Una NATO senza NATO: il Patto della Mecca e il nuovo ordine della sicurezza regionale
di Claudio Bertolotti.
Turchia, Arabia Saudita e Pakistan costruiscono un nuovo polo di deterrenza tra Medio Oriente e Asia. Più che un’alleanza alternativa all’Occidente, il Patto della Mecca è il segnale di un ordine multipolare nel quale le potenze regionali vogliono passare da consumatori a produttori di sicurezza.
Il Mecca Joint Defence Agreement sottoscritto il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, è certamente un evento strategicamente significativo, pur essendo lontano dall’essere un’alleanza paragonabile per capacità, struttura e coesione alla NATO.
Partirei da un dato che considero essenziale, ossia il fatto che il testo integrale dell’accordo non è stato ancora reso pubblico. Disponiamo delle dichiarazioni dei governi e delle indicazioni successive fornite in particolare da Ankara, sappiamo che un attacco armato contro uno dei tre firmatari viene considerato un attacco contro tutti, sappiamo, inoltre, che sono previsti meccanismi di coordinamento politico-militare ai massimi livelli, esercitazioni congiunte, cooperazione industriale e tecnologica e attività nei domini terrestre, marittimo e aereo, oltre che nei settori della difesa aerea, dei sistemi unmanned, della guerra elettronica e dell’intelligenza artificiale. È dunque qualcosa di più di una dichiarazione politica, ma non sappiamo ancora fino a che punto l’obbligo di mutua assistenza sia automatico né quale forma debba assumere concretamente la risposta militare. Ed è proprio qui che, a mio avviso, occorre iniziare l’analisi.
L’Articolo 5 non fa, da solo, una NATO
La formula «un attacco contro uno è un attacco contro tutti» è evocativo e porta a un’immediata associazione all’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. Ma sarebbe un errore confondere il principio politico della difesa collettiva con la capacità militare di esercitarla.
La NATO non è semplicemente una promessa di solidarietà, ma è il risultato di oltre settant’anni di integrazione militare, strutture permanenti di comando, pianificazione operativa, procedure comuni, standardizzazione, interoperabilità, intelligence condivisa, logistica integrata, esercitazioni continuative e una cultura strategico-militare consolidata. Il vero valore intrinseco dell’Articolo 5 deriva dal fatto che dietro quella dichiarazione politica esiste una macchina militare in grado di trasformarla in azione.
Il Mecca Joint Defence Agreement non è nulla di tutto ciò, poiché deve ancora costruire le basi di un’ipotetica infrastruttura integrata.
È significativo che la stessa Turchia abbia indicato come prossimo passaggio proprio l’istituzionalizzazione dell’iniziativa che prevede la creazione di un’agenda di incontri dei ministri della Difesa e degli Esteri, il coinvolgimento dei capi di Stato maggiore, le esercitazioni congiunte e i programmi comuni nel settore industriale e tecnologico, con ciò significando che i tre firmatari sono consapevoli del problema e stanno cercando di passare dalla prima e generica dichiarazione di solidarietà a una capacità di cooperazione militare strutturata. E proprio per questo sarei – come sono – cauto nel considerare l’iniziativa come una NATO alternativa ma parlerei piuttosto di un embrione di architettura di sicurezza collettiva.
La chiave interpretativa: non rottura, ma hedging
Trovo particolarmente convincente la lettura proposta da Tim Chattell di Chatham House, che già prima della firma dell’accordo interpretava il possibile ingresso turco nel sistema saudita-pakistano come una strategia di hedging, ossia la creazione di una “ridondanza nelle proprie garanzie di sicurezza senza abbandonare quelle esistenti”. Chattell osservava correttamente che Ankara non otterrebbe dal Pakistan e dall’Arabia Saudita una protezione militare migliore di quella offerta dalla NATO, ma acquisirebbe maggiore flessibilità strategica, peso regionale, possibilità di espansione industriale e un ulteriore strumento negoziale.[1]
È un’interpretazione alla quale mi sento molto vicino, perché non credo che Turchia, Arabia Saudita e Pakistan stiano scegliendo tra Stati Uniti e un nuovo ordine regionale, bensì ritengo più probabile che stiano cercando di non dover scegliere.
Questo è uno degli elementi caratterizzanti dell’attuale sistema multipolare, in cui le potenze regionali non costruiscono più necessariamente alleanze esclusive, ma accumulano relazioni, partenariati e garanzie differenti, a volte anche contraddittorie, così da aumentare la propria libertà d’azione.
La Turchia può così rimanere nella NATO e contemporaneamente costruire una rete militare con Riyadh e Islamabad, mentre il Pakistan può mantenere la propria relazione strategica con la Cina, dialogare con Washington e contemporaneamente diventare garante della sicurezza saudita, e Riyadh può continuare ad acquistare equipaggiamenti militari statunitensi e allo stesso tempo costruire un’alternativa parziale alla dipendenza dagli Stati Uniti.
Non vedo incoerenza, anzi, rilevo un’autonomia strategica attraverso lo strumento della ridondanza strategica (strategic redundancy).
Burcu Ozcelik del RUSI aggiunge un elemento interessante valutando l’accordo come fattore compatibile anche con la richiesta americana di maggiore burden-sharing, cioè che gli alleati regionali assumano direttamente una parte crescente dei costi e delle responsabilità della propria sicurezza. E questa può essere letto come una scelta che si sposa alla concezione turca delle «soluzioni regionali ai problemi regionali».[2] Da questo punto di vista, l’accordo potrebbe paradossalmente essere sia un sintomo della ridotta fiducia nell’ombrello statunitense, sia una risposta coerente alle richieste americane di maggiore autonomia degli alleati.
La complementarità: denaro, capacità convenzionale, deterrenza
La forza potenziale dell’intesa risiede nella complementarità dei tre firmatari. Se da un lato, l’Arabia Saudita dispone di risorse finanziarie straordinarie, centralità energetica, capacità di investimento e crescente ambizione politico-diplomatica, dall’altro la Turchia mette sul tavolo ciò che Riyadh non possiede nella stessa misura: un grande apparato militare, esperienza operativa, una base industriale della difesa sempre più autonoma e competenze consolidate nei droni, nei sistemi navali, nella missilistica, nell’elettronica e nelle piattaforme terrestri. Infine, il Pakistan aggiunge una grande forza armata, esperienza operativa, una posizione strategica tra Medio Oriente, Asia meridionale e Cina e, soprattutto, il fattore nucleare (da non confondere però con l’ipotesi di un “ombrello nucleare” pakistano a sostegno degli alleati, come ho voluto approfondire nel successivo paragrafo).
È così quasi inevitabile sintetizzare la relazione secondo una formula strutturata su capitale saudita, tecnologia e capacità operativa turca, massa militare e deterrenza pakistana. Ma proprio sull’ultima componente occorre la maggiore prudenza.
L’ombrello nucleare pakistano: deterrenza reale o ambiguità strategica?
Una parte del dibattito internazionale tende a considerare il Pakistan come il potenziale fornitore di un’extended nuclear deterrence all’Arabia Saudita e, ora, almeno teoricamente, anche alla Turchia. Io invece credo che questa conclusione sia ampiamente azzardata, o quantomeno prematura.
Samir Puri e Marion Messmer di Chatham House hanno poi osservato, analizzando il precedente accordo bilaterale saudita-pakistano del settembre 2025, che l’intesa non menzionava esplicitamente né armi nucleari né cooperazione nucleare. Allora come oggi, Islamabad non aveva formalmente offerto a Riyadh il proprio deterrente e non esistevano indicazioni di un possibile dispiegamento fisico di testate sul territorio saudita.[3]
Sameer Ali Khan, nel Nuclear Network del CSIS, va ancora oltre e mette in evidenza il rischio di un’ambiguità di fondo dove il deterrente nucleare pakistano, sviluppato essenzialmente in funzione dell’India, se esteso al Medioriente comporterebbe una radicale revisione della dottrina pakistana della Credible Minimum Deterrence, di fatto aumentando requisiti di comando e controllo, capacità C4ISR, vettori e numero delle forze disponibili. Islamabad rischierebbe cioè di promettere una garanzia che potrebbe non essere in grado di rendere pienamente credibile.[4] E questo sarebbe un rischio eccessivo che Islamabad non accetterebbe sul serio.
La prudenza è dunque d’obbligo perché la deterrenza nucleare non consiste nel possedere una bomba e dichiararsi disponibili a proteggere un alleato, ma è soprattutto credibilità della volontà politica di utilizzarla.
Dobbiamo allora porci un paio di domande molto semplice: il Pakistan sarebbe realmente disposto a rischiare un’escalation nucleare per difendere Riyadh? E sarebbe disposto a farlo per Ankara?
Oggi non abbiamo elementi sufficienti per rispondere affermativamente, ma l’ambiguità può però essere deliberata in quanto il semplice dubbio sulla possibilità di un coinvolgimento nucleare pakistano aumenta l’incertezza dell’eventuale aggressore e produce, entro certi limiti, un effetto deterrente. Ma il problema è che l’ambiguità strategica funziona finché non viene messa alla prova.
Tre alleati, ma tre mappe delle minacce
Qui arriviamo, a mio avviso, al principale punto di fragilità in quanto le alleanze diventano solide quando i membri condividono una percezione relativamente omogenea della minaccia, e Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non hanno questa omogeneità.
Per Islamabad, l’India rimane il riferimento strategico fondamentale. Per Riyadh, le priorità sono la sicurezza del Golfo, la stabilità delle rotte energetiche, l’Iran, le capacità missilistiche e le minacce provenienti dagli attori non statali regionali. Per Ankara, lo spazio strategico è molto più esteso: Siria, Mediterraneo orientale, Caucaso, Mar Nero, Russia, dinamiche curde, Israele e competizione per il ruolo di potenza regionale.
Carnegie pone correttamente il problema in termini molto concreti guardando alle dinamiche dei singoli attori e ponendo legittimi dubbi di concretezza sull’ipotesi più estrema: se l’Arabia Saudita fosse attaccata dall’Iran, Ankara e Islamabad entrerebbero realmente in guerra al suo fianco? La risposta non è automatica poiché un eventuale attacco determinerebbe consultazioni tra i tre governi per stabilire la risposta.[5] Questo aspetto è rilevante perché il patto stabilisce una solidarietà politica automatica, ma non è ancora chiaro se stabilisca un intervento militare automatico. È una differenza sostanziale.
Contenere l’Iran oppure contenere Israele?
Un’altra semplificazione che eviterei è interpretare il patto esclusivamente come una «NATO sunnita» costruita contro l’Iran in quanto la realtà regionale del 2026 è molto più complessa. Certamente la pressione militare iraniana e la vulnerabilità degli Stati del Golfo hanno accelerato la ricerca di nuove garanzie di sicurezza, ma l’accordo credo vada interpretato come un tentativo di evitare un vuoto di sicurezza prodotto dall’indebolimento dell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti.
Emerge però una dinamica differente basata su una convergenza tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan finalizzata anche a limitare l’espansione dell’influenza israeliana nella regione e, secondo questa lettura, l’aggregazione non sarebbe semplicemente anti-iraniana, ma risponderebbe all’esigenza di impedire che una sola potenza regionale – Israele – possa acquisire una posizione egemonica approfittando dell’indebolimento iraniano.
Le due ipotesi non sono necessariamente alternative, direi, anzi, che è proprio questa ambivalenza a rendere interessante il patto.
Riyadh e Ankara non vogliono un Iran egemone, ma non vogliono neppure un Israele egemone, e la loro preferenza sembra orientarsi verso un equilibrio regionale nel quale nessuna potenza possa imporre unilateralmente le proprie condizioni. Quindi non parlerei di un’alleanza «contro» qualcuno, almeno nella sua fase iniziale, ma la leggo piuttosto come uno strumento volto a impedire che gli equilibri regionali vengano definiti da altri.
Il fattore India
Il problema indiano è forse quello più sottovalutato da una lettura esclusivamente mediorientale dell’accordo in quanto il Pakistan entra nell’intesa portando con sé una rivalità strategica che non appartiene naturalmente agli altri due firmatari.
L’Arabia Saudita mantiene importanti relazioni economiche con l’India mentre la Turchia ha assunto in diverse occasioni posizioni vicine a Islamabad sulla questione del Kashmir; in questo quadro il rischio è che una crisi indo-pakistana possa mettere alla prova una clausola di solidarietà concepita principalmente per altre minacce.
Anche qui emerge una domanda di credibilità, ossia se Riyadh sarebbe realmente disposta a considerare un attacco indiano al Pakistan come un attacco contro l’Arabia Saudita.
È proprio questo tipo di scenario, che distingue tra un’alleanza dichiarata e un’alleanza politicamente consolidata, che spiega perché considero l’attuale fase soprattutto come costruzione di deterrenza attraverso l’incertezza, più che come automatismo militare.
Una NATO islamica? La definizione è sbagliata anche per un’altra ragione
C’è poi la componente «islamica», che considero poco utile dal punto di vista analitico.
La maggior parte dei Paesi musulmani non appartiene all’accordo: Iran, Indonesia, Algeria, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Malaysia e numerosi altri attori rimangono fuori, e soprattutto la religione non rappresenta oggi il principale criterio attraverso il quale questi Paesi definiscono le proprie alleanze. E dunque, parlare di «NATO islamica» è fuorviante perché la maggior parte degli Stati musulmani resta esterna e la religione ha un peso limitato nell’effettiva determinazione delle politiche regionali, contrariamente alla lettura superficiale che riconduce la competizione regionale a un confronto ideologico-settario tra sciiti e sunniti.
Lo dimostra bene la situazione degli Emirati Arabi Uniti, come rilevato da Cinzia Bianco, analista dell’ECFR la quale, in un’analisi sul tema, descrive una possibile configurazione regionale concorrente, con Abu Dhabi maggiormente orientata verso una costellazione di sicurezza con Stati Uniti e Israele e, dall’altra parte, un blocco emergente imperniato su Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Ma la stessa analisi pone il dubbio sul fatto che quest’ultimo possa trasformarsi facilmente in un’alleanza coesa, proprio perché persistono interessi divergenti e relazioni trasversali.[6] È un’ulteriore conferma del fatto che non stiamo assistendo alla ricomposizione geopolitica del mondo islamico ma, al contrario, siamo testimoni di una frammentazione competitiva del Medio Oriente in reti di sicurezza differenti e sovrapposte.
L’Egitto sarebbe il vero salto di qualità
La possibilità che l’accordo venga esteso è, a mio avviso, uno degli indicatori da osservare con maggiore attenzione: Ankara ha esplicitamente indicato l’Egitto come potenziale partecipante e l’ingresso del Cairo cambierebbe significativamente la natura del progetto in quanto porterebbe massa militare, posizione geografica, controllo del canale di Suez, accesso strategico al Mediterraneo e al Mar Rosso e soprattutto una legittimità politica araba che né Turchia né Pakistan possono offrire.
Passeremmo così da una triangolazione molto singolare – una potenza del Golfo, una potenza anatolica e una potenza sudasiatica – a una struttura capace di collegare Mediterraneo orientale, Mar Rosso, Golfo e Asia meridionale: è a quel punto che la definizione di nuova architettura regionale di sicurezza diventerebbe più convincente.
Il vero obiettivo: diventare produttori di sicurezza
Arrivo così a quello chè è, a mio avviso, il punto centrale. Per decenni Arabia Saudita, Pakistan e, in modo diverso, anche Turchia hanno operato all’interno di un sistema di sicurezza nel quale gli Stati Uniti rappresentavano l’ultimo garante; un modello che, pur non essendo necessariamente terminato, vede gli Stati Uniti mantenere il ruolo di maggiore potenza militare esterna presente nella regione a fronte di uno scenario in cui nessuno dei tre firmatari dispone singolarmente di equivalenti capacità: ma la fiducia nell’automatismo della protezione americana si è ridotta.
Avevo già valutato come l’accordo saudita-pakistano fosse il segnale della volontà di Riyadh di non affidarsi esclusivamente a Washington e ciò può oggi essere interpretato come risposta alla percezione di un possibile vuoto di sicurezza, evidenziando l’affermazione del citato principio delle «regional solutions to regional problems».
Letture e prospettive differenti, ma che convergono su uno stesso processo. Le potenze regionali stanno cercando di trasformarsi da consumatori di sicurezza a produttori di sicurezza, ed è proprio su questo aspetto che colloco il significato strategico dell’accordo della Mecca. Non vedo la nascita di una NATO islamica, anzi contesto tale affermazione, e vedo qualcosa di forse più interessante come la costruzione progressiva di un sistema nel quale le medie potenze cercano di ridurre la distanza tra la propria ambizione geopolitica e la propria capacità di garantirsi autonomamente la sicurezza.
Quale orizzonte strategico?
La mia valutazione guarda a tre livelli temporali.
Nel breve periodo, il Mecca Joint Defence Agreement è soprattutto uno strumento di deterrenza politica e di signalling strategico che aumenta il costo potenziale di un’aggressione introducendo l’incertezza sulla possibile risposta degli altri firmatari.
Nel medio periodo, potrebbe trasformarsi in una piattaforma di integrazione militare e industriale, soprattutto nei settori nei quali i tre Paesi sono maggiormente complementari come la difesa aerea e missilistica, i droni, la guerra elettronica, il cyber, l’intelligence, la produzione congiunta e la logistica, e i programmi annunciati dopo la firma dimostrano che questa dimensione è già presente.
Nel lungo periodo, tutto dipenderà invece dalla capacità di costruire credibilità dell’impegno collettivo, e la credibilità non si misura attraverso le dichiarazioni, bensì chiedendosi cosa succederebbe alle tre del mattino di un venerdì in cui uno dei firmatari venisse realmente attaccato: esisterebbe un comando capace di reagire? Esisterebbero piani militari già predisposti? Le forze sarebbero interoperabili? L’intelligence verrebbe condivisa immediatamente? Gli altri due governi sarebbero politicamente disposti a entrare in una guerra che potrebbe non coincidere con i loro interessi nazionali?
Sono queste le domande che distinguono un’alleanza dalla dichiarazione di un’alleanza, e per questo ritengo prematuro parlare oggi di «NATO islamica», per quanto sarebbe comunque sbagliato liquidare l’accordo come una costruzione propagandistica.
Il processo che vediamo svilupparsi tra Ankara, Riyadh e Islamabad è parte di un cambiamento più ampio in cui l’ordine internazionale sta passando da sistemi di alleanze relativamente rigidi a reti di sicurezza sovrapposte, flessibili e transazionali. E in questo nuovo ambiente le medie potenze non vogliono più limitarsi a scegliere da quale grande potenza farsi proteggere, ma vogliono accumulare opzioni, costruire capacità autonome e diventare esse stesse poli di deterrenza.
Il Mecca Joint Defence Agreement potrebbe fallire, rimanere una struttura prevalentemente politica oppure evolvere in qualcosa di molto più ambizioso, e per capire quale delle tre possibilità prevarrà, più che il nome che gli attribuiamo oggi, dovremo osservare cinque principali indicatori, che sono l’istituzionalizzazione del comando, la pianificazione militare comune, l’interoperabilità reale, la definizione – anche implicita – della deterrenza nucleare pakistana e, infine, la capacità di allargamento ad altri attori regionali.
Se questi cinque elementi dovessero convergere, allora
non avremmo semplicemente una «NATO islamica», ma avremmo qualcosa di
strategicamente più rilevante, ossia un nuovo polo militare autonomo tra
Mediterraneo, Medio Oriente e Asia meridionale, capace di incidere
simultaneamente sugli equilibri con Iran, Israele e India e, soprattutto, di
ridefinire il rapporto tra le potenze regionali e gli Stati Uniti. È questo,
a mio avviso, il punto sul quale vale realmente la pena concentrare
l’attenzione.
[1] Chattel T., Talk of a Turkish military alliance with Saudi Arabia and Pakistan reflects Ankara’s opportunistic ‘hedging’ strategy, Chatam House, 30 gennaio 2026, in https://www.chathamhouse.org/2026/01/talk-turkish-military-alliance-saudi-arabia-and-pakistan-reflects-ankaras-opportunistic.
[2] RUSI, Saudi Arabia, Turkey and Pakistan sign defence pact in Mecca, Financial Times, 7 agosto 2026, in https://www.rusi.org/news-and-comment/in-the-news/saudi-arabia-turkey-and-pakistan-sign-defence-pact-mecca.
[3] Puri S., Messmer M., Saudi Arabia and Pakistan’s mutual defence pact sets a precedent for extended deterrence, Chatam House, 23 settembre 2025, in: https://www.chathamhouse.org/2025/09/saudi-arabia-and-pakistans-mutual-defence-pact-sets-precedent-extended-deterrence.
[4] Khan S. A., All Military Means? Pakistan, Saudi Arabia, and the Risks of Nuclear Ambiguity, CSIS – Nuclear Network, in: https://nuclearnetwork.csis.org/all-military-means-pakistan-saudi-arabia-and-the-risks-of-nuclear-ambiguity/.
[5] Cheema A., Hage M.A., The Mecca Agreement Unpacked, Canergie, 7 agosto 2026, in https://carnegieendowment.org/middle-east/diwan/2026/08/the-mecca-agreement-unpacked.
[6] Bianco C., The postwar UAE and the remaking of Gulf politics, ECFR, 15 maggio 2026, in https://ecfr.eu/article/the-postwar-uae-and-the-remaking-of-gulf-politics/.