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LA DOTTRINA DONROE

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

IL DOSSIER NASCOSTO DI MOSCA

Il Cremlino generalmente non diffonde le immagini dei propri incontri riservati. Sabato 5 settembre lo fa. Nel video Putin ringrazia Donald Trump e dice agli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner che godono della sua piena fiducia(“full trust”). Il giorno dopo, i due arrivano in treno a Kyiv dalla Polonia e Mosca sospende i raid sulla capitale per tutta la durata della visita.  È la prima visita di emissari Trump nella capitale ucraina in questo mandato. In 48 ore la diplomazia americana sull’Ucraina, ferma da 6 mesi, torna a muoversi. L’incontro a Mosca dura 3 ore. Insieme a Putin ci sono: il consigliere diplomatico Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, capo del Russian Direct Investment Fund, cioè il fondo sovrano. Dal lato americano, secondo la Casa Bianca, partecipano funzionari del National Security Council, del Dipartimento di Stato e del Tesoro. Axios riporta un altro dettaglio: a Mosca c’è anche Gene Lange, responsabile ad interim delle sanzioni, che però non partecipa all’incontro con Putin. In un negoziato sulla guerra, un gestore di fondi sovrani e un esperto di sanzioni non sono comparse. Segnalano l’oggetto della discussione. Ushakov descrive il colloquio come eccezionalmente franco, e condotto in uno spirito di fiducia (“exceptionally candid and conducted in a spirit of trust”) .

L’incontro chiude una sequenza precisa. Il 27 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe vola a Mosca, incontra i capi dei servizi Naryshkin e Bortnikov e, secondo Axios, propone un vertice a 3 Trump-Putin-Zelensky. Il 31 agosto, ad Asheville, il Segretario al Tesoro Scott Bessent invita il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov al G20. È la sua prima presenza dal 2022. L’8 settembre Trump telefona a Putin. Secondo il resoconto del Cremlino, Trump lega la fine rapida della guerra a prospettive “impressive and far-reaching” (impressionanti e di vasta portata) per la “full restoration of relations” (pieno ripristino delle relazioni), con grandi benefici (“enormous”) per il commercio. Quindi riassumendo: intelligence, finanza e diplomazia si muovono insieme. Questa non è improvvisazione, è un’architettura costruita a tavolino.

LA LEVA DEL TESORO

Al Tesoro la ripresa del negoziato si accompagna a una strategia finanziaria. Bessent la dichiara apertamente: recidere ogni linea economica che tiene in vita il regime iraniano. Il ragionamento parte da Hormuz. Per anni l’instabilità nel Golfo ha gonfiato il prezzo del petrolio e ha alimentato un sistema di pagamenti opachi: banche compiacenti, trust offshore, capitali in cerca di rendite. Il piano colpisce in due tempi. Prima si chiude il rubinetto del petrolio iraniano, poi si escludono dal dollaro le banche da cui passano i flussi residui. La novità è che le banche colpite non sono più solo iraniane o russe. Sono turche, emiratine, di Hong Kong, e nel mirino entrano anche le piazze offshore dei Caraibi.

Con l’Operation Economic Outcast, lanciata il 24 agosto, il Tesoro colpisce i circuiti del petrolio iraniano e taglia fuori dal dollaro banche in Turchia e negli Emirati. Il 1° settembre, ad Asheville, Bessent alza il tiro e si rivolge direttamente all’élite iraniana: sappiamo dove sono i vostri conti nelle Isole Vergini britanniche (“We know where in the British Virgin Islands your accounts are”). È la prima volta che Washington nomina apertamente, al G20, un territorio d’oltremare britannico. Non è però una campagna contro gli alleati. Il 4 settembre l’Unione europea aderisce formalmente a Economic Outcast, e Londra vara in parallelo nuove sanzioni contro Teheran. Gli effetti arrivano comunque anche in Europa: l’OFAC ha colpito la raffineria francese La Nivernaise de Raffinage, legata al contrabbando di petrolio iraniano (ne ho scritto qui). Quanto a Mosca, Bessent non allenta la pressione: a Siluanov dice che non ci sarà nessun progresso prima della fine della guerra (“no progress until the war ends”). Resta un dato: la dimensione economica del negoziato è reale, e il Cremlino la rivendica.

L’EUROPA PAGA, L’AMERICA VENDE

L’Europa è ormai il principale finanziatore dell’Ucraina: solo tra maggio e giugno 2026 versa quasi 11 miliardi di euro attraverso l’Ukraine Support Loan. Le armi, però, restano in larga parte americane. Nel meccanismo NATO PURL, con cui gli alleati comprano armamenti per Kyiv, oltre il 90% degli aiuti esce dagli arsenali statunitensi. Washington cambia così il modello economico del conflitto: l’Europa finanzia, l’industria americana incassa. È una posizione di forza, che rende la Casa Bianca poco sensibile alle obiezioni europee.

IL VINCOLO DEL CONGRESSO

C’è poi un dettaglio che quasi nessuno nota. Il 18 settembre Trump firma il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, approvato a larga maggioranza da entrambe le Camere. La legge consente di revocare le sanzioni in caso di pace, ma dà al Congresso 30 giorni per bloccare la revoca. La carota economica promessa a Mosca, quindi, non dipende solo dalla Casa Bianca, ma passa da Capitol Hill, dove il sostegno a Kyiv resta bipartisan.

IL FRONTE AUSTRALE

Il 3 settembre Javier Milei parla alla nazione a reti unificate e rilancia la rivendicazione argentina sulle Malvinas, annuncia sanzioni contro le società impegnate nel giacimento offshore Sea Lion, la britannica Rockhopper e l’israeliana Navitas, e chiede al Congresso di inasprire la legge che punisce chi opera nelle acque contese, e infine, rifinanzia per decreto la Base navale integrata di Ushuaia, Terra del Fuoco, ferma dal 2022.

Il tempismo non è casuale. Poche ore prima, Trump risponde a un giornalista durante una conferenza stampa quale sia la sua posizione riguardo alle isole e dice: rivedo sempre ogni posizione, questa è solo una delle tante (“I always review every position. That’s just one of many”). A GB News, in una intervista televisiva, andata in onda sempre il 3 settembre, fa presente che durante la crisi di Hormuz Londra non c’era ad aiutarmi (“was not there to help me”).

Già ad aprile un’e-mail interna del Pentagono, diffusa dalla stampa, proponeva di rivedere il sostegno americano al Regno Unito per forzarlo ad aumentare la spesa militare. Formalmente, Washington, rispetto alla Falkland, è neutrale e riconosce solo l’amministrazione britannica.

Oggi però c’è un attore in più: la Cina. Negli anni dei Kirchner, Buenos Aires aveva aperto la porta a Pechino per la costruzione di un porto in Terra del Fuego, la via d’accesso all’Antartide. Quell’azione fu bloccata da Washington. Adesso Milei, sceglie Washington e la nuova base navale di Ushuaia nasce come progetto congiunto con gli Stati Uniti, dove, il comandante del Comando Sud, l’ammiraglio Holsey, ne ha rivendicato apertamente il valore per l’influenza americana in Antartide (MercoPress). Nel 1982 Washington doveva scegliere tra l’alleato europeo e il vicino latino-americano, oggi, nel 2026 il vicino latino-americano è anche il presidio contro la Cina nel Sud Atlantico. Per questo Trump può mettere in discussione le Falkland: Londra gli serve meno di Buenos Aires.

XI E LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

A maggio, nella Grande Sala del Popolo, Xi Jinping accoglie Trump con una domanda: Cina e Stati Uniti possono evitare la cosiddetta “trappola di Tucidide* e creare un nuovo modello di relazioni tra grandi potenze? (“Can China and the United States overcome the so-called Thucydides Trap and create a new paradigm of major-country relations?”). Poi proseguendo nel discorso, inserisce un avvertimento su Taiwan, dove, i due Paesi potrebbero scontrarsi o persino entrare in conflitto (“could collide or even come into conflict”).

* La trappola secondo Tucidide “la guerra del Peloponneso nacque dall’ascesa di Atene e dalla paura che questa suscitò a Sparta. La “trappola” è il rischio che una potenza emergente e una dominante finiscano in guerra quasi per inerzia.

Quattro mesi dopo, il 24 settembre, alla Casa Bianca, la domanda diventa un’affermazione: “The Thucydides Trap can be overcome” (la trappola di Tucidide può essere superata). Xi chiede che i due eserciti mantengano un dialogo regolare e migliorino i meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi (“maintain regular dialogue and improve mechanisms for crisis communication and prevention”).

Xi tratta con un’America più forte, infatti nel discorso alle Nazioni Unite, Trump approfitta per fare un bilancio dei suoi successi dichiarando in modo diretto come la sua strategia abia toccato direttamente gli interessi cinesi. In Medio Oriente c’è la pressione su Teheran e su Hormuz, da cui passa una quota decisiva del petrolio che Pechino importa. In America Latina c’è lo Shield of the Americas, coalizione anti-cartelli che Washington presenta anche come argine all’influenza economica cinese, nell’Artico c’è l’accordo firmato il 22 settembre a New York con Danimarca e Groenlandia, dove verrà installato il Golden Dome e vieta a qualsiasi Paese extra-NATO una presenza militare senza il consenso di tutti e 3 i firmatari. Infine sempre pochi giorni prima dell’arrivo di Xi, Trump firma la legge che autorizza dazi fino al 100% sui maggiori acquirenti di energia russa –  la Cina assorbe circa la metà del greggio russo.

In questo contesto, Xi Jinping cambia tono, ma questo non equivale a una resa geopolitica, poiché Pechino persegue un preciso interesse strategico alla stabilità bilaterale. Già a maggio, le analisi del Carnegie Endowment for International Peace descrivevano due leader convergenti sulla necessità di garantire almeno tre anni di tregua nei rapporti sino-americani. L’apertura del leader cinese sulla trappola di Tucidide resta tuttavia vincolata a una condizione esplicita: il fermo contrasto di Washington a qualsiasi spinta indipendentista da parte di Taiwan.

Al di là della retorica diplomatica, i risultati concreti del vertice bilaterale si mantengono ridotti e settoriali: una proroga tecnica di soli due mesi alla tregua sui dazi doganali; l’apertura di un canale formale di dialogo strutturato sull’intelligenza artificiale; l’istituzione di un nuovo “Board of Trade ” bilaterale per la gestione delle controversie commerciali.

L’esito dei colloqui viene sintetizzato da Edgard Kagan del Center for Strategic and International Studies (CSIS) come un impianto “molto simbolico, ma poco sostanziale”. Una debolezza strutturale che emerge con chiarezza sul dossier ucraino, sul quale entrambe le delegazioni hanno evitato di formulare impegni concreti.

CONCLUSIONI: LA CAROTA E IL CONTO

A Mosca, a Buenos Aires e a Pechino Trump usa lo stesso metodo: trasforma ogni dossier in una leva. A Putin offre il ritorno negli affari in cambio della pace. A Londra fa capire che anche le Falkland sono “one of many” posizioni da rivedere. A Xi arriva con una legge che autorizza dazi fino al 100% sui compratori di petrolio russo. Tre dossier, stessa grammatica: con Trump nessuna alleanza è scontata.

Il metodo produce movimento, ma non ancora risultati. Mosca incassa legittimazione e non cede sul Donbas. Le Falkland restano britanniche, e l’email del Pentagono resta una minaccia sulla spesa militare del Regno Unito, non una scelta di campo. Xi dichiara superabile la trappola di Tucidide, ma a una condizione, Taiwan, e il vertice produce più simboli che accordi. La carota americana è credibile. Il conto, però, finora non l’ha pagato nessuno.

L’unico attore che non usa leve è l’Europa: finanzia Kyiv ma non siede al tavolo con Mosca, compra armi americane ma non decide come impiegarle e nel Sud Atlantico guarda uno dei suoi membri storici perdere il sostegno automatico di Washington. Si lamenta del ritorno della Russia al G20, ma chiede che la foto di gruppo sia senza Siluanov. Un gesto, non una strategia.

Washington tratta con Mosca, sfida Pechino e rinegozia persino con Londra. Se il nuovo ordine prende forma, Bruxelles lo troverà già scritto. Il rischio per l’Europa non è una pace ingiusta. È un mondo ridisegnato senza di lei.

FONTI

RUSSIA–UCRAINA

FALKLAND

CINA