Quando la fragilità incontra l’ideologia: psicopatologia, radicalizzazione e terrorismo contemporaneo
di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale
Oltre la falsa alternativa tra terrorismo e
follia
Ogni volta che
un episodio di violenza estrema irrompe nello spazio pubblico, emerge quasi
automaticamente la stessa domanda: terrorismo o follia individuale? Il
dibattito tende a oscillare tra due semplificazioni opposte: da un lato la
patologizzazione automatica dell’autore, dall’altro una lettura esclusivamente
ideologica, come se il soggetto radicalizzato fosse sempre pienamente razionale
e impermeabile alla sofferenza psichica. Entrambe le interpretazioni, se
assunte in modo rigido, impediscono una comprensione davvero utile del
fenomeno.
Più che un’alternativa
secca, il problema riguarda il punto in cui una fragilità individuale incontra
una narrazione capace di darle forma, significato e direzione. Il rapporto tra
disagio e ideologia non è lineare: la sofferenza psichica può precedere l’adesione
radicale, ma trova nell’ideologia una cornice in cui canalizzarsi e assumere un
senso. Questo processo – la radicalizzazione violenta – porta l’individuo ad
adottare idee che possono condurre al sostegno o alla realizzazione di atti
terroristici, un fenomeno la cui espansione è oggi strettamente legata alle
dinamiche della rete (Parlamento europeo, 2023). Non si tratta di una diagnosi
clinica, ma di un fenomeno dinamico e multifattoriale, che prende forma dentro
specifici contesti biografici, relazionali, sociali e digitali.
Negli ultimi
anni il tema è tornato con particolare insistenza di fronte a episodi compiuti
da soggetti isolati (lone actors), spesso segnati da emarginazione,
rancore sociale, esposizione online e riferimenti ideologici disorganici. È
proprio questa zona grigia, in cui il disagio individuale si mescola all’immaginario
estremista, a rendere più difficile distinguere tra sofferenza psichica e
adesione ideologica, valutando il reale rischio di passaggio all’atto. A
conferma di questa minaccia composita e ideologicamente diversificata, i dati
dell’Europol TE-SAT 2025 segnalano che nel 2024 sono stati registrati nell’Unione
europea 58 attacchi terroristici (tra completati, falliti e sventati) in 14
Stati membri. Di questi, 24 sono stati attribuiti al terrorismo jihadista – in
aumento rispetto ai 14 dell’anno precedente – che si conferma come la forma di
terrorismo più letale con cinque vittime uccise e 18 feriti (Europol, 2025).
Sul piano
strettamente clinico, c’è chiarezza su un punto: la maggioranza delle persone
con disturbi psichiatrici non commette atti violenti, ed è anzi più spesso
vittima che autrice di aggressioni. Allo stesso tempo, molti soggetti coinvolti
in attività terroristiche non presentano diagnosi psichiatriche rilevanti. Il
disturbo mentale, dunque, non rappresenta una spiegazione sufficiente o un
nesso di causalità diretta con la violenza ideologica (Borum, 2011), ma può
funzionare come fattore di vulnerabilità, soprattutto quando si combina con
umiliazione, isolamento, crisi identitaria e ricerca di appartenenza.
Fragilità
psichica e radicalizzazione
I dati
scientifici disponibili sul rapporto tra disturbi psichiatrici,
radicalizzazione e terrorismo invitano alla massima prudenza. Una revisione
sistematica della letteratura (Trimbur et al., 2021) ha rilevato percentuali
molto variabili di disturbi psichiatrici nelle popolazioni radicalizzate (tra
il 6% e il 41%) e tra i terroristi (tra il 3,4% e il 48,5%), riscontrando una
maggiore frequenza nei lone actors rispetto ai soggetti inseriti in
gruppi organizzati e strutturati. Gli autori non individuano un’associazione
significativa e generalizzabile, sottolineando la scarsa qualità metodologica
di molti studi e la necessità di valutazioni standardizzate.
Questo punto è
essenziale: non bisogna trasformare il terrorismo in un mero sintomo
psichiatrico. Al contempo, però, non si può escludere la dimensione clinica dai
percorsi individuali. In determinati casi la fragilità psichica può aumentare
la recettività verso
narrazioni capaci di dare un nome e un bersaglio al malessere, offrendo un
ancoraggio simbolico che riempie il vuoto di senso. Va chiarito che fragilità
non significa inevitabilità. La presenza di disagio, trauma o sintomi non
conduce automaticamente alla violenza; ciò che fa la differenza è la complessa
convergenza tra la vulnerabilità del singolo e l’esposizione a stimoli
radicalizzanti.
Il web come ambiente cognitivo e acceleratore
identitario
Le piattaforme
digitali vanno comprese come veri e propri ambienti cognitivi ed emotivi, spazi
nei quali paura, rabbia, risentimento e bisogno di appartenenza vengono
amplificati, normalizzati e resi condivisibili. La propaganda contemporanea
agisce ben oltre la persuasione razionale: coinvolge l’interiorità del
soggetto, polarizza, produce identificazione e orienta il comportamento
attraverso l’attivazione di fragilità affettive. In questo senso, il web non
genera dal nulla il radicalismo; opera piuttosto per accumulazione ed
esposizione ripetuta, accelerando tendenze già presenti, moltiplicando le
conferme e riducendo il contatto con prospettive alternative.
Tale
evoluzione si inscrive nel vasto scenario della guerra cognitiva contemporanea,
in cui il conflitto investe le modalità attraverso cui le persone percepiscono
la realtà e costruiscono la propria identità. All’interno di questo ecosistema,
i contenuti ad alto impatto emotivo e le teorie del complotto trovano una
circolazione privilegiata, contribuendo a creare camere d’eco in cui la
complessità si perde e il pensiero radicale può attecchire con più facilità. È
dentro queste vulnerabilità che si inseriscono le organizzazioni estremiste.
Esse offrono spiegazioni semplici a problemi complessi, trasformano il disagio
in militanza e ordinano il mondo secondo una logica dicotomica: noi contro
loro, puri contro corrotti, vittime contro persecutori. Questa struttura
binaria risulta profondamente seduttiva per soggetti che vivono
disorientamento, marginalità o frammentazione interiore. Non si tratta solo di
una dottrina a cui aderire, ma di una struttura cognitiva che promette rivalsa
e punti di riferimento saldi. Se in passato il pensiero persecutorio poteva
rimanere confinato nello spazio individuale, oggi internet consente a
convinzioni estreme di trovare conferma continua, comunità di riferimento e
legittimazione reciproca.
La centralità
dell’ambiente digitale è ormai riconosciuta anche a livello normativo. Il
Regolamento europeo sulla diffusione di contenuti terroristici online,
applicabile dal 7 giugno 2022, introduce un obbligo stringente di rimozione
entro un’ora dall’identificazione dei contenuti (Commissione europea, sd).
Vulnerabilità psicologiche e ricerca di
significato
Come
evidenziato dalla letteratura scientifica, non esiste un profilo unico del
terrorista (Borum, 2011). Entrano tuttavia in gioco specifiche fragilità
psicologiche e relazionali capaci di indebolire le difese individuali di fronte
alla propaganda: impulsività, rigidità cognitiva, tratti paranoidi, traumi
irrisolti e una rabbia cronica che si nutre di un profondo bisogno di
riconoscimento.
In tale
prospettiva, risulta particolarmente utile il concetto di quest for significance
descritto da Arie Kruglanski: il bisogno di sentirsi importanti, riconosciuti e
necessari può orientare alcuni individui verso ideologie radicali capaci di
promettere una rivalutazione di sé, affiliazione e una missione salvifica
(Kruglanski et al., 2014). L’ideologia, allora, non offre soltanto una
spiegazione del mondo, ma restituisce al soggetto una posizione nel mondo: alla
frammentazione interna oppone coerenza; all’umiliazione o alla vergogna
promette riscatto; alla solitudine offre legame; all’impotenza consegna un
mandato d’azione, una forma di agency.
A questo si collega un altro concetto decisivo: la need for cognitive closure, cioè il bisogno di ridurre l’ambiguità e chiudere rapidamente il campo delle possibilità interpretative (Webber et al., 2018). Le narrative estremiste rispondono perfettamente a questa urgenza perché azzerano le sfumature della realtà e la riconducono a una certezza morale: il dolore trova un colpevole, l’incertezza una spiegazione definitiva e il disorientamento un bersaglio contro cui indirizzare l’azione. In soggetti già esposti a crisi identitarie o a inclinazioni persecutorie in cui l’ambiente viene percepito come costantemente ostile, questo sistema coerente di conferme risulta estremamente attraente.
Quando
l’ideologia prende il posto della regolazione emotiva
Il passaggio più
delicato di questo percorso avviene quando l’ideologia smette di essere un
semplice insieme di convinzioni e diventa un vero e proprio sistema di
regolazione emotiva. In questa fase, la rabbia individuale viene legittimata
come giustizia, la vergogna viene idealizzata e trasformata in martirio, la marginalità
diventa elezione spirituale o politica e la violenza si presenta come un dovere
morale. Il soggetto non agisce più soltanto “in nome di” un’idea: si sente
realizzato, autorizzato e protetto da quella stessa visione.
Qui interviene il
meccanismo del moral disengagement (disimpegno morale), ovvero la
dinamica attraverso cui l’individuo sospende i normali freni etici che
impediscono di infliggere danno ad altri. La disumanizzazione del nemico, la
minimizzazione del danno, la giustificazione superiore e lo spostamento di
responsabilità rendono l’atto violento psicologicamente praticabile e
moralmente capovolto (Bandura, 1999). Non si tratta più di una trasgressione,
ma di una riorganizzazione interiore che autorizza la violenza.
Nelle traiettorie
a più forte impronta individualizzata, subentra infine una forma di identity
fusion (fusione dell’identità): il soggetto fonde il proprio Sé con la
causa fino a percepire l’attacco al gruppo o alla dottrina come un attacco
diretto alla propria persona. Questo rende l’attivazione violenta non solo
accettabile, ma vissuta come prova di autenticità, coerenza e fedeltà assoluta
(Swann et al., 2014).
Trauma
collettivo e mentalità d’assedio
La chiusura
identitaria prende forma anche nell’intreccio profondo tra ferite individuali e
traumi collettivi non elaborati. Il trauma collettivo, quando resta privo di
spazi simbolici e istituzionali di elaborazione, può trasformarsi in una
vulnerabilità condivisa: una disposizione emotiva che rende più persuasive le
narrazioni di accerchiamento, declino e vendetta. Pandemia, conflitti globali,
terrorismo, instabilità geopolitica e crisi economiche hanno alimentato un
diffuso senso di precarietà e sfiducia nei contesti democratici.
In questo scenario
si diffonde una sorta di mentalità d’assedio: la percezione che il proprio
gruppo di riferimento sia costantemente minacciato, umiliato o destinato al
declino. Quando l’angoscia sociale
incontra una narrativa estremista, la violenza collettiva viene ridefinita,
apparendo come legittima difesa e reazione necessaria a una minaccia. Il
singolo smarrisce così la percezione del proprio agire distruttivo,
inscrivendolo in un mandato di protezione del gruppo. Là dove il tessuto
sociale si frammenta e mancano spazi condivisi per riconoscere ed elaborare la
vulnerabilità, l’estremismo offre una risposta disfunzionale ma potente,
promettendo protezione e inclusione.
Segnali
deboli e prevenzione precoce
A volte si
incontra una persona che non appare radicalizzata in senso evidente, ma si
mostra progressivamente meno raggiungibile. Il suo linguaggio si restringe e si
irrigidisce su posizioni assolute, la sofferenza assume una forma persecutoria,
i rapporti si chiudono e la complessità viene respinta. È in questa zona
intermedia, prima del consolidamento ideologico, che la prevenzione può ancora
utilmente intercettare il percorso di deriva.
Parlare di segnali
deboli non significa trasformare la sofferenza psichica in sospetto. Significa
riconoscere alcuni indicatori di una progressiva chiusura cognitiva: isolamento
crescente e ritiro sociale; schemi di pensiero fortemente polarizzati; fascinazione
per la vendetta e fantasie apocalittiche; perdita di flessibilità mentale e di
tolleranza dell’ambivalenza; assorbimento totalizzante in circuiti digitali e
spazi virtuali autoreferenziali.
Questi elementi non sono indicatori immediati di pericolosità e devono sempre essere interpretati con prudenza, all’interno di una valutazione competente e multidisciplinare. Tuttavia, ignorarli significherebbe perdere la possibilità di intervenire quando il disagio è ancora permeabile al cambiamento, prima che l’architettura identitaria si strutturi in modo definitivo. In definitiva, la radicalizzazione può essere compresa come una patologia della complessità: un processo che disimpara le sfumature della realtà e sottrae all’altro il suo statuto umano.
Le analisi del
Radicalisation Awareness Network (RAN, 2024) confermano che non esiste una
causa unica che porti all’estremismo violento. Di conseguenza, le fonti
scientifiche e istituzionali convergono sulla necessità di un approccio
integrato. Una prevenzione efficace non può limitarsi alla sola rimozione dei
contenuti estremisti o alla sorveglianza. Deve saper riconoscere le condizioni
psicologiche e sociali che rendono quei contenuti desiderabili per chi li
incontra in un momento di crisi.
Serve quindi un
lavoro sinergico e strutturato che veda cooperare attivamente salute mentale,
scuola, servizi sociali, programmi di deradicalizzazione, monitoraggio online,
intelligence e forze dell’ordine, poiché il fenomeno si colloca esattamente all’incrocio
tra clinica, cultura digitale e sicurezza.
In un ecosistema
in cui le minacce attraversano l’attenzione, la memoria e l’identità, la
protezione della società passa dalla capacità di comprendere come le menti
vengono orientate. Una clinica della sicurezza cognitiva si propone di formare
operatori capaci di leggere, accanto ai messaggi estremisti, i processi
psichici che ne sostengono l’efficacia. In questo senso, la prevenzione precoce
deve includere: alfabetizzazione emotiva e digitale; educazione alla
complessità e al pensiero critico; sostegno strutturato ai legami sociali e
interventi sul disagio marginale; costruzione di contesti sani in cui la
ricerca di senso e l’esigenza di valore individuale non vengano intercettate
soltanto da narrative distruttive.
Conclusione
La
radicalizzazione, nei suoi percorsi più complessi, non nasce semplicemente dall’incontro
tra un individuo e una dottrina estremista. Nasce quando quella narrazione
riesce a intercettare una ferita, a strutturare un vuoto, a trasformare una
sofferenza in identità e l’identità in missione. È in questo spazio, fragile e
pericoloso, che clinica, prevenzione e sicurezza devono imparare a dialogare in
modo permanente. Comprendere questo intreccio significa assumere la
responsabilità di intervenire prima che la fragilità venga assorbita dal
dogmatismo e la mente assediata trovi nella distruzione l’unica forma possibile
di significato.
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Radicalizzazione 2025: il nuovo volto dell’estremismo in Europa
di Chiara Sulmoni, Presidente e coordinatrice editoriale, START InSight
Adolescenti e radicalizzazione, un coinvolgimento inarrestabile? Nel Rapporto 2025 sulla sicurezza della Svizzera si legge che “i casi di minori e giovani adulti che si radicalizzano online e sviluppano intenzioni terroristiche continueranno ad aumentare” (1). Il fenomeno dei teenagers coinvolti in varie forme di estremismo violento caratterizza da almeno sei anni l’Europa in maniera diffusa, ma riguarda anche altri paesi come Stati Uniti e Australia. Non solo: in alcune nazioni asiatiche quali Filippine e Corea del Sud, si registra un aumento di ideologie di destra e misogine (2). La radicalizzazione giovanile si manifesta come un’epidemia sociale che attraversa confini, culture e matrici ideologiche. Nel Michigan e nel New Jersey, nel novembre del 2025, sono stati arrestati diversi adolescenti in contatto fra loro, accusati di pianificare un attacco terroristico in nome dell’ISIS durante il weekend di Halloween (3). Negli stessi giorni a Canberra (Australia), è stato fermato un diciassettenne ritenuto responsabile di aver progettato attacchi ispirati a ideologie razziste ed estremiste: avrebbe scritto in una chat personale che questi piani gli davano uno scopo durante la depressione (4). Il direttore dell’intelligence australiana in un discorso pronunciato nel febbraio 2025 menziona una casistica preoccupante: minorenni che avrebbero condiviso video di decapitazioni nel cortile della scuola; un dodicenne che avrebbe manifestato l’intenzione di far esplodere un luogo di culto. Oggi l’età media in cui i minori entrano per la prima volta nel radar dei servizi di intelligence australiani è di 15 anni. Ha inoltre sottolineato che, a breve, raggiungerà l’età più esposta alla radicalizzazione una generazione cresciuta interamente online e che, per molti di questi giovani, il mondo digitale costituisce ormai il principale riferimento per la costruzione della propria identità, del senso di appartenenza e della percezione della realtà (5). Nel Regno Unito, tendenze analoghe sono state osservate con particolare anticipo rispetto ad altri paesi. Limitando l’analisi al periodo compreso tra aprile 2024 e marzo 2025, in Inghilterra e Galles la fascia d’età tra gli 11 e i 15 anni continua a rappresentare il gruppo più frequentemente segnalato per sospetta radicalizzazione (6). Nel 2024 sono state aggiornate le categorie utilizzate per classificare i casi, introducendo anche voci come “fascinazione per la violenza estrema o per gli at-tacchi di massa”, pensate per descrivere situazioni in cui non si riconosce una chiara ideologia sottostante, ma emerge un interesse ossessivo per atti violenti. La maggior parte rientra proprio in questa area grigia, in cui si osserva una vulnerabilità generica alla radicalizzazione. Il fatto che solo un numero limitato di queste segnalazioni venga poi selezionato per un intervento strutturato, induce a pensare che si tratti più di segnali di disagio psicologico/personale che dell’inizio di un vero e proprio percorso verso l’estremismo violento. Tuttavia, il caso di Axel Rudakubana – il diciassettenne che nel 2024 uccise tre bambine in una scuola di danza a Southport (GB) – ha messo in luce i limiti di valutazioni del rischio basate esclusivamente sulla presenza o sull’assenza di un’ideologia. Nonostante fosse stato attenzionato più volte per il suo interesse nei confronti della violenza, non fu preso a carico dal sistema di prevenzione in quanto non emergeva un movente ideologico chiaro; una scelta che, a posteriori, si è dimostrata inadeguata. Anche nella Repubblica Ceca è emerso come la radicalizzazione dei minori avvenga principalmente online e senza che vi sia necessariamente un’adesione ideologica. La polizia interviene in media 10 volte a settimana a causa delle violenze a scuola (7).
Nell’UE, nel 2024, circa un terzo delle persone arrestate per reati legati al terrorismo aveva meno di 20 anni; in Belgio, un terzo circa dei soggetti che negli ultimi tre anni hanno pianificato attacchi non aveva ancora raggiunto la maggiore età (8); in Italia, nel luglio 2025, la Polizia di Stato ha eseguito ventidue perquisizioni nei confronti di adolescenti tra i 13 e i 17 anni legati a contesti estremisti di diversa matrice (9). Tra il gennaio e il novembre del 2025, la Francia contava 17 minorenni incriminati per reati collegati al terrorismo, due dei quali avrebbero pianificato attacchi contro la Torre Eiffel e sinagoghe parigine (10); mentre tre giovani donne fra i 18 e i 20 anni sono state fermate con l’accusa di preparare un attentato jihadista nella capitale (11). Di fronte a questa tendenza preoccupante in atto da tempo, a inizio 2025 la Procura nazionale antiterrorismo pensava di istituire una sezione dedicata ai minori, per studiare e prevenire in modo più efficace la radicalizzazione precoce (12). L’elenco continua: in Germania, nel maggio 2025 sono stati arrestati cinque adolescenti fra i 14 e i 21 anni, accusati di appartenere al gruppo terroristico di estrema destra “Letzte Verteidigungswelle”, che punterebbe a rovesciare il sistema democratico prendendo di mira in particolare strutture di accoglienza per richiedenti l’asilo e rappresentanti politici (13). Per farne parte, serve provare di aver commesso reati ideologicamente motivati, come aggressioni nei confronti di migranti o azioni violente e simboliche (14). Nel paese, l’estremismo di destra sta diventando più presente. Atteggiamenti razzisti e antisemiti, svastiche e saluti nazisti sono in aumento fra i giovani, con insegnanti che segnalano questo clima anche nelle scuole (15); simboli ed estetiche dell’estrema destra vengono assorbiti nei codici della cultura giovanile, contribuendo a una loro progressiva normalizzazione (16). La scena neonazista alimenta questa dinamica anche attraverso l’organizzazione di eventi informali in cui promuove musica suprematista bianca e commercializza merchandising, rendendo così i propri simboli visibili nello spazio pubblico e trasformandoli in strumenti di riconoscimento, identità e appartenenza (17). Anche la Svizzera è alle prese con gli stessi trend europei. Nella primavera del 2025 è stato sventato un presunto attacco con coltello, di matrice islamista, da parte di un 18enne (18). Nel Canton Vaud, i dati dell’Unità di prevenzione delle radicalizzazioni (UPRAD) indicano che quasi la metà dei casi più difficili riguarda minori (45%), inclusi bambini a partire dai 10 anni (19). Particolarmente significativo è il fatto che, a differenza di quanto si osserva solitamente altrove, le ragazze sono colpite dal fenomeno nella stessa misura dei ragazzi (20). Secondo Serge Terribilini, alla testa dell’UPRAD da gennaio 2026, a preoccupare maggiormente sono oggi “ragazzi di 13-14 anni, con una spiccata propensione alla violenza, per i discorsi omofobi, antisemiti o misogini e con un forte coinvolgimento sui social network e nei videogiochi online” (21). Nel Canton Berna, nel 2024, il servizio di mentoring ha accompagnato 12 persone radicalizzate, di età compresa tra 11 e 20 anni (22). Il Rapporto ReaCT 2024 aveva già riportato come l’allora capo dell’intelligence elvetica avesse osservato che la Svizzera è colpita dal fenomeno jihadista tra i minori in misura persino superiore rispetto ad altri Paesi europei (23); più recentemente, il procuratore generale della Confederazione Stefan Blättler ha affermato che si tratta di un problema di natura sociale (24). E se lo jihadismo continua a rimanere al centro dell’attenzione, in quanto si tratta della forma più letale di violenza estremista, un’indagine del magazine Republik mette in luce un fenomeno emergente altrettanto allarmante, presente in Svizzera ma anche altrove: quello di bande di adolescenti che si autodefiniscono “cacciatori di pedofili” e, fingendosi minori online, attirano i loro ‘bersagli’ in luoghi isolati per aggredirli, documentando il tutto in video (25). Minori, spesso, lo sono per davvero -nel Canton Ticino nel 2024 è stato fermato un gruppo simile composto da 19 giovani fra i 13 e i 18 anni (26). Ma un ulteriore aspetto, altrettanto inquietante emerso dall’inchiesta giornalistica è che nel contesto di queste aggregazioni si possono riscontrare atteggiamenti, simboli, linguaggi e figure di riferimento riconducibili all’estrema destra, retoriche d’odio, una logica di giusti-zia fai-da-te e talvolta un intento puramente criminale. Questa commistione, secondo gli esperti, rappresenta un rischio significativo sia sotto il profilo della sicurezza pubblica, sia per possibili percorsi di radicalizzazione giovanile.
Convergenze pericolose fra criminalità ed estremismi I rischi appena evidenziati si inseriscono in una dinamica più ampia: negli ultimi anni, l’intreccio tra criminalità ed estremismo si è rafforzato, parallelamente a un aumento dello sfruttamento di giovani e minorenni. A destare particolare preoccupazione c’è il famigerato ‘764’, un network internazionale -che rientra in quelle che Europol definisce comunità settarie digitali- presente su piattaforme di gioco e social media come Telegram, Discord, Roblox e suddiviso in innumerevoli cellule decentralizzate, i cui adepti condividono però la stessa ‘devianza’ e lo stesso modus operandi: manipolano individui giovani e vulnerabili attraverso pressioni psicologiche, minacce e stalking online, spingendoli a riprendersi in atteggiamenti sessualmente espliciti e umilianti. Questo materiale diventa uno strumento di ricatto: sotto la minaccia della sua diffusione, le vittime vengono progressivamente costrette a comportamenti sempre più estremi verso sé stesse o verso gli altri, che includono auto-mutilazioni e tentativi di suicidio. Nella spirale sono rimasti intrappolati anche bambini di nove anni (27). Nato dalla mente di un 15enne texano ma ormai diffuso ad ogni latitudine, le autorità statunitensi definiscono 764 un gruppo “nichilista” con tratti accelerazionisti, che non persegue un’ideologia politica coerente, ma mira a generare caos, sofferenza e distruzione come forma di dominio, a cui unisce riferimenti e simbologia satanica e apocalittica. Al suo interno, immagini e video cruenti vengono scambiati come “valuta” per ottenere influenza. In questo contesto, la violenza diventa parte di una dinamica di potere e sopraffazione, esercitata spesso dagli stessi adolescenti. Nel suo Rapporto 2025, Europol segnala la crescente presenza di elementi dell’estrema destra in queste comunità occultiste violente. In Italia a inizio 2025, un quindicenne è stato fermato dalla Sezione Antiterrorismo della questura di Bolzano con l’accusa di essere affiliato al network e di avere l’intenzione di uccidere un senzatetto o un disabile con lo scopo di diffondere il video online (28). Un altro giovane di 21 anni arrestato a novembre 2025 negli Stati Uniti, secondo gli inquirenti, oltre a ricattare adolescenti, avrebbe pensato di portare avanti attacchi jihadisti e deteneva libri sulla fabbricazione di bombe (29). L’Institute for Strategic Dialogue (ISD) ha potuto osservare chat su Telegram che raggiungono anche 15.000 utenti alla volta (30), mentre l’FBI nel novembre 2025 registrava almeno 350 inchieste attive (31) legate a questi contesti. Il 30 ottobre 2025, l’agenzia americana ha incriminato per terrorismo un giovane attivo nel gruppo fin da teenager che, fra le altre cose, ha pubblicato una guida online su come identificare, adescare e ricattare minori vulnerabili e con problemi di salute mentale (32). Per la complessità delle sue dinamiche e per la fusione tra abuso, manipolazione psicologica e riferimenti pseudo-ideologici, 764 è oggi considerato una minaccia emergente all’intersezione tra criminalità online ed estremismo giovanile, contraddistinta dalla centralità e glorificazione della violenza (33). Anche altri circuiti transnazionali puntano al coinvolgimento di adolescenti, per spingerli a commettere reati gravi, fra cui aggressioni e delitti (34). Si tratta di organizzazioni criminali che hanno dato origine a un fenomeno noto come violence as a service, in cui esternalizzano l’esecuzione di attività illecite e atti violenti a minorenni, fornendo loro compensi economici, istruzioni operative e supporto logistico. I ‘reclutatori’ adescano gli ‘esecutori’ su social network, piattaforme di gioco e servizi di messaggistica criptata sfruttando linguaggi e dinamiche tipiche della cultura digitale giovanile e presentando gli atti violenti come fossero delle missioni da portare a termine, sfide o livelli da superare, simili a quelli, appunto, dei videogio-chi. Questo meccanismo, noto come gamification, attenua la percezione dei rischi reali. Di conseguenza, molti adolescenti finiscono per essere coinvolti in crimini organizzati senza coglierne le conseguenze concrete e irreversibili. Se da un lato le reti criminali cercano deliberatamente di arruolare minorenni, perché più facilmente influenzabili e perché il loro coinvolgimento riduce l’esposizione dell’organizzazione a conseguenze penali, dall’altro esiste una significativa disponibilità da parte di questi giovani a farsi coinvolgere, sedotti dalla prospettiva di guadagni rapidi, visibilità e potere – una prospettiva che, sebbene illusoria, esercita un forte richiamo su chi cerca identità e gratificazione immediata. Queste dinamiche non sono marginali né episodiche. Dati forniti a Europol rivelano che la presenza di minorenni si estende ormai a più del 70% degli ambiti criminali (35) mentre, prima della sua chiusura, un canale Telegram finalizzato al reclutamento di sicari sotto la maggiore età raccoglieva circa 11.000 utenti (36). In tutti questi contesti, la violenza viene progressivamente normalizzata all’interno di ambienti digitali quotidiani, favorendo la nascita di forme di radicalizzazione non strutturate. A tale processo contribuisce in modo significativo l’esposizione a contenuti cosiddetti “gore”, cruenti e grafici, che includono immagini e video di atti terroristici, torture e uccisioni, scene di guerra e abusi, in particolare contro le donne. Si tratta di materiale spesso accessibile anche in assenza di una ricerca intenzionale, grazie a meccanismi di viralità e sistemi di raccomandazione algoritmica, e che può circolare sia su piattaforme dedicate sia su servizi mainstream, comparendo nei feed o venendo condiviso all’interno di gruppi privati. Per dare un’idea delle proporzioni del fenomeno, un’analisi condotta da Human Digital su 24 siti di questo genere ha rilevato che a livello globale, tra aprile 2023 e marzo 2024, la media delle visite mensili è aumentata del 28,5%, passando da 29,5 milioni a 37,9 milioni37. In Australia, una ricerca promossa dall’autorità per la sicurezza digitale (e-security) indica che il 22% dei ragazzi di età compresa tra i 10 e i 17 anni è stato esposto online a scene di violenza reale. Pur sottolineando la necessità di ulteriori studi scientifici per chiarire gli effetti a lungo termine dell’esposizione ripetuta a questi contenuti e il loro eventuale legame con comportamenti violenti, la letteratura esistente mostra che possono avere un impatto significativo sul benessere psicologico di bambini e adolescenti. Tra le possibili conseguenze figurano ansia, processi di assuefazione o desensibilizzazione, condotte di evitamento (38); inoltre, l’interiorizzazione di questi materiali può favorire lo sviluppo di una fissazione per la violenza: un fattore oggi riconosciuto come rilevante nei percorsi di radicalizzazione giovanile. Alcuni autori di attacchi o sparatorie di massa nelle scuole sono risultati consumatori di ‘gore’. Europol osserva fra l’altro che l’interesse degli adolescenti verso questo tipo di azione -le stragi scolastiche- è in aumento. Uno degli aspetti più critici e delicati nello studio e nella comprensione di queste dinamiche consiste nel dover riconoscere che, pur provenendo spesso da contesti di fragilità psicologica, sociale o familiare che li rendono vulnerabili e, in molti casi, vittime di manipolazione o sfruttamento, i giovani possono anche assumere il ruolo di esecutori attivi e consapevoli di atti violenti. Questa compresenza di vulnerabilità e iniziativa personale impone di superare letture semplicistiche del fenomeno, che tendono a riconoscere negli adolescenti coinvolti come dei semplici soggetti passivi o strumentalizzati.
Comprendere l’epidemia di violenza estrema nell’epoca degli attori solitari
Benessere e salute mentale: la nuova sfida per la prevenzione della radicalizzazione Secondo Europol, l’intreccio tra isolamento sociale, disagio psicologico e uso intensivo delle tecnologie digitali costituisce oggi uno dei terreni più fertili per la radicalizzazione precoce (39). In questo contesto, la salute mentale non è un tema secondario: condizioni come ansia, depressione, solitudine, senso di inutilità o esperienze traumatiche possono rendere alcuni giovani più ricettivi a narrazioni polarizzanti che offrono risposte semplici e immediate a bisogni profondi, come la voglia di rivalsa, il desiderio di potere e riconoscimento, lo sfogo dalle frustrazioni personali. Come osserva Clare Allely in The Psychology of Extreme Violence, “la violenza nasce spesso dal tentativo dell’individuo di recuperare un senso di valore o significato personale perduto o minacciato” (4). Le forme di radicalizzazione rapide e violente con cui ci confrontiamo oggi, non sono solo una questione di ideologia, ma un meccanismo di compensazione. Ricerche e dati statistici emergenti segnalano, inoltre, una presenza di condizioni neurodivergenti, come i disturbi dello spettro autistico, in contesti specifici di radicalizzazione (fra gli attori solitari, nei casi di auto-radicalizzazione online). Tali condizioni non rappresentano un fattore di rischio diretto né causale per l’estremismo; tuttavia, in situazioni di vulnerabilità, alcuni tratti caratteristici – come le difficoltà nell’interpretare norme sociali implicite o le emozioni altrui, il pensiero rigido/categorico e il bisogno di chiarezza e struttura – possono aumentare l’attrattiva esercitata da gruppi e ambienti virtuali dove vigono regole chiare e precise, confini netti, identità definite, linguaggio semplice e un senso di appartenenza immediato. Per questo, si parla da tempo della necessità di un approccio di salute pubblica alla prevenzione della radicalizzazione, che integri le misure di sicurezza con interventi mirati al benessere mentale, al sostegno alle persone più fragili e al rafforzamento della capacità, da parte della società, di proteggere i propri membri, in particolare i più giovani. In concreto, questo vuol dire tessere una rete elastica e duratura con chi già lavora sul territorio: psicologi, operatori sociali, educatori, scuola, famiglie e associazioni che seguono i ragazzi nel quotidiano. Rafforzare i legami di prossimità e il coordinamento tra questi attori permette di individuare per tempo le situazioni di disagio e di intervenire quando c’è ancora spazio per accompagnare, sostenere e orientare i giovani vulnerabili prima che scivolino verso percorsi estremi. Affinché il meccanismo funzioni serve una base comune: conoscenza aggiornata dei fenomeni, dei segnali precoci e dei fattori protettivi; formazione continua; linguaggio condiviso e dialogo. Senza questi elementi, la cooperazione resta frammentata e l’efficacia cala. Questo approccio richiede anche la promozione di una cultura che riconosca il disagio giovanile come una responsabilità collettiva, e non come un problema indi-viduale, delegato a singoli servizi.
L’ecosistema digitale come laboratorio identitario L’estremismo contemporaneo tende sempre più a configurarsi come un fenomeno “autonomo ed emancipato” (41), svincolato da leadership gerarchiche, da strutture organizzative tradizionali e da una propaganda centralizzata. Le narrazioni estremiste — intese come insiemi di interpretazioni che definiscono il mondo, individuano nemici e vittime e attribuiscono agli individui un ruolo eroico, una missione salvifica o una forma di appartenenza esclusiva— circolano oggi in modo orizzontale all’interno degli ecosistemi digitali, grazie alla partecipazione attiva di una pluralità di utenti ordinari. Questi contribuiscono, spesso in modo informale e non coordinato, alla produzione, diffusione e progressiva normalizzazione di idee e atteggiamenti riconducibili a visioni polarizzanti, implicitamente o esplicitamente antidemocratiche e violente. L’efficacia di tali narrazioni risiede nella loro capacità di agire sul piano identitario, intercettando bisogni individuali profondi e offrendo a soggetti vulnerabili, in crisi, in transizione, marginalizzati o predisposti, un senso di potere e di azione che spesso la vita reale non è in grado di soddisfare. Questa dinamica di compartecipazione e amplificazione collettiva è favorita sia dagli algoritmi delle piattaforme digitali — che tendono a privilegiare contenuti emotivamente intensi, controversi e capaci di generare elevati livelli di interazione — sia dalla presenza di sottoculture digitali fluide: comunità virtuali i cui membri condividono interessi comuni, ma anche codici estetici, linguaggi e modelli comportamentali. Particolarmente diffuse su piattaforme frequentate da adolescenti e giovani adulti, come TikTok, Instagram, Discord, Telegram, Reddit o 4chan, tali comunità nascono spesso attorno a tematiche apparentemente ordinarie — fitness, auto-aiuto, relazioni sentimentali, stili di vita, format dedicati all’arricchimento personale — e non sono dichiaratamente estremiste. Tuttavia, attraverso i meccanismi di raccomandazione algoritmica, l’interazione tra gli utenti e le contaminazioni tra ambienti affini, esse possono innescare processi graduali di radicalizzazione sul piano cognitivo e discorsivo, senza necessariamente tradursi in forme di mobilitazione o di azione concreta. Analizzando il caso di un quattordicenne singaporeano che, nell’arco di meno di un anno, ha sviluppato forme di auto-radicalizzazione attraverso ambienti digitali eterogenei — spaziando dal jihadismo a contenuti riconducibili all’estrema destra, alla subcultura incel, alla misoginia, all’antisemitismo — le ricercatrici Yasmine Wong e Antara Chakraborthy spiegano come molte comunità online apparentemente distinte siano in realtà porose e interconnesse. Tale interconnessione deriva dalla convergenza di temi narrativi, cornici emotive e meccanismi algoritmici che facilitano il passaggio tra contenuti differenti. Questa contiguità favorisce il funzionamento di tali ambienti come spazi comunicanti, in cui l’esposizione a un determinato ambito aumenta la ricettività verso narrazioni estremiste provenienti da contesti paralleli. Ne risulta una moltiplicazione e diversificazione delle traiettorie di accesso all’estremismo, che tendono a svilupparsi al di fuori dei tradizionali canali di socializzazione politica (42). Esempi ricorrenti di comunità digitali che possono radicalizzarsi includono le tipologie che promuovono modelli di mascolinità dominante (alpha male), che evol-vono verso forme di misoginia radicale; le trad wives (mogli tradizionali), le cui narrazioni incentrate sull’idealizzazione dell’ambiente domestico e del ruolo della donna nella famiglia possono spostarsi verso posizioni sempre più conservatrici, antifemministe o suprematiste; e in modo emergente, perfino alcune nicchie di true crime, in cui la ricerca di risoluzioni ai casi di cronaca criminale può portare alla spettacolarizzazione della violenza e all’idolatria degli autori. La fluidità di queste sottoculture risiede nell’assenza di confini ideologici rigidi: simboli e linguaggi si contaminano, si ricombinano e migrano rapidamente da una piattaforma all’altra.
TikTok e la radicalizzazione come esperienza emotiva All’interno di questo universo, TikTok rappresenta un caso emblematico. Sulla piattaforma circolano contenuti politici, religiosi, identitari, ma anche motivazionali o survivalisti, spesso percepiti come innocui o anche positivi. Non sempre questi messaggi invitano apertamente alla violenza; più frequentemente richiamano temi di forza, autodifesa, dignità, tradizione, veicolando una rappresentazione del mondo esterno come intrinsecamente ostile. Video incentrati su resilienza, crescita personale, mindset vincente, orgoglio, valori o speranza di riscatto si presentano come forme di ispirazione genuina, facendo leva su insicurezze reali — anche di natura fisica — per instaurare un legame immediato. La caratteristica centrale di questi contenuti è la capacità di agire prevalentemente sul piano emotivo, più che di stimolare una riflessione razionale. Format brevi e virali, estetica curata, musica coinvolgente — come i nasheed (canti devozionali) nel contesto islamico o hit remixate in contesti extra-religiosi — e iconografia creativa potenziata dall’intelligenza artificiale generano un’attrazione immediata. Prima della piena comprensione, può instaurarsi un processo di identificazione: chi guarda si sente galvanizzato, senza interrogarsi sul significato più profondo dei messaggi veicolati. Simboli, emoji, colori, gesti e posture funzionano come segnali di appartenenza difficilmente decifrabili per gli adulti, ma immediatamente riconoscibili per i più giovani. L’ideologia, in molti casi, passa senza essere nominata: viene comunicata attraverso allusioni, ironia o ambiguità. La violenza è presente, ma spesso in forma simbolica, così da non allarmare la piattaforma. Questi materiali non mirano primariamente a reclutare individui pronti all’azione violenta, ma possono portare a una normalizzazione/accettazione graduale delle narrazioni radicali, rendendole familiari, condivisibili “per gioco” o perché presentate in modo ‘cool’. Le intenzioni serie e i piani operativi veri e propri non nascono solitamente sui social mainstream: emergono e si consolidano in gruppi privati e su piattaforme criptate. Sebbene espressioni come “TikTok jihad” e il fenomeno della radicalizzazione accelerata sui social media riflettano preoccupazioni reali, le piattaforme digitali non agiscono come agenti ideologici autonomi. In quanto strumenti progettati per massimizzare l’engagement, abbassano la soglia di accesso a contenuti emotivamente intensi e amplificano dinamiche di imitazione e viralità. Gli adolescenti, a loro volta, non sono meri destinatari passivi: attraverso interazioni spesso inconsapevoli contribuiscono alla configurazione della propria bolla algoritmica, senza disporre degli strumenti necessari per comprenderne il funzionamento. È proprio questa opacità a costituire il principale fattore di rischio: contenuti che si presentano come positivi o motivazionali attirano l’utente sul piano emotivo, introducendo gradualmente visioni del mondo fondate su contrapposizione e ostilità. In questo senso, TikTok favorisce forme di radicalizzazione basate sull’assorbimento emotivo più che sul confronto critico.
Violenza simbolica, imitazione e attori solitari Le piattaforme digitali diventano così spazi di socializzazione alternativa, nei quali la radicalizzazione si sviluppa meno su basi ideologiche consolidate e più attraverso interazioni online, dinamiche imitative e partecipazione a comunità ibride. Come osserva il ricercatore Kevin McDonald, “le ideologie cedono il posto agli immaginari” e la radicalizzazione si configura sempre più come un’immersione in una narrazione online a più mani, simile a un gioco o a una cospirazione collettiva, dove contano estetizzazione della violenza e messa in scena” (43). Quasi come un grande palcoscenico accessibile a tutti. In questo quadro, l’ideologia non scompare, ma si trasforma in una cornice che permette ai giovani di dare senso alla propria esperienza. Fragilità personali e disagi psicosociali — isolamento, rifiuto, discriminazione, percezione di ingiustizia, mancanza di riconoscimento o realizzazione personale e anche situazioni di burnout (44) — rendono alcuni particolarmente suscettibili a narrazioni semplificate. All’interno di tali contesti, la violenza assume un valore simbolico: da espressione di frustrazione individuale si trasforma in risorsa narrativa attraverso cui costruire identità, status e ruolo sociale, rendendo chi la compie potenziale fonte di identificazione e, in alcuni casi, di ispirazione o venerazione. Emblematico è il caso di Luigi Mangione, il giovane che nel 2024 uccise a New York un dirigente della compagnia assicurativa sanitaria United Healthcare e che una (esigua) parte della Generazione Z americana, ha trasformato in un’icona pop/folk ribattezzata “San Luigi”. La violenza viene qui reinterpretata come atto di giustizia alternativa e come risposta alla frustrazione collettiva e alla perdita di fiducia nelle istituzioni. Come scrive il ricercatore John Richardson, autore di Luigi: The Making and Meaning: “Cercare di individuare il movente di Luigi è fuorviante. Ciò che conta è la sua elusività. Per un numero crescente di giovani che vibrano di ansie esistenziali, è diventato uno schermo su cui proiettano le proprie paure e i propri sogni” (45). È da casi simili che emerge come la violenza tenda a svolgere una funzione un tempo propria dell’ideologia: non tanto orientare l’azione collettiva, quanto produrre significato condiviso all’interno di comunità frammentate ma interconnesse. In questo quadro, l’ideologia assume una funzione prevalentemente individuale, di razionalizzazione e legittimazione dell’atto, mentre la violenza, attraverso la sua circolazione mediatica, opera come dispositivo collettivo di produzione di senso. Anche l’arresto, nel 2025, di due adolescenti britannici sospettati di voler emulare (separatamente) l’attacco di Axel Rudakubana (46), mostra come la violenza possa diffondersi oggi lungo una di queste traiettorie emulative, trasformandosi rapidamente in modello replicabile.
Conclusione Oggi la radicalizzazione giovanile non è solo una questione ideologica, ma il segnale di una crisi più ampia che attraversa la vita di molti ragazzi. L’estremismo contemporaneo non si presenta più in forme nette e riconoscibili, ma si articola in un insieme frammentato di esperienze, emozioni e identità, alimentato da solitudine, sfiducia nelle istituzioni, percezione di un futuro bloccato e da un mondo virtuale che diventa sempre più centrale come spazio di riferimento. In questo contesto, l’ideologia non scompare, ma perde la funzione di progetto collettivo strutturato e assume il ruolo di cornice capace di offrire un significato personale immediato. I percorsi di radicalizzazione tendono così a essere più individuali e personalizzati: la dimensione collettiva resta, ma spesso rappresenta il punto di arrivo — e non di partenza — di traiettorie che nascono da vissuti di marginalità, frustrazione o ricerca di riconoscimento. All’interno di specifici ecosistemi digitali, la violenza può trasformarsi in una risorsa simbolica per la costruzione di identità, status e appartenenza, acquisendo un valore che va oltre l’atto in sé. In questo laboratorio identitario digitale, la prevenzione non può limitarsi al controllo dei contenuti, ma deve intervenire sulle condizioni che rendono queste narrazioni attraenti, intercettando i bisogni profondi che esse sfruttano.
Implicazioni per la prevenzione e il dibattito pubblico
Legislatori / policy maker – Le leggi solo repressive o limitate alla rimozione di contenuti sono insufficienti: non affrontano le radici emotive e identitarie della radicalizzazione contemporanea. – La radicalizzazione è un processo complesso; spesso inizia prima che emerga un’ideologia strutturata o che si commetta un reato. Non basta chiedersi ‘quali idee professa questa persona?’: bisogna osservare il rapporto con la violenza — simbolica, estetizzata o performativa — spesso visibile nei segnali trapelati online o in comportamenti precoci. – I criteri di rischio vanno ripensati in chiave multidimensionale: includere vulnerabilità emotive, fascinazione per la violenza e ossessione per figure “giustizialiste” o mitizzate, non solo adesione ideologica esplicita. – Servono politiche integrate e non settoriali: combinare salute mentale, scuola, comunità locali, regolazione delle piattaforme e sicurezza, privilegiando interventi precoci prima che emergano reati. – La prevenzione efficace avviene prima della soglia penale: investire in percorsi di supporto tempestivi evita escalation e alleggerisce il carico sul sistema giudiziario. Promemoria pratico: Leggi e repressione non bastano: investire in prevenzione precoce, supporto psicosociale e politiche integrate aumenta l’efficacia complessiva.
Chi si occupa di prevenzione (educatori, operatori sociali, scuola, associazioni giovanili) – Non aspettare l’adesione ideologica esplicita: molti percorsi iniziano da segnali emotivi o simbolici, prima che emerga una convinzione ideologica. – Osservare segnali deboli e ambigui: fascinazione per la violenza, estetizzazione dei gesti violenti, ironia ambigua, simboli condivisi in subculture digitali (meme, reel, challenge). -Prestare attenzione ai contenuti “motivazionali”: narrazioni apparentemente positive o di empowerment possono costruire mondi ostili e dicotomici (“vittimismo → vendetta”, “ingiustizia → contrapposi-zione”). – Intervenire precocemente su vulnerabilità emotive e bisogno di riconoscimento: rafforzare resilienza affettiva, senso di appartenenza positiva e capacità critica prima che la violenza diventi “risorsa narrativa”. – Fare distinzione tra violenza giovanile e radicalizzazione violenta: i percorsi possono intrecciarsi, ma hanno cause, dinamiche e soluzioni diverse; non tutti i ragazzi attratti dalla violenza sono radicalizzati. Promemoria pratico: Riconoscere segnali pre-ideologici e agire precocemente riduce il rischio di escalation e previene la trasformazione della violenza in identità condivisa.
I media e il dibattito pubblico – Evitare letture moralistiche → Non ridurre tutto a “mostri”, “devianze” o “mele marce”: semplifica e oscura le dinamiche sociali ed emotive. – Evitare il panico tecnologico → Le piattaforme non “creano terroristi”, ma amplificano vulnerabilità già presenti; il focus deve essere sulle condizioni che rendono attraenti le narrazioni violente. – Spostare la domanda centrale → Non solo “da dove viene l’odio?”, ma “perché queste narrazioni funzionano così bene oggi?”: indagare il vuoto esistenziale, la ricerca di senso e il ruolo degli algoritmi. – Responsabilità narrativa → Il modo in cui la violenza viene raccontata può mitizzarla, renderla imitabile o trasformarla in simbolo. Promemoria pratico: Ogni racconto pubblico può rafforzare o indebolire il valore simbolico della violenza: scegliere parole, immagini e cornici con consapevolezza aiuta a prevenire emulazione e normalizzazione.
Allely, C. S. (2020). The psychology of extreme violence: A case study approach to serial homicide, mass shooting, school shooting and lone-actor terrorism. Routledge
Sulmoni, C., Estremismo giovane, autonomo ed emancipato, in: #ReaCT2024
Wong, Y., & Chakraborthy, A. (2025, 26 settembre). From banal to extreme: When benign online communities become breeding grounds for the far-right. S. Rajaratnam School of International Studies (RSIS). https://rsis.edu.sg/wp-content/uploads/2025/09/CO25197.pdf
McDonald, K. (2024). Au-delà du paradigme des idéologies : penser les reconfigurations des expériences de radicalisation. In R. Ber-trand & T. Renard (Eds.), Expériences autour de la radicalisation et sa prévention (pp. 147–162). Toulouse: érès.
Il
terrorismo come fenomeno sociale e conflittuale in evoluzione continua.
Il terrorismo contemporaneo non è un’eccezione storica: è l’esito di una lunga sedimentazione di conflitti, dottrine e opportunità. Negli ultimi vent’anni, in particolare, abbiamo osservato un’evoluzione che ha cambiato forma più volte senza perdere la propria funzione: produrre paura, polarizzazione e condizionamento politico-sociale con un investimento relativamente contenuto. Dopo l’11 settembre, il terrorismo jihadista ha assunto una dimensione globalizzata e “sistemica”, incardinata su reti transnazionali e su una narrazione capace di collegare guerra, identità, ideologia e pragmatismo politico. La fase successiva – quella di Iraq e Afghanistan – ha trasformato la violenza in esperienza operativa e in capitale simbolico: l’insurrezione, il terrorismo come tecnica, tattica e procedura e la comunicazione come moltiplicatore hanno finito per fondersi. Con l’emergere dello Stato islamico, tra 2014 e 2017, abbiamo visto il passaggio a un modello ibrido: organizzazione territoriale e proiezione esterna, commando e “lone actors”, attacchi coordinati e micro-azioni improvvisate. Poi la contrazione del “califfato” non ha significato sconfitta del fenomeno, ma sua riconfigurazione: più frammentazione, più emulazione, più iniziativa individuale.
In questo quadro, la minaccia
jihadista resta particolarmente rilevante perché si intreccia con le dinamiche
conflittuali delle relazioni internazionali e con la competizione in Medio
Oriente e in Africa, e perché attinge a una lettura radicale dell’Islam che
trasforma l’evento politico in pretesto morale ammantandolo con la
giustificazione religiosa. Ma diventa ancora più sensibile in Europa quando si
innesta su una ricerca di identità individuale e di gruppo, alimentata
dall’opposizione culturale di una componente non marginale di immigrati
maghrebini di seconda e terza generazione: un terreno dove l’appartenenza si
costruisce anche “contro” l’altro e dove la polarizzazione funziona da
moltiplicatore di rischio.
Non parliamo, infatti, di un
blocco monolitico. La galassia jihadista è oggi frammentata: ideologie, priorità
operative e modelli d’azione divergono, e questo impone di leggere il
terrorismo contemporaneo anche come fenomeno sociale, non soltanto come
espressione di organizzazioni clandestine. Cambiano le forme, ma soprattutto
cambiano i meccanismi di produzione della violenza: tempi di attivazione più
rapidi, soglie operative più basse, maggiore permeabilità all’emulazione e
all’innesco mediatico.
Da qui discende una riflessione
che, dopo vent’anni di adattamenti, non è più rinviabile e sulla quale torniamo
a insistere: ha ancora senso definire il terrorismo solo come violenza
finalizzata a ottenere un risultato politico, quindi valutata nelle intenzioni?
Oppure è più utile leggerlo come effetto della violenza applicata, cioè come
manifestazione capace di produrre impatto indipendentemente dalla catena di
comando? In altri termini: è terrorismo l’atto violento in quanto tale, anche
quando non c’è – o non è dimostrabile – un’organizzazione alle spalle. Il
baricentro, allora, si sposta dalla
struttura all’evento: terrorismo nella manifestazione, non necessariamente
nell’organizzazione.
Dentro la
galassia jihadista, il terrorismo rimane strumento di lotta, resistenza e
prevaricazione, ma si dispiega lungo uno spettro di violenza che va dall’azione
individuale a quella organizzata; dalla violenza ispirata a quella emulativa;
fino al terrorismo insurrezionale che abbiamo conosciuto in Afghanistan e in
Iraq e che, in parte, osserviamo nelle sue manifestazioni nella Striscia di
Gaza, dove l’esercito israeliano si confronta con Hamas (Bertolotti, 2024). In
questa prospettiva, la continuità non è nella forma dell’attacco, ma nella sua
funzione: comprimere sicurezza e libertà, spingere lo Stato a reagire, e
trasformare la frattura sociale in spazio operativo.
Trend e
dinamiche: calano i numeri, ma la minaccia del terrorismo persiste – un’analisi
degli attacchi dal 2014 al 2025.
In prospettiva quantitativa gli
attacchi terroristici di matrice jihadista degli ultimi cinque anni confermano
un andamento lineare, con una percettibile diminuzione registrata negli ultimi
anni, attestandosi ai livelli pre-fenomeno Isis/Stato islamico. Dal 2020
al 2025 sono stati registrati nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in
Svizzera 99 attacchi (12 nel 2025), di successo e fallimentari: 99 quelli
rilevati nel precedente periodo 2014-2018 (12 nel 2015).
Sulla scia della stagione dei grandi attentati in Europa compiuti nel nome dello Stato islamico e, successivamente, in verosimile relazione con i fattori galvanizzanti prodotti dalla presa del potere talebano in Afghanistan e dall’appello di Hamas, tra il 2014 e il 2023 sono state registrate 221 azioni in nome del jihad. Di queste, 77 sono state attribuibili allo Stato islamico. Ai fatti hanno preso parte 271 terroristi (7 donne), di cui 78 morti in azione. Il bilancio complessivo è di 457 vittime decedute e 2667 feriti (database START InSight).
Nel solo 2025 si contano 12
azioni jihadiste: un dato in lieve flessione rispetto all’anno precedente (15
attacchi nel 2024), coerente con i 12 attacchi del 2023 ma decisamente
inferiore ai 18 registrati nel 2022 e nel 2021. La riduzione numerica,
tuttavia, non coincide con una diminuzione del rischio: cresce in modo marcato
la quota di azioni “emulative”, cioè ispirate da altri attacchi avvenuti nei
giorni immediatamente precedenti. Il peso dell’emulazione passa dal 17% del
totale nel 2022 al 58% nel 2023 (era il 56% nel 2021) e 50% nel 2025,
riportando il fenomeno su livelli di intensità comparabili a quelli degli anni
precedenti.
Il 2025, inoltre, consolida un
trend strutturale nell’evoluzione della minaccia, con una predominanza di
azioni individuali, non organizzate e spesso improvvisate, che hanno
progressivamente sostituito le operazioni strutturate e coordinate tipiche del
“campo di battaglia” urbano europeo del periodo 2015-2017. Un modello operativo
che, nel 2025, ha caratterizzato il 92% delle azioni ma che ha visto il ritorno
dell’utilizzo dei veicoli ariete impiegati contro obiettivi civili, prevalentemente
passanti, nel 17% degli episodi.
Il profilo
dei terroristi “europei”.
Il jihadismo, nei dati,
continua a presentarsi come un fenomeno a prevalente partecipazione maschile.
Su 329 attentatori censiti, il 94% è di genere maschile; le donne sono 10. Il
quadro è anche dinamico: se nel 2020 si registrano 3 attentatrici coinvolte in
azioni terroristiche, nel quinquennio 2021-2025 non emerge alcuna loro
partecipazione diretta.
Sul piano anagrafico, i terroristi identificati (uomini e donne) per i quali sono disponibili dati personali pubblici mostrano un’età mediana pari a 26 anni. È un valore che oscilla nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 nel 2019, fino a segnare un rialzo nell’ultima fase osservata con 28,5 anni nel 2023 e, sorprendentemente, 35 nel 2025; con ciò evidenziando un aumento dell’età dei soggetti attentatori. Entrando nel dettaglio dei 200 individui per i quali disponiamo di informazioni anagrafiche sufficienti, la distribuzione per classi d’età restituisce un profilo più articolato: il 7% ha meno di 19 anni (con un peso dei minori che si riduce con il passare degli anni), il 38% rientra nella fascia 19-26, il 41,5% in quella 27-35, mentre il 13,5% ha più di 35 anni. Nel complesso, questi dati suggeriscono un progressivo innalzamento dell’età media all’interno del segmento 19-35 con un incremento di rilievo per la fascia sopra i 35 anni, accompagnato da una contrazione dei minorenni coinvolti negli attacchi nello stesso arco temporale.
Quanto allo status e
alle origini, il profilo prevalente degli autori è riconducibile alla categoria
degli “immigrati” in senso ampio (prima, seconda e terza generazione), sia
regolari sia irregolari: parliamo del 93% dei soggetti che hanno portato a
compimento un atto terroristico. Nel sottoinsieme analizzato tramite il
database START InSight (155 casi su 237 terroristi), il 45% risulta composto da
immigrati regolari di prima generazione; il 28% da discendenti di immigrati
(seconda o terza generazione); gli immigrati irregolari rappresentano il 26%.
Quest’ultimo dato, però, è quello che segnala la discontinuità più netta: si
attesta al 25% nel 2020, raddoppia al 50% nel 2021, arriva al 67% nel 2023 per
poi attestarsi al 31% nel 2025. La tendenza conferma una crescita della
presenza di attentatori di prima generazione; rilevante anche il 6% di
cittadini di origine europea convertiti all’Islam, in costante ma lieve
flessione rispetto alla media degli anni precedenti.
La
dimensione etno-nazionale dei terroristi in Europa.
In Europa la radicalizzazione
jihadista non colpisce in modo uniforme: tende a concentrarsi su specifiche
componenti nazionali ed etniche. Nei dati si conferma una relazione di
proporzionalità piuttosto chiara tra la composizione dei principali gruppi migratori
e la provenienza (diretta o familiare) degli autori di atti terroristici: la
nazionalità dei terroristi, o delle loro famiglie d’origine, riflette spesso la
dimensione e la storicità delle comunità straniere presenti nei singoli Paesi
europei. Dentro questo quadro, l’origine maghrebina è prevalente. I gruppi
etno-nazionali più associati all’adesione jihadista restano quelli marocchino
(con evidenze significative in Francia, Belgio, Spagna e Italia) e algerino (in
Francia). Non a caso, il fenomeno appare più marcato in Belgio e in Francia,
dove comunità numerose di origine marocchina e algerina hanno registrato, nel
tempo, livelli elevati di mobilitazione giovanile verso ambienti e
organizzazioni jihadiste. In Francia, ad esempio, una quota rilevante dei
terroristi coinvolti negli attentati recenti proviene da famiglie di origine
algerina e marocchina, in coerenza con la presenza storica e la consistenza
numerica di queste comunità nel Paese (Bertolotti, 2023 e 2024).
Recidivi e
terroristi già noti all’intelligence.
Un secondo indicatore, sempre più rilevante, riguarda la rilevanza del fenomeno della recidiva, anche come effetto del rilascio di soggetti al termine di pene detentive concluse di recente. Parliamo di individui già condannati per terrorismo che tornano a colpire una volta usciti dal carcere e, in alcuni casi, riescono a portare a termine azioni violente persino all’interno delle strutture penitenziarie. La traiettoria è chiara: i recidivi rappresentano il 3% del totale dei terroristi che hanno colpito nel 2018 (1 caso), il 7% nel 2019 (2), il 27% nel 2020 (6), il 25% nel 2023 (3) per poi scendere all’8% nel 2025 (1). Il dato, sebbene in evidente contrazione, conferma la pericolosità sociale di soggetti che, pur neutralizzati temporaneamente dalla detenzione, spesso non abbandonano l’intenzione di agire: semmai la differiscono, attendendo la finestra operativa più favorevole. In prospettiva, questo implicherebbe un aumento della probabilità di attacchi nei prossimi anni, in parallelo con il rientro in libertà di un numero crescente di detenuti per reati di terrorismo.
A rafforzare il quadro, START
InSight evidenzia anche la tendenza delle azioni terroristiche compiute da
individui già noti alle forze dell’ordine o ai servizi di intelligence europei.
Nel 2020 questi casi costituiscono il 54% del totale e nel 2021 il 44%, 37% nel
2022: valori molto superiori al 10% del 2019 e al 17% del 2018. Nel 2023 il
dato cresce ulteriormente e si stabilizza al 75%, confermando, nei fatti, le
ragioni di preoccupazione delle istituzioni impegnate nel contrasto alla
minaccia, sebbene il 2025 si sia concluso con un dato più rassicurante del 23%.
Infine, il profilo dei soggetti con precedenti detentivi (anche per reati non legati al terrorismo) mostra una continuità significativa lungo l’arco temporale considerato: nel 2021 sono il 23%, in lieve calo rispetto al 33% del 2020, ma in linea con il 23% del 2019 (28% nel 2018 e 12% nel 2017). Pur a fronte di un dato 2023 sensibilmente più basso (8%) e un sostanziale azzeramento nel 2025, l’evidenza complessiva continua a sostenere l’ipotesi che identifica i luoghi di detenzione come spazi a rischio, dove radicalizzazione e adesione al terrorismo possono trovare condizioni favorevoli.
Quale la
reale capacità distruttiva del terrorismo?
Per leggere il terrorismo in
modo realistico occorre scomporlo, senza sovrapporre piani diversi, su tre
livelli: strategico, operativo e tattico. La dimensione strategica riguarda
l’impiego delle risorse per conseguire obiettivi di lungo periodo, quelli che
incidono sull’assetto complessivo del conflitto e sul comportamento degli
Stati. La dimensione tattica, invece, attiene all’uso della forza nel singolo
“contatto”, per ottenere un risultato immediato e circoscritto. In mezzo c’è il
livello operativo: la cerniera che coordina, ordina e combina azioni tattiche
in modo da produrre effetti coerenti con l’obiettivo strategico. È una
distinzione essenziale perché, nel terrorismo, ciò che appare “piccolo” sul
piano tattico può essere decisivo sul piano operativo, e solo marginale sul
piano strategico. In ultima analisi, questa lettura rimette al centro l’impiego
degli uomini – più che dei mezzi – nella produzione dell’effetto militare e
politico.
Il successo
strategico: marginale e in contrazione.
Sul piano strategico il
successo delle azioni terroristiche, inteso come capacità di produrre risultati
strutturali e sistemici (blocco del traffico aereo o ferroviario nazionale e/o
internazionale, mobilitazione delle forze armate, interventi legislativi di
ampia portata), tende a scomparire con il passare del tempo. L’andamento storico
rileva infatti la riduzione progressiva della capacità di ottenere effetti
strategici, con oscillazioni ma con una traiettoria chiara: 75% di successo
strategico nel 2014; 42% nel 2015; 17% nel 2016; 28% nel 2017; 4% nel 2018; 5%
nel 2019; 12% nel 2020; 6% nel 2021. Dal 2022, gli attacchi non riescono più a
conseguire successo strategico. Un risultato, quello ottenuto in passato dal
valore elevato se messo in rapporto al basso investimento organizzativo e
finanziario richiesto, specie quando l’azione è individuale o a bassa
complessità.
In parallelo, si osserva un calo dell’attenzione mediatica complessiva verso gli attacchi. A livello strategico, gli attentati hanno ottenuto attenzione dei media internazionali nel 70% dei casi e dei media nazionali nel 93%. Le operazioni condotte da commando e team-raid, quando presenti, hanno ricevuto copertura piena. Questo “successo mediatico” potrebbe aver avuto un impatto diretto sulla capacità di reclutamento di aspiranti martiri o combattenti jihadisti, con un picco nei periodi di maggiore intensità della violenza (2016-2017). Ma l’effetto amplificatore dei media sul reclutamento tende a ridursi nel tempo per due ragioni convergenti: primo, la progressiva prevalenza di azioni a “bassa intensità” rispetto a quelle ad “alta intensità”, diminuite, mentre quelle a bassa e media intensità aumentano in modo significativo dal 2017 al 2021, pur con un incremento marcato delle azioni a media intensità nel 2023 (75%) e nel 2025 (58%) e una ripresa delle azioni ad “alta intensità” nel 2025 (8%); secondo, l’assuefazione emotiva del pubblico alla violenza, soprattutto quando gli eventi sono a bassa o “media intensità”, riduce la capacità dell’attacco di dominare lo spazio informativo.
Il livello
tattico: preoccupante, ma non centrale per la logica del terrorismo.
Se assumiamo come obiettivo
tattico primario la morte del “nemico” – con le forze di sicurezza individuate
come bersaglio nel 28% dei casi – questo risultato viene raggiunto, in media,
nel 48% dei casi nel periodo 2004-2025. Va però considerato che un arco
temporale così ampio amplifica il margine di errore. Guardando all’intervallo
2014-2025, emerge un deterioramento della capacità di produrre l’effetto
desiderato: prevalgono attacchi a bassa intensità e cresce il numero di azioni
fallimentari, almeno fino al 2022, quando il successo tattico si stabilizza al
33%, coerente con il dato del 2016. Dal 2023, invece, si registra un’inversione
di tendenza.
Negli ultimi sei anni, la
dinamica è particolarmente emblematica. Nel 2016 il successo tattico è al 31%,
con il 6% di atti fallimentari. Nel 2017 sale al 40%, mentre il fallimento
raggiunge il 20%. Nel 2018 il successo scende al 33% e gli attacchi falliti
raddoppiano al 42%. Nel 2019 cala ulteriormente al 25%, per poi risalire e
stabilizzarsi al 33% nel periodo 2020-2022. Questo andamento può essere letto
come effetto combinato della riduzione della capacità operativa dei terroristi
e della maggiore reattività delle forze di sicurezza europee. Sebbene nel 2023
il dato torni al 50% di azioni in grado di ottenere un successo tattico, cioè
la morte di almeno un obiettivo, nel 2024 e 2025 il dato torna ai livelli degli
anni precedenti, con un 20-25% di successi tattici.
Il vero
risultato: il successo operativo e il “blocco funzionale”.
Il punto decisivo è che anche
un attacco “non riuscito”, dal punto di vista della produzione di vittime, può
generare un risultato operativo significativo. L’azione terrorista tende a
saturare e vincolare risorse (Bertolotti, 2023, 2024): impegna in modo pesante
forze armate e forze di polizia, distogliendole dalle attività ordinarie o
limitandone la capacità di intervento a favore della collettività. Può
interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari; limitare, rallentare, deviare
o bloccare la mobilità urbana, aerea e navale; ostacolare lo svolgimento
regolare delle attività quotidiane, commerciali e professionali, con impatto
diretto sulle comunità colpite. Così facendo, riduce il vantaggio tecnologico e
il potenziale operativo complessivo e comprime la resilienza. È un danno che
può essere diretto o indiretto e che si manifesta anche in assenza di vittime.
E soprattutto produce un effetto misurabile: la limitazione della libertà dei
cittadini.
In questa prospettiva, il
successo del terrorismo – anche quando non uccide – conferma una capacità di
imporre costi economici e sociali alla collettività e di condizionare nel tempo
i comportamenti, in relazione alle misure di sicurezza e alle limitazioni
introdotte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. È ciò che
definiamo “blocco funzionale”. Nonostante la progressiva riduzione della
capacità operativa, il “blocco funzionale” resta uno dei risultati più
rilevanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico
(uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha
dimostrato efficacia nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi,
con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Un risultato notevole,
conseguito con risorse limitate, che conferma un rapporto costo-beneficio
favorevole al terrorismo. Ma anche qui si registra una perdita progressiva di
capacità: l’ottenimento del “blocco funzionale” scende al 78% nel 2022, al 67%
nel 2023 e 58% nel 2025.
Bibliografia
Bertolotti, C. (2024a), Gaza
Underground: la guerra sotterranea e urbana tra Israele e Hamas. Storia,
strategie, tattiche, guerra cognitiva e intelligenza artificiale, START
InSight ed., Lugano.
Bertolotti, C. (2024b), Una
fotografia del terrorismo jihadista in Europa: evoluzione storica e operativa, in
#ReaCT2024, 5° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START
InSight ed., Lugano, ISBN 978-88-322-94-27-9, ISSN 2813-1037 (print), ISSN
2813-1045 (online).
Bertolotti, C. (2023), L’evoluzione del terrorismo in
Europa: terrorismo di sinistra, destra, anarchico, individuale, e il ruolo
degli immigrati nel terrorismo jihadista all’interno dell’Unione Europea
(Analisi di correlazione e regressione), in #ReaCT2023, 4° Rapporto sul
Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START InSight ed., Lugano, ISBN
978-88-322-94-18-7, ISSN 2813-1037 (print), ISSN 2813-1045 (online).
Con questa nuova edizione, il percorso di ricerca dell’Osservatorio prosegue nel solco tracciato negli anni precedenti, ma compie al tempo stesso un passaggio ulteriore. Se nei Rapporti passati (2020-2024) abbiamo osservato e descritto l’evoluzione del terrorismo jihadista, dei radicalismi violenti e delle manifestazioni antisistema come fenomeni dinamici, fluidi e sempre meno riconducibili a categorie rigide, oggi dobbiamo riconoscere che il quadro si è ulteriormente trasformato. Il terrorismo non può più essere analizzato soltanto come fatto organizzativo o come espressione di strutture clandestine riconoscibili; esso va interpretato sempre più come manifestazione conflittuale inserita in un ecosistema composito, nel quale pro-paganda, traumi, tecnologia, mobilitazione emotiva e vulnerabilità sociali si intrecciano in modo profondo. #ReaCT2025 nasce da questa consapevolezza. Il rapporto mantiene la propria natura di prodotto scientifico e insieme collettivo, frutto del lavoro di ricercatori, studiosi, analisti e professionisti provenienti da esperienze diverse, ma accomunati dall’obiettivo di comprendere fenomeni che sfuggono alle semplificazioni e che richiedono invece uno sguardo trasversale, multidisciplinare e aggiornato. A tutti loro va la mia gratitudine personale e quella dell’Osservatorio: per il rigore, per la passione, per la capacità di leggere il presente senza indulgere né all’allarmismo né alla superficialità. (Claudio Bertolotti, Direttore, www.osservatorioreact.it)
INDICE/INDEX
Claudio Bertolotti (ITA), La parola al Direttore
Claudio Bertolotti (ENG), A word from the Director
Claudio Bertolotti (ITA), #ReaCT2025 – Il Sommario. Terrorismo, radicalizzazione e minacce ibride tra dati e guerra cognitiva.
Claudio Bertolotti (ENG), #ReaCT2025 – The Summary – Terrorism, radicalisation, and hybrid threats between data and cognitive warfare
Claudio Bertolotti (ITA), Terrorismo jihadista in Europa: traiettorie storiche, dinamiche sociali e trasformazioni operative nell’attuale fase di mutamento globale. Evidenze e risultati dell’Osservatorio ReaCT sul radicalismo e il contrasto al terrorismo
Claudio Bertolotti (ENG), Jihadist Terrorism in Europe: historical trajectories, social dynamics, and operational transformations in the current phase of global change. Evidence and findings from the ReaCT Observatory on radicalisation and counter-terrorism.
Andrea Molle (ITA), Il sovranismo in Europa: cornici narrative e andamenti empirici in Italia e Svizzera
Andrea Molle (ENG), A Laboratory of Identity for the European Right
Andrea Molle (ITA), Profilo di rischio degli autori di violenza politica: Stati Uniti vs Unione Europea (UE-27)
Andrea Molle (ENG), Risk Profile of Political Violence Offenders: United States vs European Union (EU-27)
Francesco Bergoglio Errico (ITA), Analisi della documentazione giudiziaria italiana inerente al terrorismo jihadista dal 2011 al 2025
Francesco Bergoglio Errico (ENG), Analysing Italian jihadism through court records from 2011 to 2025
Barbara Lucini (ITA), Conflitti e violenze: la minaccia radicale in un mondo che cambia
Barbara Lucini (ENG), Conflict and violence: the radical threat in a changing world
Marco Lombardi, Emilio Palmieri (ITA), Minacce ibride e guerra cognitiva: verso una nuova architettura dell’intelligence
Marco Lombardi, Emilio Palmieri (ENG), Hybrid threats and cognitive warfare: towards a new architecture of intelligence
Anna Calabresi (ITA), La guerra cognitiva: trauma, manipolazione e radicalizzazione nell’epoca dell’incertezza
Anna Calabresi (ENG), Cognitive warfare, collective trauma, radicalization: systemic risks and integrated responses
Elisabeth Harnes (ITA) L’adescamento di minori e giovani transnazionali verso l’estremismo islamista violento
Elisabeth Harnes (ENG), Grooming of transnational children and youth to violent islamist extremism
Sören Henrich (ITA), Dalla psicologia forense, una breve nota su come comprendere la violenza estremista nel 2025
Sören Henrich (ENG), From forensic psychology: a brief note on how to understand extremist violence in 2025
Matteo Vergani, Andrea Giovannetti (ITA), Come integrare gli interventi “soft” e “hard” per arginare l’estremismo online
Matteo Vergani, Andrea Giovannetti (ENG), How “Soft” and “Hard” interventions can work together to curb online extremism
Chiara Sulmoni (ITA), Radicalizzazione 2025: il nuovo volto dell’estremismo in Europa
Chiara Sulmoni (ENG), Radicalisation 2025: the new face of extremism in Europe.
Ludovico Camposampiero (ITA), Gli attivisti identitari agiscono come influencer della destra radicale e cercano la normalizzazione politica. Intervista di Chiara Sulmoni.
Ludovico Camposampiero (ENG), Identitarian activists act as influencers of the radical right and seek political normalization. An interview with journalist Ludovico Camposampiero by Chiara Sulmoni
Mauro Lubrano (ITA), Fermate le macchine: l’ascesa dell’estremismo antitecnologico
Mauro Lubrano (ENG), Stop the Machines: The rise of anti-Technology extremism
Iuliia Iashchenko, Andrea Carteny (ITA), Echi del conflitto: la guerra russo-ucraina, la radicalizzazione online e il reclutamentoper il sabotaggio nell’UE
Iuliia Iashchenko, Andrea Carteny (ENG), Echoes of conflict: the Russo-Ukrainian war, online radicalization and sabotage recruitment in the EU
Antonio Giustozzi (ITA), Perché’ l’ondata terroristica dello Stato Islamico si è fermata nella seconda metà del 2024
Antonio Giustozzi (ENG), Why the Islamic State’s terrorist wave stopped in the second half of 2024
Alessandra Lanzetti (ITA), Al-Shabaab e la strategia di propaganda. Evoluzione mediatica, narrazioni e implicazioni regionali
Alessandra Lanzetti (ENG), Al-Shabaab and the propaganda strategy. Media evolution, narratives, and regional implications
Lilla Schumicky-Logan, Khalid Koser (ITA), I Cuccioli del Califfato: perché rimpatrio e riabilitazione sono cruciali per la sicurezza dell’Europa
Lilla Schumicky-Logan, Khalid Koser (ENG),The cubs of the caliphate: why repatriation and rehabilitation are critical to Europe’s security
Tarja Mankkinen, Paul Gill (ITA), EUKH on Prevention of Radicalization. Panel tematico su attori solitari e salute mentale – risultati e lezioni apprese
Tarja Mankkinen, Paul Gill (ENG), EUKH on prevention of radicalization: Thematic Panel “Lone Actors and Mental Health Issues” – results and lessons learnt
Luca Tenzi (ITA), Dai Balcani alla Svizzera: la nuova frontiera della guerra ibrida europea
Luca Tenzi (ENG),The Balkans and Switzerland: the emerging frontline of hybrid conflict in Europe
Magdalena El Ghamari (ITA), Bersagli, non minacce? Mappare i vettori di sicurezza nelle diaspore tagike e cecene in Polonia
Magdalena El Ghamari (ENG),Targets, not threats? Mapping security vectors in Tajik and Chechen diasporas in Poland
Luca Guglielminetti (ITA), La diplomazia delle vittime
Luca Guglielminetti (ENG), The diplomacy of victims
Ahmed Ajil (ITA), Migrazione, sicurezza e religione: ripensare un dibattito controverso
Ahmed Ajil (ENG), Migration, security, and religion: rethinking a contested debate
Tik Tok, social media, radicalizzazione
di Chiara Sulmoni
In questa pagina trovate: “Intrappolati dall’algoritmo di Tik Tok”, la puntata della trasmissione Patti Chiari (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI) che indaga a 360 gradi sulla piattaforma digitale, con servizi di Nicola Agostinetti e Valerio Scheggia e vari ospiti in studio Include un contributo di Chiara Sulmoni, START InSight sui contenuti estremisti (da 23′ c.)
Piattaforme, algoritmi e adesione emotiva Negli ultimi anni, piattaforme quali TikTok si sono affermate come ambienti centrali nella costruzione dell’identità giovanile. Non sono semplici canali di comunicazione, ma spazi in cui i giovani interpretano il mondo, ampliano le relazioni e danno significato alla propria esperienza. In questo contesto, anche i contenuti estremisti si trasformano: non più solo propaganda esplicita, ma narrazioni integrate nei codici culturali della piattaforma, progettate per colpire l’emotività prima della riflessione critica.
Le logiche degli algoritmi hanno un ruolo decisivo: i sistemi di raccomandazione privilegiano contenuti capaci di catturare immediatamente l’attenzione, favorendo emozioni forti come rabbia, paura, indignazione o orgoglio. Questo meccanismo premia anche contenuti controversi, indipendentemente dalla loro natura, contribuendo alla loro diffusione e visibilità. Su TikTok, in particolare, la fruizione continua e automatica — un video dopo l’altro — riduce la scelta intenzionale e accelera l’esposizione, lasciando poco spazio alla riflessione.
Estetiche e codici dell’estremismo digitale La forma dei contenuti è altrettanto determinante. Sequenze rapide, immagini suggestive (spesso create con l’apporto dell’IA), storytelling personale, domande e risposte, discorsi motivazionali: tutti formati familiari al pubblico giovane. Politica, religione, identità e intrattenimento si mescolano in un flusso continuo in cui i confini tra contenuto ideologico e contenuto neutro diventano sempre più sfumati. Tecniche come il bait-and-switch — contenuti virali usati come esca — o l’uso di audio di tendenza per “coprire” o rendere più allettanti messaggi problematici, permettono di inserire progressivamente narrazioni radicali all’interno di contenuti apparentemente innocui.
Un elemento centrale è la musica. Nei contesti islamisti, i nasheed — canti a cappella della tradizione religiosa islamica — creano un senso di solennità, comunità e destino condiviso, talvolta accompagnando richiami alla jihad. Negli ambienti della destra radicale, invece, si ricorre a generi vicini alle sottoculture giovanili — rap, pop, folk o elettronica — frequentemente remixati con meme e contenuti virali. In entrambi i casi, la musica diventa uno strumento di adesione identitaria, capace di alimentare un senso di appartenenza a realtà collettive che oltrepassano i confini geografici.
L’estetica è altamente curata e svolge anch’essa una funzione cruciale. Simboli, abbigliamento, gestualità, iconografie, codici visivi e lessico di sottoculture digitali come quello legato alla manosfera trasformano l’estremismo in un fenomeno non solo ideologico, ma anche culturale ed estetico. All’interno di questi ambienti, ad esempio, circolano espressioni e simboli tipici del gergo incel e della manosfera più ampia, come riferimenti alla “red pill”, alla “black pill” o categorie identitarie quali “alpha” e “beta”, che strutturano narrazioni semplificate delle relazioni sociali e di genere. Questa estetica non ha solo una funzione codificata, ma anche una forte capacità attrattiva: rende i contenuti immediatamente riconoscibili, visivamente coinvolgenti e spesso emotivamente seducenti, facilitandone la diffusione. Il linguaggio condiviso è immediatamente comprensibile per chi ne conosce le chiavi di lettura, ma opaco per genitori, insegnanti ed educatori. Le nuove generazioni partecipano attivamente a questa evoluzione, attribuendo continuamente nuovi significati a simboli e parole, e contribuiscono in modo diretto alla costruzione della propria esperienza algoritmica, orientando attraverso le proprie interazioni — like, commenti, condivisioni e tempi di visualizzazione — ciò che viene progressivamente mostrato sullo schermo.
In questo contesto, anche le cosiddette logiche di gamification assumono un ruolo rilevante. La violenza è spesso attenuata, simbolica o inserita in una cornice ludica. Può essere presentata come una “sfida” o una “missione”, secondo schemi tipici dei videogiochi, in cui azioni e obiettivi sono organizzati in livelli e ricompense. Questo produce uno slittamento percettivo: la violenza non è più percepita come evento reale, ma come prestazione o prova di valore, creando una distanza dalle sue conseguenze.
Particolarmente insidiosi sono i messaggi stratificati e subliminali. Meme, ironia e ambiguità consentono una fruizione inizialmente leggera, che può però normalizzare progressivamente contenuti polarizzanti. L’esposizione ripetuta orienta la percezione del mondo senza che l’utente ne sia pienamente consapevole. Fenomeni come l’“Alt-Jihad” o “Islamogram” – mutuati dall’“Alt-right” e dal “Terrorgram” nell’universo della destra radicale – rappresentano un esempio emblematico: contenuti nativi digitali che fondono narrativa jihadista, cultura memetica, estetiche da videogiochi e riferimenti anime, creando una forma di propaganda ibrida adattata ai codici della Generazione Z.
Confine tra digitale e reale Questo ecosistema estetico e narrativo non resta confinato allo spazio simbolico. In alcuni casi, infatti, può contribuire a orientare percezioni e comportamenti nel mondo reale, soprattutto quando si innesta su condizioni di isolamento e vulnerabilità individuale. In questa prospettiva si inserisce il caso del quindicenne che, nel marzo 2024 a Zurigo, ha accoltellato un ebreo ortodosso. Il ragazzo, descritto come fortemente attivo online, soprattutto su TikTok e Instagram, interagiva con ambienti riconducibili a una subcultura islamista digitale, dove consumava e contribuiva alla circolazione di contenuti estremisti.
Dinamiche simili emergono anche in contesti differenti e su scala più ampia, a conferma della natura multipiattaforma dei percorsi di esposizione. Un caso emblematico è quello di un adolescente nel Regno Unito condannato per terrorismo nel 2026, che faceva parte di 25 diverse chat online di estrema destra su piattaforme come Telegram, Snapchat, TikTok e Wire. Il ragazzo ha descritto questa attività di costruzione della propria identità digitale come una forma di evasione dalla realtà.
Un ulteriore esempio, sempre nel 2024, proviene da alcuni cantoni svizzeri, dove si sono verificate minacce di attentati o stragi nelle scuole, spesso tramite scritte sui muri degli edifici scolastici. Secondo autorità e direzioni degli istituti, nella maggior parte dei casi non si trattava di intenzioni reali, ma di episodi legati a un trend circolato su TikTok, una sorta di sfida virale tra giovani. Nonostante l’assenza di un progetto concreto, questi episodi hanno comunque richiesto interventi della polizia ed evacuazioni preventive. Il punto critico sta nello scarto tra gesto e intenzione: anche azioni nate come imitazione o gioco virale producono effetti reali, generano allarme e contribuiscono ad abbassare la soglia di tolleranza verso l’idea di violenza, rendendola più presente e “normale” nello spazio sociale.
Fenomeni di questo tipo non restano isolati. In modo più ampio, dinamiche simili emergono quando eventi globali — come conflitti internazionali o crisi geopolitiche — vengono reinterpretati in chiave personale, trasformandosi in possibili “chiamate all’azione”. In questi casi, la distanza tra dimensione globale ed esperienza individuale si accorcia, e ciò che accade altrove può essere percepito come un impulso diretto all’azione nel proprio contesto.
Le analisi più recenti indicano che i casi di radicalizzazione online tra minori sono destinati ad aumentare; anche in Svizzera, le autorità segnalano una crescita del fenomeno. Questo sviluppo va letto in un contesto più ampio: i social media non sono solo canali di trasmissione, ma ambienti formativi in cui si intrecciano esposizione ai contenuti, dinamiche algoritmiche e bisogni identitari.
Contrastare queste dinamiche richiede un approccio realistico e multidisciplinare. Eliminare completamente i contenuti estremisti è impraticabile: i messaggi sono spesso ambigui e in grado di cambiare forma e linguaggio per rimanere efficaci e visibili dentro ambienti digitali in continua evoluzione. Allo stesso tempo, demonizzare le piattaforme è controproducente, poiché esse rappresentano anche spazi di creatività e partecipazione. Le strategie di moderazione e deplatforming sono necessarie, ma mostrano limiti evidenti e possono spingere gli utenti verso ambienti meno regolati.
In definitiva, la radicalizzazione online non è il prodotto di un singolo contenuto, ma di un ecosistema complesso e cumulativo. Comprenderlo significa riconoscere l’intreccio tra tecnologia, società e vulnerabilità individuale — ed è proprio in questo spazio che si gioca una delle sfide più rilevanti del presente.
La fabbrica del nemico: il ritorno del nucleare nel linguaggio dei conflitti contemporanei
Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale
In
ogni guerra, molto prima che i fatti si dispongano in un quadro leggibile, si
diffonde un’atmosfera: arrivano immagini, frammenti, parole isolate. Intanto il
lessico del conflitto si deposita nel linguaggio quotidiano e, quasi senza che
ce ne accorgiamo, comincia a sembrarci familiare.
Immaginiamo
una stanza bianca, sterile, senza finestre. Sul tavolo, veli sottili come
membrane: paura, disgusto, offesa, vittima, vendetta. Una mano ne prende uno e
lo appoggia su uno schermo. La stessa immagine non è più un fatto: diventa un
allarme. Il filtro cambia, e l’allarme diventa oltraggio. Poi necessità. È così
che si compie il vero prodigio strategico: l’altro smette di essere ambiguo,
contraddittorio, umano. Diventa una figura unica e compatta: il nemico.
La
guerra cognitiva non sempre inventa i fatti. Più spesso impone il modo in cui
li sentiamo. Nella geopolitica contemporanea il fronte decisivo non è solo il
territorio fisico, ma ciò che le dottrine militari definiscono human domain:
mente, emozioni, memoria collettiva. È qui che l’ambiente informativo viene
usato per orientare percezioni e decisioni, sfruttando vulnerabilità
psicologiche e infrastrutture digitali per erodere fiducia, coesione sociale e
capacità di giudizio (Claverie & du Cluzel, 2022; Paul & Matthews,
2016).
Lo
si vede con chiarezza anche nelle crisi più recenti in Medio Oriente. Qui il
linguaggio dell’escalation ha riportato al centro non solo la costruzione del
nemico, ma anche il reinsediarsi del nucleare come orizzonte discorsivo del
conflitto. Nel discorso politico e mediatico sono tornate con insistenza parole
come deterrenza, siti nucleari, rappresaglia, escalation. Non necessariamente
come annuncio esplicito dell’uso dell’arma atomica, ma come suo rientro nel
perimetro del dicibile. E quando questo accade, non cambia soltanto il quadro
geopolitico, cambia anche la soglia emotiva e morale di ciò che una società può
arrivare a tollerare.
Il
processo agisce in due direzioni convergenti. Da un lato irrigidisce la
percezione dell’altro e rende la violenza più sostenibile sul piano
psicologico; dall’altro abitua progressivamente all’inconcepibile, includendo
nel campo del pensabile tanto la minaccia nucleare quanto la distruzione degli
ecosistemi di vita. Le due dinamiche si rafforzano a vicenda. Perché senza la
preliminare disumanizzazione del nemico, anche l’evocazione dell’atomico
resterebbe più difficilmente accettabile. È in questo intreccio che si rivela
uno dei punti più oscuri della guerra cognitiva contemporanea.
Il primo passaggio di questa trasformazione riguarda sempre l’altro: prima di legittimare l’estremo, la guerra cognitiva deve semplificare il volto del nemico.
La
fabbrica del nemico
La costruzione del nemico affonda le sue radici in dinamiche antiche, oggi potenziate da una tecnologia che agisce su scala industriale. È stata descritta anche come pseudo-speciazione, termine coniato da Erik Erikson (1966) per indicare la tendenza a trattare un altro gruppo come se appartenesse a una specie diversa. Quando l’altro non è più percepito nella sua complessità, ciò che gli viene fatto smette più facilmente di apparire intollerabile e può assumere il volto bonificato della “pulizia” e della “necessità”.
Ma
la deformazione del nemico non nasce soltanto dall’odio. Può funzionare anche
come processo protettivo. L’empatia ha un costo: vedere il dolore altrui
provoca dolore. Ridurre l’altro a figura compatta, minacciosa e impersonale può
allora diventare un modo per sottrarsi a quel costo, per agire o giustificare
l’agire violento senza il peso del senso di colpa.
In
questa prospettiva, la retorica della minaccia costante persuade un popolo che
l’aggressione sia, in realtà, un atto protettivo necessario alla sopravvivenza.
La violenza viene ricodificata come autodifesa. L’offensiva diventa risposta.
Il carnefice diventa vittima che reagisce. È uno dei dispositivi discorsivi più
potenti della storia, e l’ecosistema digitale oggi lo amplifica con una
velocità e una capillarità senza precedenti, soprattutto in ambienti
informativi orientati alla massima penetrazione emotiva (Paul & Matthews,
2016).
Questa
semplificazione dell’altro non resta sul piano delle idee: scende nel registro
emotivo, mobilita vissuti di minaccia, umiliazione e ingiustizia, e prepara
così il terreno alla legittimazione della violenza.
Rabbia,
ingiustizia e restringimento del campo mentale
La
violenza collettiva prospera quando l’esperienza soggettiva viene configurata
come ingiustizia subita e minaccia esistenziale. Ciò che dall’esterno appare
come aggressione viene così vissuto dall’interno come autodifesa, e la
trasgressione morale diventa più facilmente giustificabile.
In
una prospettiva neuro-affettiva, la rabbia difensiva nasce dalla frustrazione e
dall’umiliazione. Per questo può essere facilmente arruolata da narrazioni di
offesa e persecuzione. Panksepp mostra come la rabbia difensiva appartenga a un
assetto affettivo diverso dall’aggressività predatoria, risultando
particolarmente sensibile ai vissuti di minaccia e frustrazione (Panksepp,
2010). La guerra cognitiva, allora, non agisce solo sulle opinioni: agisce
sulla sensibilità emotiva, sul modo in cui un gruppo interpreta ciò che lo
ferisce e ciò che ritiene legittimo fare in risposta.
Quando
questo processo si radicalizza, si restringe anche la capacità di
rappresentarsi l’altro come soggetto dotato di pensieri, intenzioni e stati
interni. L’altro smette di apparire persona e diventa più facilmente ostacolo e
bersaglio. È in questo restringimento del campo mentale che la violenza trova
una delle sue condizioni di possibilità. Quando l’altro è già stato ridotto a
minaccia e bersaglio, anche ciò che un tempo appariva moralmente
impronunciabile può entrare più facilmente nel campo del pensabile.
Il
ritorno del lessico nucleare come operazione cognitiva
C’è
un secondo livello su cui la manipolazione delle percezioni opera, ancora più
silenzioso e più devastante: l’addestramento all’impensabile. Quando una
società viene esposta a dosi crescenti di violenza, minaccia e linguaggi
apocalittici, la soglia dell’orrore si sposta. Ciò che prima era inconcepibile
diventa una variabile.
È qui che il discorso atomico entra in gioco: non tanto come annuncio esplicito di impiego, quanto come operazione mentale che rende progressivamente nominabile ciò che dovrebbe restare impensabile. Il caso del programma nucleare iraniano offre un esempio concreto di questo meccanismo. Negli ultimi mesi, i briefing tecnici su Fordow e Natanz sono stati riprodotti con sobrietà quasi scientifica dai media e nei discorsi politici occidentali. Eppure la mente collettiva raramente è rimasta sul dato. Ogni aggiornamento tecnico ha prodotto nell’immaginario pubblico il salto immediato al simbolo: la bomba, l’apocalisse. Questo perché il lessico dell’arricchimento, ripetuto con regolarità, ha progressivamente spostato il nucleare iraniano dalla categoria dell’ipotetico a quella del probabile. L’arma non esiste ancora. Ma nella percezione collettiva ha già cominciato a esistere. Questa riemersione dell’atomico lavora su due piani, strategico e psichico. Trasforma il nucleare in variabile negoziabile – pressione, deterrenza, credibilità – e insieme lo rende dicibile per ripetizione. Quando il nucleare entra nel lessico delle opzioni, il suo peso morale si alleggerisce prima ancora che cambino i rapporti di forza.
Qui
il nesso con la fabbrica del nemico produce il suo effetto più sottile. Quando
il nucleare viene evocato come risposta a un nemico “irrazionale” e “fanatico”,
si compie un’operazione retorica precisa. L’eccezionalità della minaccia
giustifica il carattere estremo della risposta e, nello stesso tempo, accredita
l’idea che l’altro appartenga a una categoria umana incomprensibile,
impermeabile alla ragione.
Ecocidio
e angoscia territoriale
La
stessa logica non si ferma ai corpi e alle coscienze: quando l’inammissibile
viene normalizzato, anche lo spazio di vita può diventare bersaglio
legittimato. L’ecocidio può essere letto come una delle espressioni più
radicali di questa dinamica. La guerra contemporanea mostra che, per colpire in
profondità una collettività, non basta aggredire i corpi. Gli edifici vengono
colpiti non solo per scopi tattici, ma anche per spezzare continuità,
orientamento e stabilità psichica. La letteratura sul place attachment
mostra come il legame con i luoghi non sia un semplice dato esterno, ma una
trama profonda che sostiene sicurezza, identità, appartenenza e continuità
dell’esperienza. Quando questo ancoraggio si spezza, possono emergere
disorientamento, senso di perdita e sofferenza psicologica (Freibott-Kalt et
al., 2025). In questa prospettiva, distruggere l’habitat significa colpire
anche la stabilità interiore.
In
quest’ottica, la devastazione dell’ambiente di vita non costituisce soltanto un
fatto ambientale o giuridico. È anche una ferita psicologica radicale, che mira
a sradicare l’identità di una comunità e a rendere il trauma della guerra
duraturo, fino a trasmettersi tra le generazioni. La prospettiva nucleare porta
questa logica al suo estremo assoluto: non la distruzione di un edificio o di
una città, ma la contaminazione permanente del territorio stesso. Il suolo che
non si potrà più calpestare. L’acqua che non si potrà più bere. L’angoscia
territoriale elevata a scala planetaria. Normalizzare il discorso nucleare non
è dunque solo un fatto militare o diplomatico: è anche un atto di guerra
psicologica contro la possibilità stessa di sentirsi a casa nel mondo.
È
a questo punto che la trasformazione percettiva mostra il suo effetto più
duraturo: non solo rende possibile l’estremo, ma abitua progressivamente a
conviverci, fino a farlo apparire parte del paesaggio mentale.
Assuefazione
all’inaudito
La
guerra non trasforma soltanto chi la subisce. Trasforma anche chi la infligge,
chi la giustifica e chi la guarda fino a non sentirla più. L’assuefazione,
allora, non è soltanto un effetto collaterale della guerra cognitiva: può
diventare una condizione strategicamente sfruttabile.
Occorre
distinguere due livelli. La normalizzazione collettiva riguarda il piano
culturale e politico: modifica ciò che una società finisce per considerare
tollerabile. L’assuefazione individuale riguarda invece il piano clinico: nasce
dall’esposizione ripetuta alla sofferenza e alle immagini estreme, erode la
capacità empatica, favorisce il distacco emotivo e può sfociare nella compassion
fatigue o nello stress traumatico secondario (Figley, 2002).
Questi
due processi non procedono separatamente: si alimentano a vicenda. Una società
composta da individui sempre più assuefatti diventa più vulnerabile alla
legittimazione culturale della violenza. E, specularmente, un ambiente
informativo che tratta l’orrore come spettacolo accelera nell’individuo
l’erosione dell’empatia. La guerra cognitiva agisce proprio in questo spazio di
reciproco rinforzo, sfruttando insieme entrambe le dinamiche.
E
tuttavia restano delle brecce: un prigioniero a cui viene offerta acqua o una
madre che parla il linguaggio del dolore. Non sono soluzioni. Sono piccoli
varchi, punti di passaggio in cui l’altro torna, almeno per un istante,
nell’ambito dell’umano.
Smantellare
la fabbrica dall’interno
Ogni
volta che il nucleare riappare in un titolo, in un commento, in una metafora
politica, e non produce orrore ma solo un aggiornamento del quadro strategico,
la guerra cognitiva ha già vinto una piccola battaglia. Non quella finale, la
decisione. Ma quella preliminare e più silenziosa: la desensibilizzazione che
rende la decisione, un giorno, meno impensabile di quanto dovrebbe essere.
La
vera vittoria non consiste nel distruggere il nemico. Consiste nello
smantellare la fabbrica che lo genera dentro di noi: quell’insieme di filtri
emotivi che trasforma l’ambiguità in minaccia, la differenza in offesa, la
ferita in vendetta.
Spezzare
questo circolo richiede di agire su entrambi i livelli: recuperare la capacità
di rappresentarsi l’altro come soggetto e rendere di nuovo indigeribile, sul
piano morale e simbolico, l’idea dell’atomico come opzione.
In
un’epoca in cui la polarizzazione è spesso incentivata da sistemi algoritmici,
interessi politici e meccanismi dell’attenzione, smantellare la fabbrica del
nemico richiede uno sforzo controcorrente, lento, privo della gratificazione
immediata della certezza. Difendere la mente, oggi, è una responsabilità
collettiva. Passa anche da scelte di architettura informativa: rallentare la
condivisione, imporre contesto, rendere visibile la provenienza dei contenuti.
In un ecosistema in cui anche l’Intelligenza Artificiale può contribuire a
produrre e moltiplicare filtri, simulazioni e cornici emotive su scala
industriale, il problema non è più solo distinguere il vero dal falso, ma
difendere le condizioni mentali che rendono ancora possibile il giudizio.
Riferimenti
bibliografici
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Oltre il confine: l’epigenetica del trauma che imprigiona israeliani e palestinesi
di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale
La geografia del silenzio
È mattina presto. Eyal guida verso il lavoro mentre la
radio trasmette aggiornamenti di sicurezza. Non ascolta davvero le parole:
riconosce il ritmo. È lo stesso da anni. Ogni notizia si deposita nel corpo
prima ancora che nel pensiero. Stringe il volante. Pensa a sua figlia, alla
scuola, alle procedure. Non formula scenari politici. Formula solo una certezza
silenziosa: non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Il futuro, per
lui, non è un orizzonte: è una linea che può spezzarsi.
Alla stessa ora, Yusuf aspetta che torni la corrente. Il
telefono è scarico, ma non prova urgenza. Le notizie non cambiano nulla. Guarda
il muro di fronte alla casa, lo conosce a memoria. Non pensa a un’esplosione
imminente, ma a una continuità che pesa. Non è che stiamo per scomparire,
pensa. È che siamo già stati cancellati abbastanza da non fare più notizia. Il
futuro, per lui, non è una minaccia: è una sospensione.
Eyal percepisce Gaza come un rischio costante, un luogo
da cui può arrivare la fine. Yusuf percepisce Israele come una struttura
immobile, che definisce la sua vita senza bisogno di nominarlo. Nessuno dei due
sta vedendo l’altro. Entrambi abitano una realtà in cui il trauma ha ristretto
lo spazio mentale disponibile: per l’uno, tutto ciò che non è difesa appare
pericoloso; per l’altro, tutto ciò che non è resistenza appare inutile.
Tra queste due configurazioni traumatiche si consuma uno
dei conflitti più complessi del nostro tempo, bloccato a livello cognitivo ed
emotivo prima ancora che politico. Da una prospettiva di guerra cognitiva,
questo blocco rappresenta una vulnerabilità strategica: quando una collettività
rimane intrappolata in uno stato di minaccia permanente, la sua cognizione
diventa più prevedibile, più rigida, più facilmente orientabile. Il trauma non
elaborato restringe il campo del possibile, trasformando la memoria traumatica
in leva attiva di controllo del significato.
Questa rigidità cognitiva è un terreno fertile per la
manipolazione. La propaganda, sia interna che esterna, agisce attivando
deliberatamente questi trigger traumatici per mantenere le popolazioni in uno
stato di reattività limbica. Trasformando la vulnerabilità biologica in leva politica,
le regie del potere possono giustificare l’immobilismo negoziale come l’unica
forma possibile di sopravvivenza, rendendo il trauma un’arma di controllo
sociale invisibile.
Eredità biologica: l’epigenetica del trauma
Il trauma collettivo non è soltanto memoria di un dolore
che fu. Come ci ricorda Gilad Hirschberger (2018), esso si configura come
evento cataclismatico capace di lacerare il tessuto simbolico e relazionale di
una società. Si incista nella percezione, diventando il filtro percettivo
attraverso cui ogni nuova minaccia viene letta come potenzialmente definitiva.
Quando la ferita non si rimargina, il tempo non guarisce:
sospende. Ricerche recenti hanno mostrato che i discendenti di sopravvissuti
alla Shoah – tre
generazioni dopo – presentano
un’incidenza significativamente più alta di sintomi post-traumatici. Prima del
7 ottobre 2023, i tassi di PTSD nella popolazione israeliana discendente da
sopravvissuti erano simili a quelli generali (10,4% contro 11,5%); nei due mesi
successivi all’attacco, quel divario si è ampliato drammaticamente: 20,9%
contro 11,5% (Shrira et al., 2024). È come se il trauma non scomparisse, ma
dormisse, attendendo l’occasione per riemergere.
La neuroepigenetica offre una chiave di lettura inquietante. Gli studi di Rachel Yehuda hanno documentato nell’essere umano un meccanismo di trasmissione intergenerazionale del trauma: esposizioni traumatiche intense possono modificare l’espressione del gene FKBP5, cruciale nella regolazione della risposta allo stress. Queste alterazioni epigenetiche – non mutazioni del DNA, ma segni lasciati dall’esperienza sulla sua lettura (metilazione) – possono essere trasmesse ai figli (Yehuda et al., 2016). Non si eredita la memoria, ma la vulnerabilità. Non si tramanda il ricordo, ma la soglia abbassata del sistema nervoso.
La restrizione del campo percettivo
Quando una collettività traumatizzata percepisce se
stessa come sull’orlo dell’annientamento, avviene una trasformazione
qualitativa della cognizione. Il campo percettivo si restringe secondo modalità
specifiche: ipervigilanza costante, polarizzazione identitaria binaria,
interpretazione selettiva delle informazioni, difficoltà nel riconoscere la
sofferenza dell’altro.
Vamik Volkan (2001) introduce il concetto di chosen
trauma per indicare quella ferita collettiva che un gruppo non solo
subisce, ma assume deliberatamente come perno fondativo della propria identità.
La Shoah, per molti israeliani, non è semplicemente un evento accaduto: è un
trauma non elaborato, che permane nel tempo presente e continua a modellare la
percezione di sé come popolo eternamente esposto alla minaccia.
Quando questa identità viene percepita come attaccata o
delegittimata, la risposta non è apertura, ma irrigidimento progressivo
dell’identità del gruppo come struttura psichica collettiva, al cui interno il chosen
trauma agisce da pilastro centrale, da sostegno invisibile e inamovibile. Questo
restringimento percettivo non è solo cognitivo: si inscrive nei corpi, nei
rituali, nei simboli.
Sul versante palestinese, nessuna immagine condensa
questa dinamica meglio di Handala, che incarna una congelazione traumatica
dell’identità. Creato nel 1969, questo bambino di dieci anni rimane eternamente
voltato di spalle. Nel silenzio ostinato
di Handala si condensa l’essenza del trauma palestinese: un’identità collettiva
sospesa, congelata nel tempo dell’attesa. Non è immaturità storica, ma scelta
radicale: il rifiuto di avanzare lungo una linea del tempo che non ha ancora
riconosciuto l’ingiustizia originaria.
La postura di Handala – di spalle, mani intrecciate, lo sguardo negato – non è passività ma resistenza deliberata. È “non-partecipazione
attiva”: un corpo che si ritira per sottrazione simbolica. Non urla, non
implora, non cerca lo sguardo altrui. Lo nega. Non cresce, non cambia, non si
volta finché la Nakba non verrà riconosciuta. Handala non è simbolo di
vittimismo, ma di fedeltà irriducibile a un’identità non negoziabile.
La ferita morale: quando il trauma è frattura dell’anima
La moral injury è una forma di trauma che va oltre
la minaccia alla sopravvivenza. Non è la paura a generarla, ma il conflitto
profondo tra ciò che si è costretti a fare – o subire – e ciò in cui si
credeva. È la dissonanza che sorge quando il senso del giusto viene violato e
non trova più appoggio nel mondo (Litz, 2009).
Per molti israeliani, la frattura si colloca nello spazio
teso tra il bisogno percepito di protezione – spesso
declinato in pratiche difensive aspre e controverse – e l’autorappresentazione di sé come società fondata su
principi etici. È una lacerazione intima, che interroga l’identità profonda:
chi siamo diventati per poterci difendere?
Sul versante palestinese, la moral injury prende
forma nell’esperienza reiterata dell’invisibilità. È la ferita della negazione:
del dolore, della storia, del diritto stesso a essere riconosciuti come
esistenti. La Nakba, in questa prospettiva, non appartiene al passato, ma si
impone come condizione che si rinnova, un presente continuo che non trova
chiusura.
È qui che la ferita morale si fa trauma identitario. Il
conflitto non si articola più attorno a territori o sicurezza, ma sul nodo più
intimo: chi siamo? Ogni concessione diventa minaccia, ogni compromesso
tradimento. Non si negoziano più condizioni politiche, ma verità morali vissute
come non negoziabili.
Deumanizzazione simmetrica: quando l’altro scompare
Tra le derive più oscure del conflitto, una delle più
inquietanti è la deumanizzazione reciproca. Le ricerche condotte durante il
conflitto di Gaza del 2014 hanno documentato che israeliani e palestinesi
mostravano livelli comparabili di deumanizzazione dell’altro (Bruneau & Kteily, 2017). La violenza
simbolica è reciproca, specchio tragico della sofferenza non riconosciuta.
Quando il dolore non trova parola né ascolto, il campo
percettivo si restringe: diventa binario, rigido, impermeabile alla
complessità. I palestinesi vengono rappresentati non come attori politici con
legittime rivendicazioni, ma come “orde” mosse dall’odio. Gli israeliani non
come cittadini traumatizzati, ma come occupanti senza volto.
È qui che la guerra cognitiva mostra la sua potenza più
sottile: agisce sul modo stesso in cui il conflitto viene percepito, narrato,
pensato. Quando l’altro non è più umano, ogni dialogo è già fallito. Delegittimare
in modo sistematico la sofferenza dell’altro non è semplice propaganda: è una
forma di assedio cognitivo.
La soglia del riconoscimento
Nel conflitto israelo-palestinese, il fallimento del riconoscimento reciproco è totale. Come suggeriscono Strömbom e Kapshuk (2022), esiste un riconoscimento thin, sottile: un’ammissione formale dell’esistenza dell’altro, sterile sul piano umano. Ma c’è anche un riconoscimento thick, denso: quello che scorge nell’altro una storia, una ferita, una dignità paragonabile alla propria. Il processo di Oslo aveva provato ad avvicinarsi a questa soglia più profonda. Eppure quel percorso si è interrotto. Le fratture successive hanno prodotto un ritorno dal riconoscimento denso a quello minimo, e infine alla sua negazione. Non più l’altro come volto, ma come sagoma. Non più come soggetto di diritti, ma come problema da contenere.
Questo vincolo percettivo non si esaurisce nello spazio del conflitto: si rifrange, e spesso si amplifica, nello sguardo della comunità internazionale. Gli osservatori esterni, nel tentativo di comprendere o schierarsi, finiscono sovente per irrigidire ulteriormente il blocco, adottando letture semplificate e polarizzate che comprimono traumi storici in narrazioni ideologiche. Questa semplificazione non è neutra: conferma e rafforza la cornice interpretativa traumatica attraverso cui le parti si osservano, aggiungendo un ulteriore strato di deumanizzazione e allontanando la possibilità di quel riconoscimento thick senza il quale nessuna pace è davvero immaginabile.
Sbloccare il futuro: dal trauma alla possibilità
Finché lo sguardo resta intrappolato nella griglia di lettura opaca del
trauma, il conflitto israelo-palestinese non è soltanto irrisolto: è
impensabile. Non perché manchino soluzioni politiche, ma perché si è smarrita
la capacità psichica di concepirle come reali, legittime, condivisibili.
La guerra cognitiva agisce non solo nel manipolare
informazioni, ma nel bloccare l’immaginazione collettiva. Congela il futuro,
trasforma ogni alternativa in minaccia. Per spezzare questo incantesimo non
bastano negoziati. Serve un attraversamento simbolico del trauma collettivo,
una sua rielaborazione che non significhi dimenticare, ma disinnescare.
Finché israeliani e palestinesi continueranno a
percepirsi attraverso il codice percettivo traumatico non elaborato, il
conflitto rimarrà paralizzato sul piano cognitivo ed emotivo, e di conseguenza
su quello politico. Se è vero che il trauma può oscurare la realtà, è
altrettanto vero che può essere narrato, contestualizzato, storicizzato.
Elaborare un trauma significa storicizzare, simbolizzare,
restituire complessità. La Shoah deve essere collocata come evento storico
terribile del passato, non come condizione permanente della contemporaneità. La
Nakba deve essere riconosciuta come catastrofe reale con conseguenze reali, non
negata o minimizzata. Entrambi gli eventi devono divenire parte della storia,
non dell’eterna contemporaneità.
Uscire dal burrone non significa negare la paura
israeliana. Girare Handala non significa cancellare il trauma palestinese.
Significa riconoscere che un trauma non elaborato non protegge: governa la
percezione dell’altro, riduce il campo cognitivo, incatena il presente al
passato, blocca il futuro.
È su questa soglia – cognitiva, simbolica, morale – che si gioca la possibilità, ancora fragile, di un
futuro dove israeliani e palestinesi non si guardino come burrone e nemico, ma
come popoli obbligati a reimparare a vedersi. In assenza di questo lavoro, il
trauma trasforma il conflitto in una prigione cognitiva senza uscita.
Riferimenti bibliografici
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Guerra cognitiva: come un evento violento può generare un ecosistema dell’odio
di Andrea Molle
Un recente articolo pubblicato dall’Israel Democracy Institute sull’attacco antisemita di Bondi Beach offre un punto di partenza utile per comprendere una dinamica che va ben oltre il singolo episodio. Il valore analitico del caso non risiede tanto nell’atto violento in sé, quanto nella rapidità con cui l’evento è stato immediatamente assorbito, deformato e riutilizzato all’interno di un ecosistema informativo ostile, già predisposto a produrre disinformazione, inversione di responsabilità e mobilitazione emotiva. È precisamente in questo passaggio — dall’evento fisico alla sua rielaborazione cognitiva — che si manifesta con chiarezza la dimensione geopolitica del MDMH (acronimo di “Misinformation, Disinformation, Malinformation and Hate Speech”).
Nel paradigma MDMH, la violenza non è più un punto terminale, ma un innesco. L’attacco non chiude un ciclo: lo apre. L’atto fisico produce un picco emotivo che viene immediatamente sfruttato per saturare lo spazio informativo con narrazioni alternative, spesso contraddittorie, ma accomunate da una funzione precisa: impedire la stabilizzazione dei fatti. In questo senso, la disinformazione non serve tanto a convincere quanto a disorientare. La verità non viene sostituita da una contro-verità coerente, ma dissolta in una pluralità di versioni concorrenti che rendono impossibile una ricostruzione condivisa.
Nel paradigma MDMH, la violenza non è più un punto terminale, ma un innesco. L’attacco non chiude un ciclo: lo apre
Questo meccanismo
è centrale nella guerra cognitiva contemporanea. La posta in gioco non è
l’adesione a una narrativa specifica, ma la perdita di fiducia nel processo
stesso di accertamento della realtà. Quando ogni evento viene immediatamente
reinterpretato come “operazione”, “provocazione” o “false flag”, il risultato
non è pluralismo informativo, ma paralisi cognitiva. Il cittadino non sa più a
cosa credere, e in questa incertezza permanente diventa più vulnerabile a frame
emotivi, identitari e manichei.
L’elemento decisivo, messo in luce dal caso Bondi, è che questa dinamica non è spontanea. Non si tratta di reazioni disordinate di utenti isolati, ma di ecosistemi informativi strutturati, caratterizzati da sincronizzazione cross-platform, riuso seriale di contenuti decontestualizzati, amplificazione algoritmica e migrazione continua delle stesse narrative tra social media, messaggistica privata, video brevi e strumenti di intelligenza artificiale generativa. In questo ambiente, la distinzione tra informazione, opinione e propaganda diventa funzionalmente irrilevante.
La posta in gioco non è l’adesione a una narrativa specifica, ma la perdita di fiducia nel processo stesso di accertamento della realtà.
Dal punto di
vista geopolitico, il MDMH rappresenta una forma di conflitto a bassa intensità
ma ad alta persistenza, nella quale attori statali e non statali possono
operare con costi ridotti, negabilità plausibile e impatto cumulativo
significativo. L’antisemitismo, in questo contesto, non è solo un pregiudizio
storico che riemerge ciclicamente, ma un vettore cognitivo particolarmente
efficace: è emotivamente carico, facilmente riconoscibile, trasversale a
culture diverse e immediatamente mobilitabile per spiegare eventi complessi
attraverso schemi semplici di colpa e intenzionalità maligna.
Un aspetto cruciale del caso analizzato riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale. Quando sistemi automatizzati partecipano alla sintesi degli eventi in tempo reale — riassumendo, rispondendo, suggerendo interpretazioni — essi diventano attori cognitivi a tutti gli effetti. Non sono meri strumenti neutrali: operano all’interno di un ambiente già polarizzato e possono amplificarne le distorsioni. Errori, omissioni o associazioni improprie non producono soltanto disinformazione, ma contribuiscono a spostare la responsabilità morale, a riscrivere il contesto e a legittimare narrative ostili sotto l’apparenza di neutralità tecnica.
Un aspetto cruciale del caso analizzato riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale. Quando sistemi automatizzati partecipano alla sintesi degli eventi in tempo reale — riassumendo, rispondendo, suggerendo interpretazioni — essi diventano attori cognitivi a tutti gli effetti.
Questo introduce
una discontinuità rilevante rispetto al passato. Nella propaganda classica,
l’intenzionalità era identificabile e attribuibile. Nel MDMH, invece, la
manipolazione è spesso emergente, distribuita tra attori umani, incentivi
algoritmici e processi automatici. La responsabilità si frammenta, mentre
l’effetto politico resta. È una forma di potere che non impone una linea
ufficiale, ma configura l’ambiente in cui tutte le linee diventano possibili, e
quindi equivalenti.
Da qui discende
una conseguenza strategica fondamentale: la neutralità regolatoria non è più
sostenibile. Trattare l’ecosistema informativo come uno spazio puramente
privato, autoregolato da piattaforme commerciali, significa rinunciare a
qualsiasi forma di sicurezza cognitiva. Nel contesto MDMH, design algoritmico,
moderazione, sistemi di raccomandazione e AI generativa non sono scelte
tecniche neutre, ma decisioni con effetti geopolitici. Influenzano quali eventi
emergono, quali emozioni vengono attivate, quali gruppi vengono percepiti come
minaccia.
Il caso Bondi
mostra come un singolo episodio locale possa essere immediatamente integrato in
una narrativa globale di odio, e come questa integrazione avvenga più
velocemente della verifica dei fatti. Questo ribalta la tradizionale sequenza
analitica “evento → interpretazione → reazione”. Nel MDMH, l’interpretazione
precede l’evento, perché il frame è già pronto. L’evento serve solo a
riempirlo.
In questa prospettiva, parlare di sicurezza senza includere la dimensione cognitiva è analiticamente insufficiente. La protezione delle comunità, la prevenzione della radicalizzazione e la stabilità delle società pluraliste dipendono sempre più dalla capacità di difendere lo spazio informativo come infrastruttura critica. Non si tratta di censura, ma di riconoscere che la libertà di espressione presuppone un ambiente in cui i fatti possano almeno tentare di emergere prima di essere travolti dalla manipolazione.
La protezione delle comunità, la prevenzione della radicalizzazione e la stabilità delle società pluraliste dipendono sempre più dalla capacità di difendere lo spazio informativo come infrastruttura critica.
Il MDMH ci
obbliga quindi a riconsiderare il rapporto tra violenza, informazione e potere.
Gli attacchi non sono più solo atti di forza, ma operazioni cognitive che
mirano a produrre effetti politici indiretti, duraturi e difficilmente
attribuibili. Ignorare questa dimensione significa continuare a rispondere a
una guerra del XXI secolo con categorie del XX.
Radicalizzazione 2025: l’estremismo giovanile violento a dieci anni dalla tragedia del Bataclan
di Chiara Sulmoni, presidente di START InSight
Dieci anni dopo gli attacchi terroristici che
hanno colpito Parigi il 13 novembre 2015, di cui il Bataclan rappresenta la
triste memoria collettiva, l’Europa si trova a fare i conti con una
trasformazione profonda della minaccia radicale. Non si tratta più del
terrorismo organizzato e delle azioni coordinate dello Stato Islamico
dell’epoca, ma di una galassia di gesti, simboli e linguaggi violenti che
nascono ai margini della rete e coinvolgono un numero crescente di adolescenti.
Il Rapporto 2025 sulla sicurezza della Svizzera lo afferma con chiarezza: “i casi di minori e giovani adulti che si radicalizzano online e sviluppano intenzioni terroristiche continueranno ad aumentare”. Dall’Europa all’Australia, dagli Stati Uniti all’Asia, la radicalizzazione giovanile si manifesta come un’epidemia sociale che attraversa confini, culture e matrici ideologiche.
Nel Michigan e nel New Jersey, a novembre 2025, sono stati arrestati diversi adolescenti in contatto fra loro — inclusi dei minorenni e alcuni provenienti da contesti familiari privilegiati — accusati di pianificare un attacco terroristico in nome dell’ISIS durante il weekend di Halloween. Negli stessi giorni a Canberra (Australia), un diciassettenne è stato fermato e accusato di aver progettato attacchi ispirati a ideologie razziste ed estremiste: avrebbe dichiarato che questi piani gli davano uno scopo durante la depressione[1].
Il direttore dell’intelligence australiana ha parlato recentemente di una
deriva preoccupante: minorenni che condividono video di decapitazioni nel
cortile della scuola e un dodicenne che avrebbe manifestato l’intenzione di far
esplodere un luogo di culto. L’età media in cui i minori entrano per la prima
volta nel radar dei servizi di intelligence australiani è oggi di 15 anni.
Inoltre, ha sottolineato che, secondo le previsioni interne, nei prossimi
anni raggiungerà l’età più esposta alla radicalizzazione una generazione
cresciuta interamente online. Per molti di questi giovani, il mondo digitale
rappresenta ormai il principale riferimento per costruire la propria identità,
il senso di appartenenza e la percezione della realtà[2].
In Inghilterra e Galles, la fascia fra gli 11 e i 15 anni occupa il primo posto nelle segnalazioni per sospetta radicalizzazione. Il programma nazionale di prevenzione nel 2024 ha dovuto aggiornare le categorie in cui suddivide i casi, includendo voci come “fascinazione per la violenza estrema o per gli attacchi di massa” per descrivere moventi privi di motivazioni ideologiche ma caratterizzati da ossessione per la violenza.
La Francia registra 17 minori incriminati per reati collegati al terrorismo tra gennaio e novembre 2025[3], due dei quali avrebbero pianificato attacchi contro la Torre Eiffel e sinagoghe parigine. Tre giovani donne fra i 18 e i 21 anni, sono state fermate e accusate di preparare un attentato jihadista nella capitale. Di fronte a questa tendenza, all’inizio dell’anno la Procura nazionale antiterrorismo ha pensato ad istituire una sezione dedicata ai minori, per studiare e prevenire in modo più efficacie la radicalizzazione precoce[4].
Circa un terzo delle persone arrestate per
reati di terrorismo nell’Unione Europea nel 2024 aveva meno di 20 anni.
In Belgio, un terzo circa dei soggetti che negli ultimi tre anni hanno pianificato attacchi non aveva ancora raggiunto la maggiore età.
In Italia, nel luglio 2025, la Polizia di Stato ha eseguito ventidue perquisizioni nei confronti di adolescenti tra i 13 e i 17 anni legati a contesti estremisti di diversa matrice.
Nella Svizzera tedesca, nella primavera del 2025 sarebbe stato sventato un attentato di matrice islamista da parte di un 18enne[5]. Nel Canton Vaud, i casi di minori seguiti dall’unità di prevenzione delle radicalizzazioni -un servizio attivo dal 2018[6]-, costituiscono quasi la metà del totale, con bambini che sono rimasti coinvolti già a partire dai 10 anni. Per la metà, si tratta di ragazze[7]. Questa percentuale paritaria non è frequente.
Il servizio di mentoring del Canton Berna, nel 2024, ha accompagnato 12 persone radicalizzate, di età compresa tra 11 e 20 anni.[8] Lo scorso anno l’allora capo dell’intelligence aveva dichiarato che la svizzera è toccata dal fenomeno della radicalizzazione dei minori più di altri paesi europei. Nella Confederazione, lo jihadismo rimane in testa alle preoccupazioni.
La salute
mentale come nuova frontiera della sicurezza
Secondo Europol, la combinazione fra isolamento sociale, disagio psicologico e uso intensivo delle tecnologie digitali costituisce oggi il terreno più fertile per la radicalizzazione precoce. La salute mentale, in questo contesto, non è un tema secondario: ansia, depressione, solitudine e senso di inutilità rappresentano oggi fattori chiave che possono spingere i giovani verso narrative polarizzanti e totalizzanti.
Come ricorda Clare Allely nel suo libro The Psychology of Extreme Violence, “la violenza nasce spesso dal tentativo dell’individuo di recuperare un senso di valore o significato personale perduto o minacciato”. La radicalizzazione, allora, non è solo una questione di ideologia, ma un meccanismo di compensazione.
Alcune ricerche e dati statistici evidenziano che nei processi di radicalizzazione individuale, in particolare tra adolescenti, possono essere presenti condizioni neurodivergenti (come i disturbi dello spettro autistico) o difficoltà di regolazione emotiva e sociale. Non si tratta di una relazione causale, ma di una vulnerabilità specifica: chi fatica a decodificare norme sociali o emozioni altrui può essere più esposto a comunità online che offrono identità rigide, appartenenza immediata e linguaggi semplificati.
Per tutti questi motivi, da tempo ormai si parla della necessità di un approccio di salute pubblica alla prevenzione della radicalizzazione: non più solo sicurezza e intelligence, ma benessere mentale, sostegno psicologico e resilienza comunitaria.
L’ecosistema
digitale come “camera dell’identità”
L’estremismo contemporaneo è autonomo e reticolare. Non risponde più a una leadership gerarchica, ma vive in una rete di simboli e riferimenti che mutano in continuazione. La propaganda si diffonde attraverso linguaggi emotivi e visivi — meme, video brevi, canzoni, influencer — in grado di catturare bisogni identitari e compensare la mancanza di riconoscimento nella vita reale.
Le piattaforme digitali diventano spazi di appartenenza emotiva, dove la socializzazione avviene in modo nuovo e frammentato. Qui la radicalizzazione non si costruisce più solo attraverso legami ideologici tradizionali, ma tramite interazioni online, imitazione di modelli violenti e partecipazione a comunità che mescolano jihadismo, suprematismo, incel (i cosiddetti celibi involontari, una sottocultura digitale con un proprio linguaggio e vari gradi di misoginia), complottismi e derive esoteriche. Questa ibridazione di ideologie fluide sostituisce spesso la religione o la politica con la promessa di significato personale, mentre i giovani osservano attentatori precedenti, come esempi da cui trarre insegnamenti.
In questo ecosistema, chi compie atti di violenza può quindi diventare fonte d’ispirazione per altri: come Brenton Tarrant, che nel 2019 a Christchurch uccise oltre 50 persone in due moschee; oppure Elliott Rodger, che nel 2014 in California, a 22 anni, realizzò una strage ispirata a ideologie misogine e oggi è idolatrato da comunità incel violente; fino al quindicenne svizzero autore dell’accoltellamento di un ebreo ortodosso a Zurigo il 2 marzo del 2024, il cui gesto è stato celebrato dai sostenitori dello Stato Islamico. Pochi giorni dopo l’evento, il Counter Extremism Project individuò sei profili su TikTok che esaltavano l’azione dello jihadista svizzero[9].
T-shirt con l’iconografia di Luigi Mangione in vendita su una piattaforma d’acquisti
O ancora, Luigi Mangione, il giovane che nel
2024 uccise a New York un dirigente della compagnia assicurativa sanitaria
United Healthcare, e che oggi per parte della generazione Z americana è
diventato un’icona pop ribattezzata “San Luigi”. La violenza viene
reinterpretata come atto di giustizia alternativa, risposta alla frustrazione
collettiva e alla perdita di fiducia nelle istituzioni.
L’atto estremo funziona come uno “schermo” si
cui proiettare rabbia e impotenza.
Il ricercatore John
Richardson, autore di Luigi: The Making and Meaning, citato dal New York
Post: “Cercare di individuare il movente di Luigi è fuorviante. Ciò che conta è la sua elusività. Per un numero crescente di giovani che vibrano di ansie esistenziali, è diventato uno schermo su cui proiettano le proprie paure e i propri sogni”.
Emblematico è anche il caso di Axel Rudakubana, il diciassettenne (autistico) che nel 2024 a Southport, in Gran Bretagna, accoltellò e uccise tre bambine in una scuola di danza. Il ragazzo non agiva in nome di un’ideologia, ma di un malessere personale. Il caso di due adolescenti britannici arrestati nei mesi successivi e sospettati di volerlo emulare, conferma come oggi la violenza si diffonda anche per imitazione, ispirazione o ricerca di visibilità.
Va sottolineato che gli attacchi effettivamente portati a termine restano prevalentemente opera di adulti. Secondo il database di START InSight, che monitora i profili degli jihadisti entrati in azione in Europa, l’età mediana degli autori degli attacchi tra il 2014 e il 2023 è di 26 anni, con fluttuazioni nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 anni nel 2019, e 28,5 anni nel 2023.
Tuttavia, “ “Childhood Innocence? Mapping Trends in Teenage Terrorism Offenders”, uno studio pubblicato dall’International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR) del King’s College di Londra, che ha preso in esame le attività di 43 minorenni condannati per reati collegati al terrorismo, sempre in Inghilterra e Galles, dal 2016 al 2023 (13), invita a non sottovalutare il ruolo dei ragazzi; sebbene nel periodo preso in considerazione nessun bambino sia riuscito a commettere un attentato e il reato più comune sia consistito nel possesso di materiale estremista, dalla ricerca emerge come un terzo sia stato condannato per la preparazione di atti di terrorismo, e come i ragazzi abbiano agito da “amplificatori” e “innovatori”, in grado di produrre materiali di propaganda, di reclutare altri e di pianificare attacchi. A fare deragliare i loro piani, potrebbero essere stati fattori legati all’età, come l’ingenuità e l’incapacità organizzativa.” (Estratto da Estremismo giovane, autonomo ed emancipato, in: Rapporto ReaCT2024)
Conclusione
A dieci anni dagli attentati del Bataclan, la radicalizzazione giovanile non si limita a rappresentare una minaccia ideologica: riflette una profonda crisi esistenziale. Solitudine, perdita di fiducia nelle istituzioni e percezione di un futuro chiuso alimentano un vuoto di senso, appartenenza e riconoscimento, che l’estremismo riesce a occupare. Investire in salute mentale, educazione relazionale e comunità vive non è solo un bene sociale, ma un elemento di sicurezza nazionale. Prevenire il radicalismo significa ricostruire legami, dare voce ai giovani e offrire prospettive concrete, restituendo loro la possibilità di sentirsi parte di qualcosa che meriti di essere costruito.
Sei linee
di intervento
1️⃣ Ridefinire i criteri di rischio Andare oltre le tradizionali etichette ideologiche e considerare segnali di fragilità psicologica: isolamento, attrazione per la violenza, imitazione di gesti estremi e ossessione per figure violente o “giustizialiste”.
2️⃣ Formazione multidisciplinare Educatori (scuola, associazioni giovanili), psicologi, operatori sociali e forze dell’ordine devono condividere linguaggi, strumenti e protocolli comuni.
3️⃣ Intervento precoce e
coordinato
Ogni segnalazione deve tradursi in un percorso di supporto, anche in assenza di
elementi ideologici espliciti.
4️⃣ Comunicazione e
contro-narrative credibili
Valorizzare il pensiero critico e proporre modelli simbolici alternativi e
positivi.
5️⃣ Ricerca e monitoraggio
continuo
Investire in studi interdisciplinari e nel monitoraggio delle piattaforme
digitali emergenti, per intercettare segnali di “fissazioni violente” prima che
degenerino in atti concreti.
6️⃣ Ruolo di educatori e genitori Agire prima che compaiano segnali d’allarme, formando e sensibilizzando insegnanti e famiglie su manifestazioni di rischio, fattori di protezione e canali di aiuto. La prevenzione efficace è sempre multidisciplinare, territoriale e in rete.
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