Guerra cognitiva: come un evento violento può generare un ecosistema dell’odio
di Andrea Molle
Un recente articolo pubblicato dall’Israel Democracy Institute sull’attacco antisemita di Bondi Beach offre un punto di partenza utile per comprendere una dinamica che va ben oltre il singolo episodio. Il valore analitico del caso non risiede tanto nell’atto violento in sé, quanto nella rapidità con cui l’evento è stato immediatamente assorbito, deformato e riutilizzato all’interno di un ecosistema informativo ostile, già predisposto a produrre disinformazione, inversione di responsabilità e mobilitazione emotiva. È precisamente in questo passaggio — dall’evento fisico alla sua rielaborazione cognitiva — che si manifesta con chiarezza la dimensione geopolitica del MDMH (acronimo di “Misinformation, Disinformation, Malinformation and Hate Speech”).
Nel paradigma MDMH, la violenza non è più un punto terminale, ma un innesco. L’attacco non chiude un ciclo: lo apre. L’atto fisico produce un picco emotivo che viene immediatamente sfruttato per saturare lo spazio informativo con narrazioni alternative, spesso contraddittorie, ma accomunate da una funzione precisa: impedire la stabilizzazione dei fatti. In questo senso, la disinformazione non serve tanto a convincere quanto a disorientare. La verità non viene sostituita da una contro-verità coerente, ma dissolta in una pluralità di versioni concorrenti che rendono impossibile una ricostruzione condivisa.
Nel paradigma MDMH, la violenza non è più un punto terminale, ma un innesco. L’attacco non chiude un ciclo: lo apre
Questo meccanismo
è centrale nella guerra cognitiva contemporanea. La posta in gioco non è
l’adesione a una narrativa specifica, ma la perdita di fiducia nel processo
stesso di accertamento della realtà. Quando ogni evento viene immediatamente
reinterpretato come “operazione”, “provocazione” o “false flag”, il risultato
non è pluralismo informativo, ma paralisi cognitiva. Il cittadino non sa più a
cosa credere, e in questa incertezza permanente diventa più vulnerabile a frame
emotivi, identitari e manichei.
L’elemento decisivo, messo in luce dal caso Bondi, è che questa dinamica non è spontanea. Non si tratta di reazioni disordinate di utenti isolati, ma di ecosistemi informativi strutturati, caratterizzati da sincronizzazione cross-platform, riuso seriale di contenuti decontestualizzati, amplificazione algoritmica e migrazione continua delle stesse narrative tra social media, messaggistica privata, video brevi e strumenti di intelligenza artificiale generativa. In questo ambiente, la distinzione tra informazione, opinione e propaganda diventa funzionalmente irrilevante.
La posta in gioco non è l’adesione a una narrativa specifica, ma la perdita di fiducia nel processo stesso di accertamento della realtà.
Dal punto di
vista geopolitico, il MDMH rappresenta una forma di conflitto a bassa intensità
ma ad alta persistenza, nella quale attori statali e non statali possono
operare con costi ridotti, negabilità plausibile e impatto cumulativo
significativo. L’antisemitismo, in questo contesto, non è solo un pregiudizio
storico che riemerge ciclicamente, ma un vettore cognitivo particolarmente
efficace: è emotivamente carico, facilmente riconoscibile, trasversale a
culture diverse e immediatamente mobilitabile per spiegare eventi complessi
attraverso schemi semplici di colpa e intenzionalità maligna.
Un aspetto cruciale del caso analizzato riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale. Quando sistemi automatizzati partecipano alla sintesi degli eventi in tempo reale — riassumendo, rispondendo, suggerendo interpretazioni — essi diventano attori cognitivi a tutti gli effetti. Non sono meri strumenti neutrali: operano all’interno di un ambiente già polarizzato e possono amplificarne le distorsioni. Errori, omissioni o associazioni improprie non producono soltanto disinformazione, ma contribuiscono a spostare la responsabilità morale, a riscrivere il contesto e a legittimare narrative ostili sotto l’apparenza di neutralità tecnica.
Un aspetto cruciale del caso analizzato riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale. Quando sistemi automatizzati partecipano alla sintesi degli eventi in tempo reale — riassumendo, rispondendo, suggerendo interpretazioni — essi diventano attori cognitivi a tutti gli effetti.
Questo introduce
una discontinuità rilevante rispetto al passato. Nella propaganda classica,
l’intenzionalità era identificabile e attribuibile. Nel MDMH, invece, la
manipolazione è spesso emergente, distribuita tra attori umani, incentivi
algoritmici e processi automatici. La responsabilità si frammenta, mentre
l’effetto politico resta. È una forma di potere che non impone una linea
ufficiale, ma configura l’ambiente in cui tutte le linee diventano possibili, e
quindi equivalenti.
Da qui discende
una conseguenza strategica fondamentale: la neutralità regolatoria non è più
sostenibile. Trattare l’ecosistema informativo come uno spazio puramente
privato, autoregolato da piattaforme commerciali, significa rinunciare a
qualsiasi forma di sicurezza cognitiva. Nel contesto MDMH, design algoritmico,
moderazione, sistemi di raccomandazione e AI generativa non sono scelte
tecniche neutre, ma decisioni con effetti geopolitici. Influenzano quali eventi
emergono, quali emozioni vengono attivate, quali gruppi vengono percepiti come
minaccia.
Il caso Bondi
mostra come un singolo episodio locale possa essere immediatamente integrato in
una narrativa globale di odio, e come questa integrazione avvenga più
velocemente della verifica dei fatti. Questo ribalta la tradizionale sequenza
analitica “evento → interpretazione → reazione”. Nel MDMH, l’interpretazione
precede l’evento, perché il frame è già pronto. L’evento serve solo a
riempirlo.
In questa prospettiva, parlare di sicurezza senza includere la dimensione cognitiva è analiticamente insufficiente. La protezione delle comunità, la prevenzione della radicalizzazione e la stabilità delle società pluraliste dipendono sempre più dalla capacità di difendere lo spazio informativo come infrastruttura critica. Non si tratta di censura, ma di riconoscere che la libertà di espressione presuppone un ambiente in cui i fatti possano almeno tentare di emergere prima di essere travolti dalla manipolazione.
La protezione delle comunità, la prevenzione della radicalizzazione e la stabilità delle società pluraliste dipendono sempre più dalla capacità di difendere lo spazio informativo come infrastruttura critica.
Il MDMH ci
obbliga quindi a riconsiderare il rapporto tra violenza, informazione e potere.
Gli attacchi non sono più solo atti di forza, ma operazioni cognitive che
mirano a produrre effetti politici indiretti, duraturi e difficilmente
attribuibili. Ignorare questa dimensione significa continuare a rispondere a
una guerra del XXI secolo con categorie del XX.
Radicalizzazione 2025: l’estremismo giovanile violento a dieci anni dalla tragedia del Bataclan
di Chiara Sulmoni, presidente di START InSight
Dieci anni dopo gli attacchi terroristici che
hanno colpito Parigi il 13 novembre 2015, di cui il Bataclan rappresenta la
triste memoria collettiva, l’Europa si trova a fare i conti con una
trasformazione profonda della minaccia radicale. Non si tratta più del
terrorismo organizzato e delle azioni coordinate dello Stato Islamico
dell’epoca, ma di una galassia di gesti, simboli e linguaggi violenti che
nascono ai margini della rete e coinvolgono un numero crescente di adolescenti.
Il Rapporto 2025 sulla sicurezza della Svizzera lo afferma con chiarezza: “i casi di minori e giovani adulti che si radicalizzano online e sviluppano intenzioni terroristiche continueranno ad aumentare”. Dall’Europa all’Australia, dagli Stati Uniti all’Asia, la radicalizzazione giovanile si manifesta come un’epidemia sociale che attraversa confini, culture e matrici ideologiche.
Nel Michigan e nel New Jersey, a novembre 2025, sono stati arrestati diversi adolescenti in contatto fra loro — inclusi dei minorenni e alcuni provenienti da contesti familiari privilegiati — accusati di pianificare un attacco terroristico in nome dell’ISIS durante il weekend di Halloween. Negli stessi giorni a Canberra (Australia), un diciassettenne è stato fermato e accusato di aver progettato attacchi ispirati a ideologie razziste ed estremiste: avrebbe dichiarato che questi piani gli davano uno scopo durante la depressione[1].
Il direttore dell’intelligence australiana ha parlato recentemente di una
deriva preoccupante: minorenni che condividono video di decapitazioni nel
cortile della scuola e un dodicenne che avrebbe manifestato l’intenzione di far
esplodere un luogo di culto. L’età media in cui i minori entrano per la prima
volta nel radar dei servizi di intelligence australiani è oggi di 15 anni.
Inoltre, ha sottolineato che, secondo le previsioni interne, nei prossimi
anni raggiungerà l’età più esposta alla radicalizzazione una generazione
cresciuta interamente online. Per molti di questi giovani, il mondo digitale
rappresenta ormai il principale riferimento per costruire la propria identità,
il senso di appartenenza e la percezione della realtà[2].
In Inghilterra e Galles, la fascia fra gli 11 e i 15 anni occupa il primo posto nelle segnalazioni per sospetta radicalizzazione. Il programma nazionale di prevenzione nel 2024 ha dovuto aggiornare le categorie in cui suddivide i casi, includendo voci come “fascinazione per la violenza estrema o per gli attacchi di massa” per descrivere moventi privi di motivazioni ideologiche ma caratterizzati da ossessione per la violenza.
La Francia registra 17 minori incriminati per reati collegati al terrorismo tra gennaio e novembre 2025[3], due dei quali avrebbero pianificato attacchi contro la Torre Eiffel e sinagoghe parigine. Tre giovani donne fra i 18 e i 21 anni, sono state fermate e accusate di preparare un attentato jihadista nella capitale. Di fronte a questa tendenza, all’inizio dell’anno la Procura nazionale antiterrorismo ha pensato ad istituire una sezione dedicata ai minori, per studiare e prevenire in modo più efficacie la radicalizzazione precoce[4].
Circa un terzo delle persone arrestate per
reati di terrorismo nell’Unione Europea nel 2024 aveva meno di 20 anni.
In Belgio, un terzo circa dei soggetti che negli ultimi tre anni hanno pianificato attacchi non aveva ancora raggiunto la maggiore età.
In Italia, nel luglio 2025, la Polizia di Stato ha eseguito ventidue perquisizioni nei confronti di adolescenti tra i 13 e i 17 anni legati a contesti estremisti di diversa matrice.
Nella Svizzera tedesca, nella primavera del 2025 sarebbe stato sventato un attentato di matrice islamista da parte di un 18enne[5]. Nel Canton Vaud, i casi di minori seguiti dall’unità di prevenzione delle radicalizzazioni -un servizio attivo dal 2018[6]-, costituiscono quasi la metà del totale, con bambini che sono rimasti coinvolti già a partire dai 10 anni. Per la metà, si tratta di ragazze[7]. Questa percentuale paritaria non è frequente.
Il servizio di mentoring del Canton Berna, nel 2024, ha accompagnato 12 persone radicalizzate, di età compresa tra 11 e 20 anni.[8] Lo scorso anno l’allora capo dell’intelligence aveva dichiarato che la svizzera è toccata dal fenomeno della radicalizzazione dei minori più di altri paesi europei. Nella Confederazione, lo jihadismo rimane in testa alle preoccupazioni.
La salute
mentale come nuova frontiera della sicurezza
Secondo Europol, la combinazione fra isolamento sociale, disagio psicologico e uso intensivo delle tecnologie digitali costituisce oggi il terreno più fertile per la radicalizzazione precoce. La salute mentale, in questo contesto, non è un tema secondario: ansia, depressione, solitudine e senso di inutilità rappresentano oggi fattori chiave che possono spingere i giovani verso narrative polarizzanti e totalizzanti.
Come ricorda Clare Allely nel suo libro The Psychology of Extreme Violence, “la violenza nasce spesso dal tentativo dell’individuo di recuperare un senso di valore o significato personale perduto o minacciato”. La radicalizzazione, allora, non è solo una questione di ideologia, ma un meccanismo di compensazione.
Alcune ricerche e dati statistici evidenziano che nei processi di radicalizzazione individuale, in particolare tra adolescenti, possono essere presenti condizioni neurodivergenti (come i disturbi dello spettro autistico) o difficoltà di regolazione emotiva e sociale. Non si tratta di una relazione causale, ma di una vulnerabilità specifica: chi fatica a decodificare norme sociali o emozioni altrui può essere più esposto a comunità online che offrono identità rigide, appartenenza immediata e linguaggi semplificati.
Per tutti questi motivi, da tempo ormai si parla della necessità di un approccio di salute pubblica alla prevenzione della radicalizzazione: non più solo sicurezza e intelligence, ma benessere mentale, sostegno psicologico e resilienza comunitaria.
L’ecosistema
digitale come “camera dell’identità”
L’estremismo contemporaneo è autonomo e reticolare. Non risponde più a una leadership gerarchica, ma vive in una rete di simboli e riferimenti che mutano in continuazione. La propaganda si diffonde attraverso linguaggi emotivi e visivi — meme, video brevi, canzoni, influencer — in grado di catturare bisogni identitari e compensare la mancanza di riconoscimento nella vita reale.
Le piattaforme digitali diventano spazi di appartenenza emotiva, dove la socializzazione avviene in modo nuovo e frammentato. Qui la radicalizzazione non si costruisce più solo attraverso legami ideologici tradizionali, ma tramite interazioni online, imitazione di modelli violenti e partecipazione a comunità che mescolano jihadismo, suprematismo, incel (i cosiddetti celibi involontari, una sottocultura digitale con un proprio linguaggio e vari gradi di misoginia), complottismi e derive esoteriche. Questa ibridazione di ideologie fluide sostituisce spesso la religione o la politica con la promessa di significato personale, mentre i giovani osservano attentatori precedenti, come esempi da cui trarre insegnamenti.
In questo ecosistema, chi compie atti di violenza può quindi diventare fonte d’ispirazione per altri: come Brenton Tarrant, che nel 2019 a Christchurch uccise oltre 50 persone in due moschee; oppure Elliott Rodger, che nel 2014 in California, a 22 anni, realizzò una strage ispirata a ideologie misogine e oggi è idolatrato da comunità incel violente; fino al quindicenne svizzero autore dell’accoltellamento di un ebreo ortodosso a Zurigo il 2 marzo del 2024, il cui gesto è stato celebrato dai sostenitori dello Stato Islamico. Pochi giorni dopo l’evento, il Counter Extremism Project individuò sei profili su TikTok che esaltavano l’azione dello jihadista svizzero[9].
T-shirt con l’iconografia di Luigi Mangione in vendita su una piattaforma d’acquisti
O ancora, Luigi Mangione, il giovane che nel
2024 uccise a New York un dirigente della compagnia assicurativa sanitaria
United Healthcare, e che oggi per parte della generazione Z americana è
diventato un’icona pop ribattezzata “San Luigi”. La violenza viene
reinterpretata come atto di giustizia alternativa, risposta alla frustrazione
collettiva e alla perdita di fiducia nelle istituzioni.
L’atto estremo funziona come uno “schermo” si
cui proiettare rabbia e impotenza.
Il ricercatore John
Richardson, autore di Luigi: The Making and Meaning, citato dal New York
Post: “Cercare di individuare il movente di Luigi è fuorviante. Ciò che conta è la sua elusività. Per un numero crescente di giovani che vibrano di ansie esistenziali, è diventato uno schermo su cui proiettano le proprie paure e i propri sogni”.
Emblematico è anche il caso di Axel Rudakubana, il diciassettenne (autistico) che nel 2024 a Southport, in Gran Bretagna, accoltellò e uccise tre bambine in una scuola di danza. Il ragazzo non agiva in nome di un’ideologia, ma di un malessere personale. Il caso di due adolescenti britannici arrestati nei mesi successivi e sospettati di volerlo emulare, conferma come oggi la violenza si diffonda anche per imitazione, ispirazione o ricerca di visibilità.
Va sottolineato che gli attacchi effettivamente portati a termine restano prevalentemente opera di adulti. Secondo il database di START InSight, che monitora i profili degli jihadisti entrati in azione in Europa, l’età mediana degli autori degli attacchi tra il 2014 e il 2023 è di 26 anni, con fluttuazioni nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 anni nel 2019, e 28,5 anni nel 2023.
Tuttavia, “ “Childhood Innocence? Mapping Trends in Teenage Terrorism Offenders”, uno studio pubblicato dall’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) del King’s College di Londra, che ha preso in esame le attività di 43 minorenni condannati per reati collegati al terrorismo, sempre in Inghilterra e Galles, dal 2016 al 2023 (13), invita a non sottovalutare il ruolo dei ragazzi; sebbene nel periodo preso in considerazione nessun bambino sia riuscito a commettere un attentato e il reato più comune sia consistito nel possesso di materiale estremista, dalla ricerca emerge come un terzo sia stato condannato per la preparazione di atti di terrorismo, e come i ragazzi abbiano agito da “amplificatori” e “innovatori”, in grado di produrre materiali di propaganda, di reclutare altri e di pianificare attacchi. A fare deragliare i loro piani, potrebbero essere stati fattori legati all’età, come l’ingenuità e l’incapacità organizzativa.” (Estratto da Estremismo giovane, autonomo ed emancipato, in: Rapporto ReaCT2024)
Conclusione
A dieci anni dagli attentati del Bataclan, la radicalizzazione giovanile non si limita a rappresentare una minaccia ideologica: riflette una profonda crisi esistenziale. Solitudine, perdita di fiducia nelle istituzioni e percezione di un futuro chiuso alimentano un vuoto di senso, appartenenza e riconoscimento, che l’estremismo riesce a occupare. Investire in salute mentale, educazione relazionale e comunità vive non è solo un bene sociale, ma un elemento di sicurezza nazionale. Prevenire il radicalismo significa ricostruire legami, dare voce ai giovani e offrire prospettive concrete, restituendo loro la possibilità di sentirsi parte di qualcosa che meriti di essere costruito.
Sei linee
di intervento
1️⃣ Ridefinire i criteri di rischio Andare oltre le tradizionali etichette ideologiche e considerare segnali di fragilità psicologica: isolamento, attrazione per la violenza, imitazione di gesti estremi e ossessione per figure violente o “giustizialiste”.
2️⃣ Formazione multidisciplinare Educatori (scuola, associazioni giovanili), psicologi, operatori sociali e forze dell’ordine devono condividere linguaggi, strumenti e protocolli comuni.
3️⃣ Intervento precoce e
coordinato
Ogni segnalazione deve tradursi in un percorso di supporto, anche in assenza di
elementi ideologici espliciti.
4️⃣ Comunicazione e
contro-narrative credibili
Valorizzare il pensiero critico e proporre modelli simbolici alternativi e
positivi.
5️⃣ Ricerca e monitoraggio
continuo
Investire in studi interdisciplinari e nel monitoraggio delle piattaforme
digitali emergenti, per intercettare segnali di “fissazioni violente” prima che
degenerino in atti concreti.
6️⃣ Ruolo di educatori e genitori Agire prima che compaiano segnali d’allarme, formando e sensibilizzando insegnanti e famiglie su manifestazioni di rischio, fattori di protezione e canali di aiuto. La prevenzione efficace è sempre multidisciplinare, territoriale e in rete.
Dieci anni ci separano dal più grande attentato terroristico in Europa. L’attacco al “Bataclan” rappresenta infatti un evento eccezionale in termini di impatto emotivo, mediatico e operativo. Al tempo stesso quel terribile evento dimostra come un’azione a basso costo in termini di realizzazione possa ottenere un risultato dalle drammatiche conseguenze sul piano operativo e strategico. In particolare l’utilizzo all’interno della realtà europea, delle sue città, contro i suoi cittadini, di tecniche, tattiche e procedure militari acquisite dai terroristi jihadisti sui campi di battaglia mediorientali – in particolare la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan – ha dimostrato di saper mettere in crisi la sicurezza interna degli stati europei.
Oggi, a dieci anni da
quell’evento straordinario, riproponiamo la lettura analitica su quanto accadde
nella drammatica notte del 13 novembre 2015, e nei giorni successivi.
Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti,
Commando suicidi’: dopo gli attacchi di
Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo
Terrorismo Insurrezionale’, Speciale
terrorismo, in Osservatorio
Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.
Cosa accadde
in quei giorni di dieci anni fa? L’arco operativo degli attentati di Parigi si
articolò in più fasi, distribuite su un periodo di cinque giorni, tra il 13 e
il 18 novembre; un’operazione pianificata con logica militare, caratterizzata
da un’elevata coordinazione e da una precisa volontà strategica: colpire il
cuore simbolico e politico dell’Europa.
La sera del 13 novembre, a
partire dalle 21:16, prese avvio
una sequenza di attacchi simultanei
che investì tre aree della capitale francese: lo Stade de France, alcuni bistrot
e ristoranti nei quartieri orientali e, infine, il teatro Bataclan. In meno di tre ore,
tra le 21:16 e le 00:20, le cellule jihadiste misero in atto un’azione
coordinata e ad altissima letalità, colpendo
obiettivi civili, simbolici e mediaticamente sensibili. Il bilancio fu
devastante: 130 vittime, oltre 350 feriti e un’intera città
paralizzata dal terrore.
Il giorno successivo, 14 novembre,
lo Stato francese reagì con una misura d’emergenza senza precedenti dalla
Seconda guerra mondiale. Fu dichiarato lo stato d’emergenza nazionale, vennero sospese alcune garanzie
costituzionali e si avviò una vasta operazione
di intelligence e controterrorismo mirata all’identificazione dei
responsabili, dei fiancheggiatori e della rete logistica che aveva consentito
la pianificazione dell’attacco.
L’epilogo giunse all’alba del 18
novembre, quando le forze speciali francesi (RAID e BRI) circondarono un
edificio nel quartiere di Saint-Denis,
dove si nascondeva Abdelhamid Abaaoud,
considerato il cervello operativo dell’attentato. Dopo un prolungato scontro a
fuoco, Abaaoud e due suoi complici vennero uccisi. L’operazione segnò la
conclusione della fase operativa del più grave attentato jihadista mai compiuto
in Francia.
Dall’articolo
originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi
della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione
Speciale, CeMiSS, CASD 2016.
Introduzione
A meno di un anno di distanza dal terribile attacco a
Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, il terrore ha investito nuovamente il cuore
dell’Europa attraverso una serie di azioni spettacolari.
E proprio l’attacco alla Francia del 13 novembre 2015,
proseguito con i violenti
scontri del giorno 18 nel quartiere di Saint Denis, – spartiacque sostanziale
nell’evoluzione del fenomeno terroristico contemporaneo –
evidenzia come il fondamentalismo jihadista, che si diffonde dal Medio Oriente,
attraverso il Nord Africa, fino ad arrivare a colpire il cuore della Europa,
sia una minaccia concreta e crescente: una minaccia che è conseguenza
dell’avanzata neo-jihadista del gruppo Stato
islamico (IS/Daesh) in combinazione con le dinamiche conflittuali locali
(interne all’area MENA) e con il disagio sociale di una parte della comunità musulmana,
sia dell’area MENA (in particolare Tunisia, Libia, area del Syraq) sia europea,
quest’ultima spesso di
seconda, o terza, generazione.
Un’imposizione di violenza che, con i suoi 130 morti, 350
feriti – almeno cento in modo grave –, e 11 jihadisti caduti nei due giorni di
combattimento a Parigi (13 e 18 novembre), ha portato a compimento con successo
una serie di
operazioni coordinate e simultanee. Ciò che è avvenuto è stato un classico esempio
di trasferimento di capacità tattica da un teatro operativo a un altro.
Ma a differenza del passato, dove le tecniche, tattiche e
procedure venivano trasferite dall’Iraq all’Afghanistan, alla Siria, o alla
Libia, oggi l’evoluzione di una tecnica di combattimento maturata e collaudata
nell’area del Grande-Medioriente – dal sub-continente indiano al Maghreb – si è
imposta in Francia,
uno Stato europeo, e potrà verosimilmente espandersi ad altri stati
dell’Unione,
e l’Italia rappresenta un obiettivo significativo sul cui territorio vi sono molteplici
target di alto valore (HVT – High Value Target),
materiale e
simbolico.
È la tecnica del ‘commando suicida’, largamente
utilizzata e affinata, che ha
fatto la sua comparsa per la prima volta nel 2008.
Oggi, esportando questa tecnica, il gruppo Stato islamico ha dimostrato di essere
in grado, direttamente o indirettamente – di minacciare realmente l’Europa e i
suoi cittadini.
E lo ha fatto dimostrando di disporre di ‘combattenti’ in
grado di costituire nuclei di individui determinati, con adeguato livello di
addestramento e Commando suicidi’: coordinamento e con buona capacità operativa
in un contesto urbano; il livello delle capacità logistiche e intelligence è
valutato come adeguato, per quanto minimale. Si tratta di capacità procedurali
già applicate in Afghanistan, prima,
e nei teatri operativi del Syraq (Siria e Iraq) e della Libia, più
recentemente.
1. La dinamica dell’attacco
Un attacco senza precedenti è stato portato, quello del
13 novembre, a cui ha fatto seguito, il successivo 18 novembre, la reazione al
blitz delle forze di sicurezza francesi nel quartiere Saint Denis.
Giorno 13 novembre
Un commando di attaccanti suicidi ha colpito sei volte in
meno di mezz’ora. Un’azione propriamente militare sviluppatasi, per la prima
volta in Europa, attraverso la tecnica del ‘commando suicida’.
7 gli attaccanti suicidi, affiancati da elementi di
supporto al combattimento, equipaggiati con armi da guerra (AK47 e fucili shotgun a pompa), bombe a mano e giubbotti
esplosivi individuali.
– Obiettivo ‘uno’:
Stade de France’ porta ‘B’, colpito alle 21.20 da un attaccante suicida fermato
mentre tentava di accedere allo stadio (con regolare biglietto acquistato);
riconosciuto si è dato alla fuga facendosi esplodere e
provocando la morte di un passante. Un secondo attaccante suicida si è fatto esplodere
alla porta ‘H’, senza provocare ulteriori vittime.
Nel complesso, le azioni sono state due, entrambe
all’esterno della struttura; di queste una in fase di penetrazione (sventata
dal sistema di sicurezza).
– Obiettivo ‘due’:
locali pubblici (ristoranti e bistrot) collocati all’interno del XII
arrondissement. La tecnica è quella del fuoco di saturazione contro i ristoranti
Carillon e Petit Cambodge, dove sono state uccise complessivamente 15 persone
(altre 10 gravemente ferite); segue un altro attacco con fuoco di saturazione
al locale Bonne Biere (19 vittime) e poi un’altra azione viene portata a
compimento da un attaccante suicida in boulevard Voltaire.
– Obiettivo ‘tre’:
teatro-sala concerti ‘Bataclan’, dove il commando principale (composto da 4
attaccanti) ha fatto irruzione nel locale sparando sulla folla e tenuto la
posizione per circa tre ore provocando 89 morti. L’azione si è conclusa con la
morte (autoindotta per esplosione) di tre attaccanti e l’uccisione di uno di
questi da parte delle forze di sicurezza.
Giorno 18 novembre
Quartiere di Saint Denis, nel corso di un blitz da parte
delle forze di sicurezza francesi finalizzato alla neutralizzazione/cattura degli
altri elementi componenti il gruppo di terroristi,
– un uomo si è fatto esplodere attaccando le forze di
sicurezza;
– gli altri elementi del nucleo hanno opposto resistenza
cercando di contrastare il blitz dall’interno di un appartamento condominiale,
provocando il ferimento di 5 elementi della squadra d’intervento.
Equipaggiamentoutilizzato:
– armi individuali: fucili d’assalto AK47, fucili a pompa
tipo;
– giubbotti esplosivi: tritolo rafforzato da perossido di
idrogeno con chiodi e bulloni per creare l’effetto shrapnel;
– veicoli: due auto noleggiate (Seat ‘Leon’ colore nero,
e Volkswagen ‘Polo’).
La
natura degli obiettivi colpiti
Si tratta di obiettivi dal forte impatto emotivo e
simbolico poiché rappresentano i simboli quotidiani della società occidentale:
stadio, teatro, ristoranti.
– L’obiettivo ‘uno’ è tecnicamente un hard-target, con un medio livello di sicurezza,
ad elevata concentrazione di popolazione – tra queste il presidente Francois
Hollande. L’obiettivo presunto era il pubblico presente alla
manifestazione sportiva che avrebbe dovuto, nei piani dell’organizzazione, essere
coinvolto sfruttando gli effetti del panico generale, prevedendone una fuga di massa che avrebbe provocato ancora
più vittime dello stesso attacco.
– Gli obiettivi ‘due’ e ‘tre’ (locali XII arrondissement
e teatro ‘Bataclan’) sono di tipo soft target, caratterizzati da un basso
livello di sicurezza e alta concentrazione di popolazione.
Tutti gli obiettivi sono di natura puntiforme,
distanziati sul piano spaziale al fine di imporre la dispersione sul terreno
delle forze di sicurezza, un aumento delle unità impiegate, di quelle di pronto
impiego e riserva.
Il risultato, a fronte di un costo ridotto per la condotta
degli attacchi, è stata l’imposizione di significativi costi, in termini di
risorse materiali e umane, sforzi logistico-operativi, difficoltà di coordinamento,
ritardo nell’intervento da parte dell’apparato di sicurezza francese.
2.
Tattica, tecnica e procedura
La tattica utilizzata è il raid condotto da ‘commando
suicidi’ affiancati da elementi di supporto operativo convenzionale (tiratori
dotati di armi automatiche individuali) attraverso fasi successive. Le tre
singole azioni prese
in esame sono vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi
dei combattenti-suicidi si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei
combattenti. In particolare, per l’obiettivo ‘tre’, le fasi operative si sono
così succedute: movimento verso l’obiettivo, penetrazione, uccisione indiscriminata,
ricerca del panico, ostaggi, uccisione selettiva, conclusione con la morte
autoindotta degli attaccanti (giubbotti esplosivi).
Ha fatto la sua comparsa, dunque anche in Europa, la
tecnica di attacco delle unità commando composte da più combattenti-suicidi
affiancati e sostenuti da elementi operativi. Una tecnica che ha dato prova di
efficacia in Afghanistan e successivamente anche nel teatro operativo del
Syraq. Il primo episodio di questo tipo ad aver ottenuto un’attenzione
mediatica globale è quello di Mumbai nel novembre del 2008.
Inoltre, nella sua variante europea, si è manifestato
come azione inserita in un contesto esclusivamente urbano, e per questo ascrivibile
ad operazione dello urban warfare
contemporaneo: l’evoluzione del combattimento nei centri abitati, difficile da
contrastare, a rischio coinvolgimento di attori non-combattenti (popolazione
civile), caratterizzato dall’imprevedibilità della minaccia e dall’elevato
numero di target potenziali.
Si tratta di una tattica efficace – frutto della commistione
dei due metodi classici veicolo-bomba[1] e uomo-bomba[2] uniti alla tecnica
dell’assalto armato convenzionale – basata sul coordinamento di uno o più
combattenti-suicidi
(spesso divisi in sotto-unità o scaglioni) sostenuti da nuclei di «sicurezza vicina»
e finalizzata alla massimizzazione dell’opera di distruzione in funzione della
penetrazione delle linee difensive e a sostegno dell’attacco suicida principale.
Una tecnica che si è sviluppata e affinata attraverso il tempo grazie alla
capacità di information-sharing tra i
gruppi di opposizione armata e l’influenza diretta del conflitto iracheno; tecnica
utilizzata ed evolutasi nel conflitto del Kashmir e applicata da quei gruppi
insurrezionali kashmiri e pakistani, in primis il Lashkar-e-Taiba.
Questa tipologia di azione ottiene il risultato di un
elevato numero di vittime provocate per singolo attacco, maggiore che non per
le azioni condotte da singoli attaccanti, e maggiore attenzione mediatica.
E Parigi – come altre capitali o principali città europee
– rappresenta un importante obiettivo, strategico e simbolico al tempo stesso;
qui, le opportunità di colpire obiettivi di alto profilo sono elevate e
garantiscono proprio quella eco mediatica amplificata che viene ricercata dai
gruppi di opposizione armata: è l’opportunità a dettare la scelta per la
condotta dei cosiddetti «attacchi spettacolari», al fine di spettacolarizzare
la violenza.
Il successo del terrorismo è a livello operativo.
Come abbiamo avuto modo di evidenziare in #ReaCT2024 – 5°
Rapporto sul radicalismo e il terrorismo in Europa, anche quando un attacco
terroristico non riesce, produce comunque un risultato significativo: impegna
pesantemente le forze armate e di polizia, distraendole dalle loro normali
attività o impedendo loro di intervenire a favore della collettività. Inoltre,
può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari, limitare, rallentare,
deviare o fermare la mobilità urbana, aerea e navale, e ostacolare il regolare
svolgimento delle attività quotidiane, commerciali e professionali,
danneggiando le comunità colpite. Questo riduce efficacemente il vantaggio
tecnologico e il potenziale operativo, nonché la capacità di resilienza. In
generale, infligge danni diretti e indiretti, indipendentemente dalla capacità
di provocare vittime. La limitazione della libertà dei cittadini è un risultato
misurabile ottenuto attraverso queste azioni.
In sostanza, il successo del terrorismo, anche senza causare vittime, risiede nell’imporre costi economici e sociali alla collettività e nel condizionare i comportamenti nel tempo in relazione alle misure di sicurezza o limitazioni imposte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. Questo fenomeno è noto come “blocco funzionale”. Nonostante la capacità operativa del terrorismo sia sempre più ridotta, il “blocco funzionale” rimane uno dei risultati più importanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Questo risultato impressionante, ottenuto con risorse limitate, conferma il vantaggioso rapporto costo-beneficio a favore del terrorismo, pur a fronte di una rilevata perdita progressiva di capacità che ha visto diminuire l’ottenimento del “blocco funzionale”, sceso al 78% nel 2022 e al 67% nel 2023.
Il terrorismo jihadista si impone come una minaccia ideologica diffusa, collegata alle dinamiche storiche, conflittuali, delle relazioni internazionali e della competizione in Medio Oriente, in Africa e alla violenza discendente dalla lettura radicale dell’Islam; una dinamica conflittuale che oggi si associa sempre più spesso alla ricerca di identità di gruppi e individui attraverso l’opposizione culturale di una componente non marginale degli immigrati maghrebini di seconda e terza generazione in Europa, ma con una crescente componente di immigrati di prima generazione, spesso giunti in Europa da poco tempo. E parliamo di una galassia jihadista frammentata e caratterizzata da diverse ideologie e approcci pratici, tanto da indurre una riflessione sul concetto di terrorismo contemporaneo che si impone come fenomeno sociale molto diverso dai terrorismi che lo hanno preceduto; con ciò invitando a un cambio di paradigma nella stessa definizione di terrorismo: non più un’azione volta ad ottenere risultati politici attraverso la violenza, dunque nelle intenzioni; bensì intesa come l’effetto della violenza applicata. È così il terrorismo diviene manifestazione di violenza, priva di un’organizzazione alle spalle: è terrorismo nella manifestazione, non nell’organizzazione.
All’interno della stessa galassia jihadista, il terrorismo si impone come strumento di lotta, e lo fa con diversi gradi e modelli di violenza: da quella individuale, a quella organizzata, a quella ispirata e ancora al terrorismo insurrezionale che ben abbiamo conosciuto in Afghanistan, in Iraq.
Designare Antifa come un’organizzazione terroristica? Implicazioni legali, strategiche e politiche
di Andrea Molle dagli Stati Uniti
La recente decisione dell’amministrazione Trump di designare Antifa come organizzazione terroristica solleva DIVERSI interrogativi sull’uso degli strumenti dell’antiterrorismo nel contesto domestico. A differenza di gruppi stranieri tradizionalmente soggetti a tale designazione, Antifa non costituisce un’entità strutturata, provvista di un minimo livello di leadership centralizzata, di un’appartenenza ben definita o di un apparato finanziario coerente. È più appropriato descriverla come un movimento sociale decentralizzato, contraddistinto da un’auto-proclamata ideologia antifascista, da reti locali e da un repertorio eterogeneo di pratiche che spaziano da forme di protesta pacifica fino a modalità di confronto violento. Questa ambiguità strutturale è al centro delle sfide e delle controversie legate alla sua designazione.
Antifa non è un’organizzazione strutturata ma piuttosto un movimento sociale decentralizzato contraddistinto da un’auto-proclamata ideologia antifascista, da reti locali e da un repertorio eterogeneo di pratiche che spaziano da forme di protesta pacifica fino a modalità di confronto violento.
Dal punto di vista legale, la decisione si muove su un terreno controverso. Il quadro legislativo federale conferisce chiaramente l’autorità per designare organizzazioni terroristiche straniere ai sensi della Sezione 219 dell’Immigration and Nationality Act. Non esiste invece un quadro normativo del tutto equivalente sul versante domestico, anche se sia l’amministrazione Obama che quella Biden, hanno considerato il terrorismo interno una priorità fondamentale per la sicurezza nazionale. La National Strategy for Counterterrorism del 2011 dell’amministrazione Obama riconosceva esplicitamente la potenziale minaccia della violenza ideologicamente motivata all’interno degli Stati Uniti, pur evitando di proporre un quadro formale per tale designazione. Piuttosto, privilegiava l’impegno comunitario e le iniziative di contrasto alla radicalizzazione. L’amministrazione Biden, a sua volta, nel 2021 ha pubblicato la prima National Strategy for Countering Domestic Terrorism, che individuava l’estremismo violento a motivazione razziale o etnica, così come i movimenti anti-governativi e anarchici, come sfide urgenti. Quel documento destinava risorse al miglioramento della condivisione di intelligence, al coordinamento tra forze dell’ordine e ai programmi di prevenzione ma -aspetto cruciale- ribadiva che la legge statunitense vigente non prevede alcun meccanismo per designare gruppi domestici come organizzazioni terroristiche nello stesso modo in cui le entità straniere possono essere inserite nella lista, ai sensi della Sezione 219 dell’Immigration and Nationality Act. Questa continuità evidenzia il gap strutturale: amministrazioni di entrambi i partiti hanno riconosciuto la rilevanza della violenza estremista interna ma non hanno cercato di creare un quadro legale per tale designazione, in gran parte a causa di vincoli costituzionali e politici.
Applicare la
designazione di “organizzazione terroristica” a un movimento informale interno
implicherebbe probabilmente il fatto di dover ampiamente reinterpretare statuti
già esistenti, come quelli relativi al sostegno materiale o alla cospirazione.
Il Primo Emendamento limita fortemente la portata dell’azione governativa in
quest’area: l’espressione di opinioni politiche, anche radicali o offensive, è
protetta. Per reggere sul piano giudiziario, le accuse dovrebbero dimostrare un
coinvolgimento concreto in atti di violenza o la fornitura di assistenza
materiale ad attività illegali. Questa soglia probatoria elevata limita
l’applicabilità pratica della designazione.
Sul piano
strategico, la designazione offre comunque alcuni vantaggi. Invia un segnale di
deterrenza, sia ai partecipanti sia a chi valuta un sostegno finanziario o
logistico. Espande la gamma di strumenti investigativi a disposizione delle
forze dell’ordine, tra cui un’autorità di sorveglianza ampliata e la
possibilità di perseguire canali di finanziamento. Fornisce inoltre una
vittoria simbolica a quei decisori politici che intendono dimostrare fermezza
contro la violenza politica.
Allo stesso tempo, l’approccio comporta diversi rischi. Poiché Antifa manca di coesione organizzativa, la designazione potrebbe rivelarsi più simbolica che operativa. Eventuali procedimenti basati sulle leggi antiterrorismo rischiano di incontrare ostacoli costituzionali e di generare precedenti controversi. L’applicazione estesa dell’etichetta terroristica a un movimento che include anche attività di protesta legittime rischia di raffreddare il dissenso legittimo ed espandere la sorveglianza statale in modi difficili da contenere. Esiste inoltre un costo strategico di disallineamento: dare priorità ad Antifa potrebbe distogliere risorse dall’affrontare altre minacce statisticamente più significative.
Poiché Antifa manca di coesione organizzativa, la designazione potrebbe rivelarsi più simbolica che operativa. L’applicazione estesa dell’etichetta terroristica a un movimento che include anche attività di protesta legittime rischia di raffreddare il dissenso legittimo ed espandere la sorveglianza statale in modi difficili da contenere.
Le implicazioni di policy si estendono anche agli ambienti digitali. Espressioni online di simpatia o identificazione con Antifa potrebbero, a seconda della discrezionalità dei procuratori, essere interpretate come “sostegno materiale”. Anche se i tribunali finissero per restringere la definizione, la percezione del rischio potrebbe scoraggiare individui dall’esercitare un diritto legittimo, producendo un effetto dissuasivo incompatibile con le norme democratiche. Questa dinamica evidenzia la tensione tra obiettivi di controterrorismo e protezione delle libertà civili quando strumenti concepiti per minacce estere vengono applicati al contesto interno.
Questa dinamica evidenzia la tensione tra obiettivi di controterrorismo e protezione delle libertà civili quando strumenti concepiti per minacce estere vengono applicati al contesto interno
In sintesi, dichiarare Antifa un’organizzazione terroristica mette in luce le difficoltà di adattare i quadri normativi antiterrorismo a movimenti diffusi, basati su reti e radicati all’interno di società democratiche. La policy potrà produrre benefici simbolici e in termini di deterrenza, ma si scontra con ostacoli giuridici, operativi e normativi rilevanti. L’impatto a lungo termine sarà determinato dall’interpretazione giuridica, dalle modalità di applicazione delle norme e dal fatto che questa misura riesca a contenere la violenza o finisca per accentuare la polarizzazione e compromettere le garanzie costituzionali.
La guerra cognitiva: trauma, manipolazione e radicalizzazione nell’epoca dell’incertezza
di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale.
Nell’epoca
attuale, il conflitto non si limita ai campi di battaglia fisici, ma si insinua
nei modi in cui percepiamo, interpretiamo e ricordiamo. Non colpisce solo i
corpi, ma agisce sulle menti, distorcendo significati, rafforzando paure e
seminando sfiducia. E trova forza proprio nelle ferite aperte. Perché quando il
dolore collettivo non viene riconosciuto ed elaborato, può essere manipolato,
diventando una lente deformante per leggere il presente e un terreno fertile
per la radicalizzazione.
In
questo paesaggio, la guerra cognitiva, il trauma collettivo e la
radicalizzazione non sono realtà distinte, ma intrecci di un medesimo processo
psico-sociale. Si alimentano a vicenda e si rafforzano in una spirale che
attraversa individui e società, storia e memoria. Comprenderli nella loro
interdipendenza è una necessità urgente per leggere lucidamente i contesti di
crisi, ma anche per immaginare risposte nuove, capaci di prevenire fratture e
di generare riparazione.
Capire
questi meccanismi richiede uno sguardo capace di integrare psicologia, cultura
e politica. Solo così potremo davvero difendere la nostra capacità di pensare e
di scegliere.
Pensare sotto assedio: tra algoritmi, emozioni e
propaganda
Non tutte le guerre si dichiarano con il boato di
missili o il dispiegamento di truppe. Alcune si insinuano silenziosamente nella
quotidianità, mascherate da informazione, intrattenimento e condivisione. Sono
guerre che si combattono nei nostri dispositivi, nelle sinapsi e sul piano
delle emozioni. La guerra cognitiva è la nuova frontiera del conflitto: non
mira a distruggere corpi o infrastrutture, ma a occupare la mente e a
manipolare il senso stesso del reale. Una guerra che non bombarda, ma polarizza
e separa, che colpisce la nostra capacità di fidarci, di interpretare e di
sentire il mondo come condiviso.
L’obiettivo
della guerra cognitiva è disorientare, farci dubitare di ciò che vediamo,
sentiamo e ricordiamo. È una strategia sottile e pervasiva che sfrutta le crepe
emotive, i bias cognitivi, le fragilità individuali e collettive. Una nuova
forma di assedio che passa attraverso big data, algoritmi predittivi,
intelligenze artificiali e operazioni psicologiche mirate. E le democrazie, che
si fondano su pluralismo, fiducia e senso critico, sono le più vulnerabili. Non
perché più deboli, ma perché più aperte (NATO Review, 2021).
Nel
teatro contemporaneo dell’informazione, media e social network sono attori
protagonisti di una battaglia per l’influenza delle coscienze. Le emozioni,
come indignazione, paura, e rabbia, diventano strumenti di manovra, leve
invisibili con cui orientare scelte, plasmare opinioni e disinnescare il
pensiero critico. Perché non è l’argomentazione razionale a muovere l’agire
umano, ma la scossa emotiva. È l’emozione che guida la mano a votare, a
cliccare “compra ora”, ad abbracciare un’ideologia.
In
questo scenario si inserisce un’altra sfida sottile, ma cruciale: il rischio di
delegare il pensiero all’intelligenza artificiale, trasformandola da partner
cognitivo a sostituto percettivo. Si rischia di disabituare le nuove
generazioni alla tolleranza della frustrazione. Quando tutto diventa
accessibile, immediato e predittivo, l’attesa diventa insopportabile, il dubbio
intollerabile e la complessità superflua. Ma è proprio lì, nel tempo sospeso
tra domanda e risposta, che il pensiero umano si forma, si affina e si
emancipa.
La
nostra suscettibilità alla manipolazione non è un’anomalia, ma dipende dalla struttura
stessa della mente. Siamo esseri sociali, programmati per fidarci. La fiducia
nell’altro è stata, nel corso dell’evoluzione, un vantaggio. Ma è proprio
questa apertura che può renderci vulnerabili all’inganno. Inoltre, il nostro
pensiero non è sempre vigile, spesso si affida a scorciatoie cognitive che
semplificano, ma anche deformano la realtà (Haselton, Nettle & Andrews,
2015). Il cervello, per sua natura, tende a risparmiare energia, privilegiando
automatismi e risposte immediate. Il pensiero critico, invece, esige tempo,
fatica e capacità di tollerare l’ambiguità. E in un’epoca che corre, questo non
è ben visto.
In
questo contesto, la difesa è per forza di cose anche psicologica e culturale. È
urgente coltivare una resilienza cognitiva, quella forma di vigilanza critica
che ci permette di non smarrirci nel labirinto di un ecosistema informativo
instabile. Significa affinare lo sguardo, imparare a leggere lateralmente, a
interrogarci sulla provenienza delle fonti, ma anche a riconoscere i segni sottili
della propaganda, che agisce prima di tutto sulle nostre emozioni. Ma anche
rinforzare la capacità di tollerare l’ambiguità e riconoscere la manipolazione.
Difendere
la mente è oggi un atto politico. Se non possiamo più fidarci nemmeno delle
nostre percezioni, allora il nemico non è più fuori, ma dentro, è la nostra
stanchezza cognitiva, la nostra fame di certezze, la nostra disattenzione.
E come in ogni
guerra, anche qui ciò che è in gioco è l’identità. Non solo individuale, ma
collettiva: chi siamo, in cosa crediamo, come possiamo restare umani.
Se la guerra cognitiva mira a influenzare
percezioni, emozioni e decisioni collettive, il trauma costituisce spesso la
breccia attraverso cui questa strategia si insinua. Trauma e manipolazione si
rafforzano reciprocamente: le ferite psichiche non elaborate rendono individui
e comunità più vulnerabili alla propaganda e alla disinformazione. E queste
ultime, a loro volta, si nutrono di ferite aperte per innestare narrazioni distorte.
Il trauma collettivo è memoria di un evento
doloroso che si trasmette a livello transgenerazionale e modifica la percezione
di sé e dell’altro. Quando una collettività è colpita da eventi come guerre,
disastri naturali o pandemie, si spezza il senso stesso dell’esistenza
condivisa. In assenza di una corretta elaborazione, il trauma non si dissolve,
e può riemergere sotto forma di radicalizzazione, ostilità e violenza.
Autori come Gilad Hirschberger (2018), Vamik
D. Volkan (2021) e altri hanno mostrato come il trauma collettivo non sia un
semplice dato storico, ma una costruzione culturale che si tramanda. E questo
processo riguarda vittime e perpetratori. Nelle comunità vittimizzate, questo
può rafforzare la coesione interna, ma anche alimentare chiusure difensive.
Nelle società che hanno agito violenza, invece, il trauma si esprime spesso
come rimozione o riformulazione della colpa. Hirschberger riprende la celebre
“zona grigia” descritta da Primo Levi, quella condizione ambigua dove i confini
tra vittime e carnefici si confondono. In questi casi, la memoria può diventare
campo di battaglia, alimentando ciò che gli studiosi definiscono
“vittimizzazione competitiva”, cioè la tendenza di ogni gruppo a enfatizzare la
propria sofferenza come unica o superiore. Ma proprio in questa tensione può
aprirsi lo spazio per una rielaborazione più matura, dove il dolore non diventa
alibi, ma consapevolezza.
La pandemia da Covid-19 ha inciso
nell’inconscio collettivo come una ferita globale che ha oltrepassato confini
geografici e culturali, dissolvendo in pochi giorni l’illusione di controllo e
continuità che regolava il nostro vivere ordinario. Non è stato solo il
contagio biologico a generare angoscia, ma la sospensione forzata del contatto,
la perdita di riferimenti affettivi e simbolici. Un trauma diffuso che ha
costretto milioni di persone a confrontarsi con l’isolamento, l’incertezza e un
senso di vulnerabilità radicale, riattivando fratture profonde o imprimendone
di nuove.
Il conflitto israelo-palestinese è un altro
esempio paradigmatico. Se da un lato la memoria dell’Olocausto ha generato in
Israele una percezione di vulnerabilità cronica, dall’altro, la lunga
esperienza di occupazione e violenza, ha impresso nel popolo palestinese una
ferita identitaria altrettanto profonda. Due traumi che si specchiano e si
alimentano, rendendo la riconciliazione particolarmente difficile. In questo
contesto, il trauma non solo divide, ma può essere usato per giustificare nuove
forme di oppressione o di resistenza armata.
Il trauma, infatti, non si esaurisce
nell’evento che lo ha generato. Come mostrano Van der Kolk (2021) e altri
studiosi, ciò che ferisce davvero è la mancanza di contenimento e di
elaborazione. Le risposte di emergenza – ipervigilanza, chiusura, aggressività
– che inizialmente proteggono, se cronicizzate diventano disfunzionali. E
l’esposizione prolungata alla sofferenza, anche solo mediatica, amplifica
l’impatto psicologico, soprattutto tra bambini, anziani e soggetti vulnerabili.
Tuttavia, la psiche possiede risorse
notevoli. La resilienza è una possibilità che si costruisce attraverso
relazioni sicure, senso di agency, fiducia collettiva. È una forza che nasce
anche dalla memoria condivisa, quando questa non paralizza ma orienta, non
isola ma connette. E affinché il trauma collettivo possa trasformarsi in
risorsa, serve un lavoro culturale e simbolico profondo. Non basta “superare”
il passato, ma occorre dargli forma e significato attraverso processi di verità
e riconciliazione, pratiche artistiche, percorsi clinici e pedagogici. Ogni
gesto che consente di dire il dolore senza farsene dominare è un gesto
trasformativo.
Elaborare un trauma collettivo significa, in
definitiva, riscrivere la storia da dentro. Non per negare ciò che è stato, ma
per restituirgli senso. Per passare dal subire il passato al costruire,
insieme, una nuova possibilità di futuro.
Trauma collettivo e radicalizzazione: quando la
frattura diventa identità
La
radicalizzazione è il punto di intersezione tra il trauma collettivo e la
guerra cognitiva, tra ferite non elaborate e manipolazioni strategiche. Non è
soltanto un’adesione ideologica, ma una risposta psichica a un mondo percepito
come caotico, ingiusto e umiliante. È un sintomo, prima che un progetto, che
chiede contenimento e riconoscimento.
Spesso,
chi si radicalizza è una persona già ferita in cerca di rifugio. Un’identità
frammentata che trova nell’estremismo una forma di coerenza. Secondo le teorie
più recenti, il percorso verso la radicalizzazione è suddivisibile in tappe
progressive: la percezione di un’ingiustizia, l’esperienza di frustrazione che
ne consegue, l’identificazione di un colpevole e infine la sua demonizzazione.
Il trauma agisce in ciascuna di queste fasi conferendo un senso al caos fino a
trasformare la sofferenza in missione.
Aderire
a un gruppo radicale può rappresentare un tentativo di restituire senso al
proprio vissuto. Per molti giovani in bilico tra culture non integrate, tra
origini negate e presente precario, l’estremismo diventa una bussola. A tutto
questo si sommano le dinamiche di gruppo, che intensificano e cementano
l’adesione (Meneguz, 2005). Meccanismi psicologici noti, dalla dissonanza
cognitiva al disimpegno morale, dal pensiero di gruppo alla de-individuazione,
costruiscono ambienti chiusi dove la violenza viene normalizzata, l’empatia
disattivata e l’identità irrigidita. L’altro diventa solo ostacolo, nemico e
bersaglio.
In
questa cornice, la propaganda estremista agisce come una sofisticata operazione
simbolica. Immagini potenti e linguaggi emotivi vengono mobilitati per sedurre
e trasformare il dolore in appartenenza. E laddove la sofferenza è rimasta
senza nome, quella promessa identitaria può apparire irresistibile.
La
radicalizzazione, allora, non è solo una questione ideologica o politica, è
anche e soprattutto una risposta traumatica. Un modo distorto per dare forma e
direzione a una ferita collettiva che non ha trovato contenimento. Per questo
ogni intervento serio non può limitarsi al controllo o alla repressione, ma
serve un lavoro profondo, clinico e culturale, che sappia offrire spazi di
ascolto, narrazioni alternative e riconoscimenti autentici.
Solo
così si può disinnescare il meccanismo che trasforma la ferita in ideologia e
restituire alla memoria il suo compito più nobile: quello di orientare, non di
incatenare.
Conclusioni: una risposta integrata per un rischio sistemico
Guerra
cognitiva, trauma collettivo e radicalizzazione non sono solo sintomi di
un’epoca ferita, ma anche lenti attraverso cui leggere le crepe del nostro
tempo. Parlano di un presente in affanno, che cerca risposte mentre vacilla nei
suoi riferimenti. Per questo non bastano soluzioni settoriali, né approcci
isolati. Occorre una prospettiva integrata che attraversi i confini tra
clinica, educazione, media e geopolitica. Difendere la mente, oggi, significa
riconoscere la fragilità del pensiero, la potenza del dolore e il bisogno
profondo di significato.
Non
si cura il trauma collettivo con il silenzio, e non si disinnesca la
radicalizzazione solo con misure repressive. Servono altri strumenti, cioè
ascolto autentico, sguardo complesso, coraggio politico. Ma soprattutto, serve
una volontà profonda di custodire ciò che ci rende pienamente umani: la
capacità di pensare con profondità, di sentire con empatia e di trasformare il
dolore in visione.
Questa
volontà deve diventare cultura condivisa e impegno collettivo. A livello
educativo, ciò implica introdurre programmi di alfabetizzazione mediatica e
digitale nelle scuole, per coltivare resilienza cognitiva. A livello clinico e
sociale, significa promuovere modelli di elaborazione del trauma collettivo su
larga scala capaci di offrire senso e dignità all’esperienza traumatica, come
memoriali, commissioni di verità e riconciliazione, progetti artistici
comunitari, approcci terapeutici per il trattamento del trauma. È significativa
in tal senso una ricerca di Lehnung et al. (2020) che ha testato un progetto
EMDR con sopravvissuti yazidi in Iraq, dimostrando l’efficacia di protocolli
culturalmente adattati. A livello tecnologico e politico, infine, urge una
regolamentazione etica degli algoritmi che governano i social media e le
intelligenze artificiali, per mitigarne gli effetti polarizzanti e
manipolativi. Ma questa trasformazione richiede anche un gesto silenzioso: che
ciascuno, nel proprio quotidiano, ritrovi il coraggio e il tempo di fermarsi a
pensare. Perché senza uno sguardo che interroga, il trauma si sedimenta, mentre
è proprio nella pausa, nella domanda, che può germogliare una consapevolezza
nuova
Non
basta sopravvivere alla ferita, occorre trasformarla in possibilità, memoria,
responsabilità. E questa trasformazione è, prima di tutto, un atto culturale.
Le rivolte a Los Angeles e il nuovo fronte della guerra irregolare
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti
La guerra irregolare
(Irregular Warfare, IW) è comunemente intesa come un conflitto in cui la posta
in gioco non è necessariamente il controllo del territorio o la superiorità
militare convenzionale, bensì la legittimità, l’influenza e il controllo delle
popolazioni. Tradizionalmente associata a insurrezioni, tattiche di guerriglia
e attori non statali, la guerra irregolare si è evoluta in forme sempre più
complesse e ibride, specialmente all’interno delle società democratiche. Se
osservata attraverso questa lente contemporanea, le tensioni che si stanno
sviluppando a Los Angeles tra gli “Angelinos”, le autorità locali e
il governo federale possono essere interpretate come una forma domestica di
guerra irregolare.
Al centro del conflitto
vi è una lotta fondamentale per la legittimità e la sovranità. Los Angeles,
come altre “giurisdizioni santuario”, ha attivamente sfidato l’applicazione
delle leggi federali sull’immigrazione, ha rifiutato di cooperare con alcune direttive
del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) e si è opposta a iniziative di
controllo del crimine percepite come ingiuste o discriminatorie. Queste azioni
non riflettono semplicemente divergenze politiche, ma una lotta ideologica più
profonda su chi ha il diritto di governare e in che modo. Affermando norme di
governance locali in contrasto con i mandati federali, Los Angeles mette in
discussione la supremazia del governo federale sul proprio territorio—un
comportamento strategico che richiama quello degli attori irregolari intenzionati
a delegittimare l’autorità centrale.
Fondamentale è l’impiego
di metodi asimmetrici. Invece di una resistenza armata, le autorità di Los
Angeles utilizzano strumenti di guerra legale (“lawfare”), resistenza
burocratica e comunicazione pubblica. Causa strategiche, inadempienze
municipali, discrezionalità nell’azione penale e ordinanze a protezione dei
residenti “undocumented” rappresentano strumenti di resistenza analoghi a
quelli con cui le forze irregolari utilizzano il terreno, il tempo e modalità
non convenzionali per eludere forze superiori. Questa insorgenza burocratica
non mira a rovesciare lo Stato, ma a ridefinire i confini dell’autorità
federale dall’interno.
Tuttavia, il conflitto
non è rimasto confinato al piano legale o retorico. Negli ultimi giorni ha
assunto una dimensione cinetica, con scontri fisici tra agenti federali,
manifestanti, organizzazioni comunitarie e persino le forze dell’ordine
municipali durante retate e operazioni di polizia. Questi confronti—che
talvolta degenerano in rivolte, arresti di massa o dispersioni
violente—richiamano le realtà tattiche della guerra irregolare, in cui il
controllo dello spazio urbano diventa un indicatore di legittimità. Il
dispiegamento di unità federali militarizzate nei quartieri cittadini, spesso
senza il consenso o la collaborazione delle autorità locali, intensifica la
percezione di “occupazione”, provocando resistenza spontanea o organizzata da
parte dei civili. Questa escalation nel confronto fisico offusca il confine tra
applicazione della legge e coercizione politica—una dinamica tipica dei
conflitti ibridi in cui lo Stato stesso appare frammentato e contestato.
Ugualmente centrale è la
guerra narrativa. Le autorità federali dipingono Los Angeles come una città
“senza legge”, ostaggio del crimine e del disordine, mentre le
autorità locali si presentano come difensori della dignità umana, dei diritti
civili e della giustizia morale. Queste narrazioni opposte non sono un elemento
accessorio, ma rappresentano il cuore del conflitto, poiché entrambe le parti
cercano di conquistare il sostegno dell’opinione pubblica. Nella guerra
irregolare, la vittoria si misura spesso non sul campo di battaglia, ma nella
capacità di conquistare le menti e i cuori della popolazione. Sotto questo
profilo, il caso di Los Angeles rientra pienamente nelle dimensioni
psicologiche e informative della guerra irregolare.
Inoltre, questo confronto
coinvolge una rete complessa di attori non tradizionali. Organizzazioni della
società civile, reti di attivisti, gruppi di assistenza legale e persino
comunità religiose hanno assunto funzioni quasi politiche e protettive,
occupando ruoli normalmente riservati alle istituzioni statali. I loro sforzi
coordinati per ostacolare l’applicazione delle norme federali e offrire forme alternative
di governance e giustizia sono tratti distintivi del conflitto irregolare, dove
la legittimità è contesa non solo con la forza, ma anche attraverso istituzioni
concorrenti.
In conclusione, pur in
assenza di eserciti convenzionali o milizie, Los Angeles rappresenta un campo
di battaglia contemporaneo della guerra irregolare—uno in cui la legge,
l’identità, la narrativa e, in certi casi, la forza fisica, sono le armi
principali. Con l’evolversi della natura del conflitto nelle democrazie
liberali, diventa sempre più evidente che la guerra irregolare non è più
confinata a insurrezioni lontane o Stati falliti. Essa si sta svolgendo nei
paesaggi politici contesi di città come Los Angeles, dove la posta in gioco non
è solo una politica pubblica, ma la definizione stessa di sovranità,
legittimità e giustizia nel XXI secolo.
‘After the Bridge’ – Film e testimonianze sulla vita dopo un attentato terroristico
Come si ricostruisce e come prosegue la vita dopo un attentato terroristico? Ricordi, riflessioni, speranze e il valore della testimonianza.
È questo l’argomento affrontato da OtherMovie Film Festival sezione “Culture e conflitti” domenica 30 marzo 2025 Cinema Iride, Lugano inizio ore 20.00
Sullo sfondo, il terrorismo jihadista, protagonista e
istigatore di innumerevoli tragedie negli ultimi venti anni. Un fenomeno in
continua evoluzione che in Europa -come anche altri estremismi violenti –
continua oggi ad attrarre ragazzi sempre più giovani.
Dopo una breve introduzione sul tema a cura di Chiara Sulmoni (START InSight), la serata prevede due importanti momenti di riflessione con le testimonianze (pre-registrate) di Valeria Collina, madre di uno degli attentatori entrati in azione sul London Bridge nel 2017, e di Morena Pedruzzi, che ha vissuto in prima persona l’attacco avvenuto al Caffè Argana di Marrakesh nel 2011. Da due prospettive diverse, hanno dovuto fare i conti con le conseguenze dolorose del terrorismo e trovare la forza di reagire e andare avanti con la propria vita.
La storia di Valeria Collina è anche il tema del documentario ‘After the Bridge’ (Italia, 2023), la cui proiezione va a completare il programma della serata.
‘After the bridge’,
di Davide Rizzo e Marzia Toscano | Italia | 2023 | 66’ | v.o. |
Trama Valeria Collina, italiana convertita all’Islam, torna a vivere in Italia dopo vent’anni trascorsi in Marocco. Nel giugno del 2017, la sua vita è sconvolta dalla morte del giovane figlio Youssef, ucciso dalla polizia. Youssef era membro del commando jihadista che a Londra, sul London Bridge, ha provocato otto morti. Dopo l’attentato, la piccola casa di Valeria sui colli bolognesi è invasa da giornalisti provenienti da tutto il mondo. Superata la confusione di quei giorni, Valeria si ritrova sola, nella quiete di casa sua, cercando di rimettere insieme la sua vita e affrontando il dolore del peso delle azioni del figlio e della sua perdita.
Zizians, l’ascesa della setta vegana: dalla filosofia alla violenza.
di Andrea Molle, dagli Stati Uniti.
L’arresto di Jack LaSota, una donna transgender nota online come “Ziz”, ha portato alla ribalta la setta vegana violenta conosciuta come gli Zizians. Quella che fino a poche settimane fa era solo una minuscola sottocultura, sconosciuta ai non addetti ai lavori, è oggi sempre più sotto i riflettori, mentre le autorità inquirenti scoprono dettagli inquietanti sull’ideologia del gruppo e il suo coinvolgimento in diversi crimini violenti. Con LaSota al comando, gli Zizians sembrano essersi evoluti da un movimento filosofico di nicchia a una rete organizzata e radicalizzata, disposta a compiere azioni estreme per promuovere la propria ideologia.
Gli attacchi degli Zizians sono un esempio preoccupante di come l’estremismo ideologico, alimentato dalla radicalizzazione online, possa sfociare in violenza nel mondo reale
Questa organizzazione
settaria sembrerebbe implicata in una serie di incidenti violenti in tutti gli
Stati Uniti, tra cui spiccano gli scontri con le forze dell’ordine, le proteste
aggressive e gli attacchi mirati. I rapporti delle forze di polizia di diversi
stati suggeriscono che i suoi membri aderiscano a una visione del mondo rigida,
quasi apocalittica, che combina elementi di veganismo radicale, anarchismo,
pensiero transumanista e una profonda sfiducia nelle istituzioni statali. Le
attività del gruppo, dal proselitismo online agli atti di aggressione nel mondo
reale, hanno sollevato interrogativi urgenti sulle sue origini, i metodi di
reclutamento e le implicazioni più ampie della sua crescente influenza tra i
più giovani. Mentre le indagini continuano, le autorità e gli analisti si
stanno confrontando con il potenziale del gruppo per ulteriori violenze e con
le sfide di riuscire a smantellare un movimento decentralizzato che agisce
quasi indisturbato su internet. Gli attacchi degli Zizians sono un esempio
preoccupante di come l’estremismo ideologico, alimentato dalla radicalizzazione
online, possa sfociare in violenza nel mondo reale, ponendo una minaccia unica
e in continua evoluzione per la sicurezza pubblica.
Storicamente, questo
gruppo ha le sue radici nell’area della Baia di San Francisco, dove nel 2016
Jack LaSota iniziò a pubblicare un blog sotto lo pseudonimo di “Ziz”.
Inizialmente, gli scritti di LaSota attrassero un pubblico di nicchia, in particolare
all’interno dei circoli online interessati alla filosofia, all’intelligenza
artificiale e alle teorie sociali radicali. Tuttavia, nel tempo, le sue idee si
sono evolute in un’ideologia più complessa e controversa che ha iniziato ad
attrarre seguaci, formando infine le basi di quello che ora è conosciuto come
il movimento Zizians. Nei suoi scritti, LaSota ha esplorato teorie non
convenzionali sulla coscienza umana, proponendo che gli emisferi del cervello
potessero possedere valori distinti e addirittura identità di genere separate,
spesso in conflitto interno. LaSota ha descritto questa come una lotta
fondamentale all’interno degli individui, una lotta che potrebbe essere
“risolta” attraverso la trasformazione personale e l’impegno ideologico.
Questa prospettiva risuonò con alcune comunità online interessate agli studi
sulla coscienza, ma contribuì anche a una visione del mondo più rigida e
dogmatica tra i suoi seguaci. Oltre alla speculazione metafisica, il discorso
di LaSota si espanse nei domini politici ed etici, incorporando elementi di
veganismo radicale, anarchismo e una forte opposizione alle comunità
razionaliste mainstream, in particolare quelle preoccupate per l’intelligenza
artificiale e il rischio esistenziale. LaSota fu fin dall’inizio molto critica
di questi gruppi per quella che percepiva come codardia morale e la riluttanza
a intraprendere azioni dirette. Questa opposizione divenne una caratteristica
definente dell’ideologia Zizians, formando l’atteggiamento antagonista del
gruppo contro il movimento razionalista e le sue istituzioni.
Il mix eclettico di
credenze che emerse diede ai seguaci degli Zizians un’identità ideologica
distinta. Col tempo, quello che era iniziato come una ricerca intellettuale
online si trasformò in un movimento più estremo, orientato all’azione
militante, che avrebbe assunto una caratterizzazione sempre più radicale. La
transizione del gruppo dalla filosofia di nicchia all’azione violenta divenne
evidente nel 2019, segnando un punto di svolta nella sua evoluzione.
Quell’anno, LaSota e alcuni associati furono arrestati durante una protesta
fuori da un centro congressi in California del Nord che ospitava un evento
razionalista. Quello che iniziò come una disputa ideologica sull’etica
dell’intelligenza artificiale si trasformò rapidamente in azione violenta. La
manifestazione fu caratterizzata da tattiche aggressive, inclusi confronti
fisici, danni a proprietà e tentativi di interrompere forzatamente l’evento.
Questo incidente segnalò un cambiamento preoccupante da una critica
intellettuale a una militanza, preparando il terreno per azioni ancora più
estreme negli anni successivi.
Nel 2020, gli Zizians
iniziarono ad attrarre individui che non solo erano ideologicamente allineati,
ma anche disposti a compiere azioni violente. In un caso significativo, un
individuo affiliato alla setta fu arrestato a Portland, Oregon, dopo aver
incendiato una struttura di ricerca collegata allo sviluppo dell’IA. L’attacco,
che le autorità classificarono come incendio doloso, fu presentato dal
colpevole come un “colpo preventivo” contro i sistemi di intelligenza
artificiale che ritenevano rappresentassero una minaccia esistenziale per
l’umanità.
Nel 2021, una campagna
coordinata di molestie prese di mira figure chiave delle comunità razionaliste
e di altruismo efficace. Alcuni elementi di spicco di questo movimento
ricevettero minacce di morte e, in almeno un caso, la casa di un blogger
razionalista fu vandalizzata con graffiti che recavano gli slogan della setta.
Sebbene non ci fossero violenze fisiche dirette, la campagna dimostrò la
crescente volontà del gruppo di ricorrere a tattiche di intimidazione.
L’escalation proseguì nel
2022, quando un gruppo di Zizians mise in atto un’intrusione in un laboratorio
biotecnologico a San Diego, presumibilmente per “liberare” gli
animali utilizzati nei test. Le riprese di sicurezza mostrarono individui
mascherati che indossavano equipaggiamento tattico, sottolineando ulteriormente
la crescente militarizzazione del gruppo. Sebbene non si fossero registrati
feriti, l’intrusione causò ingenti danni a proprietà e diversi membri furono
arrestati.
Nel 2023, la violenza
prese una piega più mortale. Un membro della setta fu implicato nel tentato
omicidio di uno scienziato informatico a Boston, un ricercatore noto per
sostenere i protocolli di sicurezza nell’IA. Il sospetto, che aveva pubblicato
diversi manifesti online allineati con le teorie di LaSota, fu arrestato prima
che l’attacco potesse essere portato a termine. Tuttavia, l’incidente rafforzò
i timori che gli Zizians stessero passando oltre i crimini contro la proprietà
e le molestie, dirigendosi verso violenze fisiche mirate.
Questi incidenti
preparavano il terreno per la sanguinosa campagna di attivismo iniziata nel
gennaio del 2025. L’agente della Border Patrol statunitense David Maland fu
ucciso durante un controllo stradale in Vermont. Gli assalitori, Zizians,
furono trovati con equipaggiamento tattico e armi, a sottolineare le capacità
operative del gruppo e la serietà della minaccia che ora rappresentavano. Un
altro atto violento scioccante avvenne nello stesso mese a Vallejo, California,
dove il proprietario di un immobile, Curtis Lind, fu brutalmente accoltellato.
Le indagini rivelarono collegamenti tra i sospetti e la rete Zizians,
evidenziando l’espansione geografica del gruppo e il crescente disprezzo per la
vita umana nel perseguire i propri obiettivi ideologici.
Il modello di escalation,
dalla radicalizzazione online alla violenza mirata, dimostra la trasformazione
della setta in un movimento estremista pericoloso. Ciò che era iniziato come un
discorso filosofico oscuro è ora diventato una minaccia organizzata, con
conseguenze reali che le autorità faticano a contenere.
Gli Zizians, un fenomeno emerso negli Stati Uniti, hanno mostrato una notevole influenza che si estende ben oltre i confini americani. Sebbene le loro radici risiedano ancora negli Stati Uniti, le loro attività e la loro rete hanno trovato punti di appoggio in vari paesi europei, suscitando preoccupazione riguardo alla portata globale del gruppo e al suo impatto. Individui come il cittadino tedesco Felix Bauckholt, implicato in attività violente legate al mondo Zizians, dimostrano la capacità del gruppo di infiltrarsi e operare oltre i confini nazionali. Il coinvolgimento di Bauckholt segna una tendenza più ampia verso l’appello o l’organizzazione internazionale del gruppo, suggerendo una rete transnazionale che facilita la coordinazione e la violenza ideologica. Oltre alla Germania, altre nazioni europee stanno affrontando azioni ispirate all’ideologia Zizians. Nel Regno Unito, ad esempio, le autorità hanno registrato diversi episodi di radicalizzazione legati all’ideologia del gruppo, indicando che la loro influenza stia estendendosi verso le frange politiche. La Francia, con la sua ricca storia di movimenti radicali, ha anche visto individui provenienti da altri movimenti politici allinearsi con gli ideali Zizians, suscitando crescente preoccupazione riguardo al potenziale di attacchi estremisti organizzati. Inoltre, paesi come l’Italia e la Spagna, con le loro posizioni geografiche strategiche, sono diventati punti critici per il reclutamento e il supporto logistico delle attività Zizians. I confini porosi di questi paesi e i climi politici diversificati li rendono vulnerabili ai movimenti ideologici esterni. Le connessioni transnazionali del gruppo potrebbero includere anche reti finanziarie, campagne di propaganda online e supporto logistico che permettono loro di pianificare e attuare azioni in tutta Europa.
Questa crescente dimensione
internazionale dell’influenza Ziziana solleva molte preoccupazioni. Le forze
dell’ordine e le agenzie di intelligence in tutta Europa stanno lavorando
sempre più in coordinamento per monitorare le attività del gruppo, condividere
informazioni e prevenire ulteriori escalation. L’ascesa di questa rete
estremista transnazionale sottolinea la necessità di una maggiore cooperazione
tra le nazioni per contrastare la minaccia dei movimenti radicali globalizzati.
La capacità degli Zizians di ispirare o coordinare direttamente azioni oltre
gli Stati Uniti evidenzia la natura in evoluzione dell’estremismo moderno e la
crescente complessità nel combattere tali minacce transnazionali.
Questa setta rappresenta
un esempio lampante di come la radicalizzazione online possa favorire l’ascesa
di movimenti estremisti nell’era digitale. Centrale nelle loro operazioni era
la presenza digitale di figure chiave come LaSota, le cui piattaforme online
sono diventate un punto di incontro per individui con ideologie simili, attratti
dalla violenza del gruppo. Queste piattaforme permettevano a LaSota e ad altri
di diffondere propaganda, materiali ideologicamente carichi e retorica
violenta, creando una sorta di camera dell’eco in cui l’estremismo poteva
prosperare senza i limiti geografici tradizionali.
Lo Stato Islamico Khorasan: espansione verso l’Europa?
Nel 2023, Da’esh (ISIS) ha continuato a realizzare
attacchi isolati in Europa, generalmente con un supporto organizzativo
limitato. L’articolo rileva l’efficacia crescente delle misure antiterrorismo
europee che avrebbe probabilmente reso meno conveniente per i leader di ISIS
impiegare le rare risorse umane in tali attacchi. L’Autore, nel suo articolo,
esplora come il gruppo Stato islamico sembri prediligere la conservazione delle
proprie strutture organizzative in Europa, delegando l’azione a pochi individui
o cellule isolate. Inoltre, si discute il coinvolgimento crescente del ramo
Khorasan (IS-K) di ISIS nella pianificazione di attacchi in Europa o contro
obiettivi europei all’estero, come dimostrato da un complotto del 2020 contro
basi NATO in Germania. Nonostante i numerosi complotti identificati nel 2023,
vi è una certa discrezionalità nell’attribuzione di questi piani esclusivamente
a IS-K, suggerendo una cooperazione intra-ISIS più ampia. L’articolo rileva
che, nonostante le apparenze, Da’esh Khorasan non sta necessariamente
espandendosi, ma piuttosto assumendo nuovi compiti assegnatigli dalla
leadership centrale, pressata dalla scarsità di risorse.
Nel 2023 Da’esh ha continuato a compiere occasionalmente
attacchi isolati in Europa, di solito con un sostegno organizzativo
apparentemente limitato. Poiché l’antiterrorismo europeo è diventato sempre più
efficace, il rapporto costo-efficacia derivante dall’impegno di rare risorse
umane in attacchi isolati deve essere apparso discutibile ai leader dello Stato
Islamico e fonti di polizia in tutta Europa tendono a pensare che l’Isis
preferisca effettivamente salvaguardare qualunque struttura organizzativa abbia
ancora in Europa, lasciando il compito di sventolare la bandiera a pochi
individui o cellule isolate. In effetti, ancora all’inizio del 2022 fonti di
polizia in Europa non vedevano una minaccia imminente da parte di Da’esh, la
cui presenza era limitata a propagandisti, reclutatori e raccoglitori di fondi
online. Fonti talebane hanno confermato la detenzione di un agente dello Stato
Islamico in Afghanistan, che aveva raccolto migliaia di euro in Germania e
Spagna (Giustozzi, 2022). Fonti dell’intelligence talebana notano anche che
gran parte della propaganda online della branca del Khorasan di Da’esh viene
ora prodotta al di fuori dell’Afghanistan, compresa l’Europa. Dopo la caduta di
Kabul nell’agosto 2021, Da’esh Khorasan ha iniziato a pubblicare una parte
significativa di questa propaganda in inglese. Le ragioni potrebbero essere
molteplici, non tutte legate all’Europa. Una possibile ragione, rilevante per
la sicurezza europea, è l’intento di stimolare il reclutamento in Europa,
magari per rimpiazzare la perdita di molti operatori mediatici del Da’esh a
causa della repressione della polizia negli ultimi anni. Anche quando nel
luglio 2023 la polizia ha non solo arrestato diversi cospiratori dell’IS in
Germania e nei Paesi Bassi e li ha descritti come “in contatto con membri” del
ramo IS-K, ma ha anche osservato che erano impegnati nella raccolta di fondi e
non vi era alcuna indicazione che stavano attivamente preparando un attacco
terroristico (Stewart ASyI, 2023).
1. L’IS-K e
l’ambizione di colpire l’Europa.
Alcuni osservatori hanno tuttavia notato una tendenza
recente, riguardante il crescente coinvolgimento organizzativo del ramo
Khorasan (IS-K) nella pianificazione di attacchi in Europa, o contro obiettivi
europei in Turchia. Le autorità tedesche hanno affermato nel 2020 che la
cellula dietro un complotto volto ad attaccare le basi NATO in Germania,
sventato dalla polizia nell’aprile 2020, aveva ricevuto l’ordine di agire da un
quadro di Da’esh Khorasan in Afghanistan (Nodirbek, 2021). L’episodio, però, ha
attratto poca attenzione e le prove condivise dalle autorità tedesche restano poco
chiare. Ciò che ha davvero attirato l’attenzione di molti osservatori è stato
il rapporto dell’intelligence statunitense emerso tra le fughe di notizie di
Discord, che mostravano come a febbraio 2023 15 diversi complotti di Da’esh
Khorasan per effettuare attacchi contro interessi occidentali in Europa,
Turchia, Medio Oriente e altrove erano stato identificati dalle forze armate
statunitensi (Lamothe, Warrick, 2024). Sebbene queste cifre sembrino
impressionanti, contrastano stranamente con il fatto che nel marzo 2023 il
comando centrale degli Stati Uniti valutava che Da’esh Khorasan avrebbe avuto
la capacità di organizzare attacchi contro gli interessi occidentali in Asia o
in Europa solamente “entro 6 mesi”. La discrepanza è difficile da spiegare, a
meno che per i militari i 15 complotti sopra menzionati non fossero da prendere
troppo sul serio, o da non attribuire esclusivamente o anche principalmente a
Da’esh Khorasan. A questo riguardo, fonti turche parlano del coinvolgimento di
Centroasiatici legati a Da’esh Khorasan e di membri del ramo turco di Da’esh in
almeno alcuni di questi complotti, quali quelli contro i consolati svedese e
olandese in territorio turco. Anche lo stesso rapporto summenzionato
dell’intelligence statunitense rilevava che Da’esh Khorasan “faceva affidamento
su risorse provenienti dall’esterno dell’Afghanistan”.[1] Pur avendo ordinato gli attacchi dall’Afghanistan,
secondo quanto riferito, Da’esh Khorasan avrebbe fatto affidamento su mezzi e
personale già presenti sul posto.
L’Afghanistan e la
struttura sviluppata dell’IS.
Nel 2023 fonti all’interno di Da’esh Khorasan in
Afghanistan hanno confermato al gruppo di ricerca dell’autore di aver
coordinato operazioni in Turchia e in Europa con altri rami di Da’esh,
sottolineando tuttavia che ciò è avvenuto sotto la guida della leadership
centrale del “Califfato”. Ciò implica che Da’esh Khorasan in quanto tale non ha
determinato la strategia complessiva che presiedeva alla pianificazione di
questi attacchi. Le stesse fonti interne a Da’esh Khorasan indicano che
l’Afghanistan ospita diverse commissioni militari per i paesi vicini, come
l’Iran e l’Asia centrale, ma non hanno menzionato alcuna entità del genere
focalizzata su Europa, Turchia o Medio Oriente. Fonti contattate
dall’International Crisis Group in Siria hanno indicato nel 2023 che i
Centroasiatici che operavano in passato agli ordini di Da’esh Levante sono
stati trasferiti sotto la responsabilità di Khorasan (International Crisis
Group, 2023). Secondo le summenzionate fonti all’interno di Khorasan, almeno
inizialmente, ciò avrebbe dovuto preludere al loro trasferimento in
Afghanistan, che però è avvenuto molto più lentamente del previsto.
Il quadro che queste fonti ritraggono è quello di una
struttura di Da’esh Khorasan relativamente sviluppata in Turchia e Siria, con
più di 200 membri che lavorano nel centro finanziario dell’IS-K in Turchia, più
400-500 centroasiatici sparsi tra Siria e Turchia, ex membri della branca
siriana che o sono stati riassegnati al Khorasan o hanno cambiato casacca
spontaneamente (le fonti non sono chiare su questo punto), in attesa di essere
trasferiti nel Khorasan o comunque di sentirsi dire cosa fare. In Europa la
presenza di Da’esh Khorasan sarebbe molto più modesta, con 60 membri. Secondo
le stesse fonti, a settembre 2022 si trovavano circa 30 europei appartenenti
all’IS-K in Afghanistan e Pakistan. Di questi, 16 provenivano dalla Germania,
dieci dalla Francia e quattro dal Belgio. C’erano anche quattro americani e
qualche turco. Questi individui con passaporti di paesi europei e nordamericani
vengono descritti come evacuati dal Medio Oriente dopo il crollo del Califfato,
piuttosto che inviati incaricati di organizzare attacchi a lungo raggio in
Europa. Sebbene tutti questi numeri non possano essere verificati, sembrano
compatibili con le informazioni sopra riassunte e fornite da Europol, ICG e
altri.
Questo quadro suggerisce continui scambi di membri tra Khorasan
e altri rami di Da’esh in Turchia, Europa e Siria (che tra l’altro avvengono
anche altrove), anche se la velocità e l’intensità di questi scambi sono
diminuite nel tempo. C’è sempre stata una notevole integrazione tra i rami di
Da’esh, nonostante molti all’epoca del lancio di Da’esh Khorasan ipotizzassero
che si trattasse di una mossa opportunistica, con pochi rapporti organici con
il “Califfato”. Più che di espansione delle operazioni dell’IS-K in Europa, in
conclusione, si dovrebbe parlare di cooperazione tra filiali intra-Da’esh. Tale
cooperazione sembra senza dubbio essersi ampliata nel 2022-2023, il che fa
sorgere una domanda sul perché.
L’IS sarebbe in
attesa?
A questo proposito, vale la pena notare che l’IS-K non
rivendica né pubblicizza la sua presunta “espansione”. Anche quando
sollecitate, le fonti dell’IS-K in Afghanistan si sono tenute ben lontane dal
vantarsi di tale espansione. Al contrario, tendono a minimizzarne l’importanza.
Ciò sembra strano, dato che:
1. Da’esh Khorasan ha condotto una sofisticata campagna
mediatica, il cui futuro principale è amplificare i suoi limitati risultati e
fare affermazioni ingiustificate;
2. se l’“espansione” fosse davvero tale, costerebbe a
Da’esh Khorasan una parte considerevole delle sue limitate risorse, e che
3. le chats private dell’IS-K sui social media e le
nostre interviste con i membri mostrano chiaramente che l’organizzazione fatica
a spiegare ai propri membri e simpatizzanti perché le sue attività sono state
così limitate nel 2023.
Forse Da’esh Khorasan potrebbe semplicemente stare
aspettando, prima di promuovere la sua “espansione” al di fuori del mandato
della provincia di Khorasan (Afghanistan, Khyber Pakhtunkhwa del Pakistan, Asia
Centrale, Cina, Iran) finché non riuscirà a portare a termine un attacco con
successo. Tuttavia, Da’esh Khorasan non mostra alcuna timidezza simile nel
rivendicare il suo intento di portare la jihad in Cina (dove, nonostante anni
di propaganda, non è riuscito a ottenere nulla) o in Asia Centrale, dove i suoi
successi sono stati minimi (lanciando razzi oltre il confine verso Tagikistan e
Uzbekistan). Se lo scopo primario di Da’esh Khorasan fosse quello di affermare
di aver aperto nuovi fronti in Europa, Turchia e Medio Oriente, perché non
dovrebbe adottare tattiche simili a quelle impiegate nella provincia di
Khorasan ed effettuare facili attacchi contro obiettivi soffici, per poi
produrre affermazioni ampiamente gonfiate sui danni inflitti?
La forza dell’IS
In sintesi, la spiegazione più logica è che il “Califfato”,
che è al suo punto più debole dalla sua nascita, abbia chiesto aiuto a Da’esh
Khorasan per riconquistare le vette mediatiche con qualche attacco di alto
profilo contro obiettivi europei. Una possibilità è che il “Califfato” potrebbe
ora essere così debole in Europa e dintorni da non avere più la forza di
lanciarvi una campagna sistematica di intensificazione delle operazioni.
Un’altra possibilità è che, in linea con quanto osservato all’inizio di questo
articolo, la leadership centrale di Da’esh possa aver deciso di aumentare la
propria visibilità intensificando le operazioni terroristiche, salvaguardando
allo stesso tempo quello che rimane della sua struttura in Europa e affidandosi
invece a elementi di Da’esh Khorasan, che non fanno parte della stessa
struttura e non rischiano di comprometterla se catturati.
Perché Khorasan e non altri rami di Da’esh? Come accennato
in precedenza, Da’esh Khorasan ha da anni una presenza significativa in
Turchia, con nascondigli e reti dedicate al supporto delle operazioni
finanziarie. Questo polo finanziario ora fatica a svolgere il suo compito
originario, a causa della forte pressione delle autorità turche, quindi la sua
conversione a ruoli più operativi potrebbe sembrare logica. Inoltre, come
accennato, i Centroasiatici si stavano preparando per essere trasferiti in
Afghanistan, avendo esaurito la loro utilità in Siria, dove operare
clandestinamente è molto più difficile per loro che per i nativi siriani o
anche per gli iracheni. Dato che solo poche decine riescono a compiere il
viaggio ogni mese, coloro che rimangono inattivi in Turchia e Siria possono
ben essere mobilitati per altri compiti. In breve, Da’esh Khorasan era
prontamente disponibile e ben posizionato per fornire sostegno alla leadership
centrale, i cui rami siriano e iracheno sono stati notevolmente indeboliti
negli ultimi anni. Nessun altro ramo di Da’esh si trova in una posizione
simile.
Conclusioni
In conclusione, Da’esh Khorasan probabilmente non è
realmente “in espansione”. I membri coinvolti negli attentati pianificati erano
già con Da’esh Khorasan o vi si stavano trasferendo (nel caso degli asiatici
centrali). Ciò che sembra essere cambiato è che a Da’esh Khorasan sono stati
assegnati compiti aggiuntivi da una leadership centrale, che è a corto di soldi
e risorse umane e ha bisogno di aumentare il proprio profilo mediatico per
avere la possibilità di riemergere dalla crisi. Ciò spiegherebbe anche perché i
membri di Da’esh Khorasan in Afghanistan non sono particolarmente entusiasti di
questo sviluppo, che almeno nel breve termine non fa altro che sottrarre loro delle
già scarse risorse umane.
[1] ‘Daesh’s massacre plan’, Yeni Safak,
20 July 2023.
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