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LO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE: LA NATO SECONDO TRUMP

di Melissa de Teffé, da Washington, DC – Giornalista con Master in Diplomazia presso l’ISPI, accreditata per START InSight presso il Dipartimento di Stato (USA)

La testa di Trump si muove su binari lontani da quelli politici tradizionali, per essere miti, e quando giorni fa Axios lo intervista su come “vive, vede” l’esercizio del potere e “chi” lo esercita, secondo lui, fra tutti i leader mondiali, mi sarei aspettata che qualche nome europeo fosse elencato. Invece no: Trump parla solo di Xi Jinping e di Modi, commentando: “molto intelligenti e in gamba”. Ma perché Trump non parla di Europa e di europei?

La risposta sta nel fatto che, per l’attuale inquilino della Casa Bianca, il Vecchio Continente ha smesso di essere un partner politico strategico paritario per diventare un mero mercato di sbocco commerciale. Nella sua visione transazionale del potere, le relazioni transatlantiche non si misurano più in valori condivisi o allineamento strategico, ma si riducono a un rapporto contabile di dare e avere — lo dice lui stesso, parlando della Spagna ad Ankara: “They don’t participate, they don’t pay. I don’t want anything to do with Spain.”

Walter Russell Mead, il teorico del “Jacksonianismo” trumpiano (Hudson Institute), la inquadra con precisione: “Trump likes allies, but only of a certain type” — alleati utili nella misura in cui si accollano rischio e costo, non partner da trattare alla pari.”

Se la richiesta di Trump del 5% regala qualche miliardo alle casse dello stato americano, sembra però essere uno specchietto per le allodole, visto il suo non interesse a investire soldi, tempo ed energie con la nostra Europa.

Il traguardo del 5% del PIL, in realtà, non nasce ad Ankara: Trump lo aveva già strappato agli alleati al vertice dell’Aia nel giugno 2025. Quello che porta a casa dalla Turchia è piuttosto la sua monetizzazione industriale: 3 miliardi di dollari in nuovi accordi, dalla manutenzione dei sistemi Patriot di Lockheed Martin ai droni da sorveglianza marittima di Northrop Grumman, dai missili Stinger prodotti in Europa da RTX fino alle bombe di piccolo diametro che Boeing svilupperà con Rheinmetall in Italia. Nel solo 2025 gli alleati hanno acquistato 54 miliardi di dollari in equipaggiamento americano, sostenendo quasi 200.000 posti di lavoro negli Stati Uniti — il vero “Trump Trillion”, 1.210 miliardi accumulati dal primo mandato. La sicurezza europea, insomma, si converte in export manifatturiero a stelle e strisce: l’Europa paga di più, l’industria della difesa americana incassa, e Washington nel frattempo restituisce le proprie truppe “ai livelli pre-2022” — un modo elegante per certificare, nel linguaggio stesso della Casa Bianca, il ritiro parziale che i think tank chiamano invece il più grande cambiamento nella postura di difesa del continente dalla Guerra Fredda.

IL “TEST DI LEALTÀ” GEOPOLITICO

A Trump, in fondo, non interessano i calcoli percentuali quanto la sottomissione politica. Le sue accuse nascono dal fatto che l’Europa ha storicamente limitato l’uso delle proprie basi e si è rifiutata di sposare senza condizioni le operazioni unilaterali americane — come la guerra preventiva contro l’Iran, quando alleati come la Spagna hanno negato l’uso delle piste di decollo. La richiesta di fondi maschera così una pretesa più profonda: lealtà geopolitica incondizionata, non un bilancio in regola.

LA CRITICA DEGLI ESPERTI: PERCENTUALI SENZA STRATEGIA

Il sospetto che gli obiettivi in percentuale contino meno della sostanza militare non è nuovo — anzi, precede Trump stesso. Già nel 2018, durante il primo mandato, l’analista Anthony Cordesman del CSIS bollava il target del 2% come un “obiettivo percentuale privo di significato” (meaningless percentage goal), sostenendo che concentrarsi sui numeri distraesse dal vero problema: una pianificazione di forza coerente e una strategia di difesa comune reale. Otto anni e un target quasi raddoppiato dopo, l’obiezione resta intatta e forse ancora più calzante: rincorrere il 5% del PIL dice poco su quali capacità l’Alleanza costruisca davvero, e quanto queste rispondano a una strategia condivisa piuttosto che a una lista della spesa imposta da Washington.

L’EUROPA, LONTANA DALLA REALTÀ AMERICANA

Le diverse costituzioni che compongono i paesi europei, una Bruxelles claudicante senza veri poteri e senza unità, in un periodo di guerra, fanno capire a Trump soprattutto una cosa: che il tempo stringe. Meglio investirlo altrove — in Sud America e nel Sud-est asiatico — piuttosto che aspettare che 27 capitali trovino una linea comune. E i motivi non sono solo commerciali, ma includono anche la corsa sia alle famigerate terre rare, che alla creazione dei data centers per l’AI.

Mentre l’Europa discute, Washington firma. A maggio Trump riceve alla Casa Bianca il presidente brasiliano Lula — e firma un’intesa commerciale, nata dalla necessità americana di diversificare l’accesso a questi minerali strategici prima del vertice con Xi Jinping.  Questa intesa sarebbe impensabile visto che proprio nell’intervista con  Axios, qualche giorno fa, ha dichiarato che Lula è un uomo volubile. Quasi contemporaneamente la società USA Rare Earth annuncia l’acquisizione del gruppo brasiliano Serra Verde, una delle poche miniere al mondo fuori dalla Cina capaci di fornire terre rare pesanti e che possiede anche un ottimo impianto di lavorazione. Sul fronte asiatico, la Lynas Advanced Material Plant in Malesia — il più grande impianto di raffinazione di terre rare al mondo al di fuori della Cina, esteso quanto 220 campi da calcio — è già diventata il fulcro della strategia di Washington per spezzare il monopolio cinese, che controlla ancora oltre il 90% della lavorazione globale. Il Giappone, parallelamente, si assicura l’accesso al nichel e alle terre rare dell’Indonesia. Il messaggio è chiaro: se l’Europa offre trattati e burocrazia, Sud America e Sud-est asiatico offrono le materie prime del futuro — e Trump, che ha fretta, va dove trova entrambe le cose insieme: velocità di decisione e sottosuolo.

LA GROENLANDIA, LA PERIFERIA CHE NON È MAI STATA EUROPEA

Sulla carta la Groenlandia appartiene al Regno di Danimarca, e dunque all’Unione Europea per interposta persona — ma nella testa di Trump, e in una certa misura nella geografia stessa, l’isola sta dall’altra parte dell’Atlantico. Geologicamente è parte della placca nordamericana, non di quella eurasiatica; strategicamente ospita l’unica base statunitense nell’Artico, la Pituffik Space Base, che fornisce l’allerta missilistica per l’intero Nord America e non per l’Europa. È lo stesso principio di homeland esteso all’intero Emisfero Occidentale — che la National Defense Strategy formalizza a gennaio, e che i commentatori americani hanno già ribattezzato “Donroe Doctrine“, fondendo il nome di Trump con la dottrina Monroe: la stessa logica invocata dopo la cattura del leader venezuelano Maduro, e ora, estesa fino al circolo polare artico. Non stupisce che ad Ankara Trump abbia rilanciato la pretesa più esplicita di sempre — “deve essere controllata dagli Stati Uniti, non dalla Danimarca” — mentre, contestualmente, minaccia di ritirare altre truppe dall’Europa. Nella sua mappa mentale, la Groenlandia non è un possedimento europeo, è un avamposto occidentale-americano da riportare a casa. La premier danese Mette Frederiksen ha risposto senza esitazioni che l’isola resta “non in vendita”, pronta a difendere “ogni centimetro” del proprio territorio; il segretario NATO Rutte, dal canto suo, si è trovato nella scomoda posizione di dare ragione a Trump sul pericolo — tenere Cina e Russia fuori dall’Artico — pur senza avallarne la soluzione, certificando così quanto la sovranità danese sia oggi più formale che sostanziale.

SOTTO IL GHIACCIO, LE TERRE RARE

Se la cornice militare spiega perché Trump voglia la Groenlandia, è la geologia a spiegare la fretta. Sotto la calotta polare del sud dell’isola giace il giacimento di Tanbreez, una risorsa da 4,7 miliardi di tonnellate che contiene tutti e otto gli elementi delle terre rare pesanti, disprosio e terbio inclusi — i materiali critici per i magneti dei sistemi d’arma di ultima generazione, dai caccia ai droni. Ed è così che Trump arriva in Groenlandia attraverso Wall Street. La società americana Critical Metals Corp.  (Nasdaq: CRML), dopo una rastrellata di successo, controlla oggi il 92,5% del progetto. Il governo groenlandese ha già approvato il trasferimento definitivo lo scorso aprile. È lo stesso schema che si osserva in Brasile con Serra Verde e in Malesia con l’impianto Lynas: Washington non aspetta più che Bruxelles negozi trattati commerciali quinquennali, compra direttamente le quote delle società che possiedono il sottosuolo strategico. La Groenlandia, in questo senso, non è un’anomalia artica nella strategia americana verso le Americhe e il Sud-est asiatico — ne è semmai il tassello più settentrionale, unito dagli stessi due fili conduttori: sicurezza militare diretta e corsa alle materie prime critiche, entrambi elementi che l’Europa, con la sua architettura istituzionale lenta e frammentata, non riesce a offrire nella stessa valuta.

Il quadro che emerge da Ankara, dall’intervista Axios e dai dossier sulle terre rare non descrive un disimpegno americano dal mondo, ma una ridefinizione delle priorità strategiche in base a un criterio preciso: dove si trova il vantaggio competitivo più immediato. La NATO resta formalmente intatta — la Section 1250A del NDAA (National Defense Authorization Act) blinda comunque il ruolo del Congresso su qualsiasi ipotesi di uscita — ma la sua funzione nella gerarchia trumpiana si è ridimensionata da alleanza di valori condivisi a strumento di burden-sharing industriale, in cui la sicurezza europea si converte in ordini per l’industria della difesa americana e la componente valoriale, se mai è esistita nella sua forma originaria, passa in secondo piano rispetto al criterio della reciprocità economica.

Resta aperta, e probabilmente lo sarà ancora per lungo tempo, la domanda se questo riposizionamento risponda a un disegno strategico coerente — la tesi di chi lo inquadra nella tradizione Jacksoniana teorizzata da Mead, o nella priorità sequenziale della National Defense Strategy — oppure sia il risultato di una serie di decisioni transazionali prese caso per caso, senza una dottrina unificante alle spalle. Le due letture non sono necessariamente incompatibili: è possibile che una logica di fondo — massimizzare il ritorno immediato, minimizzare l’impegno vincolante — generi, nella pratica, esattamente lo stesso pattern di comportamento che una strategia elaborata a tavolino produrrebbe. Per l’Europa, la distinzione tra le due ipotesi ha conseguenze pratiche identiche: in entrambi i casi, la garanzia di sicurezza americana andrà commisurata sempre più a ciò che il continente è disposto — e in grado — di offrire in cambio, non a un’appartenenza valoriale data per acquisita.

L’America di Trump ridisegna il mondo attorno a un asse che va dalle Americhe al Sud-est asiatico, passando per l’Artico: ovunque ci siano terre rare, minerali critici, o semplicemente un interlocutore disposto a trattare da pari a pari senza il fastidio di ventisette parlamenti da consultare.

Per l’Europa, la lezione più amara non è che Trump minacci di andarsene. È che, quando gli conviene, se ne sia già andato — e se ne sia accorta per ultima.




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