USA: il vicolo cieco venezuelano.
di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)
Quando nel 1983
Ronald Reagan annunciò, con un pragmatismo da Guerra Fredda, “We have
invaded Grenada”, gli Stati Uniti mandarono un messaggio chiaro: nelle
acque dei Caraibi, le crisi non vengono lasciate maturare.
L’Operazione
Urgent Fury, l’invasione guidata dagli Stati Uniti nell’ottobre 1983, fu la
risposta a un collasso politico immediato — l’esecuzione del premier Maurice
Bishop e l’ascesa di una giunta più radicale, sostenuta e armata da Cuba.
Washington intervenne per “proteggere i cittadini americani”, ma
anche per impedire che l’Unione Sovietica consolidasse un avamposto strategico.
L’operazione fu rapida e, da allora, l’isola è tornata a essere una democrazia
parlamentare rappresentativa e si è mantenuta politicamente stabile.
Oggi, le acque del Venezuela ricordano quelle di Grenada: un governo isolato, un Paese al collasso, una crisi che avanza a ritmo accelerato e un’influenza esterna — quella di Cuba — che tiene le leve del potere con una presa ben più profonda e sistemica di quella degli anni Ottanta.
La salita al potere di Nicolás Maduro in Venezuela è avvenuta in un contesto di forte instabilità politica, segnato dalla malattia e poi dalla morte di Hugo Chávez, figura dominante della vita nazionale per oltre un decennio. Designato come suo successore politico, Maduro – allora vicepresidente e fedele esponente del chavismo – assunse la presidenza ad interim nel marzo 2013, alla scomparsa di Chávez. Le elezioni anticipate dell’aprile successivo lo videro vincitore per un margine estremamente ristretto contro il candidato dell’opposizione Henrique Capriles, in un clima di accuse di irregolarità e contestazioni interne. Una volta insediato, Maduro ereditò un’economia già in recessione e un apparato statale profondamente polarizzato, elementi che contribuirono a trasformare la sua leadership in una delle più controverse e discusse della storia venezuelana recente. Negli anni della leadership di Maduro l’economia del Venezuela è ulteriormente precipitata: il prodotto interno lordo è crollato drasticamente, l’iperinflazione ha eroso salari e risparmi, e la carenza cronica di beni essenziali — cibo, medicinali, servizi pubblici — ha reso insostenibile la vita quotidiana per milioni di cittadini. Di conseguenza, una larga parte della popolazione ha preso la via dell’esilio: secondo le stime più recenti, ormai più di 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il paese alla ricerca di condizioni di vita dignitose e stabilità. Gran parte di questi migranti si è diretta verso altre nazioni sudamericane, con Argentina e Cile che figurano tra le principali destinazioni. Questo esodo massivo ha rappresentato non solo una fuga dall’emergenza economica e sociale, ma anche una perdita significativa di capitale umano — numerosi giovani e professionisti hanno scelto l’estero, rifuggendo un futuro segnato dalla crisi e dall’incertezza.
Durante la sua presidenza, Nicolás Maduro ha consolidato un sistema di alleanze con i governi progressisti della regione, mantenendo viva l’eredità diplomatica di Hugo Chávez. Il rapporto con l’Argentina dei Kirchner è rimasto tra i più significativi, sostenuto da una comune narrativa anti-neoliberale e da una cooperazione politica attiva in organismi regionali come UNASUR e CELAC. Parallelamente, Maduro ha mantenuto rapporti privilegiati con la Bolivia di Evo Morales e il Nicaragua di Daniel Ortega, rafforzati da una visione condivisa di “sovranità regionale” e dalla critica comune alle pressioni di Washington.
Pensando al 1962, la finestra per evitare il “fiasco del secolo” si sta chiudendo. Nella lettura di molti analisti latinoamericani, gli Stati Uniti avrebbero già usato quasi tutte le leve disponibili e di “massima pressione” contro il regime di Nicolás Maduro: sanzioni economiche, isolamento diplomatico, minacce credibili di uso della forza e operazioni mirate contro il narcotraffico nella regione. Da alcuni giorni anche la chiusura degli spazi aerei (no fly zone) . L’attuale livello di dispiegamento militare nei Caraibi viene spesso paragonato, per intensità e simbolismo, non solo all’invasione di Panama del 1989 – l’operazione Just Cause progettata per rovesciare Manuel Noriega, Il messaggio implicito è chiaro: per la Casa Bianca, il dossier Venezuela non è più un “problema regionale”, ma un test di credibilità strategica paragonabile alle grandi crisi della Guerra fredda.
Il dilemma di Washington: costi, Congresso e guerra d’immagine
Il nodo politico per Donald Trump è evidente: se, dopo settimane di escalation, tutto dovesse concludersi con una ritirata ordinata della flotta senza cambiamenti reali a Caracas, il rischio sarebbe quello che in molti già definiscono il “fiasco del secolo”.
Mantenere questo dispositivo militare ha un costo elevato (stimato da vari commentatori nell’ordine di decine di milioni di dollari al giorno) e richiede rinnovi periodici delle autorizzazioni del Congresso. In parallelo cresce la resistenza di una parte del Partito Democratico e dei media liberal – New York Times, Washington Post – che, pur non essendo “filo-Maduro”, finiscono di fatto per contestare la logica dell’escalation militare e denunciare i rischi di violazioni del diritto umanitario.
Le critiche si sono intensificate dopo il caso del colpo contro una barca venezuelana legata al narcotraffico, in cui un secondo strike su sopravvissuti ha sollevato dubbi sulla legalità dell’operazione: la Casa Bianca difende l’attacco come conforme al diritto dei conflitti armati, mentre giuristi militari e ONG parlano apertamente di possibile crimine di guerra.
Per Trump, la variabile tempo è quindi centrale: più la crisi si prolunga senza un esito visibile, più cresce il fronte interno che descrive l’operazione come moralmente e giuridicamente insostenibile.
Se la crisi venezuelana ha una dimensione geopolitica, ne ha una altrettanto evidente sul piano economico. A differenza dell’amministrazione Biden — che negli ultimi anni non ha stipulato accordi energetici con Caracas e si è limitata a scambi di prigionieri ad alto profilo — la logica dell’amministrazione Trump è apertamente legata al valore economico del petrolio venezuelano.
Il Venezuela possiede una delle più grandi riserve di greggio pesante al mondo, esattamente il tipo di petrolio per cui molte raffinerie statunitensi del Golfo del Messico sono state progettate. La riattivazione di quel flusso di export verso gli USA rappresenterebbe un vantaggio immediato per il settore energetico americano, riducendo la dipendenza da forniture più costose provenienti da Canada e Medio Oriente. Non è un caso che all’interno del GOP questa prospettiva sia ormai discussa apertamente.
La deputata repubblicana Maria Salazar, in un’intervista a Newsweek, ha affermato che gli Stati Uniti «potrebbero intervenire in Venezuela» e ha definito le risorse petrolifere venezuelane una potenziale “manna per l’economia americana”, una volta normalizzata la situazione interna del Paese.
Questa narrativa, sempre più esplicita, si inserisce nella dottrina economica trumpiana secondo cui Washington dovrebbe controllare — direttamente o indirettamente — le fonti energetiche del proprio emisfero, riducendo l’influenza di attori extra-regionali (Russia, Iran, Cina) e riportando negli Stati Uniti petrolio a basso costo che potrebbe sostenere la produzione industriale interna.
In questa prospettiva, il Venezuela non è soltanto un problema democratico o umanitario, ma una leva economica cruciale:
- per la competitività delle raffinerie USA,
- per la stabilità dei prezzi del carburante,
- e per la politica energetica “America First” che Trump ha sempre rivendicato.
Maduro non decide da solo: il protettorato cubano
Un elemento chiave spesso sottovalutato nel dibattito pubblico è il ruolo di Cuba. Dal fallito golpe contro Hugo Chávez nel 2002, l’Avana ha progressivamente colonizzato l’apparato di sicurezza venezuelano: accordi bilaterali riservati hanno permesso ai servizi cubani di riorganizzare la contro-intelligence, infiltrare le forze armate e costruire una rete di sorveglianza capillare capace di prevenire complotti interni.
Secondo un’ampia mole di inchieste giornalistiche, nessuna promozione militare significativa in Venezuela, da anni, avviene senza il via libera cubano. Questo spiega perché i tentativi di incoraggiare un golpe “dal centro” da parte di ufficiali medi – lo scenario “Portogallo 1974” evocato da molti commentatori – siano finora falliti: il sistema di controllo è troppo penetrante.
In questo schema, Maduro non è un caudillo autonomo, ma un uomo dell’Avana, legato a Cuba da oltre vent’anni. La figura che incarna il vero potere interno è Diosdado Cabello, uomo forte del chavismo, considerato da Washington uno dei principali snodi tra regime, apparato militare e narcotraffico. Per questo, l’idea che Maduro possa negoziare la propria uscita senza consenso cubano è sostanzialmente irrealistica.
A Cuba conviene ancora il Venezuela: per Cuba, il mantenimento di un regime amico a Caracas non è solo una questione ideologica, ma un vincolo economico vitale. Lo storico programma di cooperazione medica Barrio Adentro ha visto l’invio in Venezuela di migliaia di medici cubani in cambio di forniture di petrolio a condizioni favorevoli.
Per anni, le stime parlavano di decine di migliaia di barili al giorno diretti a Cuba; oggi, nonostante il crollo produttivo venezuelano, Caracas continua a fornire all’Avana una quota significativa di greggio, intorno a 50–55 mila barili al giorno anche nei periodi recenti. In un contesto in cui Cuba soffre blackout prolungati e riduzioni drastiche delle forniture da altri partner come il Messico, questa linea di rifornimento da Caracas resta fondamentale.
L’Avana non ha alcun interesse a perdere di colpo la sua principale ancora energetica e finanziaria. Senza una grande negoziazione con Washington che garantisca una forma di continuità degli aiuti – o un sostituto funzionale della rendita venezuelana – è improbabile che Cuba dia il via libera alla rimozione di Maduro.
8 milioni di venezuelani in fuga
Intanto, sullo sfondo, il Paese è già collassato. Secondo UNHCR e altre fonti internazionali, quasi 8 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese negli ultimi anni, trasformando la crisi in uno dei più grandi esodi al mondo.
La conseguenza è che ogni esitazione americana viene letta, fuori e dentro il Venezuela, come l’ennesimo “al lupo, al lupo” che ogni settimana si diffonde la voce di un attacco imminente, e puntualmente arriva domenica senza il lupo.
Rimangono sul tavolo due opzioni:
- Colpo di mano selettivo: operazioni di
forze speciali già presenti sul terreno; neutralizzazione mirata di un gruppo
ristretto di leader considerati pericolosi
come oltre a Maduro, Cabello, ministro Giustizia, e il ministro della Difesa
Padrino López); azioni di intelligence simili a quella che in passato ha
permesso di far uscire oppositori nascosti in sedi diplomatiche a Caracas, o in
ospedali o strutture civili.
- Campagna aerea mirata: attacchi di precisione contro bunker, infrastrutture militari collegate al narcotraffico e nodi di comando; consapevolezza che molti leader del regime passano parte del loro tempo nascosti in ospedali o strutture civili, (incluso Maduro stesso).
I rischi sono elevatissimi.
In parallelo, un elemento nuovo è l’atteggiamento della Russia: negli ultimi giorni tour operator russi e l’associazione ATORUS hanno confermato l’avvio di evacuazioni di turisti da Isla Margarita, con voli speciali diretti a Mosca, proprio mentre l’amministrazione Trump dichiara lo spazio aereo venezuelano “chiuso”. È un segnale che Mosca si prepara al peggio, riducendo l’esposizione dei propri cittadini senza rompere formalmente con Maduro.
In questo contesto, le condizioni che Maduro avrebbe posto nella sua telefonata con Trump – uscita graduale, controllo persistente sulle forze armate attraverso Cabello, amnistia totale per sé e per il proprio entourage – sono state categoricamente rifiutate da Trump che al massimo sembra disposto a un indulto personale e limitato alla famiglia.
Ma sotto la superficie la realtà è più semplice e più brutale: un Paese devastato, milioni di persone in fuga, un apparato di sicurezza colonizzato da Cuba e una potenza globale che non può permettersi di minacciare senza, prima o poi, decidere se e come colpire.
La “finestra di una settimana” evocata da alcuni analisti potrebbe essere letterale, e fotografa bene il punto: da qui in avanti, ogni giorno in più senza una svolta rafforza la percezione di stallo e rende ancora più costoso — politicamente e umanamente — qualsiasi passo successivo.
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