre più complesse, tecnocratiche e autoreferenziali. Secondo questa prospettiva, molte di esse tendono ad allontanarsi dagli interessi e dalle priorità democraticamente definite a livello nazionale, promuovendo invece agende normative e valoriali spesso percepite come ideologicamente orientate e scarsamente negoziabili.

Tali dinamiche sono lette come il risultato dell’influenza crescente di élite transnazionali, reti di esperti e attori non eletti che, pur operando in nome di beni pubblici globali, finiscono per ridurre gli spazi di autodeterminazione degli Stati. In questo contesto, la decisione americana di non continuare a investire risorse, capitale diplomatico e legittimazione politica in istituzioni ritenute inefficaci o in conflitto con i propri interessi appare coerente. A rafforzare tale posizione contribuiscono scandali che hanno minato la credibilità dell’ONU e delle sue agenzie, come quello che ha coinvolto l’Organizzazione Mondiale della Sanità, accusata di aver sottovalutato e gestito in modo opaco le prime fasi dell’epidemia di Covid-19 nonostante la consapevolezza della sua gravità. Episodi di questo tipo alimentano la percezione di un fallimento sistemico più che di singole inefficienze.

La decisione, in linea con la politica di favorire investimenti proficui, potrebbe portare a una revisione dei mandati dell’Onu e chissà a un miglioramento delle sue funzioni. L’assenza dei fondi americani sicuramente obbligherà i vertici a rivedere le proprie politiche e speriamo a rivalutare come meglio spendere i soldi allocati.

Ma se Trump si affatica in creare nuove linee politiche internazionali, dove capovolge e stravolge il “si è sempre fatto così”, la vera e drammatica situazione non è fuori dai confini nazionali, bensì all’interno. Le tensioni sociali, le disuguaglianze economiche, la polarizzazione politica e la fragilità delle istituzioni democratiche rappresentano oggi una sfida ben più urgente per gli Stati Uniti rispetto agli equilibri della governance globale.

Ancora una volta il Minnesota è al centro della scena politica interna, un epicentro di tensioni sociali aggravate da una gestione dell’informazione parziale e frammentaria. Il caso della signora Good è divenuto oggetto di particolare attenzione mediatica: mentre i media hanno inizialmente diffuso una versione unidirezionale dell’evento, la successiva apparente presenza di un filmato attribuito a uno degli agenti coinvolti — nel quale, secondo le ricostruzioni circolate successivamente, la donna e la sua compagna verrebbero presentate come attiviste retribuite impegnate a ostacolare le operazioni federali — ha contribuito ad alimentare narrazioni contrapposte ma anche dubbi sull’accuratezza e sulla completezza della cronaca giornalistica.

Questa confusione informativa si innesta su un terreno politico già instabile. La presenza degli agenti ICE nello Stato è strettamente legata a indagini federali finalizzate al contrasto di presunte frodi sistemiche che avrebbero sottratto ingenti risorse pubbliche alla cittadinanza, in un contesto segnato, secondo tali indagini, da carenze nella vigilanza locale. In questo scenario, la reazione del sindaco — che ha indirizzato espressioni dal linguaggio particolarmente aspro alle autorità federali — è stata interpretata da parte di diversi commentatori come problematica sotto il profilo del decoro e dei rapporti di collaborazione tra enti. Tale retorica è inoltre un possibile fattore di polarizzazione, con il rischio di legittimare movimenti di piazza in aperto contrasto con le forze dell’ordine. Ad oggi, il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha ordinato alla Guardia Nazionale di mettersi in stato di allerta e pronta a intervenire per supportare le forze dell’ordine locali nelle proteste e per proteggere infrastrutture critiche dopo la sparatoria dell’agente dell’ICE.

A conferma del clima di forte contrapposizione, si aggiunge la notizia di un hotel in franchising della catena Hilton che ha declinato le prenotazioni degli agenti ICE. Dopo l’eco mediatica iniziale, la sede centrale Hilton è intervenuta pubblicamente porgendo le proprie scuse e ritirando il marchio da quella struttura.

In questo clima di radicalizzazione emerge un aspetto raramente discusso: la professionalizzazione dell’attivismo. L’emergere di ipotesi secondo cui figure come la Good e la sua compagna svolgessero attività come “ICE tracker”, secondo quanto emerso dalle ricostruzioni successive, solleva interrogativi sulla natura di alcune mobilitazioni, spesso presentate come spontanee e popolari, ma ricondotte da alcuni analisti a circuiti organizzati e ideologicamente orientati. In questo quadro, secondo tali interpretazioni, la protesta tende a configurarsi come rappresentazione, mentre la narrazione ideologica finisce per prevalere sull’analisi dei fatti.

Nel tentativo di ammorbidire la situazione che vede molti americani furibondi per questo ladrocinio, sono arrivate delle pallide scuse pubbliche, attraverso i social, di alcuni imam del Minnesota, rivolte agli americani dopo giorni di silenzi e ambiguità. Un gesto che molti hanno percepito come tardivo e insufficiente: too little, too late. In una fase segnata da frodi, violenze e crescente sfiducia verso le istituzioni, le scuse formali non bastano a ricucire una frattura profonda, oltre ovviamente al grave danno economico.

I fenomeni di corruzione e collusione tra politica e gestione illecita dei fondi dei contribuenti non sono circoscritti a un singolo Stato, ma si estendono a diverse realtà degli Stati Uniti, dall’Ohio al Maine, dal Massachusetts all’Arizona. Tuttavia, per dimensione e impatto economico, la situazione più grave sembra essere quella della California. Qui l’intreccio tra grandi programmi pubblici, apparati amministrativi complessi e una supervisione spesso inefficace ha favorito nel tempo sprechi sistemici, frodi diffuse e un utilizzo distorto delle risorse fiscali, con conseguenze dirette sulla qualità dei servizi, sugli investimenti pubblici e sul carico fiscale che grava sui cittadini. La gravità del caso californiano non risiede solo nella presenza di illeciti, ma nella loro scala, che rende il problema strutturale e non episodico.

A confermare che il problema non è solo contabile ma di fiducia sistemica, arriva la reazione del capitale privato. Dopo Tesla, anche ambienti direttamente riconducibili a Google hanno ridotto la propria esposizione in California. Secondo documenti pubblici e ricostruzioni giornalistiche, Larry Page, co-fondatore di Google, ha trasferito fuori dallo Stato diverse entità societarie legate ai propri asset, rendendo nota la decisione solo dopo che i trasferimenti erano già avvenuti, nel contesto del dibattito sulla possibile introduzione di una tassa una tantum del 5% sui patrimoni superiori al miliardo di dollari. La scelta non è stata preceduta da annunci politici o negoziazioni pubbliche, ma comunicata ex post, come atto di tutela preventiva rispetto a una governance percepita come fiscalmente imprevedibile.

Ecco che l’amministrazione Trump decide di avviare una verifica federale rafforzata (“audit”) sulla gestione dei fondi pubblici da parte dello Stato della California, con particolare attenzione ai programmi sociali e assistenziali finanziati con risorse federali. Nei primi giorni di gennaio, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) ha annunciato il congelamento di miliardi di dollari di fondi federali, chiedendo allo Stato di fornire documentazione dettagliata sui beneficiari e sull’uso delle risorse, a fronte di rischi concreti di frode e di uso improprio. Il presidente Trump ha dichiarato pubblicamente che “l’indagine per frode è iniziata”, collegando l’intervento federale ai ripetuti scandali emersi negli ultimi anni nella gestione di programmi per l’assistenza sociale, i senza tetto e l’assistenza sociale (welfare). La California ha respinto le accuse, definendo la misura politicamente motivata, ma l’amministrazione federale ha ribadito che l’obiettivo è garantire che i soldi dei contribuenti vengano spesi in modo legale, tracciabile ed efficace, soprattutto alla luce dei precedenti audit federali e delle indagini penali già in corso su frodi multimilionarie.

Nonostante la California venga spesso presentata come un colosso economico globale, con un PIL nominale che ha superato i 4.000 miliardi di dollari durante la governance di Gavin Newsom, la forza dell’economia non si è tradotta automaticamente in solidità dei conti pubblici. È vero che lo Stato ha visto una crescita significativa del PIL rispetto agli anni precedenti, anche grazie al peso dei settori tecnologico, finanziario e dell’intrattenimento, ma questa crescita è stata in larga parte nominale, non sempre accompagnata da un ampliamento strutturale della base fiscale né da una distribuzione equilibrata dei benefici economici. In altre parole, la California è più ricca sulla carta, ma non necessariamente più sostenibile dal punto di vista della finanza pubblica. Infatti, i conti dello Stato sono tornati in rosso. Dopo aver ereditato un consistente surplus di bilancio all’inizio del suo mandato, l’amministrazione Newsom ha progressivamente ampliato la spesa pubblica, facendo leva anche su entrate straordinarie e fondi federali legati alla pandemia. Con l’esaurirsi di queste risorse, sono emersi deficit strutturali rilevanti, stimati in decine di miliardi di dollari nei prossimi esercizi fiscali. Questo scollamento tra un PIL in crescita e un bilancio statale in deficit evidenzia una fragilità di fondo: una governance che ha privilegiato l’espansione dei programmi e delle promesse politiche senza garantire un equilibrio duraturo tra entrate e uscite, scaricando il costo finale sui contribuenti e riducendo il margine per investimenti pubblici realmente produttivi.

Tanto per citare uno dei casi di frode, lo scorso ottobre sono stati arrestati due uomini di Los Angeles, costruttori, accusati di aver ottenuto in modo fraudolento milioni di dollari di fondi pubblici destinati alla costruzione di case a basso costo e che invece sono stati usati a uso personale per comprare beni di lusso o per riciclare denaro sporco e acquistare beni immobili sempre ad uso personale o come investimento. Il procuratore federale ha definito questi casi solo “la punta dell’iceberg” di un problema più ampio di denaro pubblico sprecato, mal gestito o sottratto indebitamente, con ricadute dirette sui contribuenti e sui servizi che quei fondi dovevano sostenere.

È proprio su temi come la gestione delle risorse pubbliche, la responsabilità delle istituzioni e la tutela dei contribuenti che il confronto politico tende ad intensificarsi in prossimità delle elezioni di metà mandato. In questo contesto, numerosi commentatori, giornalisti e opinion leader di primo piano si interrogano sul perché Donald Trump sembri concentrare la propria attenzione prevalentemente sulla politica estera, anziché affrontare con maggiore decisione le serie criticità interne, considerate da molti particolarmente urgenti.

Le midterm elections, che si terranno martedì 3 novembre, avranno ripercussioni politiche di enorme rilevanza. Si tratta delle elezioni di metà mandato che si svolgono due anni dopo le presidenziali e che servono a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Pur non eleggendo il presidente, sono decisive perché determinano chi controlla il Congresso, l’organo che approva le leggi, il bilancio federale, i finanziamenti agli Stati e che può avviare, rafforzare o bloccare indagini e audit. Oggi la maggioranza repubblicana alla Camera è estremamente risicata, il che significa che pochi seggi guadagnati o persi possono ribaltare completamente gli equilibri di potere a Washington.

Per Trump, questo voto è cruciale. Una Camera a maggioranza favorevole gli consentirebbe di portare avanti la propria agenda, rafforzare audit e controlli federali, condizionare la spesa pubblica e utilizzare il Congresso come leva politica nei confronti degli Stati ostili, come la California. Al contrario, una Camera controllata dall’opposizione potrebbe bloccare fondi, rallentare le riforme e trasformare il Congresso in un’arena di scontro permanente, fatta di audizioni, indagini politiche e conflitti istituzionali continui. Le midterm non sono quindi un voto “secondario”, ma un vero referendum sulla capacità del presidente di governare negli ultimi anni del mandato.

Il nodo più delicato riguarda però i Democratici. Pur non essendo allineati a Trump, faticano — o scelgono deliberatamente di non farlo — a costruire un fronte trasversale credibile contro le frodi, soprattutto quando queste coinvolgono programmi sociali, politiche per i senza tetto e assistenza pubblica. La ragione è eminentemente politica: riconoscere frodi sistemiche significherebbe ammettere fallimenti di governance nei propri Stati, incrinare la narrazione morale che sostiene molte politiche progressiste e rischiare di perdere il sostegno di parti dell’elettorato e delle reti associative che beneficiano di quei fondi. Ne consegue che la battaglia contro gli sprechi e l’uso improprio del denaro pubblico resta, in larga misura, una bandiera repubblicana, mentre il dibattito interno ai Democratici tende a concentrarsi su temi come l’identità di genere, il cambiamento climatico e un approccio prevalentemente ideologico all’immigrazione, spesso privo di un serio confronto sui controlli e sulla sostenibilità. In questo modo vengono lasciati in secondo piano la responsabilità politica e giuridica di chi governa, l’uso dei soldi dei contribuenti e la qualità della spesa pubblica. In definitiva, sarebbe necessario che entrambi i partiti tornassero a lavorare insieme per la res publica, superando le divergenze ideologiche, in un Paese che mostra sempre più le caratteristiche di un sistema fragile e perforato — non diversamente da un gruviera svizzero.


Il Venezuela dopo “Absolute Resolve”

Petrolio, Cina e l’illusione delle operazioni “giuste”

di Andrea Molle dagli Stati Uniti

La mattina del 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno lanciato un’azione militare spettacolare in Venezuela, denominata Operation Absolute Resolve, che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. In poche ore, il leader venezuelano è stato trasferito negli Stati Uniti per affrontare accuse federali di narcotraffico e “narco-terrorismo”, mentre il presidente Donald Trump annunciava che Washington avrebbe “gestito” il paese fino a una transizione “sicura e giudiziosa”.

Sul piano internazionale, quella mossa rappresenta solo l’ultimo atto di una strategia di massima pressione. Ma se si guarda ai numeri, alla geoeconomia dell’energia e alla competizione globale tra grandi potenze, ciò che è accaduto va ben oltre un semplice blitz giudiziario o un’operazione di law enforcement “mirata”.

Prendiamo l’energia, ad esempio. Nel 2024 la Cina ha importato 553,4 milioni di tonnellate di greggio, pari a circa 11,0 milioni di barili al giorno; i suoi principali fornitori sono stati Russia e Arabia Saudita, con quote di gran lunga superiori a quelle venezuelane. I dati disponibili per il 2025 mostrano che tra gennaio e novembre Bijin ha già importato oltre 520 milioni di tonnellate, suggerendo che l’energia resta centrale nella sua economia e che l’anno finirà almeno ai livelli del 2024.

Il petrolio venezuelano, per quanto strategico, non è il perno di questa dinamica: nel 2025 circa 470.000 barili al giorno sono arrivati in Cina, una quota stimata attorno al 4–5% delle importazioni seaborne cinesi. In altre parole: Bijin non dipende dal Venezuela per il suo fabbisogno energetico, mentre Caracas dipende moltissimo dalla Cina come sbocco commerciale. Infinite variabili geopolitiche a parte, su questo punto la relazione è asimmetrica.

Eppure l’interesse americano non è primariamente quello di “stoppare” l’energia altrui; è quello di aumentare costi e rischi per determinate rotte, certi flussi e certi regimi di ordine globale, mostrando una capacità di intervento che va oltre le normali sanzioni economiche. È un messaggio indiretto, in piena coerenza col modus operandi di Trump, a Beijin, ma anche – indirettamente – a Mosca, Teheran e altri centri di potere: gli Stati Uniti non esitano a ridefinire l’applicazione del diritto internazionale quando lo percepiscono come un ostacolo alla loro sicurezza nazionale o ai propri interessi strategici.

In questo senso, la narrazione di operazioni come questa che emergono in alcune discussioni editoriali italiane finisce per restare parziale se non si contestualizza la portata sistemica del gesto: non si tratta più di un’azione “legale” o “moralmente giustificata” in astratto, ma di una reinterpretazione della sovranità e delle eccezioni giuridiche nel contesto di una competizione globale dalle regole sempre più elastiche.

Le critiche internazionali non si sono fatte attendere. La Cina ha definito la cattura di Maduro una violazione del diritto internazionale e una “grave aggressione”. L’ONU, per bocca del segretario generale António Guterres, ha espresso preoccupazioni sulla destabilizzazione regionale e sulla legittimità delle azioni condotte senza un chiaro mandato multilaterale.

E qui torniamo a un nodo cruciale: la normalizzazione delle eccezioni erode l’universalità delle regole. Quando Stati Uniti, Ue o altre potenze rivendicano il diritto di operare unilateralmente “per proteggere la sicurezza nazionale”, si crea un precedente che può essere agitato contro di loro domani. Non solo da Bijinn: anche da Mosca, Ankara, o New Delhi. Il diritto internazionale, per sua natura, dipende da una reciprocità implicita che si basa sulla prevedibilità delle regole. Quando questa prevedibilità viene meno, la forza diventa legge e la legge diventa arbitrio.

Infine, resta la questione interna venezuelana. Sotto la superficie delle dichiarazioni ottimistiche, Caracas resta divisa, con milizie paramilitari in strada, figure istituzionali che rifiutano l’interferenza esterna e una complessità politica che nessuna operazione militare può dissolvere in una notte.

La rimozione di Maduro, e la promessa di una transizione, non risolvono le profonde fratture interne né offrono una soluzione sostenibile senza un processo politico inclusivo. E se l’operazione americana è stata etichettata come un esempio di “giustizia transnazionale”, il rischio è che resti soprattutto un monito: quando le regole sono piegate per i nemici, possono essere piegate anche per gli amici, e lo scenario globale ne diventa più instabile.


Il giuramento controverso del nuovo sindaco di New York

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato

Il 1° gennaio 2026 Zohran Mamdani, neo-eletto sindaco di New York, ha prestato giuramento sul Corano – un esemplare del XVIII o XIX secolo appartenuto ad Arturo Schomburg, storico e attivista afro-portoricano – anziché sulla Bibbia. Questa scelta religiosa, tenendo presente che negli Stati Uniti vige il principio della separazione tra Stato e Chiesa, ci induce a una riflessione più ampia e ci pone di fronte a un nodo che affligge in modo crescente il mondo occidentale: il rapporto tra pluralismo religioso e ordine giuridico, soprattutto se osservato alla luce della mancata distinzione tra sfera religiosa e sfera statale in molte interpretazioni dell’Islam politico.

Volendo rispettare tutti i credo, gli Stati Uniti – come tutte le democrazie liberali – si fondano su un principio non negoziabile: la neutralità dello Stato rispetto alle fedi religiose. Tale neutralità non è ostilità verso la religione, ma la condizione necessaria affinché tutte le religioni possano coesistere senza pretendere di tradursi in fonte di legittimazione politica o giuridica.

Il giuramento su un testo sacro diverso dalla Bibbia non è, di per sé, una violazione costituzionale. La Costituzione americana non impone un simbolo religioso specifico, né obbliga a giurare su un testo sacro. (Costituzione degli Stati Uniti – Articolo VI, Clausola 3 “…no religious Test shall ever be required as a Qualification to any Office or public Trust under the United States.” Nessun test religioso potrà mai essere richiesto come requisito per ricoprire una carica pubblica negli Stati Uniti.)

La questione non riguarda il Corano come testo religioso, bensì il significato politico e simbolico che il suo utilizzo assume in un contesto in cui si discute sempre più apertamente dei limiti di compatibilità tra il diritto secolare e sistemi normativi che si presentano come indisponibili alla revisione democratica. Nel mondo occidentale, il rule of law  (lo stato di diritto), si fonda su un presupposto essenziale: la legge trae la propria legittimità da procedure democratiche, è modificabile, contestabile e uguale per tutti. Nel diritto islamico tradizionale, al contrario, la norma giuridica è concepita come espressione di un comando divino, non soggetto a revisione democratica e applicato in modo differenziato in base allo status personale (genere, religione, appartenenza comunitaria).

È qui che emerge la frattura strutturale.  Non tra Islam e Occidente come civiltà, ma tra due concezioni dell’autorità della legge.

Il problema per le democrazie liberali non nasce dal rispetto delle convinzioni religiose individuali, bensì dal rischio – sempre più concreto – che il pluralismo culturale venga interpretato come legittimazione di pluralismi giuridici. Quando norme religiose iniziano a operare, anche informalmente, come sistemi paralleli di regolazione della vita familiare, dei rapporti di genere o delle controversie civili, il principio di uguaglianza davanti alla legge viene progressivamente eroso.

La separazione tra Stato e religione non è un dettaglio storico occidentale, ma una conquista politica volta a proteggere l’individuo – soprattutto il più debole – dall’arbitrio di autorità non democratiche, siano esse politiche o religiose. È proprio questa separazione che consente la libertà di culto, non il contrario.

In questo senso, gesti simbolici come il giuramento su un testo sacro assumono una rilevanza che va oltre la dimensione personale. Essi interrogano la capacità dello Stato di rimanere l’unico garante della legalità, senza cedere, nemmeno implicitamente, all’idea che possano esistere fonti alternative di legittimazione normativa.

Rispettare tutte le fedi non significa rinunciare a un principio cardine delle democrazie costituzionali: la legge civile non può essere subordinata a precetti religiosi, né direttamente né simbolicamente. La libertà religiosa prospera solo laddove il diritto resta uno, universale e laico.

La storia dello Stato di diritto (Rechtsstaat, nella tradizione tedesca; rule of law in quella anglosassone, – stato di diritto per noi) affonda le proprie radici nel pensiero classico, pur trovando una concreta realizzazione solo in età moderna. Già Aristotele, nella Politica, affermava che «è preferibile che governi la legge piuttosto che uno qualunque dei cittadini» (Pol., III, 16), individuando nella norma generale un argine all’arbitrio del potere personale. Analogamente, Cicerone, nel De legibus, sosteneva che «legum servi sumus ut liberi esse possimus» — siamo servi delle leggi per poter essere liberi — anticipando l’idea secondo cui la libertà non nasce dall’assenza di vincoli, ma dalla sottomissione universale a una legge razionale e comune. Queste intuizioni restarono tuttavia prevalentemente teoriche fino alla crisi dello Stato assoluto, quando la limitazione giuridica del potere divenne una necessità storica oltre che filosofica.

È tra XVII e XVIII secolo che lo Stato di diritto assume una forma istituzionale compiuta. In Inghilterra, con l’Habeas Corpus Act e il Bill of Rights del 1689, si afferma il principio secondo cui anche il sovrano è soggetto alla legge. Le rivoluzioni americana e francese traducono poi tali principi in un progetto politico fondato sulla sovranità popolare e sulla supremazia della legge come espressione della volontà generale. La Déclaration des droits de l’homme et du citoyen del 1789 sancisce che «la loi est l’expression de la volonté générale» (art. 6), mentre Montesquieu, nello Spirito delle leggi, individua nella separazione dei poteri la condizione necessaria per evitare la tirannide. Anche figure più radicali come Robespierre, pur nella drammaticità del contesto rivoluzionario, ribadiscono che «la legge deve essere l’eguale protezione di tutti», rafforzando l’idea che il potere politico trovi la propria legittimità non nella persona che lo esercita, ma nel rispetto di una legalità impersonale. Da queste esperienze nasce lo Stato liberale moderno, che evolverà nel XIX e XX secolo nello Stato costituzionale, fondato sulla centralità della Costituzione, sulla tutela dei diritti fondamentali e sulla limitazione giuridica del potere come pilastro delle democrazie contemporanee.

screenshot dall’articolo di Safiyah Riddle, AP, 1 gennaio 2026

Perché, allora, il giuramento di Mamdani sul Corano suscita un naturale sopracciglio alzato? Non per un riflesso di intolleranza religiosa, ma per una questione di coerenza tra simboli pubblici e principi fondativi dello Stato di diritto. Da donna, è difficile ignorare che in molte interpretazioni tradizionali del Corano l’eguaglianza giuridica tra uomo e donna non è riconosciuta in senso pieno: basti pensare alla diversa attribuzione dei diritti successori o al valore differenziato della testimonianza, elementi che si pongono in evidente contrasto con l’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, secondo cui “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Allo stesso modo, mentre il messaggio cristiano — pur distinto dal diritto secolare — si fonda sulla misericordia e sul perdono, alcune prescrizioni coraniche di natura giuridica, come la punizione corporale per il furto (Qur’an, 5:38), riflettono una concezione della sanzione incompatibile con i principi di proporzionalità e umanità della pena propri delle democrazie costituzionali. Ed è per evitare che visioni religiose, legittime nella sfera privata ma normativamente eterogenee, assumano un significato pubblico o simbolico ambiguo, che la separazione tra Stato e religione diventa essenziale: non per escludere la fede, ma per impedire che essa venga percepita come possibile fonte alternativa di legittimazione del potere politico.

Purtroppo, una parte del dibattito contemporaneo sull’integrazione tende a ignorare un dato problematico: in molte interpretazioni politico-religiose dell’Islam non esiste una netta separazione tra norma religiosa e norma giuridica. Questa tensione emerge anche in alcuni contesti occidentali, come il Regno Unito, dove forme di arbitrato e mediazione religiosa informale operano parallelamente al sistema giudiziario statale, senza ovviamente farne parte. A questa criticità strutturale si affianca un ulteriore elemento di allarme: l’esistenza di una frangia jihadista che, lungi dal rimanere confinata alla dimensione ideologica, si traduce in piani operativi concreti di violenza contro civili e istituzioni dello Stato.

È in questo contesto che si colloca l’attentato sventato all’inizio dell’anno a Mint Hill, in North Carolina, neutralizzato grazie a un’operazione congiunta dell’FBI, della Joint Terrorism Task Force, del Mint Hill Police Department e del New York Police Department.

 Le autorità federali hanno arrestato un diciottenne, Christian Sturdivant, accusato di aver pianificato per oltre un anno un attacco di massa ispirato all’ISIS durante le celebrazioni di Capodanno. Secondo l’accusa, l’indagato aveva studiato obiettivi quotidiani — supermercati e fast food —, aveva redatto un manifesto operativo, nascosto armi improprie nella propria abitazione e giurato fedeltà all’ISIS con l’intento dichiarato di compiere “jihad” e morire come martire. L’intervento delle forze dell’ordine, che hanno sorvegliato il sospetto anche durante le festività natalizie, ha evitato una strage in un momento simbolico della vita civile americana.

Questo episodio non è rilevante solo sul piano della sicurezza, ma anche su quello istituzionale. Esso mostra come l’estremismo jihadista non colpisca soltanto persone o luoghi, ma miri deliberatamente allo stile di vita, alla socialità e ai valori di una società aperta. È proprio per prevenire che visioni religiose radicalizzate possano trasformarsi in fonti alternative di legittimazione della violenza o dell’autorità che la separazione tra Stato e religione resta un pilastro irrinunciabile dello Stato di diritto: non come strumento di esclusione, ma come barriera costituzionale a tutela dell’integrazione, della sicurezza e del rispetto dell’altrui libertà di pensiero. Rispettare tutte le fedi non significa rinunciare a un principio cardine delle democrazie costituzionali: la legge civile non può essere subordinata a precetti religiosi, né direttamente né simbolicamente. La libertà religiosa prospera solo laddove il diritto resta uno, universale e laico.

In un momento in cui gli Stati Uniti celebrano i 250 anni dalla loro fondazione, vale la pena tornare alle parole con cui Thomas Jefferson definiva l’ethos civico americano: “That love of order and obedience to the laws, which so generally characterizes the citizens of the United States, are sure pledges of internal tranquility…” («Quell’amore per l’ordine e per l’obbedienza alle leggi, che così generalmente caratterizza i cittadini degli Stati Uniti, è una sicura garanzia di tranquillità interna. »)
 — Thomas Jefferson, Address to the Citizens of Washington County (Alexandria, Virginia), March 31, 1801


OPERATION “ABSOLUTE RESOLVE”

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

La domanda da porsi di fronte alle critiche internazionali sull’estrazione di Nicolás Maduro da parte delle forze armate statunitensi è semplice: quali diritti umani sarebbero stati violati?
La risposta più immediata è altrettanto semplice: quelli dei narcotrafficanti. Tuttavia, poiché quasi nessuno sembra ricordare il contesto e i precedenti, è necessario tornare indietro per comprendere ciò che sta accadendo oggi.

Il kirchnerismo in Argentina, insieme al castro-chavismo cubano-venezuelano, ha rappresentato uno dei principali nemici della stabilità democratica del Sud America, contribuendo all’instaurazione e al consolidamento di regimi autoritari. Il caso del Nicaragua è emblematico, ma il vero centro operativo è sempre stato Cuba. Non a caso, Nicolás Maduro era protetto da agenti cubani, come raccontavano apertamente gli stessi venezuelani. Ed è significativo che gli unici a perdere la vita durante l’operazione siano stati proprio gli agenti cubani incaricati della sua protezione.

A partire dal 2007, il regime castro-chavista ha avviato un processo sistematico di espropriazione delle risorse. Sotto Maduro, il prodotto interno lordo del Venezuela si è ridotto di circa l’80% in meno di un decennio, spingendo gran parte della popolazione a sopravvivere con pochi dollari al mese e causando il collasso dei servizi essenziali.

Tre figure hanno segnato in modo particolarmente negativo il destino del Sud America: Lula, i Kirchner e Hugo Chávez, spesso definiti “i tre cavalieri dell’Apocalisse”, affiancati dal regime cubano e responsabili del disastro regionale. È noto, inoltre, che Chávez e Maduro furono preparati politicamente a Cuba sotto la supervisione di Fidel Castro per prendere il controllo del Venezuela, come documentato da Cara e’ Crimen di Pablo Medina.

A ciò si aggiunge un elemento cruciale: le elezioni venezuelane sono state oggetto di frode sistematica. I verbali non sono mai stati resi pubblici ed è ampiamente riconosciuto che Nicolás Maduro non sia il presidente legittimamente eletto. Su di lui grava inoltre un’accusa gravissima: quella di essere il capo del cosiddetto Cartel de los Soles, organizzazione narcotrafficante infiltrata nelle istituzioni statali.

Come rileva LLilia Lemoine “Improvvisamente molti parlano di diritto internazionale e si autodefiniscono esperti. Ma quando nel 1992 il chavismo bombardò il Palazzo di Miraflores per prendere il potere, causando la morte di tra le 300 e le 400 persone civili, nessuno intervenne. Fu un’azione militare e allora non si sollevò alcuna protesta.”

Il chavismo è ancora presente in Venezuela e continuerà a esserlo. Proprio per questo, la transizione non potrà che essere lunga e complessa. Coinvolge molte persone oggi spaventate — e a ragione — perché hanno finalmente compreso che non si trattava di una minaccia vuota: non si negozia con criminali, non si stringono accordi con dittatori.

Gli Stati Uniti non hanno invaso il Venezuela. Non hanno bombardato scuole, ospedali o infrastrutture civili. Hanno condotto un’operazione mirata per estrarre un narcoterrorista. Non c’è stato alcun attentato contro la vita, la libertà o la proprietà della popolazione venezuelana. È stata un’operazione chirurgica, in cui sono stati colpiti esclusivamente coloro che difendevano il dittatore e lavoravano per lui.

Chiunque abbia parlato con un rifugiato venezuelano conosce racconti di violenze, torture, detenzioni arbitrarie. Gli oltre otto milioni di venezuelani che hanno lasciato il Paese non lo hanno fatto per ambizione personale, come spesso accade ai migranti economici, ma per sopravvivere. Eppure, numerosi esponenti del mondo dei diritti umani hanno protestato contro l’azione statunitense, senza chiedersi chi sarebbe davvero disposto a scendere in piazza a favore di Maduro.

Il contesto geopolitico è essenziale per comprendere il momento dell’intervento. Prosegue infatti l’assedio petrolifero volto a chiudere il rubinetto del greggio venezuelano, colpendo indirettamente Russia e Cina e testando al contempo la disponibilità di Putin a favorire l’uscita di scena di Maduro. Il Venezuela rappresenta un asset energetico e finanziario strategico per Mosca: attraverso società come Rosneft, il petrolio venezuelano a forte sconto ha garantito liquidità, partecipazioni nei giacimenti e canali opachi per aggirare le sanzioni.

Il blocco petrolifero colpisce la Russia in modo strutturale. In un’economia fortemente dipendente dalle rendite energetiche, il petrolio venezuelano ha funzionato come valvola di compensazione per finanziare operazioni fuori dai circuiti ufficiali. Interrompere questi flussi riduce la flessibilità finanziaria di Mosca e aumenta i costi interni, già aggravati dalla guerra in Ucraina. Il Venezuela, inoltre, è un hub per l’elusione delle sanzioni attraverso triangolazioni e rietichettature. Con il blocco, tali operazioni diventano più costose, rischiose e meno sostenibili.

È in questo quadro che si colloca Operation Final Liberty.

Secondo la ricostruzione fornita da CCarlos Ruckauf, venerdì sera intorno alle 21 il generale Kain riceve l’informazione decisiva da un agente dell’intelligence infiltrato direttamente nel gruppo di custodia di Nicolás Maduro. L’agente comunica il luogo esatto in cui Maduro avrebbe dormito quella notte. L’azione viene affidata a un’unità Delta specificamente addestrata per intervenire in quella determinata abitazione. Maduro, infatti, alternava il pernottamento tra tre residenze diverse, per ciascuna delle quali esisteva un piano operativo dedicato.

Alle 22:40, verificate le condizioni meteorologiche favorevoli, Donald Trump dà l’ordine. È una notte di luna piena. Le forze statunitensi interrompono l’elettricità in tutta Caracas, lasciando la capitale completamente al buio. Solo chi dispone di sistemi di visione notturna può muoversi.

Entrano in azione i Night Stalkers, elicotteri progettati per operazioni in ambienti estremamente complessi. Dodici elicotteri penetrano nella capitale attraverso un corridoio montuoso altamente critico, mentre un dispositivo molto più ampio — circa 150 assetti aerei, inclusi droni — viene attivato in parallelo. I droni accecano i sistemi di difesa, mentre gli assetti in quota colpiscono Fuerte Tiuna e l’intero apparato difensivo circostante. Le altre due residenze di Maduro vengono attaccate simultaneamente per disorientare completamente il dispositivo di sicurezza.

Gli unici a perdere la vita sono gli “Avispas Negras”, unità cubane che costituivano il secondo anello di difesa del dittatore.

Il 3 gennaio 2026, l’operazione si conclude con la cattura di Nicolás Maduro. A seguito dell’arresto, la Corte Suprema del Venezuela ordina a Delcy Rodríguez di assumere le funzioni di presidente ad interim per garantire la continuità dello Stato.

In conferenza stampa, Donald Trump lancia un messaggio ambiguo a Rodríguez: da un lato apre a un dialogo per guidare una transizione ordinata, dall’altro chiarisce che, in caso di mancata collaborazione, potrebbe “pagare un prezzo ancora più alto” di quello pagato da Maduro. L’opzione coercitiva resta esplicitamente sul tavolo.

Parallelamente emergono accuse di tradimento interno. L’ex vicepresidente colombiano ed ex ambasciatore a Washington Francisco Santos afferma di essere convinto che Delcy Rodríguez abbia consegnato Maduro agli Stati Uniti per ambizione personale. Anche il figlio di Maduro, senza fare nomi, parla apertamente di tradimento ai vertici del regime.

Secondo Ron Aledo, ex analista senior della CIA, il messaggio reale dell’amministrazione statunitense — coerente con le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio — è chiaro: la transizione democratica arriverà, ma non immediatamente. Machado non è stata eletta presidente; il candidato formalmente eletto è Edmundo González, sebbene in un processo non legittimo. Gli Stati Uniti intendono gestire una fase di transizione controllata, mantenendo Delcy Rodríguez come presidente di facciata per diversi mesi.

Nel frattempo, Washington garantirà il controllo della situazione sul terreno, anche attraverso una presenza militare dissuasiva al largo di Caracas. Solo una volta ristabilita la piena stabilità, si procederà gradualmente verso elezioni e un governo autonomo. In sostanza, il Venezuela verrebbe governato indirettamente dagli Stati Uniti, almeno nella fase iniziale della transizione.


SCANDALI AMERICANI

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Vista dall’altra parte dell’oceano, l’America viene spesso percepita come una potenza imperialista: un elefante privo di grazia che trasforma il proprio peso economico in volontà politica. Eppure, accanto a questa immagine, esiste un’altra America, capace di una generosità istituzionale che oggi rischia di essere ridimensionata. Ancora una volta, per l’ingordigia di alcuni, molti ne soffriranno le conseguenze.

PRIMO CASO: I BUONI PASTO

L’ho chiamato così per far capire velocemente che esiste in tutti gli Stati americani un sistema assistenziale diviso in due parti: una federale, quindi nazionale e una locale gestita con i fondi dello Stato. Durante il Covid, lo stato federale nazionale, attraverso l’American Rescue Act del 2021, ha elargito fondi per supportare l’emergenza, in grande quantità, soprattutto pensando al numero di immigrati senza lavoro e che necessitavano ovviamente di aiuto. Anche gli Stati singolarmente, hanno stanziato fondi che somministravano non solo una somma mensile da spendere per comprare cibo ma anche somme mensili per pagare l’affitto di casa, il ticket dell’autobus e le spese mediche di base (dentista e medico di base). Questa una traduzione abbastanza letterale di quanto offerto. Alcuni Stati hanno elargito di più altri di meno a seconda della loro ricchezza.

IL CASO SOMALO NEL MINNESOTA

Primi segnali d’allarme (Minnesota Department of Education – MDE)

Già nel luglio 2019, funzionari del Minnesota Department of Education (MDE) — il Dipartimento dell’Istruzione dello Stato del Minnesota, responsabile anche dell’amministrazione dei programmi federali di nutrizione scolastica — individuarono le prime anomalie nei dati presentati da alcune organizzazioni beneficiarie.

In particolare, emersero richieste di rimborso per pasti che risultavano matematicamente implausibili: in alcuni casi, un singolo centro dichiarava di aver servito un numero di pasti superiore all’intera popolazione della città in cui operava.

Quando l’MDE tentò di avviare verifiche più approfondite e di sospendere i finanziamenti, Aimee Bock — fondatrice e direttrice della ONG Feeding Our Future, organizzazione non profit che affermava di fornire pasti ai bambini, in gran parte appartenenti alla comunità somalo-americana — reagì facendo causa allo Stato del Minnesota.

Nella causa, Bock accusò l’ente pubblico di discriminazione razziale nei confronti della comunità somalo-americana servita dalla sua organizzazione, sostenendo che i controlli e il blocco dei fondi erano motivati non da irregolarità amministrative, ma da pregiudizi etnici.

Kayseh Magan, ex investigatore dell’Ufficio del Procuratore Generale del Minnesota, è spesso citato come uno dei whistleblower chiave del caso. Magan lanciò ripetuti allarmi interni sulla mancanza di controlli e sul comportamento “preoccupante” di Feeding Our Future.

Successivamente, criticò pubblicamente la lentezza della risposta delle autorità statali, sostenendo che il timore di essere accusati di razzismo avrebbe impedito ai funzionari di intervenire tempestivamente, nonostante l’esistenza di prove evidenti di frode.

Nel febbraio 2021, l’FBI avviò un’indagine formale dopo che l’MDE aveva trasmesso le proprie preoccupazioni al Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA). L’inchiesta portò a un maxi-blitz nel gennaio 2022, con perquisizioni e arresti su larga scala.

Le indagini rivelarono che circa 250 milioni di dollari di fondi federali, destinati a nutrire bambini in difficoltà durante la pandemia di Covid-19, erano stati sottratti e utilizzati per acquistare auto di lusso, immobili e gioielli. Nel marzo 2025, Aimee Bock è stata condannata su tutti i capi d’imputazione, inclusi frode telematica (wire fraud) e corruzione.

L’indagine sullo scandalo Feeding Our Future e sulle frodi collegate in Minnesota ha portato alla luce un articolato flusso di denaro che dagli Stati Uniti è stato trasferito verso l’Africa orientale, in particolare in Somalia e Kenya. Secondo i procuratori federali, gli imputati avrebbero utilizzato società di comodo, trasferimenti elettronici e contrabbando di ingenti somme di denaro contante per spostare all’estero fondi pubblici sottratti ai contribuenti americani.

Sulla base delle testimonianze rese in tribunale e delle prove raccolte dalle autorità federali fino ad oggi, il denaro sarebbe stato riciclato attraverso diversi canali. Una parte significativa è confluita in investimenti immobiliari: alcuni imputati, tra cui Abdiaziz Farah e suo fratello Ahmednaji Sheikh, avrebbero reinvestito milioni di dollari nell’acquisto di proprietà a Nairobi, come un edificio residenziale nel quartiere South C, e in terreni a Mandera, una città situata al confine tra Kenya e Somalia. Altri fondi sarebbero transitati attraverso finte società di consulenza e aziende schermo, create per occultare l’origine prima di trasferirlo all’estero.

Le indagini hanno inoltre documentato l’uso di contanti e bonifici diretti: tra i reperti processuali figurano fotografie di scatole contenenti centinaia di migliaia di dollari in contanti e messaggi di testo in cui un imputato istruisce un collaboratore a “inviare 1.000 dollari a Mogadiscio, al mercato di Bakara”.

Un punto particolarmente controverso dell’inchiesta riguarda la possibile destinazione di parte di questi fondi a gruppi terroristici, in particolare al-Shabaab. Pochi giorni fa, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato che gli Stati Uniti stanno monitorando con attenzione i trasferimenti verso la Somalia per verificare se il denaro abbia raggiunto l’organizzazione jihadista. Tuttavia, nonostante alcune ricostruzioni giornalistiche e fonti investigative abbiano ipotizzato un collegamento, l’FBI e i procuratori federali hanno dichiarato di non aver trovato prove che i fondi siano stati utilizzati per finanziare atti terroristici. Secondo gli inquirenti, la motivazione principale sarebbe stata piuttosto  “pura avidità senza attenuanti”, finalizzata al finanziamento di stili di vita lussuosi.

Nel frattempo, le autorità ritengono che il caso Feeding Our Future, con i suoi 250 milioni di dollari sottratti, e 78 persone incriminate, rappresenti solo una frazione di un fenomeno molto più ampio. I procuratori federali stimano ora che, complessivamente,possano essere stati rubati tra i 16 e i 18 miliardi di dollari attraverso molteplici programmi statali, tra cui l’assistenza all’infanzia, l’edilizia abitativa e servizi per l’autismo. In questo contesto, nelle ultime settimane la Segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e il Direttore dell’FBI Kash Patel hanno annunciato una nuova ondata di perquisizioni e un rafforzamento delle risorse investigative nello Stato, con l’obiettivo di rintracciare i fondi mancanti e ricostruire i flussi di denaro trasferiti all’estero.

A riportare con continuità su questi casi è Liz Collin, giornalista di Alpha News, che sostiene come solo ora, a livello federale e nazionale, si stia iniziando a prestare attenzione a fenomeni che – secondo lei – sarebbero noti da anni a livello locale.

La frustrazione, secondo Collin, è ormai diffusa anche tra i cittadini. Alcune attività commerciali vicine a queste strutture sospette avrebbero installato telecamere di sorveglianza per documentare l’assenza di clienti e tentare di segnalare le irregolarità alle autorità. Nonostante ciò, la giornalista accusa l’amministrazione statale guidata dal governatore Tim Walz di non aver affrontato tempestivamente il problema, limitandosi ora a misure reattive.

Alla domanda se sia corretto parlare di una frode legata in modo prevalente alla comunità somala, Collin risponde che, sulla base degli atti giudiziari e delle inchieste in corso, molti dei casi principali coinvolgono cittadini di origine somala. Cita anche testimonianze di operatori immobiliari che riferiscono di richieste esplicite di uffici utilizzati solo come indirizzi formali per superare eventuali controlli amministrativi.

Sul piano federale, la vicenda ha ormai attirato un’attenzione significativa. Secondo quanto riportato, sarebbero state avviate almeno sei indagini da parte di diverse agenzie, tra cui il Dipartimento di Giustizia, il Tesoro, i Dipartimenti dell’Istruzione, dell’Agricoltura e dei Trasporti, oltre alla House Oversight Committee. Collin sostiene inoltre che whistleblower interni (informatori) avrebbero segnalato le anomalie già anni fa, incontrando però silenzi o presunte ritorsioni. In questo contesto, viene citato anche il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison, accusato dalla giornalista di aver inizialmente minimizzato le segnalazioni, un’accusa che Ellison e l’amministrazione statale respingono.

Infine, la giornalista critica duramente il ruolo dei media tradizionali locali, accusandoli di aver ignorato o marginalizzato la questione per anni. Solo con l’emergere delle indagini federali, sostiene, la vicenda avrebbe iniziato a ricevere una copertura più ampia. Il caso solleva interrogativi più ampi sulla capacità dei sistemi di controllo pubblico, sull’uso delle risorse destinate al welfare e sul rapporto tra accountability politica, media e opinione pubblica.

IL CASO DELLE PATENTI COMMERCIALI IN CALIFORNIA

Quando l’inclusione amministrativa entra in collisione con la sicurezza

Lo scandalo delle patenti commerciali (CDL) in California è esploso con forza nel mese di dicembre 2025, trasformandosi rapidamente in uno dei principali fronti di scontro tra lo Stato della California, guidato dal governatore Gavin Newsom, e il governo federale. Al centro della vicenda vi è il rilascio di circa 17.000–20.000 patenti per mezzi pesanti a conducenti non cittadini che, secondo le autorità federali, non soddisfacevano i requisiti legali e di sicurezza previsti dalla normativa nazionale.

La scoperta risale all’autunno del 2025, quando il Dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti e la Federal Motor Carrier Safety Administration (FMCSA) hanno segnalato che la California aveva emesso patenti commerciali a conducenti il cui permesso di soggiorno o di lavoro era scaduto, temporaneo o non coerente con la durata della licenza. La legge federale prevede infatti che la validità della CDL non possa superare quella dell’autorizzazione legale a lavorare negli Stati Uniti. Secondo le verifiche federali, questo principio sarebbe stato sistematicamente disatteso. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento critico: in numerosi casi non sarebbero stati applicati correttamente nemmeno i requisiti minimi di sicurezza, tra cui la capacità di comprendere l’inglese funzionale alla guida professionale, requisito federale per la gestione delle emergenze e l’interazione con le forze dell’ordine.

È in questo contesto che emerge il caso di Jashanpreet Singh, divenuto emblematico della crisi in questione. Singh, ventott’anni richiedente asilo dall’India, aveva ottenuto una patente commerciale in California nonostante avesse fallito plurime volte gli esami di idoneità. Pochi mesi dopo il rilascio della licenza, Singh è rimasto coinvolto in un grave incidente stradale causando la morte di tre persone. Il caso è diventato nazionale perché ha dimostrato, in modo drammatico, come una falla amministrativa possa tradursi in conseguenze irreversibili sulla sicurezza pubblica. Non si trattava di una violazione marginale, ma di un veicolo pesante immesso sulle strade senza che il conducente avesse adeguate competenze.

Dopo l’incidente, le autorità federali hanno intensificato i controlli, culminati questo dicembre, 2025 con l’operazione “Highway Sentinel”, condotta dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) in collaborazione con altre agenzie federali. L’operazione ha portato all’arresto di oltre cento camionisti ritenuti non in regola che guidavano lungo le principali arterie stradali californiane. Secondo l’ICE, le politiche permissive dello Stato avrebbero creato un rischio sistemico, estesosi all’intero Paese, data la natura interstatale del trasporto su gomma.

Parallelamente, l’inchiesta ha fatto emergere un filone di corruzione interna al Dipartimento della California of Motor Vehicles (DMV). Alcuni dipendenti sono stati accusati e condannati per aver accettato tangenti fino a 5.000 dollari in cambio dell’inserimento di punteggi falsi nei database ufficiali, facendo risultare idonei conducenti che non avevano mai sostenuto o superato l’esame di guida. Questo sistema ha consentito la circolazione di autisti “fantasma” alla guida di autoarticolati da decine di tonnellate, senza un reale sistema di certificazione.

Sotto la pressione federale, la California ha annunciato l’avvio di revoche in massa di queste patenti, a partire dal gennaio 2026, mentre Washington ha minacciato tagli ai fondi federali per le infrastrutture stradali qualora lo Stato non completi un audit esaustivo del sistema CDL. Nel frattempo, migliaia di camionisti — in larga parte appartenenti alle comunità sikh e indiana — hanno promosso una class action contro il DMV, sostenendo di essere stati indotti in errore dallo Stato e di trovarsi ora improvvisamente privati dell’unico mezzo di sussistenza.

Il caso Singh resta però il punto di non ritorno: non un’astrazione normativa, ma una tragedia concreta. È qui che il dibattito sulle patenti commerciali smette di essere una disputa tra diversi livelli governativi e diviene invece una questione morale di fondo: fino a che punto il discorso di inclusione culturale può essere perseguito attraverso strumenti amministrativi del governo senza compromettere la sicurezza collettiva?

L’esame di guida, proprio per la lingua, è complesso, perché il test prevede tranelli linguistici. Come hanno fatto ad ottenere quel documento? Io stessa posso testimoniare di essermi trovata fianco a fianco con immigrati che pur non parlando una sola parola d’inglese possedevano una regolare patente di guida. Negli Stati Uniti la patente di guida svolge la funzione analoga alla carta d’identità per noi, ed è comunemente utilizzata come documento di identificazione anche nel processo di registrazione elettorale. Da qui nasce la più ovvia delle domande: fino a che punto l’opportunismo politico è disposto a spingersi pur di conquistare un seggio?