Le infiltrazioni “Pro-pal” e del “pacifismo antagonista”: uno strumento di influenza di Iran e Russia?
di Claudio Bertolotti
Dalla disinformazione alla guerra cognitiva: influenza esterna, polarizzazione dell’opinione pubblica e resilienza della coesione nazionale
La disinformazione non va più letta come semplice diffusione di «notizie false», ma come componente di una strategia più ampia di influenza, finalizzata a modificare percezioni, emozioni collettive, fiducia istituzionale e coesione sociale. Russia e Iran operano con modelli diversi ma convergenti: Mosca attraverso una diplomazia pubblica strutturata, culturale, digitale e istituzionale; Teheran attraverso una strategia «a spettro completo» che combina narrazione emotiva, infrastrutture religiose e associative, reti digitali, plausibile negabilità e, nei casi più critici, interfacce criminali o micro-proxy locali.
1. Il nuovo campo di battaglia è la percezione
La coesione nazionale non è oggetto di aggressioni solamente con attacchi informatici, pressioni energetiche o minacce militari, ma viene erosa più lentamente, e spesso più efficacemente, attraverso la manipolazione della percezione pubblica, la polarizzazione del dibattito e la delegittimazione delle istituzioni.
La guerra cognitiva agisce su informazione, emozione, identità e fiducia, con l’obiettivo – non di convincere tutti – di frammentare il campo sociale, creare dubbio, moltiplicare narrazioni incompatibili e rendere più difficile una risposta pubblica condivisa. Nel caso russo – come ho avuto modo di approfondire nel mio articolo “La diplomazia pubblica russa nella guerra cognitiva: attori, narrazioni e strumenti digitali” – questa dinamica si colloca all’interno della conflittualità ibrida, nella quale informazione, percezione e influenza culturale assumono valore strategico.
2. La Russia e la diplomazia pubblica come influenza ibrida
La Russia non usa soltanto propaganda bensì un ecosistema che sfrutta le dimensioni identitaria, della memoria storica, culturale, istituzionale, mediatica, dei social network, della diplomazia digitale e delle narrazioni anti-occidentali.
Il concetto di Russkij Mir – il «Mondo Russo» – opera come dispositivo ideologico che tende non solo a una promozione culturale, ma a creare e consolidare una cornice geopolitica che legittimi la protezione delle comunità russofone e, in prospettiva, l’intervento politico o militare narrativamente a tutela delle stesse. A questo si affiancano strumenti istituzionali come la Fondazione Russkij Mir, Rossotrudnichestvo, il Gorchakov Fund, la Chiesa ortodossa russa, i media statali e le piattaforme digitali.
La diplomazia digitale russa sfrutta così i social media, crea e diffonde i contenuti di portali informativi alternativi e piattaforme digitali per veicolare narrazioni filo-russe, per alimentare il dubbio, per polarizzare l’opinione pubblica e per delegittimare le narrazioni occidentali. Il caso italiano dell’operazione «Dalla Russia con amore» è utile come esempio di convergenza fra assistenza umanitaria, propaganda, disinformazione e potenziale raccolta informativa in un contesto di emergenza.
La Russia, così facendo, non cerca soltanto di raccontare una versione alternativa dei fatti ma cerca di costruire un ambiente informativo nel quale la verità diventa negoziabile, la fiducia istituzionale diventa fragile e la coesione democratica diventa vulnerabile.
3. L’Iran e la strategia d’influenza «a spettro completo»
L’Iran, dopo il 7 ottobre 2023, ha aggiornato il proprio repertorio di influenza, saldando la guerra di Gaza a un meta-frame emotivo basato sui concetti di «Occidente contro Islam», «genocidio», «ipocrisia occidentale», vittimizzazione dei musulmani, delegittimazione di Israele e degli oppositori in esilio, erosione della fiducia civica e della coesione sociale europea.
Ne ho parlato in maniera dettagliata nel mio articolo “Dal pulpito al tweet. Pro-Pal, pro-Hamas e anti-semitismo: la strategia d’influenza “a spettro completo” dell’Iran e la resilienza europea” in cui evidenzio l’esistenza di tre livelli: il primo, la costruzione di una narrazione emotiva; il secondo, l’uso selettivo di infrastrutture religiose e associative; il terzo, l’esternalizzazione tattica della coercizione a reti criminali locali. L’obiettivo è polarizzare il discorso pubblico europeo, alimentare l’antisemitismo, delegittimare oppositori in esilio ed erodere fiducia civica e coesione sociale, mantenendo la plausibile negabilità.
La componente mediatico-digitale è centrale: PressTV e HispanTV producono contenuti multilingue, poi distribuiti su piattaforme più permissive come Telegram e Rumble, amplificati da reti inautentiche, siti proxy e adattamenti linguistici alle diverse audience europee.
4. Il nodo pro-Pal: protesta legittima, sfruttamento ostile e radicalizzazione del frame
È essenziale distinguere fra protesta legittima, critica politica, mobilitazione pro-palestinese e sfruttamento ostile di quelle mobilitazioni da parte di attori statali o para-statali. Il problema non è l’esistenza del dissenso di per sè, ma la sua cattura narrativa, la sua amplificazione artificiale e, in alcuni casi, il suo legame a reti radicali, antagoniste, comunitarie o criminali.
Quello che pongo in evidenza nel mio articolo è che il fatto che il caso iraniano non si limiti alla propaganda su Gaza, ma cerchi di trasformare un conflitto esterno portandolo verso una polarizzazione interna europea seguendo una chiara e definita sequenza che parte dalla costruzione della cornice emotiva, passa attraverso il radicamento attraverso reti comunitarie e piattaforme digitali e arriva all’eventuale impiego di micro-proxy locali per azioni dimostrative o violente. In questa prospettiva, la narrazione non rimane online ma tende a trasformarsi in mobilitazione, pressione sociale, intimidazione, radicalizzazione identitaria e, nei casi più estremi, violenza.
Il punto non è più, dunque, criminalizzare la protesta, bensì impedire che la protesta si imponga come un’infrastruttura inconsapevole di una strategia ostile di influenza.
5. Russia e Iran: due modelli diversi, una convergenza strategica
Schema comparativo, che evidenzia la convergenza dei due approcci: entrambi gli attori, Russia e Iran, operano su quella che possiamo identificare come la vulnerabilità più rilevante dei paesi democratici, ossia la fiducia: nelle istituzioni, nei media, nella comunità nazionale, nella legittimità dell’azione pubblica e nella possibilità stessa di distinguere tra informazione, propaganda e manipolazione.
| Elemento | Russia | Iran |
| Leva principale | Diplomazia pubblica, cultura, memoria, identità, media, istituzioni. | Frame emotivo-religioso-politico, Gaza, anti-occidentalismo, antisemitismo, diaspora, reti comunitarie, piattaforme digitali. |
| Obiettivo | Legittimare la postura geopolitica russa, delegittimare l’Occidente, alimentare sfiducia verso istituzioni democratiche. | Polarizzare il discorso pubblico europeo, delegittimare oppositori, rafforzare la proiezione ideologica e ridurre i costi di attribuzione. |
| Metodo | Soft power ibridato con disinformazione, diplomazia digitale e, in contesti di crisi, penetrazione informativa. | Influenza «a spettro completo», con narrazione, reti associative, media statali, piattaforme permissive e potenziale outsourcing criminale. |
6. Il rischio principale: erosione della coesione nazionale
La minaccia non è soltanto informativa. È sociale, politica e istituzionale poiché la disinformazione produce effetti cumulativi: sfiducia nelle istituzioni, radicalizzazione delle identità, delegittimazione dell’avversario, frammentazione del dibattito pubblico, sospetto permanente verso media e autorità, vulnerabilità delle comunità diasporiche, normalizzazione dell’odio politico o religioso.
Nel modello iraniano, la minaccia emerge quando propaganda, economie criminali e nodi comunitari si fondono; per questo occorre separare narrazione e coercizione, tagliando l’accesso ai «fornitori» di violenza e delegittimando le interfacce organizzative che trasformano il frame in azione.
7. Risposta strategica: dalla contro-disinformazione alla resilienza cognitiva
Non basta smontare le fake news una per una. Occorre rafforzare la resilienza cognitiva del sistema democratico. Come è dunque possibile definire le possibili linee di risposta? Proviamo a identificare alcune opzioni rilevanti.
- L’alfabetizzazione informativa, non intesa come educazione generica ai media, ma come capacità di riconoscere frame ostili, manipolazione emotiva, falsi dilemmi, contenuti coordinati e amplificazione artificiale.
- La trasparenza istituzionale rapida. Il vuoto informativo è lo spazio operativo della disinformazione.
- La protezione delle comunità vulnerabili. Diaspore, minoranze religiose, giovani e ambienti digitali polarizzati non vanno trattati come minacce, ma come spazi da proteggere da infiltrazione, radicalizzazione e sfruttamento.
- L’integrazione fra sicurezza interna, intelligence, diplomazia pubblica, scuola, università, media e società civile.
- La risposta europea coordinata. Le reti di influenza non rispettano confini nazionali; una risposta solo nazionale rischia di essere tardiva, frammentata e facilmente aggirabile.
L’osservazione dello scenario sociale, politico e informativo, ci propone un fenomeno in via di evoluzione e trasformazione. La disinformazione è solo la superficie visibile di un fenomeno più profondo, cioè la competizione per il controllo razionale dell’informazione. Russia e Iran non cercano semplicemente di convincere le opinioni pubbliche europee, ma cercano di dividere, disorientare e rendere più costosa e lenta ogni decisione collettiva. La difesa della coesione nazionale, dunque, non è censura, non è propaganda di segno opposto, non è repressione del dissenso; al contrario, è capacità democratica di distinguere tra conflitto politico legittimo e manipolazione ostile, tra protesta e strumentalizzazione, tra pluralismo e frammentazione indotta. In questo spazio si misura oggi la vera resilienza delle democrazie europee.