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L’America torna a casa

di Melissa de Teffé da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, esperta di politica statunitense, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (US)

PRIMA PARTE

Ieri

La nuova politica estera del Presidente Trump appare oggi molto più liberale di quanto la vecchia Dottrina Monroe avesse dichiarato agli inizi dell’Ottocento, e molti osservatori applaudono questa svolta. Per capire perché, occorre tornare alle origini. La Dottrina Monroe si fondava su due principi cardine: impedire ogni ulteriore colonizzazione europea nel continente americano e, allo stesso tempo, escludere qualsiasi intervento reciproco tra le potenze europee e gli Stati Uniti. “L’America agli americani”: niente colonialismo, niente ingerenze. Una visione che, almeno in teoria, includeva anche il Canada, dove il sistema parlamentare limitava l’influenza diretta britannica.

Eppure, già nel 1833, questo ideale mostrava la sua fragilità. Quando il Regno Unito riaffermò la sovranità sulle isole Falkland, Washington non intervenne, lasciando che l’Argentina gestisse da sola la contesa. Un’azione di rioccupazione, non di colonizzazione, certo, ma sufficiente a segnalare i limiti dell’ambizioso principio Monroe.

Le contraddizioni esplosero con maggiore evidenza durante la Guerra Civile americana. La corona spagnola approfittò del conflitto interno per riprendere il controllo della Repubblica Dominicana, mentre Napoleone III invase il Messico e installò Massimiliano d’Asburgo come sovrano fantoccio. Ma il punto di rottura arrivò il 15 febbraio 1898: la USS Maine, incrociatore corazzato tra i più moderni dell’epoca, saltò in aria nel porto dell’Avana durante una rivolta tra indigeni e sudditi spagnoli. La nave era ormeggiata lì per proteggere gli interessi americani; il suo affondamento scatenò un’ondata di indignazione negli Stati Uniti. “Remember the Maine, the hell with Spain”: in pochi mesi scoppiò la guerra ispano-americana, che pose fine alla presenza coloniale spagnola nel continente. Le Filippine avrebbero ottenuto l’indipendenza solo dopo la Seconda guerra mondiale; Cuba, invece, diventò formalmente indipendente nel 1934, ad eccezione di Guantánamo Bay, ancora oggi sotto controllo statunitense.

Il Novecento segnò il passaggio definitivo da un principio difensivo a una politica interventista. Gli Stati Uniti non si limitarono più a fare pressione diplomatica: entrarono nelle dinamiche interne di numerosi Paesi dell’America Latina, sostenendo o ostacolando governi a seconda della loro utilità strategica. Emblematica la vicenda del Cile: il progetto di Salvador Allende di nazionalizzare l’industria del rame—fondamentale per le multinazionali statunitensi—e il suo mancato allineamento ai modelli economici promossi da Washington crearono le premesse per il golpe di Augusto Pinochet, apertamente appoggiato dagli Stati Uniti. Fu solo uno dei molti episodi in cui la Dottrina Monroe si trasformò da scudo anticoloniale in un vero dispositivo di ingegneria politica regionale.

Parallelamente, le economie latino-americane furono vincolate a un rapporto monetario sbilanciato con il dollaro. I regimi di cambio fisso adottati da molti Paesi soffocarono le loro capacità di reagire agli shock esterni. Quando l’Argentina decise di rompere il legame con il dollaro, la moneta crollò e i titoli di Stato si azzerarono in poche settimane: un caso emblematico di come la dipendenza finanziaria dagli Stati Uniti potesse diventare una trappola economica e sociale.

Da questa lunga traiettoria emerge un monito ancora attuale. Ogni volta che una grande potenza assume il ruolo di tutore esclusivo di una regione, imponendo modelli politici ed economici dall’alto, lo fa per proteggere sé stessa, non gli altri. Indipendentemente dalle simpatie geopolitiche—che siano filoamericane, filoeuropee o filocinesi—resta evidente che ogni forma di tutela unilaterale genera instabilità, dipendenza e nuove forme di neocolonialismo. Questa, più di ogni altra, è la lezione della storia: un potere che non incontra limiti finisce sempre per erodere se stesso e l’ordine che pretende proteggere.

Oggi

Il 4 dicembre 2025, il Presidente Donald J. Trump ha pubblicato la nuova National Security Strategy, il documento che definisce la visione statunitense nelle relazioni internazionali ed espone ciò che la sua amministrazione considera essenziale per la sicurezza e la prosperità del Paese. Intitolata “America in a Dangerous World”, la strategia segna l’avvio formale della dottrina con cui gli Stati Uniti intendono confrontarsi con un mondo percepito come instabile e sempre più competitivo.

Nella sua nota introduttiva, Trump riassume in poche righe ciò che viene poi dettagliato nelle sezioni successive: una lettura del sistema internazionale suddivisa per aree geografiche, ciascuna valutata secondo la misura degli interessi vitali americani. Non più un approccio universale o missionario, ma una classificazione del mondo orientata alla protezione economica, alla deterrenza militare e alla riduzione degli impegni considerati secondari o non redditizi per la nazione.

Questa dottrina rappresenta una svolta importantissima rispetto alle amministrazioni precedenti. Da Bush senior a Clinton, da Obama fino a Biden, la politica estera degli Stati Uniti è stata guidata dall’idea che Washington dovesse assumere un ruolo di garante dell’ordine globale, intervenendo nelle crisi regionali, sostenendo la diffusione dei valori democratici e assicurando stabilità ai mercati internazionali. Trump capovolge questa logica e afferma che l’impegno americano deve concentrarsi esclusivamente su ciò che incide in modo diretto e tangibile sulla sicurezza, sull’economia e sulla sovranità nazionale.

In sostanza, la nuova strategia sostiene che gli Stati Uniti non debbano più farsi carico di ogni crisi del pianeta, ma selezionare con rigore priorità e risorse: un’impostazione che trasforma l’“America First” da slogan politico a principio operativo nella gestione delle relazioni internazionali.

Europa – NSS 2025

Nella nuova strategia di sicurezza nazionale, l’Europa non è più il fulcro dell’architettura internazionale degli Stati Uniti, ma una regione da valutare in funzione del contributo che può offrire alla sicurezza americana. La dottrina afferma che, dopo decenni in cui Washington ha sostenuto i costi principali della difesa europea, gli alleati devono ora assumersi una parte molto più significativa delle responsabilità. L’era in cui gli Stati Uniti si consideravano il pilastro indispensabile della sicurezza del continente è presentata come un modello obsoleto, nato dalla Guerra Fredda e mantenuto per inerzia politica.

Il documento sottolinea che la NATO conserva un valore strategico, ma solo se gli alleati europei dimostrano di essere capaci di contribuire realmente al mantenimento della sicurezza comune. L’obiettivo non è più la proiezione collettiva verso l’esterno, ma la riduzione dei costi americani e la riallocazione delle risorse verso priorità interne. L’Europa viene così invitata — con insistenza — a raggiungere e superare la soglia del 2% del PIL per la difesa, condizioni minime per continuare a beneficiare del legame transatlantico.

In questa visione, le relazioni USA-UE si spostano dal terreno dei valori condivisi a quello degli scambi equilibrati: partnership sì, ma solo se reciprocamente vantaggiosa. Gli Stati Uniti dichiarano esplicitamente di non voler più sostenere il peso finanziario della difesa europea, né di intervenire automaticamente nelle crisi regionali del continente. Il messaggio, pur non espresso in termini conflittuali, è chiaro: l’Europa deve dimostrare di essere un attore autonomo, capace di difendere i propri confini e di contribuire alla stabilità internazionale con mezzi propri.

Sarebbe utile vedere un’Europa che finalmente decide quale identità indossare. Per quanto riguarda la Russia, la strategia è quella di cautela e deterrenza. Il sostegno all’Ucraina non viene presentato come un impegno indefinito: l’aiuto americano deve essere circoscritto, controllato e valutato sulla base di un ritorno diretto per la sicurezza degli Stati Uniti. L’obiettivo non è più “rimodellare” l’Est europeo, ma impedire che la crisi si trasformi in un costo strategico e finanziario eccessivo per Washington. (Trump, nonostante le buone notizie di miglioramenti, ha troppi fronti aperti, e quello interno è il più gravoso in questo momento di crisi finanziaria, inflazione, e licenziamenti massivi).

Nel complesso, l’Europa appare nella dottrina come una regione importante ma non più prioritaria: un partner utile, non un progetto da guidare. La stabilità del continente viene considerata desiderabile, ma non al punto da giustificare interventi americani illimitati o investimenti senza ritorno. È la fine dell’Europa come “alleato privilegiato” degli Stati Uniti e l’inizio di una relazione più transazionale, in cui la continuità dell’alleanza dipende dall’impegno europeo nel garantirne il peso militare ed economico.

Medio Oriente – NSS 2025

Nella nuova strategia, il Medio Oriente non è più il teatro privilegiato della proiezione militare americana come lo è stato per oltre vent’anni dopo l’11 settembre. Trump afferma che gli Stati Uniti non devono più sostenere conflitti prolungati, né impegnarsi in operazioni di “nation building” che non portino benefici diretti alla sicurezza nazionale. L’obiettivo principale diventa evitare che la regione torni a essere una fonte di minacce terroristiche e proteggere gli interessi energetici americani, oggi però ridimensionati dall’autosufficienza interna.

Il sostegno tradizionale a Israele rimane fermo, ma viene descritto come parte di una partnership strategica, non come un impegno aperto e illimitato. Nei confronti dell’Iran, la strategia si concentra sulla deterrenza e sulla pressione economica, più che sul coinvolgimento militare diretto. L’approccio ai Paesi arabi è pragmatico: cooperazione dove utile agli interessi americani, nessuna ambizione di rimodellare la regione dal punto di vista politico o democratico. Prendiamo come esempio la Siria, ultimo dei paesi ad aver trovato un inizio di stabilità. Washington chiarisce di non voler riaprire un capitolo di intervento militare diretto nel Paese, in linea con il rifiuto più ampio di impegnarsi in conflitti prolungati. Nonostante la presenza russa e iraniana sia riconosciuta come un fattore di instabilità, non giustifica un maggiore coinvolgimento americano. La Siria diventa dunque un caso emblematico: una minaccia da contenere a distanza, non una crisi da affrontare con operazioni sul campo o strategie di ricostruzione politica.

Nel complesso, il Medio Oriente passa da priorità assoluta a regione da stabilizzare con il minimo costo possibile, evitando nuove guerre e puntando a contenere le minacce senza espandere il ruolo militare degli Stati Uniti.

La nuova NSS non lascia spazio a interpretazioni: il baricentro della politica estera americana si sposta ufficialmente nel suo emisfero occidentale, e diventa priorità assoluta. È un cambiamento atteso da anni, che riflette l’idea — cara all’amministrazione Trump — che gli interessi strategici debbano essere difesi innanzitutto nel proprio vicinato. La strategia formalizza ciò che già si era intravisto nell’azione di governo: l’approccio “Enlist and Expand”, volto a controllare i flussi migratori, frenare l’espansione dei cartelli della droga, contenere l’influenza di attori ostili e rafforzare le catene di approvvigionamento critiche. Ma soprattutto introduce una dimensione economica ambiziosa, che mira a stimolare nuovi investimenti americani nella regione, riconoscendo che una solida base economica interna è parte integrante della sicurezza nazionale. La NSS fornisce dunque una cornice strategica per un ruolo più attivo del governo statunitense in questi settori e invita a una mobilitazione coordinata di tutte le istituzioni federali per tradurre questa visione in azione concreta.




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