Leggendo alcuni documenti ufficiali
divulgati dal governo iraniano nei primi giorni del conflitto contro la
coalizione israelo – americana, colpisce in modo particolare la ridondanza del
concetto del martirio ascritto non solo ai rappresentanti della leadership
politico-militare eliminati nell’immediato dei primi attacchi subiti, ma
soprattutto ai “figli” della nazione, strettamente correlati alla figura delle
“madri”. La narrazione sottende un messaggio orientato a conquistare e
consolidare l’accettazione di gravi lutti dovuti alla guerra da parte delle
famiglie. Le “madri”, metonimia di forte impatto emotivo, assurgono a simboli della
resilienza del popolo iraniano, presentato come coeso e monolitico contro
l’odiato nemico. Accanto alle madri troviamo i “figli”, il cui destino
escatologico eleva il sacrificio dei caduti iraniani alla dimensione religiosa,
rafforzata dal concetto del martirio. Tutto questo per far metabolizzare l’idea
che i morti dalla parte di Teheran sono destinati ad essere tanti, come sempre
è stato nei conflitti che hanno visto coinvolto il regime degli ayatollah.
Nella propaganda bellica iraniana, dunque, la famiglia non è solo un’unità
sociale, ma un pilastro
ideologico utilizzato per mobilitare la nazione,
giustificare il sacrificio e consolidare l’identità rivoluzionaria. Il
regime modella i ruoli familiari per servire gli obiettivi dello Stato
attraverso diversi meccanismi.
Il primo è proprio l’idealizzazione del martirio
e il ruolo della madre: la propaganda eleva la figura della “madre del
martire” come l’ideale supremo di cittadinanza femminile. Le donne
sono ritratte come madri o mogli che spingono con orgoglio i propri cari verso
il fronte, trasformando il dolore privato in onore pubblico. Spesso raffigurate
con simboli religiosi (come il Corano), le donne fungono da àncora morale che
legittima la “guerra santa”. Il secondo riguarda la formazione
del “cittadino guerriero” secondo cui il ruolo maschile nella
famiglia è strettamente legato alla difesa della patria e dei valori
islamici. Ai bambini viene insegnato fin da piccoli che la protezione
dell’onore familiare coincide con la difesa dello Stato. La propaganda utilizza
sovente immagini di fratelli maggiori o padri eroici per spingere i giovani a
unirsi a forze paramilitari come i Basij. Un
terzo aspetto è riferito all’istruzione e alla trasmissione culturale. Lo Stato
integra la narrazione bellica direttamente nella vita domestica e
scolastica. Recentemente, sono stati introdotti compiti che richiedono
agli studenti di discutere la preparazione alle crisi con i
genitori, normalizzando il conflitto come parte della realtà familiare. Il
cinema e i media di stato, poi, lavorano per colmare il “divario
generazionale”, presentando i valori dei combattenti degli anni Ottanta
come il modello da seguire per i giovani di oggi.
Nella
propaganda del regime, la dimensione vulnerabile della patria viene rappresentata
in modo paradigmatico dalla rilevante immagine femminile della “madre del
martire”, spesso raffigurata mentre tiene in mano l’immagine di un
martire, lo seppellisce o gli rende omaggio. La “madre del martire”
compare ripetutamente in una serie di materiali visivi, già a partire dalla guerra
Iran-Iraq. La rappresentazione di questa figura e la volontà del regime di
riconoscerla e promuoverla come icona-chiave dello Stato sono in linea con il
trattamento che le viene riservato nella realtà: lo Stato fornisce alle
famiglie dei martiri benefici sociali ed economici e capitale culturale,
riconoscendole come una classe sociale a pieno titolo. Spesso beneficiano di
agevolazioni fiscali, alloggi riservati e quote di ammissione all’università.
Si tratta di una tendenza che si è estesa persino alle famiglie dei martiri
della Brigata Fatemiyoun, l’unità interamente afghana che ha combattuto
in Siria su mandato iraniano, nonostante né i combattenti né le loro famiglie
possiedano la cittadinanza iraniana[1]. La campagna
sviluppata nel 2022 dall’agenzia di produzione audiovisiva e di design Khatt
Media, intitolata Madri e mogli dei martiri, rappresenta un tipico
esempio della continua promozione dell’importante ruolo svolto dalle donne come
sostenitrici e persone in lutto per i martiri maschi[2].
In tempi di dissenso interno o conflitti
recenti, lo Stato utilizza le famiglie per scopi tattici. Il dolore delle famiglie vittime degli
attacchi esterni viene amplificato dai media statali per alimentare il
sentimento nazionalista e la ritorsione in forma di vendetta. L’aspetto
peggiore del confezionamento della propaganda pro-regime, tuttavia, riguarda le
autorità accusate di forzare i familiari di vittime a rilasciare interviste
televisive in cui negano la responsabilità dello Stato nelle morti,
attribuendole a cause accidentali. Va anche detto che, mentre la propaganda
ufficiale promuove l’immagine una famiglia unita e devota, esiste una crescente
frattura sociale tra i valori predicati dall’élite governativa e lo
stile di vita occidentale dei loro stessi figli all’estero, un fenomeno spesso
criticato come ipocrisia dai cittadini comuni.
2. Evoluzione del modello familiare in Iran
In Iran, il modello familiare
dominante era quello della famiglia allargata patriarcale. I suoi membri,
legati da vincoli di sangue e di alleanza, comprendevano la coppia iniziale, i
figli e le famiglie di questi ultimi. Questo modello familiare era
caratterizzato dal potere assoluto del padre, capofamiglia, da una forte
solidarietà tra i figli maschi, che godevano di pari diritti di successione e
da un’elevata frequenza di endogamia, solitamente tra cugini di primo grado,
con l’ideale rappresentato dal matrimonio tra i figli di due fratelli.
I compiti e le responsabilità
della famiglia tradizionale erano molteplici e sostanziali. La famiglia si
occupava del benessere dei suoi membri dalla nascita alla morte, coprendo tutti
gli aspetti della vita sociale. Oltre a fornire supporto emotivo, la famiglia
provvedeva anche all’istruzione, all’assistenza medica e al sostegno finanziario
dei suoi membri. Tra i molteplici incarichi nel nucleo famigliare vi erano
anche quelli di trovare un impiego, di organizzare le nozze e di provvedere
all’accumulo dei fondi pensionistici per i propri propri appartenenti. Il
coinvolgimento familiare si basava sul primato della solidarietà di lignaggio e
richiedeva una continua interdipendenza tra i suoi membri. Negli ultimi
decenni, tuttavia, si è assistito a una modernizzazione delle condizioni
socio-economiche in Iran, legata allo sviluppo di un’economia di mercato e del
lavoro salariato, all’urbanizzazione e all’accesso all’istruzione e ai servizi
sociali finanziati dallo Stato. Ciò sembra aver indotto cambiamenti sostanziali
nelle dimensioni e nella struttura della famiglia, nonché nelle sue funzioni
sociali.
In seguito alla Rivoluzione del
1979, furono create diverse fondazioni per sostenere e migliorare le condizioni
di vita dei più indigenti, noti come mostaz’afin (espropriati). Queste
fondazioni disponevano di considerevoli risorse finanziarie, derivanti in gran
parte da sovvenzioni governative, tasse e donazioni religiose. Dopo i tumulti
dei primi anni del nuovo regime – esacerbati dall’inizio della guerra contro
l’Iraq e dal nuovo peso imposto dal conflitto – il Comitato di Soccorso Imam
Khomeini (IKRC, fondato nel 1979) organizzò le proprie attività in servizi
distinti. I più importanti erano l’assistenza finanziaria a individui o
famiglie senza risorse, l’assicurazione sanitaria e l’assistenza medica, prestiti
senza interessi, aiuti finanziari per la ristrutturazione di abitazioni, borse
di studio e piccole pensioni concesse a persone di età pari o superiore a 60
anni residenti in zone rurali. Diversi milioni di persone appartenenti ai
settori più svantaggiati della popolazione hanno beneficiato e continuano a
beneficiare delle diverse forme di aiuto e dei servizi forniti da questa
fondazione. La Fondazione è legata ad enti come la Setad (Esecutivo
dell’Ordine dell’Imam) un colosso commerciale sotto la supervisione diretta della
“guida suprema”, con una partecipazione in quasi tutti i settori dell’economia
iraniana, inclusi quello energetico, quello delle telecomunicazioni e quello
dei servizi finanziari. L’istituzione opera all’interno del sistema teocratico iraniano,
caratterizzato da un’impronta fondamentalista sciita e, sebbene si presenti
come un ente benefico, viene descritta come uno strumento di “espansione
ideologica” e soft power, con attività che talvolta si estendono ad
altre aree di influenza iraniana[3]. Nel
marzo 2026, si sono verificate segnalazioni di attacchi (inclusa un’esplosione)
contro le sedi del Comitato di Soccorso Khomeini a Chenaran, nel Razavi
Khorasan, da parte di unità di resistenza che avversano il regime khomeinista[4]. Altri
importanti enti sono la Fondazione dei Martiri (creata nel 1980) e la Fondazione
15 Khordad (creata nel 1981), che si occupano delle famiglie di coloro che
sono morti per la Repubblica Islamica, intese come vittime del periodo
rivoluzionario e della guerra contro l’Iraq, degli ex militari disabili, dei
prigionieri di guerra e dei dispersi, nonché dei bisognosi. Il sostegno
finanziario e le pensioni erogate da queste fondazioni sono estremamente
modesti, ma tale assistenza ai più bisognosi, soprattutto nelle aree rurali, ha
sancito il loro diritto alla protezione sociale.
Se ipotizziamo che queste
fondazioni abbiano sostituito i gruppi familiari e le reti locali, assistiamo
ad una graduale riduzione del ruolo della famiglia nel sostegno ai propri
componenti. Con la loro influenza sull’organizzazione tradizionale della
solidarietà familiare, queste fondazioni hanno certamente contribuito a minare
il principio di interdipendenza familiare e hanno favorito l’emergere dell’autonomia
individuale[5].
3. Donne e bambini icone della propaganda
Nel precedente paragrafo abbiamo
detto delle vittime della Rivoluzione e della guerra contro l’Iraq. Vediamo,
allora, in riferimento alla guerra, situazione che oggi si riproponte
prepotentemente sullo scenario mediorientale, in che modo la narrazione
propagandistica di Teheran già negli anni Ottanta confezionasse messaggi tesi
ad esaltare la sacralità della figura femminile e dei giovanissimi descritti
come eroi votati al martirio per il neonato Stato teocratico.
Mentre i combattimenti infuriavano,
l’intera società iraniana fu esortata a partecipare allo sforzo bellico. I
manifesti giocarono un ruolo fondamentale nella mobilitazione e nel conforto
del popolo iraniano, comprese donne e bambini. Ragazzi iraniani anche di soli
dodici anni venivano reclutati nei Basij, forze paramilitari volontarie
che combattevano al fianco dell’esercito nazionale. I Basij sono
ricordati soprattutto per i loro assalti a ondate umane, in cui gruppi di
ragazzi attraversavano a piedi i campi di battaglia disseminati di mine per
consentire il passaggio successivo di altre unità dell’esercito. In questo atto
mortale di indipendenza, sfida e fervore salvifico si celava il reale desiderio
dei giovani iraniani di proteggere la propria patria e le proprie famiglie con
ogni mezzo necessario, inclusa la perdita degli arti e il sacrificio della vita.
Gli artisti commemoravano il
coraggio dei bambini in guerra, lamentando al contempo la loro tragica e
prematura morte. Ad esempio, un manifesto, intitolato Questi sono i nostri
eroi, raffigura un ragazzino che si prepara a unirsi alla battaglia; le
granate legate alla sua cintura simboleggiano la sua inevitabile
autodistruzione in un assalto di massa, mentre la sorella in lacrime stringe il
Corano. Una scritta graffitata sul muro dietro le due figure esalta altri
ragazzi come “guide” che si sono già sacrificati per la causa. Il manifesto
simboleggia la perdita dell’innocenza per la giovane generazione, così come per
la stessa nascente Repubblica Islamica.
Anche le donne furono sfruttate per
la propaganda bellica. La Repubblica Islamica incoraggiò le donne a seguire i
modelli islamici di femminilità e umiltà. Come osserva Shirin Saeidi, “la
descrizione di genere dei cittadini ideali da parte della Repubblica Islamica
durante la guerra Iran-Iraq… raffigurava il cittadino maschio ideale come un
guerriero e la donna ideale come una moglie o una madre che mandava
volontariamente i propri cari in guerra“[6]. Nonostante
la molteplicità dei ruoli svolti dalle donne durante la guerra, che hanno
sfidato e al contempo minato i binarismi e le norme di genere promossi dallo
Stato, le raffigurazioni delle donne nell’iconografia del regime postbellico si
sono concentrate principalmente sul loro ruolo di testimoni, sostenitrici e generatrici
di combattenti e martiri[7]. Tali
raffigurazioni sono in linea con la classica rappresentazione sciita delle
donne, che incarnano i ruoli svolti da Fatima (figlia del Profeta, moglie di
Ali e madre di Husayn e Hasan) e da sua figlia Zaynab[8]. Fatima è
un archetipo della virtù femminile sciita. Venerata come simbolo di
rettitudine, pazienza, pietà e come madre del più importante martire sciita,
l’Imam Husayn, Fatima è esaltata come madre di tutti i martiri. Per queste
ragioni, i cimiteri creati per i soldati iraniani caduti durante la guerra
Iran-Iraq portano il suo nome. Zaynab, invece, viene ricordata per il suo
coraggio e la sua resilienza, dovuti alla sua leggendaria sfida a Yazid I dopo
il massacro della sua famiglia nella battaglia di Karbala (680 d.C.). Come
donna attiva e persino combattiva, il suo esempio ispirò le donne iraniane
durante la Rivoluzione. Anche durante la guerra, i programmi artistici della
Repubblica Islamica diffondevano l’immagine di Zaynab come donna a sostegno dei
soldati sciiti.
L’artista di guerra Nasser Palangi
realizzò degli schizzi di donne iraniane durante le prime fasi dell’invasione
irachena della città iraniana di Khorramshahr. Intitolando uno dei suoi disegni
Le eredi di Zaynab, Palangi mette in luce il legame tra l’eroina del VII
secolo e le donne di Khorramshahr, che combatterono in difesa della città. La
battaglia di Karbala si trasformò ancora una volta in un paradigma attraverso
il quale anche le combattenti potevano emulare le eroine della storia sacra
sciita. Vale la pena raccontare che nel 2021, in occasione della Giornata degli
Infermieri in Iran, è stato presentato un murale intitolato L’esercito degli
infermieri, che mostrava operatori sanitari uomini e donne nella lotta
contro il COVID-19. Celebrata
annualmente per riconoscere il contributo e i sacrifici degli iraniani che
lavorano nel settore sanitario, la Giornata degli Infermieri cade
nell’anniversario della nascita di Zaynab, nipote del Profeta, ricordata
soprattutto per aver assistito, come detto, al martirio di suo fratello Husayn
e di altri famigliari nella battaglia di Karbala. La coincidenza della Giornata
degli Infermieri con il compleanno di Zaynab non è casuale: questo allineamento
intende collegare le azioni degli operatori sanitari iraniani di oggi alla
memoria e all’eredità di Zaynab, che non solo fu testimone della battaglia, ma
si prese anche cura delle donne e dei bambini sopravvissuti dopo il conflitto[9]. Il murale in questione è un esempio di soft
propaganda la cui peculiarità è quella di sovvertirele consolidate rappresentazioni delle norme di genere nella
Repubblica Islamica. Mentre le rappresentazioni classiche enfatizzano il
martirio e il sacrificio per la nazione come un’impresa prevalentemente
maschile, questo murale si distingue per la presenza di un uomo che
regge l’immagine di una martire . Tale inversione dei ruoli di genere
indica come la posizione assegnata a uomini e donne nella produzione culturale
statale incentrata sul martirio e sull’eroizzazione sia soggetta a una forma di
rinegoziazione. La logica sostantiva a questa rinegoziazione risiede nella
realtà delle donne che hanno prestato servizio in prima linea e sacrificato la
propria vita durante la pandemia di COVID-19 nella Repubblica Islamica. Non
riconoscere il loro ruolo nella protezione della patria e nel loro sacrificio
significherebbe sminuire questa realtà. In altre parole, in Iran la
“gerarchia del martirio” basata sul genere è stata adattata alle
reali condizioni della pandemia di COVID-19, quando le donne hanno dovuto
pagare un prezzo di sangue sempre più elevato.
Tra i tanti manifesti,
appare particolarmente toccante quello della Ragazza che imbraccia un fucile (1979). Una fotografia ritrae una bambina
con il chador completo che impugna un fucile Kalashnikov con un fiore
infilato nella canna. La didascalia del poster riporta una citazione
dell’Ayatollah Taleqani: “Il nostro esercito non appartiene solo ai
nostri fratelli nelle forze armate. Uomini e donne, giovani e anziani del
nostro Paese sono membri dell’Esercito Islamico e sono i custodi dell’Islam“.
La Repubblica Islamica incoraggiava tutti gli iraniani a condividere la
responsabilità di salvaguardare il proprio Paese, sia combattendo in guerra,
sia sostenendo lo sforzo bellico, sia difendendo l’Islam di fronte
all’aggressione straniera. Mentre la ragazzina si prepara a difendere la sua
patria, il gruppo di soldati alle sue spalle rimanda alla prontezza dei soldati
iraniani a combattere per la Repubblica Islamica[10].
In generale, tuttavia,
nonostante la capacità della propaganda di Stato di rinegoziare le norme di
genere, questo processo rimane circoscritto dai meccanismi di costruzione del
mito maschile e dall’archetipo maschile del martire. Di fatto, tali processi non implicano
l’uguaglianza di genere, bensì rivelano come i discorsi sul martirio femminile siano
ambivalenti: se da un lato alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella
storia, dall’altro viene ribadita la logica della gerarchia di genere. Tali
osservazioni sull’iconografia visiva promossa dallo Stato nell’Iran
contemporaneo contribuiscono allo studio delle tecniche di propaganda
utilizzate dai regimi autoritari.
4. Conclusioni. Figli e figliastri
A partire dalla conclusione della guerra Iran-Iraq, i prototipi di genere del “fratello guerriero e della sorella velata” sono stati costantemente raffigurati e diffusi nell’iconografia della Repubblica islamica[11]. Questi prototipi appaiono come un insieme semi-fisso di motivi a cui gli organi di propaganda del regime attingono regolarmente e continuano a permeare il discorso quotidiano. Quando si parla di martirio e sacrificio, i prototipi di genere si distinguono tra l’atto maschile di combattere e morire e l’atto femminile di sostenere, assistere e infine piangere il martire. Queste rappresentazioni dicotomiche possono essere definite Husayn-ingeZaynab-ing, che, va notato, non sono solo rappresentazioni nella propaganda di stato iraniana, ma si allineano strettamente alla realtà della guerra stessa, quando le donne non venivano ufficialmente reclutate per combattere. L’esempio classico a questo proposito è quello dell’infermiera che sostiene il martire, spesso utilizzato per rendere visibile il contributo delle donne nei processi storici. L’effetto è duplice: da un lato, alle donne viene attribuito un ruolo attivo nella storia, dall’altro vengono ridotte a figure di supporto[12]
Il
legame di lunga data tra norme di genere, martirio e protezione della patria
permea l’iconografia odierna della Repubblica islamica. Nel dicembre 2021, un
murale è apparso sul cartellone pubblicitario Vali Asr di Teheran raffigurante
il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassam Soleimani e il segretario
generale di Katai’b Hezbollah iracheno Abu Mahdi al-Muhandis al centro,
affiancati da un lato da un gruppo di bambini e dall’altro da un gruppo di
soldati. Occupando ciascuna metà separata del murale, ogni gruppo intende
simboleggiare un diverso elemento della nazione. I bambini, che appaiono in un
verdeggiante paesaggio urbano, stringendo le immagini dei martiri,
rappresentano l’idilliaca patria; i soldati, ritratti in piedi nell’arido
paesaggio di battaglia mentre esprimono con gioia il cameratismo marziale,
rappresentano l’idealizzata comunità di fratellanza desiderosa di proteggere la
patria in territorio nemico. Mostrato una settimana prima del secondo
anniversario dell’assassinio di Soleimani e Muhandis da parte di un attacco di
droni statunitensi, il murale reca la didascalia: “La rabbia verso il
nemico e l’amore per la patria, ecco cosa porta sicurezza alla tua casa“[13]. La rabbia e la lotta contro il nemico sono
un’impresa esclusivamente maschile. Le donne sono le destinatarie di questi
valorosi sforzi e hanno il solo compito di sostenerle. In quanto membri
femminili della famiglia dei martiri, è loro dovere mantenere viva la memoria
degli uomini defunti e del loro sacrificio. Il modello storico-mistico di
questi ruoli di genere prototipici, lo ribadiamo,si trova nella coppia di
fratelli martiri Husayn e Zaynab. È a Zaynab, dopotutto, che si dice derivino i
rituali di lutto sciiti che commemorano la morte di Husayn nel 680 d.C. a
Karbala[14],
di cui abbiamo parlato in precedenza. Nelle raffigurazioni celebrative della
battaglia di Karbala, sono gli uomini a combattere per un giusto ordine
sociale, mentre le donne fungono da sostenitrici e testimoni delle loro gesta
eroiche in battaglia.
Arriviamo a tempi più recenti. Nelle settimane
successive alla guerra dei dodici giorni, il Ministero dell’Istruzione iraniano
ha distribuito nuovi libri di testo alle scuole di tutto il paese, con l’obiettivo
di introdurre gli studenti delle scuole elementari e medie a quelle che i
funzionari definiscono lezioni fondamentali di difesa nazionale e resistenza.
Il libro di testo per le elementari si apre con una citazione del 1980
dell’ayatollah Khomeini: “Vi prometto la vittoria. Non temete alcuna
superpotenza e non abbiate paura di alcuna propaganda. Seguiremo la nostra
strada, e quella strada è quella di Dio“. Tale operazione rappresenta
l’impegno del Ministero nel plasmare la comprensione del conflitto da parte
delle nuove generazioni attraverso storie, attività didattiche e immagini
incentrate su missili, droni e prontezza militare. Dopo la fine del conflitto,
i funzionari del ministero hanno dichiarato che “Il messaggio della
guerra e le azioni del sistema politico devono essere trasmessi alle scuole il
più rapidamente possibile“[15].
Nel testo, concepito nell’ambito del pacchetto didattico “Il nostro
Iran” e integrato nei programmi scolastici obbligatori, roviamo dei capitoli
intitolati “Eroe di quartiere“, “Soldato della patria“,
“Solidarietà nei momenti difficili” e “Nemico comune“.
Secondo i documenti del Ministero, l’obiettivo principale è quello di fornire
“opportunità educative agli alunni di seconda elementare” per
comprendere “i fattori determinanti per la vittoria in guerra e le sue
diverse dimensioni” attraverso situazioni di apprendimento, dialogo e
attività congiunte. Le istruzioni rivolte agli insegnanti sottolineano che
l’obiettivo finale va oltre la semplice spiegazione di un singolo evento
militare[16].
Fin qui appare tutto coerente con
le narrazioni storico-propagandistiche del regime degli ayatollah. Tuttavia
se guardiamo alla progenie dell’élite governativa iraniana qualcosa non
torna. Una narrazione così pervasiva del tessuto sociale e così orientata alla
vocazione al martirio, in linea di principio dovrebbe far vibrare nel cuore dei
leader iraniani l’orgoglio di avere figli e figlie pronti a immolarsi
per la patria e per la causa anti-sionista e anti-americana. La leadership
di Teheran continua a insistere sul fatto che il sistema instaurato dopo la
rivoluzione del 1979 sia giusto, indipendente e moralmente superiore
all’Occidente. Proclamano che l’Iran è autosufficiente e culturalmente immune
all’influenza straniera. Pretendono che i cittadini comuni rimangano leali,
sopportino le difficoltà e considerino l’isolamento una virtù. Eppure, quando si
tratta delle loro famiglie, la narrazione crolla. I figli delle figure
politiche, militari e religiose più potenti dell’Iran scelgono in stragrande
maggioranza di vivere all’estero, il più delle volte negli Stati Uniti, in
Canada, in Europa o in Australia. Studiano nelle università occidentali,
lavorano in aziende occidentali e godono delle libertà occidentali. Non si tratta né di un caso né di un’anomalia. È uno schema
talmente ricorrente che gli iraniani gli hanno dato un nome: la “diaspora del
privilegio”[17].
Mentre i comuni cittadini iraniani si trovano ad affrontare sanzioni,
inflazione, disoccupazione e severe limitazioni alla libertà di movimento e
alle opportunità, i figli degli alti funzionari aggirano agevolmente questi
ostacoli. Passaporti occidentali, visti di lunga durata, titoli di studio
prestigiosi e lavori ben retribuiti diventano accessibili grazie al denaro,
all’influenza e alla protezione politica. Non si tratta della diaspora generata
dalla repressione o dal collasso economico, il percorso intrapreso da milioni
di iraniani comuni per necessità. Si tratta di qualcosa di completamente
diverso: una diaspora della classe dirigente, nata dal privilegio e dalla
contraddizione.
[1] K. L. Schwartz, “Citizen Martyrs”: The Afghan
Fatemiyoun Brigade in Iran, Afghanistan 5, n. 1, 2022.
[2] دیوارنگاره میدان ولیعصر (عج) به پیشواز روز مادر رفت (Il murale di
Piazza Vali Asr (A.S.) è stato inaugurato in occasione della Festa della Mamma), Agenzia di stampa Mehr, 14/01/2022. https://www.mehrnews.com/news/.
[3] S. Cegalin, Iran, il soft
power in Medio Oriente, la Redazione, 21/11/2023.
https://www.laredazione.net/iran-il-soft-power-in-medio-oriente/#:~:text=Iran%2C%20il%20soft%20power%20in%20Medio%20Oriente.
[4]Unità di Resistenza Colpiscono IRGC e Basij in 20 Città Iraniane, CNRI, 05/03/2026. https://it.ncr-iran.org/notizie/resistenza-iraniana/unita-di-resistenza-colpiscono-irgc-e-basij-in-20-citta-iraniane/#:~:text=%E2%80%93%20Incendio%20di%20una%20base%20IRGC%20Basij,Khorasan%20%E2%80%93%20Attacco%20a%20un%20seminario%20del.
[5] M. Ladier-Fouladi, Iranian
Families between Demographic Change and the Birth of the Welfare State,
Population (English edition), 57ᵉ année, n°2, 2002.
pp. 361-370.
[6] S. Saeidi, Women
and the Islamic Republic: How Gendered Citizenship Conditions the Iranian State,
Cambridge University Press, 2022.
[7] E.
Koolaee, The Impact of the Iraq-Iran War on Social Roles of Iranian Women, Middle
East Critique 23, n. 3, 2014.
[8] R. Wellman, Feeding Iran: Shiʿi Families and the Making of the Islamic Republic, Berkeley
University of California Press, 2021.
[9] P. J. Chelkowski, The Iconography of the Women of
Karbala: Tiles, Stamps, and Posters, in The Women of Karbala:
Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʿi Islam,
University of Texas Press, Austin, 2005.
[11] M. Moallem, Between Warrior Brother and Veiled Sister: Islamic
Fundamentalism and the Politics of Patriarchy in Iran, Berkeley University of
California Press, 2005.
[13]بیلبورد «ولی عصر»
با شعار «افتخار برای میهن» رونمایی شد (È stato inaugurato il
cartellone pubblicitario “Vali Asr” con lo slogan Onore alla Patria), Mizan News, 28/12/2021.
https://www.mizanonline.ir/003IDN
[14] K. Scot Aghaie, Gendered Aspects of the Emergence and
Historical Development of Shiʻi Symbols and Rituals, in The Women of
Karbala: Ritual Performance and Symbolic Discourses in Modern Shiʻi Islam,
University of Texas Press, Austin, 2005.
[15] M. Tabriz, Iran introduces war curriculum to
elementary students following 12 days conflict, Iran International,
25/11/2025. https://iranwire.com/en/features/146547-iran-introduces-war-curriculum-to-elementary-students-following-12-day-conflict/.
[17] L. Bazargan, Iran’s rulers don’t mind the ship sinking, their
brood jumped long ago, Iran International, 15/11/2025.
https://www.iranintl.com/en/202511134705.
L’AMERICA AL CHECKPOINT: ICE NEGLI AEROPORTI, VOTO SOTTO ATTACCO E UN SISTEMA IN STALLO
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Se pensavamo che la guerra contro il regime
fondamentalista iraniano fosse al centro delle problematiche di Trump, le divisioni politiche interne si sono rivelate
altrettanto urgenti. Così mentre salgono le pressioni esterne perché il
presidente fermi il prima possibile questa guerra, in casa si è aperta una vera
e propria “caccia all’uomo”.
Mentre gli americani si preparano a consegnare entro il 15 aprile il loro
730, a ridosso della Santa Pasqua siamo al secondo shutdown parziale più lungo
della storia degli Stati Uniti. Questo blocco, iniziato lo scorso 14 febbraio,
ha superato la durata di quasi tutte le precedenti interruzioni amministrative,
lasciando migliaia di dipendenti federali, in particolare quelli del
Dipartimento della Sicurezza Internazionale (DHS), senza stipendio proprio
mentre le famiglie pianificano le spese per le festività e le scadenze fiscali.
La paralisi nasce da uno scontro frontale al Congresso riguardo ai finanziamenti per la lotta all’immigrazione illegale e alle richieste dei Democratici di limitare i poteri operativi dell’ICE. Con il Senato che fatica a raggiungere i 60 voti necessari per sbloccare i fondi, la crisi si è spostata dai palazzi di Washington alla vita quotidiana dei cittadini: la carenza di personale della TSA (La Transportation Security Administration è l’agenzia governativa statunitense responsabile della sicurezza dei trasporti pubblici negli USA – vedi aeroporti, guardie costiere ecc.), sta causando code chilometriche e ritardi senza precedenti negli aeroporti, trasformando i viaggi in un vero e proprio percorso a ostacoli per milioni di viaggiatori.
L’amministrazione Trump ha deciso di
dispiegare agenti dell’ICE in diversi aeroporti statunitensi per far fronte al
caos generato dallo shutdown del Dipartimento per la Sicurezza Interna, che ha
lasciato migliaia di agenti TSA senza stipendio e ha provocato un forte aumento
delle assenze e delle dimissioni. Gli agenti ICE sono stati inviati in oltre
una decina di aeroporti con il compito di supportare la gestione delle code e
delle operazioni logistiche, al fine di liberare personale TSA per le attività
di screening, ma senza svolgere direttamente controlli di sicurezza o attività
di immigrazione. La misura ha però generato forti critiche e preoccupazioni,
sia per la mancanza di formazione specifica degli agenti ICE in ambito
aeroportuale sia per il rischio di confusione tra funzioni di sicurezza e di
immigrazione, con alcuni osservatori che la definiscono una soluzione
temporanea e più politica che strutturale rispetto alla necessità di risolvere
il blocco dei finanziamenti.
Mentre circa 50.000 agenti si
apprestano a saltare il loro secondo stipendio consecutivo il prossimo 27
marzo, Everett Kelley, presidente del sindacato AFGE, ha denunciato con
forza la situazione: «Non si può gestire un governo moderno sulle incertezze
e sulle promesse di arretrati. Questa è una crisi creata artificialmente che
tratta i lavoratori come sacrificabili».
Il dibattito si è infiammato
ulteriormente dopo l’intervento di Elon Musk, che su X ha offerto di
coprire personalmente i 23,6 milioni di dollari al giorno necessari per
gli stipendi TSA, una mossa definita dai critici come uno stunt politico, ma
che evidenzia l’incapacità del Congresso di agire. Mentre il leader della
maggioranza al Senato, John Thune, accusa l’opposizione di «voler
trascinare questa questione politica», i Democratici restano fermi nel
negare i fondi per l’ICE in assenza di riforme strutturali dopo i tragici fatti
di Minneapolis. Come osservato dal politologo Thomas Friedman sul New
York Times, la vera crisi non è solo nei numeri
del bilancio, ma in una «polarizzazione estrema che rende il sistema
funzionalmente incapace di governare».
«Vorrei offrirmi di pagare gli stipendi
del personale della TSA durante questo stallo sui finanziamenti, che sta avendo
un impatto così negativo sulla vita di moltissimi americani negli aeroporti di
tutto il Paese», ha dichiarato Musk in un post
su X sabato mattina.
Questa mossa di Musk ha sollevato un acceso dibattito legale a Washington. Molti costituzionalisti citano l’Anti-Deficiency Act, una legge federale che impedisce al governo di accettare servizi volontari o finanziamenti privati non autorizzati dal Congresso.
Questa norma proibisce categoricamente al governo degli Stati Uniti di
accettare servizi volontari o finanziamenti privati che non siano stati
preventivamente autorizzati e stanziati dal Congresso. In sostanza, il sistema
costituzionale americano prevede che solo il potere legislativo abbia il
“potere della borsa”; permettere a un singolo cittadino, per quanto
facoltoso, di pagare gli stipendi di un’agenzia federale creerebbe un
precedente pericoloso, subordinando la sicurezza nazionale alla volontà di un privato.
Inoltre, l’accettazione di tali fondi
solleverebbe enormi questioni etiche e di conflitto di interessi. Essendo Musk
un importante contrattista governativo attraverso SpaceX e Tesla, il
Dipartimento di Giustizia e l’Ufficio per l’Etica Governativa (OGE) dovrebbero
valutare se questo “dono” possa essere interpretato come un modo per
esercitare un’influenza indebita sulle future decisioni politiche. Senza un
atto d’emergenza approvato dal Senato per bypassare queste restrizioni, la
proposta di Musk rischia di rimanere una potente mossa di comunicazione
politica piuttosto che una soluzione logistica immediata per i checkpoint della
TSA.
Nel frattempo, il Partito Democratico,
ha iniziato un’azione legale contro Trump proprio per l’utilizzo di agenti ICE.
Il ricorso legale, sostenuto con forza dal DNC e da una coalizione di
Stati a guida democratica, contesta la legittimità costituzionale dell’impiego
degli agenti ICE nei checkpoint aeroportuali, sostenendo che tale misura
vìoli il principio della separazione delle funzioni
federali. L’azione legale punta a dimostrare che l’amministrazione stia
operando un vero e proprio “sviamento di potere”, utilizzando risorse
destinate all’enforcement migratorio per compiti di sicurezza civile per
i quali il personale non è né addestrato né legalmente autorizzato. Secondo i
legali dei ricorrenti, questa sovrapposizione non solo aggrava il rischio di
profilazione razziale e violazioni del Quarto Emendamento, ma crea un clima di
intimidazione che trasforma gli hub di trasporto in zone di controllo
migratorio de facto. La battaglia in tribunale si concentra sulla richiesta di
un’ingiunzione d’emergenza, sostenendo che l’ordine esecutivo supera i limiti
della discrezionalità presidenziale in assenza di uno stato di emergenza
nazionale formalmente dichiarato che giustifichi la militarizzazione dei
servizi aeroportuali. Ovviamente si parla di “emergenza” nazionale non
funzionale. Quella nostra, da passeggeri, 3 ore di coda sono un’emergenza, ma
nel contesto giuridico deve esserci un’emergenza del tipo sanitario, o
un’invasione di extraterrestri.
L’azione legale contro l’impiego dell’ICE negli aeroporti non è un caso isolato, ma si inserisce in una più ampia strategia del Partito Democratico di contrasto alle iniziative dell’amministrazione Trump, già visibile nelle cause avviate su altri fronti, come le restrizioni sull’identificazione al voto, considerate discriminatorie e potenzialmente lesive dei diritti costituzionali. Trump come già scritto ha richiesto l’introduzione della nostra Tessera elettorale, per intenderci, oltre a un documento d’identità per poter votare. I democratici in questa azione legale, affermano che questo sistema discriminerebbe persone come ex mogli che continuano a portare il nome del marito creando confusione, o la difficoltà a mostrare due documenti d’identità, in quanto qui non esiste la carta d’identità, e non tutti hanno un passaporto, e altri ancora non hanno il certificato di nascita. A differenza dell’Italia o della Francia, gli Stati Uniti non hanno un’anagrafe centrale. Il diritto di voto è gestito dai singoli 50 Stati, ognuno con le sue regole. Introdurre una “tessera federale” obbligatoria è visto dai critici come un tentativo del governo centrale di scavalcare l’autonomia degli Stati, un tema sensibilissimo per la Costituzione americana. In molti paesi europei i documenti sono economici o gratuiti. In America, ottenere i documenti necessari per una tessera federale (come certificati di nascita originali) può costare tempo e denaro. La Corte Suprema ha storicamente vietato le “tasse sul voto” (Poll Taxes, abrogate nel 1966 con il 24mo emendamento); i Democratici sostengono che obbligare qualcuno a pagare per ottenere documenti per la tessera elettorale sia una forma illegale di tassa sul voto.
Mentre in Europa la tessera elettorale
è un simbolo di cittadinanza, ordine e inclusione garantito dallo Stato, nel
caos amministrativo americano del 2026 rischia di trasformarsi in un’arma di
esclusione. Senza un’anagrafe nazionale centralizzata, l’imposizione di un
documento unico federale finisce per scontarsi con la realtà di milioni di
cittadini che si ritrovano intrappolati in discrepanze burocratiche impossibili
da sanare mentre gli uffici del DHS restano paralizzati dallo shutdown.
La fabbrica del nemico: il ritorno del nucleare nel linguaggio dei conflitti contemporanei
Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale
In
ogni guerra, molto prima che i fatti si dispongano in un quadro leggibile, si
diffonde un’atmosfera: arrivano immagini, frammenti, parole isolate. Intanto il
lessico del conflitto si deposita nel linguaggio quotidiano e, quasi senza che
ce ne accorgiamo, comincia a sembrarci familiare.
Immaginiamo
una stanza bianca, sterile, senza finestre. Sul tavolo, veli sottili come
membrane: paura, disgusto, offesa, vittima, vendetta. Una mano ne prende uno e
lo appoggia su uno schermo. La stessa immagine non è più un fatto: diventa un
allarme. Il filtro cambia, e l’allarme diventa oltraggio. Poi necessità. È così
che si compie il vero prodigio strategico: l’altro smette di essere ambiguo,
contraddittorio, umano. Diventa una figura unica e compatta: il nemico.
La
guerra cognitiva non sempre inventa i fatti. Più spesso impone il modo in cui
li sentiamo. Nella geopolitica contemporanea il fronte decisivo non è solo il
territorio fisico, ma ciò che le dottrine militari definiscono human domain:
mente, emozioni, memoria collettiva. È qui che l’ambiente informativo viene
usato per orientare percezioni e decisioni, sfruttando vulnerabilità
psicologiche e infrastrutture digitali per erodere fiducia, coesione sociale e
capacità di giudizio (Claverie & du Cluzel, 2022; Paul & Matthews,
2016).
Lo
si vede con chiarezza anche nelle crisi più recenti in Medio Oriente. Qui il
linguaggio dell’escalation ha riportato al centro non solo la costruzione del
nemico, ma anche il reinsediarsi del nucleare come orizzonte discorsivo del
conflitto. Nel discorso politico e mediatico sono tornate con insistenza parole
come deterrenza, siti nucleari, rappresaglia, escalation. Non necessariamente
come annuncio esplicito dell’uso dell’arma atomica, ma come suo rientro nel
perimetro del dicibile. E quando questo accade, non cambia soltanto il quadro
geopolitico, cambia anche la soglia emotiva e morale di ciò che una società può
arrivare a tollerare.
Il
processo agisce in due direzioni convergenti. Da un lato irrigidisce la
percezione dell’altro e rende la violenza più sostenibile sul piano
psicologico; dall’altro abitua progressivamente all’inconcepibile, includendo
nel campo del pensabile tanto la minaccia nucleare quanto la distruzione degli
ecosistemi di vita. Le due dinamiche si rafforzano a vicenda. Perché senza la
preliminare disumanizzazione del nemico, anche l’evocazione dell’atomico
resterebbe più difficilmente accettabile. È in questo intreccio che si rivela
uno dei punti più oscuri della guerra cognitiva contemporanea.
Il primo passaggio di questa trasformazione riguarda sempre l’altro: prima di legittimare l’estremo, la guerra cognitiva deve semplificare il volto del nemico.
La
fabbrica del nemico
La costruzione del nemico affonda le sue radici in dinamiche antiche, oggi potenziate da una tecnologia che agisce su scala industriale. È stata descritta anche come pseudo-speciazione, termine coniato da Erik Erikson (1966) per indicare la tendenza a trattare un altro gruppo come se appartenesse a una specie diversa. Quando l’altro non è più percepito nella sua complessità, ciò che gli viene fatto smette più facilmente di apparire intollerabile e può assumere il volto bonificato della “pulizia” e della “necessità”.
Ma
la deformazione del nemico non nasce soltanto dall’odio. Può funzionare anche
come processo protettivo. L’empatia ha un costo: vedere il dolore altrui
provoca dolore. Ridurre l’altro a figura compatta, minacciosa e impersonale può
allora diventare un modo per sottrarsi a quel costo, per agire o giustificare
l’agire violento senza il peso del senso di colpa.
In
questa prospettiva, la retorica della minaccia costante persuade un popolo che
l’aggressione sia, in realtà, un atto protettivo necessario alla sopravvivenza.
La violenza viene ricodificata come autodifesa. L’offensiva diventa risposta.
Il carnefice diventa vittima che reagisce. È uno dei dispositivi discorsivi più
potenti della storia, e l’ecosistema digitale oggi lo amplifica con una
velocità e una capillarità senza precedenti, soprattutto in ambienti
informativi orientati alla massima penetrazione emotiva (Paul & Matthews,
2016).
Questa
semplificazione dell’altro non resta sul piano delle idee: scende nel registro
emotivo, mobilita vissuti di minaccia, umiliazione e ingiustizia, e prepara
così il terreno alla legittimazione della violenza.
Rabbia,
ingiustizia e restringimento del campo mentale
La
violenza collettiva prospera quando l’esperienza soggettiva viene configurata
come ingiustizia subita e minaccia esistenziale. Ciò che dall’esterno appare
come aggressione viene così vissuto dall’interno come autodifesa, e la
trasgressione morale diventa più facilmente giustificabile.
In
una prospettiva neuro-affettiva, la rabbia difensiva nasce dalla frustrazione e
dall’umiliazione. Per questo può essere facilmente arruolata da narrazioni di
offesa e persecuzione. Panksepp mostra come la rabbia difensiva appartenga a un
assetto affettivo diverso dall’aggressività predatoria, risultando
particolarmente sensibile ai vissuti di minaccia e frustrazione (Panksepp,
2010). La guerra cognitiva, allora, non agisce solo sulle opinioni: agisce
sulla sensibilità emotiva, sul modo in cui un gruppo interpreta ciò che lo
ferisce e ciò che ritiene legittimo fare in risposta.
Quando
questo processo si radicalizza, si restringe anche la capacità di
rappresentarsi l’altro come soggetto dotato di pensieri, intenzioni e stati
interni. L’altro smette di apparire persona e diventa più facilmente ostacolo e
bersaglio. È in questo restringimento del campo mentale che la violenza trova
una delle sue condizioni di possibilità. Quando l’altro è già stato ridotto a
minaccia e bersaglio, anche ciò che un tempo appariva moralmente
impronunciabile può entrare più facilmente nel campo del pensabile.
Il
ritorno del lessico nucleare come operazione cognitiva
C’è
un secondo livello su cui la manipolazione delle percezioni opera, ancora più
silenzioso e più devastante: l’addestramento all’impensabile. Quando una
società viene esposta a dosi crescenti di violenza, minaccia e linguaggi
apocalittici, la soglia dell’orrore si sposta. Ciò che prima era inconcepibile
diventa una variabile.
È qui che il discorso atomico entra in gioco: non tanto come annuncio esplicito di impiego, quanto come operazione mentale che rende progressivamente nominabile ciò che dovrebbe restare impensabile. Il caso del programma nucleare iraniano offre un esempio concreto di questo meccanismo. Negli ultimi mesi, i briefing tecnici su Fordow e Natanz sono stati riprodotti con sobrietà quasi scientifica dai media e nei discorsi politici occidentali. Eppure la mente collettiva raramente è rimasta sul dato. Ogni aggiornamento tecnico ha prodotto nell’immaginario pubblico il salto immediato al simbolo: la bomba, l’apocalisse. Questo perché il lessico dell’arricchimento, ripetuto con regolarità, ha progressivamente spostato il nucleare iraniano dalla categoria dell’ipotetico a quella del probabile. L’arma non esiste ancora. Ma nella percezione collettiva ha già cominciato a esistere. Questa riemersione dell’atomico lavora su due piani, strategico e psichico. Trasforma il nucleare in variabile negoziabile – pressione, deterrenza, credibilità – e insieme lo rende dicibile per ripetizione. Quando il nucleare entra nel lessico delle opzioni, il suo peso morale si alleggerisce prima ancora che cambino i rapporti di forza.
Qui
il nesso con la fabbrica del nemico produce il suo effetto più sottile. Quando
il nucleare viene evocato come risposta a un nemico “irrazionale” e “fanatico”,
si compie un’operazione retorica precisa. L’eccezionalità della minaccia
giustifica il carattere estremo della risposta e, nello stesso tempo, accredita
l’idea che l’altro appartenga a una categoria umana incomprensibile,
impermeabile alla ragione.
Ecocidio
e angoscia territoriale
La
stessa logica non si ferma ai corpi e alle coscienze: quando l’inammissibile
viene normalizzato, anche lo spazio di vita può diventare bersaglio
legittimato. L’ecocidio può essere letto come una delle espressioni più
radicali di questa dinamica. La guerra contemporanea mostra che, per colpire in
profondità una collettività, non basta aggredire i corpi. Gli edifici vengono
colpiti non solo per scopi tattici, ma anche per spezzare continuità,
orientamento e stabilità psichica. La letteratura sul place attachment
mostra come il legame con i luoghi non sia un semplice dato esterno, ma una
trama profonda che sostiene sicurezza, identità, appartenenza e continuità
dell’esperienza. Quando questo ancoraggio si spezza, possono emergere
disorientamento, senso di perdita e sofferenza psicologica (Freibott-Kalt et
al., 2025). In questa prospettiva, distruggere l’habitat significa colpire
anche la stabilità interiore.
In
quest’ottica, la devastazione dell’ambiente di vita non costituisce soltanto un
fatto ambientale o giuridico. È anche una ferita psicologica radicale, che mira
a sradicare l’identità di una comunità e a rendere il trauma della guerra
duraturo, fino a trasmettersi tra le generazioni. La prospettiva nucleare porta
questa logica al suo estremo assoluto: non la distruzione di un edificio o di
una città, ma la contaminazione permanente del territorio stesso. Il suolo che
non si potrà più calpestare. L’acqua che non si potrà più bere. L’angoscia
territoriale elevata a scala planetaria. Normalizzare il discorso nucleare non
è dunque solo un fatto militare o diplomatico: è anche un atto di guerra
psicologica contro la possibilità stessa di sentirsi a casa nel mondo.
È
a questo punto che la trasformazione percettiva mostra il suo effetto più
duraturo: non solo rende possibile l’estremo, ma abitua progressivamente a
conviverci, fino a farlo apparire parte del paesaggio mentale.
Assuefazione
all’inaudito
La
guerra non trasforma soltanto chi la subisce. Trasforma anche chi la infligge,
chi la giustifica e chi la guarda fino a non sentirla più. L’assuefazione,
allora, non è soltanto un effetto collaterale della guerra cognitiva: può
diventare una condizione strategicamente sfruttabile.
Occorre
distinguere due livelli. La normalizzazione collettiva riguarda il piano
culturale e politico: modifica ciò che una società finisce per considerare
tollerabile. L’assuefazione individuale riguarda invece il piano clinico: nasce
dall’esposizione ripetuta alla sofferenza e alle immagini estreme, erode la
capacità empatica, favorisce il distacco emotivo e può sfociare nella compassion
fatigue o nello stress traumatico secondario (Figley, 2002).
Questi
due processi non procedono separatamente: si alimentano a vicenda. Una società
composta da individui sempre più assuefatti diventa più vulnerabile alla
legittimazione culturale della violenza. E, specularmente, un ambiente
informativo che tratta l’orrore come spettacolo accelera nell’individuo
l’erosione dell’empatia. La guerra cognitiva agisce proprio in questo spazio di
reciproco rinforzo, sfruttando insieme entrambe le dinamiche.
E
tuttavia restano delle brecce: un prigioniero a cui viene offerta acqua o una
madre che parla il linguaggio del dolore. Non sono soluzioni. Sono piccoli
varchi, punti di passaggio in cui l’altro torna, almeno per un istante,
nell’ambito dell’umano.
Smantellare
la fabbrica dall’interno
Ogni
volta che il nucleare riappare in un titolo, in un commento, in una metafora
politica, e non produce orrore ma solo un aggiornamento del quadro strategico,
la guerra cognitiva ha già vinto una piccola battaglia. Non quella finale, la
decisione. Ma quella preliminare e più silenziosa: la desensibilizzazione che
rende la decisione, un giorno, meno impensabile di quanto dovrebbe essere.
La
vera vittoria non consiste nel distruggere il nemico. Consiste nello
smantellare la fabbrica che lo genera dentro di noi: quell’insieme di filtri
emotivi che trasforma l’ambiguità in minaccia, la differenza in offesa, la
ferita in vendetta.
Spezzare
questo circolo richiede di agire su entrambi i livelli: recuperare la capacità
di rappresentarsi l’altro come soggetto e rendere di nuovo indigeribile, sul
piano morale e simbolico, l’idea dell’atomico come opzione.
In
un’epoca in cui la polarizzazione è spesso incentivata da sistemi algoritmici,
interessi politici e meccanismi dell’attenzione, smantellare la fabbrica del
nemico richiede uno sforzo controcorrente, lento, privo della gratificazione
immediata della certezza. Difendere la mente, oggi, è una responsabilità
collettiva. Passa anche da scelte di architettura informativa: rallentare la
condivisione, imporre contesto, rendere visibile la provenienza dei contenuti.
In un ecosistema in cui anche l’Intelligenza Artificiale può contribuire a
produrre e moltiplicare filtri, simulazioni e cornici emotive su scala
industriale, il problema non è più solo distinguere il vero dal falso, ma
difendere le condizioni mentali che rendono ancora possibile il giudizio.
Riferimenti
bibliografici
Claverie,
B., & du Cluzel, F. (2022). “Cognitive
warfare”: The advent of the concept of “cognitics” in the field of warfare.
Cognitive warfare: The future of cognitive dominance. NATO Science &
Technology Organization.
Erikson, E.H. (1966). Ontogeny of ritualization in
man. Philosophical Transactions of the Royal Society of London. Series B,
Biological Sciences, 251(772), 337-349. https://doi.org/10.1098/rstb.1966.0019
Figley, C.R. (2002). Compassion fatigue:
Psychotherapists’ chronic lack of self-care. Journal of Clinical Psychology,
58(11), 1433–1441. 10.1002/jclp.10090.
Freibott-Kalt, A., Jiang, X., Rose, A. et al. (2025).
Children, Disasters, and Place Attachment: A Contemporary Framework for
Understanding Crisis in Context. Curr Psychiatry Rep 27, 613–621.
https://doi.org/10.1007/s11920-025-01634-4
Panksepp, J. (2010). Affective neuroscience of the
emotional BrainMind: Evolutionary perspectives and implications for
understanding depression. Dialogues in Clinical Neuroscience, 12(4), 533–545.
10.31887/DCNS.2010.12.4/jpanksepp
Paul, C., & Matthews, M. (2016). The Russian
“firehose of falsehood” propaganda model: Why it might work and options to
counter it. RAND Corporation.
https://doi.org/10.7249/PE198
Guerra, crisi economica e compromessi. Trump cerca una via d’uscita?
di Melissa
de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia
presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight
presso il Dipartimento di Stato.
Donald
Trump ha vinto la sua campagna elettorale costruendo una narrativa politica
molto precisa, che è stata capace di costruire la sua nota base elettorale
estremamente fedele: il movimento MAGA – Make America Great Again.
Il messaggio semplice e diretto doveva dare soluzioni a un elettorato
stanco per l’instabilità economica, sordo a qualsiasi iniziativa di conflitti
internazionali.
Presentatosi
come il presidente della pace e della prosperità economica queste lepromesse
centrali della campagna:
1.porre
fine alle guerre infinite che
hanno caratterizzato la politica estera americana negli ultimi decenni,
soprattutto dopo Afghanistan e Iraq. Trump ha ripetuto fino alla noia, che gli
Stati Uniti non dovessero più essere trascinati in conflitti lunghi e costosi.
2. ridurre
l’inflazione e abbassare il costo della vita. Il prezzo dell’energia, della
benzina e dei beni di consumo sono divenuti uno dei temi più sentiti
dall’elettorato americano.
3. ristabilire
trasparenza e fiducia nelle istituzioni, anche attraverso la promessa —
molto discussa — di rendere pubblici documenti sensibili come i cosiddetti Epstein
files, e Kennedy.
Queste promesse hanno consolidato un consenso politico forte, capace di
trasformare il movimento MAGA in una delle basi elettorali più compatte della
storia recente americana.
Oggi la realtà è un’altra.
LA GUERRA Gli Stati Uniti si trovano coinvolti in un nuovo conflitto in Medio Oriente, con l’Iran, che è stato evitato con infinita cautela per anni. A causa di questa guerra i mercati energetici stanno reagendo con forte volatilità e il prezzo del petrolio è tornato a essere uno dei principali fattori di pressione sull’economia globale.
Negli ultimi giorni il Brent ha registrato oscillazioni violente, passando da circa 84 dollari al barile a oltre 119, per poi ridiscendere vicino ai 100 dollari. L’impatto si è già visto alla pompa, dove il prezzo della benzina è aumentato di circa un dollaro al gallone, pari a quasi il 30%, mentre il diesel è salito di circa due dollari, con un incremento vicino al 66%. Un segnale immediato di come le tensioni nel Golfo si trasmettano rapidamente all’economia reale mentre i mercati tentano di capire se il conflitto rimane limitato e breve o assumerà dimensioni più ampie che includerebbero l’intervento di truppe a terra. Inoltre, con la quasi chiusura totale dello Stretto di Hormuz, dove transita un quinto del petrolio globale, ci chiediamo quale sia la strategia di Trump.
Il conflitto solleva scenari ancora più preoccupanti legati alla stabilità
stessa della regione. Una delle vulnerabilità più critiche del Golfo riguarda
l’approvvigionamento idrico. Gran parte dei Paesi della penisola arabica
dipende infatti da impianti di desalinizzazione, infrastrutture
essenziali che trasformano l’acqua del mare in acqua potabile. Si stima che circa
il 70% dell’acqua utilizzata a Riyadh provenga da questi impianti, e che
complessivamente circa 100 milioni di persone nella penisola arabica
dipendano dalla desalinizzazione per il proprio approvvigionamento idrico.
In un’area desertica come questa, tali infrastrutture rappresentano tuttavia
obiettivi estremamente vulnerabili. Alcuni episodi recenti mostrano già una
dinamica di ritorsione reciproca: dopo il danneggiamento di un impianto
energetico in Iran, Teheran avrebbe colpito a sua volta una struttura di
desalinizzazione nella regione del Golfo. Se questo tipo di attacchi dovesse
intensificarsi, le conseguenze potrebbero essere devastanti. La distruzione
sistematica degli impianti di desalinizzazione renderebbe infatti impossibile
garantire acqua potabile a milioni di persone, trasformando la crisi in una
catastrofe umanitaria oltre che economica. In uno scenario estremo, ampie
aree del Golfo potrebbero diventare difficilmente abitabili, con effetti
destabilizzanti per l’intera regione.
IMPATTO ECONOMICO Secondo alcune stime di Goldman Sachs, l’aumento del prezzo del petrolio potrebbe tradursi in una revisione al rialzo delle previsioni di inflazione negli Stati Uniti, con l’indice PCE atteso salire dal 2,1% al 2,9% nel corso dell’anno. Allo stesso tempo, la banca prevede un rallentamento della crescita economica, con una riduzione del PIL di circa 30 punti base, accompagnata da un possibile aumento della disoccupazione e da un deterioramento della fiducia di consumatori e imprese. Alcuni segnali iniziano già a emergere: il mercato del lavoro statunitense resta solido, ma la disoccupazione ha registrato un primo incremento di circa il 10% rispetto ai livelli precedenti, un dato ancora contenuto ma osservato con attenzione dagli analisti come possibile indicatore di rallentamento economico. Il petrolio, infatti, non è soltanto una fonte di energia, ma uno dei principali input dell’economia globale, utilizzato in quasi tutti i settori produttivi, dai trasporti alla logistica fino alla manifattura. Quando il prezzo del petrolio sale rapidamente, l’effetto si trasmette lungo tutta la catena economica, aumentando i costi di produzione, comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e alimentando nuove pressioni inflazionistiche.
LA PROMESSA DEGLI “EPSTEIN FILES” Un altro tema che ha contribuito a consolidare la fiducia della base MAGA durante la campagna elettorale è stata la promessa di trasparenza totale sul caso Jeffrey Epstein. Lo scorso novembre, il presidente ha firmato l’Epstein Files Transparency Act, una legge approvata quasi all’unanimità dal Congresso che obbliga il Dipartimento di Giustizia a rendere pubblici i documenti relativi al caso. Tuttavia, la pubblicazione dei file è stata parziale e fortemente criticata: molte pagine sono state rilasciate con ampie parti oscurate e diverse scadenze previste dalla legge non sono state rispettate. La gestione dei documenti ha generato tensioni sia nell’opinione pubblica sia all’interno dello stesso mondo MAGA, dove per anni la richiesta di pubblicare i files era stata una delle principali rivendicazioni politiche. In questo senso, il tema rappresenta uno degli esempi più evidenti dello scarto tra la narrativa elettorale — basata sulla promessa di piena trasparenza — e la pratica una volta vinte le elezioni.
Un’altra scivolata politica significativa è stata la gestione del caso Minnesota, che ha contribuito ad accelerare la fine della carriera di Kristi Noem alla guida del Department of Homeland Security. Durante alcune operazioni federali anti-immigrazione illegale a Minneapolis, agenti dell’ICE hanno ucciso due attivisti locali, Renée Nicole Good e Alex Pretti, episodi che hanno scatenato proteste e richieste di indagini indipendenti. Molti osservatori hanno sostenuto che l’escalation avrebbe potuto essere evitata con una gestione più prudente e coordinata delle operazioni federali.
Le critiche alla sua leadership erano già
aumentate nelle settimane precedenti anche per un altro motivo: una campagna
pubblicitaria da circa 220 milioni di dollari finanziata con fondi pubblici,
con cui il Department of Homeland Security promuoveva la linea dura
sull’immigrazione e nella quale la stessa Noem appariva in prima persona. Il
costo e le modalità di assegnazione dei contratti hanno attirato forti critiche
sia dai democratici sia da alcuni repubblicani al Congresso. Tra polemiche politiche, audizioni parlamentari e
crescenti tensioni interne all’amministrazione, questi episodi hanno
progressivamente indebolito la posizione della segretaria, fino alla decisione
del presidente Donald Trump di rimuoverla dall’incarico.
LA VARIABILE POLITICA: LE MIDTERM Con le elezioni di midterm previste a novembre, la pressione politica sulla Casa Bianca è destinata ad aumentare. A quasi metà mandato, molte delle promesse centrali della campagna elettorale restano parzialmente irrisolte. L’immigrazione rimane uno dei pochi fronti su cui l’amministrazione può rivendicare risultati concreti, ma sul piano economico la situazione appare più complessa. L’inflazione continua a rappresentare una preoccupazione per l’elettorato americano, mentre i costi energetici elevati incidono direttamente sul potere d’acquisto delle famiglie. Il mercato immobiliare mostra segnali di miglioramento, ma senza una vera svolta. Alla fine di febbraio 2026, i tassi medi per i mutui trentennali a tasso fisso sono scesi sotto il 6% per la prima volta in oltre tre anni, attestandosi intorno al 5,98%, un miglioramento rispetto ai livelli di inizio marzo (circa 6,19%), ma ancora lontani dalle condizioni che avevano sostenuto il boom immobiliare degli anni precedenti. In altre parole, il contesto economico resta fragile e politicamente sensibile.
Sul fronte istituzionale, Trump è riuscito a far approvare alla Camera dei
Rappresentanti una proposta di legge che introduce una forma più rigorosa di
identificazione elettorale, la cosiddetta scheda elettorale, presentata dai
repubblicani come uno strumento per rafforzare la sicurezza del voto e
prevenire possibili frodi. Tuttavia, il provvedimento deve ancora superare il
passaggio al Senato, e anche in caso di approvazione definitiva difficilmente
rappresenterebbe da solo una soluzione ai problemi economici percepiti dagli
elettori.
Di fronte a un quadro interno così complesso, la domanda diventa
inevitabile: su quale leva può puntare la strategia presidenziale per ribaltare
la narrativa economica nei mesi che precedono i midterm?
Una possibile risposta potrebbe
arrivare non tanto dalla politica domestica quanto dal piano geopolitico. Ed
è qui che entra in gioco un attore decisivo: la Cina.
Pechino oggi importa circa il 20% del
proprio petrolio da Iran e Russia, e gran parte di queste forniture dipende
dalla stabilità delle rotte energetiche del Golfo. Eppure, nonostante
l’escalation militare, la Cina non è intervenuta a difesa dell’Iran e soprattutto
non ha cancellato il vertice previsto con Trump tra due settimane.
Questo dettaglio potrebbe essere decisivo. Se il conflitto nel Golfo
dovesse trasformarsi in una crisi energetica globale, la Cina sarebbe tra i
paesi più colpiti. Proprio per questo motivo Pechino potrebbe avere tutto
l’interesse a favorire una via d’uscita negoziale.
In questo scenario, la guerra con l’Iran smette di essere solo un conflitto
regionale e diventa qualcosa di più: una partita strategica tra Washington e
Pechino sul futuro equilibrio energetico e geopolitico globale.
IL POSSIBILE ACCORDO CON LA CINA In questo scenario, una delle leve più efficaci per ridurre le pressioni inflazionistiche interne potrebbe arrivare dal piano commerciale e geopolitico, in particolare dal rapporto con la Cina. Pechino rimane infatti uno dei principali partner economici degli Stati Uniti e uno dei maggiori importatori di energia e prodotti agricoli americani. Un possibile accordo tra Washington e Pechino potrebbe includere un aumento delle esportazioni statunitensi di petrolio e gas naturale liquefatto (LNG) verso la Cina, rafforzando la strategia energetica americana spesso sintetizzata nello slogan “drill baby drill”. Gli Stati Uniti sono oggi il primo produttore mondiale di petrolio e gas, con una produzione superiore ai 20 milioni di barili al giorno tra greggio e liquidi petroliferi, e l’espansione delle esportazioni energetiche potrebbe contribuire ad aumentare l’offerta globale e stabilizzare i prezzi dell’energia.
Parallelamente, un’intesa commerciale
potrebbe prevedere una riduzione dei dazi reciproci imposti durante la
guerra commerciale iniziata nel 2018. Le tariffe statunitensi su circa 300
miliardi di dollari di beni cinesi continuano infatti a incidere sui prezzi
al consumo negli Stati Uniti, mentre Pechino mantiene dazi su numerosi prodotti
americani. Secondo diverse analisi economiche, una riduzione delle tariffe
commerciali potrebbe contribuire ad abbassare i costi di beni di consumo,
componenti industriali ed elettronica, con effetti diretti sull’inflazione.
Un altro capitolo centrale
riguarderebbe l’agricoltura. La Cina è storicamente uno dei principali
acquirenti di soia, mais e prodotti agricoli statunitensi, e durante
l’accordo commerciale del 2020 si era impegnata ad aumentare significativamente
gli acquisti di prodotti agricoli americani. Un nuovo accordo potrebbe
rilanciare queste importazioni, sostenendo il settore agricolo statunitense e contribuendo a
stabilizzare i prezzi alimentari globali. (U.S. Department of Agriculture –
USDA).
In altre parole, un’intesa più ampia tra Washington e Pechino potrebbe agire su diversi fronti contemporaneamente — energia, commercio e agricoltura — con un potenziale effetto stabilizzante sui prezzi globali. In un momento in cui l’inflazione rimane una delle principali preoccupazioni dell’elettorato americano, la diplomazia economica con la Cina potrebbe rappresentare uno degli strumenti più rapidi per ridurre le pressioni sui prezzi interni.
GEOPOLITICA, RELIGIONE E LA TENTAZIONE DELLO SCONTRO DI CIVILTÀ
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato.
Lo scontro evidente e continuo che attraversa oggi molte società
occidentali – sia in Europa sia negli Stati Uniti – attorno alla presenza
islamica e alla sua integrazione politica, sociale e culturale non nasce nel
vuoto. In parallelo, la guerra in Iran contro una classe politica religiosa che
da decenni governa il Paese con un sistema teocratico e repressivo riporta al
centro del dibattito una domanda antica: fino a che punto i conflitti
contemporanei possono essere letti anche come conflitti di natura religiosa o civilizzazionale?
Il concetto di guerra religiosa appartiene a una lunga tradizione storica.
Senza tornare alle Crociate o ai grandi conflitti medievali tra cristianità e
mondo islamico, è negli anni Novanta che la contrapposizione tra Occidente e
civiltà islamica entra con forza nel dibattito strategico contemporaneo.
Fu il politologo americano Samuel Huntington a formulare la teoria destinata a segnare profondamente il dibattito geopolitico degli ultimi decenni. Nella sua visione del mondo post-Guerra Fredda, Huntington sosteneva che le principali linee di frattura della politica globale non sarebbero state più ideologiche – come durante il confronto tra capitalismo e comunismo – ma culturali e civilizzazionali.
Secondo Huntington, gli individui e le società tendono a definire la
propria identità attraverso elementi profondi come religione, storia, lingua e
tradizioni. In questo quadro, le relazioni internazionali sarebbero sempre più
influenzate dalle affinità culturali tra Stati e dalle differenze tra grandi
civiltà.
“I musulmani combattono contro i non-musulmani più di chiunque altro,
probabilmente. La singola frase del mio articolo su Foreign Affairs del 1993
che ha suscitato le critiche più vigorose è stata il mio riferimento ai ‘confini
sanguinosi dell’Islam’. Tuttavia, questo è un dato di fatto contemporaneo e
il mio libro espone prove statistiche piuttosto massicce provenienti da fonti
imparziali — il lavoro di altri studiosi — che dimostrano come la situazione
sia tale.
Inoltre, facendo ricerca per il libro, ho scoperto che le prove dimostrano
anche che l’interno dell’Islam è sanguinoso, perché allo stato attuale i
musulmani si combattono tra loro molto più spesso di quanto non facciano le
persone di altre civiltà.
Perché accade questo? Riguardo a questa propensione musulmana verso la
violenza, alcuni hanno sostenuto che sia insita nella natura dell’Islam come
religione, che l’Islam sia intrinsecamente una religione militarista. Io non
sono d’accordo. Penso che se si volesse assegnare un ‘punto’ per la
violenza tra le religioni mondiali, i cristiani probabilmente ne uscirebbero
vincitori.
Tuttavia, abbiamo questo fenomeno contemporaneo che riguarda la violenza
musulmana. Una possibile causa, credo, è che dal declino dell’Impero Ottomano non
è esistito alcuno ‘Stato guida’ (core state) nell’Islam capace di
esercitare la leadership, mantenere l’ordine e imporre disciplina.
Una seconda causa, e credo più importante, riguarda gli alti tassi di
natalità nei paesi musulmani, che hanno creato un massiccio ‘youth
bulge’ (surplus di giovani): persone tra i 15 e i 25 anni. La storia
dimostra che quando le persone in quella fascia d’età superano il 20% della
popolazione di una società, l’instabilità, la violenza e i conflitti tendono a
intensificarsi.
In molti paesi musulmani, questo surplus giovanile ha raggiunto la soglia
del 20%, dando origine alla militanza islamica, alla migrazione musulmana e
alla pressione delle società musulmane in rapida crescita sui loro vicini. Per
il prossimo futuro, quindi, le relazioni tra l’Occidente e l’Islam saranno
probabilmente distanti e acrimoniose, e talvolta conflittuali e violente. Nel
lungo periodo…” Huntington ha letto brillantemente il
nostro futuro. Era il 1997.
Una delle differenze fondamentali tra il modello politico occidentale e
quello di molte società islamiche riguarda il rapporto tra religione e potere.
In Europa, dopo secoli di guerre religiose, si è progressivamente affermato il
principio della separazione tra Stato e Chiesa.
A partire dalla Pace di Westfalia (1648), che pose fine alla Guerra
dei Trent’anni, si consolidò il principio cuius regio, eius religio —
“di chi è il territorio, di lui sia la religione” — riconoscendo ai sudditi
appartenenti a confessioni diverse il diritto di praticare il proprio culto in
forma privata. Da quel momento iniziò in Europa un lungo processo storico che
avrebbe progressivamente portato alla distinzione tra potere religioso e potere
politico, uno dei pilastri delle democrazie occidentali contemporanee.
Il caso dell’Iran rappresenta invece un modello opposto: dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica islamica ha costruito un sistema politico in cui l’autorità religiosa non è separata dallo Stato ma ne costituisce il fondamento. È proprio questa differenza strutturale – più che una semplice contrapposizione religiosa – che aiuta a comprendere molte delle tensioni tra Iran e Occidente.
Un altro elemento che alimenta la percezione di un confronto più ampio tra
Iran e Occidente riguarda la strategia regionale di Teheran. Da decenni la
Repubblica islamica ha costruito una rete di alleanze con movimenti armati e
milizie in diverse aree del Medio Oriente, spesso definita dagli analisti come “Axis
of Resistance”. Questa rete include gruppi come Hezbollah in Libano, Hamas
nei territori palestinesi, milizie sciite in Iraq e il movimento Houthi nello Yemen.
Secondo numerosi studi di politica internazionale, l’Iran
utilizza questi gruppi come strumenti di proiezione strategica: attraverso
finanziamenti, addestramento militare e supporto logistico, Teheran riesce a
esercitare influenza regionale senza entrare direttamente in conflitto con gli
Stati occidentali o con Israele. Il caso di Hezbollah è particolarmente
emblematico. Il gruppo sciita libanese è stato per anni uno dei principali
beneficiari del sostegno iraniano, con stime che indicano trasferimenti di
centinaia di milioni di dollari l’anno per il suo apparato politico e militare. Allo stesso modo, Teheran ha
sostenuto nel tempo anche organizzazioni palestinesi come Hamas e la Jihad islamica, fornendo risorse finanziarie,
armi e addestramento.
Nel Golfo e nel Mar Rosso, il movimento Houthi nello Yemen rappresenta un
ulteriore tassello di questo sistema di alleanze, che consente all’Iran di
influenzare equilibri strategici cruciali come le rotte marittime e i conflitti
regionali.
Attraverso questa rete di attori non statali, spesso definita dagli
analisti come “Axis of Resistance”, Teheran ha costruito nel tempo una
forma di guerra indiretta che permette di esercitare pressione sull’ordine
regionale e sugli interessi occidentali senza un confronto militare diretto.
Questo confronto, tuttavia, non rimane confinato al Medio Oriente: negli
ultimi decenni esso ha iniziato a riflettersi anche all’interno delle stesse
società occidentali.
La crescente presenza di cittadini di origine e fede musulmana nelle
istituzioni politiche occidentali riflette trasformazioni demografiche e
sociali profonde. Negli Stati Uniti, figure politiche come Zohran Mamdani
rappresentano una nuova generazione politica emersa in società sempre più
pluralistiche.
Per alcuni osservatori, queste dinamiche rappresentano un naturale sviluppo delle democrazie liberali. Per altri, invece, riflettono una tensione crescente tra modelli di pluralismo culturale promossi da parte delle élite politiche occidentali e identità storiche percepite come parte integrante delle società europee e nord-americane.
In questo contesto, la religione diventa spesso uno strumento di
mobilitazione politica e culturale. Più che uno scontro lineare tra civiltà, il
quadro che emerge è quello di società occidentali attraversate da un confronto
interno sempre più acceso su identità, pluralismo e sul futuro delle proprie
istituzioni democratiche.
Il Regno Unito rappresenta oggi uno dei casi più emblematici di questa
dinamica. Nel paese operano da oltre vent’anni organismi di arbitrato islamico
utilizzati da alcune comunità musulmane per controversie familiari e civili,
che secondo uno studio della House of Commons Library non fanno parte del
sistema giudiziario statale ma funzionano come strutture di mediazione
religiosa. Parallelamente, come osserva il Pew Research Center, la presenza
musulmana in Europa è destinata a continuare a crescere nei prossimi decenni,
rendendo inevitabile un confronto politico e culturale sempre più intenso sul
rapporto tra pluralismo religioso e istituzioni democratiche.
Fra tutti i paesi europei, il peso della presenza musulmana nel Regno Unito
rappresenta oggi un fattore non secondario anche nelle scelte di politica
interna ed estera del governo guidato da Keir Starmer. L’atteggiamento
ambivalente o oscillante del Primo Ministro è la causa prima del raffreddamento
delle relazioni USA-UK.
Da un lato vi è una dimensione elettorale e sociale. La comunità musulmana
britannica costituisce una componente rilevante dell’elettorato urbano e
tradizionalmente vicino al Partito Laburista. Per questo motivo, l’appoggio a
politiche o leader percepiti come ostili al mondo musulmano – come nel caso del
controverso Muslim Ban promosso dall’amministrazione Trump – potrebbe
generare forti tensioni politiche e sociali all’interno del paese.
Vi è poi una dimensione ideologica. Il governo Starmer ha ribadito
un’impostazione che si richiama alla tradizione pluralista della democrazia
britannica, fondata sulla tutela delle minoranze e sulla convivenza tra
comunità religiose e culturali diverse. In questa prospettiva, un allineamento
con una retorica politica percepita come identitaria o esclusiva entrerebbe in
tensione con il modello multiculturale sviluppato nel Regno Unito negli ultimi
decenni.
Infine, esiste anche una dimensione internazionale. Il Regno Unito ospita
una vasta diaspora proveniente da paesi a maggioranza musulmana e mantiene
relazioni economiche e diplomatiche significative con numerosi stati del Medio
Oriente e dell’Asia meridionale. Per questo motivo, la leadership britannica
sembra essere posizionata tra l’incudine e il martello. Le scelte di Starmer
riflettono una realtà politica ormai evidente: nel Regno Unito contemporaneo,
la presenza islamica detta, dietro le quinte, visioni e decisioni lontane dalla
Britannia di Churchill, come Trump ha ricordato nella sua recente conferenza
stampa.
Ecco che la realtà britannica e non
solo, ci fa pensare a quale sarà il futuro dell’Occidente, che, apparentemente
si gioca su uno snodo cruciale: da un lato la fermezza delle istituzioni,
dall’altro la capacità di esercitare quel soft power culturale che
potremmo paragonare alla saggezza dei nonni. Se alcune correnti dell’Islam
politico stanno vivendo una fase di espansione demografica e fervore radicale —
che per certi aspetti ricorda i periodi più bui della storia europea —
l’Occidente possiede un vantaggio decisivo: l’esperienza storica. La consapevolezza,
maturata attraverso secoli di conflitti religiosi, che il potere della forza è
sempre effimero rispetto alla forza della cultura.
L’Iran, o meglio la Persia ha influenzato il mondo anche attraverso il
potere politico e militare, ma soprattutto grazie a una raffinatezza estetica,
poetica e filosofica che ha finito per trasformare persino i suoi
conquistatori, dai Mongoli agli stessi dominatori arabi. In questo senso,
l’Occidente potrebbe proporsi non tanto come un antagonista militare, quanto
come un mentore civile, capace di offrire un modello in cui libertà
individuale, creatività e pluralismo risultano più attraenti del dogma.
Il futuro dipenderà dalla capacità
delle società occidentali di muoversi lungo tre direttrici fondamentali.
Riscoprire la propria identità.
Non si può trasmettere nulla se non si
è consapevoli di ciò che si è. L’Occidente non deve rinunciare ai propri
principi di libertà, pluralismo e separazione tra religione e Stato, ma
presentarli come conquiste storiche maturate attraverso conflitti e trasformazioni.
Valorizzare le voci moderate e
intellettuali.
Come la cultura persiana seppe mitigare
l’impeto guerriero di epoche turbolente, anche oggi le correnti riformiste e
intellettuali del mondo islamico — spesso marginalizzate o perseguitate nei
propri paesi — rappresentano interlocutori fondamentali per costruire un
terreno di dialogo e stabilità.
Affrontare la pressione demografica
giovanile.
Senza opportunità educative, culturali
ed economiche capaci di sostituire la retorica del martirio con quella del
progresso e della dignità individuale, il cosiddetto youth bulge
continuerà ad alimentare tensioni e radicalizzazioni.
In definitiva, se alcune correnti del
mondo islamico rappresentano oggi l’energia turbolenta della giovinezza,
l’Occidente potrebbe incarnare l’autorità dell’esperienza: quella di una
civiltà che ha attraversato l’Inquisizione, le guerre di religione e le
tragedie del Novecento, trasformando gradualmente quei conflitti in istituzioni
fondate sul diritto, sulla scienza e sulla libertà.
Il futuro, quindi, non sarà un’omologazione delle civiltà, ma una convivenza inevitabilmente complessa. In questo equilibrio fragile, la vera forza dell’Occidente potrebbe non essere la superiorità militare, ma la sua inesauribile capacità di attrarre attraverso la cultura, la ragione e la libertà.
L’analisi si basa sull’intervista approfondita che Andrea Molle (Chapman University e START InSight) ha rilasciato a RaiNews, 2 marzo 2026 e che potete leggere per intero QUI
Andrea Molle valuta l’escalation Iran–Israele/USA come altamente instabile e potenzialmente regionale per tre fattori convergenti:
frammentazione interna iraniana dopo la “decapitazione” della leadership;
attivazione semi-autonoma delle reti proxy;
forte rischio economico globale legato a Hormuz e alla volatilità energetica.
Il quadro complessivo è quello di una crisi non lineare, in cui la perdita di controllo centrale può rendere il sistema contemporaneamente più debole e più pericoloso.
Vuoto di potere a Teheran
Valutazione chiave: rischio elevato di imprevedibilità strategica.
La rimozione simultanea dei vertici iraniani crea frattura verticale nella catena di comando e frammentazione orizzontale tra centri di potere.
La Guida Suprema è il perno che coordina clero, IRGC, magistratura ed economia parastatale; la sua assenza interrompe il meccanismo di arbitrato interno.
La successione in condizioni di guerra può alimentare competizione tra:
fazioni pragmatiche (stabilizzazione/negoziato)
settori radicali, soprattutto nei Pasdaran (risposta massimalista).
Senza una leadership riconosciuta aumenta il rischio di segnali incoerenti verso l’esterno.
Implicazione: la deterrenza diventa instabile perché l’Iran può apparire “più debole ma più pericoloso”.
Reti proxy e rischio di guerra multi-fronte
Valutazione chiave: escalation regionale possibile anche senza regia centrale.
Molle descrive l’“Asse della Resistenza” come un ecosistema decentrato, non un comando unificato.
Meccanismi principali
a) Pre-delega operativa
Molte risposte sono di fatto pre-autorizzate.
I proxy possono agire autonomamente per dimostrare credibilità.
b) Autonomia differenziata
Il controllo iraniano è diseguale.
Alcuni attori hanno sufficiente autonomia per scegliere tempi e intensità.
c) Saturazione strategica per Israele e USA Fronti simultanei possibili:
nord Israele (Hezbollah)
Mar Rosso e shipping (Houthi)
basi USA in Iraq e Golfo (milizie sciite)
Anche se ogni fronte è gestibile singolarmente, la simultaneità crea attrito cumulativo.
d) Escalation competitiva La decentralizzazione può aumentare, non ridurre, il rischio perché ogni gruppo vuole dimostrare efficacia.
Possibile coinvolgimento delle monarchie del Golfo
Valutazione chiave: coinvolgimento probabile ma soprattutto in forma “difensiva-espansiva”.
Arabia Saudita ed Emirati preferiscono stabilità ma la neutralità regge solo finché non sono colpiti direttamente.
Il trascinamento può avvenire senza decisione formale di entrare in guerra, attraverso:
cooperazione ISR
difesa aerea attiva
supporto logistico alle forze USA.
Gli attacchi iraniani accelererebbero una “NATO-izzazione funzionale” del GCC (integrazione difesa aerea e early warning).
Rischio: maggiore integrazione con USA (e tecnicamente con Israele) potrebbe provocare ulteriori ritorsioni iraniane.
Stretto di Hormuz come detonatore globale
Valutazione chiave: scenario di shock energetico sistemico.
Attraverso Hormuz passa circa un quinto dei consumi mondiali di liquidi petroliferi (~20 milioni b/g).
Una chiusura colpirebbe anche ~20% dell’export globale di LNG (Qatar e UAE).
Le pipeline alternative coprono solo una frazione dei flussi.
Paesi più vulnerabili
Petrolio (ordine di esposizione):
India — tra i più esposti per dipendenza e scorte limitate
Corea del Sud — alta dipendenza industriale
Giappone — molto dipendente ma con grandi riserve
Cina — grande esposizione in volume ma più capacità di assorbimento
Gas (LNG):
Pakistan
Bangladesh
in parte India
Europa: più esposta sul prezzo marginale che sulla disponibilità immediata.
Mercati finanziari come moltiplicatore di escalation
Valutazione chiave: l’economia può spingere verso posture più dure.
Secondo Molle, la volatilità non è solo conseguenza ma driver autonomo della crisi.
Catena di effetti
Aumento petrolio → inflazione → pressione su famiglie
Banche centrali più restrittive → spazio fiscale ridotto
Governi sotto stress interno → meno flessibilità diplomatica
Ne deriva una dinamica perversa:
la de-escalation può apparire politicamente debole
cresce l’incentivo a mostrare fermezza militare per rassicurare mercati e opinione pubblica.
Insight chiave: i mercati reagiscono in tempo reale, la diplomazia è lenta — questo accorcia la finestra negoziale.
Valutazione implicita sulla strategia USA
Molle suggerisce un dubbio strategico:
gli obiettivi dell’azione americana possono essere chiari
ma resta incerto se esista un piano credibile per il “day after” (gestione del vuoto di potere, proxy, mercati).
Assessment complessivo
Probabilità di escalation regionale: significativa.
Driver principali:
frammentazione decisionale iraniana
autonomia operativa dei proxy
rischio di saturazione multi-fronte
vulnerabilità dei choke point energetici
pressione dei mercati finanziari sui decisori politici
Elemento più pericoloso: la combinazione di decentralizzazione militare + shock economico, che può produrre escalation per inerzia più che per scelta deliberata.
DAL PETROLIO ALL’ALGORITMO
di Melissa de Tefféda Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
L’intervento militare di Donald Trump, con il sostegno di Israele contro
l’Iran e culminato nella morte di Ali Khamenei e dei membri del suo entourage,
non è soltanto un’operazione militare ma mostra come questo intervento sia uno
nell’asse strategica americana: il contenimento delle forniture energetiche
verso la Cina, l’indebolimento della rete di proxy regionali sostenuti da
Teheran e l’opportunità per il popolo iraniano di scegliersi il suo sistema
politico.
Sul primo fronte, l’Iran rappresenta da
anni uno snodo rilevante — diretto e indiretto — per l’approvvigionamento
energetico asiatico, con Pechino tra i principali acquirenti del greggio
iraniano nonostante le sanzioni. Colpire Teheran significa quindi incidere su
una delle arterie energetiche che alimentano la crescita cinese.
Sul secondo fronte, la Repubblica
Islamica ha costruito nell’ultimo decennio una fitta rete di proiezione
indiretta attraverso attori come gli Houthi nello Yemen, Hezbollah in Libano e
varie milizie sciite in Iraq e Siria. Questi gruppi sono stati ripetutamente
accusati dall’Occidente di attacchi contro navi commerciali, infrastrutture
energetiche e interessi occidentali nei principali snodi marittimi della
regione, dal Mar Rosso al Golfo.
Infine, sul piano interno, l’Iran
arriva a questo passaggio dopo anni di proteste popolari — dalle mobilitazioni
del 2019 fino alle rivolte seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022 —
represse con durezza dalle autorità nate dalla rivoluzione del 1979 guidata
dall’ayatollah Ruhollah Khomeini. Per una parte dell’opposizione, la fase
attuale potrebbe rappresentare la prima vera frattura sistemica tra società
iraniana e apparato teocratico.
Se questa traiettoria dovesse
consolidarsi, l’operazione in corso rischia di essere ricordata non solo come
un’escalation militare, ma come l’avvio di una possibile riconfigurazione
simultanea degli equilibri energetici, regionali e strategici ben oltre il
Medio Oriente.
La novità storica è che il fronte arabo, per interessi energetici e sicurezza
interna, non si compatta attorno a Teheran: inizia invece a trattarla come il
problema strutturale della regione — e questo cambia i calcoli di Washington su
energia, rotte marittime e deterrenza.
Questo riallineamento arabo crea lo spazio per un altro elemento, più sottile e valido: la guerra si combatte anche sul terreno della legittimità storica. Reza Pahlavi — figura simbolica dell’opposizione in esilio — nel corso della sua visita in Israele nell’aprile 2023, ha costruito il proprio intervento attorno a un riferimento simbolico preciso: Ciro il Grande.
Richiamando l’episodio della conquista
di Babilonia nel 539 a.C. e il ritorno degli ebrei dall’esilio, Pahlavi ha
presentato Ciro come figura di tolleranza e pluralismo, radicata tanto nella
memoria persiana quanto nella tradizione ebraica. Il messaggio politico era
chiaro: distinguere l’Iran come nazione e civiltà millenaria dalla Repubblica
Islamica, sostenendo che l’ostilità verso Israele sia una scelta del regime e
non del popolo iraniano. In questo quadro ha evocato l’idea di futuri “Cyrus Accords”, un possibile ampliamento degli
Accordi di Abramo che includessero un Iran post-teocratico in un’architettura
regionale fondata sul riconoscimento reciproco e la cooperazione. Il
riferimento a Ciro, quindi, non assume un valore nostalgico, ma strategico:
offrire una legittimazione storica a un’eventuale normalizzazione tra un Iran
futuro e Israele. (Nel 539 a.C., Ciro il Grande, re di Persia, conquistò Babilonia e
liberò gli ebrei dalla cattività babilonese. Emanò un editto (538 a.C.) che
permise loro di tornare a Gerusalemme e ricostruire il Tempio, ponendo fine
all’esilio iniziato da Nabucodonosor II.)
Sul piano sociale, la reazione del
popolo iraniano appare molto più complessa — ma in parte ricorda dinamiche già
viste nel contesto venezuelano. Nelle ore successive alla morte della Guida
Suprema Ali Khamenei, si sono registrate reazioni profondamente polarizzate:
mentre il regime ha organizzato manifestazioni di lutto, video e testimonianze
indicano che molti iraniani hanno festeggiato in modo discreto, tra
clacson, balli e segnali di sollievo, nonostante ci sia ancora un clima diffuso
di paura e repressione.
Parallelamente,
mentre una parte della diaspora iraniana ha accolto con favore l’azione
americana, in Occidente si è riattivato il consueto fronte di protesta contro
ogni intervento militare statunitense. Dalle prese di posizione di figure
storicamente pacifiste come Jane Fonda fino
alle mobilitazioni studentesche in diverse università occidentali, dove la
narrativa dominante nei movimenti antiguerra continua a leggere la crisi
prevalentemente attraverso la lente dell’opposizione all’interventismo
americano. Tuttavia, diversi osservatori
notano come queste proteste tendano talvolta a sottovalutare la natura del
regime iraniano e il sostegno che esso fornisce a una rete di attori armati
regionali.
Il
dibattito non è nuovo nemmeno in Europa. L’Italia, spesso criticata per un presunto
allineamento automatico a Washington, offre un precedente emblematico: nel
gennaio 2016, durante la visita ufficiale a Roma del presidente iraniano Hassan
Rouhani sotto il governo di Matteo Renzi,
diverse statue dei Musei Capitolini lungo il percorso della delegazione furono
coperte per evitare possibili offese alla sensibilità iraniana — una decisione
che all’epoca suscitò un acceso dibattito pubblico sul bilanciamento tra
diplomazia, valori culturali e realpolitik.
Il contrasto tra queste diverse reazioni — piazze occidentali mobilitate
contro l’intervento e segmenti dell’opposizione iraniana che lo interpretano
come possibile punto di svolta — evidenzia quanto la crisi attuale venga letta
attraverso cornici politiche profondamente divergenti.
Raduni
a New York, San
Francisco e in altre capitali occidentali hanno visto manifestanti della
diaspora sventolare bandiere pre-1979 e ringraziare apertamente Washington,
interpretando l’operazione come un possibile punto di svolta dopo decenni di
repressione.
Tuttavia, come già osservato in altri contesti — dal Venezuela ad altri
regimi sotto pressione — l’immagine di un popolo unanimemente in festa sarebbe
fuorviante. Le stesse fonti descrivono un Paese attraversato da sentimenti
contrastanti: speranza tra parte dell’opposizione, ma anche timore diffuso per
l’instabilità, le vittime civili e la capacità dell’apparato di sicurezza di
mantenere il controllo.
A questo quadro si aggiunge una dimensione spesso tralasciata ed è quella tecnologica. Se infatti la crisi viene letta prevalentemente in chiave di geopolitica ed energetica, on si può non parlare come le nuove architetture di potere passino anche attraverso l’intelligenza artificiale e le infrastrutture di calcolo avanzato.
Un titolo del Sole 24 Ore del 3 marzo 2026
In una recente intervista a CBS News,
il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha evidenziato come l’AI stia rapidamente
assumendo una rilevanza strategica per la sicurezza nazionale statunitense, pur
ribadendo la necessità di mantenere limiti chiari — in particolare contro l’uso
per sorveglianza di massa o per sistemi d’arma completamente autonomi senza
supervisione umana.
Le sue parole riflettono una
consapevolezza crescente: la competizione globale non si gioca più soltanto su
energia, rotte marittime o capacità militare tradizionale, ma sempre più sul
controllo delle infrastrutture di calcolo e dei modelli di intelligenza
artificiale.
In una recente intervista a CBS News,
il CEO di Anthropic, Dario Amodei, ha confermato quanto l’intelligenza
artificiale sia ormai pienamente integrata nelle architetture di sicurezza
nazionale statunitensi. Anthropic — ha spiegato — è stata tra le prime aziende
a distribuire i propri modelli su cloud classificati e a sviluppare versioni
personalizzate per applicazioni di intelligence, cyber e supporto operativo
militare.
Allo stesso tempo, Amodei ha tracciato
una linea rossa netta: la disponibilità a collaborare con il governo americano
copre “il 98–99% dei casi d’uso”, ma esclude due ambiti ritenuti ad alto
rischio sistemico — la sorveglianza di massa domestica e lo sviluppo di armi
completamente autonome prive di supervisione umana. Il motivo, ha sottolineato,
è duplice: da un lato la necessità di difendere gli Stati Uniti da avversari
autocratici come Cina e Russia; dall’altro l’obbligo di preservare i valori
democratici proprio mentre la competizione tecnologica si intensifica.
“Se si dispone di un grande esercito di
droni o robot in grado di operare senza alcuna supervisione umana, dove non ci
sono soldati umani a prendere decisioni su chi colpire o contro chi aprire il
fuoco, questo solleva preoccupazioni e richiede che si apra una discussione su
come tali sistemi debbano essere supervisionati — una discussione che, ad oggi,
non abbiamo ancora avuto. Per questo riteniamo con forza che questi due casi
d’uso non dovrebbero essere consentiti.
Il Pentagono ci ha detto di aver accettato in linea di principio queste due
restrizioni e di voler raggiungere un accordo”.
Purtroppo sappiamo che non è stato
possibile. Amodei racconta: “Ci è stato dato un ultimatum: accettare i loro
termini entro tre giorni oppure essere designati come rischio per la supply
chain ai sensi del Defense Production Act”. “Di fatto, non hanno accettato in
modo significativo le nostre eccezioni”.
In risposta alle accuse di Donald Trump
— che ha definito la posizione di Anthropic “egoista” e dannosa per la
sicurezza nazionale — Dario Amodei ha ribadito che l’azienda è disposta a
continuare a supportare il Dipartimento della Difesa anche di fronte a misure
straordinarie contro di essa. Ha spiegato che Anthropic ha offerto continuità
operativa per evitare interruzioni ai sistemi militari, pur mantenendo le
proprie linee rosse. Secondo Amodei, un’eventuale esclusione dell’azienda come
fornitore rappresenterebbe un rischio concreto di ritardo operativo per le
forze armate — potenzialmente di sei mesi o più — motivo per cui la società ha
cercato attivamente un accordo, attribuendo però la rottura negoziale alla
tempistica imposta dal Pentagono.
Un accordo — ha spiegato — richiede
entrambe le parti. Anthropic, da parte sua, si è detta disponibile a servire la
sicurezza nazionale degli Stati Uniti e a fornire i propri modelli a tutti i
rami del governo, incluso il Dipartimento della Difesa e la comunità di
intelligence, ma entro i limiti delle proprie linee rosse. L’obiettivo, ha
chiarito, non è sostenere una specifica amministrazione o singoli funzionari
del Pentagono, bensì contribuire alla sicurezza nazionale del Paese.
Amodei ha inoltre sottolineato che le
restrizioni imposte dall’azienda riguardano circa l’1% dei possibili casi d’uso
e che, per quanto a loro conoscenza, sul campo non si sono ancora verificati
scenari in cui tali limiti abbiano effettivamente ostacolato le operazioni.
Alla domanda sul perché gli americani
dovrebbero fidarsi del CEO di una società privata per prendere decisioni su
principi fondamentali invece che del governo federale, Amodei ha risposto
articolando due punti.
“Primo: Anthropic è un’azienda privata
e, come tale, può decidere se vendere o meno i propri servizi. Esistono altri
fornitori; se il Dipartimento della Difesa o il governo non condividono le
condizioni o i principi dell’azienda, possono rivolgersi a un altro contraente.
Sarebbe stata — ha osservato — la modalità normale di gestione della
divergenza: scegliere un altro modello, anche in disaccordo, ma nel rispetto
reciproco.”
Secondo: per Amodei, la questione ha assunto una dimensione diversa quando
l’amministrazione ha esteso le misure oltre il solo Dipartimento della Difesa,
tentando di “revocare contratti in tutti gli altri ambiti governativi”. Tale
designazione, ha spiegato, impedirebbe anche ad altre aziende private con
contratti militari di utilizzare tecnologia Anthropic in progetti collegati
alla difesa. Un intervento che, a suo avviso, va oltre la normale concorrenza
contrattuale e appare di natura punitiva nei confronti di un’impresa privata.
Ma, conoscendo lo stile comunicativo di Donald Trump, non sorprende che abbia scritto che la “selfishness” di Anthropic starebbe mettendo “American lives at risk”, “our troops in danger” e “our national security in jeopardy”.
Resta da vedere se Anthropic riuscirà a reggere l’eventuale revoca dei
contratti federali minacciata da Donald Trump. Tuttavia, a Dario Amodei va
riconosciuto il merito di aver posto esplicitamente dei limiti etici alle
richieste governative — una scelta non scontata nel contesto dell’attuale
competizione tecnologica. Una scelta che nessun fisico nucleare ebbe la
possibilità di porsi nel 1945.
D’altra parte, il tema tocca una
sensibilità trasversale: pochi cittadini, indipendentemente dall’appartenenza
politica, sono disposti ad accettare senza riserve l’idea di una sorveglianza
estesa da parte del proprio Stato. È proprio in questa tensione tra sicurezza
nazionale e libertà civili che si giocherà una parte crescente della
competizione strategica del XXI secolo.
Ad
ogni modo oggi a fronte del rifiuto di Anthropic di allentare alcune
restrizioni d’uso considerate sensibili, OpenAI ha proceduto alla firma del
nuovo accordo con il Dipartimento della Difesa. Ciò evidenzia come,
nell’attuale fase della competizione tecnologica, le scelte di governance dei
modelli possano incidere direttamente sugli equilibri contrattuali nel settore
della difesa. L’ingresso di OpenAI in questo spazio contrattuale sembra quindi
implicare il superamento di quelle linee rosse “morali” che Amodei ha
accuratamente delineato. Scopriremo, spero, presto se Altman le ha varcate a
discapito nostro e di tanti altri nei teatri di guerra presenti.
Dall’Iran all’Ucraina, dal Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, le crisi
contemporanee mostrano un tratto comune: la convergenza tra hard power e potere
tecnologico. In questo scenario, le decisioni prese oggi su AI, sorveglianza e
autonomia dei sistemi d’arma avranno conseguenze ben oltre il ciclo politico
immediato.
La vera domanda non è se la tecnologia cambierà la guerra. È chi ne
stabilirà i limiti.
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