Guerra cognitiva: come un evento violento può generare un ecosistema dell’odio
di Andrea Molle
Un recente articolo pubblicato dall’Israel Democracy Institute sull’attacco antisemita di Bondi Beach offre un punto di partenza utile per comprendere una dinamica che va ben oltre il singolo episodio. Il valore analitico del caso non risiede tanto nell’atto violento in sé, quanto nella rapidità con cui l’evento è stato immediatamente assorbito, deformato e riutilizzato all’interno di un ecosistema informativo ostile, già predisposto a produrre disinformazione, inversione di responsabilità e mobilitazione emotiva. È precisamente in questo passaggio — dall’evento fisico alla sua rielaborazione cognitiva — che si manifesta con chiarezza la dimensione geopolitica del MDMH (acronimo di “Misinformation, Disinformation, Malinformation and Hate Speech”).
Nel paradigma MDMH, la violenza non è più un punto terminale, ma un innesco. L’attacco non chiude un ciclo: lo apre. L’atto fisico produce un picco emotivo che viene immediatamente sfruttato per saturare lo spazio informativo con narrazioni alternative, spesso contraddittorie, ma accomunate da una funzione precisa: impedire la stabilizzazione dei fatti. In questo senso, la disinformazione non serve tanto a convincere quanto a disorientare. La verità non viene sostituita da una contro-verità coerente, ma dissolta in una pluralità di versioni concorrenti che rendono impossibile una ricostruzione condivisa.
Nel paradigma MDMH, la violenza non è più un punto terminale, ma un innesco. L’attacco non chiude un ciclo: lo apre
Questo meccanismo
è centrale nella guerra cognitiva contemporanea. La posta in gioco non è
l’adesione a una narrativa specifica, ma la perdita di fiducia nel processo
stesso di accertamento della realtà. Quando ogni evento viene immediatamente
reinterpretato come “operazione”, “provocazione” o “false flag”, il risultato
non è pluralismo informativo, ma paralisi cognitiva. Il cittadino non sa più a
cosa credere, e in questa incertezza permanente diventa più vulnerabile a frame
emotivi, identitari e manichei.
L’elemento decisivo, messo in luce dal caso Bondi, è che questa dinamica non è spontanea. Non si tratta di reazioni disordinate di utenti isolati, ma di ecosistemi informativi strutturati, caratterizzati da sincronizzazione cross-platform, riuso seriale di contenuti decontestualizzati, amplificazione algoritmica e migrazione continua delle stesse narrative tra social media, messaggistica privata, video brevi e strumenti di intelligenza artificiale generativa. In questo ambiente, la distinzione tra informazione, opinione e propaganda diventa funzionalmente irrilevante.
La posta in gioco non è l’adesione a una narrativa specifica, ma la perdita di fiducia nel processo stesso di accertamento della realtà.
Dal punto di
vista geopolitico, il MDMH rappresenta una forma di conflitto a bassa intensità
ma ad alta persistenza, nella quale attori statali e non statali possono
operare con costi ridotti, negabilità plausibile e impatto cumulativo
significativo. L’antisemitismo, in questo contesto, non è solo un pregiudizio
storico che riemerge ciclicamente, ma un vettore cognitivo particolarmente
efficace: è emotivamente carico, facilmente riconoscibile, trasversale a
culture diverse e immediatamente mobilitabile per spiegare eventi complessi
attraverso schemi semplici di colpa e intenzionalità maligna.
Un aspetto cruciale del caso analizzato riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale. Quando sistemi automatizzati partecipano alla sintesi degli eventi in tempo reale — riassumendo, rispondendo, suggerendo interpretazioni — essi diventano attori cognitivi a tutti gli effetti. Non sono meri strumenti neutrali: operano all’interno di un ambiente già polarizzato e possono amplificarne le distorsioni. Errori, omissioni o associazioni improprie non producono soltanto disinformazione, ma contribuiscono a spostare la responsabilità morale, a riscrivere il contesto e a legittimare narrative ostili sotto l’apparenza di neutralità tecnica.
Un aspetto cruciale del caso analizzato riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale. Quando sistemi automatizzati partecipano alla sintesi degli eventi in tempo reale — riassumendo, rispondendo, suggerendo interpretazioni — essi diventano attori cognitivi a tutti gli effetti.
Questo introduce
una discontinuità rilevante rispetto al passato. Nella propaganda classica,
l’intenzionalità era identificabile e attribuibile. Nel MDMH, invece, la
manipolazione è spesso emergente, distribuita tra attori umani, incentivi
algoritmici e processi automatici. La responsabilità si frammenta, mentre
l’effetto politico resta. È una forma di potere che non impone una linea
ufficiale, ma configura l’ambiente in cui tutte le linee diventano possibili, e
quindi equivalenti.
Da qui discende
una conseguenza strategica fondamentale: la neutralità regolatoria non è più
sostenibile. Trattare l’ecosistema informativo come uno spazio puramente
privato, autoregolato da piattaforme commerciali, significa rinunciare a
qualsiasi forma di sicurezza cognitiva. Nel contesto MDMH, design algoritmico,
moderazione, sistemi di raccomandazione e AI generativa non sono scelte
tecniche neutre, ma decisioni con effetti geopolitici. Influenzano quali eventi
emergono, quali emozioni vengono attivate, quali gruppi vengono percepiti come
minaccia.
Il caso Bondi
mostra come un singolo episodio locale possa essere immediatamente integrato in
una narrativa globale di odio, e come questa integrazione avvenga più
velocemente della verifica dei fatti. Questo ribalta la tradizionale sequenza
analitica “evento → interpretazione → reazione”. Nel MDMH, l’interpretazione
precede l’evento, perché il frame è già pronto. L’evento serve solo a
riempirlo.
In questa prospettiva, parlare di sicurezza senza includere la dimensione cognitiva è analiticamente insufficiente. La protezione delle comunità, la prevenzione della radicalizzazione e la stabilità delle società pluraliste dipendono sempre più dalla capacità di difendere lo spazio informativo come infrastruttura critica. Non si tratta di censura, ma di riconoscere che la libertà di espressione presuppone un ambiente in cui i fatti possano almeno tentare di emergere prima di essere travolti dalla manipolazione.
La protezione delle comunità, la prevenzione della radicalizzazione e la stabilità delle società pluraliste dipendono sempre più dalla capacità di difendere lo spazio informativo come infrastruttura critica.
Il MDMH ci
obbliga quindi a riconsiderare il rapporto tra violenza, informazione e potere.
Gli attacchi non sono più solo atti di forza, ma operazioni cognitive che
mirano a produrre effetti politici indiretti, duraturi e difficilmente
attribuibili. Ignorare questa dimensione significa continuare a rispondere a
una guerra del XXI secolo con categorie del XX.
Investimenti nella Difesa – analisi della situazione in Italia
di Andrea Molle
Negli ultimi mesi
la discussione sulla spesa militare italiana è tornata al centro del dibattito
internazionale, soprattutto dopo che il governo ha comunicato un significativo
aumento del bilancio della difesa per il futuro. Secondo un’analisi pubblicata
da Defense News, il documento previsionale porterebbe la spesa
complessiva a circa 45,3 miliardi di euro, con un incremento netto superiore ai
14 miliardi rispetto all’anno precedente e un apparente raggiungimento del 2%
del PIL raccomandato dalla NATO. Tuttavia, l’osservazione più rilevante
sollevata da molti economisti riguarda la mancanza di chiarezza su come tale
obiettivo sia stato effettivamente realizzato: buona parte dell’aumento
sembrerebbe derivare da una riclassificazione di voci di bilancio
precedentemente allocate ad altri settori, incluse spese per personale in
quiescenza, attività di sicurezza interna, programmi di cooperazione e capitoli
relativi al cyber e allo spazio. Il rischio è che, senza una riforma
complessiva del comparto Difesa, la crescita nominale della spesa non
corrisponda a un incremento reale delle capacità operative.
La questione deve
essere comunque contestualizzata all’interno di una tendenza più ampia. Negli
ultimi dieci anni l’Italia ha progressivamente aumentato gli investimenti in
difesa, passando da un livello stabile intorno all’1,2–1,3% del PIL a una
crescita costante dopo il 2020. Le pressioni internazionali – dalla guerra in
Ucraina al deterioramento delle condizioni di sicurezza nel Mediterraneo
allargato – hanno spinto l’intero continente europeo verso un riarmo
generalizzato. In questo quadro, l’Italia è chiamata a colmare un gap
accumulato per decenni, soprattutto in termini di ammodernamento degli
equipaggiamenti, manutenzione, munizionamento e prontezza operativa. La
partecipazione continuativa a missioni NATO, UE e ONU – dai Balcani al Libano,
dal Corno d’Africa al Mediterraneo centrale – richiede mezzi e capacità
adeguati, mentre la crescente instabilità nel Sahel e le dinamiche migratorie
rendono sempre più complessa la gestione del fronte meridionale della NATO, di
cui l’Italia è attore centrale.
L’analisi delle fonti disponibili suggerisce però che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese. Il nodo principale riguarda la qualità della spesa. Secondo le stime del SIPRI e dei principali osservatori internazionali, l’Italia continua a investire una quota relativamente limitata in procurement e ricerca e sviluppo, mentre una parte significativa del bilancio è assorbita dal personale, una voce strutturalmente difficile da comprimere. Gli alleati tendono a valutare non soltanto la percentuale del PIL investita, ma soprattutto la capacità di generare effetti militari concreti: interoperabilità, mobilità, logistica, forza aerea pienamente operativa, sistemi di difesa integrata, dotazioni navali moderne. In assenza di una strategia chiara su come allocare le nuove risorse, il rischio è che lo scatto al 2% rimanga, almeno in parte, un esercizio contabile.
L’analisi delle fonti disponibili suggerisce che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese.
Il margine di incertezza cresce se consideriamo l’evoluzione della dottrina NATO. Dopo il cambio di postura internazionale di Washington, l’Alleanza ha identificato la soglia del 2% non più come un traguardo finale, ma come un livello minimo, con la proiezione verso una difesa europea più autonoma e capace di assorbire i costi di un conflitto ad alta intensità. Alcune analisi prospettano che, entro il 2035, la spesa combinata in difesa e resilienza debba avvicinarsi al 3,5–4% del PIL per molti Paesi europei, soprattutto se l’industria dovrà supportare un ciclo di produzione continuo. In questo scenario, la sostenibilità del modello italiano diventa un tema cruciale. Con un debito pubblico elevato e una pressione costante sulla spesa sociale, un incremento permanente della spesa militare richiede una programmazione trasparente e politicamente condivisa.
La nuova fase geopolitica mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale
Il tema è particolarmente urgente per un Paese che, negli ultimi vent’anni, ha interpretato il proprio ruolo internazionale soprattutto attraverso missioni di stabilizzazione, cooperazione civile-militare e diplomazia preventiva. L’Italia ha puntato tradizionalmente su capacità leggere, proiezione navale, operazioni di polizia internazionale e un impegno costante in aree come il Libano, il Mediterraneo centrale e i Balcani occidentali. La nuova fase geopolitica, tuttavia, mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale. Il passaggio da un modello a “bassa intensità” a uno orientato alla deterrenza ad alta intensità implica investimenti diversi, più costosi, più rapidi e tecnicamente più complessi. È lecito chiedersi se l’attuale riallocazione di fondi rifletta davvero questa trasformazione.
Al di là del
dibattito tecnico, la questione dell’aumento della spesa militare solleva
interrogativi politici e sociali che non possono essere elusi. In quale misura
l’Italia vuole e può assumere un ruolo più incisivo nella NATO? Quali capacità
desidera prioritizzare nei prossimi dieci anni? E soprattutto: è possibile
garantire trasparenza, responsabilità e coerenza strategica in un settore che,
per sua natura, rischia spesso di sfuggire al controllo dell’opinione pubblica?
Finché non verranno pubblicati documenti più chiari sulla composizione della
spesa, sugli obiettivi capacitivi e sulle eventuali ricadute industriali, il
dibattito resterà inevitabilmente sbilanciato tra annunci politici e
valutazioni tecniche parziali.
Ciò che è certo è
che l’Italia si trova all’inizio di un percorso e non alla fine. La pressione
internazionale non diminuirà, la competizione globale continuerà a crescere e
il Mediterraneo rimarrà un teatro centrale di instabilità. La differenza tra
una spesa militare sostenibile e una spesa puramente apparente dipenderà dalla
capacità del Paese di trasformare i numeri di bilancio in strumenti reali di
sicurezza, deterrenza e credibilità. Per ora siamo di fronte a un segnale
forte, forse necessario, ma ancora privo di quella trasparenza e quella
coerenza strategica che un alleato pienamente affidabile della NATO dovrebbe
poter mostrare.
Meno guerre, più business: la strategia di Trump tra Sud America e Asia
Commento alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale USA – seconda e terza parte
di Melissa
de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in
Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per
START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
SECONDA PARTE
SUD AMERICA – NSS (National Security Strategy) 2025
Washington – Pechino e Mosca quali i contendenti?
Preambolo – La
presenza di Cina e Russia in Sud America
Negli ultimi due decenni Cina e
Russia hanno ampliato in modo significativo la loro influenza economica,
politica e militare in Sud America, trasformando la regione in un nuovo
spazio di competizione strategica. La Cina è oggi il primo partner
commerciale di molti paesi sudamericani e investe massicciamente in infrastrutture,
energia, estrazione di minerali critici, porti e reti digitali, spesso
attraverso laBelt and Road Initiative (noi la conosciamo come la Via della Seta). La sua presenza non è soltanto economica: include satelliti,
telecomunicazioni avanzate e accordi con governi locali capaci di creare dipendenze
strutturali a lungo termine. Per Washington, questa penetrazione
rappresenta un rischio perché porta una potenza rivale nel cuore
dell’emisfero occidentale, proprio dove gli Stati Uniti hanno storicamente
esercitato la loro leadership.
La Russia, pur con capacità economiche inferiori, mantiene una presenza politica e
militare simbolicamente importante: cooperazione di sicurezza con Venezuela,
Nicaragua e Cuba, esercitazioni congiunte, fornitura di armamenti,
intelligence e supporto tecnologico. Per Mosca, il Sud America rappresenta uno strumento di proiezione
asimmetrica del potere come risposta
asimmetrica alle pressioni occidentali in Europa e nel Medio Oriente.
La crescente influenza di entrambe le
potenze — una economica e tecnologica, l’altra militare e politica — viene
interpretata dagli USA come una sfida diretta al loro ruolo storico
nell’area. Per questo il Sud America riemerge nella strategia americana
come un fronte critico della competizione globale, dove sicurezza
interna, migrazione, energia e stabilità geopolitica sono percepiti come
interconnessi alla presenza di attori rivali.
Ma cosa dice la National Security Strategy 2025, a riguardo?
“The affairs of other countries are of concern
to us only if their activities directly threaten the national interests of the
United States.”
Nella NSS 2025 la Casa Bianca dichiara esplicitamente che gli Stati Uniti reindirizzeranno la loro politica estera a favore della difesa degli interessi immediati nel continente americano, affermando che “Gli affari di altri paesi sono di nostra preoccupazione solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi nazionali” (pag 1). Il documento esplicita un nuovo approccio regionale, affermando la volontà di “assert and enforce a ‘Trump Corollary’ to the Monroe Doctrine” (aggiunge un corollario alla dottrina Monroe) per mantenere l’Emisfero Occidentale libero da “hostile foreign incursion or ownership of key assets” (presenze ostili straniere sia in termini di incursioni, che di proprietà di infrastrutture strategiche) e per garantire stabilità sufficiente a “prevenire la migrazione di massa, contenere i flussi di droga e proteggere rotte chiave”.
Il testo critica apertamente l’approccio globalista delle strategie precedenti, e afferma che “i giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano da soli l’ordine mondiale come Atlante sono finiti”. La nuova dottrina spinge per il controllo di rotte e frontiere nel proprio emisfero come elemento di sicurezza nazionale.
Per quanto riguarda la presenza cinese
e della Russia, il documento modifica l’impostazione tradizionale: lo sforzo
principale è di rebalance America’s economic relationship with China”,
ovvero riequilibrare la relazione economica con Pechino su basi reciprocamente
vantaggiose, mentre la competizione militare diretta è meno enfatizzata
rispetto al passato. Infine, la
strategia sottolinea che il governo intende “controllare la migrazione,
fermare i flussi di droga e rafforzare la stabilità e la sicurezza su terra e
mare” attraverso una presenza rafforzata nel continente americano,
includendo lo sviluppo delle capacità della Guardia Costiera e della Marina
statunitense per contrastare traffici e infiltrazioni irregolari. Questa
priorità strategica risuona profondamente con le parole pronunciate da María
Corina Machado durante la cerimonia del Premio Nobel per la Pace 2025. Nel
suo discorso, Machado ha denunciato come il regime
venezuelano sia sostenuto non da una legittimità politica o popolare, ma da una
rete di complicità criminali che lega il potere a narcotrafficanti, gruppi
armati e interessi stranieri, descrivendo Maduro come il prodotto di un
sistema in cui “la sovranità è stata svenduta a potenze esterne che
utilizzano il Venezuela come piattaforma per le loro operazioni”. Pur senza
usare formule sensazionalistiche, il messaggio è stato chiaro: la dittatura
non sopravvive da sola, ma grazie al supporto di apparati cubani, milizie
irregolari e reti di traffico che operano attraverso il territorio venezuelano
e l’intera regione. (In questo contesto non va dimenticato che il narcotraffico che attraversa
anche il Venezuela ha contribuito all’afflusso di droghe negli Stati Uniti,
alimentando una crisi che, secondo i Centers for Disease Control and Prevention
(CDC), ha causato oltre 600.000 morti per overdose da oppioidi dal 1999 a oggi).
È proprio questa fusione tra
autoritarismo e criminalità transnazionale che, secondo Machado, minaccia
non solo il suo Paese ma la sicurezza dell’intero emisfero — la stessa minaccia
che la NSS 2025 intende affrontare rafforzando il controllo delle rotte
marittime, la cooperazione con gli alleati e la pressione sui regimi che
fungono da piattaforme per il narcotraffico e l’ingerenza straniera. In questo
senso, le parole del Nobel e la strategia americana convergono su un punto
cruciale: stabilità democratica e sicurezza regionale non possono essere
raggiunte senza smantellare le reti che alimentano traffici illeciti e
sostengono regimi autoritari.
Ma come farà Trump a sradicare la presenza cinese dal Sudamerica dopo gli investimenti miliardari già compiuti?
Nella National Security Strategy 2025, l’amministrazione Trump non parla di cancellare direttamente gli investimenti cinesi già presenti in Sud America — operazione realisticamente inattuabile — ma delinea una strategia multilivello per ridurne progressivamente l’influenza e limitarne l’espansione futura. Attraverso l’applicazione del cosiddetto Trump Corollary, Washington afferma di voler mantenere l’emisfero occidentale libero dal controllo di potenze ostili su asset critici, scoraggiando in particolare la presenza cinese nei porti, nel 5G, (reti militari e di sicurezza, sistemi di sorveglianza urbana, automazione industriale, trasporti intelligenti, telemedicina, porti, logistica, comunicazioni governative), nelle infrastrutture energetiche e nelle filiere dei minerali strategici. L’obiettivo è sostituire la Belt and Road Initiative con alternative finanziarie e infrastrutturali statunitensi, rafforzando nel contempo la cooperazione militare, l’intelligence e la sicurezza con governi chiave come Colombia, Panama, Brasile e Cile. Parallelamente, gli Stati Uniti intendono usare strumenti economici, diplomatici e regolatori — dagli incentivi per progetti alternativi alle restrizioni su aziende cinesi — per rendere gli investimenti di Pechino meno appetibili e più rischiosi per i governi locali. In questo modo, la strategia mira a riaffermare la leadership americana nella regione non attraverso la revoca forzata dei progetti cinesi, ma creando un ambiente geopolitico in cui l’opzione USA torni a essere la più vantaggiosa, sostenibile e sicura per i partner sudamericani. Alcuni esperti di relazioni internazionali avvertono che tale approccio può rischiare di riproporre dinamiche di ingerenza geopolitica, ignorare le priorità interne dei paesi latinoamericani e interpretare i rapporti commerciali sovrani come minacce strategiche, invece di opportunità di sviluppo. Tale critica riflette la cautela di analisti che sottolineano la necessità di rispettare la sovranità regionale e prioritizzare lo sviluppo sociale ed economico locale piuttosto che costruire una rivalità di egemonia in quest’emisfero fra grandi potenze. La politica Monroe ha profondamente segnato diverse generazioni, dove le “corporations”, soprattutto quelle del mondo minerario non hanno mai usato guanti bianchi nel trattare le popolazioni locali, sia dal punto di vista retributivo con tutti i suoi corollari sia dal punto di vista sociale. Tante sono le pubblicazioni che denunciano il saccheggio delle miniere e dei beni naturali di cui il Sudamerica e il Caribe sono ricchi. Questo trattamento ha causato risentimenti e asti tramandati alle generazioni più giovani. Quale moneta di scambio può offrire Trump a Cina e Russia per scalzarli e stabilire invece la sua presenza in Sudamerica?
TERZA PARTE
ASIA E AFRICA – NSS (National Security Strategy) 2025
Lo sceriffo non va in trasferta. Meno guerre, più affari
Mentre Trump si appropria del petrolio venezuelano, passiamo all’ultima area geografica di rilievo descritta nella National Security Strategy 2025: l’Asia.
Il documento della Casa Bianca evidenzia la necessità di prevenire conflitti nell’area indo-pacifica e di dissuadere comportamenti unilaterali suscettibili di alterare lo status quo regionale. Trump è un businessman e vuole fare affari. Non è interessato, nonostante la evidente corsa agli armamenti, la riorganizzazione delle forze armate, la creazione di una nuova branca spaziale, a usarle se non per “pacificare o dissuadere” possibili conflitti. Insomma, come tutti lo hanno già ampiamente definito, è uno sceriffo con la pistola e la pallottola in canna, ma non in trasferta.
Il vero tallone d’Achille dell’Indo-Pacifico è Taiwan: un territorio che la Cina rivendica come parte integrante della propria sovranità e che Washington difende de facto, pur senza un’alleanza formale, considerandolo un perno essenziale della stabilità regionale.
Gli Stati Uniti ribadiscono di non sostenere cambiamenti forzati dello
status quo tra Cina e Taiwan, ma allo stesso tempo chiariscono che
lavoreranno con i loro alleati regionali per mantenere una deterrenza
credibile e una presenza strategica costante nell’area. In questo quadro,
la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia
è considerata essenziale per contenere l’influenza cinese e garantire
stabilità lungo la cosiddetta First Island Chain, la linea geografica che costituisce il principale punto
di equilibrio militare e strategico tra Stati Uniti e Cina nel Pacifico.
Questo approccio si riflette anche in iniziative operative come la Quad Indo-Pacific Logistics Network: dall’8 al 12 dicembre, Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno condotto a Guam la loro prima esercitazione congiunta sul campo, rafforzando l’interoperabilità e capacità logistiche comuni per la risposta rapida a disastri su larga scala nella regione Indo-Pacifico. Un segnale di come la deterrenza regionale passi sempre più attraverso il coordinamento, la prontezza e la cooperazione selettiva, piuttosto che tramite dispiegamenti militari permanenti.
First and Second Island Chain
Dal punto di vista cinese la First Island Chain rappresenta una linea di
contenimento strategico costruita dagli Stati Uniti lungo le sue coste
orientali. Questa catena di isole — che include Giappone, Taiwan e Filippine —
è percepita a Pechino come un ostacolo strutturale alla libertà marittima
della Cina, in grado di limitare l’accesso diretto al Pacifico e di
vincolare le operazioni della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione.
L’analisi evidenzia come, per la leadership cinese — e in particolare per Xi Jinping — la neutralizzazione della First Island Chain rappresenti una condizione necessaria per trasformare la Cina in una potenza marittima a pieno spettro. Finché questa linea rimane sotto l’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati, Pechino resta strategicamente “compressa” nei mari costieri, con effetti diretti sulla credibilità della deterrenza nucleare, in particolare per la sopravvivenza operativa dei sottomarini strategici, sulla sicurezza delle rotte commerciali e sulla capacità di proiezione militare a lungo raggio.
In questo quadro, Taiwan assume un valore che va ben oltre la dimensione
politica o identitaria: controllare Taiwan significherebbe spezzare il punto
centrale della First Island Chain, aprendo alla Cina l’accesso operativo al
Pacifico occidentale.
Nella dottrina marittima cinese, la First Island Chain è considerata un vincolo strategico che limita l’accesso della Cina al Pacifico e condiziona la sua sicurezza nazionale; superarla è visto come un passaggio necessario per affermarsi come potenza marittima (dottrina navale cinese in “China’s Vision of Its Seascape”).
Per quanto riguarda gli alleati il trattamento si allinea a quello
dell’Europa, ossia, nel nuovo ordine di America First, gli Stati Uniti
spingono gli alleati in Asia, incluse Corea del Sud e Giappone, ad
aumentare significativamente la propria spesa per la difesa e a prendere un
ruolo più ampio nella deterrenza regionale. Questo rientra nella logica
del “burden sharing” – di alleggerire gli Stati Uniti dal “peso” di garantire
la sicurezza globale, chiedendo ai partner di contribuire direttamente alla
protezione delle rispettive aree.
A differenza delle strategie precedenti, il testo del 2025 non menziona
esplicitamente la Corea del Nord o la denuclearizzazione della
penisola coreana, nonostante
l’importanza di Pyongyang per la sicurezza regionale e le preoccupazioni
diffuse su missili e armamenti. Alcune fonti riportano che questo vuoto è
significativo: il documento enfatizza il ruolo degli alleati e il concetto di
deterrenza nei confronti della Cina, ma non articola più la
denuclearizzazione come un obiettivo primario nella sezione asiatica.
AFRICA
Anche sul fronte africano, tradizionalmente caratterizzato da elevata instabilità e complessità, la NSS 2025 conferma l’assenza di una strategia di coinvolgimento strutturato. La presidenza ribadisce il disinteresse per impegni militari estesi o di lungo periodo, come dimostrano anche i consistenti tagli ai programmi USAID. In quanto potenza prevalentemente marittima, gli Stati Uniti delineano un approccio selettivo, volto a limitare l’influenza di Cina e Russia senza assumersi oneri di stabilizzazione o sviluppo. L’Africa viene così declassata a spazio di competizione residuale, in cui Washington interviene in modo puntuale e strumentale, più per contenere i rivali che per costruire un ordine regionale.
Tuttavia, Washington è obbligata a mantenere una linea dura sul contrasto al terrorismo: gli Houthi, gruppo sostenuto dall’Iran e designato come organizzazione terroristica, hanno in ostaggio personale locale della Missione USA in Yemen.
In questo contesto si inserisce anche il cosiddetto “caso somalo del Wisconsin”, emerso a seguito delle indagini del Dipartimento del Tesoro statunitense sui fondi di assistenza legati alla pandemia di COVID-19. Le investigazioni hanno portato alla luce una frode di dimensioni eccezionali, con oltre un miliardo di dollari sottratti ai programmi pubblici di welfare. Secondo le autorità federali, parte di queste risorse sarebbe stata trasferita all’estero attraverso circuiti di money transfer, con flussi diretti verso la Somalia e reti riconducibili ad ambienti militanti, incluso Al-Shabaab, coinvolgendo segmenti della diaspora somala presenti in Stati come Wisconsin e Minnesota. Il caso ha sollevato interrogativi rilevanti sulla tracciabilità degli aiuti, sulla governance dei programmi pubblici e sui rischi di utilizzo distorto delle risorse destinate allo sviluppo e all’assistenza sociale.
“Per troppo tempo, la politica americana verso l’Africa si è concentrata prima sull’assistenza e poi sulla diffusione dell’ideologia liberale. Gli Stati Uniti dovrebbero invece puntare a partnership selettive con alcuni Paesi per attenuare i conflitti, favorire relazioni commerciali reciprocamente vantaggiose e passare da un paradigma di aiuto estero a uno basato su investimenti e crescita, capace di valorizzare le abbondanti risorse naturali e il potenziale economico latente del continente africano.
Le opportunità di coinvolgimento includono la negoziazione di soluzioni a
conflitti in corso (come Repubblica Democratica del Congo–Ruanda e Sudan) e la
prevenzione di nuovi conflitti (ad esempio nell’area Etiopia–Eritrea–Somalia),
oltre a una revisione dell’approccio statunitense agli aiuti e agli
investimenti, incluso l’Africa Growth and Opportunity Act (AGOA). Inoltre, gli Stati Uniti vogliono restare vigili
rispetto alla ripresa dell’attività terroristica di matrice islamista in alcune
aree del continente, evitando però qualsiasi presenza o impegno di lungo
periodo. La strategia prevede quindi una transizione da una relazione
basata sugli aiuti militari ed economici a una fondata su commercio e
investimenti, privilegiando partnership con Stati affidabili e capaci,
impegnati ad aprire i propri mercati a beni e servizi statunitensi. Un ambito
immediato di investimento per gli Stati Uniti in Africa, con buone prospettive
di ritorno economico, è il settore energetico e lo sviluppo dei minerali
critici. Lo sviluppo di tecnologie energetiche sostenute dagli Stati Uniti —
come il nucleare civile, il gas di petrolio liquefatto e il gas naturale
liquefatto — può generare profitti per le imprese americane e rafforzare la
competizione strategica per l’accesso a minerali critici e altre risorse”.
Con questa strategia, “Donald Trump ha consolidato la propria immagine di “Presidente della Pace”. Dopo il successo storico degli Accordi di Abramo nel suo primo mandato, nel secondo Trump ha fatto leva sulla sua capacità negoziale per ottenere risultati senza precedenti: otto conflitti risolti in soli otto mesi. Dalla normalizzazione tra Cambogia e Thailandia agli accordi tra Kosovo e Serbia; dalla mediazione tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda fino alla de-escalation tra Pakistan e India; dagli accordi tra Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, fino alla fine della guerra a Gaza con il ritorno di tutti gli ostaggi vivi alle loro famiglie”.
Al di là delle letture ideologiche, il messaggio della National Security Strategy 2025 è chiaro: meno interventismo, più negoziazione; meno esportazione di valori, più gestione degli interessi. La pace, in questa visione, non è il risultato di missioni infinite o di ordini morali globali, ma di accordi concreti, selettivi e funzionali alla stabilità. È questa la moneta politica che Trump rivendica come lascito: non un’America che domina ovunque, ma un’America che sceglie dove intervenire — e dove far parlare i “business deals”.
Nuova guerra tra Pakistan e Afghanistan talebano? La preoccupazione di Russia e Cina (SKY TG24).
di Claudio Bertolotti.
Il commento di C. Bertolotti a SKY TG24 MONDO (Puntata dell’11 dicembre 2025)
Il punto di partenza è lo scontro diplomatico andato in scena all’ONU: da un lato il Pakistan che rivendica i propri raid “antiterrorismo” in Afghanistan; dall’altro l’India che, rompendo gli schemi, difende apertamente i talebani, condanna i bombardamenti pakistani e denuncia il “trade and transit terrorism”, cioè l’uso politico dei valichi e dei transiti commerciali per mettere Kabul in ginocchio. È il segnale plastico di un ribaltamento: il vecchio asse talebani–Islamabad scricchiola, mentre il baricentro si sposta, gradualmente, verso Nuova Delhi.
Perché i
talebani si sono avvicinati all’India e non al Pakistan?
I talebani non stanno “scegliendo”
semplicemente l’India contro il Pakistan: stanno cercando di massimizzare
margini di manovra tra tutti gli attori regionali. Ma oggi il pendolo pende
chiaramente più verso Nuova Delhi che verso Islamabad. Dal loro punto di vista,
è razionale: chi li difende al Consiglio di Sicurezza e promette di riaprire
l’ambasciata è più utile di chi bombarda il loro territorio e chiude i valichi.
Non è una storia di affinità politiche, è puro calcolo di potere.
Per decenni la relazione con il Pakistan è
stata quella classica tra “sponsor” e proxy: l’ISI offriva santuari, logistica,
sostegno politico; i talebani garantivano profondità strategica verso
l’Afghanistan e influenza sul dossier afgano. Dopo il 2021, però, il rapporto
si è rapidamente deteriorato. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non
proteggere – il Tehrik-e-Taliban Pakistan, responsabile di una lunga serie di attentati
sul territorio pakistano. I raid aerei condotti in questi anni dentro
l’Afghanistan, ufficialmente contro il TTP, hanno prodotto vittime civili e
umiliazioni pubbliche per il governo talebano. Sullo sfondo, le tensioni
croniche sulla Durand Line, che i talebani non riconoscono come confine
legittimo, e sul muro eretto dal Pakistan lungo la frontiera alimentano una
narrazione anti–ingerenza pakistana che a Kabul è ormai dominante.
Da qui il secondo movimento: la ricerca di
autonomia e legittimità. I talebani sanno che restare inchiodati all’immagine
di “braccio armato del Pakistan” li condanna all’irrilevanza diplomatica e
all’isolamento economico. Per questo provano a costruire una politica estera
autonoma, che includa India, Iran, Russia, Cina e i Paesi del Golfo. La logica
è semplice: diversificare i partner per non restare ostaggio né di Islamabad né
di Pechino, che utilizza il Pakistan come cerniera strategica verso l’Oceano
Indiano e l’Afghanistan.
Su questo terreno si inserisce l’offerta indiana.
Nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan, l’India ha investito
miliardi in infrastrutture, scuole, dighe, edifici simbolici, costruendosi un
capitale di simpatia soprattutto nelle aree urbane. Dopo il ritorno dei
talebani al potere, Nuova Delhi ha scelto una linea di cautela pragmatica:
nessun riconoscimento formale, ma riapertura di una presenza tecnica a Kabul,
contatti politici e, nell’autunno 2025, l’annuncio della riapertura
dell’ambasciata in occasione della visita del ministro degli Esteri talebano.
In sede ONU, l’India ha articolato una posizione che parla direttamente agli
interessi di Kabul: condanna dei raid pakistani, denuncia delle pressioni
economiche sui transiti, proposta di un engagement “pragmatico e basato su
incentivi” con il governo talebano. In altre parole: niente lezioni sui
diritti, ma una disponibilità a trattare da attore a attore.
Che
ruolo hanno Russia e Cina?
In questo quadro, Russia e Cina sono i veri
garanti esterni del nuovo equilibrio intorno all’Afghanistan. Mosca è stata la
prima a rompere il tabù, riconoscendo formalmente il governo talebano e
accettandone l’ambasciatore: un gesto politico che vale molto più di tanti
comunicati. Gli obiettivi russi sono triplici: evitare che l’Afghanistan si
trasformi in una piattaforma per ISKP e altre sigle jihadiste capaci di
proiettare violenza verso la Russia e l’Asia Centrale; riaffermare il proprio
ruolo di “stabilizzatore” nello spazio ex sovietico dopo il ritiro NATO; aprire
canali di scambio, energia e accesso alle risorse minerarie afgane, in
un’ottica di lungo termine.
La Cina, dal canto suo, ha scelto una
continuità prudente ma molto concreta: ambasciata sempre aperta, accreditamento
dell’ambasciatore talebano a Pechino, visite di alto livello, inclusa quella
del ministro degli Esteri cinese a Kabul. Pechino punta a blindare i propri
corridoi strategici – in particolare la Belt and Road e il CPEC – estendendoli
all’Afghanistan per trasformarlo in un nodo di transito sino–centrico,
riducendo al minimo il fattore di rischio. Al tempo stesso, esige garanzie dure
contro ETIM e gruppi uiguri, temendo che l’Afghanistan torni a essere un
retrovia jihadista anti–cinese. L’accesso alle risorse minerarie e a progetti
infrastrutturali è un obiettivo reale, ma da perseguire – nella logica cinese –
senza impantanarsi in costose missioni militari o in avventure di nation
building.
Russia e Cina convergono quindi su tre linee:
limitare l’instabilità e le infiltrazioni jihadiste, ridurre gli spazi di
influenza occidentale e, in misura diversa, contenere anche il protagonismo
indiano; evitare un’escalation incontrollata tra Pakistan e talebani che
metterebbe a rischio investimenti, corridoi e la sicurezza dei loro partner in
Asia Centrale.
Rischio
che scoppi una vera e propria guerra?
Resta la domanda cruciale: c’è il rischio che
lo scontro degeneri in una vera e propria guerra? Dipende da cosa intendiamo
per guerra. Quella a bassa intensità è già in corso: raid aerei e colpi
d’artiglieria pakistani in territorio afghano, attacchi del TTP e di altri
gruppi armati dal lato afgano verso il Pakistan, scontri di frontiera e
chiusure intermittenti dei valichi. Questo livello di conflitto “caldo ma
gestito” è ormai la normalità lungo il confine.
Una guerra apertamente dichiarata è meno
probabile, ma non impossibile. Il Pakistan resta militarmente superiore, con
capacità convenzionali e arsenale nucleare, ma vive una crisi economica e
politica profonda che limita drasticamente la possibilità di sostenere una
campagna prolungata in Afghanistan senza pagare un prezzo interno altissimo. I
talebani, dal canto loro, non hanno alcun interesse a una guerra totale:
perderebbero infrastrutture, consenso e, soprattutto, la possibilità di
capitalizzare il riconoscimento russo, l’apertura cinese e il canale indiano.
Attori come Cina, Russia, Iran e Qatar lavorano – ciascuno per i propri calcoli
– a contenere l’escalation, anche tramite l’idea di integrare l’Afghanistan
nell’estensione del CPEC e in altri corridoi regionali. Il risultato è un
quadro in cui il rischio maggiore è la cronicizzazione di un conflitto a bassa
intensità, fatto di raid, attentati e guerre per procura; il rischio di una
guerra convenzionale dichiarata resta più basso, ma potrebbe impennarsi in caso
di attentato spettacolare in Pakistan attribuito direttamente a Kabul o di
bombardamento su larga scala con centinaia di vittime in Afghanistan.
Chi avrà
la meglio e chi rischia di più?
Chi ha più da guadagnare – e chi rischia di
più – in questo gioco? Non c’è un vero vincitore possibile. Il Pakistan, sulla
carta, può infliggere danni enormi: superiorità convenzionale, capacità
missilistiche, arma nucleare. Ma è anche l’anello più fragile: un conflitto
aperto contro un vicino ostile e imprevedibile, mentre il Paese è
economicamente in ginocchio e politicamente polarizzato, rischia di minare la
legittimità dell’establishment militare e aprire fronti interni difficilmente
gestibili.
I talebani, d’altra parte, dispongono della
profondità territoriale, della mobilità insurrezionale e del vantaggio di
combattere “in casa”. Possono usare il TTP e reti jihadiste come leva contro
Islamabad, ma ogni passo in quella direzione li allontana da India, Russia e
Cina sul dossier terrorismo. Il loro rischio maggiore è strategico: bruciare i
ponti con il Pakistan senza riuscire a soddisfare le aspettative di sicurezza
dei nuovi partner significherebbe ritrovarsi isolati, poveri, e con un Paese
sempre più vicino alla definizione di “buco nero” regionale. Nel breve periodo
il soggetto più esposto è il Pakistan; nel medio periodo, la sopravvivenza del
regime talebano dipende dalla capacità di non trasformare l’Afghanistan in un
problema ingestibile per tutti i vicini.
Che
impatto nella regione?
L’impatto sulla regione è già visibile. La
“questione afghana” torna a essere una vera arena di competizione regionale:
India, Pakistan, Iran, Russia, Cina, i Paesi del Golfo e quelli dell’Asia
Centrale cercano, ciascuno con strumenti diversi – aiuti, riconoscimento,
corridoi energetici, progetti infrastrutturali – di legare a sé Kabul e di
condizionare le scelte talebane. Se il rapporto Kabul–Islamabad resta
conflittuale, aumentano di peso le alternative: l’asse con l’Iran (porto di
Chabahar e corridoi verso l’Asia Centrale), i progetti sino–russi, eventuali
iniziative indiane pensate per bypassare il territorio pakistano.
Un Afghanistan progressivamente integrato nel
dispositivo di sicurezza russo–cinese può ridurre alcuni rischi immediati (in
primis ISKP e traffici incontrollati), ma al prezzo di aumentare la dipendenza
dei Paesi centroasiatici dall’asse Mosca–Pechino. In controluce, si profila una
normalizzazione “non occidentale” dei talebani: se India, Russia e Cina
consolidano i rapporti con Kabul senza reali miglioramenti sul piano dei
diritti umani, si consolida il messaggio che stabilità, corridoi e risorse
pesano più di inclusività, diritti delle donne e libertà civili.
Che
interesse per l’Occidente?
Per l’Occidente, la posta in gioco è
tutt’altro che marginale. La priorità immediata resta il contro–terrorismo:
impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per minacce dirette
verso Europa e Nord America. Su questo terreno, esiste una convergenza di
interessi oggettiva con India, Russia e Cina nel contenere jihadismo
transnazionale; si potrebbero aprire spazi di cooperazione tecnica
(intelligence, controllo delle frontiere, scambio di informazioni), anche in
assenza di un riconoscimento politico del regime talebano.
La stabilità del Pakistan, Stato nucleare in
crisi strutturale, è un altro punto critico: ogni dinamica che indebolisca
ulteriormente Islamabad, tra nuova ondata terroristica, crisi economica
aggravata e tensione militare con Kabul, è un problema diretto per Stati Uniti
ed Europa, non soltanto per l’India.
C’è poi il livello strategico più ampio:
lasciare la partita afghana interamente nelle mani di India, Russia e Cina
significa rinunciare a qualsiasi leva su un nodo che collega Medio Oriente,
Asia Centrale e Indo–Pacifico. Per l’Unione Europea, in particolare,
l’Afghanistan pesa in termini di migrazioni, narcotraffico, sicurezza
energetica e rapporti con l’Iran e lo spazio centroasiatico. Infine, si apre il
solito dilemma tra valori e realpolitik: più gli attori regionali normalizzano
i rapporti con i talebani, più USA e UE saranno costretti a scegliere se
mantenere una linea di isolamento fondata sui diritti – soprattutto quelli
delle donne – oppure accettare forme di engagement limitato per non essere
espulsi dal tavolo. In mezzo, c’è un Afghanistan che prova a sopravvivere,
oscillando tra vecchi sponsor e nuovi partner, e un Pakistan che rischia di
pagare il prezzo più alto di un equilibrio che, oggi, è tutt’altro che stabile.
Amore: un’infrastruttura strategica tra sicurezza cognitiva, guerra ibrida e legami emotivi
di Valentina Ciappina, Direttrice del Torino Crime.
L’amore è una delle categorie più sottovalutate
nel discorso pubblico contemporaneo, viene spesso trattato come un sentimento
privato, emotivo, intrinsecamente imprevedibile. Un fenomeno “indisciplinato”
nel senso comune del termine, qualcosa che sfugge al controllo e appartiene
alla sfera dell’intimità.
Tuttavia, se proviamo a risignificare il
concetto, liberandolo da questa cornice riduttiva, emerge una prospettiva
diversa. L’amore non è soltanto un’emozione, è un modulatore cognitivo. Incide
sulla gerarchia degli stimoli, modifica il peso dei rischi, ridefinisce le
priorità decisionali. In questo senso è davvero “indisciplinato”, non perché
privo di regole, ma perché introduce deviazioni sistematiche rispetto alle
logiche di ottimizzazione individuale. Ed è proprio questa capacità di alterare
la percezione del rischio e di ricalibrare ciò che consideriamo significativo
che rende l’amore pertinente anche in domini che gli sono tradizionalmente
estranei.
Può sembrare stonato, o addirittura azzardato, associare l’amore alla guerra. Ma se accettiamo l’idea che oggi il principale teatro del conflitto sia la mente, e non soltanto il territorio, allora risulta meno sorprendente che un fenomeno capace di incidere così profondamente sulle nostre priorità cognitive possa avere un ruolo nella comprensione della sicurezza contemporanea.
Negli ultimi anni la difesa europea ha iniziato
a pronunciare parole che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate estranee al
lessico militare: sicurezza cognitiva, resilienza epistemica, scudo cognitivo.
L’European Union Institute for Security Studies ha messo nero su bianco che non
si difendono più solo infrastrutture e confini, ma anche processi decisionali,
fiducia collettiva e assetti mentali condivisi. Il Consiglio Supremo di Difesa
italiano ha portato la guerra cognitiva sul tavolo della sicurezza nazionale:
minacce ibride, manipolazione delle percezioni, operazioni di influenza
strutturale non sono più un tema per pochi addetti ai lavori, ma una
vulnerabilità di sistema.
Eppure un punto cieco rimane: si parla molto di
come proteggere il cittadino dalla disinformazione, quasi mai di che cosa renda
quel cittadino, strutturalmente, meno manipolabile, esposto, “reclutabile”. Si
ragiona di filtri, fact-checking, norme, e molto meno di cura e responsabilità.
È proprio qui che il discorso sull’amore entra, senza retorica, come categoria
strategica.
Pensiamo a come il Cremlino negli ultimi anni ha
costruito un “secondo piano di realtà”, una versione russa dei fatti sostenuta
da troll, hacker, disinformazione sistematica, con l’obiettivo di fare della
guerra non solo un fatto militare ma un’operazione di sostituzione del mondo.
Producendo di fatto un ecosistema narrativo in cui il cittadino, russo o
occidentale, vive immerso in un campo di forze semantiche alternative, spesso
contraddittorie, il cui scopo non è convincere ma confondere, logorare e
relativizzare ogni verità.
Potremmo considerare la strategia russa una
delle forme più sofisticate di colonizzazione cognitiva. In parole semplici:
non orientare ciò che pensi, ma comprimere la struttura stessa con cui
distingui il reale dal fittizio. È, in fondo, la massima espressione di quel
“cervello ideologico” che si accontenta della versione che lo rassicura, della
comunità simbolica che gli promette appartenenza, della narrazione che lo
solleva dall’onere della complessità.
In questo scenario, l’amore torna a essere una
variabile teorica decisiva e non perché “vince sull’odio”, formula buona per
gli slogan, ma per una ragione più precisa: l’amore è l’esperienza che ancora
costringe il cervello a saldare il reale con le sue conseguenze, restituendo
peso e responsabilità a ciò che accade. Una madre che ha un figlio in trincea,
un uomo che ha la persona amata in una città bombardata, un’amica che vede
l’amica cadere in una spirale di radicalizzazione: per loro la guerra ibrida
non è un tema di talk show. È vita o morte, dignità o umiliazione. Qualsiasi
narrativa, russa, europea, americana, governativa o oppositiva, viene filtrata
attraverso questa domanda brutalmente concreta: che cosa succede a lei / a lui?
È un test empirico di realtà. L’amore produce,
per sua natura, una funzione di controllo incrociato, verifica se la narrazione
che ricevi regge quando la applichi a qualcuno che non vuoi sacrificare. Da un
punto di vista neurale, è un esperimento di salienza; il cervello assegna un
peso enorme agli stimoli che toccano il benessere di chi amiamo, e questo peso
può prevalere sulle gratificazioni identitarie offerte da un’ideologia. Da un
punto di vista fisico, è una correlazione non locale, nel senso che decisioni
prese in un parlamento o in un vertice europeo collassano immediatamente come
realtà nel microcosmo di una cucina di periferia, di un ospedale, di una
trincea. L’amore, di fatto, riduce la distanza tra livello strategico e livello
esistenziale.
E se vi sembra ancora strano parlare di amore,
provate a interrogarvi sul perché la propaganda funziona più facilmente su chi
non ha nulla da perdere o nessuno da proteggere, perché le guerre ibride
puntano a isolare, a polarizzare, a distruggere le comunità, perché il calcolo
politico più cinico si affida sempre alla stanchezza emotiva dell’elettorato e
mai alla sua capacità di immaginare un futuro condiviso.
Forse perché l’amore, nelle sue forme più
esigenti, introduce un vincolo che nessuna operazione cognitiva può replicare.
Del resto, quando amate qualcuno, anche senza rendervene conto, la vostra
funzione di realtà cambia, si ridefiniscono i pericoli, viene ricalibrato
l’orizzonte temporale delle decisioni. La mente, che la propaganda vorrebbe
reattiva e impulsiva, diventa improvvisamente lenta, riflessiva, difficile da
spostare.
Se guardiamo al rischio di elezioni anticipate
in Italia attraverso questa lente, la dimensione cognitiva è evidente. Analisi
recenti descrivono la tentazione di capitalizzare sull’oggi per evitare perdite
di consenso domani. Questo passa attraverso la volontà di anticipare il voto
prima che arrivino l’esaurimento dei fondi del PNRR, le manovre più impopolari,
la possibile erosione del consenso e l’effetto dei referendum sulla giustizia.
Tutto ciò non è una peculiarità nostrana, ma il riflesso di una politica che
ragiona sempre di più in termini di finestre di opportunità emozionale, non di
cicli strutturali. L’elettore viene trattato come un sistema da sollecitare nel
momento in cui è più disponibile a confermare il presente, prima che il futuro
presenti il conto.
Capite bene che in una “democrazia” esposta al
rischio della guerra e a ingerenze esterne, questo gioco diventa estremamente
pericoloso. Se il voto si concentra in un punto temporale scelto in base a
calcoli di convenienza narrativa e non in base alla maturazione reale dei
dossier economici, sociali, strategici, diventa, di fatto, una consultazione
sullo stato d’animo più che sulla direzione di marcia. Di conseguenza si presta
a essere terreno ideale per tutte le “brigate”, russe, cinesi, interne,
corporate, che lavorano sulle emozioni come il risentimento, la paura,
l’esasperazione, l’illusione di salvezza.
In questo senso, l’amore, inteso come legame
concreto e non come slogan, introduce un’altra forma di razionalità politica.
Quando un cittadino ama, non chiede solo “chi ci governa domani?”, ma “che cosa
succede tra cinque, dieci anni alle persone a cui tengo, se oggi assecondo
questo impulso?”. È una forma di discount rate diverso: meno orientato al
presente immediato, più sensibile al danno accumulato nel tempo. In termini di
fisica economica, si potrebbe dire che l’amore abbassa il tasso di sconto
temporale, rendendo meno accettabile bruciare il futuro per massimizzare un
guadagno transitorio di consenso.
Questo non significa che l’amore renda
automaticamente “migliori” le scelte, ma che introduce nel calcolo politico un
vincolo intergenerazionale che la pura lotta per il potere tende a espellere.
L’elettore che resta solo individuo-consumatore può essere guidato da incentivi
immediati, bonus, paure a breve raggio. L’elettore che si percepisce come nodo
in una rete di legami affettivi, familiari, comunitari è più difficile da
orientare con tecniche puramente impulsive.
C’è poi il livello europeo. Se la difesa comune
è, come molti analisti definiscono, non solo un problema di industria e
capacità, ma anche di opinioni pubbliche e fiducia reciproca tra Paesi, allora
la domanda diventa: su cosa si fonda, in ultima analisi, la volontà politica di
difendere l’altro? Che cosa rende credibile, agli occhi di un cittadino
italiano, il fatto che valga la pena spendere risorse per l’Ucraina, per la
sicurezza del Baltico o per le infrastrutture critiche di un altro Stato
membro?
Di nuovo, l’amore, declinato come capacità di
riconoscere nell’altro una vulnerabilità analoga alla propria, è il
prerequisito minimo di qualsiasi solidarietà strategica. Senza questo
slittamento cognitivo, l’Europa resta una somma di interessi che si incrociano
solo finché conviene. Diversamente, può diventare, almeno potenzialmente, uno
spazio in cui la sicurezza dell’altro rientra nella mia funzione di utilità
perché non posso più pensare me stesso come isola. In altri termini, si
potrebbe parlare di empatia strutturata; quella che i filosofi definirebbero
una forma embrionale di amor mundi.
Tutto questo porta a una conclusione che può
sembrare scandalosa in un dibattito sulla sicurezza, ma è coerente con il
ragionamento fin qui sviluppato: un sistema politico che erode sistematicamente
i legami affettivi, comunitari, intergenerazionali indebolisce anche la propria
difesa cognitiva. Una società di individui isolati, saturi di stimoli ma poveri
di relazioni significative, è più esposta alle brigate di troll, alle campagne
d’odio, alle scorciatoie autoritarie travestite da efficienza. Al contrario,
una società in cui esistono ancora reti di cura reale, responsabilità
reciproca, adesioni non puramente identitarie ma concrete, genera menti meno
disponibili a farsi usare come terreno di guerra.
In questo senso, l’amore è un vincolo teorico
che ogni strategia di risposta alla guerra ibrida dovrebbe integrare, se vuole
essere lungimirante. Parlare di neurorights, di sovranità digitale, di scudi
cognitivi senza interrogarsi su che cosa i cittadini vogliono proteggere, quali
volti, quali storie, quali legami, significa costruire mura senza decidere che
cosa c’è dentro la città.
L’America torna a casa
di Melissa de Tefféda
Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di
politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di
Stato (US)
PRIMA PARTE
Ieri
La
nuova politica estera del Presidente Trump appare oggi molto più liberale di
quanto la vecchia Dottrina Monroe avesse dichiarato agli inizi dell’Ottocento,
e molti osservatori applaudono questa svolta. Per capire perché, occorre
tornare alle origini. La Dottrina Monroe si fondava su due principi cardine: impedire
ogni ulteriore colonizzazione europea nel continente americano e, allo stesso
tempo, escludere qualsiasi intervento reciproco tra le potenze europee e
gli Stati Uniti. “L’America agli americani”: niente colonialismo, niente
ingerenze. Una visione che, almeno in teoria, includeva anche il Canada, dove
il sistema parlamentare limitava l’influenza diretta britannica.
Eppure,
già nel 1833, questo ideale mostrava la sua fragilità. Quando il Regno Unito
riaffermò la sovranità sulle isole Falkland, Washington non intervenne,
lasciando che l’Argentina gestisse da sola la contesa. Un’azione di
rioccupazione, non di colonizzazione, certo, ma sufficiente a segnalare i
limiti dell’ambizioso principio Monroe.
Le contraddizioni esplosero con maggiore evidenza durante la Guerra Civile americana. La corona spagnola approfittò del conflitto interno per riprendere il controllo della Repubblica Dominicana, mentre Napoleone III invase il Messico e installò Massimiliano d’Asburgo come sovrano fantoccio. Ma il punto di rottura arrivò il 15 febbraio 1898: la USS Maine, incrociatore corazzato tra i più moderni dell’epoca, saltò in aria nel porto dell’Avana durante una rivolta tra indigeni e sudditi spagnoli. La nave era ormeggiata lì per proteggere gli interessi americani; il suo affondamento scatenò un’ondata di indignazione negli Stati Uniti. “Remember the Maine, the hell with Spain”: in pochi mesi scoppiò la guerra ispano-americana, che pose fine alla presenza coloniale spagnola nel continente. Le Filippine avrebbero ottenuto l’indipendenza solo dopo la Seconda guerra mondiale; Cuba, invece, diventò formalmente indipendente nel 1934, ad eccezione di Guantánamo Bay, ancora oggi sotto controllo statunitense.
Il Novecento segnò il passaggio definitivo
da un principio difensivo a una politica interventista. Gli Stati Uniti non
si limitarono più a fare pressione diplomatica: entrarono nelle dinamiche
interne di numerosi Paesi dell’America Latina, sostenendo o ostacolando governi
a seconda della loro utilità strategica. Emblematica la vicenda del Cile: il
progetto di Salvador Allende di nazionalizzare l’industria del
rame—fondamentale per le multinazionali statunitensi—e il suo mancato
allineamento ai modelli economici
promossi da Washington crearono le premesse per il golpe di Augusto Pinochet,
apertamente appoggiato dagli Stati Uniti. Fu solo uno dei molti episodi in cui
la Dottrina Monroe si trasformò da scudo anticoloniale in un vero dispositivo
di ingegneria politica regionale.
Parallelamente,
le economie latino-americane furono vincolate a un rapporto monetario
sbilanciato con il dollaro. I regimi di cambio fisso adottati da molti Paesi
soffocarono le loro capacità di reagire agli shock esterni. Quando l’Argentina
decise di rompere il legame con il dollaro, la moneta crollò e i titoli di
Stato si azzerarono in poche settimane: un caso emblematico di come la
dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti potesse diventare una trappola
economica e sociale.
Da
questa lunga traiettoria emerge un monito ancora attuale. Ogni volta che una
grande potenza assume il ruolo di tutore esclusivo di una regione, imponendo
modelli politici ed economici dall’alto, lo fa per proteggere sé stessa, non
gli altri. Indipendentemente dalle simpatie geopolitiche—che siano
filoamericane, filoeuropee o filocinesi—resta evidente che ogni forma di tutela
unilaterale genera instabilità, dipendenza e nuove forme di neocolonialismo.
Questa, più di ogni altra, è la lezione della storia: un potere che non
incontra limiti finisce sempre per erodere se stesso e l’ordine che pretende
proteggere.
Oggi
Il 4 dicembre 2025, il Presidente
Donald J. Trump ha
pubblicato la nuova National Security Strategy, il documento che
definisce la visione statunitense nelle relazioni internazionali ed espone ciò
che la sua amministrazione considera essenziale per la sicurezza e la
prosperità del Paese. Intitolata “America in a Dangerous World”, la
strategia segna l’avvio formale della dottrina con cui gli Stati Uniti
intendono confrontarsi con un mondo percepito come instabile e sempre più
competitivo.
Nella sua nota introduttiva, Trump
riassume in poche righe ciò che viene poi dettagliato nelle sezioni successive:
una lettura del sistema internazionale suddivisa per aree geografiche, ciascuna
valutata secondo la misura degli interessi vitali americani. Non più un approccio
universale o missionario, ma una classificazione del mondo orientata alla
protezione economica, alla deterrenza militare e alla riduzione degli impegni
considerati secondari o non redditizi per la nazione.
Questa
dottrina rappresenta una svolta importantissima rispetto alle amministrazioni
precedenti. Da Bush senior a Clinton, da Obama fino a Biden, la politica estera
degli Stati Uniti è stata guidata dall’idea che Washington dovesse assumere un
ruolo di garante dell’ordine globale, intervenendo nelle crisi regionali,
sostenendo la diffusione dei valori democratici e assicurando stabilità ai
mercati internazionali. Trump capovolge questa logica e afferma che l’impegno
americano deve concentrarsi esclusivamente su ciò che incide in modo diretto e
tangibile sulla sicurezza, sull’economia e sulla sovranità nazionale.
In sostanza, la nuova strategia sostiene che gli Stati Uniti non debbano più farsi carico di ogni crisi del pianeta, ma selezionare con rigore priorità e risorse: un’impostazione che trasforma l’“America First” da slogan politico a principio operativo nella gestione delle relazioni internazionali.
Europa – NSS 2025
Nella
nuova strategia di sicurezza nazionale, l’Europa non è più il fulcro
dell’architettura internazionale degli Stati Uniti, ma una regione da valutare
in funzione del contributo che può offrire alla sicurezza americana. La
dottrina afferma che, dopo decenni in cui Washington ha sostenuto i costi
principali della difesa europea, gli alleati devono ora assumersi una parte
molto più significativa delle responsabilità. L’era in cui gli Stati Uniti si
consideravano il pilastro indispensabile della sicurezza del continente è
presentata come un modello obsoleto, nato dalla Guerra Fredda e mantenuto per
inerzia politica.
Il documento sottolinea che la NATO conserva un valore strategico, ma solo se gli alleati europei dimostrano di essere capaci di contribuire realmente al mantenimento della sicurezza comune. L’obiettivo non è più la proiezione collettiva verso l’esterno, ma la riduzione dei costi americani e la riallocazione delle risorse verso priorità interne. L’Europa viene così invitata — con insistenza — a raggiungere e superare la soglia del 2% del PIL per la difesa, condizioni minime per continuare a beneficiare del legame transatlantico.
In
questa visione, le relazioni USA-UE si spostano dal terreno dei valori
condivisi a quello degli scambi equilibrati: partnership sì, ma solo se
reciprocamente vantaggiosa. Gli Stati Uniti dichiarano esplicitamente di non
voler più sostenere il peso finanziario della difesa europea, né di intervenire
automaticamente nelle crisi regionali del continente. Il messaggio, pur non
espresso in termini conflittuali, è chiaro: l’Europa deve dimostrare di essere
un attore autonomo, capace di difendere i propri confini e di contribuire alla
stabilità internazionale con mezzi propri.
Sarebbe utile vedere un’Europa che
finalmente decide quale identità indossare. Per quanto riguarda la Russia, la
strategia è quella di cautela e deterrenza. Il sostegno all’Ucraina non viene
presentato come un impegno indefinito: l’aiuto americano deve essere
circoscritto, controllato e valutato sulla base di un ritorno diretto per la
sicurezza degli Stati Uniti. L’obiettivo non è più “rimodellare” l’Est
europeo, ma impedire che la crisi si trasformi in un costo strategico e
finanziario eccessivo per Washington. (Trump, nonostante le buone notizie di miglioramenti, ha
troppi fronti aperti, e quello interno è il più gravoso in questo momento di
crisi finanziaria, inflazione, e licenziamenti massivi).
Nel complesso, l’Europa appare nella dottrina come una regione importante ma non più prioritaria: un partner utile, non un progetto da guidare. La stabilità del continente viene considerata desiderabile, ma non al punto da giustificare interventi americani illimitati o investimenti senza ritorno. È la fine dell’Europa come “alleato privilegiato” degli Stati Uniti e l’inizio di una relazione più transazionale, in cui la continuità dell’alleanza dipende dall’impegno europeo nel garantirne il peso militare ed economico.
Medio Oriente – NSS 2025
Nella nuova strategia, il Medio Oriente
non è più il teatro privilegiato della proiezione militare americana come lo è
stato per oltre vent’anni dopo l’11 settembre. Trump afferma che gli Stati
Uniti non devono più sostenere conflitti prolungati, né impegnarsi in
operazioni di “nation building” che non portino benefici diretti alla
sicurezza nazionale. L’obiettivo principale diventa evitare che la regione
torni a essere una fonte di minacce terroristiche e proteggere gli interessi
energetici americani, oggi però ridimensionati dall’autosufficienza interna.
Il
sostegno tradizionale a Israele rimane fermo, ma viene descritto come parte di
una partnership strategica, non come un impegno aperto e illimitato. Nei
confronti dell’Iran, la strategia si concentra sulla deterrenza e sulla
pressione economica, più che sul coinvolgimento militare diretto. L’approccio
ai Paesi arabi è pragmatico: cooperazione dove utile agli interessi americani,
nessuna ambizione di rimodellare la regione dal punto di vista politico o
democratico. Prendiamo come esempio la Siria, ultimo dei paesi ad aver trovato
un inizio di stabilità. Washington chiarisce di non voler riaprire un capitolo
di intervento militare diretto nel Paese, in linea con il rifiuto più ampio di
impegnarsi in conflitti prolungati. Nonostante la presenza russa e iraniana sia
riconosciuta come un fattore di instabilità, non giustifica un maggiore
coinvolgimento americano. La Siria diventa dunque un caso emblematico: una
minaccia da contenere a distanza, non una crisi da affrontare con operazioni
sul campo o strategie di ricostruzione politica.
Nel complesso, il Medio Oriente passa da
priorità assoluta a regione da stabilizzare con il minimo costo possibile,
evitando nuove guerre e puntando a contenere le minacce senza espandere il
ruolo militare degli Stati Uniti.
La nuova NSS non lascia spazio a
interpretazioni: il baricentro della politica estera americana si sposta
ufficialmente nel suo emisfero occidentale, e diventa priorità assoluta. È un
cambiamento atteso da anni, che riflette l’idea — cara all’amministrazione
Trump — che gli interessi strategici debbano essere difesi innanzitutto nel
proprio vicinato. La strategia formalizza ciò che già si era intravisto
nell’azione di governo: l’approccio “Enlist and Expand”, volto a
controllare i flussi migratori, frenare l’espansione dei cartelli della droga,
contenere l’influenza di attori ostili e rafforzare le catene di
approvvigionamento critiche. Ma soprattutto introduce una dimensione economica
ambiziosa, che mira a stimolare nuovi investimenti americani nella regione,
riconoscendo che una solida base economica interna è parte integrante della
sicurezza nazionale. La NSS
fornisce dunque una cornice strategica per un ruolo più attivo del governo
statunitense in questi settori e invita a una mobilitazione coordinata di tutte
le istituzioni federali per tradurre questa visione in azione concreta.
USA: il vicolo cieco venezuelano.
di Melissa de Tefféda Washington, DC –
Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica
statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
(US)
Quando nel 1983
Ronald Reagan annunciò, con un pragmatismo da Guerra Fredda, “We have
invaded Grenada”, gli Stati Uniti mandarono un messaggio chiaro: nelle
acque dei Caraibi, le crisi non vengono lasciate maturare.
L’Operazione
Urgent Fury, l’invasione guidata dagli Stati Uniti nell’ottobre 1983, fu la
risposta a un collasso politico immediato — l’esecuzione del premier Maurice
Bishop e l’ascesa di una giunta più radicale, sostenuta e armata da Cuba.
Washington intervenne per “proteggere i cittadini americani”, ma
anche per impedire che l’Unione Sovietica consolidasse un avamposto strategico.
L’operazione fu rapida e, da allora, l’isola è tornata a essere una democrazia
parlamentare rappresentativa e si è mantenuta politicamente stabile.
Oggi, le acque del Venezuela ricordano quelle di Grenada:
un governo isolato, un Paese al collasso, una crisi che avanza a ritmo
accelerato e un’influenza esterna — quella di Cuba — che tiene le leve del
potere con una presa ben più profonda e sistemica di quella degli anni Ottanta.
La salita al potere di Nicolás Maduro in Venezuela è
avvenuta in un contesto di forte instabilità politica, segnato dalla malattia e
poi dalla morte di Hugo Chávez, figura dominante della vita nazionale per oltre
un decennio. Designato come suo successore politico, Maduro – allora
vicepresidente e fedele esponente del chavismo – assunse la presidenza ad interim nel marzo 2013, alla
scomparsa di Chávez. Le elezioni anticipate dell’aprile successivo lo videro
vincitore per un margine estremamente ristretto contro il candidato
dell’opposizione Henrique Capriles, in un clima di accuse di irregolarità e
contestazioni interne. Una volta insediato, Maduro ereditò un’economia già in
recessione e un apparato statale profondamente polarizzato, elementi che
contribuirono a trasformare la sua leadership
in una delle più controverse e discusse della storia venezuelana recente. Negli
anni della leadership di Maduro l’economia del Venezuela è ulteriormente
precipitata: il prodotto interno lordo è crollato drasticamente, l’iperinflazione
ha eroso salari e risparmi, e la carenza cronica di beni essenziali — cibo,
medicinali, servizi pubblici — ha reso insostenibile la vita quotidiana per
milioni di cittadini. Di conseguenza, una larga parte della
popolazione ha preso la via dell’esilio: secondo le stime più recenti, ormai
più di 8 milioni di venezuelani
hanno lasciato il paese alla ricerca di condizioni di vita dignitose e
stabilità. Gran parte di questi migranti si è diretta verso altre nazioni
sudamericane, con Argentina e Cile che
figurano tra le principali destinazioni. Questo esodo massivo ha rappresentato
non solo una fuga dall’emergenza economica e sociale, ma anche una perdita
significativa di capitale umano — numerosi giovani e professionisti hanno
scelto l’estero, rifuggendo un futuro segnato dalla crisi e dall’incertezza.
Durante la sua
presidenza, Nicolás Maduro ha consolidato un sistema di alleanze con i governi
progressisti della regione, mantenendo viva l’eredità diplomatica di Hugo
Chávez. Il rapporto con l’Argentina dei Kirchner è rimasto tra i più
significativi, sostenuto da una comune narrativa anti-neoliberale e da una
cooperazione politica attiva in organismi regionali come UNASUR e CELAC. Parallelamente,
Maduro ha mantenuto rapporti privilegiati con la Bolivia di Evo Morales
e il Nicaragua di Daniel
Ortega, rafforzati da una visione condivisa di “sovranità regionale” e dalla
critica comune alle pressioni di Washington.
Pensando al
1962, la finestra per evitare il “fiasco del secolo” si sta chiudendo. Nella lettura di molti analisti
latinoamericani, gli Stati Uniti avrebbero già usato quasi tutte le leve
disponibili e di “massima pressione” contro il regime di Nicolás Maduro:
sanzioni economiche, isolamento diplomatico, minacce credibili di uso della
forza e operazioni mirate contro il narcotraffico nella regione. Da alcuni
giorni anche la chiusura degli spazi aerei (no fly zone) . L’attuale
livello di dispiegamento militare nei Caraibi viene spesso paragonato, per
intensità e simbolismo, non solo all’invasione di Panama del 1989 –
l’operazione Just Cause progettata per rovesciare Manuel Noriega, Il messaggio
implicito è chiaro: per la Casa Bianca, il dossier Venezuela non è più un
“problema regionale”, ma un test di credibilità strategica paragonabile alle
grandi crisi della Guerra fredda.
Il dilemma di
Washington: costi, Congresso e guerra d’immagine
Il nodo
politico per Donald Trump è evidente: se, dopo settimane di escalation, tutto dovesse concludersi
con una ritirata ordinata della flotta senza cambiamenti reali a
Caracas, il rischio sarebbe quello che in molti già definiscono il “fiasco del
secolo”.
Mantenere
questo dispositivo militare ha un costo elevato (stimato da vari commentatori
nell’ordine di decine di milioni di dollari al giorno) e richiede rinnovi
periodici delle autorizzazioni del Congresso. In parallelo cresce la resistenza
di una parte del Partito Democratico e dei media liberal – New York Times,
Washington Post – che, pur non essendo “filo-Maduro”, finiscono di fatto
per contestare la logica dell’escalation militare e denunciare i rischi di
violazioni del diritto umanitario.
Le critiche si
sono intensificate dopo il caso del colpo contro una barca venezuelana
legata al narcotraffico, in cui un secondo strike su sopravvissuti ha
sollevato dubbi sulla legalità dell’operazione: la Casa Bianca difende
l’attacco come conforme al diritto dei conflitti armati, mentre giuristi
militari e ONG parlano apertamente di possibile
crimine di guerra.
Per Trump, la
variabile tempo è quindi centrale: più la crisi si prolunga senza un esito
visibile, più cresce il fronte interno che descrive l’operazione come
moralmente e giuridicamente insostenibile.
Se la crisi venezuelana ha una dimensione geopolitica, ne
ha una altrettanto evidente sul piano economico. A differenza
dell’amministrazione Biden — che negli ultimi anni non ha stipulato accordi
energetici con Caracas e si è limitata a scambi di prigionieri ad alto
profilo — la logica dell’amministrazione
Trump è apertamente legata al valore economico del petrolio venezuelano.
Il Venezuela possiede una delle più grandi riserve di greggio
pesante al mondo, esattamente il tipo di petrolio per cui molte raffinerie
statunitensi del Golfo del Messico sono state progettate. La riattivazione di
quel flusso di export verso gli USA rappresenterebbe un vantaggio immediato per
il settore energetico americano, riducendo la dipendenza da forniture più
costose provenienti da Canada e Medio Oriente. Non è un caso che all’interno
del GOP questa prospettiva sia ormai discussa apertamente.
La deputata repubblicana Maria
Salazar, in un’intervista a Newsweek, ha affermato che gli Stati
Uniti «potrebbero intervenire in Venezuela» e ha definito le risorse
petrolifere venezuelane una potenziale “manna per l’economia americana”,
una volta normalizzata la situazione interna del Paese.
Questa narrativa, sempre più esplicita, si inserisce
nella dottrina economica trumpiana secondo cui Washington dovrebbe
controllare — direttamente o indirettamente — le fonti energetiche del proprio
emisfero, riducendo l’influenza di attori extra-regionali (Russia, Iran,
Cina) e riportando negli Stati Uniti petrolio a basso costo che potrebbe
sostenere la produzione industriale interna.
In questa prospettiva, il Venezuela non è soltanto un problema democratico
o umanitario, ma una leva economica cruciale:
per la competitività delle raffinerie USA,
per la stabilità dei prezzi del carburante,
e per la politica energetica “America First” che Trump ha
sempre rivendicato.
Maduro non
decide da solo: il protettorato cubano
Un elemento chiave spesso
sottovalutato nel dibattito pubblico è il ruolo di Cuba. Dal fallito
golpe contro Hugo Chávez nel 2002, l’Avana ha progressivamente colonizzato
l’apparato di sicurezza venezuelano: accordi bilaterali riservati hanno
permesso ai servizi cubani di riorganizzare la contro-intelligence, infiltrare
le forze armate e costruire una rete di sorveglianza capillare capace di
prevenire complotti interni.
Secondo
un’ampia mole di inchieste giornalistiche, nessuna promozione militare
significativa in Venezuela, da anni, avviene senza il via libera cubano.
Questo spiega perché i tentativi di incoraggiare un golpe “dal centro” da parte
di ufficiali medi – lo scenario “Portogallo 1974” evocato da molti commentatori
– siano finora falliti: il sistema di controllo è troppo penetrante.
In questo
schema, Maduro non è un caudillo autonomo, ma un uomo dell’Avana, legato
a Cuba da oltre vent’anni. La figura che incarna il vero potere interno è Diosdado
Cabello, uomo forte del chavismo, considerato da Washington uno dei
principali snodi tra regime, apparato militare e narcotraffico. Per questo,
l’idea che Maduro possa negoziare la propria uscita senza consenso cubano è
sostanzialmente irrealistica.
A Cuba conviene
ancora il Venezuela: per Cuba, il mantenimento di un regime amico a Caracas
non è solo una questione ideologica, ma un vincolo economico vitale. Lo
storico programma di cooperazione medica Barrio Adentro ha visto
l’invio in Venezuela di migliaia di medici cubani in cambio di forniture di
petrolio a condizioni favorevoli.
Per anni, le
stime parlavano di decine di migliaia di barili al giorno diretti a Cuba; oggi,
nonostante il crollo produttivo venezuelano, Caracas continua a fornire
all’Avana una quota significativa di greggio, intorno a 50–55 mila barili al
giorno anche nei periodi recenti. In un
contesto in cui Cuba soffre blackout prolungati e riduzioni drastiche delle
forniture da altri partner come il Messico, questa linea di rifornimento da
Caracas resta fondamentale.
L’Avana non ha
alcun interesse a perdere di colpo la sua principale ancora energetica e
finanziaria. Senza una grande negoziazione con Washington che
garantisca una forma di continuità degli aiuti – o un sostituto funzionale
della rendita venezuelana – è improbabile che Cuba dia il via libera alla
rimozione di Maduro.
8 milioni di
venezuelani in fuga
Intanto, sullo
sfondo, il Paese è già collassato. Secondo UNHCR e altre fonti
internazionali, quasi 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese
negli ultimi anni, trasformando la crisi in uno dei più grandi esodi al mondo.
La conseguenza
è che ogni esitazione americana viene letta, fuori e dentro il Venezuela,
come l’ennesimo “al lupo, al lupo” che ogni settimana si diffonde la voce
di un attacco imminente, e puntualmente arriva domenica senza il lupo.
Rimangono sul
tavolo due opzioni:
Colpo di mano selettivo: operazioni di
forze speciali già presenti sul terreno; neutralizzazione mirata di un gruppo
ristretto di leader considerati pericolosi
come oltre a Maduro, Cabello, ministro Giustizia, e il ministro della Difesa
Padrino López); azioni di intelligence simili a quella che in passato ha
permesso di far uscire oppositori nascosti in sedi diplomatiche a Caracas, o in
ospedali o strutture civili.
Campagna aerea mirata: attacchi di
precisione contro bunker, infrastrutture militari collegate al narcotraffico e nodi di
comando; consapevolezza che molti leader del regime passano parte del loro
tempo nascosti in ospedali o strutture civili, (incluso Maduro stesso).
I rischi sono
elevatissimi.
In parallelo,
un elemento nuovo è l’atteggiamento della Russia: negli ultimi
giorni tour operator russi e l’associazione ATORUS hanno confermato l’avvio di evacuazioni
di turisti da Isla Margarita, con voli speciali diretti a Mosca, proprio
mentre l’amministrazione Trump dichiara lo spazio aereo venezuelano “chiuso”. È
un segnale che Mosca si prepara al peggio, riducendo l’esposizione dei
propri cittadini senza rompere formalmente con Maduro.
In questo
contesto, le condizioni che Maduro avrebbe posto nella sua telefonata con Trump
– uscita graduale, controllo persistente sulle forze armate attraverso Cabello,
amnistia totale per sé e per il proprio entourage – sono state categoricamente
rifiutate da Trump che al massimo sembra disposto a un indulto personale e
limitato alla famiglia.
Ma sotto la
superficie la realtà è più semplice e più brutale: un Paese devastato, milioni
di persone in fuga, un apparato di sicurezza colonizzato da Cuba e una potenza
globale che non può permettersi di minacciare senza, prima o poi, decidere se e
come colpire.
La “finestra di
una settimana” evocata da alcuni analisti potrebbe essere letterale, e
fotografa bene il punto: da qui in avanti, ogni giorno in più senza una svolta
rafforza la percezione di stallo e rende ancora più costoso — politicamente e
umanamente — qualsiasi passo successivo.
Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.
Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.
Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.
Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.
Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.
A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.
In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.
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