VERITA’ TRADITA
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US).

Trump ha costruito la sua seconda campagna elettorale su pochi e chiari punti: il muro con il Messico per l’arrivo di immigrati illegali, i dazi per portare benefici economici a un paese afflitto da inflazione, alti tassi e dove tutto o quasi è made in Cina, dalla cancellazione del movimento woke con i suoi allegati (vedi il D.E.I. -Diversity, Equality, Inclusion policy) e infine dall’apertura al pubblico dei fascicoli John F. Kennedy ed Epstein.
A distanza di sei mesi e mezzo, il procuratore generale Pam Bondi, che a febbraio aveva affermato che i “fascicoli Epstein” erano “sul mio tavolo” e in fase di revisione, non ha prodotto alcun risultato concreto: al contrario, la revisione si è conclusa con la dichiarazione ufficiale che i famosi “files” non contengono nuove informazioni rilevanti, né una lista incriminata di clienti, smentendo le aspettative alimentate per mesi. In particolare, un memo del Dipartimento di Giustizia e dell’FBI diffuso all’inizio di luglio ha concluso che non esiste alcuna “lista di clienti incriminati” né prove credibili di ricatto, confermando anche che Epstein si sarebbe tolto la vita.
Un sondaggio di Quinnipiac, di settimana scorsa, segnala che il 63 % degli elettori disapprova il modo in cui l’amministrazione ha trattato la questione, con appena il 17 % di approvazione, mentre CNN in collaborazione con SSRS registra solo il 3 % di approvazione. La stragrande maggioranza degli americani (82 % dei Democratici e oltre 60 % dei Repubblicani) ritiene che Trump stia occultando prove, inclusa la presunta “client list” di Epstein.
Anche nel cuore del movimento MAGA si percepisce una frattura: circa il 40 % dei repubblicani sostiene la gestione governativa dei file Epstein, ma quasi un terzo la critica apertamente. Tra i conservatori più duri, l’esasperazione è palpabile: si accusa l’amministrazione di “tradire” le aspettative, tanto che il presidente della Camera Mike Johnson e il leader al Senato Thune sollecitano “trasparenza totale”.
Nel frattempo, Theresa Helm, una sopravvissuta agli abusi di Epstein, rilascia un’intervista nella quale racconta di essere stata adescata nei primi anni Duemila, quando studiava e lavorava in California. Avvicinata da coetanee con la promessa di opportunità professionali prestigiose, fu poi introdotta a Ghislaine Maxwell, l’amica/amante e procacciatrice. Maxwell fu così convincente che in poche ore Helm accetto l’offerta e qui ebbe inizio la sua odissea fino al lussuoso palazzo di New York dove fu schiavizzata. La Signora Helm, oggi, è un’attivista e coordinatrice dei servizi per le sopravvissute presso il National Center on Sexual Exploitation ed è una delle voci più determinate a chiedere che venga fatta piena luce sullo scandalo Epstein, chiedendo la pubblicazione integrale dei documenti investigativi. La sua denuncia si scaglia contro il sistema che, a suo dire, ha protetto per decenni i potenti a scapito delle vittime. “Non possiamo continuare a permettere che predatori ricchi e influenti evitino la giustizia grazie al denaro e alle connivenze politiche,” usato come arma politica, ma come simbolo della necessità di riformare un sistema che ha troppo spesso silenziato le vittime. “È tempo di ascoltare chi ha vissuto questi abusi sulla propria pelle, perché senza giustizia per le sopravvissute non può esserci alcuna giustizia per la società,” ha concluso.
Contemporaneamente alle interviste e articolo della Helm, il Wall Street Journal pubblica un’esclusiva in cui racconta che nel 2003, fu realizzata una raccolta di lettere per il 50° compleanno di Jeffrey Epstein, curata dalla Maxwell, in cui sarebbe inclusa una nota firmata da Donald Trump contenente un disegno provocatorio di una donna nuda e un messaggio hot: “may every day be another wonderful secret”. L’articolo del WSJ sostiene di aver visionato l’album, che risulterebbe tra i documenti esaminati dal Dipartimento di Giustizia durante le indagini su Epstein.
Dopo la pubblicazione dell’articolo, Trump ha reagito con una causa da 10 miliardi di dollari per diffamazione, dichiarando di voler “difendere la propria reputazione” e mettere fine a quella che definisce una “campagna di menzogne”.
Il tentativo di censura ha avuto l’effetto opposto: l’articolo è diventato virale, ha monopolizzato il dibattito politico e mediatico, e ha riacceso l’attenzione nazionale su rapporti e documenti che fino a quel momento avevano avuto una diffusione più limitata.
Ma quali le implicazioni? Secondo la giornalista conservatrice Candice Owen, dietro questo caso, c’è tutta una rete fitta di relazioni che risalgono addirittura al padre della Maxwell, un noto e ricchissimo editore di origini ebraiche, morto cadendo misteriosamente dal suo yatch in mezzo all’Atlantico, che durante la Seconda guerra mondiale fece la spia un po’ per gl’inglesi poi per i russi e infine per il Mossad. Dico questo perché una delle teorie che circolano nella rete è che Epstein fosse un agente del Mossad che assicurando favori sessuali ai VIP del mondo politico ed economico potesse poi ottenere “favori”, che non conosciamo, per Israele.
Il risultato è un cortocircuito politico-mediatico dove si intrecciano frustrazioni interne e sospetti geopolitici. Da un lato, l’America di Trump si presenta come la paladina della trasparenza solo nei confronti dei nemici interni — vedi la retorica anti-woke o contro gli avversari democratici — mentre, al tempo stesso, rifiuta di fare chiarezza su uno degli scandali più opachi degli ultimi decenni. Dall’altro, l’eco delle teorie che collegano Epstein ai servizi di intelligence stranieri solleva interrogativi ancora più profondi: chi sono davvero gli intoccabili? E fino a che punto il sistema ha coperto abusi in nome di interessi superiori, siano essi economici, politici o addirittura internazionali?
Tuttavia, queste ipotesi sono prive di fondamenti e delineano un quadro di “paranoid style” nella politica, come descritto dal politologo Richard Hofstadter: una miscela di sospetto, esagerazioni e fantasia cospirativa che si autoalimenta, particolarmente presente nella retorica MAGA
In questo contesto, il caso Epstein si trasforma in un banco di prova sulla credibilità della promessa trumpiana di “liberare il popolo americano dalle élite corrotte”. La domanda che inizia a serpeggiare tra elettori e analisti è semplice: se anche i fascicoli Epstein restano chiusi, se anche le presunte connivenze internazionali vengono ignorate o coperte, che differenza c’è tra questa amministrazione e quelle precedenti? Un interrogativo che rischia di pesare come un macigno nei prossimi mesi di campagna elettorale, mentre si accumulano promesse mancate, accuse reciproche e il sospetto che, ancora una volta, la verità resti un lusso per pochi.
Il caso Epstein–Trump è diventato il battistrada di un conflitto politico mediatizzato: promessa di trasparenza, accuse di copertura e voci cospirative si sovrappongono in un contesto in cui la sfiducia verso le istituzioni diventa arma elettorale. Le teorie su Epstein come agente Mossad e la rete Maxwell appaiono alimentate da un sentimento anti-élite, esacerbato da dinamiche populiste e strumentalizzazione del complottismo politico. Ovviamente in questo panorama, chi è stato abusato e ha visto la sua vita rubata è completamente eclissato, soprattutto in un paese come gli Stati Uniti che detiene un triste primato per numero di bambini scomparsi vittime di abusi e schiavizzati.
Con oltre 460.000 minori segnalati come scomparsi ogni anno e più di mezzo milione di casi certificati di abuso, l’America si conferma non solo epicentro dello scandalo Epstein, ma anche simbolo di una crisi sistemica nella protezione dell’infanzia, dei giovani. A ciò si aggiungono i dati sul moderno sfruttamento minorile: negli Stati Uniti si stimano circa 400.000 persone – tra cui un numero significativo di minori – vittime di modern slavery, comprendente lavoro forzato, tratta e forme di schiavitù, tra cui lavoro coatto e sfruttamento sessuale. Di questi, circa 10.000 lavoratori forzati sono presenti nel paese, e un terzo di essi risulta minorenne. Complessivamente, tra abusi sessuali, sparizioni e lavoro forzato, oltre il 10 % dei minori negli Stati Uniti vive questa mostruosa realtà. In un contesto simile, le vittime vengo azzittite, oscurate in un dibattito su Epstein e Trump trasformando così un’opportunità di verità e giustizia in un meccanismo cinico, sintomatico di un sistema che continua a sacrificare i più vulnerabili in nome di giochi di potere e narrazioni politiche.






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