Il nuovo asse europeo della difesa e il posto dell’Italia
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
Nell’Europa del 2025, la difesa torna al centro della politica. La firma del primo patto bilaterale tra Germania e Regno Unito dalla fine della Seconda guerra mondiale segna una svolta storica e simbolica. È un accordo articolato, con 17 progetti congiunti che spaziano dal rafforzamento della deterrenza sul fianco orientale della NATO allo sviluppo congiunto di capacità ad alta tecnologia, tra cui missili a lungo raggio e sistemi subacquei avanzati. Ma dietro la notizia si cela una trasformazione ben più ampia: l’evoluzione dell’architettura della sicurezza europea, che vede emergere un nuovo triangolo strategico – Londra, Berlino, Parigi – e chiede con urgenza a Roma di decidere se vuole restare alla periferia o sedersi al tavolo dove si disegna il futuro della sicurezza continentale.
È chiaro intanto che il nuovo patto anglo-tedesco non cancella l’asse franco-tedesco, né tanto meno lo rimpiazza. Al contrario, ne allarga i confini operativi e lo rafforza in chiave trilaterale, grazie anche alla continuità garantita dalle cooperazioni precedenti tra Regno Unito, Francia e Germania all’interno del formato E3. Il trattato siglato nel 2024 tra Parigi e Londra, con cui il Regno Unito ha esteso un ombrello nucleare europeo condiviso, ne è stato il primo segnale. La Germania, con questo nuovo passo, si rende protagonista di una strategia di alleanze multiple che punta a integrare la deterrenza NATO, sfruttando le capacità britanniche, la visione strategica francese e la propria potenza industriale.
A margine, ma si spera in modo sempre più visibile, si muove l’Italia. Pur ancora lontana dal target NATO del 5% del PIL in spesa militare – e con una discussione interna dominata da timori fiscali e disattenzione strategica – Roma ha iniziato a riallacciare i fili con ciascuno dei grandi partner europei. Con il Regno Unito è attiva da anni una collaborazione sulla sicurezza, rafforzata da esercitazioni congiunte e da una convergenza sulla lotta alla migrazione illegale e al traffico di esseri umani. Con la Germania l’intesa industriale si è consolidata attraverso Leonardo e Rheinmetall, in progetti comuni che riguardano la difesa antiaerea e la logistica militare. Il rapporto con la Francia è più profondo e strutturato, ma anche molto più difficile essendo caratterizzata da una competizione diretta in molti teatri e domini strategici. Oltre alla cooperazione industriale su piattaforme navali (come il programma Fincantieri–Naval Group), esiste però una convergenza politica sulla necessità di un “pilastro europeo” nella NATO e sul rilancio della difesa comune.
Il vero nodo, però, è strutturale. L’Unione Europea ha lanciato il programma ReArm Europe – ribattezzato Readiness 2030 – che prevede uno stanziamento di oltre 800 miliardi di euro per rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa, includendo anche un fondo militare da 150 miliardi destinato all’industria della difesa. A questa iniziativa si affianca un nuovo quadro finanziario pluriennale, già approvato, che apre la strada a deroghe fiscali per la spesa militare, consentendo (o forse meglio dire costringendo) agli Stati di indebitarsi per rafforzare la propria sicurezza senza infrangere le regole di bilancio.
Su questo tema, l’Italia sembra muoversi con cautela, se non con vera e propria esitazione. Il governo ha espresso formalmente l’impegno a raggiungere il 5% di spesa, ma le modalità restano poco chiare e l’opinione pubblica è divisa. Il rischio è che il nostro Paese finisca per approcciare il riarmo europeo come una necessità tecnica, o nel peggiore dei casi come una delega in bianco per la spesa pubblica, e non come una scelta strategica. In tal modo, l’Italia si condannerebbe a essere un partner minore, spettatrice di un processo che altri stanno guidando con visione e audacia.
Eppure, le opportunità non mancano. L’Italia può entrare da protagonista nei progetti E3, candidarsi come piattaforma logistica per il fianco Sud della NATO, rilanciare la sua industria con programmi comuni e difendere un’autonomia tecnologica europea anche attraverso il proprio tessuto imprenditoriale. Ma per farlo serve una scelta politica chiara: investire davvero nella difesa non solo come costo, ma come garanzia di sovranità, crescita industriale e centralità strategica.
Il nuovo asse anglo‑tedesco non è pertanto una minaccia, ma un’occasione. A condizione che l’Italia smetta di osservare, e torni a pensarsi come potenza media responsabile, europea e strategicamente matura.