USA: IL NODO DEI DEM. FRA I DUE LITIGANTI FORSE IL TERZO VINCE
Democratici e social-democratici ai ferri corti, ma la borsa è in mano alla vecchia guardia. E i soldi, alla fine, contano sempre.

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)
Dall’insediamento di Zohran Mamdani a New York abbiamo scoperto che in America esiste un filone politico che nessuno aveva davvero misurato: quello dei millennial e della generazione successiva, che per la prima volta dal dopoguerra si trovano economicamente peggio dei propri genitori e hanno cominciato a considerare la politica non come amministrazione ma come riscatto. Non è un’intuizione da commentatori: è nei sondaggi ed è nei numeri delle primarie. Il Cato Institute, think tank libertario e dunque il meno sospettabile di simpatie collettiviste, rileva che il sessantadue per cento degli americani tra i diciotto e i ventinove anni ha un’opinione favorevole del socialismo. Una rilevazione di Heartland con Rasmussen, fotografa la premessa materiale di quel dato: 44% dei giovani ritiene che il proprio futuro economico sarà peggiore di quello dei genitori, soltanto 22% crede che sarà migliore, e 3/4 considerano il costo della casa una vera emergenza nazionale.
In questo quadro l’America si sveglia scoprendo il socialismo. Quella strega orribile, demonizzata per un secolo, evocata dai tempi di McCarthy come lo spettro contro cui serrare i ranghi, oggi si presenta vestita di bianco: non più maledizione da esorcizzare, ma promessa da sposare. E chi la porta all’altare non è il proletariato di sempre, ma la gioventù laureata delle grandi città, quella cresciuta aspettandosi il sogno americano e ritrovatasi senza casa. È una sinistra bianca, urbana e istruita, e proprio qui sta il suo limite: le rilevazioni del Pew Research Center registrano tra i democratici afroamericani una diffidenza persistente verso i candidati socialisti. Un movimento che parla in nome della classe lavoratrice avanza nella parte più istruita dell’elettorato e arretra in quella storicamente più fedele al partito. È la contraddizione che i suoi dirigenti non hanno ancora affrontato, ed è la ragione per cui i moderati sono convinti di poter reggere l’urto.
Novecento persone a Chicago
A cavallo tra luglio e agosto, mentre l’Italia si preparava alle ferie, il Democratic Socialists of America si è riunito a Chicago per tre giorni. Non un congresso deliberativo — quello si terrà nel 2027 — ma la conferenza nazionale di organizzazione: formazione, addestramento, sessioni parallele. Novecento partecipanti in tutto, contando il raduno giovanile in contemporanea. Una cifra minuscola per un movimento che dichiara oltre centomila iscritti ed è la più grande organizzazione socialista della storia americana; microscopica rispetto allo spazio che quelle settantadue ore hanno occupato sui giornali del Paese. Non era previsto neppure il catering: agli ammessi era stato chiesto di portarsi acqua e cibo da casa e un test COVID negativo.
Quello che ha lasciato molti sorpresi, e non pochi allibiti, è stato leggere che cosa quelle novecento persone avessero messo per iscritto. Il programma, riscritto alla vigilia e intitolato ‘Workers Deserve More’, chiede l’abolizione dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, la legalizzazione della migrazione e un’amnistia per chi si trova già nel Paese. Chiede la cancellazione del Senato, giudicato antidemocratico perché assegna a ogni Stato la stessa rappresentanza a prescindere dalla popolazione. Chiede un embargo sulle armi verso Israele e la fine del sostegno americano. Chiede una settimana lavorativa di trentadue ore a parità di salario. E in materia di sicurezza pubblica mantiene formulazioni che nella traduzione politica quotidiana significano meno soldi alla polizia e meno carcere. Rispetto alla versione del 2024 il testo ha perso la richiesta di fermare ogni espulsione e guadagnato quella di abolire il Senato: arretra dove la piattaforma diventa un’arma in mano agli avversari, rilancia dove non costa nulla.
I tre giorni traducevano l’agenda in tecnica. Cinque percorsi paralleli, ciascun partecipante ammesso al massimo a due. Il primo insegnava a governare da socialisti, cioè a mantenere il controllo sui propri eletti una volta arrivati nelle istituzioni. Il secondo, curato dalla commissione sindacale, aveva un obiettivo dichiarato tutt’altro che retorico — lo sciopero generale — e partiva dal Primo Maggio scorso, quando oltre centosettanta sezioni locali sono scese in piazza chiedendo tassazione dei patrimoni, abolizione dell’ICE ed embargo sulle armi. Il terzo era interamente dedicato alla Palestina e all’attivismo antimperialista. Il quarto, il più operativo, insegnava a ostacolare l’ICE nei luoghi di lavoro e nei campus, a costruire reti locali di risposta rapida, a esercitare pressione sulle aziende che forniscono servizi all’agenzia federale. Il quinto era un corso per formatori: come si conduce una riunione, come si imposta una conversazione porta a porta, come si addestra il quadro successivo.
La stampa è stata ammessa col contagocce: quindici testate accreditate, accesso limitato a dieci sole sessioni, divieto di interviste a sorpresa ai partecipanti. Un’organizzazione che sa di essere osservata da chi spera di coglierla in fallo davanti a una telecamera.
L’assente
Il grande protagonista non c’era. Mamdani ha disertato Chicago, e non per una banale sovrapposizione di agenda. A giugno, sette mesi dopo l’insediamento, il movimento che lo aveva portato in carica lo ha sconfessato pubblicamente. Il motivo: il sindaco aveva appoggiato un piano per assumere cinquecentottanta nuovi agenti di polizia. La sezione newyorkese del DSA ha dichiarato che la misura contraddiceva i valori del movimento operaio e socialista che lo aveva eletto e gli ha chiesto di ritirarla. Mamdani ha fatto marcia indietro.
Cinquantamila volontari e un milione e seicentomila porte bussate lo avevano portato al Municipio, con quasi l’ottanta per cento degli under trenta. Poi si è insediato, e i suoi lo hanno condannato non per aver tradito il socialismo, ma per aver governato.
Nella sala accanto l’ala studentesca votava l’ipotesi opposta: un candidato presidenziale socialista nel 2028 e un partito indipendente dai democratici. Deliberazioni senza peso — i giovani non controllano il comitato nazionale — ma con un nome preciso, coniato dai fondatori del movimento: dirty break, servirsi dell’infrastruttura democratica finché conviene, poi abbandonarla.
Nel frattempo, a New York, mentre Mamdani rilancia la tassa sui pied-à-terre che dovrebbe colpire i proprietari di seconde case di lusso e alimentare casse comunali risanate da poco grazie a un intervento del governatore dello Stato — pagato con i soldi dei contribuenti di tutto lo Stato — la Camera di Commercio della Florida gli dedica un cartellone a Times Square. Lo ringrazia sarcasticamente e gli assegna il premio di Economic Developer of the Year, promotore dello sviluppo economico dell’anno, per aver spinto aziende, posti di lavoro, residenti abbienti e acquirenti di immobili a trasferirsi altrove. È satira, certo, ma è satira che seppur comprata a peso d’oro nel punto pubblicitario più caro del pianeta, evidentemente ha dei ritorni moltiplicati.

La vecchia guardia sfrattata
I veterani non si sono tolti di mezzo: sono stati tolti di mezzo. Sette deputati democratici uscenti hanno perso le primarie, cinque oltre l’età pensionabile, quasi tutti battuti da sfidanti molto più giovani e in buona parte socialisti.
Ma non è monopolio della sinistra: nove deputati sconfitti in tutto contando le vittime del trumpismo, il numero più alto dal 1970, più sessantadue rinunce e due senatori repubblicani battuti in casa. Non una faglia ideologica: una sostituzione generazionale che entrambe le basi impongono ai rispettivi apparati.
Chi tiene la borsa
Qui però la storia cambia direzione, perché nelle primarie contano i volontari e nelle elezioni generali contano i bonifici. E i bonifici non passano dalle sezioni locali.
Il 9 agosto Bernie Sanders scrive ai tre vertici del partito — Chuck Schumer al Senato, Hakeem Jeffries alla Camera, Ken Martin al comitato nazionale — chiedendo di vietare ai super PAC, i comitati di raccolta fondi indipendenti che possono spendere somme illimitate purché non si coordinino con i candidati, di intervenire nelle primarie democratiche. L’argomento del senatore del Vermont non è morale ma aritmetico: quei comitati hanno già speso oltre cinquecento milioni di dollari in questo ciclo, e quando la loro scelta perde le primarie passano a finanziare il repubblicano nella corsa generale. Il partito, sostiene, ha già oggi il potere di escluderli dalle proprie consultazioni interne: non serve una riforma federale, serve una decisione. Che la decisione spetti proprio ai tre destinatari della lettera, e che nessuno dei tre abbia interesse a prenderla, è il punto che rende l’iniziativa più simbolica che operativa.
Il caso è il Michigan. Nelle primarie senatoriali AIPAC e gruppi collegati hanno speso oltre trenta milioni per impedire al progressista Abdul El-Sayed di diventare il candidato democratico, sostenendo la moderata Haley Stevens. Hanno perso: El-Sayed è il nome ufficiale del partito. Ma l’organizzazione ha subito fatto sapere che continuerà a lavorare perché gli elettori lo respingano a novembre. In un sistema a due partiti, osserva Sanders, questo significa una cosa sola: chi spende dentro il partito per sceglierne il candidato e poi si adopera per farlo perdere nella corsa generale lavora, di fatto, per l’avversario.
Ma un’inchiesta di Fox News sui rendiconti federali, uscita all’indomani delle primarie, individua oltre $115.000 da diverse persone legate a CAIR (Council on American-Islamic Relations) — l’organizzazione musulmano-americana che Texas e Florida hanno etichettato come terroristica e che nel 2007 la procura federale indicò come co-cospiratrice non incriminata in un processo per finanziamento del terrorismo, senza che ne seguisse mai un’imputazione e con la smentita costante dell’organizzazione. Tra i donatori, i vertici nazionali del gruppo. El-Sayed aveva promesso una campagna finanziata dai cittadini e non dalle lobby, e si ritrova sostenuto da una rete organizzata pari a quella che ha finanziato la sua avversaria per batterlo. È il paradosso che condanna la proposta di Sanders: giusta, in linea di principio, impraticabile nei fatti, perché nessuno può permettersi il disarmo unilaterale.
La risposta dell’establishment va nella direzione esattamente opposta a quella auspicata da Sanders. Invece di rinunciare al denaro esterno, ne mette altro sul tavolo: Third Way, think tank centrista di lunga tradizione democratica, ha annunciato una campagna da quindici milioni di dollari da qui al 2028 per screditare il socialismo democratico, definito un pericolo mortale per il partito. Non contro i repubblicani: contro la propria ala sinistra.
E qui l’aritmetica diventa impietosa. Il comitato nazionale democratico ha chiuso giugno con circa $16 milioni in cassa e oltre $18 di debiti — in parte per un prestito da $15 milioni acceso dopo il ciclo presidenziale del 2024 e garantito dalla sede di Washington. Il comitato repubblicano, alla stessa data, dispone di oltre $128 milioni e nessuna esposizione. Ken Martin difende la scelta sostenendo di aver investito in anticipo in infrastruttura permanente anziché in campagne mordi e fuggi, e rivendica la migliore raccolta mai realizzata da un partito privo della Casa Bianca.
Ed è qui che la partita si decide davvero. La sinistra ha i militanti e non ha i soldi; la vecchia guardia ha i soldi e non ha più i militanti. E i soldi, alla fine, si spostano dove vogliono: possono premiare un candidato in primavera o abbandonarlo in autunno.
La quadratura del cerchio
Il 16 agosto, negli studi della NBC, Hakeem Jeffries, leader della minoranza dem alla Camera, ha tentato l’impossibile: elenca ciò che non condivide del programma socialista — taglio dei fondi alla polizia, frontiere aperte, abolizione del Senato — ma alla domanda se ci sia posto per i socialisti sotto il tetto democratico non dice no. Chi vince una primaria e poi vince a novembre entrerà nel gruppo parlamentare, e quel gruppo sarà largo. Sul denaro dei comitati esterni, otto giorni dopo la lettera di Sanders, non una parola: la posizione di chi ha contato i seggi e ha capito di non poter espellere nessuno né sposarne il programma.
Hillary Clinton è più esplicita. Avverte che l’etichetta comunista e socialista sarà un’arma micidiale nelle mani repubblicane, osserva che le stesse accuse non hanno fermato l’ascesa di Mamdani, e rinfaccia alla sinistra un rapporto a senso unico: i moderati si allineano dietro i vincitori progressisti, il contrario accade di rado. La conclusione è un appello all’unità che suona come una resa: divisi, i repubblicani non si battono.
Che cosa sostengono i due campi
La destra ha un suo precedente, quando nel 2010, visse una sua rivolta interna populista, detta Tea party, contro i dirigenti di partito. Ne risultarono candidati impresentabili, seggi regalati ai Dem. persero il Senato, in un anno per altro positivo. La morale è, se hai l’entusiasmo di solo una metà del partito, anche se i candidati sono eletti internamente finiranno per perdere con l’elettorato pubblico. Infine, aggiunge sempre la destra secondo un dato dello stesso Cato, che l’entusiasmo giovanile per il socialismo è più che altro semantico: quando si chiede ai ragazzi che cosa intendano, parlano di sanità pubblica e tasse sui ricchi, non di collettivizzare le fabbriche, rimanendo affezionati alla libera impresa.
La sinistra risponde con l’unica cosa che conta in una primaria: i voti. Oltre trentacinque vittorie, sette deputati uscenti abbattuti, un candidato al Senato che resiste a $30 milioni di pubblicità ostile. Non stiamo importando un’ideologia, dice, stiamo dando un nome a un problema — e il problema è che una generazione cresciuta aspettandosi il sogno americano non riesce a pagare l’affitto. Che il partito non l’abbia capito lo dicono gli stessi giovani: un sondaggio di Harvard li fotografa convinti che la loro opposizione sia debole.
E il terzo….
Restano tre mesi. E restano due partiti che, per ragioni opposte, arrivano al voto senza controllo sui rispettivi candidati. I repubblicani difendono un presidente che non sarà sulla scheda e le cui scelte più costose dovranno spiegarle altri. Storicamente, il partito della Casa Bianca perde le elezioni di metà mandato, dispone di $128 milioni, nessun debito, e ha un avversario che sta bruciando le proprie risorse in una faida interna. I democratici sono da decenni i meglio equipaggiati sul terreno, con una rete di volontari efficientissima nonostante le casse vuote, e un programma che, per quanto terrorizzi i moderati, ha portato al partito elettori nuovi sotto i trent’anni. Manca però l’ultimo anello: un gruppo dirigente capace di decidere se quel programma sia il proprio o quello di qualcun altro. Ad ogni modo 900 persone in una sala di Chicago sono poche, eppure hanno dettato l’agenda mediatica di un partito che ne rappresenta decine di milioni.
Il 3 novembre non stabilirà quale delle due correnti abbia ragione. Stabilirà soltanto se, mentre litigavano, qualcun altro si sia portato via la posta.
Fonti: sito ufficiale DSA; CNN, 3 agosto; Semafor, 31 luglio; CBS Face the Nation, 9 agosto; NBC Meet the Press, 16 agosto; Fox News Digital, 5 agosto, sui donatori di El-Sayed; Washington Free Beacon; NBC e Washington Examiner sui deputati sconfitti; Fortune, 23 luglio; Cato Institute, Heartland/Rasmussen e Pew Research Center sui giovani; AEI e Harvard Youth Poll; rendiconti FEC al 30 giugno.






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