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Guerra cognitiva: come un evento violento può generare un ecosistema dell’odio

di Andrea Molle

Un recente articolo pubblicato dall’Israel Democracy Institute sull’attacco antisemita di Bondi Beach offre un punto di partenza utile per comprendere una dinamica che va ben oltre il singolo episodio. Il valore analitico del caso non risiede tanto nell’atto violento in sé, quanto nella rapidità con cui l’evento è stato immediatamente assorbito, deformato e riutilizzato all’interno di un ecosistema informativo ostile, già predisposto a produrre disinformazione, inversione di responsabilità e mobilitazione emotiva. È precisamente in questo passaggio — dall’evento fisico alla sua rielaborazione cognitiva — che si manifesta con chiarezza la dimensione geopolitica del MDMH (acronimo di “Misinformation, Disinformation, Malinformation and Hate Speech”).

Nel paradigma MDMH, la violenza non è più un punto terminale, ma un innesco. L’attacco non chiude un ciclo: lo apre. L’atto fisico produce un picco emotivo che viene immediatamente sfruttato per saturare lo spazio informativo con narrazioni alternative, spesso contraddittorie, ma accomunate da una funzione precisa: impedire la stabilizzazione dei fatti. In questo senso, la disinformazione non serve tanto a convincere quanto a disorientare. La verità non viene sostituita da una contro-verità coerente, ma dissolta in una pluralità di versioni concorrenti che rendono impossibile una ricostruzione condivisa.

Nel paradigma MDMH, la violenza non è più un punto terminale, ma un innesco. L’attacco non chiude un ciclo: lo apre

Questo meccanismo è centrale nella guerra cognitiva contemporanea. La posta in gioco non è l’adesione a una narrativa specifica, ma la perdita di fiducia nel processo stesso di accertamento della realtà. Quando ogni evento viene immediatamente reinterpretato come “operazione”, “provocazione” o “false flag”, il risultato non è pluralismo informativo, ma paralisi cognitiva. Il cittadino non sa più a cosa credere, e in questa incertezza permanente diventa più vulnerabile a frame emotivi, identitari e manichei.

L’elemento decisivo, messo in luce dal caso Bondi, è che questa dinamica non è spontanea. Non si tratta di reazioni disordinate di utenti isolati, ma di ecosistemi informativi strutturati, caratterizzati da sincronizzazione cross-platform, riuso seriale di contenuti decontestualizzati, amplificazione algoritmica e migrazione continua delle stesse narrative tra social media, messaggistica privata, video brevi e strumenti di intelligenza artificiale generativa. In questo ambiente, la distinzione tra informazione, opinione e propaganda diventa funzionalmente irrilevante.

La posta in gioco non è l’adesione a una narrativa specifica, ma la perdita di fiducia nel processo stesso di accertamento della realtà.

Dal punto di vista geopolitico, il MDMH rappresenta una forma di conflitto a bassa intensità ma ad alta persistenza, nella quale attori statali e non statali possono operare con costi ridotti, negabilità plausibile e impatto cumulativo significativo. L’antisemitismo, in questo contesto, non è solo un pregiudizio storico che riemerge ciclicamente, ma un vettore cognitivo particolarmente efficace: è emotivamente carico, facilmente riconoscibile, trasversale a culture diverse e immediatamente mobilitabile per spiegare eventi complessi attraverso schemi semplici di colpa e intenzionalità maligna.

Un aspetto cruciale del caso analizzato riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale. Quando sistemi automatizzati partecipano alla sintesi degli eventi in tempo reale — riassumendo, rispondendo, suggerendo interpretazioni — essi diventano attori cognitivi a tutti gli effetti. Non sono meri strumenti neutrali: operano all’interno di un ambiente già polarizzato e possono amplificarne le distorsioni. Errori, omissioni o associazioni improprie non producono soltanto disinformazione, ma contribuiscono a spostare la responsabilità morale, a riscrivere il contesto e a legittimare narrative ostili sotto l’apparenza di neutralità tecnica.

Un aspetto cruciale del caso analizzato riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale. Quando sistemi automatizzati partecipano alla sintesi degli eventi in tempo reale — riassumendo, rispondendo, suggerendo interpretazioni — essi diventano attori cognitivi a tutti gli effetti.

Questo introduce una discontinuità rilevante rispetto al passato. Nella propaganda classica, l’intenzionalità era identificabile e attribuibile. Nel MDMH, invece, la manipolazione è spesso emergente, distribuita tra attori umani, incentivi algoritmici e processi automatici. La responsabilità si frammenta, mentre l’effetto politico resta. È una forma di potere che non impone una linea ufficiale, ma configura l’ambiente in cui tutte le linee diventano possibili, e quindi equivalenti.

Da qui discende una conseguenza strategica fondamentale: la neutralità regolatoria non è più sostenibile. Trattare l’ecosistema informativo come uno spazio puramente privato, autoregolato da piattaforme commerciali, significa rinunciare a qualsiasi forma di sicurezza cognitiva. Nel contesto MDMH, design algoritmico, moderazione, sistemi di raccomandazione e AI generativa non sono scelte tecniche neutre, ma decisioni con effetti geopolitici. Influenzano quali eventi emergono, quali emozioni vengono attivate, quali gruppi vengono percepiti come minaccia.

Il caso Bondi mostra come un singolo episodio locale possa essere immediatamente integrato in una narrativa globale di odio, e come questa integrazione avvenga più velocemente della verifica dei fatti. Questo ribalta la tradizionale sequenza analitica “evento → interpretazione → reazione”. Nel MDMH, l’interpretazione precede l’evento, perché il frame è già pronto. L’evento serve solo a riempirlo.

In questa prospettiva, parlare di sicurezza senza includere la dimensione cognitiva è analiticamente insufficiente. La protezione delle comunità, la prevenzione della radicalizzazione e la stabilità delle società pluraliste dipendono sempre più dalla capacità di difendere lo spazio informativo come infrastruttura critica. Non si tratta di censura, ma di riconoscere che la libertà di espressione presuppone un ambiente in cui i fatti possano almeno tentare di emergere prima di essere travolti dalla manipolazione.

La protezione delle comunità, la prevenzione della radicalizzazione e la stabilità delle società pluraliste dipendono sempre più dalla capacità di difendere lo spazio informativo come infrastruttura critica.

Il MDMH ci obbliga quindi a riconsiderare il rapporto tra violenza, informazione e potere. Gli attacchi non sono più solo atti di forza, ma operazioni cognitive che mirano a produrre effetti politici indiretti, duraturi e difficilmente attribuibili. Ignorare questa dimensione significa continuare a rispondere a una guerra del XXI secolo con categorie del XX.


Investimenti nella Difesa – analisi della situazione in Italia

di Andrea Molle

Negli ultimi mesi la discussione sulla spesa militare italiana è tornata al centro del dibattito internazionale, soprattutto dopo che il governo ha comunicato un significativo aumento del bilancio della difesa per il futuro. Secondo un’analisi pubblicata da Defense News, il documento previsionale porterebbe la spesa complessiva a circa 45,3 miliardi di euro, con un incremento netto superiore ai 14 miliardi rispetto all’anno precedente e un apparente raggiungimento del 2% del PIL raccomandato dalla NATO. Tuttavia, l’osservazione più rilevante sollevata da molti economisti riguarda la mancanza di chiarezza su come tale obiettivo sia stato effettivamente realizzato: buona parte dell’aumento sembrerebbe derivare da una riclassificazione di voci di bilancio precedentemente allocate ad altri settori, incluse spese per personale in quiescenza, attività di sicurezza interna, programmi di cooperazione e capitoli relativi al cyber e allo spazio. Il rischio è che, senza una riforma complessiva del comparto Difesa, la crescita nominale della spesa non corrisponda a un incremento reale delle capacità operative.

La questione deve essere comunque contestualizzata all’interno di una tendenza più ampia. Negli ultimi dieci anni l’Italia ha progressivamente aumentato gli investimenti in difesa, passando da un livello stabile intorno all’1,2–1,3% del PIL a una crescita costante dopo il 2020. Le pressioni internazionali – dalla guerra in Ucraina al deterioramento delle condizioni di sicurezza nel Mediterraneo allargato – hanno spinto l’intero continente europeo verso un riarmo generalizzato. In questo quadro, l’Italia è chiamata a colmare un gap accumulato per decenni, soprattutto in termini di ammodernamento degli equipaggiamenti, manutenzione, munizionamento e prontezza operativa. La partecipazione continuativa a missioni NATO, UE e ONU – dai Balcani al Libano, dal Corno d’Africa al Mediterraneo centrale – richiede mezzi e capacità adeguati, mentre la crescente instabilità nel Sahel e le dinamiche migratorie rendono sempre più complessa la gestione del fronte meridionale della NATO, di cui l’Italia è attore centrale.

L’analisi delle fonti disponibili suggerisce però che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese. Il nodo principale riguarda la qualità della spesa. Secondo le stime del SIPRI e dei principali osservatori internazionali, l’Italia continua a investire una quota relativamente limitata in procurement e ricerca e sviluppo, mentre una parte significativa del bilancio è assorbita dal personale, una voce strutturalmente difficile da comprimere. Gli alleati tendono a valutare non soltanto la percentuale del PIL investita, ma soprattutto la capacità di generare effetti militari concreti: interoperabilità, mobilità, logistica, forza aerea pienamente operativa, sistemi di difesa integrata, dotazioni navali moderne. In assenza di una strategia chiara su come allocare le nuove risorse, il rischio è che lo scatto al 2% rimanga, almeno in parte, un esercizio contabile.

L’analisi delle fonti disponibili suggerisce che l’espansione attuale del budget rischia di non tradursi automaticamente in un miglioramento della postura strategica del Paese.

Il margine di incertezza cresce se consideriamo l’evoluzione della dottrina NATO. Dopo il cambio di postura internazionale di Washington, l’Alleanza ha identificato la soglia del 2% non più come un traguardo finale, ma come un livello minimo, con la proiezione verso una difesa europea più autonoma e capace di assorbire i costi di un conflitto ad alta intensità. Alcune analisi prospettano che, entro il 2035, la spesa combinata in difesa e resilienza debba avvicinarsi al 3,5–4% del PIL per molti Paesi europei, soprattutto se l’industria dovrà supportare un ciclo di produzione continuo. In questo scenario, la sostenibilità del modello italiano diventa un tema cruciale. Con un debito pubblico elevato e una pressione costante sulla spesa sociale, un incremento permanente della spesa militare richiede una programmazione trasparente e politicamente condivisa.

La nuova fase geopolitica mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale

Il tema è particolarmente urgente per un Paese che, negli ultimi vent’anni, ha interpretato il proprio ruolo internazionale soprattutto attraverso missioni di stabilizzazione, cooperazione civile-militare e diplomazia preventiva. L’Italia ha puntato tradizionalmente su capacità leggere, proiezione navale, operazioni di polizia internazionale e un impegno costante in aree come il Libano, il Mediterraneo centrale e i Balcani occidentali. La nuova fase geopolitica, tuttavia, mette al centro assetti pesanti, difesa aerea multistrato, munizionamento profondo, cyber defence e resilienza industriale. Il passaggio da un modello a “bassa intensità” a uno orientato alla deterrenza ad alta intensità implica investimenti diversi, più costosi, più rapidi e tecnicamente più complessi. È lecito chiedersi se l’attuale riallocazione di fondi rifletta davvero questa trasformazione.

Al di là del dibattito tecnico, la questione dell’aumento della spesa militare solleva interrogativi politici e sociali che non possono essere elusi. In quale misura l’Italia vuole e può assumere un ruolo più incisivo nella NATO? Quali capacità desidera prioritizzare nei prossimi dieci anni? E soprattutto: è possibile garantire trasparenza, responsabilità e coerenza strategica in un settore che, per sua natura, rischia spesso di sfuggire al controllo dell’opinione pubblica? Finché non verranno pubblicati documenti più chiari sulla composizione della spesa, sugli obiettivi capacitivi e sulle eventuali ricadute industriali, il dibattito resterà inevitabilmente sbilanciato tra annunci politici e valutazioni tecniche parziali.

Ciò che è certo è che l’Italia si trova all’inizio di un percorso e non alla fine. La pressione internazionale non diminuirà, la competizione globale continuerà a crescere e il Mediterraneo rimarrà un teatro centrale di instabilità. La differenza tra una spesa militare sostenibile e una spesa puramente apparente dipenderà dalla capacità del Paese di trasformare i numeri di bilancio in strumenti reali di sicurezza, deterrenza e credibilità. Per ora siamo di fronte a un segnale forte, forse necessario, ma ancora privo di quella trasparenza e quella coerenza strategica che un alleato pienamente affidabile della NATO dovrebbe poter mostrare.


Meno guerre, più business: la strategia di Trump tra Sud America e Asia

Commento alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale USA – seconda e terza parte

(leggi l’articolo precedente qui – prima parte)


di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

SECONDA PARTE

SUD AMERICA – NSS (National Security Strategy) 2025

Washington – Pechino e Mosca quali i contendenti?

Preambolo – La presenza di Cina e Russia in Sud America

Negli ultimi due decenni Cina e Russia hanno ampliato in modo significativo la loro influenza economica, politica e militare in Sud America, trasformando la regione in un nuovo spazio di competizione strategica. La Cina è oggi il primo partner commerciale di molti paesi sudamericani e investe massicciamente in infrastrutture, energia, estrazione di minerali critici, porti e reti digitali, spesso attraverso laBelt and Road Initiative (noi la conosciamo come la Via della Seta). La sua presenza non è soltanto economica: include satelliti, telecomunicazioni avanzate e accordi con governi locali capaci di creare dipendenze strutturali a lungo termine. Per Washington, questa penetrazione rappresenta un rischio perché porta una potenza rivale nel cuore dell’emisfero occidentale, proprio dove gli Stati Uniti hanno storicamente esercitato la loro leadership.

La Russia, pur con capacità economiche inferiori, mantiene una presenza politica e militare simbolicamente importante: cooperazione di sicurezza con Venezuela, Nicaragua e Cuba, esercitazioni congiunte, fornitura di armamenti, intelligence e supporto tecnologico. Per Mosca, il Sud America rappresenta uno strumento di proiezione asimmetrica del potere come risposta asimmetrica alle pressioni occidentali in Europa e nel Medio Oriente.

La crescente influenza di entrambe le potenze — una economica e tecnologica, l’altra militare e politica — viene interpretata dagli USA come una sfida diretta al loro ruolo storico nell’area. Per questo il Sud America riemerge nella strategia americana come un fronte critico della competizione globale, dove sicurezza interna, migrazione, energia e stabilità geopolitica sono percepiti come interconnessi alla presenza di attori rivali.

Ma cosa dice la National Security Strategy 2025, a riguardo?

“The affairs of other countries are of concern to us only if their activities directly threaten the national interests of the United States.”

Nella NSS 2025 la Casa Bianca dichiara esplicitamente che gli Stati Uniti reindirizzeranno la loro politica estera a favore della difesa degli interessi immediati nel continente americano, affermando che “Gli affari di altri paesi sono di nostra preoccupazione solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi nazionali” (pag 1).  Il documento esplicita un nuovo approccio regionale, affermando la volontà di “assert and enforce a ‘Trump Corollary’ to the Monroe Doctrine (aggiunge un corollario alla dottrina Monroe) per mantenere l’Emisfero Occidentale libero da “hostile foreign incursion or ownership of key assets” (presenze ostili straniere sia in termini di incursioni, che di proprietà di infrastrutture strategiche) e per garantire stabilità sufficiente a “prevenire la migrazione di massa, contenere i flussi di droga e proteggere rotte chiave”.

Il testo critica apertamente l’approccio globalista delle strategie precedenti, e afferma che “i giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano da soli l’ordine mondiale come Atlante sono finiti”. La nuova dottrina spinge per il controllo di rotte e frontiere nel proprio emisfero come elemento di sicurezza nazionale.

Per quanto riguarda la presenza cinese e della Russia, il documento modifica l’impostazione tradizionale: lo sforzo principale è di rebalance America’s economic relationship with China”, ovvero riequilibrare la relazione economica con Pechino su basi reciprocamente vantaggiose, mentre la competizione militare diretta è meno enfatizzata rispetto al passato.  Infine, la strategia sottolinea che il governo intende “controllare la migrazione, fermare i flussi di droga e rafforzare la stabilità e la sicurezza su terra e mare” attraverso una presenza rafforzata nel continente americano, includendo lo sviluppo delle capacità della Guardia Costiera e della Marina statunitense per contrastare traffici e infiltrazioni irregolari. Questa priorità strategica risuona profondamente con le parole pronunciate da María Corina Machado durante la cerimonia del Premio Nobel per la Pace 2025. Nel suo discorso, Machado ha denunciato come il regime venezuelano sia sostenuto non da una legittimità politica o popolare, ma da una rete di complicità criminali che lega il potere a narcotrafficanti, gruppi armati e interessi stranieri, descrivendo Maduro come il prodotto di un sistema in cui “la sovranità è stata svenduta a potenze esterne che utilizzano il Venezuela come piattaforma per le loro operazioni”. Pur senza usare formule sensazionalistiche, il messaggio è stato chiaro: la dittatura non sopravvive da sola, ma grazie al supporto di apparati cubani, milizie irregolari e reti di traffico che operano attraverso il territorio venezuelano e l’intera regione. (In questo contesto non va dimenticato che il narcotraffico che attraversa anche il Venezuela ha contribuito all’afflusso di droghe negli Stati Uniti, alimentando una crisi che, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), ha causato oltre 600.000 morti per overdose da oppioidi dal 1999 a oggi).

È proprio questa fusione tra autoritarismo e criminalità transnazionale che, secondo Machado, minaccia non solo il suo Paese ma la sicurezza dell’intero emisfero — la stessa minaccia che la NSS 2025 intende affrontare rafforzando il controllo delle rotte marittime, la cooperazione con gli alleati e la pressione sui regimi che fungono da piattaforme per il narcotraffico e l’ingerenza straniera. In questo senso, le parole del Nobel e la strategia americana convergono su un punto cruciale: stabilità democratica e sicurezza regionale non possono essere raggiunte senza smantellare le reti che alimentano traffici illeciti e sostengono regimi autoritari.

Ma come farà Trump a sradicare la presenza cinese dal Sudamerica dopo gli investimenti miliardari già compiuti?

Nella National Security Strategy 2025, l’amministrazione Trump non parla di cancellare direttamente gli investimenti cinesi già presenti in Sud America — operazione realisticamente inattuabile — ma delinea una strategia multilivello per ridurne progressivamente l’influenza e limitarne l’espansione futura. Attraverso l’applicazione del cosiddetto Trump Corollary, Washington afferma di voler mantenere l’emisfero occidentale libero dal controllo di potenze ostili su asset critici, scoraggiando in particolare la presenza cinese nei porti, nel 5G, (reti militari e di sicurezza, sistemi di sorveglianza urbana, automazione industriale, trasporti intelligenti, telemedicina, porti, logistica, comunicazioni governative), nelle infrastrutture energetiche e nelle filiere dei minerali strategici. L’obiettivo è sostituire la Belt and Road Initiative con alternative finanziarie e infrastrutturali statunitensi, rafforzando nel contempo la cooperazione militare, l’intelligence e la sicurezza con governi chiave come Colombia, Panama, Brasile e Cile. Parallelamente, gli Stati Uniti intendono usare strumenti economici, diplomatici e regolatori — dagli incentivi per progetti alternativi alle restrizioni su aziende cinesi — per rendere gli investimenti di Pechino meno appetibili e più rischiosi per i governi locali. In questo modo, la strategia mira a riaffermare la leadership americana nella regione non attraverso la revoca forzata dei progetti cinesi, ma creando un ambiente geopolitico in cui l’opzione USA torni a essere la più vantaggiosa, sostenibile e sicura per i partner sudamericani. Alcuni esperti di relazioni internazionali avvertono che tale approccio può rischiare di riproporre dinamiche di ingerenza geopolitica, ignorare le priorità interne dei paesi latinoamericani e interpretare i rapporti commerciali sovrani come minacce strategiche, invece di opportunità di sviluppo. Tale critica riflette la cautela di analisti che sottolineano la necessità di rispettare la sovranità regionale e prioritizzare lo sviluppo sociale ed economico locale piuttosto che costruire una rivalità di egemonia in quest’emisfero fra grandi potenze. La politica Monroe ha profondamente segnato diverse generazioni, dove le “corporations”, soprattutto quelle del mondo minerario non hanno mai usato guanti bianchi nel trattare le popolazioni locali, sia dal punto di vista retributivo con tutti i suoi corollari sia dal punto di vista sociale. Tante sono le pubblicazioni che denunciano il saccheggio delle miniere e dei beni naturali di cui il Sudamerica e il Caribe sono ricchi.  Questo trattamento ha causato risentimenti e asti tramandati alle generazioni più giovani. Quale moneta di scambio può offrire Trump a Cina e Russia per scalzarli e stabilire invece la sua presenza in Sudamerica?

TERZA PARTE

ASIA E AFRICA – NSS (National Security Strategy) 2025

Lo sceriffo non va in trasferta. Meno guerre, più affari

Mentre Trump si appropria del petrolio venezuelano, passiamo all’ultima area geografica di rilievo descritta nella National Security Strategy 2025: l’Asia.

Il documento della Casa Bianca evidenzia la necessità di prevenire conflitti nell’area indo-pacifica e di dissuadere comportamenti unilaterali suscettibili di alterare lo status quo regionale. Trump è un businessman e vuole fare affari. Non è interessato, nonostante la evidente corsa agli armamenti, la riorganizzazione delle forze armate, la creazione di una nuova branca spaziale, a usarle se non per “pacificare o dissuadere” possibili conflitti. Insomma, come tutti lo hanno già ampiamente definito, è uno sceriffo con la pistola e la pallottola in canna, ma non in trasferta.

Il vero tallone d’Achille dell’Indo-Pacifico è Taiwan: un territorio che la Cina rivendica come parte integrante della propria sovranità e che Washington difende de facto, pur senza un’alleanza formale, considerandolo un perno essenziale della stabilità regionale.

Gli Stati Uniti ribadiscono di non sostenere cambiamenti forzati dello status quo tra Cina e Taiwan, ma allo stesso tempo chiariscono che lavoreranno con i loro alleati regionali per mantenere una deterrenza credibile e una presenza strategica costante nell’area. In questo quadro, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia è considerata essenziale per contenere l’influenza cinese e garantire stabilità lungo la cosiddetta First Island Chain, la linea geografica che costituisce il principale punto di equilibrio militare e strategico tra Stati Uniti e Cina nel Pacifico.

Questo approccio si riflette anche in iniziative operative come la Quad Indo-Pacific Logistics Network: dall’8 al 12 dicembre, Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno condotto a Guam la loro prima esercitazione congiunta sul campo, rafforzando l’interoperabilità e capacità logistiche comuni per la risposta rapida a disastri su larga scala nella regione Indo-Pacifico. Un segnale di come la deterrenza regionale passi sempre più attraverso il coordinamento, la prontezza e la cooperazione selettiva, piuttosto che tramite dispiegamenti militari permanenti.

First and Second Island Chain

Dal punto di vista cinese la First Island Chain rappresenta una linea di contenimento strategico costruita dagli Stati Uniti lungo le sue coste orientali. Questa catena di isole — che include Giappone, Taiwan e Filippine — è percepita a Pechino come un ostacolo strutturale alla libertà marittima della Cina, in grado di limitare l’accesso diretto al Pacifico e di vincolare le operazioni della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione.

L’analisi evidenzia come, per la leadership cinese — e in particolare per Xi Jinping — la neutralizzazione della First Island Chain rappresenti una condizione necessaria per trasformare la Cina in una potenza marittima a pieno spettro. Finché questa linea rimane sotto l’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati, Pechino resta strategicamente “compressa” nei mari costieri, con effetti diretti sulla credibilità della deterrenza nucleare, in particolare per la sopravvivenza operativa dei sottomarini strategici, sulla sicurezza delle rotte commerciali e sulla capacità di proiezione militare a lungo raggio.

In questo quadro, Taiwan assume un valore che va ben oltre la dimensione politica o identitaria: controllare Taiwan significherebbe spezzare il punto centrale della First Island Chain, aprendo alla Cina l’accesso operativo al Pacifico occidentale.

Nella dottrina marittima cinese, la First Island Chain è considerata un vincolo strategico che limita l’accesso della Cina al Pacifico e condiziona la sua sicurezza nazionale; superarla è visto come un passaggio necessario per affermarsi come potenza marittima (dottrina navale cinese in “China’s Vision of Its Seascape”).

Per quanto riguarda gli alleati il trattamento si allinea a quello dell’Europa, ossia, nel nuovo ordine di America First, gli Stati Uniti spingono gli alleati in Asia, incluse Corea del Sud e Giappone, ad aumentare significativamente la propria spesa per la difesa e a prendere un ruolo più ampio nella deterrenza regionale. Questo rientra nella logica del “burden sharing” – di alleggerire gli Stati Uniti dal “peso” di garantire la sicurezza globale, chiedendo ai partner di contribuire direttamente alla protezione delle rispettive aree.

A differenza delle strategie precedenti, il testo del 2025 non menziona esplicitamente la Corea del Nord o la denuclearizzazione della penisola coreana, nonostante l’importanza di Pyongyang per la sicurezza regionale e le preoccupazioni diffuse su missili e armamenti. Alcune fonti riportano che questo vuoto è significativo: il documento enfatizza il ruolo degli alleati e il concetto di deterrenza nei confronti della Cina, ma non articola più la denuclearizzazione come un obiettivo primario nella sezione asiatica.

AFRICA

Anche sul fronte africano, tradizionalmente caratterizzato da elevata instabilità e complessità, la NSS 2025 conferma l’assenza di una strategia di coinvolgimento strutturato. La presidenza ribadisce il disinteresse per impegni militari estesi o di lungo periodo, come dimostrano anche i consistenti tagli ai programmi USAID. In quanto potenza prevalentemente marittima, gli Stati Uniti delineano un approccio selettivo, volto a limitare l’influenza di Cina e Russia senza assumersi oneri di stabilizzazione o sviluppo. L’Africa viene così declassata a spazio di competizione residuale, in cui Washington interviene in modo puntuale e strumentale, più per contenere i rivali che per costruire un ordine regionale.

Tuttavia, Washington è obbligata a mantenere una linea dura sul contrasto al terrorismo: gli Houthi, gruppo sostenuto dall’Iran e designato come organizzazione terroristica, hanno in ostaggio personale locale della Missione USA in Yemen.

In questo contesto si inserisce anche il cosiddetto “caso somalo del Wisconsin”, emerso a seguito delle indagini del Dipartimento del Tesoro statunitense sui fondi di assistenza legati alla pandemia di COVID-19. Le investigazioni hanno portato alla luce una frode di dimensioni eccezionali, con oltre un miliardo di dollari sottratti ai programmi pubblici di welfare. Secondo le autorità federali, parte di queste risorse sarebbe stata trasferita all’estero attraverso circuiti di money transfer, con flussi diretti verso la Somalia e reti riconducibili ad ambienti militanti, incluso Al-Shabaab, coinvolgendo segmenti della diaspora somala presenti in Stati come Wisconsin e Minnesota. Il caso ha sollevato interrogativi rilevanti sulla tracciabilità degli aiuti, sulla governance dei programmi pubblici e sui rischi di utilizzo distorto delle risorse destinate allo sviluppo e all’assistenza sociale.

“Per troppo tempo, la politica americana verso l’Africa si è concentrata prima sull’assistenza e poi sulla diffusione dell’ideologia liberale. Gli Stati Uniti dovrebbero invece puntare a partnership selettive con alcuni Paesi per attenuare i conflitti, favorire relazioni commerciali reciprocamente vantaggiose e passare da un paradigma di aiuto estero a uno basato su investimenti e crescita, capace di valorizzare le abbondanti risorse naturali e il potenziale economico latente del continente africano.

Le opportunità di coinvolgimento includono la negoziazione di soluzioni a conflitti in corso (come Repubblica Democratica del Congo–Ruanda e Sudan) e la prevenzione di nuovi conflitti (ad esempio nell’area Etiopia–Eritrea–Somalia), oltre a una revisione dell’approccio statunitense agli aiuti e agli investimenti, incluso l’Africa Growth and Opportunity Act (AGOA). Inoltre, gli Stati Uniti vogliono restare vigili rispetto alla ripresa dell’attività terroristica di matrice islamista in alcune aree del continente, evitando però qualsiasi presenza o impegno di lungo periodo. La strategia prevede quindi una transizione da una relazione basata sugli aiuti militari ed economici a una fondata su commercio e investimenti, privilegiando partnership con Stati affidabili e capaci, impegnati ad aprire i propri mercati a beni e servizi statunitensi. Un ambito immediato di investimento per gli Stati Uniti in Africa, con buone prospettive di ritorno economico, è il settore energetico e lo sviluppo dei minerali critici. Lo sviluppo di tecnologie energetiche sostenute dagli Stati Uniti — come il nucleare civile, il gas di petrolio liquefatto e il gas naturale liquefatto — può generare profitti per le imprese americane e rafforzare la competizione strategica per l’accesso a minerali critici e altre risorse”.

Con questa strategia, “Donald Trump ha consolidato la propria immagine di “Presidente della Pace”. Dopo il successo storico degli Accordi di Abramo nel suo primo mandato, nel secondo Trump ha fatto leva sulla sua capacità negoziale per ottenere risultati senza precedenti: otto conflitti risolti in soli otto mesi. Dalla normalizzazione tra Cambogia e Thailandia agli accordi tra Kosovo e Serbia; dalla mediazione tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda fino alla de-escalation tra Pakistan e India; dagli accordi tra Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, fino alla fine della guerra a Gaza con il ritorno di tutti gli ostaggi vivi alle loro famiglie”.

Al di là delle letture ideologiche, il messaggio della National Security Strategy 2025 è chiaro: meno interventismo, più negoziazione; meno esportazione di valori, più gestione degli interessi. La pace, in questa visione, non è il risultato di missioni infinite o di ordini morali globali, ma di accordi concreti, selettivi e funzionali alla stabilità. È questa la moneta politica che Trump rivendica come lascito: non un’America che domina ovunque, ma un’America che sceglie dove intervenire — e dove far parlare i “business deals”.



Nuova guerra tra Pakistan e Afghanistan talebano? La preoccupazione di Russia e Cina (SKY TG24).

di Claudio Bertolotti.


Il commento di C. Bertolotti a SKY TG24 MONDO (Puntata dell’11 dicembre 2025)

Il punto di partenza è lo scontro diplomatico andato in scena all’ONU: da un lato il Pakistan che rivendica i propri raid “antiterrorismo” in Afghanistan; dall’altro l’India che, rompendo gli schemi, difende apertamente i talebani, condanna i bombardamenti pakistani e denuncia il “trade and transit terrorism”, cioè l’uso politico dei valichi e dei transiti commerciali per mettere Kabul in ginocchio. È il segnale plastico di un ribaltamento: il vecchio asse talebani–Islamabad scricchiola, mentre il baricentro si sposta, gradualmente, verso Nuova Delhi.

Perché i talebani si sono avvicinati all’India e non al Pakistan?

I talebani non stanno “scegliendo” semplicemente l’India contro il Pakistan: stanno cercando di massimizzare margini di manovra tra tutti gli attori regionali. Ma oggi il pendolo pende chiaramente più verso Nuova Delhi che verso Islamabad. Dal loro punto di vista, è razionale: chi li difende al Consiglio di Sicurezza e promette di riaprire l’ambasciata è più utile di chi bombarda il loro territorio e chiude i valichi. Non è una storia di affinità politiche, è puro calcolo di potere.

Per decenni la relazione con il Pakistan è stata quella classica tra “sponsor” e proxy: l’ISI offriva santuari, logistica, sostegno politico; i talebani garantivano profondità strategica verso l’Afghanistan e influenza sul dossier afgano. Dopo il 2021, però, il rapporto si è rapidamente deteriorato. Islamabad accusa Kabul di tollerare – se non proteggere – il Tehrik-e-Taliban Pakistan, responsabile di una lunga serie di attentati sul territorio pakistano. I raid aerei condotti in questi anni dentro l’Afghanistan, ufficialmente contro il TTP, hanno prodotto vittime civili e umiliazioni pubbliche per il governo talebano. Sullo sfondo, le tensioni croniche sulla Durand Line, che i talebani non riconoscono come confine legittimo, e sul muro eretto dal Pakistan lungo la frontiera alimentano una narrazione anti–ingerenza pakistana che a Kabul è ormai dominante.

Da qui il secondo movimento: la ricerca di autonomia e legittimità. I talebani sanno che restare inchiodati all’immagine di “braccio armato del Pakistan” li condanna all’irrilevanza diplomatica e all’isolamento economico. Per questo provano a costruire una politica estera autonoma, che includa India, Iran, Russia, Cina e i Paesi del Golfo. La logica è semplice: diversificare i partner per non restare ostaggio né di Islamabad né di Pechino, che utilizza il Pakistan come cerniera strategica verso l’Oceano Indiano e l’Afghanistan.

Su questo terreno si inserisce l’offerta indiana. Nei vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan, l’India ha investito miliardi in infrastrutture, scuole, dighe, edifici simbolici, costruendosi un capitale di simpatia soprattutto nelle aree urbane. Dopo il ritorno dei talebani al potere, Nuova Delhi ha scelto una linea di cautela pragmatica: nessun riconoscimento formale, ma riapertura di una presenza tecnica a Kabul, contatti politici e, nell’autunno 2025, l’annuncio della riapertura dell’ambasciata in occasione della visita del ministro degli Esteri talebano. In sede ONU, l’India ha articolato una posizione che parla direttamente agli interessi di Kabul: condanna dei raid pakistani, denuncia delle pressioni economiche sui transiti, proposta di un engagement “pragmatico e basato su incentivi” con il governo talebano. In altre parole: niente lezioni sui diritti, ma una disponibilità a trattare da attore a attore.

Che ruolo hanno Russia e Cina?

In questo quadro, Russia e Cina sono i veri garanti esterni del nuovo equilibrio intorno all’Afghanistan. Mosca è stata la prima a rompere il tabù, riconoscendo formalmente il governo talebano e accettandone l’ambasciatore: un gesto politico che vale molto più di tanti comunicati. Gli obiettivi russi sono triplici: evitare che l’Afghanistan si trasformi in una piattaforma per ISKP e altre sigle jihadiste capaci di proiettare violenza verso la Russia e l’Asia Centrale; riaffermare il proprio ruolo di “stabilizzatore” nello spazio ex sovietico dopo il ritiro NATO; aprire canali di scambio, energia e accesso alle risorse minerarie afgane, in un’ottica di lungo termine.

La Cina, dal canto suo, ha scelto una continuità prudente ma molto concreta: ambasciata sempre aperta, accreditamento dell’ambasciatore talebano a Pechino, visite di alto livello, inclusa quella del ministro degli Esteri cinese a Kabul. Pechino punta a blindare i propri corridoi strategici – in particolare la Belt and Road e il CPEC – estendendoli all’Afghanistan per trasformarlo in un nodo di transito sino–centrico, riducendo al minimo il fattore di rischio. Al tempo stesso, esige garanzie dure contro ETIM e gruppi uiguri, temendo che l’Afghanistan torni a essere un retrovia jihadista anti–cinese. L’accesso alle risorse minerarie e a progetti infrastrutturali è un obiettivo reale, ma da perseguire – nella logica cinese – senza impantanarsi in costose missioni militari o in avventure di nation building.

Russia e Cina convergono quindi su tre linee: limitare l’instabilità e le infiltrazioni jihadiste, ridurre gli spazi di influenza occidentale e, in misura diversa, contenere anche il protagonismo indiano; evitare un’escalation incontrollata tra Pakistan e talebani che metterebbe a rischio investimenti, corridoi e la sicurezza dei loro partner in Asia Centrale.

Rischio che scoppi una vera e propria guerra?

Resta la domanda cruciale: c’è il rischio che lo scontro degeneri in una vera e propria guerra? Dipende da cosa intendiamo per guerra. Quella a bassa intensità è già in corso: raid aerei e colpi d’artiglieria pakistani in territorio afghano, attacchi del TTP e di altri gruppi armati dal lato afgano verso il Pakistan, scontri di frontiera e chiusure intermittenti dei valichi. Questo livello di conflitto “caldo ma gestito” è ormai la normalità lungo il confine.

Una guerra apertamente dichiarata è meno probabile, ma non impossibile. Il Pakistan resta militarmente superiore, con capacità convenzionali e arsenale nucleare, ma vive una crisi economica e politica profonda che limita drasticamente la possibilità di sostenere una campagna prolungata in Afghanistan senza pagare un prezzo interno altissimo. I talebani, dal canto loro, non hanno alcun interesse a una guerra totale: perderebbero infrastrutture, consenso e, soprattutto, la possibilità di capitalizzare il riconoscimento russo, l’apertura cinese e il canale indiano. Attori come Cina, Russia, Iran e Qatar lavorano – ciascuno per i propri calcoli – a contenere l’escalation, anche tramite l’idea di integrare l’Afghanistan nell’estensione del CPEC e in altri corridoi regionali. Il risultato è un quadro in cui il rischio maggiore è la cronicizzazione di un conflitto a bassa intensità, fatto di raid, attentati e guerre per procura; il rischio di una guerra convenzionale dichiarata resta più basso, ma potrebbe impennarsi in caso di attentato spettacolare in Pakistan attribuito direttamente a Kabul o di bombardamento su larga scala con centinaia di vittime in Afghanistan.

Chi avrà la meglio e chi rischia di più?

Chi ha più da guadagnare – e chi rischia di più – in questo gioco? Non c’è un vero vincitore possibile. Il Pakistan, sulla carta, può infliggere danni enormi: superiorità convenzionale, capacità missilistiche, arma nucleare. Ma è anche l’anello più fragile: un conflitto aperto contro un vicino ostile e imprevedibile, mentre il Paese è economicamente in ginocchio e politicamente polarizzato, rischia di minare la legittimità dell’establishment militare e aprire fronti interni difficilmente gestibili.

I talebani, d’altra parte, dispongono della profondità territoriale, della mobilità insurrezionale e del vantaggio di combattere “in casa”. Possono usare il TTP e reti jihadiste come leva contro Islamabad, ma ogni passo in quella direzione li allontana da India, Russia e Cina sul dossier terrorismo. Il loro rischio maggiore è strategico: bruciare i ponti con il Pakistan senza riuscire a soddisfare le aspettative di sicurezza dei nuovi partner significherebbe ritrovarsi isolati, poveri, e con un Paese sempre più vicino alla definizione di “buco nero” regionale. Nel breve periodo il soggetto più esposto è il Pakistan; nel medio periodo, la sopravvivenza del regime talebano dipende dalla capacità di non trasformare l’Afghanistan in un problema ingestibile per tutti i vicini.

Che impatto nella regione?

L’impatto sulla regione è già visibile. La “questione afghana” torna a essere una vera arena di competizione regionale: India, Pakistan, Iran, Russia, Cina, i Paesi del Golfo e quelli dell’Asia Centrale cercano, ciascuno con strumenti diversi – aiuti, riconoscimento, corridoi energetici, progetti infrastrutturali – di legare a sé Kabul e di condizionare le scelte talebane. Se il rapporto Kabul–Islamabad resta conflittuale, aumentano di peso le alternative: l’asse con l’Iran (porto di Chabahar e corridoi verso l’Asia Centrale), i progetti sino–russi, eventuali iniziative indiane pensate per bypassare il territorio pakistano.

Un Afghanistan progressivamente integrato nel dispositivo di sicurezza russo–cinese può ridurre alcuni rischi immediati (in primis ISKP e traffici incontrollati), ma al prezzo di aumentare la dipendenza dei Paesi centroasiatici dall’asse Mosca–Pechino. In controluce, si profila una normalizzazione “non occidentale” dei talebani: se India, Russia e Cina consolidano i rapporti con Kabul senza reali miglioramenti sul piano dei diritti umani, si consolida il messaggio che stabilità, corridoi e risorse pesano più di inclusività, diritti delle donne e libertà civili.

Che interesse per l’Occidente?

Per l’Occidente, la posta in gioco è tutt’altro che marginale. La priorità immediata resta il contro–terrorismo: impedire che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma per minacce dirette verso Europa e Nord America. Su questo terreno, esiste una convergenza di interessi oggettiva con India, Russia e Cina nel contenere jihadismo transnazionale; si potrebbero aprire spazi di cooperazione tecnica (intelligence, controllo delle frontiere, scambio di informazioni), anche in assenza di un riconoscimento politico del regime talebano.

La stabilità del Pakistan, Stato nucleare in crisi strutturale, è un altro punto critico: ogni dinamica che indebolisca ulteriormente Islamabad, tra nuova ondata terroristica, crisi economica aggravata e tensione militare con Kabul, è un problema diretto per Stati Uniti ed Europa, non soltanto per l’India.

C’è poi il livello strategico più ampio: lasciare la partita afghana interamente nelle mani di India, Russia e Cina significa rinunciare a qualsiasi leva su un nodo che collega Medio Oriente, Asia Centrale e Indo–Pacifico. Per l’Unione Europea, in particolare, l’Afghanistan pesa in termini di migrazioni, narcotraffico, sicurezza energetica e rapporti con l’Iran e lo spazio centroasiatico. Infine, si apre il solito dilemma tra valori e realpolitik: più gli attori regionali normalizzano i rapporti con i talebani, più USA e UE saranno costretti a scegliere se mantenere una linea di isolamento fondata sui diritti – soprattutto quelli delle donne – oppure accettare forme di engagement limitato per non essere espulsi dal tavolo. In mezzo, c’è un Afghanistan che prova a sopravvivere, oscillando tra vecchi sponsor e nuovi partner, e un Pakistan che rischia di pagare il prezzo più alto di un equilibrio che, oggi, è tutt’altro che stabile.


Amore: un’infrastruttura strategica tra sicurezza cognitiva, guerra ibrida e legami emotivi

di Valentina Ciappina, Direttrice del Torino Crime.

L’amore è una delle categorie più sottovalutate nel discorso pubblico contemporaneo, viene spesso trattato come un sentimento privato, emotivo, intrinsecamente imprevedibile. Un fenomeno “indisciplinato” nel senso comune del termine, qualcosa che sfugge al controllo e appartiene alla sfera dell’intimità.

Tuttavia, se proviamo a risignificare il concetto, liberandolo da questa cornice riduttiva, emerge una prospettiva diversa. L’amore non è soltanto un’emozione, è un modulatore cognitivo. Incide sulla gerarchia degli stimoli, modifica il peso dei rischi, ridefinisce le priorità decisionali. In questo senso è davvero “indisciplinato”, non perché privo di regole, ma perché introduce deviazioni sistematiche rispetto alle logiche di ottimizzazione individuale. Ed è proprio questa capacità di alterare la percezione del rischio e di ricalibrare ciò che consideriamo significativo che rende l’amore pertinente anche in domini che gli sono tradizionalmente estranei.

Può sembrare stonato, o addirittura azzardato, associare l’amore alla guerra. Ma se accettiamo l’idea che oggi il principale teatro del conflitto sia la mente, e non soltanto il territorio, allora risulta meno sorprendente che un fenomeno capace di incidere così profondamente sulle nostre priorità cognitive possa avere un ruolo nella comprensione della sicurezza contemporanea.

Negli ultimi anni la difesa europea ha iniziato a pronunciare parole che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate estranee al lessico militare: sicurezza cognitiva, resilienza epistemica, scudo cognitivo. L’European Union Institute for Security Studies ha messo nero su bianco che non si difendono più solo infrastrutture e confini, ma anche processi decisionali, fiducia collettiva e assetti mentali condivisi. Il Consiglio Supremo di Difesa italiano ha portato la guerra cognitiva sul tavolo della sicurezza nazionale: minacce ibride, manipolazione delle percezioni, operazioni di influenza strutturale non sono più un tema per pochi addetti ai lavori, ma una vulnerabilità di sistema.

Eppure un punto cieco rimane: si parla molto di come proteggere il cittadino dalla disinformazione, quasi mai di che cosa renda quel cittadino, strutturalmente, meno manipolabile, esposto, “reclutabile”. Si ragiona di filtri, fact-checking, norme, e molto meno di cura e responsabilità. È proprio qui che il discorso sull’amore entra, senza retorica, come categoria strategica.

Pensiamo a come il Cremlino negli ultimi anni ha costruito un “secondo piano di realtà”, una versione russa dei fatti sostenuta da troll, hacker, disinformazione sistematica, con l’obiettivo di fare della guerra non solo un fatto militare ma un’operazione di sostituzione del mondo. Producendo di fatto un ecosistema narrativo in cui il cittadino, russo o occidentale, vive immerso in un campo di forze semantiche alternative, spesso contraddittorie, il cui scopo non è convincere ma confondere, logorare e relativizzare ogni verità.

Potremmo considerare la strategia russa una delle forme più sofisticate di colonizzazione cognitiva. In parole semplici: non orientare ciò che pensi, ma comprimere la struttura stessa con cui distingui il reale dal fittizio. È, in fondo, la massima espressione di quel “cervello ideologico” che si accontenta della versione che lo rassicura, della comunità simbolica che gli promette appartenenza, della narrazione che lo solleva dall’onere della complessità.

In questo scenario, l’amore torna a essere una variabile teorica decisiva e non perché “vince sull’odio”, formula buona per gli slogan, ma per una ragione più precisa: l’amore è l’esperienza che ancora costringe il cervello a saldare il reale con le sue conseguenze, restituendo peso e responsabilità a ciò che accade. Una madre che ha un figlio in trincea, un uomo che ha la persona amata in una città bombardata, un’amica che vede l’amica cadere in una spirale di radicalizzazione: per loro la guerra ibrida non è un tema di talk show. È vita o morte, dignità o umiliazione. Qualsiasi narrativa, russa, europea, americana, governativa o oppositiva, viene filtrata attraverso questa domanda brutalmente concreta: che cosa succede a lei / a lui?

È un test empirico di realtà. L’amore produce, per sua natura, una funzione di controllo incrociato, verifica se la narrazione che ricevi regge quando la applichi a qualcuno che non vuoi sacrificare. Da un punto di vista neurale, è un esperimento di salienza; il cervello assegna un peso enorme agli stimoli che toccano il benessere di chi amiamo, e questo peso può prevalere sulle gratificazioni identitarie offerte da un’ideologia. Da un punto di vista fisico, è una correlazione non locale, nel senso che decisioni prese in un parlamento o in un vertice europeo collassano immediatamente come realtà nel microcosmo di una cucina di periferia, di un ospedale, di una trincea. L’amore, di fatto, riduce la distanza tra livello strategico e livello esistenziale.

E se vi sembra ancora strano parlare di amore, provate a interrogarvi sul perché la propaganda funziona più facilmente su chi non ha nulla da perdere o nessuno da proteggere, perché le guerre ibride puntano a isolare, a polarizzare, a distruggere le comunità, perché il calcolo politico più cinico si affida sempre alla stanchezza emotiva dell’elettorato e mai alla sua capacità di immaginare un futuro condiviso.

Forse perché l’amore, nelle sue forme più esigenti, introduce un vincolo che nessuna operazione cognitiva può replicare. Del resto, quando amate qualcuno, anche senza rendervene conto, la vostra funzione di realtà cambia, si ridefiniscono i pericoli, viene ricalibrato l’orizzonte temporale delle decisioni. La mente, che la propaganda vorrebbe reattiva e impulsiva, diventa improvvisamente lenta, riflessiva, difficile da spostare.

Se guardiamo al rischio di elezioni anticipate in Italia attraverso questa lente, la dimensione cognitiva è evidente. Analisi recenti descrivono la tentazione di capitalizzare sull’oggi per evitare perdite di consenso domani. Questo passa attraverso la volontà di anticipare il voto prima che arrivino l’esaurimento dei fondi del PNRR, le manovre più impopolari, la possibile erosione del consenso e l’effetto dei referendum sulla giustizia. Tutto ciò non è una peculiarità nostrana, ma il riflesso di una politica che ragiona sempre di più in termini di finestre di opportunità emozionale, non di cicli strutturali. L’elettore viene trattato come un sistema da sollecitare nel momento in cui è più disponibile a confermare il presente, prima che il futuro presenti il conto.

Capite bene che in una “democrazia” esposta al rischio della guerra e a ingerenze esterne, questo gioco diventa estremamente pericoloso. Se il voto si concentra in un punto temporale scelto in base a calcoli di convenienza narrativa e non in base alla maturazione reale dei dossier economici, sociali, strategici, diventa, di fatto, una consultazione sullo stato d’animo più che sulla direzione di marcia. Di conseguenza si presta a essere terreno ideale per tutte le “brigate”, russe, cinesi, interne, corporate, che lavorano sulle emozioni come il risentimento, la paura, l’esasperazione, l’illusione di salvezza.

In questo senso, l’amore, inteso come legame concreto e non come slogan, introduce un’altra forma di razionalità politica. Quando un cittadino ama, non chiede solo “chi ci governa domani?”, ma “che cosa succede tra cinque, dieci anni alle persone a cui tengo, se oggi assecondo questo impulso?”. È una forma di discount rate diverso: meno orientato al presente immediato, più sensibile al danno accumulato nel tempo. In termini di fisica economica, si potrebbe dire che l’amore abbassa il tasso di sconto temporale, rendendo meno accettabile bruciare il futuro per massimizzare un guadagno transitorio di consenso.

Questo non significa che l’amore renda automaticamente “migliori” le scelte, ma che introduce nel calcolo politico un vincolo intergenerazionale che la pura lotta per il potere tende a espellere. L’elettore che resta solo individuo-consumatore può essere guidato da incentivi immediati, bonus, paure a breve raggio. L’elettore che si percepisce come nodo in una rete di legami affettivi, familiari, comunitari è più difficile da orientare con tecniche puramente impulsive.

C’è poi il livello europeo. Se la difesa comune è, come molti analisti definiscono, non solo un problema di industria e capacità, ma anche di opinioni pubbliche e fiducia reciproca tra Paesi, allora la domanda diventa: su cosa si fonda, in ultima analisi, la volontà politica di difendere l’altro? Che cosa rende credibile, agli occhi di un cittadino italiano, il fatto che valga la pena spendere risorse per l’Ucraina, per la sicurezza del Baltico o per le infrastrutture critiche di un altro Stato membro?

Di nuovo, l’amore, declinato come capacità di riconoscere nell’altro una vulnerabilità analoga alla propria, è il prerequisito minimo di qualsiasi solidarietà strategica. Senza questo slittamento cognitivo, l’Europa resta una somma di interessi che si incrociano solo finché conviene. Diversamente, può diventare, almeno potenzialmente, uno spazio in cui la sicurezza dell’altro rientra nella mia funzione di utilità perché non posso più pensare me stesso come isola. In altri termini, si potrebbe parlare di empatia strutturata; quella che i filosofi definirebbero una forma embrionale di amor mundi.

Tutto questo porta a una conclusione che può sembrare scandalosa in un dibattito sulla sicurezza, ma è coerente con il ragionamento fin qui sviluppato: un sistema politico che erode sistematicamente i legami affettivi, comunitari, intergenerazionali indebolisce anche la propria difesa cognitiva. Una società di individui isolati, saturi di stimoli ma poveri di relazioni significative, è più esposta alle brigate di troll, alle campagne d’odio, alle scorciatoie autoritarie travestite da efficienza. Al contrario, una società in cui esistono ancora reti di cura reale, responsabilità reciproca, adesioni non puramente identitarie ma concrete, genera menti meno disponibili a farsi usare come terreno di guerra.

In questo senso, l’amore è un vincolo teorico che ogni strategia di risposta alla guerra ibrida dovrebbe integrare, se vuole essere lungimirante. Parlare di neurorights, di sovranità digitale, di scudi cognitivi senza interrogarsi su che cosa i cittadini vogliono proteggere, quali volti, quali storie, quali legami, significa costruire mura senza decidere che cosa c’è dentro la città.


L’America torna a casa

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

PRIMA PARTE

Ieri

La nuova politica estera del Presidente Trump appare oggi molto più liberale di quanto la vecchia Dottrina Monroe avesse dichiarato agli inizi dell’Ottocento, e molti osservatori applaudono questa svolta. Per capire perché, occorre tornare alle origini. La Dottrina Monroe si fondava su due principi cardine: impedire ogni ulteriore colonizzazione europea nel continente americano e, allo stesso tempo, escludere qualsiasi intervento reciproco tra le potenze europee e gli Stati Uniti. “L’America agli americani”: niente colonialismo, niente ingerenze. Una visione che, almeno in teoria, includeva anche il Canada, dove il sistema parlamentare limitava l’influenza diretta britannica.

Eppure, già nel 1833, questo ideale mostrava la sua fragilità. Quando il Regno Unito riaffermò la sovranità sulle isole Falkland, Washington non intervenne, lasciando che l’Argentina gestisse da sola la contesa. Un’azione di rioccupazione, non di colonizzazione, certo, ma sufficiente a segnalare i limiti dell’ambizioso principio Monroe.

Le contraddizioni esplosero con maggiore evidenza durante la Guerra Civile americana. La corona spagnola approfittò del conflitto interno per riprendere il controllo della Repubblica Dominicana, mentre Napoleone III invase il Messico e installò Massimiliano d’Asburgo come sovrano fantoccio. Ma il punto di rottura arrivò il 15 febbraio 1898: la USS Maine, incrociatore corazzato tra i più moderni dell’epoca, saltò in aria nel porto dell’Avana durante una rivolta tra indigeni e sudditi spagnoli. La nave era ormeggiata lì per proteggere gli interessi americani; il suo affondamento scatenò un’ondata di indignazione negli Stati Uniti. “Remember the Maine, the hell with Spain”: in pochi mesi scoppiò la guerra ispano-americana, che pose fine alla presenza coloniale spagnola nel continente. Le Filippine avrebbero ottenuto l’indipendenza solo dopo la Seconda guerra mondiale; Cuba, invece, diventò formalmente indipendente nel 1934, ad eccezione di Guantánamo Bay, ancora oggi sotto controllo statunitense.

Il Novecento segnò il passaggio definitivo da un principio difensivo a una politica interventista. Gli Stati Uniti non si limitarono più a fare pressione diplomatica: entrarono nelle dinamiche interne di numerosi Paesi dell’America Latina, sostenendo o ostacolando governi a seconda della loro utilità strategica. Emblematica la vicenda del Cile: il progetto di Salvador Allende di nazionalizzare l’industria del rame—fondamentale per le multinazionali statunitensi—e il suo mancato allineamento ai modelli economici promossi da Washington crearono le premesse per il golpe di Augusto Pinochet, apertamente appoggiato dagli Stati Uniti. Fu solo uno dei molti episodi in cui la Dottrina Monroe si trasformò da scudo anticoloniale in un vero dispositivo di ingegneria politica regionale.

Parallelamente, le economie latino-americane furono vincolate a un rapporto monetario sbilanciato con il dollaro. I regimi di cambio fisso adottati da molti Paesi soffocarono le loro capacità di reagire agli shock esterni. Quando l’Argentina decise di rompere il legame con il dollaro, la moneta crollò e i titoli di Stato si azzerarono in poche settimane: un caso emblematico di come la dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti potesse diventare una trappola economica e sociale.

Da questa lunga traiettoria emerge un monito ancora attuale. Ogni volta che una grande potenza assume il ruolo di tutore esclusivo di una regione, imponendo modelli politici ed economici dall’alto, lo fa per proteggere sé stessa, non gli altri. Indipendentemente dalle simpatie geopolitiche—che siano filoamericane, filoeuropee o filocinesi—resta evidente che ogni forma di tutela unilaterale genera instabilità, dipendenza e nuove forme di neocolonialismo. Questa, più di ogni altra, è la lezione della storia: un potere che non incontra limiti finisce sempre per erodere se stesso e l’ordine che pretende proteggere.

Oggi

Il 4 dicembre 2025, il Presidente Donald J. Trump ha pubblicato la nuova National Security Strategy, il documento che definisce la visione statunitense nelle relazioni internazionali ed espone ciò che la sua amministrazione considera essenziale per la sicurezza e la prosperità del Paese. Intitolata “America in a Dangerous World”, la strategia segna l’avvio formale della dottrina con cui gli Stati Uniti intendono confrontarsi con un mondo percepito come instabile e sempre più competitivo.

Nella sua nota introduttiva, Trump riassume in poche righe ciò che viene poi dettagliato nelle sezioni successive: una lettura del sistema internazionale suddivisa per aree geografiche, ciascuna valutata secondo la misura degli interessi vitali americani. Non più un approccio universale o missionario, ma una classificazione del mondo orientata alla protezione economica, alla deterrenza militare e alla riduzione degli impegni considerati secondari o non redditizi per la nazione.

Questa dottrina rappresenta una svolta importantissima rispetto alle amministrazioni precedenti. Da Bush senior a Clinton, da Obama fino a Biden, la politica estera degli Stati Uniti è stata guidata dall’idea che Washington dovesse assumere un ruolo di garante dell’ordine globale, intervenendo nelle crisi regionali, sostenendo la diffusione dei valori democratici e assicurando stabilità ai mercati internazionali. Trump capovolge questa logica e afferma che l’impegno americano deve concentrarsi esclusivamente su ciò che incide in modo diretto e tangibile sulla sicurezza, sull’economia e sulla sovranità nazionale.

In sostanza, la nuova strategia sostiene che gli Stati Uniti non debbano più farsi carico di ogni crisi del pianeta, ma selezionare con rigore priorità e risorse: un’impostazione che trasforma l’“America First” da slogan politico a principio operativo nella gestione delle relazioni internazionali.

Europa – NSS 2025

Nella nuova strategia di sicurezza nazionale, l’Europa non è più il fulcro dell’architettura internazionale degli Stati Uniti, ma una regione da valutare in funzione del contributo che può offrire alla sicurezza americana. La dottrina afferma che, dopo decenni in cui Washington ha sostenuto i costi principali della difesa europea, gli alleati devono ora assumersi una parte molto più significativa delle responsabilità. L’era in cui gli Stati Uniti si consideravano il pilastro indispensabile della sicurezza del continente è presentata come un modello obsoleto, nato dalla Guerra Fredda e mantenuto per inerzia politica.

Il documento sottolinea che la NATO conserva un valore strategico, ma solo se gli alleati europei dimostrano di essere capaci di contribuire realmente al mantenimento della sicurezza comune. L’obiettivo non è più la proiezione collettiva verso l’esterno, ma la riduzione dei costi americani e la riallocazione delle risorse verso priorità interne. L’Europa viene così invitata — con insistenza — a raggiungere e superare la soglia del 2% del PIL per la difesa, condizioni minime per continuare a beneficiare del legame transatlantico.

In questa visione, le relazioni USA-UE si spostano dal terreno dei valori condivisi a quello degli scambi equilibrati: partnership sì, ma solo se reciprocamente vantaggiosa. Gli Stati Uniti dichiarano esplicitamente di non voler più sostenere il peso finanziario della difesa europea, né di intervenire automaticamente nelle crisi regionali del continente. Il messaggio, pur non espresso in termini conflittuali, è chiaro: l’Europa deve dimostrare di essere un attore autonomo, capace di difendere i propri confini e di contribuire alla stabilità internazionale con mezzi propri.

Sarebbe utile vedere un’Europa che finalmente decide quale identità indossare. Per quanto riguarda la Russia, la strategia è quella di cautela e deterrenza. Il sostegno all’Ucraina non viene presentato come un impegno indefinito: l’aiuto americano deve essere circoscritto, controllato e valutato sulla base di un ritorno diretto per la sicurezza degli Stati Uniti. L’obiettivo non è più “rimodellare” l’Est europeo, ma impedire che la crisi si trasformi in un costo strategico e finanziario eccessivo per Washington. (Trump, nonostante le buone notizie di miglioramenti, ha troppi fronti aperti, e quello interno è il più gravoso in questo momento di crisi finanziaria, inflazione, e licenziamenti massivi).

Nel complesso, l’Europa appare nella dottrina come una regione importante ma non più prioritaria: un partner utile, non un progetto da guidare. La stabilità del continente viene considerata desiderabile, ma non al punto da giustificare interventi americani illimitati o investimenti senza ritorno. È la fine dell’Europa come “alleato privilegiato” degli Stati Uniti e l’inizio di una relazione più transazionale, in cui la continuità dell’alleanza dipende dall’impegno europeo nel garantirne il peso militare ed economico.

Medio Oriente – NSS 2025

Nella nuova strategia, il Medio Oriente non è più il teatro privilegiato della proiezione militare americana come lo è stato per oltre vent’anni dopo l’11 settembre. Trump afferma che gli Stati Uniti non devono più sostenere conflitti prolungati, né impegnarsi in operazioni di “nation building” che non portino benefici diretti alla sicurezza nazionale. L’obiettivo principale diventa evitare che la regione torni a essere una fonte di minacce terroristiche e proteggere gli interessi energetici americani, oggi però ridimensionati dall’autosufficienza interna.

Il sostegno tradizionale a Israele rimane fermo, ma viene descritto come parte di una partnership strategica, non come un impegno aperto e illimitato. Nei confronti dell’Iran, la strategia si concentra sulla deterrenza e sulla pressione economica, più che sul coinvolgimento militare diretto. L’approccio ai Paesi arabi è pragmatico: cooperazione dove utile agli interessi americani, nessuna ambizione di rimodellare la regione dal punto di vista politico o democratico. Prendiamo come esempio la Siria, ultimo dei paesi ad aver trovato un inizio di stabilità. Washington chiarisce di non voler riaprire un capitolo di intervento militare diretto nel Paese, in linea con il rifiuto più ampio di impegnarsi in conflitti prolungati. Nonostante la presenza russa e iraniana sia riconosciuta come un fattore di instabilità, non giustifica un maggiore coinvolgimento americano. La Siria diventa dunque un caso emblematico: una minaccia da contenere a distanza, non una crisi da affrontare con operazioni sul campo o strategie di ricostruzione politica.

Nel complesso, il Medio Oriente passa da priorità assoluta a regione da stabilizzare con il minimo costo possibile, evitando nuove guerre e puntando a contenere le minacce senza espandere il ruolo militare degli Stati Uniti.

La nuova NSS non lascia spazio a interpretazioni: il baricentro della politica estera americana si sposta ufficialmente nel suo emisfero occidentale, e diventa priorità assoluta. È un cambiamento atteso da anni, che riflette l’idea — cara all’amministrazione Trump — che gli interessi strategici debbano essere difesi innanzitutto nel proprio vicinato. La strategia formalizza ciò che già si era intravisto nell’azione di governo: l’approccio “Enlist and Expand”, volto a controllare i flussi migratori, frenare l’espansione dei cartelli della droga, contenere l’influenza di attori ostili e rafforzare le catene di approvvigionamento critiche. Ma soprattutto introduce una dimensione economica ambiziosa, che mira a stimolare nuovi investimenti americani nella regione, riconoscendo che una solida base economica interna è parte integrante della sicurezza nazionale. La NSS fornisce dunque una cornice strategica per un ruolo più attivo del governo statunitense in questi settori e invita a una mobilitazione coordinata di tutte le istituzioni federali per tradurre questa visione in azione concreta.


USA: il vicolo cieco venezuelano.

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Quando nel 1983 Ronald Reagan annunciò, con un pragmatismo da Guerra Fredda, “We have invaded Grenada”, gli Stati Uniti mandarono un messaggio chiaro: nelle acque dei Caraibi, le crisi non vengono lasciate maturare.
L’Operazione Urgent Fury, l’invasione guidata dagli Stati Uniti nell’ottobre 1983, fu la risposta a un collasso politico immediato — l’esecuzione del premier Maurice Bishop e l’ascesa di una giunta più radicale, sostenuta e armata da Cuba. Washington intervenne per “proteggere i cittadini americani”, ma anche per impedire che l’Unione Sovietica consolidasse un avamposto strategico. L’operazione fu rapida e, da allora, l’isola è tornata a essere una democrazia parlamentare rappresentativa e si è mantenuta politicamente stabile.

Oggi, le acque del Venezuela ricordano quelle di Grenada: un governo isolato, un Paese al collasso, una crisi che avanza a ritmo accelerato e un’influenza esterna — quella di Cuba — che tiene le leve del potere con una presa ben più profonda e sistemica di quella degli anni Ottanta.

La salita al potere di Nicolás Maduro in Venezuela è avvenuta in un contesto di forte instabilità politica, segnato dalla malattia e poi dalla morte di Hugo Chávez, figura dominante della vita nazionale per oltre un decennio. Designato come suo successore politico, Maduro – allora vicepresidente e fedele esponente del chavismo – assunse la presidenza ad interim nel marzo 2013, alla scomparsa di Chávez. Le elezioni anticipate dell’aprile successivo lo videro vincitore per un margine estremamente ristretto contro il candidato dell’opposizione Henrique Capriles, in un clima di accuse di irregolarità e contestazioni interne. Una volta insediato, Maduro ereditò un’economia già in recessione e un apparato statale profondamente polarizzato, elementi che contribuirono a trasformare la sua leadership in una delle più controverse e discusse della storia venezuelana recente. Negli anni della leadership di Maduro l’economia del Venezuela è ulteriormente precipitata: il prodotto interno lordo è crollato drasticamente, l’iperinflazione ha eroso salari e risparmi, e la carenza cronica di beni essenziali — cibo, medicinali, servizi pubblici — ha reso insostenibile la vita quotidiana per milioni di cittadini.  Di conseguenza, una larga parte della popolazione ha preso la via dell’esilio: secondo le stime più recenti, ormai più di 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il paese alla ricerca di condizioni di vita dignitose e stabilità. Gran parte di questi migranti si è diretta verso altre nazioni sudamericane, con Argentina e Cile che figurano tra le principali destinazioni. Questo esodo massivo ha rappresentato non solo una fuga dall’emergenza economica e sociale, ma anche una perdita significativa di capitale umano — numerosi giovani e professionisti hanno scelto l’estero, rifuggendo un futuro segnato dalla crisi e dall’incertezza.

Durante la sua presidenza, Nicolás Maduro ha consolidato un sistema di alleanze con i governi progressisti della regione, mantenendo viva l’eredità diplomatica di Hugo Chávez. Il rapporto con l’Argentina dei Kirchner è rimasto tra i più significativi, sostenuto da una comune narrativa anti-neoliberale e da una cooperazione politica attiva in organismi regionali come UNASUR e CELAC. Parallelamente, Maduro ha mantenuto rapporti privilegiati con la Bolivia di Evo Morales e il Nicaragua di Daniel Ortega, rafforzati da una visione condivisa di “sovranità regionale” e dalla critica comune alle pressioni di Washington.

Pensando al 1962, la finestra per evitare il “fiasco del secolo” si sta chiudendo.  Nella lettura di molti analisti latinoamericani, gli Stati Uniti avrebbero già usato quasi tutte le leve disponibili e di “massima pressione” contro il regime di Nicolás Maduro: sanzioni economiche, isolamento diplomatico, minacce credibili di uso della forza e operazioni mirate contro il narcotraffico nella regione. Da alcuni giorni anche la chiusura degli spazi aerei (no fly zone) . L’attuale livello di dispiegamento militare nei Caraibi viene spesso paragonato, per intensità e simbolismo, non solo all’invasione di Panama del 1989 – l’operazione Just Cause progettata per rovesciare Manuel Noriega, Il messaggio implicito è chiaro: per la Casa Bianca, il dossier Venezuela non è più un “problema regionale”, ma un test di credibilità strategica paragonabile alle grandi crisi della Guerra fredda.

Il dilemma di Washington: costi, Congresso e guerra d’immagine

Il nodo politico per Donald Trump è evidente: se, dopo settimane di escalation, tutto dovesse concludersi con una ritirata ordinata della flotta senza cambiamenti reali a Caracas, il rischio sarebbe quello che in molti già definiscono il “fiasco del secolo”.

Mantenere questo dispositivo militare ha un costo elevato (stimato da vari commentatori nell’ordine di decine di milioni di dollari al giorno) e richiede rinnovi periodici delle autorizzazioni del Congresso. In parallelo cresce la resistenza di una parte del Partito Democratico e dei media liberal – New York Times, Washington Post – che, pur non essendo “filo-Maduro”, finiscono di fatto per contestare la logica dell’escalation militare e denunciare i rischi di violazioni del diritto umanitario.

Le critiche si sono intensificate dopo il caso del colpo contro una barca venezuelana legata al narcotraffico, in cui un secondo strike su sopravvissuti ha sollevato dubbi sulla legalità dell’operazione: la Casa Bianca difende l’attacco come conforme al diritto dei conflitti armati, mentre giuristi militari e ONG parlano apertamente di possibile crimine di guerra.

Per Trump, la variabile tempo è quindi centrale: più la crisi si prolunga senza un esito visibile, più cresce il fronte interno che descrive l’operazione come moralmente e giuridicamente insostenibile

Se la crisi venezuelana ha una dimensione geopolitica, ne ha una altrettanto evidente sul piano economico. A differenza dell’amministrazione Biden — che negli ultimi anni non ha stipulato accordi energetici con Caracas e si è limitata a scambi di prigionieri ad alto profilo  — la logica dell’amministrazione Trump è apertamente legata al valore economico del petrolio venezuelano.

Il Venezuela possiede una delle più grandi riserve di greggio pesante al mondo, esattamente il tipo di petrolio per cui molte raffinerie statunitensi del Golfo del Messico sono state progettate. La riattivazione di quel flusso di export verso gli USA rappresenterebbe un vantaggio immediato per il settore energetico americano, riducendo la dipendenza da forniture più costose provenienti da Canada e Medio Oriente. Non è un caso che all’interno del GOP questa prospettiva sia ormai discussa apertamente.

 La deputata repubblicana Maria Salazar, in un’intervista a Newsweek, ha affermato che gli Stati Uniti «potrebbero intervenire in Venezuela» e ha definito le risorse petrolifere venezuelane una potenziale “manna per l’economia americana”, una volta normalizzata la situazione interna del Paese.

Questa narrativa, sempre più esplicita, si inserisce nella dottrina economica trumpiana secondo cui Washington dovrebbe controllare — direttamente o indirettamente — le fonti energetiche del proprio emisfero, riducendo l’influenza di attori extra-regionali (Russia, Iran, Cina) e riportando negli Stati Uniti petrolio a basso costo che potrebbe sostenere la produzione industriale interna.

In questa prospettiva, il Venezuela non è soltanto un problema democratico o umanitario, ma una leva economica cruciale:

  • per la competitività delle raffinerie USA,
  • per la stabilità dei prezzi del carburante,
  • e per la politica energetica “America First” che Trump ha sempre rivendicato.

Maduro non decide da solo: il protettorato cubano

Un elemento chiave spesso sottovalutato nel dibattito pubblico è il ruolo di Cuba. Dal fallito golpe contro Hugo Chávez nel 2002, l’Avana ha progressivamente colonizzato l’apparato di sicurezza venezuelano: accordi bilaterali riservati hanno permesso ai servizi cubani di riorganizzare la contro-intelligence, infiltrare le forze armate e costruire una rete di sorveglianza capillare capace di prevenire complotti interni.

Secondo un’ampia mole di inchieste giornalistiche, nessuna promozione militare significativa in Venezuela, da anni, avviene senza il via libera cubano. Questo spiega perché i tentativi di incoraggiare un golpe “dal centro” da parte di ufficiali medi – lo scenario “Portogallo 1974” evocato da molti commentatori – siano finora falliti: il sistema di controllo è troppo penetrante.

In questo schema, Maduro non è un caudillo autonomo, ma un uomo dell’Avana, legato a Cuba da oltre vent’anni. La figura che incarna il vero potere interno è Diosdado Cabello, uomo forte del chavismo, considerato da Washington uno dei principali snodi tra regime, apparato militare e narcotraffico. Per questo, l’idea che Maduro possa negoziare la propria uscita senza consenso cubano è sostanzialmente irrealistica.

A Cuba conviene ancora il Venezuela: per Cuba, il mantenimento di un regime amico a Caracas non è solo una questione ideologica, ma un vincolo economico vitale. Lo storico programma di cooperazione medica Barrio Adentro ha visto l’invio in Venezuela di migliaia di medici cubani in cambio di forniture di petrolio a condizioni favorevoli.

Per anni, le stime parlavano di decine di migliaia di barili al giorno diretti a Cuba; oggi, nonostante il crollo produttivo venezuelano, Caracas continua a fornire all’Avana una quota significativa di greggio, intorno a 50–55 mila barili al giorno anche nei periodi recenti. In un contesto in cui Cuba soffre blackout prolungati e riduzioni drastiche delle forniture da altri partner come il Messico, questa linea di rifornimento da Caracas resta fondamentale.

L’Avana non ha alcun interesse a perdere di colpo la sua principale ancora energetica e finanziaria. Senza una grande negoziazione con Washington che garantisca una forma di continuità degli aiuti – o un sostituto funzionale della rendita venezuelana – è improbabile che Cuba dia il via libera alla rimozione di Maduro.

8 milioni di venezuelani in fuga

Intanto, sullo sfondo, il Paese è già collassato. Secondo UNHCR e altre fonti internazionali, quasi 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese negli ultimi anni, trasformando la crisi in uno dei più grandi esodi al mondo.

La conseguenza è che ogni esitazione americana viene letta, fuori e dentro il Venezuela, come l’ennesimo “al lupo, al lupo” che ogni settimana si diffonde la voce di un attacco imminente, e puntualmente arriva domenica senza il lupo.

Rimangono sul tavolo due opzioni:

  1. Colpo di mano selettivo: operazioni di forze speciali già presenti sul terreno; neutralizzazione mirata di un gruppo ristretto di leader considerati pericolosi come oltre a Maduro, Cabello, ministro Giustizia, e il ministro della Difesa Padrino López); azioni di intelligence simili a quella che in passato ha permesso di far uscire oppositori nascosti in sedi diplomatiche a Caracas, o in ospedali o strutture civili.
    1. Campagna aerea mirata: attacchi di precisione contro bunker, infrastrutture militari collegate al narcotraffico e nodi di comando; consapevolezza che molti leader del regime passano parte del loro tempo nascosti in ospedali o strutture civili, (incluso Maduro stesso).

I rischi sono elevatissimi.

In parallelo, un elemento nuovo è l’atteggiamento della Russia: negli ultimi giorni tour operator russi e l’associazione ATORUS hanno confermato l’avvio di evacuazioni di turisti da Isla Margarita, con voli speciali diretti a Mosca, proprio mentre l’amministrazione Trump dichiara lo spazio aereo venezuelano “chiuso”. È un segnale che Mosca si prepara al peggio, riducendo l’esposizione dei propri cittadini senza rompere formalmente con Maduro.

In questo contesto, le condizioni che Maduro avrebbe posto nella sua telefonata con Trump – uscita graduale, controllo persistente sulle forze armate attraverso Cabello, amnistia totale per sé e per il proprio entourage – sono state categoricamente rifiutate da Trump che al massimo sembra disposto a un indulto personale e limitato alla famiglia.

Ma sotto la superficie la realtà è più semplice e più brutale: un Paese devastato, milioni di persone in fuga, un apparato di sicurezza colonizzato da Cuba e una potenza globale che non può permettersi di minacciare senza, prima o poi, decidere se e come colpire.

La “finestra di una settimana” evocata da alcuni analisti potrebbe essere letterale, e fotografa bene il punto: da qui in avanti, ogni giorno in più senza una svolta rafforza la percezione di stallo e rende ancora più costoso — politicamente e umanamente — qualsiasi passo successivo.


𝐍𝐀𝐓𝐎: 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨? 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐡𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐂𝐚𝐯𝐨 𝐃𝐫𝐚𝐠𝐨𝐧𝐞?

di Claudio Bertolotti.

Quando l’ammiraglio Cavo Dragone parla di “attacchi preventivi”, nell’intervista non evoca affatto l’immagine di missili lanciati sulla Russia o di una guerra convenzionale di primo colpo. Il riferimento è a un’altra dimensione del confronto: quella ibrida e cibernetica, cioè a una serie di azioni condotte prima che l’attacco russo vada a segno, con l’obiettivo di impedirlo o di limitarne drasticamente gli effetti.

Nel dettaglio, il concetto di “attacco preventivo” a cui fa riferimento riguarda l’uso anticipato di strumenti offensivi – in primo luogo cyber, ma anche capacità militari non-kinetiche e, dove necessario, interventi di contrasto fisico in mare e nello spazio aereo – contro le infrastrutture, le reti, le piattaforme e le unità navali o aeree da cui originano le operazioni ibride russe. Non si tratta quindi di colpire “la Russia” in astratto, ma di intervenire contro nodi specifici: server, botnet, centri di comando o strumenti di gruppi di hacking collegati all’intelligence russa quando è evidente che stanno preparando un attacco contro reti energetiche, servizi pubblici, trasporti. Analogamente, in ambiente marittimo, significa bloccare, ispezionare o mettere fuori gioco navi della cosiddetta flotta ombra russa che si muovono in prossimità di cavi elettrici o di telecomunicazione nel Baltico o nel Mare del Nord e che sono già state associate a episodi di sabotaggio. Nel dominio aereo, vuol dire neutralizzare in modo mirato droni o velivoli che violano in modo sistematico e coordinato lo spazio aereo NATO, prima che possano svolgere attività di intelligence o di sabotaggio.

Cavo Dragone sottolinea che, in questa chiave, un “attacco preventivo” può essere considerato un’azione difensiva: è la reazione a un’aggressione che è già in corso sul piano ibrido, anche se non ha ancora prodotto il suo pieno effetto. Al tempo stesso riconosce che si tratta di un approccio distante dal modo tradizionale di pensare e di operare dei Paesi alleati; ed è qui che pone il problema di fondo: chi lo decide, con quali regole giuridiche, con quale quadro di responsabilità. Non sta annunciando una dottrina di guerra preventiva sul modello di quella che ha giustificato, per esempio, l’intervento in Iraq nel 2003; sta aprendo un dossier politico-strategico: fino a dove ci si può spingere, in chiave difensiva, prima che il colpo arrivi.

Questa presa di posizione si colloca in un contesto preciso. Da un lato, la pressione politica proveniente dai Paesi dell’Europa orientale, che da anni chiedono di abbandonare una postura puramente reattiva e di passare a un vero contrattacco nella guerra ibrida con la Russia, soprattutto nel dominio cyber, dove molte capitali NATO dispongono di capacità offensive significative. Le ragioni sono evidenti: negli ultimi anni si sono susseguiti sabotaggi a cavi sottomarini, danneggiamenti di gasdotti ed elettrodotti, intrusioni di navi sospette, violazioni dello spazio aereo, disturbi sistematici al segnale GPS, campagne cibernetiche contro infrastrutture critiche europee. L’argomento, sostenuto in particolare dai Paesi baltici, è semplice: se ci limitiamo a rispondere dopo, rendiamo conveniente per Mosca continuare a colpire; la guerra ibrida costa poco a chi attacca e molto a chi subisce. Dall’altro lato, l’ammiraglio invia anche un segnale di deterrenza e apre una discussione interna alla NATO: per dissuadere future aggressioni ibride bisogna considerare l’intero spettro delle opzioni, dalla ritorsione all’azione preventiva, purché incardinate in un quadro legale chiaro e condiviso. Non a caso richiama il precedente della missione Baltic Sentry, con il rafforzamento di pattugliamenti navali e aerei nel Baltico dopo i sabotaggi del 2023–24: una volta alzata la soglia di attenzione e di presenza militare, gli episodi si sono fermati, segno che la deterrenza, in quel caso, ha funzionato.

Sul piano sostanziale, ciò che l’ammiraglio descrive è la fotografia di attacchi che già oggi “subiamo”, e che rientrano a pieno titolo nella categoria della guerra ibrida. In ambito marittimo e sottomarino, assistiamo a danneggiamenti ripetuti di cavi energetici e di telecomunicazione nel Baltico, spesso attribuiti o comunque ricondotti a navi commerciali formalmente civili ma sotto controllo russo. In alcuni casi, come nel danneggiamento del cavo Estlink-2 tra Finlandia ed Estonia, questi episodi hanno innescato indagini internazionali e proposte di sanzioni. Sul versante cibernetico, sono ormai costanti le campagne di intrusione e di malware contro ministeri, enti locali, ospedali, reti energetiche e di trasporto nei Paesi UE e NATO, spesso riconducibili a gruppi legati ai servizi d’intelligence di Mosca; attacchi che non puntano solo a interrompere servizi, ma anche a raccogliere informazioni sensibili e a saggiarne la resilienza. Nel dominio elettromagnetico registriamo disturbi sistematici del segnale GPS nel Baltico e nel Nord Europa, provenienti da Kaliningrad e da altri siti russi o bielorussi, con effetti diretti sulla sicurezza della navigazione aerea e marittima.

A questi elementi si aggiunge il fronte cognitivo, fatto di operazioni psicologiche, disinformazione e MDMH: campagne coordinate che diffondono narrazioni pro-Cremlino sulla guerra in Ucraina, alimentano divisioni interne all’Unione Europea e alla NATO, delegittimano governi e istituzioni, polarizzano il dibattito su questioni sociali sensibili. Il vettore sono media controllati, piattaforme digitali, reti di siti pseudo-indipendenti, profili falsi e bot. Sul piano più “fisico”, infine, emergono episodi di intimidazione e azioni clandestine a bassa intensità: l’invio di pacchi esplosivi o incendiari riconducibili a reti filo-russe, sconfinamenti di droni o velivoli, sorvoli aggressivi e incidenti “grigi” in mare, che servono insieme a raccogliere informazioni e a testare i tempi e le modalità di reazione delle forze alleate.

In questo quadro, le dichiarazioni di Cavo Dragone vanno lette come una presa d’atto che la guerra ibrida russa è continua, strutturale e già in corso sul territorio e nelle reti degli Alleati; come una risposta alle richieste, interne alla NATO, di passare da una postura quasi esclusivamente reattiva a una più proattiva; e come il tentativo di aprire, sul piano politico e giuridico, il dibattito su quanto “prevenire” – anche attraverso strumenti offensivi – possa essere considerato, a pieno titolo, parte della difesa collettiva, prima che il danno si manifesti in modo irreversibile.