Con questa nuova edizione, il percorso di ricerca dell’Osservatorio prosegue nel solco tracciato negli anni precedenti, ma compie al tempo stesso un passaggio ulteriore. Se nei Rapporti passati (2020-2024) abbiamo osservato e descritto l’evoluzione del terrorismo jihadista, dei radicalismi violenti e delle manifestazioni antisistema come fenomeni dinamici, fluidi e sempre meno riconducibili a categorie rigide, oggi dobbiamo riconoscere che il quadro si è ulteriormente trasformato. Il terrorismo non può più essere analizzato soltanto come fatto organizzativo o come espressione di strutture clandestine riconoscibili; esso va interpretato sempre più come manifestazione conflittuale inserita in un ecosistema composito, nel quale pro-paganda, traumi, tecnologia, mobilitazione emotiva e vulnerabilità sociali si intrecciano in modo profondo. #ReaCT2025 nasce da questa consapevolezza. Il rapporto mantiene la propria natura di prodotto scientifico e insieme collettivo, frutto del lavoro di ricercatori, studiosi, analisti e professionisti provenienti da esperienze diverse, ma accomunati dall’obiettivo di comprendere fenomeni che sfuggono alle semplificazioni e che richiedono invece uno sguardo trasversale, multidisciplinare e aggiornato. A tutti loro va la mia gratitudine personale e quella dell’Osservatorio: per il rigore, per la passione, per la capacità di leggere il presente senza indulgere né all’allarmismo né alla superficialità. (Claudio Bertolotti, Direttore, www.osservatorioreact.it)
INDICE/INDEX
Claudio Bertolotti (ITA), La parola al Direttore
Claudio Bertolotti (ENG), A word from the Director
Claudio Bertolotti (ITA), #ReaCT2025 – Il Sommario. Terrorismo, radicalizzazione e minacce ibride tra dati e guerra cognitiva.
Claudio Bertolotti (ENG), #ReaCT2025 – The Summary – Terrorism, radicalisation, and hybrid threats between data and cognitive warfare
Claudio Bertolotti (ITA), Terrorismo jihadista in Europa: traiettorie storiche, dinamiche sociali e trasformazioni operative nell’attuale fase di mutamento globale. Evidenze e risultati dell’Osservatorio ReaCT sul radicalismo e il contrasto al terrorismo
Claudio Bertolotti (ENG), Jihadist Terrorism in Europe: historical trajectories, social dynamics, and operational transformations in the current phase of global change. Evidence and findings from the ReaCT Observatory on radicalisation and counter-terrorism.
Andrea Molle (ITA), Il sovranismo in Europa: cornici narrative e andamenti empirici in Italia e Svizzera
Andrea Molle (ENG), A Laboratory of Identity for the European Right
Andrea Molle (ITA), Profilo di rischio degli autori di violenza politica: Stati Uniti vs Unione Europea (UE-27)
Andrea Molle (ENG), Risk Profile of Political Violence Offenders: United States vs European Union (EU-27)
Francesco Bergoglio Errico (ITA), Analisi della documentazione giudiziaria italiana inerente al terrorismo jihadista dal 2011 al 2025
Francesco Bergoglio Errico (ENG), Analysing Italian jihadism through court records from 2011 to 2025
Barbara Lucini (ITA), Conflitti e violenze: la minaccia radicale in un mondo che cambia
Barbara Lucini (ENG), Conflict and violence: the radical threat in a changing world
Marco Lombardi, Emilio Palmieri (ITA), Minacce ibride e guerra cognitiva: verso una nuova architettura dell’intelligence
Marco Lombardi, Emilio Palmieri (ENG), Hybrid threats and cognitive warfare: towards a new architecture of intelligence
Anna Calabresi (ITA), La guerra cognitiva: trauma, manipolazione e radicalizzazione nell’epoca dell’incertezza
Anna Calabresi (ENG), Cognitive warfare, collective trauma, radicalization: systemic risks and integrated responses
Elisabeth Harnes (ITA) L’adescamento di minori e giovani transnazionali verso l’estremismo islamista violento
Elisabeth Harnes (ENG), Grooming of transnational children and youth to violent islamist extremism
Sören Henrich (ITA), Dalla psicologia forense, una breve nota su come comprendere la violenza estremista nel 2025
Sören Henrich (ENG), From forensic psychology: a brief note on how to understand extremist violence in 2025
Matteo Vergani, Andrea Giovannetti (ITA), Come integrare gli interventi “soft” e “hard” per arginare l’estremismo online
Matteo Vergani, Andrea Giovannetti (ENG), How “Soft” and “Hard” interventions can work together to curb online extremism
Chiara Sulmoni (ITA), Radicalizzazione 2025: il nuovo volto dell’estremismo in Europa
Chiara Sulmoni (ENG), Radicalisation 2025: the new face of extremism in Europe.
Ludovico Camposampiero (ITA), Gli attivisti identitari agiscono come influencer della destra radicale e cercano la normalizzazione politica. Intervista di Chiara Sulmoni.
Ludovico Camposampiero (ENG), Identitarian activists act as influencers of the radical right and seek political normalization. An interview with journalist Ludovico Camposampiero by Chiara Sulmoni
Mauro Lubrano (ITA), Fermate le macchine: l’ascesa dell’estremismo antitecnologico
Mauro Lubrano (ENG), Stop the Machines: The rise of anti-Technology extremism
Iuliia Iashchenko, Andrea Carteny (ITA), Echi del conflitto: la guerra russo-ucraina, la radicalizzazione online e il reclutamentoper il sabotaggio nell’UE
Iuliia Iashchenko, Andrea Carteny (ENG), Echoes of conflict: the Russo-Ukrainian war, online radicalization and sabotage recruitment in the EU
Antonio Giustozzi (ITA), Perché’ l’ondata terroristica dello Stato Islamico si è fermata nella seconda metà del 2024
Antonio Giustozzi (ENG), Why the Islamic State’s terrorist wave stopped in the second half of 2024
Alessandra Lanzetti (ITA), Al-Shabaab e la strategia di propaganda. Evoluzione mediatica, narrazioni e implicazioni regionali
Alessandra Lanzetti (ENG), Al-Shabaab and the propaganda strategy. Media evolution, narratives, and regional implications
Lilla Schumicky-Logan, Khalid Koser (ITA), I Cuccioli del Califfato: perché rimpatrio e riabilitazione sono cruciali per la sicurezza dell’Europa
Lilla Schumicky-Logan, Khalid Koser (ENG),The cubs of the caliphate: why repatriation and rehabilitation are critical to Europe’s security
Tarja Mankkinen, Paul Gill (ITA), EUKH on Prevention of Radicalization. Panel tematico su attori solitari e salute mentale – risultati e lezioni apprese
Tarja Mankkinen, Paul Gill (ENG), EUKH on prevention of radicalization: Thematic Panel “Lone Actors and Mental Health Issues” – results and lessons learnt
Luca Tenzi (ITA), Dai Balcani alla Svizzera: la nuova frontiera della guerra ibrida europea
Luca Tenzi (ENG),The Balkans and Switzerland: the emerging frontline of hybrid conflict in Europe
Magdalena El Ghamari (ITA), Bersagli, non minacce? Mappare i vettori di sicurezza nelle diaspore tagike e cecene in Polonia
Magdalena El Ghamari (ENG),Targets, not threats? Mapping security vectors in Tajik and Chechen diasporas in Poland
Luca Guglielminetti (ITA), La diplomazia delle vittime
Luca Guglielminetti (ENG), The diplomacy of victims
Ahmed Ajil (ITA), Migrazione, sicurezza e religione: ripensare un dibattito controverso
Ahmed Ajil (ENG), Migration, security, and religion: rethinking a contested debate
Tik Tok, social media, radicalizzazione
di Chiara Sulmoni
In questa pagina trovate: “Intrappolati dall’algoritmo di Tik Tok”, la puntata della trasmissione Patti Chiari (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI) che indaga a 360 gradi sulla piattaforma digitale, con servizi di Nicola Agostinetti e Valerio Scheggia e vari ospiti in studio Include un contributo di Chiara Sulmoni, START InSight sui contenuti estremisti (da 23′ c.)
Piattaforme, algoritmi e adesione emotiva Negli ultimi anni, piattaforme quali TikTok si sono affermate come ambienti centrali nella costruzione dell’identità giovanile. Non sono semplici canali di comunicazione, ma spazi in cui i giovani interpretano il mondo, ampliano le relazioni e danno significato alla propria esperienza. In questo contesto, anche i contenuti estremisti si trasformano: non più solo propaganda esplicita, ma narrazioni integrate nei codici culturali della piattaforma, progettate per colpire l’emotività prima della riflessione critica.
Le logiche degli algoritmi hanno un ruolo decisivo: i sistemi di raccomandazione privilegiano contenuti capaci di catturare immediatamente l’attenzione, favorendo emozioni forti come rabbia, paura, indignazione o orgoglio. Questo meccanismo premia anche contenuti controversi, indipendentemente dalla loro natura, contribuendo alla loro diffusione e visibilità. Su TikTok, in particolare, la fruizione continua e automatica — un video dopo l’altro — riduce la scelta intenzionale e accelera l’esposizione, lasciando poco spazio alla riflessione.
Estetiche e codici dell’estremismo digitale La forma dei contenuti è altrettanto determinante. Sequenze rapide, immagini suggestive (spesso create con l’apporto dell’IA), storytelling personale, domande e risposte, discorsi motivazionali: tutti formati familiari al pubblico giovane. Politica, religione, identità e intrattenimento si mescolano in un flusso continuo in cui i confini tra contenuto ideologico e contenuto neutro diventano sempre più sfumati. Tecniche come il bait-and-switch — contenuti virali usati come esca — o l’uso di audio di tendenza per “coprire” o rendere più allettanti messaggi problematici, permettono di inserire progressivamente narrazioni radicali all’interno di contenuti apparentemente innocui.
Un elemento centrale è la musica. Nei contesti islamisti, i nasheed — canti a cappella della tradizione religiosa islamica — creano un senso di solennità, comunità e destino condiviso, talvolta accompagnando richiami alla jihad. Negli ambienti della destra radicale, invece, si ricorre a generi vicini alle sottoculture giovanili — rap, pop, folk o elettronica — frequentemente remixati con meme e contenuti virali. In entrambi i casi, la musica diventa uno strumento di adesione identitaria, capace di alimentare un senso di appartenenza a realtà collettive che oltrepassano i confini geografici.
L’estetica è altamente curata e svolge anch’essa una funzione cruciale. Simboli, abbigliamento, gestualità, iconografie, codici visivi e lessico di sottoculture digitali come quello legato alla manosfera trasformano l’estremismo in un fenomeno non solo ideologico, ma anche culturale ed estetico. All’interno di questi ambienti, ad esempio, circolano espressioni e simboli tipici del gergo incel e della manosfera più ampia, come riferimenti alla “red pill”, alla “black pill” o categorie identitarie quali “alpha” e “beta”, che strutturano narrazioni semplificate delle relazioni sociali e di genere. Questa estetica non ha solo una funzione codificata, ma anche una forte capacità attrattiva: rende i contenuti immediatamente riconoscibili, visivamente coinvolgenti e spesso emotivamente seducenti, facilitandone la diffusione. Il linguaggio condiviso è immediatamente comprensibile per chi ne conosce le chiavi di lettura, ma opaco per genitori, insegnanti ed educatori. Le nuove generazioni partecipano attivamente a questa evoluzione, attribuendo continuamente nuovi significati a simboli e parole, e contribuiscono in modo diretto alla costruzione della propria esperienza algoritmica, orientando attraverso le proprie interazioni — like, commenti, condivisioni e tempi di visualizzazione — ciò che viene progressivamente mostrato sullo schermo.
In questo contesto, anche le cosiddette logiche di gamification assumono un ruolo rilevante. La violenza è spesso attenuata, simbolica o inserita in una cornice ludica. Può essere presentata come una “sfida” o una “missione”, secondo schemi tipici dei videogiochi, in cui azioni e obiettivi sono organizzati in livelli e ricompense. Questo produce uno slittamento percettivo: la violenza non è più percepita come evento reale, ma come prestazione o prova di valore, creando una distanza dalle sue conseguenze.
Particolarmente insidiosi sono i messaggi stratificati e subliminali. Meme, ironia e ambiguità consentono una fruizione inizialmente leggera, che può però normalizzare progressivamente contenuti polarizzanti. L’esposizione ripetuta orienta la percezione del mondo senza che l’utente ne sia pienamente consapevole. Fenomeni come l’“Alt-Jihad” o “Islamogram” – mutuati dall’“Alt-right” e dal “Terrorgram” nell’universo della destra radicale – rappresentano un esempio emblematico: contenuti nativi digitali che fondono narrativa jihadista, cultura memetica, estetiche da videogiochi e riferimenti anime, creando una forma di propaganda ibrida adattata ai codici della Generazione Z.
Confine tra digitale e reale Questo ecosistema estetico e narrativo non resta confinato allo spazio simbolico. In alcuni casi, infatti, può contribuire a orientare percezioni e comportamenti nel mondo reale, soprattutto quando si innesta su condizioni di isolamento e vulnerabilità individuale. In questa prospettiva si inserisce il caso del quindicenne che, nel marzo 2024 a Zurigo, ha accoltellato un ebreo ortodosso. Il ragazzo, descritto come fortemente attivo online, soprattutto su TikTok e Instagram, interagiva con ambienti riconducibili a una subcultura islamista digitale, dove consumava e contribuiva alla circolazione di contenuti estremisti.
Dinamiche simili emergono anche in contesti differenti e su scala più ampia, a conferma della natura multipiattaforma dei percorsi di esposizione. Un caso emblematico è quello di un adolescente nel Regno Unito condannato per terrorismo nel 2026, che faceva parte di 25 diverse chat online di estrema destra su piattaforme come Telegram, Snapchat, TikTok e Wire. Il ragazzo ha descritto questa attività di costruzione della propria identità digitale come una forma di evasione dalla realtà.
Un ulteriore esempio, sempre nel 2024, proviene da alcuni cantoni svizzeri, dove si sono verificate minacce di attentati o stragi nelle scuole, spesso tramite scritte sui muri degli edifici scolastici. Secondo autorità e direzioni degli istituti, nella maggior parte dei casi non si trattava di intenzioni reali, ma di episodi legati a un trend circolato su TikTok, una sorta di sfida virale tra giovani. Nonostante l’assenza di un progetto concreto, questi episodi hanno comunque richiesto interventi della polizia ed evacuazioni preventive. Il punto critico sta nello scarto tra gesto e intenzione: anche azioni nate come imitazione o gioco virale producono effetti reali, generano allarme e contribuiscono ad abbassare la soglia di tolleranza verso l’idea di violenza, rendendola più presente e “normale” nello spazio sociale.
Fenomeni di questo tipo non restano isolati. In modo più ampio, dinamiche simili emergono quando eventi globali — come conflitti internazionali o crisi geopolitiche — vengono reinterpretati in chiave personale, trasformandosi in possibili “chiamate all’azione”. In questi casi, la distanza tra dimensione globale ed esperienza individuale si accorcia, e ciò che accade altrove può essere percepito come un impulso diretto all’azione nel proprio contesto.
Le analisi più recenti indicano che i casi di radicalizzazione online tra minori sono destinati ad aumentare; anche in Svizzera, le autorità segnalano una crescita del fenomeno. Questo sviluppo va letto in un contesto più ampio: i social media non sono solo canali di trasmissione, ma ambienti formativi in cui si intrecciano esposizione ai contenuti, dinamiche algoritmiche e bisogni identitari.
Contrastare queste dinamiche richiede un approccio realistico e multidisciplinare. Eliminare completamente i contenuti estremisti è impraticabile: i messaggi sono spesso ambigui e in grado di cambiare forma e linguaggio per rimanere efficaci e visibili dentro ambienti digitali in continua evoluzione. Allo stesso tempo, demonizzare le piattaforme è controproducente, poiché esse rappresentano anche spazi di creatività e partecipazione. Le strategie di moderazione e deplatforming sono necessarie, ma mostrano limiti evidenti e possono spingere gli utenti verso ambienti meno regolati.
In definitiva, la radicalizzazione online non è il prodotto di un singolo contenuto, ma di un ecosistema complesso e cumulativo. Comprenderlo significa riconoscere l’intreccio tra tecnologia, società e vulnerabilità individuale — ed è proprio in questo spazio che si gioca una delle sfide più rilevanti del presente.
Officina geopolitica – L’Iran e il sostegno del terrorismo internazionale
Il commento di C. Bertolotti in occasione dell’incontro “Iran e donne”, Roma 8 aprile 2026 (Club Soroptimist Roma Tiber)
La minaccia dal Medioriente all’Europa
di Claudio Bertolotti
Quando analizzo il ruolo della Repubblica islamica dell’Iran nello scenario mediorientale e internazionale, ritengo necessario evitare due errori speculari. Il primo consiste nel considerarla soltanto come uno Stato nazionale impegnato a difendere i propri interessi. Il secondo, all’opposto, è ridurla a una potenza esclusivamente ideologica, mossa da una spinta rivoluzionaria astratta e quasi irrazionale. A mio avviso, l’Iran è entrambe le cose. È uno Stato che agisce secondo una logica di sopravvivenza strategica, ma è anche un attore che ha fatto dell’ideologia rivoluzionaria, dell’asimmetria e della guerra per procura uno strumento ordinario della propria politica estera. È proprio in questo punto di equilibrio fra Stato, rivoluzione e deterrenza indiretta che si colloca il suo rapporto con il terrorismo e, più in generale, con la violenza politico-militare esercitata da attori non statuali.
La Repubblica islamica non considera il terrorismo, o il sostegno ad attori armati non statali, come un elemento separato dalla propria strategia regionale. Lo considera invece una leva di influenza, uno strumento funzionale alla proiezione del potere. In questa prospettiva, il sostegno a milizie, movimenti armati e organizzazioni radicali non rappresenta un effetto collaterale della politica iraniana, bensì una componente strutturale della sua architettura di sicurezza. È per questa ragione che Teheran continua a essere indicata come uno dei principali sponsor statali del terrorismo, e secondo Washington il principale.
Il perno operativo di questo modello è il sistema dei proxy. Quando parlo di proxy non mi riferisco semplicemente a gruppi amici o politicamente vicini a Teheran, ma ad attori armati che, pur mantenendo una loro autonomia tattica, operano all’interno di una cornice strategica convergente con quella iraniana. È questa la logica dell’“asse della resistenza”: Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad islamica palestinese nei territori palestinesi, gli Houthi in Yemen e una costellazione di milizie sciite in Iraq e Siria. Attraverso questi soggetti, l’Iran è in grado di colpire, logorare, dissuadere e influenzare senza esporsi costantemente in forma diretta, preservando quel margine di negabilità plausibile che costituisce uno degli elementi più sofisticati del suo modello di confronto.
Israele rappresenta, da questo punto di vista, il caso più significativo. L’Iran non ha bisogno di mantenere un confronto convenzionale permanente con Israele per esercitare pressione strategica. Gli è sufficiente alimentare un ecosistema di minaccia attorno ai suoi confini e lungo le sue linee di vulnerabilità. Hezbollah ha rappresentato per anni il più avanzato strumento di deterrenza indiretta iraniana sul fronte libanese; Hamas e la Jihad islamica hanno svolto una funzione complementare sul fronte palestinese; gli Houthi hanno ampliato il raggio della crisi sino al Mar Rosso, colpendo traffici, rotte commerciali e stabilità regionale. Anche quando questi attori subiscono un degrado militare, la funzione strategica della rete non scompare: si adatta, si ricompone, muta forma.
Questo, a mio giudizio, è il punto decisivo. Il sostegno iraniano non deve essere letto soltanto in termini quantitativi — quanti missili, quante risorse, quanti addestratori — ma in termini sistemici. Teheran trasferisce finanziamenti, addestramento, tecnologia, know-how, copertura politica, legittimazione ideologica e, soprattutto, integrazione in una visione comune del conflitto. La forza di questo sistema non è soltanto militare. È narrativa, sociale, religiosa, logistica. È una rete che costruisce profondità strategica. Ed è proprio questa profondità che consente all’Iran di compensare molte delle sue debolezze convenzionali.
Nei rapporti con gli Stati vicini, tale impostazione produce una conseguenza precisa: l’Iran tende a sostituire il concetto classico di confine con quello di spazio di influenza. Non si limita a difendere il proprio territorio, ma cerca di impedire che lo spazio circostante diventi ostile. Per farlo, penetra gli equilibri politici, militari e confessionali dei Paesi confinanti o prossimi: Iraq, Siria, Libano, Yemen e, più in generale, l’intero Golfo. Il messaggio di fondo è chiaro: la sicurezza dell’Iran non si gioca soltanto a Teheran, ma si gioca in avanti, nelle periferie del sistema regionale. È una strategia offensiva nella forma, ma difensiva nella propria autopercezione.
Questa impostazione spiega anche il rapporto ambiguo dell’Iran con la stabilità regionale. Teheran ha interesse a evitare una guerra totale che possa mettere a rischio la sopravvivenza del regime, ma ha anche interesse a mantenere un livello di instabilità controllata che impedisca la formazione di un ordine regionale apertamente anti-iraniano. Per questo esercita una pressione continua, intermittente, calibrata: abbastanza intensa da influenzare gli avversari, ma non sempre tale da provocare una risposta decisiva e definitiva. È la razionalità della soglia, della coercizione graduale, dell’erosione costante.
Il punto più delicato, e oggi più rilevante per un pubblico europeo, riguarda la proiezione di questo modello oltre il Medioriente. A mio avviso, la risposta è affermativa, ma con una precisazione essenziale: in Europa l’Iran non replica meccanicamente il modello mediorientale. Agisce piuttosto in forma più discreta, frammentata, ibrida. Le evidenze disponibili mostrano che il rischio non riguarda soltanto reti di influenza, monitoraggio della diaspora o intimidazione degli oppositori. Riguarda anche attività operative, ricorso a intermediari criminali e, in prospettiva, il coinvolgimento di forme di microcriminalità organizzata giovanile e di gruppi etnici marginali che, nel linguaggio giornalistico italiano, verrebbero facilmente associati ai cosiddetti “maranza”. Su questo punto, richiamo anche una riflessione che ho sviluppato nell’articolo “ Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea ”, pubblicato sulla rivista scientifica STS dell’Università Cattolica, dove il rapporto fra propaganda, radicalizzazione, reti informali e ambienti giovanili deve essere letto non come un fatto folkloristico o di devianza urbana, ma come possibile segmento di una più ampia dinamica di influenza, mobilitazione e strumentalizzazione.
Il caso del Regno Unito è emblematico. Londra ha richiamato pubblicamente il dato fornito dal direttore generale dell’MI5, secondo cui polizia e servizi di sicurezza hanno risposto a numerosi complotti sostenuti dall’Iran e potenzialmente letali sul suolo britannico. In questo quadro, il governo britannico ha rafforzato il proprio impianto normativo contro le minacce statali e ha collegato l’azione iraniana anche all’utilizzo di reti criminali incaricate di svolgere il “lavoro sporco”: intimidazione, sorveglianza, preparazione di atti violenti, aggirando il coinvolgimento diretto e visibile degli apparati ufficiali.
Anche il caso della rete criminale Foxtrot è, dal mio punto di vista, strategicamente molto rilevante. Esso suggerisce una mutazione della proiezione iraniana in Europa: non più soltanto intelligence, influenza e pressione indiretta, ma anche possibile esternalizzazione della violenza verso soggetti criminali. Questo significa maggiore opacità, minore attribuibilità immediata, maggiore difficoltà di prevenzione. È un passaggio che merita attenzione non solo sul piano giudiziario e di sicurezza interna, ma anche su quello analitico, perché mostra come la guerra ibrida iraniana possa adattarsi al contesto europeo sfruttando attori che formalmente non appartengono all’universo ideologico sciita rivoluzionario, ma che possono comunque risultare funzionali a un obiettivo strategico.
Sul piano europeo, il quadro politico e giuridico si è progressivamente irrigidito. L’attenzione dell’Unione europea verso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e verso il sostegno iraniano ai gruppi armati in Medio Oriente e nel Mar Rosso segnala un cambiamento importante: la minaccia iraniana non è più letta soltanto in chiave nucleare o regionale, ma sempre più anche come questione di sicurezza europea. Questo non significa che l’Europa abbia già trovato una risposta pienamente efficace; significa però che la consapevolezza del problema si è fatta più nitida.
Vi è poi un ulteriore aspetto che non andrebbe sottovalutato: il ruolo delle infrastrutture culturali, religiose e associative come possibili vettori di influenza. Sarebbe un errore cedere a generalizzazioni grossolane, perché ciò sarebbe insieme analiticamente sbagliato e politicamente dannoso. Tuttavia, in Europa sono emersi casi in cui le autorità hanno ravvisato collegamenti fra centri formalmente religiosi o culturali e attività ideologiche incompatibili con l’ordine democratico o ritenute prossime agli apparati iraniani. In questo senso, alcuni provvedimenti adottati negli ultimi anni in Germania rientrano in una più ampia tendenza di vigilanza crescente verso strutture considerate parte di una proiezione politico-ideologica di Teheran.
In sintesi, io ritengo che la Repubblica islamica utilizzi il sostegno a gruppi armati e reti affiliate come un autentico moltiplicatore di potenza. Non è semplicemente uno sponsor esterno: è il centro regolatore di una strategia a geometria variabile che combina ideologia, deterrenza, proxy warfare, intelligence, criminalità interposta e penetrazione politica. Nel Medio Oriente, questa strategia ha perseguito soprattutto la pressione su Israele, il contenimento dell’influenza statunitense e la costruzione di una cintura di profondità strategica. In Europa, invece, tende a manifestarsi in forme più ibride: minacce agli oppositori, reti di influenza, operazioni di intelligence, uso di proxy criminali, possibili azioni contro interessi israeliani o ebraici e, più in generale, una destabilizzazione a bassa visibilità.
La conclusione a cui giungo è netta: l’Iran non misura la propria forza soltanto nella capacità di colpire direttamente, ma soprattutto nella capacità di destabilizzare indirettamente. Attraverso i suoi proxy, le sue reti e la sua proiezione ideologica, la Repubblica islamica continua a rappresentare non solo un attore regionale revisionista, ma un moltiplicatore permanente di instabilità, insicurezza e violenza ben oltre i confini del Medio Oriente.
Il popolo kazako approva la sua nuova Costituzione
di Francesco Lombardi.
A
metà dello scorso mese di marzo, in Kazakhstan, un referendum popolare,
largamente partecipato (hanno
votato più di 8 milioni di elettori pari al 73,12 % degli aventi diritto)
ha approvato, con l’87,15% dei Si, la nuova Costituzione della più estesa e
prosperosa tra le repubbliche centroasiatiche. Un cambiamento fortemente voluto
dall’attuale Presidente, Kassym-Jomart
Tokayev, che ha rivendicato il lavoro svolto per realizzare una Costituzione “che rispecchia le vere aspirazioni del
popolo kazako a vivere in un Paese giusto ed equo, fondato sui principi di
legge e ordine, sul rispetto e la tutela incondizionati dei diritti umani e
delle libertà fondamentali, su una società modernizzata e su un forte impegno a
promuovere l’istruzione, la scienza, la tecnologia, la cultura, l’ecologia, il
volontariato e il patriottismo”. La modifica, che ha avuto l’imprimatur
popolare qualche settimana orsono, è
la seconda variante alla Costituzione negli ultimi quattro anni. Si
inserisce nel solco di cambiamenti nella struttura istituzionale volti a dare
un assetto più moderno al Paese, a renderlo competitivo in un mondo in continuo
cambiamento e a liberare le energie economiche ed organizzative che sono ancora
sopite. La riforma,
infatti, riflette anni di graduale modernizzazione politica per rispondere alle
nuove sfide come i diritti digitali e la protezione dei dati. La consultazione
ha visto, tra l’altro, l’impegno di osservatori provenienti da 34 Paesi i quali
hanno giudicato il processo elettorale, articolato su 10.000 seggi, in
Kazakhstan ed all’estero, trasparente e conforme agli standard internazionali. Accanto
agli osservatori internazionali, si è segnalata una considerevole
partecipazione di rappresentanti della società civile e di liberi cittadini che
hanno monitorato la corretta esecuzione delle procedure; se ne sono contati
fino a 10 per ogni seggio. Non sono poche infatti, le aspettative della
leadership e del popolo kazako per questi significativi cambiamenti. Questa
nuova Costituzione è la naturale prosecuzione di un cambiamento avviatosi nel
2019, con una iniziale procedura che intendeva modificare solo meno del 40%
dell’articolato precedente ma, nel corso dei lavori, è emerso che per dare una
struttura coerente ed efficiente alla nuova legge, necessitavano modifiche a
circa l’80% del testo iniziale. Un lavoro che ha impegnato una Commissione
costituzionale con una rappresentanza senza precedenti di 129 cittadini, che ha
esaminato ogni dettaglio, ha valutato circa 12.000 proposte di vari esperti e
organizzazioni della società civile e ha supervisionato sei mesi di dibattiti
pubblici. Il tutto per arrivare ad un modello che lo stesso Presidente Tokayev ha definito: “Presidente forte, Parlamento influente e
Governo responsabile“.
La
Costituzione precedente è stata in vigore per circa 30 anni. Per allontanarsi
dal passato sovietico una prima Costituzione fu adottata nel 1993 e poi
modificata nel 1995. Ora il Paese ha deciso di effettuare un deciso salto verso
la modernità e la democrazia per poter meglio affrontare le sfide del momento e
del futuro.
Una
delle principali modifiche introdotte dalla nuova Costituzione è l’abolizione
del parlamento bicamerale a favore di un parlamento unicamerale, che si
chiamerà Kurultai. Viene abolita una quota presidenziale onde rafforzare l’indipendenza
del potere legislativo. Il passaggio a un parlamento monocamerale consentirà un
processo legislativo più rapido e trasparente. Le elezioni per i 145 seggi del
parlamento riorganizzato si terranno quest’estate, ha dichiarato Tokayev ai
giornalisti dopo aver votato ad Astana.
Vi
è, inoltre, la reintroduzione della vicepresidenza, anche allo scopo di
agevolare la pianificazione della successione. Un nuovo Consiglio popolare
consultivo (il Khalyk Kenesi) amplierà la partecipazione e il dialogo pubblico.
Le
riforme istituzionali previste dal nuovo quadro costituzionale rafforzano anche
lo sviluppo della governance e garantiscono un regolare ricambio dei vertici. Nel
contempo si definiscono limiti di mandato per i principali funzionari statali.
Questa
riforma, poi, rende il kazako la principale e unica lingua di Stato,
declassando la lingua russa. Un ulteriore gesto finalizzato a rafforzare il
sentimento di identità e costruzione nazionale di un Paese articolato su
centinaia di etnie la cui convivenza, però, è sempre stata un esempio di
rispetto e tolleranza.
La
riforma costituzionale rappresenta uno dei principali momenti della presidenza Tokayev in cui ha riversato tutta la sua
esperienza ed il suo background diplomatico e politico. Ha svolto, in
precedenza due mandati come ministro degli Esteri (1994-1999 e 2002-2007). Nel
corso della sua presidenza, poi, Tokayev ha promosso la politica estera
multidirezionale del Kazakhstan e ne ha rafforzato l’indipendenza. Ha ricoperto
posizioni di alto livello e ha guidato gli sforzi per assicurare al Kazakhstan
la guida di varie organizzazioni regionali e intergovernative, gestendo
complesse relazioni tra interessi contrastanti all’interno e all’esterno della
regione.
A seguito dell’esito referendario, il
presidente Tokayev ha anche ricevuto i messaggi di
congratulazioni di diversi leader regionali e mondiali. Diverse capitali e capi
di Stato hanno inviato messaggi di congratulazioni ad Astana, leggendo l’esito
del voto come un fattore di stabilità per il Kazakhstan e per l’intera regione.
Le reazioni positive di partner regionali e di grandi attori vicini mostrano
quanto il Kazakhstan sia percepito come un perno strategico dell’Asia Centrale.
Trattandosi di un Paese di grandi dimensioni, ricco di risorse naturali,
collocato tra Russia, Cina e attraversato da corridoi commerciali eurasiatici,
ogni sua trasformazione costituzionale ha inevitabilmente una risonanza almeno regionale. Il Kazakhstan è il nono paese più grande
al mondo per superficie. Ha ottenuto l’indipendenza dall’URSS il 16 dicembre
1991. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, nel 2025 il Kazakhstan
ha superato la Cina in termini di crescita del PIL pro capite, affermandosi non
solo come il paese economicamente più prospero dell’Asia centrale, ma anche
come un’economia in costante crescita a livello globale. Il Kazakhstan ha
inoltre mostrato una crescita costante nell’Indice di Sviluppo Umano (ISU),
valutato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), con un
aumento del 21,5% (da 0,689 a 0,837) tra il 1990 e il 2023, ed è stato
riconosciuto per il suo approccio lungimirante in materia di istruzione,
economia, tecnologia e finanza.
Il Paese entra ora in una nuova fase
politica, con nuove elezioni previste nei prossimi mesi al fine di dare
concretezza alla nuova legge fondamentale. Una nuova fase che converrà seguire
con attenzione viste anche le tante (e in crescita) relazioni economiche e
commerciali con il nostro Paese.
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