Venticinque anni dopo l’11 settembre: al‑Qaida non ha vinto, ma il jihadismo è diventato globale.
di Claudio Bertolotti.
Momento di bilanci: l’11 settembre e la guerra al terrore sono stati un fallimento? E, se l’Occidente ha fallito, al‑Qaida ha vinto?
Io parlerei di un fallimento strategico parziale, perché occorre distinguere i diversi livelli. Sul piano tattico e operativo, l’Occidente ha ottenuto risultati rilevanti: ha distrutto santuari, eliminato leader, smantellato catene di comando, impedito ad al‑Qaida di replicare un’operazione della portata dell’11 settembre e, successivamente, ha abbattuto il califfato territoriale dello Stato islamico.
Il fallimento è stato politico e strategico. Si è pensato di poter sconfiggere militarmente non soltanto un’organizzazione, ma un fenomeno ideologico e sociale. E si è finito per sovrapporre lotta al terrorismo, cambiamento di regime e costruzione dello Stato. L’Iraq ha creato il vuoto nel quale è cresciuto lo Stato islamico; l’Afghanistan si è concluso con il ritorno al potere dei talebani.
Ma il fallimento dell’Occidente non coincide automaticamente con la vittoria di al‑Qaida. Al‑Qaida non ha rovesciato i regimi arabi, non ha espulso l’Occidente dal mondo musulmano e non ha costruito il califfato universale. Bin Laden ha però ottenuto un risultato indiretto: trascinare gli Stati Uniti in guerre lunghe e costose, polarizzare le società e trasformare il jihad da progetto di un’organizzazione in un fenomeno globale. Al‑Qaida non ha vinto la guerra, ma l’Occidente è entrato, almeno in parte, nella trappola strategica preparata da al‑Qaida.
El Difraoui sostiene che il jihadismo non sia mai stato così diffuso, pur non essendo necessariamente più forte. Sei d’accordo? Qual è il pericolo?
Sì, sono d’accordo, purché non si confonda la diffusione con la forza. Nel 2001 il jihadismo era concentrato in pochi teatri e dipendeva maggiormente da organizzazioni, leader e santuari. Oggi è molto meno centralizzato, ma è presente dall’Afghanistan al Sahel, dal Corno d’Africa allo Yemen, fino alle comunità virtuali e agli individui radicalizzati in Europa.
Il paradosso è evidente anche nei numeri: secondo ReaCT, il nostro rapporto annuale, nel 2025 il 92 per cento delle azioni jihadiste in Europa è stato compiuto da individui e la metà ha avuto carattere emulativo; allo stesso tempo, dal 2022 nessun attentato ha conseguito un vero successo strategico. Il jihadismo è dunque più diffuso, ma non necessariamente più capace.
Ed è proprio questa dispersione a rappresentare il pericolo. Una minaccia diffusa è meno visibile, più resiliente e non ha bisogno di una grande organizzazione centrale. È sufficiente una narrazione globale che un gruppo locale possa adattare alla propria guerra o che un singolo individuo possa trasformare in violenza di prossimità. Non dobbiamo quindi lasciarci rassicurare dall’assenza di grandi attentati coordinati: la minaccia contemporanea è meno spettacolare, ma più ubiqua, frammentata e difficile da anticipare.
.Quale eredità ritroviamo nei gruppi jihadisti contemporanei? Che cosa hanno imparato in questi venticinque anni?
Hanno imparato, anzitutto, che sopravvivere è più importante che controllare un territorio. I grandi campi di addestramento, le gerarchie rigide e le strutture visibili possono essere individuati e distrutti. Una rete clandestina, un sistema di franchising o una costellazione di cellule autonome, invece, può perdere i propri leader e continuare a operare.
Hanno poi imparato a collegare l’ideologia globale alle rivendicazioni locali. Al‑Qaida ha progressivamente affidato il proprio marchio a gruppi radicati nei conflitti africani, mediorientali e asiatici; lo Stato islamico ha perfezionato l’esternalizzazione della violenza, trasformando simpatizzanti e individui radicalizzati in strumenti tattici autonomi.
La terza lezione riguarda il tempo. Le democrazie ragionano sulla durata dei governi e delle missioni militari; i movimenti jihadisti possono attendere anni. Il ritorno dei talebani a Kabul, pur appartenendo a una prospettiva prevalentemente nazionale, è stato utilizzato dalla propaganda jihadista come dimostrazione che la perseveranza può logorare anche una potenza superiore.
Infine, hanno compreso che l’obiettivo dell’attentato non è soltanto uccidere. È provocare una reazione, alimentare paura, polarizzazione e ostilità verso le comunità musulmane, rendendo credibile la narrativa del “noi contro loro”. In sintesi, l’Occidente ha imparato a decapitare le organizzazioni; i jihadisti hanno imparato a sopravvivere alla decapitazione. Ed è questo il lascito più insidioso dei venticinque anni successivi all’11 settembre.