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Il nemico nella cabina. Il caso Flydubai e la vulnerabilità indicibile

di Claudio Bertolotti.

Quanto accaduto il 30 settembre 2026 a bordo del volo Flydubai FZ1073, decollato da Dubai e diretto a Tel Aviv, impone una riflessione che va oltre la drammaticità dell’episodio e oltre la sua ancora incerta classificazione come atto terroristico, perché ciò che emerge dalla dinamica dell’evento è, prima ancora della possibile matrice ideologica, l’esistenza di una vulnerabilità strutturale: la minaccia interna, l’insider threat, quando il soggetto potenzialmente ostile è qualcuno al quale il sistema concede accesso, fiducia e capacità operative.

Pur lasciando aperta la questione fondamentale del movente, i dati oggi disponibili consentono di ricostruire con maggiore precisione quanto avvenuto: secondo le autorità israeliane, il copilota del Boeing 737 MAX 8, cittadino omanita, avrebbe aggredito con un coltello il comandante, identificato da fonti indiane come Smit Machchhar, cittadino indiano e comandante Flydubai dal 2022. Stando alla ricostruzione israeliana, il copilota avrebbe tentato di assumere il controllo dell’aeromobile e di provocarne la caduta; la compagnia aerea ha sì confermato che nella cabina di pilotaggio si sia verificata una colluttazione, pur non avendo attribuito pubblicamente un movente all’aggressore.

I dati di volo aggiungono un elemento particolarmente significativo in quanto l’aereo, che viaggiava a oltre 30.000 piedi, avrebbe perso più di 14.000 piedi di quota in circa trenta secondi. Flightradar24 ha poi registrato il codice transponder 7700, indicativo di un’emergenza generale, e successivamente il codice 7500, utilizzato internazionalmente per segnalare un’interferenza illecita a bordo dell’aeromobile; segnale che è poi tornato al 7700 durante la deviazione verso l’Arabia Saudita.

È in quella manciata di secondi che la natura dell’evento pare essere cambiata poiché sposta l’ipotesi di una mera aggressione tra due membri dell’equipaggio a quella in cui la violenza esercitata all’interno della cabina di pilotaggio ha direttamente compromesso la sicurezza dell’aeromobile e di tutti coloro che si trovavano a bordo.

Secondo le testimonianze raccolte da Reuters, il comandante ferito sarebbe riuscito ad aprire la porta della cabina prima di collassare e qui, alcuni passeggeri sarebbero intervenuti riuscendo a neutralizzare il copilota. Un equipaggio Flydubai di riserva presente sull’aereo ha successivamente assunto il controllo del velivolo riportandolo a terra all’aeroporto di Tabuk, in Arabia Saudita. I filmati successivi all’aggressione, sempre secondo Reuters, mostrano entrambi i piloti feriti e insanguinati.

Terrorismo o altro?

Il presunto aggressore, sopravvissuto e arrestato dalle autorità saudite è l’elemento da cui deve partire l’analisi di quanto avvenuto, al fine di comprendere se si sia trattato di terrorismo o di una forma di violenza individuali diversamente motivata. Il movente non è stato reso pubblico dalle autorità saudite e Flydubai non ha confermato l’esistenza di una motivazione politica, religiosa o ideologica.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha però definito quanto accaduto come un attentato terroristico di matrice jihadista jihadista; un’ipotesi sostenuta anche dal primo ministro Benjamin Netanyahu. È possibile, certo, per quanto non vi siano elementi, al momento disponibili da fonti aperte, che possano confermare tale ipotesi, al vaglio delle autorità israeliane.

Ora, la domanda cardine del ragionamento non è se il copilota abbia tentato di provocare la caduta dell’aereo, ma perché avrebbe voluto farlo.

Il fatto che il volo fosse diretto a Tel Aviv, che a bordo vi fossero oltre 170 cittadini israeliani e che l’aggressore fosse un cittadino di un Paese, l’Oman, che non intrattiene relazioni diplomatiche con Israele sono elementi di rilievo in un processo di analisi. E lo sono ancora di più sul piano investigativo; possono sì suggerire una spinta ideologica di matrice jihadista, o antisionista, ma non sono prove concrete in grado di dimostrarlo. Ma nulla può ad oggi essere escluso.

Non abbiamo informazioni che ci possano indicare se l’aggressore fosse in qualche modo legato ad organizzazioni terroristiche o se avesse manifestato posizioni ideologicamente definite o, ancora, se fosse in atto un processo di radicalizzazione. Nulla di nulla: ma non perché non si sia trovato nulla, più semplicemente perché è troppo presto. Nessun messaggio, nessuna rivendicazione; e ricordo che il gruppo Stato islamico rivendica solamente operazioni terroristiche di successo, e questa non lo è stata.

E dunque, essere tentati dall’attribuire prematuramente l’attacco allo Stato Islamico, ad al-Qa’ida o a un più generico jihadismo significherebbe confondere un’ipotesi con un fatto. Non lo esclude, ma non lo conferma.

Quel che è certo è che, al di là delle ipotesi di adesione ideologica, quello a cui abbiamo assistito è un chiaro esempio di insider threat dove il sistema di sicurezza viene aggirato dall’interno. E allora, se l’intenzionalità dell’azione fosse confermata, il dato strategicamente più importante non sarebbe però rappresentato dal coltello utilizzato, bensì dall’identità di chi lo impugnava, perché l’aggressore non era un passeggero che aveva superato illegalmente i controlli aeroportuali. Era il copilota. Ed è proprio questo fatto a far emergere la principale delle vulnerabilità.

Dopo l’11 settembre 2001, gran parte dell’architettura della sicurezza aeronautica occidentale è stata costruita attorno al principio di separazione tra passeggeri e cabina di pilotaggio, con porte rinforzate, procedure di accesso, controlli dei passeggeri, limitazioni al trasporto di oggetti e liquidi, screening sempre più sofisticati, con lo scopo di impedire all’aggressore di raggiungere il centro decisionale e operativo dell’aeromobile.

Nel caso Flydubai la dinamica è inversa in quanto il soggetto ostile era già all’interno della cabina, aveva accesso ai comandi, conosceva il funzionamento dell’aeromobile, le procedure e le vulnerabilità operative, e non aveva bisogno di superare una barriera, poiché quella barriera era alle sue spalle, e lo proteggeva da eventuali azioni esterne tese a neutralizzare la sua azione. E proprio quella barriera fisica, progettata per proteggere il velivolo da un aggressore esterno avrebbe contribuito, almeno nella fase iniziale, a separare l’aggressore da coloro che avrebbero potuto impedirgli di agire.

È proprio questo il paradosso dell’insider threat quando, quanto più elevato è il livello di fiducia attribuito a una funzione, tanto maggiore può essere il danno prodotto nel momento in cui quella fiducia viene tradita. Così il sistema non viene penetrato, ma utilizzato contro se stesso.

E se fosse davvero terrorismo?

In questo caso ci sarebbe una coerenza cristallina con l’evoluzione ormai consolidata della minaccia rappresentata dal terrorismo contemporaneo in cui emerge la progressiva riduzione della complessità tattico-operativa necessaria per produrre conseguenze potenzialmente strategiche. È così da molti anni, è un assunto ormai consolidato che abbiamo posto in evidenza nel corso del tempo attraverso l’annuale rapporto sul radicalismo e il contrasto al terrorismo dell’Osservatorio #ReaCT.

Un attacco a un aereo di linea non richiede necessariamente esplosivi sofisticati, cellule strutturate, infiltrazione di squadre operative o mesi di preparazione quando può essere sufficiente un individuo e, nel caso specifico, un individuo collocato nel luogo giusto, nel momento giusto, con accesso privilegiato a un sistema complesso. Qui si pone il concetto di massimizzazione dell’effetto attraverso la minimizzazione delle risorse; una dinamica che ritroviamo in molte manifestazioni del terrorismo contemporaneo e che ho ricondotto al processo di progressiva individualizzazione della violenza in cui l’organizzazione tende a perdere centralità operativa mentre aumenta la capacità del singolo di trasformare strumenti ordinari, accessi professionali o semplici opportunità in capacità offensive.

Ma ciò non significa che il terrorismo organizzato sia scomparso, significa piuttosto che il rapporto tra organizzazione, ideologia e attore operativo sia diventato più elastico, non più concreto nella maggior parte dei casi. L’organizzazione può sì dirigere un attacco, può favorirlo, può ispirarlo, oppure può non avere alcun rapporto diretto con l’autore, limitandosi a fornire un’idea di appartenenza, un immaginario ideologico all’interno del quale l’individuo legittima autonomamente la propria azione, si riconosce nell’organizzazione (o nell’ideologia) e l’organizzazione stessa lo riconosce come proprio “soldato”, un mujaheddin: un testimonial in altri termini. Ed è precisamente questo rapporto che l’indagine sul copilota dovrà chiarire.

L’obiettivo: Israele?

Perché proprio quel volo? Se fosse dimostrato che il copilota ha scelto deliberatamente il volo FZ1073 perché diretto a Tel Aviv e perché trasportava in prevalenza cittadini israeliani, l’elemento ideologico acquisirebbe un peso completamente diverso in quanto l’obiettivo non sarebbe più semplicemente un aeromobile civile, ma un obiettivo israeliano per destinazione e composizione dei passeggeri. Il fatto che la compagnia aerea sia emiratina sarebbe solamente un elemento secondario. E allora, in questo scenario, l’aereo assumerebbe la doppia funzione di obiettivo materiale e simbolico.

E proprio la dimensione simbolica è essenziale per comprendere e tracciare i confini del terrorismo, in cui il terrorista non colpisce soltanto ciò che vuole distruggere, ma ciò che vuole rappresentare. E proprio l’aviazione civile conserva, venticinque anni dopo l’11 settembre, uno straordinario valore simbolico poiché l’aereo è uno spazio chiuso, incontrollabile per chi viaggia, tecnologicamente complesso e vulnerabile all’azione di pochissimi individui; ed è soprattutto uno strumento capace di trasformare un numero limitato di vittime potenziali in un pubblico globale composto da milioni di spettatori. In questa prospettiva l’attacco diventa strumento di comunicazione e condizionamento psicologico con evidenti ripercussioni in termini di percezione della minaccia, paura, e anche eccesso di reazione.

L’effetto strategico di un attacco fallito: il blocco funzionale

Quando il terrorismo fallisce ottiene comunque un risultato. Qualunque esso sia, gioca a favore del terrore. Il fatto che l’aereo non sia precipitato non significa che l’eventuale attentato, qualora ne fosse confermata la natura terroristica, sia stato completamente inefficace: il successo o il fallimento di un atto terroristico non possono essere misurati soltanto attraverso il numero delle vittime ma è necessario osservare gli effetti prodotti, il cui esito è il “blocco funzionale”, il concetto che ho voluto introdurre nell’ambito dell’analisi del terrorismo e che si conferma sempre più come determinante e forse vero risultato perseguito e ottenuto dal terrorismo. Il blocco funzionale è l’effetto attraverso il quale un’azione terroristica, indipendentemente dal suo successo tattico, determina una riduzione, interruzione o alterazione delle normali funzioni del sistema colpito, imponendo costi, modificazioni comportamentali, nuove misure di sicurezza e una riallocazione delle risorse

L’episodio ha determinato l’attivazione delle procedure di emergenza, il decollo di velivoli militari israeliani, il coinvolgimento delle autorità saudite, l’intervento dei servizi di sicurezza israeliani, una crisi diplomatica e operativa potenzialmente complessa e, soprattutto, una immediata revisione delle procedure di sicurezza. Israele ha già annunciato l’intenzione di rafforzare i controlli sui piloti dei voli diretti verso il Paese. E questo è proprio il blocco funzionale: la capacità di un’azione violenta di imporre modificazioni del comportamento, dei protocolli e dell’allocazione delle risorse anche senza raggiungere pienamente l’obiettivo tattico.

Il terrorismo funziona quando obbliga il sistema colpito a reagire.

Ogni nuovo controllo ha un costo, così come ogni procedura aggiuntiva richiede personale, tempo, infrastrutture e, ancora, ogni percezione di vulnerabilità modifica il comportamento del pubblico. In questo senso, persino un attentato materialmente fallito può produrre un risultato funzionale.

Ma è insito anche un effetto sul fronte opposto, in cui una reazione sproporzionata può amplificare indirettamente gli effetti dell’azione; e una delle sfide della sicurezza contemporanea consiste precisamente nel rafforzare la capacità di prevenzione senza trasformare ogni vulnerabilità in un moltiplicatore permanente della paura.

E qui non possiamo che evidenziare il peso crescente proprio della vulnerabilità cognitiva, che si colloca sul piano informativo e comunicativo. Nelle prime ore successive all’incidente sono circolate interpretazioni molto differenti tra le quali una lite tra piloti, uno russo e l’altro ucraino, un tentato dirottamento, attacco suicida, terrorismo jihadista.

È una dinamica prevedibile quando l’informazione viaggia più velocemente dell’investigazione. E quando l’evento contiene elementi fortemente simbolici quali un aereo, Israele, un aggressore musulmano, l’ipotesi di un tentativo di schianto, il processo attraverso il quale l’opinione pubblica costruisce una spiegazione tende inevitabilmente a precedere quello attraverso il quale gli investigatori raccolgono le prove.

E questa vulnerabilità cognitiva sposta il suo baricentro dal controllo dell’aeromobile a quello della narrazione.

In questa prospettiva, accettare immediatamente la natura dell’aggressore come «terrorista jihadista» prima che ne siano note le motivazioni, è comprensibile sul piano dell’opportunità (opportunismo) politico o emotivo, ma analiticamente rischia di anticipare le conclusioni. Ma attenzione, perchè vale anche il contrario: escludere aprioristicamente il terrorismo sarebbe altrettanto metodologicamente scorretto, prima che un grande errore in termini di prevenzione e contrasto della minaccia terroristica.

La risposta forse sta nella capacità di mantenere separate le tre dimensioni di ciò che sappiamo, di ciò che riteniamo probabile e di ciò che dobbiamo ancora dimostrare.

Ciò che sappiamo è che un copilota ha aggredito violentemente il comandante di un volo diretto a Tel Aviv, che l’aeromobile ha subito una perdita di quota estremamente rapida, che è stato trasmesso il codice previsto per un’interferenza illecita, che l’aggressore è stato neutralizzato, che un equipaggio di riserva ha ripreso il controllo del velivolo e che l’uomo è ora sotto custodia saudita. Ciò che le autorità israeliane sostengono è che l’uomo abbia deliberatamente tentato di far precipitare il velivolo e che possa essersi trattato di terrorismo jihadista: attendiamo la conferma.

La questione non è dunque come sia stato possibile introdurre un coltello in una cabina di pilotaggio, ma e qualcosa di più complesso, ossia come si possa garantire, nel tempo, l’affidabilità di un individuo al quale viene affidato il controllo di un sistema capace, se utilizzato deliberatamente in modo ostile, di trasformarsi in un’arma? Forse è opportuno cominciare a ragionare su questa domanda.


Venticinque anni dopo l’11 settembre: al‑Qaida non ha vinto, ma il jihadismo è diventato globale.

di Claudio Bertolotti.

Momento di bilanci: l’11 settembre e la guerra al terrore sono stati un fallimento? E, se l’Occidente ha fallito, al‑Qaida ha vinto?

Io parlerei di un fallimento strategico parziale, perché occorre distinguere i diversi livelli. Sul piano tattico e operativo, l’Occidente ha ottenuto risultati rilevanti: ha distrutto santuari, eliminato leader, smantellato catene di comando, impedito ad al‑Qaida di replicare un’operazione della portata dell’11 settembre e, successivamente, ha abbattuto il califfato territoriale dello Stato islamico.

Il fallimento è stato politico e strategico. Si è pensato di poter sconfiggere militarmente non soltanto un’organizzazione, ma un fenomeno ideologico e sociale. E si è finito per sovrapporre lotta al terrorismo, cambiamento di regime e costruzione dello Stato. L’Iraq ha creato il vuoto nel quale è cresciuto lo Stato islamico; l’Afghanistan si è concluso con il ritorno al potere dei talebani.

Ma il fallimento dell’Occidente non coincide automaticamente con la vittoria di al‑Qaida. Al‑Qaida non ha rovesciato i regimi arabi, non ha espulso l’Occidente dal mondo musulmano e non ha costruito il califfato universale. Bin Laden ha però ottenuto un risultato indiretto: trascinare gli Stati Uniti in guerre lunghe e costose, polarizzare le società e trasformare il jihad da progetto di un’organizzazione in un fenomeno globale. Al‑Qaida non ha vinto la guerra, ma l’Occidente è entrato, almeno in parte, nella trappola strategica preparata da al‑Qaida.

El Difraoui sostiene che il jihadismo non sia mai stato così diffuso, pur non essendo necessariamente più forte. Sei d’accordo? Qual è il pericolo?

Sì, sono d’accordo, purché non si confonda la diffusione con la forza. Nel 2001 il jihadismo era concentrato in pochi teatri e dipendeva maggiormente da organizzazioni, leader e santuari. Oggi è molto meno centralizzato, ma è presente dall’Afghanistan al Sahel, dal Corno d’Africa allo Yemen, fino alle comunità virtuali e agli individui radicalizzati in Europa.

Il paradosso è evidente anche nei numeri: secondo ReaCT, il nostro rapporto annuale, nel 2025 il 92 per cento delle azioni jihadiste in Europa è stato compiuto da individui e la metà ha avuto carattere emulativo; allo stesso tempo, dal 2022 nessun attentato ha conseguito un vero successo strategico. Il jihadismo è dunque più diffuso, ma non necessariamente più capace.

Ed è proprio questa dispersione a rappresentare il pericolo. Una minaccia diffusa è meno visibile, più resiliente e non ha bisogno di una grande organizzazione centrale. È sufficiente una narrazione globale che un gruppo locale possa adattare alla propria guerra o che un singolo individuo possa trasformare in violenza di prossimità. Non dobbiamo quindi lasciarci rassicurare dall’assenza di grandi attentati coordinati: la minaccia contemporanea è meno spettacolare, ma più ubiqua, frammentata e difficile da anticipare.

.Quale eredità ritroviamo nei gruppi jihadisti contemporanei? Che cosa hanno imparato in questi venticinque anni?

Hanno imparato, anzitutto, che sopravvivere è più importante che controllare un territorio. I grandi campi di addestramento, le gerarchie rigide e le strutture visibili possono essere individuati e distrutti. Una rete clandestina, un sistema di franchising o una costellazione di cellule autonome, invece, può perdere i propri leader e continuare a operare.

Hanno poi imparato a collegare l’ideologia globale alle rivendicazioni locali. Al‑Qaida ha progressivamente affidato il proprio marchio a gruppi radicati nei conflitti africani, mediorientali e asiatici; lo Stato islamico ha perfezionato l’esternalizzazione della violenza, trasformando simpatizzanti e individui radicalizzati in strumenti tattici autonomi.

La terza lezione riguarda il tempo. Le democrazie ragionano sulla durata dei governi e delle missioni militari; i movimenti jihadisti possono attendere anni. Il ritorno dei talebani a Kabul, pur appartenendo a una prospettiva prevalentemente nazionale, è stato utilizzato dalla propaganda jihadista come dimostrazione che la perseveranza può logorare anche una potenza superiore.

Infine, hanno compreso che l’obiettivo dell’attentato non è soltanto uccidere. È provocare una reazione, alimentare paura, polarizzazione e ostilità verso le comunità musulmane, rendendo credibile la narrativa del “noi contro loro”. In sintesi, l’Occidente ha imparato a decapitare le organizzazioni; i jihadisti hanno imparato a sopravvivere alla decapitazione. Ed è questo il lascito più insidioso dei venticinque anni successivi all’11 settembre.



Geopolitica della nota: soft power, trauma acustico e guerra cognitiva

di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

Quando analizziamo le direttrici del potere globale, la nostra attenzione si rivolge quasi istintivamente ai palazzi della politica, agli spiegamenti militari e ai flussi macroeconomici. Esiste tuttavia una sfera dell’influenza strategica più sottile e meno visibile, capace di agire sulla regolazione emotiva, sul sistema nervoso autonomo e sulla disposizione interiore delle collettività: il dominio acustico.

L’apparato uditivo, a differenza di quello visivo, non può essere semplicemente sottratto al mondo esterno attraverso un gesto volontario. Anche quando non ascoltiamo intenzionalmente, restiamo immersi in un ambiente sonoro che ci attraversa, orienta la vigilanza, può modificare il ritmo respiratorio e contribuisce a delineare un orizzonte affettivo. La ricerca sull’esperienza musicale ha mostrato come i suoni organizzati possano indurre risposte emotive attraverso diversi meccanismi: riflessi del tronco encefalico, contagio emotivo, immaginazione visiva, aspettativa musicale, memoria episodica e condizionamento valutativo (Juslin & Västfjäll, 2008).

Dietro la parvenza innocente dell’intrattenimento estetico, il suono opera come uno dei più raffinati strumenti di orientamento delle preferenze comunitarie, collocandosi nel cuore del soft power codificato da Joseph Nye (1990). Questo vettore comunicativo seduce prima di spiegare e genera familiarità psicologica prima di produrre un’adesione razionale. Modellando un paesaggio mentale entro cui un popolo percepisce sé stesso, la musica non impone ordini, ma traduce una matrice culturale in una visione del mondo avvertita come spontanea e desiderabile.

Il suono del “noi”: melodramma, egemonia e mente collettiva

La convergenza tra strutture musicali, senso di appartenenza e proiezione geopolitica non è un fenomeno della contemporaneità digitale. Secoli prima delle moderne strategie di influenza, il teatro lirico italiano ha funzionato come una vera e propria fucina della memoria collettiva, capace di esportare il patrimonio culturale del Paese ben oltre i suoi limiti territoriali.

L’opera ha compreso precocemente che l’egemonia, per sedimentarsi, deve anche farsi suono. Il coro operistico rappresenta in questo senso una figura psichica della coesione del gruppo: dà forma acustica a un “noi”, traducendo sulla scena una mente di gruppo in cui il sentimento del singolo si dissolve nell’affetto comune. È un meccanismo potente, capace di generare solidarietà e riti comuni, ma anche di irrigidirsi in conformismo, pressione sociale e totale abdicazione del pensiero critico individuale.

In Giuseppe Verdi questa dinamica trova il suo paradigma. Il “Va, pensiero” del Nabucco ne è la dimostrazione più nota: è stato spesso letto come una forma sonora di appartenenza collettiva, capace di trasformare perdita e nostalgia in immaginario politico condiviso. Ma è in Aida che questo processo rivela la sua sfaccettatura più interessante. Se la “Marcia trionfale” magnifica il potere faraonico trasformandolo in uno splendore solenne e inevitabile, la sensibilità verdiana lascia emergere i costi psichici latenti del dominio. Dietro la gloria della facciata pubblica coesistono prigionieri, sacrifici e lacerazioni esistenziali.

Nel “Te Deum” della Tosca di Giacomo Puccini, questo chiaroscuro si sposta sul piano religioso: la maestosità della liturgia diventa lo sfondo sonoro entro cui si inscrive la strategia predatoria di Scarpia. La musica si trasforma in uno spazio di ambiguità politica, dove l’elevazione spirituale della massa fa da paravento alla violenza del sopruso sul singolo.

Nella tradizione tedesca, Richard Wagner sposta il baricentro dal coro al tessuto orchestrale attraverso l’impiego sistemico del leitmotiv. Il motivo ricorrente non è un mero espediente formale, bensì una traccia mnestica che orienta associazioni, anticipazioni e riconoscimenti nell’ascoltatore. La percezione viene così guidata all’interno di una narrazione ideologica strutturata attorno a precise tensioni mitologiche e simboliche.

Il suono della Guerra Fredda: jazz, disciplina e desiderio d’Occidente

La forza del melodramma di generare collettività attorno a specifiche visioni del mondo è uscita dai teatri d’opera nel corso del Novecento per integrarsi stabilmente nelle agende di sicurezza e politica estera delle superpotenze. Durante lo scontro bipolare, il palcoscenico è divenuto a tutti gli effetti un’estensione del confronto globale.

Nonostante i contrasti logistici e ideologici con i singoli musicisti – come Duke Ellington e Louis Armstrong –, la jazz diplomacy avviata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel 1956 con Dizzy Gillespie (Castagneto, 2014) si rivelò un’efficace operazione di diplomazia culturale e orientamento simbolico. L’assolo jazzistico si trasformò nella metafora perfetta dell’Occidente: l’espressione di un soggetto libero, in grado di improvvisare dentro una struttura condivisa senza venire assorbito dallo Stato.

A questa flessibilità della narrazione statunitense, l’Unione Sovietica oppose una strategia di prestigio culturale basata sulla monumentalità, sul rigore e sulla superiorità tecnica della musica classica e del balletto del Bol’šoj. L’obiettivo di Mosca era dimostrare l’eccellenza del sistema socialista nel produrre una disciplina collettiva impeccabile, destinata a tradursi in prestigio formale e a contrapporre la solidità della tradizione alla fluidità occidentale.

Un esempio emblematico della capacità del suono di scavalcare i confini fisici e simbolici fu il concerto dei Depeche Mode a Berlino Est nel marzo del 1988. La sensibilità elettronica e malinconica della band britannica generò una perturbazione culturale di natura peculiare: in assenza di proclami ideologici espliciti, quella musica fece percepire la tangibilità di un “altrove” desiderabile. Si tratta di una forma specifica di soft power acustico che potremmo definire “nostalgia anticipata”: la capacità di un suono di agire sull’immaginario evocando come familiare un modello di esistenza non ancora vissuto. Non è la promessa di un manifesto programmatico, ma qualcosa di più sottile e difficile da neutralizzare: l’intima certezza che una vita alternativa appartenga già all’ascoltatore.

Il suono come assedio: droni, trauma acustico e guerra cognitiva

Nelle asimmetrie contemporanee, il dominio acustico esce dalle sale d’opera e dagli spazi della diplomazia culturale per entrare direttamente nelle dinamiche tattiche della guerra cognitiva, fino a configurare una vera e propria militarizzazione del suono. L’impiego massiccio e pervasivo dei sistemi aerei senza pilota nei teatri bellici attuali ha ridefinito in profondità l’orizzonte sensoriale dei combattenti e delle popolazioni civili (Pino & Pettigrew, 2024).

Il ronzio continuo e ad alta frequenza dei droni, storicamente indicato nel conflitto a Gaza con il termine zanzana, compone un paesaggio sonoro permanente, una sorta di assedio acustico in cui il rumore non accompagna soltanto la minaccia, ma diventa esso stesso minaccia (Ahmed & González Paz, 2024). In questo ambiente percettivo alterato, persino l’improvvisa cessazione del suono non coincide con il sollievo. Al contrario, può aprire a un’angoscia più intensa: l’assenza del sibilo elettronico viene interpretata come il segnale che il bersaglio sia stato individuato e che, alla perturbazione acustica, possa seguire di lì a poco l’impatto missilistico.

L’esposizione prolungata a questa minaccia sonora agisce allora come un innesco psicologico profondo. Riattiva forme latenti di ansia anticipatoria, che richiamano lo shell shock della Prima guerra mondiale, e alimenta stati di ipervigilanza cronica, fino a incidere anche sul piano biologico. È il caso di una sorta di alert sleep (Ahmed & González Paz, 2024): un sonno vigile e abitato dalla paura. Dal punto di vista clinico, ciò riflette uno stato di iperattivazione cronica in cui il sistema nervoso resta in sorveglianza, faticando ad accedere alle fasi più profonde e realmente riparative del riposo (Pace-Schott et al., 2015).

Nell’epoca dei conflitti digitali, questa dimensione acustica non resta confinata al campo di battaglia, ma viene scomposta, rilanciata e amplificata dai social network. Come suggerisce il caso ucraino, analizzato attraverso dataset di contenuti TikTok, la rappresentazione della guerra può essere rapidamente riconfigurata in formati brevi, emotivamente densi e facilmente condivisibili (Steel et al., 2023).

I video ripresi dalla visuale soggettiva dei droni, così come quelli dei grandi esacotteri notturni, vengono montati e diffusi online con colonne sonore cupe e minacciose. Non documentano soltanto la guerra: ne amplificano l’effetto psicologico. La loro circolazione porta la minaccia oltre la linea del fronte, alimentando la percezione che anche le retrovie siano esposte e che nessun riparo sia davvero sicuro.

Il digitale si appropria così del suono della guerra e lo trasforma in uno strumento di condizionamento diffuso. L’orrore acustico non resta più confinato al luogo dell’evento, ma diventa un ambiente virtuale e pervasivo, capace di attraversare lo schermo e raggiungere anche chi osserva da lontano.

L’ecosistema digitale come cassa di risonanza: K-pop, canzoni di rivolta e nasheed jihadisti

Il medesimo ecosistema digitale che amplifica e diffonde il trauma acustico della guerra non è però uno spazio monofunzionale. Accanto alle colonne sonore della violenza circolano flussi sonori di tutt’altra natura, ugualmente capaci di attraversare confini, plasmare identità e mobilitare collettività. La differenza non è nel mezzo, ma nell’intenzione e nell’effetto.

Un uso diverso di questa forza si ritrova nella Hallyu, l’onda culturale coreana, e nel K-pop, sostenuti dal governo di Seul come strumenti di diplomazia pubblica e soft power. Attraverso YouTube, X e TikTok, il K-pop ha costruito una connettività globale fondata sui fandom, capace di incidere sull’immaginario giovanile in Occidente e nei mercati emergenti (Zulkifli, 2025). Questa partecipazione diffusa mostra però che lo stesso ambiente digitale può veicolare emozioni molto diverse.

Nel settembre 2022, il brano Baraye del musicista Shervin Hajipour si è diffuso rapidamente nell’ecosistema digitale iraniano. Costruita a partire dai tweet dei cittadini che protestavano dopo la morte della giovane curda Jina Mahsa Amini, la canzone è diventata in quarantotto ore un inno transnazionale delle proteste. Ha mostrato così come testo, memoria personale e ambiente digitale possano raccogliere rivendicazioni diverse – dalla repressione religiosa alle crisi ecologiche ed economiche – in un oggetto sonoro capace di aggirare la censura di Stato e alimentare la memoria collettiva anche dopo l’arresto dell’autore (Olszewska, 2022).

La capacità del suono di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore e di attenuarne la distanza critica trova una delle sue espressioni più estreme nell’uso dei nasheed da parte dello Stato Islamico: inni religiosi a cappella trasformati in strumenti di mobilitazione ideologica. A differenza della propaganda visiva o testuale, i nasheed non cercano di convincere attraverso l’argomentazione, ma agiscono per via ritmica, ripetitiva e mnestica. La guerra, la brutalità, il riscatto dall’umiliazione e la promessa di una gloria terrena e ultraterrena ne costituiscono i nuclei tematici ricorrenti. La loro forza risiede anche nella forma: le strutture ritmiche della poesia araba tradizionale e l’uso della monorima favoriscono la memorizzazione e l’interiorizzazione del messaggio. Attraverso immagini potenti – il sangue, i leoni, il martirio – il nasheed non si limita a comunicare un’idea ma interviene sulla dimensione identitaria profonda dell’ascoltatore. La rete, in questo quadro, non si limita a distribuire contenuti. Diventa una cassa di risonanza psicologica, nella quale il suono, inserito nel flusso multimediale digitale, sostiene una mobilitazione emotiva e ideologica diffusa, decentralizzata e globale (Gråtrud, 2016).

Pur nella loro radicale eterogeneità, K-pop, Baraye e nasheed jihadisti condividono un medesimo meccanismo di fondo: il suono non veicola un contenuto ideologico solo attraverso la persuasione razionale, ma costruisce un ambiente emotivo nel quale una determinata visione del mondo può apparire naturale, desiderabile o necessaria. La trasparenza del processo e la sua direzione etica cambiano profondamente da caso a caso; la struttura psicologica sottostante, tuttavia, rimane riconoscibile.

In ultima analisi, si ritorna alla logica del “Te Deum” di Tosca: il suono non accompagna semplicemente il potere. Lo mette in scena, lo sacralizza e lo rende emotivamente familiare.

Conclusioni

Il punto di caduta decisivo nell’analisi del potere sonoro risiede proprio in questa modificazione preventiva della disposizione affettiva dell’individuo affinché quella specifica conclusione appaia, in un secondo momento, del tutto naturale. Ciò che viene assimilato tramite il canale sensoriale ed emotivo tende a essere interiorizzato, memorizzato e difeso con maggiore vigore.

Eppure il dominio acustico non è esclusivo appannaggio di chi detiene il potere. Nei contesti attraversati dalla guerra, dal trauma collettivo e dalla frammentazione dell’esperienza, cantare, suonare o riconoscersi in una traccia condivisa può diventare un gesto minimo ma decisivo di resistenza alla disgregazione. Questa funzione controegemonica del suono rivela l’ambivalenza profonda del dominio acustico. Lo stesso mezzo impiegato per radicalizzare, anestetizzare o manipolare può diventare, nelle mani di chi resiste, una trama attraverso cui una comunità ferita continua a riconoscersi e a immaginare sopravvivenza.

La linea di demarcazione tra la diplomazia culturale legittima e la manipolazione percettiva risiede nel grado di trasparenza, nell’intenzionalità dell’attore e nello spazio di dissenso e riflessione critica concesso all’ascoltatore.

L’opera lirica ha codificato e reso visibile questa intrinseca ambivalenza prima di ogni altro medium. Una medesima partitura possiede la facoltà di unire ed elevare le coscienze, ma può parimenti esasperare il nazionalismo escludente, anestetizzare la distanza critica del pubblico e rendere esteticamente affascinante ciò che sul piano della realtà oggettiva risulterebbe intollerabile.

Riferimenti bibliografici

Ahmed, K., & González Paz, A. L. (2024, October 17). I hate the night: Life in Gaza amid the incessant sounds of war. The Guardian.

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Quando la fragilità incontra l’ideologia: psicopatologia, radicalizzazione e terrorismo contemporaneo

di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

Oltre la falsa alternativa tra terrorismo e follia

Ogni volta che un episodio di violenza estrema irrompe nello spazio pubblico, emerge quasi automaticamente la stessa domanda: terrorismo o follia individuale? Il dibattito tende a oscillare tra due semplificazioni opposte: da un lato la patologizzazione automatica dell’autore, dall’altro una lettura esclusivamente ideologica, come se il soggetto radicalizzato fosse sempre pienamente razionale e impermeabile alla sofferenza psichica. Entrambe le interpretazioni, se assunte in modo rigido, impediscono una comprensione davvero utile del fenomeno.

Più che un’alternativa secca, il problema riguarda il punto in cui una fragilità individuale incontra una narrazione capace di darle forma, significato e direzione. Il rapporto tra disagio e ideologia non è lineare: la sofferenza psichica può precedere l’adesione radicale, ma trova nell’ideologia una cornice in cui canalizzarsi e assumere un senso. Questo processo – la radicalizzazione violenta – porta l’individuo ad adottare idee che possono condurre al sostegno o alla realizzazione di atti terroristici, un fenomeno la cui espansione è oggi strettamente legata alle dinamiche della rete (Parlamento europeo, 2023). Non si tratta di una diagnosi clinica, ma di un fenomeno dinamico e multifattoriale, che prende forma dentro specifici contesti biografici, relazionali, sociali e digitali.

Negli ultimi anni il tema è tornato con particolare insistenza di fronte a episodi compiuti da soggetti isolati (lone actors), spesso segnati da emarginazione, rancore sociale, esposizione online e riferimenti ideologici disorganici. È proprio questa zona grigia, in cui il disagio individuale si mescola all’immaginario estremista, a rendere più difficile distinguere tra sofferenza psichica e adesione ideologica, valutando il reale rischio di passaggio all’atto. A conferma di questa minaccia composita e ideologicamente diversificata, i dati dell’Europol TE-SAT 2025 segnalano che nel 2024 sono stati registrati nell’Unione europea 58 attacchi terroristici (tra completati, falliti e sventati) in 14 Stati membri. Di questi, 24 sono stati attribuiti al terrorismo jihadista – in aumento rispetto ai 14 dell’anno precedente – che si conferma come la forma di terrorismo più letale con cinque vittime uccise e 18 feriti (Europol, 2025).

Sul piano strettamente clinico, c’è chiarezza su un punto: la maggioranza delle persone con disturbi psichiatrici non commette atti violenti, ed è anzi più spesso vittima che autrice di aggressioni. Allo stesso tempo, molti soggetti coinvolti in attività terroristiche non presentano diagnosi psichiatriche rilevanti. Il disturbo mentale, dunque, non rappresenta una spiegazione sufficiente o un nesso di causalità diretta con la violenza ideologica (Borum, 2011), ma può funzionare come fattore di vulnerabilità, soprattutto quando si combina con umiliazione, isolamento, crisi identitaria e ricerca di appartenenza.

Fragilità psichica e radicalizzazione

I dati scientifici disponibili sul rapporto tra disturbi psichiatrici, radicalizzazione e terrorismo invitano alla massima prudenza. Una revisione sistematica della letteratura (Trimbur et al., 2021) ha rilevato percentuali molto variabili di disturbi psichiatrici nelle popolazioni radicalizzate (tra il 6% e il 41%) e tra i terroristi (tra il 3,4% e il 48,5%), riscontrando una maggiore frequenza nei lone actors rispetto ai soggetti inseriti in gruppi organizzati e strutturati. Gli autori non individuano un’associazione significativa e generalizzabile, sottolineando la scarsa qualità metodologica di molti studi e la necessità di valutazioni standardizzate.

Questo punto è essenziale: non bisogna trasformare il terrorismo in un mero sintomo psichiatrico. Al contempo, però, non si può escludere la dimensione clinica dai percorsi individuali. In determinati casi la fragilità psichica può aumentare la recettività verso narrazioni capaci di dare un nome e un bersaglio al malessere, offrendo un ancoraggio simbolico che riempie il vuoto di senso. Va chiarito che fragilità non significa inevitabilità. La presenza di disagio, trauma o sintomi non conduce automaticamente alla violenza; ciò che fa la differenza è la complessa convergenza tra la vulnerabilità del singolo e l’esposizione a stimoli radicalizzanti.

Il web come ambiente cognitivo e acceleratore identitario

Le piattaforme digitali vanno comprese come veri e propri ambienti cognitivi ed emotivi, spazi nei quali paura, rabbia, risentimento e bisogno di appartenenza vengono amplificati, normalizzati e resi condivisibili. La propaganda contemporanea agisce ben oltre la persuasione razionale: coinvolge l’interiorità del soggetto, polarizza, produce identificazione e orienta il comportamento attraverso l’attivazione di fragilità affettive. In questo senso, il web non genera dal nulla il radicalismo; opera piuttosto per accumulazione ed esposizione ripetuta, accelerando tendenze già presenti, moltiplicando le conferme e riducendo il contatto con prospettive alternative.

Tale evoluzione si inscrive nel vasto scenario della guerra cognitiva contemporanea, in cui il conflitto investe le modalità attraverso cui le persone percepiscono la realtà e costruiscono la propria identità. All’interno di questo ecosistema, i contenuti ad alto impatto emotivo e le teorie del complotto trovano una circolazione privilegiata, contribuendo a creare camere d’eco in cui la complessità si perde e il pensiero radicale può attecchire con più facilità. È dentro queste vulnerabilità che si inseriscono le organizzazioni estremiste. Esse offrono spiegazioni semplici a problemi complessi, trasformano il disagio in militanza e ordinano il mondo secondo una logica dicotomica: noi contro loro, puri contro corrotti, vittime contro persecutori. Questa struttura binaria risulta profondamente seduttiva per soggetti che vivono disorientamento, marginalità o frammentazione interiore. Non si tratta solo di una dottrina a cui aderire, ma di una struttura cognitiva che promette rivalsa e punti di riferimento saldi. Se in passato il pensiero persecutorio poteva rimanere confinato nello spazio individuale, oggi internet consente a convinzioni estreme di trovare conferma continua, comunità di riferimento e legittimazione reciproca.

La centralità dell’ambiente digitale è ormai riconosciuta anche a livello normativo. Il Regolamento europeo sulla diffusione di contenuti terroristici online, applicabile dal 7 giugno 2022, introduce un obbligo stringente di rimozione entro un’ora dall’identificazione dei contenuti (Commissione europea, sd).

Vulnerabilità psicologiche e ricerca di significato

Come evidenziato dalla letteratura scientifica, non esiste un profilo unico del terrorista (Borum, 2011). Entrano tuttavia in gioco specifiche fragilità psicologiche e relazionali capaci di indebolire le difese individuali di fronte alla propaganda: impulsività, rigidità cognitiva, tratti paranoidi, traumi irrisolti e una rabbia cronica che si nutre di un profondo bisogno di riconoscimento.

In tale prospettiva, risulta particolarmente utile il concetto di quest for significance descritto da Arie Kruglanski: il bisogno di sentirsi importanti, riconosciuti e necessari può orientare alcuni individui verso ideologie radicali capaci di promettere una rivalutazione di sé, affiliazione e una missione salvifica (Kruglanski et al., 2014). L’ideologia, allora, non offre soltanto una spiegazione del mondo, ma restituisce al soggetto una posizione nel mondo: alla frammentazione interna oppone coerenza; all’umiliazione o alla vergogna promette riscatto; alla solitudine offre legame; all’impotenza consegna un mandato d’azione, una forma di agency.

A questo si collega un altro concetto decisivo: la need for cognitive closure, cioè il bisogno di ridurre l’ambiguità e chiudere rapidamente il campo delle possibilità interpretative (Webber et al., 2018). Le narrative estremiste rispondono perfettamente a questa urgenza perché azzerano le sfumature della realtà e la riconducono a una certezza morale: il dolore trova un colpevole, l’incertezza una spiegazione definitiva e il disorientamento un bersaglio contro cui indirizzare l’azione. In soggetti già esposti a crisi identitarie o a inclinazioni persecutorie in cui l’ambiente viene percepito come costantemente ostile, questo sistema coerente di conferme risulta estremamente attraente.

Quando l’ideologia prende il posto della regolazione emotiva

Il passaggio più delicato di questo percorso avviene quando l’ideologia smette di essere un semplice insieme di convinzioni e diventa un vero e proprio sistema di regolazione emotiva. In questa fase, la rabbia individuale viene legittimata come giustizia, la vergogna viene idealizzata e trasformata in martirio, la marginalità diventa elezione spirituale o politica e la violenza si presenta come un dovere morale. Il soggetto non agisce più soltanto “in nome di” un’idea: si sente realizzato, autorizzato e protetto da quella stessa visione.

Qui interviene il meccanismo del moral disengagement (disimpegno morale), ovvero la dinamica attraverso cui l’individuo sospende i normali freni etici che impediscono di infliggere danno ad altri. La disumanizzazione del nemico, la minimizzazione del danno, la giustificazione superiore e lo spostamento di responsabilità rendono l’atto violento psicologicamente praticabile e moralmente capovolto (Bandura, 1999). Non si tratta più di una trasgressione, ma di una riorganizzazione interiore che autorizza la violenza.

Nelle traiettorie a più forte impronta individualizzata, subentra infine una forma di identity fusion (fusione dell’identità): il soggetto fonde il proprio Sé con la causa fino a percepire l’attacco al gruppo o alla dottrina come un attacco diretto alla propria persona. Questo rende l’attivazione violenta non solo accettabile, ma vissuta come prova di autenticità, coerenza e fedeltà assoluta (Swann et al., 2014).

Trauma collettivo e mentalità d’assedio

La chiusura identitaria prende forma anche nell’intreccio profondo tra ferite individuali e traumi collettivi non elaborati. Il trauma collettivo, quando resta privo di spazi simbolici e istituzionali di elaborazione, può trasformarsi in una vulnerabilità condivisa: una disposizione emotiva che rende più persuasive le narrazioni di accerchiamento, declino e vendetta. Pandemia, conflitti globali, terrorismo, instabilità geopolitica e crisi economiche hanno alimentato un diffuso senso di precarietà e sfiducia nei contesti democratici.

In questo scenario si diffonde una sorta di mentalità d’assedio: la percezione che il proprio gruppo di riferimento sia costantemente minacciato, umiliato o destinato al declino.  Quando l’angoscia sociale incontra una narrativa estremista, la violenza collettiva viene ridefinita, apparendo come legittima difesa e reazione necessaria a una minaccia. Il singolo smarrisce così la percezione del proprio agire distruttivo, inscrivendolo in un mandato di protezione del gruppo. Là dove il tessuto sociale si frammenta e mancano spazi condivisi per riconoscere ed elaborare la vulnerabilità, l’estremismo offre una risposta disfunzionale ma potente, promettendo protezione e inclusione.

Segnali deboli e prevenzione precoce

A volte si incontra una persona che non appare radicalizzata in senso evidente, ma si mostra progressivamente meno raggiungibile. Il suo linguaggio si restringe e si irrigidisce su posizioni assolute, la sofferenza assume una forma persecutoria, i rapporti si chiudono e la complessità viene respinta. È in questa zona intermedia, prima del consolidamento ideologico, che la prevenzione può ancora utilmente intercettare il percorso di deriva.

Parlare di segnali deboli non significa trasformare la sofferenza psichica in sospetto. Significa riconoscere alcuni indicatori di una progressiva chiusura cognitiva: isolamento crescente e ritiro sociale; schemi di pensiero fortemente polarizzati; fascinazione per la vendetta e fantasie apocalittiche; perdita di flessibilità mentale e di tolleranza dell’ambivalenza; assorbimento totalizzante in circuiti digitali e spazi virtuali autoreferenziali.

Questi elementi non sono indicatori immediati di pericolosità e devono sempre essere interpretati con prudenza, all’interno di una valutazione competente e multidisciplinare. Tuttavia, ignorarli significherebbe perdere la possibilità di intervenire quando il disagio è ancora permeabile al cambiamento, prima che l’architettura identitaria si strutturi in modo definitivo. In definitiva, la radicalizzazione può essere compresa come una patologia della complessità: un processo che disimpara le sfumature della realtà e sottrae all’altro il suo statuto umano.


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Per una clinica della sicurezza cognitiva

Le analisi del Radicalisation Awareness Network (RAN, 2024) confermano che non esiste una causa unica che porti all’estremismo violento. Di conseguenza, le fonti scientifiche e istituzionali convergono sulla necessità di un approccio integrato. Una prevenzione efficace non può limitarsi alla sola rimozione dei contenuti estremisti o alla sorveglianza. Deve saper riconoscere le condizioni psicologiche e sociali che rendono quei contenuti desiderabili per chi li incontra in un momento di crisi.

Serve quindi un lavoro sinergico e strutturato che veda cooperare attivamente salute mentale, scuola, servizi sociali, programmi di deradicalizzazione, monitoraggio online, intelligence e forze dell’ordine, poiché il fenomeno si colloca esattamente all’incrocio tra clinica, cultura digitale e sicurezza.

In un ecosistema in cui le minacce attraversano l’attenzione, la memoria e l’identità, la protezione della società passa dalla capacità di comprendere come le menti vengono orientate. Una clinica della sicurezza cognitiva si propone di formare operatori capaci di leggere, accanto ai messaggi estremisti, i processi psichici che ne sostengono l’efficacia. In questo senso, la prevenzione precoce deve includere: alfabetizzazione emotiva e digitale; educazione alla complessità e al pensiero critico; sostegno strutturato ai legami sociali e interventi sul disagio marginale; costruzione di contesti sani in cui la ricerca di senso e l’esigenza di valore individuale non vengano intercettate soltanto da narrative distruttive.

Conclusione

La radicalizzazione, nei suoi percorsi più complessi, non nasce semplicemente dall’incontro tra un individuo e una dottrina estremista. Nasce quando quella narrazione riesce a intercettare una ferita, a strutturare un vuoto, a trasformare una sofferenza in identità e l’identità in missione. È in questo spazio, fragile e pericoloso, che clinica, prevenzione e sicurezza devono imparare a dialogare in modo permanente. Comprendere questo intreccio significa assumere la responsabilità di intervenire prima che la fragilità venga assorbita dal dogmatismo e la mente assediata trovi nella distruzione l’unica forma possibile di significato.

Bibliografia

Bandura, A. (1999). Moral Disengagement in the Perpetration of Inhumanities. Personality and Social Psychology Review, 3(3), 193-209.

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Trimbur, M., Amad, A., Horn, M., Thomas, P., & Fovet, T. (2021). Are radicalization and terrorism associated with psychiatric disorders? A systematic review. Journal of Psychiatric Research, 141, 214–222.

Webber, D., Babush, M., Schori-Eyal, N., Vazeou-Nieuwenhuis, A., Hettiarachchi, M., Bélanger, J. J., Moyano, M., Trujillo, H. M., Gunaratna, R., Kruglanski, A. W., & Gelfand, M. J. (2018). The road to extremism: Field and experimental evidence that significance loss-induced need for closure fosters radicalization. Journal of Personality and Social Psychology, 114(2), 270–285.


Radicalizzazione 2025: il nuovo volto dell’estremismo in Europa

di Chiara Sulmoni, Presidente e coordinatrice editoriale, START InSight

Adolescenti e radicalizzazione, un coinvolgimento inarrestabile?
Nel Rapporto 2025 sulla sicurezza della Svizzera si legge che “i casi di minori e giovani adulti che si radicalizzano online e sviluppano intenzioni terroristiche continueranno ad aumentare” (1). Il fenomeno dei teenagers coinvolti in varie forme di estremismo violento caratterizza da almeno sei anni l’Europa in maniera diffusa, ma riguarda anche altri paesi come Stati Uniti e Australia. Non solo: in alcune nazioni asiatiche quali Filippine e Corea del Sud, si registra un aumento di ideologie di destra e misogine (2). La radicalizzazione giovanile si manifesta come un’epidemia sociale che attraversa confini, culture e matrici ideologiche.
Nel Michigan e nel New Jersey, nel novembre del 2025, sono stati arrestati diversi adolescenti in contatto fra loro, accusati di pianificare un attacco terroristico in nome dell’ISIS durante il weekend di Halloween (3). Negli stessi giorni a Canberra (Australia), è stato fermato un diciassettenne ritenuto responsabile di aver progettato attacchi ispirati a ideologie razziste ed estremiste: avrebbe scritto in una chat personale che questi piani gli davano uno scopo durante la depressione (4).
Il direttore dell’intelligence australiana in un discorso pronunciato nel febbraio 2025 menziona una casistica preoccupante: minorenni che avrebbero condiviso video di decapitazioni nel cortile della scuola; un dodicenne che avrebbe manifestato l’intenzione di far esplodere un luogo di culto. Oggi l’età media in cui i minori entrano per la prima volta nel radar dei servizi di intelligence australiani è di 15 anni. Ha inoltre sottolineato che, a breve, raggiungerà l’età più esposta alla radicalizzazione una generazione cresciuta interamente online e che, per molti di questi giovani, il mondo digitale costituisce ormai il principale riferimento per la costruzione della propria identità, del senso di appartenenza e della percezione della realtà (5).
Nel Regno Unito, tendenze analoghe sono state osservate con particolare anticipo rispetto ad altri paesi. Limitando l’analisi al periodo compreso tra aprile 2024 e marzo 2025, in Inghilterra e Galles la fascia d’età tra gli 11 e i 15 anni continua a rappresentare il gruppo più frequentemente segnalato per sospetta radicalizzazione (6). Nel 2024 sono state aggiornate le categorie utilizzate per classificare i casi, introducendo anche voci come “fascinazione per la violenza estrema o per gli at-tacchi di massa”, pensate per descrivere situazioni in cui non si riconosce una chiara ideologia sottostante, ma emerge un interesse ossessivo per atti violenti. La maggior parte rientra proprio in questa area grigia, in cui si osserva una vulnerabilità generica alla radicalizzazione. Il fatto che solo un numero limitato di queste segnalazioni venga poi selezionato per un intervento strutturato, induce a pensare che si tratti più di segnali di disagio psicologico/personale che dell’inizio di un vero e proprio percorso verso l’estremismo violento. Tuttavia, il caso di Axel Rudakubana – il diciassettenne che nel 2024 uccise tre bambine in una scuola di danza a Southport (GB) – ha messo in luce i limiti di valutazioni del rischio basate esclusivamente sulla presenza o sull’assenza di un’ideologia. Nonostante fosse stato attenzionato più volte per il suo interesse nei confronti della violenza, non fu preso a carico dal sistema di prevenzione in quanto non emergeva un movente ideologico chiaro; una scelta che, a posteriori, si è dimostrata inadeguata.
Anche nella Repubblica Ceca è emerso come la radicalizzazione dei minori avvenga principalmente online e senza che vi sia necessariamente un’adesione ideologica. La polizia interviene in media 10 volte a settimana a causa delle violenze a scuola (7).


Nell’UE, nel 2024, circa un terzo delle persone arrestate per reati legati al terrorismo aveva meno di 20 anni; in Belgio, un terzo circa dei soggetti che negli ultimi tre anni hanno pianificato attacchi non aveva ancora raggiunto la maggiore età (8); in Italia, nel luglio 2025, la Polizia di Stato ha eseguito ventidue perquisizioni nei confronti di adolescenti tra i 13 e i 17 anni legati a contesti estremisti di diversa matrice (9).
Tra il gennaio e il novembre del 2025, la Francia contava 17 minorenni incriminati per reati collegati al terrorismo, due dei quali avrebbero pianificato attacchi contro la Torre Eiffel e sinagoghe parigine (10); mentre tre giovani donne fra i 18 e i 20 anni sono state fermate con l’accusa di preparare un attentato jihadista nella capitale (11). Di fronte a questa tendenza preoccupante in atto da tempo, a inizio 2025 la Procura nazionale antiterrorismo pensava di istituire una sezione dedicata ai minori, per studiare e prevenire in modo più efficace la radicalizzazione precoce (12).
L’elenco continua: in Germania, nel maggio 2025 sono stati arrestati cinque adolescenti fra i 14 e i 21 anni, accusati di appartenere al gruppo terroristico di estrema destra “Letzte Verteidigungswelle”, che punterebbe a rovesciare il sistema democratico prendendo di mira in particolare strutture di accoglienza per richiedenti l’asilo e rappresentanti politici (13). Per farne parte, serve provare di aver commesso reati ideologicamente motivati, come aggressioni nei confronti di migranti o azioni violente e simboliche (14). Nel paese, l’estremismo di destra sta diventando più presente. Atteggiamenti razzisti e antisemiti, svastiche e saluti nazisti sono in aumento fra i giovani, con insegnanti che segnalano questo clima anche nelle scuole (15); simboli ed estetiche dell’estrema destra vengono assorbiti nei codici della cultura giovanile, contribuendo a una loro progressiva normalizzazione (16). La scena neonazista alimenta questa dinamica anche attraverso l’organizzazione di eventi informali in cui promuove musica suprematista bianca e commercializza merchandising, rendendo così i propri simboli visibili nello spazio pubblico e trasformandoli in strumenti di riconoscimento, identità e appartenenza (17).
Anche la Svizzera è alle prese con gli stessi trend europei. Nella primavera del 2025 è stato sventato un presunto attacco con coltello, di matrice islamista, da parte di un 18enne (18). Nel Canton Vaud, i dati dell’Unità di prevenzione delle radicalizzazioni (UPRAD) indicano che quasi la metà dei casi più difficili riguarda minori (45%), inclusi bambini a partire dai 10 anni (19). Particolarmente significativo è il fatto che, a differenza di quanto si osserva solitamente altrove, le ragazze sono colpite dal fenomeno nella stessa misura dei ragazzi (20). Secondo Serge Terribilini, alla testa dell’UPRAD da gennaio 2026, a preoccupare maggiormente sono oggi “ragazzi di 13-14 anni, con una spiccata propensione alla violenza, per i discorsi omofobi, antisemiti o misogini e con un forte coinvolgimento sui social network e nei videogiochi online” (21). Nel Canton Berna, nel 2024, il servizio di mentoring ha accompagnato 12 persone radicalizzate, di età compresa tra 11 e 20 anni (22). Il Rapporto ReaCT 2024 aveva già riportato come l’allora capo dell’intelligence elvetica avesse osservato che la Svizzera è colpita dal fenomeno jihadista tra i minori in misura persino superiore rispetto ad altri Paesi europei (23); più recentemente, il procuratore generale della Confederazione Stefan Blättler ha affermato che si tratta di un problema di natura sociale (24).
E se lo jihadismo continua a rimanere al centro dell’attenzione, in quanto si tratta della forma più letale di violenza estremista, un’indagine del magazine Republik mette in luce un fenomeno emergente altrettanto allarmante, presente in Svizzera ma anche altrove: quello di bande di adolescenti che si autodefiniscono “cacciatori di pedofili” e, fingendosi minori online, attirano i loro ‘bersagli’ in luoghi isolati per aggredirli, documentando il tutto in video (25). Minori, spesso, lo sono per davvero -nel Canton Ticino nel 2024 è stato fermato un gruppo simile composto da 19 giovani fra i 13 e i 18 anni (26). Ma un ulteriore aspetto, altrettanto inquietante emerso dall’inchiesta giornalistica è che nel contesto di queste aggregazioni si possono riscontrare atteggiamenti, simboli, linguaggi e figure di riferimento riconducibili all’estrema destra, retoriche d’odio, una logica di giusti-zia fai-da-te e talvolta un intento puramente criminale. Questa commistione, secondo gli esperti, rappresenta un rischio significativo sia sotto il profilo della sicurezza pubblica, sia per possibili percorsi di radicalizzazione giovanile.

Convergenze pericolose fra criminalità ed estremismi
I rischi appena evidenziati si inseriscono in una dinamica più ampia: negli ultimi anni, l’intreccio tra criminalità ed estremismo si è rafforzato, parallelamente a un aumento dello sfruttamento di giovani e minorenni. A destare particolare preoccupazione c’è il famigerato ‘764’, un network internazionale -che rientra in quelle che Europol definisce comunità settarie digitali- presente su piattaforme di gioco e social media come Telegram, Discord, Roblox e suddiviso in innumerevoli cellule decentralizzate, i cui adepti condividono però la stessa ‘devianza’ e lo stesso modus operandi: manipolano individui giovani e vulnerabili attraverso pressioni psicologiche, minacce e stalking online, spingendoli a riprendersi in atteggiamenti sessualmente espliciti e umilianti. Questo materiale diventa uno strumento di ricatto: sotto la minaccia della sua diffusione, le vittime vengono progressivamente costrette a comportamenti sempre più estremi verso sé stesse o verso gli altri, che includono auto-mutilazioni e tentativi di suicidio. Nella spirale sono rimasti intrappolati anche bambini di nove anni (27). Nato dalla mente di un 15enne texano ma ormai diffuso ad ogni latitudine, le autorità statunitensi definiscono 764 un gruppo “nichilista” con tratti accelerazionisti, che non persegue un’ideologia politica coerente, ma mira a generare caos, sofferenza e distruzione come forma di dominio, a cui unisce riferimenti e simbologia satanica e apocalittica. Al suo interno, immagini e video cruenti vengono scambiati come “valuta” per ottenere influenza. In questo contesto, la violenza diventa parte di una dinamica di potere e sopraffazione, esercitata spesso dagli stessi adolescenti. Nel suo Rapporto 2025, Europol segnala la crescente presenza di elementi dell’estrema destra in queste comunità occultiste violente.
In Italia a inizio 2025, un quindicenne è stato fermato dalla Sezione Antiterrorismo della questura di Bolzano con l’accusa di essere affiliato al network e di avere l’intenzione di uccidere un senzatetto o un disabile con lo scopo di diffondere il video online (28). Un altro giovane di 21 anni arrestato a novembre 2025 negli Stati Uniti, secondo gli inquirenti, oltre a ricattare adolescenti, avrebbe pensato di portare avanti attacchi jihadisti e deteneva libri sulla fabbricazione di bombe (29).
L’Institute for Strategic Dialogue (ISD) ha potuto osservare chat su Telegram che raggiungono anche 15.000 utenti alla volta (30), mentre l’FBI nel novembre 2025 registrava almeno 350 inchieste attive (31) legate a questi contesti. Il 30 ottobre 2025, l’agenzia americana ha incriminato per terrorismo un giovane attivo nel gruppo fin da teenager che, fra le altre cose, ha pubblicato una guida online su come identificare, adescare e ricattare minori vulnerabili e con problemi di salute mentale (32).
Per la complessità delle sue dinamiche e per la fusione tra abuso, manipolazione psicologica e riferimenti pseudo-ideologici, 764 è oggi considerato una minaccia emergente all’intersezione tra criminalità online ed estremismo giovanile, contraddistinta dalla centralità e glorificazione della violenza (33).
Anche altri circuiti transnazionali puntano al coinvolgimento di adolescenti, per spingerli a commettere reati gravi, fra cui aggressioni e delitti (34). Si tratta di organizzazioni criminali che hanno dato origine a un fenomeno noto come violence as a service, in cui esternalizzano l’esecuzione di attività illecite e atti violenti a minorenni, fornendo loro compensi economici, istruzioni operative e supporto logistico. I ‘reclutatori’ adescano gli ‘esecutori’ su social network, piattaforme di gioco e servizi di messaggistica criptata sfruttando linguaggi e dinamiche tipiche della cultura digitale giovanile e presentando gli atti violenti come fossero delle missioni da portare a termine, sfide o livelli da superare, simili a quelli, appunto, dei videogio-chi. Questo meccanismo, noto come gamification, attenua la percezione dei rischi reali. Di conseguenza, molti adolescenti finiscono per essere coinvolti in crimini organizzati senza coglierne le conseguenze concrete e irreversibili. Se da un lato le reti criminali cercano deliberatamente di arruolare minorenni, perché più facilmente influenzabili e perché il loro coinvolgimento riduce l’esposizione dell’organizzazione a conseguenze penali, dall’altro esiste una significativa disponibilità da parte di questi giovani a farsi coinvolgere, sedotti dalla prospettiva di guadagni rapidi, visibilità e potere – una prospettiva che, sebbene illusoria, esercita un forte richiamo su chi cerca identità e gratificazione immediata. Queste dinamiche non sono marginali né episodiche. Dati forniti a Europol rivelano che la presenza di minorenni si estende ormai a più del 70% degli ambiti criminali (35) mentre, prima della sua chiusura, un canale Telegram finalizzato al reclutamento di sicari sotto la maggiore età raccoglieva circa 11.000 utenti (36).
In tutti questi contesti, la violenza viene progressivamente normalizzata all’interno di ambienti digitali quotidiani, favorendo la nascita di forme di radicalizzazione non strutturate. A tale processo contribuisce in modo significativo l’esposizione a contenuti cosiddetti “gore”, cruenti e grafici, che includono immagini e video di atti terroristici, torture e uccisioni, scene di guerra e abusi, in particolare contro le donne. Si tratta di materiale spesso accessibile anche in assenza di una ricerca intenzionale, grazie a meccanismi di viralità e sistemi di raccomandazione algoritmica, e che può circolare sia su piattaforme dedicate sia su servizi mainstream, comparendo nei feed o venendo condiviso all’interno di gruppi privati. Per dare un’idea delle proporzioni del fenomeno, un’analisi condotta da Human Digital su 24 siti di questo genere ha rilevato che a livello globale, tra aprile 2023 e marzo 2024, la media delle visite mensili è aumentata del 28,5%, passando da 29,5 milioni a 37,9 milioni37. In Australia, una ricerca promossa dall’autorità per la sicurezza digitale (e-security) indica che il 22% dei ragazzi di età compresa tra i 10 e i 17 anni è stato esposto online a scene di violenza reale. Pur sottolineando la necessità di ulteriori studi scientifici per chiarire gli effetti a lungo termine dell’esposizione ripetuta a questi contenuti e il loro eventuale legame con comportamenti violenti, la letteratura esistente mostra che possono avere un impatto significativo sul benessere psicologico di bambini e adolescenti. Tra le possibili conseguenze figurano ansia, processi di assuefazione o desensibilizzazione, condotte di evitamento (38); inoltre, l’interiorizzazione di questi materiali può favorire lo sviluppo di una fissazione per la violenza: un fattore oggi riconosciuto come rilevante nei percorsi di radicalizzazione giovanile. Alcuni autori di attacchi o sparatorie di massa nelle scuole sono risultati consumatori di ‘gore’. Europol osserva fra l’altro che l’interesse degli adolescenti verso questo tipo di azione -le stragi scolastiche- è in aumento.
Uno degli aspetti più critici e delicati nello studio e nella comprensione di queste dinamiche consiste nel dover riconoscere che, pur provenendo spesso da contesti di fragilità psicologica, sociale o familiare che li rendono vulnerabili e, in molti casi, vittime di manipolazione o sfruttamento, i giovani possono anche assumere il ruolo di esecutori attivi e consapevoli di atti violenti. Questa compresenza di vulnerabilità e iniziativa personale impone di superare letture semplicistiche del fenomeno, che tendono a riconoscere negli adolescenti coinvolti come dei semplici soggetti passivi o strumentalizzati.

Comprendere l’epidemia di violenza estrema nell’epoca degli attori solitari

Benessere e salute mentale: la nuova sfida per la prevenzione della radicalizzazione
Secondo Europol, l’intreccio tra isolamento sociale, disagio psicologico e uso intensivo delle tecnologie digitali costituisce oggi uno dei terreni più fertili per la radicalizzazione precoce (39). In questo contesto, la salute mentale non è un tema secondario: condizioni come ansia, depressione, solitudine, senso di inutilità o esperienze traumatiche possono rendere alcuni giovani più ricettivi a narrazioni polarizzanti che offrono risposte semplici e immediate a bisogni profondi, come la voglia di rivalsa, il desiderio di potere e riconoscimento, lo sfogo dalle frustrazioni personali.
Come osserva Clare Allely in The Psychology of Extreme Violence, “la violenza nasce spesso dal tentativo dell’individuo di recuperare un senso di valore o significato personale perduto o minacciato” (4). Le forme di radicalizzazione rapide e violente con cui ci confrontiamo oggi, non sono solo una questione di ideologia, ma un meccanismo di compensazione.
Ricerche e dati statistici emergenti segnalano, inoltre, una presenza di condizioni neurodivergenti, come i disturbi dello spettro autistico, in contesti specifici di radicalizzazione (fra gli attori solitari, nei casi di auto-radicalizzazione online). Tali condizioni non rappresentano un fattore di rischio diretto né causale per l’estremismo; tuttavia, in situazioni di vulnerabilità, alcuni tratti caratteristici – come le difficoltà nell’interpretare norme sociali implicite o le emozioni altrui, il pensiero rigido/categorico e il bisogno di chiarezza e struttura – possono aumentare l’attrattiva esercitata da gruppi e ambienti virtuali dove vigono regole chiare e precise, confini netti, identità definite, linguaggio semplice e un senso di appartenenza immediato.
Per questo, si parla da tempo della necessità di un approccio di salute pubblica alla prevenzione della radicalizzazione, che integri le misure di sicurezza con interventi mirati al benessere mentale, al sostegno alle persone più fragili e al rafforzamento della capacità, da parte della società, di proteggere i propri membri, in particolare i più giovani.
In concreto, questo vuol dire tessere una rete elastica e duratura con chi già lavora sul territorio: psicologi, operatori sociali, educatori, scuola, famiglie e associazioni che seguono i ragazzi nel quotidiano. Rafforzare i legami di prossimità e il coordinamento tra questi attori permette di individuare per tempo le situazioni di disagio e di intervenire quando c’è ancora spazio per accompagnare, sostenere e orientare i giovani vulnerabili prima che scivolino verso percorsi estremi. Affinché il meccanismo funzioni serve una base comune: conoscenza aggiornata dei fenomeni, dei segnali precoci e dei fattori protettivi; formazione continua; linguaggio condiviso e dialogo. Senza questi elementi, la cooperazione resta frammentata e l’efficacia cala.
Questo approccio richiede anche la promozione di una cultura che riconosca il disagio giovanile come una responsabilità collettiva, e non come un problema indi-viduale, delegato a singoli servizi.

L’ecosistema digitale come laboratorio identitario
L’estremismo contemporaneo tende sempre più a configurarsi come un fenomeno “autonomo ed emancipato” (41), svincolato da leadership gerarchiche, da strutture organizzative tradizionali e da una propaganda centralizzata. Le narrazioni estremiste — intese come insiemi di interpretazioni che definiscono il mondo, individuano nemici e vittime e attribuiscono agli individui un ruolo eroico, una missione salvifica o una forma di appartenenza esclusiva— circolano oggi in modo orizzontale all’interno degli ecosistemi digitali, grazie alla partecipazione attiva di una pluralità di utenti ordinari. Questi contribuiscono, spesso in modo informale e non coordinato, alla produzione, diffusione e progressiva normalizzazione di idee e atteggiamenti riconducibili a visioni polarizzanti, implicitamente o esplicitamente antidemocratiche e violente. L’efficacia di tali narrazioni risiede nella loro capacità di agire sul piano identitario, intercettando bisogni individuali profondi e offrendo a soggetti vulnerabili, in crisi, in transizione, marginalizzati o predisposti, un senso di potere e di azione che spesso la vita reale non è in grado di soddisfare.
Questa dinamica di compartecipazione e amplificazione collettiva è favorita sia dagli algoritmi delle piattaforme digitali — che tendono a privilegiare contenuti emotivamente intensi, controversi e capaci di generare elevati livelli di interazione — sia dalla presenza di sottoculture digitali fluide: comunità virtuali i cui membri condividono interessi comuni, ma anche codici estetici, linguaggi e modelli comportamentali. Particolarmente diffuse su piattaforme frequentate da adolescenti e giovani adulti, come TikTok, Instagram, Discord, Telegram, Reddit o 4chan, tali comunità nascono spesso attorno a tematiche apparentemente ordinarie — fitness, auto-aiuto, relazioni sentimentali, stili di vita, format dedicati all’arricchimento personale — e non sono dichiaratamente estremiste. Tuttavia, attraverso i meccanismi di raccomandazione algoritmica, l’interazione tra gli utenti e le contaminazioni tra ambienti affini, esse possono innescare processi graduali di radicalizzazione sul piano cognitivo e discorsivo, senza necessariamente tradursi in forme di mobilitazione o di azione concreta. Analizzando il caso di un quattordicenne singaporeano che, nell’arco di meno di un anno, ha sviluppato forme di auto-radicalizzazione attraverso ambienti digitali eterogenei — spaziando dal jihadismo a contenuti riconducibili all’estrema destra, alla subcultura incel, alla misoginia, all’antisemitismo — le ricercatrici Yasmine Wong e Antara Chakraborthy spiegano come molte comunità online apparentemente distinte siano in realtà porose e interconnesse. Tale interconnessione deriva dalla convergenza di temi narrativi, cornici emotive e meccanismi algoritmici che facilitano il passaggio tra contenuti differenti. Questa contiguità favorisce il funzionamento di tali ambienti come spazi comunicanti, in cui l’esposizione a un determinato ambito aumenta la ricettività verso narrazioni estremiste provenienti da contesti paralleli. Ne risulta una moltiplicazione e diversificazione delle traiettorie di accesso all’estremismo, che tendono a svilupparsi al di fuori dei tradizionali canali di socializzazione politica (42).
Esempi ricorrenti di comunità digitali che possono radicalizzarsi includono le tipologie che promuovono modelli di mascolinità dominante (alpha male), che evol-vono verso forme di misoginia radicale; le trad wives (mogli tradizionali), le cui narrazioni incentrate sull’idealizzazione dell’ambiente domestico e del ruolo della donna nella famiglia possono spostarsi verso posizioni sempre più conservatrici, antifemministe o suprematiste; e in modo emergente, perfino alcune nicchie di true crime, in cui la ricerca di risoluzioni ai casi di cronaca criminale può portare alla spettacolarizzazione della violenza e all’idolatria degli autori.
La fluidità di queste sottoculture risiede nell’assenza di confini ideologici rigidi: simboli e linguaggi si contaminano, si ricombinano e migrano rapidamente da una piattaforma all’altra.

TikTok e la radicalizzazione come esperienza emotiva
All’interno di questo universo, TikTok rappresenta un caso emblematico. Sulla piattaforma circolano contenuti politici, religiosi, identitari, ma anche motivazionali o survivalisti, spesso percepiti come innocui o anche positivi. Non sempre questi messaggi invitano apertamente alla violenza; più frequentemente richiamano temi di forza, autodifesa, dignità, tradizione, veicolando una rappresentazione del mondo esterno come intrinsecamente ostile. Video incentrati su resilienza, crescita personale, mindset vincente, orgoglio, valori o speranza di riscatto si presentano come forme di ispirazione genuina, facendo leva su insicurezze reali — anche di natura fisica — per instaurare un legame immediato.
La caratteristica centrale di questi contenuti è la capacità di agire prevalentemente sul piano emotivo, più che di stimolare una riflessione razionale. Format brevi e virali, estetica curata, musica coinvolgente — come i nasheed (canti devozionali) nel contesto islamico o hit remixate in contesti extra-religiosi — e iconografia creativa potenziata dall’intelligenza artificiale generano un’attrazione immediata. Prima della piena comprensione, può instaurarsi un processo di identificazione: chi guarda si sente galvanizzato, senza interrogarsi sul significato più profondo dei messaggi veicolati.
Simboli, emoji, colori, gesti e posture funzionano come segnali di appartenenza difficilmente decifrabili per gli adulti, ma immediatamente riconoscibili per i più giovani. L’ideologia, in molti casi, passa senza essere nominata: viene comunicata attraverso allusioni, ironia o ambiguità. La violenza è presente, ma spesso in forma simbolica, così da non allarmare la piattaforma.
Questi materiali non mirano primariamente a reclutare individui pronti all’azione violenta, ma possono portare a una normalizzazione/accettazione graduale delle narrazioni radicali, rendendole familiari, condivisibili “per gioco” o perché presentate in modo ‘cool’. Le intenzioni serie e i piani operativi veri e propri non nascono solitamente sui social mainstream: emergono e si consolidano in gruppi privati e su piattaforme criptate.
Sebbene espressioni come “TikTok jihad” e il fenomeno della radicalizzazione accelerata sui social media riflettano preoccupazioni reali, le piattaforme digitali non agiscono come agenti ideologici autonomi. In quanto strumenti progettati per massimizzare l’engagement, abbassano la soglia di accesso a contenuti emotivamente intensi e amplificano dinamiche di imitazione e viralità. Gli adolescenti, a loro volta, non sono meri destinatari passivi: attraverso interazioni spesso inconsapevoli contribuiscono alla configurazione della propria bolla algoritmica, senza disporre degli strumenti necessari per comprenderne il funzionamento. È proprio questa opacità a costituire il principale fattore di rischio: contenuti che si presentano come positivi o motivazionali attirano l’utente sul piano emotivo, introducendo gradualmente visioni del mondo fondate su contrapposizione e ostilità. In questo senso, TikTok favorisce forme di radicalizzazione basate sull’assorbimento emotivo più che sul confronto critico.

Violenza simbolica, imitazione e attori solitari
Le piattaforme digitali diventano così spazi di socializzazione alternativa, nei quali la radicalizzazione si sviluppa meno su basi ideologiche consolidate e più attraverso interazioni online, dinamiche imitative e partecipazione a comunità ibride.
Come osserva il ricercatore Kevin McDonald, “le ideologie cedono il posto agli immaginari” e la radicalizzazione si configura sempre più come un’immersione in una narrazione online a più mani, simile a un gioco o a una cospirazione collettiva, dove contano estetizzazione della violenza e messa in scena” (43). Quasi come un grande palcoscenico accessibile a tutti.
In questo quadro, l’ideologia non scompare, ma si trasforma in una cornice che permette ai giovani di dare senso alla propria esperienza. Fragilità personali e disagi
psicosociali — isolamento, rifiuto, discriminazione, percezione di ingiustizia, mancanza di riconoscimento o realizzazione personale e anche situazioni di burnout (44) — rendono alcuni particolarmente suscettibili a narrazioni semplificate.
All’interno di tali contesti, la violenza assume un valore simbolico: da espressione di frustrazione individuale si trasforma in risorsa narrativa attraverso cui costruire identità, status e ruolo sociale, rendendo chi la compie potenziale fonte di identificazione e, in alcuni casi, di ispirazione o venerazione.
Emblematico è il caso di Luigi Mangione, il giovane che nel 2024 uccise a New York un dirigente della compagnia assicurativa sanitaria United Healthcare e che una (esigua) parte della Generazione Z americana, ha trasformato in un’icona pop/folk ribattezzata “San Luigi”. La violenza viene qui reinterpretata come atto di giustizia alternativa e come risposta alla frustrazione collettiva e alla perdita di fiducia nelle istituzioni.
Come scrive il ricercatore John Richardson, autore di Luigi: The Making and Meaning: “Cercare di individuare il movente di Luigi è fuorviante. Ciò che conta è la sua elusività. Per un numero crescente di giovani che vibrano di ansie esistenziali, è diventato uno schermo su cui proiettano le proprie paure e i propri sogni” (45).
È da casi simili che emerge come la violenza tenda a svolgere una funzione un tempo propria dell’ideologia: non tanto orientare l’azione collettiva, quanto produrre significato condiviso all’interno di comunità frammentate ma interconnesse. In questo quadro, l’ideologia assume una funzione prevalentemente individuale, di razionalizzazione e legittimazione dell’atto, mentre la violenza, attraverso la sua circolazione mediatica, opera come dispositivo collettivo di produzione di senso.
Anche l’arresto, nel 2025, di due adolescenti britannici sospettati di voler emulare (separatamente) l’attacco di Axel Rudakubana (46), mostra come la violenza possa diffondersi oggi lungo una di queste traiettorie emulative, trasformandosi rapidamente in modello replicabile.

Conclusione
Oggi la radicalizzazione giovanile non è solo una questione ideologica, ma il segnale di una crisi più ampia che attraversa la vita di molti ragazzi. L’estremismo contemporaneo non si presenta più in forme nette e riconoscibili, ma si articola in un insieme frammentato di esperienze, emozioni e identità, alimentato da solitudine, sfiducia nelle istituzioni, percezione di un futuro bloccato e da un mondo virtuale che diventa sempre più centrale come spazio di riferimento.
In questo contesto, l’ideologia non scompare, ma perde la funzione di progetto collettivo strutturato e assume il ruolo di cornice capace di offrire un significato personale immediato. I percorsi di radicalizzazione tendono così a essere più individuali e personalizzati: la dimensione collettiva resta, ma spesso rappresenta il punto di arrivo — e non di partenza — di traiettorie che nascono da vissuti di marginalità, frustrazione o ricerca di riconoscimento. All’interno di specifici ecosistemi digitali, la violenza può trasformarsi in una risorsa simbolica per la costruzione di identità, status e appartenenza, acquisendo un valore che va oltre l’atto in sé.
In questo laboratorio identitario digitale, la prevenzione non può limitarsi al controllo dei contenuti, ma deve intervenire sulle condizioni che rendono queste narrazioni attraenti, intercettando i bisogni profondi che esse sfruttano.

Implicazioni per la prevenzione e il dibattito pubblico

  1. Legislatori / policy maker
    – Le leggi solo repressive o limitate alla rimozione di contenuti sono insufficienti: non affrontano le radici emotive e identitarie della radicalizzazione contemporanea.
    – La radicalizzazione è un processo complesso; spesso inizia prima che emerga un’ideologia strutturata o che si commetta un reato. Non basta chiedersi ‘quali idee professa questa persona?’: bisogna osservare il rapporto con la violenza — simbolica, estetizzata o performativa — spesso visibile nei segnali trapelati online o in comportamenti precoci.
    – I criteri di rischio vanno ripensati in chiave multidimensionale: includere vulnerabilità emotive, fascinazione per la violenza e ossessione per figure “giustizialiste” o mitizzate, non solo adesione ideologica esplicita.
    – Servono politiche integrate e non settoriali: combinare salute mentale, scuola, comunità locali, regolazione delle piattaforme e sicurezza, privilegiando interventi precoci prima che emergano reati.
    – La prevenzione efficace avviene prima della soglia penale: investire in percorsi di supporto tempestivi evita escalation e alleggerisce il carico sul sistema giudiziario.
    Promemoria pratico:
    Leggi e repressione non bastano: investire in prevenzione precoce, supporto psicosociale e politiche integrate aumenta l’efficacia complessiva.
  2. Chi si occupa di prevenzione (educatori, operatori sociali, scuola, associazioni giovanili)
    – Non aspettare l’adesione ideologica esplicita: molti percorsi iniziano da segnali emotivi o simbolici, prima che emerga una convinzione ideologica.
    – Osservare segnali deboli e ambigui: fascinazione per la violenza, estetizzazione dei gesti violenti, ironia ambigua, simboli condivisi in subculture digitali (meme, reel, challenge).
    -Prestare attenzione ai contenuti “motivazionali”: narrazioni apparentemente positive o di empowerment possono costruire mondi ostili e dicotomici (“vittimismo → vendetta”, “ingiustizia → contrapposi-zione”).
    – Intervenire precocemente su vulnerabilità emotive e bisogno di riconoscimento: rafforzare resilienza affettiva, senso di appartenenza positiva e capacità critica prima che la violenza diventi “risorsa narrativa”.
    – Fare distinzione tra violenza giovanile e radicalizzazione violenta: i percorsi possono intrecciarsi, ma hanno cause, dinamiche e soluzioni diverse; non tutti i ragazzi attratti dalla violenza sono radicalizzati.
    Promemoria pratico:
    Riconoscere segnali pre-ideologici e agire precocemente riduce il rischio di escalation e previene la trasformazione della violenza in identità condivisa.
  3. I media e il dibattito pubblico
    – Evitare letture moralistiche → Non ridurre tutto a “mostri”, “devianze” o “mele marce”: semplifica e oscura le dinamiche sociali ed emotive.
    – Evitare il panico tecnologico → Le piattaforme non “creano terroristi”, ma amplificano vulnerabilità già presenti; il focus deve essere sulle condizioni che rendono attraenti le narrazioni violente.
    – Spostare la domanda centrale → Non solo “da dove viene l’odio?”, ma “perché queste narrazioni funzionano così bene oggi?”: indagare il vuoto esistenziale, la ricerca di senso e il ruolo degli algoritmi.
    – Responsabilità narrativa → Il modo in cui la violenza viene raccontata può mitizzarla, renderla imitabile o trasformarla in simbolo.
    Promemoria pratico:
    Ogni racconto pubblico può rafforzare o indebolire il valore simbolico della violenza: scegliere parole, immagini e cornici con consapevolezza aiuta a prevenire emulazione e normalizzazione.

Note:

  1. https://www.vbs.admin.ch/it/sic-sicurezza-della-svizzera-2025
  2. https://thesoufancenter.org/intelbrief-2025-september-9/
  3. https://abcnews.go.com/US/new-jersey-teens-arrested-halloween-terror-plot-michigan/story?id=127177705
  4. https://www.abc.net.au/news/2025-11-06/act-teen-behind-bars-over-detailed-plans-for-public-attacks/105980252
  5. https://www.intelligence.gov.au/news/asio-annual-threat-assessment-2025#:~:text=Fewer%20than%2017%25%20of%20the,backs%20on%20violence%20and%20extremism
  6. https://www.gov.uk/government/statistics/individuals-referred-to-prevent-to-march-2025/individuals-referred-to-and-supported-through-the-prevent-programme-april-2024-to-march-2025
  7. https://francais.radio.cz/la-radicalisation-des-mineurs-au-coeur-des-preoccupations-des-autorites-tcheques-8852486
  8. https://www.rtbf.be/article/belgique-un-tiers-de-mineurs-parmi-les-personnes-planifiant-des-attentats-selon-l-ocam-11560513
  9. https://questure.poliziadistato.it/it/Catanzaro/articolo/1807688b55adedfc4796152845
  10. https://fr.euronews.com/2025/08/27/deux-adolescents-mis-en-examen-pour-des-projets-dattentats-contre-la-tour-eiffel-et-des-sy
  11. https://www.lemonde.fr/societe/article/2025/11/08/trois-femmes-suspectees-d-avoir-prepare-un-projet-d-attentat-djihadiste-ecrouees_6652719_3224.html
  12. https://fr.euronews.com/2025/08/27/deux-adolescents-mis-en-examen-pour-des-projets-dattentats-contre-la-tour-eiffel-et-des-sy
  13. https://www.hessenschau.de/panorama/letzte-verteidigungswelle-jugendliche-terrorverdaechtige-angeklagt-v1,anklage-terror-100.html
  14. https://www.tagesschau.de/investigativ/ndr/letzte-verteidigungswelle-anklage-100.html
  15. https://www.euronews.com/2023/07/25/teachers-who-made-desperate-plea-for-end-to-far-right-behaviour-at-german-school-leave-tow
  16. https://www.dw.com/en/in-eastern-germany-youths-embrace-nationalism-extremism/a-73062295
  17. https://www.tagesschau.de/investigativ/mdr/rechtsextreme-netzwerke-neonazis-merchandise-lagerverkauf-100.html
  18. https://www.rts.ch/info/suisse/2025/article/attentat-terroriste-dejoue-en-suisse-un-jeune-de-18-ans-arrete-29026118.html
  19. https://www.letemps.ch/suisse/vaud/depuis-les-attaques-du-7-octobre-les-cas-de-radicalisation-ont-double-dans-le-canton-de-vaud?srsltid=AfmBOoov6l8-sx8pIqaN4AC8bR89XmB0G90A-l5cKZUcvHc3-e-BnnGo
  20. https://radiochablais.ch/infos/100576-lutte-contre-les-extremismes-violents-vaud-veut-renforcer-la-prevention?utm_source=chatgpt.com
  21. https://www.rts.ch/info/regions/vaud/2025/article/vaud-cree-une-unite-pour-prevenir-la-radicalisation-croissante-des-jeunes-28915910.html
  22. chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://polizei.news/wp-content/uploads/2025/04/Jahresbericht-2024.pdf
  23. https://www.startinsight.eu/wp-content/uploads/2024/10/react2024_bozza_margini3.2_web-1.pdf
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  29. https://abcnews.go.com/US/modern-day-terrorism-online-extremist-network-764-threatening/story?id=127528502
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  31. https://www.foxnews.com/us/fbi-investigating-more-than-350-subjects-tied-online-764-network
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  34. https://www.asisonline.org/security-management-magazine/latest-news/today-in-security/2025/august/Violence-as-a-Service-Recruits-Young-People/
  35. https://www.europol.europa.eu/cms/sites/default/files/documents/IN_The-recruitment-of-young-perpetrators-for-criminal-networks.pdf
  36. https://www.voxnews.al/english/aktualitet/mezi-pres-te-shoh-kufomen-time-te-pare-200-arrestime-ne-gjithe-europe-i106030
  37. chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://voxpol.eu/wp-content/uploads/2025/07/DCUPN0751-Gore-Extremism-WEB-250704.pdf
  38. https://www.esafety.gov.au/newsroom/blogs/gore-online-how-violent-content-is-reaching-children-and-what-you-can-do
  39. Te-Sat 2025
  40. Allely, C. S. (2020). The psychology of extreme violence: A case study approach to serial homicide, mass shooting, school shooting and lone-actor terrorism. Routledge
  41. Sulmoni, C., Estremismo giovane, autonomo ed emancipato, in: #ReaCT2024
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  43. McDonald, K. (2024). Au-delà du paradigme des idéologies : penser les reconfigurations des expériences de radicalisation. In R. Ber-trand & T. Renard (Eds.), Expériences autour de la radicalisation et sa prévention (pp. 147–162). Toulouse: érès.
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  45. https://nypost.com/2025/11/04/opinion/whats-really-fueling-gen-zs-love-of-luigi-mangione/
  46. https://news.sky.com/story/two-teenagers-who-allegedly-wanted-to-emulate-southport-killer-have-been-arrested-13468022

#ReaCT2025 – Terrorismo jihadista in Europa. Cosa raccontano i numeri

Traiettorie storiche, dinamiche sociali e trasformazioni operative nell’attuale fase di mutamento globale

di Claudio Bertolotti, START InSight, Direttore

Articolo pubblicato in #ReaCT2025 – Rapporto annuale sul terrorismo e il radicalismo in Europa

Il terrorismo come fenomeno sociale e conflittuale in evoluzione continua.

Il terrorismo contemporaneo non è un’eccezione storica: è l’esito di una lunga sedimentazione di conflitti, dottrine e opportunità. Negli ultimi vent’anni, in particolare, abbiamo osservato un’evoluzione che ha cambiato forma più volte senza perdere la propria funzione: produrre paura, polarizzazione e condizionamento politico-sociale con un investimento relativamente contenuto. Dopo l’11 settembre, il terrorismo jihadista ha assunto una dimensione globalizzata e “sistemica”, incardinata su reti transnazionali e su una narrazione capace di collegare guerra, identità, ideologia e pragmatismo politico. La fase successiva – quella di Iraq e Afghanistan – ha trasformato la violenza in esperienza operativa e in capitale simbolico: l’insurrezione, il terrorismo come tecnica, tattica e procedura e la comunicazione come moltiplicatore hanno finito per fondersi. Con l’emergere dello Stato islamico, tra 2014 e 2017, abbiamo visto il passaggio a un modello ibrido: organizzazione territoriale e proiezione esterna, commando e “lone actors”, attacchi coordinati e micro-azioni improvvisate. Poi la contrazione del “califfato” non ha significato sconfitta del fenomeno, ma sua riconfigurazione: più frammentazione, più emulazione, più iniziativa individuale.

In questo quadro, la minaccia jihadista resta particolarmente rilevante perché si intreccia con le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali e con la competizione in Medio Oriente e in Africa, e perché attinge a una lettura radicale dell’Islam che trasforma l’evento politico in pretesto morale ammantandolo con la giustificazione religiosa. Ma diventa ancora più sensibile in Europa quando si innesta su una ricerca di identità individuale e di gruppo, alimentata dall’opposizione culturale di una componente non marginale di immigrati maghrebini di seconda e terza generazione: un terreno dove l’appartenenza si costruisce anche “contro” l’altro e dove la polarizzazione funziona da moltiplicatore di rischio.

Non parliamo, infatti, di un blocco monolitico. La galassia jihadista è oggi frammentata: ideologie, priorità operative e modelli d’azione divergono, e questo impone di leggere il terrorismo contemporaneo anche come fenomeno sociale, non soltanto come espressione di organizzazioni clandestine. Cambiano le forme, ma soprattutto cambiano i meccanismi di produzione della violenza: tempi di attivazione più rapidi, soglie operative più basse, maggiore permeabilità all’emulazione e all’innesco mediatico.

Da qui discende una riflessione che, dopo vent’anni di adattamenti, non è più rinviabile e sulla quale torniamo a insistere: ha ancora senso definire il terrorismo solo come violenza finalizzata a ottenere un risultato politico, quindi valutata nelle intenzioni? Oppure è più utile leggerlo come effetto della violenza applicata, cioè come manifestazione capace di produrre impatto indipendentemente dalla catena di comando? In altri termini: è terrorismo l’atto violento in quanto tale, anche quando non c’è – o non è dimostrabile – un’organizzazione alle spalle. Il baricentro, allora, si sposta dalla struttura all’evento: terrorismo nella manifestazione, non necessariamente nell’organizzazione.

Dentro la galassia jihadista, il terrorismo rimane strumento di lotta, resistenza e prevaricazione, ma si dispiega lungo uno spettro di violenza che va dall’azione individuale a quella organizzata; dalla violenza ispirata a quella emulativa; fino al terrorismo insurrezionale che abbiamo conosciuto in Afghanistan e in Iraq e che, in parte, osserviamo nelle sue manifestazioni nella Striscia di Gaza, dove l’esercito israeliano si confronta con Hamas (Bertolotti, 2024). In questa prospettiva, la continuità non è nella forma dell’attacco, ma nella sua funzione: comprimere sicurezza e libertà, spingere lo Stato a reagire, e trasformare la frattura sociale in spazio operativo.

Trend e dinamiche: calano i numeri, ma la minaccia del terrorismo persiste – un’analisi degli attacchi dal 2014 al 2025.

In prospettiva quantitativa gli attacchi terroristici di matrice jihadista degli ultimi cinque anni confermano un andamento lineare, con una percettibile diminuzione registrata negli ultimi anni, attestandosi ai livelli pre-fenomeno Isis/Stato islamico. Dal 2020 al 2025 sono stati registrati nell’Unione Europea, nel Regno Unito e in Svizzera 99 attacchi (12 nel 2025), di successo e fallimentari: 99 quelli rilevati nel precedente periodo 2014-2018 (12 nel 2015).

Sulla scia della stagione dei grandi attentati in Europa compiuti nel nome dello Stato islamico e, successivamente, in verosimile relazione con i fattori galvanizzanti prodotti dalla presa del potere talebano in Afghanistan e dall’appello di Hamas, tra il 2014 e il 2023 sono state registrate 221 azioni in nome del jihad. Di queste, 77 sono state attribuibili allo Stato islamico. Ai fatti hanno preso parte 271 terroristi (7 donne), di cui 78 morti in azione. Il bilancio complessivo è di 457 vittime decedute e 2667 feriti (database START InSight).

Nel solo 2025 si contano 12 azioni jihadiste: un dato in lieve flessione rispetto all’anno precedente (15 attacchi nel 2024), coerente con i 12 attacchi del 2023 ma decisamente inferiore ai 18 registrati nel 2022 e nel 2021. La riduzione numerica, tuttavia, non coincide con una diminuzione del rischio: cresce in modo marcato la quota di azioni “emulative”, cioè ispirate da altri attacchi avvenuti nei giorni immediatamente precedenti. Il peso dell’emulazione passa dal 17% del totale nel 2022 al 58% nel 2023 (era il 56% nel 2021) e 50% nel 2025, riportando il fenomeno su livelli di intensità comparabili a quelli degli anni precedenti.

Il 2025, inoltre, consolida un trend strutturale nell’evoluzione della minaccia, con una predominanza di azioni individuali, non organizzate e spesso improvvisate, che hanno progressivamente sostituito le operazioni strutturate e coordinate tipiche del “campo di battaglia” urbano europeo del periodo 2015-2017. Un modello operativo che, nel 2025, ha caratterizzato il 92% delle azioni ma che ha visto il ritorno dell’utilizzo dei veicoli ariete impiegati contro obiettivi civili, prevalentemente passanti, nel 17% degli episodi.

Il profilo dei terroristi “europei”.

Il jihadismo, nei dati, continua a presentarsi come un fenomeno a prevalente partecipazione maschile. Su 329 attentatori censiti, il 94% è di genere maschile; le donne sono 10. Il quadro è anche dinamico: se nel 2020 si registrano 3 attentatrici coinvolte in azioni terroristiche, nel quinquennio 2021-2025 non emerge alcuna loro partecipazione diretta.

Sul piano anagrafico, i terroristi identificati (uomini e donne) per i quali sono disponibili dati personali pubblici mostrano un’età mediana pari a 26 anni. È un valore che oscilla nel tempo: 24 anni nel 2016, 30 nel 2019, fino a segnare un rialzo nell’ultima fase osservata con 28,5 anni nel 2023 e, sorprendentemente, 35 nel 2025; con ciò evidenziando un aumento dell’età dei soggetti attentatori. Entrando nel dettaglio dei 200 individui per i quali disponiamo di informazioni anagrafiche sufficienti, la distribuzione per classi d’età restituisce un profilo più articolato: il 7% ha meno di 19 anni (con un peso dei minori che si riduce con il passare degli anni), il 38% rientra nella fascia 19-26, il 41,5% in quella 27-35, mentre il 13,5% ha più di 35 anni. Nel complesso, questi dati suggeriscono un progressivo innalzamento dell’età media all’interno del segmento 19-35 con un incremento di rilievo per la fascia sopra i 35 anni, accompagnato da una contrazione dei minorenni coinvolti negli attacchi nello stesso arco temporale.

Quanto allo status e alle origini, il profilo prevalente degli autori è riconducibile alla categoria degli “immigrati” in senso ampio (prima, seconda e terza generazione), sia regolari sia irregolari: parliamo del 93% dei soggetti che hanno portato a compimento un atto terroristico. Nel sottoinsieme analizzato tramite il database START InSight (155 casi su 237 terroristi), il 45% risulta composto da immigrati regolari di prima generazione; il 28% da discendenti di immigrati (seconda o terza generazione); gli immigrati irregolari rappresentano il 26%. Quest’ultimo dato, però, è quello che segnala la discontinuità più netta: si attesta al 25% nel 2020, raddoppia al 50% nel 2021, arriva al 67% nel 2023 per poi attestarsi al 31% nel 2025. La tendenza conferma una crescita della presenza di attentatori di prima generazione; rilevante anche il 6% di cittadini di origine europea convertiti all’Islam, in costante ma lieve flessione rispetto alla media degli anni precedenti.

La dimensione etno-nazionale dei terroristi in Europa.

In Europa la radicalizzazione jihadista non colpisce in modo uniforme: tende a concentrarsi su specifiche componenti nazionali ed etniche. Nei dati si conferma una relazione di proporzionalità piuttosto chiara tra la composizione dei principali gruppi migratori e la provenienza (diretta o familiare) degli autori di atti terroristici: la nazionalità dei terroristi, o delle loro famiglie d’origine, riflette spesso la dimensione e la storicità delle comunità straniere presenti nei singoli Paesi europei. Dentro questo quadro, l’origine maghrebina è prevalente. I gruppi etno-nazionali più associati all’adesione jihadista restano quelli marocchino (con evidenze significative in Francia, Belgio, Spagna e Italia) e algerino (in Francia). Non a caso, il fenomeno appare più marcato in Belgio e in Francia, dove comunità numerose di origine marocchina e algerina hanno registrato, nel tempo, livelli elevati di mobilitazione giovanile verso ambienti e organizzazioni jihadiste. In Francia, ad esempio, una quota rilevante dei terroristi coinvolti negli attentati recenti proviene da famiglie di origine algerina e marocchina, in coerenza con la presenza storica e la consistenza numerica di queste comunità nel Paese (Bertolotti, 2023 e 2024).

Recidivi e terroristi già noti all’intelligence.

Un secondo indicatore, sempre più rilevante, riguarda la rilevanza del fenomeno della recidiva, anche come effetto del rilascio di soggetti al termine di pene detentive concluse di recente. Parliamo di individui già condannati per terrorismo che tornano a colpire una volta usciti dal carcere e, in alcuni casi, riescono a portare a termine azioni violente persino all’interno delle strutture penitenziarie. La traiettoria è chiara: i recidivi rappresentano il 3% del totale dei terroristi che hanno colpito nel 2018 (1 caso), il 7% nel 2019 (2), il 27% nel 2020 (6), il 25% nel 2023 (3) per poi scendere all’8% nel 2025 (1). Il dato, sebbene in evidente contrazione, conferma la pericolosità sociale di soggetti che, pur neutralizzati temporaneamente dalla detenzione, spesso non abbandonano l’intenzione di agire: semmai la differiscono, attendendo la finestra operativa più favorevole. In prospettiva, questo implicherebbe un aumento della probabilità di attacchi nei prossimi anni, in parallelo con il rientro in libertà di un numero crescente di detenuti per reati di terrorismo.

A rafforzare il quadro, START InSight evidenzia anche la tendenza delle azioni terroristiche compiute da individui già noti alle forze dell’ordine o ai servizi di intelligence europei. Nel 2020 questi casi costituiscono il 54% del totale e nel 2021 il 44%, 37% nel 2022: valori molto superiori al 10% del 2019 e al 17% del 2018. Nel 2023 il dato cresce ulteriormente e si stabilizza al 75%, confermando, nei fatti, le ragioni di preoccupazione delle istituzioni impegnate nel contrasto alla minaccia, sebbene il 2025 si sia concluso con un dato più rassicurante del 23%.

Infine, il profilo dei soggetti con precedenti detentivi (anche per reati non legati al terrorismo) mostra una continuità significativa lungo l’arco temporale considerato: nel 2021 sono il 23%, in lieve calo rispetto al 33% del 2020, ma in linea con il 23% del 2019 (28% nel 2018 e 12% nel 2017). Pur a fronte di un dato 2023 sensibilmente più basso (8%) e un sostanziale azzeramento nel 2025, l’evidenza complessiva continua a sostenere l’ipotesi che identifica i luoghi di detenzione come spazi a rischio, dove radicalizzazione e adesione al terrorismo possono trovare condizioni favorevoli.

Quale la reale capacità distruttiva del terrorismo?

Per leggere il terrorismo in modo realistico occorre scomporlo, senza sovrapporre piani diversi, su tre livelli: strategico, operativo e tattico. La dimensione strategica riguarda l’impiego delle risorse per conseguire obiettivi di lungo periodo, quelli che incidono sull’assetto complessivo del conflitto e sul comportamento degli Stati. La dimensione tattica, invece, attiene all’uso della forza nel singolo “contatto”, per ottenere un risultato immediato e circoscritto. In mezzo c’è il livello operativo: la cerniera che coordina, ordina e combina azioni tattiche in modo da produrre effetti coerenti con l’obiettivo strategico. È una distinzione essenziale perché, nel terrorismo, ciò che appare “piccolo” sul piano tattico può essere decisivo sul piano operativo, e solo marginale sul piano strategico. In ultima analisi, questa lettura rimette al centro l’impiego degli uomini – più che dei mezzi – nella produzione dell’effetto militare e politico.

Il successo strategico: marginale e in contrazione.

Sul piano strategico il successo delle azioni terroristiche, inteso come capacità di produrre risultati strutturali e sistemici (blocco del traffico aereo o ferroviario nazionale e/o internazionale, mobilitazione delle forze armate, interventi legislativi di ampia portata), tende a scomparire con il passare del tempo. L’andamento storico rileva infatti la riduzione progressiva della capacità di ottenere effetti strategici, con oscillazioni ma con una traiettoria chiara: 75% di successo strategico nel 2014; 42% nel 2015; 17% nel 2016; 28% nel 2017; 4% nel 2018; 5% nel 2019; 12% nel 2020; 6% nel 2021. Dal 2022, gli attacchi non riescono più a conseguire successo strategico. Un risultato, quello ottenuto in passato dal valore elevato se messo in rapporto al basso investimento organizzativo e finanziario richiesto, specie quando l’azione è individuale o a bassa complessità.

In parallelo, si osserva un calo dell’attenzione mediatica complessiva verso gli attacchi. A livello strategico, gli attentati hanno ottenuto attenzione dei media internazionali nel 70% dei casi e dei media nazionali nel 93%. Le operazioni condotte da commando e team-raid, quando presenti, hanno ricevuto copertura piena. Questo “successo mediatico” potrebbe aver avuto un impatto diretto sulla capacità di reclutamento di aspiranti martiri o combattenti jihadisti, con un picco nei periodi di maggiore intensità della violenza (2016-2017). Ma l’effetto amplificatore dei media sul reclutamento tende a ridursi nel tempo per due ragioni convergenti: primo, la progressiva prevalenza di azioni a “bassa intensità” rispetto a quelle ad “alta intensità”, diminuite, mentre quelle a bassa e media intensità aumentano in modo significativo dal 2017 al 2021, pur con un incremento marcato delle azioni a media intensità nel 2023 (75%) e nel 2025 (58%) e una ripresa delle azioni ad “alta intensità” nel 2025 (8%); secondo, l’assuefazione emotiva del pubblico alla violenza, soprattutto quando gli eventi sono a bassa o “media intensità”, riduce la capacità dell’attacco di dominare lo spazio informativo.

Il livello tattico: preoccupante, ma non centrale per la logica del terrorismo.

Se assumiamo come obiettivo tattico primario la morte del “nemico” – con le forze di sicurezza individuate come bersaglio nel 28% dei casi – questo risultato viene raggiunto, in media, nel 48% dei casi nel periodo 2004-2025. Va però considerato che un arco temporale così ampio amplifica il margine di errore. Guardando all’intervallo 2014-2025, emerge un deterioramento della capacità di produrre l’effetto desiderato: prevalgono attacchi a bassa intensità e cresce il numero di azioni fallimentari, almeno fino al 2022, quando il successo tattico si stabilizza al 33%, coerente con il dato del 2016. Dal 2023, invece, si registra un’inversione di tendenza.

Negli ultimi sei anni, la dinamica è particolarmente emblematica. Nel 2016 il successo tattico è al 31%, con il 6% di atti fallimentari. Nel 2017 sale al 40%, mentre il fallimento raggiunge il 20%. Nel 2018 il successo scende al 33% e gli attacchi falliti raddoppiano al 42%. Nel 2019 cala ulteriormente al 25%, per poi risalire e stabilizzarsi al 33% nel periodo 2020-2022. Questo andamento può essere letto come effetto combinato della riduzione della capacità operativa dei terroristi e della maggiore reattività delle forze di sicurezza europee. Sebbene nel 2023 il dato torni al 50% di azioni in grado di ottenere un successo tattico, cioè la morte di almeno un obiettivo, nel 2024 e 2025 il dato torna ai livelli degli anni precedenti, con un 20-25% di successi tattici.

Il vero risultato: il successo operativo e il “blocco funzionale”.

Il punto decisivo è che anche un attacco “non riuscito”, dal punto di vista della produzione di vittime, può generare un risultato operativo significativo. L’azione terrorista tende a saturare e vincolare risorse (Bertolotti, 2023, 2024): impegna in modo pesante forze armate e forze di polizia, distogliendole dalle attività ordinarie o limitandone la capacità di intervento a favore della collettività. Può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari; limitare, rallentare, deviare o bloccare la mobilità urbana, aerea e navale; ostacolare lo svolgimento regolare delle attività quotidiane, commerciali e professionali, con impatto diretto sulle comunità colpite. Così facendo, riduce il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo complessivo e comprime la resilienza. È un danno che può essere diretto o indiretto e che si manifesta anche in assenza di vittime. E soprattutto produce un effetto misurabile: la limitazione della libertà dei cittadini.

In questa prospettiva, il successo del terrorismo – anche quando non uccide – conferma una capacità di imporre costi economici e sociali alla collettività e di condizionare nel tempo i comportamenti, in relazione alle misure di sicurezza e alle limitazioni introdotte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. È ciò che definiamo “blocco funzionale”. Nonostante la progressiva riduzione della capacità operativa, il “blocco funzionale” resta uno dei risultati più rilevanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato efficacia nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Un risultato notevole, conseguito con risorse limitate, che conferma un rapporto costo-beneficio favorevole al terrorismo. Ma anche qui si registra una perdita progressiva di capacità: l’ottenimento del “blocco funzionale” scende al 78% nel 2022, al 67% nel 2023 e 58% nel 2025.

Bibliografia

Bertolotti, C. (2024a), Gaza Underground: la guerra sotterranea e urbana tra Israele e Hamas. Storia, strategie, tattiche, guerra cognitiva e intelligenza artificiale, START InSight ed., Lugano.

Bertolotti, C. (2024b), Una fotografia del terrorismo jihadista in Europa: evoluzione storica e operativa, in #ReaCT2024, 5° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START InSight ed., Lugano, ISBN 978-88-322-94-27-9, ISSN 2813-1037 (print), ISSN 2813-1045 (online).

Bertolotti, C. (2023), L’evoluzione del terrorismo in Europa: terrorismo di sinistra, destra, anarchico, individuale, e il ruolo degli immigrati nel terrorismo jihadista all’interno dell’Unione Europea (Analisi di correlazione e regressione), in #ReaCT2023, 4° Rapporto sul Terrorismo e il Radicalismo in Europa, START InSight ed., Lugano, ISBN 978-88-322-94-18-7, ISSN 2813-1037 (print), ISSN 2813-1045 (online).


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Con questa nuova edizione, il percorso di ricerca dell’Osservatorio prosegue nel solco tracciato negli anni precedenti, ma compie al tempo stesso un passaggio ulteriore. Se nei Rapporti passati (2020-2024) abbiamo osservato e descritto l’evoluzione del terrorismo jihadista, dei radicalismi violenti e delle manifestazioni antisistema come fenomeni dinamici, fluidi e sempre meno riconducibili a categorie rigide, oggi dobbiamo riconoscere che il quadro si è ulteriormente trasformato. Il terrorismo non può più essere analizzato soltanto come fatto organizzativo o come espressione di strutture clandestine riconoscibili; esso va interpretato sempre più come manifestazione conflittuale inserita in un ecosistema composito, nel quale pro-paganda, traumi, tecnologia, mobilitazione emotiva e vulnerabilità sociali si intrecciano in modo profondo. #ReaCT2025 nasce da questa consapevolezza. Il rapporto mantiene la propria natura di prodotto scientifico e insieme collettivo, frutto del lavoro di ricercatori, studiosi, analisti e professionisti provenienti da esperienze diverse, ma accomunati dall’obiettivo di comprendere fenomeni che sfuggono alle semplificazioni e che richiedono invece uno sguardo trasversale, multidisciplinare e aggiornato. A tutti loro va la mia gratitudine personale e quella dell’Osservatorio: per il rigore, per la passione, per la capacità di leggere il presente senza indulgere né all’allarmismo né alla superficialità. (Claudio Bertolotti, Direttore, www.osservatorioreact.it )

INDICE/INDEX

Claudio Bertolotti (ITA), La parola al Direttore

Claudio Bertolotti (ENG), A word from the Director         

Claudio Bertolotti (ITA), #ReaCT2025 – Il Sommario. Terrorismo, radicalizzazione e minacce ibride tra dati e guerra cognitiva.

Claudio Bertolotti (ENG), #ReaCT2025 – The Summary – Terrorism, radicalisation, and hybrid threats between data and cognitive warfare

Claudio Bertolotti (ITA), Terrorismo jihadista in Europa: traiettorie storiche, dinamiche sociali e trasformazioni operative nell’attuale fase di mutamento globale. Evidenze e risultati dell’Osservatorio ReaCT sul radicalismo e il contrasto al terrorismo

Claudio Bertolotti (ENG), Jihadist Terrorism in Europe: historical trajectories, social dynamics, and operational transformations in the current phase of global change. Evidence and findings from the ReaCT Observatory on radicalisation and counter-terrorism.

Andrea Molle (ITA), Il sovranismo in Europa: cornici narrative e andamenti empirici in Italia e Svizzera

Andrea Molle (ENG), A Laboratory of Identity for the European Right

Andrea Molle (ITA), Profilo di rischio degli autori di violenza politica: Stati Uniti vs Unione Europea (UE-27)

Andrea Molle (ENG), Risk Profile of Political Violence Offenders: United States vs European Union (EU-27)

Francesco Bergoglio Errico (ITA), Analisi della documentazione giudiziaria italiana inerente al terrorismo jihadista dal 2011 al 2025

Francesco Bergoglio Errico (ENG), Analysing Italian jihadism through court records from 2011 to 2025

Barbara Lucini (ITA), Conflitti e violenze: la minaccia radicale in un mondo che cambia

Barbara Lucini (ENG), Conflict and violence: the radical threat in a changing world

Marco Lombardi, Emilio Palmieri (ITA), Minacce ibride e guerra cognitiva: verso una nuova architettura dell’intelligence

Marco Lombardi, Emilio Palmieri (ENG), Hybrid threats and cognitive warfare: towards a new architecture of intelligence

Anna Calabresi (ITA), La guerra cognitiva: trauma, manipolazione e radicalizzazione nell’epoca dell’incertezza

Anna Calabresi (ENG), Cognitive warfare, collective trauma, radicalization: systemic risks and integrated responses

Elisabeth Harnes (ITA) L’adescamento di minori e giovani transnazionali verso l’estremismo islamista violento

Elisabeth Harnes (ENG), Grooming of transnational children and youth to violent islamist extremism

Sören Henrich (ITA), Dalla psicologia forense, una breve nota su come comprendere la violenza estremista nel 2025

Sören Henrich (ENG), From forensic psychology: a brief note on how to understand extremist violence in 2025

Matteo Vergani, Andrea Giovannetti (ITA), Come integrare gli interventi “soft” e “hard” per arginare l’estremismo online

Matteo Vergani, Andrea Giovannetti (ENG), How “Soft” and “Hard” interventions can work together to curb online extremism

Chiara Sulmoni (ITA), Radicalizzazione 2025: il nuovo volto dell’estremismo in Europa

Chiara Sulmoni (ENG), Radicalisation 2025: the new face of extremism in Europe.

Ludovico Camposampiero (ITA), Gli attivisti identitari agiscono come influencer della destra radicale e cercano la normalizzazione politica. Intervista di Chiara Sulmoni.

Ludovico Camposampiero (ENG), Identitarian activists act as influencers of the radical right and seek political normalization. An interview with journalist Ludovico Camposampiero by Chiara Sulmoni

Mauro Lubrano (ITA), Fermate le macchine: l’ascesa dell’estremismo antitecnologico

Mauro Lubrano (ENG), Stop the Machines: The rise of anti-Technology extremism

Iuliia Iashchenko, Andrea Carteny (ITA), Echi del conflitto: la guerra russo-ucraina, la radicalizzazione online e il reclutamento per il sabotaggio nell’UE

Iuliia Iashchenko, Andrea Carteny (ENG), Echoes of conflict: the Russo-Ukrainian war, online radicalization and sabotage recruitment in the EU

Antonio Giustozzi (ITA), Perché’ l’ondata terroristica dello Stato Islamico si è fermata nella seconda metà del 2024

Antonio Giustozzi (ENG), Why the Islamic State’s terrorist wave stopped in the second half of 2024

Alessandra Lanzetti (ITA), Al-Shabaab e la strategia di propaganda. Evoluzione mediatica, narrazioni e implicazioni regionali

Alessandra Lanzetti (ENG), Al-Shabaab and the propaganda strategy. Media evolution, narratives, and regional implications

Lilla Schumicky-Logan, Khalid Koser (ITA), I Cuccioli del Califfato: perché rimpatrio e riabilitazione sono cruciali per la sicurezza dell’Europa

Lilla Schumicky-Logan, Khalid Koser (ENG),The cubs of the caliphate: why repatriation and rehabilitation are critical to Europe’s security

Tarja Mankkinen, Paul Gill (ITA), EUKH on Prevention of Radicalization. Panel tematico su attori solitari e salute mentale – risultati e lezioni apprese

Tarja Mankkinen, Paul Gill (ENG), EUKH on prevention of radicalization: Thematic Panel “Lone Actors and Mental Health Issues” – results and lessons learnt

Luca Tenzi (ITA), Dai Balcani alla Svizzera: la nuova frontiera della guerra ibrida europea

Luca Tenzi (ENG),The Balkans and Switzerland: the emerging frontline of hybrid conflict in Europe

Magdalena El Ghamari (ITA), Bersagli, non minacce? Mappare i vettori di sicurezza nelle diaspore tagike e cecene in Polonia

Magdalena El Ghamari (ENG),Targets, not threats? Mapping security vectors in Tajik and Chechen diasporas in Poland

Luca Guglielminetti (ITA), La diplomazia delle vittime

Luca Guglielminetti (ENG), The diplomacy of victims

Ahmed Ajil (ITA), Migrazione, sicurezza e religione: ripensare un dibattito controverso

Ahmed Ajil (ENG), Migration, security, and religion: rethinking a contested debate


Tik Tok, social media, radicalizzazione

di Chiara Sulmoni

In questa pagina trovate: “Intrappolati dall’algoritmo di Tik Tok”, la puntata della trasmissione Patti Chiari (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana RSI) che indaga a 360 gradi sulla piattaforma digitale, con servizi di Nicola Agostinetti e Valerio Scheggia e vari ospiti in studio
Include un contributo di Chiara Sulmoni, START InSight sui contenuti estremisti (da 23′ c.)

Piattaforme, algoritmi e adesione emotiva
Negli ultimi anni, piattaforme quali TikTok si sono affermate come ambienti centrali nella costruzione dell’identità giovanile. Non sono semplici canali di comunicazione, ma spazi in cui i giovani interpretano il mondo, ampliano le relazioni e danno significato alla propria esperienza. In questo contesto, anche i contenuti estremisti si trasformano: non più solo propaganda esplicita, ma narrazioni integrate nei codici culturali della piattaforma, progettate per colpire l’emotività prima della riflessione critica.

Le logiche degli algoritmi hanno un ruolo decisivo: i sistemi di raccomandazione privilegiano contenuti capaci di catturare immediatamente l’attenzione, favorendo emozioni forti come rabbia, paura, indignazione o orgoglio. Questo meccanismo premia anche contenuti controversi, indipendentemente dalla loro natura, contribuendo alla loro diffusione e visibilità. Su TikTok, in particolare, la fruizione continua e automatica — un video dopo l’altro — riduce la scelta intenzionale e accelera l’esposizione, lasciando poco spazio alla riflessione.

Estetiche e codici dell’estremismo digitale
La forma dei contenuti è altrettanto determinante. Sequenze rapide, immagini suggestive (spesso create con l’apporto dell’IA), storytelling personale, domande e risposte, discorsi motivazionali: tutti formati familiari al pubblico giovane. Politica, religione, identità e intrattenimento si mescolano in un flusso continuo in cui i confini tra contenuto ideologico e contenuto neutro diventano sempre più sfumati. Tecniche come il bait-and-switch — contenuti virali usati come esca — o l’uso di audio di tendenza per “coprire” o rendere più allettanti messaggi problematici, permettono di inserire progressivamente narrazioni radicali all’interno di contenuti apparentemente innocui.

Un elemento centrale è la musica. Nei contesti islamisti, i nasheed — canti a cappella della tradizione religiosa islamica — creano un senso di solennità, comunità e destino condiviso, talvolta accompagnando richiami alla jihad. Negli ambienti della destra radicale, invece, si ricorre a generi vicini alle sottoculture giovanili — rap, pop, folk o elettronica — frequentemente remixati con meme e contenuti virali. In entrambi i casi, la musica diventa uno strumento di adesione identitaria, capace di alimentare un senso di appartenenza a realtà collettive che oltrepassano i confini geografici.

L’estetica è altamente curata e svolge anch’essa una funzione cruciale. Simboli, abbigliamento, gestualità, iconografie, codici visivi e lessico di sottoculture digitali come quello legato alla manosfera trasformano l’estremismo in un fenomeno non solo ideologico, ma anche culturale ed estetico. All’interno di questi ambienti, ad esempio, circolano espressioni e simboli tipici del gergo incel e della manosfera più ampia, come riferimenti alla “red pill”, alla “black pill” o categorie identitarie quali “alpha” e “beta”, che strutturano narrazioni semplificate delle relazioni sociali e di genere. Questa estetica non ha solo una funzione codificata, ma anche una forte capacità attrattiva: rende i contenuti immediatamente riconoscibili, visivamente coinvolgenti e spesso emotivamente seducenti, facilitandone la diffusione. Il linguaggio condiviso è immediatamente comprensibile per chi ne conosce le chiavi di lettura, ma opaco per genitori, insegnanti ed educatori. Le nuove generazioni partecipano attivamente a questa evoluzione, attribuendo continuamente nuovi significati a simboli e parole, e contribuiscono in modo diretto alla costruzione della propria esperienza algoritmica, orientando attraverso le proprie interazioni — like, commenti, condivisioni e tempi di visualizzazione — ciò che viene progressivamente mostrato sullo schermo.

In questo contesto, anche le cosiddette logiche di gamification assumono un ruolo rilevante. La violenza è spesso attenuata, simbolica o inserita in una cornice ludica. Può essere presentata come una “sfida” o una “missione”, secondo schemi tipici dei videogiochi, in cui azioni e obiettivi sono organizzati in livelli e ricompense. Questo produce uno slittamento percettivo: la violenza non è più percepita come evento reale, ma come prestazione o prova di valore, creando una distanza dalle sue conseguenze.

Particolarmente insidiosi sono i messaggi stratificati e subliminali. Meme, ironia e ambiguità consentono una fruizione inizialmente leggera, che può però normalizzare progressivamente contenuti polarizzanti. L’esposizione ripetuta orienta la percezione del mondo senza che l’utente ne sia pienamente consapevole. Fenomeni come l’“Alt-Jihad” o “Islamogram” – mutuati dall’“Alt-right” e dal “Terrorgram” nell’universo della destra radicale – rappresentano un esempio emblematico: contenuti nativi digitali che fondono narrativa jihadista, cultura memetica, estetiche da videogiochi e riferimenti anime, creando una forma di propaganda ibrida adattata ai codici della Generazione Z.

Confine tra digitale e reale
Questo ecosistema estetico e narrativo non resta confinato allo spazio simbolico. In alcuni casi, infatti, può contribuire a orientare percezioni e comportamenti nel mondo reale, soprattutto quando si innesta su condizioni di isolamento e vulnerabilità individuale. In questa prospettiva si inserisce il caso del quindicenne che, nel marzo 2024 a Zurigo, ha accoltellato un ebreo ortodosso. Il ragazzo, descritto come fortemente attivo online, soprattutto su TikTok e Instagram, interagiva con ambienti riconducibili a una subcultura islamista digitale, dove consumava e contribuiva alla circolazione di contenuti estremisti.

Dinamiche simili emergono anche in contesti differenti e su scala più ampia, a conferma della natura multipiattaforma dei percorsi di esposizione. Un caso emblematico è quello di un adolescente nel Regno Unito condannato per terrorismo nel 2026, che faceva parte di 25 diverse chat online di estrema destra su piattaforme come Telegram, Snapchat, TikTok e Wire. Il ragazzo ha descritto questa attività di costruzione della propria identità digitale come una forma di evasione dalla realtà.

Un ulteriore esempio, sempre nel 2024, proviene da alcuni cantoni svizzeri, dove si sono verificate minacce di attentati o stragi nelle scuole, spesso tramite scritte sui muri degli edifici scolastici. Secondo autorità e direzioni degli istituti, nella maggior parte dei casi non si trattava di intenzioni reali, ma di episodi legati a un trend circolato su TikTok, una sorta di sfida virale tra giovani. Nonostante l’assenza di un progetto concreto, questi episodi hanno comunque richiesto interventi della polizia ed evacuazioni preventive. Il punto critico sta nello scarto tra gesto e intenzione: anche azioni nate come imitazione o gioco virale producono effetti reali, generano allarme e contribuiscono ad abbassare la soglia di tolleranza verso l’idea di violenza, rendendola più presente e “normale” nello spazio sociale.

Fenomeni di questo tipo non restano isolati. In modo più ampio, dinamiche simili emergono quando eventi globali — come conflitti internazionali o crisi geopolitiche — vengono reinterpretati in chiave personale, trasformandosi in possibili “chiamate all’azione”. In questi casi, la distanza tra dimensione globale ed esperienza individuale si accorcia, e ciò che accade altrove può essere percepito come un impulso diretto all’azione nel proprio contesto.

Le analisi più recenti indicano che i casi di radicalizzazione online tra minori sono destinati ad aumentare; anche in Svizzera, le autorità segnalano una crescita del fenomeno. Questo sviluppo va letto in un contesto più ampio: i social media non sono solo canali di trasmissione, ma ambienti formativi in cui si intrecciano esposizione ai contenuti, dinamiche algoritmiche e bisogni identitari.

Contrastare queste dinamiche richiede un approccio realistico e multidisciplinare. Eliminare completamente i contenuti estremisti è impraticabile: i messaggi sono spesso ambigui e in grado di cambiare forma e linguaggio per rimanere efficaci e visibili dentro ambienti digitali in continua evoluzione. Allo stesso tempo, demonizzare le piattaforme è controproducente, poiché esse rappresentano anche spazi di creatività e partecipazione. Le strategie di moderazione e deplatforming sono necessarie, ma mostrano limiti evidenti e possono spingere gli utenti verso ambienti meno regolati.

In definitiva, la radicalizzazione online non è il prodotto di un singolo contenuto, ma di un ecosistema complesso e cumulativo. Comprenderlo significa riconoscere l’intreccio tra tecnologia, società e vulnerabilità individuale — ed è proprio in questo spazio che si gioca una delle sfide più rilevanti del presente.

Per approfondire i casi svizzeri summenzionati:
https://ctc.westpoint.edu/from-tiktok-to-terrorism-the-online-radicalization-of-european-lone-attackers-since-october-7-2023/
https://www.srf.ch/news/schweiz/amokdrohungen-an-schulen-ein-tiktok-trend-der-fuer-aufwand-und-aerger-sorgt



La fabbrica del nemico: il ritorno del nucleare nel linguaggio dei conflitti contemporanei

Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale

In ogni guerra, molto prima che i fatti si dispongano in un quadro leggibile, si diffonde un’atmosfera: arrivano immagini, frammenti, parole isolate. Intanto il lessico del conflitto si deposita nel linguaggio quotidiano e, quasi senza che ce ne accorgiamo, comincia a sembrarci familiare.

Immaginiamo una stanza bianca, sterile, senza finestre. Sul tavolo, veli sottili come membrane: paura, disgusto, offesa, vittima, vendetta. Una mano ne prende uno e lo appoggia su uno schermo. La stessa immagine non è più un fatto: diventa un allarme. Il filtro cambia, e l’allarme diventa oltraggio. Poi necessità. È così che si compie il vero prodigio strategico: l’altro smette di essere ambiguo, contraddittorio, umano. Diventa una figura unica e compatta: il nemico.

La guerra cognitiva non sempre inventa i fatti. Più spesso impone il modo in cui li sentiamo. Nella geopolitica contemporanea il fronte decisivo non è solo il territorio fisico, ma ciò che le dottrine militari definiscono human domain: mente, emozioni, memoria collettiva. È qui che l’ambiente informativo viene usato per orientare percezioni e decisioni, sfruttando vulnerabilità psicologiche e infrastrutture digitali per erodere fiducia, coesione sociale e capacità di giudizio (Claverie & du Cluzel, 2022; Paul & Matthews, 2016).

Lo si vede con chiarezza anche nelle crisi più recenti in Medio Oriente. Qui il linguaggio dell’escalation ha riportato al centro non solo la costruzione del nemico, ma anche il reinsediarsi del nucleare come orizzonte discorsivo del conflitto. Nel discorso politico e mediatico sono tornate con insistenza parole come deterrenza, siti nucleari, rappresaglia, escalation. Non necessariamente come annuncio esplicito dell’uso dell’arma atomica, ma come suo rientro nel perimetro del dicibile. E quando questo accade, non cambia soltanto il quadro geopolitico, cambia anche la soglia emotiva e morale di ciò che una società può arrivare a tollerare.

Il processo agisce in due direzioni convergenti. Da un lato irrigidisce la percezione dell’altro e rende la violenza più sostenibile sul piano psicologico; dall’altro abitua progressivamente all’inconcepibile, includendo nel campo del pensabile tanto la minaccia nucleare quanto la distruzione degli ecosistemi di vita. Le due dinamiche si rafforzano a vicenda. Perché senza la preliminare disumanizzazione del nemico, anche l’evocazione dell’atomico resterebbe più difficilmente accettabile. È in questo intreccio che si rivela uno dei punti più oscuri della guerra cognitiva contemporanea.

Il primo passaggio di questa trasformazione riguarda sempre l’altro: prima di legittimare l’estremo, la guerra cognitiva deve semplificare il volto del nemico.

La fabbrica del nemico

La costruzione del nemico affonda le sue radici in dinamiche antiche, oggi potenziate da una tecnologia che agisce su scala industriale. È stata descritta anche come pseudo-speciazione, termine coniato da Erik Erikson (1966) per indicare la tendenza a trattare un altro gruppo come se appartenesse a una specie diversa. Quando l’altro non è più percepito nella sua complessità, ciò che gli viene fatto smette più facilmente di apparire intollerabile e può assumere il volto bonificato della “pulizia” e della “necessità”.

Ma la deformazione del nemico non nasce soltanto dall’odio. Può funzionare anche come processo protettivo. L’empatia ha un costo: vedere il dolore altrui provoca dolore. Ridurre l’altro a figura compatta, minacciosa e impersonale può allora diventare un modo per sottrarsi a quel costo, per agire o giustificare l’agire violento senza il peso del senso di colpa.

In questa prospettiva, la retorica della minaccia costante persuade un popolo che l’aggressione sia, in realtà, un atto protettivo necessario alla sopravvivenza. La violenza viene ricodificata come autodifesa. L’offensiva diventa risposta. Il carnefice diventa vittima che reagisce. È uno dei dispositivi discorsivi più potenti della storia, e l’ecosistema digitale oggi lo amplifica con una velocità e una capillarità senza precedenti, soprattutto in ambienti informativi orientati alla massima penetrazione emotiva (Paul & Matthews, 2016).

Questa semplificazione dell’altro non resta sul piano delle idee: scende nel registro emotivo, mobilita vissuti di minaccia, umiliazione e ingiustizia, e prepara così il terreno alla legittimazione della violenza.

Rabbia, ingiustizia e restringimento del campo mentale

La violenza collettiva prospera quando l’esperienza soggettiva viene configurata come ingiustizia subita e minaccia esistenziale. Ciò che dall’esterno appare come aggressione viene così vissuto dall’interno come autodifesa, e la trasgressione morale diventa più facilmente giustificabile.

In una prospettiva neuro-affettiva, la rabbia difensiva nasce dalla frustrazione e dall’umiliazione. Per questo può essere facilmente arruolata da narrazioni di offesa e persecuzione. Panksepp mostra come la rabbia difensiva appartenga a un assetto affettivo diverso dall’aggressività predatoria, risultando particolarmente sensibile ai vissuti di minaccia e frustrazione (Panksepp, 2010). La guerra cognitiva, allora, non agisce solo sulle opinioni: agisce sulla sensibilità emotiva, sul modo in cui un gruppo interpreta ciò che lo ferisce e ciò che ritiene legittimo fare in risposta.

Quando questo processo si radicalizza, si restringe anche la capacità di rappresentarsi l’altro come soggetto dotato di pensieri, intenzioni e stati interni. L’altro smette di apparire persona e diventa più facilmente ostacolo e bersaglio. È in questo restringimento del campo mentale che la violenza trova una delle sue condizioni di possibilità. Quando l’altro è già stato ridotto a minaccia e bersaglio, anche ciò che un tempo appariva moralmente impronunciabile può entrare più facilmente nel campo del pensabile.

Il ritorno del lessico nucleare come operazione cognitiva

C’è un secondo livello su cui la manipolazione delle percezioni opera, ancora più silenzioso e più devastante: l’addestramento all’impensabile. Quando una società viene esposta a dosi crescenti di violenza, minaccia e linguaggi apocalittici, la soglia dell’orrore si sposta. Ciò che prima era inconcepibile diventa una variabile.

È qui che il discorso atomico entra in gioco: non tanto come annuncio esplicito di impiego, quanto come operazione mentale che rende progressivamente nominabile ciò che dovrebbe restare impensabile. Il caso del programma nucleare iraniano offre un esempio concreto di questo meccanismo. Negli ultimi mesi, i briefing tecnici su Fordow e Natanz sono stati riprodotti con sobrietà quasi scientifica dai media e nei discorsi politici occidentali. Eppure la mente collettiva raramente è rimasta sul dato. Ogni aggiornamento tecnico ha prodotto nell’immaginario pubblico il salto immediato al simbolo: la bomba, l’apocalisse. Questo perché il lessico dell’arricchimento, ripetuto con regolarità, ha progressivamente spostato il nucleare iraniano dalla categoria dell’ipotetico a quella del probabile. L’arma non esiste ancora. Ma nella percezione collettiva ha già cominciato a esistere. Questa riemersione dell’atomico lavora su due piani, strategico e psichico. Trasforma il nucleare in variabile negoziabile – pressione, deterrenza, credibilità – e insieme lo rende dicibile per ripetizione. Quando il nucleare entra nel lessico delle opzioni, il suo peso morale si alleggerisce prima ancora che cambino i rapporti di forza.

Qui il nesso con la fabbrica del nemico produce il suo effetto più sottile. Quando il nucleare viene evocato come risposta a un nemico “irrazionale” e “fanatico”, si compie un’operazione retorica precisa. L’eccezionalità della minaccia giustifica il carattere estremo della risposta e, nello stesso tempo, accredita l’idea che l’altro appartenga a una categoria umana incomprensibile, impermeabile alla ragione.

Ecocidio e angoscia territoriale

La stessa logica non si ferma ai corpi e alle coscienze: quando l’inammissibile viene normalizzato, anche lo spazio di vita può diventare bersaglio legittimato. L’ecocidio può essere letto come una delle espressioni più radicali di questa dinamica. La guerra contemporanea mostra che, per colpire in profondità una collettività, non basta aggredire i corpi. Gli edifici vengono colpiti non solo per scopi tattici, ma anche per spezzare continuità, orientamento e stabilità psichica. La letteratura sul place attachment mostra come il legame con i luoghi non sia un semplice dato esterno, ma una trama profonda che sostiene sicurezza, identità, appartenenza e continuità dell’esperienza. Quando questo ancoraggio si spezza, possono emergere disorientamento, senso di perdita e sofferenza psicologica (Freibott-Kalt et al., 2025). In questa prospettiva, distruggere l’habitat significa colpire anche la stabilità interiore.

In quest’ottica, la devastazione dell’ambiente di vita non costituisce soltanto un fatto ambientale o giuridico. È anche una ferita psicologica radicale, che mira a sradicare l’identità di una comunità e a rendere il trauma della guerra duraturo, fino a trasmettersi tra le generazioni. La prospettiva nucleare porta questa logica al suo estremo assoluto: non la distruzione di un edificio o di una città, ma la contaminazione permanente del territorio stesso. Il suolo che non si potrà più calpestare. L’acqua che non si potrà più bere. L’angoscia territoriale elevata a scala planetaria. Normalizzare il discorso nucleare non è dunque solo un fatto militare o diplomatico: è anche un atto di guerra psicologica contro la possibilità stessa di sentirsi a casa nel mondo.

È a questo punto che la trasformazione percettiva mostra il suo effetto più duraturo: non solo rende possibile l’estremo, ma abitua progressivamente a conviverci, fino a farlo apparire parte del paesaggio mentale.

Assuefazione all’inaudito

La guerra non trasforma soltanto chi la subisce. Trasforma anche chi la infligge, chi la giustifica e chi la guarda fino a non sentirla più. L’assuefazione, allora, non è soltanto un effetto collaterale della guerra cognitiva: può diventare una condizione strategicamente sfruttabile.

Occorre distinguere due livelli. La normalizzazione collettiva riguarda il piano culturale e politico: modifica ciò che una società finisce per considerare tollerabile. L’assuefazione individuale riguarda invece il piano clinico: nasce dall’esposizione ripetuta alla sofferenza e alle immagini estreme, erode la capacità empatica, favorisce il distacco emotivo e può sfociare nella compassion fatigue o nello stress traumatico secondario (Figley, 2002).

Questi due processi non procedono separatamente: si alimentano a vicenda. Una società composta da individui sempre più assuefatti diventa più vulnerabile alla legittimazione culturale della violenza. E, specularmente, un ambiente informativo che tratta l’orrore come spettacolo accelera nell’individuo l’erosione dell’empatia. La guerra cognitiva agisce proprio in questo spazio di reciproco rinforzo, sfruttando insieme entrambe le dinamiche.

E tuttavia restano delle brecce: un prigioniero a cui viene offerta acqua o una madre che parla il linguaggio del dolore. Non sono soluzioni. Sono piccoli varchi, punti di passaggio in cui l’altro torna, almeno per un istante, nell’ambito dell’umano.

Smantellare la fabbrica dall’interno

Ogni volta che il nucleare riappare in un titolo, in un commento, in una metafora politica, e non produce orrore ma solo un aggiornamento del quadro strategico, la guerra cognitiva ha già vinto una piccola battaglia. Non quella finale, la decisione. Ma quella preliminare e più silenziosa: la desensibilizzazione che rende la decisione, un giorno, meno impensabile di quanto dovrebbe essere.

La vera vittoria non consiste nel distruggere il nemico. Consiste nello smantellare la fabbrica che lo genera dentro di noi: quell’insieme di filtri emotivi che trasforma l’ambiguità in minaccia, la differenza in offesa, la ferita in vendetta.

Spezzare questo circolo richiede di agire su entrambi i livelli: recuperare la capacità di rappresentarsi l’altro come soggetto e rendere di nuovo indigeribile, sul piano morale e simbolico, l’idea dell’atomico come opzione.

In un’epoca in cui la polarizzazione è spesso incentivata da sistemi algoritmici, interessi politici e meccanismi dell’attenzione, smantellare la fabbrica del nemico richiede uno sforzo controcorrente, lento, privo della gratificazione immediata della certezza. Difendere la mente, oggi, è una responsabilità collettiva. Passa anche da scelte di architettura informativa: rallentare la condivisione, imporre contesto, rendere visibile la provenienza dei contenuti. In un ecosistema in cui anche l’Intelligenza Artificiale può contribuire a produrre e moltiplicare filtri, simulazioni e cornici emotive su scala industriale, il problema non è più solo distinguere il vero dal falso, ma difendere le condizioni mentali che rendono ancora possibile il giudizio.

Riferimenti bibliografici

Claverie, B., & du Cluzel, F. (2022). “Cognitive warfare”: The advent of the concept of “cognitics” in the field of warfare. Cognitive warfare: The future of cognitive dominance. NATO Science & Technology Organization.

Erikson, E.H. (1966). Ontogeny of ritualization in man. Philosophical Transactions of the Royal Society of London. Series B, Biological Sciences, 251(772), 337-349. https://doi.org/10.1098/rstb.1966.0019

Figley, C.R. (2002). Compassion fatigue: Psychotherapists’ chronic lack of self-care. Journal of Clinical Psychology, 58(11), 1433–1441. 10.1002/jclp.10090.

Freibott-Kalt, A., Jiang, X., Rose, A. et al. (2025). Children, Disasters, and Place Attachment: A Contemporary Framework for Understanding Crisis in Context. Curr Psychiatry Rep 27, 613–621. https://doi.org/10.1007/s11920-025-01634-4

Panksepp, J. (2010). Affective neuroscience of the emotional BrainMind: Evolutionary perspectives and implications for understanding depression. Dialogues in Clinical Neuroscience, 12(4), 533–545. 10.31887/DCNS.2010.12.4/jpanksepp

Paul, C., & Matthews, M. (2016). The Russian “firehose of falsehood” propaganda model: Why it might work and options to counter it. RAND Corporation. https://doi.org/10.7249/PE198