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La cooperazione UE-Kazakistan per un futuro sostenibile

di Francesco Lombardi.

Il Kazakhstan guarda all’UE come un partner affidabile per una crescente cooperazione che presenti aspetti di rilievo per ambo le parti. Un pensiero messo nero su bianco dal ministro degli Esteri Yermek Kosherbayev in un articolo di opinione per Euronews.

Il ministro kazako, infatti, sottolinea il valore che un approvvigionamento sicuro e continuo di energia e di minerali critici può avere per lo sviluppo tecnologico del vecchio continente e dare piena possibilità di realizzazione alla trasformazione digitale ed ambientale che rappresenta uno dei principali obiettivi del Vecchio Continente. Gli avvenimenti recenti hanno evidenziato il pericolo per l’Europa costituito dalla dipendenza per i propri approvvigionamenti (in particolare di prodotti energetici e di altri minerali critici) da pochi fornitori; inoltre, l’incertezza relativa alla percorribilità di taluni importanti corridoi logistici in ragione dell’accresciuta e generale instabilità di molte aree non garantisce la continuità delle forniture, aspetto di importanza capitale nel quadro della programmazione ed esecuzione delle attività industriali.

Le parole del ministro kazako rivelano come l’obiettivo del Paese sia quello di diventare un hub logistico, commerciale e finanziario nell’Asia centrale, avvalendosi della sua posizione geografica nel cuore dell’Eurasia. Il Kazakhstan costituisce infatti, per dimensione e posizione geografica, disponibilità di riserve energetiche, tassi di crescita economica e riforme in senso liberale della società e dell’economia, uno degli attori chiave della regione centro-asiatica. Negli ultimi anni, le relazioni e le cooperazioni tra l’Unione nel suo insieme (ma anche tra il nostro Paese) ed il Kazakhstan sono cresciute e si sono approfondite estendendosi a vari campi: i due Attori hanno istituito un dialogo politico, istituzionale e commerciale che, pur oramai abbastanza consolidato, presenta ancora margini di implementazione. L’UE è la maggiore controparte commerciale del Kazakhstan e il livello degli investimenti europei nel Paese è in costante crescita. Come ricorda il ministro Kosherbayev al riguardo,nell’ultimo decennio, da quando cioè il Kazakhstan e l’Unione Europea hanno firmato l’Accordo di partenariato e cooperazione rafforzato (EPCA), pietra miliare per un impegno comune verso una partnership ampia e lungimirante, la cooperazione si è ampliata e con oltre 200 miliardi di euro investiti dal 2005, l’UE è oggi il principale partner commerciale e di investimento del Kazakhstan.

Da parte europea vi è la necessità di approvvigionarsi di materiali critici (terre rare in particolare) così indispensabili all’industria tecnologica, militare oltre che civile, che in tempi di riarmo assumono ulteriore valore, affrancandosi, per quanto possibile, dal quasi monopolio cinese, utilizzato da questi ultimi talvolta come leva negoziale; il Kazakhstan, il cui sottosuolo è ricco di tali prodotti, necessita di investimenti, infrastrutture e know-how per dare un buster alla propria economia. I materiali in questione sono essenziali per le tecnologie energetiche, in particolare quelle green, e la domanda mondiale, già oggi consistente, è destinata a quadruplicare da qui al 2040. Il Kazakhstan è il principale produttore mondiale di uranio e uno dei primi dieci esportatori di rame e zinco. Esso è tra i primi 20 Paesi con riserve provate di cromo, zinco, piombo, rame, oro, titanio, ferro, manganese, cadmio e bauxite. Oltre la metà dei materiali considerati critici dall’UE sono già prodotti in Kazakistan cui va aggiunta la recente scoperta, annunciata la scorsa primavera, di un grande giacimento di terre rare a Karagandy, che pare accreditato di quasi un milione di tonnellatedi cerio, lantanio, neodimio, ittrio ed altri materiali appetibili. Come riporta l’ONU, poi: “Il Kazakhstan è un importante produttore di energia a livello mondiale. Si colloca tra i primi quindici Paesi al mondo per le sue riserve di petrolio, carbone e uranio, e tra i primi venti per l’estrazione di gas naturale….I principali partner di esportazione del Paese sono Italia (19%), Cina (10%), Paesi Bassi (10%)”.

Gia’ nel 2020 l’UE aveva avviato il proprio Piano d’azione per i materiali critici. In esso, l’obiettivo d’azione 9 prevedeva l’incremento della collaborazione con Paesi affini e ricchi di risorse per rafforzare la resilienza dell’industria verde dell’Unione Europea. E quindi l’incremento della collaborazione UE-Kazakhstan, auspicata dal ministro degli esteri di Astana, pare perfettamente inserirsi in tale quadro.

Al momento, nonostante la ricchezza del sottosuolo, il Paese necessita di investimenti ed infrastrutture. E’ interesse di Astana attivare investimenti e partnership per realizzare l’estrazione ed il trattamento in loco dei minerali in questione onde favorire l’economia domestica, pur con una spiccata attenzione ai processi di raffinazione che rischiano di aggravare precarie situazioni ambientali ereditate dalla dominazione sovietica. Inoltre, un aumento della produzione potrebbe comportare investimenti in logistica, con un ampliamento delle potenzialità del Corridoio di Mezzo, una rotta commerciale che, attraverso il Mar Caspio e la Turchia, evita di intrecciare la Russia e risulta ora molto più agevole e sicura dopo l’accordo Armenia-Azerbaijan. Le risorse e più in generale lo sviluppo che deriveranno da un uso sostenibile delle risorse minerarie kazake potranno contribuire a realizzare l’ambizioso programma di riforme lanciato dal Presidente Kassym-Jomart Tokayev ed incentrato sulla trasformazione digitale, la modernizzazione degli investimenti, la connettività globale e il rinnovamento istituzionale. Il programma vuole fare del Kazakhstan un paese leader nell’era dell’intelligenza artificiale. E’ prevista al riguardo la creazione di un nuovo Ministero dell’Intelligenza Artificiale e dello Sviluppo Digitale che sarà guidato da uno esperto del settore. Il nuovo organismo guiderà la transizione del Kazakhstan verso quella che il Presidente ha descritto come una “nazione completamente digitale entro tre anni”. Questi cambiamenti, uniti al prossimo snellimento di una folta burocrazia ancora presente, consentiranno al Paese di essere ancor più attrattivo di quanto registrato fino ad ora. Cinque anni orsono, il rapporto Doing Business 2020 della Banca Mondiale poneva il Kazakistan al quarto posto per il rispetto degli accordi contrattuali e al ventiduesimo posto per facilità nell’avvio di un’impresa. Passi avanti ne sono già stati fatti ed altri di certo ne saranno realizzati. Ci sono quindi tutti i presupposti dunque affinché le parole del ministro degli esteri kazako diventino una positiva realtà in cui UE e Kazakhstan possano costruire un partenariato forte e resiliente per trasformare le sfide comuni in punti di forza condivisi.


Il piano di pace di Trump per l’Ucraina? Una resa senza condizioni.

di Claudio Bertolotti.

Il piano in 28 punti proposto da Trump, se confermato così come annunciato, sarebbe inaccettabile da parte dell’Ucraina, a meno di non dichiarare contestualmente la capitolazione di fronte all’aggressione della Russia.

E dico questo perché la cessione territoriale è un’accettazione della sconfitta. Oggi l’Ucraina non è sconfitta, semplicemente non è nelle condizioni di poter vincere la guerra e, con il passare del tempo, potrebbe non essere in grado di tenere il fronte.

Sì, perché l’Ucraina resiste solamente grazie al supporto militare, tecnologico e di intelligence occidentale. Senza di quello avrebbe già perso. E forse questo potrebbe essere l’asso nella manica di un Trump determinato a porre fine al conflitto: non dare all’Ucraina la possibilità di scelta togliendo o riducendo al minimo gli aiuti militari di Washington e lasciando che il tempo giochi a favore della Russia. Ma Trump non vuole che la Russia prosegua la guerra, perché sa che non si fermerebbe al limite del Donbass, ma andrebbe oltre con il tempo.

E il tempo è il fattore determinante a favore di una Russia che mantiene il vantaggio tattico ormai da due anni e mezzo. In questo momento, direi che quel “piano di pace” è politicamente quasi impossibile da realizzare, almeno nelle forme trapelate sui media.

Il piano punterebbe innanzitutto a una cessione a Mosca dell’intero Donbas, comprese le aree ancora controllate da Kiev, al riconoscimento definitivo della Crimea e dei territori occupati, e al congelamento delle linee sul resto del fronte. A ciò si aggiungerebbero la riduzione significativa delle forze armate ucraine e limiti stringenti alle capacità d’attacco a lungo raggio, in cambio di garanzie di sicurezza occidentali e della fine delle ostilità. Si tratterebbe, però, di una bozza informale: non è un accordo ufficiale e non ha finora ricevuto l’assenso né del governo ucraino né degli alleati europei.

Per Kiev, l’accettazione di un simile compromesso risulta quasi impossibile. La Costituzione ucraina stabilisce che qualsiasi modifica territoriale debba passare attraverso un referendum nazionale, e vieta emendamenti che compromettano l’integrità dello Stato. Un referendum, peraltro, non è praticabile sotto legge marziale. Inoltre, significherebbe chiedere alla popolazione di approvare la rinuncia definitiva a territori che il Paese considera parte integrante della sua sovranità. Anche l’opinione pubblica resta, nella sua maggioranza, contraria a concessioni territoriali: pur stanca del conflitto, una parte significativa degli ucraini teme che un accordo affrettato possa trasformarsi in una resa mascherata. Per Zelensky, già indebolito internamente, firmare un’intesa percepita come capitolazione equivarrebbe ad affrontare una crisi politica potenzialmente devastante, con il rischio concreto di fratture interne e radicalizzazione.

Europa e Stati Uniti?

Neppure dal lato occidentale il piano appare realmente sostenibile. Le principali capitali europee hanno reagito in modo critico, definendo l’impostazione come una forma di “capitolazione” e ricordando che una pace stabile non può basarsi sulla legittimazione dell’aggressione. Senza il consenso di Kiev e dell’Unione Europea, un’intesa scritta tra Washington e Mosca avrebbe pochissime possibilità di reggere; anzi, rischierebbe di dividere ulteriormente il fronte occidentale anziché avvicinare la fine della guerra.

La Russia?

Dal punto di vista russo, la proposta sarebbe indubbiamente conveniente: consoliderebbe gli attuali guadagni territoriali, ridurrebbe la forza militare ucraina e limiterebbe l’arrivo di armi occidentali. Proprio per questo, tuttavia, il Cremlino potrebbe ritenere opportuno proseguire le operazioni militari nella convinzione di poter ottenere ancora di più, soprattutto nelle zone dove mantiene l’iniziativa.

Nel complesso, la fattibilità immediata del piano è estremamente bassa. È percepito come una resa da Kiev e da buona parte dell’Europa, e urta contro vincoli costituzionali difficilmente superabili. Nel medio periodo potrebbe però influenzare il dibattito politico, ridefinendo ciò che una parte dell’establishment occidentale considera negoziabile. Tuttavia, difficilmente sarà questo il documento che chiuderà il conflitto: una vera intesa richiederà il pieno coinvolgimento dell’Ucraina e dell’UE, garanzie di sicurezza molto più solide e, soprattutto, un formato negoziale che non somigli a una capitolazione unilaterale.


Radicalizzazione 2025: l’estremismo giovanile violento a dieci anni dalla tragedia del Bataclan

di Chiara Sulmoni, presidente di START InSight

Dieci anni dopo gli attacchi terroristici che hanno colpito Parigi il 13 novembre 2015, di cui il Bataclan rappresenta la triste memoria collettiva, l’Europa si trova a fare i conti con una trasformazione profonda della minaccia radicale. Non si tratta più del terrorismo organizzato e delle azioni coordinate dello Stato Islamico dell’epoca, ma di una galassia di gesti, simboli e linguaggi violenti che nascono ai margini della rete e coinvolgono un numero crescente di adolescenti.

Il Rapporto 2025 sulla sicurezza della Svizzera lo afferma con chiarezza: “i casi di minori e giovani adulti che si radicalizzano online e sviluppano intenzioni terroristiche continueranno ad aumentare”. Dall’Europa all’Australia, dagli Stati Uniti all’Asia, la radicalizzazione giovanile si manifesta come un’epidemia sociale che attraversa confini, culture e matrici ideologiche.

Nel Michigan e nel New Jersey, a novembre 2025, sono stati arrestati diversi adolescenti in contatto fra loro — inclusi dei minorenni e alcuni provenienti da contesti familiari privilegiati — accusati di pianificare un attacco terroristico in nome dell’ISIS durante il weekend di Halloween. Negli stessi giorni a Canberra (Australia), un diciassettenne è stato fermato e accusato di aver progettato attacchi ispirati a ideologie razziste ed estremiste: avrebbe dichiarato che questi piani gli davano uno scopo durante la depressione[1].

Il direttore dell’intelligence australiana ha parlato recentemente di una deriva preoccupante: minorenni che condividono video di decapitazioni nel cortile della scuola e un dodicenne che avrebbe manifestato l’intenzione di far esplodere un luogo di culto. L’età media in cui i minori entrano per la prima volta nel radar dei servizi di intelligence australiani è oggi di 15 anni.

Inoltre, ha sottolineato che, secondo le previsioni interne, nei prossimi anni raggiungerà l’età più esposta alla radicalizzazione una generazione cresciuta interamente online. Per molti di questi giovani, il mondo digitale rappresenta ormai il principale riferimento per costruire la propria identità, il senso di appartenenza e la percezione della realtà[2].

In Inghilterra e Galles, la fascia fra gli 11 e i 15 anni occupa il primo posto nelle segnalazioni per sospetta radicalizzazione. Il programma nazionale di prevenzione nel 2024 ha dovuto aggiornare le categorie in cui suddivide i casi, includendo voci come “fascinazione per la violenza estrema o per gli attacchi di massa” per descrivere moventi privi di motivazioni ideologiche ma caratterizzati da ossessione per la violenza.

La Francia registra 17 minori incriminati per reati collegati al terrorismo tra gennaio e novembre 2025[3], due dei quali avrebbero pianificato attacchi contro la Torre Eiffel e sinagoghe parigine. Tre giovani donne fra i 18 e i 21 anni, sono state fermate e accusate di preparare un attentato jihadista nella capitale. Di fronte a questa tendenza, all’inizio dell’anno la Procura nazionale antiterrorismo ha pensato ad istituire una sezione dedicata ai minori, per studiare e prevenire in modo più efficacie la radicalizzazione precoce[4].

Circa un terzo delle persone arrestate per reati di terrorismo nell’Unione Europea nel 2024 aveva meno di 20 anni.

In Belgio, un terzo circa dei soggetti che negli ultimi tre anni hanno pianificato attacchi non aveva ancora raggiunto la maggiore età.

In Italia, nel luglio 2025, la Polizia di Stato ha eseguito ventidue perquisizioni nei confronti di adolescenti tra i 13 e i 17 anni legati a contesti estremisti di diversa matrice.

Nella Svizzera tedesca, nella primavera del 2025 sarebbe stato sventato un attentato di matrice islamista da parte di un 18enne[5]. Nel Canton Vaud, i casi di minori seguiti dall’unità di prevenzione delle radicalizzazioni -un servizio attivo dal 2018[6]-, costituiscono quasi la metà del totale, con bambini che sono rimasti coinvolti già a partire dai 10 anni. Per la metà, si tratta di ragazze[7]. Questa percentuale paritaria non è frequente.  

Il servizio di mentoring del Canton Berna, nel 2024, ha accompagnato 12 persone radicalizzate, di età compresa tra 11 e 20 anni.[8] Lo scorso anno l’allora capo dell’intelligence aveva dichiarato che la svizzera è toccata dal fenomeno della radicalizzazione dei minori più di altri paesi europei. Nella Confederazione, lo jihadismo rimane in testa alle preoccupazioni.


La salute mentale come nuova frontiera della sicurezza

Secondo Europol, la combinazione fra isolamento sociale, disagio psicologico e uso intensivo delle tecnologie digitali costituisce oggi il terreno più fertile per la radicalizzazione precoce.
La salute mentale, in questo contesto, non è un tema secondario: ansia, depressione, solitudine e senso di inutilità rappresentano oggi fattori chiave che possono spingere i giovani verso narrative polarizzanti e totalizzanti.

The Psychology of Extreme Violence: A Case Study Approach to Serial Homicide, Mass Shooting, School Shooting and Lone-actor Terrorism book cover

Come ricorda Clare Allely nel suo libro The Psychology of Extreme Violence, “la violenza nasce spesso dal tentativo dell’individuo di recuperare un senso di valore o significato personale perduto o minacciato”. La radicalizzazione, allora, non è solo una questione di ideologia, ma un meccanismo di compensazione.


Alcune ricerche e dati statistici evidenziano che nei processi di radicalizzazione individuale, in particolare tra adolescenti, possono essere presenti condizioni neurodivergenti (come i disturbi dello spettro autistico) o difficoltà di regolazione emotiva e sociale. Non si tratta di una relazione causale, ma di una vulnerabilità specifica: chi fatica a decodificare norme sociali o emozioni altrui può essere più esposto a comunità online che offrono identità rigide, appartenenza immediata e linguaggi semplificati.

Per tutti questi motivi, da tempo ormai si parla della necessità di un approccio di salute pubblica alla prevenzione della radicalizzazione: non più solo sicurezza e intelligence, ma benessere mentale, sostegno psicologico e resilienza comunitaria.


L’ecosistema digitale come “camera dell’identità”

L’estremismo contemporaneo è autonomo e reticolare. Non risponde più a una leadership gerarchica, ma vive in una rete di simboli e riferimenti che mutano in continuazione. La propaganda si diffonde attraverso linguaggi emotivi e visivi — meme, video brevi, canzoni, influencer — in grado di catturare bisogni identitari e compensare la mancanza di riconoscimento nella vita reale.

Le piattaforme digitali diventano spazi di appartenenza emotiva, dove la socializzazione avviene in modo nuovo e frammentato. Qui la radicalizzazione non si costruisce più solo attraverso legami ideologici tradizionali, ma tramite interazioni online, imitazione di modelli violenti e partecipazione a comunità che mescolano jihadismo, suprematismo, incel (i cosiddetti celibi involontari, una sottocultura digitale con un proprio linguaggio e vari gradi di misoginia), complottismi e derive esoteriche. Questa ibridazione di ideologie fluide sostituisce spesso la religione o la politica con la promessa di significato personale, mentre i giovani osservano attentatori precedenti, come esempi da cui trarre insegnamenti.

In questo ecosistema, chi compie atti di violenza può quindi diventare fonte d’ispirazione per altri: come Brenton Tarrant, che nel 2019 a Christchurch uccise oltre 50 persone in due moschee; oppure Elliott Rodger, che nel 2014 in California, a 22 anni, realizzò una strage ispirata a ideologie misogine e oggi è idolatrato da comunità incel violente; fino al quindicenne svizzero autore dell’accoltellamento di un ebreo ortodosso a Zurigo il 2 marzo del 2024, il cui gesto è stato celebrato dai sostenitori dello Stato Islamico. Pochi giorni dopo l’evento, il Counter Extremism Project individuò sei profili su TikTok che esaltavano l’azione dello jihadista svizzero[9].

T-shirt con l’iconografia di Luigi Mangione in vendita su una piattaforma d’acquisti

O ancora, Luigi Mangione, il giovane che nel 2024 uccise a New York un dirigente della compagnia assicurativa sanitaria United Healthcare, e che oggi per parte della generazione Z americana è diventato un’icona pop ribattezzata “San Luigi”. La violenza viene reinterpretata come atto di giustizia alternativa, risposta alla frustrazione collettiva e alla perdita di fiducia nelle istituzioni.

L’atto estremo funziona come uno “schermo” si cui proiettare rabbia e impotenza.

Il ricercatore John Richardson, autore di Luigi: The Making and Meaning, citato dal New York Post: “Cercare di individuare il movente di Luigi è fuorviante. Ciò che conta è la sua elusività. Per un numero crescente di giovani che vibrano di ansie esistenziali, è diventato uno schermo su cui proiettano le proprie paure e i propri sogni”.  

Emblematico è anche il caso di Axel Rudakubana, il diciassettenne (autistico) che nel 2024 a Southport, in Gran Bretagna, accoltellò e uccise tre bambine in una scuola di danza. Il ragazzo non agiva in nome di un’ideologia, ma di un malessere personale. Il caso di due adolescenti britannici arrestati nei mesi successivi e sospettati di volerlo emulare, conferma come oggi la violenza si diffonda anche per imitazione, ispirazione o ricerca di visibilità.

Va sottolineato che gli attacchi effettivamente portati a termine restano prevalentemente opera di adulti. Secondo il database di START InSight, che monitora i profili degli jihadisti entrati in azione in Europa, l’età mediana degli autori degli attacchi tra il 2014 e il 2023 è di 26 anni, con fluttuazioni nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 anni nel 2019, e 28,5 anni nel 2023.

Tuttavia, “ “Childhood Innocence? Mapping Trends in Teenage Terrorism Offenders”, uno studio pubblicato dall’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) del King’s College di Londra, che ha preso in esame le attività di 43 minorenni condannati per reati collegati al terrorismo, sempre in Inghilterra e Galles, dal 2016 al 2023 (13), invita a non sottovalutare il ruolo dei ragazzi; sebbene nel periodo preso in considerazione nessun bambino sia riuscito a commettere un attentato e il reato più comune sia consistito nel possesso di materiale estremista, dalla ricerca emerge come un terzo sia stato condannato per la preparazione di atti di terrorismo, e come i ragazzi abbiano agito da “amplificatori” e “innovatori”, in grado di produrre materiali di propaganda, di reclutare altri e di pianificare attacchi. A fare deragliare i loro piani, potrebbero essere stati fattori legati all’età, come l’ingenuità e l’incapacità organizzativa.” (Estratto da Estremismo giovane, autonomo ed emancipato, in: Rapporto ReaCT2024)


Conclusione

A dieci anni dagli attentati del Bataclan, la radicalizzazione giovanile non si limita a rappresentare una minaccia ideologica: riflette una profonda crisi esistenziale. Solitudine, perdita di fiducia nelle istituzioni e percezione di un futuro chiuso alimentano un vuoto di senso, appartenenza e riconoscimento, che l’estremismo riesce a occupare. Investire in salute mentale, educazione relazionale e comunità vive non è solo un bene sociale, ma un elemento di sicurezza nazionale. Prevenire il radicalismo significa ricostruire legami, dare voce ai giovani e offrire prospettive concrete, restituendo loro la possibilità di sentirsi parte di qualcosa che meriti di essere costruito.

Sei linee di intervento

1️⃣ Ridefinire i criteri di rischio
Andare oltre le tradizionali etichette ideologiche e considerare segnali di fragilità psicologica: isolamento, attrazione per la violenza, imitazione di gesti estremi e ossessione per figure violente o “giustizialiste”.

2️⃣ Formazione multidisciplinare
Educatori (scuola, associazioni giovanili), psicologi, operatori sociali e forze dell’ordine devono condividere linguaggi, strumenti e protocolli comuni.

3️⃣ Intervento precoce e coordinato
Ogni segnalazione deve tradursi in un percorso di supporto, anche in assenza di elementi ideologici espliciti.

4️⃣ Comunicazione e contro-narrative credibili
Valorizzare il pensiero critico e proporre modelli simbolici alternativi e positivi.

5️⃣ Ricerca e monitoraggio continuo
Investire in studi interdisciplinari e nel monitoraggio delle piattaforme digitali emergenti, per intercettare segnali di “fissazioni violente” prima che degenerino in atti concreti.

6️⃣ Ruolo di educatori e genitori
Agire prima che compaiano segnali d’allarme, formando e sensibilizzando insegnanti e famiglie su manifestazioni di rischio, fattori di protezione e canali di aiuto. La prevenzione efficace è sempre multidisciplinare, territoriale e in rete.


[1] https://www.abc.net.au/news/2025-11-06/act-teen-behind-bars-over-detailed-plans-for-public-attacks/105980252

[2] https://www.intelligence.gov.au/news/asio-annual-threat-assessment-2025#:~:text=Fewer%20than%2017%25%20of%20the,backs%20on%20violence%20and%20extremism

[3] https://www.lematin.ch/story/alerte-la-menace-terroriste-reste-vive-en-france-103445118

[4] https://fr.euronews.com/2025/08/27/deux-adolescents-mis-en-examen-pour-des-projets-dattentats-contre-la-tour-eiffel-et-des-sy

[5] https://www.rts.ch/info/suisse/2025/article/attentat-terroriste-dejoue-en-suisse-un-jeune-de-18-ans-arrete-29026118.html

[6] https://www.letemps.ch/suisse/vaud/depuis-les-attaques-du-7-octobre-les-cas-de-radicalisation-ont-double-dans-le-canton-de-vaud?srsltid=AfmBOoov6l8-sx8pIqaN4AC8bR89XmB0G90A-l5cKZUcvHc3-e-BnnGo

[7] https://radiochablais.ch/infos/100576-lutte-contre-les-extremismes-violents-vaud-veut-renforcer-la-prevention?utm_source=chatgpt.com

[8] https://www.bern.ch/politik-und-verwaltung/stadtverwaltung/sue/amt-fur-erwachsenen-und-kindesschutz/fachstelle-radikalisierung-und-gewaltpraevention

[9]https://www.startinsight.eu/estremismo-giovane-autonomo-ed-emancipato/


Bataclan: a dieci anni dal più grande attentato terroristico in Europa.

di Claudio Bertolotti.

Dieci anni ci separano dal più grande attentato terroristico in Europa. L’attacco al “Bataclan” rappresenta infatti un evento eccezionale in termini di impatto emotivo, mediatico e operativo. Al tempo stesso quel terribile evento dimostra come un’azione a basso costo in termini di realizzazione possa ottenere un risultato dalle drammatiche conseguenze sul piano operativo e strategico. In particolare l’utilizzo all’interno della realtà europea, delle sue città, contro i suoi cittadini, di tecniche, tattiche e procedure militari acquisite dai terroristi jihadisti sui campi di battaglia mediorientali – in particolare la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan – ha dimostrato di saper mettere in crisi la sicurezza interna degli stati europei.

Oggi, a dieci anni da quell’evento straordinario, riproponiamo la lettura analitica su quanto accadde nella drammatica notte del 13 novembre 2015, e nei giorni successivi.

Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.

Keywords: Bataclan, jihadismo, radicalizzazione, terrorismo.

Sintesi dell’evento

Cosa accadde in quei giorni di dieci anni fa? L’arco operativo degli attentati di Parigi si articolò in più fasi, distribuite su un periodo di cinque giorni, tra il 13 e il 18 novembre; un’operazione pianificata con logica militare, caratterizzata da un’elevata coordinazione e da una precisa volontà strategica: colpire il cuore simbolico e politico dell’Europa.

La sera del 13 novembre, a partire dalle 21:16, prese avvio una sequenza di attacchi simultanei che investì tre aree della capitale francese: lo Stade de France, alcuni bistrot e ristoranti nei quartieri orientali e, infine, il teatro Bataclan. In meno di tre ore, tra le 21:16 e le 00:20, le cellule jihadiste misero in atto un’azione coordinata e ad altissima letalità, colpendo

obiettivi civili, simbolici e mediaticamente sensibili. Il bilancio fu devastante: 130 vittime, oltre 350 feriti e un’intera città paralizzata dal terrore.

Il giorno successivo, 14 novembre, lo Stato francese reagì con una misura d’emergenza senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale. Fu dichiarato lo stato d’emergenza nazionale, vennero sospese alcune garanzie costituzionali e si avviò una vasta operazione di intelligence e controterrorismo mirata all’identificazione dei responsabili, dei fiancheggiatori e della rete logistica che aveva consentito la pianificazione dell’attacco.

L’epilogo giunse all’alba del 18 novembre, quando le forze speciali francesi (RAID e BRI) circondarono un edificio nel quartiere di Saint-Denis, dove si nascondeva Abdelhamid Abaaoud, considerato il cervello operativo dell’attentato. Dopo un prolungato scontro a fuoco, Abaaoud e due suoi complici vennero uccisi. L’operazione segnò la conclusione della fase operativa del più grave attentato jihadista mai compiuto in Francia.

Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.

Introduzione

A meno di un anno di distanza dal terribile attacco a Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, il terrore ha investito nuovamente il cuore dell’Europa attraverso una serie di azioni spettacolari.

E proprio l’attacco alla Francia del 13 novembre 2015, proseguito con i violenti
scontri del giorno 18 nel quartiere di Saint Denis, – spartiacque sostanziale nell’evoluzione del fenomeno terroristico contemporaneo –
evidenzia come il fondamentalismo jihadista, che si diffonde dal Medio Oriente, attraverso il Nord Africa, fino ad arrivare a colpire il cuore della Europa, sia una minaccia concreta e crescente: una minaccia che è conseguenza
dell’avanzata neo-jihadista del gruppo Stato islamico (IS/Daesh) in combinazione con le dinamiche conflittuali locali (interne all’area MENA) e con il disagio sociale di una parte della comunità musulmana, sia dell’area MENA (in particolare Tunisia, Libia, area del Syraq) sia europea, quest’ultima spesso di
seconda, o terza, generazione.

Un’imposizione di violenza che, con i suoi 130 morti, 350 feriti – almeno cento in modo grave –, e 11 jihadisti caduti nei due giorni di combattimento a Parigi (13 e 18 novembre), ha portato a compimento con successo una serie di
operazioni coordinate e simultanee. Ciò che è avvenuto è stato un classico esempio di trasferimento di capacità tattica da un teatro operativo a un altro.

Ma a differenza del passato, dove le tecniche, tattiche e procedure venivano trasferite dall’Iraq all’Afghanistan, alla Siria, o alla Libia, oggi l’evoluzione di una tecnica di combattimento maturata e collaudata nell’area del Grande-Medioriente – dal sub-continente indiano al Maghreb – si è imposta in Francia,
uno Stato europeo, e potrà verosimilmente espandersi ad altri stati dell’Unione,
e l’Italia rappresenta un obiettivo significativo sul cui territorio vi sono molteplici target di alto valore (HVT – High Value Target), materiale e
simbolico.

È la tecnica del ‘commando suicida’, largamente utilizzata e affinata, che ha
fatto la sua comparsa per la prima volta nel 2008.

Oggi, esportando questa tecnica, il gruppo Stato islamico ha dimostrato di essere in grado, direttamente o indirettamente – di minacciare realmente l’Europa e i suoi cittadini.

E lo ha fatto dimostrando di disporre di ‘combattenti’ in grado di costituire nuclei di individui determinati, con adeguato livello di addestramento e Commando suicidi’: coordinamento e con buona capacità operativa in un contesto urbano; il livello delle capacità logistiche e intelligence è valutato come adeguato, per quanto minimale. Si tratta di capacità procedurali già applicate in Afghanistan, prima,
e nei teatri operativi del Syraq (Siria e Iraq) e della Libia, più recentemente.

1. La dinamica dell’attacco

Un attacco senza precedenti è stato portato, quello del 13 novembre, a cui ha fatto seguito, il successivo 18 novembre, la reazione al blitz delle forze di sicurezza francesi nel quartiere Saint Denis.

Giorno 13 novembre

Un commando di attaccanti suicidi ha colpito sei volte in meno di mezz’ora. Un’azione propriamente militare sviluppatasi, per la prima volta in Europa, attraverso la tecnica del ‘commando suicida’.

7 gli attaccanti suicidi, affiancati da elementi di supporto al combattimento, equipaggiati con armi da guerra (AK47 e fucili shotgun a pompa), bombe a mano e giubbotti esplosivi individuali.

Obiettivo ‘uno’: Stade de France’ porta ‘B’, colpito alle 21.20 da un attaccante suicida fermato mentre tentava di accedere allo stadio (con regolare biglietto acquistato); riconosciuto si è dato alla fuga facendosi esplodere e
provocando la morte di un passante. Un secondo attaccante suicida si è fatto esplodere alla porta ‘H’, senza provocare ulteriori vittime.

Nel complesso, le azioni sono state due, entrambe all’esterno della struttura; di queste una in fase di penetrazione (sventata dal sistema di sicurezza).

Obiettivo ‘due’: locali pubblici (ristoranti e bistrot) collocati all’interno del XII arrondissement. La tecnica è quella del fuoco di saturazione contro i ristoranti Carillon e Petit Cambodge, dove sono state uccise complessivamente 15 persone (altre 10 gravemente ferite); segue un altro attacco con fuoco di saturazione al locale Bonne Biere (19 vittime) e poi un’altra azione viene portata a compimento da un attaccante suicida in boulevard Voltaire.

Obiettivo ‘tre’: teatro-sala concerti ‘Bataclan’, dove il commando principale (composto da 4 attaccanti) ha fatto irruzione nel locale sparando sulla folla e tenuto la posizione per circa tre ore provocando 89 morti. L’azione si è conclusa con la morte (autoindotta per esplosione) di tre attaccanti e l’uccisione di uno di questi da parte delle forze di sicurezza.

Giorno 18 novembre

Quartiere di Saint Denis, nel corso di un blitz da parte delle forze di sicurezza francesi finalizzato alla neutralizzazione/cattura degli altri elementi componenti il gruppo di terroristi,

– un uomo si è fatto esplodere attaccando le forze di sicurezza;

– gli altri elementi del nucleo hanno opposto resistenza cercando di contrastare il blitz dall’interno di un appartamento condominiale, provocando il ferimento di 5 elementi della squadra d’intervento.

Equipaggiamento utilizzato:

– armi individuali: fucili d’assalto AK47, fucili a pompa tipo;

– giubbotti esplosivi: tritolo rafforzato da perossido di idrogeno con chiodi e bulloni per creare l’effetto shrapnel;

– veicoli: due auto noleggiate (Seat ‘Leon’ colore nero, e Volkswagen ‘Polo’).

La natura degli obiettivi colpiti

Si tratta di obiettivi dal forte impatto emotivo e simbolico poiché rappresentano i simboli quotidiani della società occidentale: stadio, teatro, ristoranti.

– L’obiettivo ‘uno’ è tecnicamente un hard-target, con un medio livello di sicurezza, ad elevata concentrazione di popolazione – tra queste il presidente Francois Hollande. L’obiettivo presunto era il pubblico presente alla
manifestazione sportiva che avrebbe dovuto, nei piani dell’organizzazione, essere coinvolto sfruttando gli effetti del panico generale, prevedendone  una fuga di massa che avrebbe provocato ancora più vittime dello stesso attacco.

– Gli obiettivi ‘due’ e ‘tre’ (locali XII arrondissement e teatro ‘Bataclan’) sono di tipo soft target, caratterizzati da un basso livello di sicurezza e alta concentrazione di popolazione.

Tutti gli obiettivi sono di natura puntiforme, distanziati sul piano spaziale al fine di imporre la dispersione sul terreno delle forze di sicurezza, un aumento delle unità impiegate, di quelle di pronto impiego e riserva.

Il risultato, a fronte di un costo ridotto per la condotta degli attacchi, è stata l’imposizione di significativi costi, in termini di risorse materiali e umane, sforzi logistico-operativi, difficoltà di coordinamento, ritardo nell’intervento da parte dell’apparato di sicurezza francese.

2. Tattica, tecnica e procedura

La tattica utilizzata è il raid condotto da ‘commando suicidi’ affiancati da elementi di supporto operativo convenzionale (tiratori dotati di armi automatiche individuali) attraverso fasi successive. Le tre singole azioni prese
in esame sono vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi dei combattenti-suicidi si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei combattenti. In particolare, per l’obiettivo ‘tre’, le fasi operative si sono così succedute: movimento verso l’obiettivo, penetrazione, uccisione indiscriminata, ricerca del panico, ostaggi, uccisione selettiva, conclusione con la morte autoindotta degli attaccanti (giubbotti esplosivi).

Ha fatto la sua comparsa, dunque anche in Europa, la tecnica di attacco delle unità commando composte da più combattenti-suicidi affiancati e sostenuti da elementi operativi. Una tecnica che ha dato prova di efficacia in Afghanistan e successivamente anche nel teatro operativo del Syraq. Il primo episodio di questo tipo ad aver ottenuto un’attenzione mediatica globale è quello di Mumbai nel novembre del 2008.

Inoltre, nella sua variante europea, si è manifestato come azione inserita in un contesto esclusivamente urbano, e per questo ascrivibile ad operazione dello urban warfare contemporaneo: l’evoluzione del combattimento nei centri abitati, difficile da contrastare, a rischio coinvolgimento di attori non-combattenti (popolazione civile), caratterizzato dall’imprevedibilità della minaccia e dall’elevato numero di target potenziali.

Si tratta di una tattica efficace – frutto della commistione dei due metodi classici veicolo-bomba[1] e uomo-bomba[2] uniti alla tecnica dell’assalto armato convenzionale – basata sul coordinamento di uno o più combattenti-suicidi
(spesso divisi in sotto-unità o scaglioni) sostenuti da nuclei di «sicurezza vicina» e finalizzata alla massimizzazione dell’opera di distruzione in funzione della penetrazione delle linee difensive e a sostegno dell’attacco suicida principale. Una tecnica che si è sviluppata e affinata attraverso il tempo grazie alla capacità di information-sharing tra i gruppi di opposizione armata e l’influenza diretta del conflitto iracheno; tecnica utilizzata ed evolutasi nel conflitto del Kashmir e applicata da quei gruppi insurrezionali kashmiri e pakistani, in primis il Lashkar-e-Taiba.

Questa tipologia di azione ottiene il risultato di un elevato numero di vittime provocate per singolo attacco, maggiore che non per le azioni condotte da singoli attaccanti, e maggiore attenzione mediatica.

E Parigi – come altre capitali o principali città europee – rappresenta un importante obiettivo, strategico e simbolico al tempo stesso; qui, le opportunità di colpire obiettivi di alto profilo sono elevate e garantiscono proprio quella eco mediatica amplificata che viene ricercata dai gruppi di opposizione armata: è l’opportunità a dettare la scelta per la condotta dei cosiddetti «attacchi spettacolari», al fine di spettacolarizzare la violenza.

Il successo del terrorismo è a livello operativo.

Come abbiamo avuto modo di evidenziare in #ReaCT2024 – 5° Rapporto sul radicalismo e il terrorismo in Europa, anche quando un attacco terroristico non riesce, produce comunque un risultato significativo: impegna pesantemente le forze armate e di polizia, distraendole dalle loro normali attività o impedendo loro di intervenire a favore della collettività. Inoltre, può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari, limitare, rallentare, deviare o fermare la mobilità urbana, aerea e navale, e ostacolare il regolare svolgimento delle attività quotidiane, commerciali e professionali, danneggiando le comunità colpite. Questo riduce efficacemente il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo, nonché la capacità di resilienza. In generale, infligge danni diretti e indiretti, indipendentemente dalla capacità di provocare vittime. La limitazione della libertà dei cittadini è un risultato misurabile ottenuto attraverso queste azioni.

In sostanza, il successo del terrorismo, anche senza causare vittime, risiede nell’imporre costi economici e sociali alla collettività e nel condizionare i comportamenti nel tempo in relazione alle misure di sicurezza o limitazioni imposte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. Questo fenomeno è noto come “blocco funzionale”. Nonostante la capacità operativa del terrorismo sia sempre più ridotta, il “blocco funzionale” rimane uno dei risultati più importanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Questo risultato impressionante, ottenuto con risorse limitate, conferma il vantaggioso rapporto costo-beneficio a favore del terrorismo, pur a fronte di una rilevata perdita progressiva di capacità che ha visto diminuire l’ottenimento del “blocco funzionale”, sceso al 78% nel 2022 e al 67% nel 2023.

Il terrorismo oggi: opportuna riflessione (dall’originale articolo per Formiche)

Il terrorismo jihadista si impone come una minaccia ideologica diffusa, collegata alle dinamiche storiche, conflittuali, delle relazioni internazionali e della competizione in Medio Oriente, in Africa e alla violenza discendente dalla lettura radicale dell’Islam; una dinamica conflittuale che oggi si associa sempre più spesso alla ricerca di identità di gruppi e individui attraverso l’opposizione culturale di una componente non marginale degli immigrati maghrebini di seconda e terza generazione in Europa, ma con una crescente componente di immigrati di prima generazione, spesso giunti in Europa da poco tempo. E parliamo di una galassia jihadista frammentata e caratterizzata da diverse ideologie e approcci pratici, tanto da indurre una riflessione sul concetto di terrorismo contemporaneo che si impone come fenomeno sociale molto diverso dai terrorismi che lo hanno preceduto; con ciò invitando a un cambio di paradigma nella stessa definizione di terrorismo: non più un’azione volta ad ottenere risultati politici attraverso la violenza, dunque nelle intenzioni; bensì intesa come l’effetto della violenza applicata. È così il terrorismo diviene manifestazione di violenza, priva di un’organizzazione alle spalle: è terrorismo nella manifestazione, non nell’organizzazione.

All’interno della stessa galassia jihadista, il terrorismo si impone come strumento di lotta, e lo fa con diversi gradi e modelli di violenza: da quella individuale, a quella organizzata, a quella ispirata e ancora al terrorismo insurrezionale che ben abbiamo conosciuto in Afghanistan, in Iraq.


[1] SVBIED: suicide vehicle-borne improvised explosive Device.

[2] SBBIED: suicide body-borne improvised explosive Device.


Istituzionalizzare la guerra irregolare: dentro la DoDI 3000.07 (2025)

di Andrea Molle dagli Stati Uniti

La nuova revisione 2025 della dottrina DoD Instruction 3000.07 segna un passo deciso nel rendere la Guerra Irregolare (Irregular Warfare, IW) una funzione stabile, finanziata e soggetta a valutazione delle Forze Armate statunitensi—al pari della guerra convenzionale. Convertendo la direttiva del 2014 in una istruzione, il documento va oltre le linee guida generiche: assegna responsabilità concrete, istituisce una governance dedicata e formalizza il Centro per la Guerra Irregolare (Irregular Warfare Center, IWC) come fulcro per conoscenza, formazione e cooperazione con i partner. Di seguito una lettura operativa su che cos’è, come funziona e perché conta.

Cosa fa la DoDI 3000.07

In sostanza, l’istruzione:

  • Definisce l’IW come l’ambito in cui attori statali e non statali perseguono coercizione e rassicurazione principalmente attraverso attività indirette, spesso non attribuibili e asimmetriche—in complemento, non in sostituzione, alle operazioni convenzionali.
  • Elenca il portafoglio IW, che comprende guerra non convenzionale; difesa interna estera (FID); controterrorismo e controinsurrezione; stabilizzazione; supporto del DoD al contrasto del finanziamento delle minacce e al contrasto della criminalità transnazionale; operazioni di supporto alle informazioni (MISO); affari civili; e porzioni di cooperazione in materia di sicurezza, assistenza alle forze di sicurezza, operazioni civili-militari e operazioni nell’ambiente informativo.
  • Colloca l’IW nella competizione strategica, sottolineando l’allineamento interagenziale (“whole-of-government”) e l’integrazione con alleati e partner per erodere la legittimità e l’influenza degli avversari, rafforzando al contempo quella dei partner.
  • Crea una governance durevole per pianificazione, allocazione di risorse, formazione, valutazione della prontezza e condivisione delle lezioni apprese—centrata su un IWC potenziato.

La logica di policy: IW come arte della competizione

L’istruzione tratta l’IW come una via principale per competere al di sotto della soglia del conflitto su larga scala. Invece di misurare il successo solo in termini di attrito sul nemico, pone l’accento su legittimità, influenza, accesso e capacità dei partner—fattori intangibili ma decisivi negli ambienti di sicurezza contesi. L’IW è incardinata nel diritto e nelle policy (ad es. Diritto dei conflitti armati; mitigazione dei danni ai civili) e riconosce le realtà interagenziali che talvolta collocano determinate attività in ambiti di autorità diversi dal Title 10.

Governance e ruoli: chi fa cosa

  • USD(P) (Sottosegretario alla Difesa per le Politiche) è l’integratore e il coordinatore della policy: allinea l’IW con la strategia nazionale, guida l’interazione interagenziale e internazionale e garantisce che operazioni, attività e investimenti (OAIs) corrispondano ai problemi prioritari.
  • ASD(SO/LIC) cura l’elaborazione quotidiana delle policy e la supervisione dell’insieme operazioni speciali/IW, inclusa la supervisione dell’IWC e la rendicontazione dei progressi.
  • Irregular Warfare Center (IWC) funge da cervello coordinatore e deposito centrale della conoscenza IW: dottrina e concetti, formazione e curricula, ricerca e lezioni apprese—al servizio di componenti del DoD, altre agenzie USA e partner stranieri.
  • DSCA opera come Agente Esecutivo dell’IWC—fornendo personale, budget, accordi e capacità contrattuali—e collega l’IW all’ecosistema della cooperazione in materia di sicurezza.
  • CJCS e Joint Staff valutano la prontezza congiunta per l’IW e le lacune, guidano l’integrazione globale e traducono i risultati in raccomandazioni per programmazione e sviluppo della forza.
  • Comandi Combattenti (CCMD) identificano i requisiti IW di teatro, la formazione e i bisogni linguistici/regionali; sviluppano approcci di sviluppo delle capacità dei partner che favoriscano missioni guidate dagli alleati con un’impronta USA leggera; e promuovono richieste di cambiamento DOTMLPF-P dal campo.
  • Dipartimenti delle Forze Armate istituzionalizzano l’IW come competenza di base, gestiscono programmi di addestramento e prontezza e mantengono capacità adeguate nelle formazioni—convenzionali e SOF.
  • USSOCOM assicura le capacità SOF peculiari dell’IW (incluse opzioni clandestine e non attribuibili) e la loro integrazione con la forza congiunta.
  • USCYBERCOM e USSPACECOM garantiscono che l’impresa IW possa sfruttare accesso, effetti e protezione nei domini cyber e spaziale; STRATCOM e USTRANSCOM contribuiscono con capacità specialistiche (effetti strategici non nucleari, trasporto non standard), mentre DIA/Intelligence della Difesa affinano strumenti analitici, tradecraft e formazione su misura per i problemi IW.

Formazione, prontezza e gestione della conoscenza

Una direttrice centrale dell’istruzione è il capitale umano. Le Forze e le scuole congiunte devono inserire l’IW nella formazione professionale militare (PME) e nell’addestramento pre-schieramento, con attenzione a lingua, competenze regionali e cultura, familiarità interagenziale e capacità di sviluppo dei partner. L’IWC cura e diffonde curricula e lezioni apprese, riducendo duplicazioni e accelerando l’adattamento. Valutazioni annuali collegano risultati e lacune IW al ciclo PPBE (pianificazione, programmazione, bilancio ed esecuzione) affinché l’IW non sia un ripensamento quando le risorse si fanno scarse.

Domini e abilitatori: cyber, spazio, informazione

La DoDI 3000.07 integra esplicitamente cyberspazio, spazio e le operazioni nell’ambiente informativo nella campagna IW. L’obiettivo non è “militarizzare” ogni problema, ma garantire che il pianificatore IW possa ottenere accesso, proteggere forze e partner, orientare i pubblici, esporre attività malevole e contrastare le narrazioni avversarie con strumenti congiunti, alleati e interagenziali. Si tratta tanto di difendere la legittimità dei partner quanto di degradare le reti avversarie.


Foto di Deniece Platt da Pixabay

Cosa cambia rispetto al 2014 e perché è importante

Tre novità sono particolarmente rilevanti:

  1. Da direttiva a istruzione. Il passaggio trasforma l’IW da orientamento a compito: responsabili nominati, tempistiche, valutazioni e integrazione nelle decisioni di risorse.
  2. Istituzionalizzazione dell’IWC. Il Centro diventa il tessuto connettivo di un’impresa prima frammentata—collegando policy, ricerca, formazione e coinvolgimento dei partner.
  3. Integrazione più profonda di cyber/spazio e informazione. L’istruzione riflette la realtà per cui l’IW moderna dipende da presenza e accesso persistenti—fisici, virtuali e cognitivi.

Insieme, questi cambiamenti mirano a rendere l’IW persistente, prevedibile e misurabile, invece che episodica e dipendente dalle persone.

Implicazioni pratiche

  • Per pianificatori e operatori: aspettatevi maggiore enfasi sulla campagna—sequenziare OAIs diverse per creare effetti strategici nel tempo, non eventi isolati. Le metriche di efficacia guarderanno a influenza, legittimità e capacità dei partner, non solo a output cinetici.
  • Per Forze e sviluppatori della forza: competenze e formazioni IW verranno pianificate e programmate, non improvvisate. I percorsi formativi dovranno fondere expertise regionale, operazioni d’influenza e abilitazione dei partner con l’integrazione SOF-forze convenzionali.
  • Per l’interagenzia: l’istruzione invita a un allineamento più stretto con diplomazia, sviluppo, forze dell’ordine e autorità finanziarie. Il DoD segnala la volontà di essere giocatore di squadra in competizioni complesse in cui gli strumenti militari sono necessari ma non sufficienti.
  • Per alleati e partner: attese maggiori investimenti in assistenza alle forze di sicurezza e sviluppo della capacità istituzionale, puntando a risultati guidati dai partner e sostenibili—soprattutto dove gli obiettivi strategici USA sono meglio serviti abilitando altri.
  • Per analisti e formatori: la funzione di knowledge dell’IWC dovrebbe facilitare l’accesso a curricula, casi e lezioni apprese di qualità, riducendo la distanza tra ricerca e pratica.

Rischi e questioni aperte

  • Misurare l’intangibile. Legittimità e influenza sono difficili da quantificare. Il successo dell’istruzione dipende dalla creazione di quadri valutativi credibili e utili alle decisioni, evitando incentivi distorti.
  • Seam di autorità. Attività al confine tra Title 10/Title 50 o tra DoD e agenzie civili possono generare attriti. Processi chiari e piani di campagna condivisi saranno vitali.
  • Concorrenza per le risorse. In bilanci stretti, l’IW deve dimostrare il proprio valore senza cannibalizzare la prontezza convenzionale. Il collegamento al ciclo di programmazione è promettente—ma solo se i leader lo fanno rispettare.
  • Politica dei partner. Sviluppare la capacità altrui è intrinsecamente politico e talvolta controverso. L’istruzione presuppone una solida governance, supervisione e due diligence sui diritti umani per proteggere interessi e valori USA.

In sintesi

La DoDI 3000.07 non mira a esaltare il “lato ombra” del conflitto. Mira a normalizzare la capacità degli Stati Uniti di condurre campagne con alleati e partner in spazi contesi, dove legittimità, influenza e accesso determinano gli esiti molto prima del combattimento su larga scala. Inserendo a sistema governance, formazione, valutazioni e integrazione tra domini—e valorizzando l’Irregular Warfare Center—l’istruzione offre ai professionisti un progetto realistico per competere e, quando necessario, combattere in modo irregolare con rigore e responsabilità.


NEW YORK, SPECCHIO DELL’AMERICA INQUIETA: TRA IDEALISMO PROGRESSISTA E RESA DEI CONTI CON IL CAPITALISMO

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

Gli USA piacciono perché sono sempre all’apice del cambiamento, hanno il coraggio di provare nuove strade, nuove ricette. Ma di questi tempi sembra di assistere a una tragedia greca: se voti per me sei mio amico, se non voti per me sei il mio nemico, un fondamentalismo cieco ed eversivo dove come nemico devi venire cancellato.

Le elezioni per la poltrona di sindaco di New York — caratterizzate da un’affluenza record, la più alta degli ultimi 50 anni — hanno generato forti reazioni, riflettendo la profonda polarizzazione politica e sociale della metropoli.

Zohran Mamdani, 33 anni, figlio del professore di origine ugandese Mahmood Mamdani — docente di Government alla Columbia University — e della regista indiana Mira Nair, autrice di film premiati come Monsoon Wedding e The Namesake, è finito al centro di un acceso dibattito politico e mediatico.

Leggendo le pubbliche affermazioni dei genitori di questo ragazzo, in effetti c’è da preoccuparsi. Il padre, Mahmood Mamdani, è noto per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti dell’Occidente: in un libro e in diverse interviste ha sostenuto che dovremmo “capire” piuttosto che demonizzare figure estreme come l’Unabomber — ricordiamo che l’Unabomber, oltre ad aver ucciso tre persone e ferito più di venti, ha tenuto l’America in soggezione per mesi ogni volta che si riceveva un pacco non identificabile, per paura che ci esplodesse in faccia – mentre in un’altra occasione, lo stesso professore è stato accusato di aver paragonato il presidente Abraham Lincoln a Hitler, scatenando l’indignazione pubblica. (Anche qui ricordiamo che fu Lincoln a volere estendere il diritto al voto per i maschi di colore.)

La madre, Mira Nair, una delle più apprezzate registe del cinema indipendente, ha più volte espresso posizioni politiche molto nette, criticando la cultura americana contemporanea e appoggiando movimenti progressisti, ma soprattutto dimostrando quanto fosse orgogliosa che suo figlio, ventunenne all’epoca dell’intervista, non fosse assolutamente americano anzi un “vero desi” – ossia di origine indiana/pakistana.

Da un lato, i repubblicani hanno colto l’occasione per usare i profili dei genitori di Mamdani come simbolo di un’élite accademica e culturale lontana dalla vita reale dei newyorkesi; dall’altro, i progressisti difendono il giovane candidato come l’incarnazione di una nuova generazione di americani cosmopoliti, idealisti e pronti a sfidare lo status quo.

Mentre New York ha eletto il suo più giovane sindaco, di origine ugandese e musulmano, il resto del Paese sembra attraversare una stagione di contrasti e ombre.

È morto Dick Cheney, 84 anni, l’ex vicepresidente più lugubre che gli Stati Uniti abbiano avuto: l’architetto della guerra in Iraq, l’uomo che ideò e difese il programma di “interrogatori rafforzati” — il progetto torture che dopo l’11 settembre segnò la deriva morale dell’America. Quello che abbiamo fatto in Iraq era la cosa giusta da fare”, dichiarò senza esitazione. “Se dovessi raccomandarlo di nuovo, lo farei esattamente allo stesso modo.”
Un testamento politico, ma anche etico, che risuona come un’eco inquietante nel clima odierno.

Intanto, sul fronte economico, le notizie sono sempre più fosche. Milioni di americani vivono ancora di food stamps, o buoni alimentari: oltre 41,7 milioni di persone, cioè più del 12% della popolazione, dipendono da questo programma di sostegno economico. E mentre il numero di famiglie in difficoltà cresce, i più ricchi sono diventati ancora più ricchi: l’1% più abbiente detiene ormai circa il 30% della ricchezza nazionale, e le 20 famiglie più facoltose hanno visto la loro fortuna aumentare di oltre un trilione di dollari in un solo anno.

Ma la crisi non è solo nei numeri: è nelle persone che perdono il lavoro. È di ieri la notizia che Amazon ha annunciato 14.000 licenziamenti del personale d’ufficio, e molto probabilmente il numero supererà i 28.000, man mano che l’intelligenza artificiale verrà a sostituire alcune mansioni; Target (importante catena nazionale di grandi magazzini) taglierà 1.800 posti, General Motors più di 3.300 nel settore dei veicoli elettrici, Paramount Global circa 2.000 dopo la fusione con Skydance, e UPS ha già eliminato 48.000 posizioni ad oggi.
In totale, oltre 70.000 persone hanno perso il lavoro solo tra le grandi aziende citate.

Di fronte a questo scenario, la Federal Reserve ha tagliato i tassi d’interesse per la seconda volta consecutiva, e Jerome Powell ha parlato apertamente di un “mercato del lavoro in indebolimento”.
Il rallentamento è reale, ma anche il senso di smarrimento che si percepisce ovunque: l’America che da sempre si è reinventata, oggi deve rivedere le conseguenze della propria velocità, e le sue politiche.

Ed è qui che guardiamo al successo di Mamdami per capire se le idee, al di là delle facili etichette, troveranno esecuzione.

Le priorità del sindaco Zohran Mamdani

1. Casa accessibile e quartieri sostenibili
Mamdani punta a rendere New York una città dove vivere non sia un privilegio per pochi. Propone un blocco degli affitti per le abitazioni regolamentate e un piano decennale per la costruzione di 200.000 nuove case a prezzi accessibili. Intende inoltre combattere le frodi immobiliari e aumentare la densità edilizia intorno ai nodi di trasporto pubblico, favorendo una città più vivibile senza speculazioni immobiliari.

2. Trasporti pubblici gratuiti ed efficienti
Uno dei suoi cavalli di battaglia è l’introduzione di autobus gratuiti in tutta la città, seguito da un potenziamento del trasporto pubblico e un miglioramento dei collegamenti nelle zone periferiche.

3. Istruzione e infanzia
Asili nido e scuola dell’infanzia gratuiti per tutte le famiglie; investimenti nelle scuole pubbliche per renderle più sicure ed ecologiche.

4. Politica fiscale equa
Aumento delle tasse del 2% sui redditi superiori al milione di dollari e sulle grandi imprese destinando le nuove entrate a sanità, casa, istruzione e trasporto pubblico.

5. Città verde e resiliente
Promuove una visione di New York come città sostenibile: retrofit energetici, pannelli solari sui tetti e riconversione degli spazi urbani “fragili” in aree verdi.

New York City

6. Diritti e giustizia sociale
Vuole rafforzare lo status di “città santuario” per gli immigranti, garantendo assistenza legale gratuita inclusi quelli già detenuti o in procedimenti d’immigrazione. Sostiene l’estensione dell’assistenza sanitaria inclusiva per le persone LGBTQ+ e una riforma della giustizia penale centrata sulla prevenzione e l’uso dei servizi sociali più che sulla repressione.

Noi europei, abituati a politiche sociali e a un diverso equilibrio tra Stato e mercato, non ci spaventiamo di fronte a proposte come queste. Ma per gli Stati Uniti rappresentano quasi una tragedia ideologica: la visione di Mamdani viene già paragonata da molti alla Russia pre-1989.
Eppure, sulla carta, chi non vorrebbe un programma simile? In un Paese dove gli affitti hanno raggiunto livelli insostenibili e gli stipendi non tengono il passo con le spese di base, le sue proposte rappresenterebbero un netto miglioramento della qualità di vita, tanto per i meno abbienti quanto per la classe media.

Il problema è che Mamdani non ha fatto i conti con la mentalità americana: di fronte a condizioni sfavorevoli, molti preferiscono andarsene piuttosto che attendere un cambiamento. E New York, oggi, ne è la prova: secondo i dati ufficiali del New York City Department of Planning, la città ha perso circa 78.000 residenti tra il 2022 e il 2023, un calo dovuto soprattutto alla migrazione verso stati con costi più bassi.
Il Fiscal Policy Institute spiega che la maggior parte di chi lascia appartiene alla classe media o medio-bassa, famiglie con bambini piccoli e redditi insufficienti ad affrontare affitti e spese di base.
Nel frattempo, quasi mezzo milione di persone ha abbandonato lo stato di New York nello stesso periodo, secondo Business Insider, mentre i grandi patrimoni — quelli del top 1% — restano stabili, almeno per ora.

Ma per quanto ancora?
Secondo Bloomberg Wealth, diversi family office e fondi privati con sede a Manhattan stanno trasferendo residenza fiscale e sedi operative in stati come Florida, Texas e Nevada, dove la tassazione è più favorevole.
Un’analisi di SmartAsset e dei dati dell’IRS mostra che 1.800 contribuenti con redditi superiori al milione di dollari hanno lasciato New York nel 2023, spostando con sé quasi 4 miliardi di dollari di reddito imponibile.
La Tax Foundation avverte che, se la tendenza dovesse continuare, lo stato rischia di perdere oltre 10 miliardi di dollari di entrate fiscali entro il 2027.
Il motivo è semplice: a New York City la somma tra imposte statali, federali e municipali può arrivare al 14,8% sui redditi più elevati — una pressione che, unita al costo della vita e alla percezione di instabilità normativa, sta spingendo i capitali verso Sud.

E i ricchi, si sa, non ci mettono molto a reagire. Basta guardare alla California, dove il governatore Gavin Newsom — dopo aver aumentato le tasse sui redditi alti — è riuscito a far scappare persino l’ex democratico Elon Musk, insieme a qualche miliardo di dollari di entrate fiscali.

Resta da capire quanto i poteri forti permetteranno al giovane sindaco di attuare le sue politiche, perché New York, simbolo per eccellenza del capitalismo americano e del sogno di realizzazione individuale, è anche il luogo dove ogni riforma incontra la resistenza degli interessi economici più consolidati. L’America sta attraversando una crisi importante che non risparmia nessuno: non solo i ceti popolari, ma anche la classe media, schiacciata tra il costo della vita, gli affitti fuori controllo e per molti si aggiunge il peso dei debiti universitari.
L’America di Mamdani nasce da un’idea nobile — ridare equilibrio e dignità a un sistema che ha smarrito la misura umana — ma rischia di infrangersi contro la stessa logica che ha reso grande New York: quella della competizione sfrenata, della ricerca del successo individuale e dell’eterna fiducia nel mercato come soluzione di tutto. Eppure, se c’è un posto al mondo dove i sogni possono ancora sfidare il cinismo, è proprio New York. Mamdani lo sente: la sua battaglia è culturale più che politica.

I cambiamenti, a New York, cominciano sempre con un sogno — e spesso con quel “qualcuno” di abbastanza ostinato (e fortunato) da crederci. In una città che ha fatto della libertà individuale la sua religione, l’idea di un’equità collettiva resta un atto di fede e come ogni fede, avrà bisogno di tempo per diventare realtà. E noi, alla finestra, guardiamo ponderando se – come si dice qui “he is going to drink from a firehose” (bere da una manichetta antincendio – “riuscirà a non affogare in quel mare magnum newyorkese?).


Tra Antifa e polarizzazione: dentro il caos della politica americana

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

ANTIFA: origini ed evoluzione

Una prima definizione di ANTIFA è una contrazione dell’espressione antifascista. Si riferisce a una rete decentralizzata di militanti/collettivi di estrema sinistra che si oppongono a quelli che ritengono fascisti, neo-nazi, suprematisti bianchi/razzisti o più in generale estremisti di destra. Mentre alcuni considerano gli Antifa un sottoinsieme degli anarchici, gli aderenti spesso mescolano opinioni anarchiche e comuniste.

Uno dei simboli più comuni usati dagli Antifa combina la bandiera rossa della Rivoluzione russa del 1917 e la bandiera nera degli anarchici del XIX secolo. I gruppi Antifa conducono spesso contro-proteste per interrompere raduni e manifestazioni di estrema destra, organizzandosi in black bloc (raduni ad hoc di individui che indossano abiti neri, passamontagna, sciarpe, occhiali da sole e altro materiale per nascondere i loro volti), usando ordigni esplosivi improvvisati e altre armi artigianali e ricorrendo al vandalismo. Inoltre, i membri Antifa pianificano le loro attività attraverso i social media, le reti peer-to-peer crittografate e i servizi di messaggistica crittografata come Signal.

Le origini storiche

Le origini di Antifa risalgono alla Germania dei primi anni ’30 e all’opposizione anti-nazista. I colori della sua bandiera provengono da quel contesto storico e non hanno alcun legame con i colori della bandiera palestinese, seppur simili.

L’evoluzione in Europa

Come i Black Block che un tempo colpirono l’immaginario comune perché composti da individui completamente vestiti di nero e mascherati per non essere identificabili, così Antifa ha adottato lo stesso stile, migliorando e perfezionando quanto appreso dai predecessori.

Se si è vissuto il periodo caldo italiano degli anni ’70, quando diversi piccoli partiti di estrema sinistra si scontravano con l’estrema destra quasi ogni sabato nei centri città — e non importa quale, poiché si trattava di un fenomeno diffuso su tutto il territorio italiano — e se si ricordano, dai primi anni 2000, le azioni violente dei Black Block che si infiltravano sistematicamente in numerose manifestazioni in tutta Europa, si capirà che ANTIFA non è un fenomeno nuovo. Chi li immagina come un gruppo di giovani che sfila contro decisioni politiche centrali, si sbaglia — e di molto.

Antifa negli Stati Uniti

 Negli Stati Uniti, ANTIFA si manifesta dapprima negli anni ’80, e in seguito emerge apertamente sulla scena a partire dal 2016. Insieme al movimento Black Lives Matter, non trova una definizione univoca tra i vari think tank, siano essi conservatori o liberali: c’è chi la considera un movimento, chi una rete di individui che condividono opinioni simili e protestano contro i suprematisti bianchi — spesso vandalizzando proprietà altrui — e chi invece ritiene che sia un’organizzazione ben strutturata e sovvenzionata. Viene generalmente considerata come un insieme di gruppi violenti.

Il ricercatore Andrea Molle (START InSight) scrive che  “Antifa non costituisce un’entità strutturata, provvista di un minimo livello di leadership centralizzata, di un’appartenenza ben definita o di un apparato finanziario coerente”;  “è più appropriato descriverla come un movimento sociale decentralizzato, contraddistinto da un’auto-proclamata ideologia antifascista, da reti locali e da un repertorio eterogeneo di pratiche che spaziano da forme di protesta pacifica fino a modalità di confronto violento”. 

Secondo Seth G. Jones, (presidente del Dipartimento per la Difesa e la Sicurezza e Harold Brown Chair presso il Center for Strategic and International Studies – CSIS), “Antifa non è un movimento monotematico, e i sostenitori di Antifa non si oppongono semplicemente al fascismo. “L’antifascismo”, scrive Mark Bray nel suo studio su Antifa, “è una politica illiberale di rivoluzione sociale applicata alla lotta contro l’estrema destra, non solo contro i fascisti letterali”. I simpatizzanti Antifa si concentrano su altre questioni, tra cui l’attivismo ambientale, la mobilitazione contro la guerra e l’antirazzismo.”

Nel 2020, durante le proteste seguite all’uccisione di George Floyd, Donald Trump scelse Antifa come bersaglio retorico per incarnare il caos e la minaccia interna. Senza alcun atto formale, annunciò via Twitter che gli Stati Uniti avrebbero designato il movimento, come “organizzazione terroristica”, pur sapendo che la legge americana non consente tale classificazione per gruppi domestici. Fu un gesto politico, non legale — un’arma di comunicazione. In un Paese già diviso, “Antifa” divenne un contenitore semantico: il volto dell’anarchia, per la destra, un capro espiatorio per giustificare una risposta securitaria alle proteste razziali. In realtà, nessun documento federale o rapporto dell’FBI provava l’esistenza di un coordinamento nazionale, ma la parola funzionò come marchio emotivo: bastava nominarla per evocare disordine e paura.


Foto di Moises Gonzalez su Unsplash

Cinque anni dopo, lo scorso settembre 2025, Trump ha trasformato quella minaccia simbolica in un atto di governo. Con l’Executive Order “Designating Antifa as a Domestic Terrorist Organization”, la Casa Bianca ha ordinato a tutte le agenzie federali di indagare e smantellare ogni attività “condotta da Antifa o da chi agisce per suo conto”. È la prima volta che un presidente tenta di applicare la designazione di terrorismo a un movimento interno — un passo che molti giuristi considerano incostituzionale e potenzialmente liberticida. Se nel primo mandato “Antifa” era un nemico immaginario, nel secondo è diventata un nemico di Stato. È il passaggio dal linguaggio della campagna al linguaggio del potere: la retorica si fa norma, e l’immaginario politico si traduce in sorveglianza reale. Così la pensa Faiza Patel del Brennan Center for Justice.

Sul fronte opposto rispetto alle critiche del Brennan Center, il think tank conservatore America First Policy Institute e diversi esponenti della sicurezza nazionale vicini a Trump, come Chad F. Wolf, ex segretario alla Homeland Security, hanno salutato con favore l’ordine esecutivo che designa Antifa come organizzazione terroristica domestica. In un editoriale pubblicato su Newsmax il 25 settembre 2025, Wolf descrive la misura come “una risposta necessaria e attesa da tempo” contro una rete di “militanti anarchici” che per anni avrebbero “terrorizzato le città americane nell’impunità quasi totale”. Citando i dati delle proteste del 2020 — oltre 500 episodi di violenza, 2 miliardi di dollari di danni e 1.000 agenti feriti — l’ex ministro dipinge Antifa non come un concetto astratto, ma come un “network organizzato e finanziato attraverso canali opachi”. L’ordine, secondo lui, consentirebbe finalmente alle autorità federali di “indagare, interrompere e perseguire le attività criminali di Antifa ai sensi delle leggi sul terrorismo”. Wolf accusa, inoltre, i media liberal e il Partito Democratico di aver “normalizzato la violenza politica” e di definire “attivismo” ciò che, a suo avviso, “gli americani chiamano anarchia”. In questa visione, il decreto di Trump diventa non un atto simbolico ma un segnale di forza: il tentativo di ripristinare l’ordine in un Paese che, secondo i suoi sostenitori, “ha tollerato troppo a lungo la violenza travestita da protesta politica”.

Fare politica oggi in America

Ma con tutte le problematiche attuali che affliggono questa nazione, da quelle economiche alle violenze per strada, fare politica oggi negli Stati Uniti non è semplice, perché la polarizzazione ha creato all’interno del discorso violenze che prima non esistevano. Ne ho parlato con Jolene, signora sui 40 anni che ha deciso di correre come assessore della sua cittadina nel sud est dell’America, ricca, perché ha un budget di 230 milioni di dollari e la cui popolazione è composta principalmente da pensionati del nord, e quindi senza debiti e felici di dedicarsi al golf, al caldo.

Le ho chiesto cosa vuol dire offrire la propria candidatura per diventare amministratore di questo territorio. Mi racconta che la campagna elettorale, oggi, è divenuta una guerra culturale dove ogni parola si trasforma in una prova di fedeltà, un segnale di schieramento.

Negli Stati Uniti, questa dinamica si riflette sempre più chiaramente nelle strategie dei leader che si preparano alla prossima sfida presidenziale. Dalle primarie democratiche alle candidature emergenti — come quella di Gavin Newsom, governatore della California, che molti vedono già in movimento — la politica appare ormai come un gioco di identità più che di idee. Le piattaforme digitali hanno dissolto i confini tra dibattito e spettacolo, tra rappresentanza e influenza. Così, “fare politica” oggi è spesso costruire un’identità pubblica prima ancora di un programma, scegliere simboli più che soluzioni. I candidati non cercano solo voti ma visibilità e i movimenti — da Antifa ai gruppi pro-Trump — diventano specchi di un Paese che si definisce non per ciò che desidera, ma per ciò a cui si oppone. In questa America frammentata,  la politica non è più il luogo del compromesso, ma il teatro della contrapposizione, dove consenso e conflitto si confondono fino a diventare lo stesso linguaggio.

Parlando con Jolene, mi sembra di aver trovato una goccia preziosa in un mare magnum di contraddizioni. Giovane atletica, è entrata nell’arena politica dopo aver conosciuto un assessore della sua cittadina, che “sembra essere stata eletta più per beltà che per merito” – “e quindi mi sono chiesta, ma è tutto qua quello che possiamo fare?”-“da donna mi sono vergognata, dovremmo rappresentarci come persone preparate non belle statuine!”, e così si è buttata nella mischia.

Con due figli già grandi, uno pilota nell’aeronautica militare, l’altra che vive a New York e da vera millenial si è innamorata del candidato sindaco democratico Zohran Mamdani, Jolene mi racconta le dinamiche di chi governa e amministra la “cosa pubblica”, e ho l’impressione di ascoltare un’antica storia all’italiana. Intrighi, strategie di convenienza e clientelismi: ce n’è per tutti. Non si scoraggia nemmeno quando realizza che rimuovono i suoi cartelli pubblicitari esposti nelle aiuole del centro città.

Ma nel “magna magna” generale, la categoria che si staglia fra tutte è quella dei costruttori di case a basso costo, anonime, a schiera, stile Jugoslavia di Tito, che, visti i profitti, hanno fatto chiudere qualche occhio di troppo a chi è responsabile dei permessi. Infatti, non c’è un piano urbanistico, uno studio sulle infrastrutture necessarie, solo avidità per un guadagno facile, mentre centinaia di alberi vengono abbattuti senza pietà.

Jolene non ha né affiliazioni né sponsor, solo chi, qua e là, le vuole donare qualche dollaro da spendere per la sua pubblicità. Ogni giorno dedica due ore a bussare alle porte e a presentarsi.

Jolene non si illude, ma continua la sua campagna elettorale. “Voglio vincere!” dice. “E spero che parlando chiaro ci sia la possibilità di cambiare direzione perché questa non è crescita, è distruzione del territorio.”

Le sue parole riassumono il paradosso di molte comunità americane: territori svenduti a costruttori senza scrupoli, amministrazioni locali piegate agli interessi privati e cittadini ormai rassegnati a non contare. La politica diventa così un terreno di scontro tra chi costruisce per profitto e chi cerca di difendere un’idea di comunità.

Realizzo che il cambiamento, in una nazione che sembra vivere una guerra civile sotterranea — più silenziosa che dichiarata — può arrivare solo dal basso verso l’alto. Forse, con tante Jolene, il sogno americano può tornare a essere qualcosa di reale? Lo speriamo tutti.

Foto di copertina di Julian Wan su Unsplash


Hezbollah oggi: dopo la guerra con Israele. La metamorfosi tra deterrenza, profondità e resilienza

di Claudio Bertolotti.

Questa analisi è parte di una serie di valutazioni frutto di dialogo e confronto con gli esperti dei principali centri di ricerca e analisi israeliani e di osservazione sul campo dei settori critici del fronte di guerra israeliano (Gaza e fronte settentrionale).

Dal Litani alla Beqaa: la strategia della sopravvivenza di Hezbollah dal punto di vista israeliano.

L’analisi fornita dall’Alma Research and Education Center israeliano – in occasione di una recente visita del direttore di START InSight, Claudio Bertolotti, – rivela, con chiarezza e coerenza, la logica militare che guida l’attuale fase di riorganizzazione e rafforzamento di Hezbollah. L’organizzazione è stata colpita negli ultimi anni da perdite materiali e logistiche pari all’85% in termini di capacita’ operativa, in conseguenza dell’intervento israeliano in territorio libanese del 2024 che, nella prima notte di operazioni ha colpito e distrutto circa 1400 obiettivi di Hezbollah, comprensivi di strutture militari e quadri dal livello di plotone a livello di corpo d’armata . Oggi, terminata la fase più intensa dell’operazione militare, Israele è impegnato a contenere, con azioni mirate, la riorganizzazione di Hezbollah che, seppure a fatica, ha avviato un prevedibile processo sistematico di riorganizzazione militare che si fonda su tre principali assi strategici: la ridislocazione territoriale, la profondità difensiva e la sopravvivenza operativa attraverso infrastrutture sotterranee.

Dalla linea del Litani alla profondità della Beqaa

Il primo elemento di rilievo è la trasformazione della geografia militare di Hezbollah. Dopo il 2006, e più ancora dopo le campagne aeree israeliane del 2020–2023, l’asse meridionale a sud del fiume Litani — tradizionalmente sede delle unità Nasr e Aziz — ha perso parte della sua funzione strategica diretta. Oggi è considerato come “ex centro di potere militare” per il fronte sud, dove la presenza del movimento resta ma con finalità più difensive e limitate.
Parallelamente, Hezbollah ha avviato una nuova ridislocazione a nord del Litani, costruendo infrastrutture e depositi per armi e missili. Questa scelta risponde a due obiettivi complementari: ridurre l’esposizione al fuoco israeliano e mantenere capacità di lancio strategico a media e lunga gittata: un adattamento coerente alla natura ibrida di un’organizzazione che opera tra logiche convenzionali e clandestine.

Beirut e la centralità del “comando urbano”

Beirut resta il centro nevralgico di comando e controllo. Qui Hezbollah concentra la sua struttura di comando strategico, le sale operative e parte dei depositi di armi più sensibili. È la dimensione politico-militare dell’organizzazione: la prossimità a infrastrutture civili e la densità urbana offrono una duplice protezione – sul piano fisico e su quello della narrazione – poiché ogni attacco israeliano in questo contesto, coinvolgendo l’opinione pubblica occidentale – sia le frange ideologizzate estremiste sia quelle moderate – produce inevitabilmente conseguenze mediatiche e diplomatiche. La capitale libanese è, in altri termini, il simbolo del “fronte politico armato” di Hezbollah: un centro di potere che fonde capacità militare e deterrenza psicologica.

L’unità Badr e la resilienza tattica del fronte montano

Come rilevato in occasione del briefing da parte del Centro Alma, la Badr Unit nell’area di Hatzbaya riveste il ruolo di nodo cruciale per la difesa del fronte meridionale. Essa coordina quattro elementi tattici fondamentali:

  1. schieramenti difensivi e sistemi antiaerei;
  2. batterie di lancio e unità di fuoco;
  3. depositi e sistemi di stoccaggio;
  4. infrastrutture sotterranee.

L’obiettivo è garantire continuità operativa anche in condizioni di attacco massiccio. La presenza di tunnel e bunker non è più solo una misura difensiva: è un dispositivo di sopravvivenza che consente a Hezbollah di mantenere capacità di comando, controllo e fuoco anche dopo un attacco israeliano di grande scala.

La valle della Beqaa: profondità strategica e capacità missilistica

La valle della Beqaa rappresenta la retrovia strategica del sistema impostato da Hezbollah. Qui si concentra la produzione, l’assemblaggio e lo stoccaggio di armamenti, oltre alle basi di addestramento. È qui anche la sede dei missili balistici e da crociera a lungo raggio, destinati a garantire la capacità di colpire in profondità il territorio israeliano.
Tra i vettori disponibili: Fateh-110 (gittata di 300 km), SCUD (700 km), Abu Mahdi (1000 km, stimata) e Hoveyzeh (1300 km, stimata). A questi si aggiungono sistemi antinave (C-802, Yakhont, Khalij Fars) e antiaerei (Sayyad-2C, Pantsir, SA-17).
La logica è quella di una deterrenza multilivello: colpire dal profondo, proteggere la costa, garantire una copertura antiaerea parziale e saturare la capacità di difesa israeliana con un numero elevato di colpi sparati.

Il fronte sud: la prima linea di “resistenza”

Nel sud del Libano, Hezbollah mantiene una struttura articolata su armi a corto e medio raggio: razzi Burkan, Falaq, Grad e Fajr-5, con gittate tra 10 e 75 km. È una forza prevalentemente offensiva a livello tattico, pensata per saturare le difese del nord di Israele nei primi giorni di conflitto.
Completano lo schieramento i sistemi anticarro guidati ATGM (Kornet, Dehlaviyeh, Almas, Milan) e le difese a corto raggio contro droni ed elicotteri (Igla, Strela, Verba). L’obiettivo di questa “first line of defense” non è tanto arrestare un’avanzata israeliana, quanto ritardarla e infliggerle perdite significative, mantenendo al contempo una primaria pressione psicologica sulle comunità di confine israeliane.

Conclusioni: la strategia della sopravvivenza

Hezbollah sta trasformando il proprio dispositivo da forza di resistenza territoriale a sistema missilistico integrato a più livelli. La ridislocazione verso nord e la dispersione delle capacità in infrastrutture sotterranee testimoniano una chiara evoluzione dottrinale:

  • passaggio dalla logica della “difesa di posizione” alla difesa in profondità;
  • ibridazione tra forze convenzionali, strutture clandestine e funzioni di deterrenza strategica;
  • costruzione di un ombrello missilistico a lungo raggio in grado di compensare la superiorità aerea israeliana.
    Guardando in prospettiva, possiamo vedere uno scenario in cui il Libano meridionale diviene campo di battaglia multilivello, dove la distinzione tra front line e rear area tende a dissolversi.
    Israele, da parte sua, è consapevole che un futuro scontro con Hezbollah non sarà più un conflitto localizzato, ma una guerra di logoramento sistemica, nella quale l’infrastruttura sotterranea (la rete dei tunnel, analogamente a quanto avviene nella Striscia di Gaza), la resilienza delle catene logistiche e la gestione del fronte interno diventeranno i fattori decisivi di sopravvivenza nazionale.

Questo quadro conferma la transizione di Hezbollah verso un modello operativo asimmetrico-strategico, più vicino a quello di un attore statale ibrido che a una milizia. E, a conferma della capacità di valutazione israeliana, già classificato come “piccolo esercito regionale” nella vigente dottrina strategica israeliana. Una trasformazione strutturale che Israele osserva con preoccupazione e che, inevitabilmente, ridefinisce la postura difensiva dell’intero fronte nord di Israele.