Bataclan: a dieci anni dal più grande attentato terroristico in Europa.
di Claudio Bertolotti.
Dieci anni ci separano dal più grande attentato terroristico in Europa. L’attacco al “Bataclan” rappresenta infatti un evento eccezionale in termini di impatto emotivo, mediatico e operativo. Al tempo stesso quel terribile evento dimostra come un’azione a basso costo in termini di realizzazione possa ottenere un risultato dalle drammatiche conseguenze sul piano operativo e strategico. In particolare l’utilizzo all’interno della realtà europea, delle sue città, contro i suoi cittadini, di tecniche, tattiche e procedure militari acquisite dai terroristi jihadisti sui campi di battaglia mediorientali – in particolare la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan – ha dimostrato di saper mettere in crisi la sicurezza interna degli stati europei.
Oggi, a dieci anni da quell’evento straordinario, riproponiamo la lettura analitica su quanto accadde nella drammatica notte del 13 novembre 2015, e nei giorni successivi.
Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.
Keywords: Bataclan, jihadismo, radicalizzazione, terrorismo.
Sintesi dell’evento
Cosa accadde in quei giorni di dieci anni fa? L’arco operativo degli attentati di Parigi si articolò in più fasi, distribuite su un periodo di cinque giorni, tra il 13 e il 18 novembre; un’operazione pianificata con logica militare, caratterizzata da un’elevata coordinazione e da una precisa volontà strategica: colpire il cuore simbolico e politico dell’Europa.
La sera del 13 novembre, a partire dalle 21:16, prese avvio una sequenza di attacchi simultanei che investì tre aree della capitale francese: lo Stade de France, alcuni bistrot e ristoranti nei quartieri orientali e, infine, il teatro Bataclan. In meno di tre ore, tra le 21:16 e le 00:20, le cellule jihadiste misero in atto un’azione coordinata e ad altissima letalità, colpendo
obiettivi civili, simbolici e mediaticamente sensibili. Il bilancio fu devastante: 130 vittime, oltre 350 feriti e un’intera città paralizzata dal terrore.
Il giorno successivo, 14 novembre, lo Stato francese reagì con una misura d’emergenza senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale. Fu dichiarato lo stato d’emergenza nazionale, vennero sospese alcune garanzie costituzionali e si avviò una vasta operazione di intelligence e controterrorismo mirata all’identificazione dei responsabili, dei fiancheggiatori e della rete logistica che aveva consentito la pianificazione dell’attacco.
L’epilogo giunse all’alba del 18 novembre, quando le forze speciali francesi (RAID e BRI) circondarono un edificio nel quartiere di Saint-Denis, dove si nascondeva Abdelhamid Abaaoud, considerato il cervello operativo dell’attentato. Dopo un prolungato scontro a fuoco, Abaaoud e due suoi complici vennero uccisi. L’operazione segnò la conclusione della fase operativa del più grave attentato jihadista mai compiuto in Francia.
Dall’articolo originale del 18 novembre 2015: C. Bertolotti, Commando suicidi’: dopo gli attacchi di Parigi, l’Italia è a rischio? Analisi della minaccia del ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, Speciale terrorismo, in Osservatorio Strategico 2015 – Edizione Speciale, CeMiSS, CASD 2016.
Introduzione
A meno di un anno di distanza dal terribile attacco a Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, il terrore ha investito nuovamente il cuore dell’Europa attraverso una serie di azioni spettacolari.
E proprio l’attacco alla Francia del 13 novembre 2015,
proseguito con i violenti
scontri del giorno 18 nel quartiere di Saint Denis, – spartiacque sostanziale
nell’evoluzione del fenomeno terroristico contemporaneo –
evidenzia come il fondamentalismo jihadista, che si diffonde dal Medio Oriente,
attraverso il Nord Africa, fino ad arrivare a colpire il cuore della Europa,
sia una minaccia concreta e crescente: una minaccia che è conseguenza
dell’avanzata neo-jihadista del gruppo Stato
islamico (IS/Daesh) in combinazione con le dinamiche conflittuali locali
(interne all’area MENA) e con il disagio sociale di una parte della comunità musulmana,
sia dell’area MENA (in particolare Tunisia, Libia, area del Syraq) sia europea,
quest’ultima spesso di
seconda, o terza, generazione.
Un’imposizione di violenza che, con i suoi 130 morti, 350
feriti – almeno cento in modo grave –, e 11 jihadisti caduti nei due giorni di
combattimento a Parigi (13 e 18 novembre), ha portato a compimento con successo
una serie di
operazioni coordinate e simultanee. Ciò che è avvenuto è stato un classico esempio
di trasferimento di capacità tattica da un teatro operativo a un altro.
Ma a differenza del passato, dove le tecniche, tattiche e
procedure venivano trasferite dall’Iraq all’Afghanistan, alla Siria, o alla
Libia, oggi l’evoluzione di una tecnica di combattimento maturata e collaudata
nell’area del Grande-Medioriente – dal sub-continente indiano al Maghreb – si è
imposta in Francia,
uno Stato europeo, e potrà verosimilmente espandersi ad altri stati
dell’Unione,
e l’Italia rappresenta un obiettivo significativo sul cui territorio vi sono molteplici
target di alto valore (HVT – High Value Target),
materiale e
simbolico.
È la tecnica del ‘commando suicida’, largamente
utilizzata e affinata, che ha
fatto la sua comparsa per la prima volta nel 2008.
Oggi, esportando questa tecnica, il gruppo Stato islamico ha dimostrato di essere in grado, direttamente o indirettamente – di minacciare realmente l’Europa e i suoi cittadini.
E lo ha fatto dimostrando di disporre di ‘combattenti’ in
grado di costituire nuclei di individui determinati, con adeguato livello di
addestramento e Commando suicidi’: coordinamento e con buona capacità operativa
in un contesto urbano; il livello delle capacità logistiche e intelligence è
valutato come adeguato, per quanto minimale. Si tratta di capacità procedurali
già applicate in Afghanistan, prima,
e nei teatri operativi del Syraq (Siria e Iraq) e della Libia, più
recentemente.
1. La dinamica dell’attacco
Un attacco senza precedenti è stato portato, quello del 13 novembre, a cui ha fatto seguito, il successivo 18 novembre, la reazione al blitz delle forze di sicurezza francesi nel quartiere Saint Denis.
Giorno 13 novembre
Un commando di attaccanti suicidi ha colpito sei volte in meno di mezz’ora. Un’azione propriamente militare sviluppatasi, per la prima volta in Europa, attraverso la tecnica del ‘commando suicida’.
7 gli attaccanti suicidi, affiancati da elementi di supporto al combattimento, equipaggiati con armi da guerra (AK47 e fucili shotgun a pompa), bombe a mano e giubbotti esplosivi individuali.
– Obiettivo ‘uno’:
Stade de France’ porta ‘B’, colpito alle 21.20 da un attaccante suicida fermato
mentre tentava di accedere allo stadio (con regolare biglietto acquistato);
riconosciuto si è dato alla fuga facendosi esplodere e
provocando la morte di un passante. Un secondo attaccante suicida si è fatto esplodere
alla porta ‘H’, senza provocare ulteriori vittime.
Nel complesso, le azioni sono state due, entrambe all’esterno della struttura; di queste una in fase di penetrazione (sventata dal sistema di sicurezza).
– Obiettivo ‘due’: locali pubblici (ristoranti e bistrot) collocati all’interno del XII arrondissement. La tecnica è quella del fuoco di saturazione contro i ristoranti Carillon e Petit Cambodge, dove sono state uccise complessivamente 15 persone (altre 10 gravemente ferite); segue un altro attacco con fuoco di saturazione al locale Bonne Biere (19 vittime) e poi un’altra azione viene portata a compimento da un attaccante suicida in boulevard Voltaire.
– Obiettivo ‘tre’: teatro-sala concerti ‘Bataclan’, dove il commando principale (composto da 4 attaccanti) ha fatto irruzione nel locale sparando sulla folla e tenuto la posizione per circa tre ore provocando 89 morti. L’azione si è conclusa con la morte (autoindotta per esplosione) di tre attaccanti e l’uccisione di uno di questi da parte delle forze di sicurezza.
Giorno 18 novembre
Quartiere di Saint Denis, nel corso di un blitz da parte delle forze di sicurezza francesi finalizzato alla neutralizzazione/cattura degli altri elementi componenti il gruppo di terroristi,
– un uomo si è fatto esplodere attaccando le forze di sicurezza;
– gli altri elementi del nucleo hanno opposto resistenza cercando di contrastare il blitz dall’interno di un appartamento condominiale, provocando il ferimento di 5 elementi della squadra d’intervento.
Equipaggiamento utilizzato:
– armi individuali: fucili d’assalto AK47, fucili a pompa tipo;
– giubbotti esplosivi: tritolo rafforzato da perossido di idrogeno con chiodi e bulloni per creare l’effetto shrapnel;
– veicoli: due auto noleggiate (Seat ‘Leon’ colore nero, e Volkswagen ‘Polo’).
La natura degli obiettivi colpiti
Si tratta di obiettivi dal forte impatto emotivo e simbolico poiché rappresentano i simboli quotidiani della società occidentale: stadio, teatro, ristoranti.
– L’obiettivo ‘uno’ è tecnicamente un hard-target, con un medio livello di sicurezza,
ad elevata concentrazione di popolazione – tra queste il presidente Francois
Hollande. L’obiettivo presunto era il pubblico presente alla
manifestazione sportiva che avrebbe dovuto, nei piani dell’organizzazione, essere
coinvolto sfruttando gli effetti del panico generale, prevedendone una fuga di massa che avrebbe provocato ancora
più vittime dello stesso attacco.
– Gli obiettivi ‘due’ e ‘tre’ (locali XII arrondissement e teatro ‘Bataclan’) sono di tipo soft target, caratterizzati da un basso livello di sicurezza e alta concentrazione di popolazione.
Tutti gli obiettivi sono di natura puntiforme, distanziati sul piano spaziale al fine di imporre la dispersione sul terreno delle forze di sicurezza, un aumento delle unità impiegate, di quelle di pronto impiego e riserva.
Il risultato, a fronte di un costo ridotto per la condotta degli attacchi, è stata l’imposizione di significativi costi, in termini di risorse materiali e umane, sforzi logistico-operativi, difficoltà di coordinamento, ritardo nell’intervento da parte dell’apparato di sicurezza francese.
2. Tattica, tecnica e procedura
La tattica utilizzata è il raid condotto da ‘commando
suicidi’ affiancati da elementi di supporto operativo convenzionale (tiratori
dotati di armi automatiche individuali) attraverso fasi successive. Le tre
singole azioni prese
in esame sono vere e proprie operazioni militari, in cui agli equipaggiamenti esplosivi
dei combattenti-suicidi si aggiungono le armi leggere e di sostegno dei nuclei
combattenti. In particolare, per l’obiettivo ‘tre’, le fasi operative si sono
così succedute: movimento verso l’obiettivo, penetrazione, uccisione indiscriminata,
ricerca del panico, ostaggi, uccisione selettiva, conclusione con la morte
autoindotta degli attaccanti (giubbotti esplosivi).
Ha fatto la sua comparsa, dunque anche in Europa, la tecnica di attacco delle unità commando composte da più combattenti-suicidi affiancati e sostenuti da elementi operativi. Una tecnica che ha dato prova di efficacia in Afghanistan e successivamente anche nel teatro operativo del Syraq. Il primo episodio di questo tipo ad aver ottenuto un’attenzione mediatica globale è quello di Mumbai nel novembre del 2008.
Inoltre, nella sua variante europea, si è manifestato come azione inserita in un contesto esclusivamente urbano, e per questo ascrivibile ad operazione dello urban warfare contemporaneo: l’evoluzione del combattimento nei centri abitati, difficile da contrastare, a rischio coinvolgimento di attori non-combattenti (popolazione civile), caratterizzato dall’imprevedibilità della minaccia e dall’elevato numero di target potenziali.
Si tratta di una tattica efficace – frutto della commistione
dei due metodi classici veicolo-bomba[1] e uomo-bomba[2] uniti alla tecnica
dell’assalto armato convenzionale – basata sul coordinamento di uno o più
combattenti-suicidi
(spesso divisi in sotto-unità o scaglioni) sostenuti da nuclei di «sicurezza vicina»
e finalizzata alla massimizzazione dell’opera di distruzione in funzione della
penetrazione delle linee difensive e a sostegno dell’attacco suicida principale.
Una tecnica che si è sviluppata e affinata attraverso il tempo grazie alla
capacità di information-sharing tra i
gruppi di opposizione armata e l’influenza diretta del conflitto iracheno; tecnica
utilizzata ed evolutasi nel conflitto del Kashmir e applicata da quei gruppi
insurrezionali kashmiri e pakistani, in primis il Lashkar-e-Taiba.
Questa tipologia di azione ottiene il risultato di un elevato numero di vittime provocate per singolo attacco, maggiore che non per le azioni condotte da singoli attaccanti, e maggiore attenzione mediatica.
E Parigi – come altre capitali o principali città europee – rappresenta un importante obiettivo, strategico e simbolico al tempo stesso; qui, le opportunità di colpire obiettivi di alto profilo sono elevate e garantiscono proprio quella eco mediatica amplificata che viene ricercata dai gruppi di opposizione armata: è l’opportunità a dettare la scelta per la condotta dei cosiddetti «attacchi spettacolari», al fine di spettacolarizzare la violenza.
Il successo del terrorismo è a livello operativo.
Come abbiamo avuto modo di evidenziare in #ReaCT2024 – 5° Rapporto sul radicalismo e il terrorismo in Europa, anche quando un attacco terroristico non riesce, produce comunque un risultato significativo: impegna pesantemente le forze armate e di polizia, distraendole dalle loro normali attività o impedendo loro di intervenire a favore della collettività. Inoltre, può interrompere o sovraccaricare i servizi sanitari, limitare, rallentare, deviare o fermare la mobilità urbana, aerea e navale, e ostacolare il regolare svolgimento delle attività quotidiane, commerciali e professionali, danneggiando le comunità colpite. Questo riduce efficacemente il vantaggio tecnologico e il potenziale operativo, nonché la capacità di resilienza. In generale, infligge danni diretti e indiretti, indipendentemente dalla capacità di provocare vittime. La limitazione della libertà dei cittadini è un risultato misurabile ottenuto attraverso queste azioni.
In sostanza, il successo del terrorismo, anche senza causare vittime, risiede nell’imporre costi economici e sociali alla collettività e nel condizionare i comportamenti nel tempo in relazione alle misure di sicurezza o limitazioni imposte dalle autorità politiche e di pubblica sicurezza. Questo fenomeno è noto come “blocco funzionale”. Nonostante la capacità operativa del terrorismo sia sempre più ridotta, il “blocco funzionale” rimane uno dei risultati più importanti ottenuti dai terroristi, indipendentemente dal successo tattico (uccisione di almeno un obiettivo). Dal 2004 a oggi, il terrorismo ha dimostrato di essere efficace nel conseguire il “blocco funzionale” nell’80% dei casi, con un picco del 92% nel 2020 e dell’89% nel 2021. Questo risultato impressionante, ottenuto con risorse limitate, conferma il vantaggioso rapporto costo-beneficio a favore del terrorismo, pur a fronte di una rilevata perdita progressiva di capacità che ha visto diminuire l’ottenimento del “blocco funzionale”, sceso al 78% nel 2022 e al 67% nel 2023.
Il terrorismo oggi: opportuna riflessione (dall’originale articolo per Formiche)
Il terrorismo jihadista si impone come una minaccia ideologica diffusa, collegata alle dinamiche storiche, conflittuali, delle relazioni internazionali e della competizione in Medio Oriente, in Africa e alla violenza discendente dalla lettura radicale dell’Islam; una dinamica conflittuale che oggi si associa sempre più spesso alla ricerca di identità di gruppi e individui attraverso l’opposizione culturale di una componente non marginale degli immigrati maghrebini di seconda e terza generazione in Europa, ma con una crescente componente di immigrati di prima generazione, spesso giunti in Europa da poco tempo. E parliamo di una galassia jihadista frammentata e caratterizzata da diverse ideologie e approcci pratici, tanto da indurre una riflessione sul concetto di terrorismo contemporaneo che si impone come fenomeno sociale molto diverso dai terrorismi che lo hanno preceduto; con ciò invitando a un cambio di paradigma nella stessa definizione di terrorismo: non più un’azione volta ad ottenere risultati politici attraverso la violenza, dunque nelle intenzioni; bensì intesa come l’effetto della violenza applicata. È così il terrorismo diviene manifestazione di violenza, priva di un’organizzazione alle spalle: è terrorismo nella manifestazione, non nell’organizzazione.
All’interno della stessa galassia jihadista, il terrorismo si impone come strumento di lotta, e lo fa con diversi gradi e modelli di violenza: da quella individuale, a quella organizzata, a quella ispirata e ancora al terrorismo insurrezionale che ben abbiamo conosciuto in Afghanistan, in Iraq.
[1] SVBIED: suicide vehicle-borne improvised explosive Device.
[2] SBBIED: suicide body-borne improvised explosive Device.