Trump e i missili “Patriot” all’Ucraina
di Claudio Bertolotti.
Trump: è un’apertura?
Sui Patriot all’Ucraina possiamo dire che il presidente statunitense Donald Trump non “regali” all’Ucraina la vittoria ma le conceda strumenti per non perdere troppo velocemente, mantenendo nelle sue mani la leva degli aiuti come strumento negoziale. In questo quadro l’apertura di Trump sui Patriot possiamo leggerla su due piani, operativo e politico.
Sul piano operativo, la riattivazione del flusso di sistemi e munizioni per la difesa aerea significa, per Kiev, la possibilità di ridurre – non annullare – la vulnerabilità rispetto alla campagna missilistica e di droni della Russia. I Patriot non cambiano l’esito della guerra, ma incidono sulla soglia del dolore riducendo il numero delle infrastrutture distrutte, dei centri urbani colpiti, consentendo una maggiore capacità di tenuta dello Stato mentre la guerra continua.
Sul piano politico interno, Trump ha bisogno di presentare all’elettorato una “vittoria” spendibile, che non è la vittoria dell’Ucraina, ma la vittoria del presidente che “mette ordine” nel dossier ucraino, dosando gli aiuti, mostrando forza verso Mosca e, al tempo stesso, controllo della spesa militare. Questa apertura è una concessione estremamente misurata che consente a Trump di non apparire arrendevole e di non compromettere un eventuale piano di pace basato su concessioni territoriali ucraine, che lui considera realistiche (e che tali sono, al di là delle buone intenzioni e delle visioni ideali). Però…
Quali criticità?
Ci sono delle criticità oggettive, che possiamo riassumere in quantità, tempo, coesione politica.
Sulla quantità, è un fatto che la difesa aerea sia un sistema, non un singolo pezzo. E dunque i Patriot, da soli, non bastano poiché servono munizioni, integrazione con altri sistemi, capacità di manutenzione e addestramento. Se la fornitura sarà limitata o intermittente, si creerà un “effetto vetrina”, basata su una “capacità” non strutturale.
Sul tempo, che per me è l’elemento cardine, la Russia lo usa come arma strategica. Ogni giorno guadagna qualche chilometro di fronte, li consolida, non li perde. L’Ucraina, invece, dipende dal ritmo politico delle decisioni occidentali. Ogni ritardo negli aiuti si traduce in terreno perso e in capacità offensiva ridotta.
Infine, la coesione politica occidentale su cui grava l’umore di Trump, la cui apertura può accentuare le divergenze tra alleati, soprattutto se viene percepita come parte di un disegno più ampio di “chiusura” del conflitto a condizioni sfavorevoli per Kiev. Se gli europei vogliono sostenere l’Ucraina nel lungo periodo e Washington punta a una soluzione rapida, magari a costo di concessioni territoriali, il rischio è una NATO formalmente unita ma strategicamente disallineata.
Cosa cambia nei calcoli di Putin?
Cambia la gestione del rischio, non l’obiettivo strategico perché il presidente russo Vladimir Putin ha mantenuto, e mantiene, il vantaggio tattico sul campo: più uomini, più tempo, più capacità di assorbire perdite. I Patriot complicano la sua campagna aerea, ma non la rendono impossibile sapendo che la contraerea ucraina non intercetterà tutto; e, dunque, sa che può continuare a logorare infrastrutture e morale, e lo farà sempre di più spostando il peso su droni e missili meno costosi (e sui droni l’Ucraina ne sa qualcosa. anche di più della Russia).
Qualcosa però cambia in termini di risorse, o meglio, in termini di costi. La questione è appunto la curva del costo dove, per la Russia, ogni attacco diventa un po’ più costoso in termini di vettori persi e di pianificazione, ma rientra nella logica di una guerra lunga, dove il tempo gioca a favore di Mosca (così è stato finora e così è ancora). Per l’Ucraina, invece, ogni Patriot in più è un giorno in più di resilienza, ma non un passo verso la vittoria, semmai un passo lontano dalla sconfitta immediata.
Nei calcoli di Putin, credo, l’invio di ulteriori Patriot non è un game changer, ma un fattore da assorbire dentro una strategia già chiara che si fonda sulla volontà di consolidare il vantaggio tattico, sfruttare la stanchezza occidentale, attendere che la politica statunitense (e non solo Trump) cerchi una “pace” che sarà nel concreto una resa negoziata di Kiev, e mai una vittoria militare ucraina (a quella non crede più nessuno).