Afghanistan, cinque anni dopo la caduta di Kabul
«I talebani hanno vinto la guerra, ma non la sfida dello Stato»

di Claudio Bertolotti, direttore di START InSight
A cinque anni dalla caduta di Kabul del 15 agosto 2021, l’Afghanistan ci restituisce un’immagine per molti aspetti paradossale. I talebani hanno vinto la guerra, hanno eliminato l’alternativa politica e militare interna e sono riusciti a mantenere il controllo del Paese. Ma vincere una guerra e governare uno Stato sono due cose profondamente diverse.
La prima considerazione che farei, guardando a questi cinque anni, è che la vittoria talebana non fu improvvisa e, soprattutto, non fu imprevedibile. Nell’agosto 2021 assistemmo alla fase conclusiva di un processo iniziato molto prima. I talebani avevano progressivamente conquistato spazio nelle aree rurali, costruito reti di governo parallelo, imposto sistemi di tassazione e amministrazione della giustizia, infiltrato le istituzioni e, soprattutto, eroso la volontà di combattere delle forze di sicurezza afghane. Quando venne meno il sostegno occidentale, ciò che rimaneva dello Stato afghano collassò rapidamente.
È questo, a mio avviso, il punto da cui partire per comprendere ciò che accadde: non furono soltanto i talebani a conquistare Kabul; fu lo Stato afghano costruito in vent’anni dall’Occidente a dissolversi davanti alla loro avanzata.
E qui emerge il grande fallimento politico e strategico dell’esperienza occidentale.

Come ho ampiamente scritto in “Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga“, in Afghanistan abbiamo ottenuto risultati tattici importanti, abbiamo formato centinaia di migliaia di militari e poliziotti, costruito infrastrutture, scuole e istituzioni, migliorato le condizioni di vita di una parte significativa della popolazione. Ma abbiamo commesso l’errore di confondere la costruzione delle istituzioni con la costruzione dello Stato. Abbiamo creato strutture che dipendevano finanziariamente, logisticamente e militarmente dalla presenza internazionale e che, venuto meno quel sostegno, non sono state in grado di sostenersi autonomamente.
I talebani, al contrario, hanno dimostrato una straordinaria capacità di adattamento. Sono passati dall’insurrezione alla negoziazione, dalla guerriglia alla comunicazione strategica, dalla pressione militare alla diplomazia. L’accordo di Doha del 2020 ha rappresentato, da questo punto di vista, un passaggio fondamentale perché ha consentito loro di ottenere ciò che cercavano da anni: negoziare direttamente con gli Stati Uniti il ritiro occidentale, marginalizzando progressivamente il governo afghano.
Cinque anni dopo, però, anche la narrazione dei “nuovi talebani”, più pragmatici e moderati rispetto al regime degli anni Novanta, si è dimostrata largamente illusoria. Il movimento è certamente più sofisticato sul piano politico, diplomatico e comunicativo, ma sul piano ideologico rimane profondamente conservatore e fondamentalista. La progressiva esclusione delle donne dall’istruzione, dal lavoro e dalla vita pubblica ne è la dimostrazione più evidente. L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo nel quale alle ragazze è formalmente impedito di frequentare l’istruzione secondaria e superiore. Questo produce un danno che va ben oltre la questione, già gravissima, dei diritti individuali. Privare metà della popolazione dell’istruzione significa compromettere strutturalmente lo sviluppo futuro dell’Afghanistan. Significa rinunciare a insegnanti, medici, funzionari, imprenditori e professionisti; significa rendere ancora più fragile un’economia che continua a dipendere dall’assistenza internazionale e da un sistema produttivo estremamente debole. Secondo l’UNESCO, circa 2,4 milioni di ragazze afghane sono oggi escluse dall’istruzione secondaria.
C’è poi la questione della sicurezza. Ed è qui che occorre evitare una semplificazione frequente: talebani e Stato islamico non sono la stessa cosa. I talebani perseguono essenzialmente un progetto politico nazionale: vogliono governare l’Afghanistan attraverso il loro Emirato islamico. Lo Stato islamico nella provincia del Khorasan, IS-K, interpreta invece l’Afghanistan come una piattaforma di un progetto jihadista transnazionale. Per questo i due soggetti sono concorrenti e nemici.
È un paradosso che avevo evidenziato già nell’agosto del 2021: una volta conquistato Kabul, i talebani sarebbero diventati, oggettivamente, uno dei principali argini alla crescita dello Stato islamico in Afghanistan, pur mantenendo rapporti storicamente problematici con altre componenti del jihadismo, a partire dalla galassia qaedista.
Questo crea oggi una convergenza di interessi che sarebbe stato difficile immaginare vent’anni fa. Stati Uniti, Russia, Cina, Iran, Pakistan e Paesi dell’Asia centrale, pur con interessi profondamente differenti, non hanno alcun interesse a consentire che l’Afghanistan torni a essere un grande santuario del jihadismo transnazionale. E i talebani, che cercano riconoscimento politico, investimenti e progressiva reintegrazione internazionale, hanno a loro volta interesse a dimostrare di poter controllare quella minaccia.
È dunque necessario distinguere riconoscimento e interlocuzione. Pensare di poter isolare indefinitamente l’Afghanistan significa ignorare la realtà: i talebani governano il Paese e con loro, piaccia o meno, è necessario confrontarsi. Ma dialogare non significa legittimare automaticamente l’Emirato né rinunciare a porre condizioni sui diritti fondamentali, sull’accesso delle donne all’istruzione e al lavoro, sulla rappresentatività delle istituzioni e sul contrasto alle organizzazioni terroristiche.

Photo by Farid Ershad on Unsplash (July 2021)
Il rischio, cinque anni dopo, è piuttosto un altro: che l’Afghanistan scompaia nuovamente dall’attenzione occidentale. È già accaduto in passato. Quando l’Afghanistan non rappresenta un’emergenza immediata tende a uscire dall’agenda internazionale, salvo poi tornarvi quando le conseguenze della sua instabilità superano i suoi confini.
La lezione del 2021 dovrebbe invece essere esattamente opposta: possiamo decidere di non occuparci dell’Afghanistan, ma questo non significa che ciò che accade in Afghanistan smetterà di avere conseguenze per noi.
A cinque anni dalla caduta di Kabul, dunque, non parlerei né di normalizzazione né di pacificazione. Parlerei piuttosto di stabilizzazione autoritaria. I talebani hanno ottenuto ciò che per vent’anni avevano perseguito: il monopolio del potere e la ricostituzione dell’Emirato islamico. Ma rimangono aperte le questioni che determineranno il futuro del Paese: sostenibilità economica, diritti fondamentali, inclusione politica, rapporti con il jihadismo internazionale e riconoscimento esterno.
La guerra iniziata nel 2001 è terminata, ma il dossier Afghanistan, invece, rimane ancora aperto.
Copertina: Photo by Farid Ershad on Unsplash (dicembre 2021)







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