MADURO-SAYS-HE-IS-PRISONER-OF-WAR-AND-DENIES-ALL-CHARGES-IN-US-COURT

OPERATION “ABSOLUTE RESOLVE”

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

La domanda da porsi di fronte alle critiche internazionali sull’estrazione di Nicolás Maduro da parte delle forze armate statunitensi è semplice: quali diritti umani sarebbero stati violati?
La risposta più immediata è altrettanto semplice: quelli dei narcotrafficanti. Tuttavia, poiché quasi nessuno sembra ricordare il contesto e i precedenti, è necessario tornare indietro per comprendere ciò che sta accadendo oggi.

Il kirchnerismo in Argentina, insieme al castro-chavismo cubano-venezuelano, ha rappresentato uno dei principali nemici della stabilità democratica del Sud America, contribuendo all’instaurazione e al consolidamento di regimi autoritari. Il caso del Nicaragua è emblematico, ma il vero centro operativo è sempre stato Cuba. Non a caso, Nicolás Maduro era protetto da agenti cubani, come raccontavano apertamente gli stessi venezuelani. Ed è significativo che gli unici a perdere la vita durante l’operazione siano stati proprio gli agenti cubani incaricati della sua protezione.

A partire dal 2007, il regime castro-chavista ha avviato un processo sistematico di espropriazione delle risorse. Sotto Maduro, il prodotto interno lordo del Venezuela si è ridotto di circa l’80% in meno di un decennio, spingendo gran parte della popolazione a sopravvivere con pochi dollari al mese e causando il collasso dei servizi essenziali.

Tre figure hanno segnato in modo particolarmente negativo il destino del Sud America: Lula, i Kirchner e Hugo Chávez, spesso definiti “i tre cavalieri dell’Apocalisse”, affiancati dal regime cubano e responsabili del disastro regionale. È noto, inoltre, che Chávez e Maduro furono preparati politicamente a Cuba sotto la supervisione di Fidel Castro per prendere il controllo del Venezuela, come documentato da Cara e’ Crimen di Pablo Medina.

A ciò si aggiunge un elemento cruciale: le elezioni venezuelane sono state oggetto di frode sistematica. I verbali non sono mai stati resi pubblici ed è ampiamente riconosciuto che Nicolás Maduro non sia il presidente legittimamente eletto. Su di lui grava inoltre un’accusa gravissima: quella di essere il capo del cosiddetto Cartel de los Soles, organizzazione narcotrafficante infiltrata nelle istituzioni statali.

Come rileva LLilia Lemoine “Improvvisamente molti parlano di diritto internazionale e si autodefiniscono esperti. Ma quando nel 1992 il chavismo bombardò il Palazzo di Miraflores per prendere il potere, causando la morte di tra le 300 e le 400 persone civili, nessuno intervenne. Fu un’azione militare e allora non si sollevò alcuna protesta.”

Il chavismo è ancora presente in Venezuela e continuerà a esserlo. Proprio per questo, la transizione non potrà che essere lunga e complessa. Coinvolge molte persone oggi spaventate — e a ragione — perché hanno finalmente compreso che non si trattava di una minaccia vuota: non si negozia con criminali, non si stringono accordi con dittatori.

Gli Stati Uniti non hanno invaso il Venezuela. Non hanno bombardato scuole, ospedali o infrastrutture civili. Hanno condotto un’operazione mirata per estrarre un narcoterrorista. Non c’è stato alcun attentato contro la vita, la libertà o la proprietà della popolazione venezuelana. È stata un’operazione chirurgica, in cui sono stati colpiti esclusivamente coloro che difendevano il dittatore e lavoravano per lui.

Chiunque abbia parlato con un rifugiato venezuelano conosce racconti di violenze, torture, detenzioni arbitrarie. Gli oltre otto milioni di venezuelani che hanno lasciato il Paese non lo hanno fatto per ambizione personale, come spesso accade ai migranti economici, ma per sopravvivere. Eppure, numerosi esponenti del mondo dei diritti umani hanno protestato contro l’azione statunitense, senza chiedersi chi sarebbe davvero disposto a scendere in piazza a favore di Maduro.

Il contesto geopolitico è essenziale per comprendere il momento dell’intervento. Prosegue infatti l’assedio petrolifero volto a chiudere il rubinetto del greggio venezuelano, colpendo indirettamente Russia e Cina e testando al contempo la disponibilità di Putin a favorire l’uscita di scena di Maduro. Il Venezuela rappresenta un asset energetico e finanziario strategico per Mosca: attraverso società come Rosneft, il petrolio venezuelano a forte sconto ha garantito liquidità, partecipazioni nei giacimenti e canali opachi per aggirare le sanzioni.

Il blocco petrolifero colpisce la Russia in modo strutturale. In un’economia fortemente dipendente dalle rendite energetiche, il petrolio venezuelano ha funzionato come valvola di compensazione per finanziare operazioni fuori dai circuiti ufficiali. Interrompere questi flussi riduce la flessibilità finanziaria di Mosca e aumenta i costi interni, già aggravati dalla guerra in Ucraina. Il Venezuela, inoltre, è un hub per l’elusione delle sanzioni attraverso triangolazioni e rietichettature. Con il blocco, tali operazioni diventano più costose, rischiose e meno sostenibili.

È in questo quadro che si colloca Operation Final Liberty.

Secondo la ricostruzione fornita da CCarlos Ruckauf, venerdì sera intorno alle 21 il generale Kain riceve l’informazione decisiva da un agente dell’intelligence infiltrato direttamente nel gruppo di custodia di Nicolás Maduro. L’agente comunica il luogo esatto in cui Maduro avrebbe dormito quella notte. L’azione viene affidata a un’unità Delta specificamente addestrata per intervenire in quella determinata abitazione. Maduro, infatti, alternava il pernottamento tra tre residenze diverse, per ciascuna delle quali esisteva un piano operativo dedicato.

Alle 22:40, verificate le condizioni meteorologiche favorevoli, Donald Trump dà l’ordine. È una notte di luna piena. Le forze statunitensi interrompono l’elettricità in tutta Caracas, lasciando la capitale completamente al buio. Solo chi dispone di sistemi di visione notturna può muoversi.

Entrano in azione i Night Stalkers, elicotteri progettati per operazioni in ambienti estremamente complessi. Dodici elicotteri penetrano nella capitale attraverso un corridoio montuoso altamente critico, mentre un dispositivo molto più ampio — circa 150 assetti aerei, inclusi droni — viene attivato in parallelo. I droni accecano i sistemi di difesa, mentre gli assetti in quota colpiscono Fuerte Tiuna e l’intero apparato difensivo circostante. Le altre due residenze di Maduro vengono attaccate simultaneamente per disorientare completamente il dispositivo di sicurezza.

Gli unici a perdere la vita sono gli “Avispas Negras”, unità cubane che costituivano il secondo anello di difesa del dittatore.

Il 3 gennaio 2026, l’operazione si conclude con la cattura di Nicolás Maduro. A seguito dell’arresto, la Corte Suprema del Venezuela ordina a Delcy Rodríguez di assumere le funzioni di presidente ad interim per garantire la continuità dello Stato.

In conferenza stampa, Donald Trump lancia un messaggio ambiguo a Rodríguez: da un lato apre a un dialogo per guidare una transizione ordinata, dall’altro chiarisce che, in caso di mancata collaborazione, potrebbe “pagare un prezzo ancora più alto” di quello pagato da Maduro. L’opzione coercitiva resta esplicitamente sul tavolo.

Parallelamente emergono accuse di tradimento interno. L’ex vicepresidente colombiano ed ex ambasciatore a Washington Francisco Santos afferma di essere convinto che Delcy Rodríguez abbia consegnato Maduro agli Stati Uniti per ambizione personale. Anche il figlio di Maduro, senza fare nomi, parla apertamente di tradimento ai vertici del regime.

Secondo Ron Aledo, ex analista senior della CIA, il messaggio reale dell’amministrazione statunitense — coerente con le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio — è chiaro: la transizione democratica arriverà, ma non immediatamente. Machado non è stata eletta presidente; il candidato formalmente eletto è Edmundo González, sebbene in un processo non legittimo. Gli Stati Uniti intendono gestire una fase di transizione controllata, mantenendo Delcy Rodríguez come presidente di facciata per diversi mesi.

Nel frattempo, Washington garantirà il controllo della situazione sul terreno, anche attraverso una presenza militare dissuasiva al largo di Caracas. Solo una volta ristabilita la piena stabilità, si procederà gradualmente verso elezioni e un governo autonomo. In sostanza, il Venezuela verrebbe governato indirettamente dagli Stati Uniti, almeno nella fase iniziale della transizione.