Il nemico nella cabina. Il caso Flydubai e la vulnerabilità indicibile
di Claudio Bertolotti.
Quanto accaduto
il 30 settembre 2026 a bordo del volo Flydubai FZ1073, decollato da Dubai e
diretto a Tel Aviv, impone una riflessione che va oltre la drammaticità
dell’episodio e oltre la sua ancora incerta classificazione come atto terroristico,
perché ciò che emerge dalla dinamica dell’evento è, prima ancora della
possibile matrice ideologica, l’esistenza di una vulnerabilità strutturale: la
minaccia interna, l’insider threat,
quando il soggetto potenzialmente ostile è qualcuno al quale il sistema concede
accesso, fiducia e capacità operative.
Pur lasciando
aperta la questione fondamentale del movente, i dati oggi disponibili
consentono di ricostruire con maggiore precisione quanto avvenuto: secondo le
autorità israeliane, il copilota del Boeing 737 MAX 8, cittadino omanita,
avrebbe aggredito con un coltello il comandante, identificato da fonti indiane
come Smit Machchhar, cittadino indiano e comandante Flydubai dal 2022. Stando
alla ricostruzione israeliana, il copilota avrebbe tentato di assumere il
controllo dell’aeromobile e di provocarne la caduta; la compagnia aerea ha sì confermato
che nella cabina di pilotaggio si sia verificata una colluttazione, pur non
avendo attribuito pubblicamente un movente all’aggressore.
I dati di volo
aggiungono un elemento particolarmente significativo in quanto l’aereo, che
viaggiava a oltre 30.000 piedi, avrebbe perso più di 14.000 piedi di quota in
circa trenta secondi. Flightradar24 ha poi registrato il codice transponder
7700, indicativo di un’emergenza generale, e successivamente il codice 7500,
utilizzato internazionalmente per segnalare un’interferenza illecita a bordo
dell’aeromobile; segnale che è poi tornato al 7700 durante la deviazione verso
l’Arabia Saudita.
È in quella
manciata di secondi che la natura dell’evento pare essere cambiata poiché sposta
l’ipotesi di una mera aggressione tra due membri dell’equipaggio a quella in
cui la violenza esercitata all’interno della cabina di pilotaggio ha
direttamente compromesso la sicurezza dell’aeromobile e di tutti coloro che si
trovavano a bordo.
Secondo le
testimonianze raccolte da Reuters, il comandante ferito sarebbe riuscito ad
aprire la porta della cabina prima di collassare e qui, alcuni passeggeri
sarebbero intervenuti riuscendo a neutralizzare il copilota. Un equipaggio
Flydubai di riserva presente sull’aereo ha successivamente assunto il controllo
del velivolo riportandolo a terra all’aeroporto di Tabuk, in Arabia Saudita. I
filmati successivi all’aggressione, sempre secondo Reuters, mostrano entrambi i
piloti feriti e insanguinati.
Terrorismo o altro?
Il presunto
aggressore, sopravvissuto e arrestato dalle autorità saudite è l’elemento da
cui deve partire l’analisi di quanto avvenuto, al fine di comprendere se si sia
trattato di terrorismo o di una forma di violenza individuali diversamente
motivata. Il movente non è stato reso pubblico dalle autorità saudite e
Flydubai non ha confermato l’esistenza di una motivazione politica, religiosa o
ideologica.
Il ministro
della Difesa israeliano Israel Katz ha però definito quanto accaduto come un attentato
terroristico di matrice jihadista jihadista; un’ipotesi sostenuta anche dal primo
ministro Benjamin Netanyahu. È possibile, certo, per quanto non vi siano
elementi, al momento disponibili da fonti aperte, che possano confermare tale
ipotesi, al vaglio delle autorità israeliane.
Ora, la domanda cardine
del ragionamento non è se il copilota abbia tentato di provocare la caduta
dell’aereo, ma perché avrebbe voluto farlo.
Il fatto che il
volo fosse diretto a Tel Aviv, che a bordo vi fossero oltre 170 cittadini
israeliani e che l’aggressore fosse un cittadino di un Paese, l’Oman, che non
intrattiene relazioni diplomatiche con Israele sono elementi di rilievo in un
processo di analisi. E lo sono ancora di più sul piano investigativo; possono
sì suggerire una spinta ideologica di matrice jihadista, o antisionista, ma non
sono prove concrete in grado di dimostrarlo. Ma nulla può ad oggi essere
escluso.
Non abbiamo
informazioni che ci possano indicare se l’aggressore fosse in qualche modo
legato ad organizzazioni terroristiche o se avesse manifestato posizioni
ideologicamente definite o, ancora, se fosse in atto un processo di
radicalizzazione. Nulla di nulla: ma non perché non si sia trovato nulla, più
semplicemente perché è troppo presto. Nessun messaggio, nessuna rivendicazione;
e ricordo che il gruppo Stato islamico
rivendica solamente operazioni terroristiche di successo, e questa non lo è
stata.
E dunque, essere
tentati dall’attribuire prematuramente l’attacco allo Stato Islamico, ad al-Qa’ida o
a un più generico jihadismo significherebbe confondere un’ipotesi con un fatto.
Non lo esclude, ma non lo conferma.
Quel che è certo
è che, al di là delle ipotesi di adesione ideologica, quello a cui abbiamo assistito
è un chiaro esempio di insider threat
dove il sistema di sicurezza viene aggirato dall’interno. E allora, se
l’intenzionalità dell’azione fosse confermata, il dato strategicamente più
importante non sarebbe però rappresentato dal coltello utilizzato, bensì
dall’identità di chi lo impugnava, perché l’aggressore non era un passeggero
che aveva superato illegalmente i controlli aeroportuali. Era il copilota. Ed è
proprio questo fatto a far emergere la principale delle vulnerabilità.
Dopo l’11
settembre 2001, gran parte dell’architettura della sicurezza aeronautica
occidentale è stata costruita attorno al principio di separazione tra passeggeri
e cabina di pilotaggio, con porte rinforzate, procedure di accesso, controlli
dei passeggeri, limitazioni al trasporto di oggetti e liquidi, screening sempre più sofisticati, con lo
scopo di impedire all’aggressore di raggiungere il centro decisionale e
operativo dell’aeromobile.
Nel caso
Flydubai la dinamica è inversa in quanto il soggetto ostile era già all’interno
della cabina, aveva accesso ai comandi, conosceva il funzionamento
dell’aeromobile, le procedure e le vulnerabilità operative, e non aveva bisogno
di superare una barriera, poiché quella barriera era alle sue spalle, e lo
proteggeva da eventuali azioni esterne tese a neutralizzare la sua azione. E proprio
quella barriera fisica, progettata per proteggere il velivolo da un aggressore
esterno avrebbe contribuito, almeno nella fase iniziale, a separare
l’aggressore da coloro che avrebbero potuto impedirgli di agire.
È proprio questo
il paradosso dell’insider threat
quando, quanto più elevato è il livello di fiducia attribuito a una funzione,
tanto maggiore può essere il danno prodotto nel momento in cui quella fiducia viene
tradita. Così il sistema non viene penetrato, ma utilizzato contro se stesso.
E se fosse davvero terrorismo?
In questo caso
ci sarebbe una coerenza cristallina con l’evoluzione ormai consolidata della
minaccia rappresentata dal terrorismo contemporaneo in cui emerge la
progressiva riduzione della complessità tattico-operativa necessaria per
produrre conseguenze potenzialmente strategiche. È così da molti anni, è un
assunto ormai consolidato che abbiamo posto in evidenza nel corso del tempo
attraverso l’annuale rapporto
sul radicalismo e il contrasto al terrorismo dell’Osservatorio #ReaCT.
Un attacco a un
aereo di linea non richiede necessariamente esplosivi sofisticati, cellule
strutturate, infiltrazione di squadre operative o mesi di preparazione quando può
essere sufficiente un individuo e, nel caso specifico, un individuo collocato
nel luogo giusto, nel momento giusto, con accesso privilegiato a un sistema
complesso. Qui si pone il concetto di massimizzazione dell’effetto attraverso la
minimizzazione delle risorse; una dinamica che ritroviamo in molte manifestazioni
del terrorismo contemporaneo e che ho ricondotto al processo di progressiva individualizzazione
della violenza in cui l’organizzazione tende a perdere centralità operativa
mentre aumenta la capacità del singolo di trasformare strumenti ordinari,
accessi professionali o semplici opportunità in capacità offensive.
Ma ciò non
significa che il terrorismo organizzato sia scomparso, significa piuttosto che
il rapporto tra organizzazione, ideologia e attore operativo sia diventato più
elastico, non più concreto nella maggior parte dei casi. L’organizzazione può sì
dirigere un attacco, può favorirlo, può ispirarlo, oppure può non avere alcun
rapporto diretto con l’autore, limitandosi a fornire un’idea di appartenenza,
un immaginario ideologico all’interno del quale l’individuo legittima
autonomamente la propria azione, si riconosce nell’organizzazione (o nell’ideologia)
e l’organizzazione stessa lo riconosce come proprio “soldato”, un mujaheddin: un testimonial in altri termini. Ed è precisamente questo rapporto che
l’indagine sul copilota dovrà chiarire.
L’obiettivo: Israele?
Perché proprio
quel volo? Se fosse dimostrato che il copilota ha scelto deliberatamente il
volo FZ1073 perché diretto a Tel Aviv e perché trasportava in prevalenza
cittadini israeliani, l’elemento ideologico acquisirebbe un peso completamente
diverso in quanto l’obiettivo non sarebbe più semplicemente un aeromobile
civile, ma un obiettivo israeliano per destinazione e composizione dei passeggeri.
Il fatto che la compagnia aerea sia emiratina sarebbe solamente un elemento
secondario. E allora, in questo scenario, l’aereo assumerebbe la doppia
funzione di obiettivo materiale e simbolico.
E proprio la
dimensione simbolica è essenziale per comprendere e tracciare i confini del
terrorismo, in cui il terrorista non colpisce soltanto ciò che vuole distruggere,
ma ciò che vuole rappresentare. E proprio l’aviazione civile conserva, venticinque
anni dopo l’11 settembre, uno straordinario valore simbolico poiché l’aereo
è uno spazio chiuso, incontrollabile per chi viaggia, tecnologicamente
complesso e vulnerabile all’azione di pochissimi individui; ed è soprattutto
uno strumento capace di trasformare un numero limitato di vittime potenziali in
un pubblico globale composto da milioni di spettatori. In questa prospettiva l’attacco
diventa strumento di comunicazione e condizionamento psicologico con evidenti
ripercussioni in termini di percezione della minaccia, paura, e anche eccesso
di reazione.
L’effetto strategico di un attacco fallito:
il blocco funzionale
Quando il
terrorismo fallisce ottiene comunque un risultato. Qualunque esso sia, gioca a
favore del terrore. Il fatto che l’aereo non sia precipitato non significa che
l’eventuale attentato, qualora ne fosse confermata la natura terroristica, sia
stato completamente inefficace: il successo o il fallimento di un atto
terroristico non possono essere misurati soltanto attraverso il numero delle
vittime ma è necessario osservare gli effetti prodotti, il cui esito è il “blocco
funzionale”, il concetto che ho voluto introdurre nell’ambito dell’analisi del
terrorismo e che si conferma sempre più come determinante e forse vero
risultato perseguito e ottenuto dal terrorismo. Il blocco funzionale è
l’effetto attraverso il quale un’azione terroristica, indipendentemente dal suo
successo tattico, determina una riduzione, interruzione o alterazione delle
normali funzioni del sistema colpito, imponendo costi, modificazioni
comportamentali, nuove misure di sicurezza e una riallocazione delle risorse
L’episodio ha
determinato l’attivazione delle procedure di emergenza, il decollo di velivoli
militari israeliani, il coinvolgimento delle autorità saudite, l’intervento dei
servizi di sicurezza israeliani, una crisi diplomatica e operativa
potenzialmente complessa e, soprattutto, una immediata revisione delle
procedure di sicurezza. Israele ha già annunciato l’intenzione di rafforzare i
controlli sui piloti dei voli diretti verso il Paese. E questo è proprio il blocco
funzionale: la capacità di un’azione violenta di imporre modificazioni del
comportamento, dei protocolli e dell’allocazione delle risorse anche senza
raggiungere pienamente l’obiettivo tattico.
Il terrorismo funziona quando obbliga il
sistema colpito a reagire.
Ogni nuovo
controllo ha un costo, così come ogni procedura aggiuntiva richiede personale,
tempo, infrastrutture e, ancora, ogni percezione di vulnerabilità modifica il
comportamento del pubblico. In questo senso, persino un attentato materialmente
fallito può produrre un risultato funzionale.
Ma è insito anche
un effetto sul fronte opposto, in cui una reazione sproporzionata può
amplificare indirettamente gli effetti dell’azione; e una delle sfide della
sicurezza contemporanea consiste precisamente nel rafforzare la capacità di
prevenzione senza trasformare ogni vulnerabilità in un moltiplicatore
permanente della paura.
E qui non
possiamo che evidenziare il peso crescente proprio della vulnerabilità
cognitiva, che si colloca sul piano informativo e comunicativo. Nelle prime ore
successive all’incidente sono circolate interpretazioni molto differenti tra le
quali una lite tra piloti, uno russo e l’altro ucraino, un tentato
dirottamento, attacco suicida, terrorismo jihadista.
È una dinamica
prevedibile quando l’informazione viaggia più velocemente dell’investigazione. E
quando l’evento contiene elementi fortemente simbolici quali un aereo, Israele,
un aggressore musulmano, l’ipotesi di un tentativo di schianto, il processo
attraverso il quale l’opinione pubblica costruisce una spiegazione tende
inevitabilmente a precedere quello attraverso il quale gli investigatori
raccolgono le prove.
E questa
vulnerabilità cognitiva sposta il suo baricentro dal controllo dell’aeromobile
a quello della narrazione.
In questa
prospettiva, accettare immediatamente la natura dell’aggressore come «terrorista
jihadista» prima che ne siano note le motivazioni, è comprensibile sul piano dell’opportunità
(opportunismo) politico o emotivo, ma analiticamente rischia di anticipare le
conclusioni. Ma attenzione, perchè vale anche il contrario: escludere
aprioristicamente il terrorismo sarebbe altrettanto metodologicamente scorretto,
prima che un grande errore in termini di prevenzione e contrasto della minaccia
terroristica.
La risposta forse
sta nella capacità di mantenere separate le tre dimensioni di ciò che sappiamo,
di ciò che riteniamo probabile e di ciò che dobbiamo ancora dimostrare.
Ciò che sappiamo
è che un copilota ha aggredito violentemente il comandante di un volo diretto a
Tel Aviv, che l’aeromobile ha subito una perdita di quota estremamente rapida,
che è stato trasmesso il codice previsto per un’interferenza illecita, che l’aggressore
è stato neutralizzato, che un equipaggio di riserva ha ripreso il controllo del
velivolo e che l’uomo è ora sotto custodia saudita. Ciò che le autorità
israeliane sostengono è che l’uomo abbia deliberatamente tentato di far
precipitare il velivolo e che possa essersi trattato di terrorismo jihadista:
attendiamo la conferma.
La questione non
è dunque come sia stato possibile introdurre un coltello in una cabina di pilotaggio,
ma e qualcosa di più complesso, ossia come si possa garantire, nel tempo, l’affidabilità
di un individuo al quale viene affidato il controllo di un sistema capace, se
utilizzato deliberatamente in modo ostile, di trasformarsi in un’arma? Forse è
opportuno cominciare a ragionare su questa domanda.
Venticinque anni dopo l’11 settembre: al‑Qaida non ha vinto, ma il jihadismo è diventato globale.
di Claudio Bertolotti.
Momento di bilanci: l’11 settembre e la guerra al terrore sono stati un fallimento? E, se l’Occidente ha fallito, al‑Qaida ha vinto?
Io parlerei di un fallimento strategico parziale, perché occorre distinguere
i diversi livelli. Sul piano tattico e operativo, l’Occidente ha ottenuto
risultati rilevanti: ha distrutto santuari, eliminato leader, smantellato
catene di comando, impedito ad al‑Qaida di replicare un’operazione della
portata dell’11 settembre e, successivamente, ha abbattuto il califfato
territoriale dello Stato islamico.
Il fallimento è stato politico e strategico. Si è pensato di poter
sconfiggere militarmente non soltanto un’organizzazione, ma un fenomeno
ideologico e sociale. E si è finito per sovrapporre lotta al terrorismo,
cambiamento di regime e costruzione dello Stato. L’Iraq ha creato il vuoto nel
quale è cresciuto lo Stato islamico; l’Afghanistan si è concluso con il ritorno
al potere dei talebani.
Ma il fallimento dell’Occidente non coincide automaticamente con la vittoria di al‑Qaida. Al‑Qaida non ha rovesciato i regimi arabi, non ha espulso l’Occidente dal mondo musulmano e non ha costruito il califfato universale. Bin Laden ha però ottenuto un risultato indiretto: trascinare gli Stati Uniti in guerre lunghe e costose, polarizzare le società e trasformare il jihad da progetto di un’organizzazione in un fenomeno globale. Al‑Qaida non ha vinto la guerra, ma l’Occidente è entrato, almeno in parte, nella trappola strategica preparata da al‑Qaida.
El Difraoui sostiene che il jihadismo non sia mai stato così diffuso, pur non essendo necessariamente più forte. Sei d’accordo? Qual è il pericolo?
Sì, sono d’accordo, purché non si confonda la diffusione con la forza. Nel
2001 il jihadismo era concentrato in pochi teatri e dipendeva maggiormente da
organizzazioni, leader e santuari. Oggi è molto meno centralizzato, ma è
presente dall’Afghanistan al Sahel, dal Corno d’Africa allo Yemen, fino alle
comunità virtuali e agli individui radicalizzati in Europa.
Il paradosso è evidente anche nei numeri: secondo ReaCT, il nostro rapporto
annuale, nel 2025 il 92 per cento delle azioni jihadiste in Europa è stato
compiuto da individui e la metà ha avuto carattere emulativo; allo stesso
tempo, dal 2022 nessun attentato ha conseguito un vero successo strategico. Il
jihadismo è dunque più diffuso, ma non necessariamente più capace.
Ed è proprio questa dispersione a rappresentare il pericolo. Una minaccia diffusa è meno visibile, più resiliente e non ha bisogno di una grande organizzazione centrale. È sufficiente una narrazione globale che un gruppo locale possa adattare alla propria guerra o che un singolo individuo possa trasformare in violenza di prossimità. Non dobbiamo quindi lasciarci rassicurare dall’assenza di grandi attentati coordinati: la minaccia contemporanea è meno spettacolare, ma più ubiqua, frammentata e difficile da anticipare.
.Quale eredità ritroviamo nei gruppi jihadisti contemporanei? Che cosa hanno imparato in questi venticinque anni?
Hanno imparato, anzitutto, che sopravvivere è più importante che controllare
un territorio. I grandi campi di addestramento, le gerarchie rigide e le
strutture visibili possono essere individuati e distrutti. Una rete
clandestina, un sistema di franchising o una costellazione di cellule autonome,
invece, può perdere i propri leader e continuare a operare.
Hanno poi imparato a collegare l’ideologia globale alle rivendicazioni
locali. Al‑Qaida ha progressivamente affidato il proprio marchio a gruppi
radicati nei conflitti africani, mediorientali e asiatici; lo Stato islamico ha
perfezionato l’esternalizzazione della violenza, trasformando simpatizzanti e
individui radicalizzati in strumenti tattici autonomi.
La terza lezione riguarda il tempo. Le democrazie ragionano sulla durata dei
governi e delle missioni militari; i movimenti jihadisti possono attendere
anni. Il ritorno dei talebani a Kabul, pur appartenendo a una prospettiva
prevalentemente nazionale, è stato utilizzato dalla propaganda jihadista come
dimostrazione che la perseveranza può logorare anche una potenza superiore.
Infine, hanno compreso che l’obiettivo dell’attentato non è soltanto uccidere.
È provocare una reazione, alimentare paura, polarizzazione e ostilità verso le
comunità musulmane, rendendo credibile la narrativa del “noi contro loro”. In
sintesi, l’Occidente ha imparato a decapitare le organizzazioni; i jihadisti
hanno imparato a sopravvivere alla decapitazione. Ed è questo il lascito più
insidioso dei venticinque anni successivi all’11 settembre.
Geopolitica della nota: soft power, trauma acustico e guerra cognitiva
di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale
Quando analizziamo
le direttrici del potere globale, la nostra attenzione si rivolge quasi istintivamente
ai palazzi della politica, agli spiegamenti militari e ai flussi
macroeconomici. Esiste tuttavia una sfera dell’influenza strategica più sottile
e meno visibile, capace di agire sulla regolazione emotiva, sul sistema nervoso
autonomo e sulla disposizione interiore delle collettività: il dominio
acustico.
L’apparato
uditivo, a differenza di quello visivo, non può essere semplicemente sottratto
al mondo esterno attraverso un gesto volontario. Anche quando non ascoltiamo
intenzionalmente, restiamo immersi in un ambiente sonoro che ci attraversa,
orienta la vigilanza, può modificare il ritmo respiratorio e contribuisce a
delineare un orizzonte affettivo. La ricerca sull’esperienza musicale ha
mostrato come i suoni organizzati possano indurre risposte emotive attraverso
diversi meccanismi: riflessi del tronco encefalico, contagio emotivo,
immaginazione visiva, aspettativa musicale, memoria episodica e condizionamento
valutativo (Juslin & Västfjäll, 2008).
Dietro la parvenza
innocente dell’intrattenimento estetico, il suono opera come uno dei più
raffinati strumenti di orientamento delle preferenze comunitarie, collocandosi
nel cuore del soft power codificato da Joseph Nye (1990). Questo vettore
comunicativo seduce prima di spiegare e genera familiarità psicologica prima di
produrre un’adesione razionale. Modellando un paesaggio mentale entro cui un
popolo percepisce sé stesso, la musica non impone ordini, ma traduce una
matrice culturale in una visione del mondo avvertita come spontanea e
desiderabile.
Il
suono del “noi”: melodramma, egemonia e mente collettiva
La convergenza tra
strutture musicali, senso di appartenenza e proiezione geopolitica non è un
fenomeno della contemporaneità digitale. Secoli prima delle moderne strategie
di influenza, il teatro lirico italiano ha funzionato come una vera e propria
fucina della memoria collettiva, capace di esportare il patrimonio culturale
del Paese ben oltre i suoi limiti territoriali.
L’opera ha
compreso precocemente che l’egemonia, per sedimentarsi, deve anche farsi suono.
Il coro operistico rappresenta in questo senso una figura psichica della
coesione del gruppo: dà forma acustica a un “noi”, traducendo sulla scena una
mente di gruppo in cui il sentimento del singolo si dissolve nell’affetto
comune. È un meccanismo potente, capace di generare solidarietà e riti comuni,
ma anche di irrigidirsi in conformismo, pressione sociale e totale abdicazione
del pensiero critico individuale.
In Giuseppe Verdi
questa dinamica trova il suo paradigma. Il “Va, pensiero” del Nabucco ne
è la dimostrazione più nota: è stato spesso letto come una forma sonora di
appartenenza collettiva, capace di trasformare perdita e nostalgia in
immaginario politico condiviso. Ma è in Aida che questo processo rivela
la sua sfaccettatura più interessante. Se la “Marcia trionfale” magnifica il
potere faraonico trasformandolo in uno splendore solenne e inevitabile, la
sensibilità verdiana lascia emergere i costi psichici latenti del dominio.
Dietro la gloria della facciata pubblica coesistono prigionieri, sacrifici e
lacerazioni esistenziali.
Nel “Te Deum”
della Tosca di Giacomo Puccini, questo chiaroscuro si sposta sul piano
religioso: la maestosità della liturgia diventa lo sfondo sonoro entro cui si
inscrive la strategia predatoria di Scarpia. La musica si trasforma in uno
spazio di ambiguità politica, dove l’elevazione spirituale della massa fa da
paravento alla violenza del sopruso sul singolo.
Nella tradizione
tedesca, Richard Wagner sposta il baricentro dal coro al tessuto orchestrale
attraverso l’impiego sistemico del leitmotiv. Il motivo ricorrente non è
un mero espediente formale, bensì una traccia mnestica che orienta
associazioni, anticipazioni e riconoscimenti nell’ascoltatore. La percezione
viene così guidata all’interno di una narrazione ideologica strutturata attorno
a precise tensioni mitologiche e simboliche.
Il
suono della Guerra Fredda: jazz, disciplina e desiderio d’Occidente
La forza del
melodramma di generare collettività attorno a specifiche visioni del mondo è
uscita dai teatri d’opera nel corso del Novecento per integrarsi stabilmente
nelle agende di sicurezza e politica estera delle superpotenze. Durante lo
scontro bipolare, il palcoscenico è divenuto a tutti gli effetti un’estensione
del confronto globale.
Nonostante i
contrasti logistici e ideologici con i singoli musicisti – come Duke Ellington
e Louis Armstrong –, la jazz diplomacy avviata dal Dipartimento di Stato
degli Stati Uniti nel 1956 con Dizzy Gillespie (Castagneto, 2014) si rivelò
un’efficace operazione di diplomazia culturale e orientamento simbolico.
L’assolo jazzistico si trasformò nella metafora perfetta dell’Occidente:
l’espressione di un soggetto libero, in grado di improvvisare dentro una
struttura condivisa senza venire assorbito dallo Stato.
A questa
flessibilità della narrazione statunitense, l’Unione Sovietica oppose una
strategia di prestigio culturale basata sulla monumentalità, sul rigore e sulla
superiorità tecnica della musica classica e del balletto del Bol’šoj. L’obiettivo
di Mosca era dimostrare l’eccellenza del sistema socialista nel produrre una
disciplina collettiva impeccabile, destinata a tradursi in prestigio formale e
a contrapporre la solidità della tradizione alla fluidità occidentale.
Un esempio emblematico della capacità del suono di scavalcare i confini fisici e simbolici fu il concerto dei Depeche Mode a Berlino Est nel marzo del 1988. La sensibilità elettronica e malinconica della band britannica generò una perturbazione culturale di natura peculiare: in assenza di proclami ideologici espliciti, quella musica fece percepire la tangibilità di un “altrove” desiderabile. Si tratta di una forma specifica di soft power acustico che potremmo definire “nostalgia anticipata”: la capacità di un suono di agire sull’immaginario evocando come familiare un modello di esistenza non ancora vissuto. Non è la promessa di un manifesto programmatico, ma qualcosa di più sottile e difficile da neutralizzare: l’intima certezza che una vita alternativa appartenga già all’ascoltatore.
Il
suono come assedio: droni, trauma acustico e guerra cognitiva
Nelle asimmetrie
contemporanee, il dominio acustico esce dalle sale d’opera e dagli spazi della
diplomazia culturale per entrare direttamente nelle dinamiche tattiche della
guerra cognitiva, fino a configurare una vera e propria militarizzazione del
suono. L’impiego massiccio e pervasivo dei sistemi aerei senza pilota nei
teatri bellici attuali ha ridefinito in profondità l’orizzonte sensoriale dei
combattenti e delle popolazioni civili (Pino & Pettigrew, 2024).
Il ronzio continuo
e ad alta frequenza dei droni, storicamente indicato nel conflitto a Gaza con
il termine zanzana, compone un paesaggio sonoro permanente, una sorta di
assedio acustico in cui il rumore non accompagna soltanto la minaccia, ma
diventa esso stesso minaccia (Ahmed & González Paz, 2024). In questo
ambiente percettivo alterato, persino l’improvvisa cessazione del suono non
coincide con il sollievo. Al contrario, può aprire a un’angoscia più intensa:
l’assenza del sibilo elettronico viene interpretata come il segnale che il
bersaglio sia stato individuato e che, alla perturbazione acustica, possa seguire
di lì a poco l’impatto missilistico.
L’esposizione
prolungata a questa minaccia sonora agisce allora come un innesco psicologico
profondo. Riattiva forme latenti di ansia anticipatoria, che richiamano lo shell
shock della Prima guerra mondiale, e alimenta stati di ipervigilanza
cronica, fino a incidere anche sul piano biologico. È il caso di una sorta di alert
sleep (Ahmed & González Paz, 2024): un sonno vigile e abitato dalla
paura. Dal punto di vista clinico, ciò riflette uno stato di iperattivazione
cronica in cui il sistema nervoso resta in sorveglianza, faticando ad accedere
alle fasi più profonde e realmente riparative del riposo (Pace-Schott et al.,
2015).
Nell’epoca dei
conflitti digitali, questa dimensione acustica non resta confinata al campo di
battaglia, ma viene scomposta, rilanciata e amplificata dai social network. Come
suggerisce il caso ucraino, analizzato attraverso dataset di contenuti TikTok,
la rappresentazione della guerra può essere rapidamente riconfigurata in
formati brevi, emotivamente densi e facilmente condivisibili (Steel et al.,
2023).
I video ripresi
dalla visuale soggettiva dei droni, così come quelli dei grandi esacotteri
notturni, vengono montati e diffusi online con colonne sonore cupe e
minacciose. Non documentano soltanto la guerra: ne amplificano l’effetto
psicologico. La loro circolazione porta la minaccia oltre la linea del fronte,
alimentando la percezione che anche le retrovie siano esposte e che nessun
riparo sia davvero sicuro.
Il digitale si
appropria così del suono della guerra e lo trasforma in uno strumento di
condizionamento diffuso. L’orrore acustico non resta più confinato al luogo
dell’evento, ma diventa un ambiente virtuale e pervasivo, capace di
attraversare lo schermo e raggiungere anche chi osserva da lontano.
L’ecosistema
digitale come cassa di risonanza: K-pop, canzoni di rivolta e nasheed
jihadisti
Il medesimo
ecosistema digitale che amplifica e diffonde il trauma acustico della guerra
non è però uno spazio monofunzionale. Accanto alle colonne sonore della
violenza circolano flussi sonori di tutt’altra natura, ugualmente capaci di
attraversare confini, plasmare identità e mobilitare collettività. La
differenza non è nel mezzo, ma nell’intenzione e nell’effetto.
Un uso diverso di
questa forza si ritrova nella Hallyu, l’onda culturale coreana, e nel
K-pop, sostenuti dal governo di Seul come strumenti di diplomazia pubblica e soft
power. Attraverso YouTube, X e TikTok, il K-pop ha costruito una
connettività globale fondata sui fandom, capace di incidere sull’immaginario
giovanile in Occidente e nei mercati emergenti (Zulkifli, 2025). Questa
partecipazione diffusa mostra però che lo stesso ambiente digitale può
veicolare emozioni molto diverse.
Nel settembre
2022, il brano Baraye del musicista Shervin Hajipour si è diffuso
rapidamente nell’ecosistema digitale iraniano. Costruita a partire dai tweet
dei cittadini che protestavano dopo la morte della giovane curda Jina Mahsa
Amini, la canzone è diventata in quarantotto ore un inno transnazionale delle
proteste. Ha mostrato così come testo, memoria personale e ambiente digitale
possano raccogliere rivendicazioni diverse – dalla repressione religiosa alle
crisi ecologiche ed economiche – in un oggetto sonoro capace di aggirare la
censura di Stato e alimentare la memoria collettiva anche dopo l’arresto
dell’autore (Olszewska, 2022).
La capacità del
suono di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore e di attenuarne la distanza
critica trova una delle sue espressioni più estreme nell’uso dei nasheed
da parte dello Stato Islamico: inni religiosi a cappella trasformati in
strumenti di mobilitazione ideologica. A differenza della propaganda visiva o
testuale, i nasheed non cercano di convincere attraverso
l’argomentazione, ma agiscono per via ritmica, ripetitiva e mnestica. La
guerra, la brutalità, il riscatto dall’umiliazione e la promessa di una gloria
terrena e ultraterrena ne costituiscono i nuclei tematici ricorrenti. La loro
forza risiede anche nella forma: le strutture ritmiche della poesia araba
tradizionale e l’uso della monorima favoriscono la memorizzazione e
l’interiorizzazione del messaggio. Attraverso immagini potenti – il sangue, i
leoni, il martirio – il nasheed non si limita a comunicare un’idea ma
interviene sulla dimensione identitaria profonda dell’ascoltatore. La rete, in
questo quadro, non si limita a distribuire contenuti. Diventa una cassa di
risonanza psicologica, nella quale il suono, inserito nel flusso multimediale
digitale, sostiene una mobilitazione emotiva e ideologica diffusa,
decentralizzata e globale (Gråtrud, 2016).
Pur nella loro
radicale eterogeneità, K-pop, Baraye e nasheed jihadisti
condividono un medesimo meccanismo di fondo: il suono non veicola un contenuto
ideologico solo attraverso la persuasione razionale, ma costruisce un ambiente
emotivo nel quale una determinata visione del mondo può apparire naturale,
desiderabile o necessaria. La trasparenza del processo e la sua direzione etica
cambiano profondamente da caso a caso; la struttura psicologica sottostante,
tuttavia, rimane riconoscibile.
In ultima analisi,
si ritorna alla logica del “Te Deum” di Tosca: il suono non accompagna
semplicemente il potere. Lo mette in scena, lo sacralizza e lo rende
emotivamente familiare.
Conclusioni
Il punto di caduta
decisivo nell’analisi del potere sonoro risiede proprio in questa modificazione
preventiva della disposizione affettiva dell’individuo affinché quella
specifica conclusione appaia, in un secondo momento, del tutto naturale. Ciò
che viene assimilato tramite il canale sensoriale ed emotivo tende a essere
interiorizzato, memorizzato e difeso con maggiore vigore.
Eppure il dominio
acustico non è esclusivo appannaggio di chi detiene il potere. Nei contesti
attraversati dalla guerra, dal trauma collettivo e dalla frammentazione
dell’esperienza, cantare, suonare o riconoscersi in una traccia condivisa può
diventare un gesto minimo ma decisivo di resistenza alla disgregazione. Questa
funzione controegemonica del suono rivela l’ambivalenza profonda del dominio
acustico. Lo stesso mezzo impiegato per radicalizzare, anestetizzare o
manipolare può diventare, nelle mani di chi resiste, una trama attraverso cui
una comunità ferita continua a riconoscersi e a immaginare sopravvivenza.
La linea di
demarcazione tra la diplomazia culturale legittima e la manipolazione
percettiva risiede nel grado di trasparenza, nell’intenzionalità dell’attore e
nello spazio di dissenso e riflessione critica concesso all’ascoltatore.
L’opera lirica ha
codificato e reso visibile questa intrinseca ambivalenza prima di ogni altro
medium. Una medesima partitura possiede la facoltà di unire ed elevare le
coscienze, ma può parimenti esasperare il nazionalismo escludente,
anestetizzare la distanza critica del pubblico e rendere esteticamente
affascinante ciò che sul piano della realtà oggettiva risulterebbe
intollerabile.
Riferimenti
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Quando la fragilità incontra l’ideologia: psicopatologia, radicalizzazione e terrorismo contemporaneo
di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale
Oltre la falsa alternativa tra terrorismo e
follia
Ogni volta che
un episodio di violenza estrema irrompe nello spazio pubblico, emerge quasi
automaticamente la stessa domanda: terrorismo o follia individuale? Il
dibattito tende a oscillare tra due semplificazioni opposte: da un lato la
patologizzazione automatica dell’autore, dall’altro una lettura esclusivamente
ideologica, come se il soggetto radicalizzato fosse sempre pienamente razionale
e impermeabile alla sofferenza psichica. Entrambe le interpretazioni, se
assunte in modo rigido, impediscono una comprensione davvero utile del
fenomeno.
Più che un’alternativa
secca, il problema riguarda il punto in cui una fragilità individuale incontra
una narrazione capace di darle forma, significato e direzione. Il rapporto tra
disagio e ideologia non è lineare: la sofferenza psichica può precedere l’adesione
radicale, ma trova nell’ideologia una cornice in cui canalizzarsi e assumere un
senso. Questo processo – la radicalizzazione violenta – porta l’individuo ad
adottare idee che possono condurre al sostegno o alla realizzazione di atti
terroristici, un fenomeno la cui espansione è oggi strettamente legata alle
dinamiche della rete (Parlamento europeo, 2023). Non si tratta di una diagnosi
clinica, ma di un fenomeno dinamico e multifattoriale, che prende forma dentro
specifici contesti biografici, relazionali, sociali e digitali.
Negli ultimi
anni il tema è tornato con particolare insistenza di fronte a episodi compiuti
da soggetti isolati (lone actors), spesso segnati da emarginazione,
rancore sociale, esposizione online e riferimenti ideologici disorganici. È
proprio questa zona grigia, in cui il disagio individuale si mescola all’immaginario
estremista, a rendere più difficile distinguere tra sofferenza psichica e
adesione ideologica, valutando il reale rischio di passaggio all’atto. A
conferma di questa minaccia composita e ideologicamente diversificata, i dati
dell’Europol TE-SAT 2025 segnalano che nel 2024 sono stati registrati nell’Unione
europea 58 attacchi terroristici (tra completati, falliti e sventati) in 14
Stati membri. Di questi, 24 sono stati attribuiti al terrorismo jihadista – in
aumento rispetto ai 14 dell’anno precedente – che si conferma come la forma di
terrorismo più letale con cinque vittime uccise e 18 feriti (Europol, 2025).
Sul piano
strettamente clinico, c’è chiarezza su un punto: la maggioranza delle persone
con disturbi psichiatrici non commette atti violenti, ed è anzi più spesso
vittima che autrice di aggressioni. Allo stesso tempo, molti soggetti coinvolti
in attività terroristiche non presentano diagnosi psichiatriche rilevanti. Il
disturbo mentale, dunque, non rappresenta una spiegazione sufficiente o un
nesso di causalità diretta con la violenza ideologica (Borum, 2011), ma può
funzionare come fattore di vulnerabilità, soprattutto quando si combina con
umiliazione, isolamento, crisi identitaria e ricerca di appartenenza.
Fragilità
psichica e radicalizzazione
I dati
scientifici disponibili sul rapporto tra disturbi psichiatrici,
radicalizzazione e terrorismo invitano alla massima prudenza. Una revisione
sistematica della letteratura (Trimbur et al., 2021) ha rilevato percentuali
molto variabili di disturbi psichiatrici nelle popolazioni radicalizzate (tra
il 6% e il 41%) e tra i terroristi (tra il 3,4% e il 48,5%), riscontrando una
maggiore frequenza nei lone actors rispetto ai soggetti inseriti in
gruppi organizzati e strutturati. Gli autori non individuano un’associazione
significativa e generalizzabile, sottolineando la scarsa qualità metodologica
di molti studi e la necessità di valutazioni standardizzate.
Questo punto è
essenziale: non bisogna trasformare il terrorismo in un mero sintomo
psichiatrico. Al contempo, però, non si può escludere la dimensione clinica dai
percorsi individuali. In determinati casi la fragilità psichica può aumentare
la recettività verso
narrazioni capaci di dare un nome e un bersaglio al malessere, offrendo un
ancoraggio simbolico che riempie il vuoto di senso. Va chiarito che fragilità
non significa inevitabilità. La presenza di disagio, trauma o sintomi non
conduce automaticamente alla violenza; ciò che fa la differenza è la complessa
convergenza tra la vulnerabilità del singolo e l’esposizione a stimoli
radicalizzanti.
Il web come ambiente cognitivo e acceleratore
identitario
Le piattaforme
digitali vanno comprese come veri e propri ambienti cognitivi ed emotivi, spazi
nei quali paura, rabbia, risentimento e bisogno di appartenenza vengono
amplificati, normalizzati e resi condivisibili. La propaganda contemporanea
agisce ben oltre la persuasione razionale: coinvolge l’interiorità del
soggetto, polarizza, produce identificazione e orienta il comportamento
attraverso l’attivazione di fragilità affettive. In questo senso, il web non
genera dal nulla il radicalismo; opera piuttosto per accumulazione ed
esposizione ripetuta, accelerando tendenze già presenti, moltiplicando le
conferme e riducendo il contatto con prospettive alternative.
Tale
evoluzione si inscrive nel vasto scenario della guerra cognitiva contemporanea,
in cui il conflitto investe le modalità attraverso cui le persone percepiscono
la realtà e costruiscono la propria identità. All’interno di questo ecosistema,
i contenuti ad alto impatto emotivo e le teorie del complotto trovano una
circolazione privilegiata, contribuendo a creare camere d’eco in cui la
complessità si perde e il pensiero radicale può attecchire con più facilità. È
dentro queste vulnerabilità che si inseriscono le organizzazioni estremiste.
Esse offrono spiegazioni semplici a problemi complessi, trasformano il disagio
in militanza e ordinano il mondo secondo una logica dicotomica: noi contro
loro, puri contro corrotti, vittime contro persecutori. Questa struttura
binaria risulta profondamente seduttiva per soggetti che vivono
disorientamento, marginalità o frammentazione interiore. Non si tratta solo di
una dottrina a cui aderire, ma di una struttura cognitiva che promette rivalsa
e punti di riferimento saldi. Se in passato il pensiero persecutorio poteva
rimanere confinato nello spazio individuale, oggi internet consente a
convinzioni estreme di trovare conferma continua, comunità di riferimento e
legittimazione reciproca.
La centralità
dell’ambiente digitale è ormai riconosciuta anche a livello normativo. Il
Regolamento europeo sulla diffusione di contenuti terroristici online,
applicabile dal 7 giugno 2022, introduce un obbligo stringente di rimozione
entro un’ora dall’identificazione dei contenuti (Commissione europea, sd).
Vulnerabilità psicologiche e ricerca di
significato
Come
evidenziato dalla letteratura scientifica, non esiste un profilo unico del
terrorista (Borum, 2011). Entrano tuttavia in gioco specifiche fragilità
psicologiche e relazionali capaci di indebolire le difese individuali di fronte
alla propaganda: impulsività, rigidità cognitiva, tratti paranoidi, traumi
irrisolti e una rabbia cronica che si nutre di un profondo bisogno di
riconoscimento.
In tale
prospettiva, risulta particolarmente utile il concetto di quest for significance
descritto da Arie Kruglanski: il bisogno di sentirsi importanti, riconosciuti e
necessari può orientare alcuni individui verso ideologie radicali capaci di
promettere una rivalutazione di sé, affiliazione e una missione salvifica
(Kruglanski et al., 2014). L’ideologia, allora, non offre soltanto una
spiegazione del mondo, ma restituisce al soggetto una posizione nel mondo: alla
frammentazione interna oppone coerenza; all’umiliazione o alla vergogna
promette riscatto; alla solitudine offre legame; all’impotenza consegna un
mandato d’azione, una forma di agency.
A questo si collega un altro concetto decisivo: la need for cognitive closure, cioè il bisogno di ridurre l’ambiguità e chiudere rapidamente il campo delle possibilità interpretative (Webber et al., 2018). Le narrative estremiste rispondono perfettamente a questa urgenza perché azzerano le sfumature della realtà e la riconducono a una certezza morale: il dolore trova un colpevole, l’incertezza una spiegazione definitiva e il disorientamento un bersaglio contro cui indirizzare l’azione. In soggetti già esposti a crisi identitarie o a inclinazioni persecutorie in cui l’ambiente viene percepito come costantemente ostile, questo sistema coerente di conferme risulta estremamente attraente.
Quando
l’ideologia prende il posto della regolazione emotiva
Il passaggio più
delicato di questo percorso avviene quando l’ideologia smette di essere un
semplice insieme di convinzioni e diventa un vero e proprio sistema di
regolazione emotiva. In questa fase, la rabbia individuale viene legittimata
come giustizia, la vergogna viene idealizzata e trasformata in martirio, la marginalità
diventa elezione spirituale o politica e la violenza si presenta come un dovere
morale. Il soggetto non agisce più soltanto “in nome di” un’idea: si sente
realizzato, autorizzato e protetto da quella stessa visione.
Qui interviene il
meccanismo del moral disengagement (disimpegno morale), ovvero la
dinamica attraverso cui l’individuo sospende i normali freni etici che
impediscono di infliggere danno ad altri. La disumanizzazione del nemico, la
minimizzazione del danno, la giustificazione superiore e lo spostamento di
responsabilità rendono l’atto violento psicologicamente praticabile e
moralmente capovolto (Bandura, 1999). Non si tratta più di una trasgressione,
ma di una riorganizzazione interiore che autorizza la violenza.
Nelle traiettorie
a più forte impronta individualizzata, subentra infine una forma di identity
fusion (fusione dell’identità): il soggetto fonde il proprio Sé con la
causa fino a percepire l’attacco al gruppo o alla dottrina come un attacco
diretto alla propria persona. Questo rende l’attivazione violenta non solo
accettabile, ma vissuta come prova di autenticità, coerenza e fedeltà assoluta
(Swann et al., 2014).
Trauma
collettivo e mentalità d’assedio
La chiusura
identitaria prende forma anche nell’intreccio profondo tra ferite individuali e
traumi collettivi non elaborati. Il trauma collettivo, quando resta privo di
spazi simbolici e istituzionali di elaborazione, può trasformarsi in una
vulnerabilità condivisa: una disposizione emotiva che rende più persuasive le
narrazioni di accerchiamento, declino e vendetta. Pandemia, conflitti globali,
terrorismo, instabilità geopolitica e crisi economiche hanno alimentato un
diffuso senso di precarietà e sfiducia nei contesti democratici.
In questo scenario
si diffonde una sorta di mentalità d’assedio: la percezione che il proprio
gruppo di riferimento sia costantemente minacciato, umiliato o destinato al
declino. Quando l’angoscia sociale
incontra una narrativa estremista, la violenza collettiva viene ridefinita,
apparendo come legittima difesa e reazione necessaria a una minaccia. Il
singolo smarrisce così la percezione del proprio agire distruttivo,
inscrivendolo in un mandato di protezione del gruppo. Là dove il tessuto
sociale si frammenta e mancano spazi condivisi per riconoscere ed elaborare la
vulnerabilità, l’estremismo offre una risposta disfunzionale ma potente,
promettendo protezione e inclusione.
Segnali
deboli e prevenzione precoce
A volte si
incontra una persona che non appare radicalizzata in senso evidente, ma si
mostra progressivamente meno raggiungibile. Il suo linguaggio si restringe e si
irrigidisce su posizioni assolute, la sofferenza assume una forma persecutoria,
i rapporti si chiudono e la complessità viene respinta. È in questa zona
intermedia, prima del consolidamento ideologico, che la prevenzione può ancora
utilmente intercettare il percorso di deriva.
Parlare di segnali
deboli non significa trasformare la sofferenza psichica in sospetto. Significa
riconoscere alcuni indicatori di una progressiva chiusura cognitiva: isolamento
crescente e ritiro sociale; schemi di pensiero fortemente polarizzati; fascinazione
per la vendetta e fantasie apocalittiche; perdita di flessibilità mentale e di
tolleranza dell’ambivalenza; assorbimento totalizzante in circuiti digitali e
spazi virtuali autoreferenziali.
Questi elementi non sono indicatori immediati di pericolosità e devono sempre essere interpretati con prudenza, all’interno di una valutazione competente e multidisciplinare. Tuttavia, ignorarli significherebbe perdere la possibilità di intervenire quando il disagio è ancora permeabile al cambiamento, prima che l’architettura identitaria si strutturi in modo definitivo. In definitiva, la radicalizzazione può essere compresa come una patologia della complessità: un processo che disimpara le sfumature della realtà e sottrae all’altro il suo statuto umano.
Le analisi del
Radicalisation Awareness Network (RAN, 2024) confermano che non esiste una
causa unica che porti all’estremismo violento. Di conseguenza, le fonti
scientifiche e istituzionali convergono sulla necessità di un approccio
integrato. Una prevenzione efficace non può limitarsi alla sola rimozione dei
contenuti estremisti o alla sorveglianza. Deve saper riconoscere le condizioni
psicologiche e sociali che rendono quei contenuti desiderabili per chi li
incontra in un momento di crisi.
Serve quindi un
lavoro sinergico e strutturato che veda cooperare attivamente salute mentale,
scuola, servizi sociali, programmi di deradicalizzazione, monitoraggio online,
intelligence e forze dell’ordine, poiché il fenomeno si colloca esattamente all’incrocio
tra clinica, cultura digitale e sicurezza.
In un ecosistema
in cui le minacce attraversano l’attenzione, la memoria e l’identità, la
protezione della società passa dalla capacità di comprendere come le menti
vengono orientate. Una clinica della sicurezza cognitiva si propone di formare
operatori capaci di leggere, accanto ai messaggi estremisti, i processi
psichici che ne sostengono l’efficacia. In questo senso, la prevenzione precoce
deve includere: alfabetizzazione emotiva e digitale; educazione alla
complessità e al pensiero critico; sostegno strutturato ai legami sociali e
interventi sul disagio marginale; costruzione di contesti sani in cui la
ricerca di senso e l’esigenza di valore individuale non vengano intercettate
soltanto da narrative distruttive.
Conclusione
La
radicalizzazione, nei suoi percorsi più complessi, non nasce semplicemente dall’incontro
tra un individuo e una dottrina estremista. Nasce quando quella narrazione
riesce a intercettare una ferita, a strutturare un vuoto, a trasformare una
sofferenza in identità e l’identità in missione. È in questo spazio, fragile e
pericoloso, che clinica, prevenzione e sicurezza devono imparare a dialogare in
modo permanente. Comprendere questo intreccio significa assumere la
responsabilità di intervenire prima che la fragilità venga assorbita dal
dogmatismo e la mente assediata trovi nella distruzione l’unica forma possibile
di significato.
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Radicalizzazione 2025: il nuovo volto dell’estremismo in Europa
di Chiara Sulmoni, Presidente e coordinatrice editoriale, START InSight
Adolescenti e radicalizzazione, un coinvolgimento inarrestabile? Nel Rapporto 2025 sulla sicurezza della Svizzera si legge che “i casi di minori e giovani adulti che si radicalizzano online e sviluppano intenzioni terroristiche continueranno ad aumentare” (1). Il fenomeno dei teenagers coinvolti in varie forme di estremismo violento caratterizza da almeno sei anni l’Europa in maniera diffusa, ma riguarda anche altri paesi come Stati Uniti e Australia. Non solo: in alcune nazioni asiatiche quali Filippine e Corea del Sud, si registra un aumento di ideologie di destra e misogine (2). La radicalizzazione giovanile si manifesta come un’epidemia sociale che attraversa confini, culture e matrici ideologiche. Nel Michigan e nel New Jersey, nel novembre del 2025, sono stati arrestati diversi adolescenti in contatto fra loro, accusati di pianificare un attacco terroristico in nome dell’ISIS durante il weekend di Halloween (3). Negli stessi giorni a Canberra (Australia), è stato fermato un diciassettenne ritenuto responsabile di aver progettato attacchi ispirati a ideologie razziste ed estremiste: avrebbe scritto in una chat personale che questi piani gli davano uno scopo durante la depressione (4). Il direttore dell’intelligence australiana in un discorso pronunciato nel febbraio 2025 menziona una casistica preoccupante: minorenni che avrebbero condiviso video di decapitazioni nel cortile della scuola; un dodicenne che avrebbe manifestato l’intenzione di far esplodere un luogo di culto. Oggi l’età media in cui i minori entrano per la prima volta nel radar dei servizi di intelligence australiani è di 15 anni. Ha inoltre sottolineato che, a breve, raggiungerà l’età più esposta alla radicalizzazione una generazione cresciuta interamente online e che, per molti di questi giovani, il mondo digitale costituisce ormai il principale riferimento per la costruzione della propria identità, del senso di appartenenza e della percezione della realtà (5). Nel Regno Unito, tendenze analoghe sono state osservate con particolare anticipo rispetto ad altri paesi. Limitando l’analisi al periodo compreso tra aprile 2024 e marzo 2025, in Inghilterra e Galles la fascia d’età tra gli 11 e i 15 anni continua a rappresentare il gruppo più frequentemente segnalato per sospetta radicalizzazione (6). Nel 2024 sono state aggiornate le categorie utilizzate per classificare i casi, introducendo anche voci come “fascinazione per la violenza estrema o per gli at-tacchi di massa”, pensate per descrivere situazioni in cui non si riconosce una chiara ideologia sottostante, ma emerge un interesse ossessivo per atti violenti. La maggior parte rientra proprio in questa area grigia, in cui si osserva una vulnerabilità generica alla radicalizzazione. Il fatto che solo un numero limitato di queste segnalazioni venga poi selezionato per un intervento strutturato, induce a pensare che si tratti più di segnali di disagio psicologico/personale che dell’inizio di un vero e proprio percorso verso l’estremismo violento. Tuttavia, il caso di Axel Rudakubana – il diciassettenne che nel 2024 uccise tre bambine in una scuola di danza a Southport (GB) – ha messo in luce i limiti di valutazioni del rischio basate esclusivamente sulla presenza o sull’assenza di un’ideologia. Nonostante fosse stato attenzionato più volte per il suo interesse nei confronti della violenza, non fu preso a carico dal sistema di prevenzione in quanto non emergeva un movente ideologico chiaro; una scelta che, a posteriori, si è dimostrata inadeguata. Anche nella Repubblica Ceca è emerso come la radicalizzazione dei minori avvenga principalmente online e senza che vi sia necessariamente un’adesione ideologica. La polizia interviene in media 10 volte a settimana a causa delle violenze a scuola (7).
Nell’UE, nel 2024, circa un terzo delle persone arrestate per reati legati al terrorismo aveva meno di 20 anni; in Belgio, un terzo circa dei soggetti che negli ultimi tre anni hanno pianificato attacchi non aveva ancora raggiunto la maggiore età (8); in Italia, nel luglio 2025, la Polizia di Stato ha eseguito ventidue perquisizioni nei confronti di adolescenti tra i 13 e i 17 anni legati a contesti estremisti di diversa matrice (9). Tra il gennaio e il novembre del 2025, la Francia contava 17 minorenni incriminati per reati collegati al terrorismo, due dei quali avrebbero pianificato attacchi contro la Torre Eiffel e sinagoghe parigine (10); mentre tre giovani donne fra i 18 e i 20 anni sono state fermate con l’accusa di preparare un attentato jihadista nella capitale (11). Di fronte a questa tendenza preoccupante in atto da tempo, a inizio 2025 la Procura nazionale antiterrorismo pensava di istituire una sezione dedicata ai minori, per studiare e prevenire in modo più efficace la radicalizzazione precoce (12). L’elenco continua: in Germania, nel maggio 2025 sono stati arrestati cinque adolescenti fra i 14 e i 21 anni, accusati di appartenere al gruppo terroristico di estrema destra “Letzte Verteidigungswelle”, che punterebbe a rovesciare il sistema democratico prendendo di mira in particolare strutture di accoglienza per richiedenti l’asilo e rappresentanti politici (13). Per farne parte, serve provare di aver commesso reati ideologicamente motivati, come aggressioni nei confronti di migranti o azioni violente e simboliche (14). Nel paese, l’estremismo di destra sta diventando più presente. Atteggiamenti razzisti e antisemiti, svastiche e saluti nazisti sono in aumento fra i giovani, con insegnanti che segnalano questo clima anche nelle scuole (15); simboli ed estetiche dell’estrema destra vengono assorbiti nei codici della cultura giovanile, contribuendo a una loro progressiva normalizzazione (16). La scena neonazista alimenta questa dinamica anche attraverso l’organizzazione di eventi informali in cui promuove musica suprematista bianca e commercializza merchandising, rendendo così i propri simboli visibili nello spazio pubblico e trasformandoli in strumenti di riconoscimento, identità e appartenenza (17). Anche la Svizzera è alle prese con gli stessi trend europei. Nella primavera del 2025 è stato sventato un presunto attacco con coltello, di matrice islamista, da parte di un 18enne (18). Nel Canton Vaud, i dati dell’Unità di prevenzione delle radicalizzazioni (UPRAD) indicano che quasi la metà dei casi più difficili riguarda minori (45%), inclusi bambini a partire dai 10 anni (19). Particolarmente significativo è il fatto che, a differenza di quanto si osserva solitamente altrove, le ragazze sono colpite dal fenomeno nella stessa misura dei ragazzi (20). Secondo Serge Terribilini, alla testa dell’UPRAD da gennaio 2026, a preoccupare maggiormente sono oggi “ragazzi di 13-14 anni, con una spiccata propensione alla violenza, per i discorsi omofobi, antisemiti o misogini e con un forte coinvolgimento sui social network e nei videogiochi online” (21). Nel Canton Berna, nel 2024, il servizio di mentoring ha accompagnato 12 persone radicalizzate, di età compresa tra 11 e 20 anni (22). Il Rapporto ReaCT 2024 aveva già riportato come l’allora capo dell’intelligence elvetica avesse osservato che la Svizzera è colpita dal fenomeno jihadista tra i minori in misura persino superiore rispetto ad altri Paesi europei (23); più recentemente, il procuratore generale della Confederazione Stefan Blättler ha affermato che si tratta di un problema di natura sociale (24). E se lo jihadismo continua a rimanere al centro dell’attenzione, in quanto si tratta della forma più letale di violenza estremista, un’indagine del magazine Republik mette in luce un fenomeno emergente altrettanto allarmante, presente in Svizzera ma anche altrove: quello di bande di adolescenti che si autodefiniscono “cacciatori di pedofili” e, fingendosi minori online, attirano i loro ‘bersagli’ in luoghi isolati per aggredirli, documentando il tutto in video (25). Minori, spesso, lo sono per davvero -nel Canton Ticino nel 2024 è stato fermato un gruppo simile composto da 19 giovani fra i 13 e i 18 anni (26). Ma un ulteriore aspetto, altrettanto inquietante emerso dall’inchiesta giornalistica è che nel contesto di queste aggregazioni si possono riscontrare atteggiamenti, simboli, linguaggi e figure di riferimento riconducibili all’estrema destra, retoriche d’odio, una logica di giusti-zia fai-da-te e talvolta un intento puramente criminale. Questa commistione, secondo gli esperti, rappresenta un rischio significativo sia sotto il profilo della sicurezza pubblica, sia per possibili percorsi di radicalizzazione giovanile.
Convergenze pericolose fra criminalità ed estremismi I rischi appena evidenziati si inseriscono in una dinamica più ampia: negli ultimi anni, l’intreccio tra criminalità ed estremismo si è rafforzato, parallelamente a un aumento dello sfruttamento di giovani e minorenni. A destare particolare preoccupazione c’è il famigerato ‘764’, un network internazionale -che rientra in quelle che Europol definisce comunità settarie digitali- presente su piattaforme di gioco e social media come Telegram, Discord, Roblox e suddiviso in innumerevoli cellule decentralizzate, i cui adepti condividono però la stessa ‘devianza’ e lo stesso modus operandi: manipolano individui giovani e vulnerabili attraverso pressioni psicologiche, minacce e stalking online, spingendoli a riprendersi in atteggiamenti sessualmente espliciti e umilianti. Questo materiale diventa uno strumento di ricatto: sotto la minaccia della sua diffusione, le vittime vengono progressivamente costrette a comportamenti sempre più estremi verso sé stesse o verso gli altri, che includono auto-mutilazioni e tentativi di suicidio. Nella spirale sono rimasti intrappolati anche bambini di nove anni (27). Nato dalla mente di un 15enne texano ma ormai diffuso ad ogni latitudine, le autorità statunitensi definiscono 764 un gruppo “nichilista” con tratti accelerazionisti, che non persegue un’ideologia politica coerente, ma mira a generare caos, sofferenza e distruzione come forma di dominio, a cui unisce riferimenti e simbologia satanica e apocalittica. Al suo interno, immagini e video cruenti vengono scambiati come “valuta” per ottenere influenza. In questo contesto, la violenza diventa parte di una dinamica di potere e sopraffazione, esercitata spesso dagli stessi adolescenti. Nel suo Rapporto 2025, Europol segnala la crescente presenza di elementi dell’estrema destra in queste comunità occultiste violente. In Italia a inizio 2025, un quindicenne è stato fermato dalla Sezione Antiterrorismo della questura di Bolzano con l’accusa di essere affiliato al network e di avere l’intenzione di uccidere un senzatetto o un disabile con lo scopo di diffondere il video online (28). Un altro giovane di 21 anni arrestato a novembre 2025 negli Stati Uniti, secondo gli inquirenti, oltre a ricattare adolescenti, avrebbe pensato di portare avanti attacchi jihadisti e deteneva libri sulla fabbricazione di bombe (29). L’Institute for Strategic Dialogue (ISD) ha potuto osservare chat su Telegram che raggiungono anche 15.000 utenti alla volta (30), mentre l’FBI nel novembre 2025 registrava almeno 350 inchieste attive (31) legate a questi contesti. Il 30 ottobre 2025, l’agenzia americana ha incriminato per terrorismo un giovane attivo nel gruppo fin da teenager che, fra le altre cose, ha pubblicato una guida online su come identificare, adescare e ricattare minori vulnerabili e con problemi di salute mentale (32). Per la complessità delle sue dinamiche e per la fusione tra abuso, manipolazione psicologica e riferimenti pseudo-ideologici, 764 è oggi considerato una minaccia emergente all’intersezione tra criminalità online ed estremismo giovanile, contraddistinta dalla centralità e glorificazione della violenza (33). Anche altri circuiti transnazionali puntano al coinvolgimento di adolescenti, per spingerli a commettere reati gravi, fra cui aggressioni e delitti (34). Si tratta di organizzazioni criminali che hanno dato origine a un fenomeno noto come violence as a service, in cui esternalizzano l’esecuzione di attività illecite e atti violenti a minorenni, fornendo loro compensi economici, istruzioni operative e supporto logistico. I ‘reclutatori’ adescano gli ‘esecutori’ su social network, piattaforme di gioco e servizi di messaggistica criptata sfruttando linguaggi e dinamiche tipiche della cultura digitale giovanile e presentando gli atti violenti come fossero delle missioni da portare a termine, sfide o livelli da superare, simili a quelli, appunto, dei videogio-chi. Questo meccanismo, noto come gamification, attenua la percezione dei rischi reali. Di conseguenza, molti adolescenti finiscono per essere coinvolti in crimini organizzati senza coglierne le conseguenze concrete e irreversibili. Se da un lato le reti criminali cercano deliberatamente di arruolare minorenni, perché più facilmente influenzabili e perché il loro coinvolgimento riduce l’esposizione dell’organizzazione a conseguenze penali, dall’altro esiste una significativa disponibilità da parte di questi giovani a farsi coinvolgere, sedotti dalla prospettiva di guadagni rapidi, visibilità e potere – una prospettiva che, sebbene illusoria, esercita un forte richiamo su chi cerca identità e gratificazione immediata. Queste dinamiche non sono marginali né episodiche. Dati forniti a Europol rivelano che la presenza di minorenni si estende ormai a più del 70% degli ambiti criminali (35) mentre, prima della sua chiusura, un canale Telegram finalizzato al reclutamento di sicari sotto la maggiore età raccoglieva circa 11.000 utenti (36). In tutti questi contesti, la violenza viene progressivamente normalizzata all’interno di ambienti digitali quotidiani, favorendo la nascita di forme di radicalizzazione non strutturate. A tale processo contribuisce in modo significativo l’esposizione a contenuti cosiddetti “gore”, cruenti e grafici, che includono immagini e video di atti terroristici, torture e uccisioni, scene di guerra e abusi, in particolare contro le donne. Si tratta di materiale spesso accessibile anche in assenza di una ricerca intenzionale, grazie a meccanismi di viralità e sistemi di raccomandazione algoritmica, e che può circolare sia su piattaforme dedicate sia su servizi mainstream, comparendo nei feed o venendo condiviso all’interno di gruppi privati. Per dare un’idea delle proporzioni del fenomeno, un’analisi condotta da Human Digital su 24 siti di questo genere ha rilevato che a livello globale, tra aprile 2023 e marzo 2024, la media delle visite mensili è aumentata del 28,5%, passando da 29,5 milioni a 37,9 milioni37. In Australia, una ricerca promossa dall’autorità per la sicurezza digitale (e-security) indica che il 22% dei ragazzi di età compresa tra i 10 e i 17 anni è stato esposto online a scene di violenza reale. Pur sottolineando la necessità di ulteriori studi scientifici per chiarire gli effetti a lungo termine dell’esposizione ripetuta a questi contenuti e il loro eventuale legame con comportamenti violenti, la letteratura esistente mostra che possono avere un impatto significativo sul benessere psicologico di bambini e adolescenti. Tra le possibili conseguenze figurano ansia, processi di assuefazione o desensibilizzazione, condotte di evitamento (38); inoltre, l’interiorizzazione di questi materiali può favorire lo sviluppo di una fissazione per la violenza: un fattore oggi riconosciuto come rilevante nei percorsi di radicalizzazione giovanile. Alcuni autori di attacchi o sparatorie di massa nelle scuole sono risultati consumatori di ‘gore’. Europol osserva fra l’altro che l’interesse degli adolescenti verso questo tipo di azione -le stragi scolastiche- è in aumento. Uno degli aspetti più critici e delicati nello studio e nella comprensione di queste dinamiche consiste nel dover riconoscere che, pur provenendo spesso da contesti di fragilità psicologica, sociale o familiare che li rendono vulnerabili e, in molti casi, vittime di manipolazione o sfruttamento, i giovani possono anche assumere il ruolo di esecutori attivi e consapevoli di atti violenti. Questa compresenza di vulnerabilità e iniziativa personale impone di superare letture semplicistiche del fenomeno, che tendono a riconoscere negli adolescenti coinvolti come dei semplici soggetti passivi o strumentalizzati.
Comprendere l’epidemia di violenza estrema nell’epoca degli attori solitari
Benessere e salute mentale: la nuova sfida per la prevenzione della radicalizzazione Secondo Europol, l’intreccio tra isolamento sociale, disagio psicologico e uso intensivo delle tecnologie digitali costituisce oggi uno dei terreni più fertili per la radicalizzazione precoce (39). In questo contesto, la salute mentale non è un tema secondario: condizioni come ansia, depressione, solitudine, senso di inutilità o esperienze traumatiche possono rendere alcuni giovani più ricettivi a narrazioni polarizzanti che offrono risposte semplici e immediate a bisogni profondi, come la voglia di rivalsa, il desiderio di potere e riconoscimento, lo sfogo dalle frustrazioni personali. Come osserva Clare Allely in The Psychology of Extreme Violence, “la violenza nasce spesso dal tentativo dell’individuo di recuperare un senso di valore o significato personale perduto o minacciato” (4). Le forme di radicalizzazione rapide e violente con cui ci confrontiamo oggi, non sono solo una questione di ideologia, ma un meccanismo di compensazione. Ricerche e dati statistici emergenti segnalano, inoltre, una presenza di condizioni neurodivergenti, come i disturbi dello spettro autistico, in contesti specifici di radicalizzazione (fra gli attori solitari, nei casi di auto-radicalizzazione online). Tali condizioni non rappresentano un fattore di rischio diretto né causale per l’estremismo; tuttavia, in situazioni di vulnerabilità, alcuni tratti caratteristici – come le difficoltà nell’interpretare norme sociali implicite o le emozioni altrui, il pensiero rigido/categorico e il bisogno di chiarezza e struttura – possono aumentare l’attrattiva esercitata da gruppi e ambienti virtuali dove vigono regole chiare e precise, confini netti, identità definite, linguaggio semplice e un senso di appartenenza immediato. Per questo, si parla da tempo della necessità di un approccio di salute pubblica alla prevenzione della radicalizzazione, che integri le misure di sicurezza con interventi mirati al benessere mentale, al sostegno alle persone più fragili e al rafforzamento della capacità, da parte della società, di proteggere i propri membri, in particolare i più giovani. In concreto, questo vuol dire tessere una rete elastica e duratura con chi già lavora sul territorio: psicologi, operatori sociali, educatori, scuola, famiglie e associazioni che seguono i ragazzi nel quotidiano. Rafforzare i legami di prossimità e il coordinamento tra questi attori permette di individuare per tempo le situazioni di disagio e di intervenire quando c’è ancora spazio per accompagnare, sostenere e orientare i giovani vulnerabili prima che scivolino verso percorsi estremi. Affinché il meccanismo funzioni serve una base comune: conoscenza aggiornata dei fenomeni, dei segnali precoci e dei fattori protettivi; formazione continua; linguaggio condiviso e dialogo. Senza questi elementi, la cooperazione resta frammentata e l’efficacia cala. Questo approccio richiede anche la promozione di una cultura che riconosca il disagio giovanile come una responsabilità collettiva, e non come un problema indi-viduale, delegato a singoli servizi.
L’ecosistema digitale come laboratorio identitario L’estremismo contemporaneo tende sempre più a configurarsi come un fenomeno “autonomo ed emancipato” (41), svincolato da leadership gerarchiche, da strutture organizzative tradizionali e da una propaganda centralizzata. Le narrazioni estremiste — intese come insiemi di interpretazioni che definiscono il mondo, individuano nemici e vittime e attribuiscono agli individui un ruolo eroico, una missione salvifica o una forma di appartenenza esclusiva— circolano oggi in modo orizzontale all’interno degli ecosistemi digitali, grazie alla partecipazione attiva di una pluralità di utenti ordinari. Questi contribuiscono, spesso in modo informale e non coordinato, alla produzione, diffusione e progressiva normalizzazione di idee e atteggiamenti riconducibili a visioni polarizzanti, implicitamente o esplicitamente antidemocratiche e violente. L’efficacia di tali narrazioni risiede nella loro capacità di agire sul piano identitario, intercettando bisogni individuali profondi e offrendo a soggetti vulnerabili, in crisi, in transizione, marginalizzati o predisposti, un senso di potere e di azione che spesso la vita reale non è in grado di soddisfare. Questa dinamica di compartecipazione e amplificazione collettiva è favorita sia dagli algoritmi delle piattaforme digitali — che tendono a privilegiare contenuti emotivamente intensi, controversi e capaci di generare elevati livelli di interazione — sia dalla presenza di sottoculture digitali fluide: comunità virtuali i cui membri condividono interessi comuni, ma anche codici estetici, linguaggi e modelli comportamentali. Particolarmente diffuse su piattaforme frequentate da adolescenti e giovani adulti, come TikTok, Instagram, Discord, Telegram, Reddit o 4chan, tali comunità nascono spesso attorno a tematiche apparentemente ordinarie — fitness, auto-aiuto, relazioni sentimentali, stili di vita, format dedicati all’arricchimento personale — e non sono dichiaratamente estremiste. Tuttavia, attraverso i meccanismi di raccomandazione algoritmica, l’interazione tra gli utenti e le contaminazioni tra ambienti affini, esse possono innescare processi graduali di radicalizzazione sul piano cognitivo e discorsivo, senza necessariamente tradursi in forme di mobilitazione o di azione concreta. Analizzando il caso di un quattordicenne singaporeano che, nell’arco di meno di un anno, ha sviluppato forme di auto-radicalizzazione attraverso ambienti digitali eterogenei — spaziando dal jihadismo a contenuti riconducibili all’estrema destra, alla subcultura incel, alla misoginia, all’antisemitismo — le ricercatrici Yasmine Wong e Antara Chakraborthy spiegano come molte comunità online apparentemente distinte siano in realtà porose e interconnesse. Tale interconnessione deriva dalla convergenza di temi narrativi, cornici emotive e meccanismi algoritmici che facilitano il passaggio tra contenuti differenti. Questa contiguità favorisce il funzionamento di tali ambienti come spazi comunicanti, in cui l’esposizione a un determinato ambito aumenta la ricettività verso narrazioni estremiste provenienti da contesti paralleli. Ne risulta una moltiplicazione e diversificazione delle traiettorie di accesso all’estremismo, che tendono a svilupparsi al di fuori dei tradizionali canali di socializzazione politica (42). Esempi ricorrenti di comunità digitali che possono radicalizzarsi includono le tipologie che promuovono modelli di mascolinità dominante (alpha male), che evol-vono verso forme di misoginia radicale; le trad wives (mogli tradizionali), le cui narrazioni incentrate sull’idealizzazione dell’ambiente domestico e del ruolo della donna nella famiglia possono spostarsi verso posizioni sempre più conservatrici, antifemministe o suprematiste; e in modo emergente, perfino alcune nicchie di true crime, in cui la ricerca di risoluzioni ai casi di cronaca criminale può portare alla spettacolarizzazione della violenza e all’idolatria degli autori. La fluidità di queste sottoculture risiede nell’assenza di confini ideologici rigidi: simboli e linguaggi si contaminano, si ricombinano e migrano rapidamente da una piattaforma all’altra.
TikTok e la radicalizzazione come esperienza emotiva All’interno di questo universo, TikTok rappresenta un caso emblematico. Sulla piattaforma circolano contenuti politici, religiosi, identitari, ma anche motivazionali o survivalisti, spesso percepiti come innocui o anche positivi. Non sempre questi messaggi invitano apertamente alla violenza; più frequentemente richiamano temi di forza, autodifesa, dignità, tradizione, veicolando una rappresentazione del mondo esterno come intrinsecamente ostile. Video incentrati su resilienza, crescita personale, mindset vincente, orgoglio, valori o speranza di riscatto si presentano come forme di ispirazione genuina, facendo leva su insicurezze reali — anche di natura fisica — per instaurare un legame immediato. La caratteristica centrale di questi contenuti è la capacità di agire prevalentemente sul piano emotivo, più che di stimolare una riflessione razionale. Format brevi e virali, estetica curata, musica coinvolgente — come i nasheed (canti devozionali) nel contesto islamico o hit remixate in contesti extra-religiosi — e iconografia creativa potenziata dall’intelligenza artificiale generano un’attrazione immediata. Prima della piena comprensione, può instaurarsi un processo di identificazione: chi guarda si sente galvanizzato, senza interrogarsi sul significato più profondo dei messaggi veicolati. Simboli, emoji, colori, gesti e posture funzionano come segnali di appartenenza difficilmente decifrabili per gli adulti, ma immediatamente riconoscibili per i più giovani. L’ideologia, in molti casi, passa senza essere nominata: viene comunicata attraverso allusioni, ironia o ambiguità. La violenza è presente, ma spesso in forma simbolica, così da non allarmare la piattaforma. Questi materiali non mirano primariamente a reclutare individui pronti all’azione violenta, ma possono portare a una normalizzazione/accettazione graduale delle narrazioni radicali, rendendole familiari, condivisibili “per gioco” o perché presentate in modo ‘cool’. Le intenzioni serie e i piani operativi veri e propri non nascono solitamente sui social mainstream: emergono e si consolidano in gruppi privati e su piattaforme criptate. Sebbene espressioni come “TikTok jihad” e il fenomeno della radicalizzazione accelerata sui social media riflettano preoccupazioni reali, le piattaforme digitali non agiscono come agenti ideologici autonomi. In quanto strumenti progettati per massimizzare l’engagement, abbassano la soglia di accesso a contenuti emotivamente intensi e amplificano dinamiche di imitazione e viralità. Gli adolescenti, a loro volta, non sono meri destinatari passivi: attraverso interazioni spesso inconsapevoli contribuiscono alla configurazione della propria bolla algoritmica, senza disporre degli strumenti necessari per comprenderne il funzionamento. È proprio questa opacità a costituire il principale fattore di rischio: contenuti che si presentano come positivi o motivazionali attirano l’utente sul piano emotivo, introducendo gradualmente visioni del mondo fondate su contrapposizione e ostilità. In questo senso, TikTok favorisce forme di radicalizzazione basate sull’assorbimento emotivo più che sul confronto critico.
Violenza simbolica, imitazione e attori solitari Le piattaforme digitali diventano così spazi di socializzazione alternativa, nei quali la radicalizzazione si sviluppa meno su basi ideologiche consolidate e più attraverso interazioni online, dinamiche imitative e partecipazione a comunità ibride. Come osserva il ricercatore Kevin McDonald, “le ideologie cedono il posto agli immaginari” e la radicalizzazione si configura sempre più come un’immersione in una narrazione online a più mani, simile a un gioco o a una cospirazione collettiva, dove contano estetizzazione della violenza e messa in scena” (43). Quasi come un grande palcoscenico accessibile a tutti. In questo quadro, l’ideologia non scompare, ma si trasforma in una cornice che permette ai giovani di dare senso alla propria esperienza. Fragilità personali e disagi psicosociali — isolamento, rifiuto, discriminazione, percezione di ingiustizia, mancanza di riconoscimento o realizzazione personale e anche situazioni di burnout (44) — rendono alcuni particolarmente suscettibili a narrazioni semplificate. All’interno di tali contesti, la violenza assume un valore simbolico: da espressione di frustrazione individuale si trasforma in risorsa narrativa attraverso cui costruire identità, status e ruolo sociale, rendendo chi la compie potenziale fonte di identificazione e, in alcuni casi, di ispirazione o venerazione. Emblematico è il caso di Luigi Mangione, il giovane che nel 2024 uccise a New York un dirigente della compagnia assicurativa sanitaria United Healthcare e che una (esigua) parte della Generazione Z americana, ha trasformato in un’icona pop/folk ribattezzata “San Luigi”. La violenza viene qui reinterpretata come atto di giustizia alternativa e come risposta alla frustrazione collettiva e alla perdita di fiducia nelle istituzioni. Come scrive il ricercatore John Richardson, autore di Luigi: The Making and Meaning: “Cercare di individuare il movente di Luigi è fuorviante. Ciò che conta è la sua elusività. Per un numero crescente di giovani che vibrano di ansie esistenziali, è diventato uno schermo su cui proiettano le proprie paure e i propri sogni” (45). È da casi simili che emerge come la violenza tenda a svolgere una funzione un tempo propria dell’ideologia: non tanto orientare l’azione collettiva, quanto produrre significato condiviso all’interno di comunità frammentate ma interconnesse. In questo quadro, l’ideologia assume una funzione prevalentemente individuale, di razionalizzazione e legittimazione dell’atto, mentre la violenza, attraverso la sua circolazione mediatica, opera come dispositivo collettivo di produzione di senso. Anche l’arresto, nel 2025, di due adolescenti britannici sospettati di voler emulare (separatamente) l’attacco di Axel Rudakubana (46), mostra come la violenza possa diffondersi oggi lungo una di queste traiettorie emulative, trasformandosi rapidamente in modello replicabile.
Conclusione Oggi la radicalizzazione giovanile non è solo una questione ideologica, ma il segnale di una crisi più ampia che attraversa la vita di molti ragazzi. L’estremismo contemporaneo non si presenta più in forme nette e riconoscibili, ma si articola in un insieme frammentato di esperienze, emozioni e identità, alimentato da solitudine, sfiducia nelle istituzioni, percezione di un futuro bloccato e da un mondo virtuale che diventa sempre più centrale come spazio di riferimento. In questo contesto, l’ideologia non scompare, ma perde la funzione di progetto collettivo strutturato e assume il ruolo di cornice capace di offrire un significato personale immediato. I percorsi di radicalizzazione tendono così a essere più individuali e personalizzati: la dimensione collettiva resta, ma spesso rappresenta il punto di arrivo — e non di partenza — di traiettorie che nascono da vissuti di marginalità, frustrazione o ricerca di riconoscimento. All’interno di specifici ecosistemi digitali, la violenza può trasformarsi in una risorsa simbolica per la costruzione di identità, status e appartenenza, acquisendo un valore che va oltre l’atto in sé. In questo laboratorio identitario digitale, la prevenzione non può limitarsi al controllo dei contenuti, ma deve intervenire sulle condizioni che rendono queste narrazioni attraenti, intercettando i bisogni profondi che esse sfruttano.
Implicazioni per la prevenzione e il dibattito pubblico
Legislatori / policy maker – Le leggi solo repressive o limitate alla rimozione di contenuti sono insufficienti: non affrontano le radici emotive e identitarie della radicalizzazione contemporanea. – La radicalizzazione è un processo complesso; spesso inizia prima che emerga un’ideologia strutturata o che si commetta un reato. Non basta chiedersi ‘quali idee professa questa persona?’: bisogna osservare il rapporto con la violenza — simbolica, estetizzata o performativa — spesso visibile nei segnali trapelati online o in comportamenti precoci. – I criteri di rischio vanno ripensati in chiave multidimensionale: includere vulnerabilità emotive, fascinazione per la violenza e ossessione per figure “giustizialiste” o mitizzate, non solo adesione ideologica esplicita. – Servono politiche integrate e non settoriali: combinare salute mentale, scuola, comunità locali, regolazione delle piattaforme e sicurezza, privilegiando interventi precoci prima che emergano reati. – La prevenzione efficace avviene prima della soglia penale: investire in percorsi di supporto tempestivi evita escalation e alleggerisce il carico sul sistema giudiziario. Promemoria pratico: Leggi e repressione non bastano: investire in prevenzione precoce, supporto psicosociale e politiche integrate aumenta l’efficacia complessiva.
Chi si occupa di prevenzione (educatori, operatori sociali, scuola, associazioni giovanili) – Non aspettare l’adesione ideologica esplicita: molti percorsi iniziano da segnali emotivi o simbolici, prima che emerga una convinzione ideologica. – Osservare segnali deboli e ambigui: fascinazione per la violenza, estetizzazione dei gesti violenti, ironia ambigua, simboli condivisi in subculture digitali (meme, reel, challenge). -Prestare attenzione ai contenuti “motivazionali”: narrazioni apparentemente positive o di empowerment possono costruire mondi ostili e dicotomici (“vittimismo → vendetta”, “ingiustizia → contrapposi-zione”). – Intervenire precocemente su vulnerabilità emotive e bisogno di riconoscimento: rafforzare resilienza affettiva, senso di appartenenza positiva e capacità critica prima che la violenza diventi “risorsa narrativa”. – Fare distinzione tra violenza giovanile e radicalizzazione violenta: i percorsi possono intrecciarsi, ma hanno cause, dinamiche e soluzioni diverse; non tutti i ragazzi attratti dalla violenza sono radicalizzati. Promemoria pratico: Riconoscere segnali pre-ideologici e agire precocemente riduce il rischio di escalation e previene la trasformazione della violenza in identità condivisa.
I media e il dibattito pubblico – Evitare letture moralistiche → Non ridurre tutto a “mostri”, “devianze” o “mele marce”: semplifica e oscura le dinamiche sociali ed emotive. – Evitare il panico tecnologico → Le piattaforme non “creano terroristi”, ma amplificano vulnerabilità già presenti; il focus deve essere sulle condizioni che rendono attraenti le narrazioni violente. – Spostare la domanda centrale → Non solo “da dove viene l’odio?”, ma “perché queste narrazioni funzionano così bene oggi?”: indagare il vuoto esistenziale, la ricerca di senso e il ruolo degli algoritmi. – Responsabilità narrativa → Il modo in cui la violenza viene raccontata può mitizzarla, renderla imitabile o trasformarla in simbolo. Promemoria pratico: Ogni racconto pubblico può rafforzare o indebolire il valore simbolico della violenza: scegliere parole, immagini e cornici con consapevolezza aiuta a prevenire emulazione e normalizzazione.
Allely, C. S. (2020). The psychology of extreme violence: A case study approach to serial homicide, mass shooting, school shooting and lone-actor terrorism. Routledge
Sulmoni, C., Estremismo giovane, autonomo ed emancipato, in: #ReaCT2024
Wong, Y., & Chakraborthy, A. (2025, 26 settembre). From banal to extreme: When benign online communities become breeding grounds for the far-right. S. Rajaratnam School of International Studies (RSIS). https://rsis.edu.sg/wp-content/uploads/2025/09/CO25197.pdf
McDonald, K. (2024). Au-delà du paradigme des idéologies : penser les reconfigurations des expériences de radicalisation. In R. Ber-trand & T. Renard (Eds.), Expériences autour de la radicalisation et sa prévention (pp. 147–162). Toulouse: érès.
Il
terrorismo come fenomeno sociale e conflittuale in evoluzione continua.
Il terrorismo contemporaneo non è un’eccezione storica: è l’esito di una lunga sedimentazione di conflitti, dottrine e opportunità. Negli ultimi vent’anni, in particolare, abbiamo osservato un’evoluzione che ha cambiato forma più volte senza perdere la propria funzione: produrre paura, polarizzazione e condizionamento politico-sociale con un investimento relativamente contenuto. Dopo l’11 settembre, il terrorismo jihadista ha assunto una dimensione globalizzata e “sistemica”, incardinata su reti transnazionali e su una narrazione capace di collegare guerra, identità, ideologia e pragmatismo politico. La fase successiva – quella di Iraq e Afghanistan – ha trasformato la violenza in esperienza operativa e in capitale simbolico: l’insurrezione, il terrorismo come tecnica, tattica e procedura e la comunicazione come moltiplicatore hanno finito per fondersi. Con l’emergere dello Stato islamico, tra 2014 e 2017, abbiamo visto il passaggio a un modello ibrido: organizzazione territoriale e proiezione esterna, commando e “lone actors”, attacchi coordinati e micro-azioni improvvisate. Poi la contrazione del “califfato” non ha significato sconfitta del fenomeno, ma sua riconfigurazione: più frammentazione, più emulazione, più iniziativa individuale.
In questo quadro, la minaccia
jihadista resta particolarmente rilevante perché si intreccia con le dinamiche
conflittuali delle relazioni internazionali e con la competizione in Medio
Oriente e in Africa, e perché attinge a una lettura radicale dell’Islam che
trasforma l’evento politico in pretesto morale ammantandolo con la
giustificazione religiosa. Ma diventa ancora più sensibile in Europa quando si
innesta su una ricerca di identità individuale e di gruppo, alimentata
dall’opposizione culturale di una componente non marginale di immigrati
maghrebini di seconda e terza generazione: un terreno dove l’appartenenza si
costruisce anche “contro” l’altro e dove la polarizzazione funziona da
moltiplicatore di rischio.
Non parliamo, infatti, di un
blocco monolitico. La galassia jihadista è oggi frammentata: ideologie, priorità
operative e modelli d’azione divergono, e questo impone di leggere il
terrorismo contemporaneo anche come fenomeno sociale, non soltanto come
espressione di organizzazioni clandestine. Cambiano le forme, ma soprattutto
cambiano i meccanismi di produzione della violenza: tempi di attivazione più
rapidi, soglie operative più basse, maggiore permeabilità all’emulazione e
all’innesco mediatico.
Da qui discende una riflessione
che, dopo vent’anni di adattamenti, non è più rinviabile e sulla quale torniamo
a insistere: ha ancora senso definire il terrorismo solo come violenza
finalizzata a ottenere un risultato politico, quindi valutata nelle intenzioni?
Oppure è più utile leggerlo come effetto della violenza applicata, cioè come
manifestazione capace di produrre impatto indipendentemente dalla catena di
comando? In altri termini: è terrorismo l’atto violento in quanto tale, anche
quando non c’è – o non è dimostrabile – un’organizzazione alle spalle. Il
baricentro, allora, si sposta dalla
struttura all’evento: terrorismo nella manifestazione, non necessariamente
nell’organizzazione.
Dentro la
galassia jihadista, il terrorismo rimane strumento di lotta, resistenza e
prevaricazione, ma si dispiega lungo uno spettro di violenza che va dall’azione
individuale a quella organizzata; dalla violenza ispirata a quella emulativa;
fino al terrorismo insurrezionale che abbiamo conosciuto in Afghanistan e in
Iraq e che, in parte, osserviamo nelle sue manifestazioni nella Striscia di
Gaza, dove l’esercito israeliano si confronta con Hamas (Bertolotti, 2024). In
questa prospettiva, la continuità non è nella forma dell’attacco, ma nella sua
funzione: comprimere sicurezza e libertà, spingere lo Stato a reagire, e
trasformare la frattura sociale in spazio operativo.
Trend e
dinamiche: calano i numeri, ma la minaccia del terrorismo persiste – un’analisi
degli attacchi dal 2014 al 2025.
In prospettiva quantitativa gli
attacchi terroristici di matrice jihadista degli ultimi cinque anni confermano
un andamento lineare, con una percettibile diminuzione registrata negli ultimi
anni, attestandosi ai livelli pre-fenomeno Isis/Stato islamico. Dal 2020
al 2025 sono stati registrati nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in
Svizzera 99 attacchi (12 nel 2025), di successo e fallimentari: 99 quelli
rilevati nel precedente periodo 2014-2018 (12 nel 2015).
Sulla scia della stagione dei grandi attentati in Europa compiuti nel nome dello Stato islamico e, successivamente, in verosimile relazione con i fattori galvanizzanti prodotti dalla presa del potere talebano in Afghanistan e dall’appello di Hamas, tra il 2014 e il 2023 sono state registrate 221 azioni in nome del jihad. Di queste, 77 sono state attribuibili allo Stato islamico. Ai fatti hanno preso parte 271 terroristi (7 donne), di cui 78 morti in azione. Il bilancio complessivo è di 457 vittime decedute e 2667 feriti (database START InSight).
Nel solo 2025 si contano 12
azioni jihadiste: un dato in lieve flessione rispetto all’anno precedente (15
attacchi nel 2024), coerente con i 12 attacchi del 2023 ma decisamente
inferiore ai 18 registrati nel 2022 e nel 2021. La riduzione numerica,
tuttavia, non coincide con una diminuzione del rischio: cresce in modo marcato
la quota di azioni “emulative”, cioè ispirate da altri attacchi avvenuti nei
giorni immediatamente precedenti. Il peso dell’emulazione passa dal 17% del
totale nel 2022 al 58% nel 2023 (era il 56% nel 2021) e 50% nel 2025,
riportando il fenomeno su livelli di intensità comparabili a quelli degli anni
precedenti.
Il 2025, inoltre, consolida un
trend strutturale nell’evoluzione della minaccia, con una predominanza di
azioni individuali, non organizzate e spesso improvvisate, che hanno
progressivamente sostituito le operazioni strutturate e coordinate tipiche del
“campo di battaglia” urbano europeo del periodo 2015-2017. Un modello operativo
che, nel 2025, ha caratterizzato il 92% delle azioni ma che ha visto il ritorno
dell’utilizzo dei veicoli ariete impiegati contro obiettivi civili, prevalentemente
passanti, nel 17% degli episodi.
Il profilo
dei terroristi “europei”.
Il jihadismo, nei dati,
continua a presentarsi come un fenomeno a prevalente partecipazione maschile.
Su 329 attentatori censiti, il 94% è di genere maschile; le donne sono 10. Il
quadro è anche dinamico: se nel 2020 si registrano 3 attentatrici coinvolte in
azioni terroristiche, nel quinquennio 2021-2025 non emerge alcuna loro
partecipazione diretta.
Sul piano anagrafico, i terroristi identificati (uomini e donne) per i quali sono disponibili dati personali pubblici mostrano un’età mediana pari a 26 anni. È un valore che oscilla nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 nel 2019, fino a segnare un rialzo nell’ultima fase osservata con 28,5 anni nel 2023 e, sorprendentemente, 35 nel 2025; con ciò evidenziando un aumento dell’età dei soggetti attentatori. Entrando nel dettaglio dei 200 individui per i quali disponiamo di informazioni anagrafiche sufficienti, la distribuzione per classi d’età restituisce un profilo più articolato: il 7% ha meno di 19 anni (con un peso dei minori che si riduce con il passare degli anni), il 38% rientra nella fascia 19-26, il 41,5% in quella 27-35, mentre il 13,5% ha più di 35 anni. Nel complesso, questi dati suggeriscono un progressivo innalzamento dell’età media all’interno del segmento 19-35 con un incremento di rilievo per la fascia sopra i 35 anni, accompagnato da una contrazione dei minorenni coinvolti negli attacchi nello stesso arco temporale.
Quanto allo status e
alle origini, il profilo prevalente degli autori è riconducibile alla categoria
degli “immigrati” in senso ampio (prima, seconda e terza generazione), sia
regolari sia irregolari: parliamo del 93% dei soggetti che hanno portato a
compimento un atto terroristico. Nel sottoinsieme analizzato tramite il
database START InSight (155 casi su 237 terroristi), il 45% risulta composto da
immigrati regolari di prima generazione; il 28% da discendenti di immigrati
(seconda o terza generazione); gli immigrati irregolari rappresentano il 26%.
Quest’ultimo dato, però, è quello che segnala la discontinuità più netta: si
attesta al 25% nel 2020, raddoppia al 50% nel 2021, arriva al 67% nel 2023 per
poi attestarsi al 31% nel 2025. La tendenza conferma una crescita della
presenza di attentatori di prima generazione; rilevante anche il 6% di
cittadini di origine europea convertiti all’Islam, in costante ma lieve
flessione rispetto alla media degli anni precedenti.
La
dimensione etno-nazionale dei terroristi in Europa.
In Europa la radicalizzazione
jihadista non colpisce in modo uniforme: tende a concentrarsi su specifiche
componenti nazionali ed etniche. Nei dati si conferma una relazione di
proporzionalità piuttosto chiara tra la composizione dei principali gruppi migratori
e la provenienza (diretta o familiare) degli autori di atti terroristici: la
nazionalità dei terroristi, o delle loro famiglie d’origine, riflette spesso la
dimensione e la storicità delle comunità straniere presenti nei singoli Paesi
europei. Dentro questo quadro, l’origine maghrebina è prevalente. I gruppi
etno-nazionali più associati all’adesione jihadista restano quelli marocchino
(con evidenze significative in Francia, Belgio, Spagna e Italia) e algerino (in
Francia). Non a caso, il fenomeno appare più marcato in Belgio e in Francia,
dove comunità numerose di origine marocchina e algerina hanno registrato, nel
tempo, livelli elevati di mobilitazione giovanile verso ambienti e
organizzazioni jihadiste. In Francia, ad esempio, una quota rilevante dei
terroristi coinvolti negli attentati recenti proviene da famiglie di origine
algerina e marocchina, in coerenza con la presenza storica e la consistenza
numerica di queste comunità nel Paese (Bertolotti, 2023 e 2024).
Recidivi e
terroristi già noti all’intelligence.
Un secondo indicatore, sempre più rilevante, riguarda la rilevanza del fenomeno della recidiva, anche come effetto del rilascio di soggetti al termine di pene detentive concluse di recente. Parliamo di individui già condannati per terrorismo che tornano a colpire una volta usciti dal carcere e, in alcuni casi, riescono a portare a termine azioni violente persino all’interno delle strutture penitenziarie. La traiettoria è chiara: i recidivi rappresentano il 3% del totale dei terroristi che hanno colpito nel 2018 (1 caso), il 7% nel 2019 (2), il 27% nel 2020 (6), il 25% nel 2023 (3) per poi scendere all’8% nel 2025 (1). Il dato, sebbene in evidente contrazione, conferma la pericolosità sociale di soggetti che, pur neutralizzati temporaneamente dalla detenzione, spesso non abbandonano l’intenzione di agire: semmai la differiscono, attendendo la finestra operativa più favorevole. In prospettiva, questo implicherebbe un aumento della probabilità di attacchi nei prossimi anni, in parallelo con il rientro in libertà di un numero crescente di detenuti per reati di terrorismo.
A rafforzare il quadro, START
InSight evidenzia anche la tendenza delle azioni terroristiche compiute da
individui già noti alle forze dell’ordine o ai servizi di intelligence europei.
Nel 2020 questi casi costituiscono il 54% del totale e nel 2021 il 44%, 37% nel
2022: valori molto superiori al 10% del 2019 e al 17% del 2018. Nel 2023 il
dato cresce ulteriormente e si stabilizza al 75%, confermando, nei fatti, le
ragioni di preoccupazione delle istituzioni impegnate nel contrasto alla
minaccia, sebbene il 2025 si sia concluso con un dato più rassicurante del 23%.
Infine, il profilo dei soggetti con precedenti detentivi (anche per reati non legati al terrorismo) mostra una continuità significativa lungo l’arco temporale considerato: nel 2021 sono il 23%, in lieve calo rispetto al 33% del 2020, ma in linea con il 23% del 2019 (28% nel 2018 e 12% nel 2017). Pur a fronte di un dato 2023 sensibilmente più basso (8%) e un sostanziale azzeramento nel 2025, l’evidenza complessiva continua a sostenere l’ipotesi che identifica i luoghi di detenzione come spazi a rischio, dove radicalizzazione e adesione al terrorismo possono trovare condizioni favorevoli.
Quale la
reale capacità distruttiva del terrorismo?
Per leggere il terrorismo in
modo realistico occorre scomporlo, senza sovrapporre piani diversi, su tre
livelli: strategico, operativo e tattico. La dimensione strategica riguarda
l’impiego delle risorse per conseguire obiettivi di lungo periodo, quelli che
incidono sull’assetto complessivo del conflitto e sul comportamento degli
Stati. La dimensione tattica, invece, attiene all’uso della forza nel singolo
“contatto”, per ottenere un risultato immediato e circoscritto. In mezzo c’è il
livello operativo: la cerniera che coordina, ordina e combina azioni tattiche
in modo da produrre effetti coerenti con l’obiettivo strategico. È una
distinzione essenziale perché, nel terrorismo, ciò che appare “piccolo” sul
piano tattico può essere decisivo sul piano operativo, e solo marginale sul
piano strategico. In ultima analisi, questa lettura rimette al centro l’impiego
degli uomini – più che dei mezzi – nella produzione dell’effetto militare e
politico.
Il successo
strategico: marginale e in contrazione.
Sul piano strategico il
successo delle azioni terroristiche, inteso come capacità di produrre risultati
strutturali e sistemici (blocco del traffico aereo o ferroviario nazionale e/o
internazionale, mobilitazione delle forze armate, interventi legislativi di
ampia portata), tende a scomparire con il passare del tempo. L’andamento storico
rileva infatti la riduzione progressiva della capacità di ottenere effetti
strategici, con oscillazioni ma con una traiettoria chiara: 75% di successo
strategico nel 2014; 42% nel 2015; 17% nel 2016; 28% nel 2017; 4% nel 2018; 5%
nel 2019; 12% nel 2020; 6% nel 2021. Dal 2022, gli attacchi non riescono più a
conseguire successo strategico. Un risultato, quello ottenuto in passato dal
valore elevato se messo in rapporto al basso investimento organizzativo e
finanziario richiesto, specie quando l’azione è individuale o a bassa
complessità.
In parallelo, si osserva un calo dell’attenzione mediatica complessiva verso gli attacchi. A livello strategico, gli attentati hanno ottenuto attenzione dei media internazionali nel 70% dei casi e dei media nazionali nel 93%. Le operazioni condotte da commando e team-raid, quando presenti, hanno ricevuto copertura piena. Questo “successo mediatico” potrebbe aver avuto un impatto diretto sulla capacità di reclutamento di aspiranti martiri o combattenti jihadisti, con un picco nei periodi di maggiore intensità della violenza (2016-2017). Ma l’effetto amplificatore dei media sul reclutamento tende a ridursi nel tempo per due ragioni convergenti: primo, la progressiva prevalenza di azioni a “bassa intensità” rispetto a quelle ad “alta intensità”, diminuite, mentre quelle a bassa e media intensità aumentano in modo significativo dal 2017 al 2021, pur con un incremento marcato delle azioni a media intensità nel 2023 (75%) e nel 2025 (58%) e una ripresa delle azioni ad “alta intensità” nel 2025 (8%); secondo, l’assuefazione emotiva del pubblico alla violenza, soprattutto quando gli eventi sono a bassa o “media intensità”, riduce la capacità dell’attacco di dominare lo spazio informativo.
Il livello
tattico: preoccupante, ma non centrale per la logica del terrorismo.
Se assumiamo come obiettivo
tattico primario la morte del “nemico” – con le forze di sicurezza individuate
come bersaglio nel 28% dei casi – questo risultato viene raggiunto, in media,
nel 48% dei casi nel periodo 2004-2025. Va però considerato che un arco
temporale così ampio amplifica il margine di errore. Guardando all’intervallo
2014-2025, emerge un deterioramento della capacità di produrre l’effetto
desiderato: prevalgono attacchi a bassa intensità e cresce il numero di azioni
fallimentari, almeno fino al 2022, quando il successo tattico si stabilizza al
33%, coerente con il dato del 2016. Dal 2023, invece, si registra un’inversione
di tendenza.
Negli ultimi sei anni, la
dinamica è particolarmente emblematica. Nel 2016 il successo tattico è al 31%,
con il 6% di atti fallimentari. Nel 2017 sale al 40%, mentre il fallimento
raggiunge il 20%. Nel 2018 il successo scende al 33% e gli attacchi falliti
raddoppiano al 42%. Nel 2019 cala ulteriormente al 25%, per poi risalire e
stabilizzarsi al 33% nel periodo 2020-2022. Questo andamento può essere letto
come effetto combinato della riduzione della capacità operativa dei terroristi
e della maggiore reattività delle forze di sicurezza europee. Sebbene nel 2023
il dato torni al 50% di azioni in grado di ottenere un successo tattico, cioè
la morte di almeno un obiettivo, nel 2024 e 2025 il dato torna ai livelli degli
anni precedenti, con un 20-25% di successi tattici.
Il vero
risultato: il successo operativo e il “blocco funzionale”.
Il punto decisivo è che anche
un attacco “non riuscito”, dal punto di vista della produzione di vittime, può
generare un risultato operativo significativo. L’azione terrorista tende a
saturare e vincolare risorse (Bertolotti, 2023, 2024): impegna in modo pesante
forze armate e forze di polizia, distogliendole dalle attività ordinarie o
limitandone la capacità di intervento a favore della collettività. Può
interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari; limitare, rallentare, deviare
o bloccare la mobilità urbana, aerea e navale; ostacolare lo svolgimento
regolare delle attività quotidiane, commerciali e professionali, con impatto
diretto sulle comunità colpite. Così facendo, riduce il vantaggio tecnologico e
il potenziale operativo complessivo e comprime la resilienza. È un danno che
può essere diretto o indiretto e che si manifesta anche in assenza di vittime.
E soprattutto produce un effetto misurabile: la limitazione della libertà dei
cittadini.
In questa prospettiva, il
successo del terrorismo – anche quando non uccide – conferma una capacità di
imporre costi economici e sociali alla collettività e di condizionare nel tempo
i comportamenti, in relazione alle misure di sicurezza e alle limitazioni
introdotte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. È ciò che
definiamo “blocco funzionale”. Nonostante la progressiva riduzione della
capacità operativa, il “blocco funzionale” resta uno dei risultati più
rilevanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico
(uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha
dimostrato efficacia nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi,
con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Un risultato notevole,
conseguito con risorse limitate, che conferma un rapporto costo-beneficio
favorevole al terrorismo. Ma anche qui si registra una perdita progressiva di
capacità: l’ottenimento del “blocco funzionale” scende al 78% nel 2022, al 67%
nel 2023 e 58% nel 2025.
Bibliografia
Bertolotti, C. (2024a), Gaza
Underground: la guerra sotterranea e urbana tra Israele e Hamas. Storia,
strategie, tattiche, guerra cognitiva e intelligenza artificiale, START
InSight ed., Lugano.
Bertolotti, C. (2024b), Una
fotografia del terrorismo jihadista in Europa: evoluzione storica e operativa, in
#ReaCT2024, 5° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START
InSight ed., Lugano, ISBN 978-88-322-94-27-9, ISSN 2813-1037 (print), ISSN
2813-1045 (online).
Bertolotti, C. (2023), L’evoluzione del terrorismo in
Europa: terrorismo di sinistra, destra, anarchico, individuale, e il ruolo
degli immigrati nel terrorismo jihadista all’interno dell’Unione Europea
(Analisi di correlazione e regressione), in #ReaCT2023, 4° Rapporto sul
Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START InSight ed., Lugano, ISBN
978-88-322-94-18-7, ISSN 2813-1037 (print), ISSN 2813-1045 (online).
Con questa nuova edizione, il percorso di ricerca dell’Osservatorio prosegue nel solco tracciato negli anni precedenti, ma compie al tempo stesso un passaggio ulteriore. Se nei Rapporti passati (2020-2024) abbiamo osservato e descritto l’evoluzione del terrorismo jihadista, dei radicalismi violenti e delle manifestazioni antisistema come fenomeni dinamici, fluidi e sempre meno riconducibili a categorie rigide, oggi dobbiamo riconoscere che il quadro si è ulteriormente trasformato. Il terrorismo non può più essere analizzato soltanto come fatto organizzativo o come espressione di strutture clandestine riconoscibili; esso va interpretato sempre più come manifestazione conflittuale inserita in un ecosistema composito, nel quale pro-paganda, traumi, tecnologia, mobilitazione emotiva e vulnerabilità sociali si intrecciano in modo profondo. #ReaCT2025 nasce da questa consapevolezza. Il rapporto mantiene la propria natura di prodotto scientifico e insieme collettivo, frutto del lavoro di ricercatori, studiosi, analisti e professionisti provenienti da esperienze diverse, ma accomunati dall’obiettivo di comprendere fenomeni che sfuggono alle semplificazioni e che richiedono invece uno sguardo trasversale, multidisciplinare e aggiornato. A tutti loro va la mia gratitudine personale e quella dell’Osservatorio: per il rigore, per la passione, per la capacità di leggere il presente senza indulgere né all’allarmismo né alla superficialità. (Claudio Bertolotti, Direttore, www.osservatorioreact.it)
INDICE/INDEX
Claudio Bertolotti (ITA), La parola al Direttore
Claudio Bertolotti (ENG), A word from the Director
Claudio Bertolotti (ITA), #ReaCT2025 – Il Sommario. Terrorismo, radicalizzazione e minacce ibride tra dati e guerra cognitiva.
Claudio Bertolotti (ENG), #ReaCT2025 – The Summary – Terrorism, radicalisation, and hybrid threats between data and cognitive warfare
Claudio Bertolotti (ITA), Terrorismo jihadista in Europa: traiettorie storiche, dinamiche sociali e trasformazioni operative nell’attuale fase di mutamento globale. Evidenze e risultati dell’Osservatorio ReaCT sul radicalismo e il contrasto al terrorismo
Claudio Bertolotti (ENG), Jihadist Terrorism in Europe: historical trajectories, social dynamics, and operational transformations in the current phase of global change. Evidence and findings from the ReaCT Observatory on radicalisation and counter-terrorism.
Andrea Molle (ITA), Il sovranismo in Europa: cornici narrative e andamenti empirici in Italia e Svizzera
Andrea Molle (ENG), A Laboratory of Identity for the European Right
Andrea Molle (ITA), Profilo di rischio degli autori di violenza politica: Stati Uniti vs Unione Europea (UE-27)
Andrea Molle (ENG), Risk Profile of Political Violence Offenders: United States vs European Union (EU-27)
Francesco Bergoglio Errico (ITA), Analisi della documentazione giudiziaria italiana inerente al terrorismo jihadista dal 2011 al 2025
Francesco Bergoglio Errico (ENG), Analysing Italian jihadism through court records from 2011 to 2025
Barbara Lucini (ITA), Conflitti e violenze: la minaccia radicale in un mondo che cambia
Barbara Lucini (ENG), Conflict and violence: the radical threat in a changing world
Marco Lombardi, Emilio Palmieri (ITA), Minacce ibride e guerra cognitiva: verso una nuova architettura dell’intelligence
Marco Lombardi, Emilio Palmieri (ENG), Hybrid threats and cognitive warfare: towards a new architecture of intelligence
Anna Calabresi (ITA), La guerra cognitiva: trauma, manipolazione e radicalizzazione nell’epoca dell’incertezza
Anna Calabresi (ENG), Cognitive warfare, collective trauma, radicalization: systemic risks and integrated responses
Elisabeth Harnes (ITA) L’adescamento di minori e giovani transnazionali verso l’estremismo islamista violento
Elisabeth Harnes (ENG), Grooming of transnational children and youth to violent islamist extremism
Sören Henrich (ITA), Dalla psicologia forense, una breve nota su come comprendere la violenza estremista nel 2025
Sören Henrich (ENG), From forensic psychology: a brief note on how to understand extremist violence in 2025
Matteo Vergani, Andrea Giovannetti (ITA), Come integrare gli interventi “soft” e “hard” per arginare l’estremismo online
Matteo Vergani, Andrea Giovannetti (ENG), How “Soft” and “Hard” interventions can work together to curb online extremism
Chiara Sulmoni (ITA), Radicalizzazione 2025: il nuovo volto dell’estremismo in Europa
Chiara Sulmoni (ENG), Radicalisation 2025: the new face of extremism in Europe.
Ludovico Camposampiero (ITA), Gli attivisti identitari agiscono come influencer della destra radicale e cercano la normalizzazione politica. Intervista di Chiara Sulmoni.
Ludovico Camposampiero (ENG), Identitarian activists act as influencers of the radical right and seek political normalization. An interview with journalist Ludovico Camposampiero by Chiara Sulmoni
Mauro Lubrano (ITA), Fermate le macchine: l’ascesa dell’estremismo antitecnologico
Mauro Lubrano (ENG), Stop the Machines: The rise of anti-Technology extremism
Iuliia Iashchenko, Andrea Carteny (ITA), Echi del conflitto: la guerra russo-ucraina, la radicalizzazione online e il reclutamentoper il sabotaggio nell’UE
Iuliia Iashchenko, Andrea Carteny (ENG), Echoes of conflict: the Russo-Ukrainian war, online radicalization and sabotage recruitment in the EU
Antonio Giustozzi (ITA), Perché’ l’ondata terroristica dello Stato Islamico si è fermata nella seconda metà del 2024
Antonio Giustozzi (ENG), Why the Islamic State’s terrorist wave stopped in the second half of 2024
Alessandra Lanzetti (ITA), Al-Shabaab e la strategia di propaganda. Evoluzione mediatica, narrazioni e implicazioni regionali
Alessandra Lanzetti (ENG), Al-Shabaab and the propaganda strategy. Media evolution, narratives, and regional implications
Lilla Schumicky-Logan, Khalid Koser (ITA), I Cuccioli del Califfato: perché rimpatrio e riabilitazione sono cruciali per la sicurezza dell’Europa
Lilla Schumicky-Logan, Khalid Koser (ENG),The cubs of the caliphate: why repatriation and rehabilitation are critical to Europe’s security
Tarja Mankkinen, Paul Gill (ITA), EUKH on Prevention of Radicalization. Panel tematico su attori solitari e salute mentale – risultati e lezioni apprese
Tarja Mankkinen, Paul Gill (ENG), EUKH on prevention of radicalization: Thematic Panel “Lone Actors and Mental Health Issues” – results and lessons learnt
Luca Tenzi (ITA), Dai Balcani alla Svizzera: la nuova frontiera della guerra ibrida europea
Luca Tenzi (ENG),The Balkans and Switzerland: the emerging frontline of hybrid conflict in Europe
Magdalena El Ghamari (ITA), Bersagli, non minacce? Mappare i vettori di sicurezza nelle diaspore tagike e cecene in Polonia
Magdalena El Ghamari (ENG),Targets, not threats? Mapping security vectors in Tajik and Chechen diasporas in Poland
Luca Guglielminetti (ITA), La diplomazia delle vittime
Luca Guglielminetti (ENG), The diplomacy of victims
Ahmed Ajil (ITA), Migrazione, sicurezza e religione: ripensare un dibattito controverso
Ahmed Ajil (ENG), Migration, security, and religion: rethinking a contested debate
Tik Tok, social media, radicalizzazione
di Chiara Sulmoni
In questa pagina trovate: “Intrappolati dall’algoritmo di Tik Tok”, la puntata della trasmissione Patti Chiari (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI) che indaga a 360 gradi sulla piattaforma digitale, con servizi di Nicola Agostinetti e Valerio Scheggia e vari ospiti in studio Include un contributo di Chiara Sulmoni, START InSight sui contenuti estremisti (da 23′ c.)
Piattaforme, algoritmi e adesione emotiva Negli ultimi anni, piattaforme quali TikTok si sono affermate come ambienti centrali nella costruzione dell’identità giovanile. Non sono semplici canali di comunicazione, ma spazi in cui i giovani interpretano il mondo, ampliano le relazioni e danno significato alla propria esperienza. In questo contesto, anche i contenuti estremisti si trasformano: non più solo propaganda esplicita, ma narrazioni integrate nei codici culturali della piattaforma, progettate per colpire l’emotività prima della riflessione critica.
Le logiche degli algoritmi hanno un ruolo decisivo: i sistemi di raccomandazione privilegiano contenuti capaci di catturare immediatamente l’attenzione, favorendo emozioni forti come rabbia, paura, indignazione o orgoglio. Questo meccanismo premia anche contenuti controversi, indipendentemente dalla loro natura, contribuendo alla loro diffusione e visibilità. Su TikTok, in particolare, la fruizione continua e automatica — un video dopo l’altro — riduce la scelta intenzionale e accelera l’esposizione, lasciando poco spazio alla riflessione.
Estetiche e codici dell’estremismo digitale La forma dei contenuti è altrettanto determinante. Sequenze rapide, immagini suggestive (spesso create con l’apporto dell’IA), storytelling personale, domande e risposte, discorsi motivazionali: tutti formati familiari al pubblico giovane. Politica, religione, identità e intrattenimento si mescolano in un flusso continuo in cui i confini tra contenuto ideologico e contenuto neutro diventano sempre più sfumati. Tecniche come il bait-and-switch — contenuti virali usati come esca — o l’uso di audio di tendenza per “coprire” o rendere più allettanti messaggi problematici, permettono di inserire progressivamente narrazioni radicali all’interno di contenuti apparentemente innocui.
Un elemento centrale è la musica. Nei contesti islamisti, i nasheed — canti a cappella della tradizione religiosa islamica — creano un senso di solennità, comunità e destino condiviso, talvolta accompagnando richiami alla jihad. Negli ambienti della destra radicale, invece, si ricorre a generi vicini alle sottoculture giovanili — rap, pop, folk o elettronica — frequentemente remixati con meme e contenuti virali. In entrambi i casi, la musica diventa uno strumento di adesione identitaria, capace di alimentare un senso di appartenenza a realtà collettive che oltrepassano i confini geografici.
L’estetica è altamente curata e svolge anch’essa una funzione cruciale. Simboli, abbigliamento, gestualità, iconografie, codici visivi e lessico di sottoculture digitali come quello legato alla manosfera trasformano l’estremismo in un fenomeno non solo ideologico, ma anche culturale ed estetico. All’interno di questi ambienti, ad esempio, circolano espressioni e simboli tipici del gergo incel e della manosfera più ampia, come riferimenti alla “red pill”, alla “black pill” o categorie identitarie quali “alpha” e “beta”, che strutturano narrazioni semplificate delle relazioni sociali e di genere. Questa estetica non ha solo una funzione codificata, ma anche una forte capacità attrattiva: rende i contenuti immediatamente riconoscibili, visivamente coinvolgenti e spesso emotivamente seducenti, facilitandone la diffusione. Il linguaggio condiviso è immediatamente comprensibile per chi ne conosce le chiavi di lettura, ma opaco per genitori, insegnanti ed educatori. Le nuove generazioni partecipano attivamente a questa evoluzione, attribuendo continuamente nuovi significati a simboli e parole, e contribuiscono in modo diretto alla costruzione della propria esperienza algoritmica, orientando attraverso le proprie interazioni — like, commenti, condivisioni e tempi di visualizzazione — ciò che viene progressivamente mostrato sullo schermo.
In questo contesto, anche le cosiddette logiche di gamification assumono un ruolo rilevante. La violenza è spesso attenuata, simbolica o inserita in una cornice ludica. Può essere presentata come una “sfida” o una “missione”, secondo schemi tipici dei videogiochi, in cui azioni e obiettivi sono organizzati in livelli e ricompense. Questo produce uno slittamento percettivo: la violenza non è più percepita come evento reale, ma come prestazione o prova di valore, creando una distanza dalle sue conseguenze.
Particolarmente insidiosi sono i messaggi stratificati e subliminali. Meme, ironia e ambiguità consentono una fruizione inizialmente leggera, che può però normalizzare progressivamente contenuti polarizzanti. L’esposizione ripetuta orienta la percezione del mondo senza che l’utente ne sia pienamente consapevole. Fenomeni come l’“Alt-Jihad” o “Islamogram” – mutuati dall’“Alt-right” e dal “Terrorgram” nell’universo della destra radicale – rappresentano un esempio emblematico: contenuti nativi digitali che fondono narrativa jihadista, cultura memetica, estetiche da videogiochi e riferimenti anime, creando una forma di propaganda ibrida adattata ai codici della Generazione Z.
Confine tra digitale e reale Questo ecosistema estetico e narrativo non resta confinato allo spazio simbolico. In alcuni casi, infatti, può contribuire a orientare percezioni e comportamenti nel mondo reale, soprattutto quando si innesta su condizioni di isolamento e vulnerabilità individuale. In questa prospettiva si inserisce il caso del quindicenne che, nel marzo 2024 a Zurigo, ha accoltellato un ebreo ortodosso. Il ragazzo, descritto come fortemente attivo online, soprattutto su TikTok e Instagram, interagiva con ambienti riconducibili a una subcultura islamista digitale, dove consumava e contribuiva alla circolazione di contenuti estremisti.
Dinamiche simili emergono anche in contesti differenti e su scala più ampia, a conferma della natura multipiattaforma dei percorsi di esposizione. Un caso emblematico è quello di un adolescente nel Regno Unito condannato per terrorismo nel 2026, che faceva parte di 25 diverse chat online di estrema destra su piattaforme come Telegram, Snapchat, TikTok e Wire. Il ragazzo ha descritto questa attività di costruzione della propria identità digitale come una forma di evasione dalla realtà.
Un ulteriore esempio, sempre nel 2024, proviene da alcuni cantoni svizzeri, dove si sono verificate minacce di attentati o stragi nelle scuole, spesso tramite scritte sui muri degli edifici scolastici. Secondo autorità e direzioni degli istituti, nella maggior parte dei casi non si trattava di intenzioni reali, ma di episodi legati a un trend circolato su TikTok, una sorta di sfida virale tra giovani. Nonostante l’assenza di un progetto concreto, questi episodi hanno comunque richiesto interventi della polizia ed evacuazioni preventive. Il punto critico sta nello scarto tra gesto e intenzione: anche azioni nate come imitazione o gioco virale producono effetti reali, generano allarme e contribuiscono ad abbassare la soglia di tolleranza verso l’idea di violenza, rendendola più presente e “normale” nello spazio sociale.
Fenomeni di questo tipo non restano isolati. In modo più ampio, dinamiche simili emergono quando eventi globali — come conflitti internazionali o crisi geopolitiche — vengono reinterpretati in chiave personale, trasformandosi in possibili “chiamate all’azione”. In questi casi, la distanza tra dimensione globale ed esperienza individuale si accorcia, e ciò che accade altrove può essere percepito come un impulso diretto all’azione nel proprio contesto.
Le analisi più recenti indicano che i casi di radicalizzazione online tra minori sono destinati ad aumentare; anche in Svizzera, le autorità segnalano una crescita del fenomeno. Questo sviluppo va letto in un contesto più ampio: i social media non sono solo canali di trasmissione, ma ambienti formativi in cui si intrecciano esposizione ai contenuti, dinamiche algoritmiche e bisogni identitari.
Contrastare queste dinamiche richiede un approccio realistico e multidisciplinare. Eliminare completamente i contenuti estremisti è impraticabile: i messaggi sono spesso ambigui e in grado di cambiare forma e linguaggio per rimanere efficaci e visibili dentro ambienti digitali in continua evoluzione. Allo stesso tempo, demonizzare le piattaforme è controproducente, poiché esse rappresentano anche spazi di creatività e partecipazione. Le strategie di moderazione e deplatforming sono necessarie, ma mostrano limiti evidenti e possono spingere gli utenti verso ambienti meno regolati.
In definitiva, la radicalizzazione online non è il prodotto di un singolo contenuto, ma di un ecosistema complesso e cumulativo. Comprenderlo significa riconoscere l’intreccio tra tecnologia, società e vulnerabilità individuale — ed è proprio in questo spazio che si gioca una delle sfide più rilevanti del presente.
La fabbrica del nemico: il ritorno del nucleare nel linguaggio dei conflitti contemporanei
Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale
In
ogni guerra, molto prima che i fatti si dispongano in un quadro leggibile, si
diffonde un’atmosfera: arrivano immagini, frammenti, parole isolate. Intanto il
lessico del conflitto si deposita nel linguaggio quotidiano e, quasi senza che
ce ne accorgiamo, comincia a sembrarci familiare.
Immaginiamo
una stanza bianca, sterile, senza finestre. Sul tavolo, veli sottili come
membrane: paura, disgusto, offesa, vittima, vendetta. Una mano ne prende uno e
lo appoggia su uno schermo. La stessa immagine non è più un fatto: diventa un
allarme. Il filtro cambia, e l’allarme diventa oltraggio. Poi necessità. È così
che si compie il vero prodigio strategico: l’altro smette di essere ambiguo,
contraddittorio, umano. Diventa una figura unica e compatta: il nemico.
La
guerra cognitiva non sempre inventa i fatti. Più spesso impone il modo in cui
li sentiamo. Nella geopolitica contemporanea il fronte decisivo non è solo il
territorio fisico, ma ciò che le dottrine militari definiscono human domain:
mente, emozioni, memoria collettiva. È qui che l’ambiente informativo viene
usato per orientare percezioni e decisioni, sfruttando vulnerabilità
psicologiche e infrastrutture digitali per erodere fiducia, coesione sociale e
capacità di giudizio (Claverie & du Cluzel, 2022; Paul & Matthews,
2016).
Lo
si vede con chiarezza anche nelle crisi più recenti in Medio Oriente. Qui il
linguaggio dell’escalation ha riportato al centro non solo la costruzione del
nemico, ma anche il reinsediarsi del nucleare come orizzonte discorsivo del
conflitto. Nel discorso politico e mediatico sono tornate con insistenza parole
come deterrenza, siti nucleari, rappresaglia, escalation. Non necessariamente
come annuncio esplicito dell’uso dell’arma atomica, ma come suo rientro nel
perimetro del dicibile. E quando questo accade, non cambia soltanto il quadro
geopolitico, cambia anche la soglia emotiva e morale di ciò che una società può
arrivare a tollerare.
Il
processo agisce in due direzioni convergenti. Da un lato irrigidisce la
percezione dell’altro e rende la violenza più sostenibile sul piano
psicologico; dall’altro abitua progressivamente all’inconcepibile, includendo
nel campo del pensabile tanto la minaccia nucleare quanto la distruzione degli
ecosistemi di vita. Le due dinamiche si rafforzano a vicenda. Perché senza la
preliminare disumanizzazione del nemico, anche l’evocazione dell’atomico
resterebbe più difficilmente accettabile. È in questo intreccio che si rivela
uno dei punti più oscuri della guerra cognitiva contemporanea.
Il primo passaggio di questa trasformazione riguarda sempre l’altro: prima di legittimare l’estremo, la guerra cognitiva deve semplificare il volto del nemico.
La
fabbrica del nemico
La costruzione del nemico affonda le sue radici in dinamiche antiche, oggi potenziate da una tecnologia che agisce su scala industriale. È stata descritta anche come pseudo-speciazione, termine coniato da Erik Erikson (1966) per indicare la tendenza a trattare un altro gruppo come se appartenesse a una specie diversa. Quando l’altro non è più percepito nella sua complessità, ciò che gli viene fatto smette più facilmente di apparire intollerabile e può assumere il volto bonificato della “pulizia” e della “necessità”.
Ma
la deformazione del nemico non nasce soltanto dall’odio. Può funzionare anche
come processo protettivo. L’empatia ha un costo: vedere il dolore altrui
provoca dolore. Ridurre l’altro a figura compatta, minacciosa e impersonale può
allora diventare un modo per sottrarsi a quel costo, per agire o giustificare
l’agire violento senza il peso del senso di colpa.
In
questa prospettiva, la retorica della minaccia costante persuade un popolo che
l’aggressione sia, in realtà, un atto protettivo necessario alla sopravvivenza.
La violenza viene ricodificata come autodifesa. L’offensiva diventa risposta.
Il carnefice diventa vittima che reagisce. È uno dei dispositivi discorsivi più
potenti della storia, e l’ecosistema digitale oggi lo amplifica con una
velocità e una capillarità senza precedenti, soprattutto in ambienti
informativi orientati alla massima penetrazione emotiva (Paul & Matthews,
2016).
Questa
semplificazione dell’altro non resta sul piano delle idee: scende nel registro
emotivo, mobilita vissuti di minaccia, umiliazione e ingiustizia, e prepara
così il terreno alla legittimazione della violenza.
Rabbia,
ingiustizia e restringimento del campo mentale
La
violenza collettiva prospera quando l’esperienza soggettiva viene configurata
come ingiustizia subita e minaccia esistenziale. Ciò che dall’esterno appare
come aggressione viene così vissuto dall’interno come autodifesa, e la
trasgressione morale diventa più facilmente giustificabile.
In
una prospettiva neuro-affettiva, la rabbia difensiva nasce dalla frustrazione e
dall’umiliazione. Per questo può essere facilmente arruolata da narrazioni di
offesa e persecuzione. Panksepp mostra come la rabbia difensiva appartenga a un
assetto affettivo diverso dall’aggressività predatoria, risultando
particolarmente sensibile ai vissuti di minaccia e frustrazione (Panksepp,
2010). La guerra cognitiva, allora, non agisce solo sulle opinioni: agisce
sulla sensibilità emotiva, sul modo in cui un gruppo interpreta ciò che lo
ferisce e ciò che ritiene legittimo fare in risposta.
Quando
questo processo si radicalizza, si restringe anche la capacità di
rappresentarsi l’altro come soggetto dotato di pensieri, intenzioni e stati
interni. L’altro smette di apparire persona e diventa più facilmente ostacolo e
bersaglio. È in questo restringimento del campo mentale che la violenza trova
una delle sue condizioni di possibilità. Quando l’altro è già stato ridotto a
minaccia e bersaglio, anche ciò che un tempo appariva moralmente
impronunciabile può entrare più facilmente nel campo del pensabile.
Il
ritorno del lessico nucleare come operazione cognitiva
C’è
un secondo livello su cui la manipolazione delle percezioni opera, ancora più
silenzioso e più devastante: l’addestramento all’impensabile. Quando una
società viene esposta a dosi crescenti di violenza, minaccia e linguaggi
apocalittici, la soglia dell’orrore si sposta. Ciò che prima era inconcepibile
diventa una variabile.
È qui che il discorso atomico entra in gioco: non tanto come annuncio esplicito di impiego, quanto come operazione mentale che rende progressivamente nominabile ciò che dovrebbe restare impensabile. Il caso del programma nucleare iraniano offre un esempio concreto di questo meccanismo. Negli ultimi mesi, i briefing tecnici su Fordow e Natanz sono stati riprodotti con sobrietà quasi scientifica dai media e nei discorsi politici occidentali. Eppure la mente collettiva raramente è rimasta sul dato. Ogni aggiornamento tecnico ha prodotto nell’immaginario pubblico il salto immediato al simbolo: la bomba, l’apocalisse. Questo perché il lessico dell’arricchimento, ripetuto con regolarità, ha progressivamente spostato il nucleare iraniano dalla categoria dell’ipotetico a quella del probabile. L’arma non esiste ancora. Ma nella percezione collettiva ha già cominciato a esistere. Questa riemersione dell’atomico lavora su due piani, strategico e psichico. Trasforma il nucleare in variabile negoziabile – pressione, deterrenza, credibilità – e insieme lo rende dicibile per ripetizione. Quando il nucleare entra nel lessico delle opzioni, il suo peso morale si alleggerisce prima ancora che cambino i rapporti di forza.
Qui
il nesso con la fabbrica del nemico produce il suo effetto più sottile. Quando
il nucleare viene evocato come risposta a un nemico “irrazionale” e “fanatico”,
si compie un’operazione retorica precisa. L’eccezionalità della minaccia
giustifica il carattere estremo della risposta e, nello stesso tempo, accredita
l’idea che l’altro appartenga a una categoria umana incomprensibile,
impermeabile alla ragione.
Ecocidio
e angoscia territoriale
La
stessa logica non si ferma ai corpi e alle coscienze: quando l’inammissibile
viene normalizzato, anche lo spazio di vita può diventare bersaglio
legittimato. L’ecocidio può essere letto come una delle espressioni più
radicali di questa dinamica. La guerra contemporanea mostra che, per colpire in
profondità una collettività, non basta aggredire i corpi. Gli edifici vengono
colpiti non solo per scopi tattici, ma anche per spezzare continuità,
orientamento e stabilità psichica. La letteratura sul place attachment
mostra come il legame con i luoghi non sia un semplice dato esterno, ma una
trama profonda che sostiene sicurezza, identità, appartenenza e continuità
dell’esperienza. Quando questo ancoraggio si spezza, possono emergere
disorientamento, senso di perdita e sofferenza psicologica (Freibott-Kalt et
al., 2025). In questa prospettiva, distruggere l’habitat significa colpire
anche la stabilità interiore.
In
quest’ottica, la devastazione dell’ambiente di vita non costituisce soltanto un
fatto ambientale o giuridico. È anche una ferita psicologica radicale, che mira
a sradicare l’identità di una comunità e a rendere il trauma della guerra
duraturo, fino a trasmettersi tra le generazioni. La prospettiva nucleare porta
questa logica al suo estremo assoluto: non la distruzione di un edificio o di
una città, ma la contaminazione permanente del territorio stesso. Il suolo che
non si potrà più calpestare. L’acqua che non si potrà più bere. L’angoscia
territoriale elevata a scala planetaria. Normalizzare il discorso nucleare non
è dunque solo un fatto militare o diplomatico: è anche un atto di guerra
psicologica contro la possibilità stessa di sentirsi a casa nel mondo.
È
a questo punto che la trasformazione percettiva mostra il suo effetto più
duraturo: non solo rende possibile l’estremo, ma abitua progressivamente a
conviverci, fino a farlo apparire parte del paesaggio mentale.
Assuefazione
all’inaudito
La
guerra non trasforma soltanto chi la subisce. Trasforma anche chi la infligge,
chi la giustifica e chi la guarda fino a non sentirla più. L’assuefazione,
allora, non è soltanto un effetto collaterale della guerra cognitiva: può
diventare una condizione strategicamente sfruttabile.
Occorre
distinguere due livelli. La normalizzazione collettiva riguarda il piano
culturale e politico: modifica ciò che una società finisce per considerare
tollerabile. L’assuefazione individuale riguarda invece il piano clinico: nasce
dall’esposizione ripetuta alla sofferenza e alle immagini estreme, erode la
capacità empatica, favorisce il distacco emotivo e può sfociare nella compassion
fatigue o nello stress traumatico secondario (Figley, 2002).
Questi
due processi non procedono separatamente: si alimentano a vicenda. Una società
composta da individui sempre più assuefatti diventa più vulnerabile alla
legittimazione culturale della violenza. E, specularmente, un ambiente
informativo che tratta l’orrore come spettacolo accelera nell’individuo
l’erosione dell’empatia. La guerra cognitiva agisce proprio in questo spazio di
reciproco rinforzo, sfruttando insieme entrambe le dinamiche.
E
tuttavia restano delle brecce: un prigioniero a cui viene offerta acqua o una
madre che parla il linguaggio del dolore. Non sono soluzioni. Sono piccoli
varchi, punti di passaggio in cui l’altro torna, almeno per un istante,
nell’ambito dell’umano.
Smantellare
la fabbrica dall’interno
Ogni
volta che il nucleare riappare in un titolo, in un commento, in una metafora
politica, e non produce orrore ma solo un aggiornamento del quadro strategico,
la guerra cognitiva ha già vinto una piccola battaglia. Non quella finale, la
decisione. Ma quella preliminare e più silenziosa: la desensibilizzazione che
rende la decisione, un giorno, meno impensabile di quanto dovrebbe essere.
La
vera vittoria non consiste nel distruggere il nemico. Consiste nello
smantellare la fabbrica che lo genera dentro di noi: quell’insieme di filtri
emotivi che trasforma l’ambiguità in minaccia, la differenza in offesa, la
ferita in vendetta.
Spezzare
questo circolo richiede di agire su entrambi i livelli: recuperare la capacità
di rappresentarsi l’altro come soggetto e rendere di nuovo indigeribile, sul
piano morale e simbolico, l’idea dell’atomico come opzione.
In
un’epoca in cui la polarizzazione è spesso incentivata da sistemi algoritmici,
interessi politici e meccanismi dell’attenzione, smantellare la fabbrica del
nemico richiede uno sforzo controcorrente, lento, privo della gratificazione
immediata della certezza. Difendere la mente, oggi, è una responsabilità
collettiva. Passa anche da scelte di architettura informativa: rallentare la
condivisione, imporre contesto, rendere visibile la provenienza dei contenuti.
In un ecosistema in cui anche l’Intelligenza Artificiale può contribuire a
produrre e moltiplicare filtri, simulazioni e cornici emotive su scala
industriale, il problema non è più solo distinguere il vero dal falso, ma
difendere le condizioni mentali che rendono ancora possibile il giudizio.
Riferimenti
bibliografici
Claverie,
B., & du Cluzel, F. (2022). “Cognitive
warfare”: The advent of the concept of “cognitics” in the field of warfare.
Cognitive warfare: The future of cognitive dominance. NATO Science &
Technology Organization.
Erikson, E.H. (1966). Ontogeny of ritualization in
man. Philosophical Transactions of the Royal Society of London. Series B,
Biological Sciences, 251(772), 337-349. https://doi.org/10.1098/rstb.1966.0019
Figley, C.R. (2002). Compassion fatigue:
Psychotherapists’ chronic lack of self-care. Journal of Clinical Psychology,
58(11), 1433–1441. 10.1002/jclp.10090.
Freibott-Kalt, A., Jiang, X., Rose, A. et al. (2025).
Children, Disasters, and Place Attachment: A Contemporary Framework for
Understanding Crisis in Context. Curr Psychiatry Rep 27, 613–621.
https://doi.org/10.1007/s11920-025-01634-4
Panksepp, J. (2010). Affective neuroscience of the
emotional BrainMind: Evolutionary perspectives and implications for
understanding depression. Dialogues in Clinical Neuroscience, 12(4), 533–545.
10.31887/DCNS.2010.12.4/jpanksepp
Paul, C., & Matthews, M. (2016). The Russian
“firehose of falsehood” propaganda model: Why it might work and options to
counter it. RAND Corporation.
https://doi.org/10.7249/PE198
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