Quando la fragilità incontra l’ideologia: psicopatologia, radicalizzazione e terrorismo contemporaneo
di Anna Calabresi, psicologa psicoterapeuta. Esperta in Psicologia digitale, Scienze criminologiche e Contrasto al terrorismo internazionale
Oltre la falsa alternativa tra terrorismo e follia
Ogni volta che un episodio di violenza estrema irrompe nello spazio pubblico, emerge quasi automaticamente la stessa domanda: terrorismo o follia individuale? Il dibattito tende a oscillare tra due semplificazioni opposte: da un lato la patologizzazione automatica dell’autore, dall’altro una lettura esclusivamente ideologica, come se il soggetto radicalizzato fosse sempre pienamente razionale e impermeabile alla sofferenza psichica. Entrambe le interpretazioni, se assunte in modo rigido, impediscono una comprensione davvero utile del fenomeno.
Più che un’alternativa secca, il problema riguarda il punto in cui una fragilità individuale incontra una narrazione capace di darle forma, significato e direzione. Il rapporto tra disagio e ideologia non è lineare: la sofferenza psichica può precedere l’adesione radicale, ma trova nell’ideologia una cornice in cui canalizzarsi e assumere un senso. Questo processo – la radicalizzazione violenta – porta l’individuo ad adottare idee che possono condurre al sostegno o alla realizzazione di atti terroristici, un fenomeno la cui espansione è oggi strettamente legata alle dinamiche della rete (Parlamento europeo, 2023). Non si tratta di una diagnosi clinica, ma di un fenomeno dinamico e multifattoriale, che prende forma dentro specifici contesti biografici, relazionali, sociali e digitali.
Negli ultimi anni il tema è tornato con particolare insistenza di fronte a episodi compiuti da soggetti isolati (lone actors), spesso segnati da emarginazione, rancore sociale, esposizione online e riferimenti ideologici disorganici. È proprio questa zona grigia, in cui il disagio individuale si mescola all’immaginario estremista, a rendere più difficile distinguere tra sofferenza psichica e adesione ideologica, valutando il reale rischio di passaggio all’atto. A conferma di questa minaccia composita e ideologicamente diversificata, i dati dell’Europol TE-SAT 2025 segnalano che nel 2024 sono stati registrati nell’Unione europea 58 attacchi terroristici (tra completati, falliti e sventati) in 14 Stati membri. Di questi, 24 sono stati attribuiti al terrorismo jihadista – in aumento rispetto ai 14 dell’anno precedente – che si conferma come la forma di terrorismo più letale con cinque vittime uccise e 18 feriti (Europol, 2025).
Sul piano strettamente clinico, c’è chiarezza su un punto: la maggioranza delle persone con disturbi psichiatrici non commette atti violenti, ed è anzi più spesso vittima che autrice di aggressioni. Allo stesso tempo, molti soggetti coinvolti in attività terroristiche non presentano diagnosi psichiatriche rilevanti. Il disturbo mentale, dunque, non rappresenta una spiegazione sufficiente o un nesso di causalità diretta con la violenza ideologica (Borum, 2011), ma può funzionare come fattore di vulnerabilità, soprattutto quando si combina con umiliazione, isolamento, crisi identitaria e ricerca di appartenenza.
Fragilità psichica e radicalizzazione
I dati scientifici disponibili sul rapporto tra disturbi psichiatrici, radicalizzazione e terrorismo invitano alla massima prudenza. Una revisione sistematica della letteratura (Trimbur et al., 2021) ha rilevato percentuali molto variabili di disturbi psichiatrici nelle popolazioni radicalizzate (tra il 6% e il 41%) e tra i terroristi (tra il 3,4% e il 48,5%), riscontrando una maggiore frequenza nei lone actors rispetto ai soggetti inseriti in gruppi organizzati e strutturati. Gli autori non individuano un’associazione significativa e generalizzabile, sottolineando la scarsa qualità metodologica di molti studi e la necessità di valutazioni standardizzate.
Questo punto è essenziale: non bisogna trasformare il terrorismo in un mero sintomo psichiatrico. Al contempo, però, non si può escludere la dimensione clinica dai percorsi individuali. In determinati casi la fragilità psichica può aumentare la recettività verso narrazioni capaci di dare un nome e un bersaglio al malessere, offrendo un ancoraggio simbolico che riempie il vuoto di senso. Va chiarito che fragilità non significa inevitabilità. La presenza di disagio, trauma o sintomi non conduce automaticamente alla violenza; ciò che fa la differenza è la complessa convergenza tra la vulnerabilità del singolo e l’esposizione a stimoli radicalizzanti.
Il web come ambiente cognitivo e acceleratore identitario
Le piattaforme digitali vanno comprese come veri e propri ambienti cognitivi ed emotivi, spazi nei quali paura, rabbia, risentimento e bisogno di appartenenza vengono amplificati, normalizzati e resi condivisibili. La propaganda contemporanea agisce ben oltre la persuasione razionale: coinvolge l’interiorità del soggetto, polarizza, produce identificazione e orienta il comportamento attraverso l’attivazione di fragilità affettive. In questo senso, il web non genera dal nulla il radicalismo; opera piuttosto per accumulazione ed esposizione ripetuta, accelerando tendenze già presenti, moltiplicando le conferme e riducendo il contatto con prospettive alternative.
Tale evoluzione si inscrive nel vasto scenario della guerra cognitiva contemporanea, in cui il conflitto investe le modalità attraverso cui le persone percepiscono la realtà e costruiscono la propria identità. All’interno di questo ecosistema, i contenuti ad alto impatto emotivo e le teorie del complotto trovano una circolazione privilegiata, contribuendo a creare camere d’eco in cui la complessità si perde e il pensiero radicale può attecchire con più facilità. È dentro queste vulnerabilità che si inseriscono le organizzazioni estremiste. Esse offrono spiegazioni semplici a problemi complessi, trasformano il disagio in militanza e ordinano il mondo secondo una logica dicotomica: noi contro loro, puri contro corrotti, vittime contro persecutori. Questa struttura binaria risulta profondamente seduttiva per soggetti che vivono disorientamento, marginalità o frammentazione interiore. Non si tratta solo di una dottrina a cui aderire, ma di una struttura cognitiva che promette rivalsa e punti di riferimento saldi. Se in passato il pensiero persecutorio poteva rimanere confinato nello spazio individuale, oggi internet consente a convinzioni estreme di trovare conferma continua, comunità di riferimento e legittimazione reciproca.
La centralità dell’ambiente digitale è ormai riconosciuta anche a livello normativo. Il Regolamento europeo sulla diffusione di contenuti terroristici online, applicabile dal 7 giugno 2022, introduce un obbligo stringente di rimozione entro un’ora dall’identificazione dei contenuti (Commissione europea, sd).
Vulnerabilità psicologiche e ricerca di significato
Come evidenziato dalla letteratura scientifica, non esiste un profilo unico del terrorista (Borum, 2011). Entrano tuttavia in gioco specifiche fragilità psicologiche e relazionali capaci di indebolire le difese individuali di fronte alla propaganda: impulsività, rigidità cognitiva, tratti paranoidi, traumi irrisolti e una rabbia cronica che si nutre di un profondo bisogno di riconoscimento.
In tale prospettiva, risulta particolarmente utile il concetto di quest for significance descritto da Arie Kruglanski: il bisogno di sentirsi importanti, riconosciuti e necessari può orientare alcuni individui verso ideologie radicali capaci di promettere una rivalutazione di sé, affiliazione e una missione salvifica (Kruglanski et al., 2014). L’ideologia, allora, non offre soltanto una spiegazione del mondo, ma restituisce al soggetto una posizione nel mondo: alla frammentazione interna oppone coerenza; all’umiliazione o alla vergogna promette riscatto; alla solitudine offre legame; all’impotenza consegna un mandato d’azione, una forma di agency.
A questo si collega un altro concetto decisivo: la need for cognitive closure, cioè il bisogno di ridurre l’ambiguità e chiudere rapidamente il campo delle possibilità interpretative (Webber et al., 2018). Le narrative estremiste rispondono perfettamente a questa urgenza perché azzerano le sfumature della realtà e la riconducono a una certezza morale: il dolore trova un colpevole, l’incertezza una spiegazione definitiva e il disorientamento un bersaglio contro cui indirizzare l’azione. In soggetti già esposti a crisi identitarie o a inclinazioni persecutorie in cui l’ambiente viene percepito come costantemente ostile, questo sistema coerente di conferme risulta estremamente attraente.

Quando l’ideologia prende il posto della regolazione emotiva
Il passaggio più delicato di questo percorso avviene quando l’ideologia smette di essere un semplice insieme di convinzioni e diventa un vero e proprio sistema di regolazione emotiva. In questa fase, la rabbia individuale viene legittimata come giustizia, la vergogna viene idealizzata e trasformata in martirio, la marginalità diventa elezione spirituale o politica e la violenza si presenta come un dovere morale. Il soggetto non agisce più soltanto “in nome di” un’idea: si sente realizzato, autorizzato e protetto da quella stessa visione.
Qui interviene il meccanismo del moral disengagement (disimpegno morale), ovvero la dinamica attraverso cui l’individuo sospende i normali freni etici che impediscono di infliggere danno ad altri. La disumanizzazione del nemico, la minimizzazione del danno, la giustificazione superiore e lo spostamento di responsabilità rendono l’atto violento psicologicamente praticabile e moralmente capovolto (Bandura, 1999). Non si tratta più di una trasgressione, ma di una riorganizzazione interiore che autorizza la violenza.
Nelle traiettorie a più forte impronta individualizzata, subentra infine una forma di identity fusion (fusione dell’identità): il soggetto fonde il proprio Sé con la causa fino a percepire l’attacco al gruppo o alla dottrina come un attacco diretto alla propria persona. Questo rende l’attivazione violenta non solo accettabile, ma vissuta come prova di autenticità, coerenza e fedeltà assoluta (Swann et al., 2014).
Trauma collettivo e mentalità d’assedio
La chiusura identitaria prende forma anche nell’intreccio profondo tra ferite individuali e traumi collettivi non elaborati. Il trauma collettivo, quando resta privo di spazi simbolici e istituzionali di elaborazione, può trasformarsi in una vulnerabilità condivisa: una disposizione emotiva che rende più persuasive le narrazioni di accerchiamento, declino e vendetta. Pandemia, conflitti globali, terrorismo, instabilità geopolitica e crisi economiche hanno alimentato un diffuso senso di precarietà e sfiducia nei contesti democratici.
In questo scenario si diffonde una sorta di mentalità d’assedio: la percezione che il proprio gruppo di riferimento sia costantemente minacciato, umiliato o destinato al declino. Quando l’angoscia sociale incontra una narrativa estremista, la violenza collettiva viene ridefinita, apparendo come legittima difesa e reazione necessaria a una minaccia. Il singolo smarrisce così la percezione del proprio agire distruttivo, inscrivendolo in un mandato di protezione del gruppo. Là dove il tessuto sociale si frammenta e mancano spazi condivisi per riconoscere ed elaborare la vulnerabilità, l’estremismo offre una risposta disfunzionale ma potente, promettendo protezione e inclusione.
Segnali deboli e prevenzione precoce
A volte si incontra una persona che non appare radicalizzata in senso evidente, ma si mostra progressivamente meno raggiungibile. Il suo linguaggio si restringe e si irrigidisce su posizioni assolute, la sofferenza assume una forma persecutoria, i rapporti si chiudono e la complessità viene respinta. È in questa zona intermedia, prima del consolidamento ideologico, che la prevenzione può ancora utilmente intercettare il percorso di deriva.
Parlare di segnali deboli non significa trasformare la sofferenza psichica in sospetto. Significa riconoscere alcuni indicatori di una progressiva chiusura cognitiva: isolamento crescente e ritiro sociale; schemi di pensiero fortemente polarizzati; fascinazione per la vendetta e fantasie apocalittiche; perdita di flessibilità mentale e di tolleranza dell’ambivalenza; assorbimento totalizzante in circuiti digitali e spazi virtuali autoreferenziali.
Questi elementi non sono indicatori immediati di pericolosità e devono sempre essere interpretati con prudenza, all’interno di una valutazione competente e multidisciplinare. Tuttavia, ignorarli significherebbe perdere la possibilità di intervenire quando il disagio è ancora permeabile al cambiamento, prima che l’architettura identitaria si strutturi in modo definitivo. In definitiva, la radicalizzazione può essere compresa come una patologia della complessità: un processo che disimpara le sfumature della realtà e sottrae all’altro il suo statuto umano.

Per una clinica della sicurezza cognitiva
Le analisi del Radicalisation Awareness Network (RAN, 2024) confermano che non esiste una causa unica che porti all’estremismo violento. Di conseguenza, le fonti scientifiche e istituzionali convergono sulla necessità di un approccio integrato. Una prevenzione efficace non può limitarsi alla sola rimozione dei contenuti estremisti o alla sorveglianza. Deve saper riconoscere le condizioni psicologiche e sociali che rendono quei contenuti desiderabili per chi li incontra in un momento di crisi.
Serve quindi un lavoro sinergico e strutturato che veda cooperare attivamente salute mentale, scuola, servizi sociali, programmi di deradicalizzazione, monitoraggio online, intelligence e forze dell’ordine, poiché il fenomeno si colloca esattamente all’incrocio tra clinica, cultura digitale e sicurezza.
In un ecosistema in cui le minacce attraversano l’attenzione, la memoria e l’identità, la protezione della società passa dalla capacità di comprendere come le menti vengono orientate. Una clinica della sicurezza cognitiva si propone di formare operatori capaci di leggere, accanto ai messaggi estremisti, i processi psichici che ne sostengono l’efficacia. In questo senso, la prevenzione precoce deve includere: alfabetizzazione emotiva e digitale; educazione alla complessità e al pensiero critico; sostegno strutturato ai legami sociali e interventi sul disagio marginale; costruzione di contesti sani in cui la ricerca di senso e l’esigenza di valore individuale non vengano intercettate soltanto da narrative distruttive.
Conclusione
La radicalizzazione, nei suoi percorsi più complessi, non nasce semplicemente dall’incontro tra un individuo e una dottrina estremista. Nasce quando quella narrazione riesce a intercettare una ferita, a strutturare un vuoto, a trasformare una sofferenza in identità e l’identità in missione. È in questo spazio, fragile e pericoloso, che clinica, prevenzione e sicurezza devono imparare a dialogare in modo permanente. Comprendere questo intreccio significa assumere la responsabilità di intervenire prima che la fragilità venga assorbita dal dogmatismo e la mente assediata trovi nella distruzione l’unica forma possibile di significato.
Bibliografia
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Borum, R. (2011). Radicalization into Violent Extremism I: A Review of Social Science Theories. Journal of Strategic Security, 4(4), 7–36.
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Kruglanski, A. W., Gelfand, M. J., Bélanger, J. J., Sheveland, A., Hetiarachchi, M., & Gunaratna, R. (2014). The Psychology of Radicalization and Deradicalization: How Significance Quest Impacts Violent Extremism. Political Psychology, 35(S1), 69–93.
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Swann, W. B., Gómez, A., Buhrmester, M. D., López-Rodríguez, L., Jiménez, J., & Vázquez, A. (2014). Contemplating the ultimate sacrifice: identity fusion channels pro-group affect, cognition, and moral decision making. Journal of Personality and Social Psychology, 106(5), 713–727.
Trimbur, M., Amad, A., Horn, M., Thomas, P., & Fovet, T. (2021). Are radicalization and terrorism associated with psychiatric disorders? A systematic review. Journal of Psychiatric Research, 141, 214–222.
Webber, D., Babush, M., Schori-Eyal, N., Vazeou-Nieuwenhuis, A., Hettiarachchi, M., Bélanger, J. J., Moyano, M., Trujillo, H. M., Gunaratna, R., Kruglanski, A. W., & Gelfand, M. J. (2018). The road to extremism: Field and experimental evidence that significance loss-induced need for closure fosters radicalization. Journal of Personality and Social Psychology, 114(2), 270–285.






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