Amore: un’infrastruttura strategica tra sicurezza cognitiva, guerra ibrida e legami emotivi
di Valentina Ciappina, Direttrice del Torino Crime.
L’amore è una delle categorie più sottovalutate nel discorso pubblico contemporaneo, viene spesso trattato come un sentimento privato, emotivo, intrinsecamente imprevedibile. Un fenomeno “indisciplinato” nel senso comune del termine, qualcosa che sfugge al controllo e appartiene alla sfera dell’intimità.
Tuttavia, se proviamo a risignificare il concetto, liberandolo da questa cornice riduttiva, emerge una prospettiva diversa. L’amore non è soltanto un’emozione, è un modulatore cognitivo. Incide sulla gerarchia degli stimoli, modifica il peso dei rischi, ridefinisce le priorità decisionali. In questo senso è davvero “indisciplinato”, non perché privo di regole, ma perché introduce deviazioni sistematiche rispetto alle logiche di ottimizzazione individuale. Ed è proprio questa capacità di alterare la percezione del rischio e di ricalibrare ciò che consideriamo significativo che rende l’amore pertinente anche in domini che gli sono tradizionalmente estranei.
Può sembrare stonato, o addirittura azzardato, associare l’amore alla guerra. Ma se accettiamo l’idea che oggi il principale teatro del conflitto sia la mente, e non soltanto il territorio, allora risulta meno sorprendente che un fenomeno capace di incidere così profondamente sulle nostre priorità cognitive possa avere un ruolo nella comprensione della sicurezza contemporanea.
Negli ultimi anni la difesa europea ha iniziato a pronunciare parole che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate estranee al lessico militare: sicurezza cognitiva, resilienza epistemica, scudo cognitivo. L’European Union Institute for Security Studies ha messo nero su bianco che non si difendono più solo infrastrutture e confini, ma anche processi decisionali, fiducia collettiva e assetti mentali condivisi. Il Consiglio Supremo di Difesa italiano ha portato la guerra cognitiva sul tavolo della sicurezza nazionale: minacce ibride, manipolazione delle percezioni, operazioni di influenza strutturale non sono più un tema per pochi addetti ai lavori, ma una vulnerabilità di sistema.
Eppure un punto cieco rimane: si parla molto di come proteggere il cittadino dalla disinformazione, quasi mai di che cosa renda quel cittadino, strutturalmente, meno manipolabile, esposto, “reclutabile”. Si ragiona di filtri, fact-checking, norme, e molto meno di cura e responsabilità. È proprio qui che il discorso sull’amore entra, senza retorica, come categoria strategica.
Pensiamo a come il Cremlino negli ultimi anni ha costruito un “secondo piano di realtà”, una versione russa dei fatti sostenuta da troll, hacker, disinformazione sistematica, con l’obiettivo di fare della guerra non solo un fatto militare ma un’operazione di sostituzione del mondo. Producendo di fatto un ecosistema narrativo in cui il cittadino, russo o occidentale, vive immerso in un campo di forze semantiche alternative, spesso contraddittorie, il cui scopo non è convincere ma confondere, logorare e relativizzare ogni verità.
Potremmo considerare la strategia russa una delle forme più sofisticate di colonizzazione cognitiva. In parole semplici: non orientare ciò che pensi, ma comprimere la struttura stessa con cui distingui il reale dal fittizio. È, in fondo, la massima espressione di quel “cervello ideologico” che si accontenta della versione che lo rassicura, della comunità simbolica che gli promette appartenenza, della narrazione che lo solleva dall’onere della complessità.
In questo scenario, l’amore torna a essere una variabile teorica decisiva e non perché “vince sull’odio”, formula buona per gli slogan, ma per una ragione più precisa: l’amore è l’esperienza che ancora costringe il cervello a saldare il reale con le sue conseguenze, restituendo peso e responsabilità a ciò che accade. Una madre che ha un figlio in trincea, un uomo che ha la persona amata in una città bombardata, un’amica che vede l’amica cadere in una spirale di radicalizzazione: per loro la guerra ibrida non è un tema di talk show. È vita o morte, dignità o umiliazione. Qualsiasi narrativa, russa, europea, americana, governativa o oppositiva, viene filtrata attraverso questa domanda brutalmente concreta: che cosa succede a lei / a lui?
È un test empirico di realtà. L’amore produce, per sua natura, una funzione di controllo incrociato, verifica se la narrazione che ricevi regge quando la applichi a qualcuno che non vuoi sacrificare. Da un punto di vista neurale, è un esperimento di salienza; il cervello assegna un peso enorme agli stimoli che toccano il benessere di chi amiamo, e questo peso può prevalere sulle gratificazioni identitarie offerte da un’ideologia. Da un punto di vista fisico, è una correlazione non locale, nel senso che decisioni prese in un parlamento o in un vertice europeo collassano immediatamente come realtà nel microcosmo di una cucina di periferia, di un ospedale, di una trincea. L’amore, di fatto, riduce la distanza tra livello strategico e livello esistenziale.
E se vi sembra ancora strano parlare di amore, provate a interrogarvi sul perché la propaganda funziona più facilmente su chi non ha nulla da perdere o nessuno da proteggere, perché le guerre ibride puntano a isolare, a polarizzare, a distruggere le comunità, perché il calcolo politico più cinico si affida sempre alla stanchezza emotiva dell’elettorato e mai alla sua capacità di immaginare un futuro condiviso.
Forse perché l’amore, nelle sue forme più esigenti, introduce un vincolo che nessuna operazione cognitiva può replicare. Del resto, quando amate qualcuno, anche senza rendervene conto, la vostra funzione di realtà cambia, si ridefiniscono i pericoli, viene ricalibrato l’orizzonte temporale delle decisioni. La mente, che la propaganda vorrebbe reattiva e impulsiva, diventa improvvisamente lenta, riflessiva, difficile da spostare.
Se guardiamo al rischio di elezioni anticipate in Italia attraverso questa lente, la dimensione cognitiva è evidente. Analisi recenti descrivono la tentazione di capitalizzare sull’oggi per evitare perdite di consenso domani. Questo passa attraverso la volontà di anticipare il voto prima che arrivino l’esaurimento dei fondi del PNRR, le manovre più impopolari, la possibile erosione del consenso e l’effetto dei referendum sulla giustizia. Tutto ciò non è una peculiarità nostrana, ma il riflesso di una politica che ragiona sempre di più in termini di finestre di opportunità emozionale, non di cicli strutturali. L’elettore viene trattato come un sistema da sollecitare nel momento in cui è più disponibile a confermare il presente, prima che il futuro presenti il conto.
Capite bene che in una “democrazia” esposta al rischio della guerra e a ingerenze esterne, questo gioco diventa estremamente pericoloso. Se il voto si concentra in un punto temporale scelto in base a calcoli di convenienza narrativa e non in base alla maturazione reale dei dossier economici, sociali, strategici, diventa, di fatto, una consultazione sullo stato d’animo più che sulla direzione di marcia. Di conseguenza si presta a essere terreno ideale per tutte le “brigate”, russe, cinesi, interne, corporate, che lavorano sulle emozioni come il risentimento, la paura, l’esasperazione, l’illusione di salvezza.
In questo senso, l’amore, inteso come legame concreto e non come slogan, introduce un’altra forma di razionalità politica. Quando un cittadino ama, non chiede solo “chi ci governa domani?”, ma “che cosa succede tra cinque, dieci anni alle persone a cui tengo, se oggi assecondo questo impulso?”. È una forma di discount rate diverso: meno orientato al presente immediato, più sensibile al danno accumulato nel tempo. In termini di fisica economica, si potrebbe dire che l’amore abbassa il tasso di sconto temporale, rendendo meno accettabile bruciare il futuro per massimizzare un guadagno transitorio di consenso.
Questo non significa che l’amore renda automaticamente “migliori” le scelte, ma che introduce nel calcolo politico un vincolo intergenerazionale che la pura lotta per il potere tende a espellere. L’elettore che resta solo individuo-consumatore può essere guidato da incentivi immediati, bonus, paure a breve raggio. L’elettore che si percepisce come nodo in una rete di legami affettivi, familiari, comunitari è più difficile da orientare con tecniche puramente impulsive.
C’è poi il livello europeo. Se la difesa comune è, come molti analisti definiscono, non solo un problema di industria e capacità, ma anche di opinioni pubbliche e fiducia reciproca tra Paesi, allora la domanda diventa: su cosa si fonda, in ultima analisi, la volontà politica di difendere l’altro? Che cosa rende credibile, agli occhi di un cittadino italiano, il fatto che valga la pena spendere risorse per l’Ucraina, per la sicurezza del Baltico o per le infrastrutture critiche di un altro Stato membro?
Di nuovo, l’amore, declinato come capacità di riconoscere nell’altro una vulnerabilità analoga alla propria, è il prerequisito minimo di qualsiasi solidarietà strategica. Senza questo slittamento cognitivo, l’Europa resta una somma di interessi che si incrociano solo finché conviene. Diversamente, può diventare, almeno potenzialmente, uno spazio in cui la sicurezza dell’altro rientra nella mia funzione di utilità perché non posso più pensare me stesso come isola. In altri termini, si potrebbe parlare di empatia strutturata; quella che i filosofi definirebbero una forma embrionale di amor mundi.
Tutto questo porta a una conclusione che può sembrare scandalosa in un dibattito sulla sicurezza, ma è coerente con il ragionamento fin qui sviluppato: un sistema politico che erode sistematicamente i legami affettivi, comunitari, intergenerazionali indebolisce anche la propria difesa cognitiva. Una società di individui isolati, saturi di stimoli ma poveri di relazioni significative, è più esposta alle brigate di troll, alle campagne d’odio, alle scorciatoie autoritarie travestite da efficienza. Al contrario, una società in cui esistono ancora reti di cura reale, responsabilità reciproca, adesioni non puramente identitarie ma concrete, genera menti meno disponibili a farsi usare come terreno di guerra.
In questo senso, l’amore è un vincolo teorico che ogni strategia di risposta alla guerra ibrida dovrebbe integrare, se vuole essere lungimirante. Parlare di neurorights, di sovranità digitale, di scudi cognitivi senza interrogarsi su che cosa i cittadini vogliono proteggere, quali volti, quali storie, quali legami, significa costruire mura senza decidere che cosa c’è dentro la città.