di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
La domanda da porsi di fronte alle critiche internazionali sull’estrazione di Nicolás Maduro da parte delle forze armate statunitensi è semplice: quali diritti umani sarebbero stati violati? La risposta più immediata è altrettanto semplice: quelli dei narcotrafficanti. Tuttavia, poiché quasi nessuno sembra ricordare il contesto e i precedenti, è necessario tornare indietro per comprendere ciò che sta accadendo oggi.
Il kirchnerismo in Argentina, insieme al castro-chavismo
cubano-venezuelano, ha rappresentato uno dei principali nemici della stabilità
democratica del Sud America, contribuendo all’instaurazione e al consolidamento
di regimi autoritari. Il caso del Nicaragua è emblematico, ma il vero centro
operativo è sempre stato Cuba. Non a caso, Nicolás Maduro era protetto da
agenti cubani, come raccontavano apertamente gli stessi venezuelani. Ed è
significativo che gli unici a perdere la vita durante l’operazione siano
stati proprio gli agenti cubani incaricati della sua protezione.
A partire dal 2007, il regime castro-chavista ha avviato un processo
sistematico di espropriazione delle risorse. Sotto Maduro, il prodotto interno
lordo del Venezuela si è ridotto di circa l’80% in meno di un decennio,
spingendo gran parte della popolazione a sopravvivere con pochi dollari al mese
e causando il collasso dei servizi essenziali.
Tre figure hanno segnato in modo particolarmente negativo il destino del
Sud America: Lula, i Kirchner e Hugo Chávez, spesso
definiti “i tre cavalieri dell’Apocalisse”, affiancati dal regime cubano e
responsabili del disastro regionale. È noto, inoltre, che Chávez e Maduro
furono preparati politicamente a Cuba sotto la supervisione di Fidel Castro per
prendere il controllo del Venezuela, come documentato da Cara e’ Crimen
di Pablo Medina.
A ciò si aggiunge un elemento cruciale: le elezioni venezuelane sono
state oggetto di frode sistematica. I verbali non sono mai
stati resi pubblici ed è ampiamente riconosciuto che Nicolás Maduro non sia il
presidente legittimamente eletto. Su di lui grava inoltre un’accusa gravissima:
quella di essere il capo del cosiddetto Cartel de los Soles,
organizzazione narcotrafficante infiltrata nelle istituzioni statali.
Come rileva LLilia Lemoine “Improvvisamente molti parlano di diritto internazionale e si autodefiniscono esperti. Ma quando nel 1992 il chavismo bombardò il Palazzo di Miraflores per prendere il potere, causando la morte di tra le 300 e le 400 persone civili, nessuno intervenne. Fu un’azione militare e allora non si sollevò alcuna protesta.”
Il chavismo è ancora presente in Venezuela e continuerà a esserlo. Proprio
per questo, la transizione non potrà che essere lunga e complessa. Coinvolge
molte persone oggi spaventate — e a ragione — perché hanno finalmente compreso
che non si trattava di una minaccia vuota: non si negozia con criminali, non
si stringono accordi con dittatori.
Gli Stati Uniti non hanno invaso il Venezuela. Non hanno bombardato
scuole, ospedali o infrastrutture civili. Hanno condotto un’operazione mirata
per estrarre un narcoterrorista. Non c’è stato alcun attentato contro la vita,
la libertà o la proprietà della popolazione venezuelana. È stata un’operazione
chirurgica, in cui sono stati colpiti esclusivamente coloro che difendevano il
dittatore e lavoravano per lui.
Chiunque abbia parlato con un rifugiato venezuelano conosce racconti di
violenze, torture, detenzioni arbitrarie. Gli oltre otto milioni di venezuelani
che hanno lasciato il Paese non lo hanno fatto per ambizione personale, come
spesso accade ai migranti economici, ma per sopravvivere. Eppure, numerosi
esponenti del mondo dei diritti umani hanno protestato contro l’azione statunitense,
senza chiedersi chi sarebbe davvero disposto a scendere in piazza a favore
di Maduro.
Il contesto geopolitico è essenziale per comprendere il momento
dell’intervento. Prosegue infatti l’assedio petrolifero volto a
chiudere il rubinetto del greggio venezuelano, colpendo indirettamente Russia e
Cina e testando al contempo la disponibilità di Putin a favorire l’uscita di
scena di Maduro. Il Venezuela rappresenta un asset energetico e finanziario
strategico per Mosca: attraverso società come Rosneft, il petrolio venezuelano
a forte sconto ha garantito liquidità, partecipazioni nei giacimenti e canali
opachi per aggirare le sanzioni.
Il blocco petrolifero colpisce la Russia in modo strutturale. In
un’economia fortemente dipendente dalle rendite energetiche, il petrolio
venezuelano ha funzionato come valvola di compensazione per finanziare
operazioni fuori dai circuiti ufficiali. Interrompere questi flussi riduce la
flessibilità finanziaria di Mosca e aumenta i costi interni, già aggravati
dalla guerra in Ucraina. Il Venezuela, inoltre, è un hub per l’elusione delle
sanzioni attraverso triangolazioni e rietichettature. Con il blocco, tali
operazioni diventano più costose, rischiose e meno sostenibili.
È in questo quadro che si colloca Operation Final Liberty.
Secondo la ricostruzione fornita da CCarlos Ruckauf, venerdì sera intorno alle 21 il generale Kain riceve l’informazione decisiva da un agente dell’intelligence infiltrato direttamente nel gruppo di custodia di Nicolás Maduro. L’agente comunica il luogo esatto in cui Maduro avrebbe dormito quella notte. L’azione viene affidata a un’unità Delta specificamente addestrata per intervenire in quella determinata abitazione. Maduro, infatti, alternava il pernottamento tra tre residenze diverse, per ciascuna delle quali esisteva un piano operativo dedicato.
Alle 22:40, verificate le condizioni meteorologiche favorevoli, Donald Trump dà l’ordine. È una notte di luna piena. Le forze statunitensi interrompono l’elettricità in tutta Caracas, lasciando la capitale completamente al buio. Solo chi dispone di sistemi di visione notturna può muoversi.
Entrano in azione i Night Stalkers, elicotteri progettati per
operazioni in ambienti estremamente complessi. Dodici elicotteri penetrano
nella capitale attraverso un corridoio montuoso altamente critico, mentre un dispositivo
molto più ampio — circa 150 assetti aerei, inclusi droni — viene attivato in
parallelo. I droni accecano i sistemi di difesa, mentre gli assetti in quota
colpiscono Fuerte Tiuna e l’intero apparato difensivo circostante. Le altre due
residenze di Maduro vengono attaccate simultaneamente per disorientare
completamente il dispositivo di sicurezza.
Gli unici a perdere la vita sono gli “Avispas Negras”, unità cubane
che costituivano il secondo anello di difesa del dittatore.
Il 3 gennaio 2026, l’operazione si conclude con la cattura di Nicolás Maduro. A seguito dell’arresto, la Corte Suprema del Venezuela ordina a Delcy Rodríguez di assumere le funzioni di presidente ad interim per garantire la continuità dello Stato.
In conferenza stampa, Donald Trump lancia un messaggio ambiguo a Rodríguez:
da un lato apre a un dialogo per guidare una transizione ordinata, dall’altro
chiarisce che, in caso di mancata collaborazione, potrebbe “pagare un prezzo
ancora più alto” di quello pagato da Maduro. L’opzione coercitiva resta
esplicitamente sul tavolo.
Parallelamente emergono accuse di tradimento interno. L’ex vicepresidente colombiano ed ex ambasciatore a Washington Francisco Santos afferma di essere convinto che Delcy Rodríguez abbia consegnato Maduro agli Stati Uniti per ambizione personale. Anche il figlio di Maduro, senza fare nomi, parla apertamente di tradimento ai vertici del regime.
Secondo Ron Aledo, ex analista senior della CIA, il messaggio reale dell’amministrazione statunitense — coerente con le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio — è chiaro: la transizione democratica arriverà, ma non immediatamente. Machado non è stata eletta presidente; il candidato formalmente eletto è Edmundo González, sebbene in un processo non legittimo. Gli Stati Uniti intendono gestire una fase di transizione controllata, mantenendo Delcy Rodríguez come presidente di facciata per diversi mesi.
Nel frattempo, Washington garantirà il controllo della situazione sul terreno, anche attraverso una presenza militare dissuasiva al largo di Caracas. Solo una volta ristabilita la piena stabilità, si procederà gradualmente verso elezioni e un governo autonomo. In sostanza, il Venezuela verrebbe governato indirettamente dagli Stati Uniti, almeno nella fase iniziale della transizione.
USA: il vicolo cieco venezuelano.
di Melissa de Tefféda Washington, DC –
Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica
statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato
(US)
Quando nel 1983
Ronald Reagan annunciò, con un pragmatismo da Guerra Fredda, “We have
invaded Grenada”, gli Stati Uniti mandarono un messaggio chiaro: nelle
acque dei Caraibi, le crisi non vengono lasciate maturare.
L’Operazione
Urgent Fury, l’invasione guidata dagli Stati Uniti nell’ottobre 1983, fu la
risposta a un collasso politico immediato — l’esecuzione del premier Maurice
Bishop e l’ascesa di una giunta più radicale, sostenuta e armata da Cuba.
Washington intervenne per “proteggere i cittadini americani”, ma
anche per impedire che l’Unione Sovietica consolidasse un avamposto strategico.
L’operazione fu rapida e, da allora, l’isola è tornata a essere una democrazia
parlamentare rappresentativa e si è mantenuta politicamente stabile.
Oggi, le acque del Venezuela ricordano quelle di Grenada:
un governo isolato, un Paese al collasso, una crisi che avanza a ritmo
accelerato e un’influenza esterna — quella di Cuba — che tiene le leve del
potere con una presa ben più profonda e sistemica di quella degli anni Ottanta.
La salita al potere di Nicolás Maduro in Venezuela è
avvenuta in un contesto di forte instabilità politica, segnato dalla malattia e
poi dalla morte di Hugo Chávez, figura dominante della vita nazionale per oltre
un decennio. Designato come suo successore politico, Maduro – allora
vicepresidente e fedele esponente del chavismo – assunse la presidenza ad interim nel marzo 2013, alla
scomparsa di Chávez. Le elezioni anticipate dell’aprile successivo lo videro
vincitore per un margine estremamente ristretto contro il candidato
dell’opposizione Henrique Capriles, in un clima di accuse di irregolarità e
contestazioni interne. Una volta insediato, Maduro ereditò un’economia già in
recessione e un apparato statale profondamente polarizzato, elementi che
contribuirono a trasformare la sua leadership
in una delle più controverse e discusse della storia venezuelana recente. Negli
anni della leadership di Maduro l’economia del Venezuela è ulteriormente
precipitata: il prodotto interno lordo è crollato drasticamente, l’iperinflazione
ha eroso salari e risparmi, e la carenza cronica di beni essenziali — cibo,
medicinali, servizi pubblici — ha reso insostenibile la vita quotidiana per
milioni di cittadini. Di conseguenza, una larga parte della
popolazione ha preso la via dell’esilio: secondo le stime più recenti, ormai
più di 8 milioni di venezuelani
hanno lasciato il paese alla ricerca di condizioni di vita dignitose e
stabilità. Gran parte di questi migranti si è diretta verso altre nazioni
sudamericane, con Argentina e Cile che
figurano tra le principali destinazioni. Questo esodo massivo ha rappresentato
non solo una fuga dall’emergenza economica e sociale, ma anche una perdita
significativa di capitale umano — numerosi giovani e professionisti hanno
scelto l’estero, rifuggendo un futuro segnato dalla crisi e dall’incertezza.
Durante la sua
presidenza, Nicolás Maduro ha consolidato un sistema di alleanze con i governi
progressisti della regione, mantenendo viva l’eredità diplomatica di Hugo
Chávez. Il rapporto con l’Argentina dei Kirchner è rimasto tra i più
significativi, sostenuto da una comune narrativa anti-neoliberale e da una
cooperazione politica attiva in organismi regionali come UNASUR e CELAC. Parallelamente,
Maduro ha mantenuto rapporti privilegiati con la Bolivia di Evo Morales
e il Nicaragua di Daniel
Ortega, rafforzati da una visione condivisa di “sovranità regionale” e dalla
critica comune alle pressioni di Washington.
Pensando al
1962, la finestra per evitare il “fiasco del secolo” si sta chiudendo. Nella lettura di molti analisti
latinoamericani, gli Stati Uniti avrebbero già usato quasi tutte le leve
disponibili e di “massima pressione” contro il regime di Nicolás Maduro:
sanzioni economiche, isolamento diplomatico, minacce credibili di uso della
forza e operazioni mirate contro il narcotraffico nella regione. Da alcuni
giorni anche la chiusura degli spazi aerei (no fly zone) . L’attuale
livello di dispiegamento militare nei Caraibi viene spesso paragonato, per
intensità e simbolismo, non solo all’invasione di Panama del 1989 –
l’operazione Just Cause progettata per rovesciare Manuel Noriega, Il messaggio
implicito è chiaro: per la Casa Bianca, il dossier Venezuela non è più un
“problema regionale”, ma un test di credibilità strategica paragonabile alle
grandi crisi della Guerra fredda.
Il dilemma di
Washington: costi, Congresso e guerra d’immagine
Il nodo
politico per Donald Trump è evidente: se, dopo settimane di escalation, tutto dovesse concludersi
con una ritirata ordinata della flotta senza cambiamenti reali a
Caracas, il rischio sarebbe quello che in molti già definiscono il “fiasco del
secolo”.
Mantenere
questo dispositivo militare ha un costo elevato (stimato da vari commentatori
nell’ordine di decine di milioni di dollari al giorno) e richiede rinnovi
periodici delle autorizzazioni del Congresso. In parallelo cresce la resistenza
di una parte del Partito Democratico e dei media liberal – New York Times,
Washington Post – che, pur non essendo “filo-Maduro”, finiscono di fatto
per contestare la logica dell’escalation militare e denunciare i rischi di
violazioni del diritto umanitario.
Le critiche si
sono intensificate dopo il caso del colpo contro una barca venezuelana
legata al narcotraffico, in cui un secondo strike su sopravvissuti ha
sollevato dubbi sulla legalità dell’operazione: la Casa Bianca difende
l’attacco come conforme al diritto dei conflitti armati, mentre giuristi
militari e ONG parlano apertamente di possibile
crimine di guerra.
Per Trump, la
variabile tempo è quindi centrale: più la crisi si prolunga senza un esito
visibile, più cresce il fronte interno che descrive l’operazione come
moralmente e giuridicamente insostenibile.
Se la crisi venezuelana ha una dimensione geopolitica, ne
ha una altrettanto evidente sul piano economico. A differenza
dell’amministrazione Biden — che negli ultimi anni non ha stipulato accordi
energetici con Caracas e si è limitata a scambi di prigionieri ad alto
profilo — la logica dell’amministrazione
Trump è apertamente legata al valore economico del petrolio venezuelano.
Il Venezuela possiede una delle più grandi riserve di greggio
pesante al mondo, esattamente il tipo di petrolio per cui molte raffinerie
statunitensi del Golfo del Messico sono state progettate. La riattivazione di
quel flusso di export verso gli USA rappresenterebbe un vantaggio immediato per
il settore energetico americano, riducendo la dipendenza da forniture più
costose provenienti da Canada e Medio Oriente. Non è un caso che all’interno
del GOP questa prospettiva sia ormai discussa apertamente.
La deputata repubblicana Maria
Salazar, in un’intervista a Newsweek, ha affermato che gli Stati
Uniti «potrebbero intervenire in Venezuela» e ha definito le risorse
petrolifere venezuelane una potenziale “manna per l’economia americana”,
una volta normalizzata la situazione interna del Paese.
Questa narrativa, sempre più esplicita, si inserisce
nella dottrina economica trumpiana secondo cui Washington dovrebbe
controllare — direttamente o indirettamente — le fonti energetiche del proprio
emisfero, riducendo l’influenza di attori extra-regionali (Russia, Iran,
Cina) e riportando negli Stati Uniti petrolio a basso costo che potrebbe
sostenere la produzione industriale interna.
In questa prospettiva, il Venezuela non è soltanto un problema democratico
o umanitario, ma una leva economica cruciale:
per la competitività delle raffinerie USA,
per la stabilità dei prezzi del carburante,
e per la politica energetica “America First” che Trump ha
sempre rivendicato.
Maduro non
decide da solo: il protettorato cubano
Un elemento chiave spesso
sottovalutato nel dibattito pubblico è il ruolo di Cuba. Dal fallito
golpe contro Hugo Chávez nel 2002, l’Avana ha progressivamente colonizzato
l’apparato di sicurezza venezuelano: accordi bilaterali riservati hanno
permesso ai servizi cubani di riorganizzare la contro-intelligence, infiltrare
le forze armate e costruire una rete di sorveglianza capillare capace di
prevenire complotti interni.
Secondo
un’ampia mole di inchieste giornalistiche, nessuna promozione militare
significativa in Venezuela, da anni, avviene senza il via libera cubano.
Questo spiega perché i tentativi di incoraggiare un golpe “dal centro” da parte
di ufficiali medi – lo scenario “Portogallo 1974” evocato da molti commentatori
– siano finora falliti: il sistema di controllo è troppo penetrante.
In questo
schema, Maduro non è un caudillo autonomo, ma un uomo dell’Avana, legato
a Cuba da oltre vent’anni. La figura che incarna il vero potere interno è Diosdado
Cabello, uomo forte del chavismo, considerato da Washington uno dei
principali snodi tra regime, apparato militare e narcotraffico. Per questo,
l’idea che Maduro possa negoziare la propria uscita senza consenso cubano è
sostanzialmente irrealistica.
A Cuba conviene
ancora il Venezuela: per Cuba, il mantenimento di un regime amico a Caracas
non è solo una questione ideologica, ma un vincolo economico vitale. Lo
storico programma di cooperazione medica Barrio Adentro ha visto
l’invio in Venezuela di migliaia di medici cubani in cambio di forniture di
petrolio a condizioni favorevoli.
Per anni, le
stime parlavano di decine di migliaia di barili al giorno diretti a Cuba; oggi,
nonostante il crollo produttivo venezuelano, Caracas continua a fornire
all’Avana una quota significativa di greggio, intorno a 50–55 mila barili al
giorno anche nei periodi recenti. In un
contesto in cui Cuba soffre blackout prolungati e riduzioni drastiche delle
forniture da altri partner come il Messico, questa linea di rifornimento da
Caracas resta fondamentale.
L’Avana non ha
alcun interesse a perdere di colpo la sua principale ancora energetica e
finanziaria. Senza una grande negoziazione con Washington che
garantisca una forma di continuità degli aiuti – o un sostituto funzionale
della rendita venezuelana – è improbabile che Cuba dia il via libera alla
rimozione di Maduro.
8 milioni di
venezuelani in fuga
Intanto, sullo
sfondo, il Paese è già collassato. Secondo UNHCR e altre fonti
internazionali, quasi 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese
negli ultimi anni, trasformando la crisi in uno dei più grandi esodi al mondo.
La conseguenza
è che ogni esitazione americana viene letta, fuori e dentro il Venezuela,
come l’ennesimo “al lupo, al lupo” che ogni settimana si diffonde la voce
di un attacco imminente, e puntualmente arriva domenica senza il lupo.
Rimangono sul
tavolo due opzioni:
Colpo di mano selettivo: operazioni di
forze speciali già presenti sul terreno; neutralizzazione mirata di un gruppo
ristretto di leader considerati pericolosi
come oltre a Maduro, Cabello, ministro Giustizia, e il ministro della Difesa
Padrino López); azioni di intelligence simili a quella che in passato ha
permesso di far uscire oppositori nascosti in sedi diplomatiche a Caracas, o in
ospedali o strutture civili.
Campagna aerea mirata: attacchi di
precisione contro bunker, infrastrutture militari collegate al narcotraffico e nodi di
comando; consapevolezza che molti leader del regime passano parte del loro
tempo nascosti in ospedali o strutture civili, (incluso Maduro stesso).
I rischi sono
elevatissimi.
In parallelo,
un elemento nuovo è l’atteggiamento della Russia: negli ultimi
giorni tour operator russi e l’associazione ATORUS hanno confermato l’avvio di evacuazioni
di turisti da Isla Margarita, con voli speciali diretti a Mosca, proprio
mentre l’amministrazione Trump dichiara lo spazio aereo venezuelano “chiuso”. È
un segnale che Mosca si prepara al peggio, riducendo l’esposizione dei
propri cittadini senza rompere formalmente con Maduro.
In questo
contesto, le condizioni che Maduro avrebbe posto nella sua telefonata con Trump
– uscita graduale, controllo persistente sulle forze armate attraverso Cabello,
amnistia totale per sé e per il proprio entourage – sono state categoricamente
rifiutate da Trump che al massimo sembra disposto a un indulto personale e
limitato alla famiglia.
Ma sotto la
superficie la realtà è più semplice e più brutale: un Paese devastato, milioni
di persone in fuga, un apparato di sicurezza colonizzato da Cuba e una potenza
globale che non può permettersi di minacciare senza, prima o poi, decidere se e
come colpire.
La “finestra di
una settimana” evocata da alcuni analisti potrebbe essere letterale, e
fotografa bene il punto: da qui in avanti, ogni giorno in più senza una svolta
rafforza la percezione di stallo e rende ancora più costoso — politicamente e
umanamente — qualsiasi passo successivo.
Perché il vertice di Budapest è destinato a saltare?
di Claudio Bertolotti.
Il vertice di Budapest, annunciato come possibile occasione di incontro tra Trump e Putin, si sta progressivamente svuotando di sostanza politica. Le ragioni sono tre. La prima è l’asimmetria negoziale: Mosca non accetta l’idea di un cessate il fuoco immediato e continua a proporre scambi territoriali che congelerebbero i propri vantaggi sul terreno; Washington, consapevole di questo squilibrio, ha deciso di rinviare qualsiasi summit fino a quando non si intravedrà un terreno comune. La seconda è di natura giuridico-politica: il mandato della Corte penale internazionale nei confronti di Putin rende logisticamente complessa e diplomaticamente tossica qualsiasi sua visita in territorio dell’Unione Europea. La terza ragione è l’ambiguità ungherese. Orbán, da un lato, proclama di lavorare per la pace; dall’altro, usa l’ipotesi del vertice per fini di politica interna, ben sapendo che né Washington né Mosca intendono legittimare un’iniziativa fuori dal loro controllo. In sintesi, Budapest è oggi più uno strumento narrativo che una reale agenda diplomatica.
Trump e Putin: chi domina il braccio di ferro?
Lo scontro tra Trump e Putin è un confronto tra due poteri diversi: quello della coercizione e quello dell’agenda. Putin controlla la dimensione tattica del conflitto — il terreno, il tempo strategico, la capacità di escalation — e per questo appare più forte nel breve periodo. Trump, invece, esercita un potere strategico: dispone delle leve sanzionatorie, dell’influenza sul sistema finanziario internazionale e della capacità di guidare o rallentare la coalizione occidentale. Si tratta dunque di due forze che si bilanciano. Putin può imporre fatti compiuti, ma Trump controlla il ritmo e i margini della trattativa. In questo equilibrio instabile, la forza non è solo militare: è anche comunicativa, economica e simbolica.
Come si muovono Zelensky e gli europei?
Zelensky mantiene una doppia linea d’azione: da un lato si dichiara disponibile al dialogo, dall’altro rifiuta qualsiasi riconoscimento delle conquiste territoriali russe. Sul piano operativo punta a mantenere la pressione sul fronte e a garantire continuità nei flussi di armi e finanziamenti occidentali. Gli europei, invece, mostrano stanchezza strategica. L’obiettivo comune è ottenere un cessate il fuoco “line-of-contact” che fermi i combattimenti senza tradursi in concessioni politiche. Dietro le quinte, Bruxelles lavora su un meccanismo che potremmo definire “freeze & fund”: congelare il fronte militare e finanziare la resilienza e la ricostruzione ucraina con gli asset russi congelati. È un compromesso di gestione, non ancora di pace.
Trump riuscirà davvero a mediare?
È possibile,
ma alle sue condizioni. Trump potrà presentarsi come mediatore solo se riuscirà
a ottenere un risultato spendibile sul piano interno: uno stop
temporaneo ai combattimenti, uno scambio di prigionieri, o un accordo
umanitario che possa rivendicare come “vittoria americana”.
Un vero accordo politico, invece, richiederebbe concessioni territoriali che
nessuna delle due parti è oggi disposta ad accettare. L’esito più probabile,
nel breve periodo, è un cessate il fuoco imperfetto: fragile,
reversibile, ma utile a entrambi per guadagnare tempo e consenso.
Perché Trump ha ottenuto una tregua in Medio Oriente
ma non in Ucraina?
Le differenze strutturali sono evidenti. Primo, la natura della mediazione: in Medio Oriente esiste un triangolo operativo stabile — Stati Uniti, Egitto e Qatar — che funziona su logiche transazionali, scambiando ostaggi e tregue in modo sequenziale. In Ucraina, invece, manca un broker accettato da entrambe le parti e non c’è un “bene scambiabile” immediato. Secondo, l’oggetto del conflitto: a Gaza si tratta di gestire il fuoco e il flusso umanitario; in Ucraina si tratta dell’architettura di sicurezza europea, una questione sistemica e non episodica. Terzo, i vincoli legali e di coalizione: il mandato ICC su Putin e la natura interstatuale del conflitto limitano margini e formati negoziali. Infine, la stabilità del cessate il fuoco: in Medio Oriente la tregua è fragile ma replicabile; in Ucraina, un congelamento della linea di contatto creerebbe nuove frontiere armate e un conflitto “ibernato” ma non risolto.
In conclusione
Budapest, oggi, è il simbolo di una diplomazia sospesa: un negoziato ancora senza negoziato. Mosca guadagna tempo, Washington costruisce pressione finanziaria e militare, l’Europa tenta di reggere la linea del “freeze & fund”. Trump potrebbe ancora imporsi come mediatore “a modo suo”, ma solo se riuscirà a trasformare l’apparenza di una pausa tattica in un successo politico immediato. Il Medio Oriente gli ha offerto un terreno di scambio; l’Ucraina, invece, richiede un’architettura di sicurezza. E quella non si improvvisa: richiede tempo, compromessi e la rinascita di una volontà politica che, per ora, nessuno dei protagonisti sembra voler realmente esercitare.
Designare Antifa come un’organizzazione terroristica? Implicazioni legali, strategiche e politiche
di Andrea Molle dagli Stati Uniti
La recente decisione dell’amministrazione Trump di designare Antifa come organizzazione terroristica solleva DIVERSI interrogativi sull’uso degli strumenti dell’antiterrorismo nel contesto domestico. A differenza di gruppi stranieri tradizionalmente soggetti a tale designazione, Antifa non costituisce un’entità strutturata, provvista di un minimo livello di leadership centralizzata, di un’appartenenza ben definita o di un apparato finanziario coerente. È più appropriato descriverla come un movimento sociale decentralizzato, contraddistinto da un’auto-proclamata ideologia antifascista, da reti locali e da un repertorio eterogeneo di pratiche che spaziano da forme di protesta pacifica fino a modalità di confronto violento. Questa ambiguità strutturale è al centro delle sfide e delle controversie legate alla sua designazione.
Antifa non è un’organizzazione strutturata ma piuttosto un movimento sociale decentralizzato contraddistinto da un’auto-proclamata ideologia antifascista, da reti locali e da un repertorio eterogeneo di pratiche che spaziano da forme di protesta pacifica fino a modalità di confronto violento.
Dal punto di vista legale, la decisione si muove su un terreno controverso. Il quadro legislativo federale conferisce chiaramente l’autorità per designare organizzazioni terroristiche straniere ai sensi della Sezione 219 dell’Immigration and Nationality Act. Non esiste invece un quadro normativo del tutto equivalente sul versante domestico, anche se sia l’amministrazione Obama che quella Biden, hanno considerato il terrorismo interno una priorità fondamentale per la sicurezza nazionale. La National Strategy for Counterterrorism del 2011 dell’amministrazione Obama riconosceva esplicitamente la potenziale minaccia della violenza ideologicamente motivata all’interno degli Stati Uniti, pur evitando di proporre un quadro formale per tale designazione. Piuttosto, privilegiava l’impegno comunitario e le iniziative di contrasto alla radicalizzazione. L’amministrazione Biden, a sua volta, nel 2021 ha pubblicato la prima National Strategy for Countering Domestic Terrorism, che individuava l’estremismo violento a motivazione razziale o etnica, così come i movimenti anti-governativi e anarchici, come sfide urgenti. Quel documento destinava risorse al miglioramento della condivisione di intelligence, al coordinamento tra forze dell’ordine e ai programmi di prevenzione ma -aspetto cruciale- ribadiva che la legge statunitense vigente non prevede alcun meccanismo per designare gruppi domestici come organizzazioni terroristiche nello stesso modo in cui le entità straniere possono essere inserite nella lista, ai sensi della Sezione 219 dell’Immigration and Nationality Act. Questa continuità evidenzia il gap strutturale: amministrazioni di entrambi i partiti hanno riconosciuto la rilevanza della violenza estremista interna ma non hanno cercato di creare un quadro legale per tale designazione, in gran parte a causa di vincoli costituzionali e politici.
Applicare la
designazione di “organizzazione terroristica” a un movimento informale interno
implicherebbe probabilmente il fatto di dover ampiamente reinterpretare statuti
già esistenti, come quelli relativi al sostegno materiale o alla cospirazione.
Il Primo Emendamento limita fortemente la portata dell’azione governativa in
quest’area: l’espressione di opinioni politiche, anche radicali o offensive, è
protetta. Per reggere sul piano giudiziario, le accuse dovrebbero dimostrare un
coinvolgimento concreto in atti di violenza o la fornitura di assistenza
materiale ad attività illegali. Questa soglia probatoria elevata limita
l’applicabilità pratica della designazione.
Sul piano
strategico, la designazione offre comunque alcuni vantaggi. Invia un segnale di
deterrenza, sia ai partecipanti sia a chi valuta un sostegno finanziario o
logistico. Espande la gamma di strumenti investigativi a disposizione delle
forze dell’ordine, tra cui un’autorità di sorveglianza ampliata e la
possibilità di perseguire canali di finanziamento. Fornisce inoltre una
vittoria simbolica a quei decisori politici che intendono dimostrare fermezza
contro la violenza politica.
Allo stesso tempo, l’approccio comporta diversi rischi. Poiché Antifa manca di coesione organizzativa, la designazione potrebbe rivelarsi più simbolica che operativa. Eventuali procedimenti basati sulle leggi antiterrorismo rischiano di incontrare ostacoli costituzionali e di generare precedenti controversi. L’applicazione estesa dell’etichetta terroristica a un movimento che include anche attività di protesta legittime rischia di raffreddare il dissenso legittimo ed espandere la sorveglianza statale in modi difficili da contenere. Esiste inoltre un costo strategico di disallineamento: dare priorità ad Antifa potrebbe distogliere risorse dall’affrontare altre minacce statisticamente più significative.
Poiché Antifa manca di coesione organizzativa, la designazione potrebbe rivelarsi più simbolica che operativa. L’applicazione estesa dell’etichetta terroristica a un movimento che include anche attività di protesta legittime rischia di raffreddare il dissenso legittimo ed espandere la sorveglianza statale in modi difficili da contenere.
Le implicazioni di policy si estendono anche agli ambienti digitali. Espressioni online di simpatia o identificazione con Antifa potrebbero, a seconda della discrezionalità dei procuratori, essere interpretate come “sostegno materiale”. Anche se i tribunali finissero per restringere la definizione, la percezione del rischio potrebbe scoraggiare individui dall’esercitare un diritto legittimo, producendo un effetto dissuasivo incompatibile con le norme democratiche. Questa dinamica evidenzia la tensione tra obiettivi di controterrorismo e protezione delle libertà civili quando strumenti concepiti per minacce estere vengono applicati al contesto interno.
Questa dinamica evidenzia la tensione tra obiettivi di controterrorismo e protezione delle libertà civili quando strumenti concepiti per minacce estere vengono applicati al contesto interno
In sintesi, dichiarare Antifa un’organizzazione terroristica mette in luce le difficoltà di adattare i quadri normativi antiterrorismo a movimenti diffusi, basati su reti e radicati all’interno di società democratiche. La policy potrà produrre benefici simbolici e in termini di deterrenza, ma si scontra con ostacoli giuridici, operativi e normativi rilevanti. L’impatto a lungo termine sarà determinato dall’interpretazione giuridica, dalle modalità di applicazione delle norme e dal fatto che questa misura riesca a contenere la violenza o finisca per accentuare la polarizzazione e compromettere le garanzie costituzionali.
L’inimmaginabile: Lutnick, Trump e la sfida delle tariffe per rifondare l’America
di Melissa de Teffé dagli Stati Uniti esperta di politica USA accreditata presso il Dipartimento di Stato per START InSight
THE BLITZKRIEG – LA GUERRA LAMPO È di questi giorni un sondaggio della NBC che rileva la percentuale di gradimento e non del presidente Trump. Sicuramente ha registrato il più alto consenso mai raggiunto durante i suoi due mandati, con una media del 47% di americani che approva il suo operato e il 44% che ritiene che il Paese stia procedendo nella giusta direzione. Un record personale per Trump.
Ma nonostante questi dati incoraggianti, la maggioranza degli americani continua a non sostenerlo, rendendo il suo indice di gradimento complessivamente negativo. Trump aveva iniziato la sua presidenza con un bilancio positivo, ma nelle ultime settimane la percentuale di consensi è tornata lentamente a ridursi e, e anche con l’attuale picco di popolarità, Trump rimane comunque il presidente meno apprezzato della storia moderna americana, rispetto a qualsiasi altro presidente nello stesso periodo iniziale. Mentre i consensi per il presidente Trump sono in calo, il Partito Democratico tenta di affrontare una crisi di popolarità ancora più grave: solo il 27% degli elettori registrati ha attualmente un’opinione positiva dei Democratici, a fronte del 55% che esprime giudizi negativi. È il livello più basso mai raggiunto dal partito, dove il 38% degli intervistati dichiara addirittura una visione “estremamente negativa”.
Guardando i numeri al Congresso: i repubblicani detengono attualmente una maggioranza di 53-47 al Senato, mentre alla Camera detengono una maggioranza di 218-213, piccoli margini che hanno obbligato Trump a ritirare e quindi dover ripensare alla nomina ad ambasciatore presso le Nazioni Unite, di Alice Stefanick, deputata per lo Stato di New York. Ecco perché i primi cento giorni sono cruciali, non solo per poter usufruire del minimo risicato di maggioranza (qualsiasi Executive Order presidenziale deve essere approvato dal Congresso), ma anche per dimostrare che quanto promesso in campagna elettorale è vero e quindi aumentare il consenso del pubblico.
I NUMERI Tralasciando le teatralità, parliamo di economia che è alla base di quasi tutte le decisioni politiche ad oggi prese per il paese. Gli Stati Uniti sono il Paese più ricco al mondo, con un bilancio annuale di 6.500 miliardi di dollari ed entrate per 4.500 miliardi, il che genera una perdita annuale di circa 2.000 miliardi. Con un PIL di 29.000 miliardi di dollari e un debito complessivo di 36.000 miliardi, gli USA possono però contare su un valore patrimoniale stimato tra i 500 e i 1.000 trilioni di dollari, un patrimonio che li rende estremamente solidi dal punto di vista economico.
“Secondo questa visione, non sarebbe
necessario ridurre nemmeno di un centesimo i fondi destinati ai cittadini che
hanno realmente diritto ai benefici sociali, come la previdenza (Social
Security), Medicaid o Medicare. La vera sfida sarebbe invece quella di
eliminare le inefficienze, smettendo di inviare denaro pubblico a chi
approfitta del sistema assistenziale, ad esempio persone che ricevono assegni
di invalidità per decenni pur svolgendo altre attività lavorative. In sintesi,
gli Stati Uniti dovrebbero semplicemente iniziare a monetizzare e sfruttare in
modo efficace i propri immensi asset per ristabilire la responsabilità fiscale”, racconta Lutnick, il neoeletto
Segretario del Dipartimento per il commercio.
HOWARD LUTNICK Ma chi è Lutnick? Howard Lutnick è un imprenditore di origini ebraiche noto principalmente come presidente e amministratore delegato della Cantor Fitzgerald, nota per essere una delle principali società di servizi finanziari a livello globale, oggi con oltre 12.500 dipendenti distribuiti in più di 60 uffici in 20 paesi. Riconosciuta come uno dei 24 operatori primari autorizzati a negoziare titoli di Stato con la Federal Reserve Bank di New York, occupava gli ultimi cinque piani di una delle Torri Gemelle quando, l’11 settembre 2001, fu tragicamente colpita dagli attentati terroristici, in cui morirono 658 dipendenti, inclusi il fratello Gary, e il suo migliore amico, Doug. Cantor Fitzgerald guadagnava circa un milione di dollari al giorno, ed era stata costruita sulla filosofia di assumere persone attraverso il passaparola dei dipendenti stessi, creando così un ambiente di lavoro coeso e motivato. Dopo la tragedia, il chairman Lutnick decise di aiutare economicamente tutte le famiglie delle vittime, donando il 25% degli utili aziendali. Nonostante l’impatto devastante, Lutnick è riuscito a ricostruire la società, principalmente grazie alla totale assenza di debiti. Questa sua esperienza di gestione delle crisi e il suo approccio pragmatico lo hanno reso una figura nota al pubblico, anche fuori dal settore finanziario.
Nel 2023 Trump, che lui chiama
simpaticamente DJT, gli chiede di affiancarlo per risanare il debito pubblico
americano. Lutnick, fino a quel momento non coinvolto nella politica, accetta,
decidendo di impegnarsi personalmente e finanziariamente. Lutnick affronta
l’incarico con sistematicità, studia, legge, s’informa su ogni dettaglio che
spieghi il funzionamento della Casa Bianca, le politiche commerciali in essere
e delinea così le strategie finanziarie necessarie per equilibrare il bilancio
federale.
PRIMA IDEA – DOGE Da imprenditore, decide di focalizzarsi su come risanare il bilancio federale, in particolare su una revisione approfondita della spesa pubblica, che è pari a circa quattro trilioni di dollari l’anno. Lutnick è certo che non essendoci mai stata verifica, almeno il 25% di queste spese potrebbero essere ridotte semplicemente eliminando errori o frodi, per un risparmio stimato di circa un trilione di dollari annuo. Inoltre, Lutnick ritiene possibile generare un ulteriore trilione di dollari attraverso nuove entrate, come i dazi doganali. È lui che decide di coinvolgere Elon Musk nel progetto, ed è lui che inventa l’acronimo DOGE (Department of Government Efficiency). Musk, la cui rapidità di azione e i cui tagli drastici una volta acquisito Twitter sono noti, accetta con entusiasmo, suggerendo una riduzione fino all’80% della forza lavoro governativa, paragonando la situazione del governo federale alla sua esperienza. Lutnick presenta DOGE come una fornitura gratuita di strumenti e tecnologie innovative al governo, senza dover passare per le tradizionali procedure burocratiche.
SECONDA IDEA – I DAZI DOGANALI Storicamente, fino al 1913 gli Stati Uniti non avevano imposte sul reddito e questa tassazione viene introdotta per finanziare lo sforzo bellico per la Prima Guerra Mondiale. In seguito dopo la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale, Truman con il Piano Marshall (1948), decide consapevolmente di abbassare i propri dazi doganali per favorire la ripresa economica degli altri Paesi devastati dal conflitto, accettando che questi ultimi imponessero tariffe elevate sui prodotti statunitensi. Tuttavia, secondo Lutnick, “ci siamo dimenticati che questa era una strategia temporanea e l’abbiamo mantenuta anche quando non era più necessaria”. Esemplare è il caso del Kuwait, (qui tutti ricordano ancora la storia di Red Adair, eroe americano, il ‘pompiere’ dei pozzi petroliferi), che dopo essere stato liberato grazie all’aiuto militare con una spesa di cento miliardi di dollari, è il paese che, da allora, ha imposto le tariffe in assoluto più alte.
In questo contesto, Donald Trump emerge come l’unico politico americano ad aver compreso profondamente la necessità di cambiare rotta e inserisce sempre grazie a Lutnick un aspetto umano, perché il nonno di quest’ultimo lavorava nell’industria automobilistica, in stabilimenti situati nel Midwest. “Grazie a questi lavori, intere generazioni di operai come loro potevano godere di una vita stabile e dignitosa”. – “In tanti ricordano gli accordo NAFTA creati da Clinton, che permisero alle grandi aziende americane di trasferire le loro fabbriche in Messico, causando una devastante perdita di lavoro e dignità per intere generazioni di operai soprattutto nell’industria automobilistica del Midwest. È per difendere proprio queste persone, che Trump sostiene con convinzione la politica di reintrodurre tariffe adeguate, proteggendo così i lavoratori americani e favorendo il ritorno della produzione negli Stati Uniti”. Secondo Lutnick, il concetto di commercio internazionale realmente “libero ed equo” non esiste, poiché ogni Paese protegge il proprio mercato con tariffe doganali, come ad esempio l’India, che applica una tariffa media del 50%, mentre gli Stati Uniti restano fermi ad appena il 4%. Anche la Cina è un esempio significativo: pur essendo una grande economia con un PIL di circa 10 trilioni di dollari, consuma principalmente i propri prodotti e applica alte tariffe ai beni importati, limitando fortemente l’accesso ai mercati esteri.
TARIFFE Rispondendo alla preoccupazione che le tariffe possano causare inflazione, Lutnick precisa che quest’ultima deriva principalmente dall’aumento della quantità di moneta in circolazione, e non dalle tariffe in sé. La critica comune degli economisti secondo cui le tariffe porterebbero all’inflazione e alla recessione è, per Lutnick, basata su un contesto teorico di scambi liberi ed equi, che in realtà non esiste. Pur riconoscendo che alcuni prodotti importati possono diventare più costosi a causa delle tariffe, Lutnick afferma che ciò equivale semplicemente a una tassa sui consumi e non genera inflazione generalizzata. L’obiettivo centrale delle politiche tariffarie di Trump è infatti riportare la produzione negli Stati Uniti – reshoring – creando posti di lavoro più qualificati e meglio retribuiti. Già nelle prime settimane della nuova amministrazione Trump, aziende come TSMC hanno investito circa 2 trilioni di dollari in nuovi impianti produttivi sul territorio per evitare le nuove tariffe.
Ad oggi ecco l’elenco delle
principali aziende che hanno annunciato importanti investimenti in nuovi
stabilimenti produttivi negli Stati Uniti, con i relativi importi:
Apple: Ha annunciato nel febbraio 2025 un
investimento complessivo di oltre 500 miliardi di dollari nei prossimi
quattro anni, in settori come l’intelligenza artificiale e l’ingegneria dei
semiconduttori.
Hyundai Motor Group: Nel marzo 2025 ha comunicato
investimenti pari a circa 21 miliardi di dollari, inclusa la costruzione
di una nuova acciaieria da 5,8 miliardi in Louisiana.
TSMC (Taiwan Semiconductor): Sta investendo circa 100
miliardi di dollari per espandere la capacità produttiva negli Stati Uniti,
concentrandosi sulla produzione di semiconduttori.
Eli Lilly and Company: Ha deciso di raddoppiare gli
investimenti negli stabilimenti americani, portandoli a 1,7 miliardi di
dollari, con nuovi impianti in North Carolina e Indiana.
Meta Platforms: Ha annunciato un investimento di 10
miliardi di dollari per la costruzione del suo più grande data center,
situato in Louisiana.
Samsung Electronics: Ha confermato la realizzazione di
una fabbrica di semiconduttori in Texas, con un investimento pari a 17
miliardi di dollari, prevista operativa dalla seconda metà del 2024.
Intel: Ha pianificato investimenti
iniziali di circa 20 miliardi di dollari per la realizzazione di nuove
fabbriche di semiconduttori in Ohio, con possibilità di espansione fino a 100
miliardi.
Micron Technology: Ha annunciato la costruzione di un
nuovo stabilimento produttivo di semiconduttori nello stato di New York con un
investimento iniziale di 20 miliardi di dollari, potenzialmente
espandibile a 100 miliardi in due decenni.
Texas Instruments: Ha avviato investimenti che
potrebbero raggiungere i 30 miliardi di dollari per nuovi impianti
produttivi di semiconduttori in Texas.
Wolfspeed: Nel settembre 2022, ha annunciato
un investimento di circa 1,3 miliardi di dollari per realizzare la più
grande fabbrica al mondo di semiconduttori al carburo di silicio, situata in
North Carolina.
Infine, Lutnick riconosce che esiste una gamma limitata di
prodotti altamente tecnologici e specializzati, come alcune attrezzature per
semiconduttori prodotte da ASML, che non potranno essere prodotte facilmente
negli Stati Uniti per almeno altri cinque o sei anni. Per queste specifiche
categorie, suggerisce quindi di adottare soluzioni più mirate e flessibili,
riconoscendo la necessità di un approccio tariffario più equilibrato per tali
settori strategici.
Gli Stati Uniti sono la principale economia consumatrice
globale, con un PIL di 29 trilioni di dollari, di cui ben 20 trilioni
rappresentano acquisti effettuati dagli americani stessi. Questo rende
l’America il principale cliente mondiale, essenziale per l’economia globale. Di
conseguenza, gli altri paesi, che dipendono dal mercato statunitense,
dovrebbero pagare tariffe per accedervi. Introducendo tariffe sui prodotti
esteri, l’America potrebbe generare nuove entrate che permetterebbero al
governo federale di ridurre le tasse interne per i cittadini americani. Questa
nuova entrata esterna viene chiamata ironicamente da Lutnick “External
Revenue Service”, (il fisco americano si chiama Internal Revenue
Service), un’idea che ha presentato personalmente a Trump e che è stata
accolta con entusiasmo. Lutnick vede in questo meccanismo un ritorno alla
prosperità economica americana precedente al 1913, quando il paese prosperava
attraverso tariffe, senza tasse sul reddito. Infine, abbassando le tasse
interne, il costo effettivo del lavoro diminuirebbe, poiché i lavoratori
sarebbero più motivati se gli stipendi fossero esentasse. Questa strategia
potrebbe migliorare significativamente la competitività economica degli Stati
Uniti e la qualità della vita dei suoi lavoratori.
Ma l’altra grande novità che con
probabilità verrà istituita è l’introduzione di un nuovo sistema software per
gestire le tariffe doganali: Lutnick vuole creare un sistema tecnologico
avanzato basato sull’intelligenza artificiale (AI), progettato per automatizzare
e semplificare radicalmente il processo di riscossione dei dazi doganali negli
Stati Uniti. Il sistema funzionerà in questo modo:
Identificazione automatica del
prodotto: Utilizzando tecnologie avanzate come il
riconoscimento fotografico e l’intelligenza artificiale, il software sarà in
grado di identificare rapidamente ogni prodotto importato, semplicemente
analizzando un’immagine della merce.
Calcolo automatico delle tariffe:
Una volta identificato il prodotto, il sistema consulterà
automaticamente un database aggiornato per determinare la tariffa doganale
appropriata da applicare, secondo la categoria merceologica e le regole
commerciali vigenti.
Misurazione precisa del peso:
Il sistema includerà bilance estremamente accurate, in grado di misurare
il peso del prodotto con grande precisione (fino a 13 cifre decimali, come
avviene per l’oro). Questo metodo assicurerà che non vi siano errori nel
calcolo del peso e, di conseguenza, nelle tariffe applicate.
Eliminazione delle verifiche manuali:
Grazie all’accuratezza dell’identificazione automatizzata e alla
precisione delle bilance, non sarà più necessario aprire fisicamente i pacchi
per verificare il contenuto, riducendo enormemente i tempi e aumentando
l’efficienza.
Collaborazione con aziende
tecnologiche: Lutnick ha già
ottenuto l’impegno gratuito da parte delle principali aziende tecnologiche
americane (tra cui Google, Amazon, Microsoft ed Elon Musk con le sue società)
per sviluppare questo software. Queste aziende contribuiranno volontariamente,
riconoscendo il vantaggio strategico di sviluppare tecnologie che, se adottate
dagli Stati Uniti, potranno essere successivamente esportate in tutto il mondo.
In sintesi, questo sistema mira a
rivoluzionare la gestione delle tariffe doganali, rendendo il processo più
rapido, accurato e sicuro, aumentando contemporaneamente gli introiti per gli
Stati Uniti, eliminando inefficienze e riducendo drasticamente le possibilità
di frodi ed errori amministrativi.
L’annuncio di tariffe del 25% sulle auto importate ha provocato reazioni negative nei mercati finanziari globali, con gli analisti che prevedono un aumento dei prezzi e una possibile stagnazione della produzione. Inoltre, la volatilità dei mercati riflette l’incertezza generata da queste misure protezionistiche, con gli investitori che mettono in dubbio la sostenibilità di tali politiche nel lungo termine. Secondo un articolo del Wall Street Journal, l’imposizione di nuovi dazi su acciaio e alluminio ha significativamente perturbato le catene di approvvigionamento manifatturiere, aumentando i costi sia per i prodotti importati che per quelli domestici. I dirigenti del settore manifatturiero hanno espresso preoccupazione, evidenziando che gli Stati Uniti non dispongono di una capacità produttiva sufficiente per materiali come fili di acciaio, viti e altri elementi di fissaggio. WSJ
Concludendo, se l’espansione delle guerre commerciali ha portato a un aumento delle misure protezionistiche a livello globale, rallentando la crescita economica e indebolendo la cooperazione internazionale, tuttavia non l’ha annullata. Chissà che questa strategia non rimanga solo un esercizio solitario, ma venga adottata anche da altri paesi nel tentativo di trovare soluzioni al debito pubblico, risollevando le rispettive economie..?
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