SCANDALI AMERICANI

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Vista dall’altra parte dell’oceano, l’America viene spesso percepita come una potenza imperialista: un elefante privo di grazia che trasforma il proprio peso economico in volontà politica. Eppure, accanto a questa immagine, esiste un’altra America, capace di una generosità istituzionale che oggi rischia di essere ridimensionata. Ancora una volta, per l’ingordigia di alcuni, molti ne soffriranno le conseguenze.
PRIMO CASO: I BUONI PASTO
L’ho chiamato così per far capire velocemente che esiste in tutti gli Stati americani un sistema assistenziale diviso in due parti: una federale, quindi nazionale e una locale gestita con i fondi dello Stato. Durante il Covid, lo stato federale nazionale, attraverso l’American Rescue Act del 2021, ha elargito fondi per supportare l’emergenza, in grande quantità, soprattutto pensando al numero di immigrati senza lavoro e che necessitavano ovviamente di aiuto. Anche gli Stati singolarmente, hanno stanziato fondi che somministravano non solo una somma mensile da spendere per comprare cibo ma anche somme mensili per pagare l’affitto di casa, il ticket dell’autobus e le spese mediche di base (dentista e medico di base). Questa una traduzione abbastanza letterale di quanto offerto. Alcuni Stati hanno elargito di più altri di meno a seconda della loro ricchezza.
IL CASO SOMALO NEL MINNESOTA
Primi segnali d’allarme (Minnesota Department of Education – MDE)
Già nel luglio 2019, funzionari del Minnesota Department of Education (MDE) — il Dipartimento dell’Istruzione dello Stato del Minnesota, responsabile anche dell’amministrazione dei programmi federali di nutrizione scolastica — individuarono le prime anomalie nei dati presentati da alcune organizzazioni beneficiarie.
In particolare, emersero richieste di rimborso per pasti che risultavano matematicamente implausibili: in alcuni casi, un singolo centro dichiarava di aver servito un numero di pasti superiore all’intera popolazione della città in cui operava.
Quando l’MDE tentò di avviare verifiche più approfondite e di sospendere i finanziamenti, Aimee Bock — fondatrice e direttrice della ONG Feeding Our Future, organizzazione non profit che affermava di fornire pasti ai bambini, in gran parte appartenenti alla comunità somalo-americana — reagì facendo causa allo Stato del Minnesota.
Nella causa, Bock accusò l’ente pubblico di discriminazione razziale nei confronti della comunità somalo-americana servita dalla sua organizzazione, sostenendo che i controlli e il blocco dei fondi erano motivati non da irregolarità amministrative, ma da pregiudizi etnici.
Kayseh Magan, ex investigatore dell’Ufficio del Procuratore Generale del Minnesota, è spesso citato come uno dei whistleblower chiave del caso. Magan lanciò ripetuti allarmi interni sulla mancanza di controlli e sul comportamento “preoccupante” di Feeding Our Future.
Successivamente, criticò pubblicamente la lentezza della risposta delle autorità statali, sostenendo che il timore di essere accusati di razzismo avrebbe impedito ai funzionari di intervenire tempestivamente, nonostante l’esistenza di prove evidenti di frode.
Nel febbraio 2021, l’FBI avviò un’indagine formale dopo che l’MDE aveva trasmesso le proprie preoccupazioni al Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA). L’inchiesta portò a un maxi-blitz nel gennaio 2022, con perquisizioni e arresti su larga scala.

Le indagini rivelarono che circa 250 milioni di dollari di fondi federali, destinati a nutrire bambini in difficoltà durante la pandemia di Covid-19, erano stati sottratti e utilizzati per acquistare auto di lusso, immobili e gioielli. Nel marzo 2025, Aimee Bock è stata condannata su tutti i capi d’imputazione, inclusi frode telematica (wire fraud) e corruzione.
L’indagine sullo scandalo Feeding Our Future e sulle frodi collegate in Minnesota ha portato alla luce un articolato flusso di denaro che dagli Stati Uniti è stato trasferito verso l’Africa orientale, in particolare in Somalia e Kenya. Secondo i procuratori federali, gli imputati avrebbero utilizzato società di comodo, trasferimenti elettronici e contrabbando di ingenti somme di denaro contante per spostare all’estero fondi pubblici sottratti ai contribuenti americani.
Sulla base delle testimonianze rese in tribunale e delle prove raccolte dalle autorità federali fino ad oggi, il denaro sarebbe stato riciclato attraverso diversi canali. Una parte significativa è confluita in investimenti immobiliari: alcuni imputati, tra cui Abdiaziz Farah e suo fratello Ahmednaji Sheikh, avrebbero reinvestito milioni di dollari nell’acquisto di proprietà a Nairobi, come un edificio residenziale nel quartiere South C, e in terreni a Mandera, una città situata al confine tra Kenya e Somalia. Altri fondi sarebbero transitati attraverso finte società di consulenza e aziende schermo, create per occultare l’origine prima di trasferirlo all’estero.
Le indagini hanno inoltre documentato l’uso di contanti e bonifici diretti: tra i reperti processuali figurano fotografie di scatole contenenti centinaia di migliaia di dollari in contanti e messaggi di testo in cui un imputato istruisce un collaboratore a “inviare 1.000 dollari a Mogadiscio, al mercato di Bakara”.
Un punto particolarmente controverso dell’inchiesta riguarda la possibile destinazione di parte di questi fondi a gruppi terroristici, in particolare al-Shabaab. Pochi giorni fa, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato che gli Stati Uniti stanno monitorando con attenzione i trasferimenti verso la Somalia per verificare se il denaro abbia raggiunto l’organizzazione jihadista. Tuttavia, nonostante alcune ricostruzioni giornalistiche e fonti investigative abbiano ipotizzato un collegamento, l’FBI e i procuratori federali hanno dichiarato di non aver trovato prove che i fondi siano stati utilizzati per finanziare atti terroristici. Secondo gli inquirenti, la motivazione principale sarebbe stata piuttosto “pura avidità senza attenuanti”, finalizzata al finanziamento di stili di vita lussuosi.
Nel frattempo, le autorità ritengono che il caso Feeding Our Future, con i suoi 250 milioni di dollari sottratti, e 78 persone incriminate, rappresenti solo una frazione di un fenomeno molto più ampio. I procuratori federali stimano ora che, complessivamente,possano essere stati rubati tra i 16 e i 18 miliardi di dollari attraverso molteplici programmi statali, tra cui l’assistenza all’infanzia, l’edilizia abitativa e servizi per l’autismo. In questo contesto, nelle ultime settimane la Segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e il Direttore dell’FBI Kash Patel hanno annunciato una nuova ondata di perquisizioni e un rafforzamento delle risorse investigative nello Stato, con l’obiettivo di rintracciare i fondi mancanti e ricostruire i flussi di denaro trasferiti all’estero.
A riportare con continuità su questi casi è Liz Collin, giornalista di Alpha News, che sostiene come solo ora, a livello federale e nazionale, si stia iniziando a prestare attenzione a fenomeni che – secondo lei – sarebbero noti da anni a livello locale.
La frustrazione, secondo Collin, è ormai diffusa anche tra i cittadini. Alcune attività commerciali vicine a queste strutture sospette avrebbero installato telecamere di sorveglianza per documentare l’assenza di clienti e tentare di segnalare le irregolarità alle autorità. Nonostante ciò, la giornalista accusa l’amministrazione statale guidata dal governatore Tim Walz di non aver affrontato tempestivamente il problema, limitandosi ora a misure reattive.

Alla domanda se sia corretto parlare di una frode legata in modo prevalente alla comunità somala, Collin risponde che, sulla base degli atti giudiziari e delle inchieste in corso, molti dei casi principali coinvolgono cittadini di origine somala. Cita anche testimonianze di operatori immobiliari che riferiscono di richieste esplicite di uffici utilizzati solo come indirizzi formali per superare eventuali controlli amministrativi.
Sul piano federale, la vicenda ha ormai attirato un’attenzione significativa. Secondo quanto riportato, sarebbero state avviate almeno sei indagini da parte di diverse agenzie, tra cui il Dipartimento di Giustizia, il Tesoro, i Dipartimenti dell’Istruzione, dell’Agricoltura e dei Trasporti, oltre alla House Oversight Committee. Collin sostiene inoltre che whistleblower interni (informatori) avrebbero segnalato le anomalie già anni fa, incontrando però silenzi o presunte ritorsioni. In questo contesto, viene citato anche il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison, accusato dalla giornalista di aver inizialmente minimizzato le segnalazioni, un’accusa che Ellison e l’amministrazione statale respingono.
Infine, la giornalista critica duramente il ruolo dei media tradizionali locali, accusandoli di aver ignorato o marginalizzato la questione per anni. Solo con l’emergere delle indagini federali, sostiene, la vicenda avrebbe iniziato a ricevere una copertura più ampia. Il caso solleva interrogativi più ampi sulla capacità dei sistemi di controllo pubblico, sull’uso delle risorse destinate al welfare e sul rapporto tra accountability politica, media e opinione pubblica.
IL CASO DELLE PATENTI COMMERCIALI IN CALIFORNIA
Quando l’inclusione amministrativa entra in collisione con la sicurezza
Lo scandalo delle patenti commerciali (CDL) in California è esploso con forza nel mese di dicembre 2025, trasformandosi rapidamente in uno dei principali fronti di scontro tra lo Stato della California, guidato dal governatore Gavin Newsom, e il governo federale. Al centro della vicenda vi è il rilascio di circa 17.000–20.000 patenti per mezzi pesanti a conducenti non cittadini che, secondo le autorità federali, non soddisfacevano i requisiti legali e di sicurezza previsti dalla normativa nazionale.
La scoperta risale all’autunno del 2025, quando il Dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti e la Federal Motor Carrier Safety Administration (FMCSA) hanno segnalato che la California aveva emesso patenti commerciali a conducenti il cui permesso di soggiorno o di lavoro era scaduto, temporaneo o non coerente con la durata della licenza. La legge federale prevede infatti che la validità della CDL non possa superare quella dell’autorizzazione legale a lavorare negli Stati Uniti. Secondo le verifiche federali, questo principio sarebbe stato sistematicamente disatteso. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento critico: in numerosi casi non sarebbero stati applicati correttamente nemmeno i requisiti minimi di sicurezza, tra cui la capacità di comprendere l’inglese funzionale alla guida professionale, requisito federale per la gestione delle emergenze e l’interazione con le forze dell’ordine.
È in questo contesto che emerge il caso di Jashanpreet Singh, divenuto emblematico della crisi in questione. Singh, ventott’anni richiedente asilo dall’India, aveva ottenuto una patente commerciale in California nonostante avesse fallito plurime volte gli esami di idoneità. Pochi mesi dopo il rilascio della licenza, Singh è rimasto coinvolto in un grave incidente stradale causando la morte di tre persone. Il caso è diventato nazionale perché ha dimostrato, in modo drammatico, come una falla amministrativa possa tradursi in conseguenze irreversibili sulla sicurezza pubblica. Non si trattava di una violazione marginale, ma di un veicolo pesante immesso sulle strade senza che il conducente avesse adeguate competenze.
Dopo l’incidente, le autorità federali hanno intensificato i controlli, culminati questo dicembre, 2025 con l’operazione “Highway Sentinel”, condotta dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) in collaborazione con altre agenzie federali. L’operazione ha portato all’arresto di oltre cento camionisti ritenuti non in regola che guidavano lungo le principali arterie stradali californiane. Secondo l’ICE, le politiche permissive dello Stato avrebbero creato un rischio sistemico, estesosi all’intero Paese, data la natura interstatale del trasporto su gomma.
Parallelamente, l’inchiesta ha fatto emergere un filone di corruzione interna al Dipartimento della California of Motor Vehicles (DMV). Alcuni dipendenti sono stati accusati e condannati per aver accettato tangenti fino a 5.000 dollari in cambio dell’inserimento di punteggi falsi nei database ufficiali, facendo risultare idonei conducenti che non avevano mai sostenuto o superato l’esame di guida. Questo sistema ha consentito la circolazione di autisti “fantasma” alla guida di autoarticolati da decine di tonnellate, senza un reale sistema di certificazione.

Sotto la pressione federale, la California ha annunciato l’avvio di revoche in massa di queste patenti, a partire dal gennaio 2026, mentre Washington ha minacciato tagli ai fondi federali per le infrastrutture stradali qualora lo Stato non completi un audit esaustivo del sistema CDL. Nel frattempo, migliaia di camionisti — in larga parte appartenenti alle comunità sikh e indiana — hanno promosso una class action contro il DMV, sostenendo di essere stati indotti in errore dallo Stato e di trovarsi ora improvvisamente privati dell’unico mezzo di sussistenza.
Il caso Singh resta però il punto di non ritorno: non un’astrazione normativa, ma una tragedia concreta. È qui che il dibattito sulle patenti commerciali smette di essere una disputa tra diversi livelli governativi e diviene invece una questione morale di fondo: fino a che punto il discorso di inclusione culturale può essere perseguito attraverso strumenti amministrativi del governo senza compromettere la sicurezza collettiva?
L’esame di guida, proprio per la lingua, è complesso, perché il test prevede tranelli linguistici. Come hanno fatto ad ottenere quel documento? Io stessa posso testimoniare di essermi trovata fianco a fianco con immigrati che pur non parlando una sola parola d’inglese possedevano una regolare patente di guida. Negli Stati Uniti la patente di guida svolge la funzione analoga alla carta d’identità per noi, ed è comunemente utilizzata come documento di identificazione anche nel processo di registrazione elettorale. Da qui nasce la più ovvia delle domande: fino a che punto l’opportunismo politico è disposto a spingersi pur di conquistare un seggio?






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