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Europa e Stati Uniti si comprendono davvero? Arriva Mind the Gap, il podcast che mette in dialogo le due sponde dell’Atlantico

Questo nuovo prodotto editoriale, che sarà disponibile in due versioni -italiana e inglese- nasce per colmare il divario tra percezione e realtà, aiutando europei e americani a comprendersi meglio al di là di stereotipi, semplificazioni e pregiudizi. Vi prendono parte membri del team di START InSight che risiedono negli Stati Uniti.
Melissa de Teffé, giornalista, esperta di politica americana e nostra corrispondente accreditata presso il Dipartimento di Stato USA
Andrea Molle, docente di relazioni internazionali alla Chapman University, nostro Senior Research Fellow ed esperto di violenza politica, estremismi e radicalizzazione

Conduce Chiara Sulmoni, presidente di START InSight

Mind the Gap – Episodio 1: L’America reale oltre gli stereotipi

Nel primo episodio di Mind the Gap, in occasione dei 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, questa è la domanda centrale: quanto l’America che immaginiamo corrisponde all’America reale?

Il punto di partenza è la constatazione che gli Stati Uniti continuano a essere raccontati attraverso stereotipi e semplificazioni.

Da un lato esiste ancora una forte fiducia individuale nel cosiddetto American Dream: la convinzione che impegno, merito e sacrificio possano consentire a ciascuno di migliorare la propria condizione di vita. Dall’altro, emerge una crescente sfiducia collettiva verso le istituzioni, la politica e la capacità del sistema di garantire opportunità per tutti.

Tra le osservazioni più importanti emerse nel dibattito vi è la distinzione tra l’America come idea e l’America come realtà. Gli americani continuano in larga misura a credere nei valori fondanti del paese, ma mostrano una fiducia sempre più ridotta nelle istituzioni federali. Un dato emblematico: la fiducia nel governo federale è passata da circa l’80% negli anni Sessanta a meno del 20% oggi.

Un altro tema centrale riguarda la difficoltà, soprattutto in Europa, di comprendere la natura profondamente federale degli Stati Uniti. Secondo Andrea Molle, uno degli errori più frequenti è considerare l’America come un blocco uniforme, ignorando le enormi differenze culturali, sociali e politiche che esistono tra stati, regioni e comunità. Comprendere la tensione storica tra governo federale e stati è essenziale per interpretare molti dei conflitti politici contemporanei.

La conversazione affronta inoltre le conseguenze della perdita di fiducia nelle istituzioni: aumento dell’astensionismo, crescita del consenso verso posizioni politiche radicali e maggiore disponibilità, soprattutto tra alcuni segmenti della popolazione più giovane, a considerare legittimo il ricorso alla violenza politica. Un fenomeno che non riguarda solo gli Stati Uniti ma molte democrazie occidentali.

Particolarmente interessante è la riflessione sul presunto declino americano. Sia Melissa de Teffé sia Andrea Molle invitano alla cautela: nella storia degli Stati Uniti le previsioni di declino si sono ripetute ciclicamente, dalla guerra del Vietnam alla Guerra Fredda, fino all’ascesa della Cina. Eppure il paese ha spesso dimostrato una notevole capacità di adattamento e reinvenzione. Più che una fase di declino irreversibile, quella attuale viene interpretata come una fase di trasformazione profonda.

Le testimonianze raccolte tra cittadini americani rafforzano questa lettura. Pur riconoscendo divisioni e tensioni, molti continuano a identificare l’essenza dell’America nei valori di libertà, opportunità, iniziativa individuale e responsabilità personale che hanno accompagnato la nascita del paese.

In conclusione, il primo episodio di Mind the Gap propone una lettura dell’America lontana tanto dall’idealizzazione quanto dal catastrofismo. Gli Stati Uniti appaiono oggi come una nazione attraversata da profonde contraddizioni: fiducia negli ideali ma sfiducia nelle istituzioni, polarizzazione politica ma straordinaria capacità di adattamento, crisi ricorrenti ma persistente attrazione esercitata sul resto del mondo. Comprendere queste tensioni significa comprendere non soltanto l’America contemporanea, ma anche una delle forze che continuano a influenzare gli equilibri politici, economici e culturali globali.


LO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE: LA NATO SECONDO TRUMP

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

La testa di Trump si muove su binari lontani da quelli politici tradizionali, per essere miti, e quando giorni fa Axios lo intervista su come “vive, vede” l’esercizio del potere e “chi” lo esercita, secondo lui, fra tutti i leader mondiali, mi sarei aspettata che qualche nome europeo fosse elencato. Invece no: Trump parla solo di Xi Jinping e di Modi, commentando: “molto intelligenti e in gamba”. Ma perché Trump non parla di Europa e di europei?

La risposta sta nel fatto che, per l’attuale inquilino della Casa Bianca, il Vecchio Continente ha smesso di essere un partner politico strategico paritario per diventare un mero mercato di sbocco commerciale. Nella sua visione transazionale del potere, le relazioni transatlantiche non si misurano più in valori condivisi o allineamento strategico, ma si riducono a un rapporto contabile di dare e avere — lo dice lui stesso, parlando della Spagna ad Ankara: “They don’t participate, they don’t pay. I don’t want anything to do with Spain.”

Walter Russell Mead, il teorico del “Jacksonianismo” trumpiano (Hudson Institute), la inquadra con precisione: “Trump likes allies, but only of a certain type” — alleati utili nella misura in cui si accollano rischio e costo, non partner da trattare alla pari.”

Se la richiesta di Trump del 5% regala qualche miliardo alle casse dello stato americano, sembra però essere uno specchietto per le allodole, visto il suo non interesse a investire soldi, tempo ed energie con la nostra Europa.

Il traguardo del 5% del PIL, in realtà, non nasce ad Ankara: Trump lo aveva già strappato agli alleati al vertice dell’Aia nel giugno 2025. Quello che porta a casa dalla Turchia è piuttosto la sua monetizzazione industriale: 3 miliardi di dollari in nuovi accordi, dalla manutenzione dei sistemi Patriot di Lockheed Martin ai droni da sorveglianza marittima di Northrop Grumman, dai missili Stinger prodotti in Europa da RTX fino alle bombe di piccolo diametro che Boeing svilupperà con Rheinmetall in Italia. Nel solo 2025 gli alleati hanno acquistato 54 miliardi di dollari in equipaggiamento americano, sostenendo quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati Uniti — il vero “Trump Trillion”, 1.210 miliardi accumulati dal primo mandato. La sicurezza europea, insomma, si converte in export manifatturiero a stelle e strisce: l’Europa paga di più, l’industria della difesa americana incassa, e Washington nel frattempo restituisce le proprie truppe “ai livelli pre-2022” — un modo elegante per certificare, nel linguaggio stesso della Casa Bianca, il ritiro parziale che i think tank chiamano invece il più grande cambiamento nella postura di difesa del continente dalla Guerra Fredda.

IL “TEST DI LEALTÀ” GEOPOLITICO

A Trump, in fondo, non interessano i calcoli percentuali quanto la sottomissione politica. Le sue accuse nascono dal fatto che l’Europa ha storicamente limitato l’uso delle proprie basi e si è rifiutata di sposare senza condizioni le operazioni unilaterali americane — come la guerra preventiva contro l’Iran, quando alleati come la Spagna hanno negato l’uso delle piste di decollo. La richiesta di fondi maschera così una pretesa più profonda: lealtà geopolitica incondizionata, non un bilancio in regola.

LA CRITICA DEGLI ESPERTI: PERCENTUALI SENZA STRATEGIA

Il sospetto che gli obiettivi in percentuale contino meno della sostanza militare non è nuovo — anzi, precede Trump stesso. Già nel 2018, durante il primo mandato, l’analista Anthony Cordesman del CSIS bollava il target del 2% come un “obiettivo percentuale privo di significato” (meaningless percentage goal), sostenendo che concentrarsi sui numeri distraesse dal vero problema: una pianificazione di forza coerente e una strategia di difesa comune reale. Otto anni e un target quasi raddoppiato dopo, l’obiezione resta intatta e forse ancora più calzante: rincorrere il 5% del PIL dice poco su quali capacità l’Alleanza costruisca davvero, e quanto queste rispondano a una strategia condivisa piuttosto che a una lista della spesa imposta da Washington.

L’EUROPA, LONTANA DALLA REALTÀ AMERICANA

Le diverse costituzioni che compongono i paesi europei, una Bruxelles claudicante senza veri poteri e senza unità, in un periodo di guerra, fanno capire a Trump soprattutto una cosa: che il tempo stringe. Meglio investirlo altrove — in Sud America e nel Sud-est asiatico — piuttosto che aspettare che 27 capitali trovino una linea comune. E i motivi non sono solo commerciali, ma includono anche la corsa sia alle famigerate terre rare, che alla creazione dei data centers per l’AI.

Mentre l’Europa discute, Washington firma. A maggio Trump riceve alla Casa Bianca il presidente brasiliano Lula — e firma un’intesa commerciale, nata dalla necessità americana di diversificare l’accesso a questi minerali strategici prima del vertice con Xi Jinping.  Questa intesa sarebbe impensabile visto che proprio nell’intervista con  Axios, qualche giorno fa, ha dichiarato che Lula è un uomo volubile. Quasi contemporaneamente la società USA Rare Earth annuncia l’acquisizione del gruppo brasiliano Serra Verde, una delle poche miniere al mondo fuori dalla Cina capaci di fornire terre rare pesanti e che possiede anche un ottimo impianto di lavorazione. Sul fronte asiatico, la Lynas Advanced Material Plant in Malesia — il più grande impianto di raffinazione di terre rare al mondo al di fuori della Cina, esteso quanto 220 campi da calcio — è già diventata il fulcro della strategia di Washington per spezzare il monopolio cinese, che controlla ancora oltre il 90% della lavorazione globale. Il Giappone, parallelamente, si assicura l’accesso al nichel e alle terre rare dell’Indonesia. Il messaggio è chiaro: se l’Europa offre trattati e burocrazia, Sud America e Sud-est asiatico offrono le materie prime del futuro — e Trump, che ha fretta, va dove trova entrambe le cose insieme: velocità di decisione e sottosuolo.

LA GROENLANDIA, LA PERIFERIA CHE NON È MAI STATA EUROPEA

Sulla carta la Groenlandia appartiene al Regno di Danimarca, e dunque all’Unione Europea per interposta persona — ma nella testa di Trump, e in una certa misura nella geografia stessa, l’isola sta dall’altra parte dell’Atlantico. Geologicamente è parte della placca nordamericana, non di quella eurasiatica; strategicamente ospita l’unica base statunitense nell’Artico, la Pituffik Space Base, che fornisce l’allerta missilistica per l’intero Nord America e non per l’Europa. È lo stesso principio di homeland esteso all’intero Emisfero Occidentale — che la National Defense Strategy formalizza a gennaio, e che i commentatori americani hanno già ribattezzato “Donroe Doctrine“, fondendo il nome di Trump con la dottrina Monroe: la stessa logica invocata dopo la cattura del leader venezuelano Maduro, e ora, estesa fino al circolo polare artico. Non stupisce che ad Ankara Trump abbia rilanciato la pretesa più esplicita di sempre — “deve essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca” — mentre, contestualmente, minaccia di ritirare altre truppe dall’Europa. Nella sua mappa mentale, la Groenlandia non è un possedimento europeo, è un avamposto occidentale-americano da riportare a casa. La premier danese Mette Frederiksen ha risposto senza esitazioni che l’isola resta “non in vendita”, pronta a difendere “ogni centimetro” del proprio territorio; il segretario NATO Rutte, dal canto suo, si è trovato nella scomoda posizione di dare ragione a Trump sul pericolo — tenere Cina e Russia fuori dall’Artico — pur senza avallarne la soluzione, certificando così quanto la sovranità danese sia oggi più formale che sostanziale.

SOTTO IL GHIACCIO, LE TERRE RARE

Se la cornice militare spiega perché Trump voglia la Groenlandia, è la geologia a spiegare la fretta. Sotto la calotta polare del sud dell’isola giace il giacimento di Tanbreez, una risorsa da 4,7 miliardi di tonnellate che contiene tutti e otto gli elementi delle terre rare pesanti, disprosio e terbio inclusi — i materiali critici per i magneti dei sistemi d’arma di ultima generazione, dai caccia ai droni. Ed è così che Trump arriva in Groenlandia attraverso Wall Street. La società americana Critical Metals Corp.  (Nasdaq: CRML), dopo una rastrellata di successo, controlla oggi il 92,5% del progetto. Il governo groenlandese ha già approvato il trasferimento definitivo lo scorso aprile. È lo stesso schema che si osserva in Brasile con Serra Verde e in Malesia con l’impianto Lynas: Washington non aspetta più che Bruxelles negozi trattati commerciali quinquennali, compra direttamente le quote delle società che possiedono il sottosuolo strategico. La Groenlandia, in questo senso, non è un’anomalia artica nella strategia americana verso le Americhe e il Sud-est asiatico — ne è semmai il tassello più settentrionale, unito dagli stessi due fili conduttori: sicurezza militare diretta e corsa alle materie prime critiche, entrambi elementi che l’Europa, con la sua architettura istituzionale lenta e frammentata, non riesce a offrire nella stessa valuta.

Il quadro che emerge da Ankara, dall’intervista Axios e dai dossier sulle terre rare non descrive un disimpegno americano dal mondo, ma una ridefinizione delle priorità strategiche in base a un criterio preciso: dove si trova il vantaggio competitivo più immediato. La NATO resta formalmente intatta — la Section 1250A del NDAA (National Defense Authorization Act) blinda comunque il ruolo del Congresso su qualsiasi ipotesi di uscita — ma la sua funzione nella gerarchia trumpiana si è ridimensionata da alleanza di valori condivisi a strumento di burden-sharing industriale, in cui la sicurezza europea si converte in ordini per l’industria della difesa americana e la componente valoriale, se mai è esistita nella sua forma originaria, passa in secondo piano rispetto al criterio della reciprocità economica.

Resta aperta, e probabilmente lo sarà ancora per lungo tempo, la domanda se questo riposizionamento risponda a un disegno strategico coerente — la tesi di chi lo inquadra nella tradizione Jacksoniana teorizzata da Mead, o nella priorità sequenziale della National Defense Strategy — oppure sia il risultato di una serie di decisioni transazionali prese caso per caso, senza una dottrina unificante alle spalle. Le due letture non sono necessariamente incompatibili: è possibile che una logica di fondo — massimizzare il ritorno immediato, minimizzare l’impegno vincolante — generi, nella pratica, esattamente lo stesso pattern di comportamento che una strategia elaborata a tavolino produrrebbe. Per l’Europa, la distinzione tra le due ipotesi ha conseguenze pratiche identiche: in entrambi i casi, la garanzia di sicurezza americana andrà commisurata sempre più a ciò che il continente è disposto — e in grado — di offrire in cambio, non a un’appartenenza valoriale data per acquisita.

L’America di Trump ridisegna il mondo attorno a un asse che va dalle Americhe al Sud-est asiatico, passando per l’Artico: ovunque ci siano terre rare, minerali critici, o semplicemente un interlocutore disposto a trattare da pari a pari senza il fastidio di ventisette parlamenti da consultare.

Per l’Europa, la lezione più amara non è che Trump minacci di andarsene. È che, quando gli conviene, se ne sia già andato — e se ne sia accorta per ultima.


Trump e i missili “Patriot” all’Ucraina

di Claudio Bertolotti.

Trump: è un’apertura?

Sui Patriot all’Ucraina possiamo dire che il presidente statunitense Donald Trump non “regali” all’Ucraina la vittoria ma le conceda strumenti per non perdere troppo velocemente, mantenendo nelle sue mani la leva degli aiuti come strumento negoziale. In questo quadro l’apertura di Trump sui Patriot possiamo leggerla su due piani, operativo e politico.
Sul piano operativo, la riattivazione del flusso di sistemi e munizioni per la difesa aerea significa, per Kiev, la possibilità di ridurre – non annullare – la vulnerabilità rispetto alla campagna missilistica e di droni della Russia. I Patriot non cambiano l’esito della guerra, ma incidono sulla soglia del dolore riducendo il numero delle infrastrutture distrutte, dei centri urbani colpiti, consentendo una maggiore capacità di tenuta dello Stato mentre la guerra continua.
Sul piano politico interno, Trump ha bisogno di presentare all’elettorato una “vittoria” spendibile, che non è la vittoria dell’Ucraina, ma la vittoria del presidente che “mette ordine” nel dossier ucraino, dosando gli aiuti, mostrando forza verso Mosca e, al tempo stesso, controllo della spesa militare. Questa apertura è una concessione estremamente misurata che consente a Trump di non apparire arrendevole e di non compromettere un eventuale piano di pace basato su concessioni territoriali ucraine, che lui considera realistiche (e che tali sono, al di là delle buone intenzioni e delle visioni ideali). Però…

Quali criticità?

Ci sono delle criticità oggettive, che possiamo riassumere in quantità, tempo, coesione politica.
Sulla quantità, è un fatto che la difesa aerea sia un sistema, non un singolo pezzo. E dunque i Patriot, da soli, non bastano poiché servono munizioni, integrazione con altri sistemi, capacità di manutenzione e addestramento. Se la fornitura sarà limitata o intermittente, si creerà un “effetto vetrina”, basata su una “capacità” non strutturale.
Sul tempo, che per me è l’elemento cardine, la Russia lo usa come arma strategica. Ogni giorno guadagna qualche chilometro di fronte, li consolida, non li perde. L’Ucraina, invece, dipende dal ritmo politico delle decisioni occidentali. Ogni ritardo negli aiuti si traduce in terreno perso e in capacità offensiva ridotta.
Infine, la coesione politica occidentale su cui grava l’umore di Trump, la cui apertura può accentuare le divergenze tra alleati, soprattutto se viene percepita come parte di un disegno più ampio di “chiusura” del conflitto a condizioni sfavorevoli per Kiev. Se gli europei vogliono sostenere l’Ucraina nel lungo periodo e Washington punta a una soluzione rapida, magari a costo di concessioni territoriali, il rischio è una NATO formalmente unita ma strategicamente disallineata.

Cosa cambia nei calcoli di Putin?

Cambia la gestione del rischio, non l’obiettivo strategico perché il presidente russo Vladimir Putin ha mantenuto, e mantiene, il vantaggio tattico sul campo: più uomini, più tempo, più capacità di assorbire perdite. I Patriot complicano la sua campagna aerea, ma non la rendono impossibile sapendo che la contraerea ucraina non intercetterà tutto; e, dunque, sa che può continuare a logorare infrastrutture e morale, e lo farà sempre di più spostando il peso su droni e missili meno costosi (e sui droni l’Ucraina ne sa qualcosa. anche di più della Russia).
Qualcosa però cambia in termini di risorse, o meglio, in termini di costi. La questione è appunto la curva del costo dove, per la Russia, ogni attacco diventa un po’ più costoso in termini di vettori persi e di pianificazione, ma rientra nella logica di una guerra lunga, dove il tempo gioca a favore di Mosca (così è stato finora e così è ancora). Per l’Ucraina, invece, ogni Patriot in più è un giorno in più di resilienza, ma non un passo verso la vittoria, semmai un passo lontano dalla sconfitta immediata.
Nei calcoli di Putin, credo, l’invio di ulteriori Patriot non è un game changer, ma un fattore da assorbire dentro una strategia già chiara che si fonda sulla volontà di consolidare il vantaggio tattico, sfruttare la stanchezza occidentale, attendere che la politica statunitense (e non solo Trump) cerchi una “pace” che sarà nel concreto una resa negoziata di Kiev, e mai una vittoria militare ucraina (a quella non crede più nessuno).


Geopolitica della nota: soft power, trauma acustico e guerra cognitiva

di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

Quando analizziamo le direttrici del potere globale, la nostra attenzione si rivolge quasi istintivamente ai palazzi della politica, agli spiegamenti militari e ai flussi macroeconomici. Esiste tuttavia una sfera dell’influenza strategica più sottile e meno visibile, capace di agire sulla regolazione emotiva, sul sistema nervoso autonomo e sulla disposizione interiore delle collettività: il dominio acustico.

L’apparato uditivo, a differenza di quello visivo, non può essere semplicemente sottratto al mondo esterno attraverso un gesto volontario. Anche quando non ascoltiamo intenzionalmente, restiamo immersi in un ambiente sonoro che ci attraversa, orienta la vigilanza, può modificare il ritmo respiratorio e contribuisce a delineare un orizzonte affettivo. La ricerca sull’esperienza musicale ha mostrato come i suoni organizzati possano indurre risposte emotive attraverso diversi meccanismi: riflessi del tronco encefalico, contagio emotivo, immaginazione visiva, aspettativa musicale, memoria episodica e condizionamento valutativo (Juslin & Västfjäll, 2008).

Dietro la parvenza innocente dell’intrattenimento estetico, il suono opera come uno dei più raffinati strumenti di orientamento delle preferenze comunitarie, collocandosi nel cuore del soft power codificato da Joseph Nye (1990). Questo vettore comunicativo seduce prima di spiegare e genera familiarità psicologica prima di produrre un’adesione razionale. Modellando un paesaggio mentale entro cui un popolo percepisce sé stesso, la musica non impone ordini, ma traduce una matrice culturale in una visione del mondo avvertita come spontanea e desiderabile.

Il suono del “noi”: melodramma, egemonia e mente collettiva

La convergenza tra strutture musicali, senso di appartenenza e proiezione geopolitica non è un fenomeno della contemporaneità digitale. Secoli prima delle moderne strategie di influenza, il teatro lirico italiano ha funzionato come una vera e propria fucina della memoria collettiva, capace di esportare il patrimonio culturale del Paese ben oltre i suoi limiti territoriali.

L’opera ha compreso precocemente che l’egemonia, per sedimentarsi, deve anche farsi suono. Il coro operistico rappresenta in questo senso una figura psichica della coesione del gruppo: dà forma acustica a un “noi”, traducendo sulla scena una mente di gruppo in cui il sentimento del singolo si dissolve nell’affetto comune. È un meccanismo potente, capace di generare solidarietà e riti comuni, ma anche di irrigidirsi in conformismo, pressione sociale e totale abdicazione del pensiero critico individuale.

In Giuseppe Verdi questa dinamica trova il suo paradigma. Il “Va, pensiero” del Nabucco ne è la dimostrazione più nota: è stato spesso letto come una forma sonora di appartenenza collettiva, capace di trasformare perdita e nostalgia in immaginario politico condiviso. Ma è in Aida che questo processo rivela la sua sfaccettatura più interessante. Se la “Marcia trionfale” magnifica il potere faraonico trasformandolo in uno splendore solenne e inevitabile, la sensibilità verdiana lascia emergere i costi psichici latenti del dominio. Dietro la gloria della facciata pubblica coesistono prigionieri, sacrifici e lacerazioni esistenziali.

Nel “Te Deum” della Tosca di Giacomo Puccini, questo chiaroscuro si sposta sul piano religioso: la maestosità della liturgia diventa lo sfondo sonoro entro cui si inscrive la strategia predatoria di Scarpia. La musica si trasforma in uno spazio di ambiguità politica, dove l’elevazione spirituale della massa fa da paravento alla violenza del sopruso sul singolo.

Nella tradizione tedesca, Richard Wagner sposta il baricentro dal coro al tessuto orchestrale attraverso l’impiego sistemico del leitmotiv. Il motivo ricorrente non è un mero espediente formale, bensì una traccia mnestica che orienta associazioni, anticipazioni e riconoscimenti nell’ascoltatore. La percezione viene così guidata all’interno di una narrazione ideologica strutturata attorno a precise tensioni mitologiche e simboliche.

Il suono della Guerra Fredda: jazz, disciplina e desiderio d’Occidente

La forza del melodramma di generare collettività attorno a specifiche visioni del mondo è uscita dai teatri d’opera nel corso del Novecento per integrarsi stabilmente nelle agende di sicurezza e politica estera delle superpotenze. Durante lo scontro bipolare, il palcoscenico è divenuto a tutti gli effetti un’estensione del confronto globale.

Nonostante i contrasti logistici e ideologici con i singoli musicisti – come Duke Ellington e Louis Armstrong –, la jazz diplomacy avviata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1956 con Dizzy Gillespie (Castagneto, 2014) si rivelò un’efficace operazione di diplomazia culturale e orientamento simbolico. L’assolo jazzistico si trasformò nella metafora perfetta dell’Occidente: l’espressione di un soggetto libero, in grado di improvvisare dentro una struttura condivisa senza venire assorbito dallo Stato.

A questa flessibilità della narrazione statunitense, l’Unione Sovietica oppose una strategia di prestigio culturale basata sulla monumentalità, sul rigore e sulla superiorità tecnica della musica classica e del balletto del Bol’šoj. L’obiettivo di Mosca era dimostrare l’eccellenza del sistema socialista nel produrre una disciplina collettiva impeccabile, destinata a tradursi in prestigio formale e a contrapporre la solidità della tradizione alla fluidità occidentale.

Un esempio emblematico della capacità del suono di scavalcare i confini fisici e simbolici fu il concerto dei Depeche Mode a Berlino Est nel marzo del 1988. La sensibilità elettronica e malinconica della band britannica generò una perturbazione culturale di natura peculiare: in assenza di proclami ideologici espliciti, quella musica fece percepire la tangibilità di un “altrove” desiderabile. Si tratta di una forma specifica di soft power acustico che potremmo definire “nostalgia anticipata”: la capacità di un suono di agire sull’immaginario evocando come familiare un modello di esistenza non ancora vissuto. Non è la promessa di un manifesto programmatico, ma qualcosa di più sottile e difficile da neutralizzare: l’intima certezza che una vita alternativa appartenga già all’ascoltatore.

Il suono come assedio: droni, trauma acustico e guerra cognitiva

Nelle asimmetrie contemporanee, il dominio acustico esce dalle sale d’opera e dagli spazi della diplomazia culturale per entrare direttamente nelle dinamiche tattiche della guerra cognitiva, fino a configurare una vera e propria militarizzazione del suono. L’impiego massiccio e pervasivo dei sistemi aerei senza pilota nei teatri bellici attuali ha ridefinito in profondità l’orizzonte sensoriale dei combattenti e delle popolazioni civili (Pino & Pettigrew, 2024).

Il ronzio continuo e ad alta frequenza dei droni, storicamente indicato nel conflitto a Gaza con il termine zanzana, compone un paesaggio sonoro permanente, una sorta di assedio acustico in cui il rumore non accompagna soltanto la minaccia, ma diventa esso stesso minaccia (Ahmed & González Paz, 2024). In questo ambiente percettivo alterato, persino l’improvvisa cessazione del suono non coincide con il sollievo. Al contrario, può aprire a un’angoscia più intensa: l’assenza del sibilo elettronico viene interpretata come il segnale che il bersaglio sia stato individuato e che, alla perturbazione acustica, possa seguire di lì a poco l’impatto missilistico.

L’esposizione prolungata a questa minaccia sonora agisce allora come un innesco psicologico profondo. Riattiva forme latenti di ansia anticipatoria, che richiamano lo shell shock della Prima guerra mondiale, e alimenta stati di ipervigilanza cronica, fino a incidere anche sul piano biologico. È il caso di una sorta di alert sleep (Ahmed & González Paz, 2024): un sonno vigile e abitato dalla paura. Dal punto di vista clinico, ciò riflette uno stato di iperattivazione cronica in cui il sistema nervoso resta in sorveglianza, faticando ad accedere alle fasi più profonde e realmente riparative del riposo (Pace-Schott et al., 2015).

Nell’epoca dei conflitti digitali, questa dimensione acustica non resta confinata al campo di battaglia, ma viene scomposta, rilanciata e amplificata dai social network. Come suggerisce il caso ucraino, analizzato attraverso dataset di contenuti TikTok, la rappresentazione della guerra può essere rapidamente riconfigurata in formati brevi, emotivamente densi e facilmente condivisibili (Steel et al., 2023).

I video ripresi dalla visuale soggettiva dei droni, così come quelli dei grandi esacotteri notturni, vengono montati e diffusi online con colonne sonore cupe e minacciose. Non documentano soltanto la guerra: ne amplificano l’effetto psicologico. La loro circolazione porta la minaccia oltre la linea del fronte, alimentando la percezione che anche le retrovie siano esposte e che nessun riparo sia davvero sicuro.

Il digitale si appropria così del suono della guerra e lo trasforma in uno strumento di condizionamento diffuso. L’orrore acustico non resta più confinato al luogo dell’evento, ma diventa un ambiente virtuale e pervasivo, capace di attraversare lo schermo e raggiungere anche chi osserva da lontano.

L’ecosistema digitale come cassa di risonanza: K-pop, canzoni di rivolta e nasheed jihadisti

Il medesimo ecosistema digitale che amplifica e diffonde il trauma acustico della guerra non è però uno spazio monofunzionale. Accanto alle colonne sonore della violenza circolano flussi sonori di tutt’altra natura, ugualmente capaci di attraversare confini, plasmare identità e mobilitare collettività. La differenza non è nel mezzo, ma nell’intenzione e nell’effetto.

Un uso diverso di questa forza si ritrova nella Hallyu, l’onda culturale coreana, e nel K-pop, sostenuti dal governo di Seul come strumenti di diplomazia pubblica e soft power. Attraverso YouTube, X e TikTok, il K-pop ha costruito una connettività globale fondata sui fandom, capace di incidere sull’immaginario giovanile in Occidente e nei mercati emergenti (Zulkifli, 2025). Questa partecipazione diffusa mostra però che lo stesso ambiente digitale può veicolare emozioni molto diverse.

Nel settembre 2022, il brano Baraye del musicista Shervin Hajipour si è diffuso rapidamente nell’ecosistema digitale iraniano. Costruita a partire dai tweet dei cittadini che protestavano dopo la morte della giovane curda Jina Mahsa Amini, la canzone è diventata in quarantotto ore un inno transnazionale delle proteste. Ha mostrato così come testo, memoria personale e ambiente digitale possano raccogliere rivendicazioni diverse – dalla repressione religiosa alle crisi ecologiche ed economiche – in un oggetto sonoro capace di aggirare la censura di Stato e alimentare la memoria collettiva anche dopo l’arresto dell’autore (Olszewska, 2022).

La capacità del suono di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore e di attenuarne la distanza critica trova una delle sue espressioni più estreme nell’uso dei nasheed da parte dello Stato Islamico: inni religiosi a cappella trasformati in strumenti di mobilitazione ideologica. A differenza della propaganda visiva o testuale, i nasheed non cercano di convincere attraverso l’argomentazione, ma agiscono per via ritmica, ripetitiva e mnestica. La guerra, la brutalità, il riscatto dall’umiliazione e la promessa di una gloria terrena e ultraterrena ne costituiscono i nuclei tematici ricorrenti. La loro forza risiede anche nella forma: le strutture ritmiche della poesia araba tradizionale e l’uso della monorima favoriscono la memorizzazione e l’interiorizzazione del messaggio. Attraverso immagini potenti – il sangue, i leoni, il martirio – il nasheed non si limita a comunicare un’idea ma interviene sulla dimensione identitaria profonda dell’ascoltatore. La rete, in questo quadro, non si limita a distribuire contenuti. Diventa una cassa di risonanza psicologica, nella quale il suono, inserito nel flusso multimediale digitale, sostiene una mobilitazione emotiva e ideologica diffusa, decentralizzata e globale (Gråtrud, 2016).

Pur nella loro radicale eterogeneità, K-pop, Baraye e nasheed jihadisti condividono un medesimo meccanismo di fondo: il suono non veicola un contenuto ideologico solo attraverso la persuasione razionale, ma costruisce un ambiente emotivo nel quale una determinata visione del mondo può apparire naturale, desiderabile o necessaria. La trasparenza del processo e la sua direzione etica cambiano profondamente da caso a caso; la struttura psicologica sottostante, tuttavia, rimane riconoscibile.

In ultima analisi, si ritorna alla logica del “Te Deum” di Tosca: il suono non accompagna semplicemente il potere. Lo mette in scena, lo sacralizza e lo rende emotivamente familiare.

Conclusioni

Il punto di caduta decisivo nell’analisi del potere sonoro risiede proprio in questa modificazione preventiva della disposizione affettiva dell’individuo affinché quella specifica conclusione appaia, in un secondo momento, del tutto naturale. Ciò che viene assimilato tramite il canale sensoriale ed emotivo tende a essere interiorizzato, memorizzato e difeso con maggiore vigore.

Eppure il dominio acustico non è esclusivo appannaggio di chi detiene il potere. Nei contesti attraversati dalla guerra, dal trauma collettivo e dalla frammentazione dell’esperienza, cantare, suonare o riconoscersi in una traccia condivisa può diventare un gesto minimo ma decisivo di resistenza alla disgregazione. Questa funzione controegemonica del suono rivela l’ambivalenza profonda del dominio acustico. Lo stesso mezzo impiegato per radicalizzare, anestetizzare o manipolare può diventare, nelle mani di chi resiste, una trama attraverso cui una comunità ferita continua a riconoscersi e a immaginare sopravvivenza.

La linea di demarcazione tra la diplomazia culturale legittima e la manipolazione percettiva risiede nel grado di trasparenza, nell’intenzionalità dell’attore e nello spazio di dissenso e riflessione critica concesso all’ascoltatore.

L’opera lirica ha codificato e reso visibile questa intrinseca ambivalenza prima di ogni altro medium. Una medesima partitura possiede la facoltà di unire ed elevare le coscienze, ma può parimenti esasperare il nazionalismo escludente, anestetizzare la distanza critica del pubblico e rendere esteticamente affascinante ciò che sul piano della realtà oggettiva risulterebbe intollerabile.

Riferimenti bibliografici

Ahmed, K., & González Paz, A. L. (2024, October 17). I hate the night: Life in Gaza amid the incessant sounds of war. The Guardian.

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NEW YORK COME LABORATORIO DELLA NUOVA SINISTRA AMERICANA

LA GEN Z TRA DOMANDA DI EQUITÀ E CONTI CHE NON TORNANO

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

Nel golfo che separa europei e americani, e che è la causa prima di infinite incomprensioni reciproche, matura da qualche anno un’esigenza che sembrava sepolta per sempre: nelle generazioni più giovani degli Stati Uniti riaffiora il desiderio di guardare al socialismo come alla risposta più corretta per debellare i problemi della vita quotidiana. Non è un vezzo da campus, è diventato un voto legittimo. Martedì 23 giugno a New York, gli elettori della Generazione Z e dei Millennial si sono presentati ai seggi in numeri sorprendenti e hanno consegnato tre seggi congressuali all’ala più radicale del Partito Democratico, spazzando via l’establishment di Washington. Dietro questo voto, c’è una storia, lunga un secolo, e una parola che gli americani non hanno mai smesso di intendere interpretandola alla lettera: “Socialismo”.

Tra Ottocento e Novecento il socialismo americano vive una traiettoria unica, segnata da brevi momenti di crescita e da repressioni sistemiche che ne impediscono la radicalizzazione. Movimenti come il Socialist Party of America, guidato da figure iconiche come Eugene Debs, ottengono un discreto successo elettorale a livello locale e presidenziale nei primi del Novecento, promuovendo riforme del lavoro e il suffragio femminile. Quello slancio viene però stroncato dalle ondate di panico anticomunista note come Red Scare, dal clima patriottico delle due guerre mondiali e dalla successiva Guerra Fredda: eventi che associano stabilmente, nell’immaginario collettivo, qualsiasi forma di collettivismo a una minaccia esistenziale per la sicurezza e l’identità nazionale.

Perché, allora, quella parola torna oggi a mobilitare i più giovani? La risposta sta in un lento slittamento semantico. Quando un americano di vent’anni dice “socialismo”, quasi mai intende la nazionalizzazione dell’industria o la pianificazione centralizzata. Se nel 1949 la definizione più comune del termine, secondo Gallup, era “proprietà o controllo statale” (34%), nel 2018 quella quota era scesa al 17%, mentre la definizione più diffusa era diventata “uguaglianza“. È la differenza tra Marx e Bernie Sanders. E i numeri della conversione generazionale sono imponenti: un sondaggio Cato Institute/YouGov del marzo 2025 rileva che il 62% degli americani tra i 18 e i 29 anni dichiara una “visione favorevole” del socialismo, contro il 43% della popolazione totale. Già una rilevazione Pew del 2022 registrava che i 18-29enni erano l’unica fascia d’età in cui il socialismo (44%) superava il capitalismo (40%), mentre la quota di giovani con un giudizio positivo sul capitalismo, secondo Gallup, era crollata da circa due terzi nel 2010 a poco meno della metà a fine decennio.

Sotto la spinta di questi dati c’è un vissuto, non un manuale. Lo Harvard Youth Poll della primavera 2025 fotografa che solo il 15% dei giovani ritiene che il Paese stia andando “nella direzione giusta”: una generazione cresciuta tra la crisi del 2008, l’emergenza climatica, gli affitti fuori scala e un mercato del lavoro instabile traduce quel disagio in richiesta di equità. Come argomenta Samuel Abrams dell’American Enterprise Institute, quando i giovani americani dicono di sostenere il “socialismo” raramente auspicano la fine del mercato: chiedono più equità, protezioni sociali più solide e responsabilità delle istituzioni, e in concreto favoriscono sanità universale, investimenti sul clima, case accessibili e alleggerimento del debito.

È in questo spazio che opera l’attivismo militante. I Democratic Socialists of America definiscono la propria missione come il tentativo di democratizzare l’economia e garantire i diritti fondamentali; l’organizzazione dichiara di rifiutare i modelli totalitari e centralizzati, concentrando gli sforzi sulla tutela dei lavoratori e sulla sottrazione di beni primari, come l’energia e la casa, alle sole logiche del profitto. A differenza dei partiti della sinistra europea, questa forza opera come corrente di pressione interna al Partito Democratico, cercando di orientarne l’agenda attraverso l’elezione di propri rappresentanti a livello locale e federale.

Sul fronte opposto, i think tank di area conservatrice e libertaria come la Heritage Foundation e il Cato Institute conducono una ferma opposizione ideologica in difesa del libero mercato. I loro analisti sostengono che le politiche di stampo socialista violino i valori costituzionali fondanti della nazione, storicamente basati sull’individualismo e sui diritti di proprietà; l’espansione dello Stato sociale, in questa prospettiva, non solo mina la libertà personale e la responsabilità individuale, ma rischia di frenare l’innovazione e di gravare in modo insostenibile sulle finanze pubbliche.

Perché, allora, l’America non ha mai avuto un grande partito socialista di massa? L’analisi strutturale dello storico Eric Foner lo attribuisce alle barriere istituzionali e sociali proprie del sistema. Il meccanismo elettorale maggioritario a turno unico ha storicamente soffocato la crescita di formazioni terze, costringendo i movimenti progressisti ad essere assorbiti dalle coalizioni dei due schieramenti principali, come avvenne con il New Deal. A questo ostacolo si sono aggiunte le profonde divisioni razziali, etniche e linguistiche all’interno della forza lavoro immigrata, che hanno frammentato sul nascere la coscienza di classe in un mercato che, rispetto all’Europa dell’epoca, offriva comunque standard di vita e salari reali mediamente più elevati.

Nella New York di oggi vediamo cosa accade quando quelle barriere si abbassano. Il sindaco Zohran Mamdani, iscritto ai DSA, (Democrat Socialist of America) non è più un teorico: nei sondaggi pre-elettorali aveva conquistato l’elettorato della Gen Z con uno scarto di 57 punti. È lui il mentore dell’armata che ora punta su Washington.

LE PRIMARIE CHE VALGONO UN’ELEZIONE

Vincere le primarie del Partito Democratico a New York City equivale, di fatto, ad essere eletti al Congresso a novembre. I distretti della metropoli sono talmente sbilanciati a sinistra che il voto vero si è consumato martedì scorso, lasciando le elezioni generali come una pura formalità. A trionfare è stato il “trio radicale” sostenuto da Mamdani: i tre candidati da lui appoggiati hanno vinto le rispettive primarie, con l’Associated Press a dichiararli vincitori nella nottata. Analizzandoli da vicino si capiscono molte cose, a cominciare da un cambio generazionale più che dovuto.

Brad Lander (10° Distretto – Manhattan/Brooklyn). Lander non è un attivista alle prime armi, ma un politico scafato che conosce a fondo i meccanismi di potere di New York, avendo ricoperto il ruolo di Comptroller, il controllore finanziario della metropoli. Ex Comptroller cittadino, si è aggiudicato la candidatura democratica nel 10° Distretto, scalzando il deputato uscente Dan Goldman, erede di un patrimonio e volto della linea moderata e pro-Israele del partito. Lander, ebreo, ha saputo intercettare il voto dei quartieri più gentrificati e radicali di Manhattan e Brooklyn, trasformando le primarie in un referendum contro l’establishment di Washington. Sul fronte interno propone una tassazione aggressiva sui patrimoni e un intervento della mano pubblica nel mercato immobiliare tramite il blocco coercitivo degli affitti; in politica estera, il suo cavallo di battaglia è il disallineamento dalla linea tradizionale americana, con la promessa di leggi per vincolare duramente gli aiuti militari a Israele e un attacco frontale a lobby storiche come l’AIPAC. Una retorica massimalista che segnala la sua prossimità alle posizioni dei DSA, dove l’ideologia identitaria — buoni contro cattivi — prende il posto della complessa realtà geopolitica ed economica.

Darializa Avila Chevalier (13° Distretto – Harlem, Washington Heights, Bronx). Trentadue anni, è l’autrice del ribaltone più clamoroso di queste primarie. Politica esordiente, ha superato di circa duemila voti Adriano Espaillat, deputato uscente e presidente del Congressional Hispanic Caucus, che ha ammesso la sconfitta poco dopo le 22:30. Cresciuta tra le fila dei DSA, la Chevalier ha capitalizzato il risentimento generazionale delle minoranze e delle comunità immigrate, presentandosi come il volto del cambiamento contro una vecchia guardia accusata di eccessiva vicinanza alla finanza di Wall Street e ai grandi costruttori. Con Espaillat lo scontro si è consumato soprattutto sulla guerra a Gaza, con la sfidante che accusava il candidato uscente, di essere ostaggio dell’AIPAC. La sua piattaforma richiama il dirigismo più rigido: invoca l’intervento coercitivo dello Stato nel mercato immobiliare, con il passaggio di intere aree residenziali a “collettivi pubblici”, e un sistema sanitario interamente statalizzato sul modello Medicare for All, da finanziare con un prelievo mirato sui grandi capitali.

Claire Valdez (7° Distretto – Queens/Brooklyn). Deputata all’Assemblea statale, ha conquistato la nomination nel 7° Distretto — un seggio lasciato libero dalla deputata uscente Nydia Velázquez — battendo il presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso e altri sfidanti. Organizzatrice sindacale di professione e militante di punta dei DSA, Valdez ha capitalizzato il voto dei lavoratori precari e dei giovani attivisti del clima, presentandosi come paladina di uno scontro frontale con il sistema corporativo americano. Ha chiuso il discorso della vittoria con lo slogan “Solidarietà, abolire l’ICE, Palestina libera, organizza il tuo sindacato, iscriviti ai DSA”. Il suo cavallo di battaglia è una versione ultra-radicale del Green New Deal: non incentivi alle rinnovabili, ma una riconversione ecologica totale di New York pianificata dallo Stato, con posti di lavoro “verdi” creati per decreto e vincoli ambientali stringenti alle imprese.

IL BLOCCO DEGLI AFFITTI E LA FUGA DEI CAPITALI

Il trio e il loro mentore invocano il blocco coercitivo dei canoni come panacea contro il caro-vita. La ricerca economica statunitense dimostra l’esatto contrario. In una vasta meta-analisi sul controllo dei prezzi, il Cato Institute mostra come il blocco degli affitti riduca drasticamente l’offerta di alloggi: bloccati i prezzi, i costruttori smettono di investire e la qualità del patrimonio crolla. L’American Enterprise Institute rincara la dose, dimostrando che il controllo dei canoni spinge i proprietari a convertire gli appartamenti in alloggi di lusso o in immobili in vendita, riducendo l’offerta per le fasce deboli e aumentando, paradossalmente, il rischio di senzatetto. Il Manhattan Institute liquida la misura come la politica abitativa “più miope che esista”, rilevando come la letteratura economica sia pressoché unanime.

Lo slogan del “tassare i super-ricchi” si scontra a sua volta con le leggi della mobilità dei capitali in un sistema federale. I dati sulle dichiarazioni dei redditi, analizzati dal Wall Street Journal, mostrano una tendenza inconfutabile: quando la pressione fiscale statale diventa punitiva, i grandi patrimoni e i fondi d’investimento votano con i piedi, trasferendo sedi legali in Stati fiscalmente attrattivi come Florida e Texas. Il rapporto annuale Rich States, Poor States documenta empiricamente la correlazione tra carico fiscale elevato, contrazione degli investimenti privati e crescita salariale più lenta.

IL PARADOSSO DEL “VOLO DI STATO”

Non paga di voler pianificare mercato immobiliare ed energia, è proprio Claire Valdez ad aver spinto l’acceleratore ideologico più a fondo. In un podcast del 1° maggio — clip riemersa dopo la vittoria — ha definito una sua “hot take” l’abolizione del programma TSA PreCheck, la corsia prioritaria a pagamento negli aeroporti, e la nazionalizzazione dell’intera industria aerea americana, motivandola con profitti, sovrapprezzi e tutele deboli per i passeggeri. Secondo la visione dei DSA, il trasporto aereo non dovrebbe rispondere a logiche di profitto ma essere gestito come un servizio pubblico universale.

La proposta si scontra con una realtà economica insostenibile. David J. Bier del Cato Institute ha osservato che nazionalizzare un’industria significa affidarla all’amministrazione in carica: “If we nationalize industries, it means putting Donald Trump in charge of those industries” (se nazionalizziamo le industrie, significa metterle nelle mani di Donald Trump). Rilevare i colossi dei cieli caricherebbe lo Stato di un settore ad altissimo rischio finanziario — la sola capitalizzazione di Delta e United supera i 100 miliardi di dollari — mentre eliminare la concorrenza finirebbe per burocratizzare gli scali e allungare le code. Va detto, per correttezza, che la piattaforma ufficiale di Valdez sui trasporti non contempla né l’abolizione del PreCheck né la nazionalizzazione: parla di spostare fondi federali dalle strade al trasporto pubblico, alla mobilità pedonale e ciclabile.

DAI PADRI FONDATORI A JFK: LA LEZIONE DIMENTICATA DAI DON CHISCIOTTE DI NEW YORK

La storia degli Stati Uniti dimostra che, dai Padri Fondatori fino alla Nuova Frontiera di John F. Kennedy, la ricerca del benessere collettivo è sempre passata attraverso il pragmatismo, l’espansione delle opportunità e la tutela della libertà economica. Perfino nei momenti di massima riforma sociale, i grandi leader americani hanno cercato soluzioni capaci di far prosperare la maggioranza senza soffocare lo spirito d’impresa. Questi tre moderni Don Chisciotte della sinistra newyorkese sembrano invece aver dimenticato che per governare la complessità non bastano gli slogan: servono la storia, l’economia e la fiscalità reale. Vale la pena rileggere John Locke, che ricordava come “the end of law is not to abolish or restrain, but to preserve and enlarge freedom” (il fine della legge non è abolire o limitare la libertà, ma preservarla e ampliarla), aggiungendo che nessun uomo è libero se lo Stato gli sottrae il diritto di godere dei frutti del proprio lavoro.

E qui si chiude il cerchio con cui questa storia si è aperta. La stessa Generazione Z che riempie i comizi di Mamdani, che nei sondaggi preferisce il socialismo al capitalismo, quasi mai sa dire cosa quella parola abbia significato per chi l’ha vissuta.

Nessuno, ad essere onesti, discute il fine. Che ognuno abbia una casa dignitosa, un lavoro, la possibilità di sedersi a tavola senza far di conto, è un desiderio che attraversa destra e sinistra, e che nessuna statistica potrà mai far apparire ingenua. La domanda che questa generazione lascia aperta non riguarda il fine, ma i mezzi, e la lucidità con cui li sceglie. Quando Gallup chiede agli americani cosa intendano per “socialismo”, la risposta più diffusa non è più “proprietà o controllo statale”, come nel 1949, ma “uguaglianza”: segno che la parola, per chi ha votato il trio di New York, evoca un sentimento di equità più che un programma economico. È esattamente lì che si misura la distanza tra l’aspirazione e la sua applicazione. Provate a chiedere agli stessi elettori che invocano la redistribuzione dei grandi patrimoni se sarebbero disposti a cedere (per fargli “sentire” le loro scelte) mezzo punto della propria media universitaria — sudata, tolta al sonno e alle serate mancate — a un compagno che ne ha meno. La risposta, quasi sempre, è un NO istintivo, perché quel voto hanno guadagnato. È lo stesso no del contribuente davanti alla wealth tax, ed è il punto cieco di un’idea generosa: l’equità che si pretende per la società cessa di apparire equa nell’istante preciso in cui tocca ciò che si ritiene meritato. Se questo scarto sia soltanto un’ingenuità dell’età, o il sintomo di un’incapacità più profonda di collegare lo slogan alle sue conseguenze, è la domanda con cui li lasciamo alle urne.