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La rivolta e la mano invisibile. Chi alimenta il caos nelle piazze europee? Il caso Siher.

di Claudio Bertolotti.

Dal Movimento 17 ottobre alle strategie di influenza di Russia e Iran. La destabilizzazione interna come possibile strumento della competizione geopolitica.

La protesta, la violenza e il sospetto di una regia esterna

Le piazze italiane ed europee tornano a essere attraversate da una violenza che sembra riproporre dinamiche conosciute, ma che oggi assume caratteristiche nuove. Cambiano i protagonisti, le parole d’ordine e le motivazioni dichiarate ma rimane la capacità di aggregare gruppi differenti attorno a una comune contrapposizione con le istituzioni, trasformando il dissenso in mobilitazione antagonista e, in alcuni casi, in violenza organizzata.

Dalle manifestazioni pro-palestinesi (pro-pal) alle mobilitazioni dell’antagonismo radicale, dalle proteste contro le politiche governative alle azioni contro le forze dell’ordine, emerge un fenomeno che merita di essere osservato oltre la dimensione dell’ordine pubblico.

L’inchiesta sul cosiddetto Movimento 17 ottobre, raccontata dalla stampa nazionale il 26 ottobre, offre un nuovo elemento di riflessione in cui la rete riconducibile a Youssef Siher, i canali digitali di mobilitazione, i messaggi destinati a orientare i partecipanti e il linguaggio rivoluzionario utilizzato delineano un modello organizzativo nel quale la piattaforma digitale diventa il luogo di preparazione dell’azione collettiva.

Il passaggio è significativo perché vi è un trasferimento dalla propaganda alla mobilitazione, e dalla mobilitazione alla possibilità di un’azione coordinata, sebbene sia soprattutto il contesto internazionale a rendere interessante questa vicenda in quanto le tensioni sociali europee diventano il terreno fertile per attori stranieri interessati a indebolire la coesione politica, istituzionale e sociale dell’Occidente. Ed è qui che il disordine interno incontra la competizione sul piano delle relazioni internazionali.

La guerra ibrida e il vantaggio di sfruttare le fragilità altrui

La guerra ibrida contemporanea si fonda su un principio relativamente semplice, ossia il perseguimento di effetti strategici attraverso strumenti che consentano di esercitare pressione sull’avversario senza ricorrere necessariamente al confronto militare diretto; ed è qui che la disinformazione, la manipolazione delle percezioni, l’amplificazione delle divisioni sociali, la pressione economica e il ricorso a intermediari si impongono quali strumenti di una competizione permanente, spesso condotta al di sotto della soglia del conflitto armato.

In questa prospettiva, le società democratiche offrono un terreno particolarmente favorevole in cui, la libertà di espressione, il pluralismo politico, la presenza di movimenti antagonisti e la diffusione delle piattaforme digitali costituiscono elementi strutturali di sistemi aperti: elementi che possono facilitare operazioni ostili di influenza in cui un attore esterno può individuare tensioni già presenti, selezionare le narrazioni più divisive, amplificarle attraverso reti digitali e favorire la radicalizzazione del confronto.

Uno scenario in cui l’obiettivo sarebbe quello di imporre un clima di instabilità permanente, costringendo le istituzioni a impiegare risorse crescenti nella gestione delle crisi interne e contribuendo a indebolire la fiducia dei cittadini nello Stato. E così facendo, la violenza nelle piazze si imporrebbe quale strumento di pressione indiretta.

Il modello iraniano: dall’influenza alla violenza per procura

In due miei studi dedicati alle capacità di influenza dell’Iran in Europa, pubblicati rispettivamente sulla rivista scientifica Sicurezza, Terrorismo e Società nel 2025 e nell’Osservatorio Strategico del CASD/SSUOS nel 2026, ho affrontato il tema della proiezione dell’influenza iraniana attraverso reti ideologiche, mediatiche, associative e operative.

Il primo studio, Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea, descrive un modello articolato su differenti livelli di intervento.

Il primo è quello narrativo, attraverso la diffusione di messaggi capaci di orientare le percezioni, alimentare contrapposizioni identitarie e mobilitare segmenti della società.

Il secondo riguarda la dimensione relazionale, attraverso reti associative, comunitarie e mediatiche che possono contribuire alla circolazione e alla legittimazione delle narrazioni promosse da Teheran.

Il terzo livello è quello operativo, nel quale l’influenza può assumere forme coercitive, attraverso intermediari locali e organizzazioni criminali.

È proprio quest’ultima dimensione a meritare particolare attenzione.

Il caso della rete criminale svedese Foxtrot, associata dalle autorità di sicurezza a operazioni condotte nell’interesse iraniano, rappresenta un esempio significativo del ricorso a soggetti criminali locali per realizzare azioni violente. Il meccanismo è quello del criminal outsourcing, ossia l’esternalizzazione della violenza in cui una potenza straniera può utilizzare capacità operative già presenti sul territorio europeo, riducendo i costi organizzativi, limitando l’esposizione dei propri apparati e aumentando la difficoltà di attribuzione delle responsabilità.

La negabilità plausibile diventa così parte integrante della strategia. E il modello iraniano suggerisce una possibile evoluzione dell’influenza ostile: dalla costruzione del consenso alla mobilitazione ideologica, fino all’eventuale ricorso a soggetti capaci di esercitare violenza.

Russia e Iran: interessi convergenti nella destabilizzazione europea

Il tema dell’influenza esterna non riguarda soltanto l’Iran. E infatti, l’altro importante attore internazionale, la Russia, ha sviluppato nel tempo un articolato sistema di operazioni informative e di influenza orientato a sfruttare le fratture politiche, sociali e culturali delle società occidentali in cui la competizione con la NATO, il confronto con l’Unione europea e la guerra in Ucraina hanno rafforzato l’interesse di Mosca verso ogni dinamica capace di indebolire la coesione del fronte occidentale.

In questo quadro, le mobilitazioni antagoniste, le proteste contro i governi e le campagne di delegittimazione istituzionale possono costituire opportunità da sfruttare in cui il metodo russo, che privilegia frequentemente la manipolazione dell’ambiente informativo, opera attraverso la selezione dei contenuti, l’amplificazione artificiale, la diffusione di narrazioni polarizzanti e l’utilizzo di reti digitali capaci di raggiungere pubblici differenti.

L’Iran dispone di strumenti e priorità diversi, ma presenta un interesse convergente nell’indebolimento della capacità occidentale di esercitare pressione politica, economica e militare. Il conflitto mediorientale offre un terreno particolarmente favorevole: la causa palestinese rappresenta un potente fattore di mobilitazione transnazionale in cui la sua centralità emotiva e politica consente di aggregare ambienti ideologicamente differenti, dall’attivismo umanitario all’antagonismo radicale, fino a gruppi che adottano una visione apertamente rivoluzionaria e antioccidentale.

In questo scenario, Russia e Iran potrebbero trovare vantaggioso il medesimo risultato: un’Europa politicamente frammentata, socialmente polarizzata e impegnata nella gestione di tensioni interne sempre più frequenti.

Il Movimento 17 ottobre e la nuova organizzazione digitale della protesta

Il caso del Movimento 17 ottobre presenta caratteristiche particolarmente interessanti per comprendere l’evoluzione delle mobilitazioni radicali in cui la rete digitale diventa il centro dell’organizzazione attraverso i canali di comunicazione che permettono di diffondere rapidamente messaggi, costruire un’identità collettiva, individuare obiettivi simbolici e orientare la partecipazione. E la dimensione virtuale assume così una funzione operativa.

I due messaggi destinati ai canali del movimento, secondo quanto riportato dalle inchieste giornalistiche, avrebbero dovuto fornire indicazioni per il concentramento dei partecipanti, le tecniche, tattiche e procedure per agire e reagire alla repressione delle forze di polizia, ma la loro mancata diffusione, conseguente all’intervento investigativo, avrebbe interrotto una fase del processo di mobilitazione.

È una dinamica che richiama alcuni elementi delle forme contemporanee di radicalizzazione e organizzazione attraverso le piattaforme digitali in cui la velocità di aggregazione, la circolazione di contenuti rivoluzionari e la possibilità di coordinare iniziative territoriali attraverso strutture relativamente leggere modificano profondamente il rapporto tra organizzazione e azione.

Un nuovo, e ormai consolidato approccio in cui un numero ristretto di soggetti può tentare di esercitare un’influenza su una platea molto più ampia; una rete digitale che potrebbe risultare particolarmente permeabile a operazioni esterne di amplificazione, infiltrazione informativa o sostegno indiretto. E il punto strategico è proprio questo, ossia il fatto che una rete locale possa trasformarsi in un moltiplicatore di effetti geopolitici, soprattutto quando le sue parole d’ordine coincidono con gli interessi di attori ostili.

Dalla piazza al sistema: il rischio della destabilizzazione permanente

La violenza politica ha accompagnato la storia europea attraverso fasi differenti.

Le rivolte popolari, i movimenti rivoluzionari, l’antagonismo radicale e il terrorismo ideologico hanno spesso rappresentato manifestazioni estreme di fratture sociali e politiche. Ma la novità contemporanea risiede nella connessione tra questi fenomeni e un ambiente internazionale caratterizzato da competizione permanente, strumenti digitali e crescente interdipendenza. Qui, le tensioni locali possono essere immediatamente proiettate su scala globale e un episodio di violenza in una città italiana (o europea) può diventare materiale propagandistico per reti transnazionali, alimentare campagne informative e contribuire alla costruzione di una narrazione più ampia contro le istituzioni occidentali.

La dinamica può svilupparsi attraverso una sequenza relativamente riconoscibile che possiamo leggere come strutturata in cinque passi: l’individuazione della frattura sociale (una crisi politica, economica, identitaria o internazionale alimenta il malcontento), primo passo; l’amplificazione narrativa (la tensione viene rappresentata attraverso messaggi polarizzanti e contenuti emotivamente mobilitanti), secondo passo; l’aggregazione digitale (le piattaforme favoriscono la costruzione di reti e la circolazione di indicazioni organizzative), terzo passo; la radicalizzazione della mobilitazione (segmenti più estremi cercano di orientare la protesta verso forme di contrapposizione violenta), quarto passo e, quinto passo, lo sfruttamento strategico (attori esterni possono amplificare gli effetti della crisi, contribuendo alla delegittimazione delle istituzioni e alla polarizzazione sociale).

Il risultato è un ambiente nel quale la violenza può produrre conseguenze politiche superiori alla sua dimensione materiale, anche attraverso episodi circoscritti e locali ma che possono acquisire un valore simbolico e comunicativo molto elevato. Ed è precisamente questa sproporzione tra risorse impiegate ed effetti prodotti a rendere la destabilizzazione interna uno strumento interessante nella competizione ibrida.

Il sostegno esterno: finanziamenti, reti e capacità operative

L’esistenza di un sostegno straniero alle mobilitazioni radicali europee potrebbe manifestarsi attraverso modalità differenti.

In primo luogo attraverso attività di finanziamento, diretto o indiretto, di strutture associative, reti militanti, strumenti di comunicazione e attività logistiche. A questo elemento si somma il sostegno informativo, attraverso campagne coordinate di amplificazione, diffusione di contenuti e costruzione di narrazioni convergenti. E ancora, un ulteriore fattore può trovare concretezza nella dimensione relazionale, fondata sull’impiego di intermediari, facilitatori e soggetti capaci di collegare ambienti ideologici differenti. Infine, vi è la dimensione operativa, quella della manifestazione violenta in cui si impone il possibile utilizzo di reti criminali o gruppi radicali per realizzare azioni coercitive.

Il modello analizzato negli studi sull’influenza iraniana in Europa evidenzia quanto queste dimensioni possano diventare complementari. Ad esempio, una rete di propaganda può contribuire alla costruzione di un ambiente favorevole alla mobilitazione, mentre una struttura relazionale può facilitarne la diffusione e, ancora, un intermediario può favorire il passaggio verso forme di pressione più aggressive.

La somma dei vari effetti si concretizza così in un’efficacia complessiva che è strettamente connessa alla capacità di utilizzare risorse già disponibili nel contesto locale, da cui il risultato finale, dato da una forma di competizione asimmetrica particolarmente vantaggiosa per attori che intendano esercitare pressione sull’Europa limitando il proprio coinvolgimento visibile.

Quali considerazioni sulla destabilizzazione come arma geopolitica?

Le violenze che hanno attraversato e stanno attraversando le piazze italiane ed europee si inseriscono in un contesto internazionale nel quale la distinzione tra sicurezza interna e competizione geopolitica appare sempre meno netta. In tale ampio quadro si inserisce l’inchiesta sul Movimento 17 ottobre, andando a sollevare interrogativi che superano la vicenda giudiziaria e investono il rapporto tra mobilitazione digitale, radicalizzazione politica e possibili interferenze straniere.

Le esperienze europee analizzate nei miei studi sull’influenza iraniana mostrano come propaganda, reti locali e capacità coercitive possano in questo modo concorrere alla costruzione di strumenti di pressione indiretta. Sull’altro fronte, quello russo, le operazioni informative di Mosca evidenziano l’importanza attribuita allo sfruttamento delle divisioni interne delle democrazie occidentali. E qui, alla ricerca di un possibile punto di convergenza, possiamo guardare alla volontà di destabilizzare le democrazie interne in cui gli elementi ostili possono guardare a un’Europa attraversata da tensioni sociali ricorrenti, polarizzazione politica e violenza nelle piazze, come a un obiettivo estremamente vulnerabile, meno coeso e potenzialmente meno capace di esprimere una posizione internazionale unitaria.

La sfida per gli apparati di sicurezza e intelligence consiste quindi nell’individuare le eventuali connessioni tra reti locali e interessi esterni, ricostruendo flussi finanziari, rapporti organizzativi, operazioni informative e possibili forme di sostegno operativo.

Il caso italiano potrebbe rappresentare un importante terreno di approfondimento, ma la questione è più ampia e riguarda la capacità delle democrazie europee di riconoscere una minaccia che tende a manifestarsi attraverso fenomeni apparentemente interni, in cui una rivolta sobillata da lontano si impone come condotta di una strategia di destabilizzazione da parte di un attore ostile esterno. E tali attori, sulla base di una strutturata e razionale capacità di alimentare una rivolta senza comparire tra coloro che la guidano, godono della collaborazione, consapevole o meno, di piccoli attori locali, marginali e minoritari, che si alimentano – e alimentano essi stessi – una narrazione offensiva che insiste su temi emotivamente coinvolgenti e motivanti, dal concetto di “genocidio palestinese perpetrato da Israele”, alla “resistenza anti-sionista” sino ad arrivare al sostegno alla guerra russa a danno dell’Ucraina o al gruppo terrorista Hamas.


Pax Silica, la Foundry School e i 1000 dollari del fondo Trump per i bambini americani

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

“PAX SILICA”, IL CLUB ESCLUSIVO DA 250 MILIONI SENZA LA CINA

Washington: “Se non si fosse ancora capito, alla guida degli Stati Uniti c’è Trump e la sua arte del fare business.”  È con questo spirito che prende forma la Pax Silica: un’operazione che disegna un capitalismo di Stato senza lo Stato come regolatore. Niente vincoli normativi stringenti, niente architettura antitrust paragonabile a quella su cui l’Europa costruisce la propria politica tecnologica. Il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri guidato da Marco Rubio, si trasforma in una grande agenzia di matchmaking geopolitico e commerciale. Lo Stato non impone paletti, fa da sceriffo e da garante per gli investitori amici.

L’obiettivo dell’iniziativa, affidata al sottosegretario Jacob Helberg, è semplice: blindare la filiera dell’intelligenza artificiale, dai minerali critici ai grandi data center. La base è una dichiarazione politica non vincolante. Il denaro arriva per canali bilaterali. A marzo l’amministrazione annuncia l’intenzione di destinare, d’intesa con il Congresso, 250 milioni di dollari di fondi per l’assistenza estera. È una fiche che serve da esca per attrarre capitali privati e, nelle intenzioni di Washington, fondi sovrani come quelli del Golfo.

IL CLUB DEI 24, IL SUD AMERICA E L’ITALIA IN EXTREMIS

Il club ha due livelli: il primo livello è quello dei firmatari, che sottoscrivono la Pax Silica Declaration. Al vertice inaugurale del 12 dicembre 2025 firmano Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Singapore, Israele, Australia e Regno Unito. Seguono i Paesi Bassi a dicembre, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a gennaio, l’India a febbraio, la Svezia a marzo, Finlandia e Filippine ad aprile, la Norvegia a maggio. Il 23 giugno entrano Unione Europea, Germania e Grecia. Il 26 giugno, al secondo vertice di Washington, arriva l’America Latina con Argentina, Cile, Costa Rica, El Salvador e Panama, insieme al Kazakistan. Con questo vertice i firmatari salgono a 24. L’Italia sale sul treno in corsa a Brindisi il 31 luglio, dopo che lo scontro tra Meloni e Trump sulla guerra con l’Iran aveva fatto saltare la firma prevista a Miami.

Il secondo livello, il cerchio esterno, è quello dei partecipanti che siedono al tavolo come osservatori senza firmare: Taiwan, Canada ed Estonia, più l’OCSE come organizzazione. Anche l’Unione Europea parte da qui e poi decide di passare nel primo cerchio. Taiwan no. L’isola che produce i chip più avanzati del mondo resta fuori dal nucleo del club che dovrebbe proteggerli.

Il funzionamento è l’esempio perfetto del nuovo corso: coordinare pubblico e privato per proteggere infrastrutture e le filiere delle forniture. Il mercato fa il suo corso, a patto che si muova nei confini tracciati da Washington. Le commissioni Bilancio di Capitol Hill sorvegliano i cordoni della borsa. Il messaggio a Pechino resta lo stesso: la nuova via della seta tecnologica la controlla Washington, con le regole del libero mercato “corretto” dalla Casa Bianca.

IL CASO KAZAKISTAN

A giugno il Kazakistan entra nella Pax Silica. Helberg festeggia la prima adesione di un paese dell’Asia centrale: Astana siede su riserve di minerali indispensabili per i chip avanzati. Un mese dopo, a Shanghai, 29 Paesi tra cui Russia, Pakistan e Indonesia fondano la World Artificial Intelligence Cooperation Organization, il blocco rivale voluto da Pechino. Tra i firmatari c’è anche il Kazakistan. È l’unico Paese ad avere i piedi in due scarpe. A Washington scatta l’allarme. Ad agosto Reuters rivela la bozza di una lettera del Dipartimento di Stato ai 35 firmatari dell’AI Opportunity Statement: l’adesione alla Pax Silica, si legge, è incompatibile con la partecipazione a un’iniziativa concorrente. La Cina non viene nominata, le sanzioni nemmeno. Ma il messaggio è chiaro: la Pax Silica non è una tessera da collezionare, è una scelta di campo e il più esposto è un Paese che finora ha giocato su due tavoli senza pagare alcun prezzo.

LA SOVRANITÀ COME BUSINESS

Per l’amministrazione la Pax Silica è prima di tutto una questione di sovranità. Rubio la presenta come la garanzia che gli Stati Uniti “never depend on other countries for things we need to prosper” (non dipendano mai da altri Paesi per ciò che serve a prosperare). Il Congresso repubblicano segue la stessa linea. Il capogruppo alla Camera, Steve Scalise, descrive l’iniziativa come il lavoro con partner fidati come Giappone, Corea, Taiwan e India per “strengthen those supply chains and reduce our dependence on China” (rafforzare quelle filiere e ridurre la nostra dipendenza dalla Cina).

Il metodo, lo spiega Helberg, dal palco dell’Hudson Institute. Nessun trattato e nessuna burocrazia comune, ma “joint ventures at every layer of the supply-chain stack” (joint venture a ogni livello della filiera). La leggerezza della struttura, per i sostenitori, è un pregio, non un difetto e leggero non significa senza vincoli. Nella bozza della lettera ai 35 firmatari dell’AI Opportunity Statement rivelata da Reuters, il Dipartimento di Stato avverte che firmare la Dichiarazione “is not merely a membership subscription, but a commitment” (non è una semplice iscrizione, ma un impegno).

Anche a destra c’è chi chiede più rigore. Per la Foundation for American Innovation, think tank vicino alla destra tecnologica, la Pax Silica deve essere un club selettivo. Dentro solo chi porta capacità reali e taglia i legami con Pechino: niente WAICO, niente debiti con la Cina, niente reti cinesi. L’esempio negativo è il Kazakistan. I membri, inoltre, dovrebbero contribuire al fondo comune e adottare regole condivise sull’AI, a scapito dell’AI Act europeo.

I CRITICI: D’ACCORDO SUL FINE, NON SUL METODO

Nel dibattito americano non risultano prese di posizione democratiche contrarie all’iniziativa. La linea dura sulla Cina in materia di chip e minerali è uno dei rari terreni di convergenza tra i due partiti. Le critiche riguardano il metodo, non l’obiettivo. Già a gennaio Politico raccoglie le perplessità di ex funzionari americani: lo stile imprevedibile e conflittuale di Trump rende la Pax Silica difficile da vendere ad alleati che vedono Washington come un fattore di instabilità. L’amministrazione replica indicando l’entusiasmo dei partner del Golfo e nei mesi successivi le danno in parte ragione, con l’arrivo di Unione Europea, Germania e mezza America Latina. Taiwan e Canada, però, restano nel secondo cerchio.

Dal fronte transatlantico il giudizio è più severo. Per il Center for European Policy Analysis l’idea di coordinare gli alleati è solida, ma “the Pax Silica architecture looks shaky” (l’architettura della Pax Silica appare fragile): criteri di adesione poco chiari, impegni vaghi e un’impostazione America First che offre poche garanzie a chi cerca un’alleanza alla pari. L’Atlantic Council resta costruttivo, ma individua 3 vuoti. Mancano incentivi alla raffinazione dei minerali nei Paesi produttori, standard comuni per esportare i prodotti dell’AI e soprattutto una “coordinated human-capital strategy” (strategia coordinata sul capitale umano).

La critica più lucida arriva da Manila. Diwa Guinigundo, ex vicegovernatore della banca centrale filippina, riconosce che la Pax Silica, con 25 firmatari e 35 economie legate alla dichiarazione sull’AI, è ormai parte di una ristrutturazione globale delle filiere e proprio per questo pone condizioni: autonomia strategica, valore aggiunto locale, energia e acqua, diritti delle comunità, trasparenza. Il Paese non deve temere la nuova economia tecnologica, avverte, ma nemmeno entrarci “merely as a provider of land, labor, minerals, electricity and water” (soltanto come fornitore di terra, lavoro, minerali, elettricità e acqua).

LA FAGLIA DELLE REGOLE: VELOCITÀ CONTRO PRECAUZIONE

La governance dell’IA è ormai una linea di faglia geopolitica. Da un lato, Washington accelera sullo sviluppo e sul controllo dei nodi chiave della filiera (memoria, energia, macchinari); dall’altro, l’Europa punta sulla precauzione e sugli obblighi vincolanti del suo AI Act. Secondo Uri Gabai (RISE-Israel), firmare la Pax Silica significa accettare il passo e le regole imposte dagli Stati Uniti, tanto che la Foundation for American Innovation chiede apertamente di neutralizzare l’AI Act tra i membri del club. Bruxelles, tuttavia, ha siglato l’accordo a giugno solo “con riserva”, inserendo una clausola che ne tutela l’autonomia decisionale interna.

LA FAGLIA DELLE ALLEANZE: DAI VALORI ALLA LEVA

La seconda frattura ridisegna i rapporti internazionali, spostando il baricentro dai valori condivisi alla leva tecnologica reciproca: l’accesso alle risorse USA si scambia direttamente con chip, minerali e capacità produttiva degli alleati. Se per l’analista Anton Leicht questa mutua dipendenza può rendere l’alleanza persino più solida dei vecchi patti di principio, il rischio è che i partner la percepiscano come un modo per trasferire in America le loro eccellenze industriali.” Inoltre, il perentorio aut-aut del “o dentro o fuori” resta un’arma spuntata: il Kazakistan continua a sedere sia nel club americano sia in quello cinese (WAICO), mentre la lettera ufficiale di Washington per costringerlo a scegliere è ancora sulla scrivania al Dipartimento di Stato.

FOUNDRY SCHOOL: LA FUCINA DEI QUADRI DELL’INDUSTRIA AMERICANA

A ridosso della Pax Silica e con l’urgenza di ridurre la dipendenza dalle pesanti importazioni internazionali, sostenendo al tempo stesso la base industriale dell’alleanza, nasce la Foundry School. Il sottosegretario Jacob Helberg la annuncia il 25 giugno, al vertice Pax Silica di Washington. Il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio la inaugurano il 3 settembre. È un sistema nazionale di formazione per imprenditori, ingegneri, tecnici e dirigenti industriali, gestito dal Dipartimento di Stato insieme al Dipartimento del Lavoro. Gli ambiti sono manifattura avanzata, semiconduttori, difesa ed energia. L’obiettivo è colmare un fabbisogno stimato in 3,8 milioni di lavoratori specializzati entro il 2033.

La rete conta 8 università americane. Stanford progetta il curriculum e tiene i corsi avanzati. Le sessioni regionali sono affidate ad altri 7 atenei: Arizona State, Georgia Tech, Ohio State, Penn State, Kansas, Vanderbilt e Washington University di St. Louis, che apre con i corsi base dell’autunno. In cattedra salgono fondatori e amministratori delegati americani e dei Paesi chiave della Pax Silica, cioè Giappone, Corea del Sud, Taiwan e India. Il compito è formare i tecnici e i manager che dovranno far funzionare le nuove fabbriche americane. Resta però un punto aperto: Washington lavora con il Congresso per aprire il programma ai tirocinanti dei Paesi partner, ma non ha reso pubblico alcun finanziamento dedicato.

Ha ragione il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, quando, all’assemblea di Assolombarda del 12 ottobre, dice che sulla physical AI, l’intelligenza artificiale che entra nelle macchine e nelle linee di produzione, “gli algoritmi non bastano, qui servono le macchine”. Servono sensori, meccatronica e la conoscenza dei processi che si accumula in decenni di fabbrica. “Ed è esattamente quello che l’Italia ha”. Sui grandi modelli generalisti la partita si gioca tra Stati Uniti e Cina. Sulla manifattura intelligente, invece, l’Italia “è tra i principali produttori mondiali di macchine e automazione industriale”. Meloni la chiama la “via italiana all’intelligenza artificiale”.

Ed è qui che le due strade si incontrano. L’Italia, per ora, non compare tra i Paesi che portano i propri imprenditori nelle aule della Foundry School. Ma la porta è aperta: da firmataria della Pax Silica, Roma rientra tra le economie che Washington intende coinvolgere. Per l’Italia è una grande opportunità. L’America ha le fabbriche da riempire e i capitali, ma le mancano i tecnici e il sapere dei processi produttivi. Roma ha proprio quello. Entrare nella Foundry School significherebbe portare le imprese italiane della meccatronica e dell’automazione dentro la filiera che l’America sta ricostruendo, da fornitori ad anche docenti.

I TRUMP ACCOUNTS: 1.000 DOLLARI AI NEONATI

L’ultima tessera del mosaico è anche la più popolare, e punta a legare il destino delle prossime generazioni al successo del modello americano. Con i Trump Accounts, ogni bambino americano nato tra il 1° gennaio 2025 e il 31 dicembre 2028 riceve un versamento pubblico iniziale di 1.000 dollari. Non è un sussidio ma un conto d’investimento, legato per legge all’andamento della Borsa americana. I genitori possono aggiungere fino a 5.000 dollari l’anno, i datori di lavoro fino a 2.500. Al lancio a luglio, le famiglie iscritte superano i 6 milioni, e il Tesoro ha già versato i primi 1.000 dollari su oltre 500.000 conti.

Anche qui lo Stato fa da innesco e lascia al capitale privato il lavoro pesante, ridisegnando il welfare in chiave di mercato. Michael e Susan Dell promettono 6,25 miliardi di dollari per accreditare altri 250 dollari ai primi 25 milioni di bambini sotto i 10 anni che vivono in zone a reddito medio e basso, cioè nei codici postali con reddito mediano inferiore a 150.000 dollari. Si aggiunge Micron, colosso dei semiconduttori, con un impegno da 250 milioni. È la chiusura del cerchio trumpiano. La Pax Silica blinda la filiera all’estero, la Foundry School forma i tecnici in patria, i Trump Accounts trasformano i bambini americani in futuri azionisti dell’economia americana.

Il successo dei conti dipende da chi versa. Per il Council of Economic Advisers, un bambino nato nel 2026 può arrivare a 303.800 dollari a 18 anni con i contributi massimi. Senza versamenti aggiuntivi il saldo si ferma a 5.800. Per l’Urban Institute la struttura favorisce le famiglie benestanti, le uniche in grado di alimentare davvero i conti. Brookings riporta il giudizio del tesoriere del Connecticut, che gestisce un programma statale per i bambini poveri: i conti federali “advantage families who already have the ability to save” (avvantaggiano le famiglie che già possono risparmiare). Le obiezioni arrivano anche da destra. Sul Washington Examiner c’è chi sostiene che, con il calo delle nascite, servirebbe un bonus subito ai genitori, non un conto intoccabile fino ai 18 anni.

CONCLUSIONE

 L’ALGORITMO DEL BUSINESS DI TRUMP: IL MONDO ALLE SUE CONDIZIONI

La Pax Silica, la Foundry School e i Trump Accounts non sono iniziative isolate, ma tessere di uno stesso disegno politico ed economico. Se non si fosse ancora capito, alla guida degli Stati Uniti c’è Trump con la sua “arte di fare business”, una dottrina che oggi tiene insieme il fronte interno e quello internazionale. Non è la geopolitica classica dei trattati e delle burocrazie, ma un ecosistema transazionale in cui Washington fissa le condizioni d’ingresso. Chi vuole partecipare al futuro della filiera tecnologica è spinto ad aderire, per non rischiare di restare tagliato fuori.

Ma spinto non significa costretto. Taiwan e Canada restano a guardare dal secondo cerchio. Mezza America Latina sceglie Pechino. Il Kazakistan siede in entrambi i club senza pagare alcun prezzo, e Bruxelles firma solo dopo aver messo al riparo le proprie regole. La forza del modello è anche il suo limite: quasi tutto poggia su impegni volontari. Per l’Italia la lezione è chiara. Il club di Washington non si subisce, si negozia. E Roma ha qualcosa da mettere sul tavolo: le macchine, l’automazione e il sapere di fabbrica che l’America oggi deve ricostruire.

FONTI


Trump e la tregua energetica tra Russia e Ucraina. Fuffa o sostanza?

di Claudio Bertolotti.

https://open.spotify.com/episode/1tl0rq9D1OM78ELt3CNBvC?si=YkH5P8e2QVKsWnutgRdJow
Ascolta il Podcast – Officina Geopolitica di Claudio Bertolotti

La dichiarazione di Trump su una possibile tregua energetica tra Russia e Ucraina? Non la liquiderei come “fuffa”, ma oggi vedo un annuncio politico che precede un accordo ancora da dimostrare. Trump ha proclamato una tregua immediata, mentre Zelensky si è detto in attesa dei dettagli e Mosca non l’ha immediatamente confermata. È una distanza sostanziale tra la comunicazione e la realtà diplomatica.

“Nella sostanza, resta in sospeso la “tregua energetica” fra Mosca e Kiev annunciata dalla Casa Bianca. La Russia non ha accettato al momento alcun cessate il fuoco, secondo la testata giornalistica Axios citando un funzionario statunitense. L’annuncio di Donald Trump faceva riferimento a un’intesa che prevede la cessazione da entrambe le parti degli attacchi alle raffinerie. Se si fermassero quelli, per la fonte, potrebbe seguire un accordo per interrompere le azioni contro le centrali elettriche e le reti energetiche. “

La mia lettura è che Trump stia cercando di trasformare una pressione economica in una leva negoziale. Vuole contenere il prezzo dei carburanti, anche in vista delle elezioni di metà mandato, e ottenere un risultato spendibile politicamente. Questo interesse può aprire uno spazio di trattativa, ma non dimostra ancora una convergenza sulle condizioni per fermare la guerra.

Il nodo strategico è il contenuto della tregua. La proposta riguarderebbe inizialmente le raffinerie, rinviando la protezione delle reti elettriche. Se fosse così, vedrei un rischio evidente di squilibrio: limitare la capacità ucraina di colpire il sistema petrolifero russo senza garantire contemporaneamente elettricità e riscaldamento alla popolazione ucraina. Una reciprocità formale potrebbe nascondere vantaggi molto diversi per le due parti.

Per questo guardo a tre elementi concreti: quali infrastrutture vengono protette, come si verificano gli attacchi e quali conseguenze affronta chi viola l’intesa. Kiev ha denunciato nuovi attacchi alle proprie infrastrutture energetiche dopo l’annuncio: un elemento che impone prudenza.

Dunque, qualcosa si muove sul piano della pressione diplomatica; sul piano della tregua effettiva, la prova deve ancora arrivare. Se l’intesa sarà reciproca e verificabile, potrà rappresentare un primo passo utile. Fino ad allora, io misurerei il successo di Trump sulle infrastrutture risparmiate e sulla continuità dei servizi essenziali, non sulla forza dell’annuncio.


LA DOTTRINA DONROE

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

IL DOSSIER NASCOSTO DI MOSCA

Il Cremlino generalmente non diffonde le immagini dei propri incontri riservati. Sabato 5 settembre lo fa. Nel video Putin ringrazia Donald Trump e dice agli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner che godono della sua piena fiducia(“full trust”). Il giorno dopo, i due arrivano in treno a Kyiv dalla Polonia e Mosca sospende i raid sulla capitale per tutta la durata della visita.  È la prima visita di emissari Trump nella capitale ucraina in questo mandato. In 48 ore la diplomazia americana sull’Ucraina, ferma da 6 mesi, torna a muoversi. L’incontro a Mosca dura 3 ore. Insieme a Putin ci sono: il consigliere diplomatico Yuri Ushakov e Kirill Dmitriev, capo del Russian Direct Investment Fund, cioè il fondo sovrano. Dal lato americano, secondo la Casa Bianca, partecipano funzionari del National Security Council, del Dipartimento di Stato e del Tesoro. Axios riporta un altro dettaglio: a Mosca c’è anche Gene Lange, responsabile ad interim delle sanzioni, che però non partecipa all’incontro con Putin. In un negoziato sulla guerra, un gestore di fondi sovrani e un esperto di sanzioni non sono comparse. Segnalano l’oggetto della discussione. Ushakov descrive il colloquio come eccezionalmente franco, e condotto in uno spirito di fiducia (“exceptionally candid and conducted in a spirit of trust”) .

L’incontro chiude una sequenza precisa. Il 27 agosto il direttore della CIA John Ratcliffe vola a Mosca, incontra i capi dei servizi Naryshkin e Bortnikov e, secondo Axios, propone un vertice a 3 Trump-Putin-Zelensky. Il 31 agosto, ad Asheville, il Segretario al Tesoro Scott Bessent invita il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov al G20. È la sua prima presenza dal 2022. L’8 settembre Trump telefona a Putin. Secondo il resoconto del Cremlino, Trump lega la fine rapida della guerra a prospettive “impressive and far-reaching” (impressionanti e di vasta portata) per la “full restoration of relations” (pieno ripristino delle relazioni), con grandi benefici (“enormous”) per il commercio. Quindi riassumendo: intelligence, finanza e diplomazia si muovono insieme. Questa non è improvvisazione, è un’architettura costruita a tavolino.

LA LEVA DEL TESORO

Al Tesoro la ripresa del negoziato si accompagna a una strategia finanziaria. Bessent la dichiara apertamente: recidere ogni linea economica che tiene in vita il regime iraniano. Il ragionamento parte da Hormuz. Per anni l’instabilità nel Golfo ha gonfiato il prezzo del petrolio e ha alimentato un sistema di pagamenti opachi: banche compiacenti, trust offshore, capitali in cerca di rendite. Il piano colpisce in due tempi. Prima si chiude il rubinetto del petrolio iraniano, poi si escludono dal dollaro le banche da cui passano i flussi residui. La novità è che le banche colpite non sono più solo iraniane o russe. Sono turche, emiratine, di Hong Kong, e nel mirino entrano anche le piazze offshore dei Caraibi.

Con l’Operation Economic Outcast, lanciata il 24 agosto, il Tesoro colpisce i circuiti del petrolio iraniano e taglia fuori dal dollaro banche in Turchia e negli Emirati. Il 1° settembre, ad Asheville, Bessent alza il tiro e si rivolge direttamente all’élite iraniana: sappiamo dove sono i vostri conti nelle Isole Vergini britanniche (“We know where in the British Virgin Islands your accounts are”). È la prima volta che Washington nomina apertamente, al G20, un territorio d’oltremare britannico. Non è però una campagna contro gli alleati. Il 4 settembre l’Unione europea aderisce formalmente a Economic Outcast, e Londra vara in parallelo nuove sanzioni contro Teheran. Gli effetti arrivano comunque anche in Europa: l’OFAC ha colpito la raffineria francese La Nivernaise de Raffinage, legata al contrabbando di petrolio iraniano (ne ho scritto qui). Quanto a Mosca, Bessent non allenta la pressione: a Siluanov dice che non ci sarà nessun progresso prima della fine della guerra (“no progress until the war ends”). Resta un dato: la dimensione economica del negoziato è reale, e il Cremlino la rivendica.

L’EUROPA PAGA, L’AMERICA VENDE

L’Europa è ormai il principale finanziatore dell’Ucraina: solo tra maggio e giugno 2026 versa quasi 11 miliardi di euro attraverso l’Ukraine Support Loan. Le armi, però, restano in larga parte americane. Nel meccanismo NATO PURL, con cui gli alleati comprano armamenti per Kyiv, oltre il 90% degli aiuti esce dagli arsenali statunitensi. Washington cambia così il modello economico del conflitto: l’Europa finanzia, l’industria americana incassa. È una posizione di forza, che rende la Casa Bianca poco sensibile alle obiezioni europee.

IL VINCOLO DEL CONGRESSO

C’è poi un dettaglio che quasi nessuno nota. Il 18 settembre Trump firma il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, approvato a larga maggioranza da entrambe le Camere. La legge consente di revocare le sanzioni in caso di pace, ma dà al Congresso 30 giorni per bloccare la revoca. La carota economica promessa a Mosca, quindi, non dipende solo dalla Casa Bianca, ma passa da Capitol Hill, dove il sostegno a Kyiv resta bipartisan.

IL FRONTE AUSTRALE

Il 3 settembre Javier Milei parla alla nazione a reti unificate e rilancia la rivendicazione argentina sulle Malvinas, annuncia sanzioni contro le società impegnate nel giacimento offshore Sea Lion, la britannica Rockhopper e l’israeliana Navitas, e chiede al Congresso di inasprire la legge che punisce chi opera nelle acque contese, e infine, rifinanzia per decreto la Base navale integrata di Ushuaia, Terra del Fuoco, ferma dal 2022.

Il tempismo non è casuale. Poche ore prima, Trump risponde a un giornalista durante una conferenza stampa quale sia la sua posizione riguardo alle isole e dice: rivedo sempre ogni posizione, questa è solo una delle tante (“I always review every position. That’s just one of many”). A GB News, in una intervista televisiva, andata in onda sempre il 3 settembre, fa presente che durante la crisi di Hormuz Londra non c’era ad aiutarmi (“was not there to help me”).

Già ad aprile un’e-mail interna del Pentagono, diffusa dalla stampa, proponeva di rivedere il sostegno americano al Regno Unito per forzarlo ad aumentare la spesa militare. Formalmente, Washington, rispetto alla Falkland, è neutrale e riconosce solo l’amministrazione britannica.

Oggi però c’è un attore in più: la Cina. Negli anni dei Kirchner, Buenos Aires aveva aperto la porta a Pechino per la costruzione di un porto in Terra del Fuego, la via d’accesso all’Antartide. Quell’azione fu bloccata da Washington. Adesso Milei, sceglie Washington e la nuova base navale di Ushuaia nasce come progetto congiunto con gli Stati Uniti, dove, il comandante del Comando Sud, l’ammiraglio Holsey, ne ha rivendicato apertamente il valore per l’influenza americana in Antartide (MercoPress). Nel 1982 Washington doveva scegliere tra l’alleato europeo e il vicino latino-americano, oggi, nel 2026 il vicino latino-americano è anche il presidio contro la Cina nel Sud Atlantico. Per questo Trump può mettere in discussione le Falkland: Londra gli serve meno di Buenos Aires.

XI E LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

A maggio, nella Grande Sala del Popolo, Xi Jinping accoglie Trump con una domanda: Cina e Stati Uniti possono evitare la cosiddetta “trappola di Tucidide* e creare un nuovo modello di relazioni tra grandi potenze? (“Can China and the United States overcome the so-called Thucydides Trap and create a new paradigm of major-country relations?”). Poi proseguendo nel discorso, inserisce un avvertimento su Taiwan, dove, i due Paesi potrebbero scontrarsi o persino entrare in conflitto (“could collide or even come into conflict”).

* La trappola secondo Tucidide “la guerra del Peloponneso nacque dall’ascesa di Atene e dalla paura che questa suscitò a Sparta. La “trappola” è il rischio che una potenza emergente e una dominante finiscano in guerra quasi per inerzia.

Quattro mesi dopo, il 24 settembre, alla Casa Bianca, la domanda diventa un’affermazione: “The Thucydides Trap can be overcome” (la trappola di Tucidide può essere superata). Xi chiede che i due eserciti mantengano un dialogo regolare e migliorino i meccanismi di comunicazione e prevenzione delle crisi (“maintain regular dialogue and improve mechanisms for crisis communication and prevention”).

Xi tratta con un’America più forte, infatti nel discorso alle Nazioni Unite, Trump approfitta per fare un bilancio dei suoi successi dichiarando in modo diretto come la sua strategia abia toccato direttamente gli interessi cinesi. In Medio Oriente c’è la pressione su Teheran e su Hormuz, da cui passa una quota decisiva del petrolio che Pechino importa. In America Latina c’è lo Shield of the Americas, coalizione anti-cartelli che Washington presenta anche come argine all’influenza economica cinese, nell’Artico c’è l’accordo firmato il 22 settembre a New York con Danimarca e Groenlandia, dove verrà installato il Golden Dome e vieta a qualsiasi Paese extra-NATO una presenza militare senza il consenso di tutti e 3 i firmatari. Infine sempre pochi giorni prima dell’arrivo di Xi, Trump firma la legge che autorizza dazi fino al 100% sui maggiori acquirenti di energia russa –  la Cina assorbe circa la metà del greggio russo.

In questo contesto, Xi Jinping cambia tono, ma questo non equivale a una resa geopolitica, poiché Pechino persegue un preciso interesse strategico alla stabilità bilaterale. Già a maggio, le analisi del Carnegie Endowment for International Peace descrivevano due leader convergenti sulla necessità di garantire almeno tre anni di tregua nei rapporti sino-americani. L’apertura del leader cinese sulla trappola di Tucidide resta tuttavia vincolata a una condizione esplicita: il fermo contrasto di Washington a qualsiasi spinta indipendentista da parte di Taiwan.

Al di là della retorica diplomatica, i risultati concreti del vertice bilaterale si mantengono ridotti e settoriali: una proroga tecnica di soli due mesi alla tregua sui dazi doganali; l’apertura di un canale formale di dialogo strutturato sull’intelligenza artificiale; l’istituzione di un nuovo “Board of Trade ” bilaterale per la gestione delle controversie commerciali.

L’esito dei colloqui viene sintetizzato da Edgard Kagan del Center for Strategic and International Studies (CSIS) come un impianto “molto simbolico, ma poco sostanziale”. Una debolezza strutturale che emerge con chiarezza sul dossier ucraino, sul quale entrambe le delegazioni hanno evitato di formulare impegni concreti.

CONCLUSIONI: LA CAROTA E IL CONTO

A Mosca, a Buenos Aires e a Pechino Trump usa lo stesso metodo: trasforma ogni dossier in una leva. A Putin offre il ritorno negli affari in cambio della pace. A Londra fa capire che anche le Falkland sono “one of many” posizioni da rivedere. A Xi arriva con una legge che autorizza dazi fino al 100% sui compratori di petrolio russo. Tre dossier, stessa grammatica: con Trump nessuna alleanza è scontata.

Il metodo produce movimento, ma non ancora risultati. Mosca incassa legittimazione e non cede sul Donbas. Le Falkland restano britanniche, e l’email del Pentagono resta una minaccia sulla spesa militare del Regno Unito, non una scelta di campo. Xi dichiara superabile la trappola di Tucidide, ma a una condizione, Taiwan, e il vertice produce più simboli che accordi. La carota americana è credibile. Il conto, però, finora non l’ha pagato nessuno.

L’unico attore che non usa leve è l’Europa: finanzia Kyiv ma non siede al tavolo con Mosca, compra armi americane ma non decide come impiegarle e nel Sud Atlantico guarda uno dei suoi membri storici perdere il sostegno automatico di Washington. Si lamenta del ritorno della Russia al G20, ma chiede che la foto di gruppo sia senza Siluanov. Un gesto, non una strategia.

Washington tratta con Mosca, sfida Pechino e rinegozia persino con Londra. Se il nuovo ordine prende forma, Bruxelles lo troverà già scritto. Il rischio per l’Europa non è una pace ingiusta. È un mondo ridisegnato senza di lei.

FONTI

RUSSIA–UCRAINA

FALKLAND

CINA