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20 years of global terrorist risk, stringent law enforcement and security measures in the XXI century

ASIS International, a community of more than 38’000 members, is the leading non-profit organisation dedicated to promoting excellence in the security management profession worldwide. Through its national Chapters, ASIS promotes professional education and networking at local level.

On the occasion of the 9/11 20th anniversary, the ASIS international chapters of Austria, France, Italy and Switzerland join forces and invite you to a big event taking place on

September 10th, 2021
9 am to 5 pm
LIVE from the premises of
Università della Svizzera Italiana in Lugano (Switzerland)

Click here for both ONLINE and ONSITE REGISTRATION

The event is free and open to ALL


Twenty years of global terrorist risk stringent law enforcement and security measures in the XXI century

The panels are subject to Chatham House Rule

“When a meeting, or part thereof, is held under the Chatham House Rule, participants are free to use the information received, but neither the identity nor the affiliation of the speaker(s), nor that of any other participant, may be revealed”

PROGRAMME

Welcome message (09:00 – 09:20)

Speakers line-up
Prof. Boas Erez – Rector, USI / Jean-Patrick Villeneuve – Associate Professor, USI / Etienne Ammon – Chairman, ASIS Chapter 160 (Switzerland)

Session 1 (09:20 – 11:00)
9/11, its context and the subsequent terrorist attacks

Speakers line-up
Chiara Sulmoni / André Duvillard / Joseph Billy Jr (click here for bios)
Moderator: Luca Tenzi

Session 2 (11:25 – 13:00)
The war on terrorism and its successive impacts on business conditions

Speakers line-up
Umberto Saccone / Franco Fantozzi / Claudio Bertolotti (click here for bios)
Moderator: Godfried Hendricks

Session 3 (14:15 – 16:00)
The implications, for companies, of the security framework in place in Europe today to consider the residual/objective terrorist threat

Speakers line-up
Johan Ohlsson Malm / Prof. Frédéric Esposito / Adrien Frossard / (click here for bios)
Moderator: Nicolas Le Saux

For further details, updates, COVID provisions and contacts, please refer to
ASIS Switzerland
or your national ASIS chapter



LIVE STREAMING- estremismo online, No-Vax e rischio sovversione, Tunisia, Afghanistan, competizione Cina-USA

Ogni settimana il team di START InSight commenta fatti d’attualità e temi all’ordine del giorno, segnala ricerche e letture, dialoga con ospiti esterni.

I temi di questa puntata
Aggiornamenti sulla lotta all’estremismo online (a cura di Chiara Sulmoni)
Fenomeno NO-VAX: esistono frange a rischio sovversione? (a cura di Andrea Molle)
Crisi politica e istituzionale in Tunisia (a cura di Claudio Bertolotti)
Afghanistan: i talebani ospiti del governo cinese (a cura di Claudio Bertolotti)
La Grande Strategia e il futuro della competizione USA-Cina,
presentazione dello studio di Niccolò Petrelli edito da START InSight con Europa Atlantica

Tunisia: colpo di stato fatto o prevenuto? (di Claudio Bertolotti)

Il congelamento delle attività parlamentari, la sospensione del governo e il licenziamento del primo ministro imposti dal Presidente Kais Saied il 25 luglio hanno aperto le porte ad una crisi politica e istituzionale che, a sua volta, affonda le radici in una profonda crisi economica, sanitaria e sociale che il governo sostenuto dal principale gruppo politico di maggioranza, il partito islamista Ennhada, non solo non ha saputo risolvere ma ha accentuato a causa di incapacità, accuse di corruzione e mancata promessa di un riassetto strutturale della macchina statale. Insomma, il governo tunisino si è dimostrato incapace e il malcontento generale nei confronti delle istituzioni è cresciuto portando il paese, e i suoi cittadini, al limite.

Saied ha così sospeso il parlamento concentrando a se più ampi poteri, così come previsto dall’art. 80 della costituzione tunisina, e lo ha fatto approfittando del crescente malcontento e sfiducia nei confronti delle forze politiche al potere – in primis Ennahda, ormai percepito da una parte della popolazione come un partito personale, conservatore e non riformatore oltre che pericolosamente legato ai “Fratelli musulmani” il cui progetto politico preoccupa molto i paesi dell’area mediterranea e che pericolosamente l’Europa ancora non coglie come minaccia sociale. Ennhada, prima intenzionata a reagire in maniera energica, ha poi optato per accettare lo stato delle cose in attesa delle prossime mosse politiche del presidente che, per prima cosa, dovrà procedere alla nomina del prossimo primo ministro.

In questa situazione sarebbe opportuno un intervento diretto dell’Unione Europea in termini di supporto alla Tunisia, al fine di prevenire qualunque deriva, certamente di natura politica, ma principalmente sociale.

Incontro Cina-talebani: quale sorpresa? (di Claudio Bertolotti)

L’incontro della delegazione talebana guidata dal mullah Baradar non è una sorpresa ma rientra in un consolidato percorso diplomatico che ha interessato informalmente la Cina e i talebani fin dall’inizio dell’occupazione statunitense. Nel maggio 2015 ha avuto luogo il primo incontro ufficiale tra le due parti e da allora le occasioni di dialogo si sono fatte sempre più numerose.

E questo perché, da un lato i talebani guardano agli attori regionali come partner e per un riconoscimento internazionale.

E dall’altro lato, i cinesi osservano l’Afghanistan con grande interesse per una serie di motivi e i talebani possono far sì che gli interessi cinesi siano tutelati oppure no. Quali sono i motivi per i quali i cinesi sono disposti a dialogare con i talebani?

Il primo è la ricerca cinese di un’area di influenza da sottrarre agli Stati Uniti e che, in un’ottica di competizione con l’India, consenta a pechino di avere una continuità territoriale che dal Pakistan all’Afghanistan consenta di creare un ponte commerciale diretto con l’Iran e la Russia.

Il secondo è un più ampio margine di manovra nella tutela degli interessi legati alla nuova via della seta che ha una diramazione in Pakistan e garantisce uno sbocco marittimo a sud: e un Afghanistan sicuro è una garanzia per gli investimenti cinesi.

Il terzo motivo è di sicurezza interna della Cina, legata alla politica repressiva della comunità musulmana uigura. Il rischio è che i talebani possano ospitare e incentivare i gruppi jihadisti uiguri ed è per questo che la Cina ha chiesto di agire con determinazione e in qualunque modo per eliminare i gruppi di uiguri presenti in Afghanistan, in particolare il gruppo ETIM.

Infine, il quarto è un motivo strategico di natura economica: la Cina detiene la maggior parte dei diritti estrattivi dal sottosuolo afghano e l’Afghanistan è una miniera a cielo aperto di minerali preziosi e minerali rari, strategicamente importanti per l’economia cinese che avrebbe accesso diretto a una ricchezza dal valore potenziale di 3 triliardi di dollari. Ma l’Afghanistan deve essere stabilizzato per consentire l’accesso cinese all’area, e qui entrano in gioco i talebani.

I talebani hanno garantito ai cinesi che l’Afghanistan non sarà utilizzato da gruppi per colpire altri stati. Ma sono gli stessi talebani che pochi mesi fa hanno garantito agli Stati Uniti che avrebbero cessato le violenze

per dialogare con il governo afghano. Non dobbiamo farci illusioni, ne essere sorpresi per l’interesse che i cinesi hanno per l’Afghanistan.


Terrorismo: Bertolotti (Ispi), ‘oggi è post-Isis ed è in ascesa’ (ADNKRONOS)


Blinken a Roma, via al vertice anti Isis: il commento di C. Bertolotti

L’esperto: “Più pericoloso, Mediterraneo allargato è area calda”

“Oggi il terrorismo è post-Isis, molto più pericoloso”, perché “meno facile da monitorare, e dunque da contrastare”, un “fenomeno sociale sempre in ascesa, le cui capacità crescono”, in un periodo storico in cui “l’area calda” è il “Mediterraneo allargato”. Parte da queste premesse Claudio Bertolotti, esperto di Medio Oriente e Nord Africa, radicalizzazione e terrorismo dell’Ispi, nonché direttore di Start InSight, nel giorno della ministeriale plenaria della Coalizione globale anti-Isis co-presieduta a Roma dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dal segretario di Stato Usa, Antony Blinken.

“Lo Stato islamico – evidenzia Bertolotti in un’intervista all’Adnkronos – ha rinunciato alla propria natura territoriale ben prima che la coalizione anti-terrorismo ne decretasse la sconfitta militare”. “Nel 2014 – osserva – l’allora autoproclamato ‘califfo’, Abu Bakr-al Baghdadi annunciò da Mosul la costituzione dello ‘Stato islamico’, una realtà anazionale, globale”. Secondo vari studiosi l’Isis era nato come reazione alle operazioni americane avviate in Iraq nel 2003 e a una politica considerata filo-sciita con le popolazioni sunnite che si sentivano marginalizzate. Secondo Bertolotti, che è anche direttore esecutivo dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT), “chiamarlo ancora Isis o Daesh dimostra che si sta per avviare questa nuova fase della guerra al terrore con una chiave di lettura superata”, dunque “non adeguata”.

E oggi “l’area calda” è quella del “Mediterraneo allargato”, con un “legame stretto tra criminalità organizzata e organizzazioni terroristiche”. Bertolotti parla di “traffico di droga, armi” e del “ricco business dell’immigrazione irregolare che di fatto alimentano un’economia parallela, spesso superiore all’economia degli Stati che attraversano”. Il pensiero va alle “aree dell’Africa sub-sahariana”, a quelle “periferiche dei Paesi del Nord Africa”, alla “Libia, in particolare”.

‘Ideologia Stato islamico non intaccata, si consolida dall’Afghanistan all’Africa’

E’ indispensabile, sottolinea, “contrastare questi traffici illeciti” per “contribuire a indebolire la criminalità che li gestisce e le organizzazioni terroristiche che hanno il controllo di alcune aree e vie di comunicazione” e che “grazie ai proventi illeciti riescono ad acquisire sempre più consenso da parte delle popolazioni locali”. Persone che a queste organizzazioni e a questi gruppi “si affidano per la propria sopravvivenza”.

In questi anni, prosegue nella sua analisi, “la coalizione anti-terrorismo ha abbattuto lo Stato islamico nella sua natura territoriale”, ma “non ne ha minimamente intaccato l’ideologia, la sua capacità di penetrazione sociale” e, in particolare, “la spinta all’emulazione”. Questo “porta, da un lato singoli soggetti ad agire spesso in maniera improvvisata, in nome del gruppo”, dice, con il pensiero rivolto all’Europa, e “dall’altro a costituire forme opposizione armata strutturata laddove gli Stati sono più deboli o assenti”, e si parla quindi di “fenomeno insurrezionale” e “guerriglia”. Dall’Afghanistan al Sahel.

Non solo. “Lo Stato islamico – prosegue – non è stato cacciato dall’Iraq e dalla Siria, dove è nato e ha radici molto profonde nelle realtà sunnite periferiche e rurali, spesso marginalizzate dai governi nazionali”. Di qui l’allarme: “Oggi si sta consolidando sempre più in Paesi in crisi e aree di crisi, dall’Afghanistan all’Iraq, all’Africa”. Alla ministeriale della Coalizione anti-Isis, “con il sostegno degli Stati Uniti”, l’Italia – ha detto Di Maio – ha proposto la creazione di un “gruppo di lavoro specifico” per l’Africa e ha assicurato che “farà la propria parte” per la stabilità del continente e del Sahel, definito una “preoccupazione”.

‘Azione militare da sola non basta, cambiare approcci del passato’

Secondo Bertolotti, ad oggi “non abbiamo fatto abbastanza in termini di contrasto al terrorismo, inteso come impegno sociale, politico ed economico” per affrontare “le ragioni primarie del malcontento che porta all’adesione al terrorismo”. E, rileva, “difficilmente si potrà fare di più adottando i medesimi approcci utilizzati finora dove a un preponderante impegno in termini militari non corrisponde un pari impegno nella ricostruzione e nell’assistenza”.

Perché, ripete, “se è vero che la lotta al terrorismo passa anche attraverso un’azione militare incisiva, questa da sola non basta” e “l’aiuto alla popolazione e alle istituzioni locali necessita di sostegno concreto all’economia locale, di progetti infrastrutturali, di accesso al libero mercato”. Il sostegno “militare deve essere un contorno efficace a tutto questo, deve agevolare lo sviluppo economico e sociale, garantito dalla sicurezza”, prosegue Bertolotti, che ricorda “l’infelice ritirata statunitense del 2012 che aprì le porte al consolidamento di al-Qaeda” nel Paese arabo “e alla successiva espansione dello Stato islamico a livello regionale e poi globale”.

Per l’esperto, “si sta ripetendo quanto in parte già fatto in passato“. Dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Afghanistan all’Iraq, “dove – afferma – lo Stato islamico si è rafforzato proprio dopo, e in conseguenza, del disimpegno militare della Coalizione”. Eppure, rileva, “il ritiro dall’Afghanistan”, cominciato a inizio maggio, è partito “con le stesse dinamiche e difficoltà con cui si lasciò l’Iraq”, dove l’Italia – come ha annunciato oggi Di Maio – manterrà un “significativo contingente militare” a supporto della popolazione e delle istituzioni locali. In Iraq, ricorda Bertolotti, “lo Stato islamico conquistò città intere, disarmò reparti interi dell’esercito nazionale e si impossessò dei carri armati e delle armi che gli Stati Uniti avevano lasciato alle forze armate nazionali”, mentre in Afghanistan oggi “i Talebani stanno facendo esattamente la stessa cosa”. “In pochi mesi – conclude – potrebbero decretare il collasso delle forze armate afghane e la caduta dello stesso governo di Kabul”.


Gli sconti di pena nella lotta al terrorismo internazionale. I risultati della ricerca europea

Giovedì 20 maggio dalle ore 09.00 alle ore 13.00 
in modalità virtuale e in lingua inglese

presentazione dei risultati del

PROGETTO EUROPEO FIGHTER
LE MISURE PREMIALI NELLA LOTTA AL TERRORISMO INTERNAZIONALE 

FIGHTER
FIGHT AGAINST INTERNATIONAL TERRORISM
DISCOVERING EUROPEAN MODELS OF REWARDING MEASURES TO PREVENT TERRORISM

scarica qui la locandina con il link per seguire l’evento in diretta 

Per fare fronte alle minacce interne, alcuni paesi europei con esperienza nella gestione del terrorismo (ad es. Italia e Spagna) hanno già  sperimentato l’applicazione di provvedimenti penali complementari come il riconoscimento di circostanze attenuanti, benefici penitenziari e via dicendo -definite ‘misure premiali’ nel linguaggio giuridico-. Queste misure hanno rafforzato la risposta giudiziaria in quanto “molti estremisti si sono dimostrati sensibili alla perdita della libertà oltre che ampiamente recuperabili”.

Sulla base di solide argomentazioni, in genere i giuristi ritengono che sia opportuno prendere in considerazione l’utilizzo di incentivi che possano favorire la collaborazione con la giustizia da parte di ex-affiliati, militanti e sostenitori di gruppi terroristici, con l’obiettivo di facilitare le indagini e prevenire ulteriori attentati o attività dalla matrice violenta.

Sulla scorta di queste osservazioni, nel 2019 è stato avviato un progetto di ricerca europeo della durata di due anni denominato FIGHTER – Fight Against International Terrorism. Discovering European Models of Rewarding Measures to Prevent Terrorism – coordinato dall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE) e che ha coinvolto altri sette atenei professori e ricercatori, confrontandosi in corso d’opera con magistrati e altri professionisti ed esperti del settore per un riscontro pratico, hanno studiato la possibilità di utilizzare le misure premiali contro il terrorismo internazionale. 

L’obiettivo che avevamo in mente non era dimostrare l’infallibilità delle misure premiali, ma che non sono affatto inutili nella lotta contro il terrorismo internazionale di matrice islamista

LEGGI QUI IL NOSTRO APPROFONDIMENTO SUL TEMA

TEMI E RELATORI

Welcome greetings
Elio Tavilla
University of Modena and Reggio Emilia, Department of Law – Dean
Luigi Foffani
University of Modena and Reggio Emilia

Chair and introduction
Massimo Donini
University of Rome “La Sapienza” – FIGHTER P.I.

9.30-11.00
FIRST PANEL
“MODERN” TERRORISM: EU COMPETENCES AND SOCIO-CRIMINOLOGICAL ASPECTS
Armando Spataro
Former Judge, Counter-Terrorism Criminal Law Expert
Mirta Kuštan
Sveuciliste U Zagrebu – Pravni Fakultet
Thibaut Slingeneyer
Université Saint-Louis de Bruxelles
Vincenzo Di Peso
Nucleus Police Prevention Central Director

11.00-12.00
SECOND PANEL
ART. 16 DIRECTIVE (EU) 2017/541: NATURE, SHORTCOMINGS AND POSSIBLE EXPLOITATION
Patrick Born
Ludwig-Maximilians-Universität München
Clémence Quentin
Université de Lille 2
Francesco Rossi
University of Modena and Reggio Emilia

12.00-13.00
THIRD PANEL
A “EUROPEAN MODEL” OF REWARDING MEASURES
Manuel Cancio Meliá
Universidad Autónoma de Madrid
Silvia Allegrezza
University of Luxembourg
Leonardo Romanò
University of Luxembourg
Ludovico Bin
University of Salento

 

 

Photo by Grant Durr on Unsplash


Misure premiali nella lotta al terrorismo internazionale – il progetto di ricerca FIGHTER

a cura di Chiara Sulmoni

L’onda di terrorismo ideologico e religioso con la quale ci stiamo confrontando da 20 anni è un fenomeno che a vari livelli – dalla diffusione della propaganda alla creazione di reti transnazionali, dal finanziamento al reclutamento di militanti, dal ‘passaggio’ di armi alla pianificazione di atti violenti – attraversa i confini degli Stati e richiede uno sforzo coordinato da parte di intelligence, forze di sicurezza e magistrature.

Per combatterla, dal punto di vista giuridico, “l’UE ha da sempre puntato soprattutto su misure penali di natura repressiva, peraltro costantemente oggetto di un processo di armonizzazione verticale”; si cerca, in altre parole, di raggiungere una maggiore uniformità normativa fra gli ordinamenti nazionali e sovranazionali (UE) nella definizione di ciò che costituisce reato e sui provvedimenti da adottare, con il rischio e la tendenza ad ‘esportare’ o prendere ad esempio i modelli più rigidi[1]. A seguito della persistenza del terrorismo di matrice jihadista e del timore di recidiva, in alcuni paesi si assiste ad una progressiva stretta legislativa che mira, fra le altre cose, a comminare pene più lunghe e/o ad adottare misure amministrative più severe.

Sulla base di solide argomentazioni, in genere i giuristi ritengono che tale approccio non sia sufficiente –perfino controproducente, laddove non si intervenga ad esempio anche con un programma strutturato di de-radicalizzazione – e che sia invece opportuno prendere in considerazione l’utilizzo di incentivi che possano favorire la collaborazione con la giustizia da parte di ex-affiliati, militanti e sostenitori di gruppi terroristici, con l’obiettivo di facilitare le indagini e prevenire ulteriori attentati o attività dalla matrice violenta.

In risposta alle minacce interne, alcuni paesi con esperienza nella gestione del terrorismo (ad es. Italia e Spagna) hanno già sperimentato l’applicazione di provvedimenti complementari mediante l’adozione di misure definite ‘premiali’ – come il riconoscimento di circostanze attenuanti, benefici penitenziari e via dicendo. Queste misure hanno rafforzato la risposta giudiziaria in quanto molti estremisti si sono dimostrati sensibili alla perdita della libertà oltre che ampiamente recuperabili”. In ragione dell’efficacia di questo dispositivo, “le misure sono state mantenute anche dopo la cessazione dell’“emergenza terroristica” e perfino estese ad altre forme di criminalità (crimine organizzato, corruzione, etc.)”.

Sulla scorta di queste osservazioni, nel 2019 è stato avviato un progetto di ricerca europeo della durata di due anni denominato FIGHTER Fight Against International Terrorism. Discovering European Models of Rewarding Measures to Prevent Terrorism – coordinato dall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE) e che ha coinvolto altri sette atenei ; professori e ricercatori, confrontandosi in corso d’opera con magistrati e altri professionisti ed esperti del settore per un riscontro pratico, hanno studiato la possibilità di utilizzare le misure premiali contro il terrorismo internazionale, indagando dapprima la situazione attuale nell’Unione, per capire “se, come e perché” singoli Stati membri abbiano adottato questo sistema; per arrivare in seguito a proporre “uno o più modelli europei di misure premiali a favore dei terroristi che collaborano con le autorità”, dopo averne verificato la “fattibilità giuridica e culturale”, nonché valutando e monitorando la ‘capacità’ (e le problematiche) di armonizzazione. Come dichiarato dal Prof. Massimo Donini, l’obiettivo va letto nella prospettiva di “una migliore armonizzazione del contrasto al fenomeno mediante strumenti non solo di repressione, ma anche di prevenzione individualizzata e operativa anche prima di una eventuale condanna.”[2]

In attesa di conoscere i risultati di questo progetto, che verranno ufficialmente presentati il 20 maggio, abbiamo posto alcune domande introduttive ai giuristi Francesco Diamanti (UNIMORE), Ludovico Bin (Università del Salento) e Francesco Rossi (UNIMORE) che hanno preso parte allo studio.

A complemento di informazione, segnaliamo che anche in Svizzera in occasione di una revisione del Codice di Procedura Penale (2016/2017) si è discusso attorno all’opportunità di introdurre una normativa sui pentiti o collaboratori di giustizia, ritenendo alla fine di non procedere, non da ultimo in ragione del vigente art. 260ter che permetterebbe già ai giudici, a determinate condizioni – ma unicamente a inchiesta conclusa – di valutare un’attenuazione della pena. È stata invece approvata l’estensione di quest’ultima eventualità anche ai membri dei gruppi terroristici al-Qaeda, Stato Islamico e organizzazioni associate. 

  • il servizio di Gian Paolo Driussi (Radio Svizzera di Lingua Italiana) che include un’intervista all’allora On. Giovanni Merlini, relatore della Commissione degli affari giuridici del Consiglio Nazionale  

Seguiranno approfondimenti.  

Progetto FIGHTER – Le misure premiali nella lotta al terrorismo internazionale 

  1. Francesco Diamanti, Ludovico Bin e Francesco Rossi, a quali esigenze risponde questo progetto di ricerca europeo e perché vale la pena studiare e prendere in considerazione la questione delle misure premiali applicate al terrorismo internazionale?

Il terrorismo internazionale è purtroppo un’emergenza ancora molto diffusa nel mondo e, nello specifico, anche all’interno dell’Unione Europea. Gli ultimi dati a disposizione parlano di centodiciannove attentati falliti, diciannove persone decedute e ventisette gravemente lesionate; più di mille persone, infine, sono state arrestate per reati di terrorismo solo nell’anno 2019. La maggior parte di questi ultimi arresti sono avvenuti in Belgio, Francia, Italia e Spagna (cfr. il report reperibile qui).

Non a caso uno dei due gruppi di ricerca italiani è il team trainante – il cosiddetto principal investigator – della ricerca FIGHTER, coordinato dal prof. Massimo Donini; così come non è un caso che tra i Paesi partner spicchino il Belgio, la Francia e la Spagna, oltre al Lussemburgo, alla Germania e alla Croazia. Possiamo senz’altro dire di aver scelto bene “con chi” collaborare, sia per l’indubbia qualità dei ricercatori e dei coordinatori dei vari team, sia per la centralità delle culture e dei Paesi che rappresentano.

Le misure premiali possono essere descritte come strumenti coi quali l’autorità giudiziaria può tentare di trasformare un criminale (un terrorista o un mafioso) in un collaboratore

Occorre sapere che per combattere il terrorismo internazionale l’UE ha da sempre puntato soprattutto – anzi, potrei quasi dire “unicamente” – su misure penali di natura repressiva, peraltro costantemente oggetto di un processo di armonizzazione “verticale”. Il punto, però, è che così facendo la risposta giudiziaria sembra uscirne fortemente limitata: sarebbe bene affiancare all’approccio repressivo anche quel particolare metodo preventivo che si attua efficacemente – o, almeno, questa è stata la nostra “intuizione” iniziale – anche con l’utilizzo di misure cosiddette “premiali”.

In estrema sintesi, e utilizzando un linguaggio volutamente a-tecnico, le misure cosiddette “premiali” possono essere descritte come strumenti coi quali l’autorità giudiziaria può tentare di trasformare un criminale (es. un terrorista o un mafioso) in un “collaboratore” capace di fare i nomi dei correi, dei depositi di armi, dei successivi obiettivi, dei metodi adottati, ecc.

Per combattere il terrorismo internazionale l’UE ha puntato soprattutto su misure penali di natura repressiva

Esistono fenomeni criminali piuttosto complessi, ben organizzati e diffusi, che basano parte della loro forza soprattutto sul vincolo di appartenenza al gruppo (es. organizzazione terroristica) e sulla segretezza delle informazioni che circolano al suo interno (es. obiettivi, rifornitori di armi, pubblici ufficiali corrotti, ecc.). Ebbene, disponendo di un apparato repressivo serio, contro fenomeni di questo tipo è possibile prospettare al criminale alcuni importanti “vantaggi” (es. diminuzione di pena, accesso ad alcuni benefici in fase di esecuzione, ecc.) in cambio, laddove possibile, di un suo sforzo collaborativo.

  1. Possiamo definire il vostro approccio come ‘pionieristico’? Quali sono (state) le sfide, le ‘conquiste’ e i limiti, dal punto di vista metodologico?

Sì, il nostro approccio può essere definito pionieristico, ma con alcune precisazioni.

La novità non sta nell’aver “scoperto” l’utilità di mettere in campo misure cosiddette “premiali” nella lotta contro fenomeni criminali complessi da debellare, come le associazioni per delinquere di stampo mafioso o alcune forme più o meno estese e pericolose di terrorismo interno. Tant’è che in passato molti Paesi membri hanno adottato una serie di misure complementari, ma non “alternative”, in grado di consentire ai giudici non solo di punire i reati commessi, ma anche di prevenire quelli che devono ancora essere realizzati tramite “premi” (es. forme di riduzione delle sanzioni, non punibilità, benefici penitenziari etc.) capaci di indurre i terroristi a cooperare con le autorità. Ciò è stato fatto soprattutto per far fronte alle passate minacce terroristiche nazionali (es. Italia, Germania e Spagna, in relazione a BR, RAF e ETA). Ebbene, queste particolari misure hanno rafforzato la risposta giudiziaria al fenomeno del terrorismo interno, rivelandosi talmente efficaci da essere poi mantenute nel corso del tempo, anche dopo la cessazione della “emergenza” ed estese ad altre forme di criminalità (crimine organizzato, corruzione, etc.).

Molti Paesi hanno adottato misure complementari in grado di consentire ai giudici non solo di punire i reati commessi ma anche di prevenire quelli che devono ancora essere realizzati tramite “premi” capaci di indurre i terroristi a cooperare. L’obiettivo che avevamo in mente non era dimostrare l’infallibilità delle misure premiali, ma che non sono affatto inutili nella lotta contro il terrorismo internazionale di matrice islamista

La “novità”, quella che potremmo definire la vera conquista, sta più nell’aver ipotizzato per la prima volta nel panorama europeo – e, forse, anche mondiale – che queste misure cosiddette “premiali” potessero essere utili anche nella lotta contro il terrorismo internazionale di matrice islamica. L’obiettivo che avevamo in mente non era, e non è nemmeno oggi, dimostrare l’infallibilità delle misure cosiddette “premiali”, ma di dimostrare che non sono affatto inutili nella lotta contro il terrorismo internazionale di matrice cosiddetta “islamista”.

  1. Qual è lo ‘stato dell’arte’ in Europa per ciò che riguarda la legislazione e l’applicazione di misure premiali contro il terrorismo internazionale, ci può anticipare il quadro che emerge dalla vostra indagine comparativa?

Lo stato dell’arte, purtroppo, non è molto confortante. Nella prima fase della ricerca FIGHTER ogni gruppo ha realizzato un primo elaborato – il National Report – all’interno del quale sono state analizzate le normative premiali esistenti da diversi punti di vista: dalle leggi sostanziali a quelle processuali eventualmente esistenti all’evoluzione della giurisprudenza, e così oltre. Questi preziosi sforzi ci hanno messo nelle condizioni di avere un quadro piuttosto dettagliato, anche se limitato ad alcuni Paesi membri della ricerca e non a tutti i Paesi membri dell’UE, nello specifico all’Italia, al Belgio, alla Spagna, alla Francia, alla Germania, al Lussemburgo e alla Croazia. L’armonizzazione in materia è risultata insoddisfacente: le differenze tra i singoli stati rimangono molte e profonde.

In estrema sintesi, la discrepanza più seria concerne l’azione penale da parte delle Procure: in alcuni Stati (es. Belgio, Francia, Germania e Lussemburgo) è discrezionale, sicché gli scenari premiali che, volendo, si aprono per il pubblico ministero sono pressoché illimitati. In questi casi sono possibili vere e proprie “trattative” fino all’archiviazione o al trasferimento del caso in un altro Paese. In altre realtà, però, l’esercizio dell’azione penale non è affatto discrezionale, così come l’utilizzo delle misure premiali risulta sottoposto a rigidi requisiti formali e sostanziali: in questi casi esistono grandi differenze interne ai paesi vincolati all’esercizio dell’azione penale, e ciò accade sia in ordine alle “tipologie” di misure messe a disposizione dai vari Codici, sia nei confronti delle condizioni minime per la loro operatività. Alcuni ordinamenti giuridici non le mettono in campo solo nella lotta contro il terrorismo internazionale, altri sì; alcuni richiedono la dissociazione del terrorista che intende collaborare per ricevere il “premio”, altri vogliono addirittura l’effettiva disgregazione dell’intera associazione criminale, altri richiedono entrambe le condizioni, e così molto oltre.

  1. Quali sono le premesse alla base dell’applicazione di misure premiali e quanto può essere complesso estendere tali provvedimenti a reati collegati al terrorismo o all’estremismo di matrice islamista / jihadista?

La premessa fondamentale è la possibile sensibilità del terrorista internazionale di matrice cosiddetta jihadista ai “premi” (es. riduzione o esclusione integrale della pena) che l’autorità giudiziaria potrebbe offrirgli in cambio di una seria ed efficace attività di collaborazione. Da un lato, questa tipologia di autore – spesso, purtroppo, disposto a sacrificare la propria vita – appare, già a livello concettuale, ben poco propenso all’offerta di “premi”. Anche se il parallelismo necessiterebbe di altri approfondimenti qui impossibili da riassumere integralmente, i membri delle organizzazioni terroristiche interne – es. le Brigate Rosse – erano anch’essi disposti a mettere in pericolo le loro vite per la realizzazione di frequenti rapine a mano armata, complessi sequestri di persona a scopo di estorsione, ecc. Sicché, sebbene i due autori-tipo rimangano piuttosto diversi, esistono molte più similitudini di quelle che di primo acchito si potrebbero ipotizzare.

È del tutto probabile che il terrorismo jihadista non sia popolato da esseri umani troppo diversi da quelli che hanno ceduto, e cedono ancora oggi, alle lusinghe della criminalità organizzata o dei terrorismi interni di matrice politica

A ciò può essere aggiunto il fatto che ultimamente stanno nascendo dubbi in ordine all’assenza nel corpo dei terroristi, nella fase che precede l’attacco, di droghe pesanti come il Captagon, perfetto per inibire la paura. Se ciò fosse confermato in futuro, si aprirebbero scenari piuttosto interessanti: non più uomini e donne spinti solo da una “credenza” – che, peraltro, nulla ha a che vedere con la fede musulmana vera – o da un ideale, ma aiutati dalle sostanze stupefacenti; quindi ci si troverebbe davanti a persone che, senza questi “aiuti”, non si sarebbero forse spinti fino al sacrificio supremo. È del tutto probabile che il terrorismo di matrice cosiddetto jihadista non sia popolato da esseri umani troppo diversi da quelli che hanno ceduto, e cedono ancora oggi, alle lusinghe della criminalità organizzata o dei terrorismi interni di matrice politica.

Su tutti questi punti – e anche su molti altri – si sono concentrati gli sforzi del gruppo di ricerca belga, coordinato dal prof. Yves Cartuyvels. Gli esiti di questa ampia ricerca sono più che interessanti: da un lato si mette in rilievo l’esigenza di valutare anche altri strumenti – ad esempio l’amnistia –, dall’altro lato, però, sono emersi molti fattori che possono rendere il terrorista incline a collaborare con l’autorità giudiziaria.

  1. Di fronte alla persistenza del terrorismo e alla maggiore frequenza di atti violenti di matrice islamista portati avanti da parte di individui già condannati o noti ai servizi di intelligence, in Europa si assiste ad una progressiva stretta legislativa che può includere pene più lunghe o misure amministrative extra-giudiziali più severe; queste tendenze giustificano oppure ostacolano le argomentazioni a favore di misure premiali?

In linea di principio serve grande equilibrio nella predisposizione degli strumenti repressivi e preventivi; questa è una regola che vale sempre quando si discute di diritto penale, dunque anche nei confronti della lotta contro fenomeni criminali gravi e complessi. Detto questo, è chiaro che l’esistenza di una risposta sanzionatoria particolarmente severa semplifica in qualche modo il ruolo dell’autorità giudiziaria che decidesse di puntare sulle misure cosiddette “premiali”: più il terrorista rischia più sarà attratto dai “premi”, anche al prezzo della collaborazione.

  1. In genere, le misure premiali vengono applicate a livello nazionale per rispondere a esigenze di sicurezza interna e per questa ragione, la loro diffusione non è uniforme. In base alle vostre valutazioni e risultati, è possibile delineare dei modelli europei ed è auspicabile promuovere una maggiore armonizzazione in questo ambito? Quali sono eventuali ostacoli?

Assolutamente sì. Anzi, gli esiti delle nostre ricerche ci portano a credere che questo sia un passaggio obbligato. Il guaio più serio, osservando le discipline nazionali, è proprio che le differenze non solo esistono, ma sono molte e molto profonde, sono strutturali; sicché, appare assolutamente necessaria una complessa opera di armonizzazione, capace di conseguire un vero avvicinamento delle normative nazionali esistenti, sulla base di “modelli europei di misure premiali” pensati per contribuire alla lotta contro il terrorismo internazionale di matrice jihadista.

Questi “modelli europei” si possono costruire.

Il riferimento è al plurale, non al singolare; ciò dipende dal fatto che, a nostro avviso, i “modelli” dipendono dalla fase processuale nella quale le misure premiali dovranno o potranno effettivamente operare. In questo senso si può distinguere tra misure premiali da utilizzare prima e durante il processo vero e proprio, e misure premiali da poter utilizzare dopo la sentenza di condanna.

Anche se questo tema coinvolge l’ultima fase della ricerca, che proprio in questo momento si trova in via di ultimo perfezionamento, possiamo dire che siamo giunti alle seguenti constatazioni (che, però, potranno in futuro essere lievemente affinate). Nel caso delle misure premiali pre-processuali e di quelle operative durante il processo, una futura direttiva dell’Unione europea dovrebbe contemplare un articolo concernente il tema della “Attenuazione ed esenzione della pena”. In esso dovrebbe essere inserito un testo di questo tenore: «Gli stati membri adottano le misure necessarie per garantire che la pena per i reati connessi al terrorismo possa essere ridotta se l’autore del reato: 1) confessa integralmente il reato o i tentativi di reato commessi; 2) fornisce alle autorità amministrative o giudiziarie informazioni che aiutino a identificare o consegnare alla giustizia gli altri autori del reato, trovare prove, prevenire o attenuare gli affetti del reato o, da ultimo, prevenire ulteriori reati terroristici».

Dopo la sentenza di condanna, invece, occorrerebbe aggiungere alla medesima direttiva un articolo inerente alle “Misure in fase esecutiva”, specificando che «Gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che la pena per i reati connessi al terrorismo sia concretamente eseguita in modo da limitare la pericolosità del condannato, escludendo il godimento di misure che comportino l’accesso alla libertà e, nei casi più gravi, i contatti con altre persone, fuori o anche all’interno del luogo di detenzione». Al contrario, gli Stati membri sarebbero liberi di applicare misure premiali post-condanna laddove le seguenti condizioni siano cumulativamente soddisfatte: « i) la cooperazione è impossibile o irrilevante a causa della limitata partecipazione al fatto criminoso, accertata nella sentenza di condanna o, comunque, alla luce dell’accertamento dei fatti e delle responsabilità stabilite da sentenze irrevocabili; ii) sussistono sufficienti e certi elementi che attestano l’assenza di legami con organizzazioni terroristiche».

L’esistenza di una risposta sanzionatoria particolarmente severa semplifica in qualche modo il ruolo dell’autorità giudiziaria: più il terrorista rischia, più sarà attratto dai premi, anche al prezzo della collaborazione

  1. Ritenete che ci siano le premesse per poter dare continuità al tema, sia dal punto di vista della ricerca che per ciò che concerne il dibattito politico e pubblico?

La risposta alla prima domanda è senz’altro affermativa. Da un lato, e parliamo per ora del profilo strettamente scientifico, siamo convinti che le misure premiali siano un mezzo efficace – anche se non l’unico – da impiegare nella lotta al terrorismo internazionale e che la ricerca debba continuare anche su altri fronti. Uno di questi, emerso durante quest’ultima fase, concerne l’esigenza di conoscere più a fondo la cultura islamica e comprendere, da un punto di vista sociologico oltre che giuridico, le dinamiche che la caratterizzano. Posto che il terrorismo internazionale è, e rimane, un tipo di criminalità che contrassegna una piccolissima minoranza del mondo musulmano, sarà fondamentale in futuro conoscere meglio la loro cultura di appartenenza, la quale, pur non avendo nulla a che fare con quella deviazione criminale, può risultare utile per il trattamento dei terroristi arrestati (es. de-radicalizzazione), nonché per un approfondimento ulteriore, di natura socio-criminologica, sulla vera efficacia del “premio” sul singolo soggetto.

Il successo politico di questo progetto dipenderà dalla capacità dei nostri rappresentanti di comprendere l’importanza delle grandi ricerche giuridico-criminologiche già compiute sul tema, proprio come FIGHTER

Dall’altro lato, però, siamo ben consapevoli del fatto che la nostra ricerca, per quanto ampia e importante, non può in alcun modo sostituirsi a un serio dibattito politico. Il punto, però, è che, spesso il dibattito è piuttosto duro e sospettoso verso soluzioni di accordo coi terroristi: spesso, tutti noi lo ricordiamo, è stata pronunciata pubblicamente la frase: «… we don’t negotiate with terrorists!», e questo la dice lunga sul clima che si respira in Europa e nel mondo. Il tema delle misure cosiddette “premiali” contro il terrorismo internazionale è un argomento delicato, è evidente, perché si propone il potenziamento di logiche utilitaristiche nel loro genere, che ben poco hanno a che fare col giustizialismo puro. Il successo “politico” di questo progetto dipenderà con ogni probabilità dalla capacità dei nostri rappresentanti di comprendere l’importanza delle grandi ricerche giuridico-criminologiche già compiute sul tema, proprio come FIGHTER. Il 20 maggio 2021 si svolgerà il convegno finale e, subito dopo, i risultati saranno pubblicati e messi a disposizione dei tecnici e degli attori politici. Il testo sarà in lingua inglese, ma per garantirne una ancora maggiore diffusione, provvederemo alla sua traduzione integrale anche in lingua francese.

Note

[1]  Per un approfondimento, v. La direzione delle normative anti-terrorismo in Europa. Intervista al giurista Francesco Rossi, START InSight, 2020

[2] Intervista a Massimo Donini, Professore ordinario di diritto penale e responsabile del progetto FIGHTER, Magazine UNIMORE


Audizione su fenomeni di estremismo violento di matrice jihadista. Commissione parlamentare – Affari Costituzionali

COMMISSIONE PARLAMENTARE  1 – AFFARI COSTITUZIONALI: AUDIZIONE  DI CLAUDIO BERTOLOTTI, DIRETTORE DI START INSIGHT

Alle ore 14 del 28 aprile 2021 la Commissione Affari costituzionali, nell’ambito dell’esame congiunto della proposta di legge recante “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista”, e della proposta di legge recante “Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni di estremismo violento o terroristico e di radicalizzazione di matrice jihadista”, ha svolto, in videoconferenza, l’audizione di Claudio Bertolotti, Direttore di START InSight e delll’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT).

TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO

Presidente, Signore/i Onorevoli buon pomeriggio e grazie per questo invito

Seguo da tempo il dibattito su una legge per la prevenzione e il contrasto del terrorismo ideologico, e posso dire di aver ben analizzato e sostenuto la necessità dei testi di legge oggi in discussione:

Sulla base della mia esperienza, confermo, come già fatto in altre sedi, l’opportunità di proseguire nella direzione intrapresa dal Parlamento in tema di prevenzione e contrasto ritenendo quelle fatte, proposte coerenti con quello che è l’attuale quadro relativo al fenomeno della radicalizzazione, della manifestazione violenta di matrice jihadista e del terrorismo di matrice ideologica in senso più ampio.

E lo faccio focalizzando il mio contributo di pensiero sui numeri del terrorismo europeo:

Dei quasi 500 attacchi terroristici, compresi quelli falliti e sventati, registrati nell’Unione Europea il 63% sono attribuiti a gruppi separatisti ed etno-nazionalisti, il 16% a movimenti della sinistra radicale (in aumento, in particolare in Italia, paese più colpito), il 2,8% a gruppi di estrema destra (in diminuzione nel 2019; in aumento nel 2020), il 18% sono azioni di matrice jihadista. Sebbene gli atti riconducibili al jihadismo siano una parte marginale, sono però causa di tutte le morti per terrorismo nel 2019 e di 16 uccisioni nel 2020.

L’onda lunga del terrorismo in Europa, emerso con il fenomeno “Stato islamico” a partire dal 2014, ha fatto registrare 147 azioni in nome del jihad dal 2014 ad oggi: 189 i terroristi che vi hanno preso parte (59 morti in azione), 407 le vittime decedute e 2.421 i feriti (database START InSight).

Nel 2020 gli eventi sono stati 25, contro i 19 dell’anno precedente e con un raddoppio di azioni di tipo “emulativo”, ossia ispirate da altri precedenti attacchi nei giorni precedenti: sono il 48% del totale le azioni emulative nel 2020 (erano il 21% l’anno precedente). E ciò evidenzia il rischio di “reazioni a catena” che possono conseguire dalla condotta di singole azioni terroristiche.

Due gli aspetti rilevanti emersi dall’analisi dell’ultimo quadriennio:

1. Cresce il numero di terroristi recidivi – soggetti già condannati per terrorismo che compiono azioni violente a fine pena detentiva e, in alcuni casi, in carcere: dal 3% del totale dei terroristi nel 2018, al 7% (2) nel 2019, al 27% (6) nel 2020. Ciò conferma la pericolosità sociale di soggetti che, a fronte di una condanna detentiva, non abbandonano l’intento violento ma lo posticipano; un’evidenza che suggerisce l’aumento della probabilità di azioni terroristiche nei prossimi anni, in concomitanza con la fine della pena dei molti terroristi attualmente detenuti.

2. A fronte di una partecipazione al terrorismo di soggetti nati e cresciuti in Europa (prime e seconde generazioni e comunque immigrati regolari) del periodo 2014-2018, è stato verificato l’aumento del numero di immigrati irregolari tra i terroristi con ciò suggerendo un rischio potenziale di collegamento tra il terrorismo e l’aumento dei migranti irregolari. Nel 2020 il 20% dei terroristi sono immigrati irregolari. In Francia è aumentato il ruolo degli irregolari nella condotta di azioni terroristiche: se fino al 2017 nessuno degli attacchi era stato condotto da immigrati irregolari, nel 2020 il 40% dei terroristi è un irregolare.

Infine, una considerazione sulla minaccia emergente del terrorismo associato a gruppi di estrema destra e cospirazionisti:

La violenza ideologica associata alla destra radicale è un fenomeno che sta fermentando da tempo e che negli ultimi anni si è manifestato in maniera concreta, come dimostrano i fatti di Capitol Hill negli Stati Uniti e gli eventi secondari associati al movimento QANon che si sono imposti in molti paesi europei, compresa l’Italia. Ad oggi gli attacchi terroristici associati all’estrema destra rappresentano meno del 3% del totale ma con un aumento progressivo registrato negli ultimi due anni.

QAnon desta serie preoccupazioni tra gli analisti per la velocità con la quale si diffonde. Inoltre, come evidenziato dal Prof. Andrea Molle nelle sue analisi sul fenomeno, esso ha già mostrato negli Stati Uniti il potenziale per azioni di stampo terroristico. Si consiglia pertanto un monitoraggio dei social media associati a tale movimento in Italia e di stabilire una rete di collaborazioni con istituzioni pubbliche e private che già si occupano di questo fenomeno in Europa come negli Stati Uniti.

Insieme agli analisti dell’Osservatorio che dirigo, rimango a vostra disposizione.

fonte sito web della Camera dei Deputati – Parlamento Italiano


Webinar su terrorismo e misure premiali – Progetto europeo FIGHTER

Terrorismo e misure premiali

Conferenza in programma venerdì 9 aprile 2021 a partire dalle ore 15:00 in modalità webinar

per seguire la discussione cliccare sul simbolo di Microsoft Teams nella locandina che segue 

Programma e link alla conferenza del progetto FIGHTER(PDF)

Durante l’evento, organizzato dall’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE), verranno presentati i risultati della ricerca svolta dal gruppo italiano (composto anche dall’Università degli Studi di Ferrara) nell’ambito del progetto di ricerca europeo “Fight Against International Terrorism. Discovering European Models of Rewarding Measures to Prevent Terrorism (FIGHTER).

  • Per combattere il terrorismo internazionale l’Unione Europea ha sino ad oggi sfruttato soprattutto misure repressive di diritto penale, da tempo oggetto di un processo di armonizzazione “verticale”.
  • Per far fronte alle minacce terroristiche interne alcuni Paesi hanno adottato una serie di misure complementari che consentono di ridurre la pena (o, in alcuni casi, persino di non punire i reati terroristici commessi), sotto forma di “premi” che possano indurre gli autori di tali reati a cooperare con le autorità giudiziarie e di polizia per scopi investigativi e/o preventivi. È in questo quadro che le Università coinvolte nel progetto di ricerca FIGHTER hanno studiato la possibilità di utilizzare su scala europea le misure premiali come strumento di contrasto al terrorismo internazionale.
  • La conferenza del 9 aprile farà il punto sulla realtà italiana e sulle prospettive europee. 

All’evento seguirà (a maggio) il convegno internazionale conclusivo del progetto, in occasione del quale parteciperanno tutte le unità di ricerca (in aggiunta a UNIMORE e UNIFE, l’Université Saint-Louis-Bruxelles, la Sveuciliste U Zagrebu – Pravni Fakultet, l’Université de Lille 2, la Ludwig-Maximilians-Universität München, la University of Luxembourg e l’Universidad Autónoma De Madrid) in vista della pubblicazione del Volume finale (che sarà disponibile in due versioni, inglese e francese).

L’evento, che riprende il dibattito accademico e istituzionale aperto con un primo Focus Group svolto presso l’Università di Modena e Reggio Emilia il 24 settembre 2019, verrà aperto dai saluti di Elio Tavilla (Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza UNIMORE) e sarà coordinato da Luigi Foffani (Professore Ordinario di Diritto penale, UNIMORE).

Seguiranno le relazioni introduttive di Massimo Donini (Professore Ordinario di Diritto penale, Università di Roma La Sapienza e coordinatore del progetto di ricerca FIGHTER) e di Donato Castronuovo (Professore Ordinario di Diritto penale e coordinatore dell’unità di ricerca UNIFE nell’ambito del medesimo progetto).

Successivamente, i risultati della ricerca saranno presentati da Fabio Nicolicchia (assegnista di ricerca, Diritto processuale penale, UNIFE), Francesco Rossi (assegnista di ricerca, Diritto penale, UNIMORE) e Ludovico Bin (ricercatore di Diritto penale, Università del Salento).

In chiusura, ne discuteranno da varie angolature in qualità di esperti di terrorismo e contrasto alla radicalizzazione Alessandra Lanzetti (Vice-Questore Aggiunto della Polizia di Stato), Sabrina Martucci (ricercatrice in Diritto ecclesiastico e canonico, Università di Bari) e Mohammed Khalid Rhazzali (ricercatore in Scienze sociologiche della politica e della religione, Università di Padova).

 

Photo by Matthew Ansley on Unsplash

 


Attacco in Svezia: terrorismo o violenza criminale? Intervento di C. Bertolotti a Radio24

Svezia, 3 marzo 2021, accoltellate otto persone. “Si indaga per terrorismo”

E’ successo a Vetlanda , una cittadina di circa 13mila abitanti nel sud del Paese. Un giovane di 20 anni, di nazionalità afghana, è stato fermato dalla polizia che lo ha ferito alle gambe. Il giovane era noto alla polizia per reati minori. Si indaga per terrorismo.

La Svezia è un paese con un alto indice di violenza criminale ed è al tempo stesso tra i paesi con il più alto indice di radicalizzazione jihadista, dopo la Finlandia e la Danimarca. Un’ondata di violenza di gruppo legata alla droga in Svezia ha portato a un aumento del 60% di attacchi dinamitardi rispetto a due anni fa, passati da 160 a 260 . Negli ultimi due anni la Svezia è stata colpita da un’ondata di sparatorie e attentati che la polizia ha collegato a conflitti tra bande nelle principali città.

Il caso dell’accoltellatore afghano si inserisce statisticamente tra gli eventi di terrorismo registrati in Europa negli ultimi anni, sebbene da un punto di vista ideologico non sia ancora possibile attribuire all’attacco una chiara matrice jihadista.

L’onda lunga del terrorismo in Europa, emerso con il fenomeno “Stato islamico” a partire dal 2014, ha fatto registrare 146 azioni in nome del jihad dal 2014 al 2020: 188 i terroristi che vi hanno preso parte (59 morti in azione), 406 le vittime decedute e 2.421 i feriti (database START InSight e Rapporto #ReaCT2021). Nel 2020 gli eventi sono stati 25, contro i 19 dell’anno precedente e con un raddoppio di azioni di tipo “emulativo”.

È la tecnica utilizzata in questo come in altri più recenti episodi a renderlo atto di terrorismo, non più (o non solo) l’ideologia jihadista.

In Svezia sono stati registrati 8 attacchi terroristici dal 2004 a oggi, una piccola parte rispetto ai 173 avvenuti in tutta Europa nello stesso periodo. L’80% sono stati portati a compimento da singoli attaccanti, tutti maschi, in linea con il fenomeno europeo nel suo complesso. La tecnica utilizzata ha visto l’utilizzo prevalente di armi da fuoco ed esplosivi, in linea con la natura della violenza svedese associata alla criminalità e alle gang.

Prevalentemente di media e bassa intensità, dunque con un numero limitato di morti e feriti. Tutti portati a termine da immigrati, prevalentemente regolari, di questi tre condotti da irregolari. Un trend quello degli immigrati irregolari autori di atti di terrorismo che sta percentualmente aumentando negli ultimi anni, come evidenziato nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo in Europa e testimoniato dal caso francese dove la minaccia di questo tipo è passata dal 16% al 25% nel 2020.


Radicalizzazione, jihadismo e contrasto al terrorismo. Il punto e le prospettive dopo il COVID19

di Chiara Sulmoni

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Mentre il mondo è ancora alle prese con la gestione di una difficile situazione sanitaria, analisti, ricercatori e professionisti della sicurezza sono in genere concordi nell’affermare che l’impatto sociale, economico e anche psicologico delle misure messe in atto a livello globale per contenere la diffusione del virus abbiano contribuito e stiano ancora contribuendo a creare le condizioni per l’avanzata degli estremismi e l’adesione di un numero sempre maggiore di sostenitori e militanti alle varie cause, incluse le teorie cospiratorie di natura politica, identitaria e anti-tecnologica, che possono trovare eco in movimenti di protesta anti-governativi e azioni dimostrative come le decine di attacchi vandalici nei confronti delle antenne 5G -sospettate di propagare il COVID19- in numerosi paesi europei.

COVID19 and extremism are the perfect storm”, sostiene in un’intervista l’esperto svedese di radicalizzazione Magnus Ranstorp[1]; il coronavirus ha aperto nuovi scenari e fornito slancio e opportunità di proselitismo e reclutamento a gruppi di ogni bandiera. L’isolamento fisico e la maggiore esposizione all’ecosistema virtuale che sta caratterizzando la vita quotidiana in questa fase della lotta alla pandemia, ha moltiplicato le occasioni di entrare in contatto con materiale di natura terroristica (Pro-IS Italian translation group shares explosive making video manual on TikTok[2]), mentre la riduzione di numerose attività educative e sociali ha reso più difficile da un lato la vigilanza e il rilevamento dei segnali di radicalizzazione, dall’altra il sostegno -in altre parole, la prevenzione- soprattutto nelle comunità e presso le persone più vulnerabili, in particolar modo i teenager, favorendo invece l’interconnessione fra individui radicalizzati. Uno studio pubblicato nel Rapporto #ReaCT2020 indica come il tempo di attivazione degli jihadisti si riduca notevolmente quando il processo di radicalizzazione ha luogo online piuttosto che attraverso contatti personali[3]. I tech giants sono impegnati da tempo in una complessa lotta per l’eliminazione del materiale cospirazionista, dello Stato Islamico (e affini), neo-nazista e di altri orientamenti in internet ma la battaglia è tutt’altro che facile a causa dell’abilità degli estremisti nel dissimulare i contenuti di post e account, ingannare algoritmi, migrare di piattaforma in piattaforma e muoversi nelle aree grigie e attraverso app criptate.

L’isolamento fisico e la maggiore esposizione all’ecosistema virtuale hanno moltiplicato le occasioni di entrare in contatto con materiale di natura terroristica, reso più difficile il rilevamento dei segnali di radicalizzazione e favorito l’interconnessione fra individui radicalizzati

Se l’estrema destra in rapida crescita ha essenzialmente militarizzato il COVID19, suggerendo il suo utilizzo come arma biologica contro ebrei e minoranze, e altri gruppi hanno sfruttato le ricadute della pandemia e dei lockdown per promuovere posizioni anti-establishment[4], gli jihadisti hanno visto nel virus un alleato su più fronti[5]; per rinvigorire la comunità militante, interpretandolo come una punizione e una vendetta divina nei confronti di idolatri, Crociati e nemici, ‘prostrati’ da questo inaspettato ‘soldato di Allah’[6] (o ‘dono’, come lo avrebbe definito un adepto italiano[7]); per lanciare offensive e riguadagnare terreno laddove le coalizioni e operazioni anti-terrorismo hanno subito un contraccolpo, soprattutto in Medio Oriente e Nord Africa, e liberare prigionieri e foreign fighters; per incoraggiare gli aspiranti terroristi a non allentare la presa, portando avanti attacchi autonomi in Europa oppure, come ha fatto al-Qaeda, per rivolgersi agli occidentali, invitandoli a riflettere sui mali delle proprie società e a convertirsi all’Islam[8]. Una ricerca che ha preso in esame una serie di account pro-Stato Islamico ospitati su diverse piattaforme dal 20 gennaio all’11 aprile 2020 ha stilato una classifica di undici diverse tematiche ivi trattate; se da un lato mostrano (interessanti) discrepanze rispetto ai contenuti e alle narrative ufficiali -ad esempio lo scambio aggiornato di notizie sulle infezioni o anche consigli su come sconfiggere la noia- ciò che tengono a mettere in rilievo gli autori è come la discussione de-centralizzata sul coronavirus sia sfruttata per coinvolgere un pubblico vario e per socializzare[9].

I rischi maggiori per l’Europa sono legati alle sfide con le quali si stava già confrontando prima della pandemia e che potrebbero subire le  ricadute dell’impatto inevitabile su vari settori del contrasto al terrorismo, in particolare i programmi di prevenzione e de-radicalizzazione

Dal punto di vista operativo, il contesto del coronavirus non sembra aver inciso in modo particolare sullo jihadismo in Europa; fra il marzo del 2019 e il giugno del 2020 il Counter Extremism Group ha registrato una media di due complotti islamisti, tra riusciti e falliti, al mese[10]. I vari episodi di matrice islamista registrati nel database 2020 di START InSight[11] sono 25, e coinvolgono principalmente lone-actors. Il gruppo da tempo non è più in grado di colpire con attacchi coordinati e la maggior parte dei complotti che coinvolge delle cellule viene sventata[12]; tuttavia un riferimento preciso, apparso in una newsletter dello Stato Islamico nel mese di marzo 2020, sembra alludere al ritorno di una minaccia più organizzata (anche se meno immediata): “the last thing they want today is that this critical time of theirs should coincide with preparations of the soldiers of the Caliphate for new strikes on them, similar to the strikes of Paris, London, Brussels and other places[13].

I rischi maggiori per l’Europa sono legati alle sfide con le quali si stava già confrontando prima della pandemia e che potrebbero subire le potenziali ricadute dell’impatto inevitabile su vari settori del contrasto al terrorismo, soprattutto in ambiti che prevedono un impegno a lungo termine, come i programmi di prevenzione e de-radicalizzazione, sui quali si è investito in passato ma i cui risultati, contestati o difficili da misurare, potrebbero decretarne un ridimensionamento[14].

Un forzato ripensamento delle strategie potrebbe fornire l’occasione per tenere conto dei limiti già individuati da ricercatori e practitioners; lavorare a un migliore coordinamento degli interventi nel passaggio cruciale fra detenzione e post-release e a una maggiore efficienza del comparto 

Come sostiene Gilles de Kerchove, coordinatore anti-terrorismo dell’UE, “I acknowledge that allocating the same level of resources to CT and CVE post-COVID-19 might be challenging, but I hope that policymakers will recognize that the prevention of terrorism remains crucially important. Given the probable rise in radicalization resulting from the health and socio-economic crisis, prevention and CVE will be even more important than before[15]. Un forzato ripensamento delle varie strategie potrebbe fornire l’occasione per tenere conto dei limiti già individuati da ricercatori e practitioners; per lavorare a un migliore coordinamento degli interventi (ad esempio nel passaggio cruciale fra detenzione e post-release) e a una maggiore efficienza del comparto (anche dal punto di vista della formazione). Un passo che dovrebbe portare anche ad occuparsi dell’annosa condizione critica nelle carceri -generalmente sovraffollate e in carenza di personale sufficiente e preparato-. Uno studio esteso su dieci paesi europei[16] rileva come il 54% dei detenuti che mostra segni di estremismo, si sia radicalizzato dietro le sbarre. La percezione di una restrizione ulteriore dei diritti dovuta alle misure contro il COVID19 potrebbe oggi peggiorare ulteriormente la situazione, mentre il numero dei condannati per reati legati al terrorismo è il più alto degli ultimi 20 anni; contemporaneamente, anche in vista di un possibile, graduale rimpatrio di foreign fighters (inclusa la componente femminile dello Stato Islamico), manca il consenso attorno al regime carcerario più adatto (raggruppamento o dispersione dei radicalizzati e terroristi). Infine in Francia, il piano preannunciato dal Presidente Macron contro il cosiddetto ‘separatismo’ islamista, aprirà un momento decisivo e delicato per ciò che concerne il senso di inclusione -pur nel principio della laicità- dei cittadini di fede islamica. Il documento emanato dalla Commissione Europea sulla strategia di sicurezza dell’Unione per il periodo 2020-2025 sottolinea come la lotta alla radicalizzazione non possa prescindere dalla promozione della coesione a livello locale, nazionale ed europeo.

L’Italia dovrebbe dotarsi di una strategia interna di prevenzione e de-radicalizzazione in società e nelle carceri in modo da poter definire e coordinare azioni, approcci e interventi

Dal punto di vista securitario, l’Italia è stata meno interessata dal terrorismo jihadista rispetto ad altri paesi europei grazie a un meticoloso lavoro di polizia e intelligence maturato (anche) nel contesto della lotta alle mafie e a un severissimo meccanismo di espulsione -possibile in quanto la maggior parte dei simpatizzanti di ideologie islamiste è di altra nazionalità-; da un punto di vista sociale, come sostiene il Prof. Renzo Guolo, per una minor presenza di seconde generazioni di immigrati (cui appartengono in gran parte gli jihadisti homegrown), la mancanza di banlieux problematiche e la presenza di un Islam plurale.[17] Tuttavia, nonostante la dimensione più contenuta del fenomeno, alla luce di un contesto che come detto, è caratterizzato dall’ascesa degli estremismi e da una crescente connessione transnazionale, sarebbe opportuno che il paese, al di là di quelli che sono progetti ed esperimenti virtuosi, si dotasse di una strategia interna di prevenzione e de-radicalizzazione in società e nelle carceri (per gestire anche il ritorno di foreign fighters o militanti dell’ISIS come Alice Brignoli e la presenza in prigione di reclutatori come il Mullah Krekar, recentemente estradato dalla Norvegia[18]) in modo da poter definire e coordinare azioni, approcci e interventi. Le proposte di legge finora presentate alla Camera[19], sono un punto di partenza.

Una mancanza di attenzione o di investimenti oculati in questi settori, insieme all’emergere di una violenza sempre più sganciata dalle ideologie e quindi più difficile da individuare, rappresentano i pericoli maggiori che si stagliano all’orizzonte.

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[1] P. Cruickshank, D. Rassler, A View from the CT Foxhole: A Virtual Roundtable on COVID-19 and

Counterterrorism, CTC Sentinel, Vol.13, Issue 6, June 2020, West Point, p.3 

[2] https://ent.siteintelgroup.com/Jihadist-News/pro-is-italian-translation-group-shares-explosive-making-video-manual-on-tiktok.html

[3] F. Pettinari, Radicalizzazione jihadista: il tempo di attivazione dei radicalizzati, #ReaCT2020, N.1, Anno 1, Edizioni START InSight, Lugano, gennaio 2020, p.23

[4] Site Intel Group, Italian QAnon connects lockdowns to US elections and deep state control, 22 October 2020 https://ent.siteintelgroup.com/Far-Right-/-Far-Left-Threat/italian-qanon-connects-lockdowns-to-us-elections-and-deep-state-control.html

[5] A.J. Al-Tamimi, Islamic State Editorial on the Coronavirus Pandemic, March 19, 2020   http://www.aymennjawad.org/2020/03/islamic-state-editorial-on-the-coronavirus

[6] Espressione utilizzata dai sostenitori e simpatizzanti

[7] “Covid dono di Allah”, così l’italiano che incitava alla Jihad, AdnKronos, 8 luglio 2020

[8] M. Barak, Dawa’ in the Shadow of Covid-19: Al-Qaeda Leadership and the Western Civilians, International Institute for Counter-Terrorism, IDC Herzliya; T. Joscelyn, How Jihadists Are Reacting to the Coronavirus Pandemic, Foundation For Defence of Democracies, April 6, 2020

[9] C. Daymon, M. Criezis, Pandemic Narratives: Pro-Islamic State Media and the Coronavirus, CTC Sentinel, Vol. 13 Issue 6, June 2020, West Point

[10] R. Simcox, Europe and the Fall of the Caliphate, Counter Extremism Group, Report NO. 0002, London, September 2020, p. 1

[11] A cura di C. Bertolotti. Il database non è pubblico. Per informazioni: www.startinsight.eu

[12] Europol, TE-SAT 2020, p.33

[13] Islamic State Editorial on the Coronavirus Pandemic, cit.

[14] R. Pantucci, Key Questions for Counter-Terrorism Post-COVID-19, https://raffaellopantucci.com/2020/04/24/key-questions-for-counter-terrorism-post-covid-19/

[15] R. Pantucci, A View From the CT Foxhole: Gilles de Kerchove, European Union (EU) Counter-Terrorism Coordinator, CTC Sentinel, Vol. 13, Issue 8, June 2020, West Point, p. 14

[16] P. Neumann, R. Basra, Prisons and Terrorism: Extremist Offender Management in 10 European Countries, ICSR, London, 2020

[17] Nessun Luogo è Lontano, Radio24, 19 ottobre 2020

[18] La Repubblica, Terrorismo, estradato in Italia il mullah Krekar, 26 marzo 2020

[19] “Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista” e per l’“Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni di estremismo violento o terroristico e di radicalizzazione di matrice jihadista”

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Analisi di rischio sul cospirazionismo militante

di Andrea Molle

Analisi diffusa in anteprima da ASIS Italy Chapter 

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Il cospirazionismo militante rappresenta sempre più un rischio per la sicurezza. Il motivo principale consiste nella facilità di diffusione nei sistemi politici, unitamente alla tendenza a provocare turbative dell’ordine pubblico e al sempre più evidente consolidamento dei legami con il mondo dei movimenti terroristici dell’estrema destra grazie alla sua struttura organizzativa cell-style.

In America la penetrazione del cospirazionismo militante nella società è ormai data per scontata dagli analisti come elemento sempre più dominante anche dell’agenda politica, grazie anche alla capacità di molti gruppi di fare proseliti tra le forze dell’ordine, i militari e infine direttamente nella classe politica, mentre in Europa è un fenomeno più recente che per adesso non mostra lo stesso grado di penetrazione istituzionale ma che in soli tre anni ha già dimostrato un notevole potenziale di radicalizzazione. Storicamente questo fenomeno, che si distingue dal semplice atto di credere in alcune teorie cospirazioniste, deve gran parte della sua trazione alla nascita del movimento americano della alt-right, preceduto da fenomeni mediatici come InfoWars, lanciato nel 1999 da Alex Jones, e si colloca approssimativamente nel 2009, a partire cioè dalla nascita del Tea Party a seguito dell’ultima Grande Recessione (2007/08). Tuttavia, è con le elezioni presidenziali del 2016 che il cospirazionismo militante, grazie al movimento QAnon e figure di riferimento come Steve Bannon, inizia ad assumere un ruolo di primo piano nella vita sociale e politica mondiale arrivando a un punto che oggi desta serie preoccupazioni a causa delle azioni di molti suoi membri. Il pericolo rappresentato dal cospirazionismo militante si colloca prevalentemente su tre livelli.

Prima di tutto la sua penetrazione politica. Diversi movimenti extraparlamentari e think tank, quelli che da sempre orientano il voto della galassia identitaria e militante verso l’estrema destra, da tempo riprendono e amplificano i messaggi del cospirazionismo militante e in alcuni casi ne sono diretti promotori. Accade dunque che per raccogliere consenso i partiti ufficiali rilancino, anche inavvertitamente, quegli stessi temi, soprattutto sui social media. Quasi sempre ciò avviene in quanto la semplicistica retorica cospirazionista ha un grande successo mediatico e un immediato ritorno di consenso. Tuttavia, nel farlo, i partiti si espongono al rischio di associarsi ad un movimento e una cultura politica estremamente pericolosi e, soprattutto, al rischio di essere infiltrati dai suoi esponenti con conseguente aumento della possibilità che in futuro il policy making venga basato su premesse non fattuali, ma anche un aumento del pericolo di connivenza con potenze ostili che sfruttano il cospirazionismo militante come strumento di politica estera (come ad esempio nel caso del memetic warfare).

In secondo luogo, l’aumento di disordini pubblici. In Nord America, l’aumento di azioni violente associabili al cospirazionismo militante ha portato diverse agenzie Statunitensi e Canadesi ad inserire diversi gruppi nelle liste che raccolgono le organizzazioni criminali e/o terroristiche. Tuttavia, la mancanza di un’organizzazione definita e strutturata, con mandanti identificabili, rende estremamente difficile controllare i militanti cospirazionisti. In molti casi si tratta infatti di individui che aderiscono semplicemente ai contenuti del cospirazionismo e ne sfruttano l’ideologia, ma operano in modo autonomo o tramite loose ties con organizzazioni strutturate. In questo caso il rischio consiste nell’incremento di aggressioni o reati classificabili come hate crimes. In altri, il fenomeno si presenta in modo più strutturato, come nel caso dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio scorso o del prevedibile aumento di disordini durante manifestazioni pubbliche.

Infine, il terrorismo. Diversi analisti considerano come molto elevato il rischio di una radicalizzazione di massa, soprattutto tra le fasce giovani e meno istruite della popolazione, causata dal cospirazionismo militante. Ciò è dovuto al carattere interattivo, molto appagante, dei suoi contenuti cospiratori e ai continui riferimenti alla letteratura di genere fanta-politico che rendono l’esperienza di fruizione di contenuti estremamente avvincente. Per diffondersi, il cospirazionismo sfrutta meccanismi di coinvolgimento tipici dei videogiochi ARG (alternate reality game) creando una comunità simile alle esperienze LARP (live action role-playing game) che permette ai partecipanti di sviluppare la propria militanza attiva. Il suo fascino è di tipo pseudo-religioso in cui il messaggio è strutturato come una teologia in cui predomina la componente escatologica, che si riassume ad esempio nella guerra cosmica contro il deep state. Il controllo esercitato da diversi gruppi cospirazionisti sui loro membri, l’incapsulamento sociale, è così pervasivo da far perdere loro la distinzione tra la realtà e la fantasia. Il fallimento della profezia relativa alla rielezione di Donald Trump alla presidenza americana ha attivato meccanismi di razionalizzazione che fanno inoltre presagire una prossima escalation violenta. L’analisi dei social networks e dei repost evidenzia come il cospirazionismo militante si stia integrando nel mondo del suprematismo bianco e dell’estremismo di destra nel quale alcuni suoi membri hanno una funzione di vero e proprio front. Ovviamente, non è lecito sostenere che tutti i militanti cospirazionisti siano coinvolti con gruppi più o meno violenti di estrema destra, come gli Oath Keepers, i Boogaloo Bois, i Proud Boys e, anche, con organizzazioni terroristiche neonaziste come la Atomwaffen Division. Si tratta di una minoranza, ma per molti è un’evoluzione naturale soprattutto se in cerca di un’esperienza più militante. Inoltre, sono gli stessi movimenti estremisti a usare i networks cospirazionisti per portare nuovi membri alla loro causa pescandoli, ad esempio, tra i fan delusi di QAnon o tra gli espulsi da gruppi sciolti dalle autorità. Questi individui sembrano costituire un bacino di reclutamento ideale dell’estrema destra che potrebbe, con poco sforzo e in breve tempo, incrementare esponenzialmente i propri ranghi con individui facilmente indottrinabili. In questo caso il rischio sembra essere rappresentato da possibili attacchi ad infrastrutture e altri obiettivi sensibili, notoriamente esposti all’azione di singoli individui radicalizzati (lone wolves) che magari operano al loro interno. Non va inoltre dimenticato che spesso questi individui posseggono capacità tecniche e, in alcuni casi, hanno prestato servizio nelle forze armate. Un primo esempio lo si è avuto già pochi giorni fa nello Stato della Florida, dove un’attacco hacker alla rete idrica della città Oldsmar, con l’obiettivo di avvelenarne le acque potabili, è stato fortunatamente sventato.

In conclusione, l’azione deve essere indirizzata prima di tutto a comprendere questo nuovo fenomeno e, in seconda battuta, a contrastare le condizioni in cui si sviluppa. Relativamente al problema politico, è necessario sensibilizzare le direzioni dei partiti sulla necessità di ridurre l’ambiguità del proprio messaggio e impedire ad elementi cospirazionisti di conseguire posizioni di potere all’interno delle loro strutture organizzative. Relativamente ai disordini e alle attività criminali è necessario intervenire sia monitorando i gruppi cospirazionisti militanti, formali e informali, sciogliendoli laddove necessario, che prevedendo percorsi legali consoni volti a disincentivare l’attività criminale. Infine, relativamente al terrorismo, è necessario affrontare il problema del cospirazionismo militante imparando dall’esperienza del radicalismo islamista sia sotto il profilo operativo, degli interventi di contrasto che, soprattutto, nelle attività di prevenzione e de-radicalizzazione.

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Photo by Brendan Beale on Unsplash