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USA: OLTRE LA FACCIATA DELLA DEMOCRAZIA.

CRISI AMERICANA E VERITÀ NEGATE

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US).

Siamo tutti testimoni di un sisma politico globale, dove è evidente che il sistema politico che abbiamo inventato e messo in atto rappresenta a fatica la volontà dei popoli.

Negli Stati Uniti lo scontento per questa prima democrazia rappresentativa si è manifestato nei decenni con candidature indipendenti come quella di Ross Perot, imprenditore texano divenuto celebre anche per aver organizzato una rischiosa missione privata per liberare due suoi dipendenti detenuti a Teheran nel 1978, alla vigilia della rivoluzione iraniana.

Persino l’attuale Segretario per la Salute Robert Kennedy Jr, rifiutato dai democratici si è poi candidato per le ultime presidenziali come indipendente prima di venire fagocitato da Trump.

Oggi a distanza di qualche giorno dal 4 di luglio Musk ha registrato un terzo partito come risposta a Trump per aver compilato una finanziaria con tanti difetti gravi. Infatti, come ho già scritto precedentemente, questa legge non solo ha raggiunto il consenso minimo, direi risicato, ma ha troppe pecche che hanno creato maggiori divisioni sia nel partito repubblicano che in generale nel paese. Seppure Musk abbia avuto un’ennesima idea balzana ( “The very fact that our electoral system is a winner‑take‑all system discourages third parties… The big parties are like amoebas trying to go around the fringe groups and fold them in.” – Prof. Barbara Perry University of Virginia) di protesta, (d’altra parte come non biasimarlo, dopo essersi impegnato a trovare sprechi statali, solo una piccola parte è stata inserita nella legge), è stata già boicottata dagli stessi democratici.

La spaccatura all’interno del partito repubblicano per una finanziaria che, come al solito, protegge i più ricchi e toglie sussidi necessari a una fascia assai debole di americani che dal Covid ad oggi si trova in totale povertà.

Alternativamente Trump visti i legami con imprenditori favolosamente ricchi, poteva benissimo chiedere di “regalare” qualche miliardo per aiutare le fasce deboli, esattamente come fece Truman con il piano Marshall, aiutando la nostra ed altre nazioni in totale miseria a ricostruirsi.

  • Il Piano Marshall (1948–1952) mobilitò circa 12,4 miliardi di dollari dell’epoca (circa ~250 mld USD attuali), con lo scopo di ricostruire l’Europa dopo la guerra e combattere povertà e disordini interni
  • Contrariamente, Trump ha scelto di tagliare spese sociali e assistenziali, destinando i risparmi (e l’aumento del debito di oltre 2,4 trilioni USD sino al 2034) a favore dei redditi più alti, anziché utilizzarli per rafforzare il welfare delle fasce più povere.

Contemporaneamente Tucker Carlson, giornalista indipendente conservatore, intervista il Presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e qui di seguito un riassunto del perchè di questa intervista: “Abbiamo appena concluso un’intervista con  
Masoud Pezeshkian , il presidente dell’Iran, il cardiochirurgo settantenne che guida il paese con cui eravamo in guerra circa una settimana e mezza fa. Sappiamo che saremo criticati per aver fatto questa intervista.

Perché l’abbiamo fatta comunque? L’abbiamo fatta perché eravamo in guerra con l’Iran dieci giorni fa, e potremmo tornarci di nuovo.  E quindi il nostro punto di vista — che è sempre rimasto coerente nel tempo — è che i cittadini americani hanno il diritto costituzionale e naturale di raccogliere tutte le informazioni possibili su questioni che li riguardano.

Se il loro paese sta facendo qualcosa con i loro soldi e in loro nome, hanno il diritto assoluto di sapere il più possibile su ciò che accade.  E questo include ascoltare le persone con cui stanno combattendo. Ora, si può credere a tutto ciò che dice il presidente dell’Iran?

Probabilmente no.  Ma non è questo il punto.  Il punto è che dovreste poter decidere da soli se credergli o meno.  E ricordate che chiunque cerchi di negarvi questo diritto non è un vostro alleato, ma un vostro nemico.

A proposito, abbiamo anche inviato — per la terza volta negli ultimi mesi — una richiesta di intervista al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e speriamo che la accetti.

L’intervista è stata limitata da un paio di fattori:

  • Primo, è stata fatta a distanza, tramite un traduttore, e questo è sempre complicato.
  • Secondo, non parlo persiano, e ci sono molte domande che non ho fatto al presidente dell’Iran, in particolare domande a cui sapevo che non avrei ottenuto una risposta onesta, come:

“Il vostro programma nucleare è stato completamente disabilitato dalla campagna di bombardamenti condotta dal governo degli Stati Uniti una settimana e mezzo fa?”

Non c’era alcuna possibilità che rispondesse onestamente a questa domanda, quindi, non ho nemmeno provato a farla.  La risposta, in realtà — dal punto di vista americano, persino da quello della CIA — è inconoscibile.

Abbiamo evitato domande simili e ho fatto domande molto semplici, come:

  • Qual è il vostro obiettivo?; Volete la guerra con gli Stati Uniti?; Volete la guerra con Israele?  E così via.

Ancora una volta, lo scopo di questa intervista non era arrivare alla verità assoluta — cosa impossibile in un’intervista del genere.  Lo scopo era contribuire al patrimonio di conoscenza da cui gli americani possano trarre una propria opinione. Imparate tutto ciò che potete, e poi decidete voi.  Questo è ciò che promette l’America.”

Inutile commentare che questa intervista ha dato molto fastidio a Washington.

Poi c’è la versione religiosa che lega gli USA a Israele come un cordone ombelicale e che la maggior parte della gente non ha mai valutato nella sua complessa profondità.  In un’intervista all’ambasciatore americano in Israele Mike Huckebee viene spiegato come questo legame sia unico in tutti i sensi. Secondo l’ambasciatore i suoi stessi connazionali non comprendono come il legame religioso sia fondamentale: “Senza la fede ebraica non esisterebbe la fede cristiana.” -“Lo dico sempre ai miei amici ebrei: voi potete essere ebrei, non avere niente a che fare con me, non avete bisogno di me. Ma io non posso essere cristiano senza l’interezza di tutta questa storia di Dio nel mondo, che porta fino a ciò in cui credo come cristiano.”

E come relazione politica prosegue dicendo: “Mi piace dire alla gente che gli Stati Uniti hanno amici, hanno alleati, ma hanno un solo partner: Israele è davvero il loro unico vero partner; con questo intendo dire che il livello di cooperazione e affinità che abbiamo l’uno con l’altro somiglia molto più a un matrimonio che a una semplice amicizia fraterna.”

“E lo dico perché il livello di condivisione di informazioni di intelligence, l’hardware militare che costruiamo insieme, la tecnologia medica, la trasformazione economica che è avvenuta da entrambe le parti…”

“Il modo straordinario in cui siamo legati è tale da non assomigliare a nessun altro rapporto che abbiamo con qualunque altro Paese al mondo.” 

Quindi l’alleanza con Israele resta il pilastro non negoziabile di questa architettura, alimentata tanto da una strategia geopolitica quanto da un’eredità religiosa profonda, che fonda la fede cristiana su quella ebraica. Chi ignora questa dimensione, fatica a capire perché certi rapporti resistano a tutto — perfino alla realtà dei numeri o alle urgenze economiche gravi.

La democrazia rappresentativa vacilla, a iniziare proprio dal paese che per primo al mondo ha costruito una Costituzione moderna e repubblicana, pensata per garantire equilibrio tra poteri, libertà individuali e rappresentanza popolare: gli Stati Uniti d’America.

Oggi però questo modello appare logorato. Il sistema bipartitico ha smesso di rappresentare la pluralità reale della società, trasformandosi in una macchina autoreferenziale che esclude voci nuove e non applica i tentativi di riforma promessi perchè il mostro burocratico è più forte, o forse è più importante la guida del cambiamento.

Le candidature indipendenti, che un tempo erano espressione di protesta o visione alternativa, oggi vengono cooptate, screditate o svuotate di senso. Il nuovo candidato per il posto di sindaco di New York, Zohran Mamdani ne è un esempio recentissimo. Percepito come incongruente perché rompe le categorie tradizionali viene criticato dalla destra trumpiana come comunista lunatico, mentre per altri è una risorsa: incarnazione di una nuova politica identitaria e inclusiva. Ne nasce una tensione esplosiva dalla fusione tra dogmatismi religiosi e ideologia socialista radicata in un momento storico dove gli equilibri sono delicatissimi.

Il voto, oggi, viene ridotto a una scelta binaria tra due élite che ha perso parte del suo potere trasformativo. E mentre l’America si confronta con crescenti diseguaglianze, povertà strutturale, tensioni etniche e guerre a bassa intensità diplomatica, la promessa originaria della democrazia rischia di diventare una liturgia vuota.

Eppure, proprio nei margini — nelle voci non allineate, nei gesti simbolici, nei contrasti tra religione e politica — si intravede la possibilità di un risveglio. Non sarà forse più il tempo delle grandi costituzioni, ma quello delle coscienze informate.

Come ci ricorda Tucker Carlson nella sua discussa intervista: “Se il vostro paese fa qualcosa con i vostri soldi e in vostro nome, avete il diritto assoluto di sapere il più possibile su ciò che accade.”

E forse oggi, la vera democrazia, comincia proprio da lì.