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L’orizzonte spezzato: la Cuba di Leonardo Padura e l’esodo verso l’America Latina

Corrispondenza di Martino Rigacci da Buenos Aires/Montevideo

    BUENOS AIRES – “Mi chiedete cosa può succedere a Cuba? Di tutto!”. E’ un Leonardo Padura lucido come sempre, e preoccupato per il destino del suo paese, quello che lo scorso 29 aprile ha risposto alla stampa al termine di uno dei numerosi eventi organizzati dal ‘Salone del libro di Buenos Aires’.

    Il tema in programma era ‘La letteratura nei Caraibi’ ma è stato proprio l’aggravarsi della crisi cubana a rubare spesso la scena. Padura ha evitato voli pindarici o macro-analisi, ricordando per esempio la situazione “di chi a sessanta e passa anni, o a settanta, prende la pensione e si trova ad affrontare una vulnerabilità davvero molto grande. Mia madre ha 98 anni e la sua pensione è di 1500 pesos: per comprare 30 uova di pesos ne servono 3000”.

    L’analisi del giornalista e scrittore nato nel tradizionale quartiere Mantilla dell’Avana non si ferma qua: “il mio ultimo romanzo, ‘Morire nella sabbia’, racconta il destino di una generazione a cui era promesso un futuro. Guardate a cosa siamo arrivati…”.

    Il tracollo di Cuba colpisce interi strati sociali e fasce d’età: i piu’ anziani e indifesi, l’infanzia, gli impiegati pubblici, gli insegnanti, gli studenti e chi lavora nel turismo, settore ai minimi storici, da decenni traino dell’economia e controllato con mano ferma dalla holding militare GAESA.

   “Sul tavolo ci sono diversi scenari, può cambiare tutto affinchè non cambi niente, o che non cambi niente, oppure che ci sia un’invasione americana e invece cambi appunto tutto… ”, ha aggiunto Padura e quel “tutto può capitare” di fine aprile detto a Buenos Aires ancora non comprendeva le tante novità degli ultimi giorni: l’incursione nelle acque caraibiche della portaerei monstre Nimitz, le bellicose prese di posizioni del presidente Donald Trump e, soprattutto, la ‘spada di Damocle’ rappresentata da un blitz militare.

    Sullo sfondo rimangono la recente incriminazione inflitta dal Dipartimento di giustizia statunitense a Raul Castro e la minacciosa ombra dell’operazione all’alba dello scorso 3 gennaio a Caracas con la quale le forze USA hanno portato a termine la cinematografica cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro. Tuttavia, le differenze tra i due casi sono tante e consistenti: Cuba non ha infatti le riserve petrolifere –nè le dimensioni- del Venezuela e il potere del ‘chavismo’ era meno concentrato, e organizzato, di quello cubano.

    Il paese è a un passo da una crisi terminale. Il post-castrismo avulso da ogni riforma significativa promosso in questi anni dal presidente Miguel Diaz Canel appare isolato in un contesto internazionale dove, al netto degli aiuti e la retorica, Russia e Cina si mantengono lontane dallAvana e guardano ad altri orizzonti geopolitici ben più strategici.

  Intanto, la diaspora non si ferma: i cubani continuano ad andarsene e a imboccare le infinite vie che da sempre accompagnano le migrazioni. In realtà, certo non da ora, esistono due Cuba, l’isola e quella dell’esodo, che ha storicamente puntato sulla vicina Florida. Chi decide di partire scommette ancora sull’America intesa quale USA ma negli ultimi tempi è spuntata ‘l’altr’ America, quella Latina. E’ da queste parti che si cercano, e si trovano, nuovi approdi.

   Per i cubani l’area latinoamericana “ha smesso di essere un corridoio di migranti e ogni giorno di più è un focolare”, sottolinea Maria Moita, responsabile per l’area dell’Organizzazione mondiale dei migranti (OIM). Le rotte più battute per la fuga passano dal Venezuela o dalla Guyana –dove non sono richiesti visti- per poi proseguire in terra brasiliana attraverso lo stato settentrionale del Roraima.

   Tra le mete sudamericane più ambite è spuntato a sorpresa uno dei paesi confinanti con il Brasile, il piccolo l’Uruguay, e non solo la capitale, Montevideo, ma anche altre località, per es. Punta del Este, oggi paradiso del turismo vip, che in un lontano passato si era già incrociato con il destino di Cuba: fu infatti qui dove nel 1961 l’inviato di Fidel Castro, Ernesto ‘Che’ Guevara,  pronunciò un duro discorso contro l’Alleanza per il Progresso promossa dall’amministrazione Kennedy che segnò il definitivo divorzio tra l’Avana e Washington.

   La lunga strada per raggiungere la nuova meta ‘uruguaya’ è un’ odissea. Si viaggia in aereo, in auto, via bus, qualche tratto anche a piedi. E ovviamente ai posti di frontiera, soprattutto quelli meno controllati, prolifera il business dei coyotes, mediatori e agenzie di viaggio spesso farlocchi ma inevitabili per chi non ha tutti i documenti necessari.

   Come in ogni fenomeno migratorio il primo passo è trovare lavoro e casa. E si parte lo stesso anche se le distanze sono significative, come nel caso appunto L’Avana-Montevideo.

   “In arrivo intere famiglie con nonni e bambini denutriti”, ha intitolato lo scorso 16 marzo in un lungo articolo El Pais, principale quotidiano di Montevideo. La scommessa cubana sull’Uruguay ha una sua logica: il paese è un modello di stabilità, ha un alto PIL pro-capite, non ci sono ovviamente problemi di lingua e gli uruguaiani non sono certo xenofobi. I tempi di attesa per avere i documenti e regolarizzare la propria situazione sono inoltre minori rispetto ad altre nazioni del continente.

   Nel 2025 il bilancio dei migranti giunti dall’isola ha avuto un’ impennata, circa 15 mila persone a fronte dei 5900 nel 2024. E la situazione non è molto diversa in Brasile, i cui controlli sono però più severi. L’altra faccia della medaglia dei tanti ‘adios a Cuba’ di questi anni è quello che gli esperti definiscono lo “svuotamento del paese”: la popolazione ha avuto un forte calo, è infatti passata dagli 11,2 milioni del 2020 ai 9,4 milioni del 2024. Qualsiasi sia il futuro dell’isola il forte calo demografico sarà un dato chiave e condizionerà la crescita.

   Ieri come oggi, non sono certo un mistero le ragioni per le quali si scappa. La situazione è al limite su tanti fronti, anche se c’è un settore, quello dell’energia elettrica, che racchiude gran parte dei problemi di fondo, una vulnerabilità alla Padura.

   Avviato nei primi anni ’60, l’embargo americano anti-Cuba ha aggiunto un nuovo e strategico capitolo nella sua lunga storia a seguito del blocco petrolifero imposto a gennaio da Washington, un nuovo fronte del devastante e ormai quasi eterno bloqueo USA. A mancare sono non solo gli alimenti e l’acqua (a causa dei tanti problemi della rete idrica) ma anche l’energia, fatto che ha una ricaduta concreta e pesante sui mille fronti della vita quotidiana.

   Da anni nell’isola circola la seguente battuta: “En Cuba no hay apagones, hay alumbrones” (A Cuba non ci sono black out, ci sono bagliori). Uno humor, quello degli habaneros, senza dubbio graffiante, ma che ha anche il sapore di una inconsolabile e crescente disperazione.- 




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